Elenco

  • Cinema
  • Ippica
  • Narrativa
  • Pubblicazioni Personali

mercoledì 14 novembre 2018

Recensione Narrativa SFIDA AL CANYON INFERNALE di Robert E. Howard.



Autore: Robert Ervin Howard.
Titolo Originale: Showdown at Hell's Canyon.
Anno: 1928-36.
Genere: Western.
Editore: Fratini Editore, 2014.
Collana: Mellonta Tauta.
Pagine: 380.
Prezzo: 20 euro.

A cura di Matteo Mancini.
IN STESURA... Attendere qualche giorno

ANALISI PARTICOLARE DEL TESTO CON SPOILER
Il primo racconto che apre l'antologia è Drums of the Sunset (Tamburi al Tramonto) pubblicato a puntate su Cross Plain Review dal novembre del 1928 al gennaio del 1929.
Racconto piuttosto classico, scritto con verve pulp e con qualche venatura stereotipata ai danni degli indiani, caratterizzati con cenno un po' razzista (qualcuno potrebbe definire da scrittore di destra, ma a noi queste cose non interessano) in linea con quanto si vedrà poi di seguito al cinema, prima del successo di Soldato Blu che porterà al c.d. revisionismo. Incuriosisce il lato romantico di Howard e il suo pompare le doti temerarie e di coraggio dei Texani, peraltro suoi corregionali.
La storia vede tre falsari rintanati in cima a un monte, intenti a fare quattrini ai danni degli indiani a cui cedono whisky e rifilano dollari falsi. Accortesi dei raggiri e inebriati dal liquore, gli indiani iniziano a suonare i loro canti di morte, di sera in sera, sempre più forte. Nessuno però sembra dare peso alle stranezze musicali che echeggiano nella notte, neppure il protagonista. Quest'ultimo è un viandante di passaggio che viene informato da colui che gli concede ospitalità che su quei monti c'è una ricchezza inestimabile d'oro e quarzo, ma non ricorda più dove l'abbia vista, perché una frana è scesa a celare quanto scoperto in passato. Incuriosito dalla rivelazione, il giovane si inerpica sulle ripide pareti rocciose e scorge una bellissima ragazza di cui si innamora per effetto del classico colpo di fulmine. L'amore è più importante del tesoro, forse è il vero tesoro, sembra suggerire un Howard mai così romantico. Ecco che il ragazzo, infatti, si disinteressa della miniera e, quando il vecchio gli chiede notizie, fa il vago non ricordandosi neppure di quanto gli era stato detto. Lo si sa, l'amore ottenebra le menti, specie se corrisposto. Tutto facile, allora? Manco per sogno, perché la giovane è tenuta semi-prigioniera dallo zio e da altri due uomini che non le concedono la giusta libertà, perché temono che abbia visto qualcosa di compromettente da non rivelare a terzi. La stessa infatti ha visto i macchinari con cui i tre producono i soldi falsi. A risolvere tutto ci pensano gli indiani. Mentre i giovani programmano di fuggire, i pellerossa scagliano il loro attacco alla baracca in cima alla montagna e compiono un massacro degno della penna di Howard. Il protagonista finisce preda della disperazione e della follia, perché le tre vittime sono i falsari, mentre la ragazza che gli ha rapito il cuore è scomparsa nel nulla. Sarà stata rapita o bruciata nel rogo? Parte la spedizione di recupero, piuttosto rambesca, alla caccia degli indiani, col protagonista e il suo ospite che libereranno la ragazza e si salveranno per effetto della divina provvidenza e dello scarso studio del territorio da parte degli indiani. Questi ultimi, all'inseguimento, scateneranno una tremenda frana, scendendo da un ripido crinale, con la conseguenza di liberare dei massoni talmente grandi che distruggeranno un vero e proprio plotone di pellerossa, vittime di loro stessi, con i “nostri“ ormai rassegnati con un cavallo azzoppato e uno datosi alla fuga.
Il buon esito finale porta i due giovani a baciarsi, promettendosi amore eterno e parlando già di matrimonio. Il vecchio che ha dato ospitalità al protagonista, pur avendo subito uno scalpo da giovane, onorerà a suo modo i rivali di sempre, dicendosi dispiaciuto di veder morire così tanti uomini in un colpo solo. Ma c'è di più... qualcosa che allontana subito la nobiltà d'animo... la frana ha denudato la parete di quarzo e di oro che era finita nascosta anni prima... i tre possono così considerarsi ricchi.
Testo semplice, scritto in modo moderno e accattivante. Howard è convenzionale nel soggetto, ma giostra bene gli elementi della storia e alla fine piazza un testo di tutto rispetto pur nella sua semplicità. 

La lettura prosegue con Boothill's Payoff ovvero La Collina degli Stivali. Testo del 1935 pubblicato su Western Aces, curiosamente intitolato come un successivo film della coppia Bud Spencer e Terence Hill col quale non ha nessun legame. Howard conferma lo stile fluido, infarcitissimo di azione, sia a livello di sparatorie che di scontri fisici. L'anima pulp è apprezzabile e il senso del ritmo sollecito, tanto da dare l'idea più di un western all'italiana che di un classico americano.
Protagonista è un giovane che ritorna nel paesino di San Leon, in cui è cresciuto, col fine di risarcire gli abitanti per i furti e le razzie perpetrate anni prima insieme ai fratelli. Giunto in paese, però, scopre che è all'opera un'altra banda di delinquenti che firma i propri delitti col nome della precedente banda ovvero quella dei fratelli del protagonista (che in realtà sono tutti morti). “I tuoi fratelli erano dei bastardi, ma pur sempre dei bianchi. Uccidevano senza rimorso, ma in modo pulito. Questi ratti non si contentano di rubarci le mandrie. Bruciano i ranch e avvelenano l'acqua dei pozzi come una tribù di maledetti apache.” Così parla un vecchio del paese disposto ad aiutare il ragazzo che, nel frattempo, è stato accolto sotto una grandine di piombo. Traspare ancora una volta la sfiducia howardiana, e degli scrittori (e poi registi) western dell'epoca, per la categoria degli indiani, tratteggiati alla stregua di sanguinari e scorretti. Qua però gli indiani non sono responsabili di niente, addirittura non fanno parte del racconto. Dietro alla banda c'è l'insospettabile banchiere del posto che mira a diventare il padrone assoluto dell'area, mandando in rovina i mandriani, colpendoli prima con i furti del bestiame e poi costringendoli a ricorrere a prestiti dallo stesso offerti, al corrispettivo di ingenti interessi, così da indurli a cedere i terreni per risarcire i debiti.
Il protagonista del racconto riuscirà a riabilitare la propria famiglia e soprattutto sé stesso, debellando la banda in un pirotecnico finale, in un rifugio incastonato in mezzo ai canyon, grazie all'aiuto offerto dallo sceriffo e dai pistoleri del vecchio amico. Sparatorie, scazzottate e cavalli al galoppo sono il cliché offerto dalla lettura. Howard non dimentica la sdolcinata chiusura in cui, oltre alla giustizia, trionfa anche l'amore. Il “nostro” troverà infatti la donna dei propri sogni, dichiarandosi alla sorella dello sceriffo con la quale un tempo andava a scuola. Sarà lei a convincerlo a restare e a mettere su famiglia, nella pura tradzione del western all'americana. “Ti amo anche io, Buck. Ti ho sempre amato da quando ero una bambina e andavamo a scuola insieme. Mi sono solo costretta a non pensare a te negli ultimi sei anni. Ma ero innamorata del tuo ricordo... ecco perché ero così addolorata per il tuo essere diventato un bandito... Sapere che sei sempre stato onesto e onorevole è come sollevare per sempre l'ombra nera che era scesa fra di noi. Non mi abbandonerai, vero?” Dunque un testo di sicura presa per i lettori dell'epoca che mischia azione, buoni propositi, eroismo degli uomini di legge e romanticismo.

Non molto dissimile per location ed epilogo finale è Il Nido dell'Avvoltoio, pubblicato quale Vulture's Sanctuary, nel novembre del 1936 su Argosy. Howard amplifica l'eroicità del protagonista che sfida un'intera banda debellandola all'interno del covo della stessa, ancora una volta in un impervio luogo nel cuore dei canyon. Nella circostanza lo fa mandando allo sbaraglio un muscolare texano che intraprende l'azione solo perché una ragazza, che per giunta lo ha umiliato a inizio racconto, è finita nelle mani di un gruppo di reietti. "Come la maggior parte degli uomini della frontiera, era molto sensibile a qualsiasi questione che riguardasse le donne... Il codice per cui viveva, quello rigido e adamantino delle frontiera texana, non permetteva alcuni tipo di rappresaglia verso una donna, a prescindere dalla provocazione subita." Vediamo dunque ancora una volta esaltato il galateo, se così lo vogliamo definire, texano, oltre al marchio di fabbrica howardiano di portare al centro delle proprie storie la figura femminile, vista come un qualcosa capace di influenzare i comportamenti dei rozzi e temerari uomini sempre in bilico tra la vita e la morte. Non mancano poi le scoccate velenose verso le categorie indisiderate. Chissà cosa penserebbe un lettore di sinistra dei tempi odierni, leggendo Howard. Probabilmente sarebbe orientato a catalogarlo quale scrittore di destra, ma a noi frega qualcosa questo? Leggiamo forse un certo tipo di narrativa chiedendoci se l'autore fosse di destra o di sinistra? Per quel che mi riguarda, leggo certi testi per altri motivi, per il c.d. sense of wonder o per il ritmo e il coinvolgimento avventuroso e adrenalinico che sanno creare certi autori. Il dovere di cronaca ci porta però a sottolineare alcuni aspetti, forse stucchevoli o comunque politicamente scorretti. Così leggiamo frasi quali "un bianco andava in soccorso di una fanciulla in pericolo, a prescindere di chi potesse essere, mentre per i pellerossa e i messicani le donne bianche erano merce pregiata." Evidente ancora una volta la distinzione razziale operata da Howard. Tuttavia, nel racconto c'è qualcun altro che reputa le donne una merce pregiata e questo qualcuno è El Bravo, il leader dei reietti (un bianco, ex uomo delle istituzioni), che si prende la ragazza oggetto della contesa come dolcetto con cui deliziare il proprio palato. E' per lei che il texano sfiderà la morte in "una partita disperata" solo perché "è abituato a giocare con il diavolo e a distribuire carte letali." El Bravo, inoltre, ha un conto in sospeso con lui. Personaggio curioso questo antagonista. Si tratta di un ex sceriffo, destituito perché dedito al crimine, che ha organizzato una vera e propria banda di reietti costringendo gli stessi a versargli un quota di adesione per far parte della banda. Un po' come i bambini di una scuola calcio, per intendersi. Potrà far ben poco contro l'arguzia e l'astuzia del protagonista. "Questo demonio non sarebbe mai venuto qui da solo, a meno di non avere qualche asso nella manica..." Eppure il nostro non avrà alcun asso, ma solo un bluff, tuttavia decisivo.
Letto ai giorni nostri non si può che convenire sul fatto che siamo alle prese di un elaborato rambesco, un bel po' ingenuo. Il nostro texano riuscirà a entrare nel covo dei cattivi con uno stratagemma e riuscirà a capovolgere a proprio favore la situazione, ormai legato come un salame, facendo sorgere dei dubbi nel capobanda così da fargli pensare che i propri uomini lo abbiano tradito, mettendoli così l'uno contro l'altro.
Si conferma il taglio pulp, così come quel romanticismo che sembra pervadere tutti i racconti del genere firmati R.E.Howard. Alla fine il bene trionfa e la donna può guardare con un occhio dolce al suo eroe salvatore. O quanto siamo machi noi uomini di azione, sembra suggerire Howard, strizzando l'occhiolino a ragazze desiderose di scorgere lo spirito di azione e di sacrificio negli uomini dei loro sogni, così da poterli accudire e,a  fine battaglia, disinfettarne le ferite sugli addominali e i pettorali tremanti, bramando un abbraccio che le possa far sognare.

Robert E. Howard.

"Un uomo con molti nemici deve avere la memoria pronta riguardo ai volti... Un uomo deve essere tante cose diverse."

mercoledì 7 novembre 2018

Recensione Narrativa: DISCESA IN EGITTO di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: A Descent Into Egypt.
Anno: 1914.
Genere: Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Visioni.
Pagine: 87.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ancora gli amici delle Edizioni Hypnos di Milano a salire agli onori delle cronache per lo "sdoganamento" nella nostra penisola dell'ennesimo inedito firmato da un Grande Maestro della letteratura fantastica. Questa volta tocca all'ideatore del John Silence (personaggio che abbiamo analizzato su queste pagine) Algernon Blackwood e al suo romanzo breve A Descent Into Egypt. Testo scritto nel 1919, uscito insieme ad altri quattro racconti nell'antologia Incredible Adventures, riproposta di recente (nel 2004) dall'americana Hippocampus Press, al cui interno - ad avviso di H.P.Lovecraft - sono raccolti "alcuni dei più bei racconti che l'autore abbia mai scritto."
Mai pubblicato in Italia, il romanzo breve viene tradotto con grande professionalità da Elena Furlan e messo nelle mani degli appassionati italiani col titolo Discesa in Egitto.

Si tratta di un elaborato, in verità piuttosto prolisso e ripetitivo, che sintetizza a pieno titolo le qualità tipiche dei migliori testi di Algernon Blackwood. Siamo, in altri termini, nell'ambito costruttivo e atmosferico di The Willows (I Salici), ovvero in una storia dove la componente ambientale assurge al rango di vero e proprio personaggio mutevole e multiforme, un qualcosa dotato di spirito pur non essendo percepibile dai limitati sensi umani. Ne deriva una potenza evocativa e ipnotica, ricercata per effetto di uno studiato lessico che sfiora la poesia col suo essere allucinato e allucinante, che trasuda dalle pagine così forte e avvolgente da rapire, oltre ai personaggi, il lettore, riuscchiandolo in un ideale maelstrom che lo disancora dalla realtà per sprofondare altrove. Si percepisce l'annichilimento della capacità di autodeterminarsi alla stregua dell'assunzione di un forte oppiaceo, una droga che amplifica la sensibilità visiva e uditiva così da stordire modificando la percezione di quanto si ha intorno.

Il romanzo parla della repentina trasformazione caratteriale di un archeologo, recatosi in Egitto per questioni di lavoro. Da "uomo abile ed eclettico" il soggetto involve al rango di automa definito "un guscio umano" apparentemente normale ma svuotato da ogni interesse e ambizione. Centrale e responsabile di tale metamorfosi è l'Egitto, verrebbe da dire la magia dell'Egitto, ma non quello attuale, bensì l'antico, che continua a vivere nel profondo e nei sotterranei della Terra quale spettro dell'antico fasto che fu. "L'Egitto ti cambia. Nessuno può vivere qui e rimanere ciò che era prima..." Testimone di queste evoluzioni è il narratore della storia che racconta le vicende di questo uomo, tale George Isley. Non è la pazzia o un disturbo psiclogico a entrare in gioco e neppure quella suggestione per la magnificenza dei monumenti che ai tempi odierni è stata catalogata quale sindrome di Stendhal, quanto un qualcosa di arcano e sfuggevole, non ben comprensibile, da cui lo stesso narratore viene assuefatto e rapito. La potenza visionaria e distorsiva di Blackwood, che centellina i fatti procedendo con uno stile molto lento e ripetitivo, emerge in modo veemente nella parte terminale dell'opera, quando entra in scena un terzo personaggio. Quest'ultimo è un collega di Isley, uno studioso di Egitto, che ha tuttavia appreso, origliando da alcuni sacerdoti, le note di un canto (Inno a Ra) fatto interamente di suoni vocalici che è capace di evocare lo spirito dell'antico Egitto. Simile agli effetti del canto di una sirena, si liberano delle note che determinano uno scollegamento tra la realtà e l'altrove, aprendo un portale spazio-temporale che può essere imboccato in un processo inverso rispetto a quello che governa la vita di tutti i giorni. Un portale che conduce direttamente a 6.000 anni fa, nel momento del massimo fulgore della potenza egizia. Spettacolare, da grandissimo racconto fantastico, la camminata dei tre personaggi su un deserto che scorre sotto i loro piedi, attorniato dalla grande architettura dell'antico Egitto vista nel momento del suo massimo splendore (si intravedono le grandi piramidi in costruzione). "L'Egitto stava trascinando la sua anima nel Passato. Ciò che c'era di valore in lui andò volontariamente; il resto, aspetti minori della sua mente e del carattere, resistette, restando aggrappato al presente." Blackwood ci parla di una vera e propria dissocazione, di un qualcosa che consente all'anima di liberarsi dal carcere fisico in cui è intrappolata e di andare dove più l'aggrada, lasciando il resto nella realtà in cui si trovava in precedenza. "L'anima ha diritto di scegliere le proprie condizioni e il proprio ambiente. Passare da un'altra parte comporta una traslazione non un'estinzione... L'anima è eterna e può scegliere la propria dimora ovunque, che cosa c'è nel presente volgare e superficiale che dovrebbe trattenerla...?" Così assistiamo alla dipartita dell'anima di Isley e alla sua fuga in una realtà ben diversa dalla decadenza di quella attuale. "L'antico Egitto, sepolto, nascosto aveva gettato la rete attorno alla sua anima. Divenuta indistinta nel Presente, la sua vita venne trasferita in un Passato dorato, ricostruito, dove era reale." Una fuga che il narratore vive in parte, ma da cui riesce a sottrarsi proprio nel momento in cui il Tempio era pronto a riceverlo. E' la paura dell'ignoto a frenare il narratore, ma anche un qualcosa che percepisce di malevolo e menzognero. "L'Egitto patisce ancora il furto dei suoi antichi morti, e per vendicarsi preda i vivi a piacimento." Dunque una sorta di incanto che suona un po' come il canto di una sirena. Un trucco per impossessarsi delle anime degli uomini sensibili, storditi da una realtà più grande di loro e non da questi comprensibile. Un qualcosa da cui non riesce a liberarssi Isley, completamente intorpidito in balia di una potenza aliena che lo ha sedotto annullandone le resistenze e la ragione. Ciò però che sembra offrire l'antico Egitto, Blackwood lo scrive tra le righe, non è il Paradiso dei sensi, quanto un'illusione che porta alla vera e unica morte che può colpire un essere vivente: quella dell'anima.
Dunque un romanzo breve molto interessante e dotato di rara potenza visionaria. Purtroppo un po' troppo prolisso, cosa che finirà con l'irritire il lettore medio. Si tratta a ogni modo di un elaborato che non può mancare nella biblioteca di uno studioso della narrativa fantastica. Piacerà molto anche a chi ricerca testi fantastici capaci di regalare il sense of wonder, che qua viene garantito in modo spiccato, specie nella parte finale. Chiudiamo con una domanda: può l'anima di un uomo vivere una propria vita a prescindere da quella vissuta dal corpo, recandosi dove lei stessa più preferisce e lasciando l'involucro che la conteneva in balia degli eventi prima ancora che sopravvenga la morte della carne? A Descent Into Egypt risponde al quesito.

Un giovane ALGERNON BLACKWOOD

"L'anima poteva davvero scegliere la propria residenza, ma vivere da tutt'altra parte era scegliere la follia, e vivere separati da tutte le dolci salubri faccende dell'Oggi comportava un esilio ancor peggiore della follia. Era la morte."

venerdì 2 novembre 2018

Recensione Narrativa: LA BESTIA DALLE CINQUE DITA e Altri Racconti del Fantastico di William F. Harvey.



Autore: William Fryer Harvey.
Titolo Originale: The Beast With Five Fingers and Other Tales.
Anno: 1910-37.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Biblioteca dell'Immaginario
Pagine: 294.
Prezzo: 21,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Gli amici della Hypnos Edizioni, per la spettacolare collana "La Biblioteca dell'Immaginario", rievocano dall'oblio (dopo i vari O'Brien e Grabinski) i racconti nati dalla penna del sarcastico inglese William Fryer Harvey, autore - dimenticato - in auge nelle prime tre decadi del novecento. Una laurea in medicina, che si riflette anche nei suoi testi in cui medici e infermieri sono spesso protagonisti, seguita da una medaglia al valore conseguita nella prima guerra mondiale fungono da background a uno scrittore capace di conquistare discreto successo in vita, tanto da smuovere l'interesse di Hollywood, ma di non conservarlo post mortem. Presto dimenticato anche in patria, dove però sembra esser stato riproposto negli ultimi dieci anni, non è riuscito a farsi conoscere all'estero, se non limitatamente a un numero di racconti che si contano sulle dita di una mano (mai come in questo caso l'espressione è appropriata). Nella nostra penisola, prima della riproposta dei ragazzi terribili di Andrea Vaccaro, era conosciuto essenzialmente per due racconti: August Heat (1910), giudicato da Isaac Asimov il miglior racconto sul tema precognizioni, e The Beast With Five Fingers (1919), due testi proposti più volte in Italia ma solo a partire dagli anni '90.
Un disinteresse che ha portato questo autore a non esser studiato dai nostri appassionati. Sprovvisto di una pagina persino su wikipedia (italiana), appena citato da Gian Filippo Pizzo, che lo nomina dedicandogli appena tre righe in Guida alla Letteratura Horror, mentre viene del tutto saltato dal francese I Maestri della Letteratura Fantastica, edizioni Edipem, per non parlare dei lavori dei vari Lovecraft e Punter. Premettiamo che la cosa non deve reputarsi uno scandalo. Dalla lettura de La Bestia dalle Cinque Dita e Altri Racconti del Fantastico ne esce il profilo di uno scrittore interessante, ma non al livello dei grandissimi maestri del fantastico.
La Hypnos propone in toto i dodici racconti inclusi nell'antologia The Beast With Five Fingers and Others Tales, aggiungendo quattro ulteriori racconti, tra i più riusciti, della produzione dell'autore. Ne viene fuori un volume gradevole, di pronta lettura, grazie a uno stile piuttosto semplice che non lesina ironia e colpi di scena e che soprattutto lascia al lettore il compito di completare le storie secondo una propria interpretazione. Harvey spiega solo il minimo indispensabile, poiché vuole che sia chi legge a scegliere la via, vuoi paranormale piuttosto che realistica, da intraprendere per sciogliere gli enigmi proposti. Non c'è una soluzione univoca nelle sue storie ed è questo il punto di forza della sua produzione.

Claudio Di Vaio, nella sua ottima post-fazione, spiega, a giusta ragione, che "i brividi che Harvey procura non derivano da alcuno elemento dichiaratamente soprannaturale o ultraterreno: le sue storie ci pongono dinanzi a eventi inspiegabili, che non escludono però una spiegazione puramente razionale qualora si sia disposti ad accoglierla." Dimenticate dunque quel fantastico trascendente o cosmico, così come quel fantastico di impronta esoterica ed ermetica. Harvey è uno scrittore molto ancorato al mondo di tutti i giorni, interessato al crimine e alle psicosi mentali, praticabile dal lettore medio. Da molti ricondotto all'alveo degli specialisti di ghost stories, sulla scia dei famosi Montague Rhodes James e Walter de la Mere, dimostra tuttavia di muoversi anche in altri contesti.
L'orrore di William Fryer Harvey è spesso e volentieri un orrore che nasce dall'interno della condizione umana, talvolta indotto da suggestioni, tal'altra dal concorso di curiose (quanto sinistre) coincidenze. La coincidenza sembra essere una delle fissazioni dell'autoreÈ lui stesso a scrivere che “in certi stati d'animo niente è così forte come la forza di una coincidenza inaspettata.“ Ed ecco allora materializzarsi un terrore interiore, per un qualcosa che si suppone ma che non sempre è come ce lo prefiguriamo. Ne L'Orologio (The Clock) il protagonista viene incaricato di recuperare un orologio, a carica manuale, lasciato da una nobil donna in una casa chiusa da giorni. Entrato all'interno della magione, il protagonista si accorge che l'orologio, che sarebbe logico pensare fermo, indica l'ora esatta come se fosse stato ricaricato da un paio di ore. L'accertamento getta nello sconforto l'uomo che inizia a sospettare la presenza di fantasmi, cosa che gli viene confermata, una volta lanciatosi nel giardino da una finestra, dal vedere la via di fuga chiusa come se non fosse mai entrato in casa. Chi potrebbe mai aver chiuso la finestra? Un fantasma... o piuttosto il vento? Difficile dire... Terrore dunque allusivo che lascia pensare una soluzione paranormale ma anche no, un bizzarro gioco della suggestione. Del resto “la paura è sempre più forte quando la si fugge“ ci dice Harvey. Sulla stessa falsa riga, ma più votato al mystery, è Il Cuore del Fuoco (The Heart of Fire), in cui il titolare di una bettola si convince, per via di un'iscrizione incisa all'interno del caminetto, che le fortune della famiglia termineranno quando si spegnerà il fuoco. Così lo scopo dell'uomo è far si che la fiamma persista a danzare all'interno dello spazio deputato. Una fissazione che porterà l'uomo a comunicare col fuoco, fino a commettere un omicidio che nessuno scoprirà mai ma che persisterà, nel rimorso, a consumare dall'interno l'animo, concedendo in cambio fortune e successi. Dunque un orrore, se vogliamo, più criminologico che fantastico. Situazione similare, ma gestita molto meglio, nel racconto che apre l'antologia ovvero Lo Strumento (The Tool). Protagonista, questa volta, è un vacanziere che decide di scaricare le tensioni del lavoro annuale, attraverso una serie di passeggiate nel bosco. Improvvisamente però la banalità quotidiana viene funestata da due imprevisti: la scoperta del cadavere di un marinaio in mezzo al bosco e l'inspiegabile perdita di memoria (si rende conto di aver rimosso il ricordo di alcuni giorni). Harvey propone qua, in chiave fantastica (ma lo è davvero fantastica o piuttosto è una via per prendere le distanze da un orrore puramente umano?), quella che ai tempi odierni viene definita la sindrome dello sdoppiamento della personalità. Tematica già ampiamente scandagliata, ai tempi di Harvey, da Robert Louis Stevenson con Lo Strano Caso del Dr. Jekyll & Mr. Hyde (1886), la cui analisi abbiam già esposto su queste pagine. Ci ritroviamo allora, di nuovo, in un caso di coincidenze bizzarre e interpretazioni che, forse, hanno la sola funzione di ignorare un orrore che nasce dall'interno dell'uomo e non è dovuto all'interazione di forze esterne. Tuttavia, il dubbio rimane tanto che il protagonista, fervente religioso e uomo pacifico, giunge alla conclusione di esser stato un incosapevole strumento divino gestito da uno spirito per commettere un omicidio, in un certo qual senso purificato dall'onta del peccato, per volere superiore. Una bizzarra causa di giustificazione o forse, ancor più, un caso in cui viene a mancare addirittura la coscienza e volontà del soggetto operante, così da renderlo innocente, per ragioni che i sofisti giudicherebbero non a misura di uomo e dunque da non esaminare. “Il mondo è governato da Dio, attraverso una gerarchia di spiriti... Sono stato soltanto uno strumento attraverso il quale il grande spirito ha svolto il suo compito. Non era necessario che io ricordassi ciò che avevo fatto e, a lavoro ultimato, questo spirito nella sua pietà prese da me tutta la memoria delle mie azioni“, così spiega il protagonista riconoscendo poi indirettamente l'esistenza di un subinconscio (vera e propria scatola nera naturale) che memorizza tutto, anche ciò che sfugge alla coscienza (l'epoca di Harvey è quella in cui nasceva la psicanalisi, si ricordi). “Il desiderio dell'assassino di vedere ancora una volta la sua opera mi guidò inconsciamente al banco di scisto nella brughiera.“ Testo apparentemente semplice, ma molto interessante in cui Harvey continua a giocare tra fantastico e fenomenica terrena (se mi consentite l'espressione), lasciando il tutto in mano all'interpretazione e alla fantasia del lettore così da risultare estraniante e rendere incerto il cammino dell'interpretazione dei fatti che circondano la nostra esistenza. Bel testo, in linea con alcuni dei migliori racconti di Edgar Allan Poe.


Circostanze bizzarre e casualità vengono ancora a intrecciarsi nel destino del protagonista del racconto Peter Levisham. Harvey, questa volta, mette in scena un ignaro testimone oculare che si trova, per puro caso, a sconfessare l'alibi di un sospettato di omicidio, ritrovandosi all'interno dell'ufficio dell'indagato (senza che ne conoscesse l'ubicazione) nell'orario in cui questo ha dichiarato di trovarsi quando veniva consumato il delitto (mentendo). Fin qui niente di strano, se non fosse che i due soggetti hanno già avuto precedenti incontri finiti in modo, quantomeno, scorbutico. La testimonianza dell'uomo non sarà sufficiente a fare condannare chi, nel proseguo, si macchierà di ulteriori delitti (l'autore si limita ad alludere a futuri crimini e lascia campo aperto all'immaginazione del lettore). Harvey concede anche una riflessione sulla professione dell'avvocato, evidenziando quanto il senso del dovere e quello etico a volte vengano a scontrarsi in modo inconciliabile. "Ricordo di aver espresso il rammarico che il mio patrocinio fosse stato lo strumento della sua assoluzione. Un verdetto di colpevolezza avrebbe forse risparmiato tante vite innocenti; avrebbe forse mantenuto lui innocente e risparmiato la sua, di vita"

Il tema delle circostanze all'apparenza casuali che si propongono con precisione chirurgica ritorna ne la Calura d'Agosto (August Heat), vero e proprio gioiello nella produzione di Harvey. Racconto tra i più famosi dell'autore, propone quell'orrore allusivo tipico della narrativa dello scrittore inglese. Un pittore, stimolato dal caldo d'agosto, dipinge uno schizzo di un criminale sul banco degli imputati immediatamente dopo la sentenza di condanna. Contento del risultato finale, decide di passeggiare per la città. Condotto non si sa ben da cosa (come avviene al protagonista di Peter Levisham), si ritrova nel magazzino di uno scultore che sta scolpendo un marmo per una mostra, usando un nome a caso a supporto di un epitaffio. Ironia della sorte sono i tre nomi del pittore e la data di nascita dello stesso. Come se ciò non bastasse, lo scultore ha le fattezze proprio dell'uomo del dipinto. Precognizione o clamorosa coincidenza? Vuoi vedere che il caldo notturno giocherà un brutto scherzo e condurrà alla morte il pittore? Lo scopriremo solo leggendo, verrebbe da dire facendo il verso a una famosa canzone... ma non con Harvey. L'autore, come al solito, lascia al lettore l'onere di completare il testo con la sibillina frase finale: “Il caldo è soffocante. È abbastanza da far impazzire un uomo.
Si torna su una tematica similare ne La Mano della Signora Egan (The Arm of Mrs Egan), racconto pubblicato postumo nel 1951, ma tra i migliori scritti. Harvey unisce alla sua firma delle circostanze ripetitive il tema della stregoneria e soprattutto quello dell'angoscia di sbagliare. Il protagonista è un giovane medico colpevole di aver grossolanamente sbagliato la diagnosi a un bimbo. Un errore costato la vita al piccolo, con la relativa ira della madre pronta a giurare di perseguitare il medico per il resto della vita. Una minaccia che assume presto le fattezze di una paranoia supportata da bizzarri riscontri. Da allora, vuoi per l'ansia vuoi per le circostanze, il medico andrà incontro a una serie di errori, talvolta scusabili, che porteranno alla morte o a inconvenienti spiacevoli che avranno sempre un elemento collegabile a quello della donna da cui tutto ha inizio. Omonimi della signora coinvolti nella vicenda, cugini della stessa o nomi composti che portano al cognome della donna sono l'aspetto ritornante di una storia in cui il paranormale si affaccia, minaccioso, sulla concretezza della vita reale senza però irrompere definitivamente (anche se il finale sembrerebbe far pendere verso il basso il piatto dell'occulto sulla bilancia dei fatti).

Atmosfere più indirizzate verso il fantastico si respirano in un gruppo raccolto di racconti. Tra questi figura Miss Cornelius, particolare testo sul fenomeno poltergeist, narrato però sempre sullo stretto filo border line tra paranormale/realtà. Il protagonista infatti, chiamato a risolvere un fenomeno apparentemente di poltergeist, finisce per inimicarsi una vecchia sospettata di essere l'artefice del fenomeno. Dunque il poltergeist sarebbe una semplice macchinazione, se non fosse che il fenomeno si estende nella casa del protagonista che pare diventare vittima di un malocchio tanto da rendersi protagonista inconsapevole di fenomeni apparentemente non spiegabili con la ragione. Harvey però mischia sempre le carte e la certezza non vi è, sarà ancora il lettore, sospeso tra realtà e fantasia, a scegliere le chiavi interpretative.

Il tema della casa infestata torna con il convenzionale Il Posto degli Ankardyne (The Ankardyne Pew), racconto un po' vecchiotto di concezione ottocentesca. Questa volta a scatenare la meledizione è il sacrilegio compiuto da un uomo, fissato con le scommesse e con i combattimenti dei galli, che ha pensato bene di organizzare un combattimento all'interno della sua cappella privata, scommettendo l'anima sulla vittoria del proprio gallo, animale vincitore di cinquanta combattimenti. L'esito negativo dello scontro porta l'uomo a sottoporre a una serie di torture l'animale, cadendo vittima di una maledizione che vedrà ricadere su sé stesso e sui propri eredi tutti i dolori dovuti alle torture inflitte all'animale. Il protagonista e un suo socio, anni dopo, indagano sugli strani rumori, assimilabili al canto di un gallo, che in un dato periodo dell'anno funestano la pace di una magione costruita accanto a una Chiesa privata.
Lo abbiamo detto, si tratta di un racconto di vecchio stampo che propone poco di nuovo.

Molto più interessante è l'allusivo Miss Avenal, in cui Harvey torna a fare quello che meglio gli riesce ovvero suggerire un orrore e una piega paranormale senza però esplicitarla. Protagonista è una giovane infermiera che viene inviata in brughiera per assistere una donna dall'età indeterminata. L'incarico sembra semplice, ma l'infermiera si troverà, impotente e incosapevole, vittima della paziente. Quest'ultima infatti, sebbene nel testo non trapeli traccia diretta, è una sorta di vampiressa che ruba la linfa vitale e la giovinezza dell'infermiera che si ritroverà vecchia, depressa e impazzita, mentre la cliente ritornerà a nuova vita addossando sull'altra tutta la propria spossatezza e decadenza. La cornice della brughiera, tra paganesimo e nuova religione (la cristiana), funge da corollario e ricorda, con le dovute proporzioni, alcuni testi di Arthur Machen. Niente male, seppure velatissimo e meramente accennato.

Un'altra infermiera è protagonista de Il Lago (The Lake), testo uscito postumo, in cui Harvey sposa a pieno titolo il giallo non rinunciando però, ancora una volta, a lasciare al lettore il compito di decidere e di completare la storia a suo piacimento. L'epilogo resta fumoso, su base indiziaria, e non fornisce soluzione univoca, lasciando lo spettatore col fiato sospeso per una curiosità non assecondata anche se con una soluzione più che suggerita. Nella fattispecie vengono a convivere l'ipotesi di una morte naturale con quella di un elaborato avvellenamento per ragioni testamentarie perpetrato da un dottore.

La locandina del film Hollywoodiano
tratto dal più famoso racconto di Harvey.

Cambia decisamente il registro in quello che è, a tutti gli effetti, il racconto più famoso di Harvey e che, non a caso, da il titolo all'antologia. Stiamo parlando del grottesco La Bestia dalle Cinque Dita. Harvey abbandona le allusioni e da vita a un racconto piuttosto diretto che, tuttavia, rimanda ad altro. Sembra infatti suggerire una sorta di possessione parziale del corpo da parte di un non meglio precisato spirito entrato in contatto con un uomo per una via che non viene specificata. Così assistiamo nella prima parte alle gesta di un uomo cieco che ha perduto il controllo della propria mano destra. L'arto fa quello che vuole e, in particolare, scrive su un foglio parole che richiamano i nomi degli eredi della famiglia. Un nipote del vecchio pensa che si tratti di un fenomeno di scrittura automatica ma è in fallo. È la stessa mano, che è dotata di intelligenza evoluta, a spiegerglielo, mediante la scrittura e mediante i gesti di scherno con le dita. La morte dell'uomo in questione non pone fine all'orrore, perché la mano pensa bene di lasciare un foglio in cui attribuisce al suo possessore la volontà di farla amputare per ragioni studio. Ha così inizio una lotta, non priva di momenti sarcastici, tra il nipote del defunto e la mano che vive una vita propria, alla stregua di un topo di biblioteca, spostandosi sulle dita tanto da ricordare le movenze di un gambero. Un racconto sarcastico, ma con interessanti punte horror. Harvey qua non gioca a suggerire, ma è esplicito. Si ispira probabilmente al celebre Le Mani di Orlac scritto, otto anni prima, dal francese Maurice Renard, volgendo la storia sul piano spiccatamente fantastico. Ispirerà sia gli autori de La Famiglia Addams (1966) (come non ricordare la mano che vive di vita propria) sia Sam Raimi e i suoi horror degli esordi della saga La Casa. Non a caso la Warner Bros si interessò al soggetto e ne trasse una pellicola diretta nel 1946 da Robert Florey col titolo Il Mistero delle 5 Dita e sceneggiata, in parte, nientemeno che da Luis Bunuel poi non retribuito e per questo intenzionato a fare causa ai produttori (desistette dall'intento per la vasta schiera di avvocati pronti a supportare la Warner Bros).

Altri racconti, per lo più poco interessanti, recepiscono l'ironia dell'autore elevandola a fulcro centrale del testo. Il miglior elaborato di questo gruppo è il grottesco Habeas Corpus Club. Harvey immagina un luogo immaginario, ma con contatti con la realtà, in cui si ritrovano tutte le vittime dei romanzi di un dato autore. Harvey gioca, probabilmente per effetto di alcune recensioni ricevute, facendo leva sul concetto di “personaggi pieni di vita.“ Ed ecco che un'espressione votata a sottolineare un'ottima caratterizzazione si traduce in un qualcosa di materiale. Personaggi appena abbozzati, meri cadaveri cui viene assegnato il ruolo di comparsa in un romanzo, vivono grazie alla loro morte e diventano personaggi che si sviluppano in un luogo immaginario che altro non è che un club privato. Harvey è satirico e dice che non c'è da meravigliarsi di questo, perché “uomini e donne che hanno dato la propria vita per il pubblico di lettori possano avere l'opportunità di sviluppare i propri personaggi in un ambiente più protetto.“ Gustoso l'epilogo, con svariati anni di anticipo rispetto a Stephen King e al suo La Metà Oscura, con i vari personaggi che ricordano al lettore che di notte il club è chiuso e che a quell'ora vanno tutti a perseguitare gli autori che li hanno uccisi e che difficilmente passeranno sonni tranquilli. Divertente, senza dubbio.

Dalle Sei alle Sei e Mezza è un rapido divertissement che lascia poco al lettore e che viene innescato da uno scherzo telefonico. Segue la medesima via Fantasmi e Compari in cui tre ragazzi partecipano a un gioco con uno sconosciuto in cui devono aggiungere una lettera a una parola fino a formarne una di senso compiuto. “Per me era un avvocato. Guardate come ci ha messo tutti alle corde e ci ha fregato con quelle parole impossibili“ scherza un personaggio che traduce bene la verve ironica di Harvey. Due e un Terzo gioca sul tema delle evocazioni medianiche con uno spirito, richiamato dalla madre, che giura amore alla “mammina“ termine col quale, però, si rivolgeva alla badante della madre con la quale aveva una tresca.

Il Ponte del Diavolo è la classica fiaba nera (per nulla originale) relativa alla costruzione di un ponte ideato dal diavolo in persona a prezzo dell'anima della prima persona che lo attraverserà. Harvey gioca a mettere alla berlina il curato chiamato a dare l'estrema unzione a una moribonda. Quest'ultimo, timoroso di finire in mano al diavolo, spinge una ragazzina a precederlo sul ponte condannandola così alla dannazione. La propria salvezza per l'altrui condanna, il motto indiretto dell'uomo di fede che dovrebbe invece fare l'opposto.. L'ironia di Harvey non manca con un elogio, poi non tanto velato, al diavolo da leggersi quale il materialismo: “Il diavolo è uno che sa bene il mestiere, qualunque cosa dicano gli uomini.“ E il diavolo rincara la dose dicendo che “oltretutto, il diavolo non è nemmeno lontanamente brutto come lo si dipinge.“

Questo il contenuto di un'antologia gradevole da leggere, che è tuttavia lontana dal rango di capolavoro. Lode comunque alle Edizioni Hypnos che riportano alla luce un autore dimenticato e impreziosiscono la propria collana "La Biblioteca dell'Immaginario" da annoversarsi tra le migliori esistenti nella nuova editoria. Testo consigliato agli amanti del bizzarro e del fantastico di stampo ottocentesco. Valutino bene l'acquisto i fan dell'orrore cosmico o esoterico, per intendersi rispettivamente i fan di Lovecraft o di Meyrink, poiché Harvey è più un misto tra gli autori di Ghost Stories e i racconti a sfondo delittuoso di E.A. Poe.

William F. Harvey

"Vi stupite se credo agli incantesimi, alle maledizioni e alle streghe? Forse credere è una parola troppa grossa. Avere paura delle streghe è una paura stupida e irragionevole che omette di tenere conto della psicologia dell'inconscio, che rende impossibile valutare le prove con calma e senza emotività."