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venerdì 9 febbraio 2018

Recensione Narrativa: STRANE VISIONI, AA.VV. a cura di Andrea Vaccaro e Ivo Torello.



Autore: Autori vari.
Curatori: Andrea Vaccaro & Ivo Torello.
Anno: 2016.
Genere: Horror.
Editore: Edizioni Hypnos.
Pagine: 462.
Prezzo: 18,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.

PROSSIMAMENTE

"Da secoli si era capito che solo i ragazzi sono davvero in grado di oltrepassare il noto e introdursi nell'ignoto. Ma la stessa capacità di dar vita all'irreale estranea, senza possibilità di ritorno, dalla vita sociale.  Per questo separarsi dai propri Pallidi era l'unica strada possibile. C'è un tempo per seguire i sentieri dell'incanto; e un tempo per tornare a vivere del quotidiano, senza il quale l'immaginazione è solo un dono vuoto. Ora dovevamo scegliere" (Giovanni De Feo - I Pallidi).

sabato 27 gennaio 2018

Recensione Narrativa: IL CLUB DUMAS di Arturo Perez-Reverte.



Autore: Arturo Perez Reverte.
Anno: 1993.
Genere: Thriller Esoterico.
Editore: Nuove Edizioni Tascabili.
Pagine: 384.
Prezzo: 7,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
A distanza di una dozzina di anni dalla mia prima lettura ho deciso di rileggere questo romanzo da cui Roman Polanski si è ispirato per il film La Nona Porta con Johnny Depp protagonista. Ribadisco subito che il film dimezza il contenuto del romanzo, elimina la traccia legata al filone Dumas, modifica i personaggi concentrando le qualità di diversi di loro in figure singole (il Borja del romanzo confluisce in Balkan, per esempio) e adatta la storia concentrando il tutto sul filone Nove Porte (ecco che la vedova Telfer passa da essere un'adepta di un club di appassionati di letteratura a vera e propria adepta di una setta satanica), con spiccate differenze e un epilogo molto più esplicito rispetto a quello del romanzo. Vien da ridere se si pensa che molti recensori del film avevano definito ambiguo il finale di Polanski, figurarsi cosa avrebbero detto se avessero letto il romanzo dell'autore di Cartagena.

"Questa storia ha due autori" è la conclusione a cui giunge Lucas Corso, il mercenario della bibliofilia, cacciatore di libri su commissione, che conduce la duplice indagine che gli viene affidata da due distinti clienti vertente su due distinti volumi. Il tema dell'ambiguità dunque, dello sdoppiamento dei ruoli e delle tematiche, che viene poi a unirsi in un unicum ovvero a dare tale illusione a chi cerca una chiave di volta, forse per semplificare un mistero altrimenti ancor più complesso, che possa legare situazioni assai distinte ma che sembrano convergere. Un canovaccio che, a suo modo, ha svariati punti di contatto con Il Pendolo di Focault (1988) di Umberto Eco, pur essendo di maggiore presa commerciale. Anche qua scopriamo la presenza di una casa editrice segreta, Il Club Dumas, a cui è legata una sorta di setta a numero chiuso composta da personaggi influenti, dedita alla riscoperta del feuilleton e, più in particolare, all'opera di Alexandre Dumas, e alla pubblicazione di una serie di nuovi autori da individuarsi nel modern feuilleton, se mi concedete l'espressione. Inoltre viene mutuato da Eco l'errore di fondo del protagonista che ricostruisce in modo difforme quanto gli capita attorno, vedendo una congiura occulta a suo sfavore che, in realtà, non esiste, o, meglio ancora, è solo parziale.

Perez-Reverte, che abbiamo già recensito su questo blog parlando de Il Giocatore Occulto, confeziona un'opera colta, citazionista, intrisa di pagine che sfiorano il contenuto proprio di una vera recensione dell'opera di Dumas e, in misura più marcata, del suo I Tre Moschettieri. In alcune pagine affiora nel ricordo l'opera Laggiù, nell'Abisso (pubblicato in Italia nel 1988, come Il Pendolo di Focault, ma risalente al 1891) di Huysmans, per il suo procedere a rimbalzo tra azione e studio di opere e vite passate. Addirittura porta i vari protagonisti del romanzo, che lo ripetiamo si sviluppa su due tracce indipendenti (anche se Corso finirà per vederle coincidenti), a incarnare i panni propri dei protagonisti del celebre romanzo di Dumas, con continui rimandi a esso vuoi per conformazioni fisiche, tatuaggi, cicatrici o lessico utilizzato. Ne esce un volume appassionato e appassionante, con momenti che mi verrebbe da definire tarantiniani per la passione dell'autore che traspira pagina dopo pagina. Così ci viene offerto il profilo tipico di un collezionista maniaco che tratta i propri volumi come figli, perché è convinto che abbiano una vita propria; allo stesso tempo viene offerto il profilo del collezionista maniaco che si dice convinto che i libri esoterici abbiano una funzione ulteriore dalla semplice conoscenza e che siano finalizzati, mediante certe specifiche combinazioni, ad aprire una porta sul mondo dell'aldilà o a convocare Lucifero in persona (atteggiamenti che porteranno alla distruzione di un patrimonio culturale ed economico di enorme valore). Perez-Reverte ci spiega poi, attraverso la presenza di due simpatici gemelli (ancora il tema del doppio, fate attenzione), le tecniche utilizzate per contraffare un volume o alterarlo in modo compatibile al suo periodo storico o ancora a crearlo uno nuovo di sana pianta. Infine offre una panoramica sugli errori riscontrabili nella lettura di bibliografie (nella fattispecie bibliografia di Mateu) compilate da soggetti che parlano di volumi numericamente limitati senza averli mai visti e rifacendosi a quanto scritto da altri, con la conseguenza di generare una spirale di errori a catena che si tramandano da studioso a studioso.

Nunc Scio Tenebris Lux
Tavola VIIII, con refuso anzichè IX,
Ora so che dalle tenebre viene la luce.
"Rotto l'ultimo sigillo , la città segreta in fiamme, dopo che è
stato pronunciato il nome terribile o il numero della bestia,
arriva il momento della Cortigiana di Babilonia , che cavalca
in trionfo sul drago a sette teste."

"Un lettore è quello che ha letto prima, più il cinema e la televisione che ha visto. Alle informazioni che gli fornisce l'autore, aggiungerà sempre le sue." Questa la massima che uno dei due personaggi oscuri dell'opera, Boris Balkan (il fondatore de Il Club Dumas), spiega a Lucas Corso, mercenario colto e senza scrupoli, che vive di libri, tra un'asta e l'altra, più che per amore degli stessi per mera sete del denaro e per le indiscusse capacità manipolatorie e di studio che gli permettono di recuperare ogni volume ricercato dai facoltosi clienti.
Viene così a delinearsi un gioco (occulto) che segue due binari distinti. Da una parte quello terreno, se vogliamo sano anche se prende una piega thrilling, incentrato su un capitolo originale de I Tre Moschettieri (il Il Vino d'Angiò) che metterebbe in dubbio la paternità dell'intera opera, trasformando Dumas in un esecutore e sviluppatore di idee altrui (una verità che si vuol celare per amore dello scrittore e che invece qualcuno, per vendetta verso il circolo, cercherà di fare emergere); dall'altro quello malato, pericoloso, che innesca un duplice omicidio e che ruota attorno a un libro occulto, Il Libro delle Nove Porte del Regno delle Ombre, ovvero un manuale per invocare il diavolo. L'amore per i libri e le storie contrapposto all'uso dei libri per conseguire vantaggi materiali dall'altra. Da una parte la conservazione gelosa, dall'altra l'egoistica distruzione per impedire la fruizione agli altri. Il fine ultimo della letteratura da una parte (il progresso e lo sviluppo dell'uomo sotto il profilo spirituale), la deviazione malata dall'altra (il progresso e lo sviluppo del singolo a svantaggio degli altri). In tutto questo, si badi bene, Perez-Reverte fa intervenire il diavolo in persona che è però tutto, meno quello che uno si immaginerebbe (attenzione alla scena del battesimo che si consuma, metaforicamente, in una stanza d'albergo), in particolare non è onnipotente e non brama potere o distruzione, ma semplicemente riconquistare il cielo per vincere la solitudine.

"Le nove incisioni sono un rebus;
la loro combinazione con il testo fornisce potere.
E' la formula per ricostruire il nome magico che fa comparire Satana.

E' su questa seconda traccia che risiede molto del fascino dell'opera, con l'autore che si diverte a complicare la storia facendo incrociare le due indagini che alla fine sembrano coincidere e portare in un'unica direzione, con molti personaggi ambigui, tra cui un'attraente ragazza (una vera e propria guardia del corpo di Corso) che dice di chiamarsi Irene Adler e di vivere a Londra in Baker Street. Nomi questi ultimi che insistono nel voler delineare una situazione di compenetrazione tra realtà e immaginazione letteraria, essendo Irene Adler un personaggio della saga Sherlock Holmes di Conan Doyle (libro che la giovane legge al secondo incontro con Corso), con i personaggi irreali che confluiscono nella realtà o con i reali, come alla fine inizia a sospettare Lucas Corso, che sono diventati parte integrante di un romanzo reale scritto da un autore occulto o forse da due, proprio come avvenuto per la stesura del Nove Porte, l'altro volume oggetto di indagine. L'autore di quest'ultimo testo, il veneziano Aristide Torchia, lo ha realizzato nel (simbolico) 1666 dopo esser rientrato da Praga, "con privilegio e licenza dei superiori" corredandolo con nove incisioni riprese dal fantomatico Delomelanicon (il più classico dei libri neri, scritto, secondo le leggende, dal pugno stesso di Satana). Giustiziato sul rogo a Roma per stregoneria, riesce a salvare tre copie giunte fino ai giorni nostri. I fatti che vedono per protagonista Corso ("l'uomo che corre" come lui stesso si definisce) sono ambientati in Spagna (a Toledo), anche se si snodano in Portogallo quindi a Parigi, nel 1993 (sarebbe probabilmente stato più simbolico, come poi farà Roman Polanski, ambientarla nel 1999). Un noto collezionista di volumi che hanno per protagonista lo stesso personaggio (il diavolo), tale Varo Borja, riesce a recuperare una delle tre copie del Nove Porte e ingaggia Corso per verificare l'autenticità del volume. Emergerà, nel corso dell'indagine (una chicca per gli amanti di narrativa esoterico/fantastica), che i tre volumi sono autentici ma che le illustrazioni presentano delle diversità (nessuno se ne era accorto prima!?). Ogni volume, infatti, ha tre illustrazioni diverse rispetto agli altri due, con esse cambia anche la firma dell'autore, L.F (Lucifero) in luogo di A.T. (Aristide Torchia). Il mistero viene così sciolto rendendo comprensibile la dichiarazione sul rogo di Torchia, che aveva dichiarato esistente un unico esemplare, ma scatenando anche gli omicidi degli altri due collezionisti in possesso del volume e la distruzione degli stessi. Chi è stato a uccidere i due possessori, in entrambi i casi dopo la visita di studio di Corso? Perché sono state distrutte le due copie oggetto di comparazione? Chi è il grande burattinaio che muove i fili del tutto? Corso, braccato dalla polizia che lo sospetta quale autore dei delitti, troverà una risposta a tutte queste domande nel delirante finale, dove l'integralismo e le malate convinzioni condurranno alla pazzia o a un qualcosa che non è poi molto lontano dal finale de Il Pendolo di Focault. Allo stesso modo dell'opera di Umberto Eco non manca il sarcasmo e l'ironia, pur mantenendo costanti i moniti che stanno alla base della letteratura esoterica, dal silentium iniziatico al percorso da intraprendere con lo studio e le chiavi di decriptazioni di allegorie o metafore ("nessuno che non abbia combattuto secondo le regole vi giunge"), fino alla necessità dell'azzardo con l'immagine del buffone di corte (il Joker) quale saggio ("l'unico uomo veramente libero e anche il più saggio") per giungere al classico l'allievo supera il maestro.

Una lettura affascinante, tra le migliori di fine secolo legate alla c.d. letteratura esoterica, che si diverte a giocare tra finzione e realtà e mostra all'ennesima potenza i drammi che possono scaturire da convinzioni fin troppo malate. "La vita è come un gioco e i libri sono come lo specchio della vita" conclude Balkan e noi, per fare il verso all'ultima frase del romanzo, diciamo che ciascuno ha il gioco che si merita.

Un brindisi con l'autore
ARTURO PEREZ REVERTE.

"Le piacciono i giochi di divinazione? I problemi con chiavi occulte? Il libro che ha tra le mani rientra in questa categoria. Al diavolo, come a ogni essere intelligente, piacciono i giochi, gli indovinelli. Le corse a ostacoli in cui i deboli e gli incapaci restano indietro e trionfano solo gli spiriti superiori, gli iniziati. Chi vede solo un serpente che si divora la coda, non merita di andare oltre."

mercoledì 24 gennaio 2018

Recensione Saggi: SOLI AL COMANDO di Bruno Vespa



Autore: Bruno Vespa.
Genere: Saggio Storico Politico.
Anno: ottobre 2017.
Editore: Mondadori.
Pagine: 494.
Prezzo: 20 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Lettura piacevole, diretta soprattutto alle masse (per la necessità di sintetizzare l'elevato numero di personaggi trattati), un po' derivativa (ma era inevitabile) con bibliografie e riferimenti a svariati autori. Un'opera divulgativa forse "viziata", nel senso lato del termine, da una tendenza destrorsa, mi verrebbe da dire, ha il merito di riproporre la storia dell'ultimo secolo dal primo dopoguerra ai giorni nostri, così da rinfrescare la memoria e da offrire eventuali spunti da approfondire con ulteriori e mirate letture. Certo, spicca l'evidente finalità commerciale che si rende manifesta negli ultimi tre capitoli, dedicati ai tre personaggi del momento Renzi, Berlusconi e Grillo, con interviste e programmi di governo in vista delle elezioni del 4 marzo 2018. Non è certo una colpa, dato che uno dei tanti fini per cui si scrive i libri è anche quello di fare cassa. A mio avviso, però, il cambio di stile sui tre personaggi finali non collima molto con le altre biografie, scritte col piglio del saggio piuttosto che dell'intervista. A ogni buon conto Soli al Comando è un'antologia storico-politica piacevole da leggere e funzionale a offrire una panoramica quasi completa dell'ultimo secolo. Se avessi scritto io il volume non avrei tagliato, come invece ha fatto Vespa, i leader arabi, ma probabilmente questo è dipeso da un limite di cartelle editoriali.

Veniamo ora al contenuto in dettaglio. Bruno Vespa, storico volto nonché penna del giornalismo italiano (chi non ha visto almeno una volta il suo Porta a Porta?), traccia i ritratti di ventotto leader politici (undici dei quali italiani) prendendo le mosse da Adolf Hitler fino all'attuale presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni. Ogni personaggio viene trattato con capitoli brevi, ognuno dei quali dotato di suo titolo, con il duo Mussolini e Berlusconi a raccogliere il maggior numero di pagine (trentuno/trenta pagine). Si parte con i grandi dittatori di Europa (Hitler, Mussolini, Franco e Stalin), si prosegue con gli artefici occidentali del successo nella seconda guerra mondiale (Roosvelt, Churchill e De Gaulle), quindi con i miti degli anni sessanta (Kennedy, Mao e Fidel Castro) e via via fino ai tempi nostri con i traghettatori degli anni ottanta (Reagan, Thatcher) e gli attuali Putin, Merkel, Trump, Xi Jinping e persino il coreano Kim Jong-Un. Non poteva mancare un ampio spazio dedicato ai politici italiani introdotto dalla figura di De Gasperi seguta dai vari Togliatti, Craxi, Berlinguer, Moro, Fanfani, Andreotti e gli attuali protagonisti Renzi, Grillo, Berlusconi e Gentiloni.

Ogni personaggio viene analizzato con una chiave di lettura a trecentosessanta gradi che va dalla vita privata (grande attenzione ai rapporti con l'altro sesso, moltissimi gli adulteri qualcuno affetto da bulimia sessuale), alla politica, contenstualizzando sempre il periodo storico, i maggiori provvedimenti politici che ne hanno caratterizzato i relativi mandati con aneddoti e giudizi critici talvolta personali circa gli errori o i colpi di genio di volta in volta messi in atto.
Ne esce fuori un tomo di circa 480 pagine che scorre molto bene e, pur essendo caratterizzato da una forte impronta politica, ha comunque un legame storico atto a tracciare la storia degli ultimi cento anni, usando come veicolo le vite e i vari mandati dei personaggi più rappresentativi del secolo. Vediamo infatti come ciascun personaggio sia salito al potere, quali sono state le ragioni che hanno spinto gli elettori verso di loro e, spesso e volentieri, le percentuali di voto a ogni elezione così da comprendere la lenta e graduale ascesa di ognuno di loro in una cronaca appassionata e coinvolgente. Viene così raccontata per sommi capi l'intera seconda guerra mondiale, la guerra civile spagnola, la rivoluzione comunista in Russia con le lotte intestine tra le diverse correnti contrapposte e la resistenza delle truppe di Stalin sotto la pressione dei nazisti. Quindi la tragedia di una Francia divisa in due (il Nord ai tedeschi e il sud sotto l'amministrazione filo-nazista presieduta da Petain) con l'isolato De Gaulle, dappirma in Inghilterra, e poi in Algeria a organizzare con la sua legione straniera la scaltaa al potere che lo avrebbe portato a trattare da vincitore con Inghilterra, Usa e Urss scagliandosi contro la "scorretta Italia" (entrata in guerra contro la Francia a mo' di avvoltoio sceso a compiere un facile pasto su una carcassa alla deriva). Si prosegue col dopoguerra caratterizzato dal braccio di ferro tra Usa e Urss con la loro guerra fredda, ma anche con la lenta e graduale ripresa economica italiana tra l'incubo comunista e le battaglie studentesche di fine anni sessanta caratterizzate dall'avvento di Castro e Che Guevara a Cuba e dal socialismo cinese incarnato dalla figura del carismatico (quanto controverso) Mao Tze-Tung. Il profilo dei singoli, dunque, quale pretesto per parlare soprattutto di storia.

Dalla lettura spicca un evidente tentativo di difesa di Mussolini, non vorrei dire riabilitazione per non suscitare il risentimento di qualcuno. Sembra infatti presente un tentativo di sollevarlo da alcune responsabilità che ne hanno determinato i tratti "demoniaci" per sviarle in capo ad altri. Si veda l'attentato ai danni di Matteotti (addebitato da Vespa a fascisti che hanno interpretato a loro modo delle esclamazioni a caldo del futuro duce) o la strage di Marzabotto (non ordinata da Mussolini che sembra non la prese bene quando ne fu informato) oppure la giustificazione di una sua alleanza con Hitler (personaggio non stimato da Mussolini che lo avrebbe definito spiritato e feroce), dettata dall'atteggiamento ostruzionistico dell'Inghilterra ai danni dell'Italia da cui anche le leggi razziali in precedenza neppure lontanamente ipotizzabili da Mussolini (Vespa sostiene che il duce avrebbe più volte cercato di dissuadere Hitler dai suoi folli piani di pulizia etnica). Oltre che Mussolini spicca anche una difesa di Berlusconi, il quale guarda caso ha caldeggiato l'acquisto del volume presenziando a una delle sue prime presentazioni, con una sorta di accusa ai danni della magistratura cui viene imputato un atteggiamento persecutorio (come mai successo a nessun altro con 309 rogatorie internazionali) ai danni del cavaliere (Vespa fa notare come la quasi totalità delle cause promosse ai danni dell'ex presidente del consiglio si siano risolte in assoluzioni). Dall'altro lato Vespa non perde occasione per evidenziare e sottolineare, a più riprese, le deportazioni e gli omicidi praticati dai comunisti (soprattutto nei capitoli dedicati a Stalin, Mao e Togliatti, ma anche in quello di Franco dove vengono ricordate le stragi dei rivoluzionari ai danni del clero così da controbilanciare le azioni degli uomini del generalissimo), allo stesso modo viene tratteggiato un Mao "scoreggione" affetto da sifilide che si diletta nell'infettare giovani ben felici di avere con lui un rapporto sessuale così da potersi lodare di aver contratto la malattia nientemeno che da Mao. Ne deriva una lettura che potrebbe irritare un lettore votato a sinistra, non che Vespa si inventi cose ma sorge l'impressione che abbia un certo piacere nell'andare a marcare con evidenziatore fucsia certe prassi (si veda le lotte intestine dei partiti comunisti con eliminazione di avversari interni allo stesso partito con relativo seguito, cosa comune anche ai nazisti) e certi delitti che, talvolta, si tende a celare o a ridurre di importanza.

Resta comunque una lettura piacevole che richiede un medio impegno e può costituire spunto per approfondimenti, aspetto quest'ultimo che gli conferisce senz'altro un apprezzabile valore.

Un brindisi con
BRUNO VESPA.

"Ai miei figli perché sappiano sempre conoscere i propri limiti."

martedì 12 dicembre 2017

Recensioni Narrativa I VIAGGI DI GULLIVER di Jonathan Swift.




Autore: Jonathan Swift.
Genere: Fantastico.
Anno: 1726.
Edizione: Varie.
Pagine: 286.
Prezzo: 7,90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
La recensione odierna ci permette di parlare di un'opera cardinale nell'ambito del fantastico e della letteratura inglese. E' il 1726 quando, in forma anonima, esce in Inghilterra I Viaggi di Gulliver. Apparentmente è uno dei tanti libri di viaggi che inondano le librerie dell'epoca, in realtà è un qualcosa di molto diverso, un volume che farà storia pur prospettando storie incredibili che vanno oltre la realtà. Swift confeziona un'antologia di fanta-sociologia costruita da diverse prospettive di veduta. Uno Swift satirico, divertito e divertente che regala sprazzi di umorismo e di momenti che oggi qualcuno definirebbe trash (seppure tremendamente inteliggente) per dar sfogo a una feroce critica alla natura della razza umana. Un'opera che delinea i contorni di un vero e proprio grande maestro, altro che autore di un romanzo per ragazzi, questa è un'opera che si dovrebbe rileggere ogni tanto per fare un paio di riflessioni che vadano oltre al mero materialismo che conduce le sorti del mondo. Dunque uno Swift all'apparenza leggero ma che infligge un affresco marcato a fuoco che lascia il segno e colpisce duro nel profondo.
Il protagonista, appunto Gulliver, è un chirurgo globe trotter a caccia di avventure in giro per gli oceani, tanto coraggioso quanto personificazione delle idee dell'autore. Un individuo che racconta, in una sorta di libro dei viaggi, le proprie avventure verificatesi in un arco temporale di sedici anni. Va in giro perseguitato da una (s)fortuna che gli permette inconsapevolmente, tra un nubifragio e un altro, di oltrepassare le barriere del mondo conosciuto per penetrare in una sorta di realtà parallela che Gulliver spaccia per reale, pretendendo di dire la verità a differenza dei colleghi autori di libri di viaggio (esilarante anche in questo).
Nella prima avventura il protagonista, naufragato in pieno oceano, ripiega a nuoto su un'isola sconosciuta. Stanco per la fatica, si addormenta sulla spiaggia e al risveglio si trova, legato come un salame, proiettato in quello che sembra esser un altro mondo. “I nostri filosofi sono inclini a pensare che tu sia piovuto dalla luna o da una stella“ diranno più tardi di lui gli abitanti di Lilliput: un microcosmo uguale in tutto e per tutto alla società umana se non fosse che tutto è ridotto in scala. Uomini alti non più di quindici centimetri, alberi alti due metri, animali terrestri ma ridotti in scala e poi bastioni, palazzi e una struttura sociale e politica assimilabile a quella umana.
Alla stregua di un elefante in un salotto, Gulliver si trova a troneggiare in mezzo ai lillipuziani da cui riceve istruzione e contratti sociali da firmare. Ne conquista la fiducia prima, poi esegue quanto da loro ordinatogli, contribuisce alla disfatta della città rivale (Blefuscu), ciò nonostante la sua presenza diviene presto ingombrante per tutti. Consuma una quantità di cibo esorbitante per i lillipuziani, è un pericolo potenziale di distruzione di massa, inoltre una sua eventuale morte comporterebbe il rischio di una peste dovuta ai processi putrefattivi di una carcassa dalla mole mastodontica.
Swift tocca punti di ironia assai divertenti per evidenziare quanto i sovrani siano fin troppo inclini a fare i c.d. “soli al comando“, al punto da cancellare il ricordo degli aiuti ricevuti persino da esseri, se vogliamo, superiori, come l'uomo montagna che sembra un qualcosa di assimilabile ai grandi antichi delle leggende legate alla realizzazione di monumenti quali le piramidi di Giza o Stonehenge. “Tanto insignificanti sono reputati i servigi resi ai regnanti, quando vengano contrapposti al rifiuto di compiacere alle loro passioni!“ A nulla serve che l'uomo montagna rispetti gli impegni, a poco a poco, la volontà di controllarne la vita porta i lillipuziani persino a valutare l'opportunità di abbatterlo. Pensate un po', mi è venuto da pensare, al potenziale rapporto tra uomo e Dio col primo presto tentato a togliere di mezzo il secondo, così da poter disporre poi a proprio piacimento. 
Racconto importante anche sotto il mero profilo fantastico, che sta alla base di futuri celebri racconti firmati Ballard, Matheson, ma anche e soprattutto Campo di Battaglia di Stephen King. Swift descrive infatti gli attacchi di questi uomini in miniatura al grande gigante, con frecce, archi e coltelli vari. Scene che potrebbero sembrare assimilabili all'offensiva di uno sciame di tafani (per strizzare l'occhiolino a Socrate, elogiato nel testo da Swift) a un uomo.
Al di là della natura fantastica, l'opera è soprattutto un mezzo per ridicolizzare politici e fare parodia sulle abitudini di onnipotenza dei sovrani. Swift si diverte nell'evidenziare come il motivo di scontro tra Lilliput e Blefuscu si regga su una banalità come la modalità da adottare e da seguire per poter bere da un uovo. Un ordine tale da determinare addirittura uno scisma religioso (nel testo si fa riferimento a un libro sacro che viene definito come il Corano, sembrerebbe leggersi tra le righe già a quei tempi una critica all'estremismo musulmano). Esilarante quando fa spegnere un incendio scoppiato nel palazzo della regina facendo urinare Gulliver dall'alto della sua possenza (viene in mente la canzone di Dalla Se io Fossi un Angelo), una soluzione, pur se efficace, reputata altamente offensiva al punto da valergli la condanna a morte. Anzi no, alla cecità perché in fondo il sovrano è un magnanimo tanto da pretendere un gesto di riconoscimento del gigante così da indurlo a sottoporsi spontaneamente alla disposizione permanente del proprio organo della vista.  La fuga da questo mondo sarà la salvezza di Gulliver passato da oggetto alieno a eroe nazionale e infine a ingombrante minaccia da togliere di mezzo. Una fine propria, del resto, a tutti gli eroi.

Da un punto di vista narrativo, l'avventura di Lilliput è quella più coinvolgente, tuttavia la verve satirica dello scrittore irlandese emerge in modo prepotente con i successivi tre racconti. Swift non tarderà, del resto, nel farsi conoscere quale "penna temibile e caustica". Nella successiva avventura a Brobdingnag, Gulliver si trova in una situazione diametralmente opposta a quella di Lilliput. Questa volta è lui l'essere di pochi centimetri, mentre tutto il resto è gigante. Sembra di rivivere l'avventura che caratterizzerà il protagonista di 3 Millimetri al Giorno di Richard Matheson. Il passaggio tra le due avventure delinea quindi I Viaggi di Gulliver quale antologia delle diverse prospettive, un modo per indurre il lettore a pensare e a calarsi nelle diverse situazioni al fine di cercare di comprendere ciò che è veramente giusto. Gulliver diviene una sorta di animale domestico che deve divertire gli uomini e che deve ballare allo sfinimento per loro, un po' come l'uomo fa con certi animali (si pensi ai cavalli). "Il padrone, che cominciava a rendersi conto di quali guadagni gli avrei procurato, decise di portarmi a fare il giro delle città più importanti del regno... ero stato sottoposto a una vita così massacrante che la mia salute era seriamente minata per lo strapazzo di dover divertire la marmaglia a ogni ora." Dunque il tema dello sfruttamento, ma anche una diversa altezza in cui vivere e che trasforma animali come topi e gatti quali mostri con cui combattere per aver salva la vita.
Swift pensa a tutto, rende i suoni di Brobdingnag paragonabili a boati (contrapposti alla silente voce dei micro-abitanti di Lilliput) e presenta i volti dei giganti alla stregua di visioni effettuate dalla lente di un microscopio con le imperfezioni della pelle e la presenza di parassiti che rendono abominevole, agli occhi di Gulliver, la vista di questi esseri. "Lo spettacolo più ripugnante era costituito dai pidocchi che brulicavano sulle loro vesti, tanto più che vedevo questi insetti distintamente mentre grufolavano con i grugni porcini, molto meglio di quanto si possa studiare al microscopio i pidocchi europei.
Al di là della componente fantastica comuqnue curata, ciò che veramente interessa all'autore è trovare il pretesto per parlare della sociologia a lui contemporanea e metterla a confronto con quella dei mondi fantastici. Già dal secondo racconto inizia a prendere piede in modo spiccato il trattato socio-psicologico che diventerà sempre più prevalente nelle due successive storie. Ogni occasione è buona per sparar contro ai vizi della natura umana e all'atteggiamento egoistico proprio dei politici ("un primo ministro sa usare la lingua per tutto meno che per esprimere quello che pensa; non dice mai la verità o se la dice la fa passare per una menzogna"), dei nobili (presentati come uomini deboli, malaticci frutto di rapporti incestuosi), avvocati ("corporazione che si è creata un proprio gergo incomprensibile ai comuni mortali, nel quale redige le proprie leggi che cerca in tutti i modi di moltiplicare, fino al punto che il vero è indistinguibile dal falso, il giusto dall'ingiusto"), medici e soldati ("mestiere più nobile è quello di un soldato, il quale viene pagato per uccidere a sangue freddo quanti più simili gli è possibile senza che questi gli abbiano fatto nulla"). Swift spara a zero, senza mezze misure e senza speranze in un pessimismo che vede poco di buono. I governatori di Brobdingnag evidenzieranno al protagonista quanto il suo mondo ormai si sia deteriorato nella corruzione. Da questo punto di vista Swift arriverà ad anteporre, con l'ultimo dei quattro racconti, i cavalli all'uomo (mostrato alla stregua di una bestia scimmiesca, dispettosa, sporca e vorace proprio come a noi appaiono i maiali), in quanto creature pure che non conoscono la menzogna e non si lodano delle proprie virtù non avendo secondi fini o malizie funzionali a strappare vantaggi. Sempre in quest'ultimo racconto Swift continua a giocare sulle prospettive. Ribalta il rapporto uomini-cavalli e rende i secondi le creature dominanti. La componente narrativa si assottiglia a favore dello studio sociologico del mondo degli Houyhnhnms, cioè i cavalli parlanti che hanno assoggettato l'uomo (gli yahoo) a un essere schiavo e inferiore. Swift sfrutta la questione per condannare, più che la società della sua epoca come mi è capitato di leggere in svariati commenti, la razza umana in toto e al di là dei periodi storici. In altre parole lo scrittore irlandese sposa le teorie del quasi contemporaneo Thomas Hobbes e del suo concetto homo homini lupus. L'uomo, caratterizzato quale una bestia che si difende cacando addosso ai nemici (alla stregua di una puzzola), è un essere abietto, che attacca i propri simili per avere la supremazia in un gruppo. Un qualcuno che non è assoggettato ai principi basilari dell'onore, della giustizia, della temperanza, della verità, dell'amicizia e della benevolenza, ma una creatura capace di sfruttare quel poco di ragione solo per moltiplicare i vizi e conseguire vantaggi propri e non collettivi. Gli yahoo rappresentano dunque la forma embrionale della natura umana che non può che portare, in una società maggiormente sviluppata, alla guerra e alla distribuzione squilibrata delle risorse in favore del più forte. Aspetti questi ultimi che sono estranei ai cavalli e che sono sempre di moda pure tre secoli dopo la scrittura del romanzo (altro che critica alla societa inglese del settecento). Il gioco delle diverse prospettive induce Gulliver a una sorta di auto-analisi che lo porta a discostarsi dalla razza umana, a reputarla un atroce scherzo di natura, quasi un essere del creato macchiato da un peccato tale da farne una creatura malevola. "Quando una creatura che pretende di essere razionale è capace di azioni abominevoli, c'è da temere che la corruzione della ragione sia peggiore della brutalità in se stessa" questo scrive Swift e, probabilmente, ne ha ben donde. 

Nella terza avventura prosegue lo studio sociologico un po' come Bulwer Lytton nell'ottecento farà per il suo famoso La Razza che Verrà. La narrazione viene fagocitata dalla descrizione di usi e costumi propri di un'isola volante, tale Laputa, che viene manovrata grazie a un magnete da collocare in modo diverso alla stregua di una cloche di volo. Una trovata questa che, alla lettura odierna, fa subito saltare in mente un'astronave (si pensi al film Dark City di Alex Proyas) e che evidenzia quanto la fantasia dell'autore fosse sviluppata. Gulliver si imbatte con scienziati estraniati dal mondo e interessati ai loro bizzarri e sconclusionati studi (come generare dagli escementi il cibo originario), tanto da non accorgersi di esser traditi dalle mogli ma anche da dover esser accompagnati da dei servi pronti a richiamarli all'attenzione nei dialoghi della vita comune. Swift critica in questa fase della raccolta la scienza, la magia e si interroga sul senso ultimo della morte vedendo il concetto cristiano della immortalità come una condanna più che un premio (viene presentata una categoria di highlander). Arriva persino a offrire una diversa lettura della storia, grazie all'evocazione delle anime dei grandi personaggi dell'antichità, e come questa possa venire distorta da chi viene incaricato di riscriverla da governi o da particolari orientamenti politici. La manipolazione delle informazioni, delle leggi e delle parole si conferma un tema centrale dell'opera e proprio dell'ipocrisia umana.


Il congedo di GULLIVER dal paese dominato dai cavalli parlanti.  

L'opera si chiude in una critica sui libri di viaggio, all'epoca genere in voga in Inghilterra. Swift scrive che il fine ultimo di un libro di viaggio è raccontare la verità ("sii sempre fedele alla verità") e non meravigliare il lettore romanzando le avventure, così da dar sfogo alle proprie vanità di scrittore o ai propri gusti personali o, ancor peggio, "piacere al pubblico più rozzo". Una visione questa che, ne siamo certi, non sarebbe certo stata condivisa dal nostro Emilio Salgari Una logica infatti non molto lontata dall'attuale narrativa mainstreaming dei tempi odierni orientata alla vendita più che all'impulso artistico o a quello educativo. L'intento principale di uno scrittore di viaggi, dice Swift, è "istruire il lettore e non divertirlo, in quanto il vero scopo di un viaggiore dovrebbe essere migliorare gli uomini, renderli più saggi e temprarne gli animi con esempi buoni e cattivi." Scopo dunque nobile che Swift, a nostro avviso, raggiunge in pieno pur spostando l'angolo di studio dalla mera descrizione dei fatti alla loro analisi allegorica. 


I Viaggi di Gulliver è dunque un'opera fondamentale, a mio avviso, fin troppo superficialmente "declassata" al rango di "narrativa per ragazzi". Costituisce difatti una tappa fondamentale per lo sviluppo della narrativa fantastica con la F maiuscola. Un'opera scritta in modo  scorrevole, specie se consideriamo che è stata scritta nel 1726. Poco importa se il ritmo è talvolta rallentato dalla minuziosa descrizione di usi e costumi, quello che resta è la satira e soprattutto l'introspezione umana operata da Swift, centrale rispetto alla narrazione vera e propria (fa forse eccezione l'avventura di Lilliput). Swift gioca sulle prospettive, sul voler far ragionare il lettore dai diversi punti di vista, ivi compresi quelli degli animali. Il tutto è legato all'obiettivo di mettere in campo una feroce (non certo scorretta o estremizzata) analisi della società e, da ultimo, della natura dell'uomo. L'autore raggiunge lo scopo in modo trasversale, e giammai propagandistico, a beneficio di quella verità che richiama a fine opera quando parla del fine ultimo di uno scrittore. "Non prendo partito per nessuno, ma scrivo sempre scevro da passioni, pregiudizi o malevolenza nei confronti di chicchessia, come di qualsiasi gruppo di persone. Scrivo per perseguire il più nobile degli scopi, che è quello di informare e istruire il prossimo, e credo senza offendere la modestia di eccellere." Viene dunque usato lo strumento della satira per intavolare quella che è, a tutti gli effetti, una sentenza di condanna ai danni della società umana così come si è sviluppata. "Le leggi sono spiegate, interpretate e applicate in maniera ineccepibile da quanti hanno interesse e abilità nel pervertirle, confonderle ed eluderle". La finzione e la strumentalizzazione ordunque quali strumenti di massima ipocrisia per dar vita a un mondo corrotto in mano a poteri forti in perenne contrasto tra loro al fine di trovare fragili equilibri sempre pronti a rompersi per rivolte funzionali, a loro volta, a ricreare ordini iniqui con la promessa della libertà e della giustizia. Su I Maestri della Letteratura fantastica si legge: "Considerare Swift un umorista o un satirico eccezionale sarebbe un limitarlo in modo eccessivo. Swift è uno scienziato e un iniziato, scrive in un linguaggio segreto, si esprime secondo la cabala fonetica, il suo è un messaggio che meriterebbe di esser accuratamente analizzato sotto la luce dell'ermetismo, perché così facendo ci si accorgerebbe che Swift era doppiamente geniale."

JONATHAN SWIFT


"C'erano delle persone istruite fin da giovani nell'arte di dimostrare, con la moltiplicazione delle parole inutili, che il bianco è nero o il nero è bianco a seconda del desiderio di chi paga: tutti gli altri sono al loro cospetto degli schiavi."

"Un trono non si regge se non nella corruzione, mentre il carattere sobrio, serio e aperto del virtuoso è una palla al piede per gli affari di stato."

giovedì 7 dicembre 2017

Recensione Cortometraggio LION di DAVIDE MELINI.



Produzione: Luca Vannella ("Avengers", "Thor", "Harry Potter", "Apocalypto", "In the Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick"), Alexis Continente ("Assassinio sull'Orient Express", "Transformers: The Last Knight", "Thor"), Vincenzo Mastrantonio ("Titanic", "Moulin Rouge", "La passione di Cristo", "Romeo + Giulietta"), Bobby Holland Hanton ("Il cavaliere oscuro - Il ritorno", "Game of Thrones: Il trono di spade", "Assassin's Creed", "007 - Quantum of Solace"), Ferdinando Merolla ("Troy", "Gangs of New York", "Hannibal Lecter - Le origini del male"), Roberto Paglialunga.
Anno: UK, Italia e Spagna, 017.
Regia e Sceneggiatura: Davide Melini.
Genere: Horror.
Colonna sonora: Francesco Tresca.
Fotografia: Juanma Postigo.
Montatore: Daniel Salinas.
Interpreti Principali: Pedro Sánchez, Michael Segal e Tania Mercader
Durata: 11 minuti circa.

Commento di Matteo Mancini
A distanza di sette anni da La Dolce Mano della Rosa Bianca (2010), sembra ieri, ho di nuovo l'onore e il piacere di presentare un corto dell'amico DAVIDE MELINI, con cui ci sentiamo dai tempi dei suoi debutti con The Puzzle (2008). Sette anni sono un periodo enorme, un periodo in cui i miglioramenti devono esser palpabili specie per chi, come Davide, viene da una serie di collaborazioni da assistente alla regia di importanti serial quali l'horror anglo-americano e irlandese Penny Dreadful (2016) con attori come Josh Hartnett (lo ricordiamo, tra gli altri, in Pearl Harbor e in svariati film di Robert Rodriguez) o Eva Green (nomination ai Golden Globe quale migliore attrice protagonista nei serial televisivi ottenuta proprio con questa serie) o quali il serial americano Into the Badlands (2016) infarcito di diverse star del serial televisivo a stelle strisce. Esperienze dunque importanti che hanno portato il regista romano, partito dall'Italia e poi costretto a ripiegare a Malaga per proseguire nel suo sogno, a respirare aria di grande cinema. Un palcoscenico che gli ha permesso di allestire una squadra, tra cugini e amici, che in produzione vanta un curriculum da paura, specie in certi contesti. Sei coproduttori a rappresentare tre stati con titoli che sintetizzano buona parte dei maggiori successi internazionali firmati HOLLYWOOD.
Non c'è comunque da pensare che sia stato facile per il regista portare in fondo questo progetto, concepito e girato a stretto giro di posta rispetto al precedente Deep Shock (2017), omaggio allo spaghetti thriller. Per portare a termine i suoi progetti Davide Melini ha dovuto sudare, lottare, tra defezioni di attori e problemi organizzativi, al punto di veder quasi naufragare i progetti e di dover riorganizzare il tutto sperando in un miracolo (mai perdere la fede, specie se è quella d'oro matrimoniale). Alla fine però è riuscito a ritornare alla regia da primo protagonista, facendo man bassa di premi e di selezioni. Il suo Lion, al momento, conta qualcosa come 40 vittorie e 43 nominations (fonte imdb) in giro per il mondo da Hollywood a New York, per proseguire a Londra, passando per la Spagna, selezionato al prestigiosissima selezione del David di Donatello 2018 e non dimentichiamoci della fredda Mosca.

Lion vuole essere una denuncia, pensiamo di poter dire, alle violenze che avvengono all'interno del nucleo familiare, in particolare ai danni dei bambini. Protagonista è il piccolo Pedro Sanchez (al debutto), un bambino di nome Leon che ha la fissazione per i leoni e che cerca di evadere da una triste realtà che lo vede preda degli insulti e delle violenze di un padre ubriacone (interpretato dal "prezzemolino" Micheal Segal, attore simbolo in cortometraggi di genere). Il sogno dunque, incarnato da un pupazzetto di un leone da stringere al petto, pensando al re degli animali, il compagno di tanti pomeriggi passati davanti alla tv in documentari che riprendono le sue gesta nella selvaggia savana. I bambini, lo si sa, sono attratti dagli animali, il sottoscritto, per inciso, riuscì a farsi regalare un'intera enciclopedia dedicata agli animali passando ore e ore davanti a quark o alle videocassette, e Leon non fa eccezione. Il leone, dunque, diviene simbolo e mezzo attraverso il quale operare il riscatto, una soluzione disperata e unica per chi, piccolo, non può ribellarsi o sottrarsi alle violenze di adulti ingiusti e severi oltre i limiti giustificati da finalità educative. Una situazione dove nessun può o vuole sentire le lamentele e dove solo il trascendente può arrivare a riprestinare l'ordine (proprio come nella savana del famoso Kimba).

E allora ecco che il Leone viene a materializzarsi davvero, richiamato da un piccolo che ha la fortuna di venire ascoltato dall'oggetto dei suoi sogni pronunciando una semplice frase che passa inosservata da tutti, meno uno. L'incubo, o forse il sogno di vendetta, ha inizio. Melini porta in scena il re della foresta con un riuscito ed evidente omaggio a Demoni 2 di Lamberto Bava, non a caso la frase lancio del corto è: "Il Demonio ha un nuovo volto." Non è però il cinema la dimensione da cui esce la bestia, ma la televisione vera e propria, intesa quale la programmazione giornaliera. Melini gioca infatti con un riuscito bilanciamento tra realtà e finzione televisiva con un montaggio serrato che ha del metatelevisivo e che vede il leone passare dalla dimensione televisiva a quella reale, sfidato e incitato dal padre del ragazzino (bravo Segal) che prende a inveire contro il televisore in un testa e testa che sembra evocare lo scontro bus vs bus in Danko. Un gioco, questo, che permette a Melini di piazzare omaggi in qua e in là. Si vedono infatti immagini di Psyco di Hitchcock ma anche di fatti di cronaca sportiva o di politica (appare persino Donaldone Trump). Tensione gestita in modo magistrale e amalgamata con un tocco poetico che porta in equilibrio il rapporto tra violenza e pace (cosa per nulla facile). In particolare sono bellissime le inquadrature sul leone, demone dalla bellezza statuaria di un angelo ribelle proveniente da un'altra dimensione per liberare il piccolo dalla violenza.
La sceneggiatura, dello stesso Melini, è semplice, votata all'essenziale. Pochi dialoghi, durata limitata. E' la componente visiva a fare la differenza, esaltata dalle scenografie esterne (uno chalet isolato in una foresta innevata a richiamare, chissà, Shining) e da effetti speciali che reggono sempre pur essendo costretti a rappresentare in scena un leone. Bene anche gli effetti sonori, fondamentali per un corto del genere. Accattivante e visivamente eccezionale l'intro, che tuttavia sembra introdurre un film di fantascienza con il leone rappresentato quale elemento astrologico. Non so quanto calzante al resto, di certo un gran bel vedere.

Che altro dire...? Melini, a nostro avviso, è pronto al grande salto nel mondo dei lungometraggi, evenienza che gli auguriamo di gran cuore. Lion è un cortometraggio raffinato, pulito, con una bella fotografia, buone interpretazioni e sprazzi visivi eccelsi. Non avrà una sceneggiatura forte, ma la sua figura di certo non latita e non latiterà a farla. Atteso, tra i numerosi festival, anche al FI-PI-LI 2018 (lo cito, essendo un festival di casa di questo recensore).

Alcune informazioni utili a chi voglia approfondire:

Pagina IMDB: http://www.imdb.com/title/tt5480036/?ref_=nm_ov_bio_lk5
Pagina web ufficiale: http://davidemelini.com/LION
Facebook: https://www.facebook.com/Lion-Film-982262008522129/
Twitter: https://twitter.com/Lion_Film2017

PREMI E NOMINATIONS (al giorno d'oggi, il corto ha vinto ben 42 premi, li troverete mimetizzati nel testo):

"LION" IS AN OFFICIAL SELECTION AT THE PRESTIGIOUS "DAVID DI DONATELLO 2018"
- Morningstar Cine Festival 2017 (New York, United States): Best Film, Best Director, Best Production, Best Actor (Pedro Sánchez), Best Actress; Best Visual Effects, Best Makeup.
- Los Angeles CineFest 2017 (Los Angeles, United States): Official Selection.
- Hollywood International Moving Pictures Film Festival 2017 (Los Angeles, United States): Best Horror Film.
- 12 Months Film Festival 2017 (Cluj-Napoca, Romania): Best Film, 2nd Audience Award.
- Los Angeles Film Awards 2017 (Los Angeles, United States): Best Fantasy Film, Best Visual Effects.
- Barcelona Planet Film Festival 2017 (Barcelona, Spain): Best Director.
- Gold Movie Awards 2017 (London, United Kingdom): Best Actor Under 18 (Pedro Sánchez).
- London Independent Film Awards 2017 (London, United Kingdom): Best Horror/Thriller/Sci-Fi Short.
- L.A. Short Awards 2017 (Los Angeles, United States): Best Horror Film, Best Director.
- Independent Horror Movie Awards 2017 (United States): Best Director.
- Fangofest Amposta 2017 - Festival Internacional de Cine Fantástico, Terror y Gore de Amposta Amposta (Tarragona, Spain): Official Selection.
- Lake View International Film Festival 2017 (Moga - Punjab, India): Official Selection.
- European Cinematography Awards 2017 (Warsaw, Poland): Best Visual Effects.
- Eurasia International Monthly Film Festival 2017 (Moscow, Russia): Official Selection.
- Top Shorts 2017 (Los Angeles, United States): Best Horror Film, Director's Honorable Mention.
- Mindie - Miami Independent Film Festival 2017 (Miami, United States): Official Selection.
- Festigious International Film Festival 2017 (Los Angeles, United States): Best Horror Film, Best Young Actor (Pedro Sánchez).
- Five Continents International Film Festival 2017 (Puerto La Cruz, Venezuela): Best Horror Film, Best Visual Effects, Best Makeup.
- Oniros Film Awards 2017 (La Thuile, Italy): Best Fantasy Film, Best Young Actor (Pedro Sánchez).
- Edmonton Festival of Fear International Film Festival 2017 (Edmonton, Canada): Official Selection.
- Italian Horror Show 2017 (Latina, Italy): Official Selection.
- Fear Fete Horror Film Festival 2017 (Biloxi, United States): Official Selection.
- Upstate NY Horror Film Festival 2017 (New York, United States): Official Selection.
- Feel The Reel International Film Festival 2017 (Glasgow, Scotland): Official Selection.
- Hollywood Hills Awards 2017 (Los Angeles, United States): Best Supernatural Thriller.
- Horror Online Art 2017 - Festival Internacional de Cine Fantástico y de Terror de Navarra (Pamplona, Spain): Official Selection.
- Hollywood Film Competition 2017 (Los Angeles, United States): Best Horror Film.
- Cine Horror Bahia 2017 (Salvador, Brazil): Official Selection.
- Pop Ninja HorrorShort Film Festival 2017 (Lake Charles, United States): Official Selection.
- Los Angeles Independent Film Festival Awards 2017 (Los Angeles, United States): Best Production, Best Visual Effects.
- Niaffs 2017 - Noidentity International Action Film Festival Spain (Seville, Spain): Official Selection.
- S.O.S. Indie Horror Film Festival 2017 (Wheelersburg, Ohio, United States): Official Selection.
- Rincofest 2017 - Festival de Cortos de Terror, Scifi y Fantástico de la Rinconada (Seville, Spain): Official Selection.
- Tenebra Film Festival 2017 (Guadalajara, Mexico): Official Selection.
- American Horrors Film Festival 2017 (Lake Geneva, Wisconsin, United States): Official Selection.
- Obscura Film Festival 2017 (Berlin, Germany): Official Selection.
- L'Aquila Horror Film Festival 2017 (L'Aquila, Italy): Official Selection.
- Aab International Film Festival 2017 (Moga - Punjab, India): Best Film.
- Festival Cine Animal Bogotá 2017 (Bogotá, Colombia): Honorable Mention.
- Terror Córdoba Festival Internacional de Cine de Terror y Fantástico 2017 (Córdoba, Argentina): Official Selection.
- Muestra de Cortometrajes de Terror 2017 (Marbella, Spain): Official Selection.
- Cinecittá World Horror Show 2017 (Rome, Italy): Official Selection.
- Anatomy: Crime - Horror International Film Festival 2017 (Athens, Greece): Official Selection.
- Mediterranean Film Festival 2017 (Siracusa, Italy): Best Horror Film.
- New York Film Awards 2017 (New York, Unites States): Honorable Mention for Actor (Michael Segal), Best FX.
- AFC Global Fest (Kolkata, India): Official Selection.
- Diabolical Horror Film Festival 2017 (San Francisco, United States): Official Selection.
- Zed Fest Film Festival (Los Angeles, United States): Official Selection.
- Los Angeles Horror Competition 2017 (Los Angeles, United States): Best Film, Best Director, Best Visual Effects.
- Smallmovie Festival 2017 (Calcinaia, Italy): Official Selection.
- Top Indie Film Awards 2017 (Manchester, United Kingdom): Best Sound.
- The Lost Sanity Horror & Sci-Fi Film Festival 2017 (Temecula, United States): Official Selection.
- Genre Celebration Festival 2017 (Shanghai, China): Official Selection.
- Global Film Festival Awards 2018 (Los Angeles, United States): Official Selection.
- North American Film Awards (United States): Best Editing.
- Bloodstained Indie Film Festival (Shanghai, China): Official Selection
- Los Ángeles SR Film Festival (Los Ángeles de San Rafael, Spain): Official Selection (December 8th)
- International Short Film Festival Beveren (Beveren, Belgium): Official Selection (December 10th).
- The European Independent Film Award 2017 (Paris, France): Official Selection (December 23rd, 2017).
- Russian International Horror Film Awards 2018 (Moscow, Russia): Official Selection (March 25th, 2018).

DAVIDE MELINI, a sx, pronto al ciak
con l'onnipresente MICHAEL SEGAL
(Bravi ragazzi).

sabato 2 dicembre 2017

Recensione Narrativa: DER ORCHIDEEN GARTEN, Autori Vari.



Autore: AA.VV.
Anno: 1919-1921.
Genere: Fantastico/Horror.
Editore: Edizioni Hypnos, 2016.
Pagine: 260.
Prezzo: 20 euro.

A cura di Matteo Mancini.
La piccola Edizioni Hypnos torna sulla cresta dell'onda costituita dalla grande narrativa fantastica, proponendo una perla di eccezionale rarità che dir imperdibile per tutti gli studiosi e gli estimatori del genere è dir poco.
Uscita nel 2016 per volere di Andrea Vaccaro e del germanista e scrittore Alessandro Fambrini, Der Orchideen Garten è una selezione di brevi racconti che vuol omaggiare e proporre (finalmente) a distanza di quasi cento anni il meglio apparso su quella che è definita, dopo una misconosciuta rivista svedese, la prima grande rivista mondiale dedicata al genere fantastico e orrorifico. Costituita a Monaco, nel 1919, è caratterizzata da 55 fascicoli spalmati in tre soli anni di attività in cui trovano spazio i grandi maestri internazionali del genere (i vari Poe, Kipling, Doyle, Maupassant, Puskin, Andersen, Merimee etc), i contemporanei tedeschi e una serie di interessanti dilettanti che non avranno più altro modo di emergere. Lotto dunque eterogeneo di testi, variabili nei contenuti e impreziositi da disegni e raffigurazioni dei migliori disegnatori di lingua tedesca dell'epoca con Alfred Kubin a emergere su tutti. Uno snodo dunque essenziale per lo sviluppo di un underground culturale, se così vogliamo definirlo, alternativo alla letteratura classica e, soprattutto, fondamentale punto di riferimento per l'ispirazione di successive riviste, come le americane Weird Tales (1923) e Amazing Stories (1926), che detteranno di lì a poco la via per lo sviluppo della narrativa fantastica portandola sempre più alla ricerca di quel sense of wonder che ne sta alla base del successo.

La scelta di Andrea Vaccaro permette così di (ri)scoprire autori ingiustamente depennati dall'elenco dei nomi da tradurre, vuoi per la sirena per molti di loro costituita dal richiamo alle idee nazionalsocialiste (coneguenziale e inevitabile onta di autori maledetti da evitare e da considerare socialmente pericolosi) vuoi per la maggiore propensione da parte delle case editrici di tradurre autori anglo-americani o francesi. Eppure scrittori del calibro di Karl Hans Strobl, e non solo lui, meritavano la doverosa riscoperta e riproposizione. Ennesima lode quanto mai meritata (e giammai sviolinata) alla HYPNOS sempre all'avanguardia in queste iniziative che dovrebbero fungere da esempio anche per le altre case editrici, specie quelle più grosse. E' proprio la presenza di Strobl, presente con tre racconti, il motivo che mi ha spinto a scoprire prima (ennesima segnalazione dell'amico Cesare Buttaboni) e comprare poi questo volume. Strobl, una delle due anime della rivista (insieme a quella del ceco Alf von Czibulka), in particolare denota un lirismo e una padronanza linguistica che sfiora il poetico, non a caso viene definito dagli studiosi della letteratura di stampo fantastico una delle punte dell'ideale triangolo germanico costituito dal grande maestro Gustav Meyrink e dall'altro scrittore maledetto con inclinazioni nazionalsocialiste Ewers (io aggiungerei tuttavia anche il ceco Perutz in questo lotto). A differenza però di questi autori menzionati, Strobl era pressoché introvabile in lingua italiana. La speranza è che la Hypnos, così come fatto per la Mandragora di Ewers, possa proporre qualche suo romanzo, oltre ai tre racconti qua inclusi.

Der Orchideen Garten, che è anche il nome della rivista, non è solo Strobl e Czibulka. Fambrini, come giusto che sia, taglia dalla sua selezione tutti i "nomi noti" e le "guest star internazionali" pubblicate - ci fornisce un elenco esaustivo Walter Catalano nella postfazione - e inserisce una selezione degli scrittori tedeschi dell'epoca e degli amatori pubblicati sulle pagine della storica rivista. Ne viene fuori un prodotto molto eterogeneo per stili e soprattutto per tematiche in cui spiccano, evidenti, le differenze con la narrativa anglo-americana. Gli scrittori tedeschi puntano meno sul sense of wonder e sull'occultismo, legano le loro storie alla realtà e giocano tutto sulla fortissima componente macabra (marcatissimi richiami a Edgar Allan Poe) o, in alternativa, al divertissement in cui ci si prende gioco dei generi (soprattutto la detective story) o della scienza (vuoi che sia medica o che interessi le più recenti scoperte). Non mancano tuttavia alcune opere che, pur partendo dal realismo, finiscono nel maelstrom onirico che ascende a caratteristica priminente, mentre sono rari i contributi erotici o soprannaturali. A livello di stile prevale il taglio raffinato, talvolta ricercato, che si contrappone a testi di maggior presa popolare e lineare (di solito quelli di natura grottesco-satirica). Questa in sintesi la natura dei venti racconti proposti, tutti assai brevi (il più lungo è di circa sette pagine), per sedici autori.

Così vediamo focalizzare l'attenzione degli scrittori sul tema della necrofilia. Se Karl Strobl opta con Il Maestro Jericho per un'atmosfera che sembra evocare le migliori parti del Dracula di Stoker (si pensi a quelle ambientate nel cimitero con Lucy), con un profanatore di tombe seriali che asporta cuori alle vittime per rendere migliore la musica suonata dal proprio organo, Hans Meixner miscela il tema alle convinzioni fisiognomiche portate in auge da Cesare Lombroso a fine ottocento. In questo secondo racconto, intitolato Il Cervello, un serial killer di donne incinte diviene, suo malgrado, protagonista della morte della moglie di un primario colpevole di aver asportato parte del cervello dell'uomo e averlo condotto a casa per poterlo studiare. Precognizione e destino già scritto si confondono alle circostanze casuali.
Ancora la necrofilia al centro del paranoico racconto di A.M. Frey, Il Bottino. Qua abbiamo protagonista un ex soldato che ha combattuto nella grande guerra e che non riesce a liberarsi dal rimorso di aver ucciso persone, cercando scuse per giustificare la propria condotta. Un rimorso che prende presto la forma delle vittime ritornate a scrutarlo nella fredda stanza di un abbaino in cui vengono scaricate da un losco figuro. "Potevo fare altrimenti? E' vero, avevo pontificato che non avrei mai sparato sugli esseri umani, ma poi mi ci hanno costretto. Mi hanno costretto... Non ero autorizzato a farlo? Non ero obbligato? Avete ragione. Non avrei dovuto uccidere. Sono stato un infame, ho rotto il mio giuramento, ho fatto violenza a me stesso, sono un criminale. Avevo la grazia di riconoscere ciò che è bene e ciò che è male... Da codardo avrei trovato una morte ingloriosa, ma avrei dato coraggio a coloro che si sono trovati sulla mia strada. E se in cento si fossero rifiiutati di uccidere, come me, si sarebbero rifiutati in mille. E se in mille si fossero opposti, diecimila li avrebbero seguti. E il mondo sarebbe meno bagnato di sangue, e il buon seme sarebbe stato seminato nel mondo..." Dunque un messaggio di pace che passa per un onirico racconto con punte macabre di grosso impatto (assai truce), per mezzo di un onirismo malato e visionario che lo rende tra i migliori racconti del lotto. Bel pezzo davvero. Un elaborato in cui le allucinazioni, alimentate dal rimorso di aver sposato la violenza in luogo della pace, si sovrappongono alla realtà conducendo alla pazzia il povero protagonista.
Spicca di nuovo la necrofilia ne Il Pianoforte Elettrico di Leonhard Stein, uno dei pochi racconti dove si respirano quei luoghi comuni cari a una certa cultura tedesca pre-hitleriana. Un imprenditore polacco di origine ebraica amputa le mani del celebre pianista che ha ingaggiato, morto prima dell'ultimo spettacolo concordato, per far suonare le stesse per un'ultima volta. La trovata è necessaria per non perdere i soldi investiti e vincere la scommessa con un assistente in grado di leggere il futuro nelle mani degli uomini.
Fin qui la natura fantastica è latente, gioca soprattutto sulle allucinazioni o sul fortissimo elemento macabro. Cominciano a cambiare le cose col classicheggiante Il Castello Valnoir di Ernst Scupin, un gotico con riuscite punte di un velato erotismo sadico. Anche qua si respira aria di Dracula di Bram Stoker, penso alla parte iniziale in cui Harker giunge al castello del Conte. Nell'occasione abbiamo una variante femminile del principe della tenebre, in una storia in cui la realtà si confonde con il sogno (ancora una volta si cala la carta onirica piuttosto che la fantastica pura) cercando di modernizzare la tematica con spassosi riferimenti a L'Isola del Dottor Moreau (1895) di Wells. Riuscitissimi i riferimenti agli animali dallo sguardo umano a suggerire chissà quali più assurde arti magiche per intrappolare l'anima umana in animali da cavia. Tra i racconti più interessanti e più "fantastici" con un retrogusto erotico da master femminile & slaves maschili.
Ancora animali dalla natura umana, seppure con stile e soggetto più grossolano, con Gli Esperimenti del Dottor Wiemer di Max Schenke. A differenza del racconto di Scupin, manca la sensazione di esser caduti vittima di un sortilegio. Schenke infatti parte dalla morte, ancora la necrofilia al centro di tutto (un ossessione a quanto pare per il Der Orchideen Garten), per ridare vita in corpi di animali su cui spiccano teste umane parlanti. Pure in questo caso, all'epilogo, l'incubo si sovrappone alla realtà così da rendere difficile discernere ciò che è tangibile con i sensi umani da ciò che è il mero prodotto di un cervello cullato dall'abbraccio del sonno.

Capolavoro, tributo al celebre La Maschera Rossa della Morte (1842) di Poe, Serata di Ballo di Strobl, a mio avviso il racconto più bello dell'antologia, sintesi tra le varie sfumature che possono caratterizzare un racconto del terrore. Onirismo, occultismo, sensazione di esser intrappolati in corpi altrui e rapimento dalla realtà per poi farvi incosapevole ritorno con elementi dell'incubo fatti materia sono gli ingredienti di questo testo. La poesia della penna austriaca crea un connubio tra un amore non più corrisposto, e dunque perduto, e una vendetta articolata quanto maledetta fin dalle prime righe per l'incontro con un rospo (celebre vittima e strumento centrale nei riti di magia nera). Strobl rivisita il racconto di Poe, lo personalizza come un moderno Thomas Ligotti. L'uomo diviene marionetta di un teatro grottesco in cui si trasforma da spettatore a protagonista incapace di opporsi agli ordini di un regista occulto che muove i fili e fa ballare i burattini (come direbbe Edoardo Bennato). Epilogo bellissimo, in puro stile esoterico, con venature degne di un rituale di magia nera, a far sorgere ulteriore curiosità per la narrativa di questo autore fin troppo dimenticato. 

Non c'è solo il macabro tuttavia, lo abbiamo anticipato. Sulle pagine di Der Orchideen Garten si assiste anche a un tentativo di proporre storie fantascientifiche. Ne costituisce un esempio l'avanguardistico Il Viaggio nel Cervello di Helumth Unger, che anticipa di qualche anno il ben più celebre Viaggio Allucinante (1966) di Asimov. Un professore scopre l'infondatezza delle proprie tesi sull'inconscio ritrovandosi protagonista di un viaggio all'interno del corpo umano di un suo paziente. Dal buco in una vena si ritrova a danzare nella materia grigia del suo assistito. Cerca di entrare nel cervello di un paziente anche il protagonista di Morti? di Ernst Karl Juhl, seppur con il metodo tradizionale dell'ipnosi. Se cambia il metodo non muta il risultato finale. Il medico è sconfitto dal paziente che fa saltare le credenze della psichiatria a beneficio di un'illuminazione non ben chiara: e sei i supposti pazzi fossero degli illuminati che conoscono ciò che si cela sotto il velo dell'esistenza?
Altro medico che fallisce è il protagonista della fiaba nera (La Gamba che Cresceva) di Ernst Grau. Qua gioca una molla il narcisismo di fondo che fa perno su un preparato capace di rigenerare arti e organi. Convinto della propria scoperta, il medico si fa amputare una gamba per dimostrare che con un'iniezione del preparato tutto ritornerà come in origine. L'uomo non sa che alcuni colleghi invidiosi hanno cancellato la formula del controsiero necessario per contrastare l'effetto del preparato. Risultato finale...? Un gamba che cresce all'infinito!? In fondo, il medico aveva ragione!

Torniamo alla fantascienza più tradizionale con il discreto 3270 di Otto Stiegele in cui un visitatore dall'anno 3270 da sfoggio in una bar delle doti parapsicologiche raggiunte dall'uomo per accorgersi di aver sbagliato anno di destinazione e di esser finito nel 1920. Ecco perché nessun riusciva a capirlo e comprenderlo... Frustrato, decide di far ritorno al suo mondo lasciando sbigottiti l'astanti al cospetto dei vestiti improvvisamente svuotati della materia che avvolgevano.

Sposa il surreale con una impronta retorica di fondo Czibulka che immagina col suo La Cometa e la Terra la presenza di comete pensanti e tra loro parlanti che si interrogano sulla natura dell'uomo sperando di vederlo evolvere in creatura pacifica. Il passaggio nel 3110 cancella ogni speranza: dopo aver condotto guerre e distruzione sul pianeta terra, l'uomo ha deciso di attaccare Venere!
Altro divertissiment con venature fantascientifiche è il meno riuscito e più criptico Latuk di Karl Eulenburg che propone una visione del mondo in cui i demoni, tramite l'elettricità, dominano e muovono come marionette gli uomini incosapevoli di essere mere pedine di un gioco più grande di loro. Sulla stessa falsa riga La Casa Bianca di Ferdinand Weinhandl (che sembra profetizzare l'avvento degli Stati Uniti quale super potenza mondiale che, grazie al progresso scientifico, spazzerà le potenze dell'Europa avvalendosi degli scienziati della stessa... Fermi ed Einstein erano ancora in Germania e Italia) e il surreale Il Nitrito dei Trasformatori di Czibulka.

Non viene tralasciata la narrativa poliziesca con due gustosissimi testi parodistici (tra i racconti migliori del lotto). Il più evidente è L'Ultima Avventura di Sherlok Holmes (scritto con refuso per ragioni di copyright) siglato da Leopold Plaichinger, in cui il maestro di Baker Street racconta agli amici l'episodio che lo ha portato ad abbandonare la carriera da indagatore: i suoi impulsi inconsci lo han portato a diventare lui stesso un ladro incosciente delle proprie azioni sonnambule. A scoprire tutto lo stesso Holmes, in versione “bello e cattivo tempo“. Nell'altro racconto, Galvanostegia di Hanns Wohlbold, uno scultore realizza un'eccezionale opera d'arte esaltata dal fatto di riprodurre i lineamenti della fidanzata, figlia di un ricco possidente newyorkese contrario al rapporto amoroso tra i due. Lo scultore, d'accordo con la fidanzata, organizza la scomparsa della giovane e fa credere a tutti di averla uccisa e trasformata in metallo attraverso uno speciale processo di “metalizzazione“ da lui stesso inventato. Poco prima dell'esecuzione della pena di morte si scopre che è tutto un imbroglio orchestrto per finalità pubblicitarie. Lo scultore diventa così famoso e ottiene il consenso a sposare la ragazza dal fin lì ignaro genitore.
Ancora Wohlbold è ideatore delle fascinose atmosfere nebbiose de La Metamorfosi di Tobias Humbrugk, in cui, evocando i celebri racconti londinesi di Stevenson, un uomo iniziato alle arti negromantiche da un vecchio olandese e arrendevole al cospetto della autoritaria moglie fa credere alla stessa di esser morto. La donna è infatti convinta che il vecchio mago, deceduto in sua presenza, abbia traslato la propria anima in quella del marito. Un modo come un altro per risolvere, in pace e senza violenza, le liti coniugali. Notevole per il senso del ritmo e l'atmosfera.
Complesso e tutt'altro che lineare La Moneta Bizantina, terzo racconto di Strobl, in cui onirismo e una situazione sospesa tra la vita e la morte divengono teatro di tragedie familiari assai frequenti ai giorni nostri (e forse anche nel primo ventennio del novecento).
Scatenato racconto comico, molto prima delle varie La Macchina Nera e Christine di King, di De Nora che chiude l'antologia mettendo in scena un automobile pensante che fa danni più di Herbie un Maggiolino Tutto Matto (1968). Letto all'epoca sarà di certo passato come stupido, seppur divertente... riletto ora sembra aver fatto scuola da Herbie a seguire, con le cugine più diaboliche come Buick 8 di Stephen King. "E allora accadde qualcosa di straordinario che inaugura una nuova epoca negli annali dello sport automobilistico: la mia auto, tale e quale un cavallo campione nel salto ostacoli, si staccò da terra, superò con eleganza la Daimler e atterrò liscia sulla strada... dopo essersi presa una bella sorsata di benzina dal serbatoio, la mia macchina fa inversione da sola in mezzo alla strada, si mette di fronte all'altra con aria di scherno, lancia dal cofano un minaccioso ghignante oh, oh, oh, dimena la parte posteriore come un coniglio e infine si rimette tranquilla in carreggiata... E via a tutta birra come se corresse in piano..." Avete capito che caratterino? Altro che CARLO ABARTH da Merano... non si offenda Mr Mercedes, sia chiaro,

Questo il contenuto del volume della Hypnos, presentato con una veste grafica assai più accattivante dei volumi consueti dati alle stampe da Vaccaro. Impreziosito da sedici pagine di copertine e raffigurazioni interne, sia a colori che in bianco e nero. Un volume dunque unico che non potete trovare altrove e che merita, anche per questo, l'acquisto, soprattutto perché costituisce uno spaccato della letteratura tedesca di inizio novecento. Lo studio della narrativa fantastica passa anche dalla Germania e Der Orchideen Garten è una delle principali palestre di formazione di scrittori austriaci, tedeschi e cechi. Lunga vita alle Edizioni Hypnos e alle sue promozioni della grande narrativa celata dai veli dell'ignoranza.

Il deprecabile per le scelte politiche
HANS KARL STROBL,
lodevole tessitore di storie macabre,
maestro indiscusso del fantastico teutonico e 
anima della rivista DER ORCHIDEEN GARTEN.


"Noi detective siamo criminali invertiti, compiamo i nostri crimini con la fantasia, l'unica differenza con i veri malfattori è che la nostra coscienza agisce come inibitrice, e non impedisce soltanto la nostra azione criminosa, ma si spende per impedire anche quelle di deviati simili a noi."

martedì 28 novembre 2017

Recensione Narrativa: FIABE STORTE, Autori Vari.



Autore: AA.VV..
Anno: 2017.
Genere: Drammatico - Vita Reale.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Pagine: 190.
Prezzo: 14,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Antologia collettiva infarcita di nuove proposte del pisano agli ordini di Federico Guerri, apprezzato scrittore presentato al Premio Strega 2015, data alle stampe in occasione del Pisa Bookfestival 2017 quale "primavera", se vogliamo, del parallelo progetto L'Altra Metà di Pisa - Racconti Neri Ambientati nell'Area Pisana in cui trovano sfogo scrittori di maggiore esperienza.
Il volume nasce, da quel che ho capito, quale sbocco finale di un cammino avviato nell'ambito di un laboratorio di scrittura creativa denominato "la cassetta degli attrezzi dello scrittore" che ha coinvolto molti giovani scrittori per un totale di tredici racconti. Iniziativa lodevole dunque, ben resa da una cura del testo che non ha niente da invidiare alle antologie di scrittori affermati.
I tredici racconti sono tutti assai scorrevoli e prendono le mosse, molto alla lontana, da celebri fiabe che tutti noi conosciamo, rielaborate ma soprattutto contestualizzate alla vita di tutti i giorni in quel di Pisa. Guerri e soci infatti hanno deciso di sfruttare le location del comune di Pisa - Marina di Pisa e Tirrenia comprese - per mettere in scena il campionario fatato che popola l'immaginario collettivo dell'infanzia di ogni ragazzo o ragazza. Al di là del sicuro talento degli scrittori, bravi a gestire i tempi di narrazione (e soprattutto da incentivare in questa loro passione), si respira un'aria da trovata commerciale, se mi concedete il termine. Il curatore, penso si debba ascrivere a lui la scelta relativa alla piega da dare alle storie, decide di parlare di "Fiabe storte", vuoi per il fatto dell'ambientazione facilmente individuabile con la torre pendente (e da qui storta), vuoi per gli epiloghi spesso crudeli e drammatici (da qui storti rispetto a quanto di solito avviene nelle fiabe per bambini), per poi proporre un lotto di racconti dove il c.d. sense of wonder così come il contenuto allegorico tipico di un certo genere narrativo (come appunto quello delle fiabe, vuoi che siano favole vuoi che siano nere) sono del tutto assenti. Curioso rilevare come l'unico vero racconto dove si respira a pieni polmoni aria "fantastica" sia proprio quello di Federio Guerri, con un elaborato ai limiti dell'horror con venature erotiche molto interessanti.

Ne viene fuori un progetto finale che è piuttosto fuorviante per un potenziale acquirente all'oscuro di quanto sta per acquistare, specie se si considera la copertina scelta del tutto in linea ai gusti di un pubblico di giovanissimi a cui non credo debba esser destinato questo testo. Non essendo presente il sense of wonder infatti si viene a creare un qualcosa da destinare a un pubblico diverso da quello ricercato con l'immagine di cappuccetto rosso in bella mostra a fianco della torre pendente. Fiabe Storte è un'opera dalla forte portata drammatica, con alcune storie crudeli (badate bene, non violente o truculente) nel senso realistico del termine, che ha un marcato legame, più che col mondo fantastico delle fiabe, con la realtà di tutti i giorni. In altre parole il lettore si trova al cospetto di un "collage" di situazioni che ben si possono respirare in città, con il carico di difficoltà cui vanno incontro gli studenti fuori sede, piuttosto che i clochard da strada con i loro fantomatici racconti di una vita passata o ancora gli adolescenti al cospetto con la maturità o piuttosto che con la confusionaria movida che vivacizza le estati della vita notturna pisana.

Un altro aspetto che ho notato, spesso e volentieri (non riguarda tutti i racconti), è la tendenza a non sfruttare i finali con trovate quanto meno spiazzanti o comunque tali da ribaltare quanto fin lì letto. Caso emblematico, sotto questo profilo, è il testo di Francesca Germanà che riesce a creare, con l'ingresso nell'orto botanico, un'atmosfera da fiaba e poi si perde in un finale senza arte né parte. Gli autori tendono a narrare storie che hanno uno sviluppo lineare, su un unico livello di lettura, quando invece avrebbero potuto sfruttare maggiormente la magia creativa. E' pur vero che in più di un'occasione la lettura suscita emozioni di tristezza o comunque di malinconia (molto bello sul piano poetico, a questo riguardo, il racconto di Matteo Romani), ma a mio avviso si poteva fare di più (vuole essere una critica costruttiva e non una bocciatura). Fa eccezione, in parte, relativamente agli epiloghi, l'atmosfera magica evocata da Luca Pappalardo con il protagonista che sembra quasi veder materializzare nelle ombre della città la fantomatica donna con gli stivali che da una parte concede (fortuna) e dall'altra toglie e che è stata al centro del racconto di un misterioso clochard.
Lodevolissima, per la gestione della storia e la fluidità dell'elaborato (non che gli altri non abbiano questi pregi, perché su questo aspetto l'antologia è riuscita), la caustica Sara Tirabassi. Il suo racconto è forse, sul piano strutturale, quello maggiormente coinvolgente con un personaggio che è più volte sul punto di soccombere e poi passa dall'altro lato del bancone, se così possiamo dire. Da studente sfigato a professore, il tutto con pregiudizio altrui in un'ottica in cui l'egoismo viene alimentato e incentivato dalla società stessa.
Bel ritmo anche nel racconto di Andrea Gemignani che ricostruisce una Pisa sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale in bello stile, pur se con contenuto latente sul piano innovativo.

Chiudo con un elogio per la veste formale dei racconti, ben presentati e curati, e soprattutto con un incoraggiamento a tutti gli autori che, lo ripeto, dimostrano qualità su cui lavorare. Col soggetto giusto, e per giusto intedo voler dire dotato di spunti innovativi e fantasiosi, ognuno dei dodici può benissimo fare la sua figura al cospetto di chiunque, poiché Fiabe Storte mette in sicura luce le qualità di narratori di ognuno dei dodici scrittori proposti. Ho detto dodici perché Guerri non si scopre adesso... ma qui sotto...!

Il "coordinatore del progetto"
FEDERICO GUERRI.

"In ogni luogo, in ogni persona, ci sono due cose. C'è una vetrina: un angolo perfetto che sembra un plastico messo insieme dal migliore architetto della galassia, con un grande prato verde dove tutti reggono la torre pieni di felicità, meraviglia e gratitudine verso il mondo. E poi c'è Pisa.