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mercoledì 14 novembre 2018

Recensione Narrativa SFIDA AL CANYON INFERNALE di Robert E. Howard.



Autore: Robert Ervin Howard.
Titolo Originale: Showdown at Hell's Canyon.
Anno: 1928-36.
Genere: Western.
Editore: Fratini Editore, 2014.
Collana: Mellonta Tauta.
Pagine: 380.
Prezzo: 20 euro.

A cura di Matteo Mancini.
IN STESURA... Attendere qualche giorno

ANALISI PARTICOLARE DEL TESTO CON SPOILER
Il primo racconto che apre l'antologia è Drums of the Sunset (Tamburi al Tramonto) pubblicato a puntate su Cross Plain Review dal novembre del 1928 al gennaio del 1929.
Racconto piuttosto classico, scritto con verve pulp e con qualche venatura stereotipata ai danni degli indiani, caratterizzati con cenno un po' razzista (qualcuno potrebbe definire da scrittore di destra, ma a noi queste cose non interessano) in linea con quanto si vedrà poi di seguito al cinema, prima del successo di Soldato Blu che porterà al c.d. revisionismo. Incuriosisce il lato romantico di Howard e il suo pompare le doti temerarie e di coraggio dei Texani, peraltro suoi corregionali.
La storia vede tre falsari rintanati in cima a un monte, intenti a fare quattrini ai danni degli indiani a cui cedono whisky e rifilano dollari falsi. Accortesi dei raggiri e inebriati dal liquore, gli indiani iniziano a suonare i loro canti di morte, di sera in sera, sempre più forte. Nessuno però sembra dare peso alle stranezze musicali che echeggiano nella notte, neppure il protagonista. Quest'ultimo è un viandante di passaggio che viene informato da colui che gli concede ospitalità che su quei monti c'è una ricchezza inestimabile d'oro e quarzo, ma non ricorda più dove l'abbia vista, perché una frana è scesa a celare quanto scoperto in passato. Incuriosito dalla rivelazione, il giovane si inerpica sulle ripide pareti rocciose e scorge una bellissima ragazza di cui si innamora per effetto del classico colpo di fulmine. L'amore è più importante del tesoro, forse è il vero tesoro, sembra suggerire un Howard mai così romantico. Ecco che il ragazzo, infatti, si disinteressa della miniera e, quando il vecchio gli chiede notizie, fa il vago non ricordandosi neppure di quanto gli era stato detto. Lo si sa, l'amore ottenebra le menti, specie se corrisposto. Tutto facile, allora? Manco per sogno, perché la giovane è tenuta semi-prigioniera dallo zio e da altri due uomini che non le concedono la giusta libertà, perché temono che abbia visto qualcosa di compromettente da non rivelare a terzi. La stessa infatti ha visto i macchinari con cui i tre producono i soldi falsi. A risolvere tutto ci pensano gli indiani. Mentre i giovani programmano di fuggire, i pellerossa scagliano il loro attacco alla baracca in cima alla montagna e compiono un massacro degno della penna di Howard. Il protagonista finisce preda della disperazione e della follia, perché le tre vittime sono i falsari, mentre la ragazza che gli ha rapito il cuore è scomparsa nel nulla. Sarà stata rapita o bruciata nel rogo? Parte la spedizione di recupero, piuttosto rambesca, alla caccia degli indiani, col protagonista e il suo ospite che libereranno la ragazza e si salveranno per effetto della divina provvidenza e dello scarso studio del territorio da parte degli indiani. Questi ultimi, all'inseguimento, scateneranno una tremenda frana, scendendo da un ripido crinale, con la conseguenza di liberare dei massoni talmente grandi che distruggeranno un vero e proprio plotone di pellerossa, vittime di loro stessi, con i “nostri“ ormai rassegnati con un cavallo azzoppato e uno datosi alla fuga.
Il buon esito finale porta i due giovani a baciarsi, promettendosi amore eterno e parlando già di matrimonio. Il vecchio che ha dato ospitalità al protagonista, pur avendo subito uno scalpo da giovane, onorerà a suo modo i rivali di sempre, dicendosi dispiaciuto di veder morire così tanti uomini in un colpo solo. Ma c'è di più... qualcosa che allontana subito la nobiltà d'animo... la frana ha denudato la parete di quarzo e di oro che era finita nascosta anni prima... i tre possono così considerarsi ricchi.
Testo semplice, scritto in modo moderno e accattivante. Howard è convenzionale nel soggetto, ma giostra bene gli elementi della storia e alla fine piazza un testo di tutto rispetto pur nella sua semplicità. 

La lettura prosegue con Boothill's Payoff ovvero La Collina degli Stivali. Testo del 1935 pubblicato su Western Aces, curiosamente intitolato come un successivo film della coppia Bud Spencer e Terence Hill col quale non ha nessun legame. Howard conferma lo stile fluido, infarcitissimo di azione, sia a livello di sparatorie che di scontri fisici. L'anima pulp è apprezzabile e il senso del ritmo sollecito, tanto da dare l'idea più di un western all'italiana che di un classico americano.
Protagonista è un giovane che ritorna nel paesino di San Leon, in cui è cresciuto, col fine di risarcire gli abitanti per i furti e le razzie perpetrate anni prima insieme ai fratelli. Giunto in paese, però, scopre che è all'opera un'altra banda di delinquenti che firma i propri delitti col nome della precedente banda ovvero quella dei fratelli del protagonista (che in realtà sono tutti morti). “I tuoi fratelli erano dei bastardi, ma pur sempre dei bianchi. Uccidevano senza rimorso, ma in modo pulito. Questi ratti non si contentano di rubarci le mandrie. Bruciano i ranch e avvelenano l'acqua dei pozzi come una tribù di maledetti apache.” Così parla un vecchio del paese disposto ad aiutare il ragazzo che, nel frattempo, è stato accolto sotto una grandine di piombo. Traspare ancora una volta la sfiducia howardiana, e degli scrittori (e poi registi) western dell'epoca, per la categoria degli indiani, tratteggiati alla stregua di sanguinari e scorretti. Qua però gli indiani non sono responsabili di niente, addirittura non fanno parte del racconto. Dietro alla banda c'è l'insospettabile banchiere del posto che mira a diventare il padrone assoluto dell'area, mandando in rovina i mandriani, colpendoli prima con i furti del bestiame e poi costringendoli a ricorrere a prestiti dallo stesso offerti, al corrispettivo di ingenti interessi, così da indurli a cedere i terreni per risarcire i debiti.
Il protagonista del racconto riuscirà a riabilitare la propria famiglia e soprattutto sé stesso, debellando la banda in un pirotecnico finale, in un rifugio incastonato in mezzo ai canyon, grazie all'aiuto offerto dallo sceriffo e dai pistoleri del vecchio amico. Sparatorie, scazzottate e cavalli al galoppo sono il cliché offerto dalla lettura. Howard non dimentica la sdolcinata chiusura in cui, oltre alla giustizia, trionfa anche l'amore. Il “nostro” troverà infatti la donna dei propri sogni, dichiarandosi alla sorella dello sceriffo con la quale un tempo andava a scuola. Sarà lei a convincerlo a restare e a mettere su famiglia, nella pura tradzione del western all'americana. “Ti amo anche io, Buck. Ti ho sempre amato da quando ero una bambina e andavamo a scuola insieme. Mi sono solo costretta a non pensare a te negli ultimi sei anni. Ma ero innamorata del tuo ricordo... ecco perché ero così addolorata per il tuo essere diventato un bandito... Sapere che sei sempre stato onesto e onorevole è come sollevare per sempre l'ombra nera che era scesa fra di noi. Non mi abbandonerai, vero?” Dunque un testo di sicura presa per i lettori dell'epoca che mischia azione, buoni propositi, eroismo degli uomini di legge e romanticismo.

Non molto dissimile per location ed epilogo finale è Il Nido dell'Avvoltoio, pubblicato quale Vulture's Sanctuary, nel novembre del 1936 su Argosy. Howard amplifica l'eroicità del protagonista che sfida un'intera banda debellandola all'interno del covo della stessa, ancora una volta in un impervio luogo nel cuore dei canyon. Nella circostanza lo fa mandando allo sbaraglio un muscolare texano che intraprende l'azione solo perché una ragazza, che per giunta lo ha umiliato a inizio racconto, è finita nelle mani di un gruppo di reietti. "Come la maggior parte degli uomini della frontiera, era molto sensibile a qualsiasi questione che riguardasse le donne... Il codice per cui viveva, quello rigido e adamantino delle frontiera texana, non permetteva alcuni tipo di rappresaglia verso una donna, a prescindere dalla provocazione subita." Vediamo dunque ancora una volta esaltato il galateo, se così lo vogliamo definire, texano, oltre al marchio di fabbrica howardiano di portare al centro delle proprie storie la figura femminile, vista come un qualcosa capace di influenzare i comportamenti dei rozzi e temerari uomini sempre in bilico tra la vita e la morte. Non mancano poi le scoccate velenose verso le categorie indisiderate. Chissà cosa penserebbe un lettore di sinistra dei tempi odierni, leggendo Howard. Probabilmente sarebbe orientato a catalogarlo quale scrittore di destra, ma a noi frega qualcosa questo? Leggiamo forse un certo tipo di narrativa chiedendoci se l'autore fosse di destra o di sinistra? Per quel che mi riguarda, leggo certi testi per altri motivi, per il c.d. sense of wonder o per il ritmo e il coinvolgimento avventuroso e adrenalinico che sanno creare certi autori. Il dovere di cronaca ci porta però a sottolineare alcuni aspetti, forse stucchevoli o comunque politicamente scorretti. Così leggiamo frasi quali "un bianco andava in soccorso di una fanciulla in pericolo, a prescindere di chi potesse essere, mentre per i pellerossa e i messicani le donne bianche erano merce pregiata." Evidente ancora una volta la distinzione razziale operata da Howard. Tuttavia, nel racconto c'è qualcun altro che reputa le donne una merce pregiata e questo qualcuno è El Bravo, il leader dei reietti (un bianco, ex uomo delle istituzioni), che si prende la ragazza oggetto della contesa come dolcetto con cui deliziare il proprio palato. E' per lei che il texano sfiderà la morte in "una partita disperata" solo perché "è abituato a giocare con il diavolo e a distribuire carte letali." El Bravo, inoltre, ha un conto in sospeso con lui. Personaggio curioso questo antagonista. Si tratta di un ex sceriffo, destituito perché dedito al crimine, che ha organizzato una vera e propria banda di reietti costringendo gli stessi a versargli un quota di adesione per far parte della banda. Un po' come i bambini di una scuola calcio, per intendersi. Potrà far ben poco contro l'arguzia e l'astuzia del protagonista. "Questo demonio non sarebbe mai venuto qui da solo, a meno di non avere qualche asso nella manica..." Eppure il nostro non avrà alcun asso, ma solo un bluff, tuttavia decisivo.
Letto ai giorni nostri non si può che convenire sul fatto che siamo alle prese di un elaborato rambesco, un bel po' ingenuo. Il nostro texano riuscirà a entrare nel covo dei cattivi con uno stratagemma e riuscirà a capovolgere a proprio favore la situazione, ormai legato come un salame, facendo sorgere dei dubbi nel capobanda così da fargli pensare che i propri uomini lo abbiano tradito, mettendoli così l'uno contro l'altro.
Si conferma il taglio pulp, così come quel romanticismo che sembra pervadere tutti i racconti del genere firmati R.E.Howard. Alla fine il bene trionfa e la donna può guardare con un occhio dolce al suo eroe salvatore. O quanto siamo machi noi uomini di azione, sembra suggerire Howard, strizzando l'occhiolino a ragazze desiderose di scorgere lo spirito di azione e di sacrificio negli uomini dei loro sogni, così da poterli accudire e,a  fine battaglia, disinfettarne le ferite sugli addominali e i pettorali tremanti, bramando un abbraccio che le possa far sognare.

Robert E. Howard.

"Un uomo con molti nemici deve avere la memoria pronta riguardo ai volti... Un uomo deve essere tante cose diverse."

mercoledì 7 novembre 2018

Recensione Narrativa: DISCESA IN EGITTO di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: A Descent Into Egypt.
Anno: 1914.
Genere: Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Visioni.
Pagine: 87.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ancora gli amici delle Edizioni Hypnos di Milano a salire agli onori delle cronache per lo "sdoganamento" nella nostra penisola dell'ennesimo inedito firmato da un Grande Maestro della letteratura fantastica. Questa volta tocca all'ideatore del John Silence (personaggio che abbiamo analizzato su queste pagine) Algernon Blackwood e al suo romanzo breve A Descent Into Egypt. Testo scritto nel 1919, uscito insieme ad altri quattro racconti nell'antologia Incredible Adventures, riproposta di recente (nel 2004) dall'americana Hippocampus Press, al cui interno - ad avviso di H.P.Lovecraft - sono raccolti "alcuni dei più bei racconti che l'autore abbia mai scritto."
Mai pubblicato in Italia, il romanzo breve viene tradotto con grande professionalità da Elena Furlan e messo nelle mani degli appassionati italiani col titolo Discesa in Egitto.

Si tratta di un elaborato, in verità piuttosto prolisso e ripetitivo, che sintetizza a pieno titolo le qualità tipiche dei migliori testi di Algernon Blackwood. Siamo, in altri termini, nell'ambito costruttivo e atmosferico di The Willows (I Salici), ovvero in una storia dove la componente ambientale assurge al rango di vero e proprio personaggio mutevole e multiforme, un qualcosa dotato di spirito pur non essendo percepibile dai limitati sensi umani. Ne deriva una potenza evocativa e ipnotica, ricercata per effetto di uno studiato lessico che sfiora la poesia col suo essere allucinato e allucinante, che trasuda dalle pagine così forte e avvolgente da rapire, oltre ai personaggi, il lettore, riuscchiandolo in un ideale maelstrom che lo disancora dalla realtà per sprofondare altrove. Si percepisce l'annichilimento della capacità di autodeterminarsi alla stregua dell'assunzione di un forte oppiaceo, una droga che amplifica la sensibilità visiva e uditiva così da stordire modificando la percezione di quanto si ha intorno.

Il romanzo parla della repentina trasformazione caratteriale di un archeologo, recatosi in Egitto per questioni di lavoro. Da "uomo abile ed eclettico" il soggetto involve al rango di automa definito "un guscio umano" apparentemente normale ma svuotato da ogni interesse e ambizione. Centrale e responsabile di tale metamorfosi è l'Egitto, verrebbe da dire la magia dell'Egitto, ma non quello attuale, bensì l'antico, che continua a vivere nel profondo e nei sotterranei della Terra quale spettro dell'antico fasto che fu. "L'Egitto ti cambia. Nessuno può vivere qui e rimanere ciò che era prima..." Testimone di queste evoluzioni è il narratore della storia che racconta le vicende di questo uomo, tale George Isley. Non è la pazzia o un disturbo psiclogico a entrare in gioco e neppure quella suggestione per la magnificenza dei monumenti che ai tempi odierni è stata catalogata quale sindrome di Stendhal, quanto un qualcosa di arcano e sfuggevole, non ben comprensibile, da cui lo stesso narratore viene assuefatto e rapito. La potenza visionaria e distorsiva di Blackwood, che centellina i fatti procedendo con uno stile molto lento e ripetitivo, emerge in modo veemente nella parte terminale dell'opera, quando entra in scena un terzo personaggio. Quest'ultimo è un collega di Isley, uno studioso di Egitto, che ha tuttavia appreso, origliando da alcuni sacerdoti, le note di un canto (Inno a Ra) fatto interamente di suoni vocalici che è capace di evocare lo spirito dell'antico Egitto. Simile agli effetti del canto di una sirena, si liberano delle note che determinano uno scollegamento tra la realtà e l'altrove, aprendo un portale spazio-temporale che può essere imboccato in un processo inverso rispetto a quello che governa la vita di tutti i giorni. Un portale che conduce direttamente a 6.000 anni fa, nel momento del massimo fulgore della potenza egizia. Spettacolare, da grandissimo racconto fantastico, la camminata dei tre personaggi su un deserto che scorre sotto i loro piedi, attorniato dalla grande architettura dell'antico Egitto vista nel momento del suo massimo splendore (si intravedono le grandi piramidi in costruzione). "L'Egitto stava trascinando la sua anima nel Passato. Ciò che c'era di valore in lui andò volontariamente; il resto, aspetti minori della sua mente e del carattere, resistette, restando aggrappato al presente." Blackwood ci parla di una vera e propria dissocazione, di un qualcosa che consente all'anima di liberarsi dal carcere fisico in cui è intrappolata e di andare dove più l'aggrada, lasciando il resto nella realtà in cui si trovava in precedenza. "L'anima ha diritto di scegliere le proprie condizioni e il proprio ambiente. Passare da un'altra parte comporta una traslazione non un'estinzione... L'anima è eterna e può scegliere la propria dimora ovunque, che cosa c'è nel presente volgare e superficiale che dovrebbe trattenerla...?" Così assistiamo alla dipartita dell'anima di Isley e alla sua fuga in una realtà ben diversa dalla decadenza di quella attuale. "L'antico Egitto, sepolto, nascosto aveva gettato la rete attorno alla sua anima. Divenuta indistinta nel Presente, la sua vita venne trasferita in un Passato dorato, ricostruito, dove era reale." Una fuga che il narratore vive in parte, ma da cui riesce a sottrarsi proprio nel momento in cui il Tempio era pronto a riceverlo. E' la paura dell'ignoto a frenare il narratore, ma anche un qualcosa che percepisce di malevolo e menzognero. "L'Egitto patisce ancora il furto dei suoi antichi morti, e per vendicarsi preda i vivi a piacimento." Dunque una sorta di incanto che suona un po' come il canto di una sirena. Un trucco per impossessarsi delle anime degli uomini sensibili, storditi da una realtà più grande di loro e non da questi comprensibile. Un qualcosa da cui non riesce a liberarssi Isley, completamente intorpidito in balia di una potenza aliena che lo ha sedotto annullandone le resistenze e la ragione. Ciò però che sembra offrire l'antico Egitto, Blackwood lo scrive tra le righe, non è il Paradiso dei sensi, quanto un'illusione che porta alla vera e unica morte che può colpire un essere vivente: quella dell'anima.
Dunque un romanzo breve molto interessante e dotato di rara potenza visionaria. Purtroppo un po' troppo prolisso, cosa che finirà con l'irritire il lettore medio. Si tratta a ogni modo di un elaborato che non può mancare nella biblioteca di uno studioso della narrativa fantastica. Piacerà molto anche a chi ricerca testi fantastici capaci di regalare il sense of wonder, che qua viene garantito in modo spiccato, specie nella parte finale. Chiudiamo con una domanda: può l'anima di un uomo vivere una propria vita a prescindere da quella vissuta dal corpo, recandosi dove lei stessa più preferisce e lasciando l'involucro che la conteneva in balia degli eventi prima ancora che sopravvenga la morte della carne? A Descent Into Egypt risponde al quesito.

Un giovane ALGERNON BLACKWOOD

"L'anima poteva davvero scegliere la propria residenza, ma vivere da tutt'altra parte era scegliere la follia, e vivere separati da tutte le dolci salubri faccende dell'Oggi comportava un esilio ancor peggiore della follia. Era la morte."

venerdì 2 novembre 2018

Recensione Narrativa: LA BESTIA DALLE CINQUE DITA e Altri Racconti del Fantastico di William F. Harvey.



Autore: William Fryer Harvey.
Titolo Originale: The Beast With Five Fingers and Other Tales.
Anno: 1910-37.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2017.
Collana: Biblioteca dell'Immaginario
Pagine: 294.
Prezzo: 21,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Gli amici della Hypnos Edizioni, per la spettacolare collana "La Biblioteca dell'Immaginario", rievocano dall'oblio (dopo i vari O'Brien e Grabinski) i racconti nati dalla penna del sarcastico inglese William Fryer Harvey, autore - dimenticato - in auge nelle prime tre decadi del novecento. Una laurea in medicina, che si riflette anche nei suoi testi in cui medici e infermieri sono spesso protagonisti, seguita da una medaglia al valore conseguita nella prima guerra mondiale fungono da background a uno scrittore capace di conquistare discreto successo in vita, tanto da smuovere l'interesse di Hollywood, ma di non conservarlo post mortem. Presto dimenticato anche in patria, dove però sembra esser stato riproposto negli ultimi dieci anni, non è riuscito a farsi conoscere all'estero, se non limitatamente a un numero di racconti che si contano sulle dita di una mano (mai come in questo caso l'espressione è appropriata). Nella nostra penisola, prima della riproposta dei ragazzi terribili di Andrea Vaccaro, era conosciuto essenzialmente per due racconti: August Heat (1910), giudicato da Isaac Asimov il miglior racconto sul tema precognizioni, e The Beast With Five Fingers (1919), due testi proposti più volte in Italia ma solo a partire dagli anni '90.
Un disinteresse che ha portato questo autore a non esser studiato dai nostri appassionati. Sprovvisto di una pagina persino su wikipedia (italiana), appena citato da Gian Filippo Pizzo, che lo nomina dedicandogli appena tre righe in Guida alla Letteratura Horror, mentre viene del tutto saltato dal francese I Maestri della Letteratura Fantastica, edizioni Edipem, per non parlare dei lavori dei vari Lovecraft e Punter. Premettiamo che la cosa non deve reputarsi uno scandalo. Dalla lettura de La Bestia dalle Cinque Dita e Altri Racconti del Fantastico ne esce il profilo di uno scrittore interessante, ma non al livello dei grandissimi maestri del fantastico.
La Hypnos propone in toto i dodici racconti inclusi nell'antologia The Beast With Five Fingers and Others Tales, aggiungendo quattro ulteriori racconti, tra i più riusciti, della produzione dell'autore. Ne viene fuori un volume gradevole, di pronta lettura, grazie a uno stile piuttosto semplice che non lesina ironia e colpi di scena e che soprattutto lascia al lettore il compito di completare le storie secondo una propria interpretazione. Harvey spiega solo il minimo indispensabile, poiché vuole che sia chi legge a scegliere la via, vuoi paranormale piuttosto che realistica, da intraprendere per sciogliere gli enigmi proposti. Non c'è una soluzione univoca nelle sue storie ed è questo il punto di forza della sua produzione.

Claudio Di Vaio, nella sua ottima post-fazione, spiega, a giusta ragione, che "i brividi che Harvey procura non derivano da alcuno elemento dichiaratamente soprannaturale o ultraterreno: le sue storie ci pongono dinanzi a eventi inspiegabili, che non escludono però una spiegazione puramente razionale qualora si sia disposti ad accoglierla." Dimenticate dunque quel fantastico trascendente o cosmico, così come quel fantastico di impronta esoterica ed ermetica. Harvey è uno scrittore molto ancorato al mondo di tutti i giorni, interessato al crimine e alle psicosi mentali, praticabile dal lettore medio. Da molti ricondotto all'alveo degli specialisti di ghost stories, sulla scia dei famosi Montague Rhodes James e Walter de la Mere, dimostra tuttavia di muoversi anche in altri contesti.
L'orrore di William Fryer Harvey è spesso e volentieri un orrore che nasce dall'interno della condizione umana, talvolta indotto da suggestioni, tal'altra dal concorso di curiose (quanto sinistre) coincidenze. La coincidenza sembra essere una delle fissazioni dell'autoreÈ lui stesso a scrivere che “in certi stati d'animo niente è così forte come la forza di una coincidenza inaspettata.“ Ed ecco allora materializzarsi un terrore interiore, per un qualcosa che si suppone ma che non sempre è come ce lo prefiguriamo. Ne L'Orologio (The Clock) il protagonista viene incaricato di recuperare un orologio, a carica manuale, lasciato da una nobil donna in una casa chiusa da giorni. Entrato all'interno della magione, il protagonista si accorge che l'orologio, che sarebbe logico pensare fermo, indica l'ora esatta come se fosse stato ricaricato da un paio di ore. L'accertamento getta nello sconforto l'uomo che inizia a sospettare la presenza di fantasmi, cosa che gli viene confermata, una volta lanciatosi nel giardino da una finestra, dal vedere la via di fuga chiusa come se non fosse mai entrato in casa. Chi potrebbe mai aver chiuso la finestra? Un fantasma... o piuttosto il vento? Difficile dire... Terrore dunque allusivo che lascia pensare una soluzione paranormale ma anche no, un bizzarro gioco della suggestione. Del resto “la paura è sempre più forte quando la si fugge“ ci dice Harvey. Sulla stessa falsa riga, ma più votato al mystery, è Il Cuore del Fuoco (The Heart of Fire), in cui il titolare di una bettola si convince, per via di un'iscrizione incisa all'interno del caminetto, che le fortune della famiglia termineranno quando si spegnerà il fuoco. Così lo scopo dell'uomo è far si che la fiamma persista a danzare all'interno dello spazio deputato. Una fissazione che porterà l'uomo a comunicare col fuoco, fino a commettere un omicidio che nessuno scoprirà mai ma che persisterà, nel rimorso, a consumare dall'interno l'animo, concedendo in cambio fortune e successi. Dunque un orrore, se vogliamo, più criminologico che fantastico. Situazione similare, ma gestita molto meglio, nel racconto che apre l'antologia ovvero Lo Strumento (The Tool). Protagonista, questa volta, è un vacanziere che decide di scaricare le tensioni del lavoro annuale, attraverso una serie di passeggiate nel bosco. Improvvisamente però la banalità quotidiana viene funestata da due imprevisti: la scoperta del cadavere di un marinaio in mezzo al bosco e l'inspiegabile perdita di memoria (si rende conto di aver rimosso il ricordo di alcuni giorni). Harvey propone qua, in chiave fantastica (ma lo è davvero fantastica o piuttosto è una via per prendere le distanze da un orrore puramente umano?), quella che ai tempi odierni viene definita la sindrome dello sdoppiamento della personalità. Tematica già ampiamente scandagliata, ai tempi di Harvey, da Robert Louis Stevenson con Lo Strano Caso del Dr. Jekyll & Mr. Hyde (1886), la cui analisi abbiam già esposto su queste pagine. Ci ritroviamo allora, di nuovo, in un caso di coincidenze bizzarre e interpretazioni che, forse, hanno la sola funzione di ignorare un orrore che nasce dall'interno dell'uomo e non è dovuto all'interazione di forze esterne. Tuttavia, il dubbio rimane tanto che il protagonista, fervente religioso e uomo pacifico, giunge alla conclusione di esser stato un incosapevole strumento divino gestito da uno spirito per commettere un omicidio, in un certo qual senso purificato dall'onta del peccato, per volere superiore. Una bizzarra causa di giustificazione o forse, ancor più, un caso in cui viene a mancare addirittura la coscienza e volontà del soggetto operante, così da renderlo innocente, per ragioni che i sofisti giudicherebbero non a misura di uomo e dunque da non esaminare. “Il mondo è governato da Dio, attraverso una gerarchia di spiriti... Sono stato soltanto uno strumento attraverso il quale il grande spirito ha svolto il suo compito. Non era necessario che io ricordassi ciò che avevo fatto e, a lavoro ultimato, questo spirito nella sua pietà prese da me tutta la memoria delle mie azioni“, così spiega il protagonista riconoscendo poi indirettamente l'esistenza di un subinconscio (vera e propria scatola nera naturale) che memorizza tutto, anche ciò che sfugge alla coscienza (l'epoca di Harvey è quella in cui nasceva la psicanalisi, si ricordi). “Il desiderio dell'assassino di vedere ancora una volta la sua opera mi guidò inconsciamente al banco di scisto nella brughiera.“ Testo apparentemente semplice, ma molto interessante in cui Harvey continua a giocare tra fantastico e fenomenica terrena (se mi consentite l'espressione), lasciando il tutto in mano all'interpretazione e alla fantasia del lettore così da risultare estraniante e rendere incerto il cammino dell'interpretazione dei fatti che circondano la nostra esistenza. Bel testo, in linea con alcuni dei migliori racconti di Edgar Allan Poe.


Circostanze bizzarre e casualità vengono ancora a intrecciarsi nel destino del protagonista del racconto Peter Levisham. Harvey, questa volta, mette in scena un ignaro testimone oculare che si trova, per puro caso, a sconfessare l'alibi di un sospettato di omicidio, ritrovandosi all'interno dell'ufficio dell'indagato (senza che ne conoscesse l'ubicazione) nell'orario in cui questo ha dichiarato di trovarsi quando veniva consumato il delitto (mentendo). Fin qui niente di strano, se non fosse che i due soggetti hanno già avuto precedenti incontri finiti in modo, quantomeno, scorbutico. La testimonianza dell'uomo non sarà sufficiente a fare condannare chi, nel proseguo, si macchierà di ulteriori delitti (l'autore si limita ad alludere a futuri crimini e lascia campo aperto all'immaginazione del lettore). Harvey concede anche una riflessione sulla professione dell'avvocato, evidenziando quanto il senso del dovere e quello etico a volte vengano a scontrarsi in modo inconciliabile. "Ricordo di aver espresso il rammarico che il mio patrocinio fosse stato lo strumento della sua assoluzione. Un verdetto di colpevolezza avrebbe forse risparmiato tante vite innocenti; avrebbe forse mantenuto lui innocente e risparmiato la sua, di vita"

Il tema delle circostanze all'apparenza casuali che si propongono con precisione chirurgica ritorna ne la Calura d'Agosto (August Heat), vero e proprio gioiello nella produzione di Harvey. Racconto tra i più famosi dell'autore, propone quell'orrore allusivo tipico della narrativa dello scrittore inglese. Un pittore, stimolato dal caldo d'agosto, dipinge uno schizzo di un criminale sul banco degli imputati immediatamente dopo la sentenza di condanna. Contento del risultato finale, decide di passeggiare per la città. Condotto non si sa ben da cosa (come avviene al protagonista di Peter Levisham), si ritrova nel magazzino di uno scultore che sta scolpendo un marmo per una mostra, usando un nome a caso a supporto di un epitaffio. Ironia della sorte sono i tre nomi del pittore e la data di nascita dello stesso. Come se ciò non bastasse, lo scultore ha le fattezze proprio dell'uomo del dipinto. Precognizione o clamorosa coincidenza? Vuoi vedere che il caldo notturno giocherà un brutto scherzo e condurrà alla morte il pittore? Lo scopriremo solo leggendo, verrebbe da dire facendo il verso a una famosa canzone... ma non con Harvey. L'autore, come al solito, lascia al lettore l'onere di completare il testo con la sibillina frase finale: “Il caldo è soffocante. È abbastanza da far impazzire un uomo.
Si torna su una tematica similare ne La Mano della Signora Egan (The Arm of Mrs Egan), racconto pubblicato postumo nel 1951, ma tra i migliori scritti. Harvey unisce alla sua firma delle circostanze ripetitive il tema della stregoneria e soprattutto quello dell'angoscia di sbagliare. Il protagonista è un giovane medico colpevole di aver grossolanamente sbagliato la diagnosi a un bimbo. Un errore costato la vita al piccolo, con la relativa ira della madre pronta a giurare di perseguitare il medico per il resto della vita. Una minaccia che assume presto le fattezze di una paranoia supportata da bizzarri riscontri. Da allora, vuoi per l'ansia vuoi per le circostanze, il medico andrà incontro a una serie di errori, talvolta scusabili, che porteranno alla morte o a inconvenienti spiacevoli che avranno sempre un elemento collegabile a quello della donna da cui tutto ha inizio. Omonimi della signora coinvolti nella vicenda, cugini della stessa o nomi composti che portano al cognome della donna sono l'aspetto ritornante di una storia in cui il paranormale si affaccia, minaccioso, sulla concretezza della vita reale senza però irrompere definitivamente (anche se il finale sembrerebbe far pendere verso il basso il piatto dell'occulto sulla bilancia dei fatti).

Atmosfere più indirizzate verso il fantastico si respirano in un gruppo raccolto di racconti. Tra questi figura Miss Cornelius, particolare testo sul fenomeno poltergeist, narrato però sempre sullo stretto filo border line tra paranormale/realtà. Il protagonista infatti, chiamato a risolvere un fenomeno apparentemente di poltergeist, finisce per inimicarsi una vecchia sospettata di essere l'artefice del fenomeno. Dunque il poltergeist sarebbe una semplice macchinazione, se non fosse che il fenomeno si estende nella casa del protagonista che pare diventare vittima di un malocchio tanto da rendersi protagonista inconsapevole di fenomeni apparentemente non spiegabili con la ragione. Harvey però mischia sempre le carte e la certezza non vi è, sarà ancora il lettore, sospeso tra realtà e fantasia, a scegliere le chiavi interpretative.

Il tema della casa infestata torna con il convenzionale Il Posto degli Ankardyne (The Ankardyne Pew), racconto un po' vecchiotto di concezione ottocentesca. Questa volta a scatenare la meledizione è il sacrilegio compiuto da un uomo, fissato con le scommesse e con i combattimenti dei galli, che ha pensato bene di organizzare un combattimento all'interno della sua cappella privata, scommettendo l'anima sulla vittoria del proprio gallo, animale vincitore di cinquanta combattimenti. L'esito negativo dello scontro porta l'uomo a sottoporre a una serie di torture l'animale, cadendo vittima di una maledizione che vedrà ricadere su sé stesso e sui propri eredi tutti i dolori dovuti alle torture inflitte all'animale. Il protagonista e un suo socio, anni dopo, indagano sugli strani rumori, assimilabili al canto di un gallo, che in un dato periodo dell'anno funestano la pace di una magione costruita accanto a una Chiesa privata.
Lo abbiamo detto, si tratta di un racconto di vecchio stampo che propone poco di nuovo.

Molto più interessante è l'allusivo Miss Avenal, in cui Harvey torna a fare quello che meglio gli riesce ovvero suggerire un orrore e una piega paranormale senza però esplicitarla. Protagonista è una giovane infermiera che viene inviata in brughiera per assistere una donna dall'età indeterminata. L'incarico sembra semplice, ma l'infermiera si troverà, impotente e incosapevole, vittima della paziente. Quest'ultima infatti, sebbene nel testo non trapeli traccia diretta, è una sorta di vampiressa che ruba la linfa vitale e la giovinezza dell'infermiera che si ritroverà vecchia, depressa e impazzita, mentre la cliente ritornerà a nuova vita addossando sull'altra tutta la propria spossatezza e decadenza. La cornice della brughiera, tra paganesimo e nuova religione (la cristiana), funge da corollario e ricorda, con le dovute proporzioni, alcuni testi di Arthur Machen. Niente male, seppure velatissimo e meramente accennato.

Un'altra infermiera è protagonista de Il Lago (The Lake), testo uscito postumo, in cui Harvey sposa a pieno titolo il giallo non rinunciando però, ancora una volta, a lasciare al lettore il compito di decidere e di completare la storia a suo piacimento. L'epilogo resta fumoso, su base indiziaria, e non fornisce soluzione univoca, lasciando lo spettatore col fiato sospeso per una curiosità non assecondata anche se con una soluzione più che suggerita. Nella fattispecie vengono a convivere l'ipotesi di una morte naturale con quella di un elaborato avvellenamento per ragioni testamentarie perpetrato da un dottore.

La locandina del film Hollywoodiano
tratto dal più famoso racconto di Harvey.

Cambia decisamente il registro in quello che è, a tutti gli effetti, il racconto più famoso di Harvey e che, non a caso, da il titolo all'antologia. Stiamo parlando del grottesco La Bestia dalle Cinque Dita. Harvey abbandona le allusioni e da vita a un racconto piuttosto diretto che, tuttavia, rimanda ad altro. Sembra infatti suggerire una sorta di possessione parziale del corpo da parte di un non meglio precisato spirito entrato in contatto con un uomo per una via che non viene specificata. Così assistiamo nella prima parte alle gesta di un uomo cieco che ha perduto il controllo della propria mano destra. L'arto fa quello che vuole e, in particolare, scrive su un foglio parole che richiamano i nomi degli eredi della famiglia. Un nipote del vecchio pensa che si tratti di un fenomeno di scrittura automatica ma è in fallo. È la stessa mano, che è dotata di intelligenza evoluta, a spiegerglielo, mediante la scrittura e mediante i gesti di scherno con le dita. La morte dell'uomo in questione non pone fine all'orrore, perché la mano pensa bene di lasciare un foglio in cui attribuisce al suo possessore la volontà di farla amputare per ragioni studio. Ha così inizio una lotta, non priva di momenti sarcastici, tra il nipote del defunto e la mano che vive una vita propria, alla stregua di un topo di biblioteca, spostandosi sulle dita tanto da ricordare le movenze di un gambero. Un racconto sarcastico, ma con interessanti punte horror. Harvey qua non gioca a suggerire, ma è esplicito. Si ispira probabilmente al celebre Le Mani di Orlac scritto, otto anni prima, dal francese Maurice Renard, volgendo la storia sul piano spiccatamente fantastico. Ispirerà sia gli autori de La Famiglia Addams (1966) (come non ricordare la mano che vive di vita propria) sia Sam Raimi e i suoi horror degli esordi della saga La Casa. Non a caso la Warner Bros si interessò al soggetto e ne trasse una pellicola diretta nel 1946 da Robert Florey col titolo Il Mistero delle 5 Dita e sceneggiata, in parte, nientemeno che da Luis Bunuel poi non retribuito e per questo intenzionato a fare causa ai produttori (desistette dall'intento per la vasta schiera di avvocati pronti a supportare la Warner Bros).

Altri racconti, per lo più poco interessanti, recepiscono l'ironia dell'autore elevandola a fulcro centrale del testo. Il miglior elaborato di questo gruppo è il grottesco Habeas Corpus Club. Harvey immagina un luogo immaginario, ma con contatti con la realtà, in cui si ritrovano tutte le vittime dei romanzi di un dato autore. Harvey gioca, probabilmente per effetto di alcune recensioni ricevute, facendo leva sul concetto di “personaggi pieni di vita.“ Ed ecco che un'espressione votata a sottolineare un'ottima caratterizzazione si traduce in un qualcosa di materiale. Personaggi appena abbozzati, meri cadaveri cui viene assegnato il ruolo di comparsa in un romanzo, vivono grazie alla loro morte e diventano personaggi che si sviluppano in un luogo immaginario che altro non è che un club privato. Harvey è satirico e dice che non c'è da meravigliarsi di questo, perché “uomini e donne che hanno dato la propria vita per il pubblico di lettori possano avere l'opportunità di sviluppare i propri personaggi in un ambiente più protetto.“ Gustoso l'epilogo, con svariati anni di anticipo rispetto a Stephen King e al suo La Metà Oscura, con i vari personaggi che ricordano al lettore che di notte il club è chiuso e che a quell'ora vanno tutti a perseguitare gli autori che li hanno uccisi e che difficilmente passeranno sonni tranquilli. Divertente, senza dubbio.

Dalle Sei alle Sei e Mezza è un rapido divertissement che lascia poco al lettore e che viene innescato da uno scherzo telefonico. Segue la medesima via Fantasmi e Compari in cui tre ragazzi partecipano a un gioco con uno sconosciuto in cui devono aggiungere una lettera a una parola fino a formarne una di senso compiuto. “Per me era un avvocato. Guardate come ci ha messo tutti alle corde e ci ha fregato con quelle parole impossibili“ scherza un personaggio che traduce bene la verve ironica di Harvey. Due e un Terzo gioca sul tema delle evocazioni medianiche con uno spirito, richiamato dalla madre, che giura amore alla “mammina“ termine col quale, però, si rivolgeva alla badante della madre con la quale aveva una tresca.

Il Ponte del Diavolo è la classica fiaba nera (per nulla originale) relativa alla costruzione di un ponte ideato dal diavolo in persona a prezzo dell'anima della prima persona che lo attraverserà. Harvey gioca a mettere alla berlina il curato chiamato a dare l'estrema unzione a una moribonda. Quest'ultimo, timoroso di finire in mano al diavolo, spinge una ragazzina a precederlo sul ponte condannandola così alla dannazione. La propria salvezza per l'altrui condanna, il motto indiretto dell'uomo di fede che dovrebbe invece fare l'opposto.. L'ironia di Harvey non manca con un elogio, poi non tanto velato, al diavolo da leggersi quale il materialismo: “Il diavolo è uno che sa bene il mestiere, qualunque cosa dicano gli uomini.“ E il diavolo rincara la dose dicendo che “oltretutto, il diavolo non è nemmeno lontanamente brutto come lo si dipinge.“

Questo il contenuto di un'antologia gradevole da leggere, che è tuttavia lontana dal rango di capolavoro. Lode comunque alle Edizioni Hypnos che riportano alla luce un autore dimenticato e impreziosiscono la propria collana "La Biblioteca dell'Immaginario" da annoversarsi tra le migliori esistenti nella nuova editoria. Testo consigliato agli amanti del bizzarro e del fantastico di stampo ottocentesco. Valutino bene l'acquisto i fan dell'orrore cosmico o esoterico, per intendersi rispettivamente i fan di Lovecraft o di Meyrink, poiché Harvey è più un misto tra gli autori di Ghost Stories e i racconti a sfondo delittuoso di E.A. Poe.

William F. Harvey

"Vi stupite se credo agli incantesimi, alle maledizioni e alle streghe? Forse credere è una parola troppa grossa. Avere paura delle streghe è una paura stupida e irragionevole che omette di tenere conto della psicologia dell'inconscio, che rende impossibile valutare le prove con calma e senza emotività."


lunedì 22 ottobre 2018

Recensione Narrativa: NUOVI INCUBI - I Migliori Racconti Weird a cura di Laird Barron.



Autore: Autori vari.
Titolo Originale: Year's Best Weird Fiction, Vol.1.
Curatori: Laird Barron & Michael Kelly.
Anno: 2015.
Genere: Horror / Modern Weird.
Editore: Edizioni Hypnos.
Pagine: 484.
Prezzo: 18,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE
Lodevole iniziativa della Hypnos di Milano. La casa editrice di Andrea Vaccaro, sempre più specializzata nella narrativa fantastica d'estrazione weird, sposa l'iniziativa del canadese Michael Kelly e propone per il pubblico italiano il primo volume del progetto Year's Best Weird Fiction. Si tratta di un'antologia che propone ventidue autori scelti, nell'occasione, dal loro collega Laird Barron, scrittore che abbiamo recensito su queste pagine in occasione de La Cerimonia (romanzo peraltro pubblicato dalla Hypnos e poi dalla Mondadori). Range di scelta molto fumoso quello seguito da Laird Barron (sarà sostituito nelle successive edizioni, inedite al momento in Italia, da altri autori) e orientato, nelle intenzioni del titolare del progetto (Michael Kelly), a individuare i migliori racconti weird scritti nel mondo nel 2013. Vengono così raccolti ben ventidue autori di nazionalità diverse, si parte ovviamente dagli Stati Uniti e dal Canada, per proseguire con Francia, Svezia, Inghilterra, Cina e Italia (solo nella versione Hypnos). Barron e Kelly, nella prefazione al volume (un bel mattoncino di dimensioni), cercano di definire il genere e lo fanno in un modo piuttosto convincente. "La letteratura Weird è un'intersezione di temi e idee che esplorano e sovvertono le leggi di natura... Non è specificatamente horror o fantasy, ma è un tipo di letteratura che è presente all'interno di altri generi" dice Kelly. Barron gli fa da eco specificando che il suo "racconto-tipo weird è quello che va in contrasto con le leggi naturali della realtà, che possiede almeno un pizzico di alieno, e che irradia inquietudine e disorientamento." Abbiamo dunque un tentativo di inquadrare un genere (o sottogenere) sfuggevole in coordinate accessibili ai comuni lettori, un obiettivo che, ad avviso di chi scrive queste righe, viene piuttosto disatteso nella selezione dei testi. Giova infatti premettere che il concetto weird nasce per effetto dei racconti pubblicati sulla "leggendaria" weird tales, una rivista a buon mercato che aveva in H.P. Lovecraft, C.A. Smith e R.E. Howard i suoi tre moschettieri prediletti. Ne conviene dunque una definizione del genere che dovrebbe, a mio avviso, accostarsi alle tematiche e agli stili toccati da questi autori e relativi epigoni, onde evitare di creare un qualcosa di altro che sarà pure Modern ma non è Weird. Michael Kelly lo accenna anche, indirettamente, scivendo che "un tempo la letteratura weird era ambito esclusivo di lettori (e dunque anche scrittori) esoterici." Non si capisce allora perché il Modern Weird debba essere altro, peraltro un qualcosa che può essere quasi del tutto associato come sinonimo alla narrativa fantastica a sfondo horror e persino fantascientifico. Non volendo qua tediare il lettore, a cui interesserà di più sapere se si tratta di un buon libro che altro, con argomentazioni alla Tzvetan Todorov, vediamo nello specifico di analizzare il testo.

ANALISI GENERALE DEL TESTO
Nuovi Incubi è innanzi tutto una bella occasione per scoprire nuovi autori. Barron individua molte nuove proposte, alcune delle quali esaltate dalla Hypnos con la pubblicazione di singole antologie (Saltzman, Strantzas e Llewellyn). Non ci sono nomi noti al grande pubblico. Niente Ramsey Campbell, Barker, King e compagnia. Ventidue soggetti per un'antologia di difficile catalogazione. Stili e tematiche molto eterogenee e un po' per tutti i gusti. Soluzione compromissoria, dunque. Difficile quindi non trovare racconti che riescano a impressionare positivamente, ma anche difficile non trovare racconti che lascino perplessi o non riescano a colpire positivamente il lettore. Si ha quasi la sensazione che lo stesso Barron sia incerto sulla linea cui tendere, nel suo definire il Modern Weird, e ne viene fuori un testo incerto per tematiche e stili. Mi viene da dire che il duo Andrea Vaccaro e Ivo Torello è stato più chiaro a definire il contesto, nella scelta dei racconti premiati per il concorso Premio Hypnos con conseguenziale sbocco nell'antologia Strane Visioni (recensita su queste pagine). Penso che questo sia un grande elogio ai due deus ex machina delle Edizioni Hypnos.
Ecco allora che troviamo racconti che rientrano a pieno titolo nell'alveo della tradizione weird come il poetico Nei Meandri del Sogno, vero e proprio omaggio di W.H. Pugmire all'opera di Lovecraft, o Bor Urs di John Langan, in cui il protagonista si trova proiettato in un'altra dimensione dove un tempio, eretto a divinità sconosciute, funge da portale all'uscita di un toro gigante che irrompe nella realtà. Seguono questa via anche le scelte de Nel Limbo di Jeffrey Thomas, senz'altro il miglior racconto scelto da Barron, in cui un orrore alieno avvolge il mondo cancellando la materia a favore di un'oscurità che detta la via per l'accesso all'aldilà, e del vincitore del Premio Hypnos 2014 Il Suo Sguardo, vero e proprio gioiello confezionato dal "nostro" Moreno Pavanello e incluso nel progetto da Andrea Vaccaro per coprire un vuoto lasciato (per fortuna!!!) da uno scrittore che non ha firmato la liberatoria per l'edizione italiana. Anche Pavanello parla di aldilà, ma qua l'accesso non è da vittime, piuttosto da primi attori, ottenuto prepotentemente con l'ausilio della scienza. Questi i quattro racconti più fedeli alla storica linea tracciata dalle pagine del periodico fondato a Chicago, negli anni '20, da Hennenberger. Per estensione però possiamo legittimamente inglobare anche un altro pugno di racconti. Tra questi, sicuramente, il lineare Il Diciannovesimo Gradino del canadese Simon Strantzas, che riesce a piazzare un perfetto straniamento per effetto di un finale che lascia i brividi sulla pelle del lettore e proietta il protagonista in una dimensione ignota, pur restando col corpo in quella terrestre. Bene, per corrispondenza al genere, anche l'enigmatico e simbolico Fox Into Lady della francese Anne-Sylvie Salzman, dove la paura del parto prende pieghe bestiali e animalesche con una simbologia che sembra alludere a qualcosa di satanico pur senza mai menzionare questo (mi ricorda un racconto tipo La Volpe Mannara, pubblicato su weird tales, di cui non rammento il titolo e l'autore). Punte di puro weird, pur se miscelate, in Un Piccolo Demone di Jeffrey Ford, con una storia di fantasmi, patti più o meno diabolici, incantesimi che rimanda alla fiaba nera. Sette racconti dunque, su ventidue, col resto che è sospeso tra esercizi stilistici (Joseph Pulver), omaggi letterari (Sofia Samatar), spunti horror d'autore, di stampo problematiche familiari, piuttosto contorti (Livia Llewellyn, Paul Tremblay, Maria D. Headley, Michael Blumlein, Kristi DeMeester), convenzionali ghost story dalle intelaiature gialla (Gavin), romantica (Damien A. Walters) o storica (Taborska) e persino svariati testi di fantascienza pura (Chen Qiufan, John R. Fultz), talvolta addirittura parodistica (A.C. Wise) o surreale (Karin Tidbeck). Risultato finale? Bene, non vogliamo esser troppo critici, ma una visione del "sottogenere" weird che finisce con lo snaturare l'ambito in questione. Per spiegarci meglio, non si capisce per quale motivo si debba dare un'interpretazione ampia di un qualcosa che se è veramente nato come definizione lo è stato, non per chiamare in causa categorie aristoteliche, per circoscrivere un ambito della letteratura fantastica (e non anche fantascientifica) così da distinguere un certo tipo di narrativa del terrore da un altro tipo di narrativa del terrore. Qua, a leggere la truduzione esemplificativa operata da Barron, attraverso la scelta dei ventuno racconti (il ventiduesimo l'ha messo Vaccaro), ne viene fuori un'idea del Modern Weird tutt'altro che chiara.

La copertina della versione
americana.

ANALISI PARTICOLARE DEL TESTO - CON SPOILER
Il Diciannovesimo Gradino di Simon Strantzas è un racconto lineare molto semplice che allude a una quarta dimensione non visibile dai comuni mortali, ma presente nella vita di tutti i giorni. Portale di accesso a questo altrove è una scala, tra un piano e l'altro, collocata all'interno di un abitazione fatiscente che una coppia di giovani decide di comprare e restaurare. L'epilogo con la battuta “Io... Io Vedo“, e dunque prima ero cieco, proferita da uno dei due inquilini dopo aver proceduto, per l'ennesima volta nel conteggio dei gradini, trasforma un racconto bizzarro in un fantastico dalle venature horror senza, di fatto, mettere in scena niente di strano, se non degli scalini di una scala che perdono, da un conteggio all'altro, un gradino per poi ritornare ad avere i gradini di partenza. Charo esempio di come si possa fare della narrativa del terrore, senza scendere nel grossolano. Molto semplice, ma d'effetto.


Il racconto di Paul Tremblay intitolato SWIM Vuole Sapere se Va così, in cui i disagi familiari e esistenziali si mischiano a un'invasione di kaiju, è un delirio contenutistico e stilistico a mio avviso poco riuscito. Trembaly si concede troppe parentesi per una storia che non fa della linearità il proprio crisma, spiazzando di continuo l'attenzione del lettore per effetto di un ritmo placato da continue divagazioni.

Si lancia nella parodia il canadese Wise con Il Dottor Blood e l'Ultra Favoloso Squadrone Glitterato in cui gli ufficiali militari si trovano costretti a ricorrere ai servizi di una squadra di ballerine e di ballerini, agghindati in modo da sembrare femmine, che, per riempitivo, arrotondano con azioni militari di rilevanza addirittura interplanetaria il loro cachet. “Di notte lavorano in club con nomi come Diamond Lil's , Lil Diamond e Exclusively Lime Green. Ogni giovedì pomeriggio giocano a bowling. Nel mezzo, quando non stanno giocano a bowling, ballando o cantando su un palcoscenico, spaccano culi più fortie di quanto avete mai visto fare prima. E lo fanno in lamé argentato e tacchi alti.“ Così l'autore presenta la squadra e così si delinea la natura da trash volontario che ammorba la storia. Un taglio assai più vicino al cinema pulp/satirico contemporaneo che al weird nobiliare ed esoterico delle origini. Nell'occasione, questa strampalata squadra di drag queen e sventolone mozzafiato, è chiamata da un Generale militare, incapace a risolvere altrimenti la faccenda, a far fuori un mad doctor che è impazzito, perché ha scoperto che la propria moglie lo tradiva con l'assistente (!?), ed è fuggito su marte dove sta per organizzare la sua vendetta al grido “muoia sansone con tutti i filistei.“ Sta infatti predisponendo un suo esercito, altrettanto improbabile, fatto di zombie radioattivi, vampiri e altri mostri come ragni che vengono eliminati canticchiando Ziggy Stardust & spiders from Mars , ma non ha fatto i conti con lo Squadrone Glitterato. Sarà l'amore, e non la guerra, la soluzione del caso. Un racconto scatenato, con anche un po' d'azione che sa regalare sorrisi, ma il weird per me è altro...

Il taglio pulp prosegue con L'Anno del Ratto del cinese Chen Qiufan dove troviamo ancora un intreccio legato alla difficoltà da parte dei giovani laureati a trovare un inserimento nel mondo del lavoro (evidente critica alla società cinese, mi pare di intuire). Qiufan prende spunto da tale problematica per intessere un canovaccio che prende la via della satira. Al centro della satira c'è ancora l'esercito, che qua si occupa, in via parallela, di addestrare dei giovani laureati per organizzare una serie di squadre, chiamate Forze di Controllo Roditori, che hanno il compito di derattizzare aree infestate da topi mutanti. Oltre alla caratterizzazione stereotipata degli pseudomilitari (c'è il debole che pensa a casa; c'è il rambo di turno, stronzo con i compagni e sanguinario), Qiufan mischia azione, pulp, omaggi a Turno di Notte (con topi giganti di dimensioni umane) e a Il Miglio Verde (raporto di amicizia che si instaura tra una sorta di ritardato di mente e un topolino poi schiacciato dal bullo di turno) di Stephen King e a Jurassic Park di Michael Crichton (i topi, progettati per non riprodursi, superano i limiti imposti dall'uomo e si moltiplicano), riuscendo a tenere viva l'attenzione del lettore anche se al servizio di una storia non lineare e non di chiara interpretazione. La parte finale infatti diviene un po' fumosa, caratterizzata da supposizioni (addirittura topi in grado di manipolare le percezioni umane così da generare illusioni che portano gli uomini stessi a uccidersi tra loro) che suggeriscono la messa in atto di un pericoloso esperimento da estendere poi sulla razza umana (risalta in mente Stephen King, ancora una volta, si pensi alla Bottega de Firestarter), un esperimento gestito da un governo occulto come sembra suggerire alla fine l'autore. “Siamo proprio come i ratti noi, soltanto pedine senza valore nel Grande Gioco. Tutto quello che riusciamo a vedere sono soltano le poche case nella scacchiera davanti a noi. Tutto quello che possiamo fare è seguire le linee della griglia secondo le regole del gioco... Quanto al significato di queste mosse, e quando la grande mano che incombe su di noi calerà a strappare via uno di noi, nessuno lo sa.“ Visione dunque fatalista e decisamente pessimista, per un elaborato che ci pare comunque assai lontano dal weird, ma comunque buono.

Il Fantasma di Olimpia di Sofia Samatar è un arzigogolato omaggio al famoso racconto L'Uomo della Sabbia di E.T.A. Hoffmann, di cui però prende i personaggi ma non certo l'orrore che era capace di evocare il testo di riferimento. La protagonista, in contatto da Vienna con un tale Sigmund (verrebbe da pensare a Freud, dato che su Hoffmann ha costruito una serie di tesi), racconta un sogno che la vede partecipe delle avventure dei due protagonisti di Hoffmann: il manichino Olimpia e l'innamorato perso. Aria di psicanalisi, del resto Freud era un vivido studioso della narrativa di Hoffmann, con continua sospensione tra realtà e sogno (“La vita dei sogni è reale“). Scarso coinvolgimento, pathos quasi assente. Non riuscito.

Atmosfere alla Ligotti nel racconto Fornace, nomination allo Shirley Jackson come miglior racconto 2013, scritto da Livia Llewellyn. Una giovane protagonista scopre di far parte di una sorta di loop che la vede ogni volta ritornare in una data situazione di vita per riprendere da lì in vista del blocco che la fa ritornare indietro. Al centro di tutto c'è la città in cui la stessa è, di fatto, intrappolata per volere della madre. È proprio dalla città che inizia a prendere piede la degradazione che porta alla morte della stessa e di quanto vi è all'interno in vista della rinascita della nuova città e così via... La morte, forse, è l'unica via di fuga dal sistema impazzito. Testo autoriale, molto contorto con una Livia Llwellyn che traccia le linee di una realtà degradata, marcescente con venature alla Brian Yuzna (penso alla bimba che si squaglia sul catrame della strada, immagine che rimanda un po' a Society).

Sceglie atmosfere romantiche Damien Angelica Walters col suo Dovrei Sussurrarti del Chiaro di Luna, del Dolore, dei Pezzi di Noi?. La sua è una ghost story, dallo spiccato gusto femminile, dove la giovane sposa del protagonista cerca di materializzarsi nella casa dello stesso, ma non va oltre a depositare, giorno dopo giorno, delle foto di sé in giro per la casa costringendo, di fatto, il suo amoroso a non superare il lutto rifacendosi altra vita. Testo gradevole, ma il weird è altro.

Aria più squisitamente weird invece in un lotto di racconti che richiamano, in alcuni casi direttamente, la mai sbiadita figura di H.P. Lovecraft. In Bor Urus di John Langan un uomo di famiglia, fissato con tempeste e temporali, sospetta che gli stessi sprigionino forze capaci di aprire squarci su altri mondi. Un giorno, durante un uragano, nel tentativo di raggiungere la casa dei suoceri, l'uomo si imbatte in una foresta atipica, da cui si irradia un inteso odore d'arancio e i cui alberi hanno fusti che liberano calore. Attirato dall'ambiente, l'uomo si inoltra nel bosco e scopre un tempio decrepito retto da colonne luminescenti al cui suolo, parzialmente cancellato dalla distruzione, una raffigurazione immortala un idolo femminile. Il tempo per visionare il luogo sacro però è poco perché, in lontananza, un toro delle dimensioni ciclopiche e dal colore giallo-oro gli si scaglia contro, costringendolo alla fuga. Elaborato, forse troppo lungo, ma che riesce bene a evocare, in un mix di tensione e azione, le atmosfere weird che toccano un buon apice nella parte conclusiva dell'opera.

Più riuscito, specie per stile e spunto esoterico/onirico, Nei Meandri del Sogno in cui W.H. Pugmire, convinto prosecutore della narrativa di Lovecraft, allude molto e lascia al lettore il compito di riempire, con la propria fantasia, le parti di storia e le caratterizzazioni vagamente accennate. Ci troviamo in una città ai confini del mondo reale, dove domina la magia e dove gli umani convivono con creature che umane non sono (non si capisce bene cosa siano). I richiami a Lovecraft sono espliciti, con rimandi a poesie del solitario e omaggi a Il Modello Pickman. Lo stile è a metà strada tra la prosa e la poesia, ma non si rivela pesante. Spettacoloso il finale col protagonista, uno studioso “stregato dalla magia e che ha scrutato troppo in profondità nelle dottrine arcane, lasciando i propri occhi abbeverarsi di sigilli e diagrammi“, che riesce nell'impresa di evocare gli scarni notturni, esseri rapaci volanti, così da farsi artigliare dagli stessi e, librandosi nel cielo notturno, a farsi condurre nel Regno del sogno. Un epilogo che rimanda un po' anche a R.E. Howard e al suo Le Ali Notturne. Racconto evocativo al mille per mille con graffiate horror di primario livello. Grande testo.

Il connubio tra i problemi familiari e horror tornano, in chiave metaforica, ne Il Krakatoano, racconto che ruota attorno a un osservatorio astronomico da cui si cercano di scoprire i misteri delle lontane stelle senza vedere la cancrena che ammorba le proprie famiglie che finiscono alla deriva. Testo concettualmente interessante ma poco coinvolgente. Al solito: il weird è altro, per il sottoscritto.

Va per la ghost story classica Anna Taborska che col suo La Ragazza con il Cappotto Azzurro mostra un fantasma di una giovane ebrea polacca, trucidata dai vicini (dei ruffiani volta gabbana che passano dalle simpatie naziste a quelle comuniste, a seconda del periodo) per ragioni sessuali durante la deportazione del '39, che pretende che la sua storia diventi di dominio pubblico e, per questo, assilla nei sogni tutti i giornalisti che vengono informati del suo caso, ma che non vogliono darne sfogo editoriale (perché chi mai crederebbe a una storia di fantasmi ritornanti, tra un pubblico di ben pensanti e veri acculturati?).

Visioni dall'aldilà nei testi di Jeffrey Thomas e del vincitore del Premio Hypnos Moreno Pavanello. L'autore americano realizza un claustrofobico e coinvolgente elaborato, tra i migliori in assoluto del lotto (a mio avviso il migliore con Pavanello). Anche qua si utilizza la caratterizzazione di un protagonista, licenziato e senza lavoro, che è allo sbando nella società, col solo piacevole ricordo di una compagna di vita deceduta da decenni. Una sera però irrompono delle tenebre che avvolgono tutto e si estendono nel condominio in cui vive l'uomo. Alcuni condomini, si dice, sono scomparsi e non sono più tornati dopo aver varcato il portone d'ingresso del palazzo. Un fumo di colore nero, privo di odore, si allunga sulla materia e la cancella. “Quando la macchia si fosse espansa oltre... Macchia? Eccolo di nuovo a pensare da arrogante essere umano. Questa oscurità era purezza, no? Lui e la sua razza erano la macchia. Una macchia che andava pulita... cancellata.“ Per sottrarsi all'ignoto, il protagonista si sigilla prima in casa, poi in bagno, passando del nastro isolante negli spazi vuoti. L'idea subliminale che viene comunicata al lettore è quella della bara all'interno della quale, ahi noi, ciascuno di noi (in linea di massima) dovrà esser rinchiuso alla fine dei tempi (i nostri, piuttosto che quelli dell'umanità) in un'oscurità accecante. “Ogni anima sarebbe rimasta imprigionata nella sua piccola cella, isolata da ogni altra anima? Ma in un certo senso non era sempre stato così? Ognuno ingabbiato nella prigione del proprio corpo?“ Ma ecco che Thomas, all'epilogo, volge tutto verso la speranza, poiché l'effetto neve da cui tutto era nato, dapprima cancellando i programmi tv e poi internet e telefono, si irradia sul nuovo mondo e, in quell'incertezza, ecco riaffiorare l'anima perduta della moglie che sorride, mentre si sporge dallo specchio... Cos'altro chiedere per una vita felice? sembra suggerire l'autore... E' dunque lo specchio il portale sull'altro mondo, come già visto ne Il Signore del Male di John Carpenter. Grande racconto, questo Nel Limbo, nulla da dire. Aspetti similari si ritrovano ne Il Suo Sguardo, premiato nell'Hypnos 2014, in cui Pavanello propone una storia che fa riflettere e che, peraltro, contenutisticamente parlando è in linea con quanto potrebbe davvero succedere. Racconto che riecheggia le tematiche tracciate dalla penna di Howard Fast e lo fa da pari livello. Si assiste al ritorno sulla terra di un nuovo Messia (sarebbe meglio dire del Messia). Questa volta l'eletto, che si qualifica quale “inviato da una forza che sta al di sopra di tutto“, nasce in Zimbawe e segue le gesta del più noto fratello (con tanto di miracoli ed elogio dei più deboli). Tuttavia, ancora una volta, finisce col fare la stessa fine e nell'esatto punto geografico. Eloquente quando Pavanello, non a torto, scrive che “a metà del mondo non gliene fregò niente“ della fine del profeta, perché la vita va avanti e non si campa a discorsi. Tuttavia c'è qualcuno per il quale la vita non deve più andare avanti. Come avviene con la fisica quantistica, dove il semplice fatto di osservare le particelle determina un influenzamento delle stesse, Dio cessa di guardare la Terra e questa scelta, a poco a poco, si riflette sul contorno che circonda la vita dell'uomo. Il mondo, per come noi lo conosciamo, si spegne nei colori, nei suoni, persino gli animali cessano i loro cicli vitali. Pavanello plasma così un epilogo apocalittico assai difforme da quello paventato delle sacre scritture, ma non meno diabolico. Guidato dall'arroganza tipicamente umana, l'uomo organizza la scalata al cielo attraverso lo strumento della scienza e studiando il video in cui vediamo il Messia, una volta morto, smaterializzarsi sulla croce avvolto da una luce bianca accompagnata da un pianto di angeli irradiatosi non si sa bene da dove. Lo studio ha buon fine e porta all'individuazione di una sorta di stargate nei luoghi comparabili con l'armageddon delle sacre scritture. I “nostri“ salvatori, radunati in un interminabile esercito che raccoglie di tutto (compresi parroci delusi per esser stati abbandonati da Dio e ora votati ai fucili mitragliatori), varcano il portale che li conduce, da vivi, nell'aldilà, pronti a far giustizia contro un padre padrone, per giunta assenteista, così da rilevarne il posto e fare per conto proprio in barba al Salvatore morto sulla croce (o meglio ai Salvatori). Finale aperto a un sequel. Notevole prova di Pavanello, tanto di cappello. L'autore dimostra di valere la categoria dei più grandi e fa le scarpe, nella circostanza, a molte opzioni indicate da Laird Barron. Diverse... direi quasi tutte... “L'Uomo non ha l'umiltà necessaria per accettare il suo fato senza tentare di modificarlo. Così, se Dio non è più interpellabile, ecco che l'uomo cerca le risposte nella sua nuova religione: la scienza.“ il passaggio centrale che sottende al testo. Nella nostra epoca non c'è più spazio per il figlio di Dio, perché quest'ultimo è stato ucciso dalla sua creatura prediletta, questo sembra dirci Pavanello ed è difficile sconfessarlo.

Místo di horror e giallo per Richard Gavin che col suo Una Caverna di Mattoni Rossi gioca a mescolare le carte (“Ci sono sempre due modi di vedere le cose: c'è l'apparenza delle cose e poi c'è quello che sta sotto“) usando come elemento di sviluppo della storia le corse in bicicletta di un ragazzino in vacanza estiva dai nonni. Storia che suona molto come fine dell'infanzia e inizio della vita adulta, assai vicina come struttura al film Le Verità Nascoste di Robert Zemeckis. Ne salta fuori una ghost story che ammicca ad altri orrori, ma lo fa in modo da lasciare libera l'interpretazione dei lettori. La scomparsa improvvisa di un bimba, l'apparizione di un fantasma (o meglio di un genio, da intendersi uno spirito che nasce dal fuoco) che sembra proprio quello della ragazzina e infine un cadavere che riemerge da una cella frigorifera a minare le certezze di un bimbo che vedrà l'abitazione dei nonni andare a fuoco non certo per l'azione diretta del fantasma, quanto, probabilmente, per il fatto della scoperta del cadavere celato in una baracca gestita proprio dal nonno. Racconto quadrato, che giostra bene la tensione pur non discostandosi dai cliché del genere.

Inquietante Fox Into Lady, nulla a che fare con Jimi Hendrix, non temete. La francese Anne-Sylvie Salzman affronta il tema parto in modo alquanto orrorifico, forse per esorcizzarlo, tra venature erotiche e altre di puro terrore specie per un lettore di sesso femminile (magari in dolce attesa). Una giovane, non si capisce bene come concepito, partorisce un mostro che non ha il coraggio di riconoscere e lo rinchiude nel proverbiale armadio senza nulla dire in casa. La creatura, una notte, si libera e si da alla macchia per poi ripresentarsi a divorare la madre, quasi a evocare un incesto bestiale, quando sarà di nuovo incinta, questa volta di un uomo. Il termine più volte ripetuto di “bestia“ e l'utilizzo della volpe come essere originato dal ventre della donna, rimandano alla figura satanica. La Salzman però sfuma il tutto, chiudendo comunque un racconto di onorevole fattura.

Come Piuma, Come Osso è un testo fulmineo di Kristi DeMeester che inquieta ma lascia poco, suonando quasi come esercizio di stile. Emerge anche qua la natura femminile dell'autrice e si percepisce nella lettura del testo. Due personaggi, probabilmente incosapevoli morti, si ritrovano a mangiare uccellini perché questo porta a generare sulle loro scapole delle ali. Figli perduti, rimpianti e tristezza fanno da corollario a una storia, lo ripetiamo, tipicamente femminile e poco in linea al concetto weird delle origini. Nascono forse così gli angeli? Ci crediamo poco...

Molto più articolato Un Piccolo Demone di Jeffrey Ford che struttura il suo eleborato in tre parti, omaggiando la poetessa Emily Dickinson (che è la protagonista). Una prima parte affascinante in cui un emissario della morte (o è il diavolo?) giunge a prendere la donna per condurla su una carrozza che le fa rivivere il tempo che fu in vista dell'eternità. “Sta facendo il giro... Tutti fanno il giro... Ma come, della vostra vita, naturalmente. Un breve riepilogo prima di sistemarvi nella vostra camera di alabastro.“ Su questa parte si innesta il secondo ideale capitolo del racconto, perché la Dickinson accetta la proposta di 25 anni ancora di vita a prezzo di un favore. L'emissario della morte le affida allora il compito di condurre a morte, con un contro incantesimo (perché la poesia è magia), un giovane ragazzino tenuto in vita dalla madre per effetto di un incantesimo. Recatesi all'abitazione di quest'ultimo, insieme all'emissario, la Dickinson si fa assumere quale balia e si trova al suo cospetto una creaturina che di umano ha ben poco, essendo una sorta di cadavere vivente con tanto di carne marcescente e odore nauseabondo. Scoperto l'incantesimo, la giovane fugge braccata dai mostri generati dalla madre del bimbo, mostri che sono puramente illusori. Ecco che si entra nella terza parte. La Dickinson viene sepolta dall'emissario nella sua tomba con la promessa di ritornare alla vita qualora riesca con una sua poesia a rompere l'incantesimo. Trascorsi secoli, la Dickinson riesce, involontariamente, a raggiungere l'obiettivo semplicemente scrivendo “Andata a casa. Pietà“, così per giustificare la sua fuga dalla tomba trainata dal Terranova di sua proprietà giunto, chissà come, a liberarla. Spira dunque aria di ironia beffarda in questo omaggio che Ford dedica alla Dickinson. Una sorta di fiaba nera che parte bene, ma va a chiudersi in calando.

Si torna al contorto, peraltro eccessivamente tecnico, con Successo di Michael Blumlein che propone un mad doctor ossessivo e ossessionato che cerca di dimostrare una sua tesi, poco dopo esser stato dimesso da un ospedale psichiatrico da cui è scomparso per rimaterializzarsi in circostanze non chiarite. Blumlein, per altro medico, porta avanti al storia con taglio e stile tutt'altro che popolare. Racconto interminabile (il più lungo dell'antologia), pieno di elucubrazioni pseudo-scientifiche, che alla fine stanca e invoglia a passare oltre.

Discorso diverso per il divertente, pur se comunque ossessivo, Colpo di Luna della svedese Karin Tidbeck. Racconto molto interessante, alla Howard Fast pure questo, che sembra appartenere al genere fantascientifico se non fosse per un epilogo che di fa pensare alla presa di giro. Una madre ossessionata dagli astri passa tutte le sere in terrazzo a scrutare il cielo. Un giorno, senza che se ne capisca la ragione, la luna rimane sospesa nel solito punto interrompendo (in realtà mutua quello della terra) la sua canonica rotazione. Si scopre poi che la luna sta precipitando. Ecco che si passa al racconto apocalittico, peraltro ben narrato con il giusto coinvolgimento, se non fosse per tre aspetti: la protagonista che ha avuto il primo ciclo mestruale e pensa che sia per via di questo che la luna precipiti; la madre della protagonista, la fissata in astronomia, che inizia a sviluppare una malattia che le fa sorgere sulla pelle uno sfogo che copia le forme e il colore (persino l'odore) della luna, e un finale assurdo in cui la luna cade sulla terra, schiaccia la madre della protagonista e se ne ritorna in cielo, proprio come potrebbe succedere in un incubo notturno. A dir poco bizzarro.

La Chiave del Tuo Cuore è Fatta d'Ottone di John R. Fultz è un testo puramente fantascientifico alla P.K Dick, in cui non si capisce neppure il contesto in cui è ambientata la storia, ma è percepibile quella degradazione da post-atomico con ambientazione fatiscente urbano-cittadina. Siamo sulla Terra o siamo su un pianeta alieno? Difficile capirlo. Protagonisti sono dei Cyborg antropomorfi e non che lottano per la sopravvivenza o per la conquista dell'amore, con la gendarmeria pronta a intervenire nel caso di violazione delle regole di legge. Bello, specie per la descrizione ambientale, ma se è weird questo... allora è praticamente tutto weird quando si parla di fantastico.

Nessun Altro al Mondo all'Infuori di Te dell'esperto Jeff VanderMeer è un altro contorto esercizio stilistico che affatica la lettura e non invoglia a procedere. La linearità non passa da questi lidi. Personalmente odio questo tipo di racconti perché lo stile va a prevalere sul soggetto. Quest'ultimo è peraltro molto surreale, quasi alla Clive Barker (penso al racconto con le città che si sfidavano assumendo le sembianze di due colossi ciclopici) ma senza avere le capacità visive dell'autore di Liverpool. Estraniante.  

CONCLUSIONI
Nuovi Incubi vale la spesa di 18,90 euro? Bella domanda. Direi di si, se siete intenzionati a conoscere le nuove correnti fantastiche, soprattutto horror, della letteratura contemporanea nord americana e non solo. Dunque il duo Vaccaro & Torello offre una ghiotta occasione per ampliare il proprio orizzonte conoscitivo sul genere. Direi ni invece se siete fan integralisti del weird, inteso come vecchia concezione, e volete cercare autori che vadano a proseguire quella via tracciata dai pionieri degli anni '20 e poi proseguita dai vari August Derleth, Brian Lumley, Karl Edwar Wagner e via dicendo. Ni, perché troverete racconti che fanno al caso vostro e altri che vi lasceranno delusi, per non parlare di quelli che vi faranno esclamare: "Ma che c'azzecca questo col Weird.... chi è stato il Giudice a dire una cosa del genere?". Che altro dire? Come dice Jigsaw, ovvero il protagonista de L'Enigmista di James Wan, fate la vostra scelta.

Jena Plissken BARRON,
il selezionatore della Nazionale Weird
2013.


"Hanno intravisto qualcosa che è molto più grande di loro, ed è spaventoso. Spaventoso perché incomprensibile e anche perché l'uomo è un animale che è da poco uscito dalle caverne. Il cervello umano, con tutta la sua capacità di adattamento, non reagisce bene quando i suoi codificati punti di riferimento vengono messi in discussione" (Laird Barron).

lunedì 8 ottobre 2018

Recensioni Narrativa: LA MACCHINA DEL TEMPO di H.G. Wells.




Autore: Herbert George Wells.
Anno: 1895
Titolo OriginaleThe Time Machine..
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Tascabili Economici Newton.
Pagine: 80.

A cura di Matteo Mancini.
Inizio di carriera di un grandissimo della letteratura fantastica, reputato, assieme a Jules Verne, il padre della moderna fantascienza. Herbert G. Wells lo abbiamo già incontrato in occasione delle recensioni de L'Isola del Dr. Moreau (1896) e de L'Uomo Invisibile (1897), ma è con questa opera, uscita per la prima volta nel 1888 su The Science School Journal, che inizia a farsi conoscere dal grande pubblico e lo fa fin da subito con l'aura del letterato di fantastico di grosso calibro.
Appena ventiduenne, Wells da alle stampe, nella sopracitata rivista, il racconto The Chronic Argonauts. E' la seconda opera in assoluto, dopo l'assai meno conosciuta The Clock That Went Backward (1881) di Edward Page Mitchell, che fa leva sullo stratagemma della macchina del tempo, prima di allora mai vista, per innescare una storia sì fantastica ma, al contempo, di rango sociologico e filosofico. E' molto probabile che lo scrittore inglese, altra penna di elite scuola Golden Dawn (vera e propria fucina interminabile di talenti), fosse un grosso estimatore dello scrittore americano dato che, una decina di anni dopo, riprenderà l'idea dell'uomo invisibile de L'Uomo di Cristallo (1881), altra opera firmata Page Mitchell, per dar vita a un proprio romanzo caratterizzato sulla medesima idea di partenza. E' però con The Chronic Argonauts, sottoposto a successive modifiche fino all'uscita della definitiva The Time Machine nel 1895, che prende piede la "vittoriana" idea della macchina azionata a suon di leve che consente allo scienziato di viaggiare liberamente nel tempo, sia in avanti che indietro. Wells, in questo, anticipa di un anno il connazionale Lewis Carrol, meglio noto per Alice nel Paese delle Meraviglie, che nel 1889, un anno dopo dall'uscita della prima versione de La Macchina del Tempo, fece uscire Sylvie e Bruno, racconto dove però il viaggio nel tempo viene fatto grazie all'azionamento delle lancette di un orologio.

Dunque testo importante per il suo fungere da base di dozzine di altri capolavori, vengono in mente i viaggi temporali che stanno alla base dei racconti di Ray Bradbury (tanto per citarne uno, ricordo il capolavoro Sound of Thunder, che abbiamo recensito su queste pagine analizzando l'antologia Dinosauri). Per Wells però l'idea del viaggio nel tempo è incidentale, prettamente strumentale per effettuare un'analisi sociologica a sfondo satirico, in cui parlare di due tematiche care e ritornanti nella produzione successiva dell'autore: la teoria evoluzionistica di Darwin (risalente al 1859) e le discussioni filo-politiche scatenate da pensatori del calibro di Karl Marx (1867, Il Capitale).
Ecco allora che lo spunto fantastico iniziale (peraltro portato avanti con sfumature horror nonché fantasy e grande senso dell'azione), come avviene nella letteratura fantastica con la "F" maiuscola, diviene pretesto, più che per intrattenere, per stimolare l'attenzione del lettore e fare filosofia. Wells riesce alla grandissima, nonostante la giovane età e la scarsa esperienza, a bilanciare l'intrattenimento puro (ci sono momenti a forte impatto claustrofobico, con discese in budelli sotterranei alla mercè di esseri similari a vermi umani) alla riflessione e disquisizione "alta", giocata sull'esasperazione dei concetti e degli atteggiamenti figli della rivoluzione industriale, così da prevederne gli sviluppi nel lunghissimo periodo. Gli accadimenti narrati dal viaggiatore del tempo, uomo di fine ottocento che racconta la propria esperienza a un gruppo variegato di personaggi che comprende le principali figure della divulgazione massmediatica (dottori, giornalisti, critici), sono infatti ambientati nel lontanissimo 802.701. Un'epoca talmente siderale in cui la razza umana, per come noi la conosciamo e con essa buona parte degli animali contemporanei, si è evoluta (o involuta) in due distinte specie. Da una parte abbiamo i pacifici e oziosi Eloi, che vivono in superficie in una sorta di eden dove la natura domina rigogliosa, e dall'altra i Morlock, creature albine rintanate nel sottosuolo dove provvedono a fornire quanto è necessario agli Eloi per vivere, ma non certo per solidarietà, piuttosto per ragioni egoistiche che possono esser spiegate alla stregua degli odierni allevatori di bestiame con i prodotti funzionali a fornire cibo e quant'altro.

Wells si guarda attorno, butta un'occhio a I Viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift e uno a The Coming Race (1871) di Bulwer-Lytton (romanzi entrambi recensiti su queste pagine) per portare avanti il canovaccio dell'uomo proveniente dall'altrove e catapultato in un mondo dominato da creature umanoidi, ma diverse dall'uomo. Come vivono? Chi sono? Che tipo di governo si sono dati? Queste le domande che solleticano la curiosità del viaggiatore. Si riprongono allora i tentativi di entrare in comunicazione con le creature "aliene", ma anche il tentativo di decriptare lo schema politico-sociale che regge quel sistema complesso che siamo soliti definire "società". Come Bulwer-Lytton, Wells immagina una popolazione sotterranea capace di stravolgere e spazzare via quella superficiale che avverte il pericolo ma, di fatto, ne ignora la ragione e il fine che ne sta alla base. Se però con Bulwer-Lytton, nel sottosuolo, si evolveva una razza superiore, capace di esercitare e piegare alla propria volontà un'energia non gestibile dall'uomo, con Wells arriva una visione pessimista. La razza che verrà, in The Time Machine, è una razza involuta, regredita al rango bestiale. Sia gli Eloi che i Morlock sono gli eredi della razza umana, ma di questa hanno mantenuto ben poco. Modificati geneticamente, costituiscono il prodotto di un duplice isolamento sociale. Gli Eloi sono i discendenti dei nobili e degli imprenditori o, meglio ancora, degli sfuttatori degli operai in qualità di rappresentanti di coloro che gestivano il capitale di inizio novecento. I Morlock, invece, sono il prodotto degli operai costretti a vivere sotto terra, proprio come facevano i minatori, e sviluppare così caratteristiche tipiche di chi deve vivere nel buio perenne (sono nictalopi, sensibili alla luce, di pelle bianca). Il pessimismo di Wells appare comunque politicamente schierato, lo si capisce da quando il viaggiatore del tempo sbarca nel mondo del futuro. "Negozi, pubblicità, traffico, tutto l'aspetto commerciale che costituisce il fulcro stesso del nostro mondo, erano scomparsi. Era naturale che in quella sera dorata saltassi alla conclusione di trovarmi davanti a un paradiso sociale."
Si intuisce un animo popolar-socialista che guida l'estro dello scrittore inglese per portarlo a condannare in modo piuttosto spigliato, sulla scia di Swift, il capitalismo fin dalla sua origine. Si consideri che, al tempo di Wells, si era all'alba della rivoluzione industriale. Un approccio che spicca anche nelle caratterizzazioni delle due categorie dominanti.
I Morlock, pur essendo bestiali e crudeli (si nutrono degli Eloi e forse sono anche cannibali), hanno una certa intelligenza, gestiscono macchinari sotterranei e hanno mantenuto il primordiale istinto della caccia. Anche se non sembrerebbe, a una prima analisi, sono loro i veri dominatori del futuro, dominatori, se vogliamo, occulti, celati dietro le quinte. Gli Eloi, di converso, sono smidollati che non fanno altro che giocare, fare l'amore e danzare, del tutto inidonei a gestire una società."Dolce era il loro vivere, quanto dolce lo era quello di una mandria al pascolo. Come la mandria, non avevano coscienza dell'esistenza di nemici e avevano di che soddisfare tutte le loro necessità. E la loro fine era la stessa..." Creature delle tenebre contrapposte alle creature della luce con una cosa in comune: il regresso della specie. Ecco dunque un curioso ribaltamento della teoria dell'evoluzione della specie, con Wells che immagina un punto apicale toccato il quale non si può che andare incontro a un'inevitabile parabola discendente. Si evince anche un certo richiamo al concetto della perenne guerra dell'amore e odio, proprio del pensiero di Empedocle (storico precursore di Darwin), superato il quale il mondo va a collassare. Wells vede infatti nella regressione della specie la conseguenza del superamento delle guerre e della sconfitta delle malattie. "In uno stato di equilibrio fisico e di sicurezza, il potere, intellettuale nonché fisico sarebbe fuori luogo" e dunque superato in favore dell'ozio e della successiva perdita degli attributi generati dalla guerra, a totale sbilanciamento dell'amore, così da rendere incapaci di reagire e di combattere al cospetto della minaccia. "La troppo perfetta sicurezza aveva promosso negli abitanti del mondo di sopra un lento movimento di degrado, una generale riduzione di dimensioni, forza fisica e intelligenza... Mi angosciava pensare a quanto breve fosse stato il sogno dell'intelletto umano. Si era suicidato. Aveva marciato a testa bassa verso comodità e agio, una società equa che avesse come motto sicurezza e durata, e aveva realizzato le sue sperenze... per giungere infine a quel punto. Condividono intelligenza solo quegli animali che devono affrontare un'enorme varietà di bisogni e pericoli." Ne deriva una visione molto vicina alla filosofia di Empedocle della perenne lotta, come via necessaria per garantire la corretta evoluzione della specie. Il superamento di tale lotta non porta all'agognato progresso e al dominio della pace, ma a una mera illusione di evoluzione (la vittoria dell'amore) che conduce a una lenta e graduale morte determinata dall'idiozia generata dal venir meno della dualità che sta alla base del progresso e della capacità di adattarsi.

Wells dedica un passaggio alla società del passato che viene proposta nelle sembianze di un museo decaduto dove traspare la futilità (ancora visione pessimista) degli scrittori e degli studiosi del passato. Un modo per evidenziare quanto sia stata esposta la cultura senza comprenderla e metabolizzarla, così da renderla inutile e assai poco dissimile a un oggetto privo di significato e ragione logica. Emblematica la descrizione di una serie di libri ormai rovinati e divenuti impalpabili per l'azione distruttrice del tempo. "Negli stracci anneriti che vedevo pendere dai lati riconobbi spoglie decomposti di libri. Da tempo erano caduti a pezzi e avevano perso ogni traccia di stampa... in quel momento a colpirmi con maggiore forza fu l'enorme spreco di fatica di cui era testimonianza quella sconfortante distesa di carta putrefatta."

Una nota va infine dedicata al visionario epilogo in cui, il viaggiatore del tempo, si spinge fino al crepuscolo della terra, molto oltre la scomparsa della vita, in un mondo che vedrà dapprima dei crostacei giganti solcare le spiagge di un mare asfittico per poi prosegure in una tenebrosa decadenza in un silenzio di morte preludio della fine dei tempi. Una parte conclusiva che ispirerà, non poco, il capolavoro assoulto di William Hope Hodgson La Casa sull'Abisso (1908), con lo scorrere di secondi che sintetizzano secoli evaporati come gocce d'acqua in una tempesta di pioggia.

Romanzo dunque, pur se penalizzato da qualche battuta di arresto (stesso limite di The Coming Race, per lo spacciarsi quale finto saggio sociologico e dedicare pagine a tal fine), da leggere e possedere, bussola orientativa non solo per la fantascienza steampunk e per la successiva produzione di Wells - che proseguirà, soprattutto, sulla tematica darwiniana - ma anche per lo studio sociologico e distopico che influenzerà una lunga schiera di autori che vedranno nel futuro un regresso decadente dell'umanità spacciato per progresso e per una pace sotto la quale si diffonde un cancro per il quale non vi può esser cura (perché si è fatto in modo di dimentarne gli ingredienti base). Capolavoro di un grande maestro. Onore a Herbert George Wells.

HERBERT G. WELLS

"Molti secoli prima, migliaia di generazioni prima, gli uomini avevano scacciato i loro fratelli dalla vita agiata e dalla luce del sole. E ora quei fratelli stavano tornando... mutati!"