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mercoledì 7 settembre 2022

Recensione Saggi: IL TROFEO FORD DI RALLYCROSS di Giulio Giovannetti & Umberto Lacchetti.

Autore: Giulio Giovannetti & Umberto Lacchetti.
Anno: 2022.
Genere: Saggio sportivo (Automobilismo).
Editore: Libeccio Edizioni.
Pagine: 116.
Prezzo: 15,50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Curiosa iniziativa di due appassionati di automobilismo che, per primi, sono andati a rispolverare un settore caduto nel più assoluto dimenticatoio; un microcosmo che raggiunse il suo apice in occasione del prologo del film interpretato da Bud Spencer e Terence Hill intitolato Altrimenti ci Arrabbiamo. Stiamo infatti parlando del Rallycross, una competizione motoristica (italiana) presto finita nell'oblio dopo i primi assaggi andati in scena - per puro caso - in Inghilterra nel 1967.

A distanza di circa cinquant'anni, Giulio Giovannetti, autore di oltre centottanta pubblicazioni scientifiche, e lo specialista del mondo motoristico vintage Umberto Lacchetti portano gli appassionati di auto d'epoca indietro negli anni, sulle piste improvvisate delle campagne italiane, facendo rimbombare il suono dei motori e facendo risalire alle narici l'odore della gomma bruciata, in un turbinio di sorpassi e contro sorpassi, tra derapate e salti spettacolari. È lo show del rallycross, un campionato italiano monomarca, organizzato tra il 1970 e il 1973 dalla Ford Italia, aperto a piloti di ogni specie e di ogni esperienza, a cui era possibile partecipare versando appena 10.000 lire di iscrizione. Una competizione utile alla Ford per dimostrare la robustezza delle proprie auto e soprattutto un'occasione irripetibile per chi non aveva budget per mostrare le proprie qualità di guida a talent scout in cerca di nuove leve.

Premesse, regolamenti delle competizioni, descrizioni di piste, piloti, auto (Ford Escort e Ford Capri) nonché la breve cronistoria di tutte le corse disputate dal 1970 al 1973, oltre a interviste esclusive e quant'altro sia legato al contesto di riferimento. Giovannetti e Lacchetti propongono il materiale con uno stile graffiante, veloce e, pur nella competenza, semplice in modo da rendere appetibile il volume anche a chi non sia un patito di competizioni e meccanica. Il Trofeo Ford di Rallycross è infatti un'occasione per gettare luce su un periodo, come quello dei primi anni settanta, in cui la passione, la semplicità e l'opportunità di far emergere il talento erano garantite a prescindere da sponsorizzazioni o amicizie particolari. Uno spaccato di presa sociologica che spicca in modo evidente, rispetto alla freddezza che caratterizza l'epoca moderna. Viviamo anni in cui tutto è dominato da un professionismo, non sempre estrinsecazione di meritocrazia, asettico e sovente incapace di regalare le emozioni dei vecchi tempi. Tutto questo era alieno al mondo del rallycross. Sportellate, manovre al limite della correttezza, cappottamenti tra le urla di un pubblico sempre numeroso, accorso su piste tracciate per l'occasione e deformate da avvallamenti, cambi di direzione continui, trampolini per favorire i salti e balle di paglia al posto dei cordoli per delimitare margini di carreggiata in rigoroso fondo fangoso. Tutto questo era il rallycross, una corrida capace di richiamare un numero di partecipanti ai vari meeting superiore alle cento unità. Piloti più o meno improvvisati chiamati a calarsi in auto intercambiabili preparate e assegnate a sorteggio dalla Ford Italia senza possibilità di modiche.

Il volume è impreziosito da foto dell'epoca, oltre che da alcuni cenni sulla realizzazione del film Altrimenti ci Arrabbiamo e sulla preparazione di una Ford Escort, di proprietà di uno dei due autori (Giulio Giovannetti), tramutata in quella pilotata da Bud Spencer nell'ormai storico film diretto da Marcello Fondato.

Un volume dunque unico e imperdibile per chi voglia conoscere una competizione che ha fatto epoca, pur nella sua breve durata di vita, quando correre era solo passione e non un qualcosa connesso al più bieco capitalismo. 

 
Da sx a dx 
La Ford Escort protagonista dei Rallycross,
l'autore GIULIO GIOVANNETTI e il sottoscritto Matteo Mancini.
 
"Lo spirito del trofeo era di dare a tutti la possibilità di gareggiare, di mettersi in evidenza a parità di mezzi e senza sostenere spese.

lunedì 5 settembre 2022

Recensioni Narrativa: IL GRANDE LIBRO BLASFEMO, a cura di Regina G. Mitchell & David G. Barnett

Curatori: Regina Garza Mitchell & David G. Barnett.
Titolo Originale: The Big Book of Blasphemy.
Anno: 2019.
Genere:  Horror / Hardcore.
Editore: Independent Legions Publishing, 2021.
Pagine: 404.
Prezzo: 18.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

RECENSIONE IN FORMATO RIDOTTO

Per contenuti e stile, Il Grande Libro Blasfemo è un'antologia unica sul mercato editoriale italiano. Alessandro Manzetti, con la sua Independent Legions, offre con coraggio il testo a un pubblico alla ricerca di frontiere che vadano oltre il politicamente corretto e i limiti del buon costume. Siamo infatti alle prese con un horror assai lontano da quello delle origini e persino da quello portato al successo negli anni novanta dai vari Fritz Leiber, Ray Bradbury, Robert Bloch, Richard Matheson e Stephen King. Gli autori della nuova corrente, alimentati dall'efferatezza e dalle visioni estreme di Cliver Barker e dei fautori della corrente splatter-punk, hanno determinato una nuova vita del genere horror portandolo a sconfinare oltre i limiti del socialmente accettabile. L'extreme horror è un sottogenere  che non risponde ad alcuna remora, non più limitato da freni inibitori o dalle logiche del buon costume. The Big Book of Blasphemy è uno dei tanti progetti ideati negli Stati Uniti, ma di rado giunti nella nostra penisola. Il progetto viene concepito nel 2019 dagli scrittori Regina Garza Mitchell e da David G. Barnett con l'intenzione di scioccare e imbarazzare i lettori (più che spaventare o intrattenere), toccando una tematica tanto sensibile con un'irruenza che negli anni settanta avrebbe generato lo sconcerto e la scomunica del Vaticano. Il tema è la religione (cristiana), qua oggetto di un vero e proprio oltraggio, il più delle volte pretestuoso e demenziale, ma in alcuni casi visionario e interessante. Protagonisti assoluti sono gli scrittori dell'hardcore horror e del torture porn, alternati da una manciata di autori più tradizionalisti. Ribrezzo e pornografia sessuale si miscelano allo splatter e alla volontà di voler ostentare il “peccato” ben oltre il necessario. Le descrizioni sono particolareggiate, vuoi che si parli di smembramenti o unioni carnali. Persino il lessico, in questi casi, tende a fondere un linguaggio ricercato, talvolta poetico, a termini volgari (da bettola) che determinano un crollo nel registro linguistico allontanando di gran lunga la presa letteraria delle storie. A ogni buon conto, Manzetti concede agli appassionati del macabro la possibilità di confrontarsi con un lotto di autori pressoché sconosciuti alle nostre latitudini eppure famosi negli Stati Uniti (la cosa non è proprio un pregio), così da concedere l'occasione per allargare il fronte delle conoscenze del pubblico italico. Le storie proposte sono trenta, di altrettanti autori, tra i quali spiccano per notorietà Brian Keene (di cui si ricorda il divertentissimo I Vermi Conquistatori), il depravato (non me ne volete) Edward Lee (già proposto con Mr Torso), l'arzigogolata Charlee Jacob (autrice dell'antologia estrema I Giorni della Bestia), Kristopher Triana (pluripubblicato da Dunwich Edizioni) e i “nostri” Alessandro Manzetti e Paolo Di Orazio.

Paolo Di Orazio ha parlato dell'antologia nei termini di “capolavoro” e ha dichiarato che provare a recensirla sarebbe come tentare di recensire la Divina Commedia. Parole quantomai ardite, come spiegheremo nella parte dedicata ai dettagli. Il Grande Libro Blasfemo, infatti, è un'antologia per un pubblico (maggiorenne) molto di nicchia, amante delle provocazioni e del volgare, ben lontana da poter essere considerata un capolavoro. Violentissima, di cattivo gusto, offensiva e ancorata a un'idea materialistica della religione che strizza l'occhio a un'impostazione “essoterica” figlia di insegnamenti da catechismo (e non certo a una valutazione di caratura intellettuale). Gli autori chiamati a confrontarsi con la tematica sono tutti orientati a una visione della vita concentrata unicamente sui bisogni e sui problemi sociologici/materialisti. Dio o Gesù vengono accusati di esser assenteisti, ipocriti, rei di non intervenire in soccorso dell'uomo quando questo ne ha bisogno (si noti l'impostazione orientata alla vita di tutti i giorni e non a quella ulteriore). L'educazione cristiana (perché solo di questa si parla) è ritenuta responsabile di generare mostri a causa della sua rigida impostazione educativa. Ecco che si inneggia alla libertà sessuale o si suggerisce l'esistenza di un mondo sprovvisto di Dio o comunque destinato a non offrire il messaggio di speranza promesso dalle religioni. La morte non dischiude alcuna porta dell'aldilà, ma rivela l'ipocrisia e la falsità del messaggio di speranza lasciato da profeti e uomini di fede. L'uomo è condannato alla sofferenza continua senza possibilità di ascesa e ne deriva la necessità di divertirsi finché ciò è possibile. La vita è ora e adesso. È proprio su quest'ultimo aspetto che la letteratura del terrore contemporanea diverge in modo determinante da quella delle origini (in particolare da quella frutto del lavoro degli scrittori affiliati a organizzazioni esoteriche). I valori spirituali, in quanto non percepibili in termini di prova certa e diretta, sono stati rifiutati e scalzati dalle esigenze materialiste (soldi, benessere, sesso) tanto da non avere più alcuna rilevanza. L'uomo moderno, sembrano suggerirci gli autori, ha bisogno di risposte dirette e immediate da riscontrare nella vita terrena. La vita non è più vista quale palestra o scuola necessaria per accedere ai livelli successivi di esistenza. L'uomo non è più chiamato a sviluppare la propria anima per ascendere a mondi ulteriori, non è più un qualcuno che affronta le ardue prove della vita per crescere nello spirito. Niente di tutto questo. C'è di più: nessuno degli autori prospetta quel famoso assalto al regno dei cieli che teorizzava Arthur Machen quando parlava dei veri peccatori. Ecco che la blasfemia di cui si parla nel testo, il più delle volte, si consuma nel modo più becero possibile, attraverso una mera inversione dei valori cristiani o riscrivendo passi biblici con la presunzione di smascherarli dall'alone moraleggiante per far emergere bieche realtà che inficiano il messaggio lasciato ai posteri dai testi sacri. Ne emerge un atto di ribellione che non porta a costruire un qualcosa di nuovo e di personale (come dovrebbero fare quelle visioni teologiche orientate allo sviluppo dello spirito), ma si limita a decostruire quanto è stato insegnato in favore di un'anarchia in cui tutto ciò che genera piacere deve essere accolto in ossequio agli insegnamenti dell'Aleister Crowley delle origini. “Fai ciò che vuoi” è il messaggio che viene dato, poiché la vita è adesso e del domani non vi è certezza e pertanto è inutile perdere tempo nel pensare a ciò che sarà.

Dei trenta racconti solo una mezza dozzina sfuggono al genere hardcore e, curiosamente, mettono alla berlina la forza e la capacità artistica del sottogenere in questione. L'hardcore, infatti, ne esce a pezzi dal confronto, tanto che i racconti migliori sono proprio quelli che evitano la commistione con la pornografia. Brillano autori quali Simon Clark, Gabino Iglesias, Lucas Mangum e Laura Blackwell. Tra gli estremisti convincono Monica J. O'Rourke, Jeremy Wagner e soprattutto i racconti dei curatori Regina Garza Mitchell e David G. Barnett. Un'altra mezza dozzina di elaborati presentano elementi interessanti (misti a difetti), tra questi si segnalano Alessandro Manzetti, Paolo Di Orazio, Kristofer Triana, Ali Seay, Wrath James White e Gerard Houarner. Il resto, oltre metà antologia, non impressiona affatto, rivelandosi spesso mediocre. Deludono oltremisura firme d'autore quali Brian Keene, Edward Lee e Charlee Jacob.

Cacciatori di angeli, santi rapiti dai piaceri della carne, suore maledette, unioni carnali tra uomini e divinità, riscritture in chiave blasfema della figura del Cristo o di eventi biblici, sette sataniche, preti corrotti dai piaceri della carne o dalla volontà di reprimere il peccato, giovani rovinati dagli insegnamenti cattolici, visioni sataniche e persino squarci di un futuro distopico più o meno prossimo sono gli sviluppi della traccia iniziale. Vediamo di seguito i dettagli.

 
La copertina della versione americana.
 
NEL DETTAGLIO

Scendiamo nel merito dei racconti e premettiamo che potremmo dividerli in tre grandi gruppi. Da una parte abbiamo un piccolo gruppo di storie legate a un orrore che potremmo definire tradizionale, dall'altra abbiamo il più corposo gruppo di storie hardcore o torture porn e infine annoveriamo una serie di racconti che giocano sugli effetti destabilizzanti dovuti a una rigida educazione cristiana. Partiamo dal primo gruppo di racconti, visto che tra questi sono individuabili gli elaborati a nostro avviso più riusciti.

La palma del miglior racconto la diamo a Quando Giaci Urlando nella Tomba dell'inglese Simon Clark (1958), noto per il romanzo La Notte dei Trifidi (ha scritto anche episodi per la serie Doctor Who) ma nuova proposta sul mercato italiano, che ci offre una buona rivisitazione del tema del sepolto vivo. A differenza di Edgar Allan Poe, Clark aggiunge un pessimismo teologico di fondo attraverso cui supera il concetto di Dio e di Satana, ma anche di Paradiso e di Inferno, in un'interpretazione della realtà in cui i defunti, in attesa della dissoluzione totale di anima e corpo, urlano nelle loro tombe a causa di un dolore mai conosciuto in vita (la certezza che oltre la morte non vi è alcunché). Ottimo racconto dunque, che evita la scorciatoia degli effetti speciali e propone una filosofia di fondo nichilista. “Sono giunto alla conclusione che c'è un'intelligenza potente là fuori nell'universo... Un'intelligenza gelida che non è Dio onnipotente e non è Satana.” Dotato di eccelso ritmo e grande senso dell'azione, la storia propone due uomini nell'atto di disseppellire un loro caro amico, dopo che l'immagine del cellulare sepolto insieme al morto ha preso a trasmettere un urlo continuo. Da qui la massima finale per la quale: “Il nostro destino è giacere urlando nelle bare.”

Rispolvera i classici della letteratura del brivido anche lo sconosciuto (in Italia) Gabino Iglesias, texano di cui la Independent Legions ha di recente acquisito i diritti dell'antologia Coyote Songs (indicata da Manzetti tra i migliori 150 libri horror degli ultimi venticinque anni). Il suo Ali Nere è un chiaro omaggio a Howard P. Lovecraft e, più nel dettaglio, al racconto The Hound. Iglesias parte su coordinate noir che sconfinano presto nel weird. Il racconto, infatti, si apre con l'ingaggio di un sicario per mano di un malavitoso portoricano. Il killer viene incaricato di uccidere un magnaccia colpevole di far prostituire una ragazza dawn. Il compito viene portato a termine, ma sotto i colpi di pistola cade anche un secondo uomo: un vecchio esperto nel Palo Mayombe. Nel morire, il palero proferisce una serie di frasi in una lingua sconosciuta (echi a Lovecraft), lanciando una maledizione contro il suo assassino che, da quel giorno, finisce preda di visioni e incubi continui. Finale lovecraftiano, con l'idea degli Dei disinteressati alle sorti dell'uomo e una creatura alata di dimensioni enormi che volteggia fuori dalla finestra del protagonista. Non originale, ma graffiante in puro stile da orrore caraibico alla Whitehead.

Molto buono, pur se strutturato in modo frammentario, è Sorella Cicatrice, un elaborato che conquista l'ideale premio per il racconto più onirico. La firma è del texano Lucas Mangum, altro autore del tutto sconosciuto in Italia. Un'autoambulanza vaga sul limite di un campo di battaglia trasportando un soldato ferito quando, d'improvviso, viene sbalzata in un'altra dimensione. Il passaggio porta a uno schianto in pieno deserto sul muro di una Chiesa apparsa dal nulla. Così prende piede l'incubo che porterà il protagonista a mutare da uomo a donna. Discreto nunsploitation, pur se caratterizzato dall'assenza di una solida struttura. Mangum propone una comunione assai blasfema, all'interno di un convento retto dalla suora che ha prestato soccorso al malcapitato. Disturbante, eppure mai volgare, con un consesso di suore che si deliziano alimentandosi col corpo di un pitone.

Qualità anche dalle parti di Laura Blackwell, ennesima nuova proposta in Italia ma già premiata in America al World Fantasy, che propone il pericolo di un nuovo diluvio universale. Il suo Amore come un Diluvio è un racconto raffinato e delicato, capace di creare un'interessante atmosfera con la pioggia che prende, a poco a poco, a scendere rivelando solo alla fine la ragione della sua discesa. Al centro della storia c'è un parto in un ospedale di una donna ingravidata da un angelo. Bella la gestione dell'elemento apocalittico, con Dio che si appresta a dare avvio a un diluvio universale nell'era moderna. L'arrivo dell'angelo e il rapimento del neonato, un essere che cresce progressivamente di dimensioni ed è parlante fin dalla nascita, scongiureranno il disastro. Sulla stessa tematica, ma con minor presa emotiva, si muove la specialista hardcore Monica J. O'Rourke, alla prima pubblicazione italiana, col suo I Guardiani. Indicata da Manzetti quale autrice di uno dei migliori 150 libri horror degli ultimi venticinque anni (Suffer The Flesh), la O'Rourke riscrive le ragioni che hanno portato Dio a scatenare il diluvio universale indicato nella Bibbia. Da spazzare via dalla Terra c'era una razza ibrida di creature affamate di carne umana frutto dell'incrocio tra gli angeli decaduti e le donne della specie umana. Finale con l'intervento degli arcangeli. Violento, eppure leggibile e non oltraggioso.

Segue la tematica dei rapporti amorosi tra donne e angeli anche l'erotico di classe E Sarai Adorata di Regina Garza Mitchell. Qui la blasfemia inizia a farsi largo in modo spiccato, pur non esagerando nei contenuti e nel lessico. La Mitchell riscrive la parabola dell'annunciazione e della nascita di Gesù. La Madonna non è più una vergine, bensì una donna sedotta e posseduta da un demone. Il Cristo viene definito quale falso profeta che, con la sua parola di supposta pace, sarà responsabile indiretto degli orrori attuali. Buoni ed eleganti gli stralci erotici che ne fanno un valido testo, tra i migliori del lotto. Decisamente più sfrontato ed eccessivo il contributo di Alessandro Manzetti. Il suo La Vergine Salata è un onirico quadro in evoluzione, una sorta di Hyeronimus Bosch maligno concentrato negli ultimi attimi di vita di una Giovanna d'Arco che invoca Gesù dal rogo. Notevole la capacità visionaria di Manzetti, che delinea un cielo che vomita fiamme e liquidi biologici (tra cui sperma celestiale) sotto lo sguardo attento di santi e demoni in estasi. Purtroppo, come suo solito, la penna del boss della Independent Legions si fa corrompere dalla volontà di ostentare sui dettagli sconci, un vizio estrinsecato da una cifra espressiva che abbandona lo stile poetico per concedersi escursioni nel dozzinale (parole come froci, uccelli e altro non si contano). Discutibili, inoltre, alcune espressione che rimandano alla contemporaneità, quali la parola “CLICK” per indicare il tasto in cui Gesù, penetrato in forma ectoplasmatica nella vagina dell'eroina, regala l'orgasmo alla sua eroina. Blasfemo fin dal titolo e con elementi di qualità sul versante pittorico, è una breve fiammata, forte solo dal punto di vista visivo.

Fiacco e fulmineo il contributo dello sconosciuto Matthew Warner che, con La Confessione, fornisce una storia da Inverno Giallo in cui un confessore svogliato e poco interessato alle lamentele dei fedeli riceve, presso il suo confessionale, un peccatore insolito: un Gesù tutt'altro che propenso al perdono e alla comprensione. Niente più che di un esercizio di stile. Non decolla mai Il Portale di Giuda di John Urbancik che promette molto, ma lascia troppo all'immaginazione del lettore (Giuda è la rappresentazione di ciò che è diventata la Chiesa?) risultando criptico e non facilmente risolvibile. L'autore sembra voler riproporre il tradimento di Giuda e la volontà di Dio affinché l'assassinio e la bestemmia siano componenti del mondo dell'uomo, ma la cosa resta vaga e tutta giostrata da una serie di volantini che vengono affissi attorno a una cattedrale con la scritta “La Testimonianza della Blasfemia”. Da apprezzare il tentativo di voler proporre un messaggio di valenza teologica, riducendo al minimo indispensabile lo splatter.

Prima di affrontare il cuore dell'antologia, ovvero la serie di storie propriamente hardcore, è opportuno stendere un cenno per quegli elaborati che mettono alla berlina l'educazione cristiana, vedendo nella stessa una forma di giustificazione di crimini contro l'umanità o una  forma castrante della personalità altrui e, di conseguenza, la ragione dell'esistenza di condotte devianti. Si tratta di racconti di impronta sociale e antropologica, piuttosto che horror. Tra questi spicca Gesù o Jacob, opera che sceglie la via della metafora per proporre il nuovo Gesù del nuovo secolo individuandolo in un ragazzo gay perseguitato dal prossimo per via del suo orientamento sessuale. Lo firma Ali Seay, altro scrittore sconosciuto. Crudele ma ben calibrato l'epilogo, in cui un padre spara a suo figlio per tutelare la purezza di Dio ed evitare la corruzione sociale.

Più brutale (e hardcore), ma anch'esso schierato nel medesimo solco, il landsdaliano L'Esorcismo Texicano di Wild Young Sharona di Paolo Di Orazio. Luci e ombre, penalizzato dalla volontà di insistere su inutili dettagli macabri (la disarticolazione, punto per punto, di un cadavere preso a martellate) e su un lessico sboccato (tra masturbazioni e violenze). Eccellente il finale e l'atmosfera desertica. Di Orazio, come Seay, gioca nell'identificare il Gesù moderno nella figura di un trans ucciso dal padre per liberarlo della possessione della personalità femminile ma, nel farlo, sceglie la via dell'horror con tanto di resurrezione maledetta.

Esorcismi fatali e controproducenti al centro del drammatico Lamenti e Stridore di Denti di Ray Garton (di cui si ricorda Live Girls edito da Bompiani), un racconto in cui una giornalista tenta di far luce sull'infanzia di un serial killer suicidatosi per sfuggire all'arresto. Giostrato in flashback dalla prospettiva della madre del giovane, è un racconto che non decolla mai e propone l'educazione religiosa quale matrice che ha portato al male un ragazzo timido bistrattato e non compreso dai genitori per i suoi gusti cinematografici e musicali. Sulla stessa falsa riga si muove David del meno noto Eddie Generous, ancora una volta costruito attorno a un adolescente punito per le sue naturali pulsioni sessuali e convinto dai genitori di essere nel peccato.

Scelgono (in modo non entusiasmante) la via della distopia Stephen Kozeniewski e Lucy Taylor. Il primo, già edito in Italia da Dunwich Edizioni (The Hematophages), con La Casa di un Uomo Forte, immagina gli Stati Uniti divisi in due blocchi, uno dei quali retto da un governo cristiano orientato a instaurare una dittatura totalitaria che richiama ai principi fascisti (a partire dalla deprogrammazione mentale e riprogrammazione). Più estremo il contributo della Taylor, vincitrice del Premio Bram Stoker,  che propone La Preghiera Maledetta. La tranquillità di una maestra di una società cristiano centrica viene funestata dalla presenza di un sedicente Gesù che insegna ai ragazzini preghiere sconce e pensieri impuri. Tra miracoli che riproducono l'episodio biblico dell'apertura delle acque del Mar Rosso e tentativi di repressione, è un testo che scivola via ben cadenzato ma con poco costrutto.

Territorio hardcore/torture porn per il resto dell'antologia. Se il proposito editoriale era quello di lanciare questo sottogenere, la lettura di questa antologia dimostra che la via “tradizionale” resta ancora la preferibile. Pochissimi, in questo gruppo, i racconti meritevoli di esser salvati, peraltro quasi tutti portatori di difetti o di limiti. Il migliore, pur se derivativo (basti leggere alcuni passaggi di The Devil Rides Out di Dennis Wheatley, da noi tradotto come Il Battesimo del Diavolo, o vedere film come Faust di Brian Yuzna), è Quando un Bambino Piange di David G. Barnett che, purtroppo, non riesce a capitalizzare l'eccellente prologo. Il racconto si apre sui re magi che si recano presso la grotta in cui è nato Gesù. La Bibbia non riporta che il parto della Madonna è stato un parto gemellare e che vi è stato uno scontro tra gli emissari di Dio e quelli di Satana per prendere in consegna il gemello di Gesù. Sanguinolento e truce fin dal via, Barnett delinea un affascinante contesto che richiama la narrativa weird degli albori (penso alla sword and sorcery di R.E. Howard) salvo scivolare nell'hardcore nella parte ambientata - ai giorni nostri - nella misteriosa Mason, la cittadina in cui si sta tramando per l'avvento della grande bestia. Notevole gestione della tensione, con un interesse crescente nella lettura rovinato da una parte finale prevedibilissima con spunti (amatoriali e insistiti) che scadono in orge religiose, sacrifici di bimbi e resurrezioni di reliquie che tornano a nuova vita assorbendo sangue. Colpisce, rispetto ad altri autori, la presa di distanza dal sesso sfrenato, con la bestia che deride i suoi fedelissimi dicendo: “tutti voi siete soltanto delle piccole bestie che vogliono soddisfare i propri desideri basilari. Guarda come scopano e come commettono gravi peccati. Ebbene, per me, non è peccato. È solo la natura... Io condurrò questi piccoli mostri in una nuova era. Saranno il mio esercito, che trasmetterà il mio verbo al popolo.” Un racconto hardcore e al tempo stesso anti-hardcore, in cui l'uomo materialista, assetato di potere e di sesso, viene definito “controllato e governato da una sola mente.” Da notare inoltre come la bestia e il Cristo siano fratelli e che pertanto il male è di natura divina. Buonissimi spunti che potevano rendere meglio, comunque si tratta di un racconto capace di intrattenere, sebbene eccessivo e ripetitivo in alcune scene pornazze (“Un tizio che non conoscevo aveva le mani premute contro la parete mentre Mary gli ficcava una candela piuttosto grossa su per il culo. Lui si crogiolava nel dolore e nel piacere. Lei usava la candela come se fosse un pistone. Il sangue gli scorreva nell'ano. Mary lasciò cadere la candela sul pavimento e poi semplicemente infilò il proprio pugno insanguinato nel culo del tipo. Glielo conficcò dentro con una forza brutale. Lui continuava con i suoi spasimi di piacere. Lei lo inculò a sangue, il braccio infilato fino al gomito...)” Molto simile, ma meno strutturato e meno dotato di sottotracce, è La Dea della Forma di Kristofer Triana, autore già pubblicato in Italia dalle Dunwich Edizioni. Centrale la scena del sabba orgiastico che, dato il contesto, prende la via esplicita della pornografia. Immaginate, con qualche risibile variante, una sequenza in cui viene rappresentata una messa satanica e avrete in mano l'idea della storia, nonostante qua si parli di una setta estranea alle religioni conosciute. Inutile insistere nel voler trovare parole diverse rispetto all'appropriato “pornografia” per definire un sottogenere che privilegia il voler ostentare al suggerire, sia sul versante sessuale che su quello del terrore. Si possono forse definire passaggi di arte sublime stralci di racconto come questo: “Era madido di sudore, l'uccello era rosa e gonfio per aver appena scopato Ix sul suo altare, con la setta che lo incitava. Era stato persuaso a farlo. Faceva parte dell'iniziazione per tutti i nuovi arrivati. Lei lo tirò a sé in profondità nel momento in cui eiaculò, fu finalmente rilasciato e due donne strisciarono sul pavimento fino alla dea. La più anziana teneva una Bibbia. Si posizionarono tra le sue cosce e quando quella più anziana aprì il libro sacro, la giovane ne strappò due pagine e le arrotolò formando due tubi sottili. Se li portarono alle labbra, si avvicinarono alla fica fradicia di ix e succhiarono lo sperma di John.”? Buono il ritmo, derivativo il soggetto, sconcio e dozzinale oltremisura il lessico (offese per tutti i credi monoteisti). A ogni modo, si lascia leggere ma non è all'altezza della storia di Barnett.

Più interessante Boschi Norvegesi dove va in scena un altro rituale satanico. Sembra di essere alle prese con un racconto di Anders Fager, sebbene a firmarlo sia l'emergente Jeremy Wagner. Siamo dalle parti del black metal, con un cantante votato a Satana che ricorda quello protagonista del film Morte a 33 Giri. Riti blasfemi a base di sesso e sacrifici animali portano il leader del gruppo dei Pesta's Reign a compiere un rituale di magia nera che rianima una capra decapitata e, con questa, due dei componenti del gruppo sgozzati in onore a Satana. La fuga del terzo componente della band, fuggito in periferia all'interno della chiesa retta dal parroco nemico giurato del movimento black metal, è resa vana dalla potenza della magia nera. Satanismo acido che va oltre alle allucinazioni frutto di alcool e droghe, scendendo nelle maglie di un orrore che non si ferma neppure al cospetto del terreno sacro di una Chiesa. Non male e sicuramente con i suoi estimatori.

Buono, ma con difetti, Il Messia del Peccato. L'autore, Wrath James White, specialista hardcore incluso anche nell'antologia Brutal 2 sempre dell'Independent Legions, cade nella tentazione di voler sconfinare a tutti costi nel suo genere di elezione, proponendo un finale di grana grossa di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Davvero un peccato, poiché sia la struttura che la base che sottintende il racconto sono molto buone. Un prete, interessato ad acquisire potere e controllo, si rivolge a un truffatore esperto di marketing che gli suggerisce la via per la scalata al successo. White parte in quarta, calando nell'azione grandguignol il lettore salvo poi proporgli il lungo flashback centrale che ha lo scopo di premettere i fatti. A interessare la storia sono le tematiche dello sfruttamento della credulità popolare, dell'incapacità della massa di elaborare un proprio pensiero autonomo (“la gente vuole credere in qualcosa. Vuole una direzione e uno scopo. Non vuole forgiare il proprio percorso. Vuole la via ben definita e il percorso chiaramente segnato. Vuole che gli venga detto in quale direzione andare.”) e dell'opportunità, per chi voglia approfittarne, di manipolare il pensiero collettivo proponendosi quale portatore di presunte verità avvalorate da un calibrato studio della forma. Poco importa poi se si stanno sostenendo menzogne roboanti, poiché la forma inficia la sostanza. Una tematica, questa, assai di moda in questi tempi di covid. Il finale, assolutamente pessimista e materialista, scade in un porno di cattivo gusto (ivi compreso il lessico che sfocia nel volgare), pur se interessante sul versante del messaggio. Peccato davvero.

Delirio onirico al centro de L'Avversario di Gerard Houarner, che ripropone il tema dell'orgia religiosa ma in modo più originale e coinvolgendo Krishna, Gesù (che si chiama Joshua), Satana (col nome “L'avversario”) e la Dea Kalì, in un intreccio irriverente che tende a superare la castità divina suggerendo la presenza di un figlio di Gesù frutto dell'amore con Maddalena. Purtroppo anche qua si registrano cali di stile con concessioni al porno, comunque miscelati a interessanti scambi di battute col diavolo, che rinnova le tentazioni a Gesù in un contesto che sembra quello di una discoteca infernale, e a una presa onirica tra le più forti tra quelle ravvisate nell'intera antologia. Non sempre facile da seguire.

Qualità inferiore per gli altri, tra cui brilla a tratti il disgustoso torture La Trappola dell'Angelo dello specialista hardcore Harding, una sorta di Saw in cui gli ospiti del pazzo di turno, un cacciatore intenzionato ad uccidere un angelo, sono costretti a subire una diversificata serie di martiri funzionali a fungere da esca per l'apparizione di un angelo. Alla fine l'angelo, peraltro responsabile della lacrimazione di una madonnina (parte migliore del testo), si materializza davvero e fulmina il depravato di turno col suo urlo. Siamo però davvero sicuri che si sia trattato di un angelo nella grazia di Dio?

Può piacere Giocare al Dottore di Joshua Chaplinsky, descrizione piuttosto truce, seppur condita da un tocco poetico/sentimentale, di un processo di imbalsamazione di un ragazzo defunto. A condurre l'operazione è l'amica di gioventù del giovane, una donna che non si è mai sposata e che ha avuto una relazione amicale molto vicina a un'emozione d'amore mai sfociata. Buone caratterizzazione, ma troppo insistito sulla truculenza e poco in linea al tema dell'antologia.

Deludenti gli altri. Ryan Harville prende spunto dall'attività di proselitismo dei testimoni di Geova col suo Vendere la Salvezza, portando due giovani ragazzi presso la casa del demonio. Bella gestione dei dialoghi, un po' di erotismo e un epilogo in cui il fedele, al cospetto del pericolo, rinnega Dio e i suoi compagni di avventura. Niente di che, ma ben narrato.

Bocciamo il resto, anche se proposto da importanti firme. Charlee Jacob, a cui compete l'onere di aprire l'antologia alla stessa dedicata essendo scomparsa nel periodo di uscita, offre una sorta di cappello introduttivo che cela, sotto la forma del racconto, un delirio filosofico di impronta nichilista. Il suo La Fede è un allucinato pensare a voce alta, una sorta di sfogo in cui si cerca di fare emergere che Dio, in realtà, è un'assenteista poco interessato alle sorti dei figli, accettando un mondo imperniato di violenze e stupri. Si nega il concetto del libero arbitrio e sfumano anche i concetti di bene e male: “siamo fottuti dalla nascita alla dannazione... Coloro che sono fanatici del bene o del male sono dei visionari. In realtà sanno raramente a quale schieramento appartengono, ne sostengono uno mentre, in realtà, vengono rivendicati dall'altro. Lezioso, sconcio, difficile da seguire.

Fa peggio Brian Keene, altrove notevole, con l'illeggibile e alquanto idiota Il Tizio di Nazareth. Keene vorrebbe esser divertente, ma ottiene il risultato opposto (non si può scherzare in tali termini su argomenti del genere). Svogliato, regala quattro paginette che avrebbe fatto meglio a non scrivere. Il suo è una sorta di trafiletto alternativo che riscrive in chiave offensiva e comica la biografia di Gesù. Pessimo gusto e fiacco, pur se con un Cristo burlone che ha imparato a fare masturbazioni con i fori subiti per l'effetto delle penetrazioni dei chiodi (rendetevi conto del cattivo gusto e della totale mancanza di rispetto). Tra i peggiori.

Male anche Edward Lee, considerato il maestro del genere tanto da essere una mascotte delle Independent Legions. Il suo Scritture naufraga in un insistito delirio sconcio a base di incesti, stupri, pestaggi e richiami biblici. Disgustoso e per nulla accattivante. Difficile da seguire Il Cristo Anatomico, altro delirio, di Joanna Koch. Diviso in tre parti poco scorrevoli e poco accattivanti, propone il calvario di una giovane intenta a pregare Gesù di guarirle il colpo di pistola che l'amante le ha sparato in grembo. Assurdo e privo di bussola orientativa Il Forno del Dio Fiammeggiante attraverso il quale Robert Allen Upton si diletta a schernire i sacramenti cristiani proponendo credi inverosimili che usano la pizza al posto delle ostie e inneggiato al gran peperone. Azione granguignolesca, amputazioni di arti, invasione di topi famelici e torture porn con poco costrutto. Mediocre.

Nata di Nuovo di Jaqueline Mitchel propone una seduzione per mano di una ragazzina a danno di un prete a cui piace gigioneggiare con il gentil sesso. Finale in zona rapporto orale. Squallido e poco interessante. Più dolce del miele, più prezioso dei diamanti di Mark Mills propone l'idea degli angeli quali deliziosi esseri da cannibalizzare. Buono spunto di partenza che si perde in un soggetto modesto che non decolla mai e finisce per ritornare sui cari temi dell'hardcore con tanto di comitiva di stupratori che preferirebbe violentare gli angeli sfruttando il loro unico orifizio utile: la bocca. C'è un particolare però: gli angeli hanno un urlo che uccide l'uomo. Male gestito.

In conclusione Il Grande Libro Blasfemo è un'occasione per conoscere scrittori nuovi, facenti parte di una scuola horror molto diversa da quella conosciuta in Italia. Un volume per pochi, assolutamente da evitare di regalare a chi ha fede o nutre un forte sentimento religioso. Molti racconti sono offensivi, inappropriati e narrati con un lessico troppo spesso preda del volgare. Eppure una decina di elaborati possono meritare l'aquisto dell'opera. Un vecchio detto avvertiva di non scherzare con i santi, suggerendo invece di farlo con i fanti, ma gli scrittori selezionati da Mitchell e Barnett sembrano aver declinato l'invito.

 

La coautrice Regina Garza Mitchell.
 
"La gente vuole credere in qualcosa. Vuole una direzione e uno scopo. Non vuole forgiare il proprio percorso. Vuole la via ben definita e il percorso chiaramente segnato. Vuole che gli venga detto in quale direzione andare. "
 

giovedì 25 agosto 2022

Recensione Narrativa: INVERNO GIALLO 81-82 a cura di Ellery Queen.

Autore: AA.VV.
Serie: Ellery Queen Presenta.
Anno: 1981.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 372.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Miscellanea di racconti a prevalenza matrice gialla, con sporadiche incursioni nella spy story, nel poliziesco, nel crime, nell'action e persino, in due casi, nel fantastico. A capo della selezione c'è il nome collettivo Ellery Queen, pseudonimo che non ha certo bisogno di presentazioni al cospetto degli amanti del thrilling. Il lavoro della nota firma viene sintetizzato dalla Mondadori nella periodica raccolta Inverno Giallo, stagione 81-82, che presenta al pubblico italiano 20 racconti, di altrettanti autori, dati alle stampe nell'arco di un trentennio, tra il 1947 e il 1976.

Il valore complessivo dell'antologia, peraltro interessata da un numero di refusi decisamente superiore alla media rispetto ad altri volumi della serie, non è memorabile. Tuttavia, la variabilità delle storie e un paio di perle che spiccano sul resto rendono comunque piacevole e veloce la lettura.

Tra le venti proposte brillano i nomi di alcuni maestri del genere (purtroppo non sempre ispirati), quali Ed McBain, Hugh Pentecost, Ross MacDonald, Ruth Rendell, Eric Ambler e lo stesso Ellery Queen. Inusuali invece le presenze del maestro del fantasy, ispiratore di Lovecraft, Lord Dunsany (il cui racconto, senz'altro buono, è decisamente fuori contesto) e degli autori sci-fi Edward Wellen e il più famoso Edward D. Hoch qua prestati, con discreti risultati, al crime.

Per quanto riguarda i temi trattati, vi è una certa insistenza su personaggi affetti da temporanei vuoti di memoria, vuoi che si tratti di testimoni di un delitto (Un Delitto da Ricordare di Hugh Pentecost), dell'assassino (Non è Mai Successo di Joyce Harrington) o di una persona perseguitata (Buona Notte Amore di Florence Mayberry) o comunque chiamata a venire a capo di situazioni al limite dell'onirico (Che Fine ha fatto Annie Barnes di Ed McBain). Almeno tre, poi, le storie che vedono in azione delegati o rappresentanti di movimenti rivoluzionari che operano contro il governo costituito della propria nazione (Il Patto Antisangue dello specialista, pubblicato anche sulla collana Segretissimo, Eric Ambler) o cercano di organizzare attentati a danno di nemici politici (lo splendido action Veloce come un Lampo di Gary Jennings) o, ancora, di rubare codici di decriptazione in favore della Germania dell'Est (La Spia col Pugno da K.O di Edward D.Hoch, che ci concede anche uno squarcio sul mondo del pugilato professionistico). Lo zoccolo duro dell'opera, tuttavia, è rappresentato da intrecci gialli in cui i sospettati principali non sono mai i colpevoli e dove la polizia deve lavorare di astuzia per inchiodare alle proprie responsabilità i mascalzoni di turno, vuoi che siano ladri o assassini. Purtroppo solo in un caso, racconto di Hugh Pentecost, vi è lo schema classico del whodunit ovvero del giallo in cui lo scrittore fornisce ai lettori gli elementi utili per scoprire l'assassino, salvo mischiare il tutto e far cadere i sospetti su una sfilza di soggetti coinvolti a diverso titolo nell'intreccio. Completano il campo epiloghi beffardi in cui i banditi si prendono gioco degli indagatori o dell'assassino stesso (Il Guanto Invisibile e passione Segreta rispettivamente di Flora Fletcher e Edward Wellen), sfide in cui si ricostruiscono i delitti (I Tre Studenti e Miss Phipps all'Ospedale di Ellery Queen e Phyllis Bentley), errori dettati da paranoie che portano a omicidi non voluti (La Prudenza non è mai Troppa di Ruth Rendell) e attività di indagine poliziesche sulle orme di furbeschi individui dediti a delinquere (i mediocri R come Rapina e L'Ostacolo Coulman di Lawrence Treat e Michael Gilbert). Fanno invece storia a sè alcuni racconti fantastici fuori contesto (La Finestra Meravigliosa di Dunsany e Buona Notte Amore) o simpatici divertissement che evidenziano la difficoltà del lavoro del poliziotto e, allo stesso tempo, la faciloneria con la quale i cittadini avanzano stupide critiche senza poi prendersi alcun rischio (l'ottimo La Commedia è Finita di Norman Daniels).

Questa in breve l'analisi di un testo che presenta tre perle, una mezza dozzina di racconti tra il buono e il più sufficiente e più della metà del testo trascurabile e poco riuscita.


NEL DETTAGLIO E CON SPOILER

Due racconti, su tutti, possono definirsi notevoli. Il prolifico Hugh Pentecost (1903 – 1989), pseudonimo di Judson Philips, apre l'antologia col racconto più lungo del lotto, forte delle sue settanta pagine. Il suo Memory of Murder (Un Delitto da Ricordare, 1947) è un classico giallo alla Agatha Christie in cui il lettore, tra una rosa di sospettati, deve scoprire chi sia l'assassino. La vittima è un politico accoltellato nell'abitazione in cui viveva con le figlie, i mariti o fidanzati delle stesse e la moglie. Tutti sono indiziati e tutti hanno un movente che possa giustificare l'omicidio. Un poliziotto e soprattutto uno psichiatra devono risolvere l'enigma. Determinante un soggetto che sembra aver smarrito la memoria in conseguenza dello shock avuto alla vista dell'assassinio. Hugh Pentecost, scrittore con all'attivo più di cento romanzi gialli e mystery, conosce assai bene gli strumenti del mestiere e plasma quello che potremmo definire un giallo didattico per aspiranti scrittori. Del resto si sta parlando di un autore ben conosciuto al pubblico di lettori italiani a partire dagli anni sessanta fino alla prima decade del nuovo secolo, grazie alla pubblicazione di una serie di romanzi inseriti nella collana Giallo Mondadori, con titoli quali Un Capestro per Nik (n.755, 1963), Una Donna da Bruciare (n.973, 1967), Tutto Cominciò quella Notte (n.2181, 1973), Ritratto Postumo (n. 1490, 1977) e Scalata all'Inferno (n.1594, 1979). Pentecost muove bene i fili, lavorando sulle caratterizzazioni dei personaggi e giocando sui ricordi sfumati di un indiziato che dichiara di non ricordare più chi esso sia. Protagonista assoluto è lo psichiatra incaricato di recuperare quanto andato perso nei meandri del cervello del potenziale teste. Giallo carico di colpi a sorpresa, tutto giostrato sugli scherzi della memoria, sugli shock emotivi che cancellano i ricordi, sui traumi infantili, ma anche sull'avidità e sulla brama del potere. Una trama che distrugge l'istituto della famiglia (ricorda molto il giallo A...come Assassino di Ernesto Gastaldi) e che lavora su snodi che saranno cari al Dario Argento delle origini, che da racconti come questo riprese l'idea dell'inizio de L'Uccello dalle Piume di Cristallo col testimone che confonde chi, tra l'uomo e la donna, sia l'effettivo aggressore. Finalone didascalico in cui tutti i tasselli vanno al loro posto.


Decisamente più innovativo e futuristico è il contributo di un altro grande specialista del genere: Ed McBain (1926-2005), al secolo Evan Hunter. Stiamo parlando del creatore della famosa e interminabile serie di romanzi dell'87' Distretto edita da Einaudi e Sonzogno nonché sceneggiatore del film Gli Uccelli di Hitchcock. Il suo What Happened to Annie Barnes? (Che Fine ha Fatto Annie Barnes?, 1976) è il racconto più elegante e ben scritto dell'antologia. McBain si muove su territori non canonici al giallo dei salotti. Il suo contributo è estremamente onirico, ai limiti dell'ipnosi se non della fantascienza. Il tema del vuoto di memoria si accavalla alle pratiche di innesto di ricordi fasulli e alla cancellazione della memoria passata. In altre parole, va in scena una deprogrammazione e riprogrammazione mentale delle vittime e tutto questo per rubare la moglie di un uomo in vacanza nella bella Italia, convincendo la prima di essere un'altra persona e il secondo di aver assistito alla morte della moglie. Magistrale il prologo sui tetti del Duomo di Milano. Una vera e propria perla.


Purtroppo i contributi veramente eccelsi finiscono qua, seppure accompagnati da una mezza dozzina di ulteriori elaborati gradevoli e divertenti. Edward Wellen (1919-2011), da noi già recensito in occasione della lettura dell'antologia Urania Pistolero Fuori Tempo (1975) e conosciuto al pubblico italiano soprattutto come autore di sci-fi, regala sorrisi col beffardo e fulmineo Fair Exchange (Passione Segreta, 1976). Protagonista l'avidità e l'assenza di scrupoli, ma soprattutto un'ilarità finale che lascia in sospeso il lettore tra la soluzione beffarda (il famoso terzo incomodo che la fa franca) e quella riconducibile a un errore frutto di sbadataggine. L'acquisto di una serie di francobolli da collezione scombina gli equilibri di un ufficio legale, generando un assassinio e un doppio furto del corpo del reato, il secondo dei quali più o meno mascherato da errore (convinzione che si sia trattato di normali francobolli da utilizzare per l'invio di un pacco) in modo da renderne impossibile la restituzione pena l'emergere del movente che giustifica l'altrimenti incomprensibile assassinio. Finale splendido.


Su buoni livelli, soprattutto per il contesto legato al mondo del pugilato professionistico (inizio sul ring durante un combattimento), The Spy With the Knockout Punch (La Spia col Pugno da K.O, 1973) firmato, curiosamente, da un altro autore sci-fi conosciuto dai lettori della serie Urania ovvero Edward D. Hoch (1930-2008) che propone una spy story di ambientazione sportiva. Al centro dell'intreccio un giro di incontri truccati e, più in particolare, il furto di un codice di decriptazione di messaggi politici su cui si estende la longa manus della Germania dell'Est.


Piace molto, specie per la cura nei dettagli sul funzionamento di un lanciafiamme da settare in una discarica e poi da utilizzare per compiere un assassinio su commissione, Greased Lightning (Veloce come un Lampo, 1963) di Gary Jennings (1928-1999), un action che sacrifica il giallo classico in favore di un'impostazione spy legata al tentativo, da parte di un'organizzazione rivoluzionaria caraibica, di assassinare un ex ministro in combutta con gli Stati Uniti. Il protagonista, un ex militare a cui è stata rapita la fidanzata, giocherà in astuzia i suoi ricattatori. Molto buono, ma con pochi colpi di coda.


Altrettanto valido è l'atipico Strictly a Neighborhood (La Commedia è Finita, 1962) di Norman Daniels (1905-1995) che sfrutta i luoghi comuni sui poliziotti per evidenziare quanto i pericoli del mestiere siano tali da generare il terrore nei comuni cittadini, subito pronti a criticare gli agenti e a pretendere che risolvano i problemi, salvo allontanarsi e restare inerti al cospetto del pericolo. Al centro dell'intreccio una richiesta di intervento e il finto tergiversare dell'agente che, avendo già risolto il problema, vuol vedere dove si spingano i condomini del palazzo in cui lui stesso abita (lo accusano di omissione). Ancora di moda, nonostante sia stato scritto sessanta anni fa, sarebbe perfetto per uno spot promozionale per la polizia e per chi indossa una divisa (vi assicuro che quanto narrato da Daniels succede abitualmente in strada, tra ignoranti che si improvvisano poliziotti e supposti eroi che scappano al presentarsi del pericolo).


Meno brillante, soprattutto per alcune incongruenze (troppo evidenti per non esser considerate dall'assassino), ma comunque abbastanza classico è The Invisible Guantlet (Il Guanto Invisibile, 1964) di Fletcher Flora (1914-1968), scrittore conosciuto per il suo umorismo nero che anche qua non manca di palesarsi e per una serie di episodi finiti nella serie televisiva culto Alfred Hitchcock Presenta. Il suo è un fulmineo giallo in cui un poliziotto cerca di mettere pressione al sospettato di omicidio ai danni di un politico. La vittima, trovata morta alla guida di un'autovettura, è reputata troppo alta per aver potuto guidare seduta su un sedile tanto incalzato sotto il volante. Niente di eccezionale, se non il sarcastico finale in cui il sospettato, invece di mettersi sulla difensiva, fa capire al lettore e al poliziotto che la sua statura è alquanto minuta e dunque compatibile col posizionamento del sedile (tanto da suggerire che non aver tirato indietro il sedile è stato un errore).


Carini ma piuttosto avulsi rispetto al giallo la ghost story Good Night, Sweet (Buona Notte Amore, 1975) di Florence V. Mayberry e soprattutto il fantasy The Wonderful Window (La Finestra Meravigliosa, 1912) dello scrittore Lord Dunsany.

Il racconto della Mayberry vede una donna vivere col rimpianto di non aver aperto il cuore all'amore della propria vita, preferendo soddisfare il proprio ego con un assurdo gioco al tira e molla che ha indotto l'altro a riparare verso un matrimonio di comodo. Racconto caratterizzato da un'impronta prettamente femminile che delinea i malati giochi psicologici di una donna che ricorda molto la protagonista della canzone La Ballata dell'Amore Cieco di De Andrè. Epilogo sospeso tra il delirio psicologico e il vero e proprio fantastico. Nessun dubbio invece per il racconto di Lord Dunsany che propone un soggetto assai simile a L'Uovo di Cristallo (1897) di Herbert G. Wells, aprendo in modo palese le cataratte dell'irrealtà. Un mercante acquista una piccola finestra che si apre su un mondo altro, dove arcieri e sbandieratori rimandano la memoria ai tempi del medioevo, preparandosi a varcare il confine tra la realtà e l'immaginario.


Il giallo torna a recitare il proprio ruolo col duplice colpo di scena messo in atto dallo specialista Ross MacDonald, altro autore con una lunga sfilza di romanzi pubblicati sulle pagine de Il Giallo Mondadori. Il suo The Sleeping Dog (Law Archer e il Cane Scomparso, 1965), tuttavia, è una storia ancorata a un vecchio omicidio passato su cui si innesca una vendetta che porta il primo killer ad assassinare il suo complice cercando in tal modo di mascherare il vecchio crimine e far ricadere la colpa sul vendicatore che si è limitato a sparare a un cane. Prove di balistica, un cane ucciso e le indagini di un detective privato fungeranno da corredo al mistero. Vista la firma, è un racconto modesto. Rapina arzigogolata con coinvolgimenti di più soggetti nell'altrettanto modesto H as in Heist (R come Rapina, 1966) di Lawrence Treat. Un poliziotto, alquanto spaccone e di mano lesta, perde la vita mentre sta scortando un commerciante. A condannarlo il vizio di tenere sempre la pistola in mano, un atteggiamento che getta nel panico un automobilista che ha provocato volontariamente un incidente al fine di distrarlo per permettere ai complici di rapinare il sorvegliato. Da qui si innescano una serie di imprevisti che danno il là a una difficile indagine necessaria a ricostruire gli strani movimenti della stessa persona rapinata e della sua soccorritrice.


Quanto sopra è il salvabile di un'antologia che per il resto scivola nella mediocrità. Deludono assi quali Ellery Queen e Ruth Rendell, il primo con un racconto metaletterario, The Three Students (I Tre Studenti, 1971), in cui lo stesso Ellery Queen è protagonista di una sfida presso il Club degli Enigmi a base di un enigma da risolvere prima di andare a cena. La Rendell col suo You Can't Be Too Careful (La Prudenza non è mai Troppa, 1976) gioca sulle ossessioni e sulla paura dei ladri di una zittellona che finirà per uccidere il fidanzato della coinquilina in un epilogo assai telefonato.


It Never Happenend (Non è mai Successo, 1975) di Joyce Harrington e The Patsy (Una Buca in Cantina, 1976) di Robert L. Fish non riescono a incidere muovendosi sul minato campo dei rapporti tra moglie e marito. Harrington ripropone il tema della perdita della memoria e struttura la storia in modo interessante, mostrando il dramma di un uomo che ritorna nella città in cui ha abitato alla ricerca della moglie. Solo alla fine si scoprirà quali siano stati gli antefatti che lo hanno portato per decenni lontano da casa. Bene per quanto concerne la costruzione tragica, meno sul versante dell'intreccio giallo (non si capisce perché il soggetto sia stato mandato in giro con una pistola nello zaino che, a quanto pare, era tra gli oggetti di cui era in possesso quando è uscito dal carcere).

Fa peggio Robert L. Fish che si diverte nel mostrare quanto un marito, persino se brutale killer, finisca per subire gli ordini e le sfuriate di una moglie durante i lavori domestici. Cosa che non avviene invece nel mediocre Sound of a Distant Echo (Risonanze di un'Eco Lontana, 1976) di Dorothy Benjamin dove i soprusi portano all'esplosione della donna che si avventa sull'amante.


Bei dialoghi ma storia piatta per The Blood Bargain (Il Patto Antisangue, 1970) di Eric Ambler che agisce sul gradito terreno spionistico, proponendo un colpo di stato in un paese caraibico che porta i militari a mettere sotto ricatto un furbo presidente. Quest'ultimo però riesce, nonostante le pressioni, a ribaltare a proprio favore la situazione.


Decisamente insufficienti gli altri. Miss Phipps in the Hospital (Miss Phipps all'Ospedale, 1964) è carino solo per le caratterizzazioni. Ha tutta l'aria di essere un racconto con al centro un personaggio ritornante nell'ambito della narrativa dell'autrice, tale Phyllis Bentley. Intreccio giallo molto futile (furto di cinque sterline), per non dire idiota, peraltro con un epilogo bruttino, che ha l'unico merito di delineare le abitudini, i passatempi e la lunga cerchia di personaggi che si alternano nel corso della giornata presso la stanza di una ricoverata di un ospedale a pagamento.


Noiosi The Coulman Handicap (L'Ostacolo Coulman, 1958) di Michael Gilbert, in cui l'elemento giallo è rappresentato dai travestimenti di un sospettato di furto dietro cui si muovono più poliziotti, e The Aerostatick Globe (Il Globo Aerostatico, 1976) di Lillian de la Torre, una sorta di cronaca romanzata del primo volo sull'Inghilterra di un pallone aerostatico, su cui viene innestata una stupida vicenda legata al furto del cane portafortuna del protagonista che minaccia così di non poter volare.