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martedì 19 marzo 2019

Recensione Narrativa: WENDIGO di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: The Wendigo.
Anno: 1910.
Genere: Horror.
Editore: Adiaphora, 2018.
Pagine: 180.
Prezzo: 14 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Attesissima riproposizione della piccola Adiaphora che, avvalendosi dell'ottima traduzione di Matteo Zapparelli Olivetti, mette di nuovo sul mercato uno dei maggiori classici firmati da Algernon Blackwood. Autore scuola Golden Dawn, tra i più celebrati nel campo della narrativa del terrore di inizio novecento, Blackwood traccia in questa opera le coordinate di un orrore che ne caratterizzerà l'intera produzione, riprendendo gli stilemi di The Willows - I Salici (1907).
Pubblicato in Italia in grave ritardo, per la prima volta nel 1986 dalla Fanucci all'interno di un'antologia collettiva de I Miti di Cthulhu e poi riproposto sei anni dopo dalle Edizioni Theoria all'interno di un'antologia interamente dedicata a Blackwood, il Wendigo, divenuto perla di non facile accessibilità, torna sul mercato italiano grazie al lodevole lavoro della piccola Adiaphora che, a distanza di ventisei anni, ne propone una nuova versione dedicandogli un intero volumetto per la prima volta corredato anche della versione in lingua originale.

Il lettore si troverà di fronte un classico racconto alla Blackwood, caratterizzato da un ritmo lento e crescente in cui si avverte l'esistenza di un terrore evanescente, percepibile per effetto di un odore nefasto che aleggia intorno ai protagonisti ma che non palesa mai la mostruosità che lo rilascia. Blackwood costruisce un racconto che gioca su una tensione psicologica,  non mostra quasi mai, suggerisce, allude, attiva il sense of wonder e l'immaginazione dei suoi lettori. Al centro di tutto c'è la natura, qua rappresentata da un ambiente silvano, in un'impenetrabile e inviolata foresta canadese dove un quartetto di personaggi, dall'estrazione culturale e sociale assai diversa (uno psicologo, un teologo, un uomo d'azione e una guida) si sono addentrati per dedicarsi a una battuta di caccia all'alce. Si troveranno, a poco a poco, assorbiti da un maelstrom terreno che metterà a serio rischio la loro salute mentale in uno scontro in cui la potenza della natura evidenzierà la labile e fragile essenza dell'uomo. Un orrore dunque sfumato, filtrato dalle lunghe descrizioni del bosco, dal penetrante freddo glaciale della notte, dai lunghi silenzi interrotti dal mugghio del vento, dietro ai quali si cela una malvagia essenza, più spirituale che corporea, che funesta gli invasori della natura, alla stregua di uno spirito che si leva da un passato primordiale, sconosciuto alla cultura dell'uomo, per proteggere la vita degli abitanti del bosco. 
La discesa nella foresta canadese del gruppo di cacciatori diviene allora un peregrinare in un ideale oceano denso di minacce e pericoli, in cui una creatura sfuggente, di cui si sente solo il nauseabondo odore (simile a quello di un leone), attende il momento opportuno per palesarsi ai protagonisti. I nostri lasceranno correre gli occhi in ogni direzione, tra le fronde degli alberi, da un tronco all'altro, cercando di penetrare nella coltre tenebrosa della notte o oltre i banchi di nebbia, per intravedere qualcosa, un movimento, un segno, un indizio che denudi il mistero che li avvolge in una solitudine dalla quale non è possibile liberarsi.

"La foresta li circondava, accerchiandoli con la propria muraglia. I fusti degli alberi più vicini baluginavano come bronzo alla luce del fuoco e, al di là... L'oscurità e, per quanto ne sapeva lui, un silenzio di morte." In questo contesto, in cui l'incertezza e l'improvvisa scomparsa della guida dei tre, impazzita nell'atto di inseguire il mostro palesatosi (forse per effetto di allucinazioni e di un cedimento psichico) attorno alla tenda in cui gli stessi pernottavano nel cuore della foresta,  alimenta il crescente senso dell'orrore e, punto su punto, sgretola le certezze del comune vivere lasciando sempre più il campo al paranormale ("al pari di molti materialisti mentiva con abilità sulla base di informazioni insufficienti, perché le informazioni fornite parevano inaccettabili per la sua intelligenza"). Una situazione in cui, dei tre superstiti, solo il teologo, portato per ovvie ragioni a pensare con un'ottica ultraterrena, riuscirà, in parte, a intuire la natura dell'essere padrone delle foreste. Un ragionare, tuttavia, disturbato da una minaccia concreta, continua, onnipresente eppure invisibile. Da cacciatori, i nostri, si ritroveranno infatti prede di una sorta di pericolo ectoplasmatico protetto dalla vegetazione, in un ribaltamento dei ruoli che suona un po' da moto di rivalsa della natura contro il sanguinario uomo che si atteggia a dominatore assoluto della Terra.

Ma che cos'è il wendigo? Blackwood offre varie chiavi di lettura, senza dare una riposta certa. Si tratta di uno spirito legato alla tradizione indiana del Nord America, che costituisce "la personificazione del richiamo della natura selvaggia... la sua voce assomiglia a tutti i suoni di fondo della boscaglia". Chi finisce prenda del richiamo, un po' come i marinai ammaliati dal canto delle sirene, finisce per perdersi e la psiche ne viene folgorata. Evidenti le influenze che il testo avrà nello sviluppo della narrativa dell'orrore. Si pensi da H.P. Lovecraft. Da quest'ultimo punto di vista, il ritorno della guida, dopo l'iniziale scomparsa, con delle specie di zoccoli al posto dei piedi e il suo atteggiarsi quale mostruosità celata sotto la mendace apparenza umana, non può non rimandare a L'Orrore di Dunwich (1929). Una via battuta poi dal prosecutore della scuola lovecraftiana, ovvero Augusth Derleth, che è ritornato sulla figura traslata dal folklore indiano alla narrativa del terrore occidentale da Blackwood. 
Persino al cinema se ne respireranno le influenze, si pensi al film Predator (1987) e all'idea del bosco che assume sembianze antropomorfe per attaccare, uno dietro l'altro, un commando di militari americani, con i vari componenti che, pian pianino, perdono il senno e sparano sul nulla o attendono la morte con fare fatalista.

Dunque un racconto lungo o, se preferite, un romanzo breve, cardinale per lo sviluppo della narrativa dell'orrore. Un testo che mischia abilmente azione e tensione, scegliendo l'insegnamento secondo il quale il non mostrare, a volte, è preferibile al mostrare. Blackwood suggerisce, stimola ipotesi, induce a sospettare, ma non rivela mai. La grande narrativa fantastica passa di qua, onore alla Adiaphora, piccola realtà in ascesa, per aver riproposto un testo che meritava di esser rispolverato dall'oblio.

Il giovane
Algernon Blackwood.

"In fondo ai suoi pensieri, sempre giaceva quell'altro aspetto delle terre selvagge: l'indifferenza verso la vita umana, il crudele spirito della desolazione che non teneva conto dell'uomo. Il senso di totale solitudine."

sabato 9 marzo 2019

Recensione Narrativa: LA VALLE PERDUTA di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: The Lost Valley.
Anno: 1910.
Genere: Fantastico.
Editore: Dagon Press, 2017.
Pagine: 139.
Prezzo: ___.

A cura di Matteo Mancini.
Terzo volume di Algernon Blackwood che recensiamo su queste pagine. Siamo alle prese con una delle opere secondarie dell'autore globe trotter originario del Kent. The Lost Valley vede la luce nel 1910, nel periodo di massimo splendore dell'autore, che ha appena dato alle stampe l'antologia dedicata al John Silence (1908) e i celebri racconti I Salici (1907) e Il Wendigo (1910). A differenza delle opere citate, The Lost Valley resta nel dimenticatoio, in Italia, fino al 2017 quando la piccola Dagon Press dello studioso e competente Pietro Guarriello decide di proporne una versione italiana.
Dalla lettura del testo si comprende il motivo per il quale il racconto è rimasto per oltre un secolo sotto una coltre di ideale polvere. Si tratta infatti di un "finto" racconto fantastico, più vicino a un'opera autoriale che a una di intrattenimento. Blackwood, col suo consueto stile poetico ma anche lento nello sviluppo e ripetitivo nei concetti, incentra la storia sul tema "una ragazza in due", tanto per fare il verso ai Giganti (storico gruppo musicale degli anni '60) o alla famosa canzone "Riderà" di Little Tony.
Protagonisti della vicenda sono due scienziati gemelli di trentacinque anni, Mark & Stephen Winters. "Due anime fatte con lo stesso stampo. I loro caratteri identici: gusti, aspirazioni, paure, desideri, tutto quanto." I due vivono un vero e proprio rapporto simbiotico, che sfiora la telepatia. La loro è una dipendenza tale da dare l'impressione che formino un unico organismo. Il loro terrore ricorrente è quello della divisione, del vedere separe le proprie strade. E quale motivo più probabile dell'innamoramento per una donna potrebbe essere la causa della rottura del loro rapporto?
Così i due fanno di tutto per esorcizzare questo rischio ("La loro grande pausa era che uno dei due venisse conquistato da una donna e lasciasse solo l'altro"), ma il destino spesso e volentieri lo si incontra proprio sulla strada presa per evitarlo. E così, durante una vacanza sulle alpi, uno di loro, Stephen, si imbatte durante una passeggiata in un bosco in un viso femminile dai tratti orientali. La visione, assimilabile al nascere di una venere dalla spuma del greco mar, ha su di lui la valenza di una freccia scoccata da cupido o di un fulmine che, a ciel sereno, piove giù dal cielo per folgorare l'ignaro passante. Non parla neppure alla giovane, non la conosce non sa come si chiami né chi essa sia. Nonostante questo perde la testa, cade in amore, "una vera e propria malattia dell'anima, tanto dolce quanto mortale", e la cosa lo spaventa, lo terrorizza. Non sa come dirlo al fratello, cerca di sopprimere il sentimento, ma la tentazione e il richiamo della foresta, verrebbe da dire, è tale da spingerlo a cercare, quantomeno, una visione ristoratrice di quell'impulso che ha su di lui la medesima valenza che la droga ha su un tossicodipendente. "Era qualcosa di incontrastabile e non fece neppure il tentativo di sottrarsi o opporsi. Però non sapeva cosa poteva aspettarsi di vedere o di fare, ma nel suo profondo, quella parte più remota del cuore che rifiutava di essere soffocata, urlava per avere anche una sola goccia di quella linfa che ora era tutta la sua vita... Se solo avesse potuta vederla un'altra volta, anche da lontano, un solo istante! Vedendola una seconda volta, avrebbe potuto ricaricarsi di energia e forse anche di coraggio!"
Il sogno, seppure temuto, però si sgretola, perché Stephen scopre che il fratello l'ha preceduto. Anche lui si è innamorato della giovane ragazza; non solo, la conosce e la tiene tra le braccia e sembra ricambiato. E' il momento, l'immagine che nessun innamorato vorrebbe vedere. Il mondo si sgretola, il suolo si apre e precipitare nel baratro della perdizione senza via di ritorno in balia di un dolore inconsolabile è un attimo, specie quando l'obiettivo si conferma raggiungibile come nel caso di un gemello che ti precede. Stephen viene colpito dai sentimenti più disparati. L'amore fraterno, enorme, per un attimo viene debellato. Accarezza il proposito di assassinare Mark, come un novello Caino, pur di aver per sé la bella, poi ci ripensa. Che fare? Medita il suicidio, ma non per vendetta, quanto per liberare dal peso il fratello, che potrebbe rinunciare alla ragazza per stare con lui, e permettergli di godere l'amore della giovane. Poi ci ripensa. Perché mollare? Perché non provarci? Blackwood riesce a trasmettere l'angoscia altalenante del momento, rende partecipe il lettore, contando magari di evocare esperienze personali.
"Il viso, il profumo di lei, il potere travolgente dei suoi splendidi occhi malinconici lo avevano stravolto con una forza imperiosa, tanto da costringerlo a sedere su di una roccia, con il viso tra le mani, tormentato dal dolore. Il pensiero lo lacerava come una vera ferita. Lasciarla perdere era impossibile...rinunciare al fratello era ugualmente impossibile. L'amore consolidato in trentacinque anni si trovava in battaglia contro l'esplosione irrefrenabile dell'amore di un singolo momento. Il primo era forte di tutta una vita di condivisione in cui la sua personalità si era formata, il secondo racchiudeva una potente magia, l'enorme invito seduttivo di ciò che poteva essere il futuro con lei." Bellissimi passaggi in cui Algernon Blackwood traccia i contorni di un amore ideale, dell'amore dei sogni e non di quello ricercato per prove o verificando strada facendo se le cose possono funzionare. Blackwood parla della passione, del fuoco improvviso che incendia la ragione, la estromette dalla cabina di regia che guida l'involucro che racchiude le anime di ogni singolo uomo. Amore come follia, amore come impulso che travolge la vita, facendola danzare in una roulette che può condurla dalle stelle alla tomba. Dolce inebriarsi in lande pacifiche con l'incertezza di un risveglio che può essere mortale quanto estatico.
Stephen è combattuto, scivola sul punto di abbandonarsi alla sconfitta per amore del fratello. Si lascia andare in un lungo viaggio in una vallata che sembra popolata da anime intangibili e non individuabili dai sensi umani e che, eppure, sono lì, se ne sente la percezione. Anime di milioni di uomini e donne che lo hanno preceduto nel triste e, a volte, crudele cammino che è la vita di tutti i giorni, la vita di coloro che sono stati rifiutati o sconfitti dagli episodi. Algernon Blackwood entra qua nel suo campo d'elezione, nella sua capacità evocativa, a tratti ipnotica, che rende l'ambiente e la natura presenze sovraordinate all'arroganza e all'irrilevanza dell'uomo. E' in questo pellegrinaggio, accompagnato dalla pace del verde circostante, che Stephen matura l'idea del suicidio. Non può vivere senza colei che il fato gli ha posto sul suo cammino, l'ideale dolce metà, la donna della vita, sfumata proprio quanto stava per averla per sé, solo perché è giunto tardi all'appuntamento. Un dolore amplificato dalla perdita anche del fratello, proprio lui, l'autore del furto. Senza accorgersene si trova a passeggiare nella Valle Perduta, un luogo immaginario in cui "gli spiriti dei suicidi, o di chi è morto di morte violenta, trovano la pace eterna, quella pace che è negata loro in tutte le altre religioni", quando qualcosa gli fa capire che il suo pessimismo è ingiustificato. Cade vittima di visioni che assumono valenza di allucinazioni dettate, tuttavia, da accadimenti reali. Tutto si capovolge. Colui che sembrava sconfitto diviene il vincitore e viceversa. Mark, infatti, così come lo ha anticipato nel conquistare la ragazza lo ha altresì anticipato nel togliersi di mezzo, proprio per amor fraterno. Non può tollerare di condurre Stephen alla morte, non potrebbe vivere di simil rimorso. L'amore fraterno viene così a prevalere su quello della vita, in un'ottica di sacrificio. Mark diventa martire che si immola in favore del  fratello per la felicità di lui e della donna dallo stesso amata. Quest'ultima, infatti, cade vittima di un combattimento interno che la porta all'incapacità di decidere chi dei due preferire ("Ci ama entrambi... ma... ama più te" ovvero il fratello con cui non sta insieme). Siamo al cospetto, come si evince, di una vera e propria tragedia degna della penna di uno scrittore dell'antica Grecia. "L'ho amata troppo, come l'hai amata troppo tu. E te la lascio, perché sono certo che lei ti ami ora proprio quanto credeva amare me, e anche di più. Quella sera non ha fatto che piangere per te."

Dunque le coordinate di un racconto lungo, o romanzo breve se preferite, formato da 136 pagine, in cui Blackwood plasma una storia incentrata sulla lotta tra due tipologie di amore: quello fraterno e quello per una donna. La visione che ne esce fuori è di incompatibilità, in un'interpretazione alquanto pessimista che non lascia spazio a soluzioni di compromesso.
The Lost Valley è così un romanzo atipico nella narrativa di Blackwood, una storia dove la componente fantastica è di mero contorno, atmosferica verrebbe da dire, e dove invece entrano in gioco, con stile estremamente romantico e fatalistico, emozioni proprie della vita di tutti i giorni. Il vero amore è una scossa che rivoluziona i rapporti, che scuote gli equilibri e getta in una piacevole sensazione di incertezza che morde il cuore e indebolisce la ragione.
Lo stile è ricercato, seppur non eccessivamente lirico, un po' appesantito da una traduzione che non taglia gli avverbi e ricorre alle "d" eufoniche anche quando non dovrebbe (cosa di minimo conto, ma che segnaliamo). Il ritmo è lento e non adatto ai lettori alla ricerca dell'azione. Non è un testo per fan del terrore o dell'esoterico, ma una storia di un amore tragico che per sbocciare in rosa pretende un sacrificio di inestimabile valore. Un modo come un altro per dire che ogni cosa ha un suo prezzo e che al mondo si devono saper fare, anche rischiando la morte, le scelte giuste per la felicità propria e di chi ci sta intorno.

Un giovane
ALGERNON BLACKWOOD.

"Lei gli stava tessendo una rete intorno, una rete d'amore che fa credere a un uomo di agire liberamente, ma che in realtà lo costringe a comportarsi secondo le forze inevitabili dell'amore che sanno smuovere mari e monti."

giovedì 28 febbraio 2019

Recensione Narrativa: IL PRINCIPE ZALESKI di Matthew P. Shiel.



Autore: Matthew P. Shiel.
Titolo Originale: Prince Zeleski.
Anno: 1895.
Genere: Giallo.
Editore: Sellerio Editore, 1986.
Pagine: 136.
Prezzo: 7 euro.

A cura di Matteo Mancini.
"E' splendidamente pazzo... c'è della magia nella sua opera" commentava Ralph Strauss in riferimento alla produzione di Matthew Phipps Shiel. Origine curiosa quella di Shiel. Figlio illegittimo di un ufficiale della dogana irlandese (secondo altre fonti di un predicatore), nasce sull'isola di Montserrat, nei Caraibi, partorito da una schiava mulatta. Nono figlio, unico maschio, viene nominato a quindici anni, dal vescovo di Antigua, Re di Redonda, un'isola disabitata tra Nevis e Montserrat, col titolo di Re Felipe I.
L'esperienza caraibica va stretta al giovane Matthew che a sedici anni emigra a Londra, affascinato dalla narrativa. Prende la laurea in medicina, ma non è interessato alla professione. Le sue frequentazioni sono legate ai salotti popolati dagli scrittori decadenti. Stringe amicizie importanti, con Oscar Wilde, Robert L. Stevenson e Arthur Machen (di cui si ritrova vicino di casa) che lo portano a debuttare quale narratore nel 1895, a trent'anni, con l'antologia breve Prince Zaleski. La produzione diviene presto copiosa, facendo di Shiel un autore interessato al fantastico ad ampio raggio. Si interessa dalla fantascienza alla narrativa del terrore senza disdegnare il giallo. In particolare focalizza la propria attenzione, a partire da The Yellow Danger (1898), sul pericolo orientale costituito dai cinesi, tanto da rivelarsi un vero e proprio precursore in anticipo su Sax Rohmer (si pensi al diabolico dottor Fu Manchu) e gli altri. Scriverà tre importanti romanzi sull'argomento.
Nel 1901 da alle stampe l'opera per cui è maggiormente ricordato ovvero La Nube Purpurea, dando il là al filone catastrofico che, per motivi vari, vede l'umanità assottigliarsi fino a estinguersi quasi del tutto, fatto salvo per un unico personaggio che si trova costretto a vagare nella desolazione, alla ricerca dei propri simili. Un plot che, nel novecento, sarà saccheggiato da autori quali Richard Matheson e Stephen King con opere che passeranno alla storia del genere, basti pensare Io Sono Leggenda (1954) e L'Ombra dello Scorpione (1978). Un'altra opera famosa di Shiel è L'Isola degli Inganni (1908), una via di mezzo tra la sci-fi e il fantastico.
Penalizzato da uno stile barocco e arcaico, ottiene meno successo rispetto ad altri colleghi del periodo, tanto che verrà tradotto in Italia in grave ritardo (nel 1967, a venti anni dalla morte, uscirà la prima edizione de La Nube Purpurea) e non otterrà menzione né nel volume francese pubblicato dalla Edipem sotto il titolo I Maestri della Letteratura Fantastica né all'interno del corposo studio di David Punter intitolato Storia della Letteratura del Terrore. Nonostante ciò, riesce comunque a farsi apprezzare negli Stati Uniti, soprattutto negli anni '30, grazie a una lunga corrispondenza con August Derleth (il prosecutore della scuola lovecraftiana) che culmina nella pubblicazione di un lotto di racconti del terrore per la Arkham House. Howard Philips Lovecraft gli dedica una pagina nel suo L'Orrore Sovrannaturale nella Letteratura. Il solitario di Providence scrive che l'autore, "di quando in quando, attinge vertici di orribile fascino." A parte La Nube Purpurea, l'attenzione del collega si concentra sui racconti Xelucha (1903), un horror necrofilo con venature di erotismo perverso, e The House of Sounds (1897), rilettura del capolavoro di Edgar Allan Poe Il Crollo della Casa Usher, quest'ultimo giudicato "l'indiscutibile capolavo di Shiel."
La vita dell'autore è tutt'altro che tranquilla. Nel 1914 viene condannato a sedici mesi di lavori forzati per violenza carnale nei confronti della figliastra dodicenne. Negli anni venti finisce sospettato di avere idee di impronta fascista e gusti omosessuali. 
Vive gli ultimi anni della propria esistenza all'insegna del delirio. Tenta di dar vita a una nuova dottrina, di impronta laico-religiosa, chiamata la Religione della Scienza, con l'obiettivo, alquanto improbo, di soppiantare il cristianesimo. Predispone dei rituali ben precisi che provvede a scrivere in delle carte che scompaiono nel nulla alla sua morte, che interviene nel 1947 a ottandue anni, sebbene nessuno comunichi per diversi mesi l'avvenuto decesso. Morto l'uomo, prende vita il mito. A poco a poco, l'opera di Shiel scala gli ideali gradini che conducono al gotha dei grandi maestri del settore. "Benché ignorato dalla massa dei lettori, Shiel è autore di alcuni tra i più meravigliosi romanzi in lingua inglese" affermerà Victor Gollanez. Arnold Bennett, invece, lo definirà "erudito, filologo, inventore, stilista."

M.P. SHIEL

Matthew P. Shiel debutta nel mondo editoriale con l'antologia gialla, composta da tre racconti, Prince Zaleski. L'opera, definita "poliziesco intriso di decadentismo estetizzante", si inserisce nel sottogenere lanciato, tra gli altri, da Edgar Allan Poe (l'August Dupin de I Delitti della Rue Morgue, 1841) e Conan Doyle, con l'intramontabile Sherlock Holmes de Uno Studio in Rosso (1887), caratterizzandosi però per alcune peculiarità. Ci troviamo dunque nell'ambito dei c.d. detective fin de siècle ma, a differenza degli altri detective protagonisti della carta stampata del periodo, il protagonista di Shiel è legato al decadentismo. Nobile russo decaduto, costretto all'esilio dall'amata terra, Zaleski è un reietto, coltissimo e misantropo con interessi poliedrici (egittologia, studio dei crittogrammi, filosofia, grafologia, medicina, psicologia, fisica), vive in un'enorme e diroccata struttura, aggredita dalla vegetazione e dai topi, confinato in una stanzetta all'interno della torre di pertinenza della dimora. E' forte il retrogusto di un romanzo cardinale, nell'ideale manifesto del decadentismo poi esaltato da Oscar Wilde, come Controcorrente (1884) di Karl Huysmans. Come il protagonista dello scrittore francese, Zaleski si è isolato dal mondo, non vuol più saperne della contemporaneità tanto da non interessarsi a quanto avvenga fuori dal suo ristretto mondo. Ragione della fuga dalla realtà "un amore sfortunato e tormentato" da cui il Principe non è stato più in grado di riprendersi. A parte il narratore delle storie, non lo cerca nessuno ("Il mondo aveva smesso rapidamente di interessarsi a lui") e la cosa ha un forte impatto malinconico nel lettore, poiché si tratta di un uomo che avrebbe potuto dare molto alla società, solo se avesse avuto più fortuna ("Non sono mai riuscito a ricordare senza pena il fato del Principe Zaleski"). Appare preda dell'ozio, in attesa della morte da eludere per mezzo dello studio. Quando si impegna alla soluzione del caso lo fa con riluttanza, cedendo soltanto alle pressanti richieste dell'unico amico ammesso nel suo ritiro. Vive attorniato da opere d'arte, mummie e oggetti da collezione, assistito da un gigante Etiope con cui, forse, ha un rapporto di natura superiore alla semplice natura lavorativa. "Quando spinsi il portone ed entrai nell'edificio, fui colpito dalla fantasia saturnina di quell'uomo imprevedibile, che aveva scelto un sito tanto desolato per trascorrere i suoi giorni. Mi appare come un ampio mausoleo, che celasse sepolti genio, cultura, intelligenza, grandezza."
Un po' alla stregua di Sherlock Holmes, Zaleski è un fine pensatore, un filosofo, dotato di un acume tale da lasciar sospetto che sia depositario di poteri divinatori. Consumatore di cannabis sativa, si interessa, quasi sempre passivamente, a casi insoluti che gli vengono posti da un amico, nientemeno che lo stesso Shiel, che si spinge a trovarlo per sentire la sua versione su accadimenti su cui nessuno riesce a venire a capo.

Uomo di intelletto, piuttosto che d'azione, non si muove mai dalla sua abitazione (fa eccezione l'ultimo dei tre racconti). Risolve i casi comodamente sdraiato su una poltrona, con un lungo processo deduttivo intervallato da lunghe (e talvolta noiose) elucubrazioni di impronta filosofica che lasciano perplesso e stupefatto Shiel.
"Era l'uomo del mistero. Io, che lo conoscevo meglio di chiunque altro, sapevo che era impossibile conoscerlo. Era un essere che apparteneva poco al presente: con un braccio cingeva l'intero passato, mentre nell'altro gli pulsava il battito del futuro. Mi dava l'impressione di avere capacità risolutive non solo guardando indietro, ma anche in avanti, e ho saputo che ha predetto eventi futuri con estrema precisione. Tutto in lui era superlativo... La sua memoria non era soltanto straordinaria, ma aveva il segno dello strano, del pitico, del sibillino. Il suo intelletto possedeva la leggerezza di un giovane camoscio, e a meno di non riuscirne a seguire l'impressionante velocità dei singoli passi, che lo portavano ad altezza vertiginose, lasciava storditi e confusi, con l'impressione di una onnipotenza mentale."
Lo vediamo alle prese con tre storie, Shiel ne scriverà una quarta (non inclusa nel volume della Sellerio) nel 1945 a cinquanta anni di distanza dalle altre tre, molto arzigogolate. L'autore opta per una struttura che non aiuta il pathos. Vediamo Shiel raccontare, di volta in volta, al Principe le premesse che stanno a capo di un diverso mistero su cui poi Zaleski dovrà ragionare decriptando, a poco a poco, i vari misteri così da pervenire alla spiegazione chiara e precisa degli eventi verificatesi. Ne vengono fuori dei racconti molto dilatati, portati troppo per le lunghe dall'autore con una cura estrema dei particolari che non è idonea a rendere accattivante la lettura. Il genere delle storie è ascrivibile al giallo puro, anche se latita l'azione. Si tratta di analizzare fatti passati per scoprire cosa sia successo. Zaleski scioglie tutti gli intrighi con una capacità mentale che sfiora doti medianiche. Lievemente aiutato dall'uso di oppiacei, snocciola al suo invitato tutti i punti salienti compresi i quali giungere alla conclusione diviene un'inevitabile deduzione. Eccetto nell'ultimo racconto, S.S., il migliore del lotto, dall'indagine non segue l'azione, per così dire, ma si perviene alla mera comprensione dei "perché" sottesi ai comportamenti tenuti dai soggetti dei racconti narrati in premessa da Shiel
Alla fine resta un po' di amaro in bocca anche se si notano le doti da poeta del macabro dell'autore. Tutto viene, a mio modesto parere, rovinato dalla struttura poco atta a creare tensione. Alla fine, più che le storie e gli intrecci, a interessare sono le caratterizzazioni del malinconico protagonista e della sua dimora.

Nella prima storia, La Stirpe degli Orven, Zaleski dovrà capire cosa si celi dietro l'omicidio di un conte, con una serie di altri eventi, tra cui furti e altri delitti, verificatosi in simultanea con la morte dell'uomo. Più intrigante La Pietra dei Monaci di Edmundsbury in cui, il cambiamento di colore di una pietra preziosa, contenuta all'interno di uno scrigno, getta in paranoia colui che era stato incaricato di rubarla (un rappresentante della mitica setta degli Assassini) e persino il proprietario, con entrambi convinti che l'originale sia andato smarrito, il primo pensando che il proprietario l'abbia celato e il secondo che l'altro l'abbia rubato.
Nel racconto S.S., dal titolo sinistro e quasi profetico (riferimento a quanto avverrà in Germania con l'avvento di Hitler), Zaleski si troverà alle prese con una setta legata all'ideologia greca, chiamata Società di Sparta, intenzionata a ripulire il mondo dalle persone malate e deboli, così da evitare la dedadenza della razza umana. "Hanno mosso una guerra sconsiderata contro la vita inferma." Zaleski, nel testo, condanna questa organizzazione segreta per i metodi (omicidi rituali con delle pergamene piegate e collocate sotto la lingua di vittime apparentemente date per suicida), ma non nella sostanza. Una posizione che desta perplessità e rende comprensibile il motivo per cui Shiel verrà tacciato di simpatie filo fasciste. "Abbiamo un flagello, i cui effetti sullo stato moderno sono uguali a quelli che la guerra aveva sullo stato antico, ma che risulta assai più distruttivo. Il nome di questa pestilenza è la Scienza Medica... Grazie a essa noi mettiamo la massima diligenza nella preservazione dei peggiori... Mai nel corso della storia il sole brillò su uomini più divinamente vigorosi, o su donne più perfette, che nella vecchia e severa Sparta. Come tutti i mortali dovevano subire la morte, ma erano certi di essersi definitivamente liberati dalla malattia... La malattia determina l'indebolimento e l'estinzione degli uomini e delle nazioni." In altre parole Zaleski evidenza come la medicina, riuscendo a tenere in vita soggetti affetti da malattie o disturbi trasmissibili in via ereditaria, determini un indebolimento generale nella produzione. Un'ottica alquanto fredda e crudele, che rende l'uomo assimilabile alle politiche connesse all'allevamento animale dove, per andare in razza, si devono verificare le attitudini e la perfezione degli esemplari destinati alla riproduzione. 
Nel testo, al di là di queste pericolose posizioni, compare anche un evidente critica all'atteggiamento psicologico che guida l'uomo moderno. Un aspetto che è ancora molto di moda ai giorni nostri. Vediamo infatti verificarsi, a seguito dei primi omicidi della setta, un assurdo effetto emulazione, poiché i media, tramite i giornali, diffondono la notizia di una serie di inspiegabili suicidi. "L'ondata di suicidi ha avuto origine nell'istinto di imitazione così comune negli uomini, non devi tuttavia pensare che si tratti di un processo mentale consapevole. Una persona sente l'impulso di muoversi e agire, ma non si rende conto che al fondo è soltanto l'impulso di muoversi e agire seguendo un esempio. Negherebbe con forza questa tesi."

Il Principe Zaleski è dunque una breve antologia, composta da tre racconti gialli, che è molto interessante nell'analisi della figura del detective di fine secolo e che si pone, fallendo, quale alternativa alle ben più spettacolari storie di Sherlock Holmes. Shiel ha fatto assai di meglio.


"In quei momenti è come se il nervo ottico della mente si distorcesse in intere comunità, sino a riconoscere nella figura del Mietitore senza naso e col mantello nero il più puro angelo dell'amore. Come una vergine matura, logorata dalla sua verginità, cede alla tensione del desiderio che la consuma, l'anima, oppressa dalla contingenza del vivere, ha gli stessi deliqui, gli stessi desideri, e cede debitamente alla tomba, facendo della morte il suo adultero amante" (Matthew P. Shiel, stralcio dal racconto SS).




martedì 12 febbraio 2019

Recensione Narrativa: SATANA E' DONNA di Gualberto Titta (aka Paul Carter)



Autore: Gualberto Titta (meglio conosciuto come Paul Carter).
Genere: Horror.
Anno: 1962.
Edizione: Antonino Cantarella, collana I Racconti di Dracula, N. 30.
Pagine: 100.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Secondo romanzo dato alle stampe per la collana I Racconti di Dracula da Gualberto Titta, che si firma Paul Carter. Abbiamo già analizzato il profilo dell'autore anni fa, in occasione del suo debutto sulla collana di Antonino Cantarella, avvenuto nel 1960 con Le Belle e i Mostri (http://giurista81.blogspot.com/2014/06/recensione-narrativa-le-belle-e-i.html). Titta pubblicherà altri undici romanzi per questa collana, dedicandosi poi a tutt'altro genere.
Satana è Donna è un romanzo che prende le mosse in modo classico, inserendosi in quel sottofilone del genere gotico proprio della seconda metà dell'ottocento, per poi fungere da racconto "anti-fantastico". La trama vede un trentenne, trasferitosi in Inghilterra, fare ritorno nelle Highlands scozzesi per prendere possesso di un possedimento ereditato dallo zio prematuramente defunto e privo di eredi diretti.
Gualberto Titta, un autentico globe trotter che ambientava ogni storia in uno stato diverso da lui stesso frequentato, è molto bravo a ricostruire le ambientazioni e l'atmosfera senza far rimpiangere penne più conosciute. Il romanzo ha un ottimo abbrivio e diventa molto ammiccante sul versante erotico ("Poi, alle sue spalle, chiara, netta, definita in un baluginante alone lattiginoso, una donna. Una bionda, giovane donna, vestita solo delle proprie chiome dorate; a cavallo. Che fosse giovane era evidente dalla sodezza delle forme, dalla slanciata vigoria delle membra, ma non si poteva averne la certezza, perché sotto la fluida onda luminosa dei capelli, orrendo e ripugnante, non c'era che un teschio!"). L'autore riesce con grande piglio a costruire un substrato fatto di leggende, riti satanici, spiriti in cerca di vendetta che ritornano dall'aldilà per compiere la loro missione. Una cornice tuttavia che altro non è che un coacervo di credenze che qualcuno pensa bene di artefare per volgerle a proprio favore. Purtroppo la parte finale non è all'altezza delle aspettative. La componente superstiziosa, fatte di racconti di fantasmi, maledizioni e abazie sconsacrate votate al maligno, finisce per giocare un ruolo fondamentale in una storia che diviene tutto tranne che esoterica. In altre parole, Titta costruisce una parvenza che lascia pensare al fantastico ma poi, come in diversi racconti inseriti nella raccolta Carnacki di William H. Hodgson, si scopre che è in corso una macchinazione per far impazzire l'erede e indurlo al suicidio così da poterne incamerare i beni. I fantasmi non sono altro che immagini diffuse da un proiettore. Le allucinazioni di cui cade vittima il protagonista altro non sono che la conseguenza di alcuni allucinogeni disciolti nel vino. Titta forza un po' la mano e non è sempre credibile. Nell'incontro, durante una tormenta di neve, tra il protagonista e il fantasma della cugina defunta (che è invece l'ex amante dello zio defunto che si finge l'altra), da cui si sente tremendamente attratto fisicamente, le ingenuità non si contano. Si parte dal fatto che il protagonista finisce nel luogo (l'abazia abbandonata) per mero caso, a quello che vuole la femme fatale recarsi in tale luogo nonostante le evidenti difficoltà per spostarsi e l'assoluta incertezza su dove si recherà il protagonista. Il lettore viene portato, con ogni mezzo, a pensare di essere al cospetto del paranormale, anche per effetto di una serie di interessanti disquisizioni sull'anima e il cervello quale organo prediletto come sede delle emozioni, per poi scoprire una maccinazione terrena.
Niente di nuovo al fronte, dunque, seppur ben narrato. Spicca l'ilarità dell'autore, già ampiamente intuita nel precedente romanzo. Titta inserisce alcuni personaggi che sono delle vere e proprie macchiette, sia per impaccio fisico sia per le battute che proferiscono. Ecco subito alcuni esempi: "Ho raccomandato a quelli di More Castle di lasciargli piena libertà, controllata s'intende" dice un personaggio con l'altro che rimarca: "Una specie di regime sovietico... Ognuno è libero di fare quello che piace a chi comanda." Oppure l'espressione "sei vanitoso come il gallo, che crede che il sole si levi per sentirlo cantare."
Lo stile narrativo è fresco, privo di fronzoli, e cadenza un bel ritmo. A livello di contenuto è inferiore a Le Belle e i Mostri e non gode di grande originalità. Peccato per il finale che sembra più indicato per un giallo che per un romanzo del terrore.
Sergio Bissoli, a nostro avviso con ampio credito, lo reputa un capolavoro.

GUALBERTO TITTA

"Ma le passioni e i sentimenti sono forse del corpo oppure dell'anima? Sono dell'anima, giovanotto! Il corpo le serve soltanto! Il corpo è uno schiavo!"

sabato 9 febbraio 2019

Recensione Narrativa: SUDARIO NUZIALE di Frank Graegorius.



Autore: Libero Samale (meglio conosciuto come Frank Graegorius).
Genere: Horror.
Anno: 1964.
Edizione: Antonino Cantarella, collana I Racconti di Dracula, N. 56.
Pagine: 101.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Quarto romanzo pubblicato dal dottor Libero Samale, a firma Frank Graegorius, sulle mitiche pagine de I Racconti di Dracula. Il romanzo esce nel 1964 dopo tre perle della produzione di Samale ovvero I Sussurri delle Streghe (1962), Il Golem (1963) e Nostra Signora Morte (1964). Faranno seguito altre ventiquattro pubblicazioni.
Sudario Nuziale, sottotitolato Ansia, è un romanzo che, pur mantenendo l'impronta squisitamente onirica e il suo continuo giocare tra illusione e realtà tipica della penna di Samale, si discosta dal racconto di stampo folkloristico caro all'autore. Samale plasma una storia che è fatta di duplici contrasti in continua lotta tra loro così da miscelarsi e confondersi, rendendo impalpabile la natura iniziale dell'uno e dell'altro. Dalla lettura emerge la continua lotta tra amore-odio; realtà-sogno; bene-male; follia-normalità; scienza-superstizione; desiderio carnale-desiderio intellettuale. Un conflitto perenne che mina le certezze, le sgretola, le frantuma e lascia nella totale incertezza. Il protagonista, un biologo con qualche scheletro nell'armadio (in senso metaforico del termine), vive un incubo a occhi aperti da cui non riuscirà a destarsi e che, a nostro avviso, simboleggia in chiave simbolica la crisi esistenziale di mezza età. Il rimorso per la morte di un giovane compagno di giochi (ucciso nel corso di una battaglia che rimanda a I Ragazzi di Via Pal, romanzo di Molnar del 1906), ma soprattutto l'abbandono di una fidanzata ormai convinta di aver trovato l'uomo della propria vita, tornano a torturare la quiete notturna. Un abbandono, quest'ultimo, che ha determinato la fine della giovane poi deceduta per i postumi della tubercolosi, ormai svuotata di ogni voglia di vivere.
Il Dottor Kann, questo il nome del protagonista, è un egoista , un uomo che ha sempre anteposto la carriera alla vita privata. "Sei sempre stato un freddo egoista. Non prevedesti però che Martha ti amasse al punto da non riuscire a vivere senza di te. Quando lo sapesti, ti sembrò di impazzire; perché non sei mai stato abbastanza coraggioso da sopportare il rimorso delle tue mascalzonate. Sei un egoista, ma vuoi sempre apparire virtuoso davanti a te stesso." Ecco che vengono plasmati i contorni di un uomo che altro non è che un arrivista che soffoca le emozioni; immagina, fantastica rapporti che non ha poi il coraggio di tramutare in realtà, perché ne teme le responsabilità. Prova un'attrazione smodata per la propria assistente, eppure non le svela i propri sentimenti, non si rivela, sebbene lei non aspetti altro. "Si era imposto la regola di evitare qualsiasi relazione galante con il personale femminile alle sue dipendenze. Voleva evitare che i sentimenti intralciassero il suo lavoro scienitifico." E così snocciola lezioni all'università, tiene convegni, viene invitato a feste con la crema della cittadina e concede consulti illuminanti finché, un bel giorno, non si accorge che le cose importanti nella vita sono altre. Se ne accorge in un modo traumatico, in quella che prende le forme di una vera e propria neuropsicosi da stress. Samale, che era psichiatra, si trova al centro di tutte le sue passioni. La scienza medica con lo studio psicoanalitico da una parte e l'occultismo e l'esoterismo dall'altra. Cerca una commistione che riesce a centrare, dando il là a una delle sue opere più personali, sospese tra realtà e immaginazione. Minato nella salute mentale, il protagonista vive un vero e proprio shock mentale che riporta a galla rimorsi e sensi di colpa, lasciandolo nello sconforto, ma soprattutto senza più una bussola orientativa. Perde ogni controllo e ogni certezza; trema, si dispera, finisce in clinica psichiatrica sottoposto a cure e osservazioni. Tutto vacilla. "Tutta la vita è un equivoco, un'illusione" e pertanto quello che poteva sembrare rilevante è in realtà irrilevante e viceversa. Ecco allora che irrompe la necessità dell'amore, di un qualcuno a cui concedersi, con cui condividere i propri segreti e a cui offrire l'ideale timone di guida nella triste esistenza che vede ogni creatura condannata a morte, unico finale certo che Samale però cerca di sconfessare (lo vedremo dopo). Kann trova questa musa nell'assistente del suo psichiatra, una donna che gli ricorda la fidanzata scomparsa e che, per molti aspetti, si sovrappone proprio a lei, specie nei momenti più intimi. "Sarah, amica mia! Non mi tradire. Ho fede in te e in te sola" rivela al giovane amore che stravede per lui, eppure è impotente alla situazione che sta per travolgere la coppia. Samale traccia così l'evoluzione del personaggio che passa da individualista a un qualcuno che si appoggia sugli altri, che ha bisogno di un aiuto per sottrarsi dalla follia che lo sta per risucchiare. I due si sposano, tentano così di esorcizzare le assurde visioni ipnotiche che scuotono la stabilità mentale del protagonista, che vive esperienze che si ripetono, alla stregua di un loop, senza lasciare traccia nel ricordo di coloro che interagiscono col protagonista quasi che fossero sogni ripetuti in una lunga serie. "Avrebbe fatto meglio a chiedere alla ragazza di sposarlo. Solo mettendo su casa poteva fugare per sempre il timore di quelle crisi d'angoscia acuta" scrive l'autore, a testimonianza di quella che è una vera e propria crisi esistenziale che il protagonista cerca di superare con la via del matrimonio. Niente di più sbagliato.

Su questa sottotraccia psicologica, Samale monta l'apparente storia fantastica che vede al centro delle visioni oniriche del protagonista uno psichiatra dedito alla magia nera. Quest'ultimo, il Dottor Krause, viene definito nel testo un moderno Dottor Fausto (sembra in realtà più un freudiano, che ricorre a stanze contenenti oggetti che hanno la funzione di far emergere traumi dall'inconscio). In realtà si tratta di un mero tramite che funge da collegamento tra il mondo dei vivi e il mondo delle ombre, un immaginifico contesto in cui si aggirano le anime in attesa di ritornare in vita. In questo mondo delle ombre, descrito da Samale con eccezionale potenza evocativa, gli spiriti che hanno avuto nel protagonista la loro causa di morte tramano in attesa di vendetta. Se uno di questi è intenzionato a condurre il protagonista nelle maglie della follia e da questa in quelle della perdizione, l'altro spirito è combattuto da due sentimenti opposti. Quest'ultimo è infatti rappresentato dall'anima della storica fidanzata del protagonista. Pur se defunta, la vecchia fidanzata prova ancora amore verso l'antica fiamma, non a caso riesce a tornare sulla Terra grazie la via della possessione per cercare di vivere quelle emozioni di cui erano impregnati i propri migliori giorni. Si impossessa infatti del corpo dell'assistente del dottor Krause, approfittando di un infarto subita dalla stessa, e ne coglie l'occasione per sedurre il suo antico fidanzato, ormai in balia di una crisi esistenziale. Ray Bradbury, in un suo storico racconto intitolato La Sirena (1951), scriveva che "qualcuno ama sempre qualcosa più di quanto questa qualcosa ami lui. Dopo un po' ti viene voglia di distruggere questa cosa, qualunque sia, in modo che non possa più farti soffrire." L'amore dunque quale sentimento capace di elevare al settimo cielo un uomo (o una donna), ma anche di farlo sprofondare negli abissi della perdizione. E' un po' la situazione che viene a crearsi nella fattispecie se non fosse che il soggetto al centro della vendetta si "rinnamora" della sua vecchia fiamma celata sotto nuove spoglie. "Amore, ce n'è voluto per convincerti!" sussurra la donna, al termine della seduzione. Samale tratteggia i momenti erotici con rara sensibilità, evitando ogni forma di volgarità. Per tale via traccia quella che è una storia di amore dalle forti tinte fosche e cupe, un amore evidentemente maledetto dal fato e per questo impossibile da compiersi. "Questo non è amore, è una malattia mortale! Sarah mi distruggerà!" teme il protagonista che ben presto scoprirà, durante un amplesso, chi si celi davvero nel corpo di Sarah. "Martha! Martha! Tu sei Martha!" griderà, colmo di estasi, trovando conferma nella donna. Ma se da una parte troverà comprensione o, quanto meno, il sentimento d'amore e dunque una volontà di perdono e di salvezza, dall'altra via non vedrà tramutarsi l'odio in un sentimeno positivo. Il secondo spirito, quello del giovane dodicenne morto durante la disputa territoriale, ne determinerà la lunga discesa negli scantinati dell'edificio di proprietà dello psichiatra. E' eloquente il messaggio simbolico e metaforico con cui Samale carica l'evento, dando una parvenza fantastica a un orrore che è più mentale che ultraterreno (la discesa nelle fauci della follia e del delirio), traducendosi nella potenza dei sensi di colpa e nella loro capacità di gettare nella disperazione chi ne è funestato. Il protagonista vedrà svanire l'amore quando questo sembrava esser stato recuperato (Samale regala uno spettacolare e onirico inseguimento, da parte di un pipistrello, in una landa desertica di sale in cui la coppia sprofonda prima di vedersi piovere contro l'uccello notturno). Giunto negli scantinati si troverà al cospetto della propria bara e di quella della sua amata, mentre il cadavere del dodicenne del tempo che fu si desterà dalla propria tomba sotto la forma di un pipistrello assetato di sangue. Samale descrive la componente horror con una maestria unica. "A un tratto, la salma di Paulus, animata da una terribile maledizione, cominciò a impicciolire, a diventare scura e pelosa. Le braccia si trasformarono in ali membranose. Spuntarono grosse orecchie. Si trasformò in vampiro. I suoi occhi fosforescenti conservavano l'espressione di odio protervo. Il vampiro prese il volo e alitò aria gelida e fetida intorno alla testa di Fritz, che lanciò un grido strozzato. L'orrendo mostrò andò ad appendersi sotto una delle lampade, tenendovisi aggrappato con gli artigli."
Gli antichi orrori, sepolti nelle profondità del tempo che fu, tornano a vivere e vampirizzano il protagonista, facendogli compiere il passo definitivo verso il non ritorno, verso una follia incurabile, poiché chi è stato attinto da certi orrori non può più tornare quello che era prima. Il "nostro" si troverà così a subire la fascinazione del male, pur non accettando il suo nuovo stadio nei momenti di riflessione, e a volare nella notte nelle forme di un pipistrello assetato di sangue. La trasformazione in bestia farà emergere i desideri assopiti e castrati, precedentemente piegati a favore delle esigenze di natura civile. E così, ormai libero da ogni freno inibitore, il nostro volerà presso la casa della sua assistente (il vero amore mai dichiarato, peraltro contraccambiato ma solo in segreto per ragioni di timidezza e di ruoli) e ne approfitterà per fare quello che avrebbe sempre voluto fare: possederla carnalmente. "Non riusciva a dormire. Una terribile inquietudine gli impediva di riposare. Udì un lontano latrato, che si trasformò in uggiolio, in ululato... Corse alla finestra, guardò fuori. Il plenilunio inondava la strada, accentuava le ombre, riempiva l'atmosfera d'una luce azzurrina triste e malvagia. La faccia pallida della luna aveva l'aspetto di un cadavere putrefatto. Friz si sentì pervadere di una furia omicida. Dentro di lui l'istinto della violenza; tutto il suo essere diventò brama di sangue, desiderio incoercibile d'affondare i denti nella gola di una fanciulla. Montò in piedi sul davanzale, con le braccia alzate. Nel delirio della follia gli apparve l'immagine di Rosy. Era addormentata nel suo letto coi biondi capelli sparsi sul cuscino e le labbra socchiuse in un sorriso. Friz sentiva che stava sognando di lui. Ghignò e spiccò un salto. Il suo ultimo pensiero fu: «Ecco, adesso mi sfracello sul selciato e la faccio finita.» Ma non si sfracellò. Volava spedito verso la luna piena, avvinto al terribile destino dei vampiri..."

Sudario Nuziale è così un romanzo solo apparentemente horror, una vera e propria caduta nella spirale della follia che genera ansia e angoscia nel lettore. Lo studioso e scrittore Sergio Bissoli l'ha giudicata, a ragione, "la più complessa e raffinata opera di Samale... Una galleria di incubi e di allucinazioni che costituisce una finestra aperta sulle profondità dell'inconscio."
Samale ne approfitta inoltre per condire il tutto con alcuni momenti di valenza esoterica. In prima battuta sposa la tradizione classica dell'antica Grecia, rappresentata dal mito del fiume Lete presso il quale si abbeveravano le anime prima di rinascere all'interno di nuovi corpi, così da cancellare la memoria delle precedenti vite. Traccia infatti l'idea di un'esistenza che non cessa alla semplice morte dell'uomo, ma che si tramanda nei secoli, rinnovandosi di volta in volta (gli spiriti rivelano di aver vissuto molte vite e di attendere di scendere in nuove altre vite). Straordinarie, forse tra le più belle dell'intera produzione dell'autore, le descrizioni del regno delle ombre. Stralci di pittorica letteratura fantastica che confermano, per l'ennesima volta, la poetica macabra dell'autore. "Il lago dei morti sembrava formato dalle lacrime della sterminata moltitudine di uomini, apparsi sulla terra fin dagli albori dei tempi. Una lunga fila di ombre bianche e vagamente luminose avanzava silenziosamente, sfiorando con i piedi ignudi la superficie dell'acqua. Erano fanciulle dal volto esangue, con le mani abbandonate e il sorriso vuoto dei morti. Erano uomini un tempo muscolosi, ma infacchiti da un'indolenza mortale. Sui prati tenebrosi, alcuni personaggi ammantati e silenziosi se ne stavano sdraiati... Sui loro volti c'era il marchio duro della tragedia. In cielo la pallida luna guardava il mondo delle ombre e sembrava dosse stata dipinta sul fondale del Nulla da una mano demoniaca... L'acqua ormai plumbea si frange in sbavature giallastre. In alto masse di vapori si accavallano, formano torrioni minacciosi ed effimeri. Sulla spiaggia piatta e sconfinata indugia il crepuscolo. Qualche pietra a forma di cranio, qua e là, affiora dalla sabbia."
Notevole potenza evocativa, ma anche uno stile che guarda con piacere all'aggettivazione un po' come erano soliti fare gli scrittori della rivista weird tales. Un modo di narrare che potrebbe sembrare ridondante ad alcuni lettori ma che, a nostro avviso, impreziosisce e definisce le visioni onirche di Samale.
Sudario Nuziale è, senza ombra di dubbio, uno dei romanzi più profondi e melanconici dello scrittore, un testo che sintetizza le due componenti della sua anima: la psichiatria e l'occultismo di valenza folkloristica. Due materie, un po' come i vari aspetti che vengono a contrapporsi nel romanzo, in perenne lotta tra loro.

La prima delle due trilogie
pubblicate dalla DAGON PRESS
dedicate ai romanzi di Libero Samale.

"La donna non è mai amica dell'uomo. Sarà sua madre, sua sposa, sua figlia, sua amante o tutte queste cose insieme; ma non sarà mai un'amica per lui. Fra loro due c'è la traccia del serpente."

mercoledì 6 febbraio 2019

Recensione Narrativa: I SUSSURRI DELLE STREGHE di Frank Graegorius



Autore: Libero Samale (meglio conosciuto come Frank Graegorius).
Genere: Horror.
Anno: 1962.
Edizione: Antonino Cantarella, collana I Racconti di Dracula, N. 31.
Pagine: 95.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Quarto volume che leggiamo e recensiamo nato dalla penna del Dottor Libero Samale, trentatreesimo grado del Grande Oriente d'Italia, uscito come primo di una serie di trenta dati sulle stampe della collana I Racconti di Dracula del nobile siciliano Antonino Cantarella.
I Sussurri delle Streghe, presentato quale romanzo di Frank Graegorius (nome di battaglia di Samale), è un classico della produzione nera dell'autore originario di Firenze. Un horror a tutti gli effetti che punta sul mix folklore e onirismo. Samale prende per mano il lettore e lo conduce nell'Irlanda dei primi anni sessanta, in aperta campagna dove ancora si annidano le credenze popolari legate al druidismo e ai riti ancestrali gravitanti attorno al maligno. L'orrore di Samale è un orrore legato alla tradizione, spesso e volentieri cristiana. I Sussurri delle Streghe non si dissocia da questa caratteristica. Un giovane irlandese torna nel paese natio dopo una lunga permanenza a New York e subisce l'impatto magico della sua terra.
Samale porta avanti la storia plasmando un'atmosfera che lambisce i territori onirici e li sovrappone a quelli reali, in una dicotomia che stordisce il protagonista che si trova in difficoltà a discernere tre il reale e il fantastico.
Samale fa riemergere antichi riti blasfemi di fine cinquecento e lo fa con dei personaggi che altro non sono che dei "portali viventi" che fungono da canale di collegamento tra la vita terrena e quella spirituale. L'anima di un'antica strega, intrappolata in un masso che forma un cromlech (una sorta di Stonhenge in piccola scala), grazie a una giovane dotata di straordinari poteri medianici e di un rito condotto da alcuni archeologi inglesi, si libera dal sortilegio che l'aveva intrappolata nel masso e torna a muoversi nel mondo dei vivi. Lo fa soprattutto negli incubi degli abitanti della piccola e immaginifica Rock Glendall, suscitando follia e perdizione in chi ha la sventura di incrociare il proprio cammino con quello della donna. Il ritorno alla luce dell'antico male risveglia anche l'erede dell'uomo che, a fine cinquecento, aveva condotto al rogo la strega. Quest'ultimo vuole riuscire laddove l'erede aveva fallito. Vuole infatti avere un rapporto sessuale con la strega, donna di straordinario fascino e bellezza, che, tuttavia, lo rigetta. "Ti rifiutasti di scaldare il mio letto, ricordi? E ti feci brucare viva! Sfuggisti all'annientamento nascondenti nella rupe; ma ora è tempo che tu esca e mi dia tutto il piacere che mi aspetto da te. Sei mia, Isolda, lo sai?" questo il proclama del folle uomo, contaminato dal male al punto da assumere le vesti del caprone durante il sabba orgiastico finale che precede l'epilogo. Fortissima la componente sessuale, pur se mai volgare, sia da un punto di vista descrittivo sia, soprattutto, da innesco a tutta la storia. Nella fattispecie il mondo occulto e maligno di Samale è legato agli impulsi sessuali.

In mezzo a questa serie di malefici e riti viene a trovarsi il protagonista che, suo malgrado, si trova al centro di un intrigo di desideri amorosi. Soggetto fin troppo materialista, cerca di risolvere il tutto giustificando ogni visione con la scusa dell'allucinazione o della superstizione. Una tecnica di autodifesa dalla follia che non può durare molto e che farà strada alla presa di coscienza. Inoltre finisce con l'innamorarsi, nel giro di poche ore, di tre donne diverse che incarnano,se vogliamo, i tre distinti profili di donna di un'ideale concezione kantiana. Abbiamo la ragazza della porta accanto, di sani principi e integerrima. Poi abbiamo la ragazza maledetta e disinibita, che pratica la stregoneria ma che ama così tanto il suo uomo da sacrificare la propria vita in suo favore. Infine abbiamo la strega femme fatale, quella che infuoca l'animo e fa impazzire il cuore al semplice contatto visivo. Una bellezza mortale che persegue il suo fine seduttivo con atteggiamento dominante.
Samale plasma tutto con un'eccezionale capacità evocativa. Il punto di forza dell'opera non è nell'intreccio, ma sono le capacità descrittive dell'autore così bravo da rendere onirico il romanzo dall'inizio alla fine. Straordinario nelle minacciose descrizioni ambientali, ma anche nei continui inserti erotici che corredono il testo. Samale ha un vero culto della donna, lo si percepisce. I balletti dei suoi personaggi femminili sono ipnotici, indeboliscano la ragione e risvegliano l'istinto animale, quello incontrollabile, quello dominato dall'istinto. "Ti considero una strega, nel senso che mi affascini come nessuna donna è mai riuscita a fare. Penso che tu mi abbia fatto la malia" confessa il protagonista alla seconda delle donne sopramenzionate, un bellissima giovane un tempo sua compagna di giochi e ora invisa al popolo che la crede, a ragione, una megera.
Alla fine, complice il sacrificio di una delle tre amanti, il bene trionferà e il protagonista sceglierà la via della ragazza pura, ma sarà poi proprio così...? Manco a dirlo. A volte il richiamo del proibito, del blasfemo e della perversione è troppo forte per essere rigettato. Entrato in possesso del rito da seguire per risvegliare la strega, nel frattempo di nuovo intrappolata nel masso di partenza, il "nostro" inizia a essere consumato da una tremenda e incofessabile tentazione. La vita gli ha concesso tutto. Ha una donna che lo ama, ha la tranquillità e la prospettiva di una vita felice, eppure... c'è qualcosa che ha conosciuto, qualcosa che ha intravisto e gli ha toccato corde emotive che nessun altra cosa ha saputo rianimare alla stregua di un uomo che ha conosciuto la potenza illusoria della cocaina e ora non può più placare il desiderio di quella sensazione di onnipotenza provata in quel primo assaggio. "Katryb mi sta chiamando, pronta a donarsi come un fiore all'azzurro del cielo... Isolda, dalle tenebre mi chiama, pronta a bruciare  con me sul rogo dell'amore perverso. Che faro? Quale sarà la mia scelta?" Già il solo fatto di permettere al dubbio di insinuarsi nella mente, di consentire, seppur per un attimo, di formulare un'idea tanto distruttiva da esser presa in considerazione, ci porta a risolvere il quesito per conto del protagonista che non vuole accettare quella che sarà la sua scelta. Il fascino del male e del proibito sono seduzioni troppo forti per non lasciarsi abbandonare nella voragine che conduce alla perdizione definitiva.

Samale tratteggia momenti di eccezionale quanto sinistra bellezza. Inventa poco sotto il profilo dell'intreccio, voli di streghe, creature vampirizzate, caproni che condudono riti sabbatici, ma è estremamente potente nel narrare. Un Algernon Blackwood delle nostre latitudini, che scrive con una poetica tradotta in prosa e con un linguaggio consono a un pubblico delle edicole. Purtroppo viene penalizzato dalla natura dei lettori a cui erano dirette le opere, dal dover giostrare con quel taglio da feuilleton votato al pulp che andava per la maggiore nell'underground del secondo dopoguerra. Nonostante ciò riesce a impreziosire il testo con alcuni spunti filosofici incentrati su una critica dei tempi moderni in difesa delle tradizioni. "Penso che l'uomo, travolto oggi da un'ondata di meschino materialismo, abbia bisogno di qualche testimonianza che lo induca a pensare al proprio destino dopo la morte, dato che la morte non è che un passaggio da uno stato di esistenza a un altro." Ecco che l'uomo irlandese, ancora legato alle tradizioni e non ottenebrato dalla frenesia della vita di città, viene definito possessore di una capacità smaritta dagli altri uomini ovvero quella di "possedere un orecchio interno con cui socchiudere uno spiraglio sul mondo invisibile." Dalla lettura del testo si evince infatti che ci sono due realtà in gioco. Quella percebile dai cinque sensi e quella che si cela oltre e che si sviluppa in parallelo, una realtà in cui si muovono gli spiriti. Ma nel ventesimo secolo il mondo è cambiato e anche il diavolo ha modificato i suoi piani. Il presunto sviluppo sociale e la cultura, che dunque vengono caricate di un'accezione negativa, hanno portato l'uomo moderno a deridere quanto raccontato dai vecchi. Il diavolo non fa più paura e così viene accettato, accolto nella propria vita, eletto indirettamente a Dio a cui rivolgere le proprie richieste e a cui prostrarsi. Il dio che concede il successo, offre potere, soldi e donne. "Il diavolo si è insinuato nella vostra politica, nella vostra scienza, nella vostra vita di ogni giorno. Un tempo questo non era possibile, perché la gente viveva nel timor di Dio. Gli indemoniati, gli ossessi, altro non erano che esseri in lotta contro Satana. Oggi no. La gente accetta i demoni e li accarezza, fornendo loro le armi della cultura e del pensiero. I demoni, oggi, stanno fra la gente per bene, e non succhiano più sangue, preferiscono sottrarre all'uomo la volontà, il pensiero, il sentimento, la gioia, la forza vitale e ne restano che delle povere larve umane , dei cadaveri ambulanti." Difficile sconfessare Samale che, in fatto di uomini e di occultismo, ne sapeva ben lunga.

Il romanzo è stato raccolto nell'ottobre del 2010 dalla Dagon Press in un volume composto da un trittico di romanzi di Frank Graegorius che hanno aperto il là, grazie alla collaborazione di Sergio Bissoli (grande cultore della collana e dell'autore), alla riscoperta di tutta una serie di autori italiani che hanno fatto la fortuna de I Racconti di Dracula e che erano finiti nell'oblio al decorrere degli anni.

In definitiva è un romanzo non eccelso sul versante contenutistico, ma notevole sotto quello descrittivo e per quanto riguardano le atmosfere. Libero Samale, magari non era un asso nella costruzione di soggetti elaborati capaci di dettare nuove vie, ma era un grande poeta del macabro, un giudizio questo che è innegabile e sotto gli occhi di tutti. Lunga vita, nel ricordo, al grande maestro.

LIBERO SAMALE
in arte FRANK GRAEGORIUS.

"Ogni irlandese considera il corpo una prigione e la sua anima tenta di aprirsi delle feritoie per gettare uno sguardo sull'invisibile mondo del soprannaturale, verso il quale sente una struggente nostalgia."

martedì 29 gennaio 2019

Recensione Narrativa: SETTE PASSI VERSO SATANA di Abraham Merritt.



Autore: Abraham Merritt.
Titolo Originale: Seven Footprints To Satan.
Anno: 1927.
Genere: Fantastico.
Editore: SIAD Edizioni, 1979.
Pagine: 251.
Prezzo: Fuori catalogo..

A cura di Matteo Mancini.
Opera, se vogliamo, secondaria dello statunitense Abraham Merritt, giornalista a tempo pieno e scrittore nel tempo libero, giudicato, da molti, quale maestro dello scientific romance ovvero un genere sospeso tra il puro fantastico e la fantascienza. Dopo aver ricevuto un'educazione quacchera, sfrutta subito a inizio carriera una serie di segreti di cui viene a conoscenza, nell'ambito della sua pratica giornalistica, relativi a un omicidio politico. Invece di tenere fede al dovere di cronaca, Merritt mantiene il segreto e vede incrementare il proprio conto in banca oltre che ricevere una serie di incarichi che gli permettono di fare il giro del mondo. Scala in poco tempo i vertici del giornalismo e diviene direttore dell'American Weekly, disponendo sempre di ampie risorse economiche. E' un uomo abile, ma anche ben inserito in svariati ambienti. Tutto ciò che tocca si trasforma in oro. Si dedica alle attività più disparate, tra le quali quella di chimico specializzato in ricerca biologica nonché scopritore di droghe psichedeliche. Si interessa anche di occultismo ed esoterismo. Sfrutta tutte queste sue passioni incanalandole nella letteratura. Non tarda ad avere successo. La sua opera di debutto, The Moon Pool (1919), tradotto in italiano quale Il Pozzo della Luna, riceve subito ampia considerazione. Su di lui inizia a interessarsi Howard P. Lovecraft, i due si incontreranno anche a New York, che dopo aver tessuto lodi individua il tallone di Achille dello scrittore: "troppo spesso fa soggiacere la sua vena a esigenze puramente commerciali, accettando di abbassare il suo stile per adeguarlo alle esigenze del pubblico dal palato grosso che acquista le riviste sensazionalistiche popolari."
Questo Seven Footrips To Satan, pubblicato per la prima volta nel 1927 (Merritt lo scrive a 43 anni) sulla rivista Argosy-All Story, incarna bene, a nostro avviso, il limite evidenziato da Lovecraft. Dopo aver scritto racconti fantastici che sfiorano la tematica fantasy, tra i quali l'ottimo The Ship of Ishtar (Il Vascello di Ishtar, 1924), Merritt propone una sorta di feuilleton che ammicca al fantastico esoterico restando, di fatto, legato al mystery complottistico che strizza l'occhio alle organizzazione segrete che dominano, stando nell'ombra, il mondo. Sebbene il recentemente scomparso Giuseppe Lippi definisse l'opera quale "la migliore storia demonologica scritta nel novecento", a nostro avviso Sette Passi Verso Satana è un romanzo che prende le mosse dal Fu Manchu di Sax Rohmer, che all'epoca aveva già fatto uscire The Mystery of Dr. Fu Manchu (1913), The Return of Fu Manchu (1916) e The Hand of Fu Manchu (1917), senza grandi guizzi di originalità. I legami tra le due opere sono fortissimi e palesi. Si va dall'origine cinese dell'antagonista dell'opera, dal fatto che è circondato da servi della manciuria, per finire col suo vezzo di controllare il mondo, attraverso un'organizzazione segreta con affiliati sparsi ovunque, dall'interno di un castello labirintico impinguato di opere d'arte, con pareti mobili e cuniculi all'interno delle mura che permettono di spostarsi nella costruzione senza farsi notare da nessuno.

A differenza del collega inglese, Merritt aumenta la posta in palio. Il suo genio del male infatti non è un bandito qualunque, bensì un individuo dall'altezza sproporzionata che si definisce Satana in persona. "Un maccanismo in carne e ossa all'interno del quale si agitava un demone."
La quasi totalità del romanzo si svolge all'interno del castello di Satana, nella periferia di New York. Il protagonista, un esploratore dedito a furti di opere d'arte di inestimabile valore, viene rapito dall'organizzazione di Satana che lo vuole annettere nella sua organizzazione, perché ne stima le doti e soprattutto intraprendenza e corraggio smargiasso. Il protagonista, un po' come il Neo di Matrix nel suo primo incontro con Morpheus, ha la possibilità di rifiutare la proposta, ma l'interesse per una giovane ragazza che fa parte del gruppo ("il suo regno sarà stato l'inferno, ma con Eve dentro per me era il paradiso") e la curiosità verso l'enigmatico personaggio che si trova davanti, finiscono per farlo acconsentire all'iniziazione in questa società con tutto quello che ne consegue. Satana è un truffatore, un patito delle scommesse e un uomo a cui piace giocare alla stregua di un gatto col topo. Ricorre a una droga speciale che ottenebra le menti dei suoi servitori, trasformandoli in pedine prive di un'anima totalmente asservite ai voleri del loro Dio. Un escamotage che permette a Satana di far compiere immaginari voli mentali ai suoi servi, così da placarne ogni resistenza e regalare l'illusione di una vita colma di realizzazioni che, tuttavia, svaniscono all'evaporare dell'effetto oppiaceo. Merritt regala, al riguardo, uno dei momenti più squisitamente fantastici del romanzo, in una sorta di rito demoniaco che riesce a stimolare più di un brivido al lettore, con i servi che si prostrano, giurano fedeltà e si rendono protagonisti di condotte completamente svuotate da ogni senso di pudore e orgoglio.
"Sotto il controllo di una volontà e di un intelletto più grandi della somma totale delle loro volontà e dei loro intelletti, una mente più grande di tutte loro può programmarle tutte, può costringerle a realizzare quei programmi esattamente come la mente più grande ha concepito per loro." Viene così in ballo il duplice tema della manipolazione mentale e del governo ombra che domina, sotto copertura, le sorti del mondo. E come fa Satana a perseguire tutto questo? Semplice, lo fa col denaro, con i vantaggi che rientrano nel c.d. scambio dei favori, ma lo fa anche con la forza, con l'induzione al suicidio e con la pressione psicologica. Chi si ribella all'organizzazione va incontro ad atroci torture, di carattere esemplare e sempre inferte in modo spettacolare con tutti gli altri adepti presenti su delle specie di tribune; viene inoltre fatto credere agli altri adepti che il ribelle è sprofondato nelle fauci dell'inferno, perdendo anima, personalità e vita. Satana teorizza infatti una tripartizione della natura umana. "Tre sono le cose che fanno l'uomo. Una è contenuta nell'altra... ma ognuna è separata. Sono l'anima, la personalità e la vita. Per anima intendo quella essenza invisibile e non precisamente identificabile sulla quale la religione mente spudoratamente considerandola immortale. Per personalità intendo l'ego, la mente, il magazzino di tutti i ricordi, quella che dice... Io sono Io. Quanto alla vita, non c'è bisogno di definirla."

Una scena dalla trasposizione cinematografica
di CHRISTENSEN.
"Tre di queste impronte sono sfortunate, e fortunate
le altre quattro. Se le quattro sulle quali sale
il giocatore dovessero rivelarsi quelle fortunate,
l'interessato vince il privilegio di poter soddifare ogni desiderio, ma se sale
sulla prima delle mie tre, deve rendermi un servizio; Se sale su due
deve obbedirmi per un anno; se sale su tutte e tre le mie imprente
diventa mia, anima e corpo"

Indimenticabile la tortura, in una camera circondata da centinaia di specchi, a cui viene sottoposto un adepto fin troppo chiacchierone, così da portarlo alla follia e da questa alla perdita della memoria con conseguenziale frammentazione e disintegrazione della personalità. Soluzioni fantastiche che sottendono però a situazioni che trovano riscontro, tutt'oggi, nella vita che ci circonda. Non occorre difatti ricordare le pagine di cronaca nera in cui sono rimaste invischiate sette e altre organizzazioni para-esoteriche.
Satana si definisce il più grande romanziere mai esistito, perché le sue storie e suoi personaggi sono reali. Muove pedine in quella che è una partita a scacchi che non ha valenza virtuale, bensì trova riscontri nella vita di tutti i giorni. I suoi piani non sono evoluzioni che si sviluppano sulla carta. Sono invece fatti che si manifestano nella realtà, grazie all'azione coordinata e studiata a tavolino di una serie di variabili e di una serie di personaggi aderenti all'organizzazione.
Nonostante un'ambizione tanto importante quanto quella sopra indicata, il Satana di Merritt è un personaggio con ampi limiti. Non è onniscente, finisce con l'essere superato in astuzia e ricorre a truffe facilmente dimostrabili, così da perdere, specie sul finire del romanzo, quell'affascinante alone da essere superiore che lo rendeva (apparentemente) invicibile al cospetto dell'imperfezione umana. Ne esce fuori un personaggio che sa molto più dell'impostore che del principe delle tenebre, vulnerabile persino nel fisico oltre che nello spirito. Merritt, attraverso il gioco dei sette scalini da salire, una specie di campo minato a cui Satana costringe i suoi adepti, sembra voler suggerire un percorso iniziatico in cui da grandi rischi possono derivare anche grandi premi, così come la perdizione totale del più alto dei beni che un uomo può lasciare su un tavolo da gioco: l'anima. Ne esce fuori un'evoluzione della tematica faustiana, in una caratterizzazione però menzognera. Satana, o meglio chi si definisce tale, fa credere di giocare d'azzardo ad armi pari con lo sfidato, dichiara anche di mettere in gioco tutto il suo potere e la propria organizzazione dichiarando di asservilirsi in caso di sconfitta (sorti del gioco completamente legate al caso e dunque aleatorie, quantomeno in apparenza), quando poi invece manovra a piacimento l'intero gioco da dietro le quinte. Ne esce fuori una figura che sembra molto più vicina ai santoni delle sedicenti sette, movimenti che hanno la sola funzione di spennare i vari adepti piuttosto che farli evolvere in persone migliori. Ecco che, ad avviso di chi scrive, Sette Passi Verso Satana, è un mystery che diviene presto un action movie (con tanto di sparatorie, bombe e ribellione finale con taglio prettamente terrestre) che assume valenza satirica. Merritt, senza mezzi termini, prende in giro le organizzazioni iniziatiche e occulte. Suggerisce un substrato occulto ed esoterico, che si rivelerà falso e artefatto, per poi prendere la via della metafora utile a condannare le organizzazioni segrete, con un piglio sarcastico che sceglie il taglio del feuilleton ottocentesco. Centrale diviene infatti la storia d'amore che il protagonista allaccia con la prediletta di Satana, un giovane e bella ragazza da cui il santone vorrebbe un figlio pur se contro la voglia della giovane. Un rapporto, quest'ultimo, che scocca fin da subito alla stregua di un colpo di fulmine, dapprima combattuto e poi alimentato alla distanza da una reciproca passione che spinge a superare quei mille ostacoli che intralciano la formazione di una coppia. Una passione che porta entrambi i personaggi a mettere la propria vita in gioco per il bene dell'altro. Merritt infarcisce il tutto con uno spiccato romanticismo che tocca i vertici quando i personaggi ricordano gli amori passati o quando il protagonista brama di poter rivedere la sua amata per poi inabissarsi tra le sue braccia o stordirsi in anestetizzanti baci atti a dimenticare quella condizione di amore impossibile che sembra condannare le loro vite.

Sette Passi Verso Satana è un mix di tanto eroismo da super uomo, un condimento a base dell'amore dei sogni con la bella che incontra il principe azzurro che la salva dall'incubo e un contrasto costituito da un avversario che cerca di sfruttare le superstizioni e il fascino dell'occulto per manovrare il mondo, dimostrandosi poi assai umano e vulnerabile.
"Sono un vero conoscitore... il più grande al mondo. Non solo di pittura, di gemme, di vini, ma anche di ogni altro capolavoro del genio umano. Sono un conosciutore di uomini e donne. Un collezionista di quelle che chiamano anime" così si definisce Satana, che cadrà vittima proprio dei suoi stessi vizi e della sua ingordigia, organizzando furti e rapine in giro per il mondo. Perché è questo che fa Satana, nel volume di Merritt. Si circonda di ricchezze e vive in mezzo alle stesse, un po' come il protagonista di Controcorrente (1884) di Huysmans. Un vero e proprio rappresentante del decadentismo wildiano, che fugge dalla vita di tutti i giorni per crearse una a immagine e somiglianza del principe delle tenebre. E come il personaggio di ispirazione finirà vittima dell'inferno che ha creato, ripudiato dai suoi stessi adepti.
Satana apprezza gli uomini che hanno propensione al rischio, che hanno quel profilo che si concilia col giocatore. Lui stesso dice di essere un giocatore, in realtà è solo un baro, un manipolatore che sfrutta le debolezze altrui, proprio come fanno i santoni per estorcere favori e servizi, per rubare adesioni. "E' il senso di avventura che ti anima in questo genere di lavoro. Il gioco, quindi, non il guadagno. Fu lì che pensai a te come a un vero giocatore" così spiega Satana, al protagonista, il motivo per cui lo ha fatto rapire per convincerlo a entrare a far parte della propria organizzazione segreta.

Romanzo che ebbe notevole successo fin dall'uscita, al punto da essere trasposto sul grande schermo da Benjamin Christensen, dopo appena due anni dall'uscita. A nostro modo di vedere, tuttavia, appare fin troppo sopravvalutato. Merritt confeziona, con stile leggero e una prosa accessibile a tutti, un feuilleton che guarda a destra e a sinistra, da Sax Rohmer a Huysmans passando per Leroux (la camera delle tortura ha un che dei labirinti e delle stanze della tortura presente negli scantinati de Il Fantasma dell'Opera), per plasmare un romanzo di facile lettura e di presa popolare intriso di un'azione e di una componente rosa che alla fine surclassano l'investitura fantastica ed esoterica che racchiude la storia. Il miglior Merritt risiede altrove.


ABRAHAM MERRITT

"E' per divertimento che esisto. Solo per questo... Io sono un grande romanziere, il più grande che sia mai esistito, dal momento che le mie storie sono reali... Io gioco i miei scacchi con pedine viventi, e tanti giochi alla volta, in tutti gli angoli del mondo. E' questo che mi diverte."