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giovedì 12 settembre 2024

Recensione Narrativa: IL MANIERO DI SANGUE E LUSSURIA di Fausto Marchi.

Autore: Fausto Marchi.
Anno: 2024.
Genere:  Erotico / Gotico.
Editore: Susil Edizioni.
Pagine: 174.
Prezzo: 18.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Quarto romanzo dell'amico Fausto Marchi, già recensito e intervistato (https://giurista81.blogspot.com/2023/04/intervista-fausto-marchi.html) in occasione degli ottimi La Vestale di Dagon (https://giurista81.blogspot.com/2021/03/recensione-narrativa-la-vestale-di.html), Rime Gotiche (https://giurista81.blogspot.com/2021/07/recensione-narrativa-rime-gotiche-di.html) e Il Bacio del Crisantemo (https://giurista81.blogspot.com/2023/04/recensione-narrativa-il-bacio-del.html).

Il Maniero di Sangue e Lussuria è la sua “freschissima” ultima uscita, addirittura disponibile sul mercato solo da qualche giorno tanto che penso di aver l'onore di esser il primo a recensirlo.

Dopo aver omaggiato Howard P. Lovecraft e i pittori simbolisti, Marchi presenta il suo tributo a una delle sue altre grandi passioni: Frank Graegorius e la serie I Racconti di Dracula, i celebri racconti horror che uscivano nelle edicole negli anni sessanta e settanta. Intendiamoci però, onde evitare incomprensioni: il romanzo in questione non è un horror sovrannaturale con demoni, fantasmi o vampiri ultraterreni. Pur seguendo gli insegnamenti della narrativa neo-gotica, penso soprattutto a Vernon Lee (che l'autore dice di non aver mai letto, ma di cui presenta evidenti similitudini) o anche a Edgar Allan Poe (per la forte dimensione psicologica e disturbata dei personaggi, oltre per un finale che rimanda a The Fall of the House of Usher), è una storia costruita con uno sviluppo crescente e progressivo che parte dall'erotico per culminare in un delirio finale riconnesso al tema della reincarnazione e dei rituali satanici, ma al contempo potenzialmente ascrivibile a crudeli coincidenze che portano a un pazzesco equivoco di fondo. Lo schema narrativo ricorda molto gli erotici anni ottanta di Joe D'Amato (che avrebbe apprezzato non poco il testo), pur, a differenza di questi, beneficiando di un substrato di fondo curato e assai classico. Marchi analizza le psicologie dei personaggi, tutti raccolti come tradizione dei “Dracula” in una magione scozzese battuta dalle piogge e dispersa nelle brughiera in coincidenza del Samhain. All'interno di tale contesto, abbiamo un lotto di sei personaggi (due maschili e quattro femminili) libertini e schiavi di parafilie che, alla stregua di una tossicità da sostanze stupefacenti, ne condizionano le condotte. Si va dal vampirismo, passando per il feticismo, fino al classico rapporto master & slave, tra tradimenti e scambi di coppie, dove le unioni sono sia eterosessuali che saffiche. Ne viene fuori un testo ascrivibile al genere erotico, dove il fantastico – molto sfumato (sebbene si inneggi a Satana) - trapela nel finale in una ricostruzione alternativa a un caso di follia a due alimentata da coincidenze assai precise che potrebbero aver alimentato una follia latente (si noti come uno dei due personaggi in questione sia proprio una psicologa). Attenzione però a non cadere in inganno. Marchi guarda a romanzi quali La Donna Eterna (1978), La Donna che Venne dal Gelo (1969) e Il Castello delle Rose Nere (1965), tutti firmati da Libero Samale (con pseudonimi quali Frank Graegorius o Martin von Schatten), oltre a storie del crisma di Oke of Okehurst (“L'Amante Fantasma”, 1886) di Vernon Lee, per parlarci di un'ossessione legata al passato e stimolata da antichi quadri di antenati che riproducono una donna assassina, in tutto e per tutto uguale a una delle protagoniste della storia, che ha ucciso il marito per concedersi all'amore saffico e che, ora, a distanza di secoli, convinta di essersi reincarnata, attende il ritorno dell'amata. Proprio quest'ultimo racconto della Lee ha una fortissima correlazione col lavoro di Marchi, una considerazione – penso di poter dire – che dona lustro all'opera e la rende accattivante per chi abbia apprezzato una certa narrativa.

Il Maniero di Sangue e Lussuria è dunque un dramma erotico assai spinto (nei contenuti, ma non nel lessico) con le atmosfere, le scenografie e la gestione dei tempi tipica del racconto del terrore di fine ottocento. Il lessico è sufficientemente aulico, con un tocco leggero anche nelle scene crude (il finale è brutale) e in quelle erotiche, tanto che l'epilogo, pur nella sua mattanza, finisce per godere di una marcata componente romantica. Marchi è uno scrittore legato alle storie anni '60 e dunque non infettato dalla credenza (sbagliatissima) che per raccontare un erotico si debba ricorrere a un lessico esplicito e volgare. Ecco allora che lo vediamo descrivere i capi di vestiario, i reggicalze che compaiono sotto le gonne, ma anche dettagli dei rapporti sessuali con oggetti sostitutivi dell'organo maschile o posizioni che potrebbero far esultare un giocatore incallito del lotto.

Lo stile è accattivante, elegante, intriso di un particolare gusto retrò anche nei dialoghi e nel descrivere le cene e i piatti culinari (aspetto sempre presente nei romanzi dello scrittore romano).

Opera dunque imperdibile per chi abbia apprezzato gli horror erotici di Libero Samale, a cui Marchi regala un esplicito omaggio citando, in un dialogo, un titolo di un romanzo dello scrittore, ma anche per i cultori di Vernon Lee (a cui si deve anche il grandguignolesco finale) e di un erotismo miscelato alle storie dell'orrore sebbene qua, a parte bagni di sangue - che ricordano (per intenderci) lo stile della Bathory - e i continui rimandi a un passato ineluttabile che si ripresenta sotto la forma della reincarnazione, il sovrannaturale resta sfumato.

Presente qualche refusetto di scarsa rilevanza. Autore da scoprire, anche per i suoi precedenti romanzi. Penalizzato dalla scarsa distribuzione delle sue opere.

lunedì 2 settembre 2024

Recensione Narrativa: DELITTI BESTIALI di Patricia Highsmith.

Autore: Patricia Highsmith.
Titolo Originale: The Animal-Lover's Book of Beastly Murder.
Anno: 1975.
Genere:  Antologia Fantastico - Drammatico.
Editore: Sonzogno (1984).
Pagine: 234.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Volume minore di una delle principali maestre del thriller psicologico della seconda metà del novecento. Patricia Highsmith, americana trapiantata in Svizzera, è oggi ricordata soprattutto per il ciclo di cinque romanzi avviati da The Talented Mr Ripley (“Il Talento di Mr Ripley”, 1955), storie incentrate sulle vicissitudini del truffatore e omicida Tom Ripley, personaggio più volte apparso al cinema per l'interpretazione di attori quali Alain Delon, Dennis Hopper, John Malkovich e Matt Damon. 

 

L'AUTRICE 

Scrittrice complessata e cagionevole di salute, con un'infanzia molto difficile alle spalle che ne ha condizionato le relazioni da adulta, la Highsmith ha saputo trasfondere le proprie ossessioni nella letteratura trasmettendo ai posteri storie contraddistinte da un crisma autoriale. Concepita da genitori che si sono lasciati prima della sua nascita, tanto che la madre cercò di abortire ingerendo acquaragia, sviluppò una personalità antisociale che la indusse a isolarsi sempre più preferendo la compagnia degli animali a quella degli uomini. Alla domanda se "avesse mai paura" rispondeva sempre: "si, degli uomini". Misogina dichiarata, allevava lumache e amava in particolare i gatti, esternando una sensibilità inversamente proporzionale a quella espressa nei rapporti interpersonali. Fu definita "crudele" e "impossibile" da alcuni collaboratori. Anticonvenzionale, in polemica con le istituzioni e di gusti sessuali promiscui che la portarono, inizialmente, a rigettare la propria omosessualità salvo cedere in seguito alle inclinazioni naturali. Faticò sempre a mantenere rapporti sentimentali di lunga durata, cambiando di continuo partner. L'esordio in narrativa fu all'insegna del talento con Strangers on a Train (“Sconosciuti in Treno”, 1950) inizialmente non acclamato dal pubblico ma appoggiato dalla critica che lo premiò con una nomination all'Edgar Award per il “migliore romanzo d'esordio” (otterrà una seconda nomination con The Talented Mr Ripley). Le luci dei riflettori si intensificarono quando "sua maestà" Alfred Hitchcock, per appena 7.500 dollari, se ne aggiudicò i diritti per la trasposizione cinematografica. Pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo, vide così la luce il celebre Delitto per Delitto (1951) che, anni dopo, sarebbe stato omaggiato da Dario Argento col film tv Ti Piace Hitchcock? (2005)

Fin da subito apprezzata per la capacità di gestire trame intrise di suspense e per la cura nel delineare le psicologie dei delinquenti, per i quali nutriva una certa attrazione, ebbe la capacità di differenziarsi dai colleghi. La sua attenzione, più che sulla polizia e sulle indagini, si concentrava infatti sulla dimensione introspettiva dei cattivi in un'ottica che ribaltava il politicamente corretto tanto apprezzato dall'estabilishment editoriale americano in favore di una visione alternativa. Tra i suoi successi citiamo The Two Faces of January (“I Due Volti di Gennaio”, 1964) che venne premiato col silver dagger award. Famoso è inoltre il racconto breve The Snail Watcher (“L'Uomo che Guardava le Lumache”, 1964) poi omaggiato, nella sequenza di un omicidio, da Lucio Fulci nell'horror Aenigma (1986).

IL LIBRO

The Animal-Lover's Book of Beastly Murder è un'antologia che si avvicina ai temi trattati da quest'ultimo racconto. L'interesse e l'amore della Highsmith per gli animali sono risaputi, ritorneranno  in altre raccolte quali Tales of Natural and Unnatural Catastrophes (“Catastrofi più o meno Naturali”, 1987) e il trittico Dei Gatti e degli Uomini edito da Bompiani nel 2016.

La Highsmith pubblica il testo nel 1975, nel periodo in cui nei cinema furoreggia Jaws (“Lo Squalo”) di Steven Spielberg dall'omonimo romanzo di Benchley, il film che, pur preceduto da capolavori quali Tarantola (1955) di Jack Arnold e Gli Uccelli (1963) di Alfred Hitchcock, avvierà il sottofilone dei beast movie ovvero quei film dai contenuti horror incentrati su catene di uccisioni perpetrate da animali della più variegata specie. Su tali coordinate si orientano anche i tredici racconti proposti dalla scrittrice americana, senza tuttavia sposare la logica della caccia e dei tentativi umani di ripristinare la normalità. La scrittrice predilige, piuttosto, una concezione un po' antiquata e fiabesca. Le storie della Highsmith, infatti, giustificano le azioni degli animali dando vita a una serie di storie molto simili tra loro, dove sono pressoché costanti gli inneschi e i relativi sviluppi: la violenza perpetrata dagli umani a danno degli animali, l'umanizzazione degli animali che pensano e comprendono come se fossero individui veri e propri, lo sfruttamento degli animali, la ribellione dell'animale, la morte dell'oppressore e la conquista della felicità grazie all'incontro con la persona giusta con cui passare il resto della vita. Ne viene fuori un lotto di racconti che, individualmente, funzionano quasi tutti ma che, nel loro complesso, deludono per la mancata volontà dell'autrice di diversificare i soggetti. In altre parole, e per farmi comprendere, sembra di avere a che fare con soggetti sviluppati dall'intelligenza artificiale secondo il medesimo schema mentale. La Highsmith cambia le ambientazioni (si va dai deserti africani all'Europa, passando dalla città alla campagna e persino a escursioni a bordo di yacht), propone animali sempre diversi – con preferenza per i domestici – e affronta le varie declinazioni che coinvolgono gli stessi in virtù di un approccio realistico non lontano dalla vita di tutti i giorni. Così abbiamo animali rinchiusi nello zoo, altri impiegati in spettacoli circensi o in competizioni agonistiche, passando per allevamenti intensivi e allevamenti improvvisati. Insomma, c'è tutto lo spettro delle possibilità, ma sempre in un'ottica animalista che concede poco all'intreccio e mostra sempre l'animale nel ruolo di vittima che, alla fine, scoppia e si ribe8lla aggredendo "solo" chi li maltratta. Siamo dunque al cospetto di revenge stories per ragazzi, in alcuni casi crudeli e commoventi, dove la Highsmith non lesina in scene crude.

DETTAGLIO CON SPOILER

Tra le storie più riuscite vi è L'Ultimo Spettacolo di Ballerina che vede un elefantino, in passato ben trattato e coccolato dal suo addestratore (caratteristica anche di altri racconti), ribellarsi all'inciviltà degli ospiti dello zoo e soprattutto alla durezza del nuovo custode. Malinconico e poetico il finale (forse il più bello), con il ricongiungimento nell'aldilà (o è solo un'allucinazione?) col vecchio addestratore. Di gran lunga il racconto più commovente come lo è Condannato a Restare con Bubsy, che ne segue la struttura sostituendo all'elefantino un cane da compagnia ereditato dall'amante del padrone, un uomo che non vuole liberarsene per una questione di gelosia nonostante l'animale sia apprezzato e richiesto da chi saprebbe amarlo. Simile, ma con happy end, La Vendetta di Djemal dove abbiamo un cammello malmenato dal suo proprietario che cerca di far di tutto per vincere una corsa sulla lunga distanza in pieno deserto. Comune alle tre storie è lo sguardo nostalgico sul passato da parte di animali ormai vecchi e privati dei loro padroni più cari, ma in grado di ricordare e di comprendere quanto succede intorno a loro. Li vediamo subire soprusi, colpi e atti di violenza salvo poi ribellarsi al loro padrone fino a ucciderlo. Se la fuga dell'elefante dallo zoo viene accolta a colpi di fucile, il cammello e il cane ottengono quello che volevano, ma solo dopo un corpo a corpo in cui a perdere la vita sarà il loro aguzzino.

Perde la dimensione agrodolce, mantenendo la medesima intelaiatura In Piena Stagione dei Tartufi. Un maiale da tartufi, nel corso di una competizione, si scoccia di esser preso a calci e, soprattutto, di vedersi ogni volta sottratta la deliziosa merce quando sta per addentarla. Identico è Eddie e i Furti da Scimmia che strizza l'occhiolino a Poe (I Delitti della Rue Morgue), proponendo una buona prima parte in cui una scimmia viene impiegata per violare un'abitazione e aprire dall'interno la porta consendendo ai ladri di penetrarvi senza effazioni.  Una buona prima parte vanificata dalla seconda col solito conflitto tra l'animale e chi lo maltratta e sfrutta.

 

 

Seguono altre vie racconti come La Resa dei Conti, una vera e propria condanna delle pratiche irrispettose tipiche degli allevamenti intensivi di galline oppure Dalla Parte dei Criceti – probabilmente uno dei preferiti della Highsmith (faceva altrettanto con le lumache) – che vede un ragazzino allevare criceti tenendoli liberi nel giardino della propria abitazione di campagna, suscitando le ire del padre che sprofonda nelle infinite tane che crivellano il terreno dove vorrebbe scavare una piscina. Buono è altresì Il Cavallo Macchina, una storia crudele che beneficia del migliore intreccio thrilling (niente di elaborato). Un ragazzo intende attentare alla sicurezza della nonna al fine di accaparrarsi l'eredità inducendola a vendere la casa di campagna. Farà però male i conti, perdendo lui la vita e provocando la zoppia alla compagna a seguito della volontaria caduta del calesse da lui condotto in un fossato. Crudelissima la scena che porta alla morte di una gattina di quattro mesi con finale nel segno del motto "chi di spada ferisce di spada perisce". Buon intreccio anche per il più gore del lotto ovvero Il Topo più Coraggioso di Venezia che propone le avventure di un topolino torturato e mutilato dai ragazzini del posto, una sorta di torture porn ante litteram che culmina con la tremenda vendetta del topo consumata mesi dopo dall'antefatto. Penetrato all'interno dell'abitazione dei ragazzini, il ratto ucciderà a morsi un infante.

Struttura thrilling anche per La più Grossa Preda di Ming che vede un gatto sottrarsi ai continui tentativi di uccisione del compagno della proprietaria. Alla fine la spunterà il gatto, complice lo stato di ubriachezza dell'aggressore.

Tra i meno ispirati il ripetitivo La Corsa della Capra, Riflessioni di uno Scarafaggio e Harry il Furetto che prende la via del grandguignol (abbiamo un furetto vampiro) ponendosi a metà strada tra il racconto del gatto, quello del topo e quello dei criceti.


CONCLUSIONE

Una bella idea di fondo, peraltro uscita l'anno giusto sulla scia dei successi de Lo Squalo di Spielberg, non sfruttata dalla Highsmith. Anziché costruire soggetti accattivanti e strutturati su canovacci diversi, la scrittrice prende la via dell'umanizzazione degli animali proponendo troppe storie simili tra loro soffermandosi più sulla caratterizzazione psicologica dell'animale che sulla storia. Cambiano le ambientazioni, cambiano gli animali, ma il succo è sempre quello dando vita a un prodotto depotenziato rispetto alle possibilità insite nel progetto. Ci sono comunque dei racconti da segnalare ovvero L'Ultimo Spettacolo di Ballerina, Il Cavallo Macchina, Condannato a Restare con Bubsy, Dalla Parte dei Criceti, La Resa dei Conti e Il Topo più Coraggioso di Venezia che, a mio avviso, sono i migliori del lotto. Piacerà agli animalisti. Penso sia stata concepita per un pubblico di ragazzi in un'ottica di fiabe moderne che evidenziano la crudeltà del mondo verse le creature più indifese. Lontano dalle tradizionali storie della Highsmith. Ha avuto, a partire dal 1984, quattro edizioni in lingua italiana, l'ultima delle quali nel 1995.

 
Patricia Highsmith.
 

sabato 31 agosto 2024

Recensione Narrativa: CACCIA AL DINOSAURO di Maurice Renard.

Autore: Maurice Renard.
Curatore: Luigi Cozzi.
Anno: 1905-19013.
Genere:  Fantascienza - Avventura - Horror.
Editore: Profondo Rosso (2021).
Pagine: 232.
Prezzo: 23 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Torna l'asso francese Maurice Renard, con un'antologia a cura Luigi Cozzi, per impreziosire l'ampio ventaglio di soluzioni predisposte nel corso degli anni dalle Edizioni Profondo Rosso. Sono infatti circa dieci i volumi che la casa editrice romana ha dedicato alla narrativa di questo grande maestro scandalosamente ignorato quasi del tutto alle nostre latitudini finché, nel 2009, non sono caduti i diritti d'autore sulle opere pubblicate. Prima del nuovo secolo, sono stati infatti pubblicati appena tre romanzi dell'autore, tra il 1924 e il 1951, oltre due racconti brevi. Praticamente niente. Al di là delle critiche sulle traduzioni e sui refusi, si deve a Cozzi la riscoperta della produzione dello scrittore. Il regista ed editore trapiantato da anni a Roma, ma milanese d'origine, ha proposto il meglio di Renard, presto imitato da altri editori quali la CH3 Press e la CSA Editrice. Quest'ultima, grazie all'impegno di Giorgio Leonardi, ha proposto un'antologia - Racconti del Mistero - formata da ventiquattro brevi storie tra poliziesco e giallo. Un racconto è altresì presente nella raccolta Grand Guignol della Biblioteca di Lovecraft (Edizioni Arcoiris).   


L'AUTORE

Maurice Renard (1875-1939) è stato uno dei principali scrittori di fantastico francese nonché uno dei padri del giallo transalpino. Una firma spesso accostata a quelle dei vari J. H. Rosny, Gaston Leroux, Maurice Leblanc ed Emile Gaboriau, in grado di rivaleggiare con i ben più famosi colleghi anglofoni. Avvocato di professione in quel di Parigi, è stato definito da Pierre Versins: “il miglior autore d'anticipazione scientifica francese del primo trentennio del novecento”. Interessato al macabro, ma soprattutto a una narrativa, da lui definita “ipotetica”, che parte dalla scienza per imboccare territori fantastici, esordisce nel 1905 con l'antologia Fantomes et Fantoches pubblicata sotto lo pseudonimo Vincent Saint-Vincent. Il successo, pressoché immediato, lo porterà a utilizzare il proprio nome fin dalla sua seconda pubblicazione. È stato tra i primi a teorizzare la possibilità di un'abduction aliena, a portare in scena i dinosauri (protagonisti di più racconti), a immaginare la possibilità di varcare i vetri per accedere a una quarta dimensione, ma anche di ipotizzare la possibilità di ricorrere a macchinari in grado di rimpicciolire un uomo fino a farlo diventare una preda per gli insetti oppure di smaterializzarlo ma lasciarlo visibile, farlo regredire nel passato o ancora di stravolgere la legge gravitazionale. Insomma, un grandissimo maestro da riscoprire che garantisce avventura, brividi, riflessioni e tanto sense of wonder. A oggi è famoso soprattutto per romanzi quali Le Mains d'Orlac (1921), quattro volte trasposto al cinema e (seppur a sua volta debitore di The Beast with Five Fingers, 1919, di William Harvey) in grado di ispirare tutti quei thriller incentrati su trapianti biologici estrapolati da killer che portano il beneficiario a deviare le proprie condotte, Le Péril Bleu (1919) di cui al momento esistono due edizioni italiane, Le Docteur Lerne (1908) che verrà omaggiato da Libero Samale nel romanzo Anima Nera, e Un Homme chez les Microbes (1928) con cui ha anticipato nientemeno che il celebre The Incredible Shrinking Man (“Tre Millimetri al Giorno”, 1956) di Richard Matheson. Dunque una vera e propria fucina di idee germogliate altrove e divenute classici. Ispirato da Herbert G. Wells e da Jules Verne, Renard ha tracciato coordinate su cui si sarebbe allineato uno scrittore come Arthur Conan Doyle per ideare le avventure del Professor Challenger, personaggio comparso a partire dal 1912 col celebre The Lost World, una storia quest'ultima che deve parecchio a Les Vacances de Mounsieur Dupont (1905) inserito proprio in questa antologia.

Autore di oltre mille racconti, ha scritto anche numerosi articoli scientifici e la cosa si riflette nelle sue opere dove è palpabile l'erudizione nella materia che va di volta in volta a trattare, con ragionamenti e spiegazioni che cercano sempre di fornire una verosimiglianza alla piega fantastica adottata in via ipotetica.


IL LIBRO

Caccia al Dinosauro è un ottimo volume per approcciarsi a Renard, peraltro – a quanto pare a differenza di altri della casa editrice - in un'edizione ben tradotta e ben presentata da Luigi Cozzi. Traduzioni fluide, forse ammodernate (in un racconto si legge la parola “zombi” che non credo esser stata utilizzata da Renard) e corredate da alcune premesse di raccordo che immagino non essere imputabili a Renard (nel primo racconto si anticipa quanto avverrà in un racconto pubblicato qualche pagina dopo).

Le storie proposte sono quattro, dotate di un titolo ideato da Cozzi molto più accattivante rispetto a quelli originali. La lunghezza delle storie oscilla dalle ottanta alle trentasei pagine.

Il racconto più vecchio è il sopracitato Les Vacances de Mounsieur Dupont (1905) che Cozzi pesca dall'antologia d'esordio dello scrittore, presentandolo come Caccia al Dinosauro.

Racconto molto moderno, considerando che è stato pubblicato nel 1905. Renard mostra padronanza nel parlare di paleontologia e dinosauri (parla delle varie specie e indica le caratteristiche), anticipando il grande classico di Conan Doyle The Lost World (“Il Mondo Perduto”, 1912), ma non A Matter of Interest (“Un Argomento di Interesse”, 1897) di Robert W. Chambers, di cui, tuttavia, è di gran lunga più accattivante. Siamo nella Francia del sud, dove un vacanziere (il Monsieur Dupont) viene ospitato da un conte suo vecchio compagno di scuola. Il clima è particolarmente umido e afoso e fa da cornice a uno dei più bei racconti sui dinosauri che sia mai stato pubblicato. Dopo aver mostrato la sua collezione di fossili e di scheletri (qui ricorda un po' Chambers), il padrone di casa conduce l'amico nel luogo degli scavi dove, senza accorgersene, porta alla luce un uovo che si è conservato intatto dal giurassico. Viene così alla luce un iguanodonte che prende a razziare i raccolti finché un altro dinosauro, un megalosauro, farà la sua comparsa.

Splendido, con momenti horror granguignoleschi che ispireranno Michael Crichton (Jurassic Park) e Steven Spielberg (The Lost World). Vediamo infatti un megalosauro faccia a faccia con un uomo appiattito a un muro, con la bestia che allunga la lingua cercando di afferrare la preda. Molto carino, seppure debole nella ricostruzione fantascientifica tesa a giustificare la presenza di due dinosauri nel mondo moderno. Resta un caposaldo imprescindibile per i fan dei racconti sui dinosauri.


Arrivano da Monsieur d'Outremort et Autres Histories Singulières (1913) La Cantatrice (La Voce Magica) e L'Homme au Corps Subtil (L'Uomo Senza Corpo), due tra i racconti brevi più famosi dell'autore.

La Cantatrice è una storia weird, ambientata a Montecarlo nel mondo degli spettacoli canori. La messa in scena di Sigfried di Wagner rivela al pubblico di spettatori, tra cui il direttore dell'Opera di Parigi, un talento canoro in grado di inebriare gli ascoltatori. Interessato a ingaggiare la misteriosa donna che, a differenza delle colleghe, resta celata dietro le quinte, il direttore scopre di avere a che fare con una triste handicappata alla mercé di un marito despota e bizzarro. Bella storia, che richiama un po' Leroux e il suo capolavoro Le Fantome de l'Opéra (Il Fantasma dell'Opera, 1910), per virare verso gli orrori marini nel solco della più classica delle tradizioni. Bella la scena con tutti i cittadini che, di pomeriggio, si dirigono in massa verso l'abitazione dove la soprano si è messa a cantare contrariamente alle indicazioni del marito (ricorda molto il finale di Chissà Perché Capitano tutte a Me). Bello, ma prevedibile negli sviluppi. Colpo di scena telefonato.


Più in linea alla narrativa di Renard è L'Homme au Corps Subtil che si ricollega agli insegnamenti di Wells e a un precedente racconto dello stesso Renard di cui.funge da prequel, proponendo un mad doctor a lavoro su dei raggi in grado di smaterializzare i corpi. Qui il riferimento è The Invisible Man (1897), sebbene non venga meno la forma dell'uomo che resta visibile ma - a differenza di Wells - non palpabile. L'idea arriva dalla scoperta dei raggi x e dall'ipotesi che esistano altri raggi non ancora individuati dalla scienza. Da un punto di vista contenutistico è il miglior racconto della raccolta. Renard prova a immaginare le implicazioni di un corpo smaterializzato che oltrepassa tutto ciò che incontra, potendo attraversare i corpi come un nuotatore fa incontrando l'acqua. Una capacità che si scontra, tuttavia, con la legge della gravità che porta i corpi a essere attratti verso il centro della terra se non fosse per la presenza dell'ostacolo costituito dalla materia che impedisce a questi corpi di sprofondare. Cosa succederebbe, però, se la materia diventasse oltrepassabile? Gioiello, con qualche occhiolino al poliziesco.


Più debole e - sebbene scritto anni prima - in veste di sequel di L'Homme au Corps Subtil è Le Singuliére Destinée de Bouvancourt (Il Prigioniero della Quarta Dimensione), tratto dall'antologia Le Voyage Immobile suivi d'autres Histoires Singuliéres (1909). Ritroviamo i due protagonisti del precedente racconto: un medico nel ruolo di narratore e il suo folle amico ricercatore nel campo scientifico Bouvancourt. Nonostante la promessa del mad doctor di abbandonare ricerche rivelatesi troppo pericolose per la razza umana, tornano in ballo gli esperimenti sui particolari raggi in grado di smaterializzare i corpi. La sete di conoscenza, ma soprattutto l'ambizione del successo portano il ricercatore – ancora una volta – a sperimentare su sé stesso i bizzarri macchinari che ha realizzato. Scoprirà per tale via di essere in grado di attraversare gli specchi, ma solo per un arco limitato di tempo oltre il quale il proprio corpo tornerà a essere materiale. Sorta di remake del precedente racconto. Carino, ma superato dal successivo racconto dello stesso Renard. Presenta comunque una scena che diventerà un leitmotiv degli horror: l'attraversamento di uno specchio che, a contatto con le dita, diviene liquido e consente ai corpi di oltrepassarlo (idea riproposta, tra gli altri, dal film Il Signore del Male di John Carpenter).


CONCLUSIONI

Consigliatissimo agli amanti del weird e ai fan di autori quali Herbert G. Wells o delle storie del ciclo Challenger di Arthur Conan Doyle. Autore da riscoprire e conoscere, penalizzato da un ingiustificato ostracismo perpetrato dagli editori italiani nel corso degli anni. Lo segnalo anche a tutti gli estimatori della collana Bizarre dell'Agenzia Alcatraz. Da avere, nonostante un prezzo non proprio economico tipico delle Edizioni Profondo Rosso.

  L'autore Maurice Renard.

 "Non c'è nulla che ci impedisca di pensare di riuscire un giorno a discendere fino al centro della Terra, né più né meno come anche di credere all'esistenza nell'infinito di creature aliene che, a differenza di noi uomini, non siano in grado di passare attraverso l'aria o di muoversi in mezzo ai gas... poiché io non posso certo negare la possibilità che esistano da qualche parte luoghi, pianeti o dimensioni che funzionano nell'esatto modo contrario di quanto avvenga nel nostro mondo."

mercoledì 21 agosto 2024

Recensione Narrativa: LE NUOVE AVVENTURE DI BATMAN a cura di Martin H. Greenberg.

Autore: AA.VV..
Curatore: Martin H. Greenberg.
Titolo Originale: The Further Adventures of Batman.
Anno: 1989.
Genere:  Thriller - Spionaggio - Fantascienza.
Editore: Rizzoli (1991).
Pagine: 286.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Operazione di marketing curata dal celebre antologista Martin H. Greenberg, una garanzia nel campo del giallo e della fantascienza americana. Il progetto viene completato nel 1989 in occasione dell'uscita nelle sale cinematografiche del Batman di Tim Burton, ma in Italia arriva due anni dopo quando nei cinema proiettano il secondo capitolo del dittico del regista. Quattordici racconti, che diventano dodici nell'edizione italiana (tagliati William Nolan ed Edward Wellen), a cui faranno seguito, tra il 1992 e il 1997, sei ulteriori antologie – mai giunte in Italia – dedicate, tra gli altri, alle avventure di Joker, Pinguino, Catwoman e soprattutto ancora Batman.

Il progetto è molto interessate e dall'indiscusso appeal. Purtroppo delude l'esecuzione, sebbene Greenberg raduni il meglio dei suoi scrittori tanto da ingaggiare mostri sacri della fantascienza quali Isaac Asimov (che morirà tre anni dopo), Robert Sheckley e Robert Silverberg, per non parlare di emergenti (di allora) del calibro di Joe Lansdale e di nomi “minori” assai conosciuti dai lettori della serie Urania quali Henry Slesar e Mike Resnick. Tante aspettative, disattese a fine lettura soprattutto per la scelta di trattare il genere da un'ottica diversa rispetto a quella che sarebbe stato lecito attendersi. Anziché giocare sulla componente fumettistica, sui colori e su personaggi sopra le righe, magari utilizzando i grandi nemici dell'uomo pipistrello, l'interesse passa sulla psicologia di Bruce Wayne, sui conflitti mentali di Batman che portano l'eroe, in più di un racconto (Sheckley, Slesar), a finire visitato dai medici (addirittura psichiatri), uno sconforto e una depressione che coinvolgerà persino Joker (Collins). Una scelta di umanizzare il personaggio, che suona sovente quale parodia sulla scia degli episodi televisivi degli anni '70 che depotenziarono il clima cupo della creazione di Bob Kane, un'atmosfera che sarebbe poi ritornata solo grazie a Burton prima e a Nolan poi. Si tentano inoltre inutili percorsi metanarrativi che cercano di proporre Bruce Wayne quale personaggio della realtà (Asimov) o di traslare Batman dalla cronaca nera (dunque anch'esso proposto alla stregua di un personaggio esistente) al cinema della Hollywood degli anni quaranta (Kaminsky). Paradossalmente manca quasi del tutto la dimensione fumettistica. Solo il racconto di Max Allan Collins (e in parte quello di Effinger), che arriva ad anticipare di decenni la creazione di Harley Quinn, sposa appieno lo stile dei fumetti e dei film da Burton in poi, rendendosi, per questo, tra i più esilaranti e divertenti della selezione. E' un'eccezione, poiché i celebri villain dell'uomo pipistrello sono pressoché del tutto assenti o, se ci sono, fanno giusto delle rapide comparse (Joker e Enigmista) se non appena menzionati senza mai vedersi (Pinguino). A ergersi a "deboli" rivali del "nostro" sono criminali convenzionali (ladri, ipnotizzatori, contrabbandieri di armi, sequestratori) tipici dei gialli e dei polizieschi, solo in due casi in maschera. Dominano, infatti, le storie poliziesche e spionistiche finendo, per tale via, col mettere in ridicolo l'eroe dell'antologia: Batman, con tutti i suoi gadget e i suoi prototipi, sembra un matto che se ne va in giro vestito da pipistrello aiutando il quasi pressoché immancabile ispettore Gordon. Prova a introdurre qualcosa di diverso Joe Lansdale, che vira la sua storia verso un horror grandguignolesco con un soggetto tutt'altro che originale che riprende l'abusata idea che vede lo "spirito" di Jack Lo Squartatore varcare la dimensione del tempo. Bello l'inizio della storia di Robert Sheckley che mostra la morte cruenta e orrorifica del Joker, salvo “perdersi” nel giallo fino a sconfinare in uno spionistico raffazzonato con al centro virus informatici, armi segrete e ologrammi utilizzati per ingannare il prossimo. Meglio allora la storia di Henry Slesar, tra i più ispirati del lotto, con un Batman versione “picchiatello” che dileggia sé stesso al fine di fuorviare una psichiatra dedita al crimine che intende utilizzare sieri e droghe per addormentare i protettori di Gotham e compiere i suoi crimini. Il tema delle droghe e dell'ipnosi torna nella storia di Goldsmith, un giallo assai quadrato (bella la parte nella casa degli orrori di un ipnotizzatore) e ben scritto, dove però Batman finisce in un ruolo secondario, scavalcato da un giornalista sedicenne (Robin in borghese) e dalla relativa indagine. Questo il meglio dell'antologia, per un'opera che si legge bene e volentieri, ma che lascia l'amaro in bocca. Tra i peggiori, addirittura, Isaac Asimov, con un racconto insulso metanarrativo dove Batman non è neppure presente e in cui il vero Bruce Wayne, ormai settantenne, rivela ai compagni di cena un vecchio episodio (del tutto banale) incentrato su un lapsus di un suo collaboratore e di come questo gli abbia insinuato dubbi sulla fedeltà dell'uomo. Bruttina anche la storia di Gorman su un giovane pazzo convinto che Batman gli abbia rubato la sua personalità, una storia dove "l'eroe" è del tutto in secondo piano e neppure menzionato (lo stesso avviene nel racconto di Resnick). Su tematica similare si muove Silverberg con un impostore di Batman, dedito ai furti e affetto da squilibri mentali.
 
I RACCONTI NEL DETTAGLIO CON SPOILER. 

Scendiamo nello specifico con l'analisi dei dodici racconti. Come anticipato non ci sono capolavori, così come sono davvero pochi (ma ci sono) i racconti da bocciare.

Il racconto che ho preferito, per la sua componente fumettistica, è The Sound of One Hand Clapping (Il Rumore di una Mano che Applaude) scritto non certo da uno degli scrittori di punta radunati da Greenberg. Porta infatti la firma di Max Allan Collins, una mezza dozzina di Gialli Mondadori all'attivo in Italia, famoso soprattutto per le novelization di Waterworld (1995), The Mummy (“La Mummia”, 1999) e di una serie di episodi della serie CSI – Scena del Crimine e Criminal Minds. L'autore fa leva sul suo passato da fumettista, negli anni settanta aveva ideato Quarry, per proporre lo spirito del fumetto di Bob Kane. The Sound of One Hand Clapping ha il merito di anticipare la love story tra Joker e Harley Quinn. Sia chiaro, siamo nel 1989 e il personaggio che sarà reso celebre al cinema da Margot Robbie non è ancora stato creato, ma Collins propone qualcosa di molto simile. Joker è infatti depresso, in cerca di una donna che possa riscaldargli il cuore. Perde così la testa per una giovane che compie delitti per ragioni di critica ecologica. La giovane, ribattezzata “Il Mimo” per la sua abitudine di dipingersi il volto con un fondotinta bianco, viene imprigionata e destinata all'Arkham Asylum, ma il “re dei buffoni” la libera durante il tragitto di trasferimento (bella scena action) e cerca di far tutto per conquistarne il cuore. Azione, ilarità e soprattutto taglio farsesco. Molto carino, con esilarante descrizione del quartier generale del Joker caratterizzato da poster di carte e gadget svariati. A mio avviso, è di gran lunga il miglior racconto dell'antologia per il suo offrire ciò che l'appassionato di Batman va cercando. Sorpresa.


Merita considerazione anche Bats (Pipistrelli) di Henry Slesar, scrittore conosciuto sia per i racconti brevi fantascientifici (un paio trasposti nella serie televisiva Ai Confini della Realtà) che gialli (presenza assidua nelle serie Ellery Queen's Mystery Magazine e Alfred Hitchcock's Mystery Magazine), ma anche per alcuni sceneggiati della serie Alfred Hitchcock Presenta e della CBS Radio Mystery Theatre. È stato insignito di un Edgar Award. Come sua abitudine, Slesar attinge dalla sua inclinazione per l'ironia per portare in scena un Batman afflitto dai conflitti interiori, al punto da destare preoccupazione in Alfred, lo storico maggiordomo. È proprio quest'ultimo a raccontare la storia, che vede un Batman consumato dai sensi di colpa per la morte di Robin, tanto da finire in cura da una psichiatra che utilizza la tecnica dell'ipnosi per curare i pazienti. Invece di migliorare, il nostro si rende protagonista di una serie di comparsate in pubblico che mettono in ridicolo la figura di Batman. L'uomo pipistrello appare d'improvviso in occasione di presentazioni o eventi mondani dileggiando la propria figura con frasi da ubriaco. Ora grasso, ora con un cappello che richiama il cappellaio matto di Alice nel Paese delle Meraviglie. Deriso dai giornali (parlano di “Batman picchiato di testa”) e inoperoso a fronte dell'esplosione del crimine, induce tutti a pensare che sia impazzito salvo rivelare, all'epilogo, una strategia calibrata che lo porterà  a portare a galla il complotto che stordisce l'intera città. Il “nostro” ha infatti dato vita a una messa in scena per portare allo scoperto la mente dietro alla quale ruota un gruppo di gangster che utilizzano l'ipnosi e gli psicofarmaci per intontire il capo della polizia, batman e il sindaco, così da condurre liberamente i traffici delittuosi. Belli i dialoghi iniziali tra Batman e la psichiatra (si scava sul passato dell'eroe, sulla morte dei genitori e sulle ragioni psicologiche per le quali si cela dietro una maschera), anche se è fin troppo evidente per tutti (meno i personaggi del racconto) che dietro la natura dell'eroe in maschera ci sia Bruce Wayne. Buoni inoltre i riferimenti all'attitudine dei giornali di attendere il momento propizio per denigrare l'eroe in declino. Bel racconto.


Una costruzione simile caratterizza l'elaborato del grande maestro Robert Sheckley, nome che non ha bisogno di presentazioni nel campo della fantascienza distopica per il suo essere stato – tra le altre cose - l'ispiratore dei cosiddetti Hunger Games. Anche Death of the Dreamaster (Morte del Maestro dei Sogni) propone un Batman allucinato e ossessionato dalla ricomparsa dei villain che ha sconfitto nel passato. Come struttura di soggetto, probabilmente, è il migliore racconto del lotto tanto che Greenberg gli conferisce l'onore di aprire l'antologia. Sheckley lavora sulla trama, propone snodi che consentono al racconto di passare dall'horror al giallo fino a concludersi in un intreccio da spy story a caratura internazionale. Bruce Wayne ha addirittura un'ulteriore personalità, oltre quella di Batman, e deve superare una crisi psicologica alimentata da qualcuno che riesce a fargli credere di essere affetto da allucinazioni. In realtà, dietro alle visioni si cela un qualcosa che opera all'esterno del cervello del protagonista.

Notevole l'inizio grandguignolesco, dove assistiamo alla morte del Joker. Da qui si dipana un'indagine che, attraverso una serie di indizi, svelerà un intrigo incentrato su una società di armi non convenzionali in trattativa col governo degli Stati Uniti. Avventura dunque d'impronta spionistica, sprovvista di super eroi e con qualche elemento fantascientifico. Non manca l'ironia (Batman in maschera che viene visitato dal medico). Non un capolavoro, ma di mestiere.


Un altro racconto che ottiene molti consensi tra i lettori è Subway Jack (Jack della Sotterranea) firmato da una delle giovani speranze (poi mantenute) dell'horror statunitense ovvero Joe R. Lansdale. Appena reduce da The Drive-In, Lansdale abbandona la sua tipica ironia per plasmare un vero e proprio horror truce e sanguinario, forse più in linea con Dylan Dog che Batman. Una serie di omicidi insanguinano la metropolitana di Gotham. A colpire è un killer sventratore che si accanisce sulle donne barbone. Tutto ruota su un oggetto totem (un rasoio) capace di richiamare da un'altra dimensione un demone (“Il Dio del Rasoio”) dalle zampe caprine e dai teschi come scarpe, che si muove indossando un cilindro. Lo spirito prende possesso di chi lo ha evocato e induce lo stesso a vibrare letali colpi di rasoio. Batman e l'ispettore Gordon saranno impegnati a fermare una carneficina che ricorda molto quella di Jack the Ripper, anche per l'abitudine del killer di lasciare messaggi scritti col sangue.

Penalizzato da inneschi tutt'altro che originali, è un racconto comunque ben narrato, molto violento e con un'atmosfera assai cupa. Non mancano alcuni sperimentalismi tecnici, come alcune parti scritte alla stregua di una sceneggiatura che si alternano al testo standard.


Dietro questi quattro racconti, a mio modo di vedere i migliori dell'antologia, vi sono un trio di storie sufficienti grazie alla discreta dose di azione. Tra queste piace soprattutto Command Performance (Esecuzioni a Comando) di Howard Goldsmith. Scrittore tra i meno noti dell'antologia (suoi racconti sono stati pubblicati in italiano in appendice a un volume Urania, in un paio di antologie della Mondadori e soprattutto in volumi della Garden Editoriale, compresa la serie Horror Story), propone un giallo assai ben gestito sia nell'intreccio, che negli sviluppi e nei dialoghi. Purtroppo manca del tutto la componente fumettistica e fantastica. Batman, addirittura è in secondo piano, sostituito da Dick Grayson – Robin – nei panni di un giornalista di sedici anni che decide di avviare un'indagine per venire a capo dello strano comportamento di una vecchia compagna di scuola fermata dalla polizia con l'accusa di furto. Al centro del mistero vi è un giro di droga e di furti su commissione compiuti da tossici manipolati da un ipnotizzatore che li usa per svaligiare gioiellerie. Storia quadrata, ben cadenzata da Goldsmith. Raggiunge il suo apice nello spettacolo di mentalismo condotto dal villain nonché nelle peripezie all'interno di un'abitazione trasformata in una vera e propria casa degli orrori sul modello di quelle dei lunapark. Debole e frettoloso l'epilogo (peccato).


Non male The Origin of the Polarizer (La Comparsa del Polarizzatore) di George Alec Effinger, valido autore sci-fi vincitore del Nebula e dell'Hugo. Ha il merito (insieme a Collins) di avvicinarsi alle atmosfere del fumetto. In prima battuta crea un villain di una certa forza, munito di maschera e costume. Una soluzione questa che potrebbe apparire logica per un'antologia su Batman, ma che invece nelle storie selezionate da Greenberg latita. Protagonista è un giovane studente a caccia di fondi per pagarsi le rette universitarie, particolarmente abile in congegni elettronici, che decide di darsi al crimine. Convinto (a ragione) di aver compreso le identità di Batman e Robin (non si capisce come in tutta Gotham nessuno riesca a identificarli), riesce a sabotare le attrezzature della coppia in modo da prendersi gioco di loro e mettere a segno un paio di furti. Buona l'azione, tra inseguimenti automobilistici e scazzottate, purtroppo il tutto viene rovinato da un finale dove l'antagonista – assai narciso – assume condotte assurde che lo portano a farsi prendere dai due eroi nonostante i tanti vantaggi acquisiti. Vista la conclusione, il fatto che si definisca un genio lascia a desiderare.


Un'altra storia giostrata sull'azione e su un soggetto piuttosto quadrato è Batman in Nighttown (Batman nella Città di Notte) del binomio Karen Haber e Robert Silverberg. Anche qua, con Silverberg, siamo alle prese con un colosso della fantascienza americana che non necessita di presentazioni, mattatore della serie Urania e non solo. Come avvenuto per Goldsmith, viene meno il taglio fumettistico e si assiste a una lotta tra Batman – vestito da demone rosso – e un usurpatore che si muove proprio nelle vesti di Batman. Tutto ha inizio a termine di una festa in maschera, tenuta presso la villa di Bruce Wayne, che si conclude col furto di una serie di gioielli. A compiere il colpo è stato un invitato sconosciuto vestito da Batman. Inseguimenti notturni, accessi in bettole tra prostitute e ricettatori fino al tragico epilogo dove emergerà la natura dell'impostore: un giovane disturbato che sognava di sostituirsi all'uomo pipistrello. Prova di mestiere, con ottime descrizioni ambientali (sia interne che esterne) che si dipana senza scivoloni ma anche senza momenti di particolare lustro.


Questi sette racconti sono il meglio dell'antologia che, per l'altra metà (due storie addirittura tagliate nell'edzione italiana) non entusiasma. Certo ci sono degli interessanti sperimentalismi. A esempio The Batman Memos (I Promemoria di Batman) di Stuart M. Kaminsky, scrittore alla prima pubblicazione in Italia, è costituito da una serie di promemoria che ricostruiscono il tentativo di un produttore della Hollywood dei primi anni quaranta di ottenere la liberatoria da Batman per portare in scena le sue avventure (evidentemente spacciate per casi di cronaca nera). Kaminsky inserisce sulla traccia principale una sottotraccia (debole) che verte sul rapimento di un'attrice, sotto contratto del produttore, che verrà liberata proprio dall'uomo pipistrello. Non male nel complesso, soprattutto per i risvolti metanarrativi, ma non certo per l'intreccio giallo (assai mediocre). Su questo spunto finale si muove anche “sua maestà” Isaac Asimov, forse il meno ispirato del lotto. Il suo Northwestward (Verso Nordovest) è un classico racconto del ciclo “I Vedovi Neri” di cui riprende tutte le caratteristiche del ciclo, peraltro riproposte dal nostro Bellomi per la sua serie Gli Enigmi del Club Pigreco. Bruce Wayne diviene un personaggio davvero esistente, ormai di settantenne, che ha ispirato il Batman dei fumetti. Dunque l'eroe mascherato nel racconto di Asimov non esiste, ma lo stesso non può dirsi di Alfred e della villa del magnate. In assenza di Batman, dunque, non resta che narrare nel corso di una cena un episodio del passato legato al comportamento di uno dei tanti dipendenti di Wayne, durante il trasporto di un gadget dall'inestimabile valore. Cosa si celava dietro il comportamento dell'uomo? Ai commensali il compito di risolvere il giallo (del tutto privo di interesse). Addirittura, a mio modesto parere, è il racconto peggiore dell'antologia.


Altri due racconti in cui Batman non viene menzionato sono Neutral Ground (Terreno Neutrale) di Mike Resnick e Idol (Idolo) di Ed Gorman. Nel primo il protagonista è il gestore di un piccolo negozio che rifornisce i personaggi in maschera della città. Si capisce di chi si sta parlando solo perché il racconto è inserito in un'antologia dedicata a Batman, altrimenti tutti i riferimenti risulterebbero incomprensibili. Si intuisce così che il primo cliente del protagonista è proprio Batman, mentre il secondo è L'Enigmista. Entrambi richiedono gadget e accessori personalizzati per i loro costumi. Tutto qua, senza risvolti narrativi. Assai poco per uno scrittore più volte apprezzato nella serie Urania. Similare, ma più contorto, è Idol (Idolo) di Ed Gorman – altro scrittore alla prima pubblicazione in Italia – strutturato in modo frammentario e incentrato su un ragazzo convinto di essere messo in ridicolo da un soggetto che si spaccia per lui stesso (intuiamo essere Batman, perché altrimenti la storia non avrebbe senso di essere stata selezionata). La salute mentale del giovane deflagrerà nel corso degli anni, al punto da indurlo a uccidere la madre e persino Batman che reputa essere un suo usurpatore. Farraginoso.


Struttura raffazzonata anche per il giallista Edward Hoch con l'action The Pirate of Millionaires' Cave (Il Pirata della Cala dei Milionari), che vede Bruce Wayne pensare bene di fungere da esca per sgominare una banda di pirati (!?) che assaltano gli yacht ormeggiati nella baia di Gotham. Decisamente inverosimile, seppur con qualche momento visionario di un certo spessore. Non all'altezza del suo autore.


CONCLUSIONI

Antologia sotto le attese, inutile girarci intorno. Visto il personaggio – forse all'epoca non ancora forte quanto lo è adesso – si poteva e si doveva fare meglio. Manca la fantasia nonostante il coinvolgimento di una squadra di primissimo piano. Si preferisce proporre soggetti giallo/polizieschi in cui la figura dell'eroe mascherato potrebbe tranquillamente essere sostituita da un ordinario detective o da un uomo d'azione. Sono rarissimi i contenuti in linea al fumetto (Collins, Effinger, in parte Sheckley, Lansdale e Slesar), sacrificati in favore di un taglio realistico. Rischia, per tali motivi, di deludere i fan del fumetto e dei film, nonostante i racconti siano di facile fruibilità e garantiscano sufficiente intrattenimento. Non è tra le migliori antologie curate da Greenberg.

 
La copertina originale.
  
“Ancora oggi c'è della gente che ritiene Batman una specie di schizofrenico, con impossibili manie di grandezza. Altri invece pensano che Batman non sia altro che un'invenzione dell'immaginazione fervida di qualcuno. A Batman non importa nulla. Intende lasciare che i criminali di questo mondo continuino a vivere nel paradiso degli sciocchi, fino alla notte scura in cui vedranno l'ombra nera delle ali di pipistrello stagliarsi contro il cerchio della luna gialla.” (Henry Slesar).