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lunedì 26 novembre 2018

Recensione Narrativa HOUDINI - Passione Oscura di Lisa Mannetti.



Autore: Lisa Mannetti.
Titolo Originale: The Box Jumper.
Anno: 2015.
Genere: Horror / Magia.
Editore: Astro Edizioni, 2017.
Pagine: 144.
Prezzo: 12.90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
L'ACQUISTO
Volume comprato al Pisa Bookfestival del 2018 durante un passaggio tra gli innumerevoli stand delle case editrici partecipanti. Tra una fiumana di persone scorgo la scritta "HOUDINI" riportata su una copertina che sembra quella degna di un fumetto pulp. Incuriosito afferro il volume e controllo il nome dell'editore: Astro Edizioni, Roma.  Non lo conosco, ma un'altra cosa mi cattura l'attenzione. In copertina, in basso, compare il bollino rosso con scritto: Nominee, Bram Stoker Awards. Questo lo conosco e come... Si tratta di uno dei più significativi premi in ambito letterario, settore horror e fantastico. Come se non bastasse il romanzo è stato selezionato anche per lo Shirley Jackson Award nonché eletto in Inghilterra novella dell'anno da This is Horror. Quanto basta per indurmi a leggere la sinossi dell'opera nell'aletta interna. Scopro così che l'autrice, l'italo americana Lisa Mannetti, è una presenza fissa al Bram Stoker. Vincitrice nel 2009 nella sezione esordienti, ha poi dato seguito a una serie di ulteriori nomination, una delle quali conquistata da questo volume che ho nelle mani. Houdini - Passione Oscura o, meglio, The Box Jumper, come lo ha intitolato l'autrice nel 2015.
Capisco subito l'ottima scelta editoriale di modificare il titolo con uno capace di catturare l'attenzione del distratto pubblico passante, tra un'ideale vetrina e l'altra. Anche la copertina ha un suo perché, alquanto macabra e sinistra sembra rimandare a una scena barkeriana. Il riferimento va a Hellraiser o, forse, in maniera più congruente a Il Signore delle Illusioni, dato il tema trattato. Assai più tamarra della più elegante, ma meno appariscente, copertina americana.
Mi immergo nella lettura della trama e mi dico: si, questo lo compro. La tipa che sta dietro allo stand mi vede interessato e si rivolge a me con parole lusinghiere. Parla con spiccato accento romano, dice che è venuta proprio da Roma la sera prima per partecipare al festival. "Quello è un romanzo pazzesco" mi rivela. "Cambia continuamente di prospettiva e resti fino alla fine incerto se quanto ti viene raccontato sia reale o meno fino al finale scioccante. Una parola sola: pazzesco."

L'AUTRICE
Nonostante il nome di chiari origini italiane, Lisa Mannetti è una scrittrice newyorkese che si è affacciata di recente alla narrativa con risultati subito esplosivi. Si sa poco della sua vita privata, se non che vive in una casa centenaria assieme a due gatti che si chiamano, guarda caso, Harry e Theo come i fratelli Houdini. Appare sulla scena narrativa nel 2009 con The Gentling Box che si aggiudica subito il prestigioso Bram Stoker Award, un premio che la vedrà primeggiare cinque ulteriori volte, sia nella sezione racconti che in quella riservata ai romanzi, pur non centrando altre vittorie. Una produzione tale da attirare registi di lungometraggi che si sono accaparrati i diritti per la trasposizione filmica delle sue opere. Everybody Wins diviene così un cortometraggio, mentre la novella Dissolution sarà presto un lungometraggio diretto da Paul Leyden.
Due sole opere sono state tradotte in italiano. Sbarca nella nostra penisola nel 2016 con Torture Sottili, tradotto dal rivale (del sottoscritto) in alcuni concorsi Luigi Musolino, un horror splatter con una famiglia di zingari protagonista e sempre legata a stregonerie e magie. Si tratta della versione italiana di The Gentling Box. Nel 2017 è la volta di The Box Jumper, opera in cui l'orrore diviene assai più psicologico che visivo, addirittura effetto di elucubrazioni mentali distorte dall'impiego di sostanze e trucchi vari.

La più sobria ma meno accattivante
copertina americana.

COMMENTO ALL'OPERA
The Box Jumper vuole essere un tributo a un personaggio innegabilmente amato dall'autrice, che sfrutta la sua passione per fondere realtà e finzione. "Non dimenticai mai la nota di allegria ed esaltazione nella sua voce e lo scintillio nei suoi occhi. Per un breve istante era tornato bambino; un bambino che aveva ancora sogni di volo e libertà. Sapevo che non sarebbe mai stato ricco o famoso, ma ero felice che non fosse amareggiato dalla vita, che riuscisse ancora a trovare un pizzico di magia nell'esistenza quando leggeva del suo eroe. E anche del mio eroe, da quel momento in poi." Così la protagonista del romanzo parla di suo padre e di Houdini. Appare piuttosto semplice sovrapporre il pensiero della protagonista con quello dell'autrice che, in questo passaggio, si riconosce nel suo personaggio.
Prende così inizio un'opera che parte dal saggio romanzato per sconfinare in un horror a metà strada tra illusionismo e lo spiritismo di stampo stregonesco, buttando un occhio sulla pazzia. Lisa Mannetti porta in scena personaggi mitici come Harry Houdini, il più grande escapologo nella storia dell'umanità, e Arthur Conan Doyle, il mitico autore de Sherlock Holmes, e li fa interagire con altri di pura invenzione. Al centro c'è la storia d'amore, impossibile, tra la protagonista, una box jumper (ovvero un'assistente di scena) di nome Leona (nome bizzarro chissà a cosa connesso), e il grande illusionista. Si tratta di una passione (oscura) dolce, mai volgare, condivisa dai due eppure proibita. Houdini è sposato, ha venticinque anni di più dell'assistente e sta vivendo i suoi ultimi anni di vita. Il rapporto tra i due è particolare, sembra quasi paterno per come l'uomo accarezza la donna che cade vittima di una terribile malattia (la poliomielite) che la rende sterile, ma da cui riesce a riprendersi pur se parzialmente menomata nella deambulazione. La parte con lei nel polmone d'acciaio e Houdini che le accarezza le labbra è di una poetica struggente tipica della sensibilità propria di un autore di sesso femminile.

Su questo leit motiv, che sembra sopravvivere anche a distanza di anni, ben oltre i limiti imposti dal trapasso corporale (ovvero la morte), si innesca la crociata di Harry Houdini contro i medium e lo spiritismo. Il grande mago illusionista intende sconfessare quanti affermino di avere doti paranormali, dicendosi in grado di stabilire un contatto diretto con l'oltretomba. Per farlo organizza a sua volta delle sedute spiritiche spettacolari al termine delle quali mostra i vari trucchi utilizzati per smuovere tavolini, materializzare corpi e provocare rumori, così da convincere gli impressionati partecipanti che non c'è alcun intervento trascendente in gioco ma solo grandi trucchi. "Metteva in scena sedute spiritiche capaci di surclassare perfino gli spettacoli più sensazionali. Gli uomini rabbrividivano; le donne strillavano, piangevano e svenivano. E poi lui mostrava al pubblico il trucco." La cosa non convince Conan Doyle, rappresentato come un ingenuo. "Chiunque potrebbe raggirarlo e la sua influenza è enorme" dice di lui Houdini, piuttosto arrabbiato. "Ogni giornale pubblica qualsiasi sciocchezza pronunci" e la cosa produce effetti devastanti che arrivano al punto di spingere le persone a suicidarsi confidando in un accogliente aldilà. Conan Doyle si dice convinto, nonostante tutto, che l'amico sia dotato del potere di smaterializzarsi e di esser titolare di capacità che vanno oltre l'umano. Intanto Houdini porta a galla i trucchi di tutta una serie di medium, utilizzando la sua assistente quale infiltrata d'eccezione che ricorre a una serie di camuffamenti per avvicinare i vari soggetti. La Mannetti offre al lettore un vero e proprio campionario di trucchi d'epoca, spiegando come certi effetti risultassero credibili e come gli stessi venissero posti in essere. Se questa parte suona quasi come un saggio reso in chiave narrativa, ben si discosta l'altra anima del testo. Attraverso una serie di flashback, sogni e incontri che si svolgono trent'anni dopo la morte del mago, la Mannetti plasma una storia borderline tra pazzia e normalità. La vecchia assistente di Houdini, dopo la morte del mentore, è finita preda di scompensi psichici che l'hanno costretta più volte a subire dei trattamenti sanitari obbligatori. Nonostante questo, alcuni colleghi del mago, sono convinti che sia depositaria di segreti legati ai misteri di Houdini che tentano di estorcerle con inganno e con l'abuso di sostanze che la portano a credere di rivivere tra le braccia del sognato amore perduto. La storia si fa confusa, tracciata su binari secanti che cambiano di continuo le carte in tavola. Alla fine sorgono dubbi, non si sa più quanto ci sia di reale e quanto sia collegato al delirio. Addirittura lo spiritismo, dopo la sconfessione iniziale che lo presenta quale artificio atto a raggirare disperati, assume consistenza e sembra addirittura dimostrare la propria veridicità grazie alla stregoneria ("Puoi inviare lo spirito dentro qualcun altro, e mantenere comunque il controllo... uno specchio è il mezzo più semplice per toccare questa persona senza che se ne accorga. E, a quel punto, le vostre aure si uniranno"). La Mannetti, per questo, si serve di una maga che pratica magia rossa ("si esibisce nei suoi trucchetti paranormali quasi nuda o indossando solo un négligé sottile e trasparente. Benjamin le ha fatto brillare i suoi seni, come se delle luci spettrali li illuminassero... Può manifestare degli ectoplasmi e indovina da dove escono... a parte dai... come dire, dagli orifizi più pubblici? Non dovresti affatto sorprenderti se ti prendesse una mano per ficcarsela tra le gambe, al momento clou.") che inizialmente sembra essere una truffatrice, addirittura ricorre a veleni e al rilascio di piccole dosi di monossido di carbonio per contaminare la lucidità degli astanti, ma poi si scopre davvero essere in contatto con uno spirito che lei crede esser riconducibile a quello del fratello morto. La realtà è diversa e gli effetti saranno letali anche per lei, che finirà con l'impazzire convincendosi persino di saper volare. Torna il tema del potenziale distruttivo connesso all'impiego e al ricorso della magia, un'arma capace di far saltare la ragione e di condurre su un sentiero che non ammette la via del ritorno e che si traduce nel ricovero in strutture dove le testimonianze hanno valore di farneticazioni prive di costrutto.

Lo stile è a tratti verboso, non sempre facile da seguire, complici i continui cambi di punti di vista. Molto affascinante la prima parte, assai lineare, in cui vediamo Houdini impegnato nella sua campagna anti-spiritismo. "E' criminale ciò che questi avvoltoi fanno a della povera gente ignara. A persone spezzate dal dolore, nel momento più difficile della loro vita." Un atteggiamento che gli porterà contro l'ira dei medium e, probabilmente, gli costerà la morte. La Mannetti sposa la teoria dell'omicidio volontario, poi coperto da concause non ben definite e tali da non ritenere alcuno imputabile. "Spionaggio e controspionaggio. Per ogni investigatore privato che Harry ingaggiava, i medium ne impiegavano una dozzina." Troppo anche per il più grande escapologo che, sebbene si impegnasse a divulgare che la magia non esiste, tutti pensavano fosse davvero ultraterreno al punto da chiedergli di esaudire proposte impossibili (come far riapparire arti amputati o guarire da malattie). Alla fine cadrà vittima del proprio narcisismo e della volontà continua di superare i limiti, andando in scena quando avrebbe dovuto curarsi. Lo stroncherà una peritonite determinata da alcuni pugni subiti, a tradimento, sugli addominali.
La seconda parte è volontariamente confusa, disordinata con uno stile narrativo che non è consequenziale ma segue una costruzione a macchia di leopardo. In questa parte Houdini si materializza, probabilmente, solo nell'immaginazione della protagonista che finirà persino violentata sessualmente da sconosciuti, non tanto per libidine, ma per farle credere di essere davvero tra le braccia del suo amato mentore. Minata dall'effetto di allucinogeni, cadrà di nuovo nel baratro della follia anche perché accusata di aver tenuto un ingiustificato atteggiamento violento. Una situazione questa che fa sorgere dubbi su quanto la stessa abbia in precedenza rivelato. Romanzo pazzesco, non c'è davvero altro termine per definirlo, storia di un amore impossibile che travalica la morte sotto forma di illusione (mentale).

Alla fine ne esce fuori una lettura tra alti e bassi, con molti momenti buoni (bellissime le descrizioni delle sedute spiritiche e di qualche numero di illusionismo). La Mannetti sposa la via dell'orrore psicologico con punte ipocondriache e ansiose non di poco conto. Non mancano venature erotiche, mentre latita quello splatter che suggerirebbe la copertina. Niente scarnificazioni o ferite lacero contuse. Qua l'orrore viene dalla perdita del proprio controllo, vuoi per una malattia vuoi per un vero e proprio malocchio che assume la sostanza di uno spirito incorporeo che entra nella testa della vittima e ne consuma il funzionamento alla stregua di un virus nella memoria di un computer. Una volta posizionato il piede oltre il baratro della ragione solo la caduta nel dirupo della follia può porre fine alla sofferenza, mitigata dall'assunzione di farmaci e di pratiche di elettro shock.

L'edizione è tradotta piuttosto bene da Francesca Noto. Copertina accattivante, prezzo economico e rilegatura buona. Manca una prefazione così come non è dato spazio a presentazioni o postfazioni. Niente di niente, neppure un accenno alla vita di Houdini e Conan Doyle, che pure sono presenze costanti nel testo. Presenza di alette interne.

L'autrice LISA MANNETTI, finalista
al Bram Stoker Award col romanzo
HOUDINI - PASSIONE OSCURA
e vincitrice del premio nel 2009 oltre
che finalista quattro volte.

"L'inganno è uno degli assi nella manica di un demone. Basta mischiare la giusta dose di verità alle menzogne, per confondere la mente umana."

mercoledì 14 novembre 2018

Recensione Narrativa SFIDA AL CANYON INFERNALE di Robert E. Howard.



Autore: Robert Ervin Howard.
Titolo Originale: Showdown at Hell's Canyon.
Anno: 1928-36.
Genere: Western.
Editore: Fratini Editore, 2014.
Collana: Mellonta Tauta.
Pagine: 380.
Prezzo: 20 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Troviamo per la prima volta su queste pagine un volume di Robert Ervin Howard. Ovviamo a questa grave pecca, curiosamente, con quello che è il testo più atipico nel panorama editoriale italiano legato alla produzione di questo scrittore texano del primo novecento.
Identificato da tutti quale padre del sottogenere fantasy sword and sorcery (spada e magia) e dell'Heroic Fantasy per aver segnato lo sviluppo della cultura fantastica ideando, tra tutti, il personaggio di Conan il Barbaro, Robert Ervin Howard è forse l'autore più completo che si è distinto sulle pagine pulp e weird. Apprezzato e lodato in ambito fantastico e persino poliziesco (con le storie del detective Harrison), Howard era praticamente sconosciuto sotto il versante western, prima della lodevole pubblicazione a cura dei volponi Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Luca Ortino per la fiorentina Fratini Editore, Sfida al Canyon Infernale è un'antologia composta da otto racconti che colmano un'insipegabile lacuna del mondo editoriale italiano. Non a caso Howard scrisse qualcosa come circa cinquanta racconti puramente western, oltre una manciata caratterizzati da commistioni tali da esser reputati weird western. Non solo, lo scrittore texano scrisse, poco prima di suicidarsi (giovanissimo), di valutare l'idea di concentrare ogni suo sforzo sulla narrativa western, abbandonando ogni altro genere. Appare pertanto evidente quanto Howard apprezzasse il genere e quanto lo sentisse proprio. Non a caso sono molti gli studiosi che sostengono che abbia sempre scritto un western mascherato, anche quando scriveva i racconti che lo hanno reso maggiormente più famoso ovvero gli horror e i fantasy.
Dunque il volume è una tappa fondamentale per gli amanti della narrativa western (credo pochi) e soprattutto per gli studiosi (credo tanti) della narrativa di colui che fu definito, per la qualità e la quantità dei racconti pubblicati, uno dei tre moschettieri (gli altri due erano H.P. Lovecraft e C.A. Smith) della celebre rivista americana weird tales
Eppure leggendo gli otto racconti scelti dai curatori dell'antologia, presentati in ordine cronologico di uscita sulle riviste americane (quattro su otto usciti postumi) emerge un manipolo di testi, senz'altro buoni e ben scritti, ma non all'altezza con l'estro visionario e onirico dell'autore. Howard abbandona lo spiccato sense of wonder tipico dei suoi testi, cade vittima delle ripetizioni nelle costruzioni degli schemi comportamentali dei vari personaggi, dimentica la componente magica e le sinistre atmosfere tipiche della serie Solomon Kane, per stendere testi puramente western, dei veri e propri antesignani del western all'italiana (piuttosto che di quello cinematografico americano dei vari Ford, Sturges e Hawks). Particolare anche l'ambientazione delle storie che è sempre contraddistinta da città di frontiera, assolate e polverose da cui, spesso e volentieri, i pistoleri si lanciano nel cuore del deserto per sfidare ripide pareti rocciose di canyon da scalare per combattere nelle varie insenature o realizzare segreti luoghi di ritrovo.
Il western howardiano è un genere ricco di azione, di duelli e di sparatorie dallo spiccatissimo impatto pulp, dove violenza, eroismo e sangue sono i protagonisti indiscussi. Ma è anche un western in cui ricorrono alcuni minimi comun denominatori, a partire da un'etica cavalleresca che segna i limiti della violenza. Ecco allora l'elevazione della donna su una sorta di piedistallo intoccabile, ma anche il rispetto per l'avversario da affrontare solo se in condizione di difendersi. Non c'è una netta divisione tra buoni e cattivi. I "buoni" di Howard sono i meno cattivi, trattandosi, un po' come avverrà nello spaghetti western, di personaggi che sono più ascrivibili al rango dell'antieroe piuttosto che dell'eroe che segue i crismi della legge e i valori del cittadino modello. A differenza dei pistoleri "italiani" quelli di Howard sono dei romanticoni, che si innamorano facilmente e che perdono letteralmente la testa per un donna, al punto da dimenticarsi dei tesori nascosti, di mutare completamente i propri progetti e persino di non accorgersi del nemico che sta per incombere minaccioso.
Niente sceriffi, contadini o giudici a farla da padroni, ma banditi in cerca di riscatto, mandriani che ricorrono all'uso delle armi per difendersi, giocatori d'azzardo, persino falsi sceriffi che sfruttano l'incarico in vista di un colpo da mettere a segno. In una parola sono i reietti i veri eroi. Ne deriva quella che potremmo definire una vera e propria apologia dell'uomo macho. Non a caso, un po' come nella saga di Conan, anche qua è, il più delle volte, l'uomo muscolare o comunque saettante con la pistola a incarnare il profilo del dominatore del west, un mondo in cui l'unica cosa veramente democratica resta la Colt, uno strumento che abbatte ogni differenza e rende tutti uguali, a condizione di saperne fare buon uso.

Quanto sopra per i contenuti, quanto allo stile, invece, si tratta di racconti molto scorrevoli, scritti con un taglio e un linguaggio moderno che non risente affatto dei quasi cento anni di età. Efficacia anteposta ai lirismi. Howard scrive senza fronzoli pur adottando un lessico che rimanda al mondo del fumetto, molto colorito e squisitamente pulp. Ritmi serrati, costruzioni delle storie tali da mantenere costante la tensione evitando quello che diverrà il marchio di fabbrica del western cinematografico americano ovvero lo sviluppo crescente del soggetto, così da dar vita a un ritmo regolare in vista dell'apice finale. Qua, come direbbe Sergio Leone, c'è invece un finale ogni tre pagine, con un ritmo che sembra più il riscontro offerto da un sismografo poco dopo una scossa tellurica.
Occorre pertanto ribadire i complimenti alla Fratini Editore, per la collana Mellonta Tauta (l'abbiamo già incontrata in occasione della recensione di Terrore Nero di Whitehead), che ha realizzato un testo ben curato nelle traduzioni e nell'impatto visivo, ma ha soprattutto sgombrato un intenso strato di nebbia su una produzione, fino al 2014, completamente sconosciuta in Italia e che necessitava un approfondimento. Certo, il prezzo di 20 euro non è proprio poco, ma la cosa può comunque non spaventare l'acquirente anche perché sembra che la reperibilità non sia poi così agevole, tanto da far del volume un testo quasi da collezionista.
Chiudo questo esame generale invitando la Fratini Editore a insistere su queste pubblicazioni, da cui tuttavia sembra essersi allontanata da alcuni anni, preferendo altri soggetti e tematiche. Pubblicare volumi come questo significa entrare nel ristretto cerchio degli editori che finiscono per essere ricordati nei testi e nei saggi di studio di personaggi monumentali quali Howard o Whitehead. Pertanto, anche se non troppo supportati dai riscontri delle vendite, pubblicare autori di questo crisma non può che essere un ottimo investimento anche sotto il profilo del ritorno pubblicitario che ne deriva. Incrociamo le dita e attendiamo un nuovo numero per la collana Mellonta Tauta.

Copertina di un volume western
americano di R.E. Howard.

ANALISI PARTICOLARE DEL TESTO CON SPOILER
Il primo racconto che apre l'antologia è Drums of the Sunset (Tamburi al Tramonto) pubblicato a puntate su Cross Plain Review dal novembre del 1928 al gennaio del 1929.
Racconto piuttosto classico, scritto con verve pulp e con qualche venatura stereotipata ai danni degli indiani, caratterizzati con cenno un po' razzista (qualcuno potrebbe definire da scrittore di destra, ma a noi queste cose non interessano) in linea con quanto si vedrà poi di seguito al cinema, prima del successo di Soldato Blu che porterà al c.d. revisionismo. Incuriosisce il lato romantico di Howard e il suo pompare le doti temerarie e di coraggio dei Texani, peraltro suoi corregionali.
La storia vede tre falsari rintanati in cima a un monte, intenti a fare quattrini ai danni degli indiani a cui cedono whisky e rifilano dollari falsi. Accortesi dei raggiri e inebriati dal liquore, gli indiani iniziano a suonare i loro canti di morte, di sera in sera, sempre più forte. Nessuno però sembra dare peso alle stranezze musicali che echeggiano nella notte, neppure il protagonista. Quest'ultimo è un viandante di passaggio che viene informato da colui che gli concede ospitalità che su quei monti c'è una ricchezza inestimabile d'oro e quarzo, ma non ricorda più dove l'abbia vista, perché una frana è scesa a celare quanto scoperto in passato. Incuriosito dalla rivelazione, il giovane si inerpica sulle ripide pareti rocciose e scorge una bellissima ragazza di cui si innamora per effetto del classico colpo di fulmine. L'amore è più importante del tesoro, forse è il vero tesoro, sembra suggerire un Howard mai così romantico. Ecco che il ragazzo, infatti, si disinteressa della miniera e, quando il vecchio gli chiede notizie, fa il vago non ricordandosi neppure di quanto gli era stato detto. Lo si sa, l'amore ottenebra le menti, specie se corrisposto. Tutto facile, allora? Manco per sogno, perché la giovane è tenuta semi-prigioniera dallo zio e da altri due uomini che non le concedono la giusta libertà, perché temono che abbia visto qualcosa di compromettente da non rivelare a terzi. La stessa infatti ha visto i macchinari con cui i tre producono i soldi falsi. A risolvere tutto ci pensano gli indiani. Mentre i giovani programmano di fuggire, i pellerossa scagliano il loro attacco alla baracca in cima alla montagna e compiono un massacro degno della penna di Howard. Il protagonista finisce preda della disperazione e della follia, perché le tre vittime sono i falsari, mentre la ragazza che gli ha rapito il cuore è scomparsa nel nulla. Sarà stata rapita o bruciata nel rogo? Parte la spedizione di recupero, piuttosto rambesca, alla caccia degli indiani, col protagonista e il suo ospite che libereranno la ragazza e si salveranno per effetto della divina provvidenza e dello scarso studio del territorio da parte degli indiani. Questi ultimi, all'inseguimento, scateneranno una tremenda frana, scendendo da un ripido crinale, con la conseguenza di liberare dei massoni talmente grandi che distruggeranno un vero e proprio plotone di pellerossa, vittime di loro stessi, con i “nostri“ ormai rassegnati con un cavallo azzoppato e uno datosi alla fuga.
Il buon esito finale porta i due giovani a baciarsi, promettendosi amore eterno e parlando già di matrimonio. Il vecchio che ha dato ospitalità al protagonista, pur avendo subito uno scalpo da giovane, onorerà a suo modo i rivali di sempre, dicendosi dispiaciuto di veder morire così tanti uomini in un colpo solo. Ma c'è di più... qualcosa che allontana subito la nobiltà d'animo... la frana ha denudato la parete di quarzo e di oro che era finita nascosta anni prima... i tre possono così considerarsi ricchi.
Testo semplice, scritto in modo moderno e accattivante. Howard è convenzionale nel soggetto, ma giostra bene gli elementi della storia e alla fine piazza un testo di tutto rispetto pur nella sua semplicità. 

La lettura prosegue con Boothill's Payoff ovvero La Collina degli Stivali. Testo del 1935 pubblicato su Western Aces, curiosamente intitolato come un successivo film della coppia Bud Spencer e Terence Hill col quale non ha nessun legame. Howard conferma lo stile fluido, infarcitissimo di azione, sia a livello di sparatorie che di scontri fisici. L'anima pulp è apprezzabile e il senso del ritmo sollecito, tanto da dare l'idea più di un western all'italiana che di un classico americano.
Protagonista è un giovane che ritorna nel paesino di San Leon, in cui è cresciuto, col fine di risarcire gli abitanti per i furti e le razzie perpetrate anni prima insieme ai fratelli. Giunto in paese, però, scopre che è all'opera un'altra banda di delinquenti che firma i propri delitti col nome della precedente banda ovvero quella dei fratelli del protagonista (che in realtà sono tutti morti). “I tuoi fratelli erano dei bastardi, ma pur sempre dei bianchi. Uccidevano senza rimorso, ma in modo pulito. Questi ratti non si contentano di rubarci le mandrie. Bruciano i ranch e avvelenano l'acqua dei pozzi come una tribù di maledetti apache.” Così parla un vecchio del paese disposto ad aiutare il ragazzo che, nel frattempo, è stato accolto sotto una grandine di piombo. Traspare ancora una volta la sfiducia howardiana, e degli scrittori (e poi registi) western dell'epoca, per la categoria degli indiani, tratteggiati alla stregua di sanguinari e scorretti. Qua però gli indiani non sono responsabili di niente, addirittura non fanno parte del racconto. Dietro alla banda c'è l'insospettabile banchiere del posto che mira a diventare il padrone assoluto dell'area, mandando in rovina i mandriani, colpendoli prima con i furti del bestiame e poi costringendoli a ricorrere a prestiti dallo stesso offerti, al corrispettivo di ingenti interessi, così da indurli a cedere i terreni per risarcire i debiti.
Il protagonista del racconto riuscirà a riabilitare la propria famiglia e soprattutto sé stesso, debellando la banda in un pirotecnico finale, in un rifugio incastonato in mezzo ai canyon, grazie all'aiuto offerto dallo sceriffo e dai pistoleri del vecchio amico. Sparatorie, scazzottate e cavalli al galoppo sono il cliché offerto dalla lettura. Howard non dimentica la sdolcinata chiusura in cui, oltre alla giustizia, trionfa anche l'amore. Il “nostro” troverà infatti la donna dei propri sogni, dichiarandosi alla sorella dello sceriffo con la quale un tempo andava a scuola. Sarà lei a convincerlo a restare e a mettere su famiglia, nella pura tradzione del western all'americana. “Ti amo anche io, Buck. Ti ho sempre amato da quando ero una bambina e andavamo a scuola insieme. Mi sono solo costretta a non pensare a te negli ultimi sei anni. Ma ero innamorata del tuo ricordo... ecco perché ero così addolorata per il tuo essere diventato un bandito... Sapere che sei sempre stato onesto e onorevole è come sollevare per sempre l'ombra nera che era scesa fra di noi. Non mi abbandonerai, vero?” Dunque un testo di sicura presa per i lettori dell'epoca che mischia azione, buoni propositi, eroismo degli uomini di legge e romanticismo.

Non molto dissimile per location ed epilogo finale è Il Nido dell'Avvoltoio, pubblicato quale Vulture's Sanctuary, nel novembre del 1936 su Argosy. Howard amplifica l'eroicità del protagonista che sfida un'intera banda debellandola all'interno del covo della stessa, ancora una volta in un impervio luogo nel cuore dei canyon. Nella circostanza lo fa mandando allo sbaraglio un muscolare texano che intraprende l'azione solo perché una ragazza, che per giunta lo ha umiliato a inizio racconto, è finita nelle mani di un gruppo di reietti. "Come la maggior parte degli uomini della frontiera, era molto sensibile a qualsiasi questione che riguardasse le donne... Il codice per cui viveva, quello rigido e adamantino delle frontiera texana, non permetteva alcuni tipo di rappresaglia verso una donna, a prescindere dalla provocazione subita." Vediamo dunque ancora una volta esaltato il galateo, se così lo vogliamo definire, texano, oltre al marchio di fabbrica howardiano di portare al centro delle proprie storie la figura femminile, vista come un qualcosa capace di influenzare i comportamenti dei rozzi e temerari uomini sempre in bilico tra la vita e la morte. Non mancano poi le scoccate velenose verso le categorie indisiderate. Chissà cosa penserebbe un lettore di sinistra dei tempi odierni, leggendo Howard. Probabilmente sarebbe orientato a catalogarlo quale scrittore di destra, ma a noi frega qualcosa questo? Leggiamo forse un certo tipo di narrativa chiedendoci se l'autore fosse di destra o di sinistra? Per quel che mi riguarda, leggo certi testi per altri motivi, per il c.d. sense of wonder o per il ritmo e il coinvolgimento avventuroso e adrenalinico che sanno creare certi autori. Il dovere di cronaca ci porta però a sottolineare alcuni aspetti, forse stucchevoli o comunque politicamente scorretti. Così leggiamo frasi quali "un bianco andava in soccorso di una fanciulla in pericolo, a prescindere di chi potesse essere, mentre per i pellerossa e i messicani le donne bianche erano merce pregiata." Evidente ancora una volta la distinzione razziale operata da Howard. Tuttavia, nel racconto c'è qualcun altro che reputa le donne una merce pregiata e questo qualcuno è El Bravo, il leader dei reietti (un bianco, ex uomo delle istituzioni), che si prende la ragazza oggetto della contesa come dolcetto con cui deliziare il proprio palato. E' per lei che il texano sfiderà la morte in "una partita disperata" solo perché "è abituato a giocare con il diavolo e a distribuire carte letali." El Bravo, inoltre, ha un conto in sospeso con lui. Personaggio curioso questo antagonista. Si tratta di un ex sceriffo, destituito perché dedito al crimine, che ha organizzato una vera e propria banda di reietti costringendo gli stessi a versargli un quota di adesione per far parte della banda. Un po' come i bambini di una scuola calcio, per intendersi. Potrà far ben poco contro l'arguzia e l'astuzia del protagonista. "Questo demonio non sarebbe mai venuto qui da solo, a meno di non avere qualche asso nella manica..." Eppure il nostro non avrà alcun asso, ma solo un bluff, tuttavia decisivo.
Letto ai giorni nostri non si può che convenire sul fatto che siamo alle prese di un elaborato rambesco, un bel po' ingenuo. Il nostro texano riuscirà a entrare nel covo dei cattivi con uno stratagemma e riuscirà a capovolgere a proprio favore la situazione, ormai legato come un salame, facendo sorgere dei dubbi nel capobanda così da fargli pensare che i propri uomini lo abbiano tradito, mettendoli così l'uno contro l'altro.
Si conferma il taglio pulp, così come quel romanticismo che sembra pervadere tutti i racconti del genere firmati R.E.Howard. Alla fine il bene trionfa e la donna può guardare con un occhio dolce al suo eroe salvatore. O quanto siamo machi noi uomini di azione, sembra suggerire Howard, strizzando l'occhiolino a ragazze desiderose di scorgere lo spirito di azione e di sacrificio negli uomini dei loro sogni, così da poterli accudire e,a  fine battaglia, disinfettarne le ferite sugli addominali e i pettorali tremanti, bramando un abbraccio che le possa far sognare.

Howard allunga la distanza, proponendo addirittura un finale alternativo, con Vultures of Whapeton edito, nel dicembre del 1936, su Smashing Novels e offerto al pubblico italiano col titolo de Gli Avvoltoi di Whapeton. Oltre cento pagine per quello che è quasi un romanzo breve. Howard dimostra il gusto per l'azione e il pulp e la storia che ci propone ha un sapore non troppo lontano dagli spaghetti western che sarebbero nati poco meno di trent'anni dopo. Lo scrittore texano costruisce un violentissimo noir ante litterram ambientato nel solito paesino di frontiera, con venature gialle e molte sparatorie. Saloon, ufficio dello sceriffo e celle sono le location di questo western prevalentemente notturno e urbano.
Il protagonista è il solito rude texano, veloce nell'estrarre le armi e di corporatura robusta, che finisce per innamorarsi di una donna che ne determinerà i comportamenti finali (specie nello sdolcinato finale alternativo). Howard cerca di caratterizzare la figura con piglio maschilista e sempre guardando a quel codice non scritto di rispetto verso la figura femminile, ritenuta sacra e inviolabile in un'ottica cavalleresca più incline al periodo medioevale che al west. "Un vero pistolero non era semplicemente un uomo dotato di vista più acuta e muscoli più reattivi rispetto a una persona comune; era anche un fine psicologo, uno studioso della natura umana, la cui vita dipendeva dalla correttezza delle sue conclusioni."
Il soggetto è di quelli che avrebbero fatto la fortuna dello spaghetti western, anziché uno più fedele ai cliché fordiani votati all'importanza dei valori e della famiglia e incentrati su una netta divisione tra buoni e cattivi. Sembra quasi che il testo abbia influenzato, in una versione edulcorata e votata alla commedia, il film Occhio alla Penna con Bud Spencer, se non fosse che Howard non era tradotto e letto in Italia, per quanto riguarda le sue storie western. Siamo a Whapeton, cittadina in cui imperversa una banda di delinquenti (gli avvoltoi) i cui componenti sono ignoti a tutti, pur bazzicando la cittadina e tramando nell'ombra. In un clima di continui sospetti, morti e saccheggi, lo sceriffo decide di ingaggiare quale vice sceriffo un straniero che giunge in paese facendo razzie. Letale alla stregua di un cobra, il nuovo arrivato elimina chiunque decida di ergersi al suo cospetto, conquistando il rispetto e la fiducia delle persone oneste. A poco serviranno i tranelli o i tentativi di inscenare giudizi sommari per impiccare personaggi che, a vario titolo, finiscono sotto l'ala protettrice del nuovo arrivato. I personaggi di Howard però non sono uomini tutto di un pezzo, sono canaglie la cui etica resta in equilibrio sul sottile filo di un rasoio. E' facile errare nelle valutazioni e ferirsi in modo inatteso, scambiando un uomo onesto per un manigoldo che risponde solo al profumo dell'oro. "Gli uomini del west seguivano un codice personale di condotta. La linea che separava il fuorilegge dal vaccaro o dal cowboy onesto era spesso sottile come un capello, troppo vaga per essere tracciata con precisione." Così il vice sceriffo finisce per esser contaminato dalla proposta dello sceriffo che, in realtà, lo sta solo mettendo alla prova, così da utilizzarlo per far fuori i soci e ridurre le percentuali di divisione del bottino accantonato. Lo sceriffo è un vero e proprio demonio che sta conducendo, in modo convincente, un tremendo doppio gioco per coprire la propria identità ovvero quella del capo banda. Ha così inizio una serie di giochi tra i vari componenti della banda, con lo sceriffo e il suo vice che programmano di sottrarre il bottino depredato, a destra e manca, e darsi alla fuga in barba a tutti gi altri componenti del gruppo. L'arrivo dei vigilantes in paese, chiamati da un colonnello, sarà il momento per scatenare una guerra, così da mettere contro i due schieramenti. Lo sceriffo darà infatti ordini tali da agevolare questo scontro, così da allontanarsi indisturbato. Qualche bicchierino di troppo e la componente femminile giocheranno però da variabile impazzita determinando un sanguinoso epilogo. Il sangue versato e la morte della donna amata porteranno il texano a guardare nel profondo della propria anima e a rinunciare a un oro fin troppo vergato di rosso, il rosso dei morti. Howard chiude così con una sorta di morale che forse mal si concilia con la tempra di certi personaggi, offrendo ai suoi lettori un racconto dove la polvere da sparo e la sabbia mossa dal vento si liberano dalle pagine per investire il volto di chi si lascia immergere nella magia orchestrata dalla parola. Ecco allora che i tratti del luogo in cui il lettore sta investendo il proprio tempo sfumano e acquistano i caratteri di una landa incastonata tra canyon e vecchie strutture di legno. Il west rivive, lo fa nell'immaginazione, a oltre un secolo e mezzo dai tempi nostri; i colpi di pistola e le mascelle che si rompono sotto i pugni sganciati dai protagonisti di Howard si liberano dal silente effetto del nero su bianco per assumere consistenza percebile dai limitati sensi umani. Chiudete gli occhi e vi troverete in mezzo alla storia, ma attenti... cercate un riparo ben protetto, perché la vita nel west vale qualche cent... il prezzo di un proiettile!

Howard considerava
il suo racconto THE VULTURES OF WHAPETON
uno dei suoi migliori testi in assoluto.

Intreccio assai meno complesso e lunghezza molto più contenuta per Lama, Pallottola o Capestro, pubblicato col titolo Knife, Bullet and Noose sull'Howard Collector nella primavera del 1965, a circa trent'anni dalla scomparsa dell'autore. Si tratta di un intreccio, se vogliamo, giallo, molto classico e caratterizzato da quel taglio pulp che contraddistingue tutti i racconti dell'opera. Qua protagonista abbiamo un mandriano che commercia bestiame spostandolo da una parte all'altra dell'America, ma senza ricorrere a treni o mezzi che possano permettere rapidi spostamenti. Ci viene narrata quella che, dalle nostre parti, potremmo definire una vera e propria transumanza. Howard concede brevi cenni, focalizzando l'interesse della lettura su una disputa che viene a crearsi tra il protagonista e alcuni cacciatori di bisonti che lamentano dei torti subiti, più specificatamente intendono vendicare un loro amico ucciso dal personaggio principale del racconto. Arena del confronto il saloon, non poteva esser diversamente. In realtà si tratta tutto di una montatura, ordita dal bullo di paese, per eliminare il commerciante e inscenare il furto dei soldi, assai ingenti, a lui dovuti come corrispettivo della transazione, così da permettere all'insospettabile boss di acquistare a titolo gratuito il bestiame concordato. Nel corso del testo emerge addirittura un precedente, per quello che diviene un vero e proprio schema malavitoso, orchestrato con arte e astuzia. Ma il cattivo di turno non ha fatto i conti col grande uomo del west howardiano.
Testo semplice, onesto, dal grande ritmo e dall'intrattenimento costante. Howard, anche qua, offre alcune pennellate antropologiche che ne identificano il pensiero, lo fa infatti a suo modo, con quell'impostazione che alcuni lettori dei giorni nostri identificherebbero con una predisposizione, diciamo così, alle tematiche destrorse. Così leggiamo una critica, dal sapore conservatrice piuttosto che progressita, che rievoca alla mente certe posizioni politiche di H.P. Lovecraft. Si legge infatti che "le città dei mercati di bestiame si erano riempite di giocatori d'azzardo, imbroglioni, pistoleri, tutta la genia di parassiti che segue passo passo ogni boom economico... Un ingenuo cowboy trovava meno pericolo tra le insidie della pista che non fra gli intrighi della città in espansione." Eloquente la posizione filosofica e sociologica dell'autore che, guarda caso, non era certo un amante della città, vista come un luogo in cui pullula, prolifica e fa affari la feccia sociale. "Tutti i cacciatori erano a loro volta uomini di grossa statura, in gran parte coperti di pelli e con mocassini indiani.... Dal momento che la loro esistenza era primitiva, erano duri e feroci non meno degli indiani, ma molte volte più pericolosi. Ispidi, burberi, fieri, con gli occhi a lampeggiare alla luce delle lampade e le mani a oscillare davanti al manico dei grandi coltelli che portavano alla cinta." Traspare dunque in modo evidente la presa di distanza dell'autore da certe categorie di soggetti, visti come tribali, privi di capacità di ragionamento e così bestiali da preferire il coltello (arma da corpo a corpo che offre la sensazione di dominio fisico sull'avversario e dunque offre la sensazione di maggiore virilità) alla più fredda pistola, un oggetto che rende la morte altrui meno apprezzabile e sensibile per il suo colpire da distanza oltre che ad annullare ogni abilità umana (meno la mentale, come vedremo nel successivo racconto) così da scrivere che "grande o piccolo, davanti a una .45 sono tutti uguali. E in quelle parole c'era l'intera filosofia del pistolero."
Piccolo racconto dunque, ma molto interessante, intriso di azione e di quella spacconeria con può non piacere a certi amanti del west (quello tamarro, all'italiana e non quello aulico di stampo epico e formativo).

Registro diverso per The Extermination of Yellow Donory, uscito postumo nel 1970 su Zane Grey Magazine, proposto qua col titolo Il Suicidio di Donory il Codardo. Howard sperimenta il racconto parodistico, ma lo fa con enorme intelligenza e studio psicologico dei personaggi, come solo i grandi maestri snano fare.
Un codardo, deriso da tutti, si sente stanco di procedere nella vita. La disperazione, la mancanza di stimoli e i fallimenti lavorativi lo portano a prendere l'estrema decisione. Non importa quanto i motivi siano effettivi e tali da giustificare il comportamento che ne segue, poichè "un problema che per gli altri può sembrare una stupidaggine, spesso è un vero inferno sulla terra per colui che ne soffre, e l'incubo di rendersi conto della propria codardia è il peggiore fra quanti perseguitano il genere umano." Così scrive Howard, autore che dimostrerà, purtroppo, con i fatti di avere assai padronanza sulla tematica, aspetto che trasformerà la parodia, quasi comica che avvolge la storia, in un qualcosa che assume contorni tragici. Dunque il suicidio come (possibile, ma non certa) via di fuga dalla realtà... ma c'è un problema. L'uomo è così codardo che non riesce neppure a uccidersi. E cosa pensa allora per raggiungere l'obiettivo? Decide di chiudere in bellezza la propria esistenza, un modo distorto di riscatto, e di approfittare della straordinaria presenza in paese del più formidabile pistolero della zona. Entra così nel saloon e lo provoca a viso aperto, da autentico sbruffone sicuro di sé, ghiacciando un pubblico incredulo che concentrà per l'unica volta nella vita del protagonista l'attenzione sulla vita di quest'ultimo, alla stregua di un collegamento internazionale su una partita di contorno di un torneo di tennis dove il numero uno della graduatoria vacilla contro l'ultimo della categoria (per la gioia dei book makers, che avranno così una storia da raccontare ai lettori avidi di imprese). Da una parte abbiamo così il più celebre codardo della contea e dall'altra il più famoso assassino della zona. Una situazione che sembra preludere a una barzelletta e a una soluzione finale scontata, se non fosse che si ribalta l'intera situazione. E com'è possibile una cosa del genere? Chiederete voi. Solo in un romanzo potrebbe succedere... ma ne siete davvero sicuri? Sembra di leggere un'innovativa tecnica psicologica applicata alle regole non scritte del far west. Del resto se è pur vero che "il Colonnello Colt ha reso tutti gli uomini uguali, sono poche le persone che si affidano a occhi chiusi a questo adagio, e molte sono più propense a pensare che un'arma fiammeggiante sia più efficace nelle mani di un uomo dall'aspetto imponente." Sono i pregiudizi i veri boomerang che si abbattono sulla visione dell'uomo, poiché inidonei a trarre le giuste conclusioni e tali da determinare, come controindicazione, pericolose derive comportamentali indotte dall'atteggiamento delle c.d. variabili impazzite (quelle non preventivate o sottovalutate). Ma quali sono questi pregiudizi? Presto detto. Uomo imponente, muscolare e dalla forza bruta, magari grande esperto nel combattimento corpo a corpo, induce timore. E lo fa anche al cospetto di uno armato che, tuttavia, disponendo di un'arma, ha il vantaggio della distanza e del controllo, così da potersi considerare, a ragion veduta, su una scala superiore, ma solo se è bravo a mantenere l'uso dell'arma. Ma c'è un uomo ancora più superiore, in un ideale combattimento, e questo uomo superiore non è l'erculeo né, tanto meno, colui che dispone dell'arma, ma è un altro che addirittura entra in gioco disarmato (o almeno così sembrerebbe). Questo sembra suggerire, con verve ironica e dissacrante, l'autore. Howard scrive che "un vero assassino è sempre anche un grande attore, un perfetto uomo di spettacolo." E così in The Estermination of Yellow Donory è proprio la figura dell'uomo di spettacolo a ergersi sul trono più alto di un ideale combattimento mortale. E' la tecnica psicologica, seppur nella fattispecie involontaria, a risultare l'arma di risoluzione del conflitto, un'arma all'apparenza pacifica e da indurre l'ilarità della platea, capace poi di ribaltare una situazione che, agli occhi di tutti, sembrava da vero e proprio suicidio comportamentale. L'aperta sfida, con fare smargiasso di un piccolo e inutile uomo, resa davanti  a un pubblico copioso che finisce con l'invadere un saloon pronto a raccontare l'evento ai nipotini, è un qualcosa che mina le certezze e fa sgretolare le colonne che sorreggono la convinzioni dell'avversario incapace di leggere la situazione. "Più alta un uomo reputa la propria abilità, tanto più probabile che valuti ancora più alta la capacità, pur indimostrata, di un avversario sprezzante... Dentro il pistolero andava crescendo una curiosa sensazione, ovvero che quel tipo dovesse essere un pistolero terrificante, talmente terribile che neppure Demon Darts sarebbe stato in grado di opporglisi. Altrimenti, perché mai l'avrebbe sfidato? Doveva sicuramente avere un asso nella manica..." E così ecco che assistiamo alla fuga del pistolero e del grande uomo muscolare invincibile, costretto alla resa da un insignificante individuo che lo ha affrontato senza mostrare alcuna arma apparente, col solo gioco della mente (qua tuttavia involontario). Sembra quasi un'apologia del coraggio che si spinge ai limiti dell'incoscienza. Giocare la morte della propria vita a volte potrebbe essere una somma troppo alta in un confronto, specie quando questa posta viene avvolta dall'incertezza dei processi che potrebbero scattare facendo un data mossa. Un vero e proprio rischio di effetto domino, difficile da arginare con i rozzi modi tipici della violenza fisica. Ed ecco subito quella che potrebbe definirsi una critica di Howard all'atteggiamento popolare, che muta in modo radicale a seguito di un unico evento. Lo scemo del villaggio, piuttosto che il più grande codardo della contea, diventa un grande uomo di valore, un vero e proprio bluffeur che nell'immaginario collettivo copriva, con i suoi atteggiamenti, la sua vera e propria natura, quella del grande valoroso che non può dar sfogo alla propria superiorità per il rispetto di valori superiori. Un po' come faranno Jerry Siegel e Joe Shuster, nel '33, nell'ideazione di CLARK KENT ovvero l'alterego codardo di Superman.
Qui ci viene in soccorso Quentin Tarantino, che di certo sarebbe ben felice di realizzare un set dai racconti dell'autore texano (ce lo dicono anche i curatori in prefazione al volume della Fratini), quando in Kill Bill V.2 fa dire a Carradine, a proposito della filosofia dei supereroi, che il suo fumetto "preferito è superman, perché la filosofia di questo fumetto non è soltanto eccelsa, ma unica... Superman non diventa superman, superman è nato superman. Quando superman si sveglia al mattino è superman. Il suo alterego è Clark Kent... Quello che indossa come Kent, gli occhiali, l'abito da lavoro, quello è il suo costume. E' il costume che indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? E' debole, non crede in sé stesso ed un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana" più o meno come Joey Donory è il limite occulto di Demon Darts, ovvero l'insidia insuperabile dalla forza bruta che, in quanto tale, è incapace di adeguarsi alle mutevoli varianti indotte dalla tattica mentale. Situazione dunque totalmente capovolta, in una sola mossa. Arrivano subito le proposte di collaborazione e poi le valutazioni, completamente sballate, indotte sempre da errori di valutazione di fondo sorretti, ancora una volta, dai rigidi schemi mentali che impediscono di vedere la vera realtà delle cose, poiché la scorciatoia della prepotenza è sempre la via vista dagli uomini di scarsa intelligenza quale quella maestra per perseguire un dato risultato. "Avrei dovuto intuire che voi avete troppo autocontrollo e siete troppo importante per perdere tempo con mezze cartucce come Bull Groker e compagnia. Come tutti i veri pistoleri, voi eravate solo in attesa di un avversario del vostro livello" dicono al modesto protagonista gli uomini del villaggio. Torna ancora centrale il vecchio tema del west, ma anche del mondo marzialista, del grande maestro che cerca sempre di incontrare un altro grande maestro per dimostare chi sia davvero il più valoroso e abile. Esilaranti, ma calibrati, i commenti degli uomini del bar/saloon: "Ragazzi, stasera abbiamo assistito a qualcosa da raccontare ai nostri nipoti... Chi pensate che sia, veramente? Scommetto che ha una lista di duelli lunga dieci chilometri! Sembrava uno smidollato, ma sono sempre loro quelli realmente cattivi..." Difficile uscire dalla rigidità di certi schemi mentali, questo il messaggio di fondo di un Howard che, giocando, porta a galla grandi verità e soprattutto eleva la psicologia e l'uso della mente ad arma più letale tra tutte, capace di influenzare il comportamento altrui... Il bluff del resto, se ben orchestrato, ha sempre pagato molto bene e questo i veri giocatori lo sanno.

Sono oltre 50 i testi western di Howard,
la FRATINI Editore
ne ha proposti solo otto.

Altro testo postumo è Sfida al Canyon Infernale, Showdown at Hell's Canyon, edito nel 1973 su The Vultures. Tipica caccia al tesoro sepolto (nientemeno che un milione di dollari destinati, in origine, a Pancho Villa per finanziare la rivoluzione messicana) indicato in una mappa, con un soggetto morente che fornisce gli indizi utili per ricostruire il tutto, proprio prima di spirare. Soluzioni che rimandano a quanto Leone mette in scena ne Il Buono, il Brutto e Il Cattivo (si pensi alle ultime parole di Bill Carson), con l'antagonista di turno che fa in modo che gli altri due cacciatori individuino il punto in cui il tesoro è sepolto per poi presentarsi e sottrarre l'intero bottino. Ritornano i temi howardiani della location sulle pareti rocciose dei canyon, del colpo di fulmine che porta l'eroe di turno a innamorarsi della ragazza che trova sul proprio cammino, ma anche quello del bandito che ha un delitto da riscattare così da riparare al male inferto agli altri. Belle descrizioni, grande senso del ritmo, a servizio di un soggetto classico. Dopo indiani e mandriani, arriva inoltre la stilettata a danno dei messicani. "Non sei più negli Stati Uniti, sei nel vecchio Messico... Qui può succedere di tutto." La frase arriva a commento di un assassinio a sangue freddo, con un colpo sparato nella schiena della vittima sotto gli occhi di tutti e in modo impunito. Howard traccia così una situazione ambientale, quella messicana, in cui non vi è neppure l'esigenza di salvare le forme, con ipocrisie o escamotages atti ad aggirare la legge. Niente di tutto questo, in Messico il crimine avviene alla luce del sole e in modo impunito. Altro che far west, come si suol dire...!?

Ne Lo Scherzo del Diavolo, The Devil's Joker, Howard costruisce un piccolo racconto tutto giostrato sugli scherzi operati dal destino. E' la tematica delle c.d. sliding doors. Il pistolero viene inquadrato quale soggetto borderline, un qualcuno sempre pronto a passare dalla protezione legislativa a quella di vero e proprio fuorilegge. Un modo di vivere pericoloso in cui è facile superare quel limite che fa di un uomo un assassino piuttosto che un qualcuno che agisce per legittima difesa. Nella fattispecie basta un banale scherzo per portare il protagonista, terrorizzato dalla vista dei serpenti, a commettere un omicidio d'impeto. "Con una tale fama come pistolero il passo successivo per lui poteva, per forza di cose, essere soltanto diventare un uomo di legge o il suo esatto contrario." Vediamo dunque come i protagonisti di Howard, pur se guidati da una certa etica, siano più degli antieroi vicini a quelli su cui Sergio Leone costruirà la propria fortuna piuttosto che quelli propri della cinematografia western americana. Non è affatto vero, come mi è capitato di leggere in certe recensioni, che in questi western vi sia una netta divisione tra buoni e cattivi. Nient'affatto. I buoni di Howard sono i meno cattivi tra i cattivi. "Erano uomini indomiti, non riconducibili sotto le leggi che governano la massa del genere umano. Vivevano in modo violento, duro, spietato, prendendosi tutto quanto volevano e quando morivano lo facevano in battaglia, con le pistole fumanti, sicuri che non avrebbero mai ottenuto, né concesso tregua." Ecco quindi che la differenza tra male e bene diventa non tanto il seguire la retta via (come cerca di operare lo sceriffo del racconto per correggere il focoso protagonista), quanto avere un'etica tale da trasformare il personaggio negativo in un antieroe caratterizzato da una certa sportività e correttezza, pur violando le leggi. Nel racconto in questione, al posto del rispetto per le donne, c'è il rispetto per un avversario non in condizione di difendersi. Il protagonista, che enterà in contrasto con i membri della propria banda in un regolamento di conti stile Le Iene di Tarantino (si eliminano tutti sparandosi contro in simultanea), si rifiutirà di sparare a sangue freddo allo sceriffo privo di sensi, perché in precedenza lo ha ferito colpendogli il cappello e sfiorandogli la cute del cuoio capellutto. La testardaggine del personaggio non è tanto dovuta dal fatto di voler salvare l'uomo, quando di curarlo e rimetterlo in condizione per prendere parte a regolare duello dove, magari, ucciderlo. E' una questione di filosofia, signori... Sembra dire il protagonista ai compangni. Se vi sembra un buono questo... fate voi.

Robert E. Howard.

"Un uomo con molti nemici deve avere la memoria pronta riguardo ai volti... Un uomo deve essere tante cose diverse."

mercoledì 7 novembre 2018

Recensione Narrativa: DISCESA IN EGITTO di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: A Descent Into Egypt.
Anno: 1914.
Genere: Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Visioni.
Pagine: 87.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ancora gli amici delle Edizioni Hypnos di Milano a salire agli onori delle cronache per lo "sdoganamento" nella nostra penisola dell'ennesimo inedito firmato da un Grande Maestro della letteratura fantastica. Questa volta tocca all'ideatore del John Silence (personaggio che abbiamo analizzato su queste pagine) Algernon Blackwood e al suo romanzo breve A Descent Into Egypt. Testo scritto nel 1919, uscito insieme ad altri quattro racconti nell'antologia Incredible Adventures, riproposta di recente (nel 2004) dall'americana Hippocampus Press, al cui interno - ad avviso di H.P.Lovecraft - sono raccolti "alcuni dei più bei racconti che l'autore abbia mai scritto."
Mai pubblicato in Italia, il romanzo breve viene tradotto con grande professionalità da Elena Furlan e messo nelle mani degli appassionati italiani col titolo Discesa in Egitto.

Si tratta di un elaborato, in verità piuttosto prolisso e ripetitivo, che sintetizza a pieno titolo le qualità tipiche dei migliori testi di Algernon Blackwood. Siamo, in altri termini, nell'ambito costruttivo e atmosferico di The Willows (I Salici), ovvero in una storia dove la componente ambientale assurge al rango di vero e proprio personaggio mutevole e multiforme, un qualcosa dotato di spirito pur non essendo percepibile dai limitati sensi umani. Ne deriva una potenza evocativa e ipnotica, ricercata per effetto di uno studiato lessico che sfiora la poesia col suo essere allucinato e allucinante, che trasuda dalle pagine così forte e avvolgente da rapire, oltre ai personaggi, il lettore, riuscchiandolo in un ideale maelstrom che lo disancora dalla realtà per sprofondare altrove. Si percepisce l'annichilimento della capacità di autodeterminarsi alla stregua dell'assunzione di un forte oppiaceo, una droga che amplifica la sensibilità visiva e uditiva così da stordire modificando la percezione di quanto si ha intorno.

Il romanzo parla della repentina trasformazione caratteriale di un archeologo, recatosi in Egitto per questioni di lavoro. Da "uomo abile ed eclettico" il soggetto involve al rango di automa definito "un guscio umano" apparentemente normale ma svuotato da ogni interesse e ambizione. Centrale e responsabile di tale metamorfosi è l'Egitto, verrebbe da dire la magia dell'Egitto, ma non quello attuale, bensì l'antico, che continua a vivere nel profondo e nei sotterranei della Terra quale spettro dell'antico fasto che fu. "L'Egitto ti cambia. Nessuno può vivere qui e rimanere ciò che era prima..." Testimone di queste evoluzioni è il narratore della storia che racconta le vicende di questo uomo, tale George Isley. Non è la pazzia o un disturbo psiclogico a entrare in gioco e neppure quella suggestione per la magnificenza dei monumenti che ai tempi odierni è stata catalogata quale sindrome di Stendhal, quanto un qualcosa di arcano e sfuggevole, non ben comprensibile, da cui lo stesso narratore viene assuefatto e rapito. La potenza visionaria e distorsiva di Blackwood, che centellina i fatti procedendo con uno stile molto lento e ripetitivo, emerge in modo veemente nella parte terminale dell'opera, quando entra in scena un terzo personaggio. Quest'ultimo è un collega di Isley, uno studioso di Egitto, che ha tuttavia appreso, origliando da alcuni sacerdoti, le note di un canto (Inno a Ra) fatto interamente di suoni vocalici che è capace di evocare lo spirito dell'antico Egitto. Simile agli effetti del canto di una sirena, si liberano delle note che determinano uno scollegamento tra la realtà e l'altrove, aprendo un portale spazio-temporale che può essere imboccato in un processo inverso rispetto a quello che governa la vita di tutti i giorni. Un portale che conduce direttamente a 6.000 anni fa, nel momento del massimo fulgore della potenza egizia. Spettacolare, da grandissimo racconto fantastico, la camminata dei tre personaggi su un deserto che scorre sotto i loro piedi, attorniato dalla grande architettura dell'antico Egitto vista nel momento del suo massimo splendore (si intravedono le grandi piramidi in costruzione). "L'Egitto stava trascinando la sua anima nel Passato. Ciò che c'era di valore in lui andò volontariamente; il resto, aspetti minori della sua mente e del carattere, resistette, restando aggrappato al presente." Blackwood ci parla di una vera e propria dissocazione, di un qualcosa che consente all'anima di liberarsi dal carcere fisico in cui è intrappolata e di andare dove più l'aggrada, lasciando il resto nella realtà in cui si trovava in precedenza. "L'anima ha diritto di scegliere le proprie condizioni e il proprio ambiente. Passare da un'altra parte comporta una traslazione non un'estinzione... L'anima è eterna e può scegliere la propria dimora ovunque, che cosa c'è nel presente volgare e superficiale che dovrebbe trattenerla...?" Così assistiamo alla dipartita dell'anima di Isley e alla sua fuga in una realtà ben diversa dalla decadenza di quella attuale. "L'antico Egitto, sepolto, nascosto aveva gettato la rete attorno alla sua anima. Divenuta indistinta nel Presente, la sua vita venne trasferita in un Passato dorato, ricostruito, dove era reale." Una fuga che il narratore vive in parte, ma da cui riesce a sottrarsi proprio nel momento in cui il Tempio era pronto a riceverlo. E' la paura dell'ignoto a frenare il narratore, ma anche un qualcosa che percepisce di malevolo e menzognero. "L'Egitto patisce ancora il furto dei suoi antichi morti, e per vendicarsi preda i vivi a piacimento." Dunque una sorta di incanto che suona un po' come il canto di una sirena. Un trucco per impossessarsi delle anime degli uomini sensibili, storditi da una realtà più grande di loro e non da questi comprensibile. Un qualcosa da cui non riesce a liberarssi Isley, completamente intorpidito in balia di una potenza aliena che lo ha sedotto annullandone le resistenze e la ragione. Ciò però che sembra offrire l'antico Egitto, Blackwood lo scrive tra le righe, non è il Paradiso dei sensi, quanto un'illusione che porta alla vera e unica morte che può colpire un essere vivente: quella dell'anima.
Dunque un romanzo breve molto interessante e dotato di rara potenza visionaria. Purtroppo un po' troppo prolisso, cosa che finirà con l'irritire il lettore medio. Si tratta a ogni modo di un elaborato che non può mancare nella biblioteca di uno studioso della narrativa fantastica. Piacerà molto anche a chi ricerca testi fantastici capaci di regalare il sense of wonder, che qua viene garantito in modo spiccato, specie nella parte finale. Chiudiamo con una domanda: può l'anima di un uomo vivere una propria vita a prescindere da quella vissuta dal corpo, recandosi dove lei stessa più preferisce e lasciando l'involucro che la conteneva in balia degli eventi prima ancora che sopravvenga la morte della carne? A Descent Into Egypt risponde al quesito.

Un giovane ALGERNON BLACKWOOD

"L'anima poteva davvero scegliere la propria residenza, ma vivere da tutt'altra parte era scegliere la follia, e vivere separati da tutte le dolci salubri faccende dell'Oggi comportava un esilio ancor peggiore della follia. Era la morte."

venerdì 2 novembre 2018

Recensione Narrativa: LA BESTIA DALLE CINQUE DITA e Altri Racconti del Fantastico di William F. Harvey.



Autore: William Fryer Harvey.
Titolo Originale: The Beast With Five Fingers and Other Tales.
Anno: 1910-37.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Biblioteca dell'Immaginario
Pagine: 294.
Prezzo: 21,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Gli amici della Hypnos Edizioni, per la spettacolare collana "La Biblioteca dell'Immaginario", rievocano dall'oblio (dopo i vari O'Brien e Grabinski) i racconti nati dalla penna del sarcastico inglese William Fryer Harvey, autore - dimenticato - in auge nelle prime tre decadi del novecento. Una laurea in medicina, che si riflette anche nei suoi testi in cui medici e infermieri sono spesso protagonisti, seguita da una medaglia al valore conseguita nella prima guerra mondiale fungono da background a uno scrittore capace di conquistare discreto successo in vita, tanto da smuovere l'interesse di Hollywood, ma di non conservarlo post mortem. Presto dimenticato anche in patria, dove però sembra esser stato riproposto negli ultimi dieci anni, non è riuscito a farsi conoscere all'estero, se non limitatamente a un numero di racconti che si contano sulle dita di una mano (mai come in questo caso l'espressione è appropriata). Nella nostra penisola, prima della riproposta dei ragazzi terribili di Andrea Vaccaro, era conosciuto essenzialmente per due racconti: August Heat (1910), giudicato da Isaac Asimov il miglior racconto sul tema precognizioni, e The Beast With Five Fingers (1919), due testi proposti più volte in Italia ma solo a partire dagli anni '90.
Un disinteresse che ha portato questo autore a non esser studiato dai nostri appassionati. Sprovvisto di una pagina persino su wikipedia (italiana), appena citato da Gian Filippo Pizzo, che lo nomina dedicandogli appena tre righe in Guida alla Letteratura Horror, mentre viene del tutto saltato dal francese I Maestri della Letteratura Fantastica, edizioni Edipem, per non parlare dei lavori dei vari Lovecraft e Punter. Premettiamo che la cosa non deve reputarsi uno scandalo. Dalla lettura de La Bestia dalle Cinque Dita e Altri Racconti del Fantastico ne esce il profilo di uno scrittore interessante, ma non al livello dei grandissimi maestri del fantastico.
La Hypnos propone in toto i dodici racconti inclusi nell'antologia The Beast With Five Fingers and Others Tales, aggiungendo quattro ulteriori racconti, tra i più riusciti, della produzione dell'autore. Ne viene fuori un volume gradevole, di pronta lettura, grazie a uno stile piuttosto semplice che non lesina ironia e colpi di scena e che soprattutto lascia al lettore il compito di completare le storie secondo una propria interpretazione. Harvey spiega solo il minimo indispensabile, poiché vuole che sia chi legge a scegliere la via, vuoi paranormale piuttosto che realistica, da intraprendere per sciogliere gli enigmi proposti. Non c'è una soluzione univoca nelle sue storie ed è questo il punto di forza della sua produzione.

Claudio Di Vaio, nella sua ottima post-fazione, spiega, a giusta ragione, che "i brividi che Harvey procura non derivano da alcuno elemento dichiaratamente soprannaturale o ultraterreno: le sue storie ci pongono dinanzi a eventi inspiegabili, che non escludono però una spiegazione puramente razionale qualora si sia disposti ad accoglierla." Dimenticate dunque quel fantastico trascendente o cosmico, così come quel fantastico di impronta esoterica ed ermetica. Harvey è uno scrittore molto ancorato al mondo di tutti i giorni, interessato al crimine e alle psicosi mentali, praticabile dal lettore medio. Da molti ricondotto all'alveo degli specialisti di ghost stories, sulla scia dei famosi Montague Rhodes James e Walter de la Mere, dimostra tuttavia di muoversi anche in altri contesti.
L'orrore di William Fryer Harvey è spesso e volentieri un orrore che nasce dall'interno della condizione umana, talvolta indotto da suggestioni, tal'altra dal concorso di curiose (quanto sinistre) coincidenze. La coincidenza sembra essere una delle fissazioni dell'autoreÈ lui stesso a scrivere che “in certi stati d'animo niente è così forte come la forza di una coincidenza inaspettata.“ Ed ecco allora materializzarsi un terrore interiore, per un qualcosa che si suppone ma che non sempre è come ce lo prefiguriamo. Ne L'Orologio (The Clock) il protagonista viene incaricato di recuperare un orologio, a carica manuale, lasciato da una nobil donna in una casa chiusa da giorni. Entrato all'interno della magione, il protagonista si accorge che l'orologio, che sarebbe logico pensare fermo, indica l'ora esatta come se fosse stato ricaricato da un paio di ore. L'accertamento getta nello sconforto l'uomo che inizia a sospettare la presenza di fantasmi, cosa che gli viene confermata, una volta lanciatosi nel giardino da una finestra, dal vedere la via di fuga chiusa come se non fosse mai entrato in casa. Chi potrebbe mai aver chiuso la finestra? Un fantasma... o piuttosto il vento? Difficile dire... Terrore dunque allusivo che lascia pensare una soluzione paranormale ma anche no, un bizzarro gioco della suggestione. Del resto “la paura è sempre più forte quando la si fugge“ ci dice Harvey. Sulla stessa falsa riga, ma più votato al mystery, è Il Cuore del Fuoco (The Heart of Fire), in cui il titolare di una bettola si convince, per via di un'iscrizione incisa all'interno del caminetto, che le fortune della famiglia termineranno quando si spegnerà il fuoco. Così lo scopo dell'uomo è far si che la fiamma persista a danzare all'interno dello spazio deputato. Una fissazione che porterà l'uomo a comunicare col fuoco, fino a commettere un omicidio che nessuno scoprirà mai ma che persisterà, nel rimorso, a consumare dall'interno l'animo, concedendo in cambio fortune e successi. Dunque un orrore, se vogliamo, più criminologico che fantastico. Situazione similare, ma gestita molto meglio, nel racconto che apre l'antologia ovvero Lo Strumento (The Tool). Protagonista, questa volta, è un vacanziere che decide di scaricare le tensioni del lavoro annuale, attraverso una serie di passeggiate nel bosco. Improvvisamente però la banalità quotidiana viene funestata da due imprevisti: la scoperta del cadavere di un marinaio in mezzo al bosco e l'inspiegabile perdita di memoria (si rende conto di aver rimosso il ricordo di alcuni giorni). Harvey propone qua, in chiave fantastica (ma lo è davvero fantastica o piuttosto è una via per prendere le distanze da un orrore puramente umano?), quella che ai tempi odierni viene definita la sindrome dello sdoppiamento della personalità. Tematica già ampiamente scandagliata, ai tempi di Harvey, da Robert Louis Stevenson con Lo Strano Caso del Dr. Jekyll & Mr. Hyde (1886), la cui analisi abbiam già esposto su queste pagine. Ci ritroviamo allora, di nuovo, in un caso di coincidenze bizzarre e interpretazioni che, forse, hanno la sola funzione di ignorare un orrore che nasce dall'interno dell'uomo e non è dovuto all'interazione di forze esterne. Tuttavia, il dubbio rimane tanto che il protagonista, fervente religioso e uomo pacifico, giunge alla conclusione di esser stato un incosapevole strumento divino gestito da uno spirito per commettere un omicidio, in un certo qual senso purificato dall'onta del peccato, per volere superiore. Una bizzarra causa di giustificazione o forse, ancor più, un caso in cui viene a mancare addirittura la coscienza e volontà del soggetto operante, così da renderlo innocente, per ragioni che i sofisti giudicherebbero non a misura di uomo e dunque da non esaminare. “Il mondo è governato da Dio, attraverso una gerarchia di spiriti... Sono stato soltanto uno strumento attraverso il quale il grande spirito ha svolto il suo compito. Non era necessario che io ricordassi ciò che avevo fatto e, a lavoro ultimato, questo spirito nella sua pietà prese da me tutta la memoria delle mie azioni“, così spiega il protagonista riconoscendo poi indirettamente l'esistenza di un subinconscio (vera e propria scatola nera naturale) che memorizza tutto, anche ciò che sfugge alla coscienza (l'epoca di Harvey è quella in cui nasceva la psicanalisi, si ricordi). “Il desiderio dell'assassino di vedere ancora una volta la sua opera mi guidò inconsciamente al banco di scisto nella brughiera.“ Testo apparentemente semplice, ma molto interessante in cui Harvey continua a giocare tra fantastico e fenomenica terrena (se mi consentite l'espressione), lasciando il tutto in mano all'interpretazione e alla fantasia del lettore così da risultare estraniante e rendere incerto il cammino dell'interpretazione dei fatti che circondano la nostra esistenza. Bel testo, in linea con alcuni dei migliori racconti di Edgar Allan Poe.


Circostanze bizzarre e casualità vengono ancora a intrecciarsi nel destino del protagonista del racconto Peter Levisham. Harvey, questa volta, mette in scena un ignaro testimone oculare che si trova, per puro caso, a sconfessare l'alibi di un sospettato di omicidio, ritrovandosi all'interno dell'ufficio dell'indagato (senza che ne conoscesse l'ubicazione) nell'orario in cui questo ha dichiarato di trovarsi quando veniva consumato il delitto (mentendo). Fin qui niente di strano, se non fosse che i due soggetti hanno già avuto precedenti incontri finiti in modo, quantomeno, scorbutico. La testimonianza dell'uomo non sarà sufficiente a fare condannare chi, nel proseguo, si macchierà di ulteriori delitti (l'autore si limita ad alludere a futuri crimini e lascia campo aperto all'immaginazione del lettore). Harvey concede anche una riflessione sulla professione dell'avvocato, evidenziando quanto il senso del dovere e quello etico a volte vengano a scontrarsi in modo inconciliabile. "Ricordo di aver espresso il rammarico che il mio patrocinio fosse stato lo strumento della sua assoluzione. Un verdetto di colpevolezza avrebbe forse risparmiato tante vite innocenti; avrebbe forse mantenuto lui innocente e risparmiato la sua, di vita"

Il tema delle circostanze all'apparenza casuali che si propongono con precisione chirurgica ritorna ne la Calura d'Agosto (August Heat), vero e proprio gioiello nella produzione di Harvey. Racconto tra i più famosi dell'autore, propone quell'orrore allusivo tipico della narrativa dello scrittore inglese. Un pittore, stimolato dal caldo d'agosto, dipinge uno schizzo di un criminale sul banco degli imputati immediatamente dopo la sentenza di condanna. Contento del risultato finale, decide di passeggiare per la città. Condotto non si sa ben da cosa (come avviene al protagonista di Peter Levisham), si ritrova nel magazzino di uno scultore che sta scolpendo un marmo per una mostra, usando un nome a caso a supporto di un epitaffio. Ironia della sorte sono i tre nomi del pittore e la data di nascita dello stesso. Come se ciò non bastasse, lo scultore ha le fattezze proprio dell'uomo del dipinto. Precognizione o clamorosa coincidenza? Vuoi vedere che il caldo notturno giocherà un brutto scherzo e condurrà alla morte il pittore? Lo scopriremo solo leggendo, verrebbe da dire facendo il verso a una famosa canzone... ma non con Harvey. L'autore, come al solito, lascia al lettore l'onere di completare il testo con la sibillina frase finale: “Il caldo è soffocante. È abbastanza da far impazzire un uomo.
Si torna su una tematica similare ne La Mano della Signora Egan (The Arm of Mrs Egan), racconto pubblicato postumo nel 1951, ma tra i migliori scritti. Harvey unisce alla sua firma delle circostanze ripetitive il tema della stregoneria e soprattutto quello dell'angoscia di sbagliare. Il protagonista è un giovane medico colpevole di aver grossolanamente sbagliato la diagnosi a un bimbo. Un errore costato la vita al piccolo, con la relativa ira della madre pronta a giurare di perseguitare il medico per il resto della vita. Una minaccia che assume presto le fattezze di una paranoia supportata da bizzarri riscontri. Da allora, vuoi per l'ansia vuoi per le circostanze, il medico andrà incontro a una serie di errori, talvolta scusabili, che porteranno alla morte o a inconvenienti spiacevoli che avranno sempre un elemento collegabile a quello della donna da cui tutto ha inizio. Omonimi della signora coinvolti nella vicenda, cugini della stessa o nomi composti che portano al cognome della donna sono l'aspetto ritornante di una storia in cui il paranormale si affaccia, minaccioso, sulla concretezza della vita reale senza però irrompere definitivamente (anche se il finale sembrerebbe far pendere verso il basso il piatto dell'occulto sulla bilancia dei fatti).

Atmosfere più indirizzate verso il fantastico si respirano in un gruppo raccolto di racconti. Tra questi figura Miss Cornelius, particolare testo sul fenomeno poltergeist, narrato però sempre sullo stretto filo border line tra paranormale/realtà. Il protagonista infatti, chiamato a risolvere un fenomeno apparentemente di poltergeist, finisce per inimicarsi una vecchia sospettata di essere l'artefice del fenomeno. Dunque il poltergeist sarebbe una semplice macchinazione, se non fosse che il fenomeno si estende nella casa del protagonista che pare diventare vittima di un malocchio tanto da rendersi protagonista inconsapevole di fenomeni apparentemente non spiegabili con la ragione. Harvey però mischia sempre le carte e la certezza non vi è, sarà ancora il lettore, sospeso tra realtà e fantasia, a scegliere le chiavi interpretative.

Il tema della casa infestata torna con il convenzionale Il Posto degli Ankardyne (The Ankardyne Pew), racconto un po' vecchiotto di concezione ottocentesca. Questa volta a scatenare la meledizione è il sacrilegio compiuto da un uomo, fissato con le scommesse e con i combattimenti dei galli, che ha pensato bene di organizzare un combattimento all'interno della sua cappella privata, scommettendo l'anima sulla vittoria del proprio gallo, animale vincitore di cinquanta combattimenti. L'esito negativo dello scontro porta l'uomo a sottoporre a una serie di torture l'animale, cadendo vittima di una maledizione che vedrà ricadere su sé stesso e sui propri eredi tutti i dolori dovuti alle torture inflitte all'animale. Il protagonista e un suo socio, anni dopo, indagano sugli strani rumori, assimilabili al canto di un gallo, che in un dato periodo dell'anno funestano la pace di una magione costruita accanto a una Chiesa privata.
Lo abbiamo detto, si tratta di un racconto di vecchio stampo che propone poco di nuovo.

Molto più interessante è l'allusivo Miss Avenal, in cui Harvey torna a fare quello che meglio gli riesce ovvero suggerire un orrore e una piega paranormale senza però esplicitarla. Protagonista è una giovane infermiera che viene inviata in brughiera per assistere una donna dall'età indeterminata. L'incarico sembra semplice, ma l'infermiera si troverà, impotente e incosapevole, vittima della paziente. Quest'ultima infatti, sebbene nel testo non trapeli traccia diretta, è una sorta di vampiressa che ruba la linfa vitale e la giovinezza dell'infermiera che si ritroverà vecchia, depressa e impazzita, mentre la cliente ritornerà a nuova vita addossando sull'altra tutta la propria spossatezza e decadenza. La cornice della brughiera, tra paganesimo e nuova religione (la cristiana), funge da corollario e ricorda, con le dovute proporzioni, alcuni testi di Arthur Machen. Niente male, seppure velatissimo e meramente accennato.

Un'altra infermiera è protagonista de Il Lago (The Lake), testo uscito postumo, in cui Harvey sposa a pieno titolo il giallo non rinunciando però, ancora una volta, a lasciare al lettore il compito di decidere e di completare la storia a suo piacimento. L'epilogo resta fumoso, su base indiziaria, e non fornisce soluzione univoca, lasciando lo spettatore col fiato sospeso per una curiosità non assecondata anche se con una soluzione più che suggerita. Nella fattispecie vengono a convivere l'ipotesi di una morte naturale con quella di un elaborato avvellenamento per ragioni testamentarie perpetrato da un dottore.

La locandina del film Hollywoodiano
tratto dal più famoso racconto di Harvey.

Cambia decisamente il registro in quello che è, a tutti gli effetti, il racconto più famoso di Harvey e che, non a caso, da il titolo all'antologia. Stiamo parlando del grottesco La Bestia dalle Cinque Dita. Harvey abbandona le allusioni e da vita a un racconto piuttosto diretto che, tuttavia, rimanda ad altro. Sembra infatti suggerire una sorta di possessione parziale del corpo da parte di un non meglio precisato spirito entrato in contatto con un uomo per una via che non viene specificata. Così assistiamo nella prima parte alle gesta di un uomo cieco che ha perduto il controllo della propria mano destra. L'arto fa quello che vuole e, in particolare, scrive su un foglio parole che richiamano i nomi degli eredi della famiglia. Un nipote del vecchio pensa che si tratti di un fenomeno di scrittura automatica ma è in fallo. È la stessa mano, che è dotata di intelligenza evoluta, a spiegerglielo, mediante la scrittura e mediante i gesti di scherno con le dita. La morte dell'uomo in questione non pone fine all'orrore, perché la mano pensa bene di lasciare un foglio in cui attribuisce al suo possessore la volontà di farla amputare per ragioni studio. Ha così inizio una lotta, non priva di momenti sarcastici, tra il nipote del defunto e la mano che vive una vita propria, alla stregua di un topo di biblioteca, spostandosi sulle dita tanto da ricordare le movenze di un gambero. Un racconto sarcastico, ma con interessanti punte horror. Harvey qua non gioca a suggerire, ma è esplicito. Si ispira probabilmente al celebre Le Mani di Orlac scritto, otto anni prima, dal francese Maurice Renard, volgendo la storia sul piano spiccatamente fantastico. Ispirerà sia gli autori de La Famiglia Addams (1966) (come non ricordare la mano che vive di vita propria) sia Sam Raimi e i suoi horror degli esordi della saga La Casa. Non a caso la Warner Bros si interessò al soggetto e ne trasse una pellicola diretta nel 1946 da Robert Florey col titolo Il Mistero delle 5 Dita e sceneggiata, in parte, nientemeno che da Luis Bunuel poi non retribuito e per questo intenzionato a fare causa ai produttori (desistette dall'intento per la vasta schiera di avvocati pronti a supportare la Warner Bros).

Altri racconti, per lo più poco interessanti, recepiscono l'ironia dell'autore elevandola a fulcro centrale del testo. Il miglior elaborato di questo gruppo è il grottesco Habeas Corpus Club. Harvey immagina un luogo immaginario, ma con contatti con la realtà, in cui si ritrovano tutte le vittime dei romanzi di un dato autore. Harvey gioca, probabilmente per effetto di alcune recensioni ricevute, facendo leva sul concetto di “personaggi pieni di vita.“ Ed ecco che un'espressione votata a sottolineare un'ottima caratterizzazione si traduce in un qualcosa di materiale. Personaggi appena abbozzati, meri cadaveri cui viene assegnato il ruolo di comparsa in un romanzo, vivono grazie alla loro morte e diventano personaggi che si sviluppano in un luogo immaginario che altro non è che un club privato. Harvey è satirico e dice che non c'è da meravigliarsi di questo, perché “uomini e donne che hanno dato la propria vita per il pubblico di lettori possano avere l'opportunità di sviluppare i propri personaggi in un ambiente più protetto.“ Gustoso l'epilogo, con svariati anni di anticipo rispetto a Stephen King e al suo La Metà Oscura, con i vari personaggi che ricordano al lettore che di notte il club è chiuso e che a quell'ora vanno tutti a perseguitare gli autori che li hanno uccisi e che difficilmente passeranno sonni tranquilli. Divertente, senza dubbio.

Dalle Sei alle Sei e Mezza è un rapido divertissement che lascia poco al lettore e che viene innescato da uno scherzo telefonico. Segue la medesima via Fantasmi e Compari in cui tre ragazzi partecipano a un gioco con uno sconosciuto in cui devono aggiungere una lettera a una parola fino a formarne una di senso compiuto. “Per me era un avvocato. Guardate come ci ha messo tutti alle corde e ci ha fregato con quelle parole impossibili“ scherza un personaggio che traduce bene la verve ironica di Harvey. Due e un Terzo gioca sul tema delle evocazioni medianiche con uno spirito, richiamato dalla madre, che giura amore alla “mammina“ termine col quale, però, si rivolgeva alla badante della madre con la quale aveva una tresca.

Il Ponte del Diavolo è la classica fiaba nera (per nulla originale) relativa alla costruzione di un ponte ideato dal diavolo in persona a prezzo dell'anima della prima persona che lo attraverserà. Harvey gioca a mettere alla berlina il curato chiamato a dare l'estrema unzione a una moribonda. Quest'ultimo, timoroso di finire in mano al diavolo, spinge una ragazzina a precederlo sul ponte condannandola così alla dannazione. La propria salvezza per l'altrui condanna, il motto indiretto dell'uomo di fede che dovrebbe invece fare l'opposto.. L'ironia di Harvey non manca con un elogio, poi non tanto velato, al diavolo da leggersi quale il materialismo: “Il diavolo è uno che sa bene il mestiere, qualunque cosa dicano gli uomini.“ E il diavolo rincara la dose dicendo che “oltretutto, il diavolo non è nemmeno lontanamente brutto come lo si dipinge.“

Questo il contenuto di un'antologia gradevole da leggere, che è tuttavia lontana dal rango di capolavoro. Lode comunque alle Edizioni Hypnos che riportano alla luce un autore dimenticato e impreziosiscono la propria collana "La Biblioteca dell'Immaginario" da annoversarsi tra le migliori esistenti nella nuova editoria. Testo consigliato agli amanti del bizzarro e del fantastico di stampo ottocentesco. Valutino bene l'acquisto i fan dell'orrore cosmico o esoterico, per intendersi rispettivamente i fan di Lovecraft o di Meyrink, poiché Harvey è più un misto tra gli autori di Ghost Stories e i racconti a sfondo delittuoso di E.A. Poe.

William F. Harvey

"Vi stupite se credo agli incantesimi, alle maledizioni e alle streghe? Forse credere è una parola troppa grossa. Avere paura delle streghe è una paura stupida e irragionevole che omette di tenere conto della psicologia dell'inconscio, che rende impossibile valutare le prove con calma e senza emotività."