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mercoledì 8 luglio 2020

Recensione Narrativa: I RACCONTI DELLA BESTIA di Aleister Crowley



Autore: Aleister Crowley.
Curatori: Jacopo Corazza & Gianluca Venditti.
Anno: 2019.
Genere: Antologia horror.
Editore: Edizioni Arcoiris.
Collana: La Biblioteca di Lovecraft.
Pagine: 146.
Prezzo: 13,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
PROSSIMAMENTE

ALEISTER CROWLEY

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martedì 7 luglio 2020

Recensione Narrativa: IL GIGLIO NERO a cura di Jacopo Corazza & Gianluca Venditti



Autore: AA.VV.
Curatori: Jacopo Corazza & Gianluca Venditti.
Anno: 2020.
Genere: Narrativa Nera.
Editore: Edizioni Arcoiris.
Collana: La Biblioteca di Lovecraft.
Pagine: 160.
Prezzo: 13,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Terzo numero della collana La Biblioteca di Lovecraft, progetto nato nel settembre del 2019, per il volere dei fiorentini Jacopo Corazza - noto DJ ed esperto di musica rock - e Gianluca Venditti, confluito poi nei cataloghi della salernitana Edizioni Arcoiris. Un'idea che ha portato, in quella che appare al momento una rigogliosa rinascita dell'editoria weird, al formarsi di un nuovo gruppo di appassionati/esperti intenzionati a sdoganare in Italia il fantastico d'autore con una filosofia orientata a guardare all'intero parco di potenziali acquirenti. La collana, infatti, si struttura in modo da proporre volumi destinati a un pubblico di neofiti e incentrati su quei racconti elogiati da Lovecraft, nel suo Supernatural Horror in Literature (1927), e, al tempo stesso, a riscoprire testi per un pubblico di nicchia finiti nel dimenticatoio o mai tradotti in italiano. Proprio in questa seconda chiave di lettura, sul finire del 2019, La Biblioteca di Lovecraft ha proposto la prima antologia italiana interamente dedicata ai racconti di Aleister Crowley, l'esoterista nero passato alla storia quale satanista più famoso del novecento. I Racconti della Bestia, questo il titolo dell'antologia (presto recensiremo il volume), è stato un atteso successo che ha acceso l'entusiasmo dell'editore e dei due personaggi alla base del progetto, così da far andare in cantiere altri quattro progetti al momento in attesa di pubblicazione ma già reclamizzati (uno dei quali dedicato alla narrativa consigliata da Lovecraft).

Il Giglio Nero è una raccolta di sei racconti, che potremmo definire macabri (piuttosto che weird o horror) per rendere più omogena la definizone, aventi valenza di tributo reso dai due curatori alla loro città del cuore: Firenze. "La terza uscita rappresenta un nostro umile quanto sentito omaggio alla nostra terra" confessano i curatori. Idea dunque carina, piuttosto originale e di sicura presa sul mercato locale, ma non solo in riferimento a esso. Corazza e Venditti, infatti, propongono due inediti affiancati ad altri quattro racconti assenti da un po' di tempo nelle antologie collettive messe in commercio dalle major. Inoltre, a due mostri sacri quali Horace Walpole e il "nostro" Luigi Capuana, vengono presentati autori non troppo reclamizzati neppure nell'ambito dei lettori di nicchia. Vengono infatti ripescati i vari Marghanita Laski, Wilhelm Hauff, Fergus Hume e Pearl Norton Swet.
Veste grafica elegantissima, col suo formato tascabile coloratissimo e denso di raffigurazioni e appendici utili a ricostruire il contesto storico degli elaborati via via proposti, l'antologia convince anche per la presentazione dei contenuti. Le traduzioni, tutte inedite e ben curate da un lotto di quattro traduttori, tra i quali lo stesso Gianluca Venditti, sono di grande qualità. Briose, mai pesanti, orientate a svecchiare testi risalenti all'ottocento o alla prima parte del novecento tanto da farli sembrare contemporanei. Ecco che Il Giglio Nero, pur nel suo essere legato a una narrativa classica del tempo che fu, si presta quale ideale libro da ombrellone. Poco impegnativo, di veloce lettura, scorre via fluido, calando storie truculente e cupe in territori insoliti per la natura degli scrittori. Così diviene estremamente curioso trovare Horace Walpole, il cosiddetto fondatore del romanzo gotico col suo Il Castello di Otranto (1764), impegnato a narrare la storia di un amore impossibile e tragico tra due giovani fiorentini, in quel di Pisa, durante la rivolta dei pisani, a fine 1400, incentivata dalla discesa in Italia di Carlo VIII di Valois. Il suo Maddalena or the Fate of Florentines (Maddalena o Il Destino dei Fiorentini, 1826), una vera e propria caccia all'uomo ai danni dei fiorentini (si noti che nel testo le scuole di Pisa e Firenze vengono elogiate da Walpole quali famose in tutta Europa), è un racconto postumo che, in precedenza, era stato pubblicato dalle Edizioni Tracce in un'antologia di nicchia intitolata Amori e Rovine. Racconti gotici dei maestri del genere (2000). Più che un testo gotico, si tratta di una storia romantica, dai risvolti tragici, incastonata in un clima di guerre sanguinolente, con arti squarciati a colpi di spada e volti insanguinati che lordano chiome e volti rendendoli irriconoscibili. A convincere, tuttavia, è il contesto storico-geografico che trasforma il tutto in un racconto "in costume" che ricostruisce un'epoca sepolta dal tempo e ricolloca Pisa al centro della nascita del romanzo gotico, come dimostrano anche il racconto Il Vampiro (1819) di John Polidori (origini pisane per via paterna) e il romanzo Frankenstein (1818) scritto da Mary Shelley ispirandosi agli esperimenti di un dottore pisano (Vaccà Berlinghieri). Il racconto chiude l'antologia per quello che è un vero e proprio testacoda guardando ai rapporti con Pisa (che di palle nel proprio stemma ne ha il doppio rispetto a quello dei Medici, concedetemi la precisazione). Tutto, di fatti, aveva preso le mosse con un racconto inedito in italiano intitolato The Tower (La Torre, 1955). Nulla a che fare con il mitico campanile di Piazza dei Miracoli, ma comunque una torre (chiamata del Sacrificio) anch'essa pendente, collocata alle porte di Firenze e, per giunta, realizzata da un artista in odore di magia nera (Niccolò di Ferramano). L'autrice, poco tradotta nella nostra landa, costruisce il testo più claustrofobico della collezione, tutto giocato sulle emozioni della protagonista e sulla sua paura del vuoto e del buio. Racconto allusivo, suggerisce un epilogo tragico ma lo lascia intendere solo al lettore più attento. Purtroppo l'elaborato prende le mosse da una premessa poco verosimile, che funge quale forzatura su cui costruire il resto. La protagonista, infatti, pensa bene di sfidare i 470 scalini che si inerpicano all'interno della torre quando ormai il sole sta per tramontare. Risultato finale? Semplice, si troverà a discendere nell'oscurità più pesta, perdendo punti di riferimento e sanità mentale.

E' invece ambientato, tra le altre location europee (Francia e Turchia), nel cuore di Firenze Die Geschichte von der Abgehauenen Hand (La Mano Mozzata, 1826) del teutonico Wilhelm Hauff. Elaborato proposto anche dalla Mondadori nel 1993, è un elegante giallo grandguignol dalla magica atmosfera. Un mercante turco, conosciuto anche quale medico, viene indotto in errore da un misterioso individuo, che vaga con un maestoso e sfarzoso mantello rosso nel cuore della città, a decapitare, dietro lauto compenso, una ragazza già deceduta o quantomeno così viene presentata all'uomo. Il racconto di Hauff è probabilmente il più interessante del lotto per quanto riguarda le valenze intrinseche, col suo epilogo moralizzante, sebbene mitigato da un finale che rende giustizia al protagonista, in cui si punisce quell'avidità dell'uomo che esorcizza ogni forma di ragionamento e rende cieca la vista.

Di caratura addirittura superiore La Redenzione dei Capilavori (1900) di Luigi Capuana, l'unico testo dotato di sense of wonder della collezione. Elaborato breve, ma sufficiente a brillare quale gustoso gioiello nell'orificeria di Venditti e Corazza. Si tratta di uno dei racconti più antologizzati dell'autore, sebbene assente da circa venti anni nelle varie novità editoriali. Costruito sull'idea che l'artista possa dotare le proprie opere di un seme germinale da cui soggetti particolarmente dotati possano, attraverso il magnetismo, conferire vita a quanto immortalato, La Redenzione dei Capilavori guarda in chiave originale alla produzione di Poe, E.T.A. Hoffmann e Oscar Wilde (l'epilogo è un omaggio al coevo Il Ritratto di Dorian Gray). Capuana però non si ferma a questo, ma colora il tutto con una presa di distanza dal materialismo scientifico e dall'incapacità dell'uomo pragmatico di sognare. "Più la scienza va avanti più diviene ignoranza... Ogni mistero schiarito ce ne mette subito innanzi parecchi altri e maggiori." Interessante l'idea che l'opera d'arte sia dotata di una scintilla vitale assimilabile a quella infusa da Dio nella creatura di fango dallo stesso plasmata. "Il pensiero umano, creando un'opera d'arte, non poteva agire diversamente dal pensiero divino che agisce nella natura.  Si trattava dell'identica forza creatrice con la sola differenza che il pensiero divino opera nella natura direttamente e indirettamente, per mezzo dell'umano organismo, nell'opera d'arte." Da qui arriva la provocazione (ma è anche una metafora che sottolinea l'immortalità del capolavoro che sopravvive al suo autore e alle generazioni che ne seguono) secondo la quale "tra quattro o cinque secoli, i veri capilavori di pittura e di scultura non esisteranno più, cioè non staranno più chiusi nelle gallerie, ma andranno attorno per il mondo, vivi, immortali e genereranno altri esseri, immortali al pari di loro." Il legame con Firenze qua è molto sottile, rispetto alle precedenti opere, ed è costituito dal quadro oggetto degli esperimenti, rubato dalla Galleria degli Uffizi.
Sulla stessa linea, ma meno interessanti, sono i restanti due racconti, entrambi incentrati su oggetti provenienti dalle famiglie fiorentine finiti, per diverse vie, in giro per l'Europa. In Hagar of the Pawnshop (Il Crocifisso, 1898), capitolo di un romanzo più ampio di Fergus Hume, un crocifisso racchiude al suo interno un pugnale che permette, senza destare sospetti, al suo possessore di vendicarsi della moglie e dell'amante della stessa proprio come successo in passato a Firenze al creatore dell'oggetto. Più orientato al fantastico, sebbene prevedibile in ogni suo sviluppo, The Medici Boots (Le Scarpette dei Medici, 1936) di Pearl Norton Swet, addirittura pubblicato a suo tempo su Weird Tales. Delle scarpette da collezione sono lo strumento attraverso il quale si diffonde una maledizione che spinge all'omicidio chiunque le calzi. Non si sottrarrà alla maledizione la giovane che cadrà nella tentazione di provarle.

Questo il contenuto de Il Giglio Nero, un'antologia interessante che propone Firenze e anche Pisa in un'ottica diversa da quanto siamo abituati a vederle ai giorni nostri e sparge un pizzico di mystery e granguignol che non sdubbia mai quando siamo alle prese con la narrativa nera. Pollice alzato.

Uno dei due curatori:
JACOPO CORAZZA.

"I toscani non credono se non nella realtà, specie in quella realtà, assai più reale e vera di quella fisica, che è lo spettro della realtà; tutta la vita terrena non è che lo spettro di quella infernale: la terra è popolata di spettri d'alberi, di monti, di uomini, di animali; ma i toscani sono i soli che abbian occhi per vederli." (da Maledetti Toscani, Curzio Malaparte).

sabato 27 giugno 2020

Recensione Saggi: LA MENTE DEL GATTO di Bruce Fogle.



Autore: Bruce Fogle.
Titolo Originale: The Cat's Mind.
Anno: 1991.
Genere: Saggio sui gatti.
Editore: Gruppo Editoriale Armenia (1999-2005).
Pagine: 288.
Prezzo: 16,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
PROSSIMAMENTE


L'autore BRUCE FOGLE
veterinario "con oltre 20 anni di esperienza"

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domenica 21 giugno 2020

Recensione narrativa TUTTO QUEL BUIO di Cristiana Astori.



Autore: Cristiana Astori.
Anno: 2018.
Genere: Giallo citazionista cinematografico.
Editore: Lit Edizioni Srl.
Pagine: 254.
Prezzo: 17,50 euro.

A cura di Matteo Mancini.
A distanza di quattro anni da Tutto quel Blu, torna Cristiana Astori col suo celebre personaggio Susanna Marino. Dopo aver scandagliato gli anni settanta e ottanta, la cacciatrice di pellicole perdute, una sorta di Lucas Corso italiano (il protagonista del romanzo spagnolo Il Club Dumas, esaltato dalla trasposizione cinematografica di Polanski intitolata La Nona Porta), regredisce alle origini del cinema, negli anni venti, nello sterminato e incompleto mondo del cinema muto. Si forma così un crocevia tra cinema horror dei primordi e letteratura, sviluppato, dall'ormai matura scrittrice piemontese, per effetto di un intrigo non così complesso ma sapientemente orchestrato, in un mix di giallo e narrativa del terrore. Susanna si trova a muoversi tra musiche ipnotizzanti plasmate dal lento incedere dei violini zigani, tra furti e omicidi che la vedono coinvolta e costretta a ripiegare su scantinati sotterranei che si muovono al di sotto della Budapest quotidiana, attorniata da personaggi ambigui e doppiogiochisti ma anche da apparizioni che rappresentano il graduale manifestarsi dei fantasmi delle epoche sepolte; epoche di morte, privazioni e cancellazione dei diritti umani.
La Lit Edizioni srl va così sul sicuro, scommettendo su un progetto ampiamente avviato e garantito nel suo successo dalla presenza di uno zoccolo duro di lettori pronti a fare calte false per accaparrarsi la nuova avventura di Susanna Marino (sembra tra l'altro che sia prossima l'uscita di un quinto volume). Ormai giunto al quarto capitolo, oltre un racconto pubblicato in un'antologia collettiva, la serie dedicata al cinema perduto espatria per tale via dalla Mondadori e, più specificatamente, dalla collana Il Giallo Mondadori, senza tuttavia subire battute di arresto.
Susanna si sposta in Ungheria, al soldo dell'ennesimo collezionista a caccia del gioiello perduto. Costruito su due piani temporali divergenti, uno ancorato ai tempi della pellicola ricercata e l'altro ai tempi odierni, Tutto Quel Buio si snoda nei meandri di una Budapest magica che ricorda, con i suoi ghetti ebraici e gli edifici diroccati, la Praga de Il Golem (1915) di Gustav Meyrink. Al centro della vicenda c'è un film ungherese, realizzato con maestranze austro-ungariche, ricordato quale il primo vero film tratto dal romanzo culto Dracula (1897) di Bram Stoker: Drakula Halala ovvero La Morte di Dracula. Un accostamento maledetto quello costituito tra il Dracula e il cinema. Realizzato nel 1920, il film è tuttora introvabile e oggetto di ricerche in giro per l'Europa. L'Astori ci ricama sopra e cerca di ricostruire la vita della misteriosa attrice Margit Lux, chiamata a interpretare la sposa di Dracula, vedendovi un'attrice di origine ebraica bruciata nella carriera e nella psiche da questo lavoro (non sarebbe l'unica attrice ad aver subito il fascino del male, permettendo allo stesso di insinuarsi dalla finzione alla realtà non riuscendo più a discernere tra le due e perdere così la retta via). In altri termini, la Astori ricorre alla figura di questa giovane ragazza sedicenne, che nella realtà non si sa chi fosse (secondo alcuni era uno pseudonimo di Lene Myl), per rappresentare la purezza contaminata dal male ovvero da un regista dracula (inteso però in chiave machiavellica) intenzionato ad appropriarsi della bellezza per un mero cruccio e senza valori di fondo. Tutto si muove da fatti concreti ma, ovviamente, poi si delinea in modo fantasioso. Si prende le mosse dalle due uniche fotografie sopravvissute di un film andato probabilmente distrutto nel corso dell'occupazione nazista e proiettato negli anni venti in sole due circostanze. Un destino che ha rischiato di ripetersi due anni dopo anche col Nosferatu (1922) di Murnau, ovvero il primo grande film su Dracula. Girato e realizzato in Germania, l'opera di Murnau fu predisposta sul modello proposto da Stoker senza tuttavia pagare i diritti d'autore con conseguenziale causa giudiziaria e condanna della casa di produzione, peraltro fallita a seguito della contesa, a distruggere tutte le copie messe in circolazione. Fatti e circostanze che hanno ammantato i personaggi e i film sul principe della notte di un'aura maledetta, basti pensare al destino dello stesso Murnau (trasportato cadavere sull'oceano a bordo di una nave, era morto a Tahiti, e poi tenuto per giorni in una cantina una volta sbarcato in Germania, proprio come il vampiro protagonista del suo film, oltre che esser vittima di una successiva profanazione con decapitazione del cadavere, proprio come successo a Dracula, e scomparsa definitiva della testa) o del più celebre attore che abbia mai interpretato Dracula ovvero Bela Lugosi (morto con la convinzione di essere davvero un vampiro e sepolto con gli indumenti di Dracula) o ancora Libero Samale, autore di punta col celebre pseudonimo Frank Graegorius della celebre collana italiana degli anni sessanta/settanta I Racconti di Dracula, trovato morto senza sangue nelle vene (a causa di un'emorragia interna).

"Uno degli aspetti che mi divertono" scrive l'autrice "consiste nel far sembrare reale l'immaginario e immaginario ciò che è reale." Un proposito che sembra calzare assai a pennello sia in riferimento al personaggio al centro della vicenda (Dracula) sia in riferimento all'autrice. Con Tutto quel Buio, Cristiana Astori tenta la duplice fortuna caratterizzata dal curioso miscelarsi tra finzione e realtà, così da sfidare la sorte e vedere se, nel prossimo immediato futuro, il film Drakula Halala salti davvero fuori come avvenuto nel romanzo e come effettivamente successo, con le altre pellicole interessate dall'attenzione della scrittrice nostrana (celebre anche per le traduzioni dall'inglese all'italiano di Jeffrey Deaver e Jeff Lindsay), dopo l'uscita dei precedenti romanzi. Infatti Un Dia en Lisboa e L'Autuomo, fulcri dei precedenti intrecci, sono effettivamente stati ritrovati a dimostrazione di quanto i propositi dell'Astori siano, di fatto, tutt'altro che fantasiosi.

TUTTO QUEL BUIO
si presenta quale quarto capitolo
delle avventure "dei colori" che hanno la cacciatrice di pellicole scomparse
Susanna Marino quale protagonista.

Sul romanzo giova evidenziare la meticolosa cura nella descrizione delle scenografie ungheresi. Per esser maggiormente efficace, l'Astori ha dichiarato di aver passato svariati giorni nella capitale magiara e questo ha indubbiamente portato lustro all'opera. Budapest viene utilizzata in ogni sua parte per conferire fascino al narrato e diviene personaggio aggiuntivo col suo lungo incrocio di culture, il retaggio dei regimi contrapposti - dall'imponenza imperiale alle simpatie naziste fino alla povertà nel periodo di influenza russa - ma anche con la sua cultura e i suoi cibi. Curate le caratterizzazioni dei personaggi, forse addirittura prevalenti sul soggetto. Questo infatti ricalca un po' le precedenti avventure, se non fosse per una maggiore attenzione nella ricostruzione storica. Il contesto ambientale e le deportazioni ebraiche degli anni quaranta diventano occasione per ricordare le follie e i veri orrori che hanno funestato il novecento. Una male oscuro andato ben oltre alle fantasie dei narratori del terrore. L'Astori, con tatto e anche con importante dose di studio pregresso, penetra nel delicato contesto della memoria, tornando a esumare piaghe che hanno lasciato ferite che non possono saturarsi neppure nei passaggi di consegna generazionali.
Lo stile è un calibrato mix di eleganza e di immediatezza, così da poter esser apprezzato da diverse categorie di lettori, sia i c.d. lettori usa e getta sia quelli che ricercano un'eleganza che trascenda dalla mera narrazione. Manca forse, a livello di intrigo giallo, qualcosa nell'intreccio (la soluzione finale appare didascalica in perfetto stile film giallo all'italiana degli anni settanta e, forse, un po' forzata ed estremamente improbabile), carenza comunque ampiamente compensata dalle atmosfere e dalla cura nella descrizione ambientale e dagli usi locali. L'epilogo, all'insegna del cinismo, mostra un'Astori romantica ma, al tempo stesso, concreta e poco in linea con la società in cui si muove la sua protagonista (aspetto che era emerso in modo più marcato già in Tutto quel Blu). I collezionisti sono raffigurati, più che come appassionati e amanti del cinema, quali biechi opportunisti ed egoisti, non orientati alla divulgazione, bensì speculatori che sfruttano il lavoro altrui per fare ricchezza personale.
La parte più bella? Direi quella portata in scena al Memento Park, in mezzo alle statue decadute del comunismo.
Molte le citazioni disseminate nel testo. Le più evidenti sono quelle al sopracitato Golem di Meyrink (per la cura scenografica) e un vero e proprio plagio ovvero la morte della Novak. L'Astori costruisce la scena a immagine e somiglianza del decesso della Baronessa Kessler nel film La Nona Porta. "Io l'ho visto prima di te" affermava la nobildonna, in riferimento al diavolo; qua invece a interessare è l'altro principe della notte, il Dracula, in una girandola che vede agire, tramite cacciatori di pellicole, collezionisti intenzionati a ridurre il numero di pellicole ancora in circolazione proprio come Boris Balkam (cognome che suona alla stessa maniera del cognome della moglie di Bram Stoker, ovvero Balcombe, intenzionata a far bruciare tutte le pellicole del Nosferatu) faceva nel citato film di Polanski col volume Le Cinque Porte. Poco da dire, quando si chiama in causa Dracula si finisce sempre con il rimanere legati al fascino del male finché quanto scritto sulla carta si concretizza alla maniera di un fumo sulfureo che, a poco a poco, assume consistenza fisica e materiale bruciando quanto di innocente è rimasto. Quando questo avviene è troppo tardi per destarsi dall'incubo e svegliarsi dalla catalessi. Gli artigli della notte affondano nella carne sotto forma di due canini appuntiti, mentre tu, vittima consapevole eppure ammaliata, resti rapita da quel giallo... tutto quel giallo, che ti scruta e ti penetra nell'anima e allora urlare diviene impossibile, perché il dolore si confonde col piacere e la sanità mentale si unisce alla pazzia in un amplesso di morte. In quell'istante comprendi cosa siano paura e terrore, eppure il tuo urlo si fa muto, in tutto quel buio che cala implacabile sul palcoscenico e rende simile la vita al cinema, trasformandoti in una pellicola perduta diretta da un regista maledetto.

DI TUTTI I COLORI: 
SUSANNA NON DEVB MORIRE.
Il terrore più vivo dell'autrice CRISTIANA ASTORI
prossimo a trudursi dalla finizione in realtà.

"La paura è immotivata, ma il terrore ha sempre un motivo."

mercoledì 10 giugno 2020

Recensione Narrativa LA DAMA DEL SUDARIO di Bram Stoker.



Autore: Bram Stoker.
Titolo Originale: The Lady of the Shroud.
Anno: 1909.
Genere: Drammatico.
Editore: Vari.
Pagine: 320.
Prezzo: 15,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Penultima fatica di Bram Stoker, autore entrato nella leggenda e nell'immaginario colletivo per effetto di una sola opera: Dracula (1897). Un successo debordante, capace di dar vita a un vero e proprio sottogenere della narrativa del terrore, continuamente riproposto al teatro e al cinema, tanto da inchiodare il suo già non più giovane autore (cinquantenne) a una notorietà unicamente connessa al suo romanzo di maggior successo. In verità Abraham Stoker, recensore, scrittore e soprattutto socio dell'attore teatrale Henry Irving, ha scritto molto (peraltro quasi tutto tradotto in Italia) e non sempre incanalandosi in quella branca riconducibile alla narrativa fantastica. Autore romantico e attratto da complesse storie di amore (piuttosto che di morte), Stoker ha da sempre dimostrato il proprio interesse per l'occultismo e la narrativa fantastica, ma non se ne è fatto rapire alla maniera dei veri e propri specialisti del settore. Studioso di mesmerismo, egittologia, folklore locale e mitteleuropeo, aderente all'ordine esoterico della Golden Dawn, ha orientato la propria produzione verso l'orrore proprio in funzione dei riscontri e della notorietà accordatagli dopo l'uscita del celebre romanzo che gli ha concesso una gloria seconda a pochi. Prima di allora, e in parte anche in seguito, le sue incursioni nel fantastico erano state occasionali. Penalizzato da uno stile vetusto, assai ricco di divagazioni e tendente alla ripetizione, non è più riuscito a confermare il successo assaporato col Dracula. The Lady of the Shroud, da noi tradotto con svariati titoli a partire dal 1985 (La Dama del Sudario, La Signora del Sudario o La Vergine del Sudario), non si sottrae dai limiti della produzione dello scrittore, anzi nè è un fulgido esempio.

Stoker prova a rinnovare lo schema narrativo del Dracula, sviluppando la storia quale coacervo di estratti dai diari dei vari personaggi, articoli di giornale e corrispondenze epistolari. Ne emerge una ripetitiva riproposizione dei medesimi fatti filtrati dai diversi punti di vista. Oltre questo limite, non brilla neppure il soggetto. Stoker accenna al fantastico e lo fa strizzando l'occhio, anche nel contenuto, alla sua opera più riuscita.
Dall'Inghilterra ci si sposta ancora una volta in Est Europa, questa volta nei Balcani. Il protagonista, un giovane rampollo della nobiltà inglese, tale Rupert St Leger, riceve in eredità da uno zio una sfarzosa proprietà nell'immaginario (credo) regno delle Montagne Azzurre. Zona collocata ai confini di Dalmazia, Bulgaria, Serbia, Erzegovina e Albania in cui è presente "il più bel porto tra Gibilterra e i Dardanelli". Uno spicchio di terra che fa assai gola all'impero ottomano e che viene difeso da uno zoccolo duro di sospettosi e chiusi montanari. In questo scenario, Stoker propone la storia d'amore, all'inizio impossibile e minacciata da una malefica onta in odore di dannazione, tra l'ospite inglese e la giovane figlia del re. Quest'ultima viene portata in scena con gli stilemi tipici del romanzo gotico di primo ottocento. L'autore, tramite il suo personaggio, parla apertamente di vampiri e "non morti". La giovane difatti si manifesta di notte, scappa alla luce del giorno ed è protetta da un solo sudario bianco. Bagnata nelle vesti, pallida e fredda, offre la sensazione di essere una defunta. Non fa niente per celare la propria condizione, anzi sembra volerla caldeggiare. L'intuizione viene confermata dalle ricerche del protagonista che, penetrato nei sotterranei di una vicina Chiesa, la scorge all'interno di una bara delimitata da una lastra di vetro che consente di vedere all'interno del sepolcro. Assai d'effetto, inoltre, è il prologo del romanzo, che si apre con dei ritagli di giornale, riconducibili a una testata chiamata "Il Giornale dell'Occultismo", dove si parla di un avvistamento notturno, nel cuore dell'Adriatico, "di un'esile figura bianca di donna, che andava alla deriva in una strana corrente a bordo di una piccola imbarcazione... l'imbarcazione non era altro che una bara sopra la quale la donna stava in piedi."
Si tratta della parte più riuscita del testo. Stoker, pur se in modo assai macchinoso, crea atmosfera e mostra la predilezione per un piglio grandguignolesco che si percepirà assai meglio nell'antologia postuma fatta pubblicare dalla moglie (Dracula's Guest & Other Weird Stories). Assistiamo infatti alle premonizioni della madrina del protagonista (una studiosa di occultismo che afferma di esser dotata di una seconda vista), con descrizioni estremamente riuscite e dotate di grande gusto onirico. In particolare c'è la visione di un matrimonio in odore satanico, con cuori che pulsano e grondano sangue calpestati da monaci avvolti da tonache nere. Purtroppo la spinta fanstastica termina qua. A circa un terzo di romanzo, si scopre che di paranormale e di fantastico non c'è assolutamente niente. La dama del sudario è infatti una normalissima ragazza, figlia del Re del posto, costretta a simulare di esser morta per prendere tempo ai fini di interesse politico e strategico. Sul posto infatti grava l'imminente miaccia di un tentativo di invasione turca. Scoperto l'inghippo, St Leger convolerà a nozze e metterà a disposizione dei locali tutto il suo eroismo, tra rapimenti, liberazioni e assalti bellici con tanto di navi da guerra e aerei. Il romanzo passa così dal fantastico a un genere dapprima d'azione e poi di fantapolitica, con Stoker, ben attento a tessere lodi al ruolo dell'Inghilterra nel farsi garante delle libertà dei popoli di autodeterminarsi, che immagina di tratteggiare i futuri scenari dell'equilibrio europeo, ormai prossimo a disgregarsi proprio partendo da quelle lande da cui si muovono le vicende di The Lady of the Shroud.

Spesso presentato quale romanzo horror o comunque fantastico, La Dama del Sudario è indirizzato ai soli studiosi della narrativa di Stoker e si segnala per alcune descrizioni lievemente caricate di una sana e casta spinta erotica (anche se, a differenza del Dracula, c'è un atteggiamento più bacchettone), ma soprattutto esaltate da un'atmosfera necrofila (il protagonista dichiara amore alla sua amata anche qualora questa dovesse essere una morta) che si sviluppa negli scantinati di una Chiesa. Sensazioni e visioni che, come abbiamo detto, sfumeranno in un romanzo di ben altra natura, assai vicino a un testo fanta-politico rallentanto da pause e interi capitoli che suscitano una noia che rende assai ardimentoso il compito del lettore. Difficile arrivare al termine senza saltare le pagine. Non consigliato.

sabato 16 maggio 2020

Recensione Narrativa: La Gorgiera della Contessa Sanguinaria di Ivo Torello



Autore: Ivo Torello.
Anno: 2019.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy.
Pagine: 128.
Prezzo: 9,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Dopo il successo commerciale ottenuto dal'innovativo e coraggioso La Casa delle Conchiglie (2018), riuscita commistione tra erotismo spinto e weird, il genovese Ivo Torello sfrutta il contesto scenografico di una Parigi di inizio secolo, si passa dal 1860 del romanzo che ne funge da spunto al 1923, per dar vita a un progetto che si inserisce nel solco tracciato dalle vicende trattate ne La Casa delle Conchiglie quale potenziale sequel della vicenda articolato in una serie di racconti lunghi: "Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy." L'idea nasce dalla volontà di raccontare storie brevi, circa 120 pagine, strutturate attorno alle vicende di un una sorta di detective dell'occulto che, suo malgrado, si trova a dover risolvere intrighi in cui la magia e i risvolti esoterici vengono ad assumere valenza decisiva. Uomo d'azione, ma tutt'altro che muscolare. Non ricorre ad armamentari alla Carnacki né risulta dotato di poteri psichici alla John Silence, piuttosto ricorre a unguenti a base di mandragora che gli permettono di acquisire notizie utili ai casi a cui si sta dedicando. In questo ricorda un po' il celebre detective di Sax Rohmer (Morris Klaw), che era solito addormentarsi su un cuscino particolare imbevuto di polveri psicotrope. Un ingresso nel mondo del paranormale che riesce altresì a compiere, comunicando nel sogno delle persone a cui intende rivolgersi per ricevere aiuto. Catalizzatori di questi eventi sono il mentore dell'uomo Auguste Le Roux e, soprattutto, Madame Sabatiere, protagonista de La Casa delle Conchiglie, e qua ai margini della storia, eppure determinante per la risoluzione del caso sebbene abbia circa novant'anni (è una potente esoterista).
Il nuovo protagonista di Torello è un truffatore di 33 anni, una sorta di via di mezzo tra Arsenio Lupin e il Lucas Corso di Perez Reverte, amante delle ballerine e cultore dell'arte (in particolari testi magici quale il Manuale di Magia Operativa  di Giulio Ettore Ferraris), che vive di espedienti, curando furti su commissione al soldo di collezionisti privi di scrupoli e a caccia di rarità legate all'occultismo.
"Era il genere di persona che non spicca in mezzo alla folla: trentatré anni, mediamente alto, moderatamente belloccio, discretamente magro, bruno, occhi scuri, il profilo alla greca con la fronte un po' troppo accentuata, ostentava lunghe basette e capelli impomatati alla moda; i suoi vestiti parevano provenire tutti dal monte di pietà, e le camicie sembravano un po' logore al colletto e ai polsini." Questa la presentazione che Torello riserva al suo personaggio: Ulysse Hilarie Bonamy.
La storia prende le mosse come un giallo che richiama alla memoria l'eleganza e le atmosfere degne della penna di Gaston Leroux. Torello è abile nel descrivere la Parigi del primo ventennio del secolo scorso, il suo talento nel prendere per mano il lettore per calarlo in un contesto curato nel minimo dettaglio storico è di straordinario tatto e costituisce, insieme ai pungenti dialoghi all'insegna dell'ironia, uno dei punti di forza del progetto. Bonamy si trova a indagare, sovvenzionato dall'amante di una ballerina di spettacoli equivoci e dal padre della stessa, in via parellela alla polizia su un caso di rapimento che suona quale messa in scena motivata da ragioni estorsive. A scomparire è infatti una stella dei music-hall parigini, tale Anastasia Gauthier, che in realtà è una viziata figlia di un facoltoso industriale.
Condotta con uno stile estremamente elegante e curato, Torello porta avanti una storia dall'intreccio non troppo elaborato eppure funzionale e ben veicolato verso una parte terminale all'insegna dell'onirico. Il tuttofare Bonamy si troverà costretto, a sua volta sotto ricatto, a introdursi in un teatro degli orrori per rubare la gorgiera della Contessa Erzebet Bathory (forse l'apice del romanzo insieme alla parte finale) così da poter consegnare l'oggetto a un crudele collezionista di reperti macabri e completamente votato al male. Quest'ultimo, l'antagonista dell'avventura, è un occultista che vive protetto da due energumeni (puntualmente messi knock out dal gracile Bonamy) e attorniato da reperti che simboleggiano il male più assoluto. Nella sua collezione spiccano il leggendario rosario di Satana e il cranio di Gilles de Rais, ma anche un coltello spacciato come quello che trafisse a morte Giulio Cesare. Torello mantiene la componente erotica, ma riduce fortemente il piglio tendente al porno che dominava nel precedente romanzo. Qua i riferimenti diventano essenziali, non più gratuiti e insistiti, e la cosa si riflette positivamente sul romanzo che, a poco a poco, si sposta sempre più dal giallo/pulp di matrice poliziesca al weird. La parte finale, all'insegna di visioni che simboleggiano l'eterna lotta tra magia bianca e magia nera, vale da sola il prezzo d'acquisto del volume (peraltro assai contenuto). Torello propone una coppia di anelli (l'anello di Desdemona e l'anello del Moro) che permettono di controllare i pensieri della persona che indossa il più piccolo dei due, inoltre ricorre a uno speciale rosario maledetto (il Rosario di Loudun) che nel 1632 avrebbe generato una possessione diabolica collettiva all'interno di un convento di suore, per dare sfogo alla sua fantasia pittorica. Ecco che la Parigi del novecento si cancella alla vista dei protagonisti e dall'indefinito prende corpo una visuale in cui arte e colori accesi si fondono per partorire orrori e violenze che hanno nella Contessa Erzebet Bathory la grande regina che muove i fili del delirio grandguignolesco. Il mix tra orrore esoterico ed erotismo si miscela bene e rende assai spassosa e coinvolgente la lettura. Il lettore si trova a divorare le pagine fino al convincente epilogo.
Torello fa rivivere, pur ammodernandolo, il magico tempo degli scrittori di inizio novecento, dando il via a una serie che promette molto bene e che, a metà 2020, conta già altri due episodi: L'Harem delle Vergini Dannate (uscito nel dicembre 2019) e Il Maledetto Paese che Puzzava di Pesce (atteso in uscita per giugno 2020). Lunga vita a monsieur Ulysse Hilarie Bonamy, mascalzone, ladro, donnaiolo e truffatore che si trova a indagare su losche faccende decisamente fuori dall'ordinario, dove il soprannaturale è all'ordine del giorno, l'orrore a un passo e il divertimento assicurato.


Lo scrittore IVO TORELLO, a sx,
e l'editore ANDREA VACCARO, a dx,
durante una fiera allo stand delle Edizioni Hypnos.

sabato 25 aprile 2020

Racconto del 2020 di Matteo Mancini: FRATELLI DI ITALIA



Nel giorno del 25 aprile, festa di liberazione, pubblico un mio racconto scritto nel periodo del Corona Virus. Nel testo non parlo esplicitamente del virus per evitare di rendere obsoleto il testo una volta passato il periodo. A ogni modo il riferimento all'incubo che attananglia il mondo in questo perioro è piuttosto marcato.


FRATELLI D'ITALIA

di 

Matteo Mancini

Mi affaccio alla finestra, la mia ultima visuale sul mondo... un mondo lontano, alieno. Vorrei gridare che ci sono, che vivo ancora... ma le mie parole si disperderebbero in un vento freddo che sferza le nubi, facendole correre ignare di tutto e di tutti, nell'azzurro che incastona l'intero creato. Le vedo sorvolare lassù, in alto, indifferenti. Scivolano in quel cielo che sembra essersi dimenticato di noi. Noi, le creature predilette dal gran Dio, sconfitte da un nemico invisibile, che neppure si vede a occhio nudo. Un mostro da cui non siamo riusciti a difenderci, inebriati dalla nostra arroganza, dalla cura nella difesa del patrimonio piuttosto che della vita. Pensiamo sempre troppo tardi a quali siano i veri beni da difendere, poiché le posizioni di privilegio sono troni da cui è difficile discendere. Le cose che possediamo alle fine ci possiedono e ci conducono alla tomba con l'illusione di deliziarci.
Abbiamo violentato tutto per anni, deforestizzato i polmoni del mondo, sostituendo l'ossigeno con i veleni vomitati da ciminiere e tubi di scappamento e ora ne paghiamo le conseguenze. La ribellione della natura è stata imprevedibile, eppure in linea con i meccanismi che regolano la catena alimentare. Ha mutato un virus che colpiva le bestie per infettare la creatura ribelle che ha debellato il padreterno. Così è stato introdotto un nuovo competitore dell'uomo, un avversario contro il quale gli scienziati non sono stati capaci di vincere. Un essere non essere che muta di continuo forma, induce a pensare di esser stato debellato e poi ritorna più aggressivo di prima.
Che diavolo sta succedendo? È una prova che dobbiamo superare per ascendere a un'esistenza che rinnovi gli antichi valori, una lezione da assorbire a caro prezzo oppure l'inizio della fine su cui i nostri pastori ci hanno sempre voluto tenere desti.
A mio avviso è la condanna alla nostra superbia. Una di quelle piaghe uscite dalla Bibbia che pende dalla mensola sotto la quale prego ogni notte prima di andare a letto, dopo essermi affacciata sull'uscio, oltre il quale mio figlio sogna un futuro che forse non potremmo mai dargli.
Sul tavolo c'è ancora l'ultima copia del quotidiano che ero solita leggere. Ora non escono più i giornali, tutto è fermo. La prima pagina mi ricorda la catastrofe. Milioni di morti in tutto l'emisfero. Per giorni fuori hanno marciato i militari, scesi in campo a sostituire le decimate forze di polizia. Gli ordini in corso sono tanto dolorosi quanto inevitabili: sparare a vista contro ogni violatore dei precetti dettati dai decreti della Presidenza del consiglio. Ogni mattina, alle ore 11,00, un altoparlante applicato su un elicottero dell'aeronautica ricorda gli articoli e le punizioni per i trasgressori. La legge marziale ha debellato ogni diritto costituzionale. Siamo in guerra, una guerra mai affrontata dall'uomo. Una guerra nuova, una guerra batteriologica. Una situazione folle che ha portato alla decisione di oscurare tutti i canali e persino chiudere le comunicazioni internet. Il mondo e tutte le attività che lo riguardavano sono state sospese, forse interrotte per sempre. Siamo i protagonisti inattesi di una della pagine più importanti della storia del mondo. È come se la vita avesse subito una pausa, i giorni hanno perso il loro valore. Non esistono più festivi, né il sabato o la domenica. Ventiquattro ore sempre uguali che si rincorrono non più cadenzate dagli avvenimenti che erano soliti rendere più leggera la nostra attesa della morte. Il silenzio è la colonna sonora di questo spettacolo spettrale. La noia la fidata compagna.
Fuori non si vedono uomini. Gli animali selvatici hanno preso possesso di quanto un tempo ci apparteneva. Sulla strada cinghiali, volpi e daini corrono liberi, in un'inattesa vittoria sulla razza che li aveva soggiogati. In cielo, oltre poiane e gabbiani, volano droni che spiano movimenti sospetti da parte dei contravventori. Sono stati programmati in modo da trasmettere le coordinate dell'avvistamento, così da consentire alla pattuglia più vicina di individuare i disubbidienti e reprimerne con la forza la violazione. Uscire significa morire, se non per il nemico mondiale che ci attanaglia, per nostra stessa mano. Si può solo aprire la porta per prendere i sacchetti settimanali della spesa, pasti gentilmente offerti dallo Stato e consegnati dall'esercito. Per il resto si deve stare in casa, a impazzire in continui rimuginamenti mentali che si sgretolano al cospetto del grande mistero della vita.
Leggo di continuo i nomi di alcuni amici che ora non ci sono più. Me li sono appuntati in un'agenda, quando ancora era possibile informarsi. Non li incontrerò mai più, sebbene veda ancora qui davanti a me i loro sorrisi e ne oda le voci. Per ognuno ho un ricordo, un momento speso in comune. Tutto scorre, passa e se ne va. Sembrano le immagini di un film felice a cui un montatore privo di senno, pressato da un produttore a caccia di incassi, ha tagliato l'epilogo per inserirne un altro in balia dell'orrore. Siamo sul filo di un rasoio che minaccia di ridurci in brandelli. Cancelliamo i giorni che cadono da un calendario in vista dell'unico appuntamento rimasto.
L'assillo di veder riapparire sui monitor l'uomo di cui ormai noi tutti temiamo le parole mi consuma. Pur di esorcizzare il panico, mi rifiuto di accendere la televisione che trasmette vecchi film in sequenza. È un incubo che non finirà più, un gorgo da cui spero di liberarmi, insieme al mio piccolo che ora, nel sonno, corre felice tra i prati inseguendo con gli amici una palla su un campo di gioco.
Sono stanca, distrutta nel corpo e nella monte. Mi addormento con la testa affondata tra le braccia e nuoto nel mondo dei sogni, la dimensione ulteriore in cui tutto è possibile. Vengo rapita da Morfeo, trascinata da una mano invisibile che mi afferra e mi induce a danzare seguendo le note di un concerto di violini zigani. Sono leggera, libera. I miei piedi staccano dall'erba e sospesi mi sostengono a mezz'aria. Poesia e magia mi donano l'evasione che mi dona il lusso di non impazzire. È l'amore l'emozione che mi dona minuti che non seguono le logiche dettate dal moto del pianeta terra. Sono felice, aperta a quanto di bello la vita abbia da offrire, ancora portatrice delle tante aspettative che un'adolescente porta con sé. D'un tratto riapro le palpebre e di nuovo vedo il mondo. Il sole dilaga dalla finestra del mio salotto. Mi investe. Per un attimo sono cieca, finché in lontananza sento un rombo che diviene sempre più forte. I vetri iniziano a fremere, vibrano così forte che inizio a tremare.
Corro ad affacciarmi al portale che mi ricorda di essere nella realtà. È allora che li vedo. Il cuore mi balza in gola, le lacrime mi sgorgano dagli occhi. Chiamo a ripetizione il nome di mio figlio. Lo faccio in modo compulsivo. Le mie parole vengono però cancellate dal tuono che irrompe su tutto. Gli animali scappano impazziti sulla strada, li intravedo appena poiché la mia attenzione è rapita dalla triplice scia che intacca l'azzurro sovrastante. Una stella fatta dai colori verde, bianco e rosso si allarga in cielo. Sono fumogeni che proteggono la fonte del suono.
Esco di corsa sulla strada. Gli occhi mi bruciano dal pianto. Cerco l'abbraccio dei vicini, la condivisione del momento, ma non vedo nessuno.
Dai fumogeni fuoriescono sette aerei che piroettano e si capovolgono. Sono le frecce tricolore!
Guardo allora in direzione della città che si affaccia ai margini della campagna. L'aria, fresca, mi accarezza i capelli che, disciolti, si perdono nel vento. Solo ora mi accorgo, allo scemare del turbine scatenato dagli aerei, delle note che risuonano siderali. Dalle minuscole sagome degli stabili che si ergono nella desolazione risuona l'inno... l'inno della speranza. Un sorriso mi si allarga sulla faccia ed è allora che mi sento scuotere il braccio, mentre le labbra compongono il testo che fin da piccoli ci hanno insegnato. Siamo tutti fratelli d'Italia.
«Mamma... mamma... cosa faremo domani?»

«Sogneremo» sussurro, mentre sento scivolar via le mani del mio salvatore.

Aprile, 2020.