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domenica 19 novembre 2017

Recensione Saggi: PIERINO CONTRO TUTTI di Gordiano Lupi.



Autore: Gordiano Lupi.
Anno: 2017.
Genere: Saggio Cinematografico.
Editore: Edizioni Senso Inverso.
Pagine: 60.
Prezzo: 12,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Coraggiosa disamina sull'intera produzione cinematografica incentrata sull'irriverente e sboccata figura di Pierino, lo studente ripetente dalla battuta tanto facile quanto volgare e dagli irreplicabili voti scolastici. Un materiale dunque assai di nicchia, vuoi per le sceneggiature sfilacciate spesso costituite da una lunga serie di barzellette incollate alla bene meglio, vuoi per la pochezza dei contenuti spesso orientati su un versante erotico pruriginoso. Poco importa ricordare che il film che dette il là alla serie nel 1981, Pierino Contro Tutti di Marino Girolami, riuscì nell'impresa di incassare circa nove miliardi, lasciando basito un maestro del calibro di Sergio Leone (il quale già odiava Trinità, figurarsi il Pierino di Vitali), perché simile risultato non fu neppure lontanamente lambito da tutti i successivi e ripetitivi episodi. Un insuccesso che non può che rischiare di riflettersi anche su un volume interamente dedicato alla serie.

Rischio flop dunque molto marcato e pochi autori, probabilmente, disposti ad affrontarlo. Si lancia allora nel progetto, di riportare in auge il terribile bimbo cresciuto che terrorizza le belle donne e ridicolizza i professori, Gordiano Lupi; chi altro se non lui? Scrittore e appassionato di cinema italiano, già impegnato in volumi divulgativi di registi e attori più o meno noti, il piombinese è uno dei pochi a non temere questi progetti. Se da una parte vengono alla memoria la monumentale opera articolata in cinque volumi sul cinema horror italiano o i volumi dedicati ai vari Di Leo e Deodato, dall'altra è da ricordare la riscoperta (o forse il tentativo di riscoperta) di Bruno Mattei, regista da molti considerato come il "peggior regista" nostrano impegnato nell'horror italiano. Come per Mattei, Lupi confeziona l'unico libro dedicato alla figura di Pierino e lo fa col suo consueto piglio già ammirato nelle sue precedenti opere di "critica" cinematografica. Dopo un breve capitolo in cui si fornisce un cenno sulle radici letterarie del personaggio (si parla di Mark Twain e di Pierino Porcospino), Lupi passa a presentare uno dietro l'altro i tre film della saga ufficiale e gli ulteriori sei apocrifi comprendendovi anche un paio di pellicole ai limiti dell'hard. Vengono dunque fornite le schede tecniche dei film, qualche aneddoto (non molti, in verità) e la disamina delle trame e dei momenti più o meno riusciti, senza farsi prendere dalla smania di voler recuperare a tutti i costi questi film. I commenti sono precisi e calibrati, quando c'è da cazziare Lupi non si fa prendere dai sentimentalismi. Completa l'opera una succinta analisi delle colonne sonore a firma del ceco Jan Svabenicky, già letto in altri volumi come il libro intervista al duo Aldo Lado & Ernesto Gastaldi o nel primo capitolo del mio Spaghetti Western Vol.3.

Abbiamo definito la pubblicazione come "coraggiosa" e lo abbiamo fatto perché, da un punto di vista commerciale, il progetto non sembra poter disporre di una capacità di richiamo tale da lasciar presagire un elevato numero di vendite. Il prezzo, per di più, non è ben bilanciato rispetto alle pochissime pagine che compongono il volume e rischia di render ancora meno appetibile il volume. 12 euro per sole 60 pagine, praticamente 20 centesimi a pagina (il mio terzo volume sul cinema western italiano, di 600 pagine, verrebbe così a costare qualcosa come 120 euro!?), ci sembrano troppe. Probabilmente sarebbe stata buona cosa impolpare il volume trasformandolo in una sorta di testo dedicato ad Alvaro Vitali, magari anche con interviste inedite e curiosità sulla sua figura, da concentrare poi con un ampio capitolo dedicato alla figura di Pierino, senz'altro il personaggio a cui l'autore romano è più legato. Non avrebbe guastato, poi, un capitoletto con le barzellette più riuscite dell'intera saga, un modo per presentare il testo anche come un volume di barzellette di pronta soluzione.

Il progetto nasce in modo curioso, grazie alla richiesta fatta dalla figlia di Lupi di vedere le pellicole della saga Pierino. Come darle torto, dato che io stesso da piccolo guardavo a ripetizione queste pellicole quando venivano date sulle reti regionali (tutt'oggi, se le trovo durante un giro di zapping, non riesco a cambiare canale anche perché mi ricordano un periodo a me molto caro). Un'occasione propizia per Lupi per riguardarle con la deformazione "professionale" che caratterizza chi prende il vizio a scrivere recensioni e commenti (io ne so qualcosa). Così facendo l'autore piombinese si è trovato per le mani un volume già fatto, con appunti e opinioni pronte a esser condivise, ma con poca convinzione (probabilmente anche per i motivi che abbiam sopra esposto) nel darle alla stampa in un'opera organica. Sono dovute allora entrare in gioco le Edizioni Senso Inverso di Ravenna che, con la loro collana Italia Nascosta, han deciso di scommettere su Pierino una volta informate dei progetti dell'autore conservati nel c.d. cassetto. Il volume cerca così di rispondere a uno dei fini della collana ovvero quello di "recuperare e dare alla luce quanto di italiano sia caduto nell'oblio", il tempo dirà se la scommessa è stata vincente.

L'autore GORDIANO LUPI.

"I film della serie pierinesca vivono soprattutto per volgarità, anarchia e inosservanza degli schemi cinematografici. Sono pellicole politicamente scorrette, irriverenti e assurde, ma rappresentano un sano e sboccato divertimento che il pubblico in quel preciso momento storico chiedeva al cinema."

sabato 18 novembre 2017

Recensione Saggi I CAVALLI DI LEONARDO... E CARLO di Carlo Abete e Leonardo Pantuosco.



Autore: Carlo Abete e Leonardo Pantuosco.
Anno: 2017.
Genere: Sportivo - Ippica.
Editore: Carmignani Editrice.
Pagine: 184.
Prezzo: 13,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Raro volume dedicato al mondo dell'ippica, acquistato la scorsa settimana insieme ad altri sette libri al Pisa Bookfestival. Tredici euro impreziosite dall'autografo di uno dei due autori, trovato per caso allo stand della Carmignani Editrice di Staffoli. "Neanche a farlo apposta, c'è qui l'autore..." il commento degli addetti allo stand nel momento in cui, senza neppur vedere la lunga serie di volumi esposti, rompo il ghiaccio al seguente proclama: "Prendo questo!". E così sul frontespizio della mia copia si legge, impresso con inchiostro a pennarello: "A Mattia, con amicizia" seguito dalla firma "Carlo" e dal disegno di un abetino. "A Mattia" dunque e non "A Matteo", un errore che evoca il mio quasi omonimo re di Piazza del Campo il cui nome veniva spesso confuso con quello di "Mattio" ovviamente Mancini, una curiosità che viene esaltata dal fatto che Carlo Abete (da non confondere con il più famoso Giancarlo, storico Presidente della FIGC), l'autore della dedica, è stato speaker per anni dell'impianto Pian delle Fornaci di Siena. "Come ti chiami?" ovviamente rispondo col mio nome ma specifico di non scrivere Mattia onde evitare di chiamare in causa un mostro sacro di certe piazze... detto fatto, con buona pace della Balivo... il refuso è presto vergato.
Un volume dunque che va a impreziosire il lato della mia biblioteca in cui trovano spazio i vari Varola, Gianoli, Castelli, il Laghat di Querci (cavallo tra l'altro allenato da Pantuosco, pur se non ricordato nel volume) e opere collettive dedicate alla Società Steeple Chase o ai 100 anni dell'ippodromo di Merano.

"Questo libro è nato dai ricordi lontani nel tempo, da scritti e lettere ormai abbandonate" è il leit motiv che sta alla base di un progetto introdotto dalla prefazione del "prezzemolone" Renzo Castelli e intitolato I Cavalli di Leonardo... E Carlo, con "Il Cavallo di Leonardo" a spiccare nella copertina in omaggio sia a Leonardo Pantuosco (il gentleman e poi allenatore che è il protagonista del volume) sia alla scultura che troneggia all'esterno dell'ippodromo di San Siro.
I due autori rendono così il loro tributo al loro passato, ma soprattutto a una lunga serie di personaggi, sia addetti ai lavori sia spettatori più o meno eccentrici, che hanno popolato le giornate degli amici dell'ippica. Ne esce fuori un libro un po' strano, con vaghe reminiscenze al Charles Bukowski che spiegava le strategie di scommessa per sbancare i totalizzatori o i picchetti. Un testo stampato nel marzo del 2017, ma già giunto alla sua seconda edizione, che cambia spesso registro, offrendo punti di vista diversi con una costruzione che non sempre è lineare ed evolutiva. Sintetico e scritto bene dal punto di vista stilistico, denota forse un'incertezza di fondo sulla piega da dare al progetto. Nasce forse come un volume biografico, legato alla genesi della passione comune ai due autori che poi raccontano in terza persona le proprie vicende personali. Da una parte Leonardo Pantuosco, un bambino romantico e sognatore che cresce in campagna nella Val di Cecina con l'amore per i cavalli da maneggio fino a tentare la via del gentleman e poi dell'allenatore; dall'altra un vivace ragazzino che ha perso da giovane il padre e che studia buttando un occhio dapprima alle partite del Livorno e poi sui programmi delle corse dei cavalli, costruendosi una discreta carriera da scommettitore prima e da giornalista di settore poi. In mezzo a questo canovaccio, forse troppo rischioso in termine di vendite, i due autori colgono l'occasione per fare una panoramica divulgativa del settore, sia sui personaggi centrali sia sui cavalli, non disdegnando a tratteggiare un generico abbozzo di profilo psicologico dei vari componenti del mondo dell'ippica. E' un libro tuttavia di emozioni (rese in modo sopraffino in alcuni punti in cui lo stile diviene addirittura struggente e melanconico), non ci si sofferma troppo, salvo alcuni casi, sul versante sportivo, ma c'è ampio spazio sulle vicende di vita con un bellissimo capitolo di un amore rimpianto per una donna, tale Ilaria, che ha acceso l'estate di un giovane Pantuosco, un sentimento trasformantosi presto in una triste metafora della vita. Vicende di vita comune che si intrecciano con gli aneddoti storico-sportivi, probabilmente i più interessanti per un lettore di settore, con dei capitoli in pillole in cui si offre uno sguardo sull'ippica italiana di un tempo, quella capace di affermarsi all'estero (i vari Grundy, Bolkonski, Wollow, Mannsfeld, Sirlad e Tony Bin) ma anche sugli allenatori e sui fantini che hanno reso magiche le serate al Caprilli di Livorno con una lunga prima parte che sembra far le veci di quel Bignami (il riferimento non va allo storico allenatore in ostacoli, bensì ai volumetti che andavano per la maggiore in ambiente liceale) dell'Ippica che mai nessuno ha avuto il coraggio di scrivere (e che noi abbiam più volte stimolato ma senza esito).

Le emozioni, abbiamo detto, anteposte alle statistiche e alle curiosità su quello piuttosto che sull'altro cavallo. Nel testo non si dice che Leonardo Pantuosco ha colto 130 vittorie da allenatore, oltre 38 ulteriori successi marcati dalla Scuderia Flery di sua proprietà prima del conseguimento del patentino (io ricordo anche un timido tentativo di approccio con le siepi col sauro Serleo). Per i due autori i freddi dati degli albi d'oro sono marginali, c'è comunque qualche aneddoto che ogni tanto spunta fuori sui vari Robereva, Gott Mit Uns o Fast Gate (cavallo capace di regalare svariate vittorie a Cagnes sur Mer e di confrontarsi addirittura a Lingfield, Inghilterra, con Frankie Dettori in sella), portacolori che hanno costituito la punta di diamante di circa venti anni di professione con due Coppe del Mare in bacheca, conseguite con un invidiabile doppio messo a segno da Robereva e Gran Gordito nel 1997 e nel 1998, ma anche una Listed a Milano (unica affermazione in pattern race del team Pantuosco) e l'Handicap Principale Galilei firmato sempre Robereva.

Un volume dunque non di facile presa commerciale che cerca di tastare i gusti dei lettori proponendo un materiale variegato che va dagli aneddoti personali gravitanti attorno alle scommesse (su cani, cavalli e casinò), passa poi sul versante sportivo e da questo alle vicende private (nonché sentimentali), senza mai dimenticare di rendere quel giusto e comprensivo tributo alle persone della giovinezza. Persone che, a loro modo, hanno condiviso passioni comuni ai due autori e hanno reso uniche giornate ormai evaporate negli anni; un mondo che forse, una persona sufficientemente sensibile, può illudersi al tocco di quel Rol (un tempo allievo di Pantuosco) di poter rivivere nell'abbandonato ippodromo del Caprilli come un magico revival dei tempi perduti liberatosi dall'oblio del tempo per una sola notte d'estate.

Ben vengano dunque libri del genere, si segnala anche Il Bimbo delle Sorgenti di Renzo Castelli uscito pochi mesi fa e relativo alla carriera di Ovidio Pessi (prima fantino e poi allenatore di successo), necessari per contribuire a sviluppare quella cultura ippica che, al di fuori dell'ambiente di riferimento, è pressoché nulla e influenzata da luoghi comuni tutt'altro che positivi. Attendiamo allora nuovi progetti da Abete o anche da Querci per portare ossigeno nel rarefatto mondo letterario dell'ippica italiana. A proposito degli alberi, ricordo che Alberelli era uno storico fantino bravo sulle siepi...specie quelle da gran premi.


"Chi vive il cavallo solo con il cuore spesso deve convivere con chi trova nel cavallo un mezzo per ostentare il suo stato economico; o chi, attraverso questi animali, vuole raggiungere fantastici, quanto improbabili, guadagni; o chi, ancora, investe i propri denari spinto da strategie economiche o per necessità di natura fiscale. Inevitabilmente, relazioni obbligate, quanto impossibili, fra generi così diversi di turfman danno origine a screzi e incomprensioni, proprio perché da una parte si decide il da farsi tenendo conto in primis della salute e dell'incolumità del purosangue, e dall'altra non esiste ragione diversa del servirsene in maniera sconsiderata e indegna."


venerdì 17 novembre 2017

Recensione Narrativa: I PARASSITI DELLA MENTE di Colin Wilson.



Autore: Colin Wilson.
Titolo Originale: The Mind Parasites.
Anno: 1967.
Genere: Fantascienza / Psicologico.
Editore: Mondadori, collana Collezione Urania (n.177).
Pagine: 230.
Prezzo: 6,90 euro.


Commento a cura di Matteo Mancini.
Dopo tanti anni mi sono di nuovo imbattuto in uno di quei testi, vuoi per la troppa carne al fuoco, vuoi per la complessità dei temi trattati ma soprattutto per una certa ridondanza e ripetizione delle tematiche, che ho faticato non poco a ultimare.
Nato come omaggio alla produzione narrativa di Howard Philips Lovecraft, si parla di uno scavo che permette di scoprire la città ciclopica al centro di alcuni dei racconti del solitario di Providence (la fantomatica Kadath), il testo si allontana anni luce dalle tematiche classiche. Lo scrittore inglese classe 1931 Colin Wilson cerca di fondere la narrativa creativa a quella saggistica che lo aveva lanciato alla ribalta con il saggio sulla psicologia nella letteratura intitolato The Outsider (1956). Il suo The Mind Parasites diviene così un colto calderone infarcito di citazioni e di teorie che fatica però a svilupparsi per le vie convenzionali. Si ha infatti la sensazione, per la quasi integrità del testo, di essere alle prese con un saggio fantastico mascherato da romanzo. La lettura diviene lenta, pesante, persino ripetitiva con le elucubrazioni mentali anteposte ai fatti. Ne viene fuori un testo introspettivo all'ennesima potenza, una sorta di diario, che ruota attorno alla supposta esistenza di impalpabili creature, più o meno aliene, i c.d. "parassiti della mente", che popolerebbero il sub inconscio di ciascun uomo allo scopo di impedire lo sviluppo dell'intera società. Evidente la critica al materialismo figlio delle logiche commerciali, responsabile di atrofizzare le menti e plagiare gli uomini per scopi cari a chi tesse le trame del "gioco". L'umanità deve allora imparare (o sarebbe il caso di dire reimparare, come avveniva nell'antichità) a esplorare la propria mente, paragonata a un vero e proprio continente, per liberarsi dalle catene che ne impediscono quell'evoluzione capace di trasformare ogni individuo in una sorta di creatura simile a una divinità dotata di poteri paranormali (dalla telepatia alla telecinesi). "Il loro scopo (dei parassiti) è impedire all'uomo di scoprire i mondi interiori, e tenere la sua attenzione rivolta costantemente verso l'esterno."
Le teorie di Jung sul sub inconscio collettivo si intrecciano così con le tecniche del "risveglio dell'uomo" professate da Gurdjieff. Per Gurdjieff la persona dormiente è colui che attraverso le abitudini ha appreso comportamenti di cui non è consapevole pur essendone schiavo. Una situazione che può essere ribaltata solo con la conquista del vero io attraverso delle tecniche introspettive. Ecco allora che i protagonisti di Wilson muiono in senso metaforico intraprendendo una lotta mentale con i parassiti e, se vincitori, rinascono illuminati, iniziati a un nuovo modo di vedere il mondo. "Mi sembra di essere morto e di essere rinato diverso, gli altri ora mi sembrano addormentati." E' evidente come l'autore usi l'intelaiatura fantascientifica (la storia è ambientata nel prossimo futuro con strumentazioni futuristiche che vanno dalle astronavi alle escavatrici capaci di perforare per chilometri la terra) per portare in scena una storia metaforica che ha poco o nulla persino del fantastico, venendo ad assumere un significato prettamente esoterico-evoluzionistico (direi addirittura psicologico) inteso come cammino da intraprendere per l'evoluzione personale da inquadrarsi sotto un profilo spirituale piuttosto che materialistico. I parassiti diventano così un vero e proprio cancro, più che entità provenienti da altri mondi, sviluppato dalla società industriale e dal capitalismo, un male che ottenebra le menti e porta all'apatia e a un'inconscia schiavitù dettata da tutte quelle abitudini acquisite e imposte indirettamente dal sistema. "Un nemico che non attacca di fronte o alle spalle, ma è dentro ognuno di noi."
Se la parte centrale risulta sufficientemente accattivante, con la scopertà dell'antica città sepolta, la parte conclusiva si trasforma in un qualcosa di fracassone, ai limiti del delirio collettivo schizofrenico, dove trovano spazio viaggi spaziali ai confini di Plutone, cambi di orbita lunare, terze guerre mondiali con gli Stati Uniti d'Africa e un revival della Germania nazista di nuova genesi (curioso leggere di un'Italia invasa e piegata agli ordini degli africani) fino a giungere al controllo mentale degli iniziati a danno (Wilson ha una visione ottimista e sarebbe più corretto scrivere "in favore") dei comuni mortali. Ne viene fuori, lo ripetiamo, un romanzo dotto (non si contano le citazioni dal marchese De Sade a Huxley, passando per Yeats, Gurdjieff e molti altri ancora) ma assai pesante da sostenere e non adatto assolutamente a un lettore medio. Interessante la tematica, meno convincente lo sviluppo soprattutto per un'eccessiva ripetitività che si snoda per tutto il testo. Wilson si preoccupa più di esporre filosofie e congetture che sviluppare una trama vera e propria.
Molteplici le frasi disseminate nel testo adatte a una raccolta di aforismi. Resta un progetto limitato e indirizzato a pochi, pubblicato dalla Arkham House di Derleth nel 1967 e in Italia dalla Fanucci dieci anni dopo. Nell'ottobre del 2017, a quarant'anni dall'edizione della Fanucci, è stato riproposto dalla Mondadori per la collana "Urania - Collezione".

L'autore COLIN WILSON.

"Il mondo di tutti i giorni polarizza la nostra attenzione, e ci impedisce di sprofondare in noi stessi... I problemi e le ansie della vita lo rendono difficile... ma la mente si estende all'infinito dentro di noi, è un pianeta con giungle, deserti e oceani in cui vivono esseri strani di ogni genere."


martedì 31 ottobre 2017

Recensione Narrativa: IL TREDICESIMO ZODIACO di Alessandro Pugi.




Autore: Alessandro Pugi.
Anno: 2014.
Genere: Giallo - Serial Killer.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Pagine: 203.
Prezzo: 14,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Quarto romanzo nel carniere dell'ispettore di Polizia Penitenziaria Alessandro Pugi, qua alle prese con un thriller che definirei atipico. Lo scrittore elbano, classe '72, confeziona un'opera ambiziosa che miscela generi diversi ruotando attorno a una struttura gialla orchestrata su due piani temporali. Il Tredicesimo Zodiaco, dato alle stampe dalle Edizioni Il Foglio nel 2014, prende le mosse come un thriller convenzionale con un'indagine a carico di un serial killer rituale il cui modus operandi suggerisce un movente a sfondo esoterico. Lo spunto iniziale diviene sempre più affascinante e coinvolgente al procedere della lettura. Pugi dimostra maturità e stile nel veicolare il narrato, tocca temi come il destino già scritto, la magia e l'occultismo come dati di fatto di una realtà che sfugge alla scienza in cui viene dato per assodata l'esistenza di un aldilà che consente alle anime dei defunti di entrare in relazione con i medium. In questo contesto muove i suoi passi un sanguinario e sadico killer che uccide e mutila le sue vittime (non si vede mai in azione, sappiamo solo dei suoi delitti dall'analisi dei cadaveri rinvenuti), incidendo sui corpi dei segni che si scopriranno poi essere la riproduzione delle costellazioni dello zodiaco (da qui il nome di Killer dello Zodiaco, niente a che vedere con lo Zodiac Killer di fine anni '60 di San Francisco). Ogni omicidio è caratterizzato da una mutilazione diversa connessa alla tipologia della costellazione raffigurata, a sua volta coincidente con un segno zodiacale. Pugi in realtà, lo scoprirete alla fine, è un po' disonesto col lettore. Fa capire che il killer sceglie le proprie vittime in funzione del loro segno zodiacale, sempre diverso, così da ricreare l'intera scala dei dodici segni necessaria a completare il rito legato a un fine di carattere esoterico. In realtà questa soluzione non è in linea con la natura delle vittime designate e la cosa non può non emergere al procedere delle indagini (il perché di questa mia osservazione lo capirete terminato il romanzo), ma nel romanzo questa elementare considerazione passa in secondo piano e non viene evidenziata dagli indagatori (che tutte e tredici le vittime fossero di segni zodiacali diversi sembra praticamente impossibile).
Grazie anche a questi artifici necessari per le esigenze letterarie, si respira per lunghi tratti aria di narrativa fantastica a sfondo esoterico, cosa che innalza le aspettative. Immaginatevi una Bologna, città in cui si svolgono i fatti, assimilabile alla città in cui è ambientato il film Seven di David Fincher, piovosa, densa di traffico. Ed immaginatevi un commissario di polizia che fa ricerche sui misteri astrologici, su antiche leggende e in particolare su quella che vorrebbe esistenti tredici segni dello zodiaco, in luogo dei dodici convenzionali, in cui si parla di illuminati e di poteri in grado di anticipare le vicende del futuro. Una situazione che ricorda abbastanza da vicino il caso del Mostro di Firenze, con la differenza che le vittime sono singole e tutti uomini. Fate poi passare trent'anni, con un secondo poliziotto che si mette a indagare sul caso chiuso, perché pungolato da un spirito che si manifesta sottoforma di possessioni mostrandogli visioni di una vita passata e perché la vicenda continua ad avere molti punti oscuri, tanto da dar l'idea di esser stata chiusa con l'arresto e la successiva morte di un capro ispiatorio (cosa vi ricorda?).
Pugi tira in ballo persino un libro riportato nell'Apocalisse biblica, in grado di offrire a chi compierà una serie di sacrifici umani il potere di leggere il futuro, il dono del c.d. terzo occhio ovvero il segno degli illuminati (il fantomatico tredicesimo segno dello zodiaco). La componente fantastica, ai limiti dell'horror, viene rafforzata dalla presenza di esperti di astrologia, medium e soprattutto di un'entità ectoplasmatica (evocata anche grazie a delle sorte di sedute spiritiche) che sembra perseguitare i due agenti che si troveranno, in epoche diverse, a condurre le indagini. Grande costruzione iniziale dunque a suggerire una via su cui sarebbe stato bene proseguire, ma Pugi, volendo ricercare l'originalità, cerca di evitare lo scontato e la prevedibilità di sviluppo ricorrendo a elementi fantascientifici (programmi virtuali in cui muoversi alla ricerca di notizie del passato) e a una serie di soluzioni funzionali a mettere in contatto il futuro col passato (e non viceversa), un po' sulla scia del film Frequency - Il Futuro è in Ascolto (2000) di Gregory Hoblit, con ripercussioni conclusive che ricordano molto alcuni racconti di Ray Bradbury. Questa scelta determina un effetto non proprio vantaggioso. Ne viene a risentire la componente fantastico-esoterica, tanto che il modus operandi del killer si traduce in una macchinosa montatura atta a celare la vera natura degli omicidi (movente classicissimo che nulla ha a che fare con l'esoterismo). Peraltro Pugi pecca di un pizzico ingenuità, dal momento che sussiste un fortissimo legame tra le vittime e se è vero che questo è difficilmente ricostruibile dagli agenti indagatori lo stesso non può dirsi per le vittime. Queste ultime si conoscono tra loro, vien da se intuire la conseguenza di ciò al susseguirsi degli omicidi con la polizia che verrebbe di certo imbeccata dai superstiti ricevendo così un forte aiuto per la risoluzione del caso.

Da un punto di vista stilistico, di gestione della storia e dei personaggi, Pugi si rivela uno scrittore molto interessante e da seguire. Peccato che non abbia, a mio avviso, sfruttato appieno la componente esoterica della storia (resta uno specchietto per le allodole atto a sviare le indagini), perché sarebbe potuto venir fuori un romanzo notevole. Editing perfetto.
Resta una lettura a lunghi tratti coinvolgente che non fa staccare facilmente il lettore dal libro. Finale un po' deludente e tendente al fracassone, almeno per i miei gusti.

L'autore ALESSANDRO PUGI.


"C'è chi dice che per essere felici bisognerebbe avere il corpo di un ragazzo e la mente di un vecchio."

lunedì 23 ottobre 2017

Recensione Narrativa CALCIO E ACCIAIO di Gordiano Lupi.



Autore: Gordiano Lupi.
Anno: 2014.
Genere: Sportivo - "Vita reale".
Editore: A Car Edizioni.
Pagine: 190.
Prezzo: 12,50 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Questa sarà una recensione lievemente diversa da quelle canoniche, un'analisi dove i miei commenti personali e le mie valutazioni andranno a pari passo con gli aneddoti e i processi formativi del testo che hanno portato l'autore, Gordiano Lupi, all'ideazione e poi alla stesura di quello che reputa, probabilmente non a torto, la sua migliore opera di scrittura creativa. Ho deciso anche io di prendere le mosse di questa recensione con una prefazione musicale. Lupi utilizza la sognante e famossissima La Leva Calcistica della Classe '68, ascoltata milioni di volte anche dal sottoscritto quando da ragazzino inseguivo i palloni nell'improbabile ruolo di centravanti (processo opposto a quello del protagonista del romanzo), per tratteggiare l'ideale cornice in cui andrà a incastonarsi il testo che si dipanerà nelle pagine successive. A mio modo cerco di fare altrettanto, con il testo di una canzone cantata da uno storico portiere di serie A scomparso qualche anno fa, che decise di autoprodursi un album senza grandi speranze di riconoscimento, così per sfizio e per passione, semplicemente perché gli amici gli avevan detto che proprio male non era alla chitarra e che, guarda caso, il suo stile somigliava proprio a quello di Francesco De Gregori. Una pubblicazione destinata a finire nel nulla, penserete voi, o al massimo nelle collezioni di qualche tifoso nostalgico. E invece no, perché i sogni, come racconta Lupi, si devono coltivare sempre, anche quando sembran impossibili e anche quando il crepuscolo inizia a cancellare i colori all'orizzonte. Quell'album autoprodotto da un cantante, verrebbe da dire "improvvisato" o comunque non professionista (neppure dilettante, in verità), è arrivato a ricevere il riconoscimento e il premio da un certo Mogol. Scusate se è poco. Il Cantante e Calciatore (che è pure il testo di una sua ulteriore canzone) di cui sto parlando è Andrea Pazzagli, storico portiere di Perugia, Ascoli e Milan, ma anche della nazionale italiana Beach Soccer capitanata dal capitano della squadra in cui, io che vi scrivo, ho debuttato nei campionati nazionali di Calcio a 5 a Pisa. E allora spazio alle note della canzone (notevole tanto quanto quella di De Gregori), per poi tuffarsi nelle atmosfere di Calcio e Acciao - Dimenticare Piombino..

PREFAZIONE MUSICALE

Rettangolo Verde
di Andea Pazzagli.
Colonna sonora calcistica

Per tutti è iniziata alla stessa maniera, dietro un pallone a primavera, 
poi con gli amici in mezzo alla strada, che bello sentirsi una squadra, 
la prima maglietta col numero dietro, il tiro e il rumore di un vetro, 
e i tuoi scarpini fatti di cuoio l'odore di canfora d'olio, la tua squadretta la prima partita ma quant'è bella la vita,

tuo padre e tua madre sempre scontenti quei libri non li hai mai aperti, 
il primo torneo il primo rigore perdere è un grande dolore, 
e la finale il goal vittoria e finalmente l'odore di Gloria, 
la prima squadra e quell'esordio incacellabile dolce ricordo, 
tante persone tu al centro del prato la vita che hai sempre sognato,

 poi sul più bello quell'infortunio e tutto diventa più buio, 
ma la tua forza il tuo grande amore presto ritorni a giocare, 
gli amici veri e quelli finti adesso di soldi ne hai tanti, 
e la tua donna seduta in tribuna fra tanta gente ma sempre più sola,
i suoi gioielli il suo visone l'invidia di tante persone,

passano gli anni gli allenatori i primi acciacchi e i primi dolori, 
dopo trent'anni ti senti già vecchio è brutto guardarsi allo specchio, 
l'ultimo triste allenamento i tuoi anni migliori sono nel vento, 
alla tua età la gioia arriva ma tu ti senti alla deriva, 
e vedere quel campo dovere andar via nel cuore ti scoppia la nostalgia, 

ma non disperare c'è sempre tuo figlio a cui puoi dare qualche consiglio, 
ma non disperare c'è sempre tuo figlio a cui puoi dare qualche consiglio.

LA RECENSIONE DI MATTEO MANCINI
Calcio Acciaio è un romanzo che Gordiano Lupi, l'autore, ha covato per lungo tempo e che ha iniziato a prendere forma con un vecchio libro intitolato Lettere da Lontano (1997), pubblicato anche da Il Foglio di Piombino. Un'opera quest'ultima che non riscosse grande successo, ma che ha giocato un ruolo importante sia per la realizzazione del volume che ci accingiamo ad analizzare sia del "gemello" Miracolo a Piombino. Pubblicato nel febbraio del 2014 dalle Edizioni A. Car srl di Lainate, provincia di Milano, Calcio Acciaio costituisce una delle opere di maggior cuore, se mi concedete l'espressione, di Gordiano Lupi. Non c'è dunque da stupirsi nel leggere che è il libro che l'autore ama di più, dato che la cosa è facilmente percebile anche nella lettura.
Autore classe 1960, ex arbitro di calcio e appassionato di cinema di genere, Lupi abbandona la via della narrativa fantastica, talvolta truculenta - si pensi a Una Terribile Eredità (2009) - per confezionare un romanzo tributo alla sua Piombino, ma soprattutto al rimpianto tempo perduto, il tempo dell'adolescenza, gli sfumati anni in cui ognuno di noi cullava i propri sogni guardando al futuro con gli occhi tipici di un bimbo che non si pone limiti di sorta.
Ne viene fuori, sotto la forma del romanzo dalle forti attinenze sportive, un'opera molto particolare che definirei dai toni crepuscolari e agrodolci. Il "calcio" da una parte come evasione dalla triste realtà, l'acciaio dall'altra come il presente costituito dal lavoro in fabbrica che debilita ma garantisce il pane con cui tirare avanti. Lupi usa lo strumento della finzione narrativa per plasmare un qualcosa che non è proprio un romanzo. La storia diviene marginale, secondaria. Si parla di un ex campione della serie A che, appese le scarpette al chiodo, decide di ritornare nel paese di infanzia nei panni di allenatore di calcio dopo alcune esperienze negative sulle panchine della C1. Il suo è un ritorno che sa più di necessità di ritornare alle origini, a un tempo scomparso troppo presto e che mai più ritornerà. Un bisogno fisiologico che potremmo paragonare alla necessità di un pesce di riprendere la via del mare. Il ritorno alle origini non vuole dunque essere la ricerca di un trampolino per il rilancio verso nuovi traguardi, ma più una sorta di fuga da un presente non accettato e alla ricerca della sicurezza che solo il ricordo di una sana infanzia può rievocare. "Rincorrere il passato è una soluzione, quando il presente non possiede niente di magico, non profuma di sogni ma porta con sé un acre sapore di sconfitta."
L'ex campione abbandona i palcoscenici del calcio che conta per tornare in provincia, nei campionati di promozione ed eccellenza, a battersi nei polverosi campi dei dilettanti in onore di una cittadina, la Piombino città natale dell'autore, che attraversa una crisi profonda e versa in una situazione di decadenza. Lupi è chiaro nel caratterizzare con aggettivi e immagini decrepite sia le fabbriche che costituiscono la fonte di reddito della cittadina sia le strutture che vi gravitano attorno. "Vuol guidare la sola squadra che conseva un posto nel suo cuore, in uno stadio che non è più lo stesso, che l'incedere degli anni ha modificato, distrutto, logorato, ma che resta il suo stadio."

Lupi decide così di usare la storia di questo cinquantenne, che ha raggiunto la notorietà a sacrificio della vita privata, per rendere omaggio ai valori che dovrebbero costituire la base della vita genuina ma che troppo spesso sono diametralmente opposti all'arrivismo sociale e persino alla conquista della felicità. Il suo Giovanni è, di fatto, un fallito pur essendo un idolo delle folle. La scalata al successo, alla notorietà, si è trasfomata in un allontanamento da quella semplicità, talvolta sofferta e faticosa, in cui risiede la vera felicità e in cui trova terreno fertile la vera amicizia e il vero amore. Giovanni, con i suoi soldi e i suoi trofei, non è riuscito a costruirsi una famiglia (cosa che gli rimprovera di continuo la madre), vive di rimpianti e soprattutto di ricordi, rintanato in un passato di cui non trova più corrispondenza nella nuova Piombino, vuoi per la speculazione edilizia, vuoi per i tempi che cambiano. La storia dell'allenatore e delle gesta del Piombino Calcio diventano così strumento per parlare di altro. Un'occasione per veicolare emozioni e sensazioni, operazione che Lupi conduce molto bene in virtù di un romanticismo struggente assimilabile alla figura di un gabbiano che plana al tramonto liberando sopra le onde l'ultimo canto della giornata.
Lupi pizzica dunque le corde emotive dei lettori, specie quelli legati a un certo contesto (vuoi che siano sognatori o sportivi passionali), e lo fa non tanto facendo immedesimare gli stessi con i personaggi, ma portandoli a misurarsi con la propria infanzia, i propri ricordi del paese di origine e le vicende scolastiche, perché, in fondo, se è vero che non c'è più la Piombino degli anni settanta, non ci sono più neppure le altre realtà di provincia, con i loro cinema di seconda visione, i loro bar e gli innocui passatempi di una volta. Persino io che sono nato nel 1981 ricordo molte delle cose che Lupi racconta nel romanzo e che oggi, ahimè, non ci sono più.

Il romanzo pecca forse di una certa ripetitività. Lupi ritorna spesso sulle sue riflessioni, concentrandosi più sulla parte introspettiva dei personaggi che sull'azione vera e propria, tuttavia l'opera è ricchissima di passaggi e dialoghi notevoli, conditi da una malinconia e da una tristezza tipica dei bei tempi che non ci son più. Calcio e Acciaio commuove, genera una sorta di stretta al cuore, per il suo far rivivere i ricordi personali sepolti nel passato dei lettori. A mio avviso, infatti, parlando del contesto sociale e delle abitudini dei cittadini della Piombino degli anni settanta, Lupi confeziona un cocktail di emozioni e situazioni in cui i lettori finiscono col rispecchiarsi con la diretta conseguenza di innescare i propri ricordi. Qualcuno, il solito con la puzza sotto il naso, potrebbe parlare di "retorica" e "luoghi comuni" invece non è vero. In Calcio e Acciaio Lupi apre il proprio cuore, dispensa omaggi ai propri amori (cinematografici, calcistici e musicali) e confeziona un sentito tributo alla sua città, ma anche e soprattutto a una società, senz'altro più familiare e umana dell'attuale, che si è estinta.
Ecco che la storia raccontata, in sé e per sé, diviene secondaria, funge da background, mentre il contesto ambientale, che di solito è esso il background di una storia classica, diviene la parte centrale del romanzo. Ciò si verifica nonostante i personaggi siano ben caratterizzati e siano essi stessi strumenti per mettere in scena problematiche attuali (l'immigrazione dall'Africa, il calcio scommesse, la disoccupazione e la chiusura delle fabbriche). Mi pare inoltre di intuire, in alcuni personaggi, l'introduzione di forti componenti autobiografiche. Si veda i ricordi del nonno del protagonista, appassionato di lettura e fondamentale per la formazione del futuro campione per il suo spingerlo a sognare a occhi aperti; oppure il personaggio dell'arbitro che trova a Cuba la propria futura moglie, proprio come fatto da Lupi, e via dicendo.

Un romanzo dunque che suscita tenerezza per la sua sensibilità e che è profondamente diverso da altri lavori di Lupi. Traspare una certa dose di sano pessimismo verso il futuro e il voler sottolineare che il periodo più bello della vita è quello dell'infanzia ovvero prima che la disullusione venga a presentare il materiale volto della cruda realtà. Ma forse, in fin dei conti, la realtà è un'altra, è un qualcosa di molto più soggettivo, e Lupi ha ragione quando scrive che se "il tempo passa e i sapori cambiano" è pur vero che  "siamo noi che cambiamo le medeleines della nostra vita per fermare il tempo, sapori e odori che non torneranno, ricordi confusi nella memoria, sogni di bambino."

A completamento della recensione c'è da dire che Calcio e Acciaio ha avuto una buona accoglienza da parte dei lettori e della critica. E' stato presentato allo Strega ed è stato premiato a Trani (Premio Bovio, ironia della sorte il protagonista del romanzo è un ex calciatore che ha lasciato a Trani il cuore e l'amore della sua vita) e a Massa (Premio Città di Massa). Considerazioni e soddisfazioni che hanno spinto Lupi a valutare l'opportunità di dar corso a un sequel e persino a realizzare una trasposizione cinematografica (a mio avviso non facile da fare per la natura prevalentemente introspettiva del romanzo).

Lettura consigliata soprattutto agli amanti di storie malinconiche. Mi è piaciuto molto, anche perché sono io stesso un malinconico a cui piace parlare del passato con una punta di sana nostalgia.

L'autore GORDIANO LUPI
e un articolo sul suo romanzo.

"Ci sono stati tempi duri. Non ho fatto altro che sognare"
"E hai realizzato quei sogni?"
"No. E neppure vorrei."
"Perché, nonno?"
"Non potrei vivere senza sogni."

giovedì 19 ottobre 2017

Recensioni Narrativa: L'OCCHIO DEL PURGATORIO di Jacques Spitz.



Autore: Jacques Spitz.
Titolo Originale: L'Oeil du Purgatoire.
Anno: 1945.
Genere: Fantastico / Surreale.
Editore: Mondadori, collana Urania (n.987).
Pagine: 114.


Commento a cura di Matteo Mancini.
Torniamo con L'Oeil du Purgatoire, edito nel 1945 e pubblicato in Italia nel 1973, sulle sempre gradite pagine dell'Urania per presentare un romanzo che mi è stato segnalato dall'amico Cesare Buttaboni. Vero e proprio classico della narrativa surreale francese, più volte proposto dalla Mondadori nella collana Urania e anche in edizioni in vendita nel tradizionale campionario destinato alle librerie.
Romanzo molto particolare, che si presta a diversi piani di lettura e che fa sfoggio di un'ironia nera al servizio di una storia paradossale a metà strada tra il surrealismo kafkiano e l'onirismo degli scrittori di genere. 
Dietro al narrato c'è il franco-algerino Jacques Spitz, un autore ingiustamente dimenticato del primissimo novecento, morto solo e in povertà in quel di Parigi nel 1963. Autore sarcastico, ai limiti della satira, solito dileggiare i militari da una parte, gli accademici dall'altra e non da ultimi i poteri forti che incarnano il demone dalla politica con la P maiuscola. Era solito miscelare la narrativa di genere a elucubrazioni di carattere filosofico-religioso, giocando agli estremi. 

L'Occhio del Purgatorio è il suo capolavoro insieme a La Guerre des Mouches (1938), in italia Le Mosche, in cui immagina la terra impegnata contro un aggressore molto particolare: sciami di mosche contrapposte agli eserciti dei vari Mussolini, Hitler e Stalin. Gli insetti, ovvero le creature più microscopiche tra quelle percebili a occhio nudo, contro i grandi politici chiamati a spartirsi il mondo. Palese la verve satirica, del resto è ben noto intorno a chi danzino le mosche. L'Occhio del Purgatorio non si discosta da tale visione dissacrante, pur se innalzata a valori trascendenti, assai superiori alle vicende politiche. Ciò nonostante è un romanzo consigliato a tutti, compresi i lettori popolari, per il suo mostrare una storia che dietro all'apparenza del racconto di genere cela profondi livelli di lettura. Lo stile brioso, veloce e leggero, rende il romanzo digeribile a tutti i palati, così come la sua lunghezza contenuta ne fa un libro terminabile in poche ore, ciò non va tuttavia di pari passo con i contenuti, che sono tutt'altro che di pronta soluzione, rivelandosi aulici e colti. Evidente, fin da subito, la critica all'uomo della società contemporanea (figurarsi quello del nuovo secolo, rimbambito dalle pubblicità e da quanto proposto dai mass media) tratteggiato come un essere inconsapevole della propria natura, addirittura non pensante, una vera e propria marionetta assimilabile a quella risultante dai racconti degli odierni Thomas Ligotti e Laird Barron. “Nella vita ho scelto di pensare. Gli uomini, animali pensanti, pensano telmente poco che chi non accetta tanta parsimonia fa sicuramente la figura dell'eccentrico“ afferma uno dei due principali personaggi del romanzo.
Spitz intesse una prima traccia di storia proponendo le sorti di un pittore indolente, stanco della vita e giunto all'orlo del suicidio, che si trova, suo malgrado, inconsapevole cavia di un atipico mad doctor (più filosofo che scienziato) convinto che gli animali vivano un tempo accellerato rispetto al nostro per ragioni di sopravvivenza. Così, per effetto di uno speciale bacillo isolato in laboratorio, lo scienziato infetta il nervo ottico del pittore con la scusa di offrirgli una pastiglia per l'emicrania. Ha così inizio un viaggio nell'irreale di macheniana memoria come suggerito dal celebre Il Gran Dio Pan, in cui verranno a sovrapporsi due realtà in cui il protagonista si troverà invischiato lottando continuamente col rischio di esser rinchiuso in manicomio e ben attento a non rivelare il suo segreto. "Penetro nei segreti dell'alidilà, attraverso la fessura di una porta misteriosa... E tutto l'invisibile che mi è dato di vedere s'intreccia come un immenso gioco di carte, per giocare Dio solo sa che gioco!" Così, da una mattina all'altra, il nostro si troverà testimone di un processo degenerativo che lo porta a scindere la realtà fenomenica visiva da quella percepibile con gli altri sensi. In altre parole la realtà gli appare, progressivamente, evoluta rispetto a quella contemporanea così che gli oggetti, gli uomini e tutto ciò che si trova nella realtà, si presentano nei primi giorni come saranno qualche anno dopo, poi, col procedere delle settimane e l'intensificarsi della vista, come saranno qualche decennio dopo, infine qualche secolo dopo. “Vedo le cose nel posto in cui sono, ma nello stato in cui saranno più tardi“ si rende presto conto il protagonista che si vede vomitevoli poltiglie nei piatti, al posto di succulente bistecche, che tuttavia mantengono il gusto originario.

L'eloquente copertina di una recente
edizione della Mondadori.

Viene così a delinearsi una sorta di diario con Poldonski, questo il nome del protagonista, che narra le sue vicende e come la realtà gli appare via via intorno. Immutata per quattro sensi, stravolta per il quinto: la vista. Il genere del romanzo diviene così molto vicino a quel surrealismo alla Perutz, o alla Kafka (seppure di stile assai più leggero), in cui trovano spazio riflessioni sulla caducità delle cose materiali, sulla conservazione a scadenza dell'uomo sia come singolo che come razza (una nullità al cospetto dell'universo), mostrato dapprima in carne ossa, poi aggredito dalla putrefazione, quindi nelle forme di scheletri che camminano per la strada per giungere a trasformarsi in cenere e da questa a forme ectoplasmatiche che vivono nel mondo ma vagano senza capacità di interelazioni, non solo con i vivi, ma anche tra loro (in una solitudine finale di livello cosmico).

Spitz è divertente e sa regalare sorrisi (si veda il rapporto freddo e sarcastico del protagonista con la fidanzata), ma lo fa con un fortissimo retrogusto di tristezza. Il suo è un taglio pessimista, amaro, senza speranza. La bellezza della natura che ci circonda ci viene mostrata per quella che sarà la sua sorte finale, in un processo di decomposizione che arriverà a decretare la morte stessa del mondo. Poldonski, proiettato simultaneamente su due livelli sfalsati di esistenza, riesce così a vedere il tutto senza comprenderne le ragioni. Solo le conseguenze, i risultati finali dell'azione del tempo, saltano agli occhi del pittore che intuisce cosa succederà nel futuro, senza però carpirne i misteri che ne stanno alla base. Situazione che lo stimola a formulare decine e decine di congetture sul mistero della vita, ragionamenti che lo porteranno sempre più ad allontanarsi dai concittadini, a rinchiudersi in un isolamento che lo ridurrà allo stato di barbone, rinunciando alla propria professione di pittore e all'amore, per interrogarsi sul grande mistero della morte. Un mistero che riuscirà a comprendere, parzialmente, solo alla fine scoprendo la sua vera anima in un parallelismo che evoca Il Ritratto di Dorian Gray (in entrambi i casi tutto parte da un soggetto che si rende modello di un ritratto). Se Wilde usava l'elemento artistico del ritratto per mostare la vera realtà, Spitz usa la macchina fotografica (che riesce a immortalare l'aspetto attuale delle cose che appaiono decrepite agli occhi di Poldonski) ma ribalta il rapporto, poiché a differenza del padrino dell'estetismo Spitz vede nel mondo la prigione e nell'arte la fuga. “Cosa significa essere un pittore, un poeta, se non sottrarsi all'aspetto quotidiano del mondo per tentare altri approcci alla realtà? Anziché abbandonarsi alle attrattive del mondo, bisognerebbe invece provare un'intensa repulsione per esso“ Ecco così che la vita (ovvero la morte) diviene un quadro (il grande quadro della morte, ben rappresentato dall'opera realizzata da Poldonski in cui degli scheletri marciano al funerale di un uomo) da cui l'uomo superiore, l'artista, è chiamato a fuggire per conquistare il paradiso perduto, alla stregua di un'anima condannata alla perdizione fin dalla nascita per sconfiggere la morte e trovare in essa la vita. Un vero e proprio ribaltamento della filosofia che sta alla base dell'epicureo atteggiamento dell'estetismo e che si avvicina più alla filosofia stoica. “Volevo vedere le cose da un punto di vista originale, e l'ho ottenuto“ dice Poldonski che all'inizio, un po' come il suo correlato artista nato dalla pena di Oscar Wilde, finisce col fare un patto diabolico implicito con un individuo che si definisce Il Genio (da notare come nel testo appaia poi un omaggio esplicito a Le Mille e una Notte, fate voi l'uno più uno) per poi, a poco a poco, condurre una vita dissoluta (pur di farsi notare dagli altri uomini e dunque accettare) fino ad ammettere di essersi macchiato di furti e delitti e di aver così perduto la propria anima che pure gli danza attorno con un ghigno malefico e omicida al punto da esser irriconoscibile persino ai suoi occhi (cosa vi ricorda?). Dunque processi opposti ma epiloghi simili, che si sintetizzano assai bene nell'epilogo comune alle due opere. La condanna di Poldonski sarà quella di vedere il nuovo come sarà al momento della sua fine, con la conseguenza di veder sparire dalla realtà visiva tutto quello che costituisce la bellezza e la giovinezza della vita (l'incubo, guarda caso, degli estetisti decantati da Wilde), una situazione che arriverà assai presto a non sostenere pur evitando la fuga nel dolce mare della follia.

Forse le forme (leggisi le anime) sono soltanto un miraggio, mentre voi (i gioielli, leggisi il denaro), con la vostra realtà, sfidate i secoli e il mondo diventa cenere solo per mettervi meglio in risalto, voi unici oggetti preziosi in questo scrigno di rovine.“ Quale più tremenda constatazione per commentare la deriva materialista che domina la società moderna e che, da sempre, ha condotto le sorti della razza umana? Un motivo molto forte per evidenziare come il potere e la ricchezza siano i valori che sopravvivono nei secoli, menando il mondo verso la sua stessa rovina, forse le uniche certezze di un'esistenza che sembra priva di sbocchi e destinata allo sbaraglio finale.
Il dono della terza vista, chiamiamola così, conduce al paradosso kafkiano il nostro Poldonski che diventerà, in buona sostanza, cieco al progredire della “malattia“ (la realtà attorno a lui gli apparirà come sarà alla fine dei tempi, cenere e dunque invisibile ai suoi “nuovi occhi“ che lo rendono incapace di muoversi nel mondo) riuscendo a vedere maggiormente nel più profondo dei misteri dell'umanità. Unico cosciente in un mondo di ignoranza o di soggetti che fuggono dalla vera realtà delle cose illudendosi di essere immortali per godersi le flebili droghe della quotidianità, emozioni effimere che altro non sono che lo spettro che cela un futuro di perdizione e di solitudine. Spitz, a livello metaforico, richiama, non so quanto volontariamente, massime esoteriche sulla natura del c.d. terzo occhio dando così una sottotraccia al narrato che eleva il romanzo a capolavoro del genere. Un'opera dunque che sa intrattenere diverse categorie di lettori, ma anche stupire, deliziare con il suo essere visionaria ma soprattutto riflettere. Un romanzo che trasmette ai lettori la complessa personalità del suo autore, uno scrittore che merita di esser riscoperto e apprezzato. un vero e proprio maestro del fantastico, troppo ignorato e non inserito neppure nel volume francese Grandi Maestri della Letteratura Fantastica dell'Edipem, Recupereremo presto altre opere di Jacques Spitz, tradotto in diverse copie Urania anche di recentissima pubbliczione, è una promessa.

L'autore JACQUES SPITZ

"Sono le donne che tessono l'arazzo del mondo. Le donne riuniscono il gregge umano, l'avviliscono, fanno in modo che resti nella mediocrità, inculcandogli le loro sordide preoccupazioni di letto o di stalla."

martedì 17 ottobre 2017

Recensione Narrativa: IL MISTERO DELLA SCELTA di Robert W. Chambers.




Autore: Robert W. Chambers.
Anno: 1897.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2011.
Pagine: 290.
Prezzo: 24,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Due anni dopo il celeberrimo The King in Yellow (1895), famoso per aver dato lo spunto a Lovecraft per l'ideazione del Necronomicon, il newyorkese Robert William Chambers da alle stampe la sua terza antologia di racconti fantastici, probabilmente la meno riuscita. Pubblicata a New York, The Mistery of Choice è stata distribuita per la prima volta in Italia solo nel 2011 per merito della piccola Edizioni Hypnos di Andrea Vaccaro.
Si tratta di una raccolta di sette racconti di genere, per lo più, fantastico, con contaminazioni poliziesche a sfondo naturalistico, impreziosita da una serie di componimenti poetici.
Più ancora che ne Il Re in Giallo, emerge la forte componente romantica di Chambers, il quale da ampio spazio a una visione, se vogliamo, moralista, tutta incentrata sul ruolo della famiglia vista quale baluardo eretto contro ogni avversità, ivi comprese quelle di stampo paranormale. Giuseppe Lippi ha parlato per ciò di "Amore matrimoniale quale fermo contraltare delle potenze oscure, secondo la morale vittoriana che vede nella moglie e nel marito i nemici giurati dell'instabilità sociale, i guardiani della salute pubblica, i persecutori del vizio."
Lo scrittore americano diverge poi da molti suoi colleghi di settore per un ottimismo di fondo che trapela da ogni narrazione, anche quando i fatti sembrano volgere al peggio. Il male non vince, viene piegato, ridimensionato, così come gli assassini vengono scoperti e assicurati alla giustizia. Alla fine arriva sempre la pace e la conquista dell'amore.
Lo stile è molto melodioso, anche troppo, al punto da risultare penalizzante per il ritmo. Chambers dimostra di avere gran passione per le descrizioni naturalistiche, pittura a parole dei veri e propri quadri in cui insetti, vegetazione, mare e vento diventano elementi aggiuntivi a corredo delle sorti dei vari protagonisti. In un racconto, Pompe Funebre, sono proprio gli animaletti e le vicende giornaliere del bosco ad assurgere al rango di protagonisti. Chambers si rivela bravissimo a trasformare in narrativa quella che pare essere una fotografia dinamicizzata che immortala i processi di vita e di morte di insetti e farfalle. Una quadro in cui la morte dona la vita (ancora il punto di vista ottimista e positivo).
Un altro difetto, a mio avviso, è l'esagerato indugiare sulle situazioni amorose, spesso mielose, portate troppo per le lunghe fino a risultare non un qualcosa di caratterizzante bensì di principale e stucchevole, col fantastico che finisce per essere mero pretesto di narrazione ridotto a un qualcosa che sta al margine della vicenda. Ne è un esempio calzante Un Argomento d'Interesse, in cui la caccia a una fantomatica creatura preistorica (il fantasioso Termosauro) si riduce alle ultime sei pagine di un racconto di circa 60. Un racconto, quest'ultimo, che ha il merito di anticipare Il Mondo Perduto di Doyle, ma che è assai meno omogeneo (a livello di ritmo) e non privo di vuoti narrativi dovuti alla presenza di creature di valenza criptozoologica che si materializzano e scompaiono nel nulla. Poco comprensibile anche la verve ironica rappresentata da un collaboratore affetto da una bizzarra forma di compulsivismo: incolla per divertimento annunci pubblicitari perché è convinto di rendere più estetico e colorato l'ambiente (!?). Umorismo poco calibrato e nun funzionale al narrato. Peccato perché in questa storia Chambers tratteggia una lotta tra i vari mostri di sicuro impatto, purtroppo però non supportata dal resto, a delineare un racconto delle lunghe attese. 

Assai più incisivi, ma tutt'altro che memorabili (per la portata innovatrice), L'Imperatore Viola e Il Messaggero. Si tratta di due racconti che, uniti a Pompe Funebre, costituiscono una trilogia di storie che costituiscono un mini ciclo ambientato in Bretagna, alle porte della città di Quimper, con medesimi personaggi. Nel primo racconto si assiste a una faida tra due collezionisti di farfalle (vero e proprio leit motiv di tutta l'antologia, in quasi tutti i racconti Chambers propone una diversa farfalla a vario titolo citata) che si sfidano a chi ha la collezione più bella fino a giungere a uccidersi per il primato. Bello l'epilogo con doppio colpo di scena e Chambers che risolve il tutto grazie a una trovata alla Edgar Allan Poe (per l'epoca bell'idea).
Il Messaggero è l'unico vero racconto del terrore del lotto. Chambers riduce la componente romantica, comunque presente, e intesse una storia di maledizioni e di vendette che vengon da lontano e che hanno in un prete nero ritornante (sotto forma ectoplasmatica) il catalizzatore finale. Bella l'atmosfera e la grandguignolesca soluzione che pone termine al tutto.

Ne L'Ombra Bianca un giovane caduto in coma vive in sogno una vita parallela, incentrata ovviamente sull'amore per una cugina, venendo poi rapito sul più bello dai dottori che lo riportano in vita, cancellando il menzognero vissuto. Nella fattispecie Chambers gioca sul modo di dire secondo il quale, nell'ultimo secondo di vita, un uomo rivive tutta la propria vita passata  per modificarlo spostando dal passato al futuro le ultime elucubrazioni mentali. "In quell'anima il magico secondo brilla e indugia, dilatandosi fino a trasformarsi in minuti, ore, giorni; si, giorni e giorni, finché, se la magia resiste, anni tranquilli si accumulano l'uno dopo l'altro; eppure si tratta solo di un secondo: di quel momento magico che venne a me e fu preso dal vortice della mia vita mentre cadevo, precipitando giù, tra cielo e terra."
Bello per il contesto ambientale, uno specchio di mare tempestoso e nebbioso, il breve Passeur dove un vecchio, convinto di sentire la voce dell'amata donna perduta, viene traghettato sull'altra sponda da un uomo che in realtà è emblema della morte. Chambers trasforma così il trapasso donando a esso un significato ottimista, rappresentato dal richiamo dell'amore perduto pronto a ripresentarsi per riprendere quanto è stato interrotto in vita.
Parte bene L'Isola del Dolore con un uomo che sfugge da un'esecuzione e si nasconde, stile Robinson Crusoe, in un'isola incontaminata dove scopre una donzella che lo renderà padre. Forzata la conclusione.
Da notare il tema dell'ombra bianca che ritorna in più racconti, ivi comrpeso in quest'ultimo (ma anche ne L'Ombra Bianca e Pompe Funebre), a simboleggiare una vita in sospeso destinata a imminente morte.

Mi congedo da questa antologia di Chambers, un po' deludente in verità, per sottolineare il grandissimo romanticismo messo al servizio di storie dotate di un forte gusto per il macabro, ma che si rivelano molto moraliste, con descrizioni caratterizzate da un tocco poetico che sfiora il pittorico, e prive di risvolti filosofici e/o esoterici (chiavi di lettura ridotte). Un Chambers in formato Dario Argento, mi verrebbe da dire, per il suo portare in scena falene, farfalle e scarabei e farli diventare i protagonisti che svelano delitti o li anticipano o che, ancora, giungono a dare inizio a processi di putrefazione o a introdurre entità malefiche (si veda la farfalla Sfinge Testa di Moro ne Il Messaggero). The Mystery of Choice mostra però anche un Chambers che "mena fin troppo il can per l'aia", diluendo oltre il lecito storie che potevano esser trattate con maggiore senso del ritmo e dell'azione. 
Antologia non consigliata ai lettori medi (c'è molto di meglio), indicata solo, a mio avviso, ai fanatici di fantastico e ai collezionisti quale completamento di un autore che deve la sua fortuna (in Italia) al solo Il Re in Giallo (antologia di ben altro spessore rispetto a questa). Si può tralasciare.

Robert W. Chambers.

"La morte dovrebbe esser benvenuta per coloro che amano Dio."