Elenco

  • Cinema
  • Narrativa
  • Pubblicazioni Personali

mercoledì 19 giugno 2013

Recensione Narrativa: LA SOCIETA' DI LUCIFERO (AA.VV. a cura di Peter Haining)


Curatore: Peter Haining.
Genere: Horror/Grottesco/Giallo.
Editore: Longanesi.
Anno: 1972.
Pagine: 290

Commento di Matteo Mancini
Dopo “The Satanist”, antologia collettiva con all'interno racconti scritti dagli specialisti della narrativa fantastica dei primi novecento come Lovecraft, Bloch, Blackwood e altri e da noi uscita con il titolo “I Classici della Magia Nera” nel 1971, il trentaduenne Peter Haining da alle stampe quella che dal titolo potrebbe sembrare la prosecuzione della prima opera ovvero: “The Lucifer Society” da noi tradotta come “La Società di Lucifero”.
Si tratta di uno dei primi lavori del giornalista che a poco a poco si affinerà come narratore e saggista quasi sempre con un occhio di riguardo per l'orrore e il paranormale. Molteplici le antologie curate da Haining, tra esse ricordo “Al Cinema con il Mostro”, “Grandi Storie Irlandesi del Soprannaturale” e “La Maledizione del Vampiro
Scriverà anche, oltre a una serie di romanzi, un saggio piuttosto apprezzato in patria sul leggendario assassino dell'800 Sweeney Todd cercando di provarne la reale esistenza. Interessante poi il saggio “Antichi Misteri”, un compendio sui casi e sulle architetture riconducibili, in linea teorica, a civiltà scomparse o aliene.

Orbene, al di là del titolo, “La Società di Lucifero” è un'antologia un po' atipica tra tutte quelle curate da Haining. Innanzi tutto la componente horror è quasi del tutto piegata in favore di quella surreale/grottesca, inoltre il lavoro si configura come una sfida tra narratori americani e inglesi del primo novecento, sfida di cui non fanno parte gli specialisti dell'horror. Abbiamo dodici racconti per un gruppo e altrettanti per l'altro per un totale di ventiquattro storie. Il richiamo a Lucifero è del tutto fuori luogo, così come è fuorviante l'immagine del monaco in copertina. Nel libro c'è poco spazio per il gotico, tanto che ci sono persino due racconti sci-fi mentre gli altri sono prevalentemente ambientati nei giorni nostri.
Haining vuole dare una veste chic alla sua antologia e seleziona un blasonatissimo gruppo di giallisti e di grandi firme autoriali. Troviamo addirittura coinvolti la bellezza di cinque premi nobel per la letteratura: Sinclair Lewis (1930), John Galsworthy (1932), William Faulkner (1949), Winston Churchill (1953) e John Steinbeck (1963). Penso si tratti di un caso più unico che raro per un'antologia di genere. A questi si aggiungono poi una serie di maestri assoluti sia del giallo, rappresentati da autori del calibro di Agatha Christie e Chesterton (l'autore della saga Padre Brown), sia del poliziesco con Raymond Chandler ed Ed McBain, ma anche del true crime con il grande Truman Capote, dell'horror con Patricia Highsmith e poi ancora il notevole William Maugham e il visionario William Burroughs.
Tutto lascia presagire un'antologia da non perdere, anche perché Haining – salvo qualche eccezione - pesca tra i racconti meno noti dei vari autori dando al volume una certa distintività.

Viste le premesse però si resta un po' con l'amaro in bocca. Molti dei soggetti non sono all'altezza della fama dei vari autori, alcuni addirittura sono piuttosto banali e ciò giustifica anche in parte il motivo per cui, in precedenza, non erano emersi. Ci sono tuttavia anche delle perle di rara bellezza.

Il racconto più bello è nettamente “Il Richiamo delle Ali” (The Call of Wings) di Agatha Christie, un vero e proprio masterpiece della narrativa fantastica/esoterica che sconfina per planare sul versante filosofico/esistenziale. Protagonista è un materialista legato agli agi del denaro che, improvvisamente, grazie alla musica "incantatrice" di un mendicante di strada privo di gambe (che altro non è che il Dio Pan), scopre il valore della vita spirituale. La musica infatti lo porta a entrare in contatto con un mondo che i cinque sensi non possono sondare compiutamente. La cosa turba l'uomo al punto da generargli delle crisi di astinenza una volta terminata la musica. Cade vittima di vere e proprie isterie e ha così inizio una terribile lotta interiore orchestrata da una parte dal materialismo e dall'altra dall'inafferrabile bellezza degli sfuggevoli protagonisti del mondo spirituale. "Non puoi venire con me, poiché io sono al di sopra di ogni altra cosa” gli dirà Pan, “Se segui il mio richiamo, devi rinunciare a tutto il resto e recidere le forze che ti trattengono. Soltanto i liberi, infatti, verranno ove io conduco". Così, l'uomo abbandona ogni ricchezza a favore dei poveri e si lascia andare verso il richiamo delle ali delle creature misteriose che volteggiano nell'altrove.
Il brano è dotato di un contenuto intrinseco nettamente superiore la media rispetto ai canoni del genere, tutto giocato sul rapporto tra il vivere seguendo i precetti materialisti e il vivere invece puntando il cuore verso i valori spirituali. Davvero notevole, specie se si considera che l'autrice è famosa non per i racconti fantastici ma per i gialli. Qua invece la Christie sembra essersi trasformata in Arthur Machen.

Il secondo racconto capace di affermarsi sugli altri è quello dello specialista di polizieschi Raymond Chandler. Anche lo scrittore americano, che ambienta la storia in Inghilterra, sforna un elaborato piuttosto bizzarro per le sue corde. Il suo “La Porta di Bronzo” (The Bronze Door) è un elaborato dal soggetto piuttosto classico per la narrativa dell'orrore del primo novecento (il testo risale al 1939) ma viene narrato con uno stile avvincente e con un taglio poliziesco da narrativa pulp (si noti gli ambienti degradati, la nebbia e i quartieri narrati come malfamati). La forza del testo sta soprattutto nelle descrizioni. Bellissima, al riguardo, la scena della misteriosa carrozza trainata da un cavallo che appare in mezzo al traffico automobilistico e procede invisibile per gli altri, ma non per il protagonista.
Il soggetto ruota attorno all'abusato tema dei negozi di antiquariato che vendono oggetti bizzarri (in questo caso un enorme porta di bronzo tempestata da intarsi indecifrabili) che poi si scoprirà esser dotati di poteri diabolici. La porta infatti cancella nel nulla chiunque varchi i suoi battenti. Il protagonista, un alcolizzato con un certo patrimonio, decide così di acquistarla e di tenerla in salotto, facendo a poco a poco scomparire la moglie che gli chiedeva il divorzio, il suo odioso cane e tenterà persino di fargli inghiottire l'investigatore incaricato di sbrogliare la matassa connessa alla serie di scomparse. Molto carino e scritto divinamente, anche se non originalissimo. Chandler evita di scendere a spiegazioni, cosa che permette al lettore di dare la risposta che vuole alla serie di enigmi che resteranno irrisolti.

Il terzo posto se lo contendono un poker di racconti diversi tra loro e interessanti per alcune peculiarità.

Il più bizzarro è “La Strada dell'Ira” (The Angry Street) di Chesterton, il quale propone un elaborato surreale e decisamente folle. L'inglese immagina un lavoratore quarantenne, schiavo delle abitudini, che percorre tutti i giorni una medesima strada senza alcuna curiosità e rinchiuso in un suo mondo interiore. Un bel dì l'uomo viene sconvolto dall'improvviso mutamento della via. Il rettilineo che conduce alla stazione, infatti, si è trasformato in un'irta salita proiettata verso il cielo. Un oscuro personaggio, uscito da un'abitazione, rivela all'uomo che il tutto è dovuto alla scarsa considerazione dedicata dai passanti alla strada che ora si è ribellata perché trascurata. Dunque un testo che fa della componente grottesca il suo punto di forza. Anche qua lo stile di narrativo è di qualità.

È invece un classico acclamato dell'horror, citato anche da Lucio Fulci nel film Aenigma, “L'Osservatore delle Lumache” (The Snail Watcher) scritto dall'americana Patricia Highsmith nel 1964. Il testo è sicuramente il più claustrofobico e disturbante del volume. Suscita davvero un'emozione di repulsione e disgusto, in questo la Highsmith supera tutti i colleghi raccolti da Haining. Qui a comportarsi in modo pazzesco è un facoltoso uomo di affari che un giorno, nel tempo libero, decide di studiare le modalità riproduttive delle lumache. Inizia così con pochi esemplari per proseguire allevandone in numero sempre più crescente, poiché si convince che le stesse gli portino fortuna. Da trenta esemplari finisce per averne oltre un migliaio che gli invadono il salotto al punto da rendere impossibile il recupero della stanza. Quando cercherà di contrastare l'avanzata degli animali, ormai appesi sui muri, sulla soffitta e sui mobili, finirà per esserne sormontato con tanto di occlusione degli orifizi. Senz'altro tra i testi più claustrofobici che mi sia mai capitato di leggere.

Gioca invece tutto sullo stile il grande William Somerset Maugham, di cui ho recensito alcuni mesi fa il romanzo “Il Mago”. L'anglo-francese, con “Un Uomo di Glasgow” presenta una ghost story piuttosto canonica ma dall'eccelsa atmosfera peraltro esaltata anche qua da uno stile narrativo sopraffino. Maugham struttura la vicenda con l'escamotage del dialogo tra due sconosciuti che si incontrano in una locanda spagnola e che parlano del più e del meno fino a giungere a parlare di una storia paranormale. Il narratore rivela allo straniero che nelle notti torride di luna piena una serie di risate e poi di grida giungono a destarlo impedendogli il sonno. Tutto sarebbe iniziato dopo aver visitato una casa abbandonata dove un tempo vi sarebbe deceduto uno schizofrenico. A portare il protagonista a entrare all'interno dell'abitazione sarebbero state delle risate di divertimento poi seguite da degli urli di disperazione che si sarebbero diffusi proprio dall'interno dell'edificio. Entrato però dentro l'uomo non avrebbe trovato nessuno.
Dunque una storia semplice ma decisamente sinistra e capace di regalare qualche brivido utile a esorcizzare queste calde notti estive.

La quarta storia a contendersi il gradino più basso del podio è quella del premio Nobel Sinclair Lewis che con “L'Assassinio Post Mortem” (Murder Post Mortem) sviluppa in modo estremamente coinvolgente un soggetto che altrimenti avrebbe rischiato di esser noioso.
L'espediente per tenere viva l'attenzione del lettore è quello della ricerca ossessiva messa in atto da un accademico trasformatosi in un vero e proprio detective.
Lo studioso, con velleità da romanziere, ha ricevuto da un uomo morente un lotto di poesie scritte dal padre: uno sconosciuto pescatore scomparso mezzo secolo prima. L'accademico dapprima snobba il materiale poi, una volta letto, ne resta fulminato e intende pubblicarlo non prima di aver scoperto un qualcosa di più sul suo autore. Ha così inizio un'ossessione che porta il professore a indagare e a coinvolgere nel suo studio testate giornalistiche e altri studiosi, con l'intenzione di fare dell'ignoto poeta un eroe nazionale. La realtà però era ben altra cosa, il poeta era un manigoldo di prima categoria che non aveva fatto nulla di buono nella sua vita. Nulla però sembra fermare l'accademico dai suoi propositi. Arriverà persino a commettere alcuni reati dal furto alla violazione di domicilio, fino alla violenza privata. Finalone a sorpresa.

Una spanna sotto questo poker c'è un trio di racconti comunque interessanti, in particolare “Il Caso al Numero 7 di Rue de M.” (The Affair at 7 Rue de M...) una vera e propria follia da trip mentale firmata dal premio Nobel John Steinbeck. Si tratta di un raccontino che potremmo definire alla Matheson (o alla King), in altri termini di quelli in cui dei banali oggetti quotidiani diventano degli infernali persecutori. Qua ad assurgersi in tale veste è addirittura un chewing-gum (!?) che costringe il figlio di uno scrittore a tenerselo in bocca e a masticarlo di continuo. Ogni tentativo di disfarsi dell'oggetto sembra non sortire effetto, dato che la gomma ritorna sempre a insidiare il piccolo. L'uomo dovrà rinchiuderla in una campana di vetro.
Testo dunque giocoso che pare essere un ammonimento di Steinbeck verso l'eccessivo uso delle gomme americane, non a caso lo scrittore a inizio racconto aveva proibito al figlio di farne uso in quanto urtato dal vedere ruminare il giovane durante le vacanze estive.

Si ispira invece a Isaac Asimov il quasi sconosciuto (in Italia) Paul Gallico, che con il suo “La Risposta Terribile” (The Terrible Answer) si inserisce nell'interminabile filone fantascientifico costituito dai calcolatori capaci di rispondere a qualunque domanda impartita dagli operatori.
Al riguardo, più che alla storia, è buona la caratterizzazione del protagonista dipinto come uno scienziato egoista che ha strumentalizzato affetti e amici per perseguire la sua sete di notorietà nel panorama accademico. Alla fine, pur adempiendo in modo geniale al lavoro che gli era stato commissionato dal governo in virtù del calcolatore dallo stesso creato, finirà per creare delle assurde formule matematiche per farsi rispondere dalla macchina a dei quesiti personali. In preda al delirio di onnipotenza finisce schiavo delle allucinazioni paranoiche dando delle interpretazioni sballate alle risposte della macchina che lo porteranno a suicidarsi perché convinto di esser stato superato in intelligenza dalla sua stessa creatura.

Eccezionale, vista la data di uscita (1953), il soggetto de “I Grigi” (The Grey Ones) che purtroppo John B. Priestley sviluppa in modo quasi saggistico piuttosto che romanzato. In altre parole la storia non c'è e tutto si riduce al colloquio tra uno psichiatra e un paziente con delle strane ossessioni. Davvero un peccato, perché il seme di fondo contenuto nell'opera è quello che sta alla base, a esempio, di un cult cinematografico assoluto nell'ambito dei B-Movie: Essi Vivono di John Carpenter.
Ne “I Grigi” infatti è riportata tutta la intelaiatura del film di Carpenter, solo che Priestley non ne fa una storia ma gioca tutto sulle reazioni dello psichiatra che ovviamente prenderà per pazzo il paziente.
Protagonista è un imprenditore convinto dell'esistenza di un complotto denominato il Principio Malefico. Si tratterebbe di un oscuro piano finalizzato a creare sulla terra un governo ombra che tramerebbe attraverso i suoi agenti per tramutare l'uomo in una creatura automatica e apatica, confusa nella massa, senza più individualità. Il fine del piano sarebbe quello di cancellare ogni prodigio, ogni felicità e ogni profondo sentimento. Per argomentare e provare quanto asserito, l'imprenditore svela allo psichiatra i nomi degli agenti, tra cui anche suo cognato. Questi vivrebbero attorno a noi sotto le sembianze di uomini normali.
Priestley spiega tutto nei dettagli e francamente non capisco perché abbia sprecato in questo modo un tale soggetto, quando invece avrebbe potuto utilizzarlo per scrivere una storia vera e propria piuttosto che un dialogo, peraltro lo scrittore britannico introduce anche dei bei monologhi che coinvolgono le tv e le radio usate per lanciare dei messaggi subliminali tesi a intorpidire le menti.
Ecco il passaggio interessato: “Il Principio Malefico può riuscire a ridurci simili agli insetti anche mediante un sistema radiofonico ininterrotto, che non lasci mai in pace la nostra mente e che ci dica di non tentare alcunché di nuovo, di stare sul sicuro, di non farci illusioni, di continuare nella routine, di non perdere tempo ed energie ponendoci interrogativi, cogitando, essendo fantasiosi e cosi via.” E ancora: “Lo scopo principale è quello di tramutarci in creature automatiche, in esseri confusi nella massa, senza alcuna individualità, in macchine senza anima, fatte di carne e di sangue... Siamo, né più né meno, manovrati!” Passaggi da capolavoro ma non sfruttati a dovere, peccato.

Tra gli altri racconti merita una veloce menzione “Legname” (Woods) del Premio Nobel Galsworthy per la capacità di suscitare una certa claustrofobia nonostante la limitatezza di un soggetto tutto incentrato sul peregrinare senza meta del protagonista disperso in orario notturno nella selva del suo parco.

Carino anche “L'uomo che non domandò perché” (The Man Who Asked Not Why) di Cecil S. Forester il quale stende un racconto della serie “Ai confini della Realtà” con un veggente che ha la visione della propria morte, vedendosi sofferente oltre ogni limite in ospedale. Per cercare di sfuggire ai patimenti il mago decide di tentare il suicidio non sapendo di creare proprio le condizioni per far esaudire la sua ultima visione.

Da segnalare poi il testo in salsa Poe del Nobel William Faulkner che, un po' stancamente, con “Una Rosa per Emily” (A Rose for Emily) tenta di scioccare il lettore con un finale intriso di “romantica” necrofilia inserito in una storia drammatica fatta di solitudine e isolamento. Abbiamo la classica zitella aristocratica che vive in un enorme magione ai margini del villaggio e dalle cui mure si levano degli strani odori.

Scritto molto bene il racconto firmato da Truman Capote e intitolato “Miriam”, il quale tuttavia delude un po' nel concepimento del soggetto che ha poco o nulla di originale. Abbiamo un'anziana vedova che finisce per essere molestata dalla presenza di una misteriosa bimba che pretende di stare in casa della donna.

Una nota a parte la spendo per lo sci-fi psichedelico “Qualcosa di Strano” (Something Strange) che ha la fortuna di anticipare di un anno il capolavoro di Stanislaw Lem ovvero Solaris, ma che viene penalizzato da una certa confusione nello sviluppo del soggetto e dal tentativo continuo di spiazzare il lettore specie nel finale. Scritto dalla poco conosciuta Kingsley Amis, ha comunque l'innegabile fascino di proporre quattro astronauti isolati in una base spaziale lontana anni luce dalla Terra torturati da bizzarre visioni che non riescono a comprendere se siano reali o frutto della loro immaginazione. Le visioni, dapprima, si manifestano all'esterno della loro navicella con creature umanoide deformi e poi all'interno del mezzo con granchi, insetti e quant'altro. Scopriranno pure di non essere nello spazio, ma di esser caduti vittima di un esperimento. Dunque un racconto con grande potenziale, ma non sfruttato al massimo. Comunque gradevole.

Le altre dieci storie vivacchiano, nei casi migliori, ai margini della sufficienza. Tra queste delude in modo clamoroso McBain (qua col suo vero nome Evan Hunter) di cui viene scelto un racconto piuttosto elementare di derivazione Browniana (il riferimento va a Frederic Brown).
Scialbo anche il testo dello statista inglese Winston Churchill incentrato sulla caduta in mare di un viaggiatore abbandonato in pieno oceano dal suo traghetto.
Giallo puro e convenzionale, di quelli che si leggono anche tra le pagine degli amatori con un certo talento, per un asso del calibro di Francis S. Fitzgerald (un po' poco per i miei gusti).
Brutti, ai limiti del leggibile, i racconti di Burroughs e soprattutto di John Updike che si mette a fare lo sperimentale scomodando, in chiave simbolica, i dinosauri.
Gli altri testi sono di Lawrence Durrell, Robert Graves, Graham Greene, Angus Wilson e MacKinlay Kantor.

Dunque un antologia rara da recuperare in quanto fuori catalogo, più ascrivibile al genere grottesco piuttosto che horror con un pugno di ottimi racconti e qualche idea in qua e in là geniale ma non ben sfruttata.
A proposito, a questa tornata e seppur di misura, gli inglesi battono gli statunitensi, al giudizio del Mancho.

mercoledì 29 maggio 2013

Recensione Cortometraggio HAPPY EASTER (Regia Simone Chiesa e Roberto Albanesi


Produzione: New old story film di Casalpusterlengo, 2013
Regia: Simone Chiesa & Roberto Albanesi.
Genere: Thriller/Horror.
Sceneggiatura: Davide Cazzulani.
Fotografia: Davide Cazzulani.
Colonna sonora: Armando Marchetti.
Interpreti Principali: William Angiuli,Davide Cazzulani,Ornella Vogel,Giulia Del Prete,Luigi Bassi,Marco Battaglia,Andrea Fedeli
Durata: 20 minuti circa.

Commento di Matteo Mancini

Terzo prodotto della New Old Story Film di Casalpusterlengo che dopo il corto di debutto Happy Birthday del 2011 e il successivo Diesis recensito su questo blog dal sottoscritto compie, dal punto di vista tecnico, un deciso passo in avanti virando più marcatamente verso l'horror.

Il corto si apre come una sorta di Hostel ovvero, per i più fissati, come The Torturer di Lamberto Bava da cui mutua anche il taglio di fotografia baviano (davvero eccezionale il lavoro di Cazzulani in tal senso). Si assiste così a quello che potrebbe sembrare un mero esercizio stilistico dei due registi, qua decisamente migliorati nel dirigere immagini e attori (nell'occasione più orientati al made in Italy come dimostrano certe inquadrature argentiane e come dimostra il gioco con il ricorso a immagini carpite da specchi ovvero il trucco del rumore del vento inserito in sottofondo), con torture di ogni sorta ben messe in scena con una sapiente combinazione di montaggio (di Simone Chiesa) e make up. Le scene, non certamente originali e che rievocano pellicole echeggianti gli snuff movie (sono quelle tipiche dei c.d. torture movie), sono impreziosite da un oltranzismo piuttosto disturbante (vengono cavati denti, strappati lembi di pelle e così via). Ciò che salta all'occhio, però, è l'ottimo e certosino lavoro fatto da Cazzulani con la fotografia. Le sequenze sembrano essere ambientate in una grotta (in realtà è una stanza di una casa) con un grande dispendio di faretti muniti di filtri colorati (blu, rossi, verdi e gialli) che donano un'atmosfera molto anni '60 anche grazie alla combinazione delle varie tonalità di colore ottenuta con l'inclinazione contrapposta delle luci di scena.

Dal punto di vista contenutistico, per fortuna, a circa due terzi del corto si assiste a un improvviso mutamento di rotta ed entrano in scena le tipiche tematiche care allo sceneggiatore che, come in Diesis, è Davide Cazzulani. Quest'ultimo torna ancora una volta a interrogarsi sul senso della vita, seppur in modo più velato del precedente lavoro. Ecco che viene fuori una storia perversa in cui le figure di carnefice e di vittima si confondono tra loro per ribaltare addirittura i ruoli e la tipologia di violenza (da fisica a psicologica) in una storia in cui la tortura e la violenza risuonano come volontari tributi da versare sull'altare dell'espiazione necessaria per poter riconquistare quell'innocenza perduta con il trascorrere degli anni. Ecco quindi la ragione del titolo Happy Easter ovvero Buona Pasqua da interpretare come risurrezione metaforica dall'Ade del peccato. "La purezza è sempre quello che ho sempre voluto nella vita" dice il protagonista al fratello, "ma tu mi hai fatto capire che ne ho sempre cercato la distruzione". Ed è anche in questa parte che gli attori (precedentemente limitati dall'assenza dei dialoghi) offrono il meglio di loro con recitazioni sufficienti e ottime dizioni.
Dunque si assiste alla redenzione di un voyeurista colpito dai sensi di colpa, una sorta di ex cliente che commissiona torture da riprendere con videocamera per soddisfare un desiderio morboso generato probabilmente dalla noia e della perdita dei veri valori, almeno questo è ciò che gli autori sembrano suggerire allo spettatore.

Gustosa chiusura, sui titoli di coda, con una serie di foto di scena in bianco e nero scattate con una professionalità degna di ben altri palcosceni.

Happy Easter è dunque un corto con una sceneggiatura non troppo originale, ma che evidenzia i decisi miglioramenti dell'entourage della New Old Story Film che da ora in avanti dovrà cercare di compiere quel salto in avanti anche negli script per cercare di affermarsi tra i migliori nel panorama underground italiano e non solo. Molto buono per quel che riguarda il versante tecnico. Eccelsa la fotografia, specie nella prima parte.

Il corto lo potete vedere gratuitamente al seguenti link: https://www.youtube.com/watch?v=1kD10hVwHVs

martedì 28 maggio 2013

Imola 1994: il Gran Premio maledetto nella stagione maledetta (Articolo di Matteo Mancini)



Riporto qui di seguito l'incipit di un mio ampio articolo dedicato al tragico gran premio di formula 1 corso nella stagione 1994 sull'autodromo di Imola (GP San Marino).
L'articolo, che ha avuto vari apprezzamenti, mi è stato commissionato dai gestori dello storico sito latelanera.com dove ho mosso i miei primi passi da "narratore" nell'ambito, ovviamente, della scrittura creativa.
Il testo riporta tutti gli aneddoti e le migliorie in seguito apportate per effetto degli eventi catastrofici che si verificarono in pista (morirono, lo ricordo, il grande AYRTON SENNA e il debuttante ROLAND RATZENBERGER e vi furono altresì moltissimi feriti in quello che sembra essere un vero e proprio bollettino di guerra).

Articolo di MATTEO MANCINI

Se la Formula 1 fosse un libro sarebbe uno di quei vecchi volumi, fatto di pergamene ingiallite, nascosto in una biblioteca polverosa. Pagine su pagine scritte sull'artificio della memoria per rievocare imprese sfumate nel ricordo dei saggi, ma cristallizzate nella poesia della parola.

Manovre impossibili, vittorie commoventi e successi capaci di entusiasmare interi paesi facendo del pilota una metafora, un simbolo che sconfina oltre le competizioni, un eroe dalla valenza filosofica, una leggenda. Emozioni forti, figlie inconsapevoli dell'altra faccia della medaglia di uno sport duro e pericoloso.

Una faccia cupa, triste, rappresentata da pagine che imbrigliano la gioia sotto il mantello del dramma, della tragedia, autentiche divoratrici dei sorrisi aperti sui volti sognanti dei tifosi. Eventi tanto irreparabili da tramutare il coraggio, la perseveranza e la dedizione di questi uomini in qualcosa di unico, inimitabile e al contempo didattico.

Quanti piloti hanno pagato il tributo più caro di tutti per rincorrere il sogno della loro vita. Emblematica l'intervista rilasciata da Juan Manuel Fangio in ricordo del Gran Premio di Monza del '68: "Gran bella gara. Non è morto nessuno."

Perché accettare simili rischi allora, specie se si considera la vita agiata di molti piloti? L'automobilismo (ma anche la vita) è forse uno sport che richiede degli attori pazzi o degli esaltati inconsapevoli?
No, niente di tutto questo.

Non si tratta di pazzia o di superficialità, ma di passione.
Un pilota, come pochi altri atleti, è una creatura pura, cristallina, libera da ipocrisie e falsità, poiché la velocità è un'attività che non ammette compromessi e impone un miglioramento continuo, questione di decimi. Il rischio è il compagno di avventura più costante di una vita vissuta al massimo ed è inevitabile che sia così.

I sogni, per definizione, esistono proprio perché sono resi tali dagli ostacoli disseminati lungo il percorso. Se tutto fosse piano e dovuto come si potrebbe parlare di sogni? Non esistono sogni che si possano concretizzare senza accettazione di un qualche rischio.

E così, a volte, il sogno diviene fantastica realtà mentre altre, purtroppo, evapora in chimera contro una pila di gomme o contro un muro o ancora contro gli scarichi di un avversario. O si accetta questo o si resta a casa. Il campione di rally Alen diceva: "Non è importante fare il 99% ma il 110%. Se un pilota fai il 99% arriva decimo o undicesimo, e non vince mai. Se attacca al massimo invece vince oppure fa un incidente. Questo è il modo giusto di leggere questo sport per un giovane alle prime gare. Oggi è difficile farlo, perché la macchina costa molto e tutti dicono di andare piano, ma se un pilota accetta questo è meglio che non faccia le gare internazionali: o si tira o si resta a casa".

Dunque non esistono mezze misure, non si può gareggiare senza puntare al massimo delle possibilità. Correre (vivere) significa inseguire un sogno e i sogni non accettano compromessi, fuggono più veloci dei pensieri e richiedono prontezza, dedizione e buona dose di fortuna.

Ayrton Senna era solito dire: "Se una persona non ha più sogni non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà, per me è uno dei principi della vita."

Ed ecco che gli incidenti assumono un valore diverso da quello che un comune mortale potrebbe immaginare. Non sono demoni da esorcizzare rifiutando la lotta, né freni con cui strozzare l'ardimento, ma imprevisti da cui imparare a migliorare e da studiare alla stregua di lezioni finalizzate a migliorare la sicurezza in pista senza rinunciare alla competitività.

Al riguardo mi piace riportare il link relativo al trailer dell'imminente film RUSH (regia Ron Howard) che uscirà a settembre e che ha un testo che mi trova perfettamente in linea (sebbene io abbia scritto quanto sopra prima che lo stesso fosse realizzato): http://www.youtube.com/watch?v=VdiF8naM7aE


Il resto del testo lo potrete leggere gratuitamente al seguente link:
http://www.latelanera.com/grandi-disastri-tragedie/evento-drammatico.asp?id=266

SE MI MANDI IN TRIBUNA, GODO (Ezio Vendrame)




Autore: Ezio Vendrame.
Anno: 2002.
Genere: Biografia sportiva.
Edizioni: Edizioni Biblioteca dell'Immagine.
Pagine: 150.
Prezzo: 12,00 euro.

Commento Matteo Mancini
Best seller giunto alla settima ristampa dopo esser uscito nell'ormai lontano 2002. Si tratta di uno dei libri di maggior successo dell'ex calciatore anni '70 Ezio Vendrame che qua propone uno squarcio della sua vita fatto più di aneddoti che di un percorso raccontato nei minimi dettagli.

Definito da Boniperti il Kempes italiano, Vendrame ha per certi versi sciupato il proprio talento a beneficio del divertimento e delle continue fughe amorose con donne o ragazze incontrate nei bar o per caso per strada.
Tra i grandi del calcio poteva essere "Il Grande" campeggia in quarta di copertina. Tuttavia il nostro ha sempre anteposto agli impegni sportivi quelli goliardici e ludici. Esemplificativa è fin da subito al prefazione: Il suo talento era una beffa della natura. Bestemmiato e cestinato. Da calciatore era un disadattato. Scoprì in fretta che l'essenziale era altrove. Nell'amore e nella perdizione, nelle donne e negli amici. Se mi mandi in tribuna, godo è un sincero distillato della filosofia di vita di Vendrame, il quale ammette candidamente i propri vizi e ne fa un vezzo per non dire un pregio. Lo stesso titolo dato al libro è riconducibile a un episodio maturato ai tempi in cui il nostro giocava nel Napoli; mandato in tribuna in una trasferta a Cagliari, Vendrame, senza farsi tanti problemi, ne approfittò per andare con una modella conosciuta nel viaggio di andata e presente in tribuna (da qui il godimento, consumato in modo poco romantico nei bagni dello stadio)!?
Clamoroso anche un suo discorso ai tifosi del Vicenza, quando invitato a parlare al cospetto di una folla che lo acclamava se ne venne fuori con un monologo imprevedibile che lasciò tutti sbigottiti e increduli: "Vi rigrazio per l'affetto che mi dimostrate, ma mi sembrate un po' fuori di testa. Io so soltanto tirare calci a un pallone! Chissà quante cose voi sapete fare meglio di me. Non sono un chirurgo che salva vite umane e nemmeno un operaio che si deve fare un culo così! Sono un fortunato ed è per questo che non vi capisco. Che cosa saranno mai queste partite di calcio! Inventatevi delle alternative domenicali. Andate a vedervi un bel film, leggetevi un libro, oppure restata a casa e fatevi una bella scopata! Non possiamo vivere di solo calcio!"

Il lettore può così immergersi in una lettura veloce e scorrevole fatta di imprese sportive (non molte), follie e notte brave spese tra le braccia di donne spesso libidinose o comunque di facili costumi, ma anche di gustosi aneddoti di personaggi più o meno famosi raccontati dalla lente di Vendrame. E' proprio su quest'ultimo aspetto a cui l'autore dedica le pagine più emozionanti del volume, quasi a testimoniare, forse a ragione, che le amicizie sono la cosa più importante di tutto il resto. Così a fianco di personaggi locali conosciuti da Vendrame e pochi altri, troviamo capitoletti, a volte commoventi, dedicati a grandi personaggi come il cantautore tutto genio e sregolatezza Piero Ciampi (a cui Nada, non a caso, dedicò la canzone Lui è folle), il grande capitano della nazionale campione del mondo del 1982 Dino Zoff (ricordato a inizio carriera quando stampa e tifosi lo osteggiavano), l'indimenticabile capitano giallo-rosso Agostino Di Bartolomei (di cui Vendrame ricorda l'amore morboso per le pistole, ma soprattutto per il suo caratteristico sguardo: Ci sono due occhi che non dimenticherò mai: quelli del mio amico Agostino Di Bartolomei. Ago spiccava tra tutti gli altri per quel suo sguardo cupo, introverso e sofferente), l'idolo di Verona Gianfranco Zigoni (al quale Vendrame dedicherà in seguito la biografia Dio Zigo Pensaci Tu) e ancora molti altri tra i quali Zaccheroni, il giornalista Giancarlo Dotto (che peraltro introduce il libro con una splendida prefazione), Ferlaino e via dicendo.

Le parti migliori del libro sono senza dubbio quelle dedicate alle imprese sportive, purtroppo però Vendrame le limita ai minimi termini essendo più preso dalle sue gesta spese fuori dal campo. La ragione di questa scelta è riconducibile a quanto sottolineato, in prefazione, da Dotto: Il calcio di Vendrame era godimento dell'anima ma anche del corpo. Nel corpo di Vendrame, nella sua animalesca mania di sesso e stupore, l'equazione allo stato puro tra gol e orgasmo, dribbling e libidine. La libidine dell'impresa calcistica in campo, dirompente, sfacciata, eccessiva, si combina con quella boccaccesca fuori campo.

Restano tuttavia indimenticabili, scolpiti nella memoria del lettore, gli episodi riconducibili agli ultimi anni di carriera di un Vendrame ormai sceso in C1 dopo gli anni di gloria vissuti in A con Vicenza (con il quale si permise di fare magie a San Siro con Inter e Milan, in questo caso si esibì anche con un irridente tunnell a Rivera) e Napoli (anno del secondo posto con Vinicio in panchina). L'autore ci racconta di quando pagato per perdere contro un Udinese ormai lanciata verso la promozione, decise di realizzare una doppietta (un gol addirittura direttamente da calcio d'angolo con dichiarazione gestuale prima del tiro) perchè fischiato dal pubblico avversario. Straordinario anche l'episodio in cui, per vivacizzare una partita in cui le squadre si erano accordate per il pareggio, prese palla nella metà campo avversaria e iniziò a dribblare tutti i propri compagni di squadra fino a scartare il proprio portiere e poi riprendere l'azione dalla difesa. In quest'ultima occasione un tifoso morì di infarto e Vendrame, avvicinato da un giornalista, disse: "Ci deve essere una ragione se un malato di cuore viene a vedere proprio me... Forse aveva deciso di suicidarsi!" Bello anche l'aneddoto riguardante l'ascesa del Pordenone dai dilettanti alla serie C con Vendrame, un po' in stile Marangoni protagonista del film Il Diavolo e l'Acquasanta interpretato da Tomas Milian (identico a lui nel look), pregato dai dirigenti per giocare e convinto solo quasi alla fine del campionato in quanto preso da una crisi esistenziale dovuta alla fine di un ennesimo amore (Mi accorsi che per una vita intera avevo amato solo fantasmi. Ovunque fossi mi sentivo un incomodo, soprattutto a casa mia).

Lo stile con cui l'autore sviluppa il volume è piuttosto spartano e predilige l'immediatezza degli aneddoti alla costruzione artistico/stilistica. Ne esce fuori un un volume non articolato, ma composto da tanti aneddoti ciascuno riportato in modo svincolato dagli altri in capitoli dalla lunghezza variabile da una a tre pagine.

Come già detto, Vendrame presta molta più attenzione alle conquiste femminili e alla sua fama di sesso (clamoroso un episodio in cui riuscì a farsi praticare del sesso orale all'interno di un bar aperto!! con battuta cinica del barista il quale si rivolse alla signora dicendole: Sono mille lire per il cappuccino, il cornetto alla crema invece lo offre la casa!), piuttosto che alle imprese sportive. E' pero proprio la folle (in senso positivo) narrazione soprattutto di queste ultime che salva il volume dall'insufficienza e dal cattivo gusto.

Quanto sopra però non deve far pensare a un personaggio privo di etica o di valori. Vendrame, pur essendo libertino oltre ogni limite, dimostra un innegabile attaccamento ai valori come l'amicizia e il rispetto dei meritevoli. Dotato inoltre di un estro fuori dal normale e di una sincerità che sconfina quasi nell'insolenza (bellissimo il capitolo in cui invitato da Minà alla Domenica sportiva spara a zero sui giornalisti e su Aldo Biscardi), merita un grande plauso per le sue lotte contro l'ipocrisia becera di certi ambienti.

Al riguardo riporto due passaggi significativi che ne sottolineano le doti umane.

"Quando qualcuno si espone nel sociale rimettendoci pure di tasca propria, deve difendersi quotidianamente da certe merde che non muoiono mai e che, con le loro invidie e i loro premi Nobel alla stupidità, ti remano contro sperando sempre e comunque che le cose di vadano male".

"La parola mister è un muro di difesa costruito dagli adulti che hanno paura di confrontarsi e che io ho abolito da sempre. Pretendo che i miei ragazzi giochino con ENTUSIASMO, che aiutino i compagni, che liberino la FANTASIA rispettando ogni decisione arbitrale e, a volte, anche la stupidità degli avversari".

Nel complesso quindi siamo alle prese con una lettura spensierata che regala qualche sorriso, ma che sconcerterà i lettori puritani per l'eccesso di zelo e di sincerità dissacrante tipica del suo autore.

Ps che rende eloquente la filosofia di Vendrame: "Ho sempre detestato la Juventus, l'immagine dell'arroganza truccata da perbenismo. Per me vincere era un incidente di percorso, per loro una condanna. Basta indossare una maglia a strisce bianco-nera per non riuscire a capire la struggente bellezza della sconfitta."

venerdì 26 aprile 2013

Recensione saggi: DIO ZIGO PENSACI TU (Gianfranco Zigoni e Ezio Vendrame)




Autore: Ezio Vendrame e Gianfranco Zigoni.
Anno: 2003.
Genere: Biografia sportiva.
Edizioni: Edizioni Biblioteca dell'Immagine.
Pagine: 170.
Prezzo: 11,00 euro.

Commento Matteo Mancini
Scatenata biografia senza peli sulla lingua del calciatore Gianfranco Zigoni scritta sotto dettatura di quest'ultimo - durante una serie di incontri in un bar di campagna tra bicchieri di vino e spacconate - dall'eclettico collega Ezio Vendrame, magico trequartista anni '70 tutto genio e sregolatezza.

Ala sinistra classe '44, Zigoni ebbe un inizio di carriera folgorante tra le file della Juventus, contendendo il posto a un grande del calibro di Omar Sivori fino a conquistare il soprannome di Pelè bianco. Da qui la lenta parabola discendente condita comunque da gol, prodezze balistiche che gli valsero il soprannome Killer (sia col pallone che con l'insperabile colt che era solito portarsi ovunque, stadio compreso), risse con avversari, squalifiche continue, litigi con allenatori, scappatelle amorose, incidenti automobilistici, uscite da smargiasso provetto, ma sempre nel rispetto di una ben precisa etica e con la benedizione sconfinata dei tifosi (“Se fossi morto io lo stadio di Verona si chiamerebbe Gianfranco Zigoni e invece pensa che nome di merda che ha oggi: stadio Bentegodi!”)

Seppur autore di oltre cento reti nel campionato di serie A nonché vincitore di uno scudetto e protagonista in Coppa dei Campioni, il fascino di Zigoni resta legato soprattutto al suo carattere incontrollato e incontrollabile, alle sue impensabili uscite (una volta, per protestare contro il proprio allenatore reo di averlo escluso dagli undici di partenza, si presentò in panchina con una pelliccia e un cappello da cowboy) e al suo carisma da vero e proprio condottiero pazzo.

Per capire il personaggio è utile riportare alcuni passaggi estratti dalla prefazione di Alvise Tommaseo Ponezetta il quale lo ricorda in questo modo: “Cavallo di razza del calcio italiano, libero e indipendente, spesso imprevedibile e ingovernabile per allenatori e presidenti. Una persona originale ed estroversa, a suo modo un romantico del calcio, un vero trascinatore delle folle, una bandiera dello sport. Il denaro e il successo gli interessavano relativamente (per restare a giocare nel Verona in serie B, rinunciò alla maglia dell'Inter e a uno stipendio superiore del quadruplo), quello che per lui contavano erano gli amici e l'amore per la terra. Con le sue doti tecniche e atletiche avrebbe potuto raggiungere traguardi inimmaginabili, ma per lui il calcio andava visto e vissuto come un divertimento. Da qui la sua innata ribellione alle regole.”

Così “Dio Zigo pensaci tu”, frase con cui veniva fatto entrare nella ripresa a fine carriera per risolvere le partite in bilico di risultato, propone la storia del calciatore con uno stile e una struttura alquanto strana.

Il duo Vendrame – Zigoni, infatti, non confeziona una biografia articolata e discorsiva, ma si limita a proporre una serie di aneddoti, spesso di una mezza pagina e comunque non superiori a una, peraltro non sempre ordinati cronologicamente. Ne deriva un testo scollegato, dallo stile elementare, che privilegia l'immediatezza e la velocità di ritmo rispetto all'eleganza e allo stile espositivo. Il risultato è un'opera dall'intelaiatura spartana, ma dal contenuto memorabile.

Zigoni da sfogo completo alla sua verve egocentrica fatta di un narcisismo talmente sopra le righe da risultare volontariamente autoironico e divertente. “Come fuoriclasse del calcio mondiale metto Io, Pelè e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri” questo il suo ricorrente biglietto da visita oppure “Tutti si accorsero che anche la massima categoria mi stava stretta : sono sempre stato un giocatore di un altro pianeta.

Il volume parte dall'infanzia del calciatore tra povertà, sospensioni scolastiche per insubordinazione e bullismi vari perpetrati in un quartiere popolare definito il Bronx. Prosegue poi con l'approdo alla Juve e alla nazionale (da cui si autoescluderà perché offeso per esser stato schierato in panchina in più circostanze: “Tu non mi prendi per il culo, io in nazionale non ci torno mai più!”) con tanto di scaramucce con Sivori, allenatori, presidenti e continue conquiste di ballerine, bariste e procaci ragazze.

Come anticipato poco sopra e nonostante le sortite da prima donna (in parte giustificate dalle giocate che era capace di estrarre dal cilindro), Zigoni aveva comunque una sua etica, seppur lontana dal classico perbenismo ipocrita e confinata in un angolo estremo rispetto ai consueti canoni sociali. Così lo vediamo apprezzare la figura di Che Guevara per il suo amore per la povera gente con cui lo stesso Zigoni si identificava (“Il nostro motto è divertiamoci, e gloria a te Comandante Che!”), ma anche difendere strenuamente i compagni di squadra dagli attacchi dell'allenatore: “La nostra squadra è come una merda, con un diamante incastonato” disse un allenatore facendo riferimento al valore di Zigoni, il quale invece di incassare il complimento gli rispose: “Mister, si ricordi bene che nulla nasce da un diamante, ma dal letame nascono i fiori.” Altro caso emblematico è un episodio in cui rinunciò a fare l'amore con una giovane dopo aver scoperto che era vergine: “Quando giunse il momento di fare l'amore scoprii che era vergine. Mi rivestii e lei si mise a piangere perché pensava che non mi piacesse. È solo che non volevo approfittarne: mi dispiace ma sono fatto così.” E ancora lo vediamo manifestare il proprio odio per un compagno di squadra abile come lui nel tiro a bersaglio, ma insensibile all'amore per gli animali: “Non si uccidono gli uccellini, si spara ai lampioni!?

Celebre inoltre la sua poca voglia di allenarsi e la sua abitudine ad arrivare per ultimo agli allenamenti (l'attuale allenatore Francesco Guidolin era addirittura incaricato di portargli la colazione in camera da letto). “Quando avrai i suoi piedi potrai anche tu alzarti alle dieci” la laconica risposta offerta a chi protestasse per i privilegi concessi a Zigoni.
Altrettanto conosciuta la sua discontinuità agonistica. Zigoni era capace di vincere partite da solo come di passeggiare in giro per il campo. Il suo allenatore una volta lo rimproverò: “Zigo è un lungo periodo che non giochi bene. Ora basta, impegnati altrimenti finirai in panchina”, in risposta Zigoni scomparve durante il riscaldamento pre gara, l'allenatore lo trovò seduto in un angolo in meditazione, tutto contento andò dai compagni di squadra: “Ragazzi, oggi per gli avversari è finita, il matto si sta concentrando.

In sintesi una lettura veloce, disimpegnata che divertirà gli amanti dei personaggi tutto genio e sregolatezza e che mette in luce l'irresistibile simpatia di un calciatore che ha saputo costruirsi con sincerità e disprezzo dell'ipocrisia l'alone di un personaggio artistico, puro, estremo e al contempo maledetto degno del sigillo di antieroe sportivo: una sorta di Jena Plisken del calcio.

Un libro dunque consigliato a chi cerca storie sopra le righe, sebbene non eccelso per quel che concerne la struttura stilistica e autoriale, ma per il grande Zigo questo è solo un risibile dettaglio da lettori attenti solo alla forma. Per quel che mi riguarda: pollice alzato!

Chiudo la recensione con il romantico e malinconico pensiero con cui Zigoni regala il suo ultimo capitolo ai suoi tifosi:
“La vita è un lungo cammino di speranze e di illusioni, di lotte contro fantasmi e di angeli che ti guidano. Poi il risveglio e ti sembra di non esserti mai allontanato.
Un attimo di sgomento, ora sono qui nel mio dolce quartiere, mi guardo intorno, qualcosa è cambiato, il fiume non c'è più, qualche ruga, molti capelli bianchi, amici che non vedo, la tristezza mi pervade, il mio pensiero corre lontano, ma che sia stato solo un lungo sogno?”


Ps: “Alzati e mostrami il numero sotto la tuta” mi tolsi la giacca della tuta e gliela tirai in faccia come fosse una bomba: quattro giornate di squalifica!” Zigo, numero 1.

Qua in un'intervista in cui si capisce la personalità del soggetto e che rispecchia il contenuto del libro: http://www.youtube.com/watch?v=GVYBgCcLz04

mercoledì 10 aprile 2013

Recensione narrativa: SPIAGGIA A MANO ARMATA (Umberto Lenzi, 2012).


Autore: Umberto Lenzi.
Anno: 2012.
Edizioni: Edizioni Rizzoli.
Genere: Giallo.
Pagine: 262.
Prezzo: 8.80 euro.

Commento Matteo Mancini
Quinto volume della serie Roma Assassina avviata nel 2008 dal regista Umberto Lenzi con il romanzo Delitti a Cinecittà e proseguita con un poker successivo di romanzi tutti incentrati su delitti connessi al mondo del cinema e aventi come protagonista un ex ispettore radiato dalla polizia per essersi opposto al regime e costretto così a fare il detective privato.
La cinquina ha in comune un ulteriore elemento. Tutti i romanzi vedono interagire il protagonista con attori, registi, giornalisti, pugili, medici e altri personaggi realmente esistiti e di grosso calibro. Inoltre, ciascun romanzo prende le mosse dal set di uno specifico film. Si parte con La Corona di Ferro (1940), proseguendo con il romanzo Terrore ad Harlem - che nonostante il titolo è ambientato a Cinecittà (il riferimento ad Harlem ha motivazioni di stampo razziale, difatti si trattava di un film anti-americano di propaganda politica) – e quindi con i romanzi Morte al Cinevillaggio (ambientato a Venezia al tempo della Rep. Di Salò) e infine Scalera di Sangue (dal nome della casa di produzione).
Si arriva così al quinto romanzo, forse il migliore è stato scritto da qualcuno.
Di sicuro, per il sottoscritto, è un libro speciale, probabilmente il più speciale che mi sia capitato di leggere.

Come ne sono entrato in possesso? Non è stato un caso... Prima un mio amico di penna, parlando di libri in generale e del mio Spaghetti Western Vol.1, mi ha destato curiosità dicendomi in modo vago: “Hai mai letto i romanzi di Lenzi?

Personalmente sapevo che Lenzi avesse dato vita alla serie di romanzi sopracitata, con protagonista un investigatore privato (Bruno Astolfi) espulso dalla polizia ai tempi del regime fascista. Sapevo altresì che questi romanzi, di ambientazione storica (siamo nel periodo finale della seconda guerra mondiale) erano tutti incentrati su delitti attinenti al mondo del cinema. Non potevo però certo sapere la succosa novità legata al quinto e ultimo episodio della serie. È stato lo stesso autore, il grande Umberto Lenzi, a rendermi edotto poco dopo l'uscita del libro avvenuta nell'ottobre del 2012: “Caro Mancini, sai che il mio ultimo romanzo è ambientato tutto a Tirrenia nel 1946?

Per un tirreniese purosangue come il sottoscritto, nonché grande appassionato di cinema di genere italiano e addirittura abitante al piano superiore del vecchio ufficio in cui venivano assunte le comparse impegnate a girare negli stabilimenti Pisorno (dunque in un edificio che ha nei suoi geni il marchio di fabbrica dei vecchi stabilimenti cinematografici di Tirrenia), ciò non poteca che essere un'occasione più unica che rara dato anche l'alone di nebbia scesa sulla cittadina e il completo smantellamento degli studios ormai avvenuto da decenni.

Eh, sì... forse non tutti di voi lo sanno, ma c'è stato un tempo in cui Tirrenia (piccola cittadina balneare tra Pisa e Livorno) prevaleva sulla Roma cinematografica al punto da dover diventare, nella mente dei suoi creatori, la futura Hollywood di Italia (proposito non mantenuto per svariate ragioni).

Dunque vedere riuniti, nella cornice della mia Tirrenia (ci sono però parti ambientate anche a Pisa, Livorno, Grosseto, Forte dei Marmi, Ponsacco e Viareggio), il giallo di un indagine, la penna di un grande maestro del cinema italiano che ha conquistato mezzo mondo (America compresa) e di cui ho visto e apprezzato buona parte della sua sterminata produzione cinematografica - dai war movies (probabilmente il suo fiore all'occhiello) ai polizieschi (insieme a Di Leo e Castellari, era il numero uno in questo genere) passando poi per i thriller, gli horror e per ultimo i due spaghetti-western (che sono meglio di quanto lo stesso Lenzi affermi) - non poteva che essere per me un qualcosa di eccezionale.

Lenzi da così vita a un giallo che potrei definire classico, piuttosto che pulp o adrenalinico, che fa dell'intreccio e dei vari sviluppi dell'indagine il suo punto di forza.
Tutto prende le mosse con il misterioso assassinio di una bellissima ragazza di Salerno fuggita dalla Campania perché costretta a prostituirsi da un c.d. pappone (qui sarà decisiva la confessione di una collega chiamata Alba Teverani, meglio conosciuta come Stella, che sarà di grande aiuto al detective). Giunta a Pisa, la poveretta, finirà per cadere in un giro addirittura ben peggiore della prostituzione, fino a essere raccolta da un ufficiale americano di colore (John Kitzmiller) e vedere così la luce al fondo del suo tunnel esistenziale con la scoperta del vero amore. Assunta come parrucchiera dalla produzione impegnata nelle riprese del film Tombolo Paradiso Nero (1946) diretto dal regista Giorgio Ferroni (che molti di voi ricorderanno tra i principali fautori del successo cinematografico di Giuliano Gemma nel mondo dello spaghetti-western grazie al film Un Dollaro Bucato uscito subito dopo a Una Pistola per Ringo), la giovane sarà trovata misteriosamente morta dopo aver avuto una strana visita nella macchia di Tombolo.

L'ufficiale americano, anch'egli impegnato come organizzatore nonché come attore nella lavorazione del film, sarà subito arrestato da una coppia di poliziotti burocrati che sbaglieranno pista per tutto il corso del romanzo (peraltro si renderanno protagonisti di tradimenti reciproci, il più giovane infatti tradisce regolarmente il suo superiore facendo scappatelle con la moglie siciliana dello stesso).

Ecco così che la troupe cinematografica ingaggia Bruno Astolfi che giunge da Roma a Tirrenia (anche se è di origini pratesi) e darà vita a una lunga e difficoltosa indagine, piena zeppa di false piste, errori, ma che lo condurrà a poco a poco vicino alla verità. Ne saranno una dimostrazione gli attentati che l'uomo dovrà subire, ma anche la serie di omicidi (alcuni dei quali fatti passare per suicidi o allontanamenti improvvisi dei diretti interessati) che cominceranno a verificarsi nel corso della storia. Il tutto porterà Astolfi sulle tracce di un motociclista che se ne va in giro con un cappellino da aviatore e con un feroce pastore tedesco il cui nome inizia per L (unica lettera rimasta attaccata su un enorme collare trovato sulla scena del delitto). Nel finale, che per ovvie ragioni non vi anticipo e in cui si respirerà un po' d'aria del mitico Edgar Allan Poe, il nostro troverà la soluzione del caso a Pisa, in pieno centro, addentrandosi nello spettrale Arno Dorato (non aggiungo altro, perché rovinerei la lettura).

Il protagonista della vicenda viene ben descritto da Umberto Lenzi nel corso di una presentazione avvenuta nel dicembre scorso al Cinema Arsenale di Pisa. “Astolfi è un presuntuoso, ma è anche intelligente e geniale. Ama il cinema e non ha assolutamente una regolarità di vita. A esempio non usa un taccuino come hanno tutti i poliziotti, ma scrive sui risvolti dei fiammiferi Minerva.
Ha un modo di agire estremamente toscano, molto forte. Ha anche grossi difetti. Beve molto fernet, beve solo quello talvolta mischiato al chinotto. Voi direte: Ma è pazzo?! E invece lui lo beve regolarmente. Fuma molte sigarette e come al solito si trova sempre invischiato in situazioni più forti di lui, però è un personaggio che ha un background importante. Quando era studente universitario e stava per laurearsi in legge è stato pugile dilettante e ha conosciuto allora molti pugili professionisti
”.

La descrizione del regista calza a pennello. Molto acuto, assai di più degli ex colleghi che tentano di aiutarlo nel corso dell'indagine (prendendo sempre pugni di mosche e innocenti a causa di tutta una serie di pregiudizi ivi compresi quelli razziali), avrà la fortuna di assere assistito da personaggi che potremmo definire delle guest star: il medico legale FOLCO DOMENICI (professore di medicina legale di Lenzi ai tempi universitari c/o l'università di Pisa) che collegherà il collare all'assassino, il giornalista INDRO MONTANELLI, il simpaticissimo ALDO FABRIZI (protagonista del film Tombolo Paradiso Nero) che regala battute e guasconerie per tutto il tempo, e via con GIORGIO FERRONI, MARIO MAFFEI (anche lui regista realmente esistito), il giornalista del Tirreno di Livorno SANTINI, l'ex pugile Vero MAZZINGHI forse parente del più famoso Mazzinghi e molti altri tra cui anche FEDERICO FELLINI.

Un cocktail che definirei esplosivo che rende spassosa la lettura complice uno stile molto scorrevole e soprattutto una ricostruzione storico-geografica quasi maniacale. Lenzi ha svolto un eccezionale lavoro di indagine (ci sono nomi di alberghi veri, di vie, viali), ha recuperato documenti quasi perduti e ha ricostruito il tutto nei minimi dettagli (compreso il richiamo alle banconote stampate al posto della lira dagli americani). Ho gradito moltissimo (in quanto non ne ero a conoscenza) la descrizione degli studios della Pisorno con la presenza dei prigionieri tedeschi impegnati a lavorare all'interno. Ecco il passaggio in questione: “In un angolo recintato, davanti agli altri due teatri di posa, era allineata una serie di grandi contenitori in ferro contrassegnati dalla scritta “OFF LIMITS – NO TREPASSING”. E, con sorpresa, scorsi al di là della recinzione un viavai di militari che indossavano uniformi stracciate della Wehrmacht e scambiavano tra loro frasi gutturali in tedesco. “Sono i prigionieri di guerra, addetti ai lavori pesanti” mi spiegò Pellegrini. “Si tratta di gruppi non ancora rimpatriati per motivi disciplinari o perché ritenuti responsabili di reati specifici.”
Dunque un evento storico di cui io stesso non ne ero al corrente, almeno in considerazione della data in cui è ambientato il romanzo: il 1946.

Abbiamo anche ghiottonerie per gli amanti dei revival con una vera e propria colonna sonora costituita da molteplici “intermezzi musicali”, con stralci di testi di brani dell'epoca, e persino notizie di vario genere come il riferimento alla vittoria di Biondetti nella Millemiglia del '47 davanti a Nuvolari (corsa che ha ispirato anche il celebre pezzo di Lucio Dalla) o all'ippodromo di San Rossore dove si svolge una corsa prestigiosa dove corre un certo Hernani, figlio del grande Rigoletto.

Ecco però la descrizione che Lenzi fa di Tombolo, a inizio romanzo, che vi riporto giusto per farvi conoscere il contesto. “Conosci Tombolo? E' il lungo tratto di pineta tra Livorno e Pisa, dopo il Calambrone e prima di Tirrenia... Questa pineta è divenuta il ricettacolo di un gran numero di disertori americani di pelle nera, di segnorine, di lestofanti, contrabbandieri, ladri e lenoni, che hanno messo in piedi un vero e proprio villaggio fuorilegge. La pineta di Tombolo è un groviglio inestricabile, vi hanno piazzato baracche, filo spinato, trappole di ogni genere. Se ti avvicini ti ricevono a raffiche di mitra. Comanda la malavita, associata nei traffici con i neri che hanno disertato, perché non vogliono tornare in Alabama, in Georgia e negli altri stati razzisti del Sud.

Quindi un libro scritto con stile sobrio, senza tanti virtuosismi ma con ritmo piuttosto sollecito sebbene gli sviluppi non siano immediati. Il pregio maggiore dell'opera sta proprio in questo, nella capacità di suscitare una certa verosimiglianza dovuta al fatto che la soluzione finale si rivelerà sofferta e faticosa e non un qualcosa di immediato dove si prende al volo la pista giusta. Del resto è lo stesso Lenzi ad affermare: “Quello che ho scritto è tutto vero!
La cura nell'ambientazione e la presenza di personaggi realmente esistiti costituiscono un valore aggiunto.

Da notare l'omaggio di Quentin Tarantino, fresco dal successo del western Django Unchained (2013), che campeggia in copertina: “Lenzi è uno dei miei maestri. Sono un suo grande ammiratore”.
Il volume è cartonato ed è edito da Rizzoli in una ottima confezione.
Per quel che mi riguarda, spero che Tarantino si legga il romanzo e si interessi alla storia dei vecchi studios Pisorno caduti nell'ombra dopo un inizio di carriera folgorante. Sarebbe assai prestigioso per Tirrenia.

Da recuperare e un mio sentito ringraziamento a Umberto Lenzi per essersi interessato a Tirrenia e avervi ambientato un suo romanzo.

Al link sotto riportato trovate le presentazione di UMBERTO LENZI presso il CINEMA ARSENALE di PISA.
http://www.youtube.com/watch?v=tEjN9BciGwQ

martedì 19 marzo 2013

Recensione Saggi: EVOLA MAGICO (di Maurizio Maggioni)


Autore: Maurizio Maggioni.
Anno: 2010.
Edizioni: Il Foglio Letterario.
Genere: Saggio filosofico/esoterico.
Pagine: 138.
Prezzo: 15 euro.

Commento Matteo Mancini
Ho recuperato questo libro (un vero e proprio distillato di esoterismo) un anno e mezzo fa, senza conoscere Evola né, a maggior ragione, il suo pensiero, in occasione di una presentazione collettiva organizzata da Il Foglio Letterario a cui ero invitato in veste di “scrittore”. Fui attirato dalla passione dimostrata dall'autore sia durante la presentazione del libro sul palco, sia e soprattutto in occasione della chiacchierata successiva tra il sottoscritto e lo stesso durata quasi un'oretta.

Studioso eclettico e assai prolifico (specie nel campo esoterico/religioso/spiritualistico), Maurizio Maggioni offre con il suo saggio Evola Magico, edito da Il Foglio Letterario di Piombino, una visione dettagliata e ricca di riferimenti bibliografici dell'opera esoterica data alle stampe da Julius Evola nel 1932 intitolata Maschera e Volto dello Spiritualismo Contemporaneo. In altre parole siamo alle prese con un saggio che si propone di spiegare un altro saggio.
Il volume non è di facilissima lettura, poiché Maggioni tende a dare per scontate una serie di conoscenze sia culturali che terminologiche che un lettore medio di certo non possiede. Ne deriva un testo di nicchia, sia soprattutto per l'argomento trattato ma anche per il lessico scelto. Nonostante il limite appena accennato, con un po' di attenzione e dedicando più di una lettura è possibile comprendere la ragione dell'opera e scendere con curiosità e interesse in uno studio della stessa.

Artista a tutto tondo (è stato poeta, alpinista nonché pittore ricordato come il maggior rappresentante del Dadaismo italiano, definito altresì il più potente dialettico d'Europa con la passione per le frecciate umoristiche) e grande esperto della produzione narrativa di Gustav Meyrink (ha curato le traduzioni italiane di vari romanzi importandoli così per la prima volta nella nostra penisola, un titolo su tutti: Il Golem), Evola viene oggi ricordato per le sue estreme visioni politiche (era un filofascista anche se ebbe non pochi scontri col regime, come rammenta lo studioso Massimo Scaligero che lo ricorda come il più audace contestatore dell'ideale di cultura del regime che continuava imperterrito ad attaccare nonostante intorno a lui si fosse creato il vuoto) che ne hanno comportato l'esilio dal panorama culturale nostrano riducendo la sua opera in un alveo dove solo i seguaci ovvero i ricercatori di pensieri difformi dai canoni precostituiti imposti dalla società contemporanea potrebbero trovarla.
Se è vero quanto detto, Evola è stato soprattutto un filosofo multidisciplinare, capace di estrarre principi dal buddhismo e dall'induismo per miscelarli con altri propri della tradizione pagana occidentale e dar vita a una visione propria (talvolta illuminante, talaltra pericolosa per le sue derive razziali sebbene di matrice spirituale piuttosto che biologica) trasposta in una serie di saggi. È stato altresì un grosso esperto e praticante di esoterismo, lontano dal fini tipici del mondo commerciale e alla perenne ricerca della via per agevolare l'uomo nella lotta contro il Kali Yuga ovvero la fagocitante epoca oscura dominata dal materialismo che castra i valori delle antiche civiltà tradizionali e in cui l'ordine cede il passo al caos, il sacro al materialismo, l'uomo all'animale e in cui dilaga senza freno la demonia delle masse e del sesso in un'età senza luce, senza pietà e senza amore e benedetta da un falso misticismo (frutto del vuoto spirituale provocato dal razionalismo e dalla squallida visione materialistico-positivista dell'uomo) che mescola confusioni spiritualistiche con sensualità materialistiche con la conseguenza di rendere irriconoscibile in maggior misura il vero sovrannaturale.

Maggioni addentra così il lettore nella fatica di Evola andando a spiegare il senso dell'opera. Proprio per effetto della confusione sopraccennata, Evola si propone di dare al lettore una guida critica al mondo esoterico per metterlo in guardia da falsi cammini iniziatici ovvero da erronei riti ascetici (definiti appunto la maschera dello spiritualismo contrapposti al vero volto dello stesso).

Nucleo centrale dell'opera evoliana è il concetto della Tradizione Solare Primordiale e dei culti stellari. In altri termini, Evola sostiene che oltre ogni tradizione o religione giunta a noi ci sarebbe un antichissimo nucleo comune di sapere metafisico di carattere esoterico, elitario, pagano, eroico e olimpico di origine ario-noridca, risalente ai tempi del Diluvio Universale, fonte di verità per ogni religione, cultura e filosofia. Tutto ciò che è venuto dopo, nel migliore dei casi, sarebbe un'involuzione della Tradizione di partenza. Solo questa tradizione (e non, a esempio, la cattolica, in quanto derivativa e contaminata verso il basso, ovvero le correnti neo-spirituali) sarebbe in grado di consentire un autotrascendimento ascendente verso la supercoscienza che permetta di dar vita a uomini capaci di affermarsi gerarchicamente sugli uomini bestiali (ovvero i materialisti).
Evola specifica che sia il Cristianesimo (criticato per il suo messaggio di una salvezza remissiva, disperata e tragica in perfetta antitesi con l'atteggiamento guerriero ed eroico dell'uomo stellare di evoliana memoria) che la dottrina degli esoteristi ed ermetisti cristiani sarebbero in errore nel non attribuire alla Tradizione Solare (ma rispettivamente a quella Cattolica consegnata da Dio ad Adamo e a quella esoterica giudaico-cristiana di marca cabalistica) il ruolo di Tradizione Perenne Generale.
Evola sottolinea inoltre che esisterebbero due forme di cattolicesimo: quello esoterico (visto con simpatia dal filosofo in quanto caratterizzato da elementi metafisici e simboli di carattere intertradizionale mutuati dalla Tradizione Solare e idonei a indicare la via verso la trascendenza all'eletto anche se per poterla percorrere lo stesso dovrà andare oltre il cattolicesimo per imboccare la tradizione universale per permettere alla fede di integrarsi in una realizzazione metafisica) e quello “volgare pratico” penalizzato da un approccio profano ed essoterico depauperato da ogni sacralità.

A cadere sotto la mannaia del filosofo sono in molti a partire dal falso spiritualismo, dal teosofismo di madame Blavatsky e dall'antroposofismo di Rudolf Steiner(comunque aventi il merito di cercare di andare oltre al materialismo), accusati di avere addirittura un carattere regressivo in quanto strutturati attorno a illusioni discendenti (frutto degli stati di trance o ipnosi dei medium, che pertanto si rivelano organi passivi per la manifestazione di influenze di varia natura ovvero si rivelano il risultato di deliri frutto di stati psichici alterati). Il vero spiritualismo luminoso, spiega Evola, è una via aperta a esperienze che trasformano la coscienza ordinaria in supercoscienza, in modo da integrare (e non alterare) i principi che costituiscono l'essenza della personalità, e che presuppongono un comportamento attivo ed eroico nonché una volontà di ascesi.

Condanna analoga viene riservata al Satanismo moderno, anche qua di natura discendente in quanto spesso associato a pratiche di invasamento collettivo, a cui si aggiunge poi il rimprovero di essere una sorta di paganesimo desacralizzato e profano orientato a volgari e perversi piaceri materiali piuttosto che a finalità spirituali di tipo tradizionale e occulto. Evola inoltre stigmatizza e condanna tali pratiche vedendo in esse un pericolo per l'ordine delle forme tradizionali (nonché per l'ordine pubblico) minacciate dalla natura informe che potrebbe essere liberata dalle evocazioni demoniache.
Infine, prendendo spunto dalla religione indù, il filosofo esprime un'opinione di superamento del concetto dualistico di un essere malvagio (Satana) contrapposto a un Dio benevolo, proponendo un supremo principio in cui abbiamo un Dio Supremo che incarna le due polarità finendo il medesimo Satana per divenire una diversa faccia di Dio.
Un discorso a parte viene riservato al mago Aleister Crowley (e alla religione libertina Thelma dallo stesso fondata), il quale riceve un giudizio meno duro da parte di Evola che gli riconosce il merito di discostarsi nettamente dal satanismo (Crowley accusa il cristianesimo di essere una dottrina sessuofobica che condanna il piacere dei sensi e l'affermazione completa dell'essere umano, per tale ragione e per sottolineare il proprio disprezzo verso la religione in questione adottò provocatoriamente il soprannome di Grande Bestia) e di aver dato vita a una serie di studi iniziatici che prendevano in riferimento tradizioni esoteriche come la Kabbalah e substrati di stampo ermetico/pagano.
Evola apprezza alcuni passaggi della dottrina di Crowley, come l'importanza della ricerca disciplinata ed eticamente rigorosa della coscienza insita nell'individuo, ma avverte che essa proprio perché è qualcosa di più serio del satanismo moderno è un qualcosa di molto più pericoloso (alcuni seguaci di Crowley finirono suicidi o ricoverati in manicomio a causa delle esperienze estreme cui andarono incontro).
Il thelma è così una dottrina (basata sull'amore sacro sessuale, finalizzato non alla lussuria ma a condurre faccia a faccia con gli Dei, costituito da speciali esperienze erotiche da estendere fino a un estremo compatibile col potere di continuare a vivere) che impone una rigorosa condotta di autodisciplina e di autocontrollo per restringere la libertà allo scopo di adempiere alla propria vera volontà. Crowley sosteneva che solo chi giunge a scoprire la sua vera Volontà e a realizzarla nei fatti da solo deve essere considerato uomo, mentre chi non mira a tanto si deve considerare un uomo volgare nonché uno schiavo in senso interiore.

In ultima analisi, Evola affronta il tema della magia in un capitolo dove parla di vari occultisti: Gurdjieff, Kremmerz, Lèvi e Meyrink.

Gurdjieff
insegnò un possibile sviluppo interiore dell'essere umano basato su tecniche psicofisiche aventi lo scopo di permettere all'adepto di superare gli automatismi psicologici ed esistenziali propri della vita ordinaria e permettergli così di fare emergere le potenzialità latenti e destarsi dallo stato di “sonno da sveglio”. “L'uomo è solo una macchina mossa da automatismi. Il primo passo verso il risveglio è quello di rendersi conto di questo stato psichico passivo”.
La dottrina di Gurdjieff considera l'essere umano composto da una dualità costituita da persona (cioè il corpo e la mente) ed essenza (di provenienza stellare ed eterna, molto vicina al concetto cristiano di anima). Tali caratteri possono essere più o meno sviluppati da soggetto a soggetto, al punto che vi potrebbero anche essere uomini vivi ma già morti nell'essenza. Orbene la chiave per raggiungere il risveglio interiore starebbe nel trasferire il centro del proprio essere dalla persona all'essenza. Proprio lo sviluppo dell'essenza sarebbe così la condizione per vincere la morte.
Ecco che si arriva al concetto di corpo astrale, cioè un corpo da creare attraverso un'opera di cristallizzazione degli elementi del proprio essere, necessario per dare un'effettiva immortalità all'anima dell'essere umano risvegliatosi e permettergli di non morire morendo (Lèvi invece sosteneva che solo l'uomo sveglio, cioè il mago, può porre fine alla ciclica serie di vite cui vanno incontro le anime dei trapassati che non si sono svegliati costringendoli a incarnarsi ogni volta in una nuova vita).

Meyrink, dal canto suo, affermava che chi non impara a vedere già in vita, non imparerà nell'aldilà e diverrà una sorte di fantasma. L'immortalità della personalità si raggiunge solo con il risveglio come crescenza interiore oltre la soglia della morte.

Kremmerz specifica quindi che, quando muore, l'iniziato (cioè l'uomo completamente sveglio, colui che sa trasportare tutta la sua personalità negli elementi superiori, ovvero nel corpo solare) emette non più uno spirito informe bensì uno spirito modellato su un alter-ego eterno e indistruttibile, dotato di determinate potenze che costituiscono l'integrazione di quelle che fanno apparizione germinale nell'uomo mortale.
Chi, invece, tutto riporta alla vita materiale si dissolverà completamente con il suo cadavere, colui che invece adotterà un atteggiamento medio si reincarnerà di nuovo.

Lèvi invece sottolineava l'importanza della liberazione interiore dai bisogni e dell'esercitarsi a saper usare ogni cosa e ad astenersi da tutto secondo la propria volontà, perché il compito e la chiave di ogni potere si trovano nella formazione di un agente extra-naturale.

Da tali impostazioni deriva la massima secondo cui al di sopra dell'uomo risvegliato non vi è nessun Dio (il Dio di natura cristiana, a detta di questi esoteristi, sarebbe solo uno stato a cui evolvere e non una divinità superiore e ben distinta) e la consequenziale critica alla cecità dell'uomo religioso il quale, sempre a detta di tali studiosi, si para davanti una barriera che non osa scavalcare e finisce per creare un'immagine per adorarla anziché trasformarsi in essa, finendo così per non svilupparsi.

Evola chiude così augurandosi un recupero di quella Tradizione Solare Primordiale a suo avviso fonte di ogni cosa e da preservare al cospetto dell'azione nefasta delle nuove conoscenze, giudicate quali trappole idonee a sviare i pochi risvegliati dal percorso necessario per andare oltre la condizione normale della personalità umana.

Dunque l'opera di Maurizio Maggioni si segnala come un saggio interessante, ricco di spunti capaci di far riflettere il lettore non avvezzo a certe materie e di indurre invece allo studio gli appassionati, con il merito di destare una certa curiosità attorno a un personaggio osteggiato per i suoi trascorsi politici e relegato in una dimensione marginale sebbene fosse stimato da filosofi del calibro di Croce e annoverato, da molti, tra i tre migliori filosofi italiani del secolo scorso. Una lettura sicuramente consigliata anche se non di facile approccio sia per il contenuto dissacrante, sia per le tematiche non certo agevoli per chi è sprovvisto di certe basi.

Citando un passaggio del libro chiudo con una frase di Evola quanto mai appropriata in tale ambito:
Ps: "Il segreto sugli insegnamenti magico-iniziatici è necessario a causa della pericolosità di certi insegnamenti esoterici, anche se in questi casi scatta un'autoprotezione da intendersi nel senso che chiunque sia privo della dovuta qualificazione iniziatica non avrà alcun successo con simili tecniche magiche, mentre chi è stato qualificato e addestrato alla bisogna riesce ad affrontare i possibili pericoli rappresentati da invasamenti, possessioni demoniache o sbarramenti da parte dei guardiani delle soglie."