Produzione: Mary Parent (2026).
Soggetto: Capcom.
Sceneggiatura: Dalan Musson.
Regia: Kitao Sakurai.
Montaggio: Luke Lynch.
Fotografia: Ken Seng.
Interpreti Principali: Andrew Koji, Noah Centineo, Callina Liang, David Dastmalchian, Cody Rhodes, Roman Reigns, Eric Andrè, Alexander Volkanovski...
Durata: 120 min.
Commento Matteo Mancini.
INTRODUZIONE.
Negli anni ottanta (e buona parte degli anni novanta) vi erano luoghi dove un ragazzino si sentiva nel paese delle meraviglie. Erano tempi diversi da quelli odierni. Non c'erano cellulari, televisioni con cento canali, non c'erano social network e non c'era youtube. Eppure erano tempi in cui era più facile sognare e in cui era possibile divertirsi semplicemente uscendo di casa, tra un pallone da calciare in un aia polverosa, una bicicletta che diventava una monoposto di formula 1 con cui sfidare gli amici, ritrovi più o meno privati in cui simulare una partita di calcio prendendo a ditate delle sagome di giocatori o immaginando battaglie militari su scala mondiale da condurre a colpi di dadi o magari fingendo di essere i gestori di un albergo di alto lusso attraverso il quale spillare le casse di chi aveva la sventura di fermarvisi in un'evoluzione del gioco dell'oca. E poi c'era il non plus ultra del divertimento: le sale giochi, piene zeppe di videogame di ogni genere: azione, fantasy, sport, wrestling, picchiaduro a scorrimento, inseguimenti stradali, battaglie aeree, battaglie terrestri, biliardi, strip poker, avventura... insomma, era impossibile non trovare la dimensione in cui evadere dalla realtà quotidiana per entrate in mondi immaginari che offrivano grafiche e velocità di gioco inarrivabili per le consolle dell'epoca (Atari, Sega Master System, Sega Mega Drive, Nintendo, Commodore e Amiga). I cabinati, così venivano chiamate le postazioni dove era possibile giocare (accomodandosi persino su sedili muniti di volante, pedaliera e cambio), erano vere e proprie attrazioni a basso costo per ragazzini e adolescenti non troppo maturi che si accalcavano come api sul miele, sia per fulminare la mancietta settimanale (dapprima 200 lire a partita, poi 400 e infine 500) sia per vedere gli altri giocare e apprendere mosse segrete o soluzioni innovative. Nel 1992, con Street Fighter II e Mortal Kombat, rispettivamente del 1991 e del 1992, arrivò una vera e propria rivoluzione nei videogiochi. Cartoonesco il primo, tridimensionale e più realistico il secondo. Calamitarono l'interesse dei ragazzini, proponendo sfide brutali uno contro uno alla meglio dei tre round. Colpi proibiti, mosse segrete e sangue a fiumi (soprattutto in Mortal Kombat) rappresentavano una nuova forma di videogioco che suscitò anche quale protesta sollevata dalle associazione dei genitori. Niente più lo scorrimento (comunque rappresentato da capolavori assoluti quali Final Fight, Vendetta, Cadillac 'N Dinosaurs e Streets of Rage), ma un torneo in cui scegliere il proprio eroe (su otto proposti) e progredire di sfida in sfida (contro gli altri sette) verso il livello successivo dove attendevano i quattro combattenti non selezionabili dal giocatore (lo diventeranno con Street Fighter II ½). Un format dunque ispirato dal cinema, dai film di Vandamme che in quegli anni imperversava con pellicole quali Kickboxer (1989) e Lionheart (1990), che ispirerà a sua volta altri videogame come, a esempio, Tekken (1994). Il successo fu subito immediato. Street Fighter II in particolare dilagò nelle sale giochi, nei bar (non ce n'era uno che non avesse almeno un cabinato) e soprattutto negli stabilimenti balneari. Furono realizzate versioni per consolle e computer che vennero rese disponibili per tutte le principali case. Ricordo che avevo Mortal Kombat sul Gamegear della Sega, mentre un mio amico aveva Street Fighter II su Super Nintendo. Hollywood fu subito interessata al successo, sebbene veicolato da un contenitore forse troppo fantasy per funzionare davvero sul grande schermo. Pur se preceduti dall'insuccesso di Super Mario Bros (1993), in appena due anni uscirono Street Fighter (1994) e Mortal Kombat (1995), diretti da due registi promettenti quali Steven E. De Souza (che arrivava dall'aver scritto i copioni di action cult quali 48 Ore, Commando e soprattutto Die Hard e relativo seguito) e il non ancora trentenne Paul W. Anderson che, di lì a poco, avrebbe girato interessanti B-Movie quali Punto di non Ritorno, Resident Evil, Alien vs Predator e Deathrace. Per la produzione di Street Fighter si arrivò a ingaggiare il migliore attore che si potesse prendere per un film del genere: Jean Claude Vandamme. Le buone intenzioni di De Souza si scontrarono tuttavia in una lunga serie di vicessitudini contrarie che culminarono col tumore che avrebbe portato alla morte di Raul Julia (scelto per il villain) e i deliri cocainomani di Vandamme (nel ruolo di protagonista). Nonostante tutto i due film si comportarono bene al botteghino, incassando circa 100 milioni di dollari a testa a fronte dei 30 e dei 18 milioni di dollari investiti. Un successo non più replicato nè dai sequel né dai reboot. La percezione che ebbe il pubblico, infatti, fu deludente, tanto che il sequel di Mortal Kombat si rivelò un mezzo fiasco incassando meno della metà del primo capitolo e poco più del budget impiegato. L'aura di culto però, come spesso avviene, non ha tardato a manifestarsi, alimentata dai manga e dal continuo evolversi dei videogiochi da consolle. Così, a distanza di trent'anni, è iniziata l'era dei reboot. Nel 2021 è stato realizzato il nuovo Mortal Kombat, seguito proprio quest'anno dal sequel (con incassi inferiori rispetto alla pellicola di Anderson), mentre in questi giorni è uscito l'atteso reboot di Street Fighter che andiamo ora ad analizzare.
Sono passati oltre trent'anni dai magici anni novanta. Le sale giochi e i cabinati sono morti da decenni. La magia di quegli anni è evaporata, vuoi per il trascorrere degli anni, vuoi per i crescenti impegni della vita comune, quali il lavoro, le bollette da pagare o la famiglia da accudire. Eppure, in un angolo del cervello o dell'anima (come mi piacerebbe più ipotizzare), certe scintille sono difficili da spegnersi e ciò che un tempo regalava emozioni e divertimenti è sempre pronto a rivivere, stoccato come una riserva a cui attingere nei momenti più tristi della vita. Ecco allora prendere piede le operazioni nostalgia, magari affidate proprio a chi ha vissuto una certa epoca. Dopo Masters of the Universe (qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2026/06/recensioni-cinema-masters-of-universe.html), arriva un altro prodotto atteso da chi è nato negli anni '80 ma che, probabilmente, nulla dirà alle nuove generazioni per l'incapacità di adeguare il prodotto ai tempi moderni. Il punto di forza di queste operazioni, infatti, non risiede nello script o in una regia particolarmente ispirata, ma nella capacità di risvegliare memorie assopite, così da fare rivivere periodi lontani e con loro tutta una serie di ricordi correlati. È in questa ottica, seppure limitante, che deve essere assorbito un film come il nuovo Street Fighter. Da un punto di vista tecnico, è inutile girarci intorno, è più di una mezza delusione, sebbene i tentativi di farne un film di successo siano percepibili, come si evince dal finale aperto proiettato verso un eventuale sequel (il film non ha un vero epilogo). Non mancano i meriti. In prima battuta viene ripresa l'atmosfera del videogame, con tutti i personaggi di Street Fighter II, le loro mosse speciali, le musiche del videogame e le parole urlate dai combattenti nel mettere in atto i loro colpi secreti. Fin qui tutto bene, grazie anche all'ottima caratterizzazione guascona di Ken Masters (l'attore Noah Centineo ruba la scena a tutti dando una buona impressione sia fisica che recitativa), contrapposto a un medidativo e all'apparenza più equilibrato Ryu (abbastanza scialbo Andrew Koji), e a una Chun Li in versione bomba sexy (brava l'attrice Callina Liang, artefice di duro allenamento per sviluppare certe caratteristiche fisiche), a cui vengono esaltate le cosce (persino nelle battute dei personaggi) proprio come avveniva tra i commentatori/giocatori del videogioco. Funzionano anche il Dhalsim interpretato dall'ottimo Vidyut Jammwal, in vena di movimenti da contorsionista (è mancata la mossa segreta dello sputa fuoco), e la continua ironia che imperversa per tutto il corso del film e che contamina tutti i personaggi (forse in questo si è esagerato, perché tale soluzione tende ad appiattire i personaggi su un medeismo schema comportamentale). La nota dolens è la totale mancanza di idee in scrittura. Dalan Musson, lo sceneggiatore (Captain America: Brave New World), scopiazza l'impostazione del primo Mortal Kombat e appiccica un lungo flashback tarantiniano (si veda Kill Bill) in animazione (toni alla Ken Shiro), diluito per tutto il corso del film, sulla preparazione comune avuta da Ryu (caratterizzazione dark e quasi monastica) e Ken nonché sullo scontro che ha portato alla morte del loro Maestro per mano del fratello di quest'ultimo divenuto demone (cliché che più rivisto non si può). Un altro leitmotiv è l'incapacità di Ken, a differenza di Ryu, di “sbloccare” l'hadoken (la palla di fuoco), motivo che ha portato alla depressione l'atleta americano (vera e propria altra faccia della medaglia di Ryu). Dunque action alla Kickboxer o alla Lionheart, con l'abusato tema del torneo tra gli otto migliori del mondo che si sfidano per la corona (con la presenza di un tale Joe, versione Ric Flair, che non si è capito chi sia), e fantasy alla Mortal Kombat (interferenza di demoni e presenza di un villain organizzatore del torneo che ricerca finalità egoistiche anziché lo spettacolo) si intrecciano in un polpettone che parte bene ma fatica a decollare, peraltro appiattendosi in sviluppi narrativi ripetitivi (il rapimento dell'eroe, la "vampirizzazione" dell'energia vitale, il confronto interminabile tra Ryu e Ken) banalizzati da rapporti interpersonali fanciulleschi e dalla totale mancanza di profondità psicologica dei personaggi. Emblematico il ruolo del presentatore del torneo, interpretato dal simpatico Eric André, che pare uscito da Scemo e più Scemo.
Kitao Sakurai (arriva dalle serie Tv) alla regia ce la mette tutta. Prova a cadenzare le sequenze, chiede e ottiene un montaggio vivace, ma non può fare miracoli. Fotografia e scenografie tengono il gioco, mancano invece le idee in scrittura ed è questo il problema principale del film, che prova a mascherare i deficit con larghe dosi di ironia e comicità talvolta esasperata. Mr Bison è freddo e inespressivo (anonima prova di David Dastmalchian completamente annichilito dal predecessore Raul Julia), fissato con l'idea di rubare l'energia a tutti i migliori combattenti del globo per sprigionarla in colpi devastanti (altro movente banale). Blanka sembra un orsacchiottone dolce che cerca la mamma e che muta opinione sul suo padrone non appena gli viene suggerito che Mr Bison è un bugiardo. Vega, Zangiff, Honda e Balrog si limitano a ruoli da comparse, del tutto privi di un cenno di caratterizzazione (mentre si propone per dozzine di minuti i flashback del Maestro di Ken e Ryu). Guile (protagonista del film di De Souza) e Dhalsim sono appena abbozzati e pare di capire che stessero conducendo un'indagine su Mr Bison in ricordo delle missioni di pace che li avevano visti collaborare anni prima. Sagat addirittura è limitato al prologo in versione animata. Limitatissimo il sangue, sebbene i fighter si pestino all'inverosimile, con rallenty sui volti attinti dai pugni come avveniva nella saga Rocky. I combattimenti non vengono esaltati come nei film di Vandamme, ma appaiono freddi ed emotivamente appiattiti. Non si cerca l'epica né l'adrenalina tanto che, pur essendo ricco di azione, il film tende ad annoiare. Alla fine ne viene fuori un cartone animato che niente aggiunge e nulla lascia, se non una punta di malinconia suscitata dal richiamo alle musiche (belle), alle mosse (ben messe in scena) e ad alcune scenografie esaltate dai movimenti di macchina di Sakurai (si veda la carrellata in alto sul palazzo di Bison che omaggia la sigla iniziale del gioco). Se non si è stati giocatori del videogame negli anni '90, è un film che non può essere apprezzato. Se invece siete stati giocatori, probabilmente, qualche corda emotiva Street Fighter potrebbe smuoverla, ma non a sufficienza per farvi amare il film. Occasione persa.


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