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mercoledì 11 luglio 2018

Recensioni Narrativa: DEMONI, UOMINI E DEI di Lord Dunsany.



Autore: Lord Dunsany.
Titolo Originale: Gods, Men and Ghosts.
A cura di: Everett Bleiler, 1972.
Anno: 1905-1952.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Mondadori, 1989.
Pagine: 318.
Prezzo: 9.000 Lire.

A cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE
La lettura di Demoni, Uomini e Dei, antologia pubblicata dagli Oscar Mondadori nel luglio del 1989 ovvero ventinove anni fa, si presenta, al nostro cospetto, quale occasione propizia per avviare l'articolo dedicando ampie righe alla figura di un autore, l'anglo-irlandese Lord Dunsany, che è stato, a ragion veduta, definito quale il primo autore di lingua inglese ad aver dato il là alla narrativa breve di genere fantasy. Una scelta su cui poi costruiranno la loro fortuna ampie schiere di scrittori di stampo weird e pulp, andando a fissare le coordinate dell'odierno new weird che non sarebbe stato quello che oggi è se non ci fosse stato questo autore. Il giudizio appena espresso è senz'altro vero, ma da monitorare sotto una lente interpretativa più precisa e calibrata al caso concreto. Sulla scia di William Morris, padre della fantasy fiabesca come noi oggi la conosciamo, Dunsany sfrutta il canale offerto dai mondi meravigliosi e alternativi, rispetto a quelli “reali”, per plasmare una personale cosmogonia che innescherà le produzioni dei vari e monumentali Lovecraft, Howard, Smith e Jean Ray, tanto per citarne alcuni, così da fungere da padrino di un nuovo e fortunato genere. Una produzione dunque centrale, vera e propria matrice di un sottobosco artistico che avrebbe, di lì a poco, stravolto la narrativa fantastica, sia fantasy che horror, e quella legata alle altre forme di espressione artistica. Dunsany, che diceva di “scrivere solo ciò che aveva sognato” (Lovecraft lo emulerà anche in questo dicendo che, in realtà, i suoi racconti non erano frutto del suo estro ma dei sogni che lo rapivano nelle ore del sonno), lascia il proprio faro guida galoppare, libero e tagliente, in contesti totalmente stravolti e intrisi da una fantasia geografica aliena dai luoghi tangibili dai comuni mortali; una landa immaginifica definita, per tale ragione, the secondary world ovvero un mondo immaginario idealmente parallelo pur se, talvolta, secante rispetto al primario in cui ognuno di noi muove i suoi passi. Oggi, a leggere queste righe, non è facile comprendere la portata che i lettori dell'epoca si vedevano somministrare da chi vendeva loro le ultime novità produttive. Ecco allora che c'è il rischio di non comprendere l'importanza della rivoluzione narrativa condotta da questo autore. Un po' perché siamo abituati all'evasione, sia in lettura che abbarbicati a bocche aperte (più per ingurgitare pop corn che per dare libero sfogo a quel sense of wonder che è andato, via via, sempre più ad atrofizzarsi) sulle poltroncine rosse dei cinema, dal mondo abietto e materialista che ci circonda e un po' perché, ai giorni nostri, il the secondary world esiste davvero, in modo quasi concreto, e ha il nome di “realtà virtuale”. Come potremmo infatti definire il coacervo di informazioni e di caratteri che, alla stregua di inchiostro impazzito, si allargano su supposte pagine su cui nessuna penna è passata a lasciare il segno? Un caos di informazioni che, quasi per magia, assumono un senso compiuto e si dipanano in un intreccio il cui bandolo, se sbrogliato, può dar i natali a intrecci di senso compiuto? Cosa sono i social forum e i blog? Se lo chiedono in molti, tra coloro che non preferiscono la posizione di quiete confortevole della banalità imperante. Semplicemente tutto e il contrario di tutto, un mare magnum in cui è facile affondare ma che, a orizzonte, lascia intravedere le linee sinuose di una costa avvolta da un colore che assurge sempre più al rango di giungla. Se Dunsany tramutava queste visioni in un racconto come Un Racconto di Terra e di Mare, vantandosi peraltro di essere in condizione di tramutare anche il nulla in racconto (come quando disse di esser in grado di smerciare una storia sul fango del Tamigi, riuscendo puntualmente a dimostrare l'assunto), gli scrittori del nuovo millennio, siamo pronti a scommetterci presso alcuni autori di libri (i c.d. books maker), plasmeranno il loro mondo su altri lidi e questo non costituisce certo soluzione gradita a un tradizionalista quale Dunsany. Ma conosciamo meglio questo autore e addentriamoci nella sua storia.

LO SCRITTORE.
La storia di Lord Dunsany, almeno questo il nome col quale è passato alla storia nella letteratura, parte da molto lontano e ha un che di magico ed epico fin dalle origini. Sebbene si presentasse spesso in modo sciatto, in parte sfavorito dallo sgraziato fisico che, seppur longilineo, lo faceva risultare allungato in modo tutt'altro che proporzionale rispetto al resto del corpo, nel sangue di Dunsany scorreva sangue blu. Una condizione sociale che si riverberava già in sede di presentazioni e convenevoli, un po' come quando, giusto per far storcere la bocca ai puristi, in Rocky III lo speaker presenta Apollo al pubblico con il vecchio campione che chiede scusa a Rocky per la lunga serie di appellativi. Dunque le generalità interminabili a caratterizzarlo, semplicemente sintetizzabili in Edward Plunkett e il titolo di XVIII barone del casato di Dunsany. Uno status che non era tuttavia sufficiente a esorcizzare l'ilarità tipica di certa nobiltà locale tesa ad attribuire maggior significato alla forma piuttosto che alla sostanza, con espressioni, in verità alquanto becere, quali “Oh Signore, è l'uomo peggior vestito d'Irlanda” oppure “chi mai avrebbe potuto immaginare che una simile poesia non trovasse corrispondenza nell'uomo che ne è autore... Orrore, tremendo orrore, cara mia.” Lord Dunsany non se ne faceva in qua e in là, anzi ribatteva con la sua verve ironica facilmente intuibile anche dai racconti che piazzava su riviste e giornali e che raggiunse uno dei suoi apici il giorno dell'incoronazione della Regina Elisabetta II. Badate bene, non è un giorno come un altro per un nobile come lui. Ci sono delle regole, scritte e non, nel galateo di certe caste. Regole che quando si ha a che fare con gli artisti saltano come le marcature sul finale di una partita di calcio ancora da decidere. Dunsany, invitato all'evento, pensò bene di fare un viaggio in California e lo motivò a modo suo, non certo su basi solide o cercando quell'ipocrisia tipica del bon ton di estrazione nobiliare. Niente di tutto questo, non sarebbe stato nello stile di un narratore di razza. “Mi hanno trascurato, che festeggino tra di loro.” Una frase sibillina, con spiccate punte di un sano narcisismo che lo elevava a eroe delle penna, ma che mal si conciliavano a un ufficiale dell'esercito e soprattutto a un diretto erede di una famiglia di avventurieri franco-normanni che invasero l'Inghilterra agli ordini di Guglielmo il Conquistatore e nel XII secolo conquistarono pure l'Irlanda fondando due Signorie che dominavano incontrastate nella zona più ricca dell'isola. Non a caso, i discendenti di Dunsany venivano chiamati baroni di rapina, tanto che chiunque passasse per le strade dei loro casati avrebbe dovuto dar conto a questa famiglia e inimicarsela non costituiva certo testimonianza di grande intelligenza.
Dunque la nobiltà quale estrazione sociale a rendere ancor più affascinante la figura di un uomo quasi in antitesi con il profilo tipico dello scrittore. Niente a che vedere con personaggi dediti a notte brave, alcool e disturbi, più o meno velati, di carattere psichico. Tutt'altro. Lord Dunsany incarnava più il ruolo dello spaccone, ma con moderazione e senza farsi prendere da abitudini ciarliere o millantatorie. Al contempo grande uomo d'azione e grande uomo d'intelletto, qualità che lo portavano a eccellere in più campi in un modo tale da trasformarsmi, lui stesso, in un personaggio da romanzi.
Ufficiale presso il corpo della Coldstream Guards, sezione fucilieri, partecipò alla seconda guerra boera e alla prima guerra mondiale, distinguendosi sul fronte fiammingo. Militare di professione, tuttavia, si caratterizzava per alcuni hobby pittoreschi. Fanatico di caccia grossa, non perdeva occasione per finanziare i propri viaggi e dedicarsi alla caccia al leone nella Savana. Dirà in vecchiaia di aver dedicato più tempo a questa attività che alla scrittura. Abile giocatore di cricket, ma soprattutto fanatico giocatore di scacchi al punto da strappare il titolo di campione d'Irlanda e di piegare, in una storica partita disputatesi a Londra, il campione del mondo Capablanca, evento che lo portò a pubblicare dei volumi in cui spiegava i problemi di scacchi che aveva ideato. Dunque una personalità complessa, ma non direi certo complessata, che estrinsecava in più campi, ivi compresi quelli del sapere. Rimasto folgorato da una commedia teatrale nel 1903, The Darling of the Gods, ambientata in un Giappone mitico, iniziò a meditare su esotiche divinità e tempi siderali sospesi in epoche non bene precisate. Un assillo che, due anni dopo, all'età di ventisette anni lo portò a pubblicare un'antologia di trentuno fulminei racconti che avrebbero segnato l'inizio di una scintillante carriera, ma soprattutto la base attraverso la quale influenzare i colleghi maestri del fantastico. Bella la definizione dell'antologista Everett F. Bleiler, a sottolineare l'immediatezza piuttosto che l'artificiosa costruzione dell'idea di partenza, che dirà di lui: "Più che un architetto era un orafo".
Il problema di trovare un editore non costituiva un ostacolo insormontabile per lui, ben informato sul fatto che quando si ha i soldi non ci sono ostacoli che tengano. Così finanziò di tasca propria The Gods of Pegana (pubblicato in edizione integrale, alcuni mesi fa in Italia dalla Golem Libri, a cui va il nostro elogio per lo sforzo di divulgazione) e debuttò in veste di scrittore. La visibilità e le conoscenze non gli mancavano, forte degli studi a Eton e Sandhurst, e soprattutto di amicizie influenti come quella del Premio Nobel William B. Yeats che lo produsse, cinque anni dopo, in teatro, facendo di lui una delle punte di forza dell'Abbey Theater (il primo teatro nazionale irlandese), e lo introdusse nell'ordine esoterico della Golden Dawn, autentica fucina di talenti del fantastico. Un humus che permise a Dunsany di maturare, ma soprattutto lo incoraggiò in un percorso di crescita che lo portò a pubblicare qualcosa come sessanta volumi, alternandosi tra racconti, poesie e commedie per il teatro, e ad andare in giro per gli Stati Uniti a fare conferenze. In quest'ultima attività, nel 1919, recitò un ruolo determinante nella formazione del giovane Lovecraft, che ebbe modo di toccare con mano quello che reputava il suo secondo grande maestro dopo Edgar Allan Poe e da cui mutuò l'idea di dar vita a una cosmogonia personale, senz'altro sbilanciata sul versante dell'horror, con contaminazioni fantascientifiche, piuttosto che giocata sul fiabesco con marcate stilettate di ironia satirica tipiche dell'anglo-irlandese. Sul finire degli anni '30, abbandonata la carriera militare, Lord Dunsany provò persino il gusto di tramutarsi professore di inglese ad Atene, per poi ritornare in patria per sfuggire all'invasione nazista. 
Celebre la sua avversione per la tecnologia e le modernità, aspetti che non potevano che conquistare il cuore del Solitario di Providence (perfetto esempio di conformista refrattario al mondo nuovo), che andava a manifestare, col suo classico cliché provocatorio e sopra le righe, vantandosi di scrivere i propri racconti con una penna d'oca imbevuta di inchiostro. Solo così si distinguevano i veri scrittori, immaginiamo di sentirgli dire, tenendo accanto quel bicchiere di whisky che spesso si vede presente nei suoi racconti.
Poliedrico in chiave autoriale, prediligeva la scrittura quale via di fuga dal reale. Il suo era un bisogno di liberare la fantasia, condurla nei meandri dell'immaginazione, poco interessandosi di fare l'allegorico o di celare messaggi esoterici. Assai più diretto dei colleghi della Golden Dawn (che invece, spesso, facevano dell'ermetismo la propria arma primaria), Lord Dunsany fornisce la sensazione dell'autore che si diverte a scrivere e scrive per il gusto di plasmare mondi incantati, più vicini alla fiaba che al terrore. Diretto, immediato e senza fronzoli con costruzioni narrative, talvolta ripetitive e in parte limitate da tematiche ritornanti (quali l'esaltazione di antieroi, soprattutto ladri che poi soccombono, o di divinità capaci di interagire con gli umani, dando anche sfogo a debolezze tipiche dell'uomo come la gelosia e la vanità) che si manlevavano dal rischio deja vù per effetto di contorni scenografici propri di mondi estranei, lontani nel tempo e nello spazio, totalmente frutto dell'immaginazione e dunque agevolatori della sensazione di sense of wonder (il gusto per il meraviglioso o lo strano). Nei suoi testi la sensazione di trovarsi all'interno di una fiaba diviene costante, ne è dimostrazione più palese il suo romanzo più celebre: La Figlia del Re degli Elfi (1924). Un modo di concepire la letteratura che sarà poi percorso da un certo Tolkien, che sublimerà e rinforzerà all'ennesima potenza ciò di cui Dunsany aveva già fatto cenno. Lord Dunsany però non era solo questo. Non lo definirei uno specialista monotematico. E' stato anche l'ispiratore dell'heroic fantasy poi fatto volare da R.E. Howard, con una serie di racconti di spade e magie (soleva dire che “la magia è il sale della vita, la sua essenza, il suo ornamento e la sua gloria”), ma soprattutto è stato un autore capace di amalgamare in modo lodevole l'avventura all'azione, sfruttando le esperienze personali di gran viaggiatore, senza mai dimenticare una caratteristica che sarà smarrita da molti suoi epigoni: l'ironia dissacrante (molto simile al primo Jean Ray, in questo).
Ci congediamo, a malincuore perché di certi autori parleremmo all'infinito senza paura di tediare la nostra voglia (sulla vostra invece non saremmo pronti a scommettere), con le parole, forse, del più grande maestro di cui la letteratura fantastica può fare vanto. Autore eccezionale, criptico (a differenza di Dunsany), ma soprattutto grande divulgatore e difensore dell'opera dei colleghi. Stiamo parlando di Jorge Borges che incluse, nella sua poderosa collana Le Meraviglie della Biblioteca di Babele, il romanzo Il Paese dello Yann (permettendo anche al pubblico italiano di conoscere un autore non proprio ben distribuito nella nostra landa), scrivendo: “Nel nostro secolo di noti scrittori impegnati o cospiratori che ansiosamente ricercano il proprio cenacolo e vogliono essere gli idoli di una setta, è insolita l'apparizione di un Lord Dunsany, che ebbe molto del giullare e si affidò con tanta facilità ai sogni. Non evase dalle circostanze: fu uomo d'azione e un soldato, ma anzitutto fu l'artefice di un beato universo, di un regno personale che fu per lui la sostanza intima della sua vita.” Giù allora il cappello davanti a Borges e a tutti i grandi maestri del fantastico!

Copertina di un edizione del volume
in lingua inglese.

IL LIBRO: GENERALE

PROSSIMAMENTE

Lord Dunsany.

"A lungo ci guardammo, sapendo che non ci saremmo più incontrati, perché la mia fantasia s'indebolisce col trascorrere degli anni, e sempre più di rado parto per le terre del Sogno."

mercoledì 4 luglio 2018

Recensioni Narrativa: I RACCONTI DEL WHISKY di Jean Ray.



Autore: Jean Ray.
Titolo Originale: Les Contes du Whisky.
Anno: 1925.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2013.
Pagine: 272.
Prezzo: 21,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Torniamo con estremo piacere a leggere e recensire un volume edito dalle Edizioni Hypnos di Milano, appartenente alla collana Biblioteca dell'Immaginario. L'occasione ci permette di incontrare, per la terza volta in questo blog, lo sfuggevole e misterioso belga Raymond Jean-Marie de Kremer, passato alla storia nel mondo della letteratura fantastica con lo pseudonimo di Jean Ray.
I Racconti del Whisky è la prima antologia, nonché il primo volume, data alle stampe dallo scrittore nella sua lunga carriera. Pubblicata a Bruxelles nel 1925, con discreto successo locale, contiene ventisette racconti brevi, usciti tra il 1919 e il 1925, a cui si aggiunge, nella edizione curata dalla Hypnos, un'analisi curata dallo scrittore Danilo Arona incentrata proprio sul più famoso collega belga.
Le edizioni Hypnos di Andrea Vaccaro, ancora una volta, si qualificano quale piccola realtà che si rende promotrice della riscoperta dei grandi maestri del fantastico, sottraendo dagli strati di polvere opere che non possono non entrare a far parte della biblioteca privata di ogni studioso del genere. I Racconti del Whisky, pur non potendosi definire un'opera centrale nel panorama fantastico, è comunque un testo molto importante per lo studio della carriera dello scrittore Jean Ray. Il volume risente e riflette il fatto di esser composto da storie scritte seguendo canoni e limiti editoriali ben definiti. La maggior parte dei racconti, non tutti di tema fantastico, seguono criteri di lunghezza imposti dall'alto, essendo stati destinati, nella quasi totalità, alla pubblicazione su giornali e riviste locali. Questo aspetto, da una parte, rende molto veloce la lettura. I testi hanno una lunghezza compresa dalle tre alle sedici pagine, con una media prossima alle sei pagine, e danno in generale la sensazione di esser al servizio di una promozione pubblicitaria in favore del whisky. In quasi tutti i racconti, infatti, compare sempre una bottiglia di whisky a fungere da leit motiv. Lo stratagemma consente all'autore di tenere unite storie molto diverse tra loro, ma anche di trasmettere una certa atmosfera decadente e a suo modo romantica.
Il whisky, dolce naufragar nell'oblio dei sensi, diviene allora la via di fuga, la sostanza amica che allenta la ragione e libera la mente aprendo la via alla dimensione del sogno ("Quando il whisky mi apre la splendida porta della Città del Sogno"). "Il whisky è il ruscello d'oro, la meravigliosa preghiera del sole che sgrana il suo silenzioso rosario di pepite dal bancone alla sabbia secca delle nostre gole..."
Ray costruisce magiche atmosfere inglesi, tra l'onnipresente nebbia e la pioggia a rendere ancora più opprimenti i vicoli notturni. Le storie, per buona parte, sono ambientate in un'immaginaria Londra, molte delle quali sotto forma di racconti narrati all'interno del bar "L'Angolo Incantato" in cui finiscono per ritrovarsi sempre i soliti reietti, prostitute e marinai squattrinati che vivono tra un furto e l'altro, sognando una vita che non appartiene a loro e che, secondo la comune esperienza, mai gli apparterrà; soggetti non certo raccomandabili, eppure dotati di un'etica spesso e volentieri superiore ai c.d. uomini perbene estrinsecata da una serie di rimorsi per non aver potuto condurre una vita civile degna di tal nome e da gesti di generosità (aspetto spesso latente nel caso degli individui benestanti). Ray tratteggia questi ambienti con un taglio allo stesso tempo sia fiabesco che pulp, senza grandi fronzoli o lirismi. Essenzialmente molto diretto, pur se con una certa scelta lessicale, plasma parabole che assumono i contorni di vere e proprie favole che si compiono quando la perdizione sembrava ormai alle porte, ma fa anche l'inverso innescando orrori indicibili, spesso e volentieri restauratori del bene e punitivi nei confronti di strozzini (bersaglio preferito nel testo) o persone comunque avare, o con un paranormale che poi trova giustificazioni beffarde e terrene frutto di credenze popolari o suggestioni che hanno indotto in errore i vari protagonisti. Dotato di ironia pungente, al punto da far saltare in mente i fulminei racconti con ribaltamento finale del satirico Ambrose Bierce, Ray si diverte in più di un'opera a regalare quello humor nero che fa impazzire gli inglesi con soluzioni anche irridenti. Tuttavia, si tratta di un Ray ancora un po' grezzo nel trovare quei soggetti che, nel corso della carriera, lo renderanno un maestro del terrore. Il testo risente del fatto di essere una prima opera, sebbene l'autore lo pubblichi all'età di trentotto anni. Lo si evince dai molti omaggi ai vari Bierce, Poe, Hodgson e altri nonché da un paranormale convenzionale ancora molto legato alla tradizione cattolica e al politicamente corretto. In altre parole, l'orrore di Ray non incarna il male, ma il soprannaturale che irrompe nella vita comune con valenza esorcizzante, andando a colpire i malvagi sotto forma di punizione divina. Ciò nonostante il divertimento non manca e soprattutto si possono leggere almeno una mezza dozzina di gioielli. Una lettura senz'altro utile ai registi di cortometraggi amatoriali sul tema fantastico, trattandosi di storie in linea di massima realizzabili con budget accettabili.

Copertine in lingua francese dell'antologia.

I racconti proposti li possiamo comprendere i tre grandi gruppi. Ci sono le storie dell'orrore caratterizzate da maledizioni legate a oggetti di antiche civiltà perdute, ghost story e testi che potremmo definire criptozoologici con incontri ravvicinati con mostri non sempre ben definiti. Il secondo gruppo di storie, che definiamo finte storie dell'orrore, verte su situazioni che sembrano rientrare nel primo gruppo di racconti se non fosse che alla fine si scopre, il più delle volte, un grave errore di percezione del protagonista, disturbato dalla prospettiva di osservazione o dall'alcool ingerito. Ecco allora che ciò che sembrava paranormale finisce per avere una spiegazione terrena. C'è poi il terzo gruppo di storie che non sono fantastiche dall'inizio alla fine, pur essendo scritte con uno stile weird o pulp. In questo caso si tratta di elaborati che vanno a insistere su un decadente romanticismo o su sviluppi fiabeschi che pongono fine alla sfortuna esistenziale del protagonista per una serie di casi fortuiti tali da stravolgerne la vita.
I racconti più riusciti appartengono, senza ombra di dubbio, ai primi due gruppi, soprattutto per la capacità di tenere sulle corde il lettore in vista, in svariati casi, del colpo di scena finale.

Veniamo nel dettaglio al contenuto, racconto per racconto, e lo facciamo partendo dal primo gruppo. L'antologia si apre con Irish Whisky (1923), ghost story che incarna, in tutto e per tutto, l'horror puro alla Ray prima maniera ovvero l'orrore che si innesca quale vendetta a danno di strozzini, gioiellieri, avari e datori di lavoro che sacrificano i dipendenti per il proprio guadagno. "Io e voi non abbiamo lo stesso Dio. Il vostro si chiama Visnù o Brahma, o Budda... Ma il mio Dio è là, dietro l'acciaio cromato e la serratura Lips della mia cassaforte. Giù il cappello! Si chiama Denaro." Così si presenta lo spedizioniere protagonista del racconto, un uomo che manda nell'oceano navi destinate a naufragare con tutto il loro carico per intascare il premio assicurativo convenuto alla partenza. Vediamo fin da subito intrecciarsi due veri e propri marchi di fabbrica della produzione di Jean Ray prima maniera. Da una parte la presenza di un Dio (definito "Il Terribile Occhio") che ritorce contro gli avari i mali dagli stessi perpetrati e lo fa consentendo alle vittime di questi di vendicarsi, dall'altra un orrore che usa il male per esorcizzare il male stesso. Così, in Irish Whisky, il fantasma di un giovane marinaio deceduto torna sottoforma ectoplasmatica e trasforma, a suon di dolorose manipolazioni, l'ex datore di lavoro in un ragno. Racconto a dir poco agghiacciante, un vero e proprio capolavoro con il finale più bello del volume. Pur ridotto in una poltiglia vivente, lo spedizioniere mantiene lo spirito che lo ha sempre condotto. "Dio gli ha lasciato tutta la sua intelligenza d'uomo nel minuscolo e immondo involucro" tanto da indurre la bestia ad agitarsi e a tentare di mordere i propri assistenti mentre, per divertimento, gli bruciano i soldi davanti agli occhi. Un modo per dire che l'avarizia non muore mai, anche quando ormai i soldi non servono più.
Le due anime che sottendono il citato racconto si ripetono in Josuah Gullick, Prestatore su Pegno (1924). Qui Ray fa un passaggio ulteriore, alla tematica della vendetta e dell'orrore quale via punitiva dell'avarizia, aggiunge l'elemento dell'oggetto gravato da una maledizione, tema anche questo ricorrente. Protagonista abbiamo un strozzino, categoria a quanto pare odiata da Ray che si scaglia più volte su questi soggetti, totalmente privo di umanità e di spirito solidale, ma anche scevro da superstizioni. L'uomo cura solo i propri interessi, inducendo al suicidio chi non riesce a sottostare alle proprie richieste. Un giorno si presenta al suo negozio un uomo che cerca di convincerlo a ridargli indietro il crocefisso di famiglia per consentire alla sorella, ormai prossima alla morte, di indossarlo così da poter proseguire la tradizione di famiglia. Lo strozzino, per nulla sensibile né dotato di cuore, acconsente solo quando vede al dito del cliente uno sfarzoso anello. Si tratta di un gioiello che ha la particolarità di scatenerare una maledizione a danno di chiunque lo acquisti in modo disonesto. Per nulla interessato all'ammonimento del cliente, lo strozzino chiude l'affare e si fa dare in permuta l'anello. Di lì a poco, scopre che gli ammonimenti del cliente erano corretti. Indossato l'oggetto, la mano al cui dito è avvolto viene impossessata da uno spirito che induce l'uomo a bruciare cambiali e a firmare liberatorie in favore dei debitori. Si innesca così una lotta tra le due mani che culmina con la morte dello strozzino. Cambia dunque il canovaccio, ma coincide la sostanza. Ancora una volta, facoltosi individui privi di scrupoli che si arricchiscono sulla pelle degli sfortunati vengono puniti da forze sovrannaturali.

Pressoché identico è Il Quadro (1925) in cui Ray sostituisce l'oggetto gravato dalla maledizione. Nella fattispecie abbiamo un quadro, che raffigura un giovane nudo di divina bellezza, che viene dato in pegno allo strozzino di turno da un giovane artista che non riuscirà poi a pagare il proprio debito, prendendo la via del suicidio. Come per il collega condannato dall'anello azteco, il protagonista del racconto verrà perseguitato dal soggetto del quadro che inizierà a entrare e a uscire dall'opera, materializzandosi nella realtà e portando con sè oggetti reali che appaiono poi dipinti nel quadro. Un testo che ricorda da vicino il famoso Il Ritratto (1842) di Nikolaj Gogol e che anticipa di diversi anni il racconto Il Virus della Strada va a Nord di Stephen King (inserito nell'antologia Tutto è Fatidico). Come in Irish Whisky, l'autore sottolinea quanto l'avarizia e la volontà di trattenere un oggetto di valore prevalga anche sulla necessità di tutelare la propria vita. Invitato a distruggere il quadro, lo strozzino darà del matto al suo suggeritore dicendo di non esser per niente disposto a rovinare un proprio investimento, anche se questa scelta potrebbe costargli la vita.
C'è spazio invece di redenzione, pur se a caro prezzo, per il gioielliere che incontriamo ne Il Debito di Gumpelmeyer (1922). Impaurito e per nulla intenzionato a dar aiuto a un disadattato che allunga la mano oltre la soglia della gioielleria, l'uomo aziona la leva della saracinesca provacando l'amputazione dell'arto. Elaborato assai macabro che prosegue in modo onirico e truce. Vediamo l'uomo dolersi dell'evento, eppure prendere a calci la mano mozzata fino ad accorgersi di una sintomatologia che sembra suggerire che il titolare era affetto da scabbia. In realtà la malattia è ben più grave e si trasmette al gioielliere che, in pochi giorni, si troverà a vagare per la città, abbandonato da tutti finché avrà la medesima sorte dell'individuo che ha subito l'amputazione, evento che lo farà sentire in pace con sé stesso. La tematica viene invertita ne Una Mano (1924), in cui un probabile rapinatore viene dissuaso dal mettere a segno il proprio colpo dalla bontà d'animo dell'aggredito che gli offre del whisky dopo averne constatato le pessime condizioni di salute. Il bandito beve e si ricaccia nella notte, per poi tornare e stringere la mano all'uomo e darsi alla fuga, in un pianto che funge da naturale sfogo per la condizione umana di reietto.

Il novero dei racconti giocati sulla vendetta prosegue con l'edgar allan poeniano La Vendetta (1919), altro elaborato ben riuscito e assai inquietante. Storia brevissima che riflette in modo spiccato la passione per Poe con evidenti riferimenti ai cult Il Cuore Rivelatore (1843) e Il Gatto Nero (1843). Un patricida nasconde il cadavere del genitore sotto le assi del pavimento della propria abitazione, così da poterne rubare il patrimonio e condurre una vita dissoluta. Rimasto presto senza denari, l'assassino inizierà a notare dei rumori e degli scricchiolii diffondersi dal pavimento sotto cui ha sepolto il corpo del genitore. L'incubo del ritorno del padre verrà scacciato quando un enorme ratto spezzerà le assi fuoriuscendo dal punto. Convinto che l'artefice degli scricchiolii fosse il topo, l'assassino si troverà presto vittima di un orrore paralizzante quando vedrà uscire dal pertugio un vero e proprio esercito di ratti seguito da altrettanti scarafaggi affamati. Epilogo truculento e truce che anticipa di svariati anni il famoso L'Uomo che Studiava le Lumache (1964) di Patricia Highsmith. Una miscela semplice e non originale, ma sapientemente gestita.

Ancora oggetti maledetti a farla da padroni in La Scimmia (1921). Questa volta è una statuina indù a fare da recettore di maledizioni con uno sviluppo che non diverge molto dal racconto Josuah Gullick. Un collezionista acquista da un antiquario a peso d'oro una statuetta che immortala un Dio Scimmia. Per nulla interessato agli ammonimenti del venditore, che sembra non volergli vendere l'oggetto, il collezionista si convince di esser stato vittima di una fregatura e distrugge la statuetta. L'evento libera uno spirito malvagio che si impossessa del collezionista stesso e lo trasforma in un orango assassino. Epilogo tragico per un racconto meno riuscito degli altri. Similare è Mezzanotte e Venti (1921), che fungerà poi da ispirazione per Il Quadro, in cui un orologio realizzato da un artigiano porta alla follia il suo possessore che arriva a pensare che lo scheletro che segnala, ogni notte, lo scoccare delle mezzanotte e venti, orario in cui si è suicidato l'autore dell'oggetto, sia uscito dall'orologio per strozzarlo. Elaborato un po' tra gli alti e bassi, non tra i migliori del lotto.

Il valore dei racconti di impronta horror si risolleva con il filone che abbiamo definito criptozoologico ovvero incentrato su strani animali o strane creature al cospeto delle quali vengono a imbattersi i protagonisti dei racconti che seguono.
Il migliore di questo mini lotto è Nelle Paludi del Fenn (1923). Pur nella brevità del racconto, Ray distilla gli elementi in un crescendo di mistero che culmina in un epilogo che ricorda le storie della successiva antologia Le Storie del Brigadiere (1971) di Sterling E. Lanier. Una battuta di caccia si trasforma in un incubo generato da una creatura dotata di una mano scura culminante con artigli e composta da una materia gelatinosa. Chiaro caso di racconto su base criptozoologica, che si chiude con un finale che ricorda molto da vicino la opening del film Lo Squartatore di New York di Lucio Fulci. Ray è bravo a costruire l'atmosfera con un certo gusto per l'azione. Meno riuscito, ma sulla stessa lunghezza d'onda, Tra un Bicchiere e l'Altro (1924) dove ci viene narrata un'altra battuta di caccia, questa volta di foche, che porta i tre cacciatori a imbattersi in una sorta di sirena rintanata in una grotta. Assai più inquietante La Bestia Bianca (1921) che ripropone, a suo modo, la leggenda dell'abominevole uomo delle nevi con interessanti punte claustrofobiche.
Interamente giocato sull'ironia e sul grottesco, per quello che potremmo definire una parodia del sottogenere "bestie mannare" è Il Salmone di Poppelreiter (1924). Racconto ai confini tra la schizofrenia e un caso di “salmone mannaro”. Esilarante il finale in cui il protagonista, che ha ucciso uno strozzino a pugnalate sostenendo che si trattava di un salmone, viene chiuso in una cella d'isolamento a urlare giorno e notte. E come ti chiude il romanzo Ray? Con queste parole: “Va detto che, per stuzzicarlo, i sorveglianti si trasformano a turno, chi in storione, chi in carpa, chi in pesciolino rosso. Il che, innegabilmente, non è gentile.” Dunque divertissment che si innesca, tanto per cambiare, sulla professione degli strozzini.

La parte puramente horror si chiude con il convenzionale Il Guardiano del Cimitero (1919), che permette a Ray di offrire il proprio contributo alla tematica "vampiri", e il più interessante Gli Strani Studi del Dr. Paukenschlager (1923) dove Ray tocca la tematica della quarta dimensione, buttando un occhio a Lovecraft e al suo From Beyond (1920), grazie a un macchinario di invenzione di un dottore che "genera delle onde in grado di forzare la porta del misterioso mondo adiacente". L'esperimento mostra una dimensione popalata da esseri mostruosi che spiano l'umanità pronti a sbranare l'uomo.

Altre copertine.

L'altra metà del volume è composta da storie che si presentano come del terrore per prendere poi una via terrena, spesso all'insegna dell'ironia e degli errori di interpretazione, oppure racconti in cui il romanticismo dell'autore e la passione per le belle donzelle danno prova di sé senza avere a che fare col genere fantastico. Nella prima tipologia di racconti è degno di nota Il Coccodrillo (1924), testo tutto giocato su un errore di prospettiva del protagonista. La storia viene raccontata da un avventore del bar "L'Angolo Incantato" e riguarda la sorte di un furfante avventuratosi in una palude infestata dai coccodrilli. L'uomo, contravvenendo agli inviti dei propri capi, decide di fare un bagno in un acquitrino. Dopo aver fatto qualche nuotata, vede sporgere dalle acque un corpo ricoperto di scaglie. L'avvistamento induce il bagnante a rifugiarsi su un'isola di fango per attendere che la bestia si allontani. Rimasto isolato per tutto il giorno, lo sventurato cadrà vittima del caldo, del sole e dei pinzi degli innumerevoli insetti, con il coccodrillo sempre fermo nel punto di partenza a studiarne le mosse. Questo almeno è quello che penserà il furfante, perché la mattina, quando sarà individuato rantolante dai compagni, si scoprirà che il famelico coccodrillo in realtà altro non era che un ceppo marcio. Ray, con magistrale descrizione dei luoghi e abili capacità nel centellinare gli indizi, mette a segno una storia che ricorda assai da vicino l'ironia dissacrante e cinica di Ambrose Bierce. 
Gli errori di valutazione tornano a giocare un ruole cardinale ne La Finestra dei Mostri (1925). Un uomo è convinto che il nuovo vicino di casa sia un mago capace di trasformarsi in una serie di entità mostruose. In realtà il tutto è dovuto a un vetro deformante che il nuovo vicino ha fatto installare sulle proprie finestre.
Segue invece la via dettata da svariati racconti della serie Carnacki (1913) di William Hope Hodgson L'Osservatorio (1921), dove un detective, spacciandosi per astronomo, pone chiarezza su una serie di morti sospette avvenute in un osservatorio posto sui Pirenei. Gli scienziati sono stati uccisi dalla loro guida, un bracconiere interessato a che la zona resti libera da presenze indesiderate, solito andare in giro con una maschera da demone al fine di provocare infarti nelle vittime o spingerle nei dirupi. Il detective, dopo aver risolto il caso, giusto per dare libero sfogo all'ironia, ringrazia il criminale per avergli permesso, indirettamente, di conoscere uno scrittore come Dickens (letto per ammazzare il tempo in attesa delle mosse del bandito).
In A Mezzanotte (1924) un ubriaco avvinghiato alla bottiglia di whisky viene catturato da un rumore che lo induce a pensare di esser perseguitato da un fantasma di una persona incontrata in vita. Dopo aver cercato di interagire con la presenza, chiamando in causa una serie di persone a cui ha fatto del male, scopre di esser stato avvicinato da un vagabondo intenzionato a rubargli il whisky. Lo stesso tema si ripropone nell'assai più elaborato e riuscito Il Mio Amico, il Morto (1924). Un ubriaco, preoccupato che qualcuno gli sottragga la bottiglia, cade vittima del raggiro di uno sconosciuto che gli fa credere che il Bar dell'Angolo Incantato sia visitato da dei ritornanti, tra cui un assassino giustiziato la mattina mediante impiccagione. Il testo, tra i più esilaranti dell'opera, raggiunge il proprio apice quando lo sconosciuto da dello stupito al suo interlocutore rivelandogli di non essersi ancora accorto che anche lui è un morto. Ray sembra mettere in scena una sorta di parodia sugli zombi, prima ancora che il sottogenere si affermi grazie all'opera Io Sono Leggenda (1954) di Matheson, purtroppo però si perde per strada. Il racconto si disunisce nella parte finale, quando si scopre che tutto è uno stratagemma orchestrato non si sa bene per quali motivi, probabilmente per divertimento, sfruttando le alterazioni psicofisiche indotte dall'abuso di alcool. Si tratta comunque di un ottimo esempio che permette a Ray di ribaltare una situazione apparentemente fantastica e sovrannaturale in un banale episodio di vita comune.
Un ultimo racconto meritevole di menzione è  La Notte di Camberwell (1923) in cui un cliente dell'Angolo Incantato, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo di whisky, sbaglia abitazione e invece della propria penetra in quella di uno sconosciuto. Convinto di aver sorpreso un ladro, spara dei colpi di pistola e abbatte la minaccia per poi darsi alla fuga gridando all'assassino. Ignorato da tutti, fa ritorno a casa e scopre che non ci sono cadaveri né i danni che era convinto di aver lasciato all'interno dell'alloggio. La soluzione non può che essere una... Poco male, l'importante è chiedere al cameriere un nuovo bicchiere di Whisky.

Oltre questi sei racconti ci sono altri elaborati, molti dei quali di valore risibile pur essendo sempre scritti bene e con atmosfere putride a renderli comunque affascinanti, in cui Ray mette in scena, da un lato, la triste esistenza dei reietti e dall'altro degli episodi che permettono di manlevare dalla povertà i fortunati protagonisti delle storie per episodi puramente fortuiti. Corrisponde a questo secondo profilo di storia Un Racconto di Fate a Whitechapel (1924), in cui una pretty woman antesignana, influenzata e debilitata dalla febbre, vaga alla rinfusa nel malfamato quartiere di Whitechapel, ma invece di trovare Jack lo Squartatore trova un ricco in vena di scherzi. L'uomo, coadiuvato da un compagno di giochi, orchestra uno scherzo per mettere in scena la parabola di Harum Al Rashid, il mendicante di Baghdad che visse per un giorno il fantastico sogno di esser diventato l'uomo più potente della terra. La poveretta diviene così un'involontaria cavia di uno scherzo. Imitando le gesta dei serial killer, i due addormentano la sventurata col cloroformio per rivestirla alla stregua di una regina. Convinti però di averla uccisa, il nobile giura a Dio di sposare la donna purché rinsavisca. Il voto viene accolto per intercessione, nientemeno che, della Madonna e la giovane cambia status, così come il ricco trova quell'amore a cui non avrebbe mai pensato. Situazione analoga, ma racconto ampiamente più riuscito, con La Fortuna di Herbert (1921). Un vagabondo, rimasto senza l'ombra di un pence, si lancia dalla finestra dell'albergo in cui è alloggiato ormai deciso a chiudere la propria esistenza. A motivare la scelta è l'aver constatato che il proprio immotivato proposito di diventare ricco entro le ore cinque della giornata non si è concretizzato. Nel cadere l'uomo centra in pieno un facoltoso Lord che muore sul colpo. L'evento premia l'erede del nobile, ormai prossimo a esser diseredato. Quest'ultimo decide così, per riconoscenza, di ricoprire d'oro l'assassino involontario che, per giunta, è rimasto illeso nella caduta. Il racconto è una sorta di satira sulle diverse condizioni umane e su quanto sia “giullare” la vita con ribaltamenti inattesi ed eventi qualificabili quali sfortune o fortune al variare della prospettiva dell'analisi. Ray gioca anche nel mostrare quanto sia facile adattarsi alla bella vita e quanto, probabilmente, sia assai ostico mettersi nei panni di un nullatenente.

Il lato romantico dell'autore spicca in modo evidente ne Il Nome della Barca (1924), assumendo il ruolo di via attraverso la quale evadere dalla triste condizione riservata dalla vita. Un pugno di ladri e banditi disquisisce sul nome da dare a una imbarcazione rubata a uno strozzino (tanto per cambiare). Nel corso del conciliabolo, uno dei malviventi suggerisce il nome che avrebbe scelto per battezzare quell'eventuale figlia che la vita non gli ha concesso, sognando una normalità e una felicità non concessa “ai vagabondi e randagi”. Il proposito commuove i compagni di avventura sotto “l'eterna indifferenza delle stelle”. Sulla stessa falsa riga è L'Ultimo Sorso (1924) dove troviamo i soliti vagabondi, imbarcati in mezzo a una tempesta che fa temere loro per la vita, evento che porta gli stessi a riflettere sulla propria condizione di vita e sul fatto che Dio andrà a premiarli nell'aldilà per tutte le sofferenze patite sulla Terra (“saremo dei tali poveracci, da morti! Nessun ricordo vorrà saperne di noi"). Quello però che davvero inquieta i marinai non è tanto la morte o la perdizione, bensì il rischio di perdere nell'aldilà il benamato whisky (“quello che mi sconvolge , è l'idea del whisky. Non ce ne sarà laggiù!”)

Ne L'Ultimo Canto di Madame Butterfly (1923) e in Herr Hubich nella Notte (1923) trova spazio l'amore per le donne di Jean Ray, noto seduttore e ammaliatore. Nel primo dei due pezzi, i soliti personaggi avventori dell'Angolo Incantato rinunciano a derubare un manipolo di clienti ricchi e irrispettosi solo perché una delle donne a essi aggregata decide di intonare, casualmente, una canzone che rimembra ai banditi il ricordo deglii amori perduti. Nel secondo racconto invece un reietto cerca di conquistare il cuore di un'attrice snob. Non riuscendo nell'intento, decide di suicidarsi così da lasciare un segno indelebile nel cuore della donna, un po' come nella celebre canzone La Ballata dell'Amore Cieco di De Andrè, ma questa ha altro da cui pensare e soprattutto un altro uomo da amare. Epilogo dunque amaro.

Cosa dire a termine di questa recensione? Possiamo dire che I Racconti del Whisky è un'antologia indicata per un regalo a un appassionato del genere. Non particolarmente impegnativa, fruibile senza necessità di completarla dall'inizio alla fine o di seguire un ordine specifico di lettura. Costituisce un punto di vista e di studio per chi intenda approfondire la figura di Jean Ray, pur non potendosi definire un'antologia cardinale nel panorama del fantastico. Le edizioni Hypnos hanno pubblicato anche un seconda antologia di Ray, Il Gran Notturno, finita però fuori pubblicazione per problemi legati allo sfruttamento dei diritti d'autore.

Un relativamente giovane
JEAN RAY.

"Credo che solo il whisky apra la massiccia porta della vostra capacità di comprensione. Non per offendervi, ma in stato normale dovete essere di una stupidità notoria. E' un'ora che vi parlo e non vi siete accorto che sono morto."

giovedì 28 giugno 2018

Recensioni Narrativa: LA CASA DELLE CONCHIGLIE di Ivo Torello.



Autore: Ivo Torello.
Anno: 2018.
Genere: Erotico / Horror / Esoterico.
Editore: Edizioni Hypnos.
Pagine: 420.
Prezzo: 16,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
"Ogni libro contiene in sé le conoscenze di altri mille libri" si legge nel primo capitolo dell'ultima fatica dell'esperto genovese Ivo Torello. Si tratta di una giusta considerazione che calza, tra l'altro, a pennello proprio per questo La Casa delle Conchiglie, probabilmente l'opera più complessa, per l'innegabile retaggio esoterico che sottende il romanzo, dello scrittore nato nel 1974. Presentato, apparentemente, come un erotico estremo che sconfina spesso oltre la stessa definizione di erotico, il romanzo contiene in sé il seme della classica letteratura weird di fine ottocento e inizio novecento. Torello è uno studioso di lungo corso del genere weird (plurivincitore del Premio Lovecraft), nonché storico collaboratore di Andrea Vaccaro e delle Edizioni Hypnos, e questo si respira a pieni polmoni nella lettura del testo che snocciola tributi in ogni pagina e crea un'atmosfera che ricorda i vari Il Gran Dio Pan (1890) di Arthur Machen (per l'esistenza di un altrove cui accedere col ricorso di sostanze capaci di sublimare l'estasi) e Alraune - La Mandragora (1911) di Ewers per l'atmosfera corrotta e gli espliciti riferimenti sessuali (ivi compresa la pratica per generare l'homunculus), ma soprattutto sembra giocare sui temi toccati dal saggio di magia sessuale Magick (1913), opera in cui Aleister Crowley cerca di rendere pubblici i suoi studi legati al rapporto sesso-magia come via per entrare in contatto con entità superiori che si celano alla vista dei comuni mortali e che sono veicoli di un potere capace di sconvolgere l'ordine naturale delle cose.
Dunque La Casa delle Conchiglie è un erotico solo in apparenza. E' uno di quei romanzi per i quali Aleister Crowley avrebbe speso parole di elogio e Hanns Heinz Ewers avrebbe contattato Torello per contendere a Paolo Di Orazio l'onere della prefazione. Vien da se la considerazione che siamo alle prese con quello che potrebbe definirsi un romanzo maledetto.

La Casa delle Conchiglie narra le vicende legate alle sorti del maggior bordello di lusso parigino di metà ottocento, un luogo meta di artisti, scienziati, alte cariche di Stato e borghesi danarosi. Ma racconta soprattutto le vicende della maitresse, Madame Sabatiere, una vera e propria esperta di arti magiche che vive all'interno di una stanza contornata di libri di ogni natura da cui attinge il suo sapere tutto orientato a conseguire vantaggi materiali da spendere nella concretezza della vita di tutti i giorni (dunque aspirazioni non trascendenti): assorbì le capacità diplomatiche dello zio, la sua propensione al complotto e alla menzogna, nonché l'abnegazione al guadagno completamente spogliata da qualsiasi dubbio o pentimento o carità cristiana.
Il romanzo, strutturato in sette capitoli per circa quattrocento pagine, ha valenza catartica ed esorcizzante. Simboleggia la perenne lotta tra la visione epicurea (ben incarnata dagli artisti) e quella stoica (più vicina al mondo politico-istituzionale ovvero i presunti esperti che prendono per mano la produzione artistica per usarla per i loro fetidi scopi: profitto o spalancare le porte dell'inferno), conflitto che viene sintetizzato dalla rappresentazione teatrale de Le Nozze Folli tra Marte e Venere messa in scena all'interno del bordello con l'intento, non riuscito, di ribaltare il trionfo dell'amore sulla guerra. Leggiamo infatti dello scontro tra una sedicente organizzazione segreta a sfondo iniziatico (con tanto di Grande Maestro), chiamata l'Ordine del Dio dormiente (la “setta più potente e pericolosa d'Inghilterra. E forse anche dell'intero continente”), e un gruppo di prostitute di alto bordo, molte delle quali ignare del loro essere pedine in balia di un gioco più grande della loro semplice aspirazione (prostituirsi per il piacere insito nell'accoppiamento). I primi hanno infatti il fine di scatenare il grande olocausto richiamando sulla terra, attraverso un rituale di sangue a sfondo esoterico, gli Dei (dormienti) che esistevano prima della nascita di ogni altro Dio (evidenti omaggi ai grandi Antichi di Lovecraft, con tanto di squarci onirici in cui si permette all'uomo di sbirciare sul mondo di queste potenze). "La crudeltà è il solo linguaggio universale" affermano gli aderenti all'Ordine. "Ogni speranza è vana, ogni amore è vacuo. Dobbiamo forgiare noi stessi come lo sono stati i mondi e le galassie: con la violenza! Questo baraccone di carne che chiamiamo vita è fondato sul dolore e sull'afflizione, sulla lotta a ogni costo contro l'inevitabile morte! Questa è l'essenza di ogni cosa: la lotta! Per sopravvivere, per evolvere, per esser degni di sfidare l'abisso, questo dobbiamo essere: guerrieri! Guerrieri della disciplina! dell'ordine! del dolore e della sopraffazione! Cos'è la bellezza di una giovane donna se paragonata alla bellezza della guerra e della vittoria?"
Il rituale prosegue sotto l'effetto di formule magiche, elisir afrodisiaci e allucinogeni capaci di aprire porte dimensionali connesse all'azione di potenze ultraterrene pronte a irrompere sulla terra, riti di sangue, larve (in senso spiritico) e magia rossa. Evidente la condanna da parte di Torello del bigottismo e della castrazione degli istinti naturali legati all'accoppiamento, il tutto sbilanciato a favore di una visione libertina ed edonistica vista come chiave esorcizzante della violenza e di ogni altro istinto di sopraffazione che sta alla base dei disastri bellici. “Se i filosofi e i moralisti scopassero ogni tanto l'Umanità si eviterebbe un bel po' di coglionate e di cacce alle streghe e di roghi. Se chiavassero per il gusto di farlo.” 
Spirito guerresco da una parte (ma anche spirituale e ideologico, aggiungerei io) contrapposto alla grazia e bellezza dei corpi dall'altra finalizzata a se stessa, senza alcun desiderio ulteriore al semplice richiamo della carne. Quello che Lovecraft, come ricordato in Contro il Mondo, Contro la Vita da Michel Houellebecq, tendeva a condannare quando diceva che "i misteri del sesso sono alla portata di chiunque. Basta passare mezz'ora in un aia e vedere come si accoppiano le bestie. Quando io guardo l'uomo, invece, guardo le caratteristiche che lo elevano dal rango di bestia e che lo rendono essere umano; osservo le qualità che danno alle sue azioni simmetria e bellezza creatrice. Desidero veder considerato il comportamento umano, mettendo l'accento sulle qualità che gli sono proprie e senza che vengano messe in risalto le particolarità bestiali che ha in comune con il primo verro o caprone che gli capita attorno.
Torello, a differenza del solitario di Providence, si schiera senza filtri e compromessi dalla parte dell'amore libero e sfrenato, in una visione più legata al materialismo che a una visione trascendente,  e lo fa anche nella scelta del registro linguistico. Laddove risulta essere elegante e ricercato nella parte dedicata al substrato esoterico, con momenti da grandissimo scrittore di stampo weird (nulla da invidiare ai grandi maestri), cambia del tutto nella parte erotica, aspetto questo a mio avviso discutibile (pur essendo una scelta voluta e anche provocatoria). Torello affronta questa parte, senz'altro la preminente, con piglio pulp, senza pudori e senza censure, pur con una certa ironia grottesca, sfruttando un campionario di soluzioni che suggeriscono una visione tinto brassiana. Ecco che traspare un erotismo che va oltre il suo stesso concetto, per interessare sfere assai più spinte ed esplicite rispetto a un semplice suggerimento di carattere subliminale. Torello non lascia niente all'immaginazione del lettore, nonostante giustamente scriva che “ciò che passa per la testa di un uomo non sarà mai uguale a ciò che passa per la testa di un altro”; ne La Casa delle Conchiglie viene infatti descritto tutto nei minimi dettagli, determinando anche un “involgarimento” del lessico e delle situazioni narrate nella descrizione delle scene hot, momenti che qualcuno non tergiverserebbe a definire squisitamente pornografici.

Ne esce fuori un romanzo assai coraggioso e, al tempo stesso, piuttosto originale, intriso di un'ironia satirica e di un cinismo che riesce a pungere in più di una circostanza come quando si dice che “prendendo un uomo per l'uccello è assai più facile farselo amico; se poi lo si capisce abbastanza da concedergli ciò che più intimamente brama, si compie la magia”; o come quando, facendo il verso al Dizionario del Diavolo di Ambrose Bierce, si snocciolano gustosi aforismi. Costituisce un esempio di quest'ultimo aspetto la definizione data al termine "amicizie" ovvero legami umani basati sul reciproco profitto.
Romanzo coraggioso, dicevamo, che si traduce in una vera e propria unione tra la narrativa weird, quella la “W” maiuscola, e un erotismo estremo più vicino a un Restif de la Bretonne che alla narrativa del marchese De Sade ovvero un erotismo che cerca le gioie del sesso senza pudori, senza crudeltà e senza il timore della condanna del peccato. Ecco appunto emergere lo spirito libertino ed esorcizzante del romanzo, con una dissolutezza che Torello immagina quale via e ideale medicina per raggiungere la felicità e sconfiggere ogni forma di violenza.

Eccezionale la ricostruzione storica e lo studio di fondo (con tanto di esempi di racconto nel racconto, facendo leva su una lunga serie di passaggi narrativi di volumi citati) che ha impegnato, credo per anni, Ivo Torello. L'autore genovese da sfoggio di un'invidiabile eleganza sia nella costruzione dei personaggi (molti dei quali reali artisti e reali personaggi dell'epoca, tra essi anche Alexandre Dumas) che delle scenografie tratteggiate con gusto, oserei dire, pittorico, ma soprattutto dimostra di essere un grande autore weird con una passione esoterica e citazionista che trasuda da ogni pagina (non si contano gli omaggi ai vari Chambers, Lovecraft, Colin Wilson, Ewers, Grabinski etc etc). A trovare dei difetti, a mio modesto avviso, c'è il barkeriano atteggiamento (qua eterosessuale) di indugiare sulle situazioni sessuali come un voler ostentare un valore recepito dalla maggior parte degli altri componenti della società come un qualcosa da censurare o da vivere in modo privato e, forse forse, ipocrita. Una scelta questa che determina la controindicazione di una certa ripetitività situazionale, nel corso della lettura, e un rallentamento del ritmo oltre che un “decadimento” di un lessico che mal si concilia con la ricercatezza e l'eleganza della parte weird. Ciò detto si tratta comunque di un romanzo di alto valore e da suggerire agli amanti del genere. Certo, la scelta operata da Torello taglia dalla lettura un ampia cerchia di lettori. Sconsigliatissimo ai puritani, vietato ai minori di anni 18 (senza voler chiamare in causa il ricercatissimo volume di Isabella Santacroce), ma in grado, a mio avviso, di costruirsi attorno un sufficiente zoccolO duro di aficionados.

Bellissima la cura grafica (formato tascabile), la copertina e la galleria finale. Da questo punto di vista un ulteriore passo in avanti delle Edizioni Hypnos, sempre più qualitative.

L'autore IVO TORELLO

"Sapeva di tante donne che usavano i libri per evadere dalla vita di tutti i giorni; per lei leggere equivaleva alla costruzione di un arsenale... Tutto ruotava sempre intorno al medesimo perno, denaro compreso: il sapere. Era il sapere, distillato nella guisa delle infinite storie che formano la realtà, il fine a cui ella cominciò ad ambire."

mercoledì 20 giugno 2018

Recensione Saggi: COM'ERA WEIRD LA MIA VALLE di Fabio Lastrucci & Vincenzo Barone Lumaga.



Autori: Fabio Lastrucci e Vincenzo Barone Lumaga.
Edizioni: Milena Edizioni.
Anno: 2018.
Genere: Saggistica divulgativa e critica letteraria sul genere horror & fantastico.
Pagine: 354.
Prezzo: 19,90 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Sinuosa prova del duo tutto campano composto da Fabio Lastrucci e Vincenzo Barone Lumaga, "vecchi" compagni di avventure di tante battaglie narrative. Conosciuti soprattutto per i loro racconti con incursioni anche nella saggistica e, nel caso di Lastrucci, nel ruolo di disegnatori di fumetti, con Com'era Weird la mia Valle i due autori offrono il loro contributo/tributo al genere che li accomuna e che, con tutta probabilità, ha giocato un ruolo determinante nella loro formazione "artistica". Nasce così un saggio dedicato al mondo weird ovvero un coacervo articolato di generi in cui confluiscono "opere che una volta sarebbero state definite horror, splatter oppure neogotiche o fantastiche e più in generale impreziosite dalla presenza di elementi surreali o fantastici". Il percorso scelto dai due autori è finalizzato ad "accrescere la curiosità verso autori e correnti ingiustamente finiti nell'oblio" e si snoda, sulla scia del volume Guida alla Letteratura di Fantascienza dell'Odoya, in modo tematico partendo dal folklore per proseguire con la nascita del gotico e via a salire fino ai giorni moderni. La letteratura non è l'unica arte toccata dall'analisi del duo campano che si dimostra molto attento al substrato antropologico, cercando di spiegare quanto l'arte venga influenzata dalla realtà e viceversa, oltre che a quello cinematografico e fumettistico.
Così, dopo un primo capitolo orientativo, vediamo affrontati i principali archetipi del mondo del terrore e come questi siano filtrati nella letteratura, nel cinema e nel mondo del fumetto. L'analisi, molto elegante e stilisticamente aggraziata da un lessico a tratti ricercato, predilige offrire chiavi interpretative, talvolta originali e psicoanalitiche, delle maggiori opere di riferimento, piuttosto che inflazionare il testo con un lungo e asettico elenco di titoli. Vengono così affrontati, in distinti capitoli, le figure dei ritornanti (Mostro di Frankenstein, Vampiri e Zombi), i classici temi delle case infestate e dei c.d. mad doctor, l'antica figura del licantropo (con un'analisi addirittura criminologica), il più curioso ruolo ricorrente del suino nel mondo fantastico del gotico, quindi l'universo lovecraftiano e le affascinanti figure dei detective dell'occulto (probabilmente il capitolo più completo dell'opera) e degli inafferrabili killer di fine ottocento (Jack lo Squartatore in primis). Tutto questo senza mai dimenticare il substrato storico culturale che sta alla base delle singole figure, fungendo da innegabile elemento di ispirazione. Molto interessante poi la panoramica dedicata al mondo italiano, con dieci interviste ad affermati scrittori contemporanei e soprattutto con un capitolo incentrato sul lato oscuro dell'ottocento letterario italiano (analisi poi estesa anche al novecento e al mondo underground contemporaneo).

Progetto dunque assai ambizioso, gestito in modo ammirevole (anche sul versante grafico che ricorda i volumi Odoya) con una padronanza linguistica che nulla ha da invidiare alle apparentemente più blasonate produzioni della media-grande editoria. Certo, i limiti di battute e la lunghezza di circa 350 pagine costituiscono un muro difficile da valicare per chi possa pensare di offrire un quadro completo di un genere, il weird, dai confini nebulosi e dalla consistenza quantitativa a dir poco sterminata. Lastrucci e Barone Lumaga lo ammettono fin dall'inizio, chiarendo che Com'era Weird La Mia Valle non ha pretese di ergersi a manuale di natura enciclopedica né, tanto meno, orientativa (come i volumi Odoya), piuttosto costituisce un'occasione di confronto con i lettori e gli appassionati per andare oltre alla mera apparenza offerta dalla lettura superficiale dei racconti e per contestualizzare il tutto in un quadro a trecentosessanta gradi che parta dagli aspetti antropologici e sociologici per confluire nel mondo dell'arte.
Volume sicuramente consigliabile a chi intenda approfondire le semplici letture o a chi non si accontenti dei volumi divulgativi, di facile e immediata lettura, costruiti a modello di veri e propri cataloghi.
Il saggio è anticipato da una mia prefazione in cui parlo degli atteggiamenti della critica italiana verso il genere e la cosa, vi confesso, specie dopo la lettura del volume mi rende più che entusiasta. Pollice in su.

Vincenzo Barone Lumaga,
uno dei due autori del saggio.

"Le nostre paure sono sempre le stesse: paura di ciò che è buio, di ciò che è ignoto, paura di perdere le persone più care e di perdere se stessi, quindi paura della follia, e della morte... Scrivere è fare i conti con queste paure, precipitare ogni volta nell'abisso e tentare poco per volta di uscirne."

giovedì 14 giugno 2018

Recensione Narrativa: I VANGELI DI SANGUE di CLIVE BARKER.



Autore: Clive Barker.
Titolo OriginaleThe Scarlet Gospels.
Anno: 2015.
Genere:  Horror / Dark Fantasy.
Editore: Indipendent Legions Publishing.
Pagine: 310.
Prezzo: 17 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
A quasi trent'anni dal capitolo che ha dato il là alla saga Hellraiser, Clive Barker scrive il capitolo conclusivo della serie e lo fa chiamando all'appello il detective dell'occulto Harry D'Amour, celebre soprattutto per esser stato il protagonista del racconto L'Ultima Illusione (1988) prima e soprattutto della trasposizione cinematografica del medesimo, distribuita col titolo Il Signore delle Illusioni (1995), per la regia dello stesso Barker.
The Scarlet Gospels, edito in Inghilterra e negli Stati Uniti nel 2015 ma giunto in Italia con due anni di ritardo grazie alla meritoria scelta della piccola Independent Legions Publishing, è un romanzo abbastanza voluminoso che si discosta sia dal romanzo capostipite (Hellbound Heart) sia dalla saga cinematografica di riferimento. Innanzitutto prende le distanze per il contesto in cui inserisce la storia (forse qualche reminiscenza del film Hellraiser II - Prigionieri dell'Inferno), in secondo luogo fa perno su un taglio assai più pulp sottolineato da dialoghi e battute più consone a un prodotto da blockbuster che a una storia giocata sulla suspence. In quest'ultimo aspetto risultava assai più efficace Hellbound Heart, senza ombra di dubbio più affascinante (e misterioso) per il suo limitarsi nel mostrare l'innominabile, ma di certo meno inventivo e più classico per il suo aderire al filone slasher movie.
Sulla scia della trilogia infernale della connazionale Tanith Lee avviata da Il Signore delle Notte (1979) e comprendente, guarda caso, un titolo identico a quello del sopracitato film con D'Amour protagonista, Clive Barker disegna nell'occasione le coordinate di un horror sospeso tra il grandguignolesco e il dark fantasy, con momenti di straordinario gusto pittorico-architettonico (se mi concedete l'espressione). pur se penalizzati da un soggetto (è il contorno a brillare) non proprio eccelso. L'autore di Liverpool apre un vero e proprio squarcio sull'aldilà e lo fa sia dalla prospettiva del c.d. mondo umano sia da quella degli inferi, mostrando da un lato le anime dei defunti che vagano per le vie di New York avendo smarrito il percorso che conduce alla pace dei sensi e, al contempo, offrendo un dettagliato sguardo sul mondo costruito da Lucifero in persona (pure lui alla ricerca della pace dei sensi). Elemento di congiunzione tra i due mondi, ovviamente, non potrà che essere la scatola a sei facce di Lemarchand, con il suo enigma da sciogliere per varcare il portale del non ritorno ("Risolvere l'enigma di una di quelle scatole significava aprire una porta per l'Inferno").

Se tuttavia in Hellbound Heart era possibile leggere un contenuto ulteriore alla mattanza messa in scena dall'autore di Liverpool, con The Scarlet Gospels, verrebbe da dire, sono il puro intrattenimento, nonché il gusto dell'arte, a calamitare le attenzioni dei lettori. Impossibile non restare affascinati dalla descrizione dell'inferno, con una riscrittura dello stesso assai lontana dalla tradizione religiosa e, ancor di più, da quella dantesca. Una visione senz'altro onirica e dagli intensi colori, in cui l'autore riesce a trasmettere l'abbagliante lucentezza della stella del mattino (nome di Venere ovvero Lucifero) che risplende nell'oscurità più tetra degli abissi della terra. L'inferno di Barker ha le forme di un mondo racchiuso sotto le rocce (apocalittico il finale), in cui svettano torri e fortezze di maestosa bellezza fatte di labirinti e scalinate disomogenee. Un luogo retto da un'aristocrazia demoniaca che fa le veci di un Lucifero scomparso da secoli, eppure venerato alla stregua di un Dio e immortalato in statue e affreschi. I demoni e gli ibridi (figli degli angeli caduti accoppiati con i dannati) sono delle vere e proprie creature viventi, così come gli angeli, e come tali possono morire (moriranno interi eserciti, sia a colpi di spada che per effetto di sortilegi). Harry D'Amour (qua dotato di poteri che lo rendono un sensitivo oltre che conoscitore di incantesimi e formule magiche), insieme a una truppa di improbabili aiutanti (tra i quali un tatuatore omosessuale che si chiama CAZ KING), si troverà a percorrere le vie degli inferi, alla caccia di Pinhead, sfruttando un varco dimensionale aperto dallo stesso. Lo storico personaggio dalla testa chiodata, non presente nel primo romanzo ma protagonista indiscusso del serial cinematografico, è qua impegnato nientemeno che a condurre una rivolta contro Lucifero per rilevarne il posto. Il suo è un vero e proprio delirio di onnipotenza che lo porta ad agire per conto proprio e a tramare alto tradimento contro il suo ordine. Una caratterizzazione psicologica che lo rende assai simile agli umani. La struttura narrativa diviene così quella del binario parallelo che vede i due soggetti avanzare nel loro rispettivo intento per finire con l'intrecciare il proprio destino, per vederlo poi di nuovo sdoppiare nella parte terminale.
D'Amour diviene così il martire, il testimone della potenza delle forze dell'aldilà e, come tale, finirà col perdere la vista (assumendone un'altra, quella proiettata sull'altrove). Sarà, in altre parole, costretto ad assistere alla scontro infernale tra Pinhead e Lucifero per narrare sulla terra le gesta del nuovo pretendente al ruolo di re dei diavoli. Per costringere il detective a collaborare, Pinhead, nel frattempo elevatosi a grande mago dopo aver sterminato i più grandi maghi del mondo e averne appreso i misteri con lo strumento della tortura, farà rapire una sensitiva cara a D'Amour per indurre lo stesso a seguirlo nella discesa infernale. Quest'ultima, cieca e indifesa, ha il dono di vedere, sulla terra, le anime delle persone morte (esilarante descrizione delle stesse, con battute da fumetto pulp) e di prestare loro aiuto per rimetterle sulla giusta strada e accettare la loro nuova realtà. In buona sostanza, la forza del romanzo sta proprio nella descrizione dell'inferno e, ancora di più, nella caratterizzazione di un Lucifero (dai tratti umani pur se di altezza ciclopica) che, a differenza di Pinhead, non può neppure definirsi malvagio. Il Diavolo viene tratteggiato come un angelo caduto in depressione, infelice e arresosi all'evidenza dei fatti dopo aver cercato di costruire il suo paradiso (leggasi inferno) scimmiottando la città di Roma e battezzando la sua creatura Pyratha (aka Pandemonium). Bellissima la parte in cui Pinhead profana il santuario di Lucifero, una sorta di sarcofago architettonico in cui lo stesso versa in stato di apparente morte, dando l'idea di essersi suicidato in un arzigogolato quanto spettacolare modo, per dimenticare la propria condizione e accogliere l'artificio del sonno eterno.

Se quanto sopra costituisce il punto di forza del romanzo, con descrizioni e momenti degni di esser menzionati tra i più riusciti nel genere, Barker scivola spesso e volentieri in fastidiose cadute di stile. In prima battuta, a mio avviso, diventa "stucchevole" per i continui riferimenti (spesso e volentieri gratuiti) alla sfera sessuale (quasi tutta di stampo omosessuale). Ancora di più, stonano i dialoghi che vedono D'Amour e il suo gruppo di amici in azione. Barker opta per un taglio farsesco, da film destinato al circuito blockbuster, con punte di un'ironia grossolana e sprazzi di banalità che vanno a cozzare con la magnificienza del contesto. Sono inoltre, sempre a mio modesto parere, da rilevare le troppe scene di combattimenti e di azione che, paradossalmente, finiscono per rallentare la narrazione, per effetto di una descrizione capillare dei vari colpi portati e dei vari modi attraverso i quali gli stessi vengono schivati o vanno a bersaglio. Non si contano infatti gli scontri tra D'Amour e i demoni e tra questi e Pinhead (addirittura tali da ricordare il cartoon I Cavalieri di Zodiaco, con tanto di armatura d'oro strappata a Lucifero per finire sul corpo di Pinhead). Ciò premesso, soprattutto nella prima parte, non manca il gore e il sangue (a ettolitri), aspetto che rende il romanzo consigliabile solo alla cerchia di appassionati dell'horror estremo. Il ritmo è altalenante, mentre la qualità tende a crescere sulla lunga distanza grazie al maggior gusto dell'arte che, a poco a poco, diviene prevalente sulla violenza e sulle perversioni sadico/sessuali.
La prima parte del romanzo è una vera e propria macelleria con due "sequenze" degne di nota: il flashback in cui viene mostrato il primo incontro tra D'Amour, all'epoca poliziotto, e un demone sanguinario; e il sopralluogo all'interno di un appartamento di un mago specializzato in magia sessuale (alla Crowley), occasione che permette a Barker di ricordare volumi e oggettistica propria di un certo mondo occulto (uno dei rari momenti classici del romanzo).

Stephen King e Clive Barker
sul set de I SONNAMBULI
nel 1992 per rendere insonni
le notti dei loro lettori.

Un po' come King, a fine romanzo, traspare la sfiducia dell'autore nelle autorità religiose ufficiali (rappresentate da un reverendo carico di gioielli e prodigo di discorsi retorici, che non perde occasione per mettere a nudo la propria ipocrisia), lasciando in mano a soggetti comuni, e addirittura apparentemente sacrileghi, il ruolo di difensori contro i disegni del male. Traspare poi una critica alla scienza, in particolare quella psichiatrica ("un piccolo brindisi all'idiozia degli psichiatri"), per l'atteggimento di voler ricondurre l'intera realtà, ivi compresa la paranormale o metafisica, nell'alveo della comune esperienza anche quando qualcosa subentra a scombinare i piani predefiniti (nel caso specifico un fantasma che fa cadere i quadri dell'ufficio del dottore). "Gente come lui", dice la sensitiva a D'Amour facendo riferimento al medico chiamato a giudicare l'attitudine psichica dell'uomo a ricoprire il ruolo di poliziotto, "ha il massimo interesse a mettere a tacere gente come noi. Perché noi facciamo dondolare la barca, capisce?"
Ci sono infine delle riflessioni, un po' abbozzate, sulla vita e la morte che trasmettono a momenti ottimismo e a tratti pessimismo. Se da una parte Barker dipinge un mondo dove la morte altro non è che un passaggio per un'altra vita, dall'altro ci sono dei passaggi che trasudano pessimismo alla quinta essenza. "La morte era uno specchio di dolore a due facce: quella dei viventi, ciechi e convinti di aver perso i loro cari per sempre; e quella dei morti, che li vedevano soffrire e soffrivano accanto a loro, senza poter offrire una sillaba di conforto". La vita viene delineata come un percorso accidentato e, per giunta, ciclico in cui, come direbbe Giacomo Leopardi, le felicità sarebbero delle brevi parentesi sospese nella tempesta del dolore. "Credo che i bambini piangano, quando nascono, perché hanno la consapevolezza di tutte le cose brutte che gli accadranno... Ogni vita è una condanna a morte. Solo che crescendo, lo dimentichiamo, come un sogno al momento del risveglio."
Quale è allora il segreto dell'esistenza? Il romanzo non lo spiega, non offre una via che possa offrire il ristoro e la felicità eterna, ma sembra suggerire il percorso della metempsicosi, in un'ottica in cui Dio e gli angeli non appaiono certo come i salvatori di religiosa memoria (evidente il modo in cui due angeli si disperano per non aver assistito alla guerra dell'inferno, divertiti dalla morte dei loro fratelli decaduti). "La gente è complicata non fa altro che indossare maschere, almeno finché è viva. Quando poi muore vedi la verità. Ed è tanto più ricca e strana di quanto potresti immaginare guardando solo le loro maschere. Devo morire per un po'. Farmi tornare la voglia di vivere, scegliere dei nuovi genitori e tornare in gioco con tutte le conoscenze che ho nascosto sul fondo della mia anima. Sarà una gran bella esistenza la prossima, con tutto quello che so. Ci ritroveremo. Con volti diversi, ma con la stessa anima." L'esistenza allora diviene un cammino per la conoscenza e lo studio, un modo come un altro per scalare le vette che aprono i portali che conducono al cuore del creatore e non certo, come mostrato da Pinhead (anche lui votato allo studio e alla conoscenza), per divenire il Generale di un esercito chiamato alla conquista del nuovo mondo. Alti e bassi che rendono il romanzo meritevole di una lettura, ma fanno imprecare per il capolavoro di genere mancato.

La copertina originale del romanzo al centro;
PINHEAD a sx interpretato da Doug Bradley, storico protagonista della saga cinematografica;
Harry D'Amour, a dx, interpratato da Bakula nel film Il Signore delle Illusioni.

"Ho bisogno di una mente che ricordi tutti gli eventi che accadranno da ora in avanti. E ho scelto te, per questo... Non ti limiterai a osservare ciò che sta per succedere all'inferno, ma lo metterai per iscritto e i miei gesti e i miei pensieri saranno raccontati nei minimi dettagli. Questi saranno i miei vangeli, e non ti proibirò di dire nulla, nei loro capitoli, purché sia la verità."

giovedì 7 giugno 2018

Recensione Narrativa: SCHIAVI DELL'INFERNO di Clive Barker.



Autore: Clive Barker.
Titolo Originale: The Hellbound Heart.
Anno: 1986.
Genere:  Horror.
Editore: Bompiani.
Pagine: 126.
Prezzo: 10.000 Lire.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Torno a rileggere The Hellbound Heart (1986) a distanza di venti anni, in modo da prepararmi alla lettura del recente I Vangeli di Sangue (2015), acquistato alcuni giorni fa, che ne costituisce l'ultimo e definitivo capitolo. Si tratta del primo romanzo horror che ho letto in vita mia. Entrai in possesso del volume in modo molto curioso e anomalo. Un giorno, fine anni novanta, un'amica di mia madre, conosciuta nel periodo estivo e proveniente dai comuni limitrofi a Firenze, viene a casa e mi chiama. Mi consegna un volumetto della Bompiani intitolato "Schiavi dell'Inferno" di tale Clive Barker. All'epoca non conoscevo minimamente né Barker né gli altri autori della letteratura horror, a eccezione di Stephen King il cui nome (insieme a Dylan Dog) imperversava sui banchi di scuola già dalle elementari. La copertina, alquanto macabra, mi porta subito a fare una domanda a questa signora, tra l'altro un'appassionata d'arte (aveva un negozio in cui vendeva quadri di artisti di grande calibro riprodotti su tela). «Che libro è, mi sembra curioso come copertina?» le chiedo con una certa ironia, ammiccando a una cornice truculenta (roba da Munch, per intenderci, piuttosto che da Manch, mio storico soprannome). Lei, senza farci caso, mi risponde che lo ha comprato sulle bancarelle estive (che un tempo costeggiavano i marciapiedi della piazza di Tirrenia, località balneare dove vivevo e dove ancora vivo), ma che non appartiene al suo genere e che dunque, se lo voglio, me lo regala più che volentieri. Io prendo il libro, ringrazio e lo metto in libreria dove rimane per qualche anno, finché non decido di leggerlo. Dovete sapere che, all'epoca, la mia passione per la lettura era confinata nel quadrato tracciato dagli ipotetici segmenti delle riviste e dei giornali sportivi. Appena lo leggo, oltre ad aver l'impressione di un volume decisamente forte e cruento, percepisco un certo retrogusto cinematografico che mi ricorda un qualcosa di rivisto. Un giorno, d'estate, guardando per caso i promo della maratona "notte horror" di Italia 1, vedo la pubblicità di un horror con un tipo con la testa chiodata e decido di guardare quel film (se non ricordo male era la pubblicità del quarto capitolo di Hellraiser, quello ambientato nel futuro che nessuno, dei tre registi coinvolti, voleva firmare come proprio). Solo allora la combinazione della mia scatola di Lemarchand si allineò al genere. Quel romanzo, che avevo letto qualche anno prima, altro non era che il capitolo di apertura della saga Hellraiser. Di li a poco, l'horror, praticamente ignorato in fanciullezza, iniziò a diventare uno dei miei generi di riferimento, grazie a H.P. Lovecraft, ma anche a Clive Barker a cui iniziai ad avvicinarmi con i suoi pazzeschi Libri di Sangue.

Il leggendario PINHEAD,
non caratterizzato in SCHIAVI DELL'INFERNO,
deve la sua ideazione proprio a questo romanzo.

Scrittore estremo e coraggioso, concittadino dell'altrettanto famoso Ramsey Campbell (sono entrambi di Liverpool), Clive Barker è uno scrittore che si ama o si odia, senza mezzi termini. Spirito ribelle, provocante e provocatorio, sempre in prima linea a esporre il proprio pensiero e i propri gusti, del tutto liberato dai collari sociali delle forme e dell'eticamente corretto. Un talento monumentale, capace di esprimersi a trecentosessanta gradi; ora pittore, ora regista, ora scrittore e perché no drammaturgo e fumettista. Qualità poliedriche tali da farlo emergere giovanissimo, scalando con la disinvoltura dei predestinati gli impervi gradini che conducono dall'anonimato alla notorietà internazionale. Apprezzatissimo da Stephen King, se ne discosta per un taglio più votato all'intrattenimento che all'analisi del contesto socio-politico. Se King guarda il quadro di insieme, Barker entra nella testa dei singoli, meglio se sono coloro che abbandonano i sentieri imposti da chi stabilisce le regole del gioco (sociale). Barker mostra laddove King ammicca, Barker va subito al sodo laddove invece lo scrittore del Maine tende a ricamare. Se King frena onde evitare di veder giudicate le proprie opere troppo truci e politacamente scorrette, Barker fa l'opposto, premendo sul pedale del grandguignolesco e delle perversioni sessuali. Un modo di fare tale da renderlo, immaginiamo, una star nell'oriente e pensiamo al Giappone su tutti (Takashi Miike non può non adorarlo, Ichi the Killer è uno dei tanti omaggi).
Possiamo dire che con Clive Barker la narrativa horror cambia per la quarta volta la propria pelle. Se con Walpole e la Radcliffe il genere era nato quale gotico (con fantasmi, catene che sbattono tra loro e finestre che si aprono d'improvviso in castelli diroccati, lasciando all'immaginazione il ruolo di completare ciò che il mistero suggeriva) e con Lovecraft e gli scrittori griffati weird tales si era trasportato l'horror ai confini della fantascienza con forze aliene trascendenti pronte a ritornare nel nostro mondo, per poi ricondurre il tutto agli orrori quotidiani con la triade Leiber-Matheson-King, con Barker irrompe in narrativa (dal cinema, e penso a David Cronenberg quale maestro di riferimento) l'orrore estremo, visionario, caratterizzato dalla disgregazione dei corpi e dal sangue a fiume che sgorga dalle ferite. Un orrore in cui sofferenza e piacere si confondono tra loro come facce impazzite della stessa medaglia lasciata vorticare in un cielo controllato da demoni ambigui non ben definiti nella loro reale natura. Chi rappresenta il bene e chi invece il male...? Non è ben chiaro, perché tale non vuol essere.

The Hellbound Heart, uscito due anni dopo i primi volumi (usciti in formato 3 - 3) dell'antologia Libri di Sangue (1984-85), è il manifesto dell'intera carriera dell'autore. Romanzo breve o, se preferite, racconto lungo, è l'ideale anello di congiunzione tra i visionari e cruentissimi racconti e la successiva e copiosa produzione. Si tratta di un romanzo che risente ancora della giovane età dell'autore, che lo pubblica all'età di trentaquattro anni, non ancora maturo e suscettibile di pochi sviluppi ulteriori al mero narrato per la presenza di contenuti intrinseci, a mio avviso, non sufficienti a elevarlo dal mero intrattenimento. Ciò nonostante si tratta di un romanzo cardinale, sia per essere il testo che ha dato il là a una fortunatissima quanto duratura saga cinematografica con tanto di pantheon diabolico di creazione barkeriana (assai più vicino a quello dantesco che a quello lovecraftiano), sia per proporsi da contenitore di quegli argomenti che caratterizzeranno buona parte della produzione dell'autore di Liverpool.

Sono infatti già presenti i temi del piacere fisico e sessuale, delle perversioni viste come soluzioni, evidentemente mendaci e pericolose (in quanto non conosciute a fondo e dettate dall'ignoranza o dal c.d. male di vivere piuttosto che dalla conoscenza), per sfuggire alla noia quotidiana col fine di scoprire quel qualcosa in più che possa stonare e regalare brividi nuovi. "I piaceri della gioventù avevano portato il fascino della novità ma, con il procedere degli anni e l'esaurirsi delle sensazioni più tenui, erano diventate esperienze sempre più forti." Il sesso dunque utilizzato quale parte integrante e speculare dell'orrore e della menzogna, sulla scia di una lunga serie di maestri soprattutto cinematografici (il più evidente è David Cronenberg). Barker sviluppa il tema con una proprietà di linguaggio aulica, ma non pesante, e con grande gusto descrittivo (attentissimo ai colori e alle scenografie). Mette al servizio della narrativa il proprio faro guida pittorico, se mi permettete l'espressione, tratteggiando contorni onirici che toccano il loro apice nelle scene in cui i supplizianti, ovvero i demoni invocati (qua non si chiamano ancora Cenobiti), entrano in azione. Contrariamente a quanto si possa pensare, The Hellbound Heart è la storia di un amore malato, non molto lontano da quello che sta alla base delle c.d. coppie assassine che hanno insanguinato le pagine della cronaca nera (soprattutto) americana. Una personalità dall'apparenza forte (in realtà debole e alla deriva tanto da aver accarezzato l'idea del suicidio), quella di Frank Cotton, e una debole, quella della moglie del fratello di Frank Cotton, infatuata dalle caratteristiche che l'uomo le mostra e che divergono da quelle del fratello ("come hai fatto a sposare quel mollusco li?"). Se ben guardiamo, però, Barker gioca a mettere a nudo l'ipocrisia del c.d. uomo (o donna) etico e lo fa giocando con la donna che dovrebbe esser felicemente sposata ma che invece pensa alle perversioni (alla voracità sessuale nonché allo spirito di avventura) che le permettono di rompere la triste quotidianità per immaginare una realtà diversa (la chimerica). E' quest'ultima a scatenare il vero inferno che sta alla base del romanzo, non sono i supplizianti. Q
I demoni, peraltro tutt'altro che antipatici (rispettano persino la parola data e fanno quello per cui sono stati creati), restano sullo sfondo per intervenire solo quando vengono espressamente invocati, mediante una serie di combinazioni rompicapo utili a risolvere l'enigma costituito dalla scatola di Lemarchand. Il vero male allora diventano le pulsioni represse, sembra suggerirci Barker, ma anche, allo stesso tempo, la non conoscenza dei propri limiti. L'autore di Liverpool sembra dirci che spingerci oltre all'umanamente concesso è tanto letale quanto castrare le proprie emozioni e le proprie voglie per allinearci ai dettami voluti dalla società in cui viviamo. Nel primo caso, come farà Frank Cotton, si finirà in balia dell'ignoto ("aveva rischiato vita e mente in nome della conoscenza"), non a caso l'uomo invoca i supplizianti convinto che questi li mostreranno il piacere estremo (cadendo così vittima di un letale fraintendimento, peraltro dovuto alla banalità delle sue richieste), nel secondo invece si finirà nelle maglie della pazzia fino a giustificare le proprie azioni omicidiarie in nome di un amore che tale non è. Ecco allora che la scatola a sei facce di Lemarchand ("E' un mezzo per rompere la superficie del reale... per mettersi in contatto con l'Ordine dello squarcio"), un artigiano fabbricatore di uccelli canterini, diviene l'emblema dell'ignoto di impronta magico-esoterica, una via per aprire quel percorso che può condurre l'uomo sugli altari del piacere e della conoscenza ma anche farlo implodere in un dolore tale da disgregare corpo e anima. Sono appena accennati, eppur presenti, i riferimenti subliminali ai movimenti che hanno dato il là alle famose sette segrete di ordine iniziatico. Si pensi ai pitagorici che solevano ricevere lezioni da un grande maestro celato oltre un velo che impediva agli allievi di conoscerne l'identità (pena esclusione dalla scuola). Barker è cruentissimo nel descrivere le scene in cui vediamo il protagonista dilaniato da ami e catene ma, soprattutto, involuto dal rango di sfaccendato ricco in cerca di emozioni a quello di implacabile assassino in cerca della linfa necessaria a permettere alle sue cellule di ricrearsi. Un'impulso quest'ultimo, assimilabile al tossico in cerca di droga, indispensabile per permettergli di sfuggire dall'inferno dallo stesso invocato e riconquistare quella faccia che ha perso come un giocatore d'azzardo al cospetto di un croupier del casinò. "Non sei il primo a esserti stancato delle meschinità del mondo. Ce ne sono stati altri. Alcuni hanno osato ricorrere alla configurazione di Lemarchand. Uomini come te, ansiosi di investigare nuove possibilità, che avevano sentito delle nostre capacità sconosciute al vostro mondo."
Si fa notare inoltre che i supplizianti sono cinque (numero esoterico per eccellenza, tra l'altro il preferito dai pitagorici) con il quinto di essi, il c.d Ingegnere, caratterizzato in un modo così misterioso ed evanescente che mi ha fatto venire in mente il personaggio misterioso che condivide gli scantinati dell'Opera con il c.d. fantasma protagonista del capolavoro di Gaston Leroux. Bellissima la descrizione finale con l'ingegnere che appare per consegnare alla superstite la scatola e scomparire nelle ombre della città silente, tra nebbia e mistero.

A far storcere la bocca, a mio avviso, c'è la facilità con cui ben due soggetti riescono a decriptare gli enigmi che stanno alla base della scatola di Lemarchand e, più in particolare, quel retrogusto cinematografico da boogeyman che si respira per tutto il corso del romanzo. Barker, probabilmente, lo ha scritto pensando già a un'eventuale trasposizione cinematografica da sviluppare nell'alveo dei c.d slasher movie. Cosa che peraltro farà, con grande successo, appena un anno dopo dall'uscita del romanzo. L'autore di Liverpool ha tuttavia il grosso merito di rimodulare temi classici quale il fantasma intrappolato in un muro (che funge da trappola di confine tra la dimensione del reale e la parallela) o quello del vampiro (Frank Cotton è costretto a nutrirsi di sangue per ricreare i propri tessuti) o ancora quello dell'invocazione satanica (Barker riscrive in chiave fantastica i tratti fisici e "morali" dei demoni), così da dar vita a un romanzo horror al tempo stesso classico e innovativo. Gli anni a seguire dimostreranno a chiare lettere il talento dello scrittore e soprattutto faranno di questo "piccolo" romanzo un'opera centrale nel panorama horror cinematografico, fumettistico e letterario.

Consigliato agli appassionati di grand guignol, ai fan dell'horror estremo e a chi intende farsi una cultura a trecentosessanta gradi del genere. Da evitare per i lettori di classici della letteratura o per chi sia facilmente suscettibile. Il romanzo è stato di recente ripubblicato dalla Independent Legions Publishing ed è in vendita a 17 euro.

CLIVE BARKER
ai tempi dell'uscita del romanzo.

"Le parti erano di nuovo sigillate l'una all'altra, perfettamente lucidate. Senza bisogno di esaminarla, era sicura che non fosse rimasto alcun indizio a favorirne la soluzione... C'erano altri enigmi, forse, che bisognava risolvere per arrivare alla sua dimora. Un cruciverba per esempio, la cui soluzione avrebbe aperto il cancello del giardino del Paradiso; o un puzzle, che una volta completato avrebbe indicato l'accesso al Paese delle Meraviglie. Avrebbe aspettato, come sempre aveva fatto, nella speranza che un giorno le si presentasse l'enigma giusto."