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mercoledì 11 luglio 2018

Recensioni Narrativa: DEMONI, UOMINI E DEI di Lord Dunsany.



Autore: Lord Dunsany.
Titolo Originale: Gods, Men and Ghosts.
A cura di: Everett Bleiler, 1972.
Anno: 1905-1952.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Mondadori, 1989.
Pagine: 318.
Prezzo: 9.000 Lire.

A cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE
La lettura di Demoni, Uomini e Dei, antologia pubblicata dagli Oscar Mondadori nel luglio del 1989 ovvero ventinove anni fa, si presenta, al nostro cospetto, quale occasione propizia per avviare l'articolo dedicando ampie righe alla figura di un autore, l'anglo-irlandese Lord Dunsany, che è stato, a ragion veduta, definito quale il primo autore di lingua inglese ad aver dato il là alla narrativa breve di genere fantasy. Una scelta su cui poi costruiranno la loro fortuna ampie schiere di scrittori di stampo weird e pulp, andando a fissare le coordinate dell'odierno new weird che non sarebbe stato quello che oggi è se non ci fosse stato questo autore. Il giudizio appena espresso è senz'altro vero, ma da monitorare sotto una lente interpretativa più precisa e calibrata al caso concreto. Sulla scia di William Morris, padre della fantasy fiabesca come noi oggi la conosciamo, Dunsany sfrutta il canale offerto dai mondi meravigliosi e alternativi, rispetto a quelli “reali”, per plasmare una personale cosmogonia che innescherà le produzioni dei vari e monumentali Lovecraft, Howard, Smith e Jean Ray, tanto per citarne alcuni, così da fungere da padrino di un nuovo e fortunato genere. Una produzione dunque centrale, vera e propria matrice di un sottobosco artistico che avrebbe, di lì a poco, stravolto la narrativa fantastica, sia fantasy che horror, e quella legata alle altre forme di espressione artistica. Dunsany, che diceva di “scrivere solo ciò che aveva sognato” (Lovecraft lo emulerà anche in questo dicendo che, in realtà, i suoi racconti non erano frutto del suo estro ma dei sogni che lo rapivano nelle ore del sonno), lascia il proprio faro guida galoppare, libero e tagliente, in contesti totalmente stravolti e intrisi da una fantasia geografica aliena dai luoghi tangibili dai comuni mortali; una landa immaginifica definita, per tale ragione, the secondary world ovvero un mondo immaginario idealmente parallelo pur se, talvolta, secante rispetto al primario in cui ognuno di noi muove i suoi passi. Oggi, a leggere queste righe, non è facile comprendere la portata che i lettori dell'epoca si vedevano somministrare da chi vendeva loro le ultime novità produttive. Ecco allora che c'è il rischio di non comprendere l'importanza della rivoluzione narrativa condotta da questo autore. Un po' perché siamo abituati all'evasione, sia in lettura che abbarbicati a bocche aperte (più per ingurgitare pop corn che per dare libero sfogo a quel sense of wonder che è andato, via via, sempre più ad atrofizzarsi) sulle poltroncine rosse dei cinema, dal mondo abietto e materialista che ci circonda e un po' perché, ai giorni nostri, il the secondary world esiste davvero, in modo quasi concreto, e ha il nome di “realtà virtuale”. Come potremmo infatti definire il coacervo di informazioni e di caratteri che, alla stregua di inchiostro impazzito, si allargano su supposte pagine su cui nessuna penna è passata a lasciare il segno? Un caos di informazioni che, quasi per magia, assumono un senso compiuto e si dipanano in un intreccio il cui bandolo, se sbrogliato, può dar i natali a intrecci di senso compiuto? Cosa sono i social forum e i blog? Se lo chiedono in molti, tra coloro che non preferiscono la posizione di quiete confortevole della banalità imperante. Semplicemente tutto e il contrario di tutto, un mare magnum in cui è facile affondare ma che, a orizzonte, lascia intravedere le linee sinuose di una costa avvolta da un colore che assurge sempre più al rango di giungla. Se Dunsany tramutava queste visioni in un racconto come Un Racconto di Terra e di Mare, vantandosi peraltro di essere in condizione di tramutare anche il nulla in racconto (come quando disse di esser in grado di smerciare una storia sul fango del Tamigi, riuscendo puntualmente a dimostrare l'assunto), gli scrittori del nuovo millennio, siamo pronti a scommetterci presso alcuni autori di libri (i c.d. books maker), plasmeranno il loro mondo su altri lidi e questo non costituisce certo soluzione gradita a un tradizionalista quale Dunsany. Ma conosciamo meglio questo autore e addentriamoci nella sua storia.

LO SCRITTORE.
La storia di Lord Dunsany, almeno questo il nome col quale è passato alla storia nella letteratura, parte da molto lontano e ha un che di magico ed epico fin dalle origini. Sebbene si presentasse spesso in modo sciatto, in parte sfavorito dallo sgraziato fisico che, seppur longilineo, lo faceva risultare allungato in modo tutt'altro che proporzionale rispetto al resto del corpo, nel sangue di Dunsany scorreva sangue blu. Una condizione sociale che si riverberava già in sede di presentazioni e convenevoli, un po' come quando, giusto per far storcere la bocca ai puristi, in Rocky III lo speaker presenta Apollo al pubblico con il vecchio campione che chiede scusa a Rocky per la lunga serie di appellativi. Dunque le generalità interminabili a caratterizzarlo, semplicemente sintetizzabili in Edward Plunkett e il titolo di XVIII barone del casato di Dunsany. Uno status che non era tuttavia sufficiente a esorcizzare l'ilarità tipica di certa nobiltà locale tesa ad attribuire maggior significato alla forma piuttosto che alla sostanza, con espressioni, in verità alquanto becere, quali “Oh Signore, è l'uomo peggior vestito d'Irlanda” oppure “chi mai avrebbe potuto immaginare che una simile poesia non trovasse corrispondenza nell'uomo che ne è autore... Orrore, tremendo orrore, cara mia.” Lord Dunsany non se ne faceva in qua e in là, anzi ribatteva con la sua verve ironica facilmente intuibile anche dai racconti che piazzava su riviste e giornali e che raggiunse uno dei suoi apici il giorno dell'incoronazione della Regina Elisabetta II. Badate bene, non è un giorno come un altro per un nobile come lui. Ci sono delle regole, scritte e non, nel galateo di certe caste. Regole che quando si ha a che fare con gli artisti saltano come le marcature sul finale di una partita di calcio ancora da decidere. Dunsany, invitato all'evento, pensò bene di fare un viaggio in California e lo motivò a modo suo, non certo su basi solide o cercando quell'ipocrisia tipica del bon ton di estrazione nobiliare. Niente di tutto questo, non sarebbe stato nello stile di un narratore di razza. “Mi hanno trascurato, che festeggino tra di loro.” Una frase sibillina, con spiccate punte di un sano narcisismo che lo elevava a eroe delle penna, ma che mal si conciliavano a un ufficiale dell'esercito e soprattutto a un diretto erede di una famiglia di avventurieri franco-normanni che invasero l'Inghilterra agli ordini di Guglielmo il Conquistatore e nel XII secolo conquistarono pure l'Irlanda fondando due Signorie che dominavano incontrastate nella zona più ricca dell'isola. Non a caso, i discendenti di Dunsany venivano chiamati baroni di rapina, tanto che chiunque passasse per le strade dei loro casati avrebbe dovuto dar conto a questa famiglia e inimicarsela non costituiva certo testimonianza di grande intelligenza.
Dunque la nobiltà quale estrazione sociale a rendere ancor più affascinante la figura di un uomo quasi in antitesi con il profilo tipico dello scrittore. Niente a che vedere con personaggi dediti a notte brave, alcool e disturbi, più o meno velati, di carattere psichico. Tutt'altro. Lord Dunsany incarnava più il ruolo dello spaccone, ma con moderazione e senza farsi prendere da abitudini ciarliere o millantatorie. Al contempo grande uomo d'azione e grande uomo d'intelletto, qualità che lo portavano a eccellere in più campi in un modo tale da trasformarsmi, lui stesso, in un personaggio da romanzi.
Ufficiale presso il corpo della Coldstream Guards, sezione fucilieri, partecipò alla seconda guerra boera e alla prima guerra mondiale, distinguendosi sul fronte fiammingo. Militare di professione, tuttavia, si caratterizzava per alcuni hobby pittoreschi. Fanatico di caccia grossa, non perdeva occasione per finanziare i propri viaggi e dedicarsi alla caccia al leone nella Savana. Dirà in vecchiaia di aver dedicato più tempo a questa attività che alla scrittura. Abile giocatore di cricket, ma soprattutto fanatico giocatore di scacchi al punto da strappare il titolo di campione d'Irlanda e di piegare, in una storica partita disputatesi a Londra, il campione del mondo Capablanca, evento che lo portò a pubblicare dei volumi in cui spiegava i problemi di scacchi che aveva ideato. Dunque una personalità complessa, ma non direi certo complessata, che estrinsecava in più campi, ivi compresi quelli del sapere. Rimasto folgorato da una commedia teatrale nel 1903, The Darling of the Gods, ambientata in un Giappone mitico, iniziò a meditare su esotiche divinità e tempi siderali sospesi in epoche non bene precisate. Un assillo che, due anni dopo, all'età di ventisette anni lo portò a pubblicare un'antologia di trentuno fulminei racconti che avrebbero segnato l'inizio di una scintillante carriera, ma soprattutto la base attraverso la quale influenzare i colleghi maestri del fantastico. Bella la definizione dell'antologista Everett F. Bleiler, a sottolineare l'immediatezza piuttosto che l'artificiosa costruzione dell'idea di partenza, che dirà di lui: "Più che un architetto era un orafo".
Il problema di trovare un editore non costituiva un ostacolo insormontabile per lui, ben informato sul fatto che quando si ha i soldi non ci sono ostacoli che tengano. Così finanziò di tasca propria The Gods of Pegana (pubblicato in edizione integrale, alcuni mesi fa in Italia dalla Golem Libri, a cui va il nostro elogio per lo sforzo di divulgazione) e debuttò in veste di scrittore. La visibilità e le conoscenze non gli mancavano, forte degli studi a Eton e Sandhurst, e soprattutto di amicizie influenti come quella del Premio Nobel William B. Yeats che lo produsse, cinque anni dopo, in teatro, facendo di lui una delle punte di forza dell'Abbey Theater (il primo teatro nazionale irlandese), e lo introdusse nell'ordine esoterico della Golden Dawn, autentica fucina di talenti del fantastico. Un humus che permise a Dunsany di maturare, ma soprattutto lo incoraggiò in un percorso di crescita che lo portò a pubblicare qualcosa come sessanta volumi, alternandosi tra racconti, poesie e commedie per il teatro, e ad andare in giro per gli Stati Uniti a fare conferenze. In quest'ultima attività, nel 1919, recitò un ruolo determinante nella formazione del giovane Lovecraft, che ebbe modo di toccare con mano quello che reputava il suo secondo grande maestro dopo Edgar Allan Poe e da cui mutuò l'idea di dar vita a una cosmogonia personale, senz'altro sbilanciata sul versante dell'horror, con contaminazioni fantascientifiche, piuttosto che giocata sul fiabesco con marcate stilettate di ironia satirica tipiche dell'anglo-irlandese. Sul finire degli anni '30, abbandonata la carriera militare, Lord Dunsany provò persino il gusto di tramutarsi professore di inglese ad Atene, per poi ritornare in patria per sfuggire all'invasione nazista. 
Celebre la sua avversione per la tecnologia e le modernità, aspetti che non potevano che conquistare il cuore del Solitario di Providence (perfetto esempio di conformista refrattario al mondo nuovo), che andava a manifestare, col suo classico cliché provocatorio e sopra le righe, vantandosi di scrivere i propri racconti con una penna d'oca imbevuta di inchiostro. Solo così si distinguevano i veri scrittori, immaginiamo di sentirgli dire, tenendo accanto quel bicchiere di whisky che spesso si vede presente nei suoi racconti.
Poliedrico in chiave autoriale, prediligeva la scrittura quale via di fuga dal reale. Il suo era un bisogno di liberare la fantasia, condurla nei meandri dell'immaginazione, poco interessandosi di fare l'allegorico o di celare messaggi esoterici. Assai più diretto dei colleghi della Golden Dawn (che invece, spesso, facevano dell'ermetismo la propria arma primaria), Lord Dunsany fornisce la sensazione dell'autore che si diverte a scrivere e scrive per il gusto di plasmare mondi incantati, più vicini alla fiaba che al terrore. Diretto, immediato e senza fronzoli con costruzioni narrative, talvolta ripetitive e in parte limitate da tematiche ritornanti (quali l'esaltazione di antieroi, soprattutto ladri che poi soccombono, o di divinità capaci di interagire con gli umani, dando anche sfogo a debolezze tipiche dell'uomo come la gelosia e la vanità) che si manlevavano dal rischio deja vù per effetto di contorni scenografici propri di mondi estranei, lontani nel tempo e nello spazio, totalmente frutto dell'immaginazione e dunque agevolatori della sensazione di sense of wonder (il gusto per il meraviglioso o lo strano). Nei suoi testi la sensazione di trovarsi all'interno di una fiaba diviene costante, ne è dimostrazione più palese il suo romanzo più celebre: La Figlia del Re degli Elfi (1924). Un modo di concepire la letteratura che sarà poi percorso da un certo Tolkien, che sublimerà e rinforzerà all'ennesima potenza ciò di cui Dunsany aveva già fatto cenno. Lord Dunsany però non era solo questo. Non lo definirei uno specialista monotematico. E' stato anche l'ispiratore dell'heroic fantasy poi fatto volare da R.E. Howard, con una serie di racconti di spade e magie (soleva dire che “la magia è il sale della vita, la sua essenza, il suo ornamento e la sua gloria”), ma soprattutto è stato un autore capace di amalgamare in modo lodevole l'avventura all'azione, sfruttando le esperienze personali di gran viaggiatore, senza mai dimenticare una caratteristica che sarà smarrita da molti suoi epigoni: l'ironia dissacrante (molto simile al primo Jean Ray, in questo).
Ci congediamo, a malincuore perché di certi autori parleremmo all'infinito senza paura di tediare la nostra voglia (sulla vostra invece non saremmo pronti a scommettere), con le parole, forse, del più grande maestro di cui la letteratura fantastica può fare vanto. Autore eccezionale, criptico (a differenza di Dunsany), ma soprattutto grande divulgatore e difensore dell'opera dei colleghi. Stiamo parlando di Jorge Borges che incluse, nella sua poderosa collana Le Meraviglie della Biblioteca di Babele, il romanzo Il Paese dello Yann (permettendo anche al pubblico italiano di conoscere un autore non proprio ben distribuito nella nostra landa), scrivendo: “Nel nostro secolo di noti scrittori impegnati o cospiratori che ansiosamente ricercano il proprio cenacolo e vogliono essere gli idoli di una setta, è insolita l'apparizione di un Lord Dunsany, che ebbe molto del giullare e si affidò con tanta facilità ai sogni. Non evase dalle circostanze: fu uomo d'azione e un soldato, ma anzitutto fu l'artefice di un beato universo, di un regno personale che fu per lui la sostanza intima della sua vita.” Giù allora il cappello davanti a Borges e a tutti i grandi maestri del fantastico!

IL LIBRO: GENERALE

PROSSIMAMENTE

Lord Dunsany.

mercoledì 4 luglio 2018

Recensioni Narrativa: I RACCONTI DEL WHISKY di Jean Ray.



Autore: Jean Ray.
Titolo Originale: Les Contes du Whisky.
Anno: 1925.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2013.
Pagine: 272.
Prezzo: 21,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Torniamo con estremo piacere a leggere e recensire un volume edito dalle Edizioni Hypnos di Milano, appartenente alla collana Biblioteca dell'Immaginario. L'occasione ci permette di incontrare, per la terza volta in questo blog, lo sfuggevole e misterioso belga Raymond Jean-Marie de Kremer, passato alla storia nel mondo della letteratura fantastica con lo pseudonimo di Jean Ray.
I Racconti del Whisky è la prima antologia, nonché il primo volume, data alle stampe dallo scrittore nella sua lunga carriera. Pubblicata a Bruxelles nel 1925, con discreto successo locale, contiene ventisette racconti brevi, usciti tra il 1919 e il 1925, a cui si aggiunge, nella edizione curata dalla Hypnos, un'analisi curata dallo scrittore Danilo Arona incentrata proprio sul più famoso collega belga.
Le edizioni Hypnos di Andrea Vaccaro, ancora una volta, si qualificano quale piccola realtà che si rende promotrice della riscoperta dei grandi maestri del fantastico, sottraendo dagli strati di polvere opere che non possono non entrare a far parte della biblioteca privata di ogni studioso del genere. I Racconti del Whisky, pur non potendosi definire un'opera centrale nel panorama fantastico, è comunque un testo molto importante per lo studio della carriera dello scrittore Jean Ray. Il volume risente e riflette il fatto di esser composto da storie scritte seguendo canoni e limiti editoriali ben definiti. La maggior parte dei racconti, non tutti di tema fantastico, seguono criteri di lunghezza imposti dall'alto, essendo stati destinati, nella quasi totalità, alla pubblicazione su giornali e riviste locali. Questo aspetto, da una parte, rende molto veloce la lettura. I testi hanno una lunghezza compresa dalle tre alle sedici pagine, con una media prossima alle sei pagine, e danno in generale la sensazione di esser al servizio di una promozione pubblicitaria in favore del whisky. In quasi tutti i racconti, infatti, compare sempre una bottiglia di whisky a fungere da leit motiv. Lo stratagemma consente all'autore di tenere unite storie molto diverse tra loro, ma anche di trasmettere una certa atmosfera decadente e a suo modo romantica.
Il whisky, dolce naufragar nell'oblio dei sensi, diviene allora la via di fuga, la sostanza amica che allenta la ragione e libera la mente aprendo la via alla dimensione del sogno ("Quando il whisky mi apre la splendida porta della Città del Sogno"). "Il whisky è il ruscello d'oro, la meravigliosa preghiera del sole che sgrana il suo silenzioso rosario di pepite dal bancone alla sabbia secca delle nostre gole..."
Ray costruisce magiche atmosfere inglesi, tra l'onnipresente nebbia e la pioggia a rendere ancora più opprimenti i vicoli notturni. Le storie, per buona parte, sono ambientate in un'immaginaria Londra, molte delle quali sotto forma di racconti narrati all'interno del bar "L'Angolo Incantato" in cui finiscono per ritrovarsi sempre i soliti reietti, prostitute e marinai squattrinati che vivono tra un furto e l'altro, sognando una vita che non appartiene a loro e che, secondo la comune esperienza, mai gli apparterrà; soggetti non certo raccomandabili, eppure dotati di un'etica spesso e volentieri superiore ai c.d. uomini perbene estrinsecata da una serie di rimorsi per non aver potuto condurre una vita civile degna di tal nome e da gesti di generosità (aspetto spesso latente nel caso degli individui benestanti). Ray tratteggia questi ambienti con un taglio allo stesso tempo sia fiabesco che pulp, senza grandi fronzoli o lirismi. Essenzialmente molto diretto, pur se con una certa scelta lessicale, plasma parabole che assumono i contorni di vere e proprie favole che si compiono quando la perdizione sembrava ormai alle porte, ma fa anche l'inverso innescando orrori indicibili, spesso e volentieri restauratori del bene e punitivi nei confronti di strozzini (bersaglio preferito nel testo) o persone comunque avare, o con un paranormale che poi trova giustificazioni beffarde e terrene frutto di credenze popolari o suggestioni che hanno indotto in errore i vari protagonisti. Dotato di ironia pungente, al punto da far saltare in mente i fulminei racconti con ribaltamento finale del satirico Ambrose Bierce, Ray si diverte in più di un'opera a regalare quello humor nero che fa impazzire gli inglesi con soluzioni anche irridenti. Tuttavia, si tratta di un Ray ancora un po' grezzo nel trovare quei soggetti che, nel corso della carriera, lo renderanno un maestro del terrore. Il testo risente del fatto di essere una prima opera, sebbene l'autore lo pubblichi all'età di trentotto anni. Lo si evince dai molti omaggi ai vari Bierce, Poe, Hodgson e altri nonché da un paranormale convenzionale ancora molto legato alla tradizione cattolica e al politicamente corretto. In altre parole, l'orrore di Ray non incarna il male, ma il soprannaturale che irrompe nella vita comune con valenza esorcizzante, andando a colpire i malvagi sotto forma di punizione divina. Ciò nonostante il divertimento non manca e soprattutto si possono leggere almeno una mezza dozzina di gioielli. Una lettura senz'altro utile ai registi di cortometraggi amatoriali sul tema fantastico, trattandosi di storie in linea di massima realizzabili con budget accettabili.

Copertine in lingua francese dell'antologia.

I racconti proposti li possiamo comprendere i tre grandi gruppi. Ci sono le storie dell'orrore caratterizzate da maledizioni legate a oggetti di antiche civiltà perdute, ghost story e testi che potremmo definire criptozoologici con incontri ravvicinati con mostri non sempre ben definiti. Il secondo gruppo di storie, che definiamo finte storie dell'orrore, verte su situazioni che sembrano rientrare nel primo gruppo di racconti se non fosse che alla fine si scopre, il più delle volte, un grave errore di percezione del protagonista, disturbato dalla prospettiva di osservazione o dall'alcool ingerito. Ecco allora che ciò che sembrava paranormale finisce per avere una spiegazione terrena. C'è poi il terzo gruppo di storie che non sono fantastiche dall'inizio alla fine, pur essendo scritte con uno stile weird o pulp. In questo caso si tratta di elaborati che vanno a insistere su un decadente romanticismo o su sviluppi fiabeschi che pongono fine alla sfortuna esistenziale del protagonista per una serie di casi fortuiti tali da stravolgerne la vita.
I racconti più riusciti appartengono, senza ombra di dubbio, ai primi due gruppi, soprattutto per la capacità di tenere sulle corde il lettore in vista, in svariati casi, del colpo di scena finale.

Veniamo nel dettaglio al contenuto, racconto per racconto, e lo facciamo partendo dal primo gruppo. L'antologia si apre con Irish Whisky (1923), ghost story che incarna, in tutto e per tutto, l'horror puro alla Ray prima maniera ovvero l'orrore che si innesca quale vendetta a danno di strozzini, gioiellieri, avari e datori di lavoro che sacrificano i dipendenti per il proprio guadagno. "Io e voi non abbiamo lo stesso Dio. Il vostro si chiama Visnù o Brahma, o Budda... Ma il mio Dio è là, dietro l'acciaio cromato e la serratura Lips della mia cassaforte. Giù il cappello! Si chiama Denaro." Così si presenta lo spedizioniere protagonista del racconto, un uomo che manda nell'oceano navi destinate a naufragare con tutto il loro carico per intascare il premio assicurativo convenuto alla partenza. Vediamo fin da subito intrecciarsi due veri e propri marchi di fabbrica della produzione di Jean Ray prima maniera. Da una parte la presenza di un Dio (definito "Il Terribile Occhio") che ritorce contro gli avari i mali dagli stessi perpetrati e lo fa consentendo alle vittime di questi di vendicarsi, dall'altra un orrore che usa il male per esorcizzare il male stesso. Così, in Irish Whisky, il fantasma di un giovane marinaio deceduto torna sottoforma ectoplasmatica e trasforma, a suon di dolorose manipolazioni, l'ex datore di lavoro in un ragno. Racconto a dir poco agghiacciante, un vero e proprio capolavoro con il finale più bello del volume. Pur ridotto in una poltiglia vivente, lo spedizioniere mantiene lo spirito che lo ha sempre condotto. "Dio gli ha lasciato tutta la sua intelligenza d'uomo nel minuscolo e immondo involucro" tanto da indurre la bestia ad agitarsi e a tentare di mordere i propri assistenti mentre, per divertimento, gli bruciano i soldi davanti agli occhi. Un modo per dire che l'avarizia non muore mai, anche quando ormai i soldi non servono più.
Le due anime che sottendono il citato racconto si ripetono in Josuah Gullick, Prestatore su Pegno (1924). Qui Ray fa un passaggio ulteriore, alla tematica della vendetta e dell'orrore quale via punitiva dell'avarizia, aggiunge l'elemento dell'oggetto gravato da una maledizione, tema anche questo ricorrente. Protagonista abbiamo un strozzino, categoria a quanto pare odiata da Ray che si scaglia più volte su questi soggetti, totalmente privo di umanità e di spirito solidale, ma anche scevro da superstizioni. L'uomo cura solo i propri interessi, inducendo al suicidio chi non riesce a sottostare alle proprie richieste. Un giorno si presenta al suo negozio un uomo che cerca di convincerlo a ridargli indietro il crocefisso di famiglia per consentire alla sorella, ormai prossima alla morte, di indossarlo così da poter proseguire la tradizione di famiglia. Lo strozzino, per nulla sensibile né dotato di cuore, acconsente solo quando vede al dito del cliente uno sfarzoso anello. Si tratta di un gioiello che ha la particolarità di scatenerare una maledizione a danno di chiunque lo acquisti in modo disonesto. Per nulla interessato all'ammonimento del cliente, lo strozzino chiude l'affare e si fa dare in permuta l'anello. Di lì a poco, scopre che gli ammonimenti del cliente erano corretti. Indossato l'oggetto, la mano al cui dito è avvolto viene impossessata da uno spirito che induce l'uomo a bruciare cambiali e a firmare liberatorie in favore dei debitori. Si innesca così una lotta tra le due mani che culmina con la morte dello strozzino. Cambia dunque il canovaccio, ma coincide la sostanza. Ancora una volta, facoltosi individui privi di scrupoli che si arricchiscono sulla pelle degli sfortunati vengono puniti da forze sovrannaturali.

Pressoché identico è Il Quadro (1925) in cui Ray sostituisce l'oggetto gravato dalla maledizione. Nella fattispecie abbiamo un quadro, che raffigura un giovane nudo di divina bellezza, che viene dato in pegno allo strozzino di turno da un giovane artista che non riuscirà poi a pagare il proprio debito, prendendo la via del suicidio. Come per il collega condannato dall'anello azteco, il protagonista del racconto verrà perseguitato dal soggetto del quadro che inizierà a entrare e a uscire dall'opera, materializzandosi nella realtà e portando con sè oggetti reali che appaiono poi dipinti nel quadro. Un testo che ricorda da vicino il famoso Il Ritratto (1842) di Nikolaj Gogol e che anticipa di diversi anni il racconto Il Virus della Strada va a Nord di Stephen King (inserito nell'antologia Tutto è Fatidico). Come in Irish Whisky, l'autore sottolinea quanto l'avarizia e la volontà di trattenere un oggetto di valore prevalga anche sulla necessità di tutelare la propria vita. Invitato a distruggere il quadro, lo strozzino darà del matto al suo suggeritore dicendo di non esser per niente disposto a rovinare un proprio investimento, anche se questa scelta potrebbe costargli la vita.
C'è spazio invece di redenzione, pur se a caro prezzo, per il gioielliere che incontriamo ne Il Debito di Gumpelmeyer (1922). Impaurito e per nulla intenzionato a dar aiuto a un disadattato che allunga la mano oltre la soglia della gioielleria, l'uomo aziona la leva della saracinesca provacando l'amputazione dell'arto. Elaborato assai macabro che prosegue in modo onirico e truce. Vediamo l'uomo dolersi dell'evento, eppure prendere a calci la mano mozzata fino ad accorgersi di una sintomatologia che sembra suggerire che il titolare era affetto da scabbia. In realtà la malattia è ben più grave e si trasmette al gioielliere che, in pochi giorni, si troverà a vagare per la città, abbandonato da tutti finché avrà la medesima sorte dell'individuo che ha subito l'amputazione, evento che lo farà sentire in pace con sé stesso. La tematica viene invertita ne Una Mano (1924), in cui un probabile rapinatore viene dissuaso dal mettere a segno il proprio colpo dalla bontà d'animo dell'aggredito che gli offre del whisky dopo averne constatato le pessime condizioni di salute. Il bandito beve e si ricaccia nella notte, per poi tornare e stringere la mano all'uomo e darsi alla fuga, in un pianto che funge da naturale sfogo per la condizione umana di reietto.

Il novero dei racconti giocati sulla vendetta prosegue con l'edgar allan poeniano La Vendetta (1919), altro elaborato ben riuscito e assai inquietante. Storia brevissima che riflette in modo spiccato la passione per Poe con evidenti riferimenti ai cult Il Cuore Rivelatore (1843) e Il Gatto Nero (1843). Un patricida nasconde il cadavere del genitore sotto le assi del pavimento della propria abitazione, così da poterne rubare il patrimonio e condurre una vita dissoluta. Rimasto presto senza denari, l'assassino inizierà a notare dei rumori e degli scricchiolii diffondersi dal pavimento sotto cui ha sepolto il corpo del genitore. L'incubo del ritorno del padre verrà scacciato quando un enorme ratto spezzerà le assi fuoriuscendo dal punto. Convinto che l'artefice degli scricchiolii fosse il topo, l'assassino si troverà presto vittima di un orrore paralizzante quando vedrà uscire dal pertugio un vero e proprio esercito di ratti seguito da altrettanti scarafaggi affamati. Epilogo truculento e truce che anticipa di svariati anni il famoso L'Uomo che Studiava le Lumache (1964) di Patricia Highsmith. Una miscela semplice e non originale, ma sapientemente gestita.

Ancora oggetti maledetti a farla da padroni in La Scimmia (1921). Questa volta è una statuina indù a fare da recettore di maledizioni con uno sviluppo che non diverge molto dal racconto Josuah Gullick. Un collezionista acquista da un antiquario a peso d'oro una statuetta che immortala un Dio Scimmia. Per nulla interessato agli ammonimenti del venditore, che sembra non volergli vendere l'oggetto, il collezionista si convince di esser stato vittima di una fregatura e distrugge la statuetta. L'evento libera uno spirito malvagio che si impossessa del collezionista stesso e lo trasforma in un orango assassino. Epilogo tragico per un racconto meno riuscito degli altri. Similare è Mezzanotte e Venti (1921), che fungerà poi da ispirazione per Il Quadro, in cui un orologio realizzato da un artigiano porta alla follia il suo possessore che arriva a pensare che lo scheletro che segnala, ogni notte, lo scoccare delle mezzanotte e venti, orario in cui si è suicidato l'autore dell'oggetto, sia uscito dall'orologio per strozzarlo. Elaborato un po' tra gli alti e bassi, non tra i migliori del lotto.

Il valore dei racconti di impronta horror si risolleva con il filone che abbiamo definito criptozoologico ovvero incentrato su strani animali o strane creature al cospeto delle quali vengono a imbattersi i protagonisti dei racconti che seguono.
Il migliore di questo mini lotto è Nelle Paludi del Fenn (1923). Pur nella brevità del racconto, Ray distilla gli elementi in un crescendo di mistero che culmina in un epilogo che ricorda le storie della successiva antologia Le Storie del Brigadiere (1971) di Sterling E. Lanier. Una battuta di caccia si trasforma in un incubo generato da una creatura dotata di una mano scura culminante con artigli e composta da una materia gelatinosa. Chiaro caso di racconto su base criptozoologica, che si chiude con un finale che ricorda molto da vicino la opening del film Lo Squartatore di New York di Lucio Fulci. Ray è bravo a costruire l'atmosfera con un certo gusto per l'azione. Meno riuscito, ma sulla stessa lunghezza d'onda, Tra un Bicchiere e l'Altro (1924) dove ci viene narrata un'altra battuta di caccia, questa volta di foche, che porta i tre cacciatori a imbattersi in una sorta di sirena rintanata in una grotta. Assai più inquietante La Bestia Bianca (1921) che ripropone, a suo modo, la leggenda dell'abominevole uomo delle nevi con interessanti punte claustrofobiche.
Interamente giocato sull'ironia e sul grottesco, per quello che potremmo definire una parodia del sottogenere "bestie mannare" è Il Salmone di Poppelreiter (1924). Racconto ai confini tra la schizofrenia e un caso di “salmone mannaro”. Esilarante il finale in cui il protagonista, che ha ucciso uno strozzino a pugnalate sostenendo che si trattava di un salmone, viene chiuso in una cella d'isolamento a urlare giorno e notte. E come ti chiude il romanzo Ray? Con queste parole: “Va detto che, per stuzzicarlo, i sorveglianti si trasformano a turno, chi in storione, chi in carpa, chi in pesciolino rosso. Il che, innegabilmente, non è gentile.” Dunque divertissment che si innesca, tanto per cambiare, sulla professione degli strozzini.

La parte puramente horror si chiude con il convenzionale Il Guardiano del Cimitero (1919), che permette a Ray di offrire il proprio contributo alla tematica "vampiri", e il più interessante Gli Strani Studi del Dr. Paukenschlager (1923) dove Ray tocca la tematica della quarta dimensione, buttando un occhio a Lovecraft e al suo From Beyond (1920), grazie a un macchinario di invenzione di un dottore che "genera delle onde in grado di forzare la porta del misterioso mondo adiacente". L'esperimento mostra una dimensione popalata da esseri mostruosi che spiano l'umanità pronti a sbranare l'uomo.

Altre copertine.

L'altra metà del volume è composta da storie che si presentano come del terrore per prendere poi una via terrena, spesso all'insegna dell'ironia e degli errori di interpretazione, oppure racconti in cui il romanticismo dell'autore e la passione per le belle donzelle danno prova di sé senza avere a che fare col genere fantastico. Nella prima tipologia di racconti è degno di nota Il Coccodrillo (1924), testo tutto giocato su un errore di prospettiva del protagonista. La storia viene raccontata da un avventore del bar "L'Angolo Incantato" e riguarda la sorte di un furfante avventuratosi in una palude infestata dai coccodrilli. L'uomo, contravvenendo agli inviti dei propri capi, decide di fare un bagno in un acquitrino. Dopo aver fatto qualche nuotata, vede sporgere dalle acque un corpo ricoperto di scaglie. L'avvistamento induce il bagnante a rifugiarsi su un'isola di fango per attendere che la bestia si allontani. Rimasto isolato per tutto il giorno, lo sventurato cadrà vittima del caldo, del sole e dei pinzi degli innumerevoli insetti, con il coccodrillo sempre fermo nel punto di partenza a studiarne le mosse. Questo almeno è quello che penserà il furfante, perché la mattina, quando sarà individuato rantolante dai compagni, si scoprirà che il famelico coccodrillo in realtà altro non era che un ceppo marcio. Ray, con magistrale descrizione dei luoghi e abili capacità nel centellinare gli indizi, mette a segno una storia che ricorda assai da vicino l'ironia dissacrante e cinica di Ambrose Bierce. 
Gli errori di valutazione tornano a giocare un ruole cardinale ne La Finestra dei Mostri (1925). Un uomo è convinto che il nuovo vicino di casa sia un mago capace di trasformarsi in una serie di entità mostruose. In realtà il tutto è dovuto a un vetro deformante che il nuovo vicino ha fatto installare sulle proprie finestre.
Segue invece la via dettata da svariati racconti della serie Carnacki (1913) di William Hope Hodgson L'Osservatorio (1921), dove un detective, spacciandosi per astronomo, pone chiarezza su una serie di morti sospette avvenute in un osservatorio posto sui Pirenei. Gli scienziati sono stati uccisi dalla loro guida, un bracconiere interessato a che la zona resti libera da presenze indesiderate, solito andare in giro con una maschera da demone al fine di provocare infarti nelle vittime o spingerle nei dirupi. Il detective, dopo aver risolto il caso, giusto per dare libero sfogo all'ironia, ringrazia il criminale per avergli permesso, indirettamente, di conoscere uno scrittore come Dickens (letto per ammazzare il tempo in attesa delle mosse del bandito).
In A Mezzanotte (1924) un ubriaco avvinghiato alla bottiglia di whisky viene catturato da un rumore che lo induce a pensare di esser perseguitato da un fantasma di una persona incontrata in vita. Dopo aver cercato di interagire con la presenza, chiamando in causa una serie di persone a cui ha fatto del male, scopre di esser stato avvicinato da un vagabondo intenzionato a rubargli il whisky. Lo stesso tema si ripropone nell'assai più elaborato e riuscito Il Mio Amico, il Morto (1924). Un ubriaco, preoccupato che qualcuno gli sottragga la bottiglia, cade vittima del raggiro di uno sconosciuto che gli fa credere che il Bar dell'Angolo Incantato sia visitato da dei ritornanti, tra cui un assassino giustiziato la mattina mediante impiccagione. Il testo, tra i più esilaranti dell'opera, raggiunge il proprio apice quando lo sconosciuto da dello stupito al suo interlocutore rivelandogli di non essersi ancora accorto che anche lui è un morto. Ray sembra mettere in scena una sorta di parodia sugli zombi, prima ancora che il sottogenere si affermi grazie all'opera Io Sono Leggenda (1954) di Matheson, purtroppo però si perde per strada. Il racconto si disunisce nella parte finale, quando si scopre che tutto è uno stratagemma orchestrato non si sa bene per quali motivi, probabilmente per divertimento, sfruttando le alterazioni psicofisiche indotte dall'abuso di alcool. Si tratta comunque di un ottimo esempio che permette a Ray di ribaltare una situazione apparentemente fantastica e sovrannaturale in un banale episodio di vita comune.
Un ultimo racconto meritevole di menzione è  La Notte di Camberwell (1923) in cui un cliente dell'Angolo Incantato, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo di whisky, sbaglia abitazione e invece della propria penetra in quella di uno sconosciuto. Convinto di aver sorpreso un ladro, spara dei colpi di pistola e abbatte la minaccia per poi darsi alla fuga gridando all'assassino. Ignorato da tutti, fa ritorno a casa e scopre che non ci sono cadaveri né i danni che era convinto di aver lasciato all'interno dell'alloggio. La soluzione non può che essere una... Poco male, l'importante è chiedere al cameriere un nuovo bicchiere di Whisky.

Oltre questi sei racconti ci sono altri elaborati, molti dei quali di valore risibile pur essendo sempre scritti bene e con atmosfere putride a renderli comunque affascinanti, in cui Ray mette in scena, da un lato, la triste esistenza dei reietti e dall'altro degli episodi che permettono di manlevare dalla povertà i fortunati protagonisti delle storie per episodi puramente fortuiti. Corrisponde a questo secondo profilo di storia Un Racconto di Fate a Whitechapel (1924), in cui una pretty woman antesignana, influenzata e debilitata dalla febbre, vaga alla rinfusa nel malfamato quartiere di Whitechapel, ma invece di trovare Jack lo Squartatore trova un ricco in vena di scherzi. L'uomo, coadiuvato da un compagno di giochi, orchestra uno scherzo per mettere in scena la parabola di Harum Al Rashid, il mendicante di Baghdad che visse per un giorno il fantastico sogno di esser diventato l'uomo più potente della terra. La poveretta diviene così un'involontaria cavia di uno scherzo. Imitando le gesta dei serial killer, i due addormentano la sventurata col cloroformio per rivestirla alla stregua di una regina. Convinti però di averla uccisa, il nobile giura a Dio di sposare la donna purché rinsavisca. Il voto viene accolto per intercessione, nientemeno che, della Madonna e la giovane cambia status, così come il ricco trova quell'amore a cui non avrebbe mai pensato. Situazione analoga, ma racconto ampiamente più riuscito, con La Fortuna di Herbert (1921). Un vagabondo, rimasto senza l'ombra di un pence, si lancia dalla finestra dell'albergo in cui è alloggiato ormai deciso a chiudere la propria esistenza. A motivare la scelta è l'aver constatato che il proprio immotivato proposito di diventare ricco entro le ore cinque della giornata non si è concretizzato. Nel cadere l'uomo centra in pieno un facoltoso Lord che muore sul colpo. L'evento premia l'erede del nobile, ormai prossimo a esser diseredato. Quest'ultimo decide così, per riconoscenza, di ricoprire d'oro l'assassino involontario che, per giunta, è rimasto illeso nella caduta. Il racconto è una sorta di satira sulle diverse condizioni umane e su quanto sia “giullare” la vita con ribaltamenti inattesi ed eventi qualificabili quali sfortune o fortune al variare della prospettiva dell'analisi. Ray gioca anche nel mostrare quanto sia facile adattarsi alla bella vita e quanto, probabilmente, sia assai ostico mettersi nei panni di un nullatenente.

Il lato romantico dell'autore spicca in modo evidente ne Il Nome della Barca (1924), assumendo il ruolo di via attraverso la quale evadere dalla triste condizione riservata dalla vita. Un pugno di ladri e banditi disquisisce sul nome da dare a una imbarcazione rubata a uno strozzino (tanto per cambiare). Nel corso del conciliabolo, uno dei malviventi suggerisce il nome che avrebbe scelto per battezzare quell'eventuale figlia che la vita non gli ha concesso, sognando una normalità e una felicità non concessa “ai vagabondi e randagi”. Il proposito commuove i compagni di avventura sotto “l'eterna indifferenza delle stelle”. Sulla stessa falsa riga è L'Ultimo Sorso (1924) dove troviamo i soliti vagabondi, imbarcati in mezzo a una tempesta che fa temere loro per la vita, evento che porta gli stessi a riflettere sulla propria condizione di vita e sul fatto che Dio andrà a premiarli nell'aldilà per tutte le sofferenze patite sulla Terra (“saremo dei tali poveracci, da morti! Nessun ricordo vorrà saperne di noi"). Quello però che davvero inquieta i marinai non è tanto la morte o la perdizione, bensì il rischio di perdere nell'aldilà il benamato whisky (“quello che mi sconvolge , è l'idea del whisky. Non ce ne sarà laggiù!”)

Ne L'Ultimo Canto di Madame Butterfly (1923) e in Herr Hubich nella Notte (1923) trova spazio l'amore per le donne di Jean Ray, noto seduttore e ammaliatore. Nel primo dei due pezzi, i soliti personaggi avventori dell'Angolo Incantato rinunciano a derubare un manipolo di clienti ricchi e irrispettosi solo perché una delle donne a essi aggregata decide di intonare, casualmente, una canzone che rimembra ai banditi il ricordo deglii amori perduti. Nel secondo racconto invece un reietto cerca di conquistare il cuore di un'attrice snob. Non riuscendo nell'intento, decide di suicidarsi così da lasciare un segno indelebile nel cuore della donna, un po' come nella celebre canzone La Ballata dell'Amore Cieco di De Andrè, ma questa ha altro da cui pensare e soprattutto un altro uomo da amare. Epilogo dunque amaro.

Cosa dire a termine di questa recensione? Possiamo dire che I Racconti del Whisky è un'antologia indicata per un regalo a un appassionato del genere. Non particolarmente impegnativa, fruibile senza necessità di completarla dall'inizio alla fine o di seguire un ordine specifico di lettura. Costituisce un punto di vista e di studio per chi intenda approfondire la figura di Jean Ray, pur non potendosi definire un'antologia cardinale nel panorama del fantastico. Le edizioni Hypnos hanno pubblicato anche un seconda antologia di Ray, Il Gran Notturno, finita però fuori pubblicazione per problemi legati allo sfruttamento dei diritti d'autore.

Un relativamente giovane
JEAN RAY.

"Credo che solo il whisky apra la massiccia porta della vostra capacità di comprensione. Non per offendervi, ma in stato normale dovete essere di una stupidità notoria. E' un'ora che vi parlo e non vi siete accorto che sono morto."