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mercoledì 22 luglio 2026

Recensione Narrativa: UN'OMBRA NELL'OMBRA di Pier Carpi.

Autore: Pier Carpi.
Anno: 1974.
Genere: Horror / Occulto.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2026.
Pagine: 294.
Prezzo: 17.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

INTRODUZIONE

Con Un'Ombra nell'Ombra torna sul mercato un autentico capolavoro dimenticato della narrativa horror esoterica italiana, un sottogenere assai scarsamente frequentato dagli scrittori nostrani e che trovava invece forte presa nell'Inghilterra della prima metà del novecento (Arthur Machen, Dennis Wheatley, Aleister Crowley, Dion Fortune, William Butler Yeats e via dicendo). Lo firma il poliedrico e discusso Pier (Arnaldo) Carpi, che attinge a piene mani dalla propria esperienza personale, da conoscenze dirette e indirette legate a certi riti iniziatici e soprattutto dai suoi saggi Storia della Magia (1968), Le Società Segrete (1968), I Mercanti dell'Occulto (1973) e Abracadabra (1974).

Cresciuto in un orfanotrofio maschile di Reggio Emilia (si registrano echi in Un'Ombra nell'Ombra), Carpi sviluppa un background fortissimo, fatto di passione e studio, che sfocia nel romanzo qui in esame, edito nel 1974 dalla mitica Editrice Nord nella collana Arcano, casa specializzata in fantascienza, poi trasposto al cinema (abbastanza fedelmente) nel 1979 dallo stesso Carpi. Un'opera che definirei cardinale nell'assai poco sviluppato e osteggiato mondo dell'horror e del magico italiano, tanto da non essere stata reputata sufficiente dagli autori del saggio Guida ai Narratori Italiani del Fantastico (Odoya) – saggio che, si badi bene, si è aggiudicato il Premio Italia - per dedicare una specifica scheda all'autore (citato solo in un capitolo in cui si polemizza beceramente su Gianfranco De Turris, in un'ottica di improduttivo campanilismo politico). A distanza di oltre cinquant'anni, l'Agenzia Alcatraz, reale perla dell'editoria italiana legata all'horror europeo del novecento, ripropone il volume corredato dalla prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini, autori del pregevole (e ovviamente poco celebrato) saggio Fantastico Pier Carpi! (2025) edito dalla piccola Yorick, e dalla postfazione del dominus di Nocturno Davide Pulici. Un'uscita dunque doverosa e meritoria di essere plaudita e premiata, che arriva a ventisei anni dalla prematura morte dell'autore, scomparso a sessant'anni nel giugno del 2000.

Pier Carpi è stato un autore poliedrico e discusso, dapprima giornalista e satirico, nonché scrittore di racconti per Intrepido e Monello, poi divenuto popolare tra i cultori di fumetti, grazie alle sue collaborazioni per Topolino, Superman, Batman, Diabolik, Martin Mystère, Zona X e molti altri. Ha altresì creato personaggi quali Zakimort e Teddy Bob poi protagonisti di specifiche collane. Vignettista umoristico per le serie Mondadori dei gialli e per Segretissimo, fu tra i fondatori nel 1970 del mensile di cinema e fumetti Horror. Un curriculum che delinea il profilo di un grande specialista di cultura popolare italiana, che ha altresì tentato la via della regia cinematografica, dirigendo tra il 1975 e il 1979 due film, e della regia teatrale. Al suo attivo vanta numerosi premi (tra cui il Bancarella), sia per il giornalismo che per le fiabe, oltre che per i saggi. Autore di quattro romanzi, tra cui il qui presente Un'Ombra nell'Ombra, oltre di Romanzo di Diabolik (1969) e di racconti come La Morte del Duce, inserito in Fanta-Italia (1972) a cura di Gianfranco De Turris, Vittorio Curtoni e Gianni Montanari.

Nel 1977 finisce sulle pagine di tutti i giornali per l'avvistamento di un UFO, creando un polverone che induce giornalisti internazionali a recarsi sul posto, seguiti dalle forze dell'ordine.

Un nome dunque molto in vista nelle edicole, che trova tuttavia la sua linfa da un mondo assai più oscuro e culturalmente “oligarchico”. La sua vera passione e vocazione, infatti, risiede nella ricerca nell'occultismo e nell'esoterismo, con presa critica diretta a smascherare i ciarlatani, facendone – probabilmente – una delle figure più preparate in Italia nella seconda metà del novecento. Un'ossessione che lo portò ad avvicinarsi o a essere avvicinato da certi mondi esoterici, tanto da diventare grande amico di Licio Gelli, il Maestro Venerabile della Loggia Massonica P2, di cui Carpi dichiarò di non farne parte (e infatti non fu coinvolto negli strascichi giudiziari). Fu membro di società teosofiche, dando vita a un gruppo Teosofico da lui presieduto che aveva sede a Reggio Emilia. Amicizie e rapporti che finirono (vergognosamente) con il decretarne la messa al bando. Penalizzato oltremisura e non più messo in condizione di pubblicare, fu vittima di un ostracismo che ne comportò l'emarginazione dagli ambienti dell'intellighenzia. La figura di Carpi esce dai radar dopo lo scandalo P2, periodo in cui l'autore pubblica uno sparuto numero di saggi sui maestri venerabili, P2, oltre i saggi Il Diavolo: I Riti, I Sabba, Gli Esorcismi, Tutti i Segreti e i Patti Satanici (1988) e Gesù Contro Cristo: tra magia e mistero, il romanzo che svela i segreti del Vangelo (1997). Deceduto per attacco cardiaco, le sue opere finiscono con l'acquisire l'alone di culto divenendo preda di collezionisti e cultori.

Di lui i prefattori del libro scrivono: “Pier Carpi non era uno scrittore come gli altri. La sua figura sfugge alle classificazioni lineari: autore pop e insieme elusivo, narratore capace di muoversi tra fumetto, cinema, giornalismo e narrativa. Carpi costruì nel tempo un personaggio pubblico che sembrava un riflesso delle sue stesse storie”.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Penso di poter definire Un'Ombra nell'Ombra uno dei romanzi più inquietanti e solfurei che mi sia capitato di leggere, dove la presenza del maligno avvolge l'intera narrazione senza mai palesarsi in modo troppo esplicito. Siamo nel solco dei romanzi di Dennis Wheatley (penso a The Devils Rides Out) o di Arthur Machen (penso a The White People), ma anche di opere come Alraune di H.H. Ewers o The Omen di David Seltzer (che è successivo). Carpi confeziona una potente storia sulla stregoneria nella Milano contemporanea, infarcita di simbolismi, rituali derivanti dai manuali di magia, rimandi alchemici (evidente la presenza dell'ermafrodito) e autobiografici (la parte ambientata nel collegio, l'isolamento nella società della streghe, la dannazione del soggetto dotato di “qualifiche” superiori) che portano il lettore a interrogarsi sul significato dell'esistenza in un'ottica di contrapposizione tra bene e male, visti però in un accezione macheniana molto diversa dalla definizione comune e in un'ottica ascetica di ricerca dell'emancipazione dal ruolo di schiavo tipico dell'uomo “normale” verso uno sviluppo spirituale che conduca a un qualcosa di superiore. In altre parole, è un classico romanzo massonico, dove si assiste a una lotta intestina all'interno di una coven di streghe.

Carpi opta per una struttura atipica, che si sviluppa in modo blando tra momenti di vita quotidiana a Milano e con interruzioni (talvolta oniriche) che spezzano le parti più squisitamente horror e forniscono un andamento non lineare alla vicenda. Non si tratta pertanto di un romanzo del terrore di valenza commerciale. Carpi fa filosofia per tramite di personaggi bizzarri (la figura del giovane professore o del prete che ha smarrito la fede e redarguisce un gruppo di fedeli che inneggiano alla Chiesa dei poveri) ricercando finalità nobili ed elevate. Il suo è un romanzo dedicato ai perdenti, malinconico e antieroico. Non si rivolge ai ragazzini né si ispira alla narrativa americana scuola Blatty (penso a The Exorcist), da cui pure attinge (lotta madre e figlia, esorcismi qua pagani). Le ispirazioni, per impostazione e contenuti, arrivano dalla narrativa inglese di inizio novecento, quella creata dagli autori scuola Golden Dawn o società affiliate. Un'operazione che Carpi gestisce in modo magistrale, regalando un mix di erotismo blasfemo (tanti nudi femminili) in cui si assiste a un'originale compenetrazione tra sacro e profano impreziosita da momenti filosofici e da una visione “positiva del male” quale chiave di lettura per ritrovare la fede perduta (il romanzo può anche essere letto come un atipico romanzo religioso). Non mancano prese di posizioni sulla magia, con superamento della dicotomia tra magia bianca e magia nera. "Non ci sono più roghi per noi; ma la società ha sostituito, in gran silenzio, ai roghi, la morte civile. La nostra stessa natura ci isola. La gente ci evita, ci odia. Ogni tipo di amore, ci è precluso. Non è una scelta nostra, è una scelta degli altri."

Un'Ombra nell'Ombra è dunque un autentico capolavoro di valenza internazionale, specie se si valuta nell'ambito della narrativa del terrore italiana. Pochi romanzi nostrani di genere possono tenerne il passo (francamente lo definirei il migliore in assoluto nel genere). Carpi qui fa paura e lo fa con una ragazzina diabolica che anticipa di due anni l'ideazione del Damien cinematografico (vedere le parti a scuola, riprese da La Maledizione di Damien) con continue allusioni sataniche (il diavolo c'è e come ed è l'ombra nell'ombra) fatte di urli, berci, poteri sovrannaturali e mosche portatrici di vita e, al contempo, di morte. Al di là di quanto detto, il romanzo è altresì carico di una valenza che potremmo definire legata alla figura della new woman (tema caro a certi autori del blocco Golden Dawn, basti citare Bram Stoker), in un'ottica capovolta. La dicotomia tra madre e figlia, ovvero le due protagoniste contrapposte del romanzo, evidenzia il superamento della donna sottomessa e abbandonata a sé stessa, in favore di un modello combattivo, egoistico, che rigetta la coppia vedendo nella solitudine la via per l'evoluzione nella consapevolezza di sé stessi e dei propri poteri. La bambina posseduta qua non è vittima del demonio, ma ne diviene emblema di potenza e di affermazione. Si supera quindi l'impostazione mariana della donna coraggiosa che vince il male in nome della famiglia, rendendosi quale forza trainante del gruppo, a beneficio di un'impostazione nichilista (da evidenziare il monologo che il professore fa al cospetto delle prostitute).

A chi è dunque consigliata la lettura? Sicuramente agli amanti della narrativa del terrore di serie A, ovvero quello "esoterico" e letterario che cerca di andare oltre il genere e di interrogarsi sui grandi misteri spirituali dell'uomo. Interessante anche per gli estimatori di un certo erotismo blasfemo o per chi ricerchi romanzi diabolici. Si tengano alla larga coloro che, invece, apprezzano l'esclusivo intrattenimento o un'impostazione pulp, poichè lo troverebbero insulso e pesante non potendone apprezzare i contenuti iniziatici.  

L'autore Pier Carpi.

"Avete cercato di possedere certe cose solo per inserirvi in questo mondo, per trovare spazio tra la gente che suda e vi odia, che vi emargina e vi uccide. Voi avete scelto di essere vittime, io sarò carnefice. Io non voglio entrare tra la gente. Non voglio essere emarginata. Mi rendo solitaria e forte. Non voglio essere colpita, colpirò. E prima di tutti te e quelle come te."

giovedì 14 maggio 2026

Recensione Saggi: SETTE SATANICHE di Mastronardi, De Luca e Fiori.

Autori: Vincenzo Mastronardi, Ruben De Luca e Moreno Fiori.
Anno: 2006.
Genere: Saggio Criminologico.
Editore: Newton Compton Editori.
Pagine: 446.
Prezzo: 19.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Preso appena uscì in libreria e riletto a distanza di venti anni dalla prima volta, Sette Sataniche resta il migliore libro mai pubblicato in Italia d'impronta criminologica sull'argomento satanico. È opportuno premettere che non si tratta di un libro sul diavolo nella religione, nell'arte e nel cinema, come Il Grande Libro di Satana (2022) di Danilo Arona edito da Mondadori né di un saggio antropologico come Il Diavolo (Newton & Compton) di Alfonso Di Noia, ma di un'applicazione della branca satanica alla criminalità. Sebbene risulti firmato a sei mani, l'anima del progetto è senza dubbio da individuare in Ruben De Luca, all'epoca già il migliore ricercatore di criminologia (per valore divulgativo) che sia mai stato presente in Italia. Ricordo che nel 2003/04 mio zio, sapendo che ero alla ricerca del volume (un capolavoro assoluto) Anatomia del Serial Killer 2000 (Giuffré Editore), girò tutte le librerie di Pisa per ricercare il libro salvo poi rivolgersi direttamente alla rivendita autorizzata dell'editore in città perché (all'epoca) certi volumi erano considerati accademici e Feltrinelli declinava l'ordine. I saggi criminologici di De Luca non sono mai stati derivativi, ma si sono sempre caratterizzati per un impulso innovativo e personalizzato, in altre parole si distinguevano dalla massa e non solo per la quantità di materiale debordante persino rispetto ai volumi provenienti dall'estero. A quei tempi recuperai un numero infinito di questi saggi (ne avevo più io che la facoltà di Giurisprudenza di Pisa), tra i quali Delitti Rituali (Centro Scientifico Editore) di Angelo Zappalà e Criminal Profiling (McGraw Hill) di Massimo Picozzi. Ebbene, nessuno riusciva a raggiungere il livello dei volumi di De Luca, sempre attento ad adottare un linguaggio e una delineazione della materia che restasse a metà strada tra l'accademico e il popolare, così da rendere popolare senza banalizzare la materia. Non a caso il suo approccio ha finito con l'interessare un editore “commerciale” come la Newton & Compton. Sette Sataniche, quando uscì, peraltro con la collaborazione del professore Vincenzo Mastronardi (psichiatra e direttore della cattedra di Psicopatologia forense presso La Sapienza Università di Roma), fu un qualcosa di mai visto in Italia. Un volume magnifico, come lo sono i volumi di De Luca (purtroppo, poi, allontanandomi dalla criminologia non ne ho più seguito la carriera ma, come si dice in C'era una volta in America,un cavallo vincente si vede alla partenza”), che affronta la tematica con un mix vincente tra cronaca nera (la seconda parte è interamente dedicata al Mostro di Firenze) e approccio più squisitamente saggistico con definizioni e classificazioni. Il satanismo viene spulciato da ogni punto di vista, soprattutto in una modalità congeniale al tema d'interesse che è l'applicazione sul versante criminologico (ma non solo). Il taglio espositivo è pratico, valido per un lettore comune ma anche per gli operatori di polizia con suggerimenti di indagine e collegamenti ai reati del codice penale di solito commessi dagli aderenti delle sette. Non manca una rapida panoramica sulle varie sette assimilabili alle sataniche che operano nel mondo (dal vudù alla santeria, passando per macumba, palo mayombe e via dicendo) senza mai dimenticare il collegamento diretto con i fatti e la casistica offerta dalla cronaca nera. Una parte, probabilmente a cura di Moreno Fiori (dottore in teologia e demonologo), di matrice occulta è persino dedicata alla stregoneria e ai suoi riti.

Un libro magnifico che non può mancare nella libreria dei cultori di criminologia, anche per la sua particolarità applicata al satanismo. A ogni modo, quando vedete un saggio criminologico che porta la firma Ruben De Luca, non abbiate dubbi: vale sempre l'acquisto.

 
Ruben De Luca,
l'anima del progetto.
 

martedì 23 settembre 2025

Recensione Narrativa: UN POSTO CHIAMATO DAGON di Herbert S. Gorman.

Autore: Herbert Sherman Gorman.
Titolo Originale: The Place Called Dagon.
Anno: 1927.
Genere: Horror.
Editore: Dagon Press (2024).
Pagine: 246.
Prezzo: 15,90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Ottima proposta della Dagon Press che riscopre un romanzo uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1927 con menzione d'onore nel celebre saggio Supernatural Horror in Literature di Howard P. Lovecraft. Il Solitario di Providence dedicò un breve cenno al testo, sei righe appena in cui, pur non reputando troppo “sapiente ed equilibrato” il tutto, definì The Place Called Dagon una cupa storia, di un angolo appartato del Massachusetts, assai efficace”.

In effetti il lavoro di Herbert Gorman, giornalista dell'Herald Tribune e del Times noto soprattutto come biografo di scrittori classici (Joyce e Hawthorne) e recensore di narrativa, riesce a creare atmosfere molto inquietanti e avvolgenti seppure allusive. Nonostante il titolo e le ambientazioni del New England possano fare pensare a Lovecraft, non siamo alle prese con un cosmic horror. The Place Called Dagon è piuttosto un romanzo sulla stregoneria, quello che oggi definiremmo un folk horror alla The Witch (2015), pellicola cinematografica diretta da Robert Eggers. È l'ambientazione rurale, marcia e umida, la vera protagonista della vicenda. Ci troviamo nell'immaginifica Marlborough (come le sigarette), un piccolo villaggio composto da contadini sospettosi e schivi con i forestieri. Gorman chiama in causa grimori di sulfurea provenienza, discendenti dei profughi di Salem e un telaio di soggetto in cui la banale quotidianità maschera una vita segreta fatta di rituali, sabba e culti dionisiaci in onore di Satana (proprio lui). Ecco che si entra nell'alveo dell'horror di estrazione cattolica, con un plot che anticipa, più che Lovecraft (ricordato per il substrato fatto da una popolazione chiusa in odore di accoppiamenti incestuosi), la narrativa di Dennis Wheatley (1897-1977). Il romanzo infatti è assai simile al celebre The Devil Rides Out (“Il Battesimo del Diavolo, ”1935) – qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2021/08/recensione-narrativa-il-battesimo-del.html – e ai romanzi popolari tipici della narrativa di Libero Samale (alias Frank Graegorius). Abbiamo infatti la presenza di un giovane dottore, originario di un'altra città, che indaga sulla popolazione locale finendo per essere preda dei corteggiamenti di due donne contrapposte (l'ingenua e debole santarellina da una parte, la carismatica e provocante diabolica dall'altra). Tutti i fili della storia sono tuttavia tirati da un villain di crowleyniana memoria (che cerca di teorizzare un nuovo credo basato sul culto della volontà fino a proporsi quale nuovo Dio) dedito ai riti magici e allo studio di una sconfinata biblioteca incentrata sull'occulto (con tanto di titoli citati, un po' come in Italia aveva fatto nel 1921 Hakim De Medici col suo Gomoria). "Non c'è il male e non c'è il bene ma un solo scopo e quello scopo è il dominio della volontà sulla materia, il potere di regolare il tempo con l'esercizio della volontà" (insomma non troppo dissimile dall'adagio di Aleister Crowley "fai tutto ciò che vuoi"). Anche l'epilogo della storia è in linea con il famoso romanzo di Wheatley grazie a un crescendo finale in cui c'è da salvare la giovane santarellina dal sacrificio satanico nel corso di un sabba. Niente di nuovo, dunque, se letto al giorno odierno, ma interessante per l'epoca.

Gorman paga qualcosa sul piano della gestione della storia. Pur se elegante e interessato a filosofeggiare sui misteri della vita e dell'occulto proponendo la contrapposizione tra sopranormale e soprannaturale, fatica nel gestire la narrazione per effetto di un'impostazione spiccatamente teatrale fatta di ambientazioni interne e di lunghi dialoghi in cui si spiega quanto successo in passato. Ne viene fuori un romanzo molto verboso, gestito ad ampissimo respiro con alcune banalità tipiche della narrativa da edicola (il protagonista che si innamora della ragazza di turno dopo un giorno di conoscenza e le giura amore eterno). Solo la parte finale e l'inizio sono caratterizzate dai giusti ritmi e da un'atmosfera capace di suscitare tensione. Resta comunque un ottimo romanzo, utile a tracciare le coordinate di una tipologia di orrore (quello occulto ed esoterico) che ai giorni nostri, purtroppo, è andato sempre più a sparire a beneficio di storie banali e di effettacci da bassa macelleria (si veda l'hardcore horror) o di un uso "volgare" e sociale del genere. I rimandi a streghe, processi di Salem e teste di caproni di baphomettiana memoria imperano e aiutano a fare guadagnare punti nella scala dei giudizi dei tradizionalisti, così come riescono a garantire alcuni risvolti voodoo (le bamboline trafitte da spilloni) e qualche cenno alla narrativa gialla (un omicidio irrisolto). Piacerà agli amanti dell'occulto. Bene ha fatto Dagon Press a proporlo per la prima volta al pubblico italiano.

La traduzione, del valido Bernardo Cicchetti, non è esente da refusi (ma ci si può passare sopra). Deludenti, anche rispetto ad altri libri dell'editore, le illustrazioni interne rappresentate da foto alquanto anonime. Calibrata, invece, la copertina. Consiglio l'acquisto.

 
La ristampa del 2003 dell'Hippocampus Press.
 
"Abbiamo due modi di classificare ciò che è strano e misterioso per noi... il sopranormale e il soprannaturale... Le invenzioni più ordinarie oggi sarebbero apparse soprannaturali trecento anni fa, mentre, quel tempo, erano semplicemente sopranormali, ed esistevano in quel territorio inesplorato fuori dalla comprensione e dall'osservazione di allora. Le cose che sembrano soprannaturali sono semplicemente in un nostro territorio inesplorato e domani o l'anno prossimo o nel prossimo secolo diventeranno per noi ordinarie."

mercoledì 9 agosto 2023

Recensione Saggi: HIERONYMUS BOSCH - Tutti i Dipinti a cura di Walter Bosing.

Autore: Walter Bosing.
Anno: 2014 (Edizione originale 1973).
Genere: Saggio Arte.
Editore: Taschem.
Pagine: 98.
Prezzo: 8,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Eccezionale rapporto qualità-prezzo per questo volume della Taschen Edizioni che illustra l'arte e la vita di Hieronymus Bosch come meglio non avrebbe potuto e in modo piuttosto completo.

I volumi d'arte della Taschen sono eleganti, infarciti di dipinti (a colori) e con larghi spazi critici in cui vengono trattate le opere di volta in volta mostrate.

Pittore complesso, famoso per le sue “diavolerie” ovvero per essersi inserito nel “sottogenere” dei Giudizi Universali avviati nel trecento dai vari Coppo di Marcovaldo e Giotto, con uno stile tutto medievale legato alla paura del peccato e alla convinzione circa la sussistenza nella vita di tutti i giorni degli influssi e delle tentazioni demoniaca, ma al tempo stesso innovativo, rivoluzionario e originale. I suoi trittici, tra i quali sono da menzionare - oltre quello del Giudizio Universale di Vienna – Il Trittico del Giardino delle Delizie, Il Trittico del Carro del Fieno e Il Trittico delle Tentazioni di Sant'Antonio hanno fatto scuola, continuando a influenzare fino al novecento pittori del calibro di Salvador Dalì. L'arte di Bosch è un mix di invenzioni allegoriche costruite su più livelli di comprensione e infarcite di brutalità e, al tempo stesso, di ironia. Bosch punta il dito sulla stoltezza e la faciloneria umana, evidenzia i sette peccati capitali quali forze corruttrici dei valori e motivo di declino delle anime verso le fiamme di un inferno da cui non è concessa redenzione. Tutto ha inizio con la cacciata dall'Eden, il momento in cui il peccato è entrato nella storia dell'umanità costringendo l'uomo a dover dimostrare a Dio di essere in grado di conquistare quel bramato paradiso perduto senza farsi abbindolare dalle tentazioni e dai piaceri della carne e del potere. Il diavolo altro non è che uno strumento di Dio, un ostacolo da superare facendo leva sugli insegnamenti del Cristo, unico esempio da seguire e imitare se si vuol ascendere. Dio è rappresentato alla stregua di un occhio che tutto vede e tutto giudica. L'orrore, la brutalità, il trionfo della lussuria, dell'avarizia e della morte sono solo parziali, poiché i grandi santi hanno mostrato la via verso il vero e unico Trionfo, quell'ascesa all'Empireo dipinta nelle Quattro Visioni dell'Aldilà.

Walter Bosing spiega tutto questo rivolgendosi a un pubblico non solo di esperti. I neofiti possono infatti avvicinarsi ai capolavori dell'arte senza paura di essere travolti da un testo denso e pesante. Le spiegazioni sono sintetiche quanto basta, non eccessivamente accademiche e si sposano alla perfezione con una veste editoriale che ha ben pochi rivali per la tipologia del prodotto offerto.

Prezzo basso, confezione elegante. Un must assoluto per gli appassionati di fantastico e di esoterismo, posto che Bosch era solito corredare le proprie opere di immagini iconiche che rimandano all'alchimia e agli arcani maggiori dei tarocchi. Un Maestro assoluto di cui è poco dato sapere e di cui molte opere non sono giunte a noi, mentre altre, oggetto di continue discussioni tra gli studiosi, sono risultate di difficile catalogazione temporale se non, addirittura, disconosciute o messe in dubbio.Un'occasione dunque da prendere al volo per accrescere le proprie conoscenze e, magari, innamorarsi dell'arte.

lunedì 24 aprile 2023

INTERVISTA A FAUSTO MARCHI

FAUSTO MARCHI AI NOSTRI MICROFONI. A cura di Matteo Mancini

 


A distanza di due anni, torniamo a incontrare l'amico di penna FAUSTO MARCHI, autore tra gli altri de La Vestale di Dagon (2018) e Rime Gotiche (2021). L'occasione ci è propizia per presentare e spendere alcune considerazioni sulla sua ultima fatica: il giallo Il Bacio del Crisantemo, uscito il febbraio scorso per la Susil Edizioni.


M.M.: Carissimo Fausto, ben tornato. Ho appena finito di leggere Il Bacio del Crisantemo e, avendo già letto alcune tue precedenti opere, l'ho trovato una perfetta sintesi di tutti i tuoi interessi. Il weird, la passione per l'arte pittorica, l'infatuazione per le sirene e i miti legati al culto di Dagon si ripropongono all'ennesima potenza, accompagnati da un pizzico di erotismo e dalle tue classiche “eroine” borderline. Nell'occasione, tuttavia, mi è sembrato di intuire uno spiccato omaggio a un ulteriore genere che ti è caro: l'hard boiled. Che ci dici al riguardo e quali sono i tuoi autori preferiti di questo genere?


F.M.: Ciao Matteo; prima di tutto ti ringrazio per l’eccellente analisi strutturale di mio ultimo thriller: veramente un notevole lavoro che rivela la padronanza della materia e la tua professionalità. Dunque, nel romanzo ricompaiano, come da te giustamente evidenziato, alcune tematiche a me care come la pittura decadente e simbolista, i soggetti lovecraftiani, il mare in tempesta, la sensualità femminile oscura e tentatrice; ma, in questo caso, invece di un horror, abbiamo di fronte un giallo, o meglio un thriller; non si tratta però del classico “giallo deduttivo” all’inglese, stile Agatha Christie tanto per intenderci, bensì un “giallo all’italiana” con chiari rimandi al genere “hard boiled” in voga negli Stati Uniti nel trentennio inizio Anni Trenta fine Anni Cinquanta. Si tratta di un filone nel quale chi indaga è, nella maggior parte dei casi, un detective non professionista oppure un normale cittadino coinvolto, suo malgrado, in una serie di avvenimenti criminosi dei quali deve far luce. I personaggi, in questo caso, sono dei “duri”, un po’ misogini, forti bevitori, generalmente in aperto contrasto con i metodi della polizia e via dicendo. Capostipiti di questo genere sono stati Dashiell Hammett e Raymond Chandler, poi Mickey Spillane, Henry Kane e Richard Prather, i quali ne hanno esasperato i toni, incrementando la violenza e aggiungendo una buona dose di sesso.


M.M.: Come è arrivata la scelta di pubblicare con Susil Edizioni e che percorso editoriale ha fatto Il Bacio del Crisantemo?


F.M.: Inizialmente ho inviato i file del romanzo, insieme alla sinossi e una breve mia biografia a tutte le maggiori case editrici e poi anche alle cosiddette “medie”; dalle prime non ho avuto alcuna risposta - probabilmente per i motivi che poi spiegherò nella domanda numero undici -, dalle seconde, invece, ho ricevuto qualche confutazione, peraltro negativa o evasiva, per cui ho dovuto rivolgermi alle piccole case. Di quest’ultime la Susil, la quale mi aveva già pubblicato Rime Gotiche, si è sempre distinta per l’ottima grafica, la professionalità e la correttezza, cosa che mi ha convito ad affidarmi di nuovo a essa.


M.M.: Nei primissimi capitoli del romanzo dedichi uno spaccato ad alcuni quartieri capitolini, un po' sulla scia di opere come L'Arte del Vagabondaggio di Arthur Machen. So tuttavia che ti sei ispirato anche a testi francesi per questi passaggi. Quanto ti affascina il vagare per le vie urbane, cercando di intravedere quei dettagli che sfuggono ai comuni cittadini sempre più assorbiti dalla frenesia di tutti i giorni? C'è un po' di te nel protagonista?


F.M.: Certamente un esteta come me, amante del Decadentismo e del Simbolismo, ha nel suo codice genetico il desiderio di vagare per la metropoli alla ricerca di luoghi insoliti, fuori dal cosiddetto “circuito” turistico; d’altronde, il personaggio del “flaneur” è un termine francese che il grande poeta Charles Baudelaire rese noto. Il girovagare senza fretta, in modo quasi ozioso, è diverso dalla visita progettata e finalizzata verso un determinato monumento o museo; il filosofo Walter Benjamin analizzò con cura questo comportamento, che ritroviamo anche nello scritto dello svizzero Robert Walser “La passeggiata” e, se non erro, nella descrizione di Lisbona fatta da Fernando Pessoa.



M.M.: Già ne La Vestale di Dagon ti eri divertito a immaginare una contaminazione tra il mondo di Lovecraft e l'Italia. Qua cerchi di fare lo stesso, pur velando il tutto ricollegando i riferimenti a idoli pagani di derivazione fenicia e siriaca. Che ci dici del quartiere al centro del mistero, dove ha sede l'antiquario da cui fuoriescono il quadro e il coltello sacrificale su cui lavoreranno i due protagonisti della storia? E' un quartiere di tua invenzione letteraria?


F.M.: Certo, si tratta di un quartiere di pura invenzione, ma con descrizioni anche storiche e artistiche che gli ho fornito per farlo apparire il più possibile autentico. D’altronde anche Lovecraft nella Maschera di Innsmouth e in altri racconti - tra i quali L’orrore di Dunwich - ha fornito precise descrizioni delle cittadine e dei luoghi, cosicché appaiano vere. Un quartiere fatiscente di Roma di mia invenzione mi è sembrato il luogo adatto per ambientare l’inizio del romanzo, un luogo ove avvengono i due delitti, ma poi il thriller si snoda nella Roma autentica, quella reale, con i suoi ristoranti, i suoi musei, i suoi monumenti, il suo traffico e i suoivizi, nei quali la coprotagonista Coppelia si muove molto bene.



M.M.: Il giallo e il mondo della pittura. Da dove hai preso l'idea del pittore maledetto del testo, il russo Ivan Ostrosky, che cela indizi nelle sue opere per condurre i critici a mettere mano su un tesoro sepolto?


F.M.: Beh, in effetti c’è un pittore russo, realmente vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, al quale mi sono ispirato per descrivere Ivan Ostrosky, si tratta di Nicholas Kalmakoff; costui, di nobile famiglia russa, nacque però in Italia, a Nervi, poi comunque si trasferì a San Pietroburgo, ove rimase fino alla Rivoluzione. In quella città venne in contatto con il gruppo “Mir Isskoustva”, un movimento artistico russo vicino al simbolismo e all’art noveau. Kalmakoff disegnò alcune scenografie per la Salomè di Wilde, ma queste opere erano troppo sensuali e realistiche per cui ebbe guai con la polizia. In quel periodo incominciò anche a interessarsi alla demologia e frequentò alcune sette eterodosse come gli “Skopzi” e i “Chlysty”, setta quest’ultima alla quale sembra appartenesse anche Rasputin. Molto visionario si convinse profondamente dell’esistenza del diavolo e lo raffigurò in molte sue opere; inoltre, per lui, la femmina era l’essenza del Maligno e la bellezza il suo tramite. Nel 1924 si trasferì in Francia ove visse sempre più in ristrettezze economiche, fino addirittura in un ospizio dei poveri, ove morì, in preda alla follia, nel 1955, solo e dimenticato. Indubbiamente, uno di quei personaggi che mi attraggono in maniera morbosa. Di lui ho inserito un paio di riproduzioni dei suoi dipinti.

 


M.M.: La struttura de Il Bacio del Crisantemo è molto prossima al cosiddetto sottogenere del whodunit e l'ho trovata affine alle strutture dei gialli argentiani degli anni settanta, quelli dove la polizia resta ai margini della vicenda e due personaggi improvvisati, come la Nicolodi e Hemmings di Profondo Rosso, tirano le fila delle indagini. Cosa puoi dirci al riguardo e quali sono state le tue fonti di ispirazione?


F.M.: Come tu affermi in effetti nei thriller di Dario Argento l’apporto della polizia è minimo e ridotto a puro corollario dell’indagine che, volente o nolente, il protagonista conduce per conto proprio; anche nel genere hard boilled statunitense degli Anni 50 e 60 l’investigazione è portata avanti da un detective solitario, il quale il più delle volte non collabora con le forze dell’ordine o, addirittura, è in contrasto con queste ultime. Io mi sono districato tra questi due generi nello scrivere il thriller, il quale giostra anche sull’inquietante mistero del quadro e sulla psiche contorta dei personaggi femminili.



M.M.: Come già ne La Vestale di Dagon, si nota un tuo culto per il cibo esotico e particolare, qua addirittura per gli alcolici, i cocktail e le specialità messicane. Non a caso dedichi molti momenti alla descrizione culinaria. È una scelta legata a una tua passione per la cucina oppure risponde ad altri motivi, magari a un tentativo di rallentare le descrizioni e far respirare la vicenda con inserti distesi sulla scia degli insegnamenti lasciati da un regista del calibro di Alfred Hitchcock?


F.M.: No, non c’è alcuno escamotage finalizzato ad allungare il romanzo; sono sempre stato attratto dalla cucina raffinata e dall’enologia. A casa ho una discreta collezione di vini rossi italiani, ma anche francesi, cileni, spagnoli, sudafricani e mi diletto nel preparare piatti elaborati. La cucina francese, per la sua decadente raffinatezza mi ha sempre affascinato e a Pasqua di quest’anno ho proposto alcune specialità d’oltralpe. Per quanto riguarda i cocktail, quest’ultimi, indubbiamente, si riallacciano al discorso del giallo “hard boilled”, ma devo aggiungere che mi hanno sempre attratto per l’ingegnoso mix di sapori ed è il mio modo preferito di bere superalcolici. E poi sono uno snob senza attenuanti: quando fumavo (ho smesso trenta anni fa) acquistavo solo sigarette di classe come le Dunhill o le Silk Cut, oppure tipo “orientale”, cioè quella a sezione ovale e prive di filtro, con il pacchetto a “cofanetto”, come le Serraglio, le Turmac o le Macedonia, che ormai, con l’appiattimento della globalizzazione, non si trovano più; per quanto riguarda i profumi cerco ancora marche “retro” come Habit Rouge, Lancetti Uomo , Arden for Men, tanto per citarne alcuni…mi piacerebbe Canasta di Jacques Fath ma è quasi introvabile, anzi ne esiste uno negli USA ma costa 370 euro! Se fossi ricco non acquisterei mai una Jaguar, bensì una Daimler, che è identica alla Jaguar ma più di élite, anche se ormai è stata inglobata nella più celebre casa automobilistica. Per finire sono un appassionato della cosiddetta “rasatura tradizionale”, infatti uso i classici rasoi di sicurezza tipo “Gillette” a monolama cambiabile, adopero saponi da barba aromatici da montare nella ciotola con il pennello e after-shave ricercati. In effetti mi atteggio a un dandy decadente!



M.M.: Ti sei inoltre ispirato a certi vezzi della letteratura gialla di inizio Novecento. Penso a tutte quelle storie incentrate su figure di detective, quali Sherlock Holmes di Conan Doyle o il principe Zaleski di Matthew P. Shiel, che ricorrono a droghe e nonostante questo sono acuti indagatori. Qua abbiamo una coprotagonista che fuma oppio ed eroina. Una scelta piuttosto coraggiosa alla luce del perbenismo bigotto dei tempi moderni. Come giustifichi questa tua mossa controcorrente?


F.M.: Caro Matteo, a me le donne “borderline” mi hanno sempre morbosamente attratto; per dirla alla Vasco Rossi direi “donne in cerca di guai” perché incasinate in situazioni estreme che loro stesse hanno generato. Quando militavo nell’Ordo Templi Orientis (che ho lasciato successivamente non essendo in linea con le loro tematiche) ne ho conosciute parecchie: belle, seducenti, coperte di tatuaggi, con piercing anche sui genitali, ma vere e proprie mine vaganti! La donna può essere via di salvezza o fonte di perdizione, ma i miei personaggi maschili incontrano sempre le prime, anche se non ne vengono coinvolti. Conobbi tanti anni fa una giovane che aveva lavorato, qui a Roma, in uno studio sadomaso, una tipa molto affascinante che ricordava vagamente la Valentina di Crepax e che ispirò il personaggio di Rosaspina del mio primo romanzo di scavo psicologico “La casa del gufo” che tu non hai letto. Anche la Coppelia del thriller si rifà a lei, però solo parzialmente.


M.M.: Noto la particolare scelta dei nomi dei personaggi, tutti piuttosto ricercati tra nomi libanesi e altri legati a opere di Clement Philibert Lèo Delibes. Lo stesso protagonista, che è uno scrittore a caccia del suo best seller, si chiama Fulvio Georgiev ed è di origine est-europea, una scelta quantomai curiosa che sembra rispondere a una qualche ragione. C'è un motivo particolare per queste scelte?


F.M.: Sì, certamente. Il mondo bizantino mi ha sempre attratto e affascinato - lo hai anche notato nell’accurata analisi delle mie sillogi liriche “Rime gotiche” - per cui le ex provincie “levantine” dell’Impero, quel coacervo di culture e di raffinatezze esercitano su di me un fascino irresistibile. Per quanto riguarda il personaggio di Fulvio Georgiev ci sono precise corrispondenze con me, perché anch’io sono ortodosso e non cattolico. Aderii all’Ortodossia durante gli studi universitari, quando ero sentimentalmente legato a una ragazza greca che studiava in Italia.



M.M.: Il Bacio del Crisantemo è il tuo terzo romanzo, probabilmente quello più personale e caratterizzato. Hai infatti speso molte energie per delineare i profili comportamentali e psicologici dei vari personaggi, ognuno ben distinto dagli altri. Come reputi, da questo punto di vista, Il Bacio del Crisantemo rispetto ai precedenti due?


F.M.: In effetti lo scavo psicologico dei personaggi c’è anche nel mio primo romanzo La casa del gufo῎, che, come scritto prima, tu non hai avuto occasione di leggere. In quel romanzo, che non è un horror e neppure un thriller bensì la narrazione di un’ossessione fetish/erotica che il personaggio principale si porta dietro dai tempi dell’adolescenza, c’è la descrizione di un flaneur῎ il cui girovagare per le vie di Roma lo metterà, dopo un fortuito incontro con una giovane, bella e perversa, di fronte a un passato che ritorna. Ne La vestale di Dagon῞ la descrizione è principalmente fisica, incentrata nelle figure della donna matura ῞devota῎ alla setta e nell’inquietante sirenide Lavinia, figlia del gestore della trattoria. Nel thriller ῞Il bacio del crisantemo῞ ho cercato di rappresentare un personaggio come Fulvio Georgiev, lo scrittore, freddo e distaccato, un po’ cinico, investigatore suo malgrado, in contrasto con la sensuale e affascinante Coppelia, vera ragazza ῞borderline῞, piena di contraddizioni, ma dotata anche di notevole intelligenza, che aiuterà lui nella ricerca dell’assassino del suo amico Bruno.

M.M.: Passiamo al Fausto Marchi lettore. A livello di autori contemporanei, compresi gli emergenti italiani, c'è qualche scrittore che ti ha colpito e di cui sei rimasto favorevolmente impressionato? Come pensi di inserirti in questo difficile mondo dove persino autori di importazione pluripremiati all'estero faticano a vendere 300 copie?


F.M.: Dunque, per quanto riguarda la prima parte della tua domanda ti rispondo che ho letto con interesse scrittori di gialli o di thriller del calibro di Donato Carrisi, Jacopo de Michelis, Ilaria Tuti (quest’ultima a mio parere piuttosto sopravvalutata) e Giorgio Faletti (prematuramente scomparso), ma quest’ultimo solo per la sua prima opera “Io uccido”, dopo diventa troppo ripetitivo e con una prosa fumettistica. Questo per gli italiani, invece, per gli “stranieri” ho terminato ultimamente “Lovecraft, contro il mondo, contro la vita” e precedentemente “Estensione del dominio della lotta” e “Piattaforma” del francese Michel Houellebecq, uno, secondo me, dei più interessanti e validi autori contemporanei. La seconda tua domanda tocca un tasto triste e dolente dell’editoria italiana; infatti, ormai le case editrici nostrane tendono a dare fiducia oltre che a scrittori già affermati (come è ovvio), solo a esordienti che abbiano “visibilità” mediatica, cioè se sei uno sportivo, un giornalista, un attore che inventa un racconto, hai facilità a trovare chi te lo pubblica, anche se hai scarse qualità di scrittore, tanto in quei casi ci pensano i “ghost writers” a correggere il testo. Per i nuovi autori sconosciuti l’unico ripiego sono le piccole case editrici o le autopubblicazioni, che faticano nella distribuzione presso le librerie. Questo giustifica e spiega il basso livello delle vendite degli esordienti perché, può sembrare strano, ma online acquistano i tuoi libri solo parenti o amici, mentre in libreria, specie se appare il famoso “totem” pubblicitario, anche chi non ti conosce è incuriosito dalla copertina e dalla sinossi e ti compra il romanzo.



M.M.: Che ne pensi della piega che ha preso la letteratura del terrore del nuovo secolo? C'è qualche scrittore che apprezzi in particolare, oppure preferisci restare legato ai grandi classici di metà Novecento?


F.M.: Diciamo che, per me, l’epoca d’oro della letteratura horror va dalla fine del secolo XIX a circa metà del secolo XX, cioè dalla fine del 1700 alla Seconda Guerra Mondiale, dopodiché si perde quella nota di mistero e, soprattutto, vengono a mancare i miti classici di tale genere (vampiri, licantropi, mostro di Frankenstein) e prevalgono altri come gli zombie; ma anche quando i primi persistono ne sono snaturati, basti pensare a film recenti su bande di vampiri che combattono contro bande di licantropi o vampiri teenager! Anche esulando da tali temi, romanzi come quelli di King o di Anne Rice non mi attraggono, ecco perché ho sempre apprezzato la serie dei “Racconti di Dracula” che trattava l’horror in un modo oserei dire romantico.



M.M.: So che sei già all'opera per il prossimo romanzo. Troveremo ancora i personaggi de Il Bacio del Crisantemo, puoi anticiparci qualcosa?


F.M: A questa tua domanda posso rispondere con certezza: sì, almeno per quanto riguarda Fulvio Georgiev e il commissario Venanzi, però compariranno anche nuovi personaggi; si tratta di una serie che ho in mente simile a quella del film “L’uomo ombra” con William Powel e Myrna Loy, cioè proseguita con “Dopo l’uomo ombra”, “Si riparla dell’uomo ombra” e via dicendo, solo che qui i titoli riguarderanno i crisantemi.



M.M.: Hai ulteriori progetti futuri?


F.M.: Beh, crisantemi a parte, sto ultimando due racconti gotici in stile “Racconti di Dracula”, poi un romanzo erotico e ho in mente un altro thriller che si snodi nel sinistro mondo delle sette sataniche, ove erotismo e blasfemia si mescolano una cupa trama. Ho anche un’idea fissa: cioè quella di cimentarmi con un sottogenere del romanzo poliziesco, cioè il cosiddetto ῞enigma della camera chiusa῎, per cui sto leggendo maestri del calibro di Gaston Leroux, Dickson Carr, Anthony Berkeley e Hake Talbot, per istruirmi.

Un saluto all'amico Fausto, che attendiamo a nuove fatiche.