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martedì 26 ottobre 2021

Recensione Narrativa: THE DARK SIDE a cura di Roberto Santachiara.

Autore: AA.VV..
Curatore: Roberto Santachiara.
Titolo Originale: Il Lato Oscuro.
Anno: 2006.
Genere:  Giallo / Crime.
Editore: Einaudi (2006).
Pagine: 520.
Prezzo: 16,50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

LA PREMESSA

A volte il destino disegna delle trame da cui è impossibile sottrarsi e una di queste è quella che mi lega a questa antologia. Uscita nel 2006, primo anno in cui intrapresi la via della scrittura, The Dark Side si propose alle mie attenzioni pochi mesi dopo la sua uscita, facendo mostra di sé dagli scaffali dei libri dell'Ipercoop in cui, anni prima, avevo preso il mio primo libro di Stephen King (“Stagioni Diverse”). All'epoca leggevo soprattutto antologie collettive horror o di fantascienza oltre che testi di criminologia e di Carlo Lucarelli, da cui peraltro a inizio 2007 fui selezionato in un concorso narrativo. Leggere il nome di Lucarelli, in copertina, unitamente a quello di Stephen King, mi indusse ad afferrare il libro e a sfogliarlo. Diciannove nomi, molti dei quali per me (all'epoca) sconosciuti, con un insolito mix di scrittori americani e italiani. Interessante, ma anche, per un lettore in erba, meno accattivante di altri testi per l'idea di costituire un tentativo di lancio di autori di casa. La cosa comunque colse la mia attenzione, ma il rimando alla crime fiction frenò il mio entusiasmo. Non presi il libro e passai oltre, preferendo dedicarmi all'approfondimento della narrativa del terrore. Quella non fu l'unica occasione che mi avvicinò all'acquisto del volume. The Dark Side si è più volte riproposto alla mia attenzione, vuoi nelle librerie dei libri usati, vuoi tra i volumi venduti da utenti ebay da cui avevo scelto una serie di volumi in blocco. Tutte le volte, la visione del volume mi indusse a soffermarmi e a valutare l'acquisto per poi declinarne il proposito. Sono così passati, in un battito di ali, quindici anni di mancato amore finché un giorno, sospeso da lavoro a causa della mancata effettuazione del tampone e di ritorno da una manifestazione No Green Pass, The Dark Side è tornato per l'ultima volta ad accarezzare le mie dita. Un banale lunedì mattina di metà ottobre, mentre scartabellavo una catasta di volumi ammucchiati in una bancarella montata sotto il Comune di Pisa, ecco che la copertina nero-azzurra riaffiora dal tempo. Accanto, scritto a pennarello in formato gigante, il prezzo per ogni volume disposto in quella parte della bancarella: 1 euro. Ultima chiamata e ultimo prezzo per un'offerta che non si può rifiutare, giusto per restare in tema di crime fiction. Ora o mai più, mi dico. Decido di rispondere all'invito, sarebbe altrimenti offensivo non farlo. A quel prezzo, il volume è praticamente regalato. Lo compro e in appena sette giorni leggo il testo.
 
ANALISI GENERICA 
The Dark Side è un'antologia alquanto insolita. Curata dall'agente letterario Roberto Santachiara, è un volume che propone diciotto racconti neri (uno di questi fantascientifico), equamente divisi tra scrittori italiani e scrittori americani, a cui si aggiunge uno spaccato di vita autobiografico di uno dei maggiori autori di noir a stelle strisce ovvero James Ellroy.

Un volume dunque accattivante e con ambizioni internazionali da premiare per il proposito di lanciare scrittori italiani usando quale via promozionale la partecipazione di un parco di scrittori d'oltreoceano di eccezionale presa commerciale. Tra questi ultimi spicca Stephen King, credo per la prima volta inserito in un volume al fianco di scrittori italiani. L'asso del Maine, celebre per romanzi quali It, Shining e Il Miglio Verde, è solo uno dei tanti assi schierati da Santachiara. Nel testo figurano infatti maestri assoluti come lo scrittore della golden age fantascientifica Robert Silverberg, il plurivincitore dell'Ellery Queen Readers Award for Best Short Story of the Year Jeffrey Deaver (autore, tra gli altri, del romanzo Il Collezionista di Ossa, da cui poi è stato tratto il film interpretato da Denzel Washington), l'ex pugile F.X. Toole celebre per il racconto da cui Clint Eastwood ha tratto il capolavoro Million Dollar Baby, il giornalista di cronaca giudiziaria James Grady poi assurto al rango di scrittore di culto con I Tre Giorni del Condor (da cui il film degli anni settanta diretto da Sidney Pollack con Robert Redford) nonché il monumentale Ed McBain, creatore di quell'87 Distretto annoverato tra le serie poliziesche più popolari di ogni tempo. Al fianco di questi autori figurano inoltre una serie di scrittori italiani popolarissimi. Alle celebrità Carlo Lucarelli, conduttore della trasmissione Rai Blu Notte e di Dee Giallo, ma soprattutto scrittore di thriller (tra i quali ricordo Almost Blue e L'Isola dell'Angelo Caduto) e libri di inchiesta, e il magistrato Giancarlo De Cataldo (divenuto uno scrittore di riferimento del giallo all'italiana grazie a Romanzo Criminale) si sommano autori meno noti al grande pubblico ma dotati di una larga schiera di aficionados. Tra questi abbiamo il portabandiera del cosiddetto gotico rurale italiano (alla Pupi Avati, per intenderci) Eraldo Baldini e il collettivo bolognese Wu Ming, ma anche uno dei principali traduttori dall'inglese all'italiano di Stephen King ovvero Giovanni Arduino. Dunque un bel gruppo di scrittori coordinati da Roberto Santachiara, agente letterario con molte amicizie influenti oltreoceano. Santachiara pensa in grande e, parlando con McBain, concepisce un'idea priva di precedenti: mettere insieme una generazione di scrittori noir, horror e mistery italiani - legati alla sua agenzia letteraria - col top proposto dalla produzione americana. Un amalgama funzionale a esportare negli Stati Uniti gli scrittori della nostra penisola. Un tentativo di conquista che non andrà in porto.

Santachiara bada ai nomi, non costruisce un progetto definito. Gli autori non hanno limiti di battute né viene loro indicato un tema a cui dedicarsi se non il generico collegamento alla crime fiction. Santamaria vuole i grandi nomi, poco importa a cosa essi si dedichino. Quello che conta è il richiamo del pubblico che gli stessi sono in grado di garantire. Il risultato finale risente molto di questa impostazione. The Dark Side è un'antologia che non ha un fil rouge, mancando quindi di una vera e propria anima. Ciò inficia il giudizio sul volume, ma non ovviamente quello sui singoli racconti spesso e volentieri interessanti.

Sebbene manchino racconti geniali sul versante dei soggetti, la qualità degli autori spicca nelle notevoli doti narrative. Circa la metà dei racconti è piuttosto qualitativa, soprattutto per la capacità di coinvolgimento di cui sono capaci i narratori. Certo, non ci sono idee innovative. La bontà sta nel saper raccontare le storie. Gli scrittori stranieri, in media, sono di qualità superiore rispetto alle prove offerte dai “nostri”. Sono sei i racconti che definirei buoni, di cui due italiani (tra cui quello di Carlo Lucarelli). Altri quattro (compresi De Cataldo e Baldini) sono più che sufficienti. I restanti vanno dal sufficiente al mediocre, con soli due racconti (entrambi italiani) che ho reputato scarsi per i motivi che indicherò di seguito nell'analisi dettagliata.

Ciò premesso, The Dark Side è un volume da premiare per l'intento che ne sta alla base e per il suo offrire ai lettori l'opportunità di conoscere autori nuovi, cercando di spingerli sulla produzione italiana. Da non sottovalutare il tentativo di offrire visibilità internazionale a una serie di autori italiani e, di conseguenza, al nostro movimento letterario di genere. Un aspetto questo che non può che essere lodato. Purtroppo, l'Einaudi non ha ristampato l'antologia, segno di un successo non riscontrato sul mercato e per questo rinviato al mittente.

Carlo Lucarelli.

ANALISI DETTAGLIATA

Pur riconoscendo una qualità generale più che interessante. Sono tre i racconti che si contendono il gradino più alto dell'ideale podio.

Si tratta di tre storie molto diverse, che non hanno certo nel soggetto il loro punto di forza. La qualità sta in un caso nella tecnica e nel giocare sui luoghi comuni del lettore medio, nell'altro caso sta nel particolareggiato sviluppo del contesto ambientale rappresentato dal mondo dello sport e nel terzo caso risiede nella caratterizzazione del personaggio protagonista. Ciò premesso ritengo il racconto che chiude l'antologia, Holy Man (“Sant'Uomo) di F. X. Toole, il miglior elaborato dell'antologia. Conosciuto soprattutto per Lo Sfidante, il racconto da cui è stato tratto Million Dollar Baby, Toole, già scomparso da due anni rispetto all'uscita di The Dark Side, offre nelle mani di Santachiara un inedito che non è affatto inferiore al capolavoro che gli ha permesso di ottenere il successo internazionale. Ex pugile ed ex allenatore di pugilato, Toole mette a disposizione della scrittura la propria esperienza, fatta di duro lavoro a bordo ring ma anche di conoscenza di aneddotica pugilistica, per raccontare dal punto di vista di un allenatore, alla ricerca del campione che possa portarlo alla corona, la vicenda di un pugile decaduto che riconquista l'olimpo per cadere di nuovo in disgrazia, in balia dei medesimi richiami (donne facili, soldi, cattive amicizie e alcool) che ne avevano spezzato la carriera. Testo denso, coinvolgente, che rispolvera i ricordi cinematografici che hanno reso epica l'epopea di Rocky Balboa, senza però cancellare la zona d'ombra caratterizzata dalla illegalità, dagli incontri combinati e dagli egoismi che gravitano attorno al mondo della boxe. Cinico, ma realistico nel suo mostrare la lunga e faticosa strada verso l'ascesa e, al tempo stesso, la ripida e veloce discesa da cui perdere tutto (fiducia e stima comprese). Toole ci dice che, a volte, la seconda chance è un qualcosa che non deve essere concesso a chi non se l'è saputa meritare. Amaro.

Molto qualitativo e, per certi versi, didattico, per l'evidente tecnica messa a nudo dall'autore, è Born Bad (“Seme Cattivo”) dell'asso Jeffrey Deaver. Racconto breve del 2003 che gioca sui luoghi comuni e sui cambi di prospettiva, in una logica sofistica che ribalta, attraverso un lavoro di costruzione e decostruzione progressiva, il quadro che il lettore si era fatto. Storia in sé e per sé semplice, ma lavoro di tecnica magistrale. Deaver propone un arresto in famiglia raccontato in modo da capovolgere gli iniziali i ruoli (supposti dal lettore) di madre modello e di figlia scapestrata.

Lavora invece sulla caratterizzazione del personaggio l'italiano Giampiero Rigosi, con il suo Alfama, una storia che rievoca i copioni di Luc Besson (penso a Leon). Autore di Bologna, con cui ho avuto l'onore - nel giugno del 2021 - di condividere una pubblicazione nella medesima antologia (siamo insieme pubblicati in Storie Felsinee – I 34 Racconti di Bologna a cura di Giovanni Modica, per Il Foglio Letterario), Rigosi piazza una storia da annoverare nel sottogenere dell'allievo che supera (o tenta di farlo) il maestro. Sicario della ndrangheta operativo a Milano, Alfama è un vecchietto silente dai modi gentili, romantico, malinconico e apparentemente pacifico. È un qualcuno che potrebbe benissimo celarsi nella popolazione, passando da inosservato (cosa che farà all'epilogo per sottrarsi alla vendetta dei mandanti di un tempo). Alfama è chiamato ad addestrare il nipote di un boss, un ragazzo amante della bella vita e delle donne appariscenti, chiacchierone e caciarone che non spende troppo nel premere il grilletto. Improvvisamente tagliato fuori dalla cosca mafiosa, Alfama riesce a sventare l'omicidio commissionato a sue spese, grazie a quell'esperienza a cui un giovane killer non può pensare di sopperire col coraggio e il fegato. Testo bello, triste, che mostra la dura vita (e la rinuncia alla propria famiglia) di un sicario costretto a fare quello che fa più per condanna di vita che per una libera scelta.


Si mantengono su livelli buoni altri tre racconti. Più concentrato sull'intreccio è Carlo Lucarelli che col suo L'Uomo col Vestito a Strisce regala forse l'unico racconto veramente giallo dell'antologia. Lo scrittore parmense ambienta il suo giallo nell'inusuale cornice di un campo di concentramento nazista. A corto di indagatori, il responsabile del campo, per venire a capo dell'omicidio della fidanzata (un'ausiliaria con la passione per gli ufficiali uccisa nel campo da una SS con pulsioni da serial killer), si trova costretto, suo malgrado, a ricorrere all'acume di un ex poliziotto triestino recluso nelle baracche. Lucarelli ricrea, da abile narratore, il clima e la follia dei campi di concentramento. Lo fa con eccezionale presa visiva e fa avvertire al lettore i calci e i cazzotti a cui sono sottoposti gli ebrei. L'intreccio giallo tiene tanto da rendersi beffardo all'epilogo, andando di pari passo con lo sviluppo del contesto d'insieme in cui si svolgono i fatti. Uccidere una SS, anche per un pari grado, non è la stessa cosa di uccidere un “semplice” ebreo, lo capirà bene l'ex poliziotto triestino che, risolto il caso, se la ride senza che gli altri ne comprendano la ragione.

Notevole è Herbert in Motion dell'inglese Ian Rankin, celebre per la serie di romanzi del ciclo John Rebus. Racconto del 1996 che ricorda il giallo In The Frame (“Una Tela Rosso Fuoco”) di Dick Francis, Herbert in Motion (titolo di un quadro immaginario) trova la sua linfa vitale nella dettagliata descrizione del mondo dell'arte pittorica, tra nomi di pittori e opere d'arte, gallerie (il protagonista è il direttore della Tate Gallery di Londra), agenti che si propongono di offrire quadri di giovani emergenti e richieste di noleggio dei quadri avanzate da clienti per far colpo su ospiti internazionali. Rankin è altamente ironico e, al contempo, adrenalinico. Fa mettere in piedi ai suoi protagonisti, tra cui il direttore della Tate Gallery, una truffa attraverso la quale rubare una serie di quadri minori custoditi nei sotterranei della Tate Gallery per sostituirli con delle copie fatte realizzare appositamente da pittori in erba, così da poter vendere gli originali a collezionisti privati senza dare l'idea che ci sia stato un furto (idea mutuata dal citato romanzo di Francis). La richiesta di noleggio da parte del primo ministro inglese di uno dei quadri sostituiti getta però nel panico il direttore della galleria... è l'inizio di una serie di incredibili coincidenze che porteranno il direttore a essere smascherato da uno degli ospiti del primo ministro inglese, un politico americano, patito per la pittura e amico fraterno dell'autore del quadro originale (il Vittorio Sgarbi della situazione). Il direttore, ormai preso dall'idea di suicidarsi, viene salvato da un particolare... il vero quadro è stato acquistato mesi prima dallo stesso politico americano che si complimenta per la qualità della riproduzione ("E' un falso con i controcoglioni!"). Davvero molto carino.

È molto buono anche Six-Love (“Sei-Zero”) di James W. Hall dove l'intreccio lascia spazio a un'analisi introspettiva. Protagonista è un padre frustrato che vede ricadere sulla figlia, una promessa del tennis, i propri fallimenti ancora una volta a vantaggio dell'imprenditore che gli ha rovinato la vita. È infatti il datore di lavoro dell'uomo, di nuovo, a rubare quanto il destino aveva altrimenti messo a disposizione del nostro. Dopo aver perso la donna, l'uomo vede la figlia superata in maestria dalla figlia del rivale. Convinto di vedere in quest'ultima le caratteristiche ciniche del padre, pensa bene di attentarne la salute sparandole dalla distanza con una carabina così da stroncarne la carriera. L'infortunio della ragazza, lancia la figlia del nostro verso le più alte vette del tennis. Ormai divenuta popolare, la giovane tennista si diletta nell'umiliare le avversarie; diventa arrogante e presuntuosa tanto che il padre tende a non riconoscerla più come propria. Infatti, c'è un particolare... quella non è sua figlia, ma la figlia del rivale, mentre chi ha azzoppato è il reale prodotto del suo sangue... Si può rimediare a un torto patito? Certo, facendone un secondo...!


F.X. Toole
l'autore del miglior racconto d The Dark Side.

Su un livello inferiore, pur assestandosi sopra la sufficienza, ci sono quattro ulteriori racconti. Di James Grady (What's Going On) quello migliore, una prison story che proietta il lettore in un carcere di massima sicurezza in cui sono detenuti, tra gli altri, il protagonista e suo figlio, uno scapestrato spaccone a cui una banda rivale (per futili motivi) ha promesso la morte. Un'evenienza, quest'ultima, che il padre del giovane cerca a ogni modo di ovviare, prevenendone le occasioni. Laddove falliranno le trattative col direttore del carcere e col boss che muove i fili della malavita all'interno della prigione, sarà l'arguzia e i rapporti interpersonali con gli altri detenuti ad arrivare. Il vecchio riuscirà a innescare una rivolta interna, passando agli occhi di tutti come l'unico in grado di poterla sedare senza spargimenti di sangue e senza ritorni massmediatici. Per risolvere il tutto, l'uomo chiederà al direttore del carcere quanto aveva già chiesto con le buone: il trasferimento del figlio in un'altra struttura. Una richiesta banale che solo in una trattativa dove c'è qualcosa da perdere può divenire una merce di scambio. Richiesta accordata e rivolta sedata.

Si vola nell'anno 3000 con Robert Silverberg, maestro indiscusso della sci-fi, che tratteggia un mondo in pace perenne, rivoluzionato dai viaggi in pianeti esterni, dal surriscaldamento terrestre e dalla pratica della clonazione umana. Silverberg è in vena di filosofismi e cita indirettamente gli insegnamenti di Empedocle, filosofo greco che vedeva nella lotta tra odio-amore la linfa vitale del progresso e della vita. A salvare l'esistenza dall'apatia ci penseranno quattro cloni illustri (tra cui quelli di Picasso, Hemingway e Einstein) e i loro attentati terroristici funzionali a cancellare quanto resta dell'epoca antica, così da poter di nuovo riavviare l'intelletto e la fantasia. Il nuovo millennio sarà salutato dal crollo del Louvre. “Quello di cui abbiamo bisogno nel mondo è un ritorno alla sfida... Dobbiamo tornare a vivere nel rischio.”

Orienta il tutto verso l'orrore rurale Eraldo Baldini, vero e proprio specialista del genere, con la sua Notte di San Giovanni. Si tratta di un racconto classico, ben descritto e ambientato nel periodo susseguente al termine della seconda guerra mondiale. È il contesto socio-ambientale contadino ad acquisire rilevanza primaria. Baldini fa vivere sulla pelle dei lettori il senso di povertà, la scarsità di cibo e la rabbia verso i vicini che si sono rivelati accomodanti con l'invasore tedesco. In questo contenitore, sapientemente ricostruito, Baldini delinea una storia dall'epilogo telefonato in cui folklore, disperazione, superstizione, innocenza fanciullesca e stregoneria si uniscono per confermare, pur se con presa realistica, la leggenda popolare per la quale attendere a un crocicchio una strega comporta il rischio di perdere l'anima.

Meno qualitativo, ma comunque costruito con maestria è Dolcevita Zen Shot del giudice De Cataldo. Il racconto parla del mondo dei paparazzi, dei loro intrallazzi e delle macchinazioni ordite per incastrare potenti uomini della finanza. Come si suol dire, però, il diavolo fa le pentole e non i coperti... così, in una ripresa casuale, il giovane allievo supera il maestro immortalando la premessa che da avvio alla macchinazione orchestrata per incastrare il facoltoso finanziere. È il proverbiale “zen shot”: “l'immagine che non dovrebbe esserci. L'inquadratura programmata. L'incidente che può salvarti la vita o rovinartela.”

Sprazzi interessanti sono riscontrabili in In Like Flynn del collettivo bolognese Wu Ming. Protagonista è il mito di Hollywood Errol Flynn, attore di punta del cinema action degli anni trenta e quaranta, che troviamo in una fumeria d'oppio a Hong Kong, in compagnia di un fedele amico tedesco e di un ladruncolo italiano. Flynn, allentato dalle sostanze psicotrope, racconta dell'avventura a Manila che lo ha visto tentare di truccare un combattimento tra galli. Testo strano, in cui la dimensione della realtà e quella del sogno si mescolano, favorite dall'influenza delle droghe. La parte relativa al racconto dei galli è a dir poco spassosa, meno sono i sogni dei vari personaggi che mischiano quanto detto prima di addormentarsi in un calderone che porta a soluzioni a dir poco surreali.

In tutto questo, oltre che per lo spaccato autobiografico di James Ellroy (primizia imperdibile per i suoi fan), risiede il buono di The Dark Side. Un materiale sufficiente, direi, per consigliarne l'acquisto, anche perché il resto non è certo da buttare. Vi sono almeno altri due racconti meritevoli di menzione dettagliata.

Il racconto che apre l'antologia, per esempio, The Mexican Pig Bandit (“La Scrofa Messicana”) di James Crumley, autore considerato il “più importante autore di romanzi hard boiled degli anni settanta-ottanta”, è un pulp action in salsa hippie (è ambientato a fine anni sessanta) di tutto rispetto, pur se con un soggetto troppo lineare e un lessico sporco. Protagonista è un detective privato ritornante dell'autore, C.W. Sughrue, in vacanza in Messico. L'uomo, un asso nel ritrovare giovani marmocchi in fuga dalle famiglie, se la sta spassando in Messico a suon di birre e marijuana, quando assiste a una strana rapina. Un commando di banditi, che poi saranno impropriamente accostati ai comunisti, assalta un bus cittadino inducendolo alla fermata grazie all'intervento di un'enorme scrofa ammaestrata. Il fine economico dell'operazione è marginale. Il vero obiettivo è un neonato di un'americana che, riconosciuto Sughrue, chiede aiuto al nostro prendendolo a male parole per essersi limitato a fungere da osservatore. Azione e intrigo giallo sono al centro della storia, peccato che il finale cali di intensità.

Merita un plauso La Divisa Stretta del barese Piero Colaprico, che confeziona un classico crime italico immerso nella realtà del meridione e, più nello specifico, del barese. Una realtà in cui la linea di demarcazione tra crimine e anti-crimine è così sottile da confondere i confini (“crimine e anticrimine sono le due facce della stessa medaglia”). Notevole la parte di racconto ambientata nel ristorante dove i poliziotti, tra cui un ispettore mandato da Milano per risolvere un caso di corruzione interna alla Polizia, mangiano a fianco del tavolo dove è riunito il clan mafioso.


Convincono poco gli altri testi. Ed McBain (Can che Abbaia) abbandona la narrativa poliziesca di cui è maestro per deludere con un testo breve e banale (pur se scritto bene) che vede un uomo impegnato a uccidere il cane della compagna (un Maltese nano) finendo per assassinare la stessa. Sulla stessa falsa riga è Stephen King (Il Sogno di Harvey) che giostra il tutto su un sogno premonitore che sembra, all'epilogo, manifestarsi nella sua concretezza (ma ciò è solo suggerito al lettore).

Il Nero, del vincitore del Premio Calvino Flavio Soriga, propone (in modo stanco e poco coinvolgente) le pratiche seguite dai burocrati fascisti per eliminare banali rivali di amici, addossando agli stessi fantomatiche attività eversive. Meno brillante è Giovanni Arduino che anticipa Wulf Dorn (si veda il romanzo Incubo) con Francesca Sta con Me, racconto telefonato che gioca sulla tematica dell'amico immaginario a cui confidare le proprie debolezze. Sperimentale e confusionario La Gabbia, a mio modesto avviso, il razzie award per il racconto meno riuscito dell'antologia. Lo firma Simona Vinci.

CONCLUSIONI:

Al di là della mancanza di un trait d'union che conferisca una dimensione specifica all'antologia superandone la matrice collettiva, The Dark Side è un'ottima occasione per avvicinarsi alla lettura di un genere, la crime fiction, piuttosto sviluppato anche in Italia. Santachiara, curatore del progetto, offre il meglio che c'è sulla piazza realizzando un prodotto unico, purtroppo non ripetuto, in cui la narrativa di genere italiana si incontra con l'americana. Vedere “i nostri” al fianco di mostri sacri quali Stephen King, Jeffrey Deaver, Robert Silverberg, James Ellroy, James Crumley, Ed McBain e James Grady non può che essere un sogno per un lettore e appassionato italiano. Plauso a Santamaria per il messaggio lanciato, meno per la gestione del progetto. Se lo trovate sulle bancarelle dell'usato a prezzo ribassato non lasciatevelo sfuggire, pur se non geniale nei soggetti, merita senza dubbio l'acquisto e propone il top del genere.

  
"Cercare un assassino in quell'universo di omicidi, trovare chi aveva ucciso una persona per consegnarlo a chi ne stava ammazzando milioni, e tutto questo per salvare la propria vita sapendo che comunque sarebbe morto."

sabato 23 ottobre 2021

Recensione Saggi: CRONACHE DEL MISTERO di Joe Nickell.

Autore: Joe Nickell.
Titolo Originale: The Mystery Chronicles. More Real-Life X-Files.
Anno: 2004.
Genere:  Saggio sul Paranormale.
Editore: Newton Compton (2006).
Pagine: 282.
Prezzo: 12,90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
PROSSIMAMENTE
 
L'autore Joe Nickell.
 
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venerdì 15 ottobre 2021

Recensione Narrativa: THE LANGOLIERS di Stephen King.

  
Autore: Stephen King.
Titolo Originale: The Langoliers.
Anno: 1990.
Genere:  Horror / Sci-fi.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 320.
Prezzo: 11,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

E non finisce mica il cielo (anche se manchi tu) cantava nel 1984 Mia Martini, un titolo che si adatta alla perfezione alla novella o, meglio ancora, al romanzo breve The Langoliers; opera pubblicata nel 1990 da Stephen King come prima dei quattro testi che formano l'antologia Four Past Midnight (“Quattro dopo Mezzanotte”).

Testo molto ampio, dal settembre 2018 dato alle stampe in via autonoma dalla Sperling & Kupfer (edizione da oltre trecento pagine, con una copertina che ricorda il finale de Alien 2 sulla Terra di Ciro Ippolito), in cui King piazza una storia degna erede degli episodi di Ai Confini della Realtà. Un soggetto che si inserisce in quello che potremmo definire l'orrore del volo. The Langoliers, pur se nella sua originalità, è figlio di racconti degli anni sessanta quali Nightmare at 20.000 Feet (“Incubo a 6.000 Metri”) di Richard Matheson e The Odyssey of Flight 33 (“L'Odissea del Volo 33”) di Rod Serling, per non parlare dei più vecchi The Horror of the Heights (“L'Orrore delle Altezze”, 1913) di Arthur C. Doyle e Gli Spettri dell'Aria di Leslie A. Lewis.

King, con la sua tradizionale cura per lo sviluppo dei personaggi e il conferire agli stessi una marcata caratterizzazione, delinea una struttura da point to point. Un gruppo ristretto di personaggi si ritrova superstite, di un maggior numero di passeggeri, del volo 29 che sorvola coast to coast gli Stati Uniti da Los Angeles a Boston. Durante l'attraversamento di quella che si pensa essere un'aurora boreale, i passeggeri ancora svegli scompaiono nel nulla, lasciando sull'aereo quanto di materiale abbiano con sé (portafogli, occhiali, gioielli, orologi, ma anche otturazioni, chiodi o placche ossee). Il mistero sembra non trovare soluzione, sebbene i superstiti, svegliati dalle grida di una ragazzina destatasi dal sonno, inizino a pensare di essere vittime di un esperimento militare condotto da un “ente governativo che opera dietro le quinte”. La realtà è ben più tragica. Nessuno risponde alla radio, inoltre la vista dai finestrini svela un mondo desolato in cui non si muove anima viva. Le scoperte portano a variare il luogo di sbarco. Viene scelta una destinazione più vicina così da poter agire con maggiore sicurezza. L'aereo atterra a Bangor, nel Maine, trovando una realtà totalmente cambiata. “Ci troviamo in un mondo che appare integro e ragionevolmente organizzato, ma anche quasi completamente esaurito. Non c'è più effervescenza nelle bibite... il cibo è insapore, l'aria inodore” dice un personaggio. Attorno all'aereo infatti regna la solitudine più estrema, una situazione che porta un finanziere, presente a bordo, a sbroccare e a trasformarsi in assassino, convinto che dietro a tutto vi siano i “langolieri”, ossia delle creature mitologiche, non troppo dissimili agli gnomi, di cui gli raccontava sempre il padre. Ha inizio un viaggio nel fantastico più puro, con delle creature che ricordando Pac-Man e che cancellano a colpi di morsi la realtà, trasformando la terra (ma non il cielo) in un buio cosmico in cui il tempo e persino l'alternanza tra il giorno e la notte sono stravolte. Il viaggio di ritorno, sulla medesima rotta tracciata all'andata, è l'unica via per tentare di ritornare nella dimensione che tutti noi conosciamo: quella della realtà.

 

E non finisce mica il cielo...
Dall'omonimo film tv tratto dal racconto.

Opera fortemente kinghiana. L'autore affronta la tematica dello spaziotempo, costituito da uno strappo aperto nel cielo all'interno del quale passa l'aereo, finendo in un mondo morto che rappresenta il passato e che per questo è in progressivo sgretolamento.

Non mancano alcuni dei personaggi più ricorrenti nella produzione dell'autore, ovvero un personaggio scrittore di gialli che si rivelerà fondamentale per il buon esito della vicenda e una piccola ragazzina dotata di poteri paranormali. Quest'ultima viene incarnata da un'adolescente dotata di una sensibilità tale da renderla detentrice di una seconda vista di valenza parapsicologica (sebbene indossi un paio di occhiali neri e sia cieca). È lei a intuire la presenza delle creature malefiche denominate “langolieri”, esseri simili a delle palle rotolanti divoratrici di materia che preannunciano la loro entrata in campo attraverso un progressivo rumore che ricorda l'alta tensione generata dal friggere elettrico dei pali che conducono l'elettricità. Non lesina poi la componente horror, con un uomo impazzito che si trasforma in serial killer e che subisce i peggiori pestaggi, tra ossa rotte e sangue che sprizza da naso e bocca. Il sense of wonder e il desiderio di sapere come andrà a finire accompagnano l'intero narrato, conferendo allo stesso un certo appeal. Non a caso The Langoliers è spesso ricordato tra le novelle più apprezzate di King.

Molte le citazioni contenute nel testo. Lo scrittore del Maine ricorda espressamente assi della sci-fi (catastrofica) quali Larry Niven, Robert Heinlein, John Christopher e John Wyndham; cita anche uno dei più celebri personaggi nati dalla penna di Sax Rohmer. Si legge infatti: “Ricordo ancora quando i lettori che si peritavano di considerarsi gente seria ridevano dei romanzi di Fu Manchu che scriveva Sax Rohmer. Li consideravano autentiche buffonate. Ora, grazie alla ricerca biologica e alla paranoia indotta da torbide sigle come CIA o DIA, vivono in un mondo che sembra uno degli incubi peggiori inventati da Sax Rohmer.

Al tempo stesso, però, sono numerose le ispirazioni che la novella ha saputo dare al decorrere degli anni. In una parte del testo si legge che i viaggi del tempo non sono idonei a impedire l'omicidio del presidente Kennedy. Nel 2011 King cambierà idea, sviluppando sulla questione il romanzo 22/11/'63. Sempre nel testo si fa riferimento all'eventualità che su un aereo siano caricati una serie di serpenti velenosi da liberare sui passeggeri durante il volo. L'idea confluirà nel 2006 nel film diretto da David R. Ellis intitolato Snakes on a Plane. Faranno peggio nel 2014 gli adattatori del romanzo scritto da Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins, autori negli anni novanta di Left Behind (“Gli Esclusi”) ossia una saga composta da sedici romanzi, che semplificheranno il testo riproponendo (nel film La Profezia interpretato da Nicholas Cage) l'idea di un aereo in cui, d'un tratto e durante il volo, scompaiono una serie di passeggeri lasciando dietro di sé quanto di materiale avevano al seguito.

Non manca infine l'adattamento per la televisione tratto direttamente dalla novella e affidato, nel 1995, alla regia di Tom Holland, regista a cui un anno dopo sarà conferita la regia anche de L'Occhio del Male (sempre da un romanzo di King).

The Langoliers è dunque un romanzo a tutti gli effetti, ben sviluppato e orchestrato in via corale da un complesso di personaggi tratteggiati con la consueta attenzione che svela la mano di Stephen King. Discreto anche l'epilogo, sebbene la parte migliore sia quella in cui vediamo l'aereo sorvolare un paese che viene cancellato alla maniera di un pennello che dipinge tutto di nero e asporta via la materia lasciando il mondo in balia del nulla.

 
Stephen King ai tempi della raccolta.
 
 "Mai mi sarei aspettato di finire coinvolto nel più grande mistero della stanza chiusa a chiave di tutti i tempi. Eppure è successo."
 

mercoledì 6 ottobre 2021

Recensioni Narrativa: LA GUERRA DEI MONDI DI SHERLOCK HOLMES di Manly W. Wellman & Wade Wellman.


Autore: Manly W. Wellman & Wade Wellman.
Titolo Originale: Sherlock Holmes's War of the Worlds.
Anno: 1975.
Genere:  Sci-fi.
Editore: Mondadori, Collana Urania, 1981.
Pagine: 188.
Prezzo: Fuori Mercato.

Commento a cura di Matteo Mancini.  

Romanzo fortemente derivativo che conferma la curiosa alchimia che lega La Guerra dei Mondi ad autori dal cognome con il prefisso “Well”. Dopo The War of the Worlds (1897) di H. G. Wells e la relativa trasposizione radiofonica curata nel 1938 da Orson Welles, nel 1969 Wade Wellman, figlio del celebre autore di narrativa fantastica Manly Wade Wellman (di cui si ricordano, tra gli altri, i cicli legati ai detective dell'occulto John Thunstone e del giudice Pursuivant), pensa di fondere il romanzo di Wells con le storie di Sherlock Holmes. ”Tutta la nostra fatica sarebbe puro plagio, se non dichiarassimo quanto siamo riconoscenti al romanzo di Wells” rivelano gli autori.

L'idea sorge a seguito della visione del film Sherlock Holmes: Notti di Terrore, una pellicola, diretta nel 1965 da James Hill, di tale successo da spingere l'anno seguente il maestro del giallo Ellery Queen a curarne una sorta di novelization dal titolo A Study in Terror (“Uno Studio in Nero”). L'opera vede Sherlock Holmes impegnato nelle indagini sugli omicidi di Jack lo Squartatore.

Wade Wellman, fondamentalmente un poeta, pensa di poter ripetere l'esperimento, spostando Holmes nelle location dello sbarco dei marziani, nel Surrey. Ne parla al padre, ben più esperto nel campo della narrativa. Un po' come avvenne per la stesura di War of the Worlds, che fu realizzato a seguito di un colloquio tra H.G. Wells e suo fratello, prende forma Sherlock Holmes's War of the Worlds. Manly Wade Wellman convince il figlio a introdurre un ulteriore personaggio legato alla penna del creatore di Holmes, l'immenso Arthur Conan Doyle. Entra così nella storia il professor Challenger, celebre protagonista di capisaldi del fantastico d'avventura quali The Lost World (“Il Mondo Perduto”, 1912) o l'apocalittico The Poison Belt (“La Nube Avvelenata”, 1913).

A differenza del capolavoro di Wells, il testo nasce a rate, con singoli episodi, poi divisi in capitoli, scritti in epoche diverse e, originariamente, pubblicati quali singoli racconti. È il 1972 quando Wade Wellman pensa di ampliare quanto già scritto. “Bisognava scrivere un'altra storia, una specie di seguito a rovescio” spiega. Questa impostazione provoca, nella lettura, continui déjà vu per il suo insistere sulla medesima scansione temporale riproposta dai punti di vista dei diversi personaggi. Un senso di disturbo che viene altresì amplificato dalla decisione di mutuare abbastanza fedelmente i fatti narrati da Wells in War of the Worlds, non riuscendo però a instaurare un medesimo clima di orrore. Wells trasmette la paura e la follia, i Wellman invece, con piglio anche ironico e per certi versi parodistico, delineano un'impostazione speranzosa dove l'uomo continua a controllare il suo mondo e si riserva di poter vincere il mostro alieno. In altri termini, i Wellman prendono il romanzo di Wells e lo trattano come se fosse una storia realmente successa. I fatti narrati dallo scrittore inglese sono gli stessi. Ciò che cambia sono i personaggi e le prospettive con i relativi punti di vista. Arrivano da Conan Doyle i vari Sherlock Holmes (più cinematografico che letterario, col suo modo di dire “elementare” estraneo a Doyle), il dottor Watson e Challenger. Dei tre, tende a essere dominante proprio quest'ultimo, con la sua boria e la sua finta umiltà. Il professore, in totale contrasto con i colleghi, è focoso, energico e non pecca di fiducia in sé stesso, definendosi la mente più intelligente nel creato (“gli alieni devono aver capito che la mia intelligenza è unica su questo pianeta”). Holmes è decisamente più in ombra, rispetto a quanto si è abituati a leggere, surclassato dalla maggiore personalità del professore.

A differenza del romanzo di Wells, i Wellman usano quale filo conduttore della vicenda un uovo di cristallo di origine aliena (idea ripresa da un altro celebre racconto di Wells, peraltro inserito nell'antologia Le Meraviglie del Possibile curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero) che mette in comunicazione la Terra con i marziani, ben prima che gli stessi arrivino a Londra (lo sbarco è ambientato nel 1902), alla maniera di una moderna telecamera che funge da ponte visivo tra i due mondi. Ho scritto marziani perché gli alieni si lanciano dal pianeta rosso proprio come nel romanzo di Wells, ma mentre Wells li classifica tali, i Wellman, forse per sopperire all'ormai appurata mancanza di vita su Marte, li tratteggiano quali zingari provenienti da un'altra costellazione e in cerca di un nuovo mondo in cui vivere. Marte è quindi una mera base di appoggio di una spedizione che parte da molto più lontano. Giungono a questa deduzione sulla base di una descrizione morfolofica (viene quasi condotta un'autopsia da Challenger, in cui si tende a sottolineare la particolare grandezza dei polmoni a dimostrazione di un origine legata a un pianeta ricco di ossigeno) e psicologica (gli alieni si gettano nell'oceano suggerendo di conoscere l'acqua, un elemento assente su Marte).

Vengono poi meno tutte le disquisizioni di matrice filosofico/politica che avevano contraddistinto il romanzo di Wells. I Wellman criticano apertamente le idee di Wells, troppo rivoluzionario per i loro gusti.“Wells non mi piace perché disapprova manifestamente la nostra civiltà e il nostro governo” sentenzia Watson. I Wellman confermano solo l'approccio di matrice darwiniana e lavorano su un piano di indagine all'insegna dell'ottimismo (in Wells vi era il pessimismo). Sherlock Holmes cerca di comprendere lo scopo dell'invasione, mentre Challenger lavora sull'origine della vita degli esseri e sui loro organismi. Alla fine gli alieni, compreso di non poter resistere ai batteri presenti sulla Terra, decidono di invadere Venere e di tenersi in contatto con gli umani, attraverso l'uovo di cristallo, facendo uno scambio di comunicazioni che potremmo definire di natura culturale e formativa. “Arrivare a uno scambio articolato con queste creature marziane dev'essere compito dell'unica mente terrestre dotata della necessaria intelligenza e del necessario metodo” afferma un Challenger assai odiosetto. Nel romanzo convergono anche alcuni cattivoni della saga Holmes (più volte citato Moriarty) e si citano casi risolti dall'indagatore. Non mancano i ladri e coloro che cercano di venire a capo del mistero legato al raggio inceneritore. Uno di questi riesce a capire la funzione dell'arma, ma Holmes, certo che le scoperte scientifiche possano essere pericolose se dirottate in mani poco raccomandabili, brucia il progetto impedendo a Challenger di poterlo studiare.

I Wellman citano le scoperte di Schiapparelli, menzionano le erronee deduzioni secondo le quali su Marte sarebbero presenti dei canali di origine architettonica, e seguono in modo pedissequo i fatti narrati da Wells, menzionando lo stesso quale altro cronista dei fatti. Watson lancia evidenti strali contro lo scrittore inglese definendolo “uno scribacchino ateo che si diletta a raccontare storie d'effetto e che ha idee un po' rivoluzionarie.”

Alla fine ne viene fuori un romanzo divertente, soprattutto nel suo primo e nell'ultimo capitolo, parti che fungono da prefazione (la preparazione all'assalto alieno) e da postfazione (il dopo della moria aliena sulla Terra) del tutto assenti nel romanzo di Wells. Questo non è tuttavia sufficiente a fare del lavoro un qualcosa che vada oltre al mero intrattenimento. Divertente dunque, tuttavia trascurabile.

Ripeto, Sherlock Holmes's War of the Worlds è un romanzo fortemente derivativo, completato nel 1975 e proposto in Italia dalla Mondadori, nella collana Urania, il 26 aprile del 1981 (numero 885). Un volume per completisti, che sembra esser stato scritto in un periodo di scarsa vena inventiva dei due autori, impegnati a giocare con due mostri sacri del fantastico del periodo vittoriano ovvero Arthur Conan Doyle e Herbert G. Wells. In verità vi è una terza forte ispirazione. Wade Wellman infatti individua, e lo dice anche nel corpo del romanzo, nel celebre racconto Le Horla (1886) di Guy de Maupassant una fonte di influenzamento di Wells. Più specificatamente confessa di aver subito il fascino di un ulteriore film, oltre a quello indicato in premessa, ovvero di Diary of Madman (“Diario di un Pazzo”, 1963). Quest'ultima è una pellicola diretta da Robert E. Kent ispirata alla novella Le Horla, in cui il “pazzo”, interpretato dalla pietra miliare Vincent Price, “mette nel scacco ed elimina un essere superiore in un modo che sarebbe ben degno di Holmes.” Non esistono dunque mostri imbattibili, neppure quando sembrano colossi al cospetto dei quali il povero Davide, secondo ogni più ovvio pronostico al cospetto di un Golia, dovrebbere soccombere. Mai perdere la speranza nelle facoltà dell'uomo e mai arrendersi.

 
Manly W. Wellman.

Quello del pensiero è un processo con cui la gran parte dell'umanità purtroppo non ha molta familiarità. Richiede il saper riconoscere i dati generali inerenti alla situazione data. Il saperne valutare il senso e gli effetti, e il sapere decidere di conseguenza la linea d'azione più opportuna.”

domenica 26 settembre 2021

Recensione Narrativa: LA GUERRA DEI MONDI di Herbert G. Wells.

Autore: Herbert G. Wells.
Anno: 1897.
Genere:  Fantascienza/Horror.
Editore: Fanucci.
Pagine: 252.
Prezzo: 10.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Capolavoro indiscusso dello sci-fi horror, capace di tracciare le coordinate di un sottogenere talmente forte e affascinante da debordare dal contesto artistico/scientifico per dirompere in quello massmediatico, sociologico e persino complottistico. Un'eruzione dai confini in grado di abbracciare l'interesse di capi di stato e studiosi di comportamenti di massa. Artefice di tutto questo è il talentuoso Herbert George Wells, un trentenne biologo convinto sostenitore delle teorie darwiniane nonché allievo del biologo Thomas H. Huxley (padre del futuro autore di uno dei romanzi distopici per eccellenza: Brave New World – Mondo Nuovo). Uno studioso così diligente e “profetico” che, negli anni a seguire, verrà da molti definito “il padre della fantascienza”.

Il contesto scientifico in cui Wells muove le sue storie è una costante, un coacervo di situazioni avveniristiche e antesignane che tracciano una linea marcata tra etica medica, involuzione dei valori all'evolvere della specie e sviluppi sociologici connessi. Un atteggiamento e un approccio che rendono lo scrittore un filosofo scientifico, un ispiratore politico oltre che un visionario capace di solleticare, specie all'epoca, il sense of wonder dei lettori e fungere da ispirazione, tra gli altri, per il nascente sottogenere apocalittico legato al crollo sociale di un mondo in balia di variabili fuori dal controllo umano.


LE ORIGINI DEL ROMANZO

Non è dunque un caso se The War of the Worlds prende forma sulle riviste di divulgazione scientifica. È il 1896 quando Wells, stimato autore dei romanzi The Time Machine (1895) e The Island of Dr Moreau (1896), pubblica il saggio Intelligence on Mars (1896) sul periodico Saturday Review.

L'articolo viene stimolato da precedenti supposizioni riconducibili all'astronomo Giovanni Schapparelli e al collega americano Percivall Lowell. I due, attorno al 1895, rilevano la presenza di strani canali (“formazioni rettilinee estese per lunghi tratti”) sulla superficie di Marte. Mentre l'italiano resta sul vago, Lowell, in Mars (1895), qualifica i canali quali “imponenti opere di ingegneria idraulica progettate per meglio gestire le scarse risorse idriche del pianeta”. Naturalmente avrà torto e non tarderà chi lo farà notare, come Vincenzo Cerulli che parla di “illusioni ottiche”. Wells, fervente sostenitore della possibilità di vita su Marte già dal 1888, prende la palla al balzo per la stesura del suo articolo. Nel testo si dilunga in lunghe descrizioni biologiche in cui descrive la vita su Marte, adattando le caratteristiche anatomiche di vegetali e “animali” marziani in base alle specifiche condizioni ambientali. In altri termini, Wells parte dalle condizioni ambientali marziane in modo da utilizzare le stesse per elaborare, nel pieno rispetto degli insegnamenti di Charles Darwin, un ideale profilo anatomico di creature capaci di adattarsi all'habitat.

Wells, durante una camminata nei pressi di Woking, parla della questione al fratello. Il dialogo si trasforma in una discussione che fa sorgere in Wells la prospettiva di utilizzare lo spunto come base per un racconto. È il fratello a dargli la spinta decisiva, parlando degli effetti provocati dagli inglesi sugli indigeni della Tasmania. "Cosa succederebbe se scendessero dei marziani qui nel Surrey?” dice Wells al fratello. Ecco che spunta l'idea della discesa di marziani alquanto originali, tutt'altro che umanoidi, dotati di un cervello enorme (Tim Burton ironizzerà sulla cosa nel sarcastico film degli anni novanta Mars Attacks!) e bisognosi di macchinari per muoversi. La fuga da Marte viene vista come necessaria per far fronte alle sempre più critiche condizioni di vita. Un'invasione non dissimile a quella dei coloni nelle lontane lande entrate a far parte del Commonwealth, tutt'altro che guidata da propositi di amicizia o coesistenza paritetica. Wells sfrutta la fantascienza per intavolare una feroce critica al colonialismo, alla legge del più forte, ma anche all'arroganza umana nei rapporti con le creature del creato (in particolare gli animali) e i più deboli. In altre parole, si ribalta la posizione di dominio dell'uomo (o del cittadino inglese) trasformando lo stesso in un animale costretto alla fuga al cospetto di esseri superiori che ne mutuano l'atteggiamento. “Questa guerra ci ha insegnato la pietà: pietà per quelle anime inferiori che subiscono la nostra dominazione” scrive con ottimismo Wells, cercando di stimolare le capacità di immedesimazione del lettore al fine di comprendere quale sia la cosa giusta da fare.

Wells utilizza, sia come struttura sia come base del suo The War of the Worlds, il romanzo fantapolitico The Battle of Dorking (1871) di George T. Chesney, un testo giudicato da molti “l'iniziatore della letteratura dell'invasione” in cui si immagina l'invasione delle truppe di uno stato continentale ai danni di un'Inghilterra incapace di difendersi.

Alla maniera di Chesney, Wells narra la storia in prima persona, utilizzando un testimone oculare che racconta i fatti anni dopo rispetto a quando gli stessi si sono consumati. Quest'ultimo racconta le avventure in cui si è ritrovato coinvolto, facendo riferimento anche ai racconti successivamente appresi per voce da altri testimoni. Su queste coordinate, Wells parte nella stesura dell'elaborato che uscirà in nove puntate, tra l'aprile e il dicembre del 1897, su Pearson's Magazine, per venire raccolto in un unico volume nel 1898 da William Heinemann. Arriverà in Italia tre anni dopo, grazie alla traduzione richiesta dalla Antonio Vallardi Editore.


UN ROMANZO COMPLESSO

L'origine saggistica del romanzo è percepibile in una struttura narrativa che, ogni tanto, abbandona la via narrativa, sacrificando ritmo e fluidità, per prendere quella del saggio. Una soluzione alla Moby Dick (1851) di Melville, per intenderci, seppur meno estesa e più diluita in una narrazione che è assai lontana dal voler essere enciclopedica. Un taglio che, in epoca moderna, potrebbe far apparire pesante qualche capitolo, addirittura far propendere qualcuno per un alleggerimento da ottenere con opportuno intervento di forbice. Non è tuttavia questo a farne un romanzo complesso. Sotto l'apparenza da romanzo popolare, peraltro dotato di un impatto visionario e di un'azione capace di incollare i lettori alle pagine, The War of the Worlds tocca con profondità molteplici tematiche. Filosofia, sociologia, religione, psicologia di massa, scienza, guerra e politica sono solo alcuni dei temi trattati. Wells mette molta carne al fuoco e lo fa in modo da trasformare un apparente testo per ragazzi in un capolavoro della letteratura. Il fatto che si tratti del primo romanzo in assoluto su un'invasione aliena nonché di un precursore dei cosiddetti survivor o apocalittici (The Purple Cloud di Matthew P. Shiel uscirà quattro anni dopo), col protagonista che pensa per lunghi tratti del romanzo di esser rimasto l'ultimo uomo sulla terra, costituisce un tassello in più che esalta ulteriormente il lavoro dell'autore.

 

Una scena dall'adattamento cinematografico di Spielberg

NON SIAMO SOLI NELL'UNIVERSO

Il primo spunto di riflessione, che è insito già nel titolo, è il superamento dell'idea che l'uomo e la Terra siano al centro dell'universo. Wells dice ai suoi lettori che non siamo gli unici nell'universo e anticipa la scoperta attraverso una serie di bagliori avvistati su Marte. Sono i fuochi degli shuttle che, uno dietro l'altro, prendono moto dal pianeta rosso direzione terrestre. Gli astronomi però ancora non lo sanno, pur abbandonandosi in una serie di congetture. Se ne accorgeranno qualche giorno dopo, a seguito della caduta di una serie di cilindri piovuti nei pressi di Londra. È un evento capace di scuotere l'umanità per il suo minare tutte le credenze e deflagrare le certezze maturate in millenni di evoluzione. Quanto l'uomo ha scoperto e creato è nulla se parametrato alle conoscenze e alle attrezzature del popolo invasore. Il romanzo è ambientato a inizio secolo, in epoca ancora vittoriana, e la cosa rende ancora più manifesto il divario di conoscenze. Carrozze, uomini che scappano in bicicletta e cannoni mossi su carretti sono la risposta umana al cospetto di esseri che sfruttano veicoli a propulsione motorizzata, macchinari sospesi a trenta metri d'altezza, gru a forma di granchio, raggi inceneritori che polverizzano qualunque cosa che attingono e gas mortali. Wells porta in chiave evoluta e, purtroppo, profetica la guerra (ottocentesca) che funestava la campagna in piena città, simulando gli effetti di quei bombardamenti che sventreranno l'Europa negli anni quaranta. Si pensi in particolare all'utilizzo dei gas tossici, arma per eccellenza nel primo conflitto mondiale e poi vietata dalle convenzioni internazionali.

La supposta evoluzione dell'uomo è pertanto relativa, illusoria e nulla se comparata a quella di chi si trova secoli più avanti nella scala evolutiva. Cade anche la convinzione dell'uomo quale creatura eletta di Dio (perdita della fede persino nei rappresentanti del credo, crollo di edifici religiosi) e si modificano persino le prospettive: l'uomo non è più dominante e la sua società è sull'orlo del collasso. Dice uno dei protagonisti: “persuasione di non essere più un padrone, bensì un animale tra gli animali sotto il tallone di un marziano.”

IL CERVELLO COME INDIVIDUAZIONE DEL SOGGETTO

L'evoluzione che Wells immagina è giostrata sullo sviluppo del cervello, vero e unico elemento centrale ed essenziale nell'individuazione dell'essere, con buona pace delle teorie aristoteliche legate alla convinzione che fosse il cuore la sede dell'anima. I marziani di Wells, così come quelli di Stehen King in Dreamcatcher (“L'Acchiappasogni”, 2003), sono apatici, privi di emozioni e del tutto estranei da ogni attrazione erotica. Costituiscono il prototipo che i nazisti cercheranno di mutuare per la creazione dell'uomo del futuro. L'individuo stacanovista, cultore del lavoro e combattente irriducibile che non si ferma neppure per dormire o per cadere vittima di tentazioni epicuree. Wells parla di tutto questo in capitoli dal sapore saggistico, ripresi dal suo articolo precedente. A leggere ora il testo si intuisce una sorta di fusione tra componente biologica e componente meccanica, in quello che potremmo considerare un primordiale cyberpunk. Si pensi a film come Robocop (1987), per esempio. Il corpo dei marziani è divenuto, al passare degli anni, superfluo e quindi da lasciar decadere. Arti e organi sono caduti, superati nella scala del perfezionamento genetico. Solo le mani, per la loro funzione prensile, sono rimaste laddove in passato vi erano altri elementi che costituivano la parte esterna. Ora i marziani si muovono guidando immensi macchinari da loro stessi costruiti, un po' come faranno nei cartoni animati degli anni ottanta i piloti dei robottoni che delizieranno i pomeriggi di milioni di bambini.

L'essenza dell'essere è dunque nella testa e non nel corpo. Laddove il cervello è anima e sostanza, il corpo è carne marcescente e forma priva di significato oggettivo.

Il potere della mente marziana è tale da aver amplificato il funzionamento del cervello, portando questi esseri a sviluppare poteri che noi definiremmo parapsicologici. I marziani infatti comunicano tra loro attraverso la telepatia (King ruberà ancora, estendendo la stessa a una contaminazione con le menti degli uomini). Forse anche a seguito della coeva uscita del Dracula (1897) di Bram Stoker, Wells rende vampiri queste creature. I marziani si nutrono infatti di sangue di altri esseri viventi e questo li renderà mortali sulla terra per i motivi che andremo in seguito a spiegare. Scrive Wells: “Loro si sono trasformati in semplici cervelli che indossano corpi diversi a seconda della necessità, esattamente come noi uomini indossiamo abiti di stoffa e montiamo su una bicicletta per fare più in fretta.”


La locandina del primo adattamento cinematografico,
diretto nel 1953 da Byron Haskin.

LA RESISTENZA UMANA: DUE VIE PER CONTINUARE A ESISTERE

L'arrivo dei marziani dapprima suscita curiosità e interesse, quindi paura e reazione militare. L'attacco umano volto a uccidere il diverso, ovvero colui che non si conosce e dunque si teme, accelera il processo distruttivo. I marziani, dopo aver allestito le loro macchine, respingono l'offensiva e partono ad attaccare le cittadine del Surrey, luogo del loro atterraggio, puntando dritto su Londra (gli uomini fuggono in modo scomposto). Non è dato sapere se altri “cilindri” (così Wells chiama quelli che oggi definiremmo “sigari” o “Ufo”) siano caduti in giro per il mondo. La narrazione, essendo giostrata da un profilo soggettivo, è limitata al territorio locale. Immaginatevi lo schema narrativo di un Cloverfield (2008) per dirla in termini cinematografici o di un Earthworm Gods (“I Vermi Conquistatori”, 2005) di Brian Keene. Attraverso il suo protagonista, uno scrittore filosofo, Wells piazza alcuni capitoli in cui distruzione, tensione, paura e azione rendono unico ed estremamente moderno il racconto, tra palazzi che crollano, fiumi che evaporano, e tentacoli metallici che si muovono al suolo per abbracciare cittadini in fuga e condurli in alto nel cielo. Le caratterizzazioni dei personaggi sono centrali, non per nulla casuali. Vi è un curato che ha smarrito la fede in Dio, forse perché credeva che l'uomo fosse sotto la protezione di un qualcuno di superiore, e uno stoico artigliere dalla filosofia platonica che pensa a costituire una nuova società “repubblicana” sotterranea (si legga The Coming Race, “La Razza Ventura”, di Bulwer Lytton, 1871), in cui i filosofi siano a capo e i combattenti ai loro ordini, tralasciando tutti gli altri, da reputarsi subordinati e da scartare se affetti da vizi. “Non possiamo permetterci i deboli e gli sciocchi... Gli inutili, i maldestri e i dannosi devono morire. Vivere e contaminare la razza è una forma di tradimento.”

Curioso notare, ancora una volta, quanto Wells anticipi di svariati decenni le impostazioni che andranno per la maggiore nell'Europa continentale a partire dagli anni venti e trenta, creando danni e morti. Da grande darwiniano, del resto, non poteva non essere un autore affascinato dal concetto razziale da intendersi però nel senso più ampio possibile (e non nell'idea della superiorità di una razza sull'altra).

Attraverso i marziani, Wells delinea anche un'aspra critica al consumismo e al sistema capitalistico nascente. I marziani (tecnologici al punto da essersi integrati nelle macchine) non vengono tratteggiati alla stregua di macellatori gratuiti, piuttosto di creature intenzionate a creare un nuovo ordine mondiale che veda loro a capo di tutto. Un dominio forgiato sulla paura e sulla forza. La loro prova distruttiva è dimostrativa, una politica del terrore per piegare le resistenze e ricevere consenso, con buona pace di principi quali "la sovranità popolare" e la "libera manifestazione del pensiero". Chi si ribella muore e mette in pericolo tutta la popolazione. La divisone dei governati è fondamentale per mantenere l'ordine. Lo capiamo dai capitoli in cui il protagonista dialoga con l'artigliere, un altro superstite della mattanza. Nei suoi deliri, il soldato centra alcuni punti focali che ben rappresentano la psicologia sociale dell'uomo medio. In questo, The War of the Worlds è attualissimo. Al cospetto dei marziani (ovvero dei centri di potere) l'atteggiamento umano è duplice: remissivo/accondiscendente (atteggiamento prevalente) ovvero combattivo/rivoluzionario (eccezione).

Wells individua in questa dicotomia il senso della vita dell'uomo, lo fa dunque con un piglio materialistico da cui viene sottratta del tutto ogni ambizione ascetica. Per lo scrittore inglese il senso della vita è la conquista dell'indipendenza dal potere, un traguardo da perseguire non compiendo una scalata sociale premiata dal denaro e dalle poltrone di comando, ma attraverso la liberazione dalle catene del padrone e l'uscita dal "sistema". In questo consisterebbe la vera evoluzione umana. Il suo è un evidente approccio anarchico, da intendersi in senso elevato e dunque in antitesi con lo stato di caos in cui piomberebbe una civiltà sprovvista di padrone e, al contempo, incapace di autodeterminarsi (fondamentale è lo studio e la lettura dei giusti libri). Per liberarsi delle autorità (catene che impediscono l'evoluzione umana e rendono schiavo l'uomo), è indispensabile infatti una reale presa di coscienza dei valori e di sé stessi, senza cadere preda della tentazione di accettare concessioni e premialità offerte da un'autorità in cerca di compromessi utili a permetterle la detenzione del potere con un minore sforzo possibile con la relativa garanzia di controllo e manipolazione della popolazione.

Wells si rende tuttavia conto che questo fine elevato, che si potrebbe ottenere solo grazie all'attivazione dell'intelligenza di una popolazione nella sua interezza, è utopico. Il cittadino medio vuole i divertimenti, vuole vivere in modo tranquillo, senza pericoli, difficoltà e senza farsi le giuste domande. È disposto a cedere porzioni di libertà per non combattere e avere salva la vita, lasciando ad altri il compito di dirigere la vita sociale. Thomas Hobbes, del resto, insegna cosa stia alla base del famoso "patto sociale". “Io non ho certo intenzione di farmi prendere e addomesticare e ingrassare, allevato come un maledetto bue” dice l'artigliere, regalando quella che è un'aspra ed evidente critica del consumismo. Come dice Chuck Palahniuk in Fight Club (1996) “le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Il potere capitalistico ti concede per imprigionarti. Il vantaggio che consegui diventa una limitazione e una forma di controllo, esponendoti alla punizione e alla sottrazione. Per combattere l'invasore marziano (colui che vuol dominare il mondo) è necessaria la capacità di non rendersi dipendenti del benessere, la capacità di ricercare la giusta informazione nonché la comprensione delle meccaniche che stanno alla base dell'influenzamento mentale.

Wells, attraverso l'artigliere, si rivolge alla popolazione civilizzata, cioè coloro che hanno qualcosa da perdere. “Tutti questi individui, tutti questi piccoli impiegati non vanno bene. Non hanno spirito di adattamento, non hanno ambizioni o desideri importanti” prosegue nella sua filippica l'artigliere. Individua nei loro modi la paura di essere licenziati e il loro aver costruito una famiglia più per un'abitudine generale che per una vera e sentita convinzione. Il benessere diventa allora metro per leggere la disgrazia, si traforma in una posizione che crea ansia e paura, un po' come avviene con la droga quando un tossico inizia a temere di non poterne più far uso. Ciò che manca in chi vive a questa maniera è il principio cardine degli studi di Charles Darwin, cioè quella flessibilità tale che permette alla specie di adattarsi ai cambiamenti circostanziali così da non dipendere da ognuno di essi. Questi sono uomini che, pur di non perdere quanto hanno accumulato, accetteranno i marziani (i dominatori). “In molti prenderanno la situazione così com'è, grassi e stupidi... I deboli propendono sempre per una religione del non fare niente e si sottomettono alla prevaricazione e alla volontà del Signore.” In cambio di questo riceveranno la carota da chi comanda, l'invito a perseguitare chi non è come loro, senza rendersi conto che “faranno la fine di tutte le bestie mansuete... Nell'arco di poche generazioni saranno grossi, belli, di sangue buono, stupidi... spazzatura!”

The War of the Worlds nel suo essere un romanzo popolare è dunque un testo duro, critico e altamente sovversivo. La logica capitalistica viene spiegata quale via attraverso cui trasformare i cittadini in polli di allevamento (infatti i marziani si cibano degli uomini, tenendo alcuni di questi in gabbiette). Soggetti che devono solo obbedire e non porsi le domande, poiché ad altri è demandato il compito di risolvere i problemi. In questi soggetti gli uomini devono riporre la loro fiducia e farlo con una sorta di affidamento fideistico. Tutto questo non vi ricorda forse Matrix (1999)? Quanto era avanti, allora, H.G. Wells? 

Uno dei tanti epigoni del romanzo.

VALENZA DIDATTICA DEL ROMANZO: CONFRONTO CON INDEPENCENCE DAY

The War of the Worlds è un romanzo di grande valenza didattica. È utile a dimostrare quanto un soggetto di intrattenimento votato alla spettacolarizzazione visiva e dall'intensa azione possa assumere una luce diversa a seconda delle modalità attraverso le quali viene trattato.

Se prendiamo in esame il film Independence Day (1996) del tedesco Roland Emmerich ravvisiamo subito, in apparenza, un medesimo soggetto, peraltro con un finale simile in cui si sostituisce al virus influenzale (forza della natura) un virus informatico (forza dell'uomo) in grado di far cadere le protezioni aliene e condannare gli invasori alla sconfitta.

La mano autoriale di un artista emerge quindi non nella storia in sé per sé, ma in quello che io sono solito definire “il messaggio” veicolato dal soggetto. Ecco allora che il “semplice” racconto dell'invasione aliena diventa un pretesto secondario, un qualcosa di così fantastico che copre l'idea che sottende il tutto. L'idea è una sorta di virus che si muove in un contesto che lo cela, permettendogli di eludere sia il sistema immunitario delle censure sia il brutto stile tipico dei messaggi propagandistici. L'obiettivo di un autore (e non di un narratore) è far ragionare quei lettori che vogliono sforzarsi e si divertono a ricercare sotto la scorza dell'apparenza. L'apertura mentale è fondamentale, in quanto è richiesta la partecipazione di colui che legge che deve esser abituato ad avere una sua vera e propria idea. Questi sono coloro a cui piace farsi delle domande e ricercare risposte, che non devono essere univoche. La propaganda ha sempre la risposta giusta da dare a chi è in cerca di risposte, l'arte, invece, lascia nell'incertezza chi osserva e studia, permettendogli di trovare una sua risposta al problema. Ecco allora che The War of the Worlds e Independence Day, entrambi divertenti e capaci di intrattenere il pubblico, sono due opere diametralmente opposte.

Il romanzo di Wells è un'opera sovversiva, in cui si allude a futuri scenari degni di They Live (“Essi Vivono”, 1988) di John Carpenter. È un'opera in cui viene messa alla berlina la debolezza sia fisica che mentale dell'uomo. Vediamo infatti l'uomo muoversi all'impazzata calpestando il prossimo alla presenza di un pericolo, salvo poi prostrarsi al cospetto del più forte in cambio di un qualche (presunto) vantaggio personale, mostrando così il proprio atteggiamento votato all'obbedienza alla maniera di una pecora che necessita della presenza di un pastore per poter vivere nel gregge.

Il film di Emmerich fa il contrario. E' un prodotto propagandistico che inneggia ai centri di potere. Vediamo infatti persino il Presidente degli Stati Uniti combattere al fianco dei cittadini, con un reietto che abbatte l'astronave madre sacrificandosi per il bene collettivo (in Wells avviene il contrario) e la patria (da leggersi quale “il sistema”). In Independence Day non si scappa né si demanda ad altri la risoluzione del problema. L'uomo combatte in gruppo in nome di un'ideale che è quello dell'indipendenza, un'indipendenza però solo apparente in quanto legata alla sussistenza di un sistema. Se Wells si rivolge al singolo cercando di portarlo all'evoluzione, Emmerich si rivolge al collettivo franando l'evoluzione in nome del conformismo.

Orson Welles spaventa una nazione intera
con il suo adattamento radiofonico da Wells.

L'ADATTAMENTO RADIO DI ORSON WELLES

Oltre per gli adattamenti cinematografici che hanno visto coinvolti registi del calibro di Byron Haskin (1953) e Steven Spielberg (2005), con adeguamento temporale e cambio di location geografica (entrambi ambientati negli Stati Uniti), il romanzo è celebre per l'adattamento radiofonico curato dal futuro premio Oscar (per la sceneggiatura de Il Quarto Potere, 1941), nonché ghost writer dei testi del Presidente degli Stati Uniti Delano Roosvelt, Orson Welles.

Quasi omonimo dell'autore di The War of the Worlds, il 30 ottobre del 1938, la notte di Halloween, il ventitreenne Orson Welles, collaboratore della trasmissione Mercury Theatre on the Air, prende l'opera di H.G. Wells (ancora in vita) e la trasforma in una calibrata e indovinatissima cronaca in diretta, minuto per minuto, che, intervallata da pezzi musicali e interventi di inviati sul campo, viene trasmessa dall'emittente radio newyorkese CBS come se fossero una serie di aggiornamenti dell'ultima ora di un fatto di cronaca. Gli inviati parlano prima di un meteorite caduto nel New Jersey e poi di una invasione extraterrestre, lo fanno in modo concitato, con calibrato montaggio di effetti sonori, urla, voci in background e fiato grosso dell'inviato che si da alla fuga. La resa è così ben riuscita che molti ascoltatori la prendono per vera, sebbene la natura fantastica fosse stata preannunciata in testa al programma. La follia è un male contagioso, passa di bocca in bocca e prende presto a diffondersi molto più di un semplice virus. In poche ore, il delirio scoppia nello stato. I cittadini abbandonano le case proprie come nel romanzo di Wells e si ammassano nelle Chiese a pregare. Altri urlano per le vie, si rotolano a terra, qualcuno si suicida, altri prendono la macchina e si recono nei luoghi interessati dall'attacco, qualcuno addirittura conferma l'invasione. C'è anche chi chiama il New York Times per chiedere A che ora è la fine del mondo? (domanda che darà poi il titolo al famoso pezzo dei R.E.M.).

La cosa farà così scalpore da portare gli americani a non credere, anni dopo, all'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor, scambiando la notizia per una burlonata della radio. Le notizie del caso arriveranno anche in Europa, scomodando i rappresentanti dei maggiori poteri di stato. Adolf Hitler non tarderà a sottolineare “l'eccessiva credulità del popolo americano”, citando l'evento in uno dei suoi celebri discorsi.Wells si dirà sbigottito.

Anni dopo, Welles dirà al regista Peter Bogdanovich: “Mentre stavano distruggendo il New Jersey, cominciammo a renderci conto che avevamo sottovalutato l'estensione della vena di follia della nostra America.” La cosa la dice assai lunga sul potere di chi detiene i canali di informazione.

 

L'autore H.G. Wells

Uccisi, dopo che tutte le creazioni dell'uomo avevano fallito, dagli esseri più umili che Dio, nella sua saggezza, aveva posto su questa Terra.”