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lunedì 15 luglio 2019

Recensione Narrativa: IL VASCELLO DI ISHTAR di Abraham Merritt.



Autore: Abraham Merritt.
Titolo Originale: The Ship of Ishtar.
Traduzioni: A. Pollini.
Anno: 1924.
Genere: Fantasy.
Collana: Futuro - Biblioteca di Fantascienza. Numero 39.
Editore: Fanucci, 1978.
Pagine: 242.
Prezzo: Trattativa privata.

A cura di Matteo Mancini.
Torniamo a parlare di Abraham Merritt, già presentato in occasione della recensione di Sette Passi Verso Satana (1927), e lo facciamo con quello che è, forse, il capolavoro della sua intera produzione.
The Ship of Ishtar, pubblicato per la prima volta in Italia da Fanucci come Il Vascello di Ishtar nel 1978, viene dato alle stampe negli Stati Uniti nel 1924. Esce in sei puntate sulla rivista Argosy, finendo presto acclamato dai lettori (in base ad apposito referendum) quale il miglior romanzo pubblicato sulla rivista nei primi cinquant'anni di vita della stessa (1888-1938).
Merritt lo presenta dopo aver già conquistato consensi col romanzo di debutto The Moon Pool (1919), seguito dal non altrettanto entusiasmante The Metal Monster (1920) e da The Face in the Abyss (1923). E' tuttavia con The Ship of Ishtar, definito "un romanzo iniziatico incentrato sul mistero della coincidentia oppositorum", che il nome Abraham Merritt entra nella leggenda della narrativa fantastica e anche del fantasy, donando notorietà al suo autore prima ancora della sua morte.
Lo scrittore, nonché apprezzatissimo giornalista americano, trasla il feuilleton ottocentesco, fatto di storie di amore, personaggi ben caratterizzati e avventure in cappa e spada, nella narrativa fantastica pulp. Prende le mosse dalla realtà, addirittura in una caotica New York, per oltrepassare porte multidimensionali che proiettano il protagonista, un giovane archeologo, in un mondo parallelo ideato da due divinità babilonesi in perenne lotta e intente a darsi contro per mezzo di uomini e donne votati all'una o all'altra fede.
Gianfranco De Turris, nella prefazione dell'edizione del 1978 della Fanucci, scrive che "il mondo sui cui mari fosforescenti naviga il Vascello della dea babilonese non coesiste con il mondo che conosciamo... Si tratta di un universo mitologico, retto da criteri magico-simbolici dove il fantastico è connaturale, nella logica delle cose e dei fatti, non producendo una frattura nella realtà comune." Ecco che si assiste a un classico esempio di sword and sorcery che anticipa il mondo del Conan di Robert Ervin Howard, apparso sulla scena narrativa nel 1932, così come gli altri mondi tracciati dall'autore texano (apparirà per la prima volta su weird tales solo un anno dopo l'uscita del romanzo di Merritt), e lo fa ponendo al centro della storia, quale vero e proprio elemento trainante, l'amore (tra uomo e donna).
Si, Il Vascello di Ishtar, tra le molte cose, è soprattutto una storia di amore o meglio di una serie di storie di amori impossibili, dannate e destinate a portare alla morte. Merritt pare in linea con la filosofia cardinale del pensiero di Empedocle, che vedeva nella lotta tra Amore e Discordia il fulcro della vita e dell'esistenza dell'uomo. Qua abbiamo, non a caso, due divinità in lotta perenne: Ishtar, la Dea dell'Amore, e Nergal, il Dio della Morte. L'uomo non è vittima designata degli eventi né una nullità per la quale le divinità non nutrono interesse. No, è una vera e propria pedina su una scacchiera, un qualcuno in grado di spostare gli equilibri di un gioco che va oltre la sua semplice vita. Tuttavia è un essere imperfetto, un giocattolo in mano degli Dei che lo usano per manifestarsi e cercare di prevalere l'uno sull'altro, in un'ottica narcisistica fatta di invidie e superiorità.
Merritt cela nel testo molti spunti di riflessione, passaggi filosofico/esistenziali che coinvolgono la religione, ma anche il senso della vita. In quest'ultimo senso potremmo cercare di intuire, quale fine ultimo, il superamento della dicotomia che vizia la creazione a causa di un pantheon di dei in conflitto tra loro, così da elevare l'uomo al di sopra degli stessi dei. Lo capiamo nel V capitolo, quando i due condannati dall'ira divina riescono a superare i sortilegi e i limiti imposti, per potersi toccare e baciare (trovando così la morte). "Si baciarono, avvinti. Caddero sul ponte... morti, l'uno tra le braccia dell'altra. Né Ishtar né Nergal avevano vinto. No. Erano stati l'amore dell'uomo e l'amore della donna a trionfare." Ne deriva un piglio e un'impronta estremamente romantica, ai limiti della sensibilità femminile, seppur un po' fatalista, in una proiezione che vede altrimenti la morte quale unica cosa equa nell'esistenza ("la morte è la sola cosa di cui gli Dei non possono defraudarci... E' superiore agli Dei, incurante e più forte di loro, perché anche gli Dei devono morire!"), un traguardo cui tendere con la speranza di non subire troppe sofferenze. "La vita è un gioco... Le cose che hai visto e le cose che hai fatto, cosa contano, quando la corsa è terminata? Come non fossero mai esistite... Meglio esser morto che vivo, ma meglio ancora non essere mai nato." Questa la conclusione, senza l'amore. Una vita senza amore, sembra volerci dire The Ship of Ishtar, è una vita che non merita di esser vissuta, perché inidonea a superare la dicotomia che solo l'uomo risvegliato può sperar di poter realizzare. Ed ecco che, tramite il suo protagonista, Merritt lancia uno sfogo che suona quale urlo, una sorta di arringa difensiva atta a debellare quella che i cristiani chiamerebbero l'onta del peccato originale. L'uomo è imperfetto, portato a violare le leggi divine per via di un vizio di origine dovuto a un errore di creazione di Dio. E' allore Dio a doversi ritenere il vero responsabile dei peccati dell'uomo, per non aver reso perfetta la sua creatura. E se così è, non ha senso opprimere l'uomo con sofferenze e infelicità, angosce e dolori, né con punizioni, "perché esso non è altro che una marionetta, danzante per tutta l'esistenza."

L'autore ABRAHAM MERRITT

Ed è proprio la parabola della cacciata dall'Eden che, per via totalmente diversa, sembra riaffiorare dalle pagine de The Ship of Ishtar. Tutto nasce infatti dalla violazione di un (folle, perché utile solo a soddisfare gli atteggiamenti bizzosi degi Dei) precetto divino da parte di un uomo e di una donna, innamorati persi l'uno dell'altra, sebbene entrambi incarnino l'ideale frutto velenoso da scartare in un complesso mare magnum di soluzioni alternative. I due, infatti, sono i portali di accesso attraverso i quali si manifestano le due divinità contrapposte, che non possono certo trovare albergo in due individui intenti ad amoreggiare. La punizione che ne deriva, scoperti da entrambe le divinità, è la cacciata dal mondo di appartenenza, relegati, insieme a un seguito di altri condannati per aver offeso il divino, su una nave intenta a solcare un infinito mare. un peregrinare infinito che si fa teatro di battaglia per "amore e odio" per quella che diviene una guerra continua. Non ha alcuna rilevanza il tentativo di difesa dei due innamorati, costretti a dimorare in un luogo che permette loro di vedersi ma non di baciarsi o di toccarsi (per effetto di una serie di sortilegi), che accusano le divinità di aver fallito. "Tu sei la creatrice dell'amore, se volevi che vincesse ogni cosa, perché l'hai reso tanto potente? O se l'Amore è divenuto più forte di te che lo hai creato, come possiamo noi, un uomo e una donna, venire biasimati perché non abbiamo saputo sopraffarlo? E se l'amore non è più forte di te, tuttavia lo hai reso più forte dell'uomo. Perciò punisci l'amore tuo figlio... non noi."
La condanna dell'uomo e della donna, incapaci di resistere al richiamo dell'amore, è la costante di tutto il testo, ma meglio ancora è la sostanza del percorso che traccia la vita. Bellissimo il capitolo, di valenza iniziatica, in cui il protagonista, guidato da un sacerdote che ha i suoi stessi lineamenti e che è anch'esso corrotto da un amore impossibile, sfida i templi dei vari Dei pur di poter abbracciare il frutto proibito della sua passione, la dea Ishtar, promessa sposa di un Dio, chimera evanescente per il mediocre uomo. Un cammino suicida che non può esser frenato, poiché "neppure la potenza di Dio può schiacciare il desiderio dell'uomo."

Queste le tematiche di un romanzo che fa ampio sfoggio del sense of wonder, costruendo scenografie fantastiche e immaginifiche, proponendo battaglie a colpi di spada e di bastoni, in un'atmosfera granguignolesca e per l'epoca persino erotica, in cui non mancano conflitti navali, fughe ed evasioni. Il tutto in un contesto che trasuda di magie e sortilegi, speranze e sogni a occhi aperti. Una fuga dalla realtà che cerca risposte per giustificare la realtà stessa e che vede nel mondo contemporaneo un qualcosa di scaduto, non impreziosito da quell'epica propria dei mondi perduti che funge da vera molla per l'evoluzione spirituale (Merritt, evidentemente, come Howard sogna un uomo d'azione). Il protagonista stesso, uomo del giorno d'oggi, rinnega la propria epoca (fa di tutto per non ritornare nel suo mondo, sebbene ogni tre ore, si ritroverà nella camera da letto da cui tutto è partito, rompendo un sigillo di uno strano reperto babilonese) e, contaminato dall'amore, si trasforma da banale archeologo a vero e proprio eroe, acquisendo una struttura muscolare e un atteggiamento impavido che, di certo, sarebbero stati graditi a uno scrittore del calibro di R.E. Howard.
De Turris parla di "contrapposizione tra un mondo sciocco depauperato dal buon gusto e mondi in cui il mistero, le passioni, l'avventura, l'esaltazione delle facoltà fisiche e intellettuali sono ancora possibili" e dunque molle capace di operare un cambiamento, fisico e psichico, che eleva l'uomo in una visione da superuomismo piuttosto che da eremita trascendente.

Il critico, nonché studioso di fantastico, Jacques Bergier ha parlato de The Ship of Ishtar nei termini di un "capolavoro straordinario che si distingue dal resto della produzione di Merritt sia per l'erotismo che per lo svolgersi in una realtà priva di tempo." In realtà, il romanzo si svolge nell'arco temporale di nove ore, questo il periodo che il protagonista riesce a contare nella vita di tutti i giorni, da cui però si assenta, per effetto di trance che lo conducono in un mondo fantasioso dove il tempo sembra dilatarsi per periodi molto più lunghi e in cui subisce mutazioni fisiche, riporta ferite e acquisisce oggetti che poi riscontra, risvegliandosi dalla trance, nel mondo reale.

Il romanzo, dopo esser stato pubblicato dalla Fanucci nel 1978, ha beneficiato di una seconda ristampa nel 1990, nella collana "I Maestri del Fantastico" ed è stato di recente riproposto (nel gennaio del 2018),  nella sua versione originaria e integrale, corredato di analisi e note, dagli "amici" de Il Palindromo (prezzo 20 euro circa). Una pubblicazione, quest'ultima, che rende omaggio al testo e che accresce l'importanza dell'editore palermitano nel ruolo di divulgatore dei grandi maestri della letteratura fantastica.

Dunque un romanzo cardinale nell'ambito della narrativa fantasy, che giostra sulle relazioni tra uomini e dei (ispirerà, tra gli altri, la produzione di Roger Zelazny), riproponendo, a mio modo di vedere, la parabola biblica della cacciata dall'Eden, in vista dell'irta strada dell'evoluzione spirituale (il superamento del contrasto Amore e Odio). Una soluzione, quest'ultima, che vede nella morte lo sbocco per annullarsi col divino che sta oltre ogni contrapposizione: "Alla fine, come tutti gli uomini, torno agli Dei dei miei padri" dice un personaggio secondario. Non c'è pace nella vita, il frutto vero dell'amore sta oltre la stessa. Merritt si dimostra scrittore romantico, legato a tematiche che hanno nell'amore il sentimento che smuove gli uomini e funge da motrice di ogni azioni umana, più forte di tutto, anche degli Dei. Non mancano simbolismi (si veda il ruolo delle colombe), metafore esoteriche per quello che è un testo scritto con grande eleganza in un mix capace di garantire intratteniemento spiccio e stimolo esoterico. Ogni appassionato di narrativa fantastica e/o fantasy dovrebbe averlo nella propria biblioteca.


Una copertina PULP
dell'epoca.

"Cos'è l'odio se non la fiamma che purifica la coppa per il vino dell'amore?"

sabato 13 luglio 2019

Recensione Narrativa: LA STRANA FEDE di Richard Gavin



Autore: Richard Gavin.
Titolo Originale: The Eldritch Faith.
Anno: 2012.
Genere: Fantastico/Esoterico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Visioni.
Pagine: 74.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Interessantissima uscita curata dalle Edizioni Hypnos, data alle stampe nel gennaio del 2019, che propongono per la prima volta sul mercato italiano una novella dello scrittore canadese Richard Gavin: The Eldritch Faith (2012).
Classe 1974, già pubblicato dalla piccola casa editrice in tre ulteriori circostanze (racconti brevi inseriti in antologie collettive o sulla rivista Hypnos), Gavin si propone al pubblico italiano con un testo esoterico assai tecnico, per stile, e intriso di simbolismi tutt'altro che agevole. Autore interessato all'esoterismo e all'occultismo, tanto da dedicargli numerosi saggi oltre che a proporsi quale officiante, è considerato da molti il prosecutore di quella narrativa di provenienza paramassonica che aveva in autori quali Algernon Blackwood e Arthur Machen, ma forse ancor di più Aleister Crowley, i loro fari guida. A differenza, infatti, dei primi due menzionati, Gavin affronta lo studio della materia con un piglio assai più convinto. Il suo è un approccio che va oltre al filosofico, intravedendo barlumi magici e spiritici che fungono da ago di bilancia tra la realtà che tutti noi conosciamo e quella che sta oltre. Convinto sostenitore dell'esistenza di un c.d. mondo sotterraneo, fino a dire, in un'intervista per theplutonian.com, di credere "che il nostro pianeta pulluli di presenze, sia fisiche che corporee" e che "gli spiriti abbondino."
A maggior agio sulla distanza breve del racconto, Gavin ha al suo attivo cinque antologie (tutte inediti in Italia) oltre ad altri volumi tra saggi e curatele. Un autore che dichiara di non volersi limitare a intrattenere il lettore, ma di esser intenzionato a "svegliarlo", affermando di impegnarsi nell'indursi in stati di trance visionaria allo scopo di esplorare i regni dello spirito.

The Eldritch Faith, tradotto quale La Strana Fede, è un una novella di formazione iniziatico/esoterica, che cerca di aprire quell'ideale terzo occhio che l'uomo ha voluto acciecare per vivere una vita tranquilla votata al mero materialismo. E' allora prerogativa di chi si sente estraneo alla vita comune il compito di sperare, sognare e dunque ricercare un'esistenza ulteriore, diversa dalla tangibile, in cerca di quella verità che gli altri hanno rifiutato di perseguire. La difficoltà sta però nel discernere tra ascesa verso l'illuminazione e discesa verso la seggezza diabolica. "Nello stesso momento in cui divenni consapevole del mondo cominciai a dare la caccia a un portale che mi conducesse fuori." Ascrivibile a questo gruppo di soggetti è il protagonista di Gavin, forse un suo alterego, che, a sette anni, durante un innocente gioco con un velo riesce a intrappolare uno spirito guida che lo accompagnerà per tutta la vita.
Il giovane protagonista, un bimbo di sette anni, è molto diverso dai coetanei, è un solitario che non si diverte con loro e che, in modo assai più maturo della sua età, cerca un qualcosa che va oltre i passatempo degli altri bambini, pur non comprendendone il motivo. Stringe così una relazione amichevole con l'essere spiritico che gli rivela di chiamarsi Capricorno. I due comunicano per mezzo dei sogni in una relazione allievo-maestro che evoca l'inizio del romanzo L'Esorcista di Blatty. Il processo di iniziazione viene interrotto per alcuni anni, a seguito di una vacanza, salvo poi riprendere nell'adolescenza del ragazzo, fino a determinare una vera e propria dissociazione temporale e dimensionale che porterà il protagonista a scindere la propria esperienza in due bivi distinti: quella spirituale e quella corporale. Lo spirito, guidato da Capricorno, percorrerà i fantastici sentieri dell'altrove, solo dopo aver infranto uno dei principali tabù dell'uomo, macchiandosi di omicidio (ai danni di una sorta di vecchia strega). Sul punto l'opera acquisisce un tenore blasfemo opacizzato sempre più da una luce tenebrosa (di colore grigio) che dona la conoscenza (dannata?) propria di coloro che hanno avuto la forza di scrutare oltre i veli che separano la realtà dalla quotidianità. Gavin piazza alcuni capitoli caratterizzati da una spiccata visionarietà ai limiti del fantasy, disegnando un ambiente boschivo e uno sotterraneo che sembrano appartenere a una dimensione ulteriore rispetto a quelle conosciute e dove nutrita da funghi allucinogeni e da un contesto tenebroso si contamina l'anima. Mentre lo spirito vivrà questa esperienza non accorgendosi degli anni che passano, il corpo, seppur disancorato dalla coscienza, vivrà invece la vita quotidiana, contraendo matrimonio (nota critica di Gavin che suggerisce, ci pare di capire, una vita sociale sprovvista di autocoscienza e dunque inferiore persino a quella dannata) fino al ricongiungimento con lo spirito. Un'unione, quest'ultima, che porterà al ricovero dell'uomo, accusato di tentato omicidio ai danni della moglie, non prima però di averla ingravidata nel crisma di una conoscenza superiore (o forse inferiore) che sarà trasmessa al figlio che porta in grembo.

Testo difficile, non per tutti i lettori, che trasuda di una componente malata capace di generare brividi, ma soprattutto di spiazzare un  lettore costretto a più letture. Non è tanto la trama a giocare un ruolo fondamentale, piuttosto sono le sottotracce a interessare e con loro le diverse chiavi di lettura a cui si può ricorrere per cercare di intuire ciò che l'autore vuol comunicare. La prosa è elegantissima, perfettamente resa dall'ottima traduzione di Andrea Bonazzi. Gavin piazza alcuni momenti erotici (peraltro poi non così fondamentali se non aventi la valenza del rifiuto della femminilità) e altri che omaggiano stereotipi dell'horror classico (l'albero maledetto e la casa infestata) pur se con un piglio personale. Non mancano momenti di puro terrore, anche se la parte fondamentale ha carattere di iniziazione.
Lo ripetiamo, siamo alle prese con una novella non commerciale che sarà apprezzata solo da un gruppo ristretto di lettori: quelli appassionati di narrativa esoterica.

L'autore
RICHARD GAVIN

"Lottiamo con gli enigmi del vivere finché i nostri cervelli non rimescolano il caos in uno schema che possiamo tollerare. Chiamiamo questi schemi conoscenza. E sulle basi di tale conoscenza, ci ritroviamo ad agire. Se abbastanza di noi agiscono in un modo simile, chiamiamo tale azione una realtà."

giovedì 27 giugno 2019

Recensione Narrativa: AL CREPUSCOLO di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleJust After Sunset.
Anno: 2008.
Genere:  Antologia Fantastico/Thriller/Horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 530.
Prezzo: 11.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Appena sei anni dopo Tutto è Fatidico, Stephen King se ne esce fuori con una nuova antologia di racconti brevi, la sua quinta, data alle stampe col titolo originale di Just After Sunset, in Italia Al Crepuscolo. Tredici testi, molti dei quali fulminei, che non impressionano quanto sarebbe stato lecito attendere. La sensazione generale è che si tratti di un'uscita editoriale dettata da una richiesta avanzata dall'editore, quale riunione di un eterogeneo gruppo di storie concepite per far fronte alle pressioni avanzate da una lunga serrie di riviste che hanno commissionato racconti di svariato genere alla più celebre penna del terrore. In media, salvo qualche raro caso, il livello dei racconti, pur buoni per stile e scorrevolezza, pecca in modo evidente di originalità. Lo scrittore del Maine ricorre spesso all'autocitazione, oppure propone soggetti che si traducono in esercizi di stile a carattere impersonale. Conseguenza di ciò è un'antologia che, ad avviso di chi scrive, è notevolmente inferiore rispetto alle precendeti.

Tra i tredici racconti, brilla l'orrore cosmico di N., chiaro omaggio di Stephen King alla narrativa di Arthur Machen e di Algernon Blackwood.
Si tratta dell'unico inedito dell'antologia, ispirato, in base a quanto detto dall'autore, a Il Grande Dio Pan sebbene i legami più evidenti, a mio avviso, siano altri. Si respirano inoltre echi, per tematica, anche ad altre opere kinghiane quali i romanzi Buick 8 e Revival nonché il racconto lungo The Mist (posto in apertura della antologia Scheletri). Dall'autore gallese arriva l'idea dell'esistenza di un ipotetico velo che rende cieco l'uomo, celando la realtà (mostruosa) a beneficio di una realtà menzognera che altro non è che la vita di tutti i giorni. Da Blackwood arriva la potenza di una cornice ambientale capace di generare un brainstorming nel passante fin troppo sensibile al richiamo della natura. 
“La realtà è un mistero e la consistenza quotidiana della cose è la stoffa con cui ne mascheriamo luminosità e oscurità. Credo che per la stessa ragione copriamo il volto dei cadaveri. Vediamo il volto dei morti come una specie di porta. È chiusa... ma noi sappiamo che non sarà sempre chiusa... Ci sono posti dove la stoffa è stracciata e la realtà è sottile. La faccia che c'è dietro vi sbircia attraverso...”
King, da abile amalgamatore, recepisce le lezioni offerte da capisaldi del genere quali The Willows (1907) di Blackwood e The White People (1904) di Machen, per confezionare, col suo Ackerman's Field (ovviamente nel Maine), un ambiente naturale capace di solleticare quella che Blackwood chiamava “la psicologia dei luoghi” ovvero un'influenza tale da generare vertici di orrore cosmico che minano l'integrità psicofisica e inducono alla pazzia (nella fattispecie un cortocircuito indotto dalla necessità di contare e di scorporare quanto avvenuto alla ricerca di un significato ulteriore). Ne faranno le spese tre soggetti molto diversi, tra i quali uno psichiatra, influenzato dai deliri di un proprio paziente (l'N di cui al titolo) e incapace di sottrarsi dal vortice ossessivo-compulsivo scatenato dalla visione di un campo isolato in un bosco, dove un essere di una quarta dimensione - dotato di testa a elmetto e chiamato Cthun - sembra attendere il momento propizio per liberarsi da un cerchio magico composto da otto pietre (un vero e proprio stargate che ricorda Stonehenge) così da scagliarsi sulla terra.
Una certa prolissità e una ridondanza di argomenti penalizzano un testo altrimenti degno di esser accostato ai livelli dei capolavori del sopramenzionato duo scuola Golden Dawn. Interessante la struttura, piuttosto variegata, che segue la forma un po' epistolare e un po' del diario. A ogni modo, un ottimo racconto, trasposto peraltro in una serie a fumetti griffata Marvel.

Molto simpatico e piuttosto originale (di matrice squisitamente kinghiana) è Cyclette, in cui King immagina la battaglia metaforica tra un artista sovrappeso e il suo metabolismo chiamato a fargli perdere peso e rappresentato da una squadra di lavoratori. A fungere da collegamento è una particolare cyclette che gioca da portale per un altrove, un altrove fantasticoLa scelta dell'uomo di accelerare il metabolismo, ricorrendo a una serie di sedute di allenamento, porta alla ribellione dell'ideale squadra di lavoratori, in un parallelismo tra realtà e fantasia che alla fine travalicherà di campo in una sovrapposizione di piani.
Il protagonista immagina infatti di macinare chilometri, tracciando un percorso ideale tra il Nord America e il Canada e ponendo una serie di dipinti di sua ideazione così da stimolare una sorta di fantasia d'evasione. Non appena in sella alla cyclette, si troverà catapultato nella quiete boschiva fino allo squillo del timer che lo riporterà nella realtà. Si renderà presto conto che i suoi viaggi nella natura sono minacciati da misteriosi operai che si lanceranno al suo inseguimento, specie dopo il suicidio di uno di loro, incapace di tenere i ritmi dell'uomo. L'evento scatenerà le ire dei colleghi che andranno ad asserragliare l'artista nel garage di casa dove ha riposto la cyclette, uscendo dal quadro dallo stesso dipinto. L'obiettivo dei lavoratori sarà la distruzione dell'attrezzo di allenamento, evidentemente poco motivati a incrementare il proprio carico di lavoro per stare dietro ai ritmi del loro datore.
Sicuramente uno dei racconti più riusciti e originali, sebbene anche qua King utilizzi soluzioni già incontrate dai suoi lettori, tipo i dipinti che si modificano da soli come già avvenuto nel più riuscito Il Virus della Strada va a Nord contenuto in Tutto è Fatidico.

La copertina N
nella trasposizione a fumetti curata dalla
Marvel.

Il testo di apertura, Willa, fa invece leva sul mistero della morte e, più precisamente, su ciò che ci aspetta oltre il passo che ci separa dalla vita di tutti i giorni. Il tema è quello affrontato da M Night Shyamalan ne Il Sesto Senso (1999) ovvero quello del morto che, a poco a poco, si accorge del proprio status, credendo all'inizio di essere ancora vivo. King fa leva sulla variabile temporale e sul distacco dissociativo che porta un gruppo di passeggeri di un treno deragliato ad attendere il treno successivo, convinti di far ritorno alla loro vita. In realtà sono tutti morti sebbene non vogliano accettarlo. Venature romantiche, che sembrano suggerire che l'amore sopravviva alla morte e che, tutto sommato, il decesso non sia così drammatico (lo spirito dei morti resta nella vita di tutti i giorni, seppure invisibile ai vivi), garantiscono una visione ottimista che viene invece sconfessata altrove.

In Al Crepuscolo si notano poi, in modo assai evidente, gli strascichi del 11 settembre (2001) che confluiscono in ben due racconti e, in modo indiretto, in un ulteriore terzo. Uno di questi, Il New York Times in Offerta Speciale, richiama la tematica già affrontata in Willa, mettendo in correlazione i morti con i vivi. Nella fattispecie abbiamo un marito, deceduto in uno degli aerei schiantatesi sulle torre gemelle, che riesce a telefonare alla moglie due giorni dopo il decesso. L'uomo rivela di trovarsi in una grande stazione abbandonata e di non avere dolori. Capisce di esser morto, eppure non se ne capacita troppo. Fornisce altresì, seppur involontariamente, alcune profezie all'amata (che si verificheranno puntualmente) dicendo di esser preso dalla scelta di dover aprire una porta tra le tante che si trovano al suo cospetto. A differenza di Willa, dunque, i morti si trovano in un altrove di natura labirintica, impegnati a prendere scelte inconsapevoli che ne determinano il futuro. Buono spunto di partenza, che si perde poi in quell'indeterminatezza non a misura di uomo (per usare un espressione sofista).
Più drammatico è Le Cose che Hanno Lasciato Indietro, in cui un superstite del crollo delle Torri Gemelle rivive, per effetto di una serie di oggetti che compaiono misteriosamente nella propria abitazione, l'orrore, preludio della morte, provato dai colleghi rimasti intrappolati nell'inferno di fuoco scatenato dall'attentato aereo. L'uomo, vittima dei sensi di colpa, riuscirà a placare i tormenti consegnando i vari oggetti ai familiari dei colleghi morti. Ogni tentativo di disfarsene, infatti, sortirà effetto negativo. Pungente poi lo sfogo dell'autore, alla stregua di un urlo lanciato in alto, verso il grande architetto dell'universo: "L'hanno fatto in nome di Dio, ma non c'è nessun Dio. Se ci fosse un Dio li avrebbe folgorati tutti e diciotto nelle loro sale d'aspetto... Ma nessun Dio l'ha fatto!"
Sempre legato al tema terrorismo, seppur più generale, è Pomeriggio del Diploma. Racconto breve che denota l'abilità stilistica di King, pur essendo povero di contenuti. Qua viene esternato l'orrore massimo che sembra esser rievocato dai tempi della guerra fredda ovvero un attentato nel cuore della grande mela perpetrato con una bomba nucleare.

Incentrato sull'azione, pur se povero di contenuti, è Torno a Prenderti, una sorta di sceneggiatura innescata da un trauma (la perdita di una figlia) e su come questo si rifletta nella vita di tutti i giorni, portando il rapporto di coppia a collassare. King parte da ciò, caratterizzando assai bene una protagonista al femminile che trova nell'attività agonistica, nella fattispecie la corsa, la via per esorcizzare il dolore. La tematica, a circa metà racconto, viene tuttavia scalzata dall'incontro, casuale, con un serial killer. L'evento trasforma il testo in un concentrato, seppur impersonale, di suspence e tensione che richiama alla memoria Il Gioco di Gerald (1992). Imprigionata e imbavagliata dall'assassino, la donna si libera e ingaggia con lo stesso un confronto, dapprima all'interno di un'abitazione e poi sulla spiaggia di una cittadina della Florida. King dimostra eccezioanle attitudine all'action movie, con piglio cinematografico, tuttavia non inventando niente di nuovo e limitandosi a evoluzioni stilistiche. 
Appartenente al medesimo genere è Alle Strette, in cui King si diletta nel descrivere i tentativi, poi andati a buon fine, messi in atto da un individuo rinchiuso per vendetta all'interno di una latrina sradicata e precipitata giù in un dirupo. Testo molto dilatato, assai disgustoso con un personaggio invischiato tra urina ed escrementi, capace tuttavia di fuoriuscire da una situazione claustrofobica prossima a condurlo alla morte.

Su tematiche poliziesche si assesta Muto, elaborato costruito su un doppio binario costituito da un flashback (in cui il protagonista rivela la sua triste storia familiare a un autostoppista sordomuto) e da una ricostruzione resa a un prete davanti a un confessionale. L'uomo arriva a pensare che sia stato Dio (notare l'importanza simbolica della medaglina di San Cristoforo che passa dalle mani del protagonista a quelle del vendicatore per ritornare poi al suo proprietario) in persona a metterlo in contatto col reietto, un modo per salvarlo da un fallimento a lui non attribuibile. Il vagabondo, macchiandosi di un crimine atroce, gli salverà la vita civile e lo farà per solidarietà al fine di sdebitarsi del passaggio ricevuto. Aria dunque un po' blasfema, ma anche un modo per sottolineare quanto siano misteriosi i disegni del gran Dio.
L'autista è un marito tradito dalla moglie che, col suo racconto, ha involontariamente ordinato, a uno sconosciuto e apparentemente disinteressato alla comunicazione, l'assassinio della moglie adultera e dell'amante di quest'ultima. Scagionato dalla polizia, in quanto non coinvolto nell'evento e in possesso di alibi di ferro, l'uomo beneficia della polizza assicurativa sulla vita della moglie, per appianare il reato di appropriazione indebita perpetrato dalla stessa a carico della pubblica amministrasione. La donna infatti, presa da un amore malato verso un altro uomo, al fine di sentirsi giovane, aveva dato sfogo a una serie di acquisti compulsivi di mutandine, pensando poi di recuperare i soldi sottratti alla pubblica amministrazione dandosi al gioco d'azzardo (inevitabile lievitazione del debito). Finale un po' cattivo, all'insegna di un'ipocrisia di cui il protagonista si rende ben conto, gioiendo in cuor suo per un evento tragico che aveva accarezzato lui stesso di compiere senza averne forza e coraggio. Niente di nuovo, ma ben raccontato, alla faccia del famoso Delitto per Delitto di Hitchcock.

Il Sogno di Harvey riprende l'abusato cliché del sogno/incubo che si rivela premonitore. King introduce il racconto utilizzando, di contorno, un contesto familiare in cui la vecchiaia ha intaccato il sogno adolescenziale di una coppia di sposi. Senza guizzi e con poco costrutto. 
Non si differenzia troppo Area di Sosta, che riprende un vecchio cavallo battaglia di King ovvero la scissione della personalità tra un autore di romanzi gialli e la personalità fittizia che trapela dalle sue opere, così da dare l'idea dell'esistenza di un secondo individuo nascosto sotto un nome di fantasia che altro non è che lo pseudonimo dello scrittore. A far emergere l'indole cruenta e coraggiosa dell'alter ego è il casuale incontro, in un'area di servizio, di un coppia di fidanzati intenti a litigare all'interno di un bagno pubblico. La violenza del giovane nei confronti dell'indifesa ragazza porta il protagonista a ergersi a giustiziere. Bel ritmo, ma storia insipida.

Sensazione di racconto troncato sul più bello quella offerta da Il Gatto del Diavolo, che pare un testo ispirato dal celebre I Gatti di Ulthar di H.P.Lovecraft. King costruisce bene l'antefatto che porta un ex farmaceutico a ingaggiare un sicario per uccidere un gatto. Il vecchio è convinto che l'animale sia stato mandato dall'inferno per punirlo degli esperimenti condotti, nel corso degli anni, ai danni dei felini e che hanno portato al decesso di 15.000 gatti. L'animale, giunto d'improvviso presso la sua abitazione e apparentemente affettuoso, ha eliminato tre dei quattro componenti della famiglia, anche se i decessi sono stati archiviati quali incidenti o fatalità.
Il sicario accetta l'incarico, ma farà i conti con l'istinto omicida dell'animale. King costruisce bene la premessa del racconto per chiuderlo frettolosamente senza sviluppare a dovere l'intreccio. Inferiore, nonché diversissimo, alla sceneggiatura utilizzata per l'episodio centrale de I Delitti del Gatto Nero (1990), film diretto da John Harrison.
Nota curiosa è costituita dal fatto che si tratta di un elaborato dimenticato per anni da King e non ancora incluso in nessuna delle sue antologie. Pubblicato nel lontanissimo 1977 sulla rivista Cavalier, deve la sua pubblicazione in Al Crepuscolo solo per un accenno di un'assistente dello scrittore che, a quanto pare, era convinto di aver già pubblicato il testo in una precedente antologia. La cosa la dice lunga su quanto King apprezzi questa storia...

Con Ayana torna il tema già affrontato da King ne Il Miglio Verde ovvero quello dei miracoli. Come da tradizione nella narrativa dello scrittore del Maine, all'individuo benedetto dalla luce divina si sostituisce l'uomo comune investito di un male che, da contrappasso, rilascia un dono: quello di guarire gli altri. Una facoltà a tempo limitato a quanto pare. 

Questi i tredici racconti per un'antologia, a mio modo vedere, non proprio riuscita che patisce in modo importante il confronto con le precedenti firmate King, tanto da potersi definire la peggiore dell'autore. Cala in modo importante l'horror e, ancor di più, il fantastico. Solo quattro racconti possono definirsi horror puri (N., Il Gatto del Diavolo, Cyclette e Le Cose che hanno Lasciato Indietro), un altro paio possono qualificarsi quale fantastico (Willa e Il New York Times in Offerta Speciale), mentre il resto (più della metà del testo) è costituito da thriller o drammatici. Scarsa l'originalità delle storie, pur se narrazioni di piacevole lettura per stile e caratterizzazioni. Da acquistare solo per finalità di completamento dell'opera di King. Tranquillamente sorvolabile per gli altri. 

STEPHEN KING
e la copertina della prima versione italiana.

"C'è un mondo dietro questo mondo, pieno di mostri. Dei, Dei malefici."

mercoledì 19 giugno 2019

Recensione Narrativa - RIVISTA ZOTIQUE - Gennaio 2019.



Direttore e Curatore: Pietro Guarriello.
Genere: Rivista del Fantastico con saggi, interviste, recensioni e racconti originali di scrittori affermati.
Editore: Dagon Press.
Indirizzo di Redazione: Viale delle Orchidee, 6, Pineto (Te).
Numero: Anno II, N.2.
Testi in ordine di presentazione: Christian Lamberti, Pietro Guarriello, Ambrose Bierce, Donald Burleson, Cesare Buttaboni, Thomas Owen, Francesco Brandoli, Mariano D'Anza e Gertrude Atherton.
Pagine: 194.
Prezzo: 15,90 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Secondo numero dell'attesissima Zotique che conferma la buona resa già riscontrata dalla prima uscita della rivista. Pietro Guarriello, studioso di lungo corso del weird e deus ex machina della Dagon Press, non cambia l'impostazione del debutto e prosegue nel suo cammino di divulgazione, affiancando nomi sacri del fantastico che fu a quelli di autori autoctoni emergenti, con un occhio di riguardo agli scrittori sottovalutati dalla nostra editoria ma reputati maestri altrove e alle fin troppo bistrattate "quote rosa" del weird. Ne viene fuori un'eccelsa amalgama tra saggistica, biografie e racconti inediti in italiano fregiati da firma d'autore.
Ospite d'eccezione del numero è il dissacrante Ambrose Bierce, scrittore americano ottocentesco celebre per l'aforismario satirico Il Dizionario del Diavolo (1906) e per la produzione incentrata su un orrore spesso connesso alle scene di battaglia vissute in prima persona ai tempi della guerra di secessione. "La realtà è il sogno di un filosofo impazzito" soleva dire, mantenendo per tutto il corso della sua carriera una spiccata abilità per il racconto breve spesso intriso di un affilatissimo sarcasmo.
Pietro Guarriello gli dedica cinquanta pagine, offrendo un'utilissima guida all'intera bibliografia dell'autore in Italia (fondamentale per capire cosa comprare in una rosa di proposte talvolta ripetitive) in cui sottolinea pregi e difetti dei vari volumi editi. La panoramica è preceduta dalla biografia piuttosto dettagliata dello scrittore, a sua volta anticipata da un coltissimo saggio teorico sulla narrativa dell'orrore (in gnerale) firmata da Christian Lamberti. A rendere più appetitoso l'omaggio alla sarcastica penna californiama contribuisce un quintetto di racconti tradotti per la prima volta in italiano e tutti legati dal trait d'union offerto dalla morte. Una Notte Gelida Un Sonno Leggero, assai simili, giocano sulla paura che l'uomo può provare nei confronti dei cadaveri dei propri simili. Assai intriso di black humor il primo, in cui un freddo pungente induce persino un cadavere a cercare il calore di una coperta; più cupo il secondo, che vede sempre un cadavere spostarsi da un fianco all'altro in cerca della posa più comoda in cui riposare.
Da personaggi attivi i cadaveri diventano passivi ne Il Demone Sconfitto, in cui un disseppellimento diventa motivo di fraintendimento tra due individui, uno dei quali terrorizzato dalla convinzione di aver a che fare col diavolo dopo aver cercato lui stesso di spaventare l'altro spacciandosi per un demone.
Atmosfere fiabesche ne Lo Scherzetto del Mago, mentre ne Il Lago di Jim Beckwourth gli spruzzi d'acqua generati dall'affiorare sulla superficie di un lago di enormi bolle genera il terrore in un gruppo di cowboy dopo che uno di questi, per impressionare i compagni, leva al cielo una supplica prontamente recepita da un'entità ignota che amplifica il fenomeno sollevando lo specchio d'acqua per cento metri. Della serie scherza con i fanti, ma lascia stare i santi... .

La rivista prosegue con un secondo omaggio, un po' più contenuto, dedicato allo scrittore belga Thomas Owen, al secolo Gérald Bertot. Il testo è scritto dal bravo Cesare Buttaboni che lo ripropone pur avendo già pubblicato il contributo sulla rivista Hypnos. Scrittore novecentesco poco noto in Italia, si tratta, dopo Jeran Ray, del maggior autore di narrativa horror in Belgio. Più interessato a un fantastico realista, a differenza di  Bierce, Owen non ha goduto di adeguata attenzione in Italia da parte dell'editoria. Lo sforzo di Pietro Guarriello, che propone quattro racconti mai tradotti nella nostra penisola, rende così imperdibile il numero della rivista e aumenta l'esiguo numero di storie a disposizione di coloro che non sono abili nella lettura dai testi stranieri.
In Kavar Il Ratto il sortilegio della vecchiaia morde le articolazioni, rende oziosi e consente solo di volare in un sogno che poi si scontra con la cruda realtà, quella di un figlio bandito che ruba quanto il padre ha conservato in casa, fino a distruggere la sola cosa a cui il vecchio abbia ancorato il più misero sogno di una vita, unico possibile in base alle limitate possibilità di un'esistenza di povertà: ascoltare la melodia di una bambola/salvadanaio dallo stesso costruita innescata dalla centesima moneta inserita.
Ne Ali di Farfalla Morta l'ossessione per il peso porta un anziano individuo a pesarsi su tre bilance disseminate in un parco e tutte indicanti il medesimo peso: 2,9 kg ovvero il peso dei vestiti che l'uomo ha indosso!!! Indovinate un po' perchè...?
Sogno premonitore e realtà si mischiano ne La Fine di Alexis Balakine, breve elaborato costruito sulla base di un impianto narrativo piuttosto classico e collaudato. Pastiche lovecraftiano il brevissimo Il Giorno che Incontrai Randolph Carter.
Dunque un autore lontano sia dall'ironia del connazionale Ray, sia dall'orrore cosmico della tradizione lovecraftiana, oltre che più spiccio per effetto di uno stile finalizzato all'efficacia anziché all'eleganza. Buttaboni scrive correttamente che "la poetica della corruzione del quotidiano nell'insolito è alla base di molti dei suoi racconti, che vengono classificati dalla critica nella categoria del realismo magico... Owen si sentiva vicino ai surrealisti nella misura in cui rimanevano vicini alla realtà."

Dai mostri sacri della narrativa mondiale si passa a un racconto dell'emergente Francesco Brandoli che, in chiave moderna, sia per stile narrativo che per contenuto, mischia col suo La Madre Oscura De Quincey alla tematica del baubau (o meglio del boogeyman) kinghiano, traslando la figura dall'uomo nero su quella della strega che attende la notte per emergere da sotto il letto e funestare la quiete notturna di una bimba. Brandoli confeziona un fantastico mascherato, simbolico, caratterizzato da una veste sotto la quale si nascondono i traumi psicologici subiti dai bimbi per effetto della separazione dei genitori. Un testo dunque non troppo weird e più votato a un orrore sociale assai contemporaneo.

Dalla narrativa si torna alla saggistica grazie a Mariano D'Anza e al suo Il Cantore delle Nebbie. D'Anza ci introduce, con grande padronanza e piglio da critico provetto, alla poesia di Robert Ervin Howard, attento a compararne la produzione con quella degli altri due moschettieri di weird tales ovvero C.A.Smith e H.P.Lovecraft. Pregi e difetti, in un'ottica che cerca di decriptare le problematiche della vita sociale dell'autore per riscoprirle nell'opera.

La rivista si chiude nel segno di Pietro Guarriello e dell'interessante sezione Le Donne del Weird, in cui facciamo conoscenza della ribelle e battagliera Gertrude Atherton. Si tratta di una chiusura non casuale, fornendo l'occasione di un ideale testacoda con Ambrose Bierce di cui la donna era stata una fiamma. Il curatore della rivista offre ai lettori una calibrata biografia di colei che ispirò il capolavoro Vertigo (La Donna che Visse Due Volte) di Hitchcock, una galoppata che ripercorre la vita e i principali racconti soprannaturali (quasi tutti afferenti al sottogenere delle ghost story, in particolare influenzate dalla penna di Henry James). Un saggio funzionale a introdurre per la prima volta in italiano il racconto, valutato dalla stessa autrice quale la sua migliore storia weird, Lo Strid, Il Luogo che Cammina.

Questo il contenuto rapidamente delineato del secondo numero di Zotique, una rivista che non delude il suo zoccolo duro di lettori, grazie a un lotto di saggi calibrati, tre biografie impreziosite dalle analisi, seppur brevi, dei testi e, ghiottoneria delle ghiottonerie, da undici racconti di cui dieci pubblicati per la prima volta in lingua italiana. Cosa volete più dalla vita...? Dato il personaggio centrale del numero non rispondetemi "un amaro lucano..." ma ricordando il suo soprannome cosa mai potreste volere di più....? un AMARO BIERCE, al tavolo d'angolo!

AMBROSE BIERCE
Zotique gli dedica un ampio dossier.

"Il suo humor nero e il suo piglio ferocemente anticlericale e provocatoriamente anticonformista, diventano nel giro di poco tempo proverbiali, e fanno di lui una delle firme più quotate e temute in città"


venerdì 7 giugno 2019

Recensione Narrativa: LOVECRAFT MUSEUM di Steve Rasnic Tem


Autore: Steve Rasnic Tem.
Titolo Originale: In The Lovecraft Museum.
Anno: 2015.
Genere: Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2016.
Collana: Visioni.
Pagine: 83.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
"La paranoia è soltanto avere l'informazione giusta" questa la citazione a William S. Burroghs con cui si apre la novella edita dalle Edizioni Hypnos nella collana Visioni. Ottanta pagine abbondanti di delirio, con un protagonista americano, un vero e proprio fallito, che si rifugia nella letteratura weird per sovrapporre una vita di fantasia alla solitudine e alla perdita del figlio che è scappato da lui durante un viaggio in Inghilterra. Un escamotage tuttavia inidoneo a mantenere sommerse negli abissi della memoria i dolori e le delusioni di una vita di insoddisfazioni. "Con un figlio, la famiglia era possibile, e James poteva immaginare se stesso come parte di una comunità" massima che si rivelerà una pericolosa illusione che genera mostri, quelli della mente.

Dietro al progetto c'è l'autore americano, classe 1950, Steve Rasnic Tem, quattro volte vincitore del Bram Stoker Award e più volte antolocizzato in Italia, al fianco di Stephen King, Clive Barker, Ramsey Campbell, Robert Bloch e altri, in opere collettive quali Profondo Horror (1993), Estate Horror 1993: Mostri (1993), Popsy e Altri Racconti (1995), 25 Storie di Magia Nera (1996) e Il Libro dei Morti Viventi (2000). Autore conosciuto nella nostra penisola soprattutto quale scrittore di racconti, alcuni ideati a quattro mani con la moglie Melanie Kubachko, si è destreggiato anche nel formato del romanzo sebbene in Italia nessuno abbia deciso di scommettere su di lui in via autonoma. Fa eccezione una piccola novella pubblicata dalla Delos: Dolcetto o Scherzetto ad Halloween Street. Testo comunque insufficiente a valergli una menzione nella Guida alla Letteratura Horror dell'Odoya. 

Le edizioni Hypnos, probabilmente anche per l'idea che funge da sfondo a quello che è un romanzo alienante e paranoico, anziché weird e fantastico, hanno pescato questo In The Lovecraft Museum (2015) tra i finalisti degli Shirley Jackson Award del 2016. Si tratta di una novella che ben rappresenta il marchio di fabbrica dell'autore, più votato all'introspezione piuttosto che all'azione. Rasnic è conosciuto soprattutto per opere psicologiche e surreali dove l'orrore resta di sfondo, simile a qualcosa che corrompe la quotidianità e modifica la normalità inserendo elementi destabilizzanti. Un imprinting che ha portato alcuni critici ad assimilare l'autore a Franz Kafka. Non fa eccezione questo Lovecraft Museum, dove persino gli animali domestici assumono una veste minacciosa, alla stessa maniera dei bambini. L'impressione è quella di un'alienità, non meglio precisata, che crea angonscia e ansia perché non conosciuta e dunque potenzialmente minacciosa. Ne viene fuori un testo non sempre facile da seguire, solo a tratti coinvolgente, infarcito di un'inquietudine soprattutto soggettiva, quella del protagonista, un vero e proprio estraneo alla vita sociale.
Risultano molto fascinose le descrizioni del museo eretto, nella campagna londinese, a tributo di Lovecraft, con stanze che riproducono in modo tridimensionale le location dei racconti più famosi del maestro di Providence. Il protagonista si muove all'interno di esse, spaesato e impressionato, sebbene la sua mente corra perennemente a quel figlio che ha perso alcuni anni prima, preferendo annullarsi in una folla di sconosciuti e in un terreno straniero piuttosto che continuare a vivere col padre. E così tutta la permanenza in Inghilterra del protagonista sarà caratterizzata da una lunga corsa, innescata da un corrispondente che lo ha invitato in Regno Unito per parlare di weird, all'inseguimento di un fantasma. A ogni angolo svoltato, infatti, il protagonista si convincerà di aver visto il figlio e si lancerà sulle sue tracce pur se ostacolato dalla folla. Lovecraft resta di sfondo, forse solo vagamente richiamato in un'ideale corrispondenza psicologica col protagonista. L'autore da vita a un incubo psicanalitico in cui il trauma si decompone e si riforma, sotto diversa veste, proponendo quell'abbandono disgregante che ha definitivamente disintegrato la personalità del protagonista.
La storia procede tra flashback e interrogatori condotti dalla polizia, delineando un dramma (il fallimento umano) anziché un'opera votata alla ricerca del sense of wonder o orientata a un fantastico esoterico. L'epilogo è di una tristezza unica, con un aereo caricato di reietti che sembrano esser stati espulsi dall'Inghilterra perché non graditi.

Opera tra luci e ombre, assai allucinata. Personalmente non l'ho amata, essendo più cerebrale che concreta, penalizzata (ma per qualcuno potrebbe essere il punto di forza) dal punto di vista del protagonista che, da disturbato psicologicamente, rende spiazzante il testo, passando spesso da un argomento all'altro con la fastidiosa controindicazione di una dilatazione testuale che spegne l'attenzione del lettore.

L'autore STEVE RASNIC TEM

"Tutto di ciò di cui era convinto era quanto facilmente un cultura possa essere infettata poste le giuste circostanze fauste o infauste, possa diventare un virus e diffondersi attraverso l'architettura o la religione, o il design o la politica, quanto poco i sogni che creiamo ogni notte siano effettivamente i nostri."

giovedì 30 maggio 2019

Recensione Narrativa: ALL'OMBRA DELL'ANTICO NEMICO di Giovanni Magherini Graziani.



Autore: Giovanni Magherini Graziani.
Anno: 1886-1910.
Genere: Horror.
Editore: Edizioni Hypnos, 2011/2016.
Collana: Impronte.
Pagine: 172.
Prezzo: 14,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ennesima pregevole iniziativa delle Edizioni Hypnos di Milano che riportano in auge i racconti dell'unico scrittore italiano apparso sulle pagine di Weird Tales, il leggendario pulp magazine su cui presero le mosse i vari Howard Phillips Lovecraft, Robert Ervin Howard e Clark Ashton Smith. Giovanni Magherini, che aggiunse al proprio cognome quello della moglie (Libri Graziani), è considerato un padre del gotico rurale, per taluni della narrativa fantastica italiana sebbene sia rimasto misconosciuto per anni. All'Ombra dell' Antico Nemico, sintesi di due delle tre antologie realizzate dall'autore originario di Figline Valdarno (Fi), è una pubblicazione di valenza culturale, un appuntamento ghiotto per gli studiosi di letteratura fantastica italiana. In precedenza pubblicato da Marino Solfanelli Editore, che propose un trittico sotto il segno del titolo Il Libro del Comando (1990), e dalla Fanucci Editore che licenziò nel 1987 la traduzione in italiano dall'inglese di Fioraccio poi proposto, nella versione originale, dieci anni dopo dal Gruppo Newton, Magherini Graziani torna all'attenzione degli appassionati e lo fa con un volume formato da sette racconti, tre dei quali ripresentati dopo oltre cento anni dalla loro uscita.

Scrittore dotto, appassionato di storia dell'arte, biografo dei grandi Michelangelo, Raffaello e Masaccio, Magherini Graziani era riuscito a manlevarsi, per effetto di una cultura da autodidatta, dallo status di agricoltore, gestendo il patrimonio finanziario dei proprietari terrieri presso i quali il padre espletava l'attività di mezzadro. Attività quest'ultiuma che lo portò a frequentare ambienti di prestigio fino a sposare una contessa. Nonostante il titolo di studio di licenza elementare, era riuscito a scalare le gerarchie fino ad affermarsi autore tradotto in Germania, Francia e persino, postumo, negli Stati Uniti.
Di lui, a parte i volumi storici, si ricordano tre antologie. La prima scritta in collaborazione con un altro autore, Casentino: Impressioni e Ricordi (1884), quindi Il Diavolo: Novelle Valdarnesi (1886), giudicato il suo capolavoro e quasi interamente recepito dalla proposta delle Hypnos (manca un racconto, valutato di genere non fantastico) e, infine, In Valdarno: Racconti Toscani (1910). Decisiva, per la sopravvivenza nel tempo dell'opera, l'amicizia stretta col letterato francese Henry Cochin, traduttore di Dante, a cui Magherini Graziani concesse i diritti di distribuzione dell'antologia Il Diavolo: Novelle Valdarnesi, data alle stampe in Francia, alcuni mesi dopo l'uscita italiana, col titolo Le Diable: Moeurs Toscanes al fine di sconfessare la massima di Alexandre Dumas secondo la quale l'Italia sarebbe priva di soprannaturale perché sprovvista di nebbia. Il testo, nella versione francese, finì sotto gli occhi di un redattore di Providence (concittadino di Howard P. Lovecraft), tale George William Curtis, che decise di pescare in Europa un lotto di racconti da proporre in patria in un'antologia intitolata Modern Ghosts (1890). Tra questi elaborati fu selezionato anche Fioraccio, forse su suggerimento di Henry Cochin, che venne tradotto in inglese pur se con alcune modifiche rispetto all'originale. L'antologia ebbe discreto successo tanto che quarant'anni dopo venne saccheggiata dai responsabili del pulp magazine Weird Tales che vi estrapolarono, uno alla volta, i racconti da inserire nella sezione Weird Story Reprint. Quando nel numero131 uscì il racconto Fioraccio, nell'ottobre del 1934, il suo autore era già deceduto da dieci anni e forse, probabilmente, avrebbe voluto fare come il protagonista del suo racconto, uscire dal cimitero, per gustarsi un numero che sarebbe poi passato alla storia. A fianco degli emergenti che diveranno mostri sacri Catherine L. Moore (moglie di Henry Kuttner), Robert Ervin Howard e Clark Ashton Smith figura lo sconosciuto Giovanni Magherini Graziani, lo scrittore venuto dalla campagna fiorentina che in pochi, persino in Italia, conoscono.

La copertina del numero di
Weird Tales
dove fu pubblicato Magherini-Graziani.

Danilo Arrigoni, artefice dell'indovinato titolo della collezione, spiega questo e altro. Spiana la strada al lettore, fornendo una dottissima prefazione in cui delinea in modo magistrale il background sociale in cui agisce Magherini Graziani per poi passare a una veloce, ma esaustiva, analisi delle tematiche dei racconti e, in modo più particolare, dello stile adottato dallo scrittore. Giovanni Magherini Graziani offre "un tributo alle sue terre natali e alla classe spesso disprezzata dei contadini... un escamotage per non separarsi dal proprio fanciullino interiore."

Sette racconti tutti ascrivibili a un fantastico cattolico d'ambietanzione rurale che fa perno sulle superstizioni legate alla convinzione di una realtà magica in cui il diavolo funge da ispiratore e terminale, talvolta presenza diretta espressione dell'iconografia cattolica (caprone antopomorfo) talaltra mero suggeritore che induce al rigetto di Dio ("O che fai di codesta croce al collo? Levatela! Buttala via cotesta medaglia!"). Lo stile è quello dei c.d. racconti del focolare o, meglio ancora, di quelle storie, un po' fiabesche, che i vecchi del paese erano soliti raccontare ai fanciulli nelle sere di veglia, quando tutti si riunivano, prima di andare a dormire, per sognare un'evasione che all'epoca non poteva esser garantita dalle amenità che deliziano (o quantomeno dovrebbero nelle intenzioni) la vita quotidiana di oggi giorno. Ecco allora la natura edificante di queste storie, costruite sugli stilemi di quei moralizzanti racconti medievali di derivazione religiosa, funzionali ad ammonire dagli atteggiamenti irrispettosi per aderire a un approccio fedele agli insegnamenti cristiani. Magherini Graziani punta il dito sugli spacconi ("Ho leticato con tanti e nessuno finora mi ha mangiato... Se fosse vero che ci fosse il diavolo, vorrei leticare anche con lui!"), sui prepotenti, sui bestemmiatori, su coloro che scelgono un approccio materialistico bistrattando i morti, i santi e persino il diavolo e che, inevitabilmente, finiscono preda dei loro stessi atteggiamenti, pagando oltre la morte (con la dannazione) i propri errori.

Ecco allora i fantasmi di individui macchiati dal peccato che si trovano intrappolati in stanze di ville abbandonate (Il Diavolo e San Cerbone) oppure uomini che pagano con la dannazione ultraterrena i propri errori non trovando la pace in un cimitero consacrato (Fioraccio) o venendo trasportati all'inferno dallo spirito del cadavere dissacrato (Leonzio). Sorte similare tocca a coloro che scelgono scorciatoie offerte da esoteristi più o meno maledetti per ottenere vantaggi (Il Libro del Comando) o scoprire coloro che si sono resi manifesti di malefatte (Lo Specchietto). Non poteva poi mancare la classica storia che vede la vecchietta del paese lanciare efficaci anatemi contro i figli di coloro che si rifiutano di farle dono di cibo e monete, scatenando dei veri e propri malocchi che possono esser sciolti solo da esperti di magia bianca (La Strega).
Tematiche dunque classiche, in alcuni casi omaggianti autori del calibro di Edgar Allan Poe, si pensi a La Mascherata della Morte Rossa e La Verità sul caso Valdemar, rispettivamente omaggiati da Leonzio e Fioraccio, i due racconti più lineari dell'opera. Nel primo racconto, un signorotto facoltoso dileggia il teschio di un cadavere, invitando lo spirito dell'uomo defunto a recarsi a una delle tante feste dallo stesso organizzate. Offesa che viene pagata col materializzarsi di un'ombra gigante che martella l'abitazione del dileggatotore per poi irrompere nella festa e pretendere il tributo per esser stata svegliata dal sonno eterno. In Fioraccio, il racconto pubblicato su Weird Tales, un noto bestemmiatore che ha rifiutato Dio e tutti i suoi rappresentanti in vita, persevera nel suo atteggiamento anche da morto, emergendo dal luogo di sepoltura, sempre più putrefatto, chiedendo di esser sepolto in un luogo non consacrato. "Dov'era sotterrato Fioraccio la terra si alzò adagio adagio, proprio come se gonfiasse per ribollimento, ed uscì fuori lui ritto; stette un momento, e poi ricadde in terra  disteso per il verso della buca... Si senti una voce cupa, come se venisse di sotto terra di dieci braccia: Portatemi via di qui, voglio duecento braccia d'acqua dove non si senta suon di campane."

Lo stile dei racconti è caratterizzato da un'impronta verista, cercata col ricorso al gergo fiorentino e con descrizioni fedeli dell'ambiente rurale della seconda metà dell'ottocento. Ne viene fuori un taglio molto dilatato, Magherini Graziani porta avanti le storie per effetto di dialoghi che rievocano ricordi, spesso e volentieri, frutto dell'intervento di più soggetti, con microstorie inserite in un racconto che poi prende una via diversa da quella iniziale, mentre coloro che parlano svolgono azioni determinate (a esempio una battuta di caccia alla lepre). Enrico Rulli ha scritto che "i racconti di Magherini non hanno una trama unica, ma si affidano al filo della memoria, alla chiacchiera, tanto che la narrazione imbocca vie imprevedibili." Un modo di narrare che produce, quale effetto collaterale di una scelta che vuol essere fedele al clima che si respirava nelle veglie, una frammentarietà non sempre piacevole. Magherini Graziani cerca di rendere solida la base di realtà che sottende al soggetto per poi inserire, a poco a poco, il paranormale così da rendere credibile ciò che altrimenti potrebbe sembrare inverosimile. Riesce in questo in modo magistrale, offrendo squarci, a tratti onirici, di grande spessore. Il fantastico si manifesta, ma lo fa quale risultanza di un accadimento toccato con mano. Magherini Graziani accenna a un qualcosa che sta oltre (Che ci sia, non c'è da negarlo), ma non spiega il perché né scende nel merito della questione occulta. Si limita a mostrare le visioni o i rimedi per contrastare le conseguenze che derivano dal male, a esempio descrive un rito per contrastare il malocchio. Così, quali ragioni del paranormale che irrompe nella quotidianità, si trovano cenni al ballo angelico (una sorta di sabba), a un grimorio che evoca Satana costringendolo a esaudire le richieste prestategli, a delle tecniche di divinazione mediante specchi, ma anche ad apparizioni diaboliche in cui il principe della notte si manifesta sotto la veste di capra, di cavallo rampante che non tollera la visione di croci o di un vecchio dotato di forza nerboruta. Non mancano momenti splatter, in San Cerbone, a esempio, si parla di una donna assassinata, in quanto autrice di tradimento, e fatta decapitare con inoltro della testa all'amante.

Danilo Arrigoni chiude la sua eccelsa prefazione definendo l'autore "un libero rielaboratore di un patrimonio narrativo plurisecolare alla cui perpetuazione sottomise qualsiasi altra velleità artistica , giungendo quasi ad annullare la propria voce in favore del commento anonimo di un contadino o di tracce narrative bruciate tra una divagazione e l'altra." Ecco quindi che All'Ombra dell'Antico Nemico diviene occasione di studio delle tradizioni letterarie fantastiche del folklore toscano, una via che in tempi più recenti a noi è stata seguita dal regista emiliano Pupi Avati e, in ambito narrativo, da autori quali Eraldo Baldini e Danilo Arona che ne hanno mutuato la tradizione e hanno portato fino a noi un tipo di orrore che avrebbe rischiato di estinguersi.

L'autore 
GIOVANNI MAGHERINI GRAZIANI

"Ne ho conosciuti di questi bravi, che dicono per farsi grandi: Ma che Dio! Ma che diavolo! Sono per l'appunto questi che in core ci credono più di voi e di me. E poi alle volte succedono certi casetti...!"

domenica 12 maggio 2019

Recensione Narrativa L'ULTIMA RIVELAZIONE DI GLA'AKI di Ramsey Campbell.



Autore: Ramsey Campbell.
Titolo Originale: The Last Revelation of Gla'aki.
Anno: 2013.
Genere: Fantastico / Horror.
Editore: Edizioni Hypnos, 2016.
Collana: Modern Weird.
Pagine: 160.
Prezzo: 16,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Presentiamo oggi uno degli scrittori horror più famosi della seconda metà del secolo scorso e ancora in florida produzione. Prosecutore della scuola tracciata dagli americani Fritz Leiber, Robert Bloch e Richard Matheson, con un occhio però ancorato al passato. Ramsey Campbell è stato sicuramente lo scrittore di narrativa del terrore più famoso d'Inghilterra dagli anni '60 ai '90 ovvero prima dell'avvento del concittadino Clive Barker (sono entrambi di Liverpool), da cui diverge in modo importante per uno stile meno votato al truculento e al pittorico. Possiamo addirittura azzardarlo quale autore più famoso in Italia, fino agli inizi degli anni novanta, dopo Stephen King nell'ambito degli scrittori contemporanei interessati alla narrativa del terrore.
Incupito da una vita familiare all'insegna delle continue liti tra i genitori, tanto cattolici da non accettare il divorzio pur vivendo da separati in casa, Ramsey Campbell si avvicina precocemente alla letteratura. Ad appena quindici anni, dimostrando grande intraprendenza, entra in relazione epistolare con Augusth Derleth, il deus ex machina dell'Arkham House ex allievo di Howard P. Lovecraft, e riesce a farsi pubblicare il racconto The Church in High Street (1961). Derleth gli fa da chioccia, gli legge i testi e gli fornisce continui suggerimenti. Tra questi quello di modificare le location americane del Massachussets, non conosciute e ricostruite con l'ausilio dell'immaginazione, con ambientazioni inglesi. Nasce così la fantasiosa Brichester, una sorta di Arkham dello scrittore inglese, situata nel Gloucestershire.

La prima parte di carriera è tutta all'insegna di un amore smodato verso la narrativa di Lovecraft, eletto scrittore preferito del primo Campbell unitamente a Dickson Carr e Arthur Machen. Campbell è, a tutti gli effetti, un prosecutore dei c.d. Miti di Cthulhu anche se capace di liberarsi dal rischio di esser ancorato al sottogenere come successo invece ad altri colleghi. Sulla scia del grande ispiratore, inventa il suo pseudobiblia, Le Rivelazioni di Gla'aki, e persino un nuovo grande antico, tale Gla'aki, che ha molto in comune con Cthulhu, a partire dal fatto di dormire sotto una superficie acquosa - in questo caso il lago (di Brichester) in luogo del mare - entrando in relazione mentale con i più sensibili per la via del sogno. Dopo un'antologia derivativa, The Inhabitant of the Lake and the Less Welcome Tenants (1964), sempre pubblicata dalla Arkham House, Campbell si manleva dai legami lovecraftiani e sviluppa, anche per la via del romanzo, una narrativa più personale, votata a un realismo sociale che non disdegna canovacci più prossimi al thriller che al fantastico. Niente più località immaginarie, l'orrore si trasferisce nella vita di tutti i giorni, non come qualcosa di alieno che proviene dall'esterno bensì quale male insito nel mare magnum cittadino, e plasma quel corpus che porterà lo studioso Joshi a definire lo scrittore quale "il poeta dello squallore urbano e del degrado." In Campbell, spesso e volontieri, l'orrore risiede all'interno dell'uomo, nel suo inconscio.

Tra le sue opere più famose, quasi tutte delle mistery stories che poi travalicano nell'horror, si ricorda il primo romanzo, The Doll Who Ate His Mother (La Bambola che Divorò sua Madre), pubblicato nel 1976 (a trent'anni) e incentrato sulle vicende di un bizzarro serial killer antropofago, che gli garantisce introiti a sufficienza per cessare l'attività di bibliotecario e vivere dei diritti, anche perché viene ingaggiato per realizzare delle novelization dei classici film horror della Universal. Cinque anni dopo pubblica un secondo thriller con elementi orrorifici, Nameless, dato alle stampe in Italia col titolo La Setta e portato sul grande schermo, quasi vent'anni dopo, da Balaguero col titolo Nameless - Entità Nascosta (1999), soluzione imitata dal collega spagnolo Paco Plaza che con Second Name (2002) porterà al cinema il romanzo Pact of the Fathers (2001).  Fanno seguito altri importanti testi, quasi tutti tradotti in italiano (a testimonianza del successo dell'autore nella nostra penisola, tra l'altro spesso antolocizzato, ivi compreso su Urania) quali Night of the Claw (1983, Artigli nella Notte) dove un artiglio di una setta induce alla pazzia coloro che ne entrano in possesso, Incarnate (1983, Sogni Neri), l'antologia Waking Nightmares (1991, Incubi e Risvegli) e l'ideale the greatest hits dei suoi trent'anni di carriera Alone With the Horrors: The Great of Short Fiction of Ramsey Campbell 1961-1991.
Negli anni novanta e duemila, pur vedendo diradare le proprie pubblicazioni in Italia, continuerà la sua attività di romanziere, al ritmo di sette/otto libri per decade, nonché di curatore e di editor.

Campbell è l'autore inglese di genere che ha avuto il maggior numero di riconoscimenti: cinque World Fantasy, tredici British Fantasy, tre Bram Stoker e quattro International Horror Guild. Non a caso è un idolo di larghe schiere di fan.


L'autore RAMSEY CAMPBELL.

The Last Reveletion of Gla'aki segna il ritorno, a oltre cinquanta anni di distanza, di Campbell ai tempi dei debutti narrativi. E' un sentito omaggio alla narrativa di Lovecraft e, più in particolare, al capolavoro The Shadow Over Innsmouth (1936). Ricompaiono l'immaginaria Brichester e con essa il grande antico Gla'aki, al centro delle vicende in The Inhabitant of the Lake (1964), nonché il grimorio Le Rivelazioni di Gla'aki apparso per la prima volta in Cold Print (1969), tradotto in italiano col titolo Il Pornografo Sfortunato.
Protagonista è un bibliofilo incaricato dall'università di Brichester di recuperare un grimorio, originariamente pubblicato in 200 copie nel 1865 a Londra, per sette e società segrete, e andato, nel corso degli anni, perduto in quanto giudicato "il libro più malefico pubblicato" dopo esser stato scorto nella biblioteca di Aleister Crowley. Alla stregua del Lucas Corso de Il Club Dumas (1993) di Arturo Perez-Reverte, poi portato in auge dal film La Nona Porta (1999) di Roman Polanski, il "nostro" detective di libri (Leonard Fairman) giunge a Gulshaw, invitato dagli stessi abitanti, per mettere insieme i nove volumi originali in cui è stata suddivisa l'intera opera. Ciò che il giovane ricercatore non sa è quello di esser stato scelto per questa missione, in vista di un ruolo che neppure sospetta e che lo vede parte integrante di un disegno tracciato da un'entità suprema.

Gulshaw è una piccola cittadina balneare, costantemente avvolta dalla nebbia e dall'umidità, assai vicina alla Innsmouth di Lovecraft soprattutto per la caratterizzazione dei suoi abitanti dotati di pelle gommosa e mani umidicce. Alla stregua del villaggio narrato dal Solitario di Providence, la cittadina di Campbell ha una natura sotto la quale si cela l'orrore. Proprio come una maschera di normalità sotto la quale brulica una realtà aliena, Gulshaw si presenta sotto mentite spoglie che hanno la loro sostanza nella cordialità, nella reverenza e nella tranquillità a dare la forma di trucchi che occultano un qualcosa che sta oltre e che viene solo suggerito al lettore. E' in questo contesto malato e per lunghi tratti morboso che si snodano le sorti del protagonista, costretto a compiere nove tappe (percorso iniziatico). Vi giunge con l'intenzione di partire subito, certo di recuperare il libro che è stato incaricato di prendere, ma si accorge presto di esser sempre più invischiato in una vicenda che fa della cittadina una grande ragnatela da cui è impossibile liberarsi. "C'è molto da vedere" è il tormentone che accompagna lo straniero, frase che compare sui tabelloni pubblicitari e che gli viene ripetuta dai vari soggetti che si trova a dover incontrare (a leggere bene si tratta in realtà di un tessuto sociale mentalmente unitario), ed è anche la frase che meglio si addice al testo. La sensazione è che L'Ultima Rivelazione di Gla'aki sia un romanzo che racconti molto meno di quanto è in esso contenuto (c'è molto da scoprire in esso). Campbell sviluppa la storia in modo molto lento, sceglie la ripetizione degli avvenimenti per meglio calare il lettore nella splendida atmosfera lovecraftiana (ci sono anche echi di Cherudek di Valerio Evangelisti) e mostrare la lenta involuzione del personaggio, a poco a poco, assuefatto alla cittadina fino a diventarne parte integrante (la frase finale è esemplificativa) per effetto di un assorbimento nel tessuto sociale che lo depersonifica per uniformarlo alla massa. Campbell parte da Lovecraft per costruire il suo Villaggio dei Dannati in cui gli abitanti, nel loro essere accoglienti e accomodanti, divorano la parte umana dei forestieri e li rendono adepti di un culto innominabile, mutandone forma e sostanza. Gulshaw diviene così una trappola pacifica in cui si assiste persino alla corruzione della Chiesa in un blasfemissimo quanto efficace finale. Il Cristo è stato spodestato, il vero Dio in cui sperare è il grande antico Gla'aki, un extraterrestre della stirpe di Cthulhu piovuto dallo spazio che, come lui, dorme negli abissi nella sua città sommersa, in questo caso sprofondata in un lago. Mentre Cthulhu "si fa conoscere agli uomini attraverso i sogni, Gla'aki si attacca alle menti degli uomini così da fare dei loro sogni i suoi e modellarli secondo la sua volontà." Ecco che gli abitanti diventano vittime di una possessione inconsapevole e si approcciano al loro grimorio come un padre potrebbe fare con un figlio. "Le Rivelazioni di Gla'aki narrano di come Gla'aki vagasse nell'universo e di come la sua grande mente guidasse il recipiente, ma neppure lui avrebbe potuto resuscitare gli abitanti della città morta che formava il suo carapace. La città e i suoi segreti, molto più antichi dell'umanità, furono distrutti quando il vascello cadde sulla nostra Terra."

Copertina dell'edizione inglese.

E' l'atmosfera l'arma vincente del romanzo, un plot che gioca sull'attesa di un qualcosa che alla fine si intuisce, ma non si esplicita. Lo sguardo resta rivolto allo specchio d'acqua che circonda Gulshaw da cui, da un momento all'altro, sembra dover emergere qualcosa di mostruoso. Campbell però non vuol mostrare, gioca con lo spettatore un po' come fanno le strane creature che popolano lo zoo cittadino ma che non si rendano manifeste, celandosi nell'ombra. Alla stessa maniera avviene con i significati sottesi nel testo, che ci pare giusto considerare su più livelli grazie ai molti momenti esoterici offerti dai criptici passaggi delle varie copie che formano Le Rivelazioni di Gla'aki e su cui si sofferma, di volta in volta, il protagonista, sempre più preso da una ricerca che assume i connotati della morbosità. L'Ultima Rivelazione di Gla'aki può dunque definirsi a tutti gli effetti un modern weird degno dei grandi maestri del passato. Manca un po' di azione e l'orrore si intuisce ma non esplode mai veramente, fatto salvo per l'efficace finale in cui si lascia campo all'immaginazione integrativa del lettore. Proprio come alcuni racconti di stampo esoterico dei primi novecenti necessita, a mio avviso, di più riletture.

Davvero eccellente l'edizione offerta nel 2016, tre anni dopo l'uscita inglese, al pubblico italiano dalle Edizioni Hypnos (sempre siano beate) che corredano il romanzo con calibrate e dettagliate prefazioni curate da Danilo Arrigoni e Walter Catalano. I due studiosi tracciano con grande piglio, soprattutto Arrigoni, la carriera dell'autore, soffermandosi sui romanzi principali fino a dire, a ragione, che con The Last Reveletion of Gla'aki Campbell "ha resuscitato in un colpo solo l'essenza dei modelli della tradizione weird di cui si era nutrito e l'ha compendiata reinventandola secondo i propri canoni e la propria sensibilità."

Un romanzo dunque che ci sentiamo di consigliare caldamente a tutti i fan di Lovecraft e a coloro che apprezzano le storie incentrate sui grimori. Campbell ha finalmente centrato il suo grande sogno di "scrivere una storia lovecrafiana perfettamente riuscita." Chiudiamo con una domanda che evidenzia la nostra devozione al grande maestro di Providence: perché non scriverne un'altra?

La raffigurazione della scena finale 
del romanzo.


"Non lasciate nessuno leggere che non capisca, lasciate che i grandi segreti siano tenuti chiusi affinché non vengano offuscati dalle menti informi dei non iniziati."

sabato 11 maggio 2019

Recensione Narrativa: A COME ASSASSINO di Ernesto Gastaldi.



Autore: Ernesto Gastaldi.
Anno: 2019.
Genere: Giallo.
Editore: Il Foglio Letterario.
Pagine: 136.
Prezzo: 14,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Gustosissima novità in casa Foglio Letterario che, sulla scia di importanti realtà come la Sellerio dei vari Camilleri, Malvaldi e Manzini, presenta un progetto che ha l'imprinting per essere ricordato nel tempo. L'editore di Piombino ha deciso di ideare una collana interamente dedicata al giallo, schierando in prima linea uno dei suoi collaboratori di maggior prestigio. La definizione non è né di circostanza né altisonante, ma risponde a dati oggettivi che conferiscono lustro non solo all'editore ma a tutti gli autori presenti nel suo catalogo. Stiamo infatti parlando di uno dei maggiori sceneggiatori italiani legati al cinema di genere (limitiamo il conteggio alle dita di una mano), una vera e propria leggenda per gli appassionati italiani e stranieri. Padre dello spaghetti thriller (il suo Libido. diretto per scommessa, è stato il primo giallo all'italiana), precursore italiano nella fantascienza (romanzi pubblicati anche nella collana Urania), specialista nello spaghetti western e sceneggiatore di alcuni dei più riusciti polizieschi all'italiana meglio conosciuti quali poliziotteschi. Un titolo su tutti, per fare capire che il suo nome è qualcuno, è Il Mio Nome è Nessuno, capolavoro crepuscolare che ha in Sergio Leone e nel nostro uomo qua presentato la fonte di origine. Ho dunque l'onore e la soddisfazione di introdurre i lettori all'ultima fatica di Ernesto Gastaldi. Già autore del romanzo autobiografico Come Entrare nel Cinema e Restarci Fino alla Fine (2017), del saggio Come Scrivere un Giallo (2017) oltre che del romanzo fantascientifico dalle forti venature satiriche Il Lodo Alfa (2008) e di un volume contenente le sceneggiature originali de I Giorni dell'Ira e de Il Mio Nome è Nessuno, tutti editi da Il Foglio Letterario, i lettori della casa editrice di Gordiano Lupi hanno l'occasione di gustarsi un Gastaldi che ritorna alle origini, un tuffo carpiato nel passato, per abbracciare quel giallo che lo aveva lanciato nell'olimpo del cinema italiano. E quale migliore occasione, in questi tempi di stanca cinematografica, per formare, imitando anche i successi editoriali di Umberto Lenzi, una collana, si spera lungimirante grazie alla benedizione dei lettori, di una serie di brevi romanzi che, a loro modo, rievocano il felice tempo che fu e inducono giovani lettori alla riscoperta del nostro cinema di genere più qualitativo?

Vediamo allora di spendere due parole su questo A... Come Assassino, dato alle stampe in una nuovissima versione nella primavera del 2019 dal Foglio. Si tratta di un soggetto scritto circa sessanta anni fa per il teatro, aggiornato in modo da presentarlo quale soggetto contemporaneo. Gastaldi fa cenni a soggetti come Trump, Brexit, ma anche social network, scooter e cellullari, ambientando il tutto in Inghilterra, sebbene le atmosfere siano quelle dell'inizio novecento. La storia arriva infatti da molto lontano. Fu ideata per accogliere un invito di una giovane attrice, compagna di corso al Centro Sperimentale Cinematografico presso il quale, a metà anni cinquanta, Gastaldi era allievo. A particolare agio con le tematiche gialle, tanto da indovinare sempre l'assassino nei vari spettacoli teatrali proposti, Gastaldi realizzò il suo copione quando però la stagione teatrale era conclusa. Il copione finì comunque per esser premiato e col premio arrivò anche il contributo pubblico garantito a chi lo avrebbe messo in scena. Sviluppo quest'ultimo che indusse la compagnia teatrale di Spaccesi a proporlo per il teatro e, in seguito, circa una decina di anni dopo, a esser trasformato in film per la regia (assai convenzionale) di Angelo Dorigo. Nonostante il futuro sceneggiatore fosse alle prime armi, la trasposizione sia teatrale che cinematografica non lo vide coinvolto. Gastaldi ritornerà piuttosto sul soggetto per trasformarlo in romanzo, lavorando sulle caratterizzazioni dei personaggi, specie quello del poliziotto incaricato dell'indagini. Ne usciranno fuori molteplici versioni, una delle quali pubblicata negli Stati Uniti dalla Raven's Head Press col titolo A... For Assassin (2016).


La copertina americana della
RAVEN'S HEAD PRESS.

A... Come Assassino è un racconto lungo o romanzo breve, se preferite, composto da appena 130 pagine, 90 nella versione americana, che scorrono via assai velocemente per effetto di uno stile narrativo cinematografico e alleggerito da sperimentalismi di sorta. Gastaldi fa ampio ricorso ai dialoghi e a una messa in scena visiva, senza lirismi e senza concedersi arzigogolati giochi di parole. L'efficacia e l'immediatezza anteposte all'eleganza e ai propositi poetici. L'autore piemontese, se vogliamo, abbassa ulteriormente il registro linguistico rispetto alle precedenti versioni (di certo quella cinematografica), optando per un lessico da pulp magazine. Rende molto più torba e morbosa la vicenda, ambientando un soggetto dal retrogusto classico, all'Agatha Christie (penso a Dieci Piccoli Indiani, 1939), all'interno di una sfarzosa magione inglese in cui, al di là dell'altisonanti apparenze, l'avarizia, i tradimenti amorosi e persino i rapporti incestuosi sono la norma. Siamo nell'ambito di quei gialli alto borghesi che aprirono la strada al giallo italiano. Potrebbe sembrare un plot abusato che ha poco da aggiungere a quanto già letto e invece Gastaldi, che lascia qualcosa per strada relativamente allo stile fin troppo esplicito (molte le parolacce e anche i modi di esprimersi gretti, penso agli scambi di battute tra il poliziotto e l'amante), confeziona un intreccio geniale che modernizza l'abusato cliché di Dieci Piccoli IndianiSette personaggi, un po' come nel romanzo Malpertuis (1943) di Jean Ray, costretti a vivere insieme per un mese per volontà testamentaria da un losco uomo trovato morto con un coltello boero conficcato in gola. Un'arma particolare, esaltata da una A gotica scalfita sul manico. Un mese di tempo per indurre i sette (nipoti, sorelle, figli, amanti, collaboratori) a scegliere, tra loro, i tre che andranno a ereditare il tutto, perché il testamento parla di solo tre eredi ovvero coloro che si presenteranno al cospetto del notaio un mese dopo pena, in caso di maggior numero, la devoluzione in beneficienza dell'intero asse testamentario. Una volontà diabolica, dato il tenore dei personaggi, incompatibile con ogni forma d'accordo e tale da far emergere tutte le problematiche di famiglia. Pur braccati da un poliziotto prossimo alla pensione, si renderanno protagonisti di una serie di delitti organizzati in modo geniale. Non c'è la mano di un assassino convenzionale dietro alle varie morti, ma di un qualcuno che, dietro le quinte, muove i fili senza di fatto commettere alcun reato, ma inducendo gli altri, spinti dalla brama di aver per sé l'intero patrimonio, a uccidere gli avversari perché feriti nell'orgoglio a causa di tradimenti sessuali, errori di valutazione, sensi di colpa o vendette. Si innesca così un gioco di astuzie in cui i vari contendenti finiranno col superarsi l'uno con l'altro in vista di un finale davvero clamoroso.


 La locandina del film
diretto da DORIGO.

Ne esce fuori una piacevolissima lettura, non particolarmente elegante sul piano stilistico (si segnala anche qualche piccolo errore di battitura) ma assai ottima per l'intreccio giallo. Notevole, per la capacità di evocare i brividi, il modo beffardo in cui il soggetto che innesca tutto si compiacerà davanti al ritratto dell'uomo che ha fatto testamento e che, di certo, fosse stato spettatore di quanto successo a seguito del suo malato gioco, avrebbe riso a crepapelle per l'idiozia dei suoi parenti e per l'esito finale del gioco, con un vincitore che, nel mondo delle scommesse, si direbbe da "quota shock".  

La versione curata dal Foglio è sprovvista di introduzione e di aneddoti che, a mio avviso, avrebbero impreziosito il volume, data la lunga gestazione del romanzo e la portata del suo autore. Anche la copertina, assai accattivante da un punto di vista visivo, non sembra troppo in linea al contenuto del testo che ruota attorno a un coltello boero piuttosto che a un revolver. Concludiamo dicendo che il romanzo, pur prendendo le mosse dal medesimo soggetto utilizzato per la versione cinematografica, gode di un intreccio superiore rispetto al relativo film di riferimento con modifiche che ne migliorano in modo esponenziale il risultato (specie sul finale). Gastaldi si è impegnato nel trovare nuove idee (tra le quali un citofono da cui è possibile udire ciò che si dice nelle stanze) per rendere più elaborati i moventi che inducono i vari soggetti a macchiarsi, quasi tutti senza premiditazione (che è invece propria di chi crea le condizioni affinché si giunga al risultato), di omicidio alla stregua di burattini manovrati in modo inconsapevole da altri.

La speranza è che il romanzo abbia il successo che merita così da attendere nuove uscite firmate dal grande maestro del giallo italiano che è stato, e continua a esserlo, Ernesto Gastaldi.


L'autore
ERNESTO GASTALDI.

"Mi hai sempre detto che ero scemo. Anche tutti gli altri mi han sempre detto che ero scemo..."