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venerdì 31 luglio 2020

Recensione Narrativa: X COME OCCHI di Laird Barron.



Autore: Laird Barron.
Titolo Originale: X's for Eyes.
Anno: 2015.
Genere: Modern Weird (fantascienza + weird + black humor + spy story + pulp tarantiniano).
Editore: Edizioni Hypnos, 2016.
Collana: Visioni.
Pagine: 96.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Torniamo a presentare Laird Barron, giovane promessa del new weird già insignita di importanti attestati quali lo Shirley Jackson Award e il Bram Stoker Award e da noi analizzato in occasione della proposta della Mondadori del romanzo La Cerimonia (in precedenza pubblicato dalla Hypnos). Questa volta, lo scrittore che vive ai confini del mondo, nella glaciale Alaska, prende per mano i lettori per “proiettarli” ai confini dell'universo, dove un potente extraterrestre dalle forme impalpabili vive immobilizzato e annoiato, guardando all'uomo e i tanti mondi che costellano il buco nero che ci sovrasta alla stregua di uno scienziato che, tra uno sbadiglio e l'altro, spia dalla lente di un microscopio. Torna la tematica lovecraftiana, e prima ancora dunsaniana, dell'uomo zimbello di creature extraterrestri superiori proposte quali veri e unici Dei del creato che nutrono ben pochi interessi verso l'uomo. Più che ancora nel precedente romanzo, l'asso dell'Alaska plasma il mondo weird delle origini, chiamando in causa anche Azathoth (mitica divinità del pantheon lovecraftiano), perché così viene chiamato impropriamente l'essere spaziale dal momento che “ama Lovecraft e ci esplora attraverso le distorte narrazioni dell'autore.” Il fine viene tuttavia perseguito con uno sviluppo tutt'altro che lineare, ma soprattutto con caratterizzazioni e personaggi del tutto fuori dalle righe. Ne emerge uno stile piuttosto intricato, che richiede almeno due letture per poter cercare di incasellare tutti i riquadri del grande puzzle ideato dalla magia della penna. Inoltre il tutto è intriso di un'ironia che va ben oltre il grottesco, sconfinando in un black humor difficilmente dimenticabile

X's for Eyes, tradotto dalla Hypnos “X Come Occhi”, è un romanzo di anti-formazione, se mi concedete l'espressione, che vede due fratelli figli di papà, di dodici e quattordici anni (e mezzo, ci tengono a precisare), comportarsi alla maniera di due quarantenni tamarri: guidano una spider, tracannano scotch, fumano Old Gold, si muovono con al seguito il fucile da caccia del padre e si “ingroppano” prostitute del night, ma non solo... anziché andare a scuola come tutti i ragazzini classe 1942 (anno di nascita del più grande), frequentano i corsi che un tale Sifu Kung Fan, chiamato col poco rassicurante soprannome de “La Morte dai Mille Tagli” (sorta del derivativo tarantiniano Pai Mei), tiene in Himalaya presso “Il Tempio del Leopardo delle Nevi”, sorta di organizzazione che richiama “La Tana delle Tigri” del cartoons giapponese. Qui “un allievo su tre finiva per soccombere, spesso con dipartita favolosamente orribile”. “Sifu Kung Fan è uno dei più turpi e malvagi disgraziati che abbia mai calpestato il suolo di questo pianeta” si dice. Un sorta di X's for Mister, passatemi la battuta. I suoi corsi prevedono “ginnastica sopra voragini senza fondo; istruzioni in metodi avanzati di avvelenamento che includono l'essere avvelenati; sotterfugi da maestro che comprendono tentativi di assassinio nei confronti degli allievi”, il tutto in un clima polare in cui la fame strizza le budella, gli scontri sono all'ultimo sangue e le torte di riso sono presentate con un lieve e dolce strato di curaro a velo.

«Plissken, che cosa stai facendo?»
Il citazionista LAIRD BARRON.

Capite già da questo quanto il gusto per le contaminazioni di Barron sia qua espresso alla massima potenza. Eppure non basta... perché il "nostro", al weird e al pulp tarantiniano, aggiunge una sorta di cyberpunk ante litteram (con omaggi anche a Terminator, La Mosca e Johnny Mnemonic) innestato su una fantascienza impossibile (dato che la storia è ambientata nel 1956) fatta di sonde spaziali programmate per fare un giro di diciotto mesi attorno a Plutone e ritorno, frammenti di memoria hardware che si fondono alla carne umana, guerre corporative tra multinazionali che si spiano a vicenda, organizzazioni di invasati religiosi che inneggiano verso il mistero stellare, computer che modulano il loro linguaggio in parola e si esprimono verso i protagonisti trovando soluzioni alla maniera di Kitt in Supercar... E poi sparatorie, sangue a ettolitri, carrellate di morti, inseguimenti aerei in contesti scenografici mozzafiato (siti neolitici) e fughe in profondità artiche, in cui si piomba avvinghiati dentro un bob sparato in cunicoli alla maniera dell'introduzione sul campo di battaglia dei concorrenti de L'Implacabile - Running Man, dove affiorano portali alieni protetti da energia extraterrestre, con sovietici e americani che si contendono la scoperta venendo beffati dai due fratellini terribili. Sono i due "cazzari", in mezzo a dottori, scienziati, militari e sapienti, a perforare il campo magnetico, grazie ad alcune “sillabe profane” di origine aliena, comunicate attraverso "il tempo del sogno" (una tecnica che potenzia il subcosciente che costituisce, a sua volta, una porta per l'infinito), che provocano l'esplosione delle teste di chi le ascolta (Cronenberg docet).

Insomma, un gran bel polpettone che Barron riesce a portare a casa con una spiccata dose di esperienza e un sapiente mestiere nel condensare un materiale che avrebbe potuto debordare in un romanzo interminabile. Cinema, narrativa weird e persino poesia, con i continui rimandi a The Emperor of Ice-Cream pubblicato nel 1922 da Wallace Stevens, si miscelano tra loro in un “anda e rianda” esilarante, in cui niente si prende sul serio, persino il tempo e lo spazio, e che, eppure, regala alcuni capitoli degni del weird delle origini (penso a La Casa sull'Abisso di Hodgson) e induce a pensare, in chiave metaforica, a una realtà assai più orribile di quella che potrebbe sembrare.
Un sole nero dominava l'orizzonte sopra i monti appuntiti come spine. Il suo disco ingoiava un buon terzo del cielo. Un ribollente tremolio di fiamme illuminava l'orlo della circonferenza. Ciò che restava della volta celeste fuggiva via incurvandosi in un nero senza stelle, fra screziature rosa dello stesso colore dei capezzoli di una regina del burlesque che gli era capitato di conoscere...” questo lo scenario che si para davanti a uno dei due protagonisti, nel momento in cui si trova proiettato nello spazio, su un mondo al di là in cui viene inseguito dai tanti profili deformi del suo stesso essere ("sono il flagello della tua esistenza"), mentre dall'alto il Dio dell'universo lo scruta e gli parla, alla maniera di un demone che propone accordi di natura faustiana. 

X Come Occhi, pubblicato nel 2015 e subito edito, sul finire del 2016, da Hypnos, si presenta quindi quale novella di formazione o, meglio ancora, quale iniziazione all'alta società di una coppia di figli di papà che scoprono, attraverso una serie di assurde avventure, le nefandezze della propria famiglia e come questa sia riuscita a tenersi al vertice delle politiche mondiali. Spettacolare la parte con tutti gli ascendenti di famiglia che popolano, con le loro teste staccate dai corpi, “il cratere sul monte dell'inferno” tra arpie, ciclopi, streghe e atti di cannibalismo rituale.

Prova dunque superata per Laird Barron. X Come Occhi, pur presentando qualche errore di battuta (egregio comunque il lavoro, tutt'altro che semplice, di traduzione e adattamento firmato Andrea Bonazzi), è la miglior novella inclusa nella collana Visioni, forse quella a cui più si adatta l'espressione di modern weird. Storia folle che prende le mosse dalle origini del genere, modernizza il taglio pulp aggiornandolo ai cliché del duemila e va a toccare, con ilarità e uno scatenato stile orientato al grottesco, tematiche tutt'altro che fantascientifiche e che regolano i rapporti di vita comune, proponendo ancora una volta quell'immagine lingottiana (Thomas Ligotti è un autore di cui Barron costituisce ideale prosecuzione) di uomo (o meglio politico) burattino di entità superiori che, tra organizzazione segrete e multinazionali di ogni sorta, manovrano il tutto nell'ombra e nell'anonimato più assoluto.

La copertina americana del romanzo.

"I mortali esistono nel nostro dominio come coscienza fornita di sostanza. I sogni danno l'illusione della carne; i vostri corpi fisici sono stati distrutti istantaneamente dallo ziqqurat. Da particelle infinite, voi verrete rigenerati."

mercoledì 8 luglio 2020

Recensione Narrativa: I RACCONTI DELLA BESTIA di Aleister Crowley



Autore: Aleister Crowley.
Curatori: Jacopo Corazza & Gianluca Venditti.
Anno: 2019.
Genere: Antologia horror.
Editore: Edizioni Arcoiris.
Collana: La Biblioteca di Lovecraft.
Pagine: 146.
Prezzo: 13,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Volume destinato a diventare una punta della collana La Biblioteca di Lovecraft per le Edizioni Arcoiris di Salerno, ma soprattutto per il duo fiorentino composto da Gianluca Venditti e Jacopo Corazza che ne sono i curatori e ideatori. Erano decenni che si attendeva una proposta del Crowley narratore di racconti brevi. Nel mio piccolo avevo cercato di incentivare un'opera del genere, vedendovi in prima battuta un doveroso tributo a una figura che, al di là delle provocazioni e dei suoi vezzi discutibili, è da ritenersi una pietra miliare nell'ambito della narrativa fantastica ed esoterica, e, in seconda battuta, intuendo una presa sotto il profilo commerciale non certo da trascurare. Purtroppo, vittima di un ingiustificato ostracismo, "la grande bestia", come amava autodefinirsi, non era mai stato tradotto in Italia, se si eccettuano due racconti proposti - in anticipo di alcuni mesi rispetto al volume dell'Arcoiris - dalla Hypnos, il romanzo La Figlia della Luna edito nel 2005 dalla Arktos e, ovviamente, i testi più impegnati di magia (Magick su tutti).
Dunque questo recensore non può che lodare oltremisura l'iniziativa della casa editrice di Salerno che viene così, seppur parzialmente, a coprire una falla che non aveva motivo di esistere.

Esoterista, scalatatore di montagne, scrittore, poeta, pittore, agente segreto di sua maestrà britannica, inventore di un nuovo credo, affiliato a ordini massonici (prima tra tutti la Golden Dawn), operatore di magia rossa, questo e altro era Aleister Crowley, vera e propria icona maledetta del novecento. Personaggio capace di ispirare romanzi e opere di maestri della letteratura mondiale quali Maugham, Hemingway, Pessoa, oltre che diventare un mito per l'hard rock e l'heavy metal, al centro di capolavori firmati Led Zeppelin, Iron Maiden e Ozzy Osbourne (che a lui dedicherà il celebre pezzo Mr. Crowley), nonché della cinematografia.
Perché allora un personaggio di tale caratura è stato così bistrattato nella nostra penisola? Verrebbe da dire per bigottismo e per l'incapacità di scindere l'uomo dall'artista o comunque dall'operatore di magia, spesso e volentieri associata (a torto) col satanismo. Crowley è stato un seccente, uno squallido opportunista che usava le donne per piaceri sessuali, dilapidatore di capitali, personaggio indesiderato da stati esteri (fu cacciato dall'Italia), cocainomane, implicato in operazioni sempre ai limiti del lecito dove talvolta si sono pure verificate morti sospette, nonché provocatore e organizzatore di scherzi prossimi al procurato allarme. Insomma, Aleister Crowley era un qualcuno a cui piaceva attirarsi le attenzioni e che sapeva calamitare l'opinione pubblica in ossequio al motto per cui non importa che se ne parli bene o male, purché se ne parli.

Quanto sopra non interessa e non deve interessare, se non per tracciarne un profilo, a uno studioso o a un appassionato di narrativa. I Racconti della Bestia è una raccolta non ufficiale, realizzata, pescando tra i circa sessanta racconti dell'autore, dai curatori in funzione del loro gusto personale. Il volume dimostra a chiare note le qualità narrative, clamorosamente sottostimate, dell'autore. I dieci racconti presentati, molti dei quali pubblicati postumi, evidenziano un'illuminata capacità nel costruire un'atmosfera allucinata ed estraniante, spesso prevalente sull'intreccio. Luca Baldoni, traduttore dei racconti, ha dovuto metterci del suo per rappresentare la verietà lessicale inseguita dall'autore. Prosa prossima alla poesia, linguaggio ricercato e frasi brevi e secche costituiscono il marchio di fabbrica di Crowley. Salvo un paio di eccezioni, i racconti sono fulminei, piccoli quadri resi dinamici dall'arte della parola. Ne emerge la visione di un Crowley sadico, contraddistinto da un'ironia macabra tendente al black humor. Spicca anche l'innegabile componente narcisistica che lo caratterizzava, ne è un esempio l'ottimo At The Fork of The Roads (Al Bivio, 1909), in cui Crowley beffeggia un personaggio che rimanda al Premio Nobel per la letteratura William Butler Yeats, suo antagonista per la direzione della Golden Dawn. Crowley, non senza arroganza (che però fa simpatia, concedetemi di spezzare questa lancia in suo favore, data l'importanza monumentale del personaggio attaccato), parla di "poetastro, mago dilettante" affetto da una "cupa gelosia per un uomo più giovane e di gran lunga miglior poeta." Come si fa a non trattenere il sorriso di fronte a tanto ardimento, coraggio e intraprendenza? Il confronto tra Yeats e Crowley, ovviamente, è tutto in favore dell'irlandese, eppure il magus dimostra di non essere uno sprovveduto. Il Bivio, pur nella sua pomposità, è un autentico gioiello che tratta di magia nera con punte di un sadismo che sconfinano nella necrofilia e nello splatter. La parte terminale del racconto è eccezionale e di spaventosa presa onirica. Spiriti ectoplasmatici, fatture e contro fatture sono al centro del narrato. Sempre sulla magia nera, con un'evocazione satanica stimolata dal sapiente pizzicare delle corde di un violino, è The Violinist (La Violinista, 1910). Testo criptico che giunge alle porte dell'ipnotismo, carico di rilievi simbolici non di facile presa. Una donna, sembra l'amante di Crowley, evoca un succubo suonando davanti a un grande pannello a mosaico formato da quadranti su cui sono riportate lettere di una lingua sconosciuta, così da formare una partitura impossibile per la mente umana.
Legato a un orrore più convenzionale, eppur intriso di un sadismo compiaciuto e di una blasfemia di fondo che rimanda al Cristo, è The Vixen (La Volpe, 1911), storia di una licantropia molto particolare che si innesta in una competizione tra due donne che pretendono di conquistare l'amore del medesimo uomo.
Piomba nella crudeltà più profonda l'atmosferico A Masque (In Maschera, 2010), racconto riscoperto nel 2010, in cui la magia e il romanticismo di un amore in riva al mare si trasformano nel più bieco degli omicidi. Un essere mostruoso, un nano peloso, irrompe nella casa della donna che lo ama, una creatura di fascino quasi mariano, per attendere la nascita del proprio figlio, così da "tirargli il collo come una gallina e gettarlo contro il muro." Non avrà miglior sorte l'amata, penetrata da una coltellata nel ventre, mentre il crocifisso appeso al muro cade a terra nel segno della sconfitta del Dio dei cieli. Il racconto fa da contraltare al romantico The Color of my Eyes (Il Colore dei Miei Occhi, 2010) sorta di fantasy in cui Dio disquisisce con l'arcangelo Sandalfon i misteri della creazione.

Se i cinque racconti sopra menzionati sono forse i più interessanti per la capacità di scioccare il lettore e di colpirlo allo stomaco o, anche, di impressionarlo per il sense of wonder, rientrano in schemi più classici e prossimi al giallo The Face (La Faccia, 1920) e Robbing Miss Horniman (Il Furto della Signorina Horniman, 1918). Nel primo dei due racconti, il più riuscito ed elegante, un medico cinese offeso per esser reputato di razza inferiore rispetto a quella europea, e dunque inadatto a sposare una ragazza scozzese che ha preso una cotta (corrisposta) per lui, organizza una tremenda vendetta inducendo i suoi calunniatori a ucciderlo sotto ipnosi, così da macchiarli a vita quale corrispettivo della offesa ricevuta. Questo perché un cinese "deve salvare la faccia anche a costo della morte, ma si rifiuta di ferire gli altri." L'altro racconto è una macchinosa avventura, all'insegna dell'astuzia, ordita da più soggetti in contemporanea per sottrarre una collezione di diamanti a una donna inferma.

Gli altri tre racconti appaiono più allucinati, ma dimostrano la verve di un poeta del macabro. Illusion d'Amoreux (1909) è la delirante invocazione di una donna che pretende di copulare con un Dio nero che la condurrà all'annichilimento. The Soul Hunter (Il Cacciatore di Anime, 1910) è il pazzesco diario di un mad doctor che compie sperimentazioni sadiche su una cavia umana allo scopo di sottrarne l'anima e capirne la natura.Which Things are an Allegory (Queste Cose sono un'Allegoria, 1990) è una critica alla società inglese che intende mostrare su uno stesso piano personaggi squallidi e quelli considerati autorevoli per dire che, alla fine, siamo tutti uguali.

Tutto questo fa de I Racconti della Bestia una delle uscite più attese e degne di menzione tra tutte quelle pubblicate dall'editoria del fantastico tra il 2019 e il 2020, portando i riflettori degli appassionati sui cataloghi, ancora in formazione, de La Biblioteca di Lovecraft.
Un ultimo cenno per l'edizione, che predilige la velocità e il formato tascabile ai volumi Mammut. Raffigurazioni interne e una quarta di copertina assai ispirata amplificano le sensazioni positive. Manca forse un'analisi sull'autore in premessa, ma su questo si può ovviare ricorrendo ad altri testi. Si spera che il connubio Crowley-La Biblioteca di Lovecraft possa continunare, magari con la proposizione in italiano delle avventure dell'indagatore dell'occulto dell'autore ossia Simon Iff.

Volume da avere in biblioteca e destinato a divenire oggetto da collezionisti.

ALEISTER CROWLEY

"L'anima non è che una parola, una parola vana - un campo di battaglia per gli stolti filosofi, gli stolti teologi. Un giocattolo. Ma la consapevolezza? E' questo che intendiamo quando diciamo anima, noi altri. Nel dopo dobbiamo ben vivere da qualche parte. Ma è forse, come pensava Descartes, atomica? Oppure fluida, ora qui, ora là? O è solo una parola per la totalità della sensibilità corporea? Come supponeva Weir Mitchell. Bene, vedremo."




martedì 7 luglio 2020

Recensione Narrativa: IL GIGLIO NERO a cura di Jacopo Corazza & Gianluca Venditti



Autore: AA.VV.
Curatori: Jacopo Corazza & Gianluca Venditti.
Anno: 2020.
Genere: Narrativa Nera.
Editore: Edizioni Arcoiris.
Collana: La Biblioteca di Lovecraft.
Pagine: 160.
Prezzo: 13,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Terzo numero della collana La Biblioteca di Lovecraft, progetto nato nel settembre del 2019, per il volere dei fiorentini Jacopo Corazza - noto DJ ed esperto di musica rock - e Gianluca Venditti, confluito poi nei cataloghi della salernitana Edizioni Arcoiris. Un'idea che ha portato, in quella che appare al momento una rigogliosa rinascita dell'editoria weird, al formarsi di un nuovo gruppo di appassionati/esperti intenzionati a sdoganare in Italia il fantastico d'autore con una filosofia orientata a guardare all'intero parco di potenziali acquirenti. La collana, infatti, si struttura in modo da proporre volumi destinati a un pubblico di neofiti e incentrati su quei racconti elogiati da Lovecraft, nel suo Supernatural Horror in Literature (1927), e, al tempo stesso, a riscoprire testi per un pubblico di nicchia finiti nel dimenticatoio o mai tradotti in italiano. Proprio in questa seconda chiave di lettura, sul finire del 2019, La Biblioteca di Lovecraft ha proposto la prima antologia italiana interamente dedicata ai racconti di Aleister Crowley, l'esoterista nero passato alla storia quale satanista più famoso del novecento. I Racconti della Bestia, questo il titolo dell'antologia (presto recensiremo il volume), è stato un atteso successo che ha acceso l'entusiasmo dell'editore e dei due personaggi alla base del progetto, così da far andare in cantiere altri quattro progetti al momento in attesa di pubblicazione ma già reclamizzati (uno dei quali dedicato alla narrativa consigliata da Lovecraft).

Il Giglio Nero è una raccolta di sei racconti, che potremmo definire macabri (piuttosto che weird o horror) per rendere più omogena la definizone, aventi valenza di tributo reso dai due curatori alla loro città del cuore: Firenze. "La terza uscita rappresenta un nostro umile quanto sentito omaggio alla nostra terra" confessano i curatori. Idea dunque carina, piuttosto originale e di sicura presa sul mercato locale, ma non solo in riferimento a esso. Corazza e Venditti, infatti, propongono due inediti affiancati ad altri quattro racconti assenti da un po' di tempo nelle antologie collettive messe in commercio dalle major. Inoltre, a due mostri sacri quali Horace Walpole e il "nostro" Luigi Capuana, vengono presentati autori non troppo reclamizzati neppure nell'ambito dei lettori di nicchia. Vengono infatti ripescati i vari Marghanita Laski, Wilhelm Hauff, Fergus Hume e Pearl Norton Swet.
Veste grafica elegantissima, col suo formato tascabile coloratissimo e denso di raffigurazioni e appendici utili a ricostruire il contesto storico degli elaborati via via proposti, l'antologia convince anche per la presentazione dei contenuti. Le traduzioni, tutte inedite e ben curate da un lotto di quattro traduttori, tra i quali lo stesso Gianluca Venditti, sono di grande qualità. Briose, mai pesanti, orientate a svecchiare testi risalenti all'ottocento o alla prima parte del novecento tanto da farli sembrare contemporanei. Ecco che Il Giglio Nero, pur nel suo essere legato a una narrativa classica del tempo che fu, si presta quale ideale libro da ombrellone. Poco impegnativo, di veloce lettura, scorre via fluido, calando storie truculente e cupe in territori insoliti per la natura degli scrittori. Così diviene estremamente curioso trovare Horace Walpole, il cosiddetto fondatore del romanzo gotico col suo Il Castello di Otranto (1764), impegnato a narrare la storia di un amore impossibile e tragico tra due giovani fiorentini, in quel di Pisa, durante la rivolta dei pisani, a fine 1400, incentivata dalla discesa in Italia di Carlo VIII di Valois. Il suo Maddalena or the Fate of Florentines (Maddalena o Il Destino dei Fiorentini, 1826), una vera e propria caccia all'uomo ai danni dei fiorentini (si noti che nel testo le scuole di Pisa e Firenze vengono elogiate da Walpole quali famose in tutta Europa), è un racconto postumo che, in precedenza, era stato pubblicato dalle Edizioni Tracce in un'antologia di nicchia intitolata Amori e Rovine. Racconti gotici dei maestri del genere (2000). Più che un testo gotico, si tratta di una storia romantica, dai risvolti tragici, incastonata in un clima di guerre sanguinolente, con arti squarciati a colpi di spada e volti insanguinati che lordano chiome e volti rendendoli irriconoscibili. A convincere, tuttavia, è il contesto storico-geografico che trasforma il tutto in un racconto "in costume" che ricostruisce un'epoca sepolta dal tempo e ricolloca Pisa al centro della nascita del romanzo gotico, come dimostrano anche il racconto Il Vampiro (1819) di John Polidori (origini pisane per via paterna) e il romanzo Frankenstein (1818) scritto da Mary Shelley ispirandosi agli esperimenti di un dottore pisano (Vaccà Berlinghieri). Il racconto chiude l'antologia per quello che è un vero e proprio testacoda guardando ai rapporti con Pisa (che di palle nel proprio stemma ne ha il doppio rispetto a quello dei Medici, concedetemi la precisazione). Tutto, di fatti, aveva preso le mosse con un racconto inedito in italiano intitolato The Tower (La Torre, 1955). Nulla a che fare con il mitico campanile di Piazza dei Miracoli, ma comunque una torre (chiamata del Sacrificio) anch'essa pendente, collocata alle porte di Firenze e, per giunta, realizzata da un artista in odore di magia nera (Niccolò di Ferramano). L'autrice, poco tradotta nella nostra landa, costruisce il testo più claustrofobico della collezione, tutto giocato sulle emozioni della protagonista e sulla sua paura del vuoto e del buio. Racconto allusivo, suggerisce un epilogo tragico ma lo lascia intendere solo al lettore più attento. Purtroppo l'elaborato prende le mosse da una premessa poco verosimile, che funge quale forzatura su cui costruire il resto. La protagonista, infatti, pensa bene di sfidare i 470 scalini che si inerpicano all'interno della torre quando ormai il sole sta per tramontare. Risultato finale? Semplice, si troverà a discendere nell'oscurità più pesta, perdendo punti di riferimento e sanità mentale.

E' invece ambientato, tra le altre location europee (Francia e Turchia), nel cuore di Firenze Die Geschichte von der Abgehauenen Hand (La Mano Mozzata, 1826) del teutonico Wilhelm Hauff. Elaborato proposto anche dalla Mondadori nel 1993, è un elegante giallo grandguignol dalla magica atmosfera. Un mercante turco, conosciuto anche quale medico, viene indotto in errore da un misterioso individuo, che vaga con un maestoso e sfarzoso mantello rosso nel cuore della città, a decapitare, dietro lauto compenso, una ragazza già deceduta o quantomeno così viene presentata all'uomo. Il racconto di Hauff è probabilmente il più interessante del lotto per quanto riguarda le valenze intrinseche, col suo epilogo moralizzante, sebbene mitigato da un finale che rende giustizia al protagonista, in cui si punisce quell'avidità dell'uomo che esorcizza ogni forma di ragionamento e rende cieca la vista.

Di caratura addirittura superiore La Redenzione dei Capilavori (1900) di Luigi Capuana, l'unico testo dotato di sense of wonder della collezione. Elaborato breve, ma sufficiente a brillare quale gustoso gioiello nell'orificeria di Venditti e Corazza. Si tratta di uno dei racconti più antologizzati dell'autore, sebbene assente da circa venti anni nelle varie novità editoriali. Costruito sull'idea che l'artista possa dotare le proprie opere di un seme germinale da cui soggetti particolarmente dotati possano, attraverso il magnetismo, conferire vita a quanto immortalato, La Redenzione dei Capilavori guarda in chiave originale alla produzione di Poe, E.T.A. Hoffmann e Oscar Wilde (l'epilogo è un omaggio al coevo Il Ritratto di Dorian Gray). Capuana però non si ferma a questo, ma colora il tutto con una presa di distanza dal materialismo scientifico e dall'incapacità dell'uomo pragmatico di sognare. "Più la scienza va avanti più diviene ignoranza... Ogni mistero schiarito ce ne mette subito innanzi parecchi altri e maggiori." Interessante l'idea che l'opera d'arte sia dotata di una scintilla vitale assimilabile a quella infusa da Dio nella creatura di fango dallo stesso plasmata. "Il pensiero umano, creando un'opera d'arte, non poteva agire diversamente dal pensiero divino che agisce nella natura.  Si trattava dell'identica forza creatrice con la sola differenza che il pensiero divino opera nella natura direttamente e indirettamente, per mezzo dell'umano organismo, nell'opera d'arte." Da qui arriva la provocazione (ma è anche una metafora che sottolinea l'immortalità del capolavoro che sopravvive al suo autore e alle generazioni che ne seguono) secondo la quale "tra quattro o cinque secoli, i veri capilavori di pittura e di scultura non esisteranno più, cioè non staranno più chiusi nelle gallerie, ma andranno attorno per il mondo, vivi, immortali e genereranno altri esseri, immortali al pari di loro." Il legame con Firenze qua è molto sottile, rispetto alle precedenti opere, ed è costituito dal quadro oggetto degli esperimenti, rubato dalla Galleria degli Uffizi.
Sulla stessa linea, ma meno interessanti, sono i restanti due racconti, entrambi incentrati su oggetti provenienti dalle famiglie fiorentine finiti, per diverse vie, in giro per l'Europa. In Hagar of the Pawnshop (Il Crocifisso, 1898), capitolo di un romanzo più ampio di Fergus Hume, un crocifisso racchiude al suo interno un pugnale che permette, senza destare sospetti, al suo possessore di vendicarsi della moglie e dell'amante della stessa proprio come successo in passato a Firenze al creatore dell'oggetto. Più orientato al fantastico, sebbene prevedibile in ogni suo sviluppo, The Medici Boots (Le Scarpette dei Medici, 1936) di Pearl Norton Swet, addirittura pubblicato a suo tempo su Weird Tales. Delle scarpette da collezione sono lo strumento attraverso il quale si diffonde una maledizione che spinge all'omicidio chiunque le calzi. Non si sottrarrà alla maledizione la giovane che cadrà nella tentazione di provarle.

Questo il contenuto de Il Giglio Nero, un'antologia interessante che propone Firenze e anche Pisa in un'ottica diversa da quanto siamo abituati a vederle ai giorni nostri e sparge un pizzico di mystery e granguignol che non sdubbia mai quando siamo alle prese con la narrativa nera. Pollice alzato.

Uno dei due curatori:
JACOPO CORAZZA.

"I toscani non credono se non nella realtà, specie in quella realtà, assai più reale e vera di quella fisica, che è lo spettro della realtà; tutta la vita terrena non è che lo spettro di quella infernale: la terra è popolata di spettri d'alberi, di monti, di uomini, di animali; ma i toscani sono i soli che abbian occhi per vederli." (da Maledetti Toscani, Curzio Malaparte).

sabato 27 giugno 2020

Recensione Saggi: LA MENTE DEL GATTO di Bruce Fogle.



Autore: Bruce Fogle.
Titolo Originale: The Cat's Mind.
Anno: 1991.
Genere: Saggio sui gatti.
Editore: Gruppo Editoriale Armenia (1999-2005).
Pagine: 288.
Prezzo: 16,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
PROSSIMAMENTE


L'autore BRUCE FOGLE
veterinario "con oltre 20 anni di esperienza"

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domenica 21 giugno 2020

Recensione narrativa TUTTO QUEL BUIO di Cristiana Astori.



Autore: Cristiana Astori.
Anno: 2018.
Genere: Giallo citazionista cinematografico.
Editore: Lit Edizioni Srl.
Pagine: 254.
Prezzo: 17,50 euro.

A cura di Matteo Mancini.
A distanza di quattro anni da Tutto quel Blu, torna Cristiana Astori col suo celebre personaggio Susanna Marino. Dopo aver scandagliato gli anni settanta e ottanta, la cacciatrice di pellicole perdute, una sorta di Lucas Corso italiano (il protagonista del romanzo spagnolo Il Club Dumas, esaltato dalla trasposizione cinematografica di Polanski intitolata La Nona Porta), regredisce alle origini del cinema, negli anni venti, nello sterminato e incompleto mondo del cinema muto. Si forma così un crocevia tra cinema horror dei primordi e letteratura, sviluppato, dall'ormai matura scrittrice piemontese, per effetto di un intrigo non così complesso ma sapientemente orchestrato, in un mix di giallo e narrativa del terrore. Susanna si trova a muoversi tra musiche ipnotizzanti plasmate dal lento incedere dei violini zigani, tra furti e omicidi che la vedono coinvolta e costretta a ripiegare su scantinati sotterranei che si muovono al di sotto della Budapest quotidiana, attorniata da personaggi ambigui e doppiogiochisti ma anche da apparizioni che rappresentano il graduale manifestarsi dei fantasmi delle epoche sepolte; epoche di morte, privazioni e cancellazione dei diritti umani.
La Lit Edizioni srl va così sul sicuro, scommettendo su un progetto ampiamente avviato e garantito nel suo successo dalla presenza di uno zoccolo duro di lettori pronti a fare calte false per accaparrarsi la nuova avventura di Susanna Marino (sembra tra l'altro che sia prossima l'uscita di un quinto volume). Ormai giunto al quarto capitolo, oltre un racconto pubblicato in un'antologia collettiva, la serie dedicata al cinema perduto espatria per tale via dalla Mondadori e, più specificatamente, dalla collana Il Giallo Mondadori, senza tuttavia subire battute di arresto.
Susanna si sposta in Ungheria, al soldo dell'ennesimo collezionista a caccia del gioiello perduto. Costruito su due piani temporali divergenti, uno ancorato ai tempi della pellicola ricercata e l'altro ai tempi odierni, Tutto Quel Buio si snoda nei meandri di una Budapest magica che ricorda, con i suoi ghetti ebraici e gli edifici diroccati, la Praga de Il Golem (1915) di Gustav Meyrink. Al centro della vicenda c'è un film ungherese, realizzato con maestranze austro-ungariche, ricordato quale il primo vero film tratto dal romanzo culto Dracula (1897) di Bram Stoker: Drakula Halala ovvero La Morte di Dracula. Un accostamento maledetto quello costituito tra il Dracula e il cinema. Realizzato nel 1920, il film è tuttora introvabile e oggetto di ricerche in giro per l'Europa. L'Astori ci ricama sopra e cerca di ricostruire la vita della misteriosa attrice Margit Lux, chiamata a interpretare la sposa di Dracula, vedendovi un'attrice di origine ebraica bruciata nella carriera e nella psiche da questo lavoro (non sarebbe l'unica attrice ad aver subito il fascino del male, permettendo allo stesso di insinuarsi dalla finzione alla realtà non riuscendo più a discernere tra le due e perdere così la retta via). In altri termini, la Astori ricorre alla figura di questa giovane ragazza sedicenne, che nella realtà non si sa chi fosse (secondo alcuni era uno pseudonimo di Lene Myl), per rappresentare la purezza contaminata dal male ovvero da un regista dracula (inteso però in chiave machiavellica) intenzionato ad appropriarsi della bellezza per un mero cruccio e senza valori di fondo. Tutto si muove da fatti concreti ma, ovviamente, poi si delinea in modo fantasioso. Si prende le mosse dalle due uniche fotografie sopravvissute di un film andato probabilmente distrutto nel corso dell'occupazione nazista e proiettato negli anni venti in sole due circostanze. Un destino che ha rischiato di ripetersi due anni dopo anche col Nosferatu (1922) di Murnau, ovvero il primo grande film su Dracula. Girato e realizzato in Germania, l'opera di Murnau fu predisposta sul modello proposto da Stoker senza tuttavia pagare i diritti d'autore con conseguenziale causa giudiziaria e condanna della casa di produzione, peraltro fallita a seguito della contesa, a distruggere tutte le copie messe in circolazione. Fatti e circostanze che hanno ammantato i personaggi e i film sul principe della notte di un'aura maledetta, basti pensare al destino dello stesso Murnau (trasportato cadavere sull'oceano a bordo di una nave, era morto a Tahiti, e poi tenuto per giorni in una cantina una volta sbarcato in Germania, proprio come il vampiro protagonista del suo film, oltre che esser vittima di una successiva profanazione con decapitazione del cadavere, proprio come successo a Dracula, e scomparsa definitiva della testa) o del più celebre attore che abbia mai interpretato Dracula ovvero Bela Lugosi (morto con la convinzione di essere davvero un vampiro e sepolto con gli indumenti di Dracula) o ancora Libero Samale, autore di punta col celebre pseudonimo Frank Graegorius della celebre collana italiana degli anni sessanta/settanta I Racconti di Dracula, trovato morto senza sangue nelle vene (a causa di un'emorragia interna).

"Uno degli aspetti che mi divertono" scrive l'autrice "consiste nel far sembrare reale l'immaginario e immaginario ciò che è reale." Un proposito che sembra calzare assai a pennello sia in riferimento al personaggio al centro della vicenda (Dracula) sia in riferimento all'autrice. Con Tutto quel Buio, Cristiana Astori tenta la duplice fortuna caratterizzata dal curioso miscelarsi tra finzione e realtà, così da sfidare la sorte e vedere se, nel prossimo immediato futuro, il film Drakula Halala salti davvero fuori come avvenuto nel romanzo e come effettivamente successo, con le altre pellicole interessate dall'attenzione della scrittrice nostrana (celebre anche per le traduzioni dall'inglese all'italiano di Jeffrey Deaver e Jeff Lindsay), dopo l'uscita dei precedenti romanzi. Infatti Un Dia en Lisboa e L'Autuomo, fulcri dei precedenti intrecci, sono effettivamente stati ritrovati a dimostrazione di quanto i propositi dell'Astori siano, di fatto, tutt'altro che fantasiosi.

TUTTO QUEL BUIO
si presenta quale quarto capitolo
delle avventure "dei colori" che hanno la cacciatrice di pellicole scomparse
Susanna Marino quale protagonista.

Sul romanzo giova evidenziare la meticolosa cura nella descrizione delle scenografie ungheresi. Per esser maggiormente efficace, l'Astori ha dichiarato di aver passato svariati giorni nella capitale magiara e questo ha indubbiamente portato lustro all'opera. Budapest viene utilizzata in ogni sua parte per conferire fascino al narrato e diviene personaggio aggiuntivo col suo lungo incrocio di culture, il retaggio dei regimi contrapposti - dall'imponenza imperiale alle simpatie naziste fino alla povertà nel periodo di influenza russa - ma anche con la sua cultura e i suoi cibi. Curate le caratterizzazioni dei personaggi, forse addirittura prevalenti sul soggetto. Questo infatti ricalca un po' le precedenti avventure, se non fosse per una maggiore attenzione nella ricostruzione storica. Il contesto ambientale e le deportazioni ebraiche degli anni quaranta diventano occasione per ricordare le follie e i veri orrori che hanno funestato il novecento. Una male oscuro andato ben oltre alle fantasie dei narratori del terrore. L'Astori, con tatto e anche con importante dose di studio pregresso, penetra nel delicato contesto della memoria, tornando a esumare piaghe che hanno lasciato ferite che non possono saturarsi neppure nei passaggi di consegna generazionali.
Lo stile è un calibrato mix di eleganza e di immediatezza, così da poter esser apprezzato da diverse categorie di lettori, sia i c.d. lettori usa e getta sia quelli che ricercano un'eleganza che trascenda dalla mera narrazione. Manca forse, a livello di intrigo giallo, qualcosa nell'intreccio (la soluzione finale appare didascalica in perfetto stile film giallo all'italiana degli anni settanta e, forse, un po' forzata ed estremamente improbabile), carenza comunque ampiamente compensata dalle atmosfere e dalla cura nella descrizione ambientale e dagli usi locali. L'epilogo, all'insegna del cinismo, mostra un'Astori romantica ma, al tempo stesso, concreta e poco in linea con la società in cui si muove la sua protagonista (aspetto che era emerso in modo più marcato già in Tutto quel Blu). I collezionisti sono raffigurati, più che come appassionati e amanti del cinema, quali biechi opportunisti ed egoisti, non orientati alla divulgazione, bensì speculatori che sfruttano il lavoro altrui per fare ricchezza personale.
La parte più bella? Direi quella portata in scena al Memento Park, in mezzo alle statue decadute del comunismo.
Molte le citazioni disseminate nel testo. Le più evidenti sono quelle al sopracitato Golem di Meyrink (per la cura scenografica) e un vero e proprio plagio ovvero la morte della Novak. L'Astori costruisce la scena a immagine e somiglianza del decesso della Baronessa Kessler nel film La Nona Porta. "Io l'ho visto prima di te" affermava la nobildonna, in riferimento al diavolo; qua invece a interessare è l'altro principe della notte, il Dracula, in una girandola che vede agire, tramite cacciatori di pellicole, collezionisti intenzionati a ridurre il numero di pellicole ancora in circolazione proprio come Boris Balkam (cognome che suona alla stessa maniera del cognome della moglie di Bram Stoker, ovvero Balcombe, intenzionata a far bruciare tutte le pellicole del Nosferatu) faceva nel citato film di Polanski col volume Le Cinque Porte. Poco da dire, quando si chiama in causa Dracula si finisce sempre con il rimanere legati al fascino del male finché quanto scritto sulla carta si concretizza alla maniera di un fumo sulfureo che, a poco a poco, assume consistenza fisica e materiale bruciando quanto di innocente è rimasto. Quando questo avviene è troppo tardi per destarsi dall'incubo e svegliarsi dalla catalessi. Gli artigli della notte affondano nella carne sotto forma di due canini appuntiti, mentre tu, vittima consapevole eppure ammaliata, resti rapita da quel giallo... tutto quel giallo, che ti scruta e ti penetra nell'anima e allora urlare diviene impossibile, perché il dolore si confonde col piacere e la sanità mentale si unisce alla pazzia in un amplesso di morte. In quell'istante comprendi cosa siano paura e terrore, eppure il tuo urlo si fa muto, in tutto quel buio che cala implacabile sul palcoscenico e rende simile la vita al cinema, trasformandoti in una pellicola perduta diretta da un regista maledetto.

DI TUTTI I COLORI: 
SUSANNA NON DEVB MORIRE.
Il terrore più vivo dell'autrice CRISTIANA ASTORI
prossimo a trudursi dalla finizione in realtà.

"La paura è immotivata, ma il terrore ha sempre un motivo."

mercoledì 10 giugno 2020

Recensione Narrativa LA DAMA DEL SUDARIO di Bram Stoker.



Autore: Bram Stoker.
Titolo Originale: The Lady of the Shroud.
Anno: 1909.
Genere: Drammatico.
Editore: Vari.
Pagine: 320.
Prezzo: 15,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Penultima fatica di Bram Stoker, autore entrato nella leggenda e nell'immaginario colletivo per effetto di una sola opera: Dracula (1897). Un successo debordante, capace di dar vita a un vero e proprio sottogenere della narrativa del terrore, continuamente riproposto al teatro e al cinema, tanto da inchiodare il suo già non più giovane autore (cinquantenne) a una notorietà unicamente connessa al suo romanzo di maggior successo. In verità Abraham Stoker, recensore, scrittore e soprattutto socio dell'attore teatrale Henry Irving, ha scritto molto (peraltro quasi tutto tradotto in Italia) e non sempre incanalandosi in quella branca riconducibile alla narrativa fantastica. Autore romantico e attratto da complesse storie di amore (piuttosto che di morte), Stoker ha da sempre dimostrato il proprio interesse per l'occultismo e la narrativa fantastica, ma non se ne è fatto rapire alla maniera dei veri e propri specialisti del settore. Studioso di mesmerismo, egittologia, folklore locale e mitteleuropeo, aderente all'ordine esoterico della Golden Dawn, ha orientato la propria produzione verso l'orrore proprio in funzione dei riscontri e della notorietà accordatagli dopo l'uscita del celebre romanzo che gli ha concesso una gloria seconda a pochi. Prima di allora, e in parte anche in seguito, le sue incursioni nel fantastico erano state occasionali. Penalizzato da uno stile vetusto, assai ricco di divagazioni e tendente alla ripetizione, non è più riuscito a confermare il successo assaporato col Dracula. The Lady of the Shroud, da noi tradotto con svariati titoli a partire dal 1985 (La Dama del Sudario, La Signora del Sudario o La Vergine del Sudario), non si sottrae dai limiti della produzione dello scrittore, anzi nè è un fulgido esempio.

Stoker prova a rinnovare lo schema narrativo del Dracula, sviluppando la storia quale coacervo di estratti dai diari dei vari personaggi, articoli di giornale e corrispondenze epistolari. Ne emerge una ripetitiva riproposizione dei medesimi fatti filtrati dai diversi punti di vista. Oltre questo limite, non brilla neppure il soggetto. Stoker accenna al fantastico e lo fa strizzando l'occhio, anche nel contenuto, alla sua opera più riuscita.
Dall'Inghilterra ci si sposta ancora una volta in Est Europa, questa volta nei Balcani. Il protagonista, un giovane rampollo della nobiltà inglese, tale Rupert St Leger, riceve in eredità da uno zio una sfarzosa proprietà nell'immaginario (credo) regno delle Montagne Azzurre. Zona collocata ai confini di Dalmazia, Bulgaria, Serbia, Erzegovina e Albania in cui è presente "il più bel porto tra Gibilterra e i Dardanelli". Uno spicchio di terra che fa assai gola all'impero ottomano e che viene difeso da uno zoccolo duro di sospettosi e chiusi montanari. In questo scenario, Stoker propone la storia d'amore, all'inizio impossibile e minacciata da una malefica onta in odore di dannazione, tra l'ospite inglese e la giovane figlia del re. Quest'ultima viene portata in scena con gli stilemi tipici del romanzo gotico di primo ottocento. L'autore, tramite il suo personaggio, parla apertamente di vampiri e "non morti". La giovane difatti si manifesta di notte, scappa alla luce del giorno ed è protetta da un solo sudario bianco. Bagnata nelle vesti, pallida e fredda, offre la sensazione di essere una defunta. Non fa niente per celare la propria condizione, anzi sembra volerla caldeggiare. L'intuizione viene confermata dalle ricerche del protagonista che, penetrato nei sotterranei di una vicina Chiesa, la scorge all'interno di una bara delimitata da una lastra di vetro che consente di vedere all'interno del sepolcro. Assai d'effetto, inoltre, è il prologo del romanzo, che si apre con dei ritagli di giornale, riconducibili a una testata chiamata "Il Giornale dell'Occultismo", dove si parla di un avvistamento notturno, nel cuore dell'Adriatico, "di un'esile figura bianca di donna, che andava alla deriva in una strana corrente a bordo di una piccola imbarcazione... l'imbarcazione non era altro che una bara sopra la quale la donna stava in piedi."
Si tratta della parte più riuscita del testo. Stoker, pur se in modo assai macchinoso, crea atmosfera e mostra la predilezione per un piglio grandguignolesco che si percepirà assai meglio nell'antologia postuma fatta pubblicare dalla moglie (Dracula's Guest & Other Weird Stories). Assistiamo infatti alle premonizioni della madrina del protagonista (una studiosa di occultismo che afferma di esser dotata di una seconda vista), con descrizioni estremamente riuscite e dotate di grande gusto onirico. In particolare c'è la visione di un matrimonio in odore satanico, con cuori che pulsano e grondano sangue calpestati da monaci avvolti da tonache nere. Purtroppo la spinta fanstastica termina qua. A circa un terzo di romanzo, si scopre che di paranormale e di fantastico non c'è assolutamente niente. La dama del sudario è infatti una normalissima ragazza, figlia del Re del posto, costretta a simulare di esser morta per prendere tempo ai fini di interesse politico e strategico. Sul posto infatti grava l'imminente miaccia di un tentativo di invasione turca. Scoperto l'inghippo, St Leger convolerà a nozze e metterà a disposizione dei locali tutto il suo eroismo, tra rapimenti, liberazioni e assalti bellici con tanto di navi da guerra e aerei. Il romanzo passa così dal fantastico a un genere dapprima d'azione e poi di fantapolitica, con Stoker, ben attento a tessere lodi al ruolo dell'Inghilterra nel farsi garante delle libertà dei popoli di autodeterminarsi, che immagina di tratteggiare i futuri scenari dell'equilibrio europeo, ormai prossimo a disgregarsi proprio partendo da quelle lande da cui si muovono le vicende di The Lady of the Shroud.

Spesso presentato quale romanzo horror o comunque fantastico, La Dama del Sudario è indirizzato ai soli studiosi della narrativa di Stoker e si segnala per alcune descrizioni lievemente caricate di una sana e casta spinta erotica (anche se, a differenza del Dracula, c'è un atteggiamento più bacchettone), ma soprattutto esaltate da un'atmosfera necrofila (il protagonista dichiara amore alla sua amata anche qualora questa dovesse essere una morta) che si sviluppa negli scantinati di una Chiesa. Sensazioni e visioni che, come abbiamo detto, sfumeranno in un romanzo di ben altra natura, assai vicino a un testo fanta-politico rallentanto da pause e interi capitoli che suscitano una noia che rende assai ardimentoso il compito del lettore. Difficile arrivare al termine senza saltare le pagine. Non consigliato.

sabato 16 maggio 2020

Recensione Narrativa: La Gorgiera della Contessa Sanguinaria di Ivo Torello



Autore: Ivo Torello.
Anno: 2019.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy.
Pagine: 128.
Prezzo: 9,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Dopo il successo commerciale ottenuto dal'innovativo e coraggioso La Casa delle Conchiglie (2018), riuscita commistione tra erotismo spinto e weird, il genovese Ivo Torello sfrutta il contesto scenografico di una Parigi di inizio secolo, si passa dal 1860 del romanzo che ne funge da spunto al 1923, per dar vita a un progetto che si inserisce nel solco tracciato dalle vicende trattate ne La Casa delle Conchiglie quale potenziale sequel della vicenda articolato in una serie di racconti lunghi: "Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy." L'idea nasce dalla volontà di raccontare storie brevi, circa 120 pagine, strutturate attorno alle vicende di un una sorta di detective dell'occulto che, suo malgrado, si trova a dover risolvere intrighi in cui la magia e i risvolti esoterici vengono ad assumere valenza decisiva. Uomo d'azione, ma tutt'altro che muscolare. Non ricorre ad armamentari alla Carnacki né risulta dotato di poteri psichici alla John Silence, piuttosto ricorre a unguenti a base di mandragora che gli permettono di acquisire notizie utili ai casi a cui si sta dedicando. In questo ricorda un po' il celebre detective di Sax Rohmer (Morris Klaw), che era solito addormentarsi su un cuscino particolare imbevuto di polveri psicotrope. Un ingresso nel mondo del paranormale che riesce altresì a compiere, comunicando nel sogno delle persone a cui intende rivolgersi per ricevere aiuto. Catalizzatori di questi eventi sono il mentore dell'uomo Auguste Le Roux e, soprattutto, Madame Sabatiere, protagonista de La Casa delle Conchiglie, e qua ai margini della storia, eppure determinante per la risoluzione del caso sebbene abbia circa novant'anni (è una potente esoterista).
Il nuovo protagonista di Torello è un truffatore di 33 anni, una sorta di via di mezzo tra Arsenio Lupin e il Lucas Corso di Perez Reverte, amante delle ballerine e cultore dell'arte (in particolari testi magici quale il Manuale di Magia Operativa  di Giulio Ettore Ferraris), che vive di espedienti, curando furti su commissione al soldo di collezionisti privi di scrupoli e a caccia di rarità legate all'occultismo.
"Era il genere di persona che non spicca in mezzo alla folla: trentatré anni, mediamente alto, moderatamente belloccio, discretamente magro, bruno, occhi scuri, il profilo alla greca con la fronte un po' troppo accentuata, ostentava lunghe basette e capelli impomatati alla moda; i suoi vestiti parevano provenire tutti dal monte di pietà, e le camicie sembravano un po' logore al colletto e ai polsini." Questa la presentazione che Torello riserva al suo personaggio: Ulysse Hilarie Bonamy.
La storia prende le mosse come un giallo che richiama alla memoria l'eleganza e le atmosfere degne della penna di Gaston Leroux. Torello è abile nel descrivere la Parigi del primo ventennio del secolo scorso, il suo talento nel prendere per mano il lettore per calarlo in un contesto curato nel minimo dettaglio storico è di straordinario tatto e costituisce, insieme ai pungenti dialoghi all'insegna dell'ironia, uno dei punti di forza del progetto. Bonamy si trova a indagare, sovvenzionato dall'amante di una ballerina di spettacoli equivoci e dal padre della stessa, in via parellela alla polizia su un caso di rapimento che suona quale messa in scena motivata da ragioni estorsive. A scomparire è infatti una stella dei music-hall parigini, tale Anastasia Gauthier, che in realtà è una viziata figlia di un facoltoso industriale.
Condotta con uno stile estremamente elegante e curato, Torello porta avanti una storia dall'intreccio non troppo elaborato eppure funzionale e ben veicolato verso una parte terminale all'insegna dell'onirico. Il tuttofare Bonamy si troverà costretto, a sua volta sotto ricatto, a introdursi in un teatro degli orrori per rubare la gorgiera della Contessa Erzebet Bathory (forse l'apice del romanzo insieme alla parte finale) così da poter consegnare l'oggetto a un crudele collezionista di reperti macabri e completamente votato al male. Quest'ultimo, l'antagonista dell'avventura, è un occultista che vive protetto da due energumeni (puntualmente messi knock out dal gracile Bonamy) e attorniato da reperti che simboleggiano il male più assoluto. Nella sua collezione spiccano il leggendario rosario di Satana e il cranio di Gilles de Rais, ma anche un coltello spacciato come quello che trafisse a morte Giulio Cesare. Torello mantiene la componente erotica, ma riduce fortemente il piglio tendente al porno che dominava nel precedente romanzo. Qua i riferimenti diventano essenziali, non più gratuiti e insistiti, e la cosa si riflette positivamente sul romanzo che, a poco a poco, si sposta sempre più dal giallo/pulp di matrice poliziesca al weird. La parte finale, all'insegna di visioni che simboleggiano l'eterna lotta tra magia bianca e magia nera, vale da sola il prezzo d'acquisto del volume (peraltro assai contenuto). Torello propone una coppia di anelli (l'anello di Desdemona e l'anello del Moro) che permettono di controllare i pensieri della persona che indossa il più piccolo dei due, inoltre ricorre a uno speciale rosario maledetto (il Rosario di Loudun) che nel 1632 avrebbe generato una possessione diabolica collettiva all'interno di un convento di suore, per dare sfogo alla sua fantasia pittorica. Ecco che la Parigi del novecento si cancella alla vista dei protagonisti e dall'indefinito prende corpo una visuale in cui arte e colori accesi si fondono per partorire orrori e violenze che hanno nella Contessa Erzebet Bathory la grande regina che muove i fili del delirio grandguignolesco. Il mix tra orrore esoterico ed erotismo si miscela bene e rende assai spassosa e coinvolgente la lettura. Il lettore si trova a divorare le pagine fino al convincente epilogo.
Torello fa rivivere, pur ammodernandolo, il magico tempo degli scrittori di inizio novecento, dando il via a una serie che promette molto bene e che, a metà 2020, conta già altri due episodi: L'Harem delle Vergini Dannate (uscito nel dicembre 2019) e Il Maledetto Paese che Puzzava di Pesce (atteso in uscita per giugno 2020). Lunga vita a monsieur Ulysse Hilarie Bonamy, mascalzone, ladro, donnaiolo e truffatore che si trova a indagare su losche faccende decisamente fuori dall'ordinario, dove il soprannaturale è all'ordine del giorno, l'orrore a un passo e il divertimento assicurato.


Lo scrittore IVO TORELLO, a sx,
e l'editore ANDREA VACCARO, a dx,
durante una fiera allo stand delle Edizioni Hypnos.