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giovedì 14 giugno 2018

Recensione Narrativa: I VANGELI DI SANGUE di CLIVE BARKER.



Autore: Clive Barker.
Titolo OriginaleThe Scarlet Gospels.
Anno: 2015.
Genere:  Horror.
Editore: Indipendent Legions Publishing.
Pagine: 310.
Prezzo: 17 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

PROSSIMAMENTE


La copertina originale del romanzo al centro;
PINHEAD a sx interpretato da Doug Bradley, storico protagonista della saga cinematografica;
Harry D'Amour, a dx, interpratato da Bakula nel film Il Signore delle Illusioni.

"Risolvere l'enigma di una di quelle scatole significava aprire una porta per l'inferno."

giovedì 7 giugno 2018

Recensione Narrativa: SCHIAVI DELL'INFERNO di Clive Barker.



Autore: Clive Barker.
Titolo Originale: The Hellbound Heart.
Anno: 1986.
Genere:  Horror.
Editore: Bompiani.
Pagine: 126.
Prezzo: 10.000 Lire.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Torno a rileggere The Hellbound Heart (1986) a distanza di venti anni, in modo da prepararmi alla lettura del recente I Vangeli di Sangue (2015), acquistato alcuni giorni fa, che ne costituisce l'ultimo e definitivo capitolo. Si tratta del primo romanzo horror che ho letto in vita mia. Entrai in possesso del volume in modo molto curioso e anomalo. Un giorno, fine anni novanta, un'amica di mia madre, conosciuta nel periodo estivo e proveniente dai comuni limitrofi a Firenze, viene a casa e mi chiama. Mi consegna un volumetto della Bompiani intitolato "Schiavi dell'Inferno" di tale Clive Barker. All'epoca non conoscevo minimamente né Barker né gli altri autori della letteratura horror, a eccezione di Stephen King il cui nome (insieme a Dylan Dog) imperversava sui banchi di scuola già dalle elementari. La copertina, alquanto macabra, mi porta subito a fare una domanda a questa signora, tra l'altro un'appassionata d'arte (aveva un negozio in cui vendeva quadri di artisti di grande calibro riprodotti su tela). «Che libro è, mi sembra curioso come copertina?» le chiedo con una certa ironia, ammiccando a una cornice truculenta (roba da Munch, per intenderci, piuttosto che da Manch, mio storico soprannome). Lei, senza farci caso, mi risponde che lo ha comprato sulle bancarelle estive (che un tempo costeggiavano i marciapiedi della piazza di Tirrenia, località balneare dove vivevo e dove ancora vivo), ma che non appartiene al suo genere e che dunque, se lo voglio, me lo regala più che volentieri. Io prendo il libro, ringrazio e lo metto in libreria dove rimane per qualche anno, finché non decido di leggerlo. Dovete sapere che, all'epoca, la mia passione per la lettura era confinata nel quadrato tracciato dagli ipotetici segmenti delle riviste e dei giornali sportivi. Appena lo leggo, oltre ad aver l'impressione di un volume decisamente forte e cruento, percepisco un certo retrogusto cinematografico che mi ricorda un qualcosa di rivisto. Un giorno, d'estate, guardando per caso i promo della maratona "notte horror" di Italia 1, vedo la pubblicità di un horror con un tipo con la testa chiodata e decido di guardare quel film (se non ricordo male era la pubblicità del quarto capitolo di Hellraiser, quello ambientato nel futuro che nessuno, dei tre registi coinvolti, voleva firmare come proprio). Solo allora la combinazione della mia scatola di Lemarchand si allineò al genere. Quel romanzo, che avevo letto qualche anno prima, altro non era che il capitolo di apertura della saga Hellraiser. Di li a poco, l'horror, praticamente ignorato in fanciullezza, iniziò a diventare uno dei miei generi di riferimento, grazie a H.P. Lovecraft, ma anche a Clive Barker a cui iniziai ad avvicinarmi con i suoi pazzeschi Libri di Sangue.

Il leggendario PINHEAD,
non caratterizzato in SCHIAVI DELL'INFERNO,
deve la sua ideazione proprio a questo romanzo.

Scrittore estremo e coraggioso, concittadino dell'altrettanto famoso Ramsey Campbell (sono entrambi di Liverpool), Clive Barker è uno scrittore che si ama o si odia, senza mezzi termini. Spirito ribelle, provocante e provocatorio, sempre in prima linea a esporre il proprio pensiero e i propri gusti, del tutto liberato dai collari sociali delle forme e dell'eticamente corretto. Un talento monumentale, capace di esprimersi a trecentosessanta gradi; ora pittore, ora regista, ora scrittore e perché no drammaturgo e fumettista. Qualità poliedriche tali da farlo emergere giovanissimo, scalando con la disinvoltura dei predestinati gli impervi gradini che conducono dall'anonimato alla notorietà internazionale. Apprezzatissimo da Stephen King, se ne discosta per un taglio più votato all'intrattenimento che all'analisi del contesto socio-politico. Se King guarda il quadro di insieme, Barker entra nella testa dei singoli, meglio se sono coloro che abbandonano i sentieri imposti da chi stabilisce le regole del gioco (sociale). Barker mostra laddove King ammicca, Barker va subito al sodo laddove invece lo scrittore del Maine tende a ricamare. Se King frena onde evitare di veder giudicate le proprie opere troppo truci e politacamente scorrette, Barker fa l'opposto, premendo sul pedale del grandguignolesco e delle perversioni sessuali. Un modo di fare tale da renderlo, immaginiamo, una star nell'oriente e pensiamo al Giappone su tutti (Takashi Miike non può non adorarlo, Ichi the Killer è uno dei tanti omaggi).
Possiamo dire che con Clive Barker la narrativa horror cambia per la quarta volta la propria pelle. Se con Walpole e la Radcliffe il genere era nato quale gotico (con fantasmi, catene che sbattono tra loro e finestre che si aprono d'improvviso in castelli diroccati, lasciando all'immaginazione il ruolo di completare ciò che il mistero suggeriva) e con Lovecraft e gli scrittori griffati weird tales si era trasportato l'horror ai confini della fantascienza con forze aliene trascendenti pronte a ritornare nel nostro mondo, per poi ricondurre il tutto agli orrori quotidiani con la triade Leiber-Matheson-King, con Barker irrompe in narrativa (dal cinema, e penso a David Cronenberg quale maestro di riferimento) l'orrore estremo, visionario, caratterizzato dalla disgregazione dei corpi e dal sangue a fiume che sgorga dalle ferite. Un orrore in cui sofferenza e piacere si confondono tra loro come facce impazzite della stessa medaglia lasciata vorticare in un cielo controllato da demoni ambigui non ben definiti nella loro reale natura. Chi rappresenta il bene e chi invece il male...? Non è ben chiaro, perché tale non vuol essere.

The Hellbound Heart, uscito due anni dopo i primi volumi (usciti in formato 3 - 3) dell'antologia Libri di Sangue (1984-85), è il manifesto dell'intera carriera dell'autore. Romanzo breve o, se preferite, racconto lungo, è l'ideale anello di congiunzione tra i visionari e cruentissimi racconti e la successiva e copiosa produzione. Si tratta di un romanzo che risente ancora della giovane età dell'autore, che lo pubblica all'età di trentaquattro anni, non ancora maturo e suscettibile di pochi sviluppi ulteriori al mero narrato per la presenza di contenuti intrinseci, a mio avviso, non sufficienti a elevarlo dal mero intrattenimento. Ciò nonostante si tratta di un romanzo cardinale, sia per essere il testo che ha dato il là a una fortunatissima quanto duratura saga cinematografica con tanto di pantheon diabolico di creazione barkeriana (assai più vicino a quello dantesco che a quello lovecraftiano), sia per proporsi da contenitore di quegli argomenti che caratterizzeranno buona parte della produzione dell'autore di Liverpool.

Sono infatti già presenti i temi del piacere fisico e sessuale, delle perversioni viste come soluzioni, evidentemente mendaci e pericolose (in quanto non conosciute a fondo e dettate dall'ignoranza o dal c.d. male di vivere piuttosto che dalla conoscenza), per sfuggire alla noia quotidiana col fine di scoprire quel qualcosa in più che possa stonare e regalare brividi nuovi. "I piaceri della gioventù avevano portato il fascino della novità ma, con il procedere degli anni e l'esaurirsi delle sensazioni più tenui, erano diventate esperienze sempre più forti." Il sesso dunque utilizzato quale parte integrante e speculare dell'orrore e della menzogna, sulla scia di una lunga serie di maestri soprattutto cinematografici (il più evidente è David Cronenberg). Barker sviluppa il tema con una proprietà di linguaggio aulica, ma non pesante, e con grande gusto descrittivo (attentissimo ai colori e alle scenografie). Mette al servizio della narrativa il proprio faro guida pittorico, se mi permettete l'espressione, tratteggiando contorni onirici che toccano il loro apice nelle scene in cui i supplizianti, ovvero i demoni invocati (qua non si chiamano ancora Cenobiti), entrano in azione. Contrariamente a quanto si possa pensare, The Hellbound Heart è la storia di un amore malato, non molto lontano da quello che sta alla base delle c.d. coppie assassine che hanno insanguinato le pagine della cronaca nera (soprattutto) americana. Una personalità dall'apparenza forte (in realtà debole e alla deriva tanto da aver accarezzato l'idea del suicidio), quella di Frank Cotton, e una debole, quella della moglie del fratello di Frank Cotton, infatuata dalle caratteristiche che l'uomo le mostra e che divergono da quelle del fratello ("come hai fatto a sposare quel mollusco li?"). Se ben guardiamo, però, Barker gioca a mettere a nudo l'ipocrisia del c.d. uomo (o donna) etico e lo fa giocando con la donna che dovrebbe esser felicemente sposata ma che invece pensa alle perversioni (alla voracità sessuale nonché allo spirito di avventura) che le permettono di rompere la triste quotidianità per immaginare una realtà diversa (la chimerica). E' quest'ultima a scatenare il vero inferno che sta alla base del romanzo, non sono i supplizianti. Q
I demoni, peraltro tutt'altro che antipatici (rispettano persino la parola data e fanno quello per cui sono stati creati), restano sullo sfondo per intervenire solo quando vengono espressamente invocati, mediante una serie di combinazioni rompicapo utili a risolvere l'enigma costituito dalla scatola di Lemarchand. Il vero male allora diventano le pulsioni represse, sembra suggerirci Barker, ma anche, allo stesso tempo, la non conoscenza dei propri limiti. L'autore di Liverpool sembra dirci che spingerci oltre all'umanamente concesso è tanto letale quanto castrare le proprie emozioni e le proprie voglie per allinearci ai dettami voluti dalla società in cui viviamo. Nel primo caso, come farà Frank Cotton, si finirà in balia dell'ignoto ("aveva rischiato vita e mente in nome della conoscenza"), non a caso l'uomo invoca i supplizianti convinto che questi li mostreranno il piacere estremo (cadendo così vittima di un letale fraintendimento, peraltro dovuto alla banalità delle sue richieste), nel secondo invece si finirà nelle maglie della pazzia fino a giustificare le proprie azioni omicidiarie in nome di un amore che tale non è. Ecco allora che la scatola a sei facce di Lemarchand ("E' un mezzo per rompere la superficie del reale... per mettersi in contatto con l'Ordine dello squarcio"), un artigiano fabbricatore di uccelli canterini, diviene l'emblema dell'ignoto di impronta magico-esoterica, una via per aprire quel percorso che può condurre l'uomo sugli altari del piacere e della conoscenza ma anche farlo implodere in un dolore tale da disgregare corpo e anima. Sono appena accennati, eppur presenti, i riferimenti subliminali ai movimenti che hanno dato il là alle famose sette segrete di ordine iniziatico. Si pensi ai pitagorici che solevano ricevere lezioni da un grande maestro celato oltre un velo che impediva agli allievi di conoscerne l'identità (pena esclusione dalla scuola). Barker è cruentissimo nel descrivere le scene in cui vediamo il protagonista dilaniato da ami e catene ma, soprattutto, involuto dal rango di sfaccendato ricco in cerca di emozioni a quello di implacabile assassino in cerca della linfa necessaria a permettere alle sue cellule di ricrearsi. Un'impulso quest'ultimo, assimilabile al tossico in cerca di droga, indispensabile per permettergli di sfuggire dall'inferno dallo stesso invocato e riconquistare quella faccia che ha perso come un giocatore d'azzardo al cospetto di un croupier del casinò. "Non sei il primo a esserti stancato delle meschinità del mondo. Ce ne sono stati altri. Alcuni hanno osato ricorrere alla configurazione di Lemarchand. Uomini come te, ansiosi di investigare nuove possibilità, che avevano sentito delle nostre capacità sconosciute al vostro mondo."
Si fa notare inoltre che i supplizianti sono cinque (numero esoterico per eccellenza, tra l'altro il preferito dai pitagorici) con il quinto di essi, il c.d Ingegnere, caratterizzato in un modo così misterioso ed evanescente che mi ha fatto venire in mente il personaggio misterioso che condivide gli scantinati dell'Opera con il c.d. fantasma protagonista del capolavoro di Gaston Leroux. Bellissima la descrizione finale con l'ingegnere che appare per consegnare alla superstite la scatola e scomparire nelle ombre della città silente, tra nebbia e mistero.

A far storcere la bocca, a mio avviso, c'è la facilità con cui ben due soggetti riescono a decriptare gli enigmi che stanno alla base della scatola di Lemarchand e, più in particolare, quel retrogusto cinematografico da boogeyman che si respira per tutto il corso del romanzo. Barker, probabilmente, lo ha scritto pensando già a un'eventuale trasposizione cinematografica da sviluppare nell'alveo dei c.d slasher movie. Cosa che peraltro farà, con grande successo, appena un anno dopo dall'uscita del romanzo. L'autore di Liverpool ha tuttavia il grosso merito di rimodulare temi classici quale il fantasma intrappolato in un muro (che funge da trappola di confine tra la dimensione del reale e la parallela) o quello del vampiro (Frank Cotton è costretto a nutrirsi di sangue per ricreare i propri tessuti) o ancora quello dell'invocazione satanica (Barker riscrive in chiave fantastica i tratti fisici e "morali" dei demoni), così da dar vita a un romanzo horror al tempo stesso classico e innovativo. Gli anni a seguire dimostreranno a chiare lettere il talento dello scrittore e soprattutto faranno di questo "piccolo" romanzo un'opera centrale nel panorama horror cinematografico, fumettistico e letterario.

Consigliato agli appassionati di grand guignol, ai fan dell'horror estremo e a chi intende farsi una cultura a trecentosessanta gradi del genere. Da evitare per i lettori di classici della letteratura o per chi sia facilmente suscettibile. Il romanzo è stato di recente ripubblicato dalla Independent Legions Publishing ed è in vendita a 17 euro.

CLIVE BARKER
ai tempi dell'uscita del romanzo.

"Le parti erano di nuovo sigillate l'una all'altra, perfettamente lucidate. Senza bisogno di esaminarla, era sicura che non fosse rimasto alcun indizio a favorirne la soluzione... C'erano altri enigmi, forse, che bisognava risolvere per arrivare alla sua dimora. Un cruciverba per esempio, la cui soluzione avrebbe aperto il cancello del giardino del Paradiso; o un puzzle, che una volta completato avrebbe indicato l'accesso al Paese delle Meraviglie. Avrebbe aspettato, come sempre aveva fatto, nella speranza che un giorno le si presentasse l'enigma giusto."

lunedì 4 giugno 2018

Recensione Narrativa: REVIVAL di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleRevival.
Anno: 2014.
Genere:  Drammatico/ Horror trascendente.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 467.
Prezzo: 10.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Per analizzare Revival, opera data alle stampe da Stephen King nel novembre del 2014, è opportuno partire dall'incipit del romanzo in cui l'autore tratteggia la cornice dell'opera. "In un certo senso la nostra vita è veramente un film. I protagonisti sono i familiari e gli amici. Tra i comprimari rientrano vicini, colleghi, insegnanti e le conoscenze occasionali. Non mancano i ruoli minori... e ci sono migliaia di comparse.. Però a volte compare nella vostra esistenza qualcuno di estraneo a tali categorie. Una specie di jolly, che ogni tanto sbuca dal mazzo nel corso degli anni. In un film un personaggio simile viene definito il quinto elemento o l'agente del cambiamento." Così prende l'abbrivio il testo che è una sorta di resoconto del protagonista, Jamie Morton, in cui lo stesso più che parlare di un dato evento della propria esistenza parla dell'intera propria vita, un po' come se fosse alle prese con un'autobiografia, non a caso il testo è scritto in prima persona.

Tutto ha inizio nella fanciullezza di Jamie Morton, a sei anni (primi anni sessanta), con l'incontro con un giovane reverendo alle prime armi, giunto nella campagna del New England (ad Harlow), a svolgere la mansione di pastore. E' questa unione, dapprima di simpatia poi di amicizia e infine di morbosità, a fungere da collante di una storia che, per buona parte, procede, per circa cinquantacinque anni, senza una vera e propria bussola orientativa.
Revival, proprio per quanto appena detto, è un romanzo atipico rispetto agli ordinari prodotti griffati King. E' un testo dilatato nel suo sviluppo, che permette all'autore di effettuare svariate riflessioni, molte delle quali autobiografiche (i problemi con la droga, la passione per la musica rock, il rapporto conflittuale con la religione), per poi andare a parare sul tema dei santoni del nuovo millennio (che costruiscono la propria carriera sulla menzogna e sulla disperazione delle persone) proiettato, però, verso il trascendente e con risultati apprezzabili. Il romanzo, a differenza di Cell (2006) o L'Ombra dello Scorpione (1978), non è costruito da una concatenazione di eventi, giostrati dall'azione e dai colpi di scena, in vista di un finale risolutore da considerarsi quale evento a cui fanno capo tutte le premesse fin lì delineate. No, niente di tutto questo. Revival è piuttosto il resoconto della vita del suo protagonista. Così ci viene parlato della sua giovinezza, del rapporto con i familiari e di quello con la terra di origine, della descrizione del primo e unico vero amore (i primi approcci amorosi, il primo rapporto sessuale), della perdita dell'innocenza giovanile sacrificata sull'altare della trasgressione e via a procedere verso l'età adulta, tra alti e bassi, un po' come tutti i comuni mortali. Un modo di narrare, se vogliamo, debordante ma sempre molto scorrevole funzionale a creare quell'atmosfera tale in cui, ne siamo certi, molti lettori finiranno con l'immedesimarsi con il protagonista e, magari, ripensare al proprio passato, ai cari perduti e agli episodi che costellano il vissuto di ognuno di noi. "Era come se la mia fanciullezza fosse ancora lì, quasi invisibile, dietro uno schermo di plastica che si era rigato, offuscato e coperto di polvere con lo scorrere del tempo."
King procede così con uno stile che prevede l'uso massivo dei flashback, dei ricordi, delle rivelazioni sul passato di amici e parenti che permettono, nel corso dei decenni, di chiarire cosa essi abbiano fatto una volta rincontrati a distanza di anni. Un modo di costruire il narrato che consente all'autore di delineare lo sviluppo della società americana, sia intesa a livello sociale che comportamentale, ma anche di mostrare gli effetti dell'anzianità che avanza, l'insorgere delle malattie e dei disturbi psicologici e di tutte quelle problematiche che tendono a sbranare l'entusiasmo giovanile a favore di una maturità che trasforma tutto e tutti in direzione di una rassegnazione che mal si concilia con gli ideali di gioventù. King ritorna spesso su questo punto e lo fa parlando delle tre fasi dell'esistenza di un uomo, dileggiando con ironia l'ultima fase ovvero quella della vecchiaia. Ne deriva un'altissima componente melanconica che colpisce e rattrista il lettore, tale da evidenziare quanto muti il rapporto degli uomini verso la vita nel corso degli anni. Ma nella storia di Jamie Morton, come King premette fin da subito, c'è un c.d. "agente del cambiamento", un qualcuno che trasformerà la sua esistenza in straordinaria, in un qualcosa di proiettato oltre i confini della realtà, oltre la vita e la morte. Un qualcuno che, a distanza di anni, ritornerà a più riprese nella vita del protagonista, vuoi occasionalmente vuoi deliberatamente, tirandolo ora fuori da guai ora gettandocelo come una sorta di corrispettivo da pagare con interessi moratori per il bene dapprima prestato. Questo agente del cambiamento è un reverendo, con l'ossessione per l'elettricità e i grimori (ovvero i libri proibiti). Un uomo dapprima spigliato, alla mano, che poco incarna l'archetipo della guida religiosa propria dell'immaginario collettivo, ma che nel corso degli anni diventerà sempre più cinico ed egoista. Un uomo colto, gentile e premuroso, che smarrisce definitivamente la fede a seguito di un evento tragico in cui perdono la vita la moglie venticinquenne e il piccolo figlio. Niente, dopo questo evento, sarà più uguale per lui. Diventerà, se vogliamo, un vero e proprio eretico che definirà la religione quale "equivalente teologico di un'assicurazione da quattro soldi dove si versano le rate, anno dopo anno, e quando occorrono i proventi per i quali ci si è sacrificati si scopre che la compagnia non esiste e si è stati truffati." Convinto di ciò, l'uomo sostituirà i fari guida della religione e della famiglia con quello della scienza sperimentale. Vivrà solo in funzione della ricerca, non si ricostruirà una vita privata, ma diventerà un moderno mad doctor completamente votato agli studi, più o meno scientifici, in vista di esaudire il suo più grande sogno: rispondere alla domanda che attanaglia dall'alba dei tempi l'uomo ovvero scoprire cosa si celi oltre la morte. Lo stumento attraverso il quale centrare questo ambizioso obiettivo sarà l'energia elettrica. Il reverendo diventerà così una sorta di fenomeno da baraccone, dapprima legato al mondo dei luna park e poi a quello dei guaritori e santoni, riuscendo a salvare una lunga serie di persone, ivi compreso il protagonista, da mali quali la dipendenza da droghe, difficoltà sensoriali e persino tumori. Charles Jacobs, questo il nome dell'ex religioso, dimostrerà la sussistenza di un legame tra l'elettricità e il funzionamento corporeo/cerebrale, facendo regredire e debellare mali giudicati incurabili. Riuscirà in tutto questo, ma a quale prezzo? La sua arroganza e, ahimè, la fiducia di coloro che confideranno nelle sue doti avranno una tremenda condanna, da interpretarsi quale monito, se vogliamo più o meno inconscio, a non sostituirsi al volere divino. "Molti suoi pazienti dopo stanno bene, ma alcuni se ne vanno a zonzo con una bomba a orologeria nella testa." Così afferma Jamie Morton, indagando sulla vita dei pazienti dell'amico reverendo. E' in questo aspetto che risiede la portata fantastica del romanzo, un aspetto che verrà sviluppato nella parte terminale, dopo oltre trecento pagine di lettura prettamente drammatica anziché horror o fantascientifica. Una scelta, quella di confinare il fantastico in coda al testo, che farà storcere la bocca a più di un lettore e che, di fatto, ha fortemente diviso le opinioni sul romanzo tra chi ritiene Revival una delle migliori opere di King e chi, invece, lo ritiene eccessivamente lento e fin troppo diluito. Il sottoscritto si dissocia da entrambe le posizioni, giudicando derivativa (e vedremo il perché) la storia, ma comunque molto interessante per indurre i lettori a effettuare una serie di riflessioni sul passato, presente e futuro della vita di ognuno di loro.

"Sfruttando la folgore come strada verso
l'elettricità segreta e l'elettricità segreta come un varco per la
potestas magna universi, ho intenzione di riportare in vita Mary Fay
e di svelare il segreto nascosto oltre la porta che conduce al regno
della morte" 

King concentra l'orrore nell'epilogo e lo fa omaggiando in modo particolare tre autori: Arthur Machen, Mary Shelley e, a mio avviso, Edgar Allan Poe (che però non viene citato nella dedica di apertura). Dal primo autore, in particolare da Il Grande Dio Pan (1890), arriva, in modo marcatissimo, l'idea degli esperimenti scientifici visti quali mezzi per scardinare il "velo" che separa "l'illusoria realtà dalla vera natura dell'uomo", vera natura che si potrà conoscere solo oltre la porta che divide la vita dalla c.d. morte. Un modo per forzare il mistero bandito all'uomo e che, come effetto delle forze sconosciute ai comuni mortali, determinerà un orrore da cui ci si potrà sottrarre solo con la perdita del senno. Da Mary Shelley e dal suo Frankenstein (1823) arrivano le scene con i fulmini e i lampi, ma anche l'ossessione del mad doctor, che permettono di strappare un cadavere dalla morte e ricondurlo in vita. Ed ecco che, su quest'ultimo aspetto, arriva l'omaggio ad Edgar Allan Poe e al suo La Verità sul Caso Mr Valdemar (1845), in cui un malato terminale concede a un dottore di svolgere un esperimento che gli permetterà di rispondere alle domande che gli saranno poste anche dopo esser morto. Jacobs farà proprio come il protagonista del racconto di Poe, al fine di avere risposte sull'aldilà, ma così facendo fungerà da "portiere" di un varco da cui le forze dell'altrove cercheranno di penetrare per invadere il mondo dei comuni mortali. King chiude così il romanzo con un crescendo di emozioni che fanno di Revival una delle sue opere dotate di un epilogo più vicino a quell'horror che fece la fortuna di riviste quali weird tales.
Un epilogo, tra l'altro molto visionario e cupo, che trasforma il romanzo in un testo, seppur poco esoterico (King mostra anche qua il maggior legame con la realtà fenomenica piuttosto che metafisica), da annoverarsi nel filone trascendente. Un'occasione che permette a King di scaricare le proprie paure legate anche dall'età avanzata (inutile girarci intorno, al procedere degli anni tutti finiamo con l'interrogarci sempre più sul mistero della morte) e di rimarcare la propria posizione conflittuale circa la c.d. religione essoterica, cioè quella rivolta alle masse popolari e di semplicistica impronta, valutata come un qualcosa di menzognero. L'aldilà di King, in una visione che potremmo definire lovecraftiana (imitato in questo da Laird Barron, si legga La Cerimonia, 2015), è un vero e proprio inferno disancorato dai comportamenti tenuti nella vita di tutti i giorni. Non importa esser stati delle santità o degli assassini, l'altrove non tiene conto di questo, non è governato da regole premiali né tiene conto dell'eventuale spiritualità sviluppata nel corso della vita terrena. King, citando il De Vermis Mysteriis, prosegue nel solco scavato da Thomas Ligotti e procede, in un pessimismo cosmico, nel delineare l'uomo quale vittima sacrificale (leggi burattino) in mano a creature insettiformi (nella fattispecie delle formiche di struttura umanoide). "Niente morte, niente luce, niente pace" l'avviso vomitato dalla bocca di una defunta ricondotta a vita. I nostri cari, così come tutti gli uomini che furono, vengono visti quale un'interminabile fila di schiavi, costretti a peregrinare in una landa decripta sotto la volta di un cielo di carta oltre il quale si celano i veri burattinai del circo. "Erano stati durubati dello sciocco miraggio della vita terrena, e invece del regno dei cieli promesso dai sacerdoti di qualsiasi fede, si erano ritrovati ad aspettarli una città defunta con titanici blocchi di pietra sotto un cielo che era a sua volta un telo trasparente". Così King descrive l'umanità interamente dannata per condanna esistenziale. Niente peccato originale e niente libero arbitrio, ma un destino legato alla specie allo stesso modo di una bestia inserita in una catena alimentare più grande di lei. Ecco allora che le religioni, tutte e senza distinzioni, vengon definite delle "colossali e fraudolente compagnie assicurative" a cui gli uomini si affidano nei momenti più bui della loro esistenza, in vista di un miracolo, tutto ciò per restare attaccati all'unica realtà di cui hanno cognizione e all'illusione di essere la creatura prediletta da Dio.

In conclusione possiamo definire Revival un romanzo maturo, attraverso il quale l'autore ripercorre, in chiave letteraria, parte delle proprie esperienze del passato e in cui non si contano gli omaggi sia letterari che musicali. Una grandissima "rimpatriata" intellettuale e personale, se vogliamo, che è stata definita, da un giornalista della Repubblica, quale "il romanzo più personale dell'autore tra incubi, droga e rock 'n roll". Lo stile è scorrevole e la lettura viene agevolata da un'atmosfera di fondo familiare che permette, a ogni lettore, di ricostruire il proprio passato e di immedesimarsi nel protagonista. Cinquecento pagine scarse di romanzo che vengono divorate nell'arco di tre giorni, senza fatiche di sorta e senza pesantezze. Una via come un'altra per ricordare il tempo che fu, quello probabilmente più spassoso legato alla giovinezza, ma anche un modo per guardare oltre il presente, ovvero verso quel traguardo che, purtroppo o per fortuna, accomuna ognuno di noi e che, se nel creato esiste un vero e proprio senso non legato al caso, costituirà la risposta al grande mistero dell'esistenza. King però, preparando al peggio il copioso esercito del mondo della letteratura fantastica, avverte: attenzione alle truffe... Siate pronti al peggio!

STEPHEN KING e la prima copertina
di REVIVAL, romanzo che può conisderarsi
quale tributo dell'autore alla sua seconda passione
ovvero la musica rock.

"Il cervello non invecchia, anche se la nostra visione del mondo può irrigidirsi, e magari tendiamo più a blaterare sui bei tempi andati... I falsi entusiasmi dell'esistenza cominciano ad attenuarsi dopo i cinquanta. Le giornate si accorciano, i doloretti si moltiplicano, l'andatura rallenta, però alcuni vantaggi ci ricompensano del resto. Con la calma arriva una rinnovata considerazione per ciò che abbiamo e la determinazione di sfruttare al meglio gli anni che ancora ci rimangono."

domenica 27 maggio 2018

SIMON YATES, IL VINCITORE MORALE DEL GIRO DI ITALIA.


UNA MAGLIA ROSA D'ATTACCO PER DUE SETTIMANE E MEZZO DA COLPO GROSSO

SIMON YATES
in maglia rosa al Giro di Italia del 2018.

A cura di Matteo Mancini.
Termina oggi a Roma il 101° Giro di Italia, kermesse storica che da oltre un secolo delizia e trasmette entusiasmo lungo le strade della nostra penisola. È il primo articolo che dedico, interamente, al mondo del ciclismo. In passato ho scritto brevi articoli inseriti in altri, sempre di ambito sportivo, per descrivere le gesta degli eroi a due ruote. Quest'anno sento il bisogno di stendere queste righe a mia memoria futura per quello che è stato, per il Matteo Mancini tifoso, il più bel Giro di Italia degli ultimi trent'anni. Seguo infatti i Giri fin da bambino, appuntamenti inderogabili di stagione in stagione nei miei programmi di appassionato di sport, specie quando arrivano le salite. Fin da sempre bizzarro nella scelta dei ciclisti per cui fare il tifo, come del resto per gli altri contesti in cui è possibile scegliersi i propri paladini, mi sono ritrovato a vivere un giro dal sapore profetico che mi ha regalato molte emozioni e più di una punta di orgoglio e soddisfazione. Mai seguito con tanta partecipazione una prova a cui, ripeto, assisto praticamente da sempre, dai tempi che videro Greg LeMond conquistare il suo ultimo tour de france. Dico questo, perché mai come quest'anno ho accarezzato la possibilità di vedere un mio pupillo, preso da semisconosciuto al grande pubblico, trionfare in una competizione tanto importante.

LE ORIGINI DEL TIFO PER GLI YATES
La storia di questo giro, per me, parte da lontano, in una data ben precisa. Nel 2015, poche settimane prima della San Sebastian, classica di Spagna, scrivo su facebook un annuncio a un mio amico di penna, tale Carmine Cantile (scrittore, a tempo perso come me, di racconti di stampo fantastico, ma anche grande appassionato di sport e tifoso di Vincenzo Nibali), un nome da segnare sui taccuini. Gli dico che YATES sarà la rivelazione del successivo anno per i più importanti Giri (di Italia e di Francia). Un pronostico, per l'epoca, alquanto avventato, o almeno così poteva sembrare. Ma anche un pronostico in linea con i miei gusti e la mia voglia di scegliermi gli atleti preferiti tra quelli non ancora affermati. Una tradizione che va da Mika Hakkinen, quando correva sulla Lotus ormai decaduta di prestigio, ad altri personaggio come Alessandro Florenzi (da me indicato come rivelazione del campionato di Serie A, per l'occasione venni addirittura registrato con audiocassetta così da poter esser dileggiato in caso di flop, eventualità a cui i miei detrattori non poterono attaccarsi) o al cavallo High Master che conquistò tutte le principali prove di categoria sulle siepi italiane riservate ai quattro anni. Allora però il mio pronostico sembrava molto fumoso. Adam Yates e Simon Yates, al loro secondo anno da professionisti, avevano infatti terminato in 50° e 89° posizione il Tour de France. Sembrava la classica sparata priva di riscontri, buttata là quasi a caso. In realtà rimasi molto sorpreso da alcune prestazioni di questi atleti, specie Adam, che aveva mostrato, a sprazzi, barlumi di classe in alcune salite transalpine, piazzandosi per tre volte nella top ten degli arrivi di giornata. Cosa non di poco conto, data la concorrenza e la qualità dei partecipanti in gara. Incuriosito, decisi di documentarmi su questi due ciclisti, trovando un background molto qualitativo con un passato in pista di grande livello (Simon Yates campione del mondo juniores nell'americana e argento nell'inseguimento a squadre, titoli che mi facevano venire in mente un altro ciclista per cui ho tifato: Bradley McGee) e la vittoria della classifica finale del Giro di Turchia, non certo un giro di valore ma tale da offrire dati sulla tenuta e sull'adattabilità a tappe di diversa natura. Il fisico piuttosto minuto e un peso compatibile con le doti da potenziale scalatori mi fecero così protendere per questi due ciclisti che diventarono subito coloro per cui fare il tifo. Ormai orfano, da anni, di Georg Totschnig, primo ciclista per cui ho fatto il tifo dai primi approcci ai grandi giri (l'altro ciclista per cui ho fatto il tifo fin dai debutti è stato la meteora Joona Laukka), e con il solo canadese Ryder Hesjedal, prossimo a ritirarsi dopo un'eccezionale rimonta nel giro di Italia del 2015 che lo vide risalire in quinta posizione nell'ultima settimana di gara, nel mio scacchiere di tifoso, trovai negli Yates i nuovi ciclisti in erba da seguire per gli anni successivi.

Lo stupore di ADAM YATES
quando viene avvisato, a poche decine di metri dall'arrivo,
di aver vinto la SAN SEBASTIAN del 2015.

LA PROFEZIA SI AVVERA OLTRE OGNI PIU' ROSEA ASPETTATIVA
Il mio pronostico non tardò a darmi soddisfazioni. Alcune settimane dopo dal mio proclama, mi vedo recapitare un messaggio dal mio amico: “Sei stato lungimirante! Quel tuo ciclista che mi hai detto ha vinto subito la San Sebastian.” Una vittoria clamorosa, non tanto per il trionfo (comuqne da annali essendo il primo di un inglese), ma per come si è sviluppata la gara. Una corsa caratterizzata da assurdi incidenti. Il belga Van Avermaet, in fuga e involato al successo, viene investito in un tratto in salita da una moto di gara che gli spezza la bici. Adam Yates dietro scatta, ignaro, all'inseguimento e non si accorge di quanto sia successo al collega. Non se ne accorge neppure la sua ammiraglia e nemmeno i commentatori, perché quel giorno le trasmissioni radio e video sono intralciate dalle difficili condizioni meteorologiche. Adam Yates è convinto di essere secondo, viene avvisato solo a pochi metri dall'arrivo. La notizia lo lascia stupito. Si porta le dita all'orecchio, dove ha l'auricolare, sembra quasi dire: “Ma ho vinto davvero io...? Dai, non ci credo...Mi prendete in giro?”. E invece ha vinto davvero, trasformandosi nel primo inglese a trionfare nella San Sebastian. È il primo grande successo su strada degli Yates, ventitreenni, gemelli provenienti da Bury, Inghilterra, tifosissimi del Manchester Utd. All'epoca poco più che scommesse nella squadra australiana della Orica-Scott che ha in Michael Matthews il terminale dei maggiori successi e nel direttore sportivo Matthew White il cervello che dirige le operazioni.
Il 2016 è la straordinaria emersione degli Yates. Mentre Simon resta coinvolto in una vicenda doping (sarà squalificato per tre mesi) per aver assunto una sostanza non dichiarata, sembra per errore della squadra, il fratello stupisce tutti al Tour de France. Stupisce tutti... beh, non generalizziamo. Stupisce tutti meno me, che avevo scritto l'anno prima qualcosa di ben preciso, un qualcosa che puntualmente viene riscontrato dagli esiti del più performante giro al mondo. Dapprima il nome di Adam Yates balza alle cronache per un episodio che ha del grottesco. Durante la settima tappa del Tour de France, va all'attacco e stacca i migliori. All'altezza dell'ultimo chilometro, però, viene travolto dall'arco posto a segnalare la distanza dall'arrivo. Questo infatti si affloscia, sembra per il sabotaggio di uno spettatore che avrebbe staccato il tubo del compressore che gonfiava la struttura. Yates cade a terra e vanifica il tentativo. Chiude sanguinante la tappa, ma non subisce danni di sorta. La giuria decide di accreditargli il tempo guadagnato prima del cedimento strutturale dell'arco dell'ultimo chilometro e la decisione lo fa balzare in seconda posizione a cinque minuti e cinquanta da quel Van Avermaet che era stato investito dalla moto nella San Sebastian sopraricordata, spianando la strada all'inglese, e che ora è in maglia gialla. Data la pronuncia del cognome di Yates, che fa saltare in mente un premio nobel della letteratura irlandese dedito al fantastico e agli studi occultistici (Yeats), verrebbe da chiamare in causa la cabbala, già verrebbe, anche perché qualche giorno dopo succede di peggio. Mentre tutti si aspettano che l'inglesino ceda nella tappe più dure, Yates mostra ben pochi cedimenti. Per un bizzarro scherzo del destino, un giorno prima del mio compleanno, nel dì che ricorda la presa della Bastiglia (festa nazionale francese), Adam Yates (a ventotto secondi dal leader prima della partenza) conquista la maglia gialla e lo fa a modo suo. Quel giorno, un po' come per la San Sebastian, è una giornata dalle avverse condizione meteorologiche tanto che si decide di accorciare la tappa. E, come in Spagna, succede di tutto. Ritchie Porte guida un terzetto, di cui fa parte anche la maglia gialla Chris Froome e l'olandese Mollema, in uno strappo finale sul leggendario Mont Ventoux. I tre sono scattati per guadagnare secondi preziosi. Davanti c'è una fuga di poco conto, ormai imprendibile. I tre attaccanti si stanno giocando le più alte posizioni della classifica generale. Adam Yates segue poco dietro, ma succede l'imprevedibile proprio come a San Sebastian. Ritchie Porte, accerchiato da un muro di folla, tampona una moto e viene, a sua volta, tamponato dai due avversari che lo seguono. I tre ciclisti cadono a terra. Dei tre ha la peggio Froome, la maglia gialla. L'inglese, nativo del Kenya e trionfatore seriale nella Grande Boucle (vero e proprio erede di Lance Armstrong), rompe la bici e, rimasto senza, decide di correre a piedi verso il traguardo, finché non riceve una mini bici da uno spettatore. Sembra di vedere la maglia gialla su un triciclo per bambini che sta percorrendo gli ultimi metri che lo separano dall'arrivo. In cronaca regna il caos e lo stupore. Scene esilaranti mai viste in tanti anni di carriera. Sembra di essere in un'esibizione grottesca da harlem globe trotter prestati alle due ruote. Approfitta della situazione, ancora una volta, Adam Yates che filtra negli spazi liberi e supera gli avversari. È lui, all'arrivo, la virtuale maglia gialla, ma la direzione gara decide di neutralizzare i tempi al passaggio poco prima del misfatto. Torna allora in maglia gialla Froome, con Adam Yates secondo a 47 secondi. Ricordo che per attendere l'ordine di arrivo, finii con l'arrivare tardi a un triangolare di calcio organizzato dai colleghi di lavoro, comunque contento come una Pasqua.
 Adam Yates intanto conquista tutti nelle successive tappe, con atteggiamento combattivo. Non attacca quasi mai, si mantiene a centro gruppo, spesso nelle ultime posizioni, un atteggiamento ben diverso da quello che lancerà nei cuori dei tifosi il suo gemello al Giro di Italia del 2018. Adam è più tattico, sceglie di amministrarsi votandosi a uno spettacolo di minore impatto ma calibrato al risultato finale. Sembra sempre sul punto di staccarsi nelle rampe più dure, ma non demorde e alla fine perde poco. Ha pochi cali e battute di arresto, a differenza di molti avversari. Si conferma ciclista di massimo valore internazionale e chiude quarto la Grande Boucle, dopo esser stato per dodici tappe sul podio virtuale della corsa (dapprima secondo e poi terzo), ad appena ventuno secondi dal gradino più basso del podio (conquistato da Nairo Quintana) e a trentasette secondi dalla medaglia d'argento (conquistata da Romain Bardet), venendo scalzato dalla terza posizione nella terzultima tappa complice le cronometro non proprio esaltanti. Conquista anche la maglia bianca del miglior giovane, infliggendo più di due minuti a Meintjes e oltre quaranta al terzo classificato. Un risultato questo che mi fece "ingrassare" di venti chili, come si suol dire, per l'ottima visione esternata e scritta circa undici mesi prima, in tempi non certo sospetti. Facile diventare tifosi dei vincenti, più difficile tifare i vincenti quando tali non sono certo o quando hanno molti avversari sulla carta più appetibili.

Simon Yates, intanto, mostra il suo valore in Spagna, nella Vuelta. Si aggiudica la sesta tappa e chiude in sesta posizione nella classifica generale a otto minuti e mezzo da Quintana, battuto anche da Froome, Esteban Chaves, Contador e Talansky, scusate se i nomi di questi ciclisti vi sembran poco. Gli Yates sono a questo punto dei veri e propri astri nascenti, ma la loro maturazione non sboccia come sarebbe stato lecito attendersi nel 2017 pur se confermata da altri importanti piazzamenti.


ADAM YATES, con
la maglia bianca del leader dei giovani,
precede il leader della generale CHRIS FROOME
e Quintana, in una tappa del Tour de France del 2016.

ALLA CACCIA DELLA VITTORIA NEI GRANDI GIRI

CONTINUA...

mercoledì 23 maggio 2018

Recensione Narrativa: IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello.



Autore: Luigi Pirandello.
Anno: 1904.
Genere:  Drammatico/surreale.
Editore: Mondadori.
Pagine: 224.
Prezzo: 4.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Il Fu Mattia Pascal è un capolavoro assoluto della letteratura italiana e non solo, dato alle stampe nel 1904 dal futuro Premio Nobel alla Letteratura Luigi Pirandello. Certo, non è compito di questo recensore, onde evitare di diventare tediosi, presentare la sinossi di un testo tanto importante, spiegato e fatto studiare alle superiori e dunque conosciuto pressoché da tutti. Ci "limiteremo" allora a una discussione libera e leggera, più per fissare nel tempo le impressioni che abbiamo avuto nella lettura che per sviscerare nel profondo il senso del volume.

Uscito a puntate sulla rivista Nuova Antologia, si tratta di un romanzo breve che lo scrittore siciliano da alle stampe quando ha trentaquattro anni e già diverse opere all'attivo. A metà strada tra un realismo drammatico e un surrealismo fantastico, Il Fu Mattia Pascal rientra nel solco del sottogenere del c.d. doppelganger. A differenza però dei romanzi cardinali di questa branca della narrativa fantastica, si pensi alle opere di E.T.A Hoffman, al William Wilson di Poe o al celebre Lo Strano Caso del Dottor Jeckyll e Mister Hyde, Pirandello scorpora l'intelaiatura fantastica e porta nella verosimiglianza narrativa un soggetto che trae linfa dall'alveo fantastico di origine. Così abbiamo un protagonista che crea coscientemente un proprio doppio al fine di sottrarsi da una realtà oppressiva. I debiti finanziari da una parte, una suocera invadente dall'altra e una moglie la cui passione è presto evaporata per lasciar spazio alla noiosa abitudine quotidiana (Pirandello descrive come le fidanzate, una volta sposate, si lascino andare non curando più la propria bellezza), sono le ragioni che stanno alla base della scelta. Dunque una situazione in cui i sogni d'infanzia, peraltro caratterizzati da un crollo finanziario a cui viene assoggetta la famiglia del protagonista, si sgretolano per lasciar spazio a una realtà di delusione e insoddisfazione. Qual buon vento allora se non approfittare, in un momento di assenza ingiustificata, dell'erroneo riconoscimento di un cadavere per darsi alla fuga senza esser cercati da nessuno? Creduto morto da tutti, parenti e amici, Mattia Pascal, questo il nome del protagonista, pensa bene di sfruttare la situazione che casualmente si è venuta a creare e chiudere col passato per costruirsi una nuova vita. Diviene Adriano Meis (bella la descrizione della scena che porta alla decisione di prendere questo nome), un piemontese dall'oscuro passato, plasmando un'identità basata sull'inevitabile menzogna. Il doppio diviene allora un qualcosa di verosimile, non è più una metafora della natura umana (come nei precedenti romanzi), ma incarna il tentativo di fuga dalla realtà, un voler recidere il cordone ombellicale con la propria terra, con la propria storia, sfruttando gli scherzi del fato. L'errore dei parenti da una parte, con lo sballato riconoscimento di un cadavere di uno sconosciuto, l'improvvisa vincita al casinò dall'altra; ed ecco prendere consistenza l'illusoria sensazione di poter prendere il volo, di liberarsi dalle catene sociali (gestite dai debitori e dai legami giuridici) per spogliarsi delle vesti dell'uomo triste e indossare quelle del sogno della felicità. Pascal si renderà presto conto, per usare una sua metafora, che un tronco non può vivere lontano dalle sue radici. L'uomo è un "animale" inserito in una società (a cui cede quei diritti naturali che caratterizzano il suo stato di animale, ricevendo vantaggi ma allo stesso tempo un collare di riconoscimento da cui è difficile manlevarsi) che ha le sue regole e in cui si può vivere solo se riconosciuti quale persona fisica di stampo civilistico. "Io sono ancora vivo per la morte, ma morto per la vita". Chi non ha un nome e un cognome da spendere e certificato dai documenti è un nessuno, un qualcuno che non può avere una vita sociale, un qualcuno che si deve accontentare di campare proprio come un animale. "E che uomo dunque ero diventato? Un'ombra d'un uomo". Pascal capisce di non poter intraprendere nessun atto che potremmo definire superiore all'ordinaria amministrazione. Non può difendersi dai delitti subiti, non può comprare beni che necessitino di un'iscrizione nei pubblici registri, non può contrarre matrimoni nè avere amici di lungo corso ("amicizia vuol dire confidenza; e come avrei potuto io confidare a qualcuno il segreto di quella vita mia senza nome e senza passato...?") o un lavoro regolarmente denunciato. E' costretto a vagare, alla stregua di un nomade, di città in città, per proteggere il suo segreto. La conseguenza inevitabile di questa condizione è la solitudine, dapprima liberatoria poi insopportabile. Una situazione che lo costringerà a tornare sui propri passi, a reputare migliore quella vita da cui era scappato ma a cui non potrà più ritornare come si capisce nel beffardissimo finale.  "Quell'ombra" dirà Adriano Meis/Mattia Pascal "aveva un cuore ma non poteva amare; aveva denari, ma ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch'era la testa di un'ombra, e non l'ombra di una testa". 



Questa appena accennata, a grandi linee, è l'anima di fondo di un romanzo che diviene veicolo per parlare anche di altro. Con uno stile colto ed elegante, Pirandello si concede una lunga serie di digressioni, sempre illuminanti ma talvolta un po' in contrasto con il ritmo. Abilissimo a tratteggiare i contorni psicologici dei vari personaggi, l'autore si abbandona a numerosi passaggi filosofici che toccano disparati temi riuscendo a esprimere opinioni che, a distanza di oltre un secolo, sono tuttora contemporanee, prerogativa quest'ultima propria dei grandi scrittori. Così viene toccato il tema della febbre del gioco in un capitolo che sembra uscito dalla penna del grande maestro russo Fedor Dostoevskij da cui Pirandello sembra ispirarsi (il riferimento va a Il Giocatore, 1866). Se posso permettermi, sperando di non risultare irriverente, arrivo a dire che il maestro siciliano riesce a trasmettere meglio del blasonato collega russo la frenesia e la speranza di aggrapparsi alla fortuna, più che per guadagnare, per il bisogno di placare un impulso psicologico che rilascia emozioni connesse al rischio. Bellissima, quanto tremenda, la parte in cui viene descritto il suicidio di un giovane, evidentemente respinto dalla dea bendata, abbandonato nel cortile della sala e a cui nessun sembra voler concedere il rispetto della vita bruciata al tavolo. "Lei sola, là dentro, quella pallottola d'avorio, correndo graziosa nella roulette, in senso inverso al quadrante, pareva giocasse... Lei sola: non certo quelli che la guardavano, sospesi nel supplizio che cagionava loro il capriccio di essa, a cui sotto, sui quadranti gialli del tavoliere, tante mani avevano recato, come in offerta votiva, oro, oro, oro, tante mani che tremavano adesso nell'attesa angosciosa, palpando inconsciamente altro oro, quello della prossima posta, mentre gli occhi supplici pareva dicessero: Dove a te piaccia, dove a te piaccia di cadere, graziosa pallottola d'avorio, nostra dea crudele!" Badate bene il sostantivo con cui Pirandello chiama la biglia che determina vincitori e vinti. Non la chiama con il nome che le sarebbe appropriato, no... la chiama "pallottola", perché come una pallottola essa è letale e dispensatrice di potenziale morte. Non a caso il ragazzo che si suiciderà lo farà proprio con una pallottola e sarà solo questa presa di coscienza a frenare Mattia Pascal dall'impulso di giocare fino a lasciare sul banco l'enorme vincita conquistata. L'appetito vien mangiando, dice è un saggio proverbio, e questo vale anche per il gioco, quando il giocatore è incapace di gestirsi con quella logica che gli imprenditori chiamano "divisione dei capitali". Solo in quest'ultimo modo si possono contenere le eventuali perdite, evitando di fare come Pascal che persevera, con una fortuna sfacciata, a mettere in gioco tutti i  propri averi, rischiando costantemente il suicidio. 

Altri temi trattati sono quelli della morte, vista in chiave esoterica. Dunque non la fine di tutto, ma l'inizio di un mistero celato in una dimensione per noi invisibile. Non a caso Pirandello inserisce nel romanzo un personaggio dedito allo spiritismo e allo studio dell'occultismo, con cui Adriano Meis/Mattia Pascal si troverà a passare molti pomeriggi. Esilarante la descrizione di una seduta spiritica che mette a nudo la cialtroneria dei medium, ma questo è un altro argomento. "Provi ad accendere una lampadina di fede, con l'olio puro dell'anima. Se questa lampadina manca, noi ci aggiriamo qua, nella vita, come tanti ciechi con tutta la luce elettrica che abbiamo inventato! Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte! Il criterio direttivo delle nostre azioni, il filo per uscire da questo labirinto, il lume insomma, deve venirci di là, dalla morte." Un Pirandello che usa la tecnica esoterica dell'ermetismo propria di una certa letteratura a cui esso, talvolta, si è dedicato in prima persona, dando vita a una serie di racconti di natura fantastica. E ancora si prosegue con una visione in cui viene bocciata la democrazia, bollata come un qualcosa di illusorio. Ahimè anche questo tema balzato agli onori delle cronache proprio in questi giorni. Pirandello definisce la democrazia "la tirannia mascherata da libertà", quella più balorda e ipocrita. Soluzione inevitabile, secondo la penna  agrigentina nata nel quartiere di Caos, quando si devono accontentare i molti che governano in luogo dei governati inevitabilmente subordinati agli interessi dei primi. Al tempo di Pirandello, evidentemente, la borsa e i mercati non erano ancora sviluppati come ai giorni nostri, altrimenti, verosimilmente, avrebbe corretto il tiro per offrire una definizione ancora più calzante. Non si salva neppure il progresso scientifico, e noi nel nuovo millennio non possiamo che confermare l'impressione avuta da Pirandello. "Che farà l'uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il c.d. progresso non ha nulla a che fare con la felicità? Di tutte le invenzioni, con cui la scienza crede onestamente di arricchire l'umanità che gioia in fondo proviamo noi?"

Belli anche i passaggi in cui spiega la psicologia femminile e i modi propri del gentil sesso, delineando la maggiore attenzione ai particolari e quel tatto, all'apparenza remissivo e introspettivo, che è proprio di chi sa leggere nel profondo dell'intermediario. "Ma guarda un po' fin dove vanno a cacciarsi gli occhi delle donne, o meglio, di certe donne... La donna è più generosa dell'uomo, e non bada come questo alla bellezza esteriore soltanto" commenta Adriano Meis/Mattia Pascal, preso in castagna da una vicina di casa che, studiandolo, è arrivata a capire un passato che l'uomo vorrebbe nascondere. 

Che altro aggiungere? Possiamo completare definendolo un classico che ha inaugurato il novecento letterario italiano, un testo in cui la casualità viene a giocare un ruolo importante per determinare quelle situazioni da sliding doors che possono cambiare il senso di una vita di una persona, con l'ammonimento però che per essere liberi non è sufficiente sperare in un colpo di fortuna, ma è necessario essere liberi nel proprio animo, avere un impulso di libertà che è scevro dagli influenzamenti esterni e che non può essere conquistato semplicemente con la fuga dalle proprie responsabilità. Un romanzo la cui lettura non può che arricchire il bagaglio culturale del lettore e, soprattutto, offrire spunti di riflessione e regalare anche qualche sorriso perchè, in fondo, nella tragicità della situazione, Pirandello è anche un grande ironico ("Chi non prova pena, o piuttosto, un frigido avvilimento nell'assistere a una commedia mal rappresentata da comici inesperti?").



Il Premio Nobel
LUIGI PIRANDELLO
pesca l'asso.

"Allegri tutti noi potremmo essere a un sol patto, a patto d'esser governati da un buon re assoluto. La causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual'è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d'uno solo, quest'uno sa d'essere uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà."

venerdì 11 maggio 2018

Recensione Narrativa: IL MAESTRO E MARGHERITA di Michail Bulgakov.



Autore: Michail Bulgakov.
Titolo Originale: Master I Margarita.
Anno: 1940.
Genere:  Fantastico.
Editore: Einaudi.
Pagine: 448.
Prezzo: 4.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Dopo aver parlato di Moby Dick, siamo ancora una volta alle prese con un pilastro della letteratura, una vera e propria pietra miliare che ci permette di spostarci dagli Stati Uniti all'Unione Sovietica come la letteratura, a differenza di altre branche elevate a rango di ideologie guida, riesce bene a fare. Due mondi agli antipodi, due centri di potere che si sono spartiti il dominio del mondo nel corso del novecento e tuttora, in misura meno palese, persistono a farlo. Due mondi che hanno, curiosamente, anche dei tragici punti in comune con la censura di partito da una parte e il maccartismo dall'altra. Cambiano allora le visioni politiche, mutano i sistemi economici, ma non diverge l'infausto destino degli scrittori puri ovvero quelli che non fanno compromessi tra le loro idee e i dettami che vanno per le maggiore. Così come Melville, dopo i primi successi, si vide costretto ad atrofizzare il proprio estro per la censura della critica, tanto da finire vittima della sfiducia e della disillusione presto tramutatesi in una depressione tale da fargli cessare prematuramente la propria carriera di scrittore, così Bulgakov si vide affibbiare la definizione di "scrittore per il cassetto della scrivania" ovvero un autore i cui romanzi finivano inevitabilmente bloccati prima di giungere sul mercato. Le motivazioni che portarono i due scrittori a vivere l'oltraggio, se vogliamo, della non considerazione sono diverse, ma portano a conseguenze assai simili con il risultato più evidente costituito dalla "tragedia artistica" di non poter veder il proprio romanzo tramutarsi da testo semisconosciuto a opera d'arte. Una condanna che, proprio come il Pilato protagonista del romanzo nel romanzo de Il Maestro e Margherita, sarà il tempo a far crollare con tanto di interessi alla memoria.

Per tentare di comprendere Il Maestro e Margherita si deve allora prima parlare del suo autore Michail Bulgakov. Bulgakov è un esponente della borghesia benestante ucraina sotto l'egida dell'impero zarista. Cresce in una famiglia molto religiosa, il padre è addirittura un teologo, e questo fa di lui un credente tanto che poi sotto il regime stalinista, non potendosi dichiarare credente, si definirà un mistico (dall'altra parte invece c'erano i più convinti materialisti che si potrebbe concepire: gli atei). Cresce, si laurea in medicina con onore a Kiev e diviene medico. Sposa anche la linea politica anti-rivoluzionaria arruolandosi nell'armata bianca allo scoppio della rivoluzione russa. E' un convinto oppositore del nascente Stato comunista che vede come portatore di valori mendaci nonché ipocriti (di certo tutt'altro che liberali e aperti alle più disparate culture e ideologie) e rifiuterà sempre la tessera del partito. Una linea questa che, gioco forza, gli costerà la carriera, quanto meno in vita, ma lo eleverà post mortem (come un moderno stoico di filosofesca tradizione greca) quale uno dei più geniali autori satirici partoriti dalla fertile madre degli scrittori con la "s" maiuscola (quelli non graditi dai centri di potere). "I manoscritti non bruciano mai" farà affermare da Satana in persona nel suo romanzo testamentario, una frase che suona come monito ai regimi totalitari dell'epoca (non solo quello Sovietico, si ricordi il rogo del 1933 ordinato dai nazisti in Bebelplatz). Un altro modo di dire quella famosa frase "le idee sono a prova di proiettile", un concetto che detto così suona cinematografico ma di cui fu uno dei primissimi portatori proprio quel Gesù su cui prende le mosse la narrazione del romanzo qua oggetto di esame.

Dotato di una forte impronta culturale e ideologica, Bulgakov segna fin da subito il proprio destino dopo aver pubblicato La Guardia Bianca (1925), poi proposta in teatro col titolo I Giorni dei Turbin (1926), in cui caratterizza gli ufficiali bianchi (quelli contrapposti all'armata rossa), nel clou della rivoluzione, con  un piglio che cela (neppure troppo velatamente) una certa simpatia di fondo. Nonostante le ire dei critici di partito che videro in lui un dissidente, la riduzione teatrale piacque moltissimo a Stalin. Il dittatore, si narra, assistette a qualcosa come quindici rappresentazioni, nutrendo una certa simpatia per quel mite scrittore originario di Kiev che tutti tacciavano come un ribelle. "E' un uomo di grande ingegno" soleva dire Stalin che, pur non aiutandolo a superare l'impasse con la censura, non andò mai a intaccarne la vita privata, permettendogli di non subire quelle deportazioni che invece venivano garantite ad altri colleghi oppositori (si ricordano le famose "purghe" del 1937 che portarono all'uccisione di svariati scrittori). Si insinua tuttavia qui il seme germinale che porterà all'ideazione e perfezionamento de Il Maestro e Margherita. Boicottato continuamente dalla censura, costretto a vedere i propri romanzi respinti dagli editori (molti usciranno postumi) perché contrari alla linea di partito, Bulgakov utilizzerà lo strumento della scrittura creativa nonché la grande passione per il genere fantastico (lo possiamo definire l'erede di Gogol) per dar sfogo alla propria critica. Il Maestro e Margherita, romanzo completato poche settimane prima di morire dopo una lunghissima gestazione, è il prodotto nonché l'apice di questo approccio.


I bizzarri elementi del gruppo diabolico
giunto a Mosca.

Non è intenzione di questo recensore sciorinare la sinossi del romanzo, così famoso da aver ricevuto ampie trattazioni. Optiamo invece per un tentativo di decifrazione di quello che è, solo in apparenza, un romanzo fantastico con elementi propri della tradizione folkloristica legata a tematiche diabolico-stregonesche.
Testo complesso, non troppo lineare e infarcito da una lunga serie di personaggi che non rendono sempre troppo agevole la lettura. Bulgakov lo struttura in 33 capitoli, tanti quanti gli anni di Cristo, e lo sviluppa su un doppio binario che propone lo stilema del romanzo nel romanzo. Una soluzione che alla fine vedrà le due tracce incontrarsi con una tematica di fondo che è, dal punto di vista filosofico, la medesima: la stupidità della censura e la caducità di un reiterato, oltre al diabolico, approccio materialistico ("è gente normale, ama il denaro, ma è sempre stato così. L'umanità ama il denaro") che è invece subordinato a uno spirituale.
Tutto ha inizio nella Mosca degli anni '30 con una dissertazione, di due membri del Massolit (una delle più importanti associazioni letterarie russe) che si vantano di dichiararsi atei, in cui si cerca di dimostrare la non esistenza storica di Gesù. "Tutti i racconti su di lui sono pure invenzioni e banalissimi miti" afferma l'arrogante presidente del Massolit, cercando di correggere l'impostazione di un suo associato. Un atteggiamento che intenderebbe superare tutte le singole religioni inventandone una nuova ovvero l'esistenza del "non dio", un approccio negazionistico (ben diverso dall'agnostico), ad avviso di questo recensore, più assurdo di chi ha un'impronta fideistica radicale. Come si fa del resto a dimostrare l'esistenza di una non esistenza?  Dunque un'azione di censura, di revisionismo storico, operata dagli intellettuali russi, in linea con i dettami impartiti dal sistema politico dell'epoca (che sovrappone la realtà tangibile all'intangibile, negando del tutto quest'ultima fino al paradosso). Un sistema che, per tutto il corso del romanzo, cercherà continuamente di razionalizzare l'irrazionale in una cecità, figlia della disonestà intellettuale, che pur di dimostrare l'assunto di partenza arriverà a negare l'evidenza dei fatti. "Noi tutti sappiamo che la magia nera non esiste, che non è altro che superstizione... come si vedrà nella parte più interessante cioè quando questa tecnica verrà smascherata". Questo si continua a dire per tutto il corso delle mirabolanti avventure che gettano nel caos Mosca. E alla fine cosa verrà smascherata...? Semplice, l'incapacità di far fronte all'ignoto. Bellissimo il finale in cui si tireranno in ballo l'ipnosi collettiva e altre assurde argomentazioni pur di giustificare fatti altrimenti incomprensibili per la scienza del periodo. Un approccio disonesto fin dalla partenza, per lo scartare a priori una visione superiore ovvero quell'ascetica, cioè la dimostrazione da scongiurare come il demonio, evidentemente. Sarà Satana in persona, attirato da questa conversazione e in occasionale (per Bulgakov strumentale, oserei dire) pellegrinaggio in Russia, a dileggiare i due convinti assertori di una realtà oggettiva che tale, evidentemente, non può essere. Attenzione però a non cadere nel pregiudizio. Il Satana di Bulgakov non è il principe del male come si è solito pensare. certo ha un certo gusto per i peccati e ama organizzare sabba e gran balli in cui vien dato spazio ai dannati, ma non è così diabolico e crudele come sarebbe comprensibile attendersi. E' piuttosto un pestifero manovratore di marionette che guida un gruppo di sgangherati e simpatici collaboratori (tra cui un gatto umanizzato che è una sorta di bugiardo cabarettista dedito a freddure), dagli improbabili nomi che rimandano a quelli biblici (tipo Azazello), capaci di muoversi in una realtà per loro manipolabile a piacimento, dimostrando l'arroganza e la stupidità di chi vorrebbe ergersi a depositario di un'unica e immutabile verità. Un approccio, se vogliamo, sofista, come infatti verrà definito a fine romanzo Satana da Levi Matteo (il biografo ufficiale di Gesù, nel romanzo contenuto nel testo), ma che ben smonta l'approccio ateo e iper razionale portato avanti dagli uomini dello stato sovietico. 
"Penetravano in un labirinto in cui solo una persona coltissima può penetrare senza il rischio di rompersi il collo" così scrive Bulgakov, parlando dei due membri del Massolit convinti di poter trattare il trascendente con il tipico approccio dei materialisti. Un monito che produrrà subito i suoi effetti sotto l'azione di Satana, che si presenta ai due quale un professore tedesco esperto di magia nera e profetizza quello che accadrà di lì a poco con la tecnica propria dell'oracolo ovvero di colui che fornisce dettagli che solo dopo, a giochi fatti, emergono in tutta la loro valenza premonitoria. 

Ecco che Satana inizia a vagare per Mosca, denudando (nel vero senso della parola, attenzione) gli uomini con una serie di trucchi e spettacoli magici (davvero esilarante la rappresentazione in un teatro moscovita). Mette a nudo le debolezze umane, l'attaccamento al denaro, agli oggetti e al culto dell'apparenza, ma anche i tradimenti amorosi e l'attitudine al furto. Bulgakov vuol dimostrare quanto la rivoluzione russa non abbia per niente cambiato l'animo umano (persistono a esistere le associazioni snob dove si accede solo se muniti di tessera o vestiti in modo consono, sono quelli che appartengono a questi gruppi, per il sistema, i veri scrittori e non coloro che stanno fuori dai salotti), anzi lo ha fatto regredire cercando di imporre una visione del mondo che non è quella reale ma solo quella utile al sistema. Una vera e propria illusione, tale e quale a quelle che Satana mostra ai moscoviti convinti di avere per le mani quanto dallo stesso detto (ovvero una grande ricchezza), salvo poi scoprire poco dopo di avere tutt'altro ovvero il nulla commutato da qualcosa che era, di sicuro, di valore superiore.
In questo, a mio avviso, assume valenza il romanzo di Ponzio Pilato che Satana introduce a inizio romanzo, presentandolo quale contenuto di una visione ipnotica in cui cadono i due membri del Massolit, per poi scoprire essere parte integrante di un romanzo vero e proprio scritto da un personaggio, il Maestro, che i lettori troveranno qualche pagina dopo. Un soggetto quest'ultimo da considerarsi quale rappresentazione di quello che dovrebbe essere il vero scrittore. Non il mansueto uomo di partito che frequenta i salotti vip dove si mangiano cibi prelibati e si guarda chi ha il vestito più bello (ovviamente gli uomini di Satana faranno tabula rasa anche in questi luoghi), bensì colui che è spinto da qualcosa che gli nasce dall'interno. Il Maestro è, a suo modo e con le dovute proporzioni, un moderno Gesù, ma è soprattutto il prototipo in cui si può ben riconoscere lo stesso Bulgakov. Come lui ha bruciato il proprio romanzo, dopo che ha subito l'onta dell'ingiusta critica che lo ha bocciato a priori perché non in linea con i suoi principi. Sarà Satana a far riapparire, per magia, quanto scritto e a valutare la sua opera per il reale valore che ha. Non solo, sarà letta anche da Dio e da Gesù. Poco importa allora la stupida messa al bando orchestrata dai critici per aver osato parlare di Gesù come di un uomo veramente esistito in un contesto storico-sociale che rinnega la religione. Poco importa se questo personaggio, negato a priori, sia colui che può ben definirsi, così come ha titolato qualcuno, "il primo vero comunista della storia". Siamo dunque al paradosso, uno di quelli per cui andava a nozze Gogol. Un messaggio pericoloso questo per coloro che preferiscono tenere sotto l'ignoranza il proprio popolo, così da poterlo manovrare a piacimento (come farà pedissequamente Satana al cospetto di chi crede che il trascendente e la magia abbiano spiegazioni razionali). "Il miglior governo è quello che attiva l'intelligenza delle persone" scrisse un poeta americano poi finito internato, pure lui come i personaggi di Bulgakov, in manicomio, perché non schierato con le idee dello stato di appartenenza. Vedete dunque come letteratura e realtà storica si intrecciano in modo così forte da confondersi tra loro.
Gesù diviene allora l'emblema del filosofo ammonitore, di colui che cerca la verità contro ogni forma di repressione e sistema politico, in un'ottica utopica da vero e proprio sogno anarchico inteso con la "A" maiuscola (e non quello dove ognuno fa cosa gli pare). "Ogni potere è violenza sull'uomo... Verrà un tempo in cui non vi saranno più poteri, né Cesari, né qualsiasi altra autorità. L'uomo giungerà al regno della verità e della giustizia, dove non occorrà alcun potere" afferma Gesù al cospetto di un esterreffato Ponzio Pilato, che se lo ritrova tra i piedi perché accusato da coloro che si ritengono gli unici depositari della verità indiscussa ovvero l'uomini del Tempio (vedete cosa succede con la storia? Si ripete, come allora a Gerusalemme così nel 1930 a Mosca). Gesù incarna l'antesignano dell'artista, di colui che è disposto a pagare con la vita per far sì che la propria parola non venga cancellata e si possa tramandare nei secoli, perché forte di una filosofia di fondo e perché "i manoscritti non bruciano". Diviene allora interessante che sia proprio Satana a ergersi a difensore in un contesto che, invece, dovrebbe esser a lui favorevole. Si suol dire che "la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste". Bulgakov sembra pensarla diversamente. Il suo Satana è, a suo modo, un filantropo, è una parte integrante di un sistema complesso che può esistere proprio perché lui stesso ne funge da collante. E' lui stesso a dirlo al profeta più prossimo a Gesù, che ne è in diretta comunicazione e ne determina persino l'azione (tra i due sembra quindi esserci una reciproca collaborazione). Lo vediamo all'epilogo quando dice: "Che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose... Vuoi far scomparire tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c'è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei uno sciocco." Una visone da poli opposti che si attraggono come condizione essenziale per far si che l'uomo possa continuare nella sua lunga avventura verso il trascendente ovvero verso l'elevazione dal rango di semplice animale per la conquista dei cieli. E' nell'altrove l'affermazione dell'uomo, non sulla Terra, un luogo creato per permettere quella maturazione tale da intraprendere quel cammino spirituale che qualcuno voleva percorrere con quella famosa torre la cui costruzione (materiale) portò, per ira divina, alla nascita delle diverse lingue e allo smarrimento dell'uomo. 


Il GRAN BALLO DI SATANA
con i dannati che rendono omaggio
a MARGHERITA la valletta di casa Satana.

Ecco allora che vediamo Satana (il depositario di tutte le tentazioni e passioni umane) sotto un'ottica umanistica, che premia chi riesce, a suo modo, a conquistargli il cuore, vuoi per l'amore di una persona (l'adultera Margherita che contrae con lui un faustiano patto, tramutandosi in strega con tanto di scopa volante, per riavere tra le braccia il perduto amore) vuoi per la pura e reale passione nutrita per una certa cosa (il Maestro, impazzito per aver visto fallire ingiustamente il sogno di tramutarsi in scrittore affermato). Satana premia alcuni, ma condanna anche altri: coloro che sono attaccati alle cose deteriorabili, quali la bellezza fisica o gli oggetti, ma soprattutto coloro che non hanno l'elasticità mentale per resistere alla sgretolazione delle supposte realtà incrollabili. Per questi non c'è destino diverso che del manicomio. La pazzia è la risposta dello stato materialista al cospetto di fatti non spiegabili dalla ragione. Non è possibile ammettere di aver sbagliato o di esser sull'erronea via, si nega l'evidenza e si mette al rogo, proprio come facevano i cattolici ai tempi di Galileo, coloro che affermano il contrario. L'ottusità del potere non si scopre certo con Bulgakov.
Ecco allora che chi è guidato da fini diversi da quelli ipocriti dell'apparire o di volersi addentrare in contesti non spiegabili dalla ragione con l'arroganza di dimostrare l'indimostrabile viene, a suo modo, premiato. E come viene premiato? Semplice, con la trascendenza. Con la liberazione dalle catene dei sentimenti negativi che inducono a quella depressione anticamera della morte. Così Margherita supera la tristezza dell'abbandono, così il Maestro supera la pazzia di sentirsi un inetto e così Ponzio Pilato, confinato in uno spazio oscuro dell'aldilà, riesce a vincere il rimorso di aver fatto condannare un qualcuno che, fin dall'inizio, non aveva ritenuto meritevole del supplizio, ma che si è trovato costretto a condannare per la vile sottomissione alle istruzioni gerarchiche che arrivano dall'alto ("tra i vizi umani il vizio peggiore è la codardia"). Satana diviene così lo strumento in mano a Dio per decidere le sorti degli uomini. 
Dorfles scrive: "Il Satana di Bulgakov è ironico e intelligente, le classi dirigenti russe invece sono stupide e ottuse... Satana mette alla berlina tutto il sistema di potere moscovita per dimostrare che l'uomo nuovo, che il comunismo si è vantato di aver costruito non solo non c'era, ma era ugualmente stupido e corrotto come quello vecchio."

Da un punto di vista superficiale il romanzo è un fantastico grottesco puro che rievoca le leggende dell'antiche streghe, ma fa questo sotto un'ottica satirica di critica socio-politica. Si assiste così al volo di una giovane ragazza nuda che, a cavallo di una scopa e dopo essersi spalmata su tutto il corpo un unguento diabolico, ringiovanisce e spicca il volo, inebriata dall'onnipotenza delle creature dell'altrove. Lei ora crede al trascendente, perché ha visto con i propri occhi e si è addentrata oltre il sipario che rende cieca la vista dei comuni mortali. Bulgakov anticipa la visione di google-map con Satana che assiste alle vicende del mondo su un globo touch screen in cui ingigantisce la visione per seguire in diretta una guerra o vedere cosa combinano dall'altra parte del mondo. E poi ancora si assiste a visioni narrate con una potenza descrittiva ed evocativa strepitosa. Spiccato anche il background erotico. Bulgakov impreziosisce la sua opera con una marcata impronta onirica che attacca il lettore alle pagine, anche se non riesce sempre a tenere alto il ritmo. Spettacolare, specie per i dialoghi, la parte con Ponzio Pilato che raggiunge il suo apice nel trascendente epilogo in cui i protagonisti lasciano il mondo materiale e ascendono laggiù dove nessun autorità può inibire la verità. Lassù dove si trova, o almeno dovrebbe, il vero e unico Regno dell'uomo liberato dalla corruzione del denaro e del potere: il Regno di Dio.


MICHAIL BULGAKOV.

"Uno come lui non ha bisogno di spingere! Può giocarti certi tiri, quello, che ti lasciano a bocca aperta! Sapeva in anticipo che Berlioz sarebbe finito sotto il tram!"

lunedì 30 aprile 2018

Recensione Narrativa: MOBY DICK di Herman Melville.



Autore: Herman Melville.
Titolo OriginaleThe White Whale.
Anno: 1851.
Genere:  Avventura.
Editore: Dalai Editore.
Pagine: 576.
Prezzo: 9.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Pietra miliare della letteratura statunitense dell'ottocento, addirittura considerato, insieme a La Lettera Scarlatta (1850) di Nathaniel Hawthorne, il romanzo fondante di una nuova letteratura americana, la c.d. american renaissance. Iniziato a scrivere nel 1847, ultimato quattro anni dopo, The White Whale segna l'apice creativo (non quello economico) toccato dalla penna di Herman Melville che lo inizia a scrivere, giovanissimo, all'età di ventinove anni.
The White Whale è frutto delle conoscenze maturate direttamente dall'autore, un appertenente dell'alta borghesia statunitense decaduto a causa del fallimento del padre tanto da doversi imbarcare su mercantili e baleniere per sbarcare il lunario. Uomo dedito all'avventura, il newyorkese Melville alternava la professione di insegnante a quella di marinaio. Il romanzo qui oggetto di esame è l'opera che lo renderà (a sua insaputa, come tutti i grandi artisti) immortale ma che al tempo, pur se apprezzata da alcuni recensori inglesi, ne decretò l'improvvisa bocciatura fino a portarlo, sei anni dopo, a cessare l'attività di narratore. Bollato quale libro "astruso e assurdo" fu infine definito "la creazione di un pazzo". Opinioni non condivise dagli attuali critici, ma che furono confermate dal clamoroso insuccesso popolare. The White Whale finì infatti presto fuori pubblicazione con appena 3.200 copie vendute in quarant'anni (a momenti hanno venduto di più i miei manuali sul cinema western italiano, ndr).
Deluso dal trattamento ricevuto, Melville finì con lo sfiduciarsi, rununciando alla scrittura per vivere alle spalle del suocero, autorevole giudice nel Massachussets. Solo dopo quasi un secolo, nel 1921, il romanzo fu rilanciato grazie a una biografia di Raymond Weaver che lo riportò in auge, facendo di Moby Dick una creatura capace di sconfinare dal romanzo per penetrare nella leggenda, grazie anche al contributo del cinema, con quattro film in trent'anni di cui l'ultimo, del 1956, con Gregory Peck protagonista.
Tradotto per la prima volta in Italia solo nel 1930, per mano di Cesare Pavese, fu pubblicato due anni dopo grazie all'editore Frassinelli diventando presto un classico.

L'opera prende le mosse, oltre dalle esperienze personali di Melville, da due fatti di cronaca che portarono l'autore a concepire il volume. Nel 1820 una baleniera di Nantucket, medesima località da cui partono i protagonisti del romanzo, fu affondata da un capodoglio in Sud America. Da qui viene dunque l'idea dell'affondamento della baleniera sotto i colpi inferti da un cetaceo, mentre l'idea della balena bianca deriva da un articolo scritto nel 1839 su una rivista letteraria statunitense (The Knickerbocker) in cui un esploratore raccontava dell'uccisione, a largo dell'isola di Mocha (Cile), di un capodoglio albino denominato Mocha Dick, che vagava per le acque con più di venti ramponi conficcati sulla schiena (stessa cosa si legge nel romanzo di Melville, cambia solo la location). Evidenti dunque le basi della creazione del romanzo in questione, in un realismo che cozza in modo evidente con l'atmosfera apocalittica e religiosa costruita dall'autore.

Raffigurazione dello scontro finale.
MOBY DICK distrugge
le tre lance mandategli contro da Achab.

Moby Dick è il tributo di Melville alla baleneria, un saggio che usa la struttura del romanzo per celare in sé stesso una vera e propria opera enciclopedica. Considerato nella visione massmediatica un libro per ragazzi (idea folle, ndr), l'opera di Melville è in realtà un complessissimo elaborato che miscela zoologia, antropologia e sociologia alla pura avventura, il tutto sotto il filtro di un elaboratissimo stile che offre citazioni continue in un intreccio dove l'allegoria, la religione e la filosofia vengono ad acquisire carattere preminente. Ecco quindi che il canovaccio della caccia alla balena definita da qualcuno immortale e che, in passato, ha tranciato la gamba al capitano Achab diviene un mero pretesto. Un leit motiv che spinge all'azione Achab, un uomo che ha nella vendetta la sua unica ragione di vita (poco gli importa della moglie e del figlio che ha a casa, così come poco gli importa degli interessi del datore di lavoro che gli ha affidato la nave). Un'ossessione che gli inibisce il sonno, lo rende preda di incubi, fino a trasformarlo in un uomo cieco ed egoistico ("Non mi parlare di blasfemia; colpirei il sole se mi offendesse..."). Achab è pertanto il combustibile che permette alla macchina libro di procedere nel viaggio, ma non è il fine ultimo dell'opera dello scrittore. Melville, come abbiamo accennato, non è interessato alla storia in sé e per sé, ma punta a realizzare un saggio a difesa della baleneria, sottolineandone i pregi (e anche difetti) e l'importanza (viene vista come professione pionieristica rispetto alle esplorazioni di conquista dei nuovi confini territoriali), per poi andare a parlare dell'animo umano e di quanto certi sentimenti, quali il desiderio della vendetta, rendano ciechi gli uomini consumandoli dall'interno fino a condurli a un'inevitabile morte preceduta dal delirio di onnipotenza. Ecco allora che lo scontro tra l'uomo e la natura si carica di significati ben precisi, va oltre alla mera descrizione dei fatti per ascendere allo scontro dell'uomo con i mali del mondo. Moby Dick diviene un simbolo, assurge a emblema del male da esorcizzare e sconfiggere per illudersi di liberarsi dal peccato originale che macchia l'uomo. Dico illudersi perché dalla lettura del romanzo traspare una visione pessimista che non ammette redenzione, quasi come se l'uomo dovesse accontentarsi del proprio stato così da ridurre gli effetti negativi che potrebbero derivargli dal voler condurre una guerra che non può vincere. "La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l'incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzardare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone." Ecco quindi che lo scontro fisico, a cui il romanzo prepara per tutto il suo corso, diviene un qualcosa di indispensabile per poter chiudere il romanzo ma, al tempo stesso, marginale. Non a caso, su oltre 570 pagine di romanzo, i tre giorni che vedono la baleniera Pequod di Achab lottare contro il fantomatico capodoglio bianco (Melville regala un capitolo dove parla del colore bianco in un'esplicita valenza simbolico-metaforica) vengono descritti in sole trentacinque pagine. Vien da se, pertanto, quanto sia residuale ai fini dell'analisi del testo la caccia alla balena bianca. Quest'ultima è il motore che spinge all'azione, ma non è il vero tema del romanzo che, lo ripetiamo ancora, è uno studio dell'animo umano e, prima ancora, della professione di baleniere. "Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva Achab era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena."

Piero Dorfles ha scritto che "Moby Dick non è un libro solo, ma ne contiene una dozzina. E' una raccolta di note etimologiche sul termine balena, un citazionario sui cetacei, una ricerca antropologica sulla vita dei balenieri, un ampio resoconto sui costumi dei puritani della Nuova Inghilterra, un testo scientifico di zoologia dei cetacei, un manuale di caccia alla balena, una raccolta di informazioni sulle parti commestibili dei capodogli e sul modo di cucinarle, una riflessione sul valore simbolico del leviatano, un'estesa casistica dei racconti avventurosi che si scambiano gli uomini di mare, un'indagine filosofica sul rapporto tra il caso, la necessità e il libero arbitrio, una sacra rappresentazione del modo in cui la natura esprime la collera divina e un testo di psichiatria sulla patologia ossessiva di Achab". Potete dunque capire che tipo di testo possa contenere tutte queste diverse sfaccettature. Un libro voluminoso, pieno zeppo di digressioni, che alterna capitoli di narrato ad altri puramente descrittivi e nozionistici che interrompono di continuo il ritmo. Melville opera questa scelta, e lo dichiara apertamente nel testo, per immergere il lettore nella realtà della baleneria, ma così facendo appesantisce in modo massiccio la lettura. Non c'è da meravigliarsi se in origine il volume fu un flop commerciale. Ci sono delle parti che diventano difficilmente digeribili anche perché viene a mancare la fluidità. Melville è dotato di eccezionale potenza evocativa, riesce a regalare strepitose immagini visionarie eppure, allo stesso tempo, costringe il lettore a sospendere la lettura della narrazione per somministrargli pagine e pagine in cui si parla di come si macellano le balene piuttosto delle varie tipologie di cetacei (dissertazione, peraltro, sul quesito se una balena sia o meno un pesce) o di cosa comporta scegliere il lavoro di baleniere piuttosto che uno terrestre. Ne deriva un romanzo che, pur nella sua lentezza, parte bene, grazie anche a una serie di passaggi e di dialoghi da cui è possibile estrapolare indovinati aforismi ("il peccato che paga può viaggiare liberamente e senza passaporto, mentre la virtù, se povera, viene fermata a ogni frontiera"), per arenarsi nella parte centrale e smuoversi dalle sabbie mobili solo nelle ultime cinquanta pagine. Dopo aver caratterizzato magnificamente i vari protagonisti, eccezionale la descrizione di un Achab "alla testa di una ciurma fatta soprattutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali" tra cui il maori Queequeg (bella la parte in cui Melville supera la religione in favore di un Dio universale e comune tra tutti i credi), il romanzo procede in un estenuante viaggio dal Nord America al Giappone, circumnavigando il Capo di Buona Speranza, tra scambi di informazioni tra imbarcazioni, caccia a balene varie e bufere fino all'attesissimo quanto sbrigativo scontro finale. Achab è una sorta di mosca bianca, insieme ai suoi tre ufficiali, immerso in un microcosmo di reietti guerriglieri (anche se non mancano i vigliacchi di turno) che si sacrificano pur di eseguirne gli ordini alla stregua di spettatori ipnotizzati dal carisma di un mago. "Achab è un fuori classe, Achab è stato all'università oltre che in mezzo ai cannibali, ed è abituato a cose più serie e spettacolose che le ondate, ed ha piantato quella sua lancia furiosa dentro nemici più forti e più straordinarie delle balene." Achab diviene il prototipo di capitano superbo e austero che sarà preso da modello da altri successivi narratori, tra questi non si può non menzionare Peter Benchley che costruirà su di lui, non solo per la medesima morte (diversa nel film di Spielberg), il Quint de Lo Squalo (1974). Basti vedere la parte del romanzo in cui Achab punta un moschetto contro il suo secondo (l'uomo che rappresenta la parte razionale del Pequod e che cerca di farlo ragionare) che vorrebbe convincerlo a tornare indietro e a rinunciare alla caccia (si pensi alla scena con Shaw, omonimo peraltro della moglie di Melville, che spacca la radio di bordo e respinge ogni invito di Roy Scheider relativo alla necessità di una barca più grande). Grandissimi momenti, tenuti in alto dal carisma di questo personaggio ma che hanno delle immediate cadute non appena Melville si interessa di altro. Ecco che il ritmo diviene molto altalenante e non si contano i tempi morti, anche la narrazione cambia in continuazione, da un Io narrante alla terza persona.

Che dire alla fine? Si tratta indubbiamente di un romanzo da leggere, vuoi per cultura personale vuoi per il valore che gli è stato attribuito nell'ambito della grande letteratura. Un testo che, probabilmente, si dovrebbe leggere più di una volta per trovare tutte le sfumature di cui si rende messaggero. Non posso, tuttavia, non sottolineare quanto non si tratti di una lettura agevole, penalizzata dal tentativo di Melville di trasformarla in un qualcosa di sospeso tra il saggio e il romanzo classico. Sconsigliato di certo a chi sia in cerca di letture veloci e a chi sia ai primi approcci con la lettura. Per quest'ultima ragione non lo ritengo affatto un volume per ragazzi, bensì un qualcosa di molto profondo su cui ragionare con svariati passaggi filosofici da applausi, primi tra tutti le riflessioni religiose, tutt'ora moderne, di inizio romanzo. Eccone un esempio:

"Allora cos'è il culto? Fare la volontà di Dio. Questo vuol dire culto. E che cos'è la volontà di Dio? Fare agli altri quello che mi piacerebbe avere fatto dagli altri, questa è la volontà di Dio... Non ho niente da dire contro la religione di nessuno, qualunque sia, fintanto che questa persona non si metta ad ammazzare e insultare nessun altro perché quest'altro individuo non ci crede pure lui. Ma quando la religione di un uomo diviene pazzia autentica, quando si trasforma in vera e propria tortura, allora mi pare proprio il momento di prendere a parte quell'individuo e farsi una piccola discussione... Mi riferivo a quella vecchia Chiesa Cattolica a cui appartiene ogni figlio di donna e ogni anima viva, la grande e sempiterna prima congrega di tutto questo mondo di Dio. A essa apparteniamo tutti, anche se qualcuno di noi coltiva qualche ghiribizzo che però non tocca affatto la fede generale. E in quest'ultima ci diamo tutti la mano." Passaggi questi ultimi che fanno di Moby Dick, come si può facilmente desumere, un'opera con dei picchi di estremo valore letterario e su cui tutti quanti, in quest'epoca di terrorismo parareligioso, dovremmo riflettere.

HERMAN MELVILLE.

"Dichiararono guerra eterna alla più potente massa animata che sia sopravvissuta al diluvio, la più mostruosa, la più simile a una montagna. Quell'Himalaya di un mastodonte d'acqua salata che è dotato di tale incredibile forza incosciente, che persino i suoi momenti di panico vanno temuti più dei suoi assalti più audaci e maliziosi."