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martedì 17 aprile 2018

Recensione Narrativa: METTITI COMODO... VENGO A UCCIDERTI! di Giuseppe Fina.



Autore: Giuseppe Fina.
Anno: 2017.
Genere:  Horror/Prison Story.
Editore: Book Sprint Edizioni.
Pagine: 176.
Prezzo: 16.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Romanzo che mi sono trovato a leggere su segnalazione di una collega di lavoro concittadina dell'autore. Siamo infatti alle prese con un libro di un aspirante scrittore della periferia pisana Giuseppe Fina, cabarettista-DJ, debutta così nel mondo dell'editoria con un romanzo che vuole essere sperimentale, proponendosi quale "primo horror cubo dimensionale al mondo". Al di là delle trovate di marketing, la soluzione scelta da Fina è una soluzione ibrida, a metà strada tra un romanzo classico e uno che si propone di trasformare il lettore, come in una sorta di librogame, in protagonista della vicenda. Niente a che vedere dunque con un soggetto sulla scia di Hardcore (2016) di Ilya Naishuller, piuttosto un tentativo di realizzare qualcosa di diverso dal tradizionale romanzo. L'obiettivo viene centrato solo parzialmente per mezzo di un horror che va oltre l'intento di spaventare o di scioccare il lettore avendo come fine ultimo la ricerca della risposta al quesito "perché Dio ha creato l'uomo".

Per introdurre il lettore al tema centrale del romanzo, l'autore propone un canovaccio prison story che funge da c.d "cavallo di Troia" per far calare il lettore nel vero tema dell'opera ovvero le trame infauste e ambigue ordite da Lucifero per condannare alla dannazione la creatura prediletta di Dio: l'uomo. Ritroviamo i temi biblici del libero arbitrio, dell'immortalità dell'anima e persino della parabola di Adamo e Eva con la cacciata dall'Eden. Tutto prende le mosse dagli omicidi di Josef Kerry, un energumeno dalla potenza di un Lou Ferrigno della situazione, a cui fa seguito la detenzione dello stesso in un carcere di massima sicurezza. Un personaggio dedito alla violenza, ma sempre per reazione a un'offesa o a quella che lui ritiene essere una provocazione. Fina struttura questa parte buttando un occhio ai film americani, dimostrando un'abilità innegabile nel costruire i dialoghi, con una costante ironia macabra retaggio, probabilmente, dei trascorsi da cabarettista. Alcune battute omaggiano chiaramente la cinematografia Leoniana ("quando si dice di ammazzare uno, lo si ammazza e basta, non si sta lì a fare la calzetta!") altre richiamano sequenze del film Sorvegliato Speciale (1989) con Stallone che interpreta un detenuto che, manco a farlo apposta, si chiama proprio Leone. Derivano sempre dal cinema i continui apprezzamenti pederasti dedicati dai vecchi carcerati ai nuovi detenuti, così come gli atti di nonnismo e i gruppi pilotati dai boss. Da questo punto di vista non si può non notare la caratterizzazione violenta delle guardie carcerarie e del direttore del carcere, un personaggio che scarica la propria frustrazione sui detenuti. Abbiamo però detto che tutto questo, che all'apparenza sembrerebbe centrale, in realtà è marginale. La storia che Fina propone altro non è che un inganno di Lucifero, un voler propinare la violenza (e ce ne è in abbondanza) per assuefare il lettore al male, quasi a volerlo alimentare per ammetterlo oltre il portale dell'inferno e farlo sentire in colpa. "E' dalla prima pagina che vi tengo d'occhio miei cari..." ammonisce Luficero "Il mio intento era di attirare quanta più curiosità verso queste pagine...  Il vasto consenso ottenuto non lascia ombra di dubbio, non è la lettura che a voi interessa, ma il nutrimento che i ricettori sensoriali assoborbono a ogni giro di pagina, masturbandovi di sadismo e di morte a ogni scritto, finendo per saziare il vostro spregevole ego."
Mettiti Comodo... Vengo a Ucciderti! diviene così, nella fantasia dell'autore, una sorta di via di demonizzazione del lettore, un esorcismo al contrario, se vogliamo, per far precipitare chi legge all'inferno, luogo in cui è ambientata l'ultima parte del romanzo. Negli ultimi capitoli capiamo che le vicessitudini di Josef Kerry altro non erano che un pretesto per intrappolare il lettore nel sortilegio diabolico orchestrato da Satana in persona. Il lettore si trova così invischiato nel torrido inferno, tra anime dannate e fiumi di lava. Fina è molto bravo a caratterizzare le scenografie (c'è un che di Clive Barker con l'apice costituito dalle pareti infernali che assumono i tratti dei cari defunti dei dannati), ma soprattutto a far parlare Lucifero con un sarcasmo e una cattiveria mascherata da un'ironia davvero ben calibrata. L'autore offre la sua chiave di lettura circa la malvagità dell'angelo ribelle, immaginandoselo come la creatura prediletta di Dio diventata gelosa dell'uomo e per questo ribellatasi al Signore. Il romanticismo dell'autore, pur nella crudezza degli omicidi e delle flagellazioni, alla fine emerge in una visione ottimista che sembra voler offrire la via della redenzione anche laddove il male sembrerebbe imperare poiché, come ha modo di dire, si deve sempre dare una seconda occasione ivi compreso a Lucifero e a un pluriomicida apatico.

Lo stile del romanzo è ampolloso, eppur curato e ricercato nei termini. Fina cerca sempre le metafore per descrivere i comportamenti dei personaggi, tende a volte al ridondante con avverbi e aggettivi, tuttavia dimostra un innegabile talento. Laddove è debordante con le descrizioni, è invece essenziale e asciutto nei dialoghi che presentano ben pochi difetti. La trama, pur se sperimentale, rischia di esser un po' spiazzante per chi legge, tanto che il romanzo cambia, nel suo corso, ben tre generi. Inizia che sembra un poliziesco con un tenente alla caccia di un misterioso serial killer, diviene quindi una drammatica prison story per terminare in un horror ascetico con interrogativi e ricostruzioni filosofico-religiose. Alla fine il volume appare sopra le aspettative e costituisce un discreto biglietto da visita per l'autore che, di certo, potrà dirsi soddisfatto di questo suo primo libro, soprattutto per padronanza linguistica e sviluppo dei dialoghi.

Per quanto riguarda la violenza possiamo dire che è presente, ma non è così insostenibile come dichiarato essendo scevra da componenti sessuali o relative a violenze su animali o ad altre soluzioni che potrebbero arrecare disturbo alla sensibilità di un lettore medio.

L'autore GIUSEPPE FINA.

"La mano del diavolo ha realizzato per ognuno di noi esattamente ciò che le nostre debolezze non potevano combattere, lasciando emergere tutti i desideri repressi, seppelliti volutamente dai pudori e dalle nostre paure."

sabato 7 aprile 2018

Recensione Narrativa TUTTO è FATIDICO di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Everything's Eventual.
Anno: 2002.
Genere:  Antologia Fantastico/Thriller/Horror/Noir/Fantasy.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 536.
Prezzo: 12.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Quarta antologia di racconti brevi firmata da Stephen King. Arriva nel 2002 dopo A Volte Ritornano (1978), Scheletri (1985) e Incubi & Deliri (1993) con un lotto di quattordici racconti scritti nell'arco temporale compreso tra l'ultima delle tre menzionate antologie e il 2002. Si tratta quindi di un gruppo di racconti nuovi (a differenza delle altre tre opere dove saltavano fuori anche testi del primo King) che risentono un po' dell'esaurimento della fonte creativa dell'autore. Mi spiego meglio. I testi presenti in Tutto è Fatidico denotano un maggiore sviluppo stilistico e una maggiore cura nell'analisi dei personaggi operata da un King, come logico che sia, cresciuto rispetto ai suoi primi racconti, tuttavia tendono a risultare stanchi e inflazionati per quel che concerne l'idea di fondo. Altra particolarità dell'opera è che solo poco meno della metà del contenuto può ascriversi al genere horror, addirittura oltre la metà delle storie non sono neppure fantastiche, alcune di queste dalla struttura propria di un'estrapolazione da un qualcosa di maggior respiro (brevi spaccati di vita comune o episodi di un qualcosa di più ampio). King si diletta a miscelare elaborati molto diversi tra loro, dice lui avendo stabilito l'ordine dopo aver estratto a sorte da un mazzo di carte una carta di picche presente nel mazzo e associata a ogni signolo racconto con l'aggiunta del MATTO (il Joker). Ci sono addirittura dei racconti legati al filone noir o gangster story, altri fatalisti che fanno leva sull'ineluttabilità del fato, quindi un thriller ironico dalle venature erotiche, una fiaba nera, e solo un piccolo zoccolo duro di racconti del terrore sintetizzati al resto, se vogliamo, da un fantasy dall'intelaiatura western che funge da catalizzatore delle varie tematiche toccate. Insomma, non proprio un capolavoro come invece giurano, a leggere sui forum, diversi lettori del "Re" con alcuni pronti ad additare il volume come la migliore antologia nell'intera produzione di King. Questo recensore si discosta e di molto da questo giudizio, qualificando Tutto Fatidico, al 2002 (non avendo letto le due successive raccolte), quale la meno riuscita tra tutte le antologie della più famosa penna del Maine. Scendiamo dopo questa doverosa premessa nel dettaglio dell'opera.

Tre in particolare sono, a mio avviso, racconti del terrore nel vero senso della parola, tutti con elementi in comune. Siamo infatti alle prese con delle ghost stories a loro modo diverse. 1408, delle tre, è la più tradizionale. King affronta il tema inflazionatissimo della stanza d'albergo infestata dagli spiriti e per giunta collocata al fantomatico tredicesimo piano. Uno scrittore a caccia di scoop incentrati sui luoghi infestati ("esplorare i luoghi infestati dai fantasmi è il mio lavoro") scova una camera di un hotel dove si sono registrati, in sessantotto anni, tredici casi di suicidio oltre a malori e altre problematiche. Munito di audio-registratore, lo scrittore si impunta col direttore dell'albergo e pretende di esser ospitato all'interno della stanza, riuscendo nell'intento dopo aver scomodato un avvocato. La sua permanenza durerà poco più di un'ora, ma sarà devastante, in totale balia delle oscure forze che occupano la stanza.
Niente di nuovo sotto i ponti (si legga, tanto per citarne uno, Il Ragno di H.H Ewers), come si suol dire. Un racconto convenzionale che riesce a intrattenere e a trasmettere una buona dose di adrenalina pur essendo stanco nella tematica. Un tema, quello analizzato da King, sviluppato quasi per gioco in un esercizio di stile riuscito, ma non tale da trasformare il risultato finale in un qualcosa che vada oltre il semplice buon racconto. Molto più interessante, a mio avviso, la trasposizione cinematografica diretta nel 2007 dallo svedese Mikael Hafstrom con Samuel L. Jackson.

Appare invece più riuscito, per tematiche intrinseche, Riding the Bullet - Passaggio per il Nulla. Occorre premettere che si tratta di un racconto importante nell'esperienza dello scrittore del Maine. Viene infatti ricordato quale primo prodotto di un esperimento promozionale che ha fruttato all'autore un bel gruzzoletto di denaro, molto più delle aspettative originarie. È stato il primo testo di King uscito direttamente sul mercato elettronico, una prova su cui lo scrittore, reduce dal sinistro che lo aveva quasi condotto sui sentieri del non ritorno, neppure credeva, un po' come molti dei racconti qua raccolti (King parla spesso di Minestra riscaldata con un'onestà intellettuale che gli fa onore). Il nome maturato nel corso degli anni associato al basso costo e all'immediata disponibilità su internet hanno tuttavia decretato un clamoroso successo in termine di ritorno economico, meno, curiosamente, per quel che concerne il giudizio sul racconto (King si domanda in quanti, di coloro che lo hanno scaricato, lo hanno poi effettivamente letto). L'autore sottolinea come molti, all'epoca dell'uscita del testo, si avvicinassero a lui non per chiedergli aneddoti legati al racconto piuttosto per sapere curiosità legate al nuovo format distributivo.
La storia a mio avviso, pur riprendendo soluzioni di vecchio corso, non è male anche se ha il demerito di chiudere in un calando di tensione (offre il meglio di se nella parte centrale). Si tratta di un road movie che gioca sulla diversità di legame che sussiste tra una mamma e un figlio (con la prima sempre pronta a sacrificarsi) e tra questo e una mamma (col primo che ci pensa sopra due volte e poi non si sacrifica fino in fondo, accampando giustificazioni quale la più giovane età).
Colpita da un attacco al cuore, una ragazza madre di 48 anni viene ricoverata in un ospedale lontano da dove risiede il figlio studente. Quest'ultimo, avvertito dai vicini, si precipita all'ospedale per mezzo di una serie di autostop non avendo a disposizione un auto funzionante. Riceverà, strada facendo, un passaggio da un soggetto molto ambiguo che si qualificherà quale un “corriere che arriva dall'oltretomba” e che lo metterà davanti a una scelta: il ragazzo dovrà scegliere tra la propria vita e quella della madre, onde evitare che il “corriere” porti via la vita a entrambi. L'incubo assume presto le sembianze di una fantasia, ma il ragazzo, destatosi da una temporanea perdita di conoscenza, troverà tra le sue mani una spilla appartenuta al misterioso individuo, aspetto che quindi qualifica come reale l'accadimento paranormale vissuto (soluzione vecchia quanto il mondo). King è bravissimo nello stendere questa prima parte, intrisa di mistero e fascino, ma cala nella parte terminale dove si delinea il contenuto di fondo e si tramuta in un racconto giocato sul rimpianto e sulla vergogna del proprio inconscio. Un racconto dunque introspettivo, psicanalitico, dove il paranormale è mero strumento per mettere a nudo i veri sentimenti e quanto questi siano in relazione con l'attaccamento alla vita. King evidenzia come quanto ognuno di noi possa dare per scontato (come l'amore filiale) sia soggetto a evaporare al cospetto di una concreta minaccia. Da un punto di vista dell'analisi del soggetto, pertanto, è un racconto senza infamia e senza lode, ma andando ad analizzarlo nella caratterizzazione del personaggio e nella rappresentazione della vita quale montagna russa (il bullet che da titolo al racconto) dove, in fin dei conti, in molti vorrebbero salire senza poi assumere le resposabilità di tale scelta, assume un'importanza crescente tale da fare del racconto una delle migliori allegorie del lotto.

Vicino al road movie è Il Virus della Strada va a Nord, anch'esso giocato sul versante accadimento paranormale che irrompe nella quotidianità per scioccare il protagonista e minargli l'equilibrio mentale. King plasma un personaggio che è un po' un suo alter ego, uno scrittore horror a cui tutti domandano dove trovi le sue mirabolanti idee chiedendosi se forse, in fondo in fondo, non abbiano nella pazzia la loro fonte (proprio come il pittore, l'altro artista del racconto). L'originalità, del resto, è sempre stata vista quale prerogativa tipica della follia ed è questo il motivo che porta a commenti del genere resi da chi è affetto da una scarsa elasticità mentale.
Questo personaggio, interessato al macabro e al terrore, decide di acquistare l'unico quadro superstite dipinto da un giovane dedito al crack che si è suicidato, non prima di aver dato alle fiamme l'intera sua opera. Il soggetto del dipinto è un auto che corre sulla strada con a bordo un biondo ghignante con dei denti aguzzi che gli scendono sulle labbra e un tatuaggio sul braccio su cui è scritto: MORTE PIUTTOSTO CHE DISONORE. L'opera provoca orrore e ribrezzo in chi tenti di scrutarne il profondo mistero e ha una particolarità: cambia sempre di prospettiva, in un dinamismo che il protagonista scoprirà presto correlato alla realtà. Siamo dalle parti de Il Modello Pickman di Lovecraft o de Il Rondache di Leonardo di Wellman però ammodernati, con un epilogo che scema nel banale boogeyman (l'uomo nero sta venendo a ucciderti!). Sviluppo anche qua privo di originalità, ma ben tratteggiato. Una creatura mostruosa, intrappolata in un quadro che il protagonista tenta di distruggere (prima di lui lo ha fatto, probabilmente, anche il pittore che lo ha realizzato), si libera dalla fantasia, un po' come ne Il Ritratto di Gogol, e se ne va in giro a fare mattanza. E' un racconto che intrattiene e mi ha ricordato un mio vecchio elaborato, pubblicato nella mia antologia Sulle Rive del Crepuscolo, scritto nel lontano 2009/10. Belli alcuni passaggi dove, un po' come in Riding the Bullet, il protagonista si trova mentalmente a vacillare, vedendo tutte le sue certezze materiali sgretolarsi al cospetto dell'innominabile e del mistero che si cela dietro il flebile velo mosso dal vento, come lo potrebbe definire Machen, della presunta realtà. Così dice ALAN PARKER, protagonista del primo di questi due racconti: “Quella notte la mia visione del mondo cambiò e nel mio libro di filosofia non trovai niente di adeguato a quel cambiamento. Ero giunto a comprendere che ci sono delle cose sotto, e ribadisco il concetto sotto, e non c'è libro che spieghi che cosa sono. Credo che in certi casi convenga dimenticarsi che esistano.” Altro non è che il classico monito ritornante, a difesa della sanità mentale, della narrativa fantastica legata al filone ermetico.
Ne Il Virus della Strada King fa dire al suo protagonista: "Capì che quella era la verità rimasta fuori da tutte le sue invenzioni letterarie; era così che la gente reagiva sul serio quando si trovava faccia a faccia con qualcosa che non aveva senso razionale. Ti sentivi come dissanguare a morte, ma nella testa invece che nel corpo... A costruire fantasie da far pubblicare su RIVISTE erano i MITOMANI e i CACCIATORI DI GLORIA; Quelli che si trovavano coinvolti in autentici fenomeni dell'occulto tenevano la bocca chiusa e mettevano mano alla cazzuola. Perché quando nella vita apparivano crepe di quel genere, bisognava in qualche modo porvi riparo; se non lo si faceva, c'era il rischio che si allargassero e che prima o poi ci cascasse dentro il mondo intero"
Dunque un King che, sotto la superficie di due storie abbastanza banali nello sviluppo (assai meno nei contenuti, specie la prima delle due), ricalca modalità grassetto una grandissima verità che risale al tempo degli antichi sofisti: “mai interessarsi di ciò che non è a misura di uomo”. Almeno questo è un vecchio adagio a cui chi scrive queste righe, e credo la quasi totalità degli scrittori del Fantastico, non può che discostarsi.

La locandina del miglior film tratto da 
uno dei racconti di TUTTO è FATIDICO.

Un altro racconto legato alla tradizione della narrativa fantastica è Autopsia 4, che apre in modo scoppiettante l'antologia. Si tratta di un racconto derivativo che fa forza su una spiccatissima e indovinata ironia nera, tale da renderlo fresco e moderno (direi squisitamente pulp). King si muove dallo spunto della tumulazione prematura, già portato in auge da Edgar Allan Poe nel 1844 con “La Sepoltura Prematura”, e lo sviluppa buttando un occhio a un celebre episodio con Joseph Cotten protagonista della serie Alfred Hitchcock Presenta. Ne viene fuori, ancora una volta, un racconto che non propone niente di nuovo, eppure diverte e intrattiene per effetto di un'ironia macabra che ben si miscela con l'opprimente stato claustrofobico aiutato dalla scelta di narrare il tutto in prima persona. Abbiamo infatti un uomo paralizzato da un veleno, incapace di muoversi e con le funzioni vitali così al minimo da esser giudicato defunto, che sta per esser sottoposto a un'autopsia. Riuscirà a salvarsi grazie a una graziosa dottoressa capace di far resuscitare anche i morti, alla faccia di una Moore di Marilyniana memoria. “Dottoressa, ma che cosa sta cercando di fare? Resuscitarlo a pugnette?” la frase che ben starebbe a farne da lancio. Esilarante. Non tra i più geniali racconti di King, ma da annoverare tra i più divertenti di sempre nella sua produzione. Detto per inciso, avrei chiuso la storia così come da lui fatto. Tamarrissimo.

Ancora horror con Le Piccole Sorelle di Eluria, vera e propria chicca per gli appassionati della saga La Torre Nera, costituendo il prologo della stessa. Scopriamo infatti il pistolero protagonista in un accadimento giovanile che sintetizza, più o meno, gli innumerevoli contenuti della saga. Soggetto dall'apparente intelaiatura western (c'è il pistolero con cinturone e colt, la landa desertica, il cavallo caracollante, i saloon e l'ufficio dello sceriffo), anche se ambientato in un contesto fantasy (siamo in un mondo, se vogliamo, parallelo al nostro), con fortissime contaminazioni horror legate alla tradizione del genere (vampiri impotenti al cospetto di oggetti sacri e incapaci di resistere alla luce del sole). Nella fattispecie il nostro viandante si troverà ad attraversare un villaggio fantasma popolato da creature mutanti, degli zombie intelligenti di colore verde, e soprattutto da un gruppo di streghe vampire che si dilettano a succhiare sangue spacciandosi da “crocerossine”. Niente novità, ma raccontato bene e con i dovuti brividi al punto giusto. Finale romanticone ben calibrato (l'amore come antidoto fallace alla dannazione) e qualche spruzzatina di erotismo pulp fanno da corredo. Senz'altro tra le storie più riuscite del lotto, ma più per la costruzione del contorno in cui si inserisce la storia che per la storia in sé e per sè o per i messaggi introspettivi di fondo (qua un po' carenti). Inquietante e con gusto dell'azione.

La copertina del racconto RIDING THE BULLET
uscito autonomamente per intuizione
dell'Agente MOLDOW,
una degli editor di King.

Direi che le cinque storie appena indicate sono quelle che spiccano da un'antologia che, per il resto, delude. Non che gli altri racconti siano scritti male o siano pesanti da leggere, questo no. King qua è scorrevolissimo e intrattiene anche nei racconti meno riusciti. Quello che non convince, a parte le idee che per tutta l'antologia tendono a non brillare per originalità, sono i soggetti penalizzati da storie che vere e proprie storie non sono (qualificandosi come frangenti di un qualcosa di più ampio) e altre che sembrano meri esercizi di stile. 
Da un punto di vista stilistico è molto buona la gangster story La Morte di Jack Hamilton che narra il tentativo di salvataggio messo in atto da una banda di rapinatori in favore di un complice colpito a un polmone, durante un inseguimento per mano della polizia, da un colpo di pistola vagante. Racconto lontano dalle tematiche kinghiane che ha più il sapore di esercizio di stile o di spunto per un qualcosa di più ampio. Sulla stessa falsa riga l'action story La Camera della Morte, in cui un giornalista americano, in combutta con un rivoluzionario comunista, si libera dai suoi carcerieri e scappa da una camera di tortura di uno Stato amazzonico. Immaginatevi la sequenza di Rambo 2 in Vietnam con il russo che utilizza la corrente elettrica come strumento per incoraggiare le confessioni e avrete in mente il racconto in esame. Ottimo stile e perfetto utilizzo dell'azione, ma soggetto privo di novità, trito e ritrito messo al servizio di un qualcosa che latita anche sotto il profilo introspettivo.

Presenta un soggetto di fondo molto interessante Tutto è Fatidico, che da poi il titolo all'antologia, pur risultando macchinoso nel suo sviluppo narrato in prima persona. E' un racconto lungo (circa settanta pagine) penalizzato da un ritmo non troppo sostenuto e da troppe digressioni. King torna sul tema della parapsicologia (si pensi ai vari Shining, La Zona Morta, Carrie, L'incendiaria), più in particolare sui poteri mentali capaci di influenzare i comportamenti del prossimo per piegarne la volontà. Dunque il tema del potere, a cui aggiunge l'utilizzo improprio di questo potere per mano di istituzioni pronte a sfruttarlo ufficialmente per l'interesse collettivo per celare, in realtà, sporchi affari politici.
Protagonista è un giovane disadattato di diciannove anni, che viene adocchiato e ingaggiato da una compagnia paragovernativa che provvederà a "programmarlo" e a impostarlo per raggiungere biechi scopi spacciandoli per eticamente corretti e socialmente dovuti. "Non si tratta semplicemente di un lavoro, ma di una vera e propria avventura... Non si lavora solo per denaro o per fare carriera, ma si lavora soprattutto per i vantaggi collaterali, in questo consiste il potere... Vogliamo aiutarti a usare il tuo talento per il progresso del genere umano". Così spiega il rappresentante della società che avrà facile gioco sulla mente instabile e debole del giovane in questione.
Il giovane prende coscienza del proprio dono, capisce di esser dotato di una facoltà assai poco comune. E' in grado, attraverso delle lettere e dei messaggi subliminali scritti in un modo percepibile a livello inconscio solo dalla mente del destinatario ("ho scritto parole che non avevo mai sentito e ho disegnato forme che non avevo mai visto, forme che nessuno aveva mai visto"), di indurre al suicidio o di provocare la morte delle persone senza destare sospetti. Ipnotizzato e vittima di una serie di lavaggi di cervello, il giovane viene convinto di agire nell'interesse della nazione (pensa di colpire serial killer, dittatori, spie e delinquenti), ma si renderà presto conto di essere un sicaro non convenzionale al soldo di un'organizzazione che persegue scopi privati, facendo morire in circostanze apparentemente naturali personaggi politici e persino il papa. Il rimorso, ma anche la presa di coscienza di non essere in grado di fare altro nella vita ("lo avevo fatto perché mi piaceva la sensazione che provavo componendo lettere speciali, la sensazione di avere un fiume di lava che mi scorreva in testa... Lo faccio perchè sono anch'io un drogato... Lo faccio perché mi viene un'odiosa e fottuta smania... Sono solo una delle tante pedine, la lente attraverso cui guarda il vero bombardiere. Il pulsante che preme"), porteranno il ragazzo a rivoltarsi contro il datore di lavoro imboccando una via che non ammette soluzione di ritorno.
Non convince, lo ribadisco, la scelta della narrazione. Il giovane parla della sua scialba e sciatta vita comune, tra sortite al cinema e letture di riviste pornografiche, alternate a visite e a passeggiate nel parco, in solitudine e tenuto lontano da amici e famiglia (proprio come avviene in una setta). Una sorta di diario che assume, in più punti, i tratti di un delirio paranoico e schizofrenico, tra sogno e realtà. Alla fine lo stesso protagonista non sa quante delle persone effettivamente morte siano decedute per sua mano, si percepisce infatti l'idea che i test e le analisi a cui il giovane è stato sottoposto abbiano finito per minargli definitivamente la salute mentale inducendolo a ritenersi responsabile per ogni evento verificato. Si tratta, in altri termine, di un elaborato che si presta a più interpretazioni e che, alla fine, appare piuttosto nebuloso.

Sono peggiori gli altri testi. Non particolarmente illuminanti Quella Sensazione che puoi dire solo in francese e La Moneta Portafortuna incentrati, seppur con prospettiva diversa, sul tema del dejà vù. Versione pessimista il primo (King costruisce una spirale ripetitiva versione loop che crea angoscia e suggerisce un evento infausto che si sta per consumare ma alla fine non viene raccontato) e in chiave ottimistica il secondo, a suo modo assai simile (concettualmente parlando) all'inizio de La Zona Morta. Niente di eccezionale, pure qua, pur essendo scritti bene, non si può che ribadire la sensazione di esser alle prese con elaborati stanchi e sprovvisti di guizzi geniali.

Deludente, eppur premiato quale miglior racconto del 1996, con tanto di perplessità dello stesso King, L'Uomo Vestito di Nero. Fiaba nera scritta per omaggiare Nathaniel Hawthorne e più specificatamente il racconto Il Giovane Signor Brown. King ricostruisce bene la campagna del 1914, facendo tornare indietro con la memoria un vecchio ricoverato in una casa di cura. Sono infatti le scenografie e la tranquillità della natura a colpire in questo elaborato che per il resto è di una banalità cosmica, tanto da sembrare un racconto scritto da un debuttante. Il protagonista racconta di aver incontrato il diavolo (uomo dagli occhi rossi, la cui ombra riduce in cenere l'erba) e di esser stato inseguito dallo stesso quando aveva nove anni. Atmosfera e soggetto dal retrogusto Grimm, trito e ritrito, sviluppato in modo banalissimo e tirato via, senza approfondimenti di sorta. E' “un banale racconto folclorisitico scritto in uno stile alquanto piatto” il giudizio reso dallo stesso autore, ma ritenuto sbagliato dai giurati del premio letterario O. Henry che lo hanno considerato il miglior racconto del 1996 (pazzesca questa decisione, credetemi). Fiaba nera che suona come stanca e per nulla originale.

Noiosissimi e lontanissimi dal fantastico Tutto ciò che ami ti sarà portato via e La Teoria degli Animali di L.T che vedono per protagonisti dei disgraziati a loro modo schifati dalla vita. Il primo è il dramma di un uomo che è sul punto di suicidarsi in solitudine in un motel e affida al caso le sorti della sua vita. King sostituisce il tradizionale lancio della monetina con una soluzione che, in fin dei conti, poco si distanzia dal vademecum dell'"ama non m'ama". Se le luci di una fattoria in lontananza si accenderanno la decisione estrema sarà rivista e sostituita dalla prospettiva di scrivere un libro con al centro le frasi sconce dallo stesso appuntate su un taccuino dopo esser state scovate, nel corso degli anni, nei muri dei bagni pubblici. Racconto che trasmette poco o nulla al lettore, solo noia. L'altro pezzo tratta le canoniche problematiche familiari che caratterizzano il rapporto moglie e marito, usando gli animali (un cane e un gatto) come i veicoli per tracciare l'incompatibilità caratteriale dei due sposi. Si tratta di un testo che l'autore del Maine reputa molto allegro e divertente, addirittura il suo preferito in Tutto è Fatidico. Dopo aver fatto familiarizzare i lettori con i personaggi, King inserisce un posticcio e truculento finale che rende fracassone il tutto. Non ci siamo, per i miei gusti, anche se non andrò a vomitare nelle pantofole di qualcuno.

Non si discosta dal giudizio negativo il racconto da cui è tratta l'immagine della copertina: Pranzo al Gotham Cafè. Anche qua siamo alle prese con un racconto lontano dal fantastico e privo di contenuti che vadano oltre la narrazione. King mette sul piatto della bilancia una vera e propria mattanza ingiustificata in cui dimostra bravura nel gestire l'azione e nello scandire adeguato ritmo messo però servizio di un soggetto che sembra elaborato da un aspirante scrittore o comunque da un neofita amante dello slasher. Un maitre d'hotel impazzisce sul posto di lavoro e si scaglia contro dei clienti seduti in una sala ristorante attaccandoli con un coltellaccio e inveendo contro un immaginario cane non presente sul posto (chissà se King si sia ispirato ai deliri del serial killer David Berkowitz che sosteneva di esser perseguitato da un cane millenario di nome Sam). La follia omicida non sarà sufficiente a salvare il matrimonio dei due ospiti del ristorante aggrediti, ma sarà solo utile a togliere di mezzo il fastidioso avvocato della moglie moderatore dell'incontro. "Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini. Vidi una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato, come fosse una coda. Sembrava un girino sanguinante." Questo il passaggio per l'illustratore del volume... la copertina è presto fatta.



"Penso che quello che dirige la baracca, Dio o chi per lui, deve essere uno a cui piace divertirsi. Vuole sempre vedere se terrai quello che hai o se riesce a convincerti a cercare quello che c'è dietro il sipario."

domenica 1 aprile 2018

Recensione Narrativa: LA ZONA MORTA di Stephen King.




Autore: Stephen King.
Titolo Originale: The Dead Zone.
Anno: 1979.
Genere:  Drammatico/Fantastico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 460.
Prezzo: 10.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Quinto romanzo firmato Stephen King (settimo se si considerano anche i due "Bachman" Ossessione e La Lunga Marcia), uscito negli Stati Uniti nel 1979 e giunto in Italia due anni dopo. 
Lo scrittore del Maine lo concepisce nel momento del suo migliore sforzo creativo. Dead Zone, titolo connesso all'area non percepibile (e dunque oscura) dalle capacità extrasensoriali del protagonista, viene infatti scritto a ruota dei vari Carrie (1974), Le Notti di Salem (1975), Shining (1977) e L'Ombra dello Scorpione (1978) e contiene buona parte degli elementi tipici del primo King. In esso infatti, sulla scia di Carrie, Shining e del successivo L'Incendiaria, spicca la presenza di un personaggio dotato di poteri paranormali, un qualcuno visto dagli altri come un portatore di un dono tale da renderlo un diverso e dunque qualcuno da vedere con timore e paura tanto da consigliare di isolarlo e lasciarlo solo con se stesso. Se in Carrie e Shining questi poteri erano insiti nella natura del personaggio e se nel successivo L'Incendiaria derivano da modifiche genetiche, in questa occasione si innescano in conseguenza di un duplice trauma cranico. Presente poi quel background dal retrogusto religioso puritano (già utilizzato da King per caratterizzare personaggi fondamentali in Carrie e che poi ritornerà in Cose Preziose) in cui poi però Dio, alla stregua di quanto successo all'epilogo de L'Ombra dello Scorpione, sceglie personaggi comuni per compiere i suoi misteriosi disegni, in luogo delle autorità che dovrebbero invece esservi preposte. Ne deriva un romanzo in cui la mano di King si respira a trecentosessanta gradi, dalla curatissima caratterizzazione dei personaggi ai temi trattati. Proprio su quest'ultimo versante possiamo dire che La Zona Morta è un finto romanzo fantastico. King utilizza la componente paronarmale della vicenda non per suscitare il sense of wonder dei lettori, ma per parlare di altro. Di carne al fuoco ce ne è davvero molta. Prima di tutto Dead Zone è una delle opere più malinconiche dell'autore, una vera e propria porta sul passato, sui rimpianti e sull'amore perduto o meglio ancora sulla vita che sarebbe potuta essere e invece non è stata. Verrebbe da associare questa componente alle musiche di Max Pezzali e al tema Gli Anni. "Non lo so che faccio qui... E vedo i fari dell'auto che mi guardano e sembrano chiedermi chi cerchiamo noi... Una coppia che conosco ci avrà la mia età, così io vedo le fedi alle dita dei due che porco Giuda potrei esser io qualche anno fa." Gli anni d'oro del grande King...

Una storia che si compie in un arco temporale di nove anni (1970-79) e che prende avvio in un luna park con due ventiquattrenni, entrambi professori, che si son da poco fidanzati ma che già son consci di aver trovato la persona giusta su cui scommettere per il loro futuro. Un inizio struggente che fa ritornare indietro alla propria infanzia buona parte dei lettori, specie chi ha un rimpianto, in fatto di cuori infranti, custodito nello scrigno del passato. E' una storia da sliding doors intrisa di pessimismo e fatalità quella che vive il protagonista Johnny Smith. Tutto troppo bello per essere vero. Una ragazza perfetta da amare e con cui costruire una famiglia, una serata dedita al divertimento che culmina con una vincita alla roulette del luna park senza precedenti. "Godo a vedere quel tizio prendersi una battuta" il commento di alcuni ragazzini giunti ad assistere alla disfatta del banco. Una fortuna che pretende il suo corrispettivo e lo fa su un altro fronte. "Fortuna al gioco, sfortuna in amore" sembra suggerire la parabola di Johnny Smith. Sulla via di ritorno e dopo aver accompagnato a casa la fidanzata, il ragazzo rimane vittima di un grave incidente stradale che lo costringerà a un duraturo coma di quattro anni e mezzo. La prospettiva di farsi una famiglia finisce qui. La sua amata per un po' lo aspetta, poi si sposa con un altro uomo e concepirà due figli. "Show must go on" cantava Freddy Mercury e lo faceva soprattutto per spronare i componenti del gruppo ad andare avanti dopo la sua dipartita. La donna tuttavia non lo dimenticherà, ma per Smith ci sarà solo una vita da lupo solitario destinata a collassare in una tristezza senza confini che farà di lui un martire. Alla sfortuna però corrisponde sempre un vantaggio, il famoso bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto ovvero, se preferite, l'altra faccia della medaglia. Al risveglio, Smith si scopre detentore di una facoltà paranormale. Riesce difatti a conoscere il futuro, il passato e i pensieri delle persone semplicemente prendendo loro la mano o toccando oggetti agli stessi appartenuti. Una dote che lo porterà a sventare incidenti e a risolvere casi di omicidi, il tutto sempre nell'incredulità di chi si troverà poi costretto a ricredersi ("Sto pagando per aver rifiutato di credere a ciò che non potevo toccare con uno dei miei cinque sensi"). Un dono che Smith, a causa dell'ottusità delle persone, vedrà tramutarsi in una vera e propria maledizione. Il ragazzo verrà visto come un fenomeno da baraccone, dapprima additato come impostore, quindi visto con timore e paura.

King porta avanti la storia in modo atipico rispetto a un tradizionale romanzo. Non c'è una struttura circolare (anche se diversi personaggi secondari vengon presentati fin da subito), piuttosto viene sviluppata la vita di Johnny Smith, dall'incidente fino alla morte, parlando delle persone che lo circondano e dei vari casi in cui si trova coinvolto e che vengono snocciolati nel corso del testo. King è abilissimo nel tracciare le caratterizzazione dei vari personaggi, riesce a renderli vivi (cosa che non accadrà nella piuttosto fedele trasposizione cinematografica di David Cronenberg). Accenna alla religione vista come un qualcosa cui attaccarsi, come una speranza di una giustificazione per gli accadimenti della vita comune ("Non credo veramente in Dio, ma piuttosto in un'Entità che pianifica per noi e ci da piccole missioni da compiere"). Allo stesso tempo, l'autore evidenzia i pericoli propri di un attaccamento morboso ed eccessivo alla componente trascendente, col rischio di perdere il contatto dalla realtà e cadere in mano a sette pseudoreligiose e truffatori di ogni sorta o di farsi sviare da sballate convinzioni ("Dio è la migliore medicina... Chiedi a Dio e guarirai, non ai dottori i quali usurpano il potere di Dio"). King fa tutto questo plasmando alcuni personaggi femminili che risentono degli echi propri della madre di Carrie. 
C'è poi la trattazione del diverso e delle difficoltà cui questo va incontro per integrarsi nella società. Johnny Smith viene licenziato dal lavoro, sulla base di scuse che lasciano il tempo che trovano, semplicemente perché viene visto con sospetto dopo esser finito sulla carta stampata bollato quale "profeta" e "veggente". Le sue visioni vengono giudicate come un qualcosa di demoniaco, in quanto non spiegabili dalla comune scienza, addirittura c'è chi pensa che sia lui stesso a scatenare i pericoli (King si regala anche un'autocitazine facendo dire a una ragazza: "L'ha fatto succedere lui! Gli ha dato fuoco con la mente, come in quel libro Carrie. Assassino! Mostro!"). La derisione arriva anche da una rivista dedita al paranormale (la Inside View con Richard Dees che poi tornerà protagonista nel racconto Il Volatore Notturno, inserito nell'antologia Incubi & Deliri), perché rifiuta di collaborare con essa quando scopre che il fine ultimo degli editori è fare soldi sfruttando la credulità dei lettori e non di informarli con correttezza, serietà e spirito di indagine. Un atteggiamento, questo di Johnny Smith, che ne fa un idealista che persegue la giustizia e che vuol vivere come una persona normale, piuttosto che da opportunista o accalappia ingenui.


"Toccare i vestiti della gente e conoscere di colpo
i suoi piccoli sogni, i suoi piccoli segreti e i suoi meschini trionfi:
quella era una cosa anormale. Non era una dote, era una maledizione."


MONTAGNE RUSSE
in una sequenza iniziale della trasposizione
diretta da DAVID CRONEBERG.

Oltre a questi aspetti, infine, c'è una critica ai pericoli insiti nei populismi e nei malumori popolari cavalcati dai politici che sotto la veste di pecorelle sono delle vere e proprie "tigri che ridono", dei perfetti Dr. Jekyll & Mr. Hyde come la maschera che a inizio romanzo calza Smith per spaventare la giovane fidanzata. Spettacolare ed esilarante la caratterizzazione del politico di turno, un '33 "uomo dai molti mestieri", dotato di un profilo ai limiti del comico, molto eccentrico e votato allo spettacolo, che appare assai contemporaneo in questi tempi in America ma anche qua in Italia, a prescindere poi dagli eventuali risvolti negativi che ne potrebbero (o meno) conseguire. 
"Stillson è un buontempone che cerca di ficcare una chiave inglese tra gli ingranaggi della democrazia... E' un buffone, d'accordo! Ma forse la gente ha bisogno ogni tanto di una parentesi comica. A volte finisce che i matti fanno un ottimo lavoro. Dentro quelle teste matte cì un cervello maledettamente fino." Vediamo arrivare questo personaggio a dei convegni stando in piedi sopra a dei camion, attorniato da guardie private reclutate da bande di motociclisti redenti. L'uomo ha fondato un terzo partito che si contrappone alle due tradizionali correnti contrapposte. E' il vento nuovo che avanza e ha un linguaggio che riesce a far presa tra le persone comuni. Si presenta con in testa un elmetto da lavoratore, dice quello che gente vuol sentirsi dire e termina i suoi comizi lanciando salsiciotti caldi sugli astanti. 
Un King pertanto avanti con i tempi tanto che, prima delle elezioni alle ultime presidenziali statunitensi, ha dichiarato di vedere nella figura del politico Greg Stillson proprio il milionario dal ciuffo ossigenato che avrebbe poi vinto a sorpresa la corsa alla casa bianca. "Non c'è niente che mi spaventi di più di un Donald Trump presidente degli Stati Uniti" così disse il profetico King, pare (a differenza del suo personaggio) senza aver dato la mano all'erede di Obama, saluto concesso invece al primo "uomo nero" nella storia della presidenza della più grande democrazia del mondo. 
Così King delinea il programma del politico venuto dal nulla che muoverà le fila dell'ultima parte de La Zona Morta"La nostra piattaforma si regge su cinque travi. Prima trave: buttare fuori i cialtroni. Seconda trave: butteremo fuori dal governo chiunque passa il suo tempo a letto con qualche pollastra che non sia sua moglie (qualcuno in Italia sarebbe spacciato). Terza trave: manderemo nello spazio tutto l'inquinamento. Quarta trave: Avremo la benzina e il petrolio che ci occorrono! Metteremo termine ai giochetti di quegli arabi e useremo le manieri forti! Ultima trave: salsicciotti caldi per tutti!"

L'epilogo del romanzo è tragico. Smith stringerà le mani di Stillson e scoprirà un futuro apocalittico che lo porterà a contravvenire a uno dei suoi principi base. La violenza si dice che non è mai la giusta via per risolvere i problemi, ma attenzione al finale. Il protagonista, ancora una volta per intercessione divina come piace a King, non si macchierà di alcun misfatto ma otterrà il risultato voluto trasformandosi in un martire. Da evidenziare tuttavia, cosa anche questa che persiste nell'occupare le pagine dei quotidiani, il modo in cui Smith si procura la carabina, recandosi in un'armeria e firmando dei moduli con una semplicità allarmante. "Supponiamo che lei potesse salire su una macchina del tempo e ritornare al '32. E supponiamo che incontrasse Hitler (Hitler salirà al potere nel '33, ndr). Lo ucciderebbe o lo lascerebbe vivere?" Questa la domanda che caratterizzerà la parte finale del romanzo. Una conclusione intrisa di una tristezza che non ammette redenzioni, non almeno in questa vita, risultando priva di ristoro. Quello che è passato è passato, non si può più tornare indietro ("Solo lei davanti a me, cosa vuoi? Il tempo passa per tutti, lo sai, nessuno indietro lo riporterà, neppure noi" cantava Pezzali), possiamo solo cambiare il futuro e farlo sempre sperando nella condiscendenza della volontà divina. 

Dal mio punto di vista si tratta di uno dei migliori romanzi confezionati dalla penna del Maine. Lettura molto scorrevole, pur se con alcune pause morte e qualche caratterizzazione di troppo ai fini della trama finale. Soluzione questa che rende Dead Zone un "finto" romanzo fantastico che utilizza la parapsicologia non per meravigliare il lettore, né per terrorizzarlo, bensì per scandagliare problematiche che, sotto il filtro e la visione di un "diverso" ("Se davvero vedi queste cose, ti compiango. Sei un fenomeno, non diverso da un vitello a due teste che ho visto una volta alla fiera"), vanno dalla religione alla politica usando la chiave del destino e come questo influisca sulle vicende di tutti i giorni proprio come una biglia impazzita che ruota all'interno della roulette della vita. Una lettura molto malinconica che tocca le corde emotive.

STEPHEN KING
ai tempi dell'uscita de LA ZONA MORTA

"Tutti credono che io stia scherzando, ma io non scherzo. Ti sto offrendo Washington. Il cielo è il limite.
Stillson era un buffone. Proprio questa sua prerogativa, assieme al programma di neutralizzare la delinquenza giovanile, l'aveva fatto eleggere sindaco. Ma la gente non elegge buffoni per Washington. Bè, quasi mai..."

sabato 24 marzo 2018

Recensione Narrativa: Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert L. Stevenson.



Autore: Robert Louis Stevenson.
Anno: 1886.
Titolo OriginaleThe Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde.
Genere: Fantastico - Mad Doctor.
Editore: Vari.
Pagine: 96..

A cura di Matteo Mancini.
Capolavoro assoluto, per contenuti, della narrativa fantastica. Un'opera capace di "debordare" dall'ambito fantastico per andare a ispirare la scienza che studia la mente, dalla psicanalisi freudiana alla moderna criminologia. E' proprio Robert Louis Stevenson che nel 1886, all'età di ventisei anni e tre anni dopo la stesura del celebre L'Isola del Tesoro, getta le basi della futura psicanalisi, anticipando sia la tripartizione di Freud indicata nel saggio L'io e l'Es (1922), sia la più moderna criminologia, proponendo (seppur in chiave irrealistica) il primo vero caso di quello che sarà definito un disturbo dissociativo dell'identità (chiamato in causa, tanto per citare un evento di cronaca nera a noi vicino, anche nel caso Franzoni).
"L'Uomo è un puro sistema di soggetti diversi, incongrui e indipendenti tra di loro" afferma il Dottor Jekyll, uno dei tre personaggi principali del romanzo di Stevenson. "L'uomo non è unico, ma duplice e il conflitto delle due nature ha luogo perché entrambe formano l'uomo... E' la maledizione dell'umanità che questi due alieni fardelli siano legati strettamente insieme, che nel ventre dilaniato della coscienza due gemelli contrapposti siano ingaggiati in una lotta senza respiro." L'errore che commette Jekyll è quello di cercare di superare la dualità separando le due nature piuttosto che sintetizzarle, per dirla alla Kant, come poi farà Freud in un idele "scontro" tra tesi e antitesi. Freud parlerà di Super io da una parte, ovvero l'insieme dei comportamenti cui tendere per influenza dalle regole morali e giuridiche di un dato periodo storico/sociale, ed Es dall'altra, vale a dire le pulsioni inconsce orientate alla soddisfazione del piacere. Una dualità che viene risolta dall'Io, cioè la parte conscia dell'individuo che media tra il Super Io e l'Es dando luogo a un comportamento compromissiorio tra le varie istanze contrapposte. Dunque vediamo come Stevenson intuisca per primo, possiamo dire, l'esistenza di un io inconscio in potenziale contrasto con quello conscio.
Nicoletta Della Casa Porta, nell'introduzione al romanzo, giustamente scrive che "la salvezza non può consistere nel privilegio assoluto accordato a questa o a quella componente in contrasto, ma solo dall'accettazione onesta e tollerante di tutte le parti, con l'obiettivo di convogliare le energie nel progetto di diventare se stessi." In Jekyll, ma non solo lui, viene a mancare l'Io freudiano. Senza scendere nella sinossi del romanzo, praticamente conosciuto da tutti, sia Jekyll che l'avvocato Utterson, colui che poi risolverà il caso e che è il vero protagonista della storia, incarnano il classico modello del rispettabile rampollo della borghesia vittoriana, personaggi che, a loro modo, rinunciano a plasmare una propria personalità per compiacere la società ed essere da questa riconosciuti quali personalità degne di rispetto. Se Utterson frena i propri istinti, le proprie passioni e i propri desideri per poter aderire perfettamente agli stilemi del cittadino modello, Jekyll contiene la propria parte oscura concedendosi scappatelle ed eccezioni alla regola ma sempre stando lontano dai riflettori (arriverà persino a godere dei delitti di Hyde perché protetto dalle diverse sembianze così da cancellarle all'occorenza e proteggersi dalle conseguenze). Stevenson evidenzia così, fin dall'inizio del romanzo, una forte critica all'ormai decadente società vittoriana, una società fatta di apparenza e convenzioni retta dal valore prioritario dell'esteriorità sovrordinata all'interiorità. Il mostruoso Mr. Hyde di Stevenson diviene dunque l'emblema dell'ipocrisia di fondo che l'autore fa emergere, denudandola dalla maschera della forma, per mostrarla nella sua vera essenza e sostanza ai lettori della sua epoca. Per dirla in altri termini, Mr Hyde è la parte inconscia di ogni uomo medio, vale a dire l'insieme dei desideri e impulsi scevri da ogni freno inibitorio.
The Strange Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde, oltre a ruotare sul tema del doppelganger sulla scia di opere quali Memorie e Confessioni di un Peccatore Giustificato (1822) di James Hogg e William Wilson (1839) di Edgar Allan Poe, ruota proprio sulla falsità dei valori dettati dalla società inglese dell'epoca, un voler ostentare un qualcosa che nel profondo non trova corrispondenza col vero volere individuale. Potremmo definire questo come il risultato estremizzato di quel famoso patto sociale evidenziato dal filosofo Thomas Hobbes, quale rinuncia essenziale delle proprie libertà per dar luogo alla vita collettiva, "strozzando" l'istinto di sopraffazione che dominerebbe l'uomo (concetto dell'homo homini lupus). A mio avviso la vicenda singolare del Dr. Jekyll che trova il modo di far emergere il proprio lato oscuro, (il deforme e piccolo di statura Mr Hyde, in quanto castrato da quello che Freud chiamerebbe il Super Io e dunque non adeguatamente sviluppato) al fine di esorcizzarlo per liberare l'umanità dalla frustrazione figlia delle repressione delle pulsioni, si trasforma in una parabola collettiva in cui le pulsioni animalesche travolgono l'etica in quanto rifiutate e respinte, giacché metabolizzate e gestite, così da tramutarsi in un qualcosa di sempre più violento e incontrollabile guidato dall'emozione dell'ira. David Punter, nel suo Storia della Letteratura del Terrore, esprime bene il concetto scrivendo che "è stata la repressione a produrre la personalità di Hyde, da un'ulteriore negazione delle sue pretese non potrà che risultare un aumento della violenza."

Stevenson presenta il coacervo delle pulsioni alla stregua di droghe di cui l'organismo, una volta assimilate, non riesce più a farne a meno. "La parte più infima che era in me, e che a lungo aveva conosciuto la mia indulgenza e negli ultimi tempi le catene, incominciò a ringhiare reclamando una licenza" spiega Jekyll. A lungo andare, la conseguenza di quanto espresso non potrà che condurre Jekyll all'impossibilità di gestire Mr. Hyde che finirà per prenderne il posto, macchiandosi di condotte che Stevenson rivela solo parzialmente, parlando di uno scontro con bimba poi calpestata e di un omicidio per futili motivi. Anche se l'autore non menziona mai il tema, si ha quasi l'impressione che Mr Hyde sia un depravato sotto ogni punto di vista, compreso quello sessuale, un personaggio assimilabile alla futura protagonista de Il Grande Dio Pan (1890) di Arthur Machen o all'Alraune de La Mandragora (1911) di Ewers, un essere completamente votato all'egoismo e all'edonismo. Un personaggio che catturerà l'attenzione di Oscar Wilde che lo prenderà di riferimento per il suo capolavoro Il Ritratto di Dorian Gray (1890), dove, ancora una volta, avremo la scissione tra l'apparenza amata dalla società (bellezza) e la realtà celata e nascosta in luoghi non accessibili (il quadro che intrappola l'anima corrotta). Interessante sul punto il gioco fatto da Stevenson nella scelta dei nomi. Mr. Hyde, ovvero il signor nascosto (in inglese to hide significa nascondere), e Dr. J(e)Kyll ovvero il Dr. Io Uccido sempre traducendo dall'inglese, a testimoniare probabilmente che il vero mostro è l'ipocrita Jekyll e non il suo alterego che è coerente con sé stesso. Jekyll gode delle azioni di Hyde, è lui a innescarlo ed è poi ancora lui che vorrebbe poi sottrarsi dalle conseguenze attribuendo la colpa all'altra persona. Ditemi secondo voi chi, tra i due, è più censurabile...

Dettaglio della locandina della
trasposizione cinematografica
del 1931 affidata alla regia di
Robert Mamoulian.

Un terzo tema trattato da Stevenson, dopo quello della critica alla società vittoriana e quello relativo alla dualità (bene-male) della coscienza umana, è quello incentrato sulla preoccupazione relativa al rischio di un progresso scientifico incontrollato. Se da una parte infatti la scienza può garantire un miglioramento delle condizioni di vita, dall'altro, se sprovvista di una guida deontologica, può portare a conseguenze devastanti. Il Dr Jekyll, infatti, riveste il ruolo di quello che, sulla scia del Dr. Frankenstein di Mary Shelley e successivamente del Dr Griffin de L'Uomo Invisibile (1897) di Wells, può essere definito un mad doctor dato che parla di "medicina trascendentale" e viene definito dai colleghi come "diventato stravagante, con idee strane e dedito a certi sproloqui privi di fondamento scientifico". A mio avviso in questo romanzo la portata scientifica, caratterizzata dall'utilizzo di una speciale pozione in grado di scindere la parte maligna propria dell'utilizzatore e dargli un suo corpo, è meramente incidentale e funzionale a mettere in scena un ragionamento legato sugli altri due temi che sono quelli portanti dell'opera. Peranto, questo terzo tema è indubbiamente di portata inferiore rispetto agli altri due.

C'è addirittura chi (arditamente), come David Punter, intravede un quarto tema accennato da Stevenson e incentrato sulla paura della regressione della specie umana nella scala evoluzionistica (aspetto che sarà trattato da Wells ne La Macchina del Tempo). Sulla base degli studi di Darwin, in voga nel periodo e basati sul fatto che l'evoluzione è una scala, c'è chi ha visto nella deformità e nel procedere scimmiesco di Mr Hyde il rischio concreto di una possibile parabola discendente nella scala evolutiva da parte della razza umana. A mio avviso si tratta di un'interpretazione affascinante, ma probabilmente forzata. La bruttezza di Hyde è, in realtà, una metafora visiva della malvagità che si contrappone alla bontà solitamente incarnata dalla bellezza, un po' come fara Wilde per il suo Dorian Gray.

Un cenno merita la struttura dell'opera. Stevenson opta per un romanzo breve, potremmo definirlo addirittura un racconto lungo. Circa cento pagine, molto scorrevoli e presentate (sotto il versante della narrazione) da diversi punti di vista e con un'atmosfera da noir. Ambientazione urbana, nel quartiere di Soho, prevalentemente nottura con la figura di Jack lo Squartatore (entrerà in azione due anni dopo l'uscita del romanzo) che sembra di continuo prossima a uscire da dietro ogni angolo. Pur trattandosi di un racconto del terrore (bellissima la scena in cui si descrive la trasformazione da Hyde a Jekyll) con venature fantascientifiche, Stevenson sceglie la struttura del giallo, come dimostra l'epilogo con il manoscritto del dottore che rivela tutti i retroscena (soluzione classica del genere). Possiamo pertanto definire lo scozzese un antesignano della moderna narrativa gialla, basti ricordare che Uno Studio in Rosso di Conan Doyle, primo romanzo della serie Sherlock Holmes, uscirà l'anno successivo.
Il racconto viene portato avanti come una vera e propria indagine, al cui centro vi è l'avvocato Utterson e non Jekyll, relegato al ruolo di oggetto dell'indagine. L'autore scozzese, a mio avviso, sceglie questa via perché vuole caratterizzare a dovere Utterson al fine di rendere manifesta la critica alla società vittoriana. I personaggi del romanzo sono tutti soggetti che si trincerano dietro una facciata pubblica che è ben distinta dalla loro natura privata. Utterson ("Sono d'accordo col peccato di Caino, che mio fratello vada pure all'inferno se così vuole" afferma all'inizio) è una sorta di cavallo costretto all'immobilità per l'azione del morso serrato in bocca. Vorrebbe fare tutta una serie di cose, ma un po' se ne vergogna (teme il giudizio altrui) e un po' si rende conto che non può farle senza perdere una certa rispettabilità. Jekyll, che si rende conto di avere certi impulsi, cerca di fare altrettanto, tentando di esorcizzare il proprio subinconscio con la convinzione, evidentemente errata, di poterlo controllare (ne sarà travolto).

Lo stile è leggero, scorrevole e di pronta soluzione. Stevenson impregna il romanzo di importanti contenuti innovativi, offrendo spunti di riflessione che finiranno per coinvolgere medici, psichiatri e criminologi. Fa tutto questo non per caso, ma per un'intuizione su cui sembra pronto a scommettere. Fa dire a Jekyll che "altri seguiranno, altri mi sorpasseranno in questa direzione, e io posso osare di prevedere che infine l'uomo verrà riconosciuto come un risultato di molteplici, incongrue e indipendenti entità". La profezia si avvererà quattro decadi dopo con Sigmund Freud che getterà le basi della psicanalisi. Lo studioso naturalizzato austriaco ribadirà quanto già affermato ne The Strange Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde, a dimostrazione che la narrativa fantastica è tutt'altro che una fuga dalla realtà essendo invece una lente attraverso cui guardare la realtà stessa (cfr Luca Rasponi).

In conclusione possiamo dire che Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde è un romanzo da leggere, una vera e propria pietra miliare del genere fantastico e non solo, un'opera capace di creare un archetipo che è entrato nella cultura e nei modi di dire, interessando cinema, mondo dei fumetti e indagine criminologica. Stevenson ci suggerisce che il male, qua chiamato spesso con termini quali "diabolico", "Satana" e "Inferno", non è un qualcosa di esterno o di trascendente, bensì una faccia di una duplice medaglia che è propria di ciascun uomo. Il tentativo di esorcizzarlo operato da Jekyll si trasforma in un'evocazione proprio perché non si può pretendere di cancellare una delle due facce della moneta pensando così di abbellirla nel suo complesso. Chiudo citando una frase ricordata all'inizio del film Il Medagliane Insanguinato e attribuita a un autore anonimo: "Per secoli teologi, filosofi, e anche poeti hanno frugato l'universo alla ricerca di una prova dell'esistenza del Demonio. Sarebbe bastato guardare in fondo alla loro anima." Quale miglior modo per congedarci da questa recensione...?

ROBERT L. STEVENSON

"Quell'uomo non aveva un aspetto umano, sembrava uscito fuori dall'inferno."

domenica 18 marzo 2018

Recensione Narrativa: L'UOMO INVISIBILE di Herbert G. Wells



Autore: Herbert George Wells.
Anno: 1897
Titolo Originale: The Invisible Man: a Grotesque Romance..
Genere: Fantascienza/Fantastico - Mad Doctor.
Editore: Tascabili Economici Newton.
Pagine: 250..

A cura di Matteo Mancini.
Terzo grande classico nato dalla penna di Herbert G. Wells, dopo La Macchina del Tempo (1895) e L'Isola del Dr Moreau (1896), forse inferiore di qualità rispetto ai precedenti ma comunque tale da generare un vero e proprio sottofilone. Il trentunenne autore del Kent, di cui abbiamo già parlato in occasione della recensione del romanzo incentrato sulla figura del Dr Moreau, insiste sulla tematica Mad Doctor, proseguendo nel solco precedentemente scavato da Mary Shelley, con il suo Frankenstein (1817), e da Stevenson con Lo Strano Caso del Dr Jekyll e Mister Hyde (1886). Da Mary Shelley arriva la caratterizzazione di un giovane scienziato dedito agli sperimentalismi, che si estranea dalla vita sociale per seguire i suoi folli quanto geniali studi, così da abbandonare ogni affetto familiare (la morte del padre passa quale evento di scarso conto) e da vivere in funzione dello studio. "Non sentivo d'essere ormai solo, di aver rinunciato al mondo per avventurarmi in un universo di desolazione. Avvertivo la perdita del comune sentimento della solidarietà umana... Ecco le cose che conoscevo e amavo: i miei apparecchi e gli esperimenti approntati che attendevano di essere portati a termine." Così racconta Griffin, lo scienziato che ha messo in pratica i propri studi diventando invisibile dopo esser riuscito a far svanire un pezzo di stoffa e poi un gatto. Una caratterizzazione egoistica, a tratti asociale, che è ricalcata sul profilo psicologico del dottor Frankenstein di Shelley. Da Stevenson arriva invece la doppia anima del protagonista ovvero uno scienziato geniale che diviene un vero e proprio mostro. Non accettato dalla società (tremenda caratterizzazione plasmata da Wells, fatta di bigotti, venali, ottusi, codardi che si fanno forti solo in gruppo, ignoranti e mondani), finisce per creare scompiglio nelle vie inglesi di fine ottocento macchiandosi di omicidi e brutalità più o meno gratuite.

Wells dunque prosegue sul versante della fantascienza ma vira sempre più all'horror, qua a mio avviso prevalente rispetto al supposto tentativo di spiegare in modo ragionevole le scoperte dello scienziato. The Invisible Man assume pertanto la consistenza di una bizzarra ghost story in cui il fantasma di turno è sì invisibile, ma terribilmente materiale. Lo si può toccare e lo si può ferire, così come lui stesso può infliggere pugni ai passanti e inquietarli col suono della propria voce, rendendo sempre più flebile l'equilibrio mentale delle vittime. Una trovata per l'epoca piuttosto originale, tale peraltro da dar via a un vero e proprio sottogenere, che l'autore inglese stempera con un taglio ironico e surreale che rende il romanzo, nella sua tragicità, per lunghi tratti grottesco e altamente ironico. Emblematiche le supposizioni di alcuni grezzi personaggi locali che cercano di ipotizzare i problemi del protagonista, che va in giro protetto da sciarpe tenute in modo da occultare l'intero volto, sormontato da cappelli e occhiali da sole. "Quell'uomo è un pezzato: bianco qua e nero là, a chiazze. E se ne vergogna. E' una specie di mezzosangue... Ne avevo già sentito parlare. E poi nei cavalli, lo sanno tutti, è una cosa che succede comunemente." Ancora umorismo nero quando l'uomo invisibile si trova al cospetto di una manifestazione dell'esercito della salvezza che canta un pezzo che si intitola "Quando vedremo il suo volto?", mentre dei ragazzotti notano delle orme fangose che si dipingono a terra sulla strada e avanzano senza dar mostra del corpo che le imprime a terra. Da segnalare poi la continua sconfessione delle credenze popolari che vengon puntualmente disattese dai fatti, pazzeschi sì eppure terribilmente oggettivi come mostrano gli occhi increduli degli osservatori e tali da generare credenze ancor più folli di quelle reali: "ma che storia è questa? Che io sia dannato se questa faccenda non puzza di stregoneria... Ci vuole un bel ferro di cavallo per proteggersi da tipi come lui... Un uomo senza testa... Invisibile eh? Chi mai ha sentito una cosa simile?"

I temi che sottendono l'opera sono essenzialemente due, in perfetta linea con Shelley e Stevenson. Il primo dei due è il tema del diverso, un qualcuno che non viene accettato da una società dedita ai processi sommari, di mentalità non aperta ed egoista tanto quanto il mostro impazzito (scena clou il vicino del collega di Griffin che si rinchiude nella propria villa, ignorando le richieste di aiuto dello stesso per il timore di andarci di mezzo). Riccardo Reim scrive che "Griffin cerca e insegue cose che per gli altri non hanno alcuna importanza, perché i suoi interessi vanno al di là di quelli spiccioli della gente comune." L'interesse di Griffin è la ricerca scientifica, il superamento dei limiti umani verso un qualcosa di nuovo e mai raggiunto da nessuno. Griffin ambisce alla notorietà, al divenire un nome di riferimento nell'ambiente scientifico, non accorgendosi di ottenere l'esatto contrario. "Spesso gli eventi straordinari, che trascendono le umane esperienze, hanno sugli uomini molta meno presa che non i piccoli fatti tangibili" constata, a malincuore, l'autore. C'è chi vede in questo, ragionando a livello psicanalitico (tesi che non condivido molto), una sorta di spunto autobiografico di Wells (ci vedrei meglio un Lovecraft in una situazione del genere). Prosegue Reim scrivendo che "attraverso la diversità di Griffin lo scrittore grida la sua di diversità, esprime il suo insopprimibile disagio verso una società che fino a poco prima (del successo letterario, ndr) lo ha rifiutato in toto e che ancora deve risarcirlo a sufficienza." Griffin viene deriso, visto come un mostro e dunque isolato, costreggo alla fuga continua (un po' come il mostro di Frankenstein) fino a trasformarsi in un essere che, vedendo fallire ogni tentativo di riconquistare delle supposte sembianze umane (ovvero andare in giro vestito da capo ai piedi per proteggersi dal freddo e dalle intemperie, ma anche per comunicare con gli altri cittadini), si spoglia di ogni abito (da leggersi quale remora e freno sociale) e programma di adottare quello che lui definisce un "regno del terrore" (ovvero ritornare a quello stato naturale che Hobbes aveva visto come superato dal famoso patto sociale indispensabile per la vità in comunità). "Dobbiamo prendere una città, terrorizzarla e dominarla... Coloro che disobbediranno agli ordini saranno uccisi." Questi i progetti dell'uomo invisibile, generati da un cocktail fatto di vendetta (per esser stato rifiutato) e di onnipotenza, una sorta di corrispettivo  per il non poter più riconquistare le sembianze originarie e da addebitare a una società cattiva e menefreghista. Un'evoluzione, o involuzione, che genera l'incertezza in tutti coloro che si trovano al cospetto "del nulla", sempre ignari circa la presenza o meno del loro interlocutore, ma anche di difendersi da attacchi imprevedibili e impossibili da intercettare. Bella, al riguardo, la scena col clochard che sta per tradirle l'uomo invisibile svelando a un passante la storia dello stesso ma, mentre parla, avverte la presa di una mano sulla spalla, cambiando così discorso e sudando freddo nel sentire stringersi la presa. Un aspetto questo che si potrebbe anche ricollegare, sempre a livello psicanalitico, al tema dell'onniscenza divina e all'impossibilità di sottrarsi allo sguardo del grande assente che vede tutto ed è pronto a comminare pene (aspetto presente, se non ricordo male, ne L'Isola del Dr Moreau).
L'altro tema trattato da Wells è la condanna di una scienza priva di ogni morale, una sorta di monito per scongiurare i rischi connessi al comportamento dell'uomo che gioca a scimmiottare Dio senza porsi limiti di sorta. Frankenstein riporta in vita i morti, Moreau trasforma gli animali in umani, Griffin invece inteviene anch'egli sulla materia ma per rendere l'uomo una creatura invisibile. L'epilogo di tutto ciò non potrà che essere la ritorsione contro lo stesso dottore delle proprie scoperte. Griffin, nel tentativo di vendicarsi, finirà linciato da una folla forse più animalesca di lui. Un vero e proprio gregge di lupi travestiti da pecore che penseranno bene di eliminare il problema invece di comprenderlo e risolverlo, magari convincendo il dottore a rivelarare al mondo le proprie grandi scoperte così da diventare qualcuno, magari un luminare. Un tema attualissimo, basti vedere il film premiato con l'oscar nell'edizione di qualche settimana fa (La Forma dell'Acqua) in cui è presente un battuta del seguente tenore: "Non è importante quello che possiamo imparare da lui... ma che non imparino i nostri rivali". Anche qua il "disgraziato" di turno cercherà di allearsi con altri diversi (un barbone) o con dei colleghi che possano comprenderne il genio (e indirizzarlo), ma non gli andrà bene. "Mi sono detto: ecco, è un emarginato come me. E' proprio l'uomo che ti ci vuole..." Passaggi che, nell'esilaranza generale, rendono triste la vicenda dello scienziato e suscitano compassione e tenerezza.
L'invisibilità per Wells è allora una tragedia ("confidare il mio segreto a qualcuno avrebbe voluto dire ridurmi al rango di un fenomeno da baraccone") da cui non ci si può liberare, che perde presto i vantaggi che ne sono insiti ("Un uomo invisibile è un uomo potente") e lascia solo le controindicazioni. "Mi sentivo come potrebbe sentirsi un vedente, a piedi nudi e con indosso abiti che non facessero rumore, in una città di ciechi. Provavo un irrefrenabile desiderio di fare scherzi alla gente, di spaventarla, di dar loro manate sulle spalle, di gettare via i loro cappelli, di fare insomma tutte le pazzie che il mio nuovo, straordinario, stato mi concedeva" così Griffin spiega le iniziali sensazioni, da cui però giungeranno le difficoltà di trovare cibo, di girare per le strade senza esser additato, di parlare con un proprio simile e addirittura di mantenere la propria individualità. Come si può riconoscere una persona che non ha volto ne corpo? L'invisibilità porta inevitabilmente alla cancellazione dal registro della vita, a tramutarsi in una sorta di morto vivente o, meglio ancora, di uno spettro tangibile, l'ideale sintesi tra la tesi della vita e l'antitesi della morte per ragionare alla Kant con l'accento proprio della regione di Wells ovvero il Kent.

Un giovane HERBERT GEORGE WELLS,
ai tempi della stesura del romanzo scritto all'etè di 
31 anni.

Sul versante stilistico possiamo dire che il romanzo parte subito in quarta. Griffin è già ectoplasmatico e trova rifugio in un albergo, il Carrozza e Cavalli, per studiare un modo atto a riconquistare l'aspetto originario. Per tornare alla vita comune è costretto a ricostruirsi pezzo per pezzo, alla stregua di uno spaventapasseri con un naso da pagliaccio applicato sulla faccia, degli occhiali da sole per simulare gli occhi, un parrucchino, basette e baffi finti, un cappello che copre la fronte, guanti per avvolgere le mani e una sciarpa per occultare la bocca attorniata da fasce, vestiario che non toglie neppure a tavola o in salotto.
Romanzo breve, molto scorrevole e facile da leggere. Wells ha una prosa priva di fronzoli e leziosismi, tale da potersi definire contemporanea, da masse. L'Uomo Invisibile è un testo adatto a ogni forma di pubblico, compresi i giovani ragazzi, priva di tematiche sottintese o di ermetismi da decriptare.
Fin da subito un best seller, ha dato il là a una lunga serie di epigoni, primo tra tutti l'eccezionale La Cosa Maledetta (1898) di Ambrose Bierce, uscito appena un anno dopo e base di ispirazione per Il Colore Venuto dallo Spazio (1927) di Lovecraft. Lo scrittore americano trasla su una bestia invisibile la caratterizzazione del personaggio di Wells e mette in scena un combattimento identico a quello che contraddistingue il finale del romanzo del collega inglese, sfumando tuttavia la natura dell'essere invisibile. Lo stesso corrispettivo francese di Wells, il leggendario Jules Verne, con Il Segreto di Wilhelm Storitz (1910) ne mutuerà il tema, imitato da Renard con L'Homme au Corps Subtil (1913). Edmond Cazal scriverà addirittura un sequel apocrifo intitolato Joe Rollon, L'Altro Uomo Invisibile (1919). Un interesse così marcato da finire presto per coinvolgere anche la settima arte dapprima con traspozioni fedeli, tra le quali L'Uomo Invisibile (1933) diretto da James Whale, fino alle ispirazioni che ne "copiano" pressoché tutte le caratteristiche (l'andare in giro con vestiti e oggetti che restano sospesi in aria, l'utilizzare i poteri per divertirsi e spaventare le persone o per intrufolarsi in luoghi dove vi sono donne nude e via dicendo) con esempi a noi prossimi rappresentati da pellicole quali L'Uomo senza Ombra (2000) di Verhoeven e Il Ragazzo Invisibile (2014) di Gabriele Salvatores.

Per chiudere possiamo dire che L'Uomo Invisibile, pur se non troppo fresco per tematiche (essendo stato inflazionato dal cinema e dagli innumerevoli epigoni narrativi), resta una tappa fondamentale nello sviluppo della narrativa fantastica e dunque un romanzo capace di scrivere una pagina di questo fantastico mondo. Letto nel 2018 non impressionerà per quanto descritto, ma si tratta di un romanzo culturalmente da leggere soprattutto per chi si definisce un appassionato della letteratura del terrore e del fantastico (più che della sci-fi). Classico di un grande maestro del genere.

Scena da L'UOMO INVISIBILE del '33
di James Whale.

Scena da L'UOMO SENZA OMBRA del 2000
di Paul Verhoeven.

"Tutti provavano per lui la stessa avversione. La sua irritabilità, che avrebbe potuto risultare comprensibile a un intellettuale di città, appariva invece molto strana a quei pacifici paesani del Sussex. Il gesticolare scalmanato in cui ogni tanto lo sorprendevano; quell'incedere precipitoso... Il suo modo implacabile di respingere qualsiasi tentativo di approccio dettato dlla curiosità; il gusto per l'oscurità... Chi avrebbe potuto condividere un comportamento del genere? Quando passeggiava per il villaggio, la gente si faceva da parte, e quando era passato, i ragazzoni più spiritosi scimmiottavano il suo modo di fare misterioso, tirandosi su il bavero, incalcandosi il cappello o passeggiando nervosamente...
Perfino i bambini un po' ritardati avevano preso l'abitudine di gridargli dietro: «UOMO FANTASMA!» e poi se la davano a gambe, sentendosi tremendamente grandi."

sabato 17 marzo 2018

Recensione Saggi: STORIA DELL'ANTICRISTO di



Autore: Massimo Centini.
Edizioni: Odoya.
Anno: 2010.
Edizione Originale: Edizioni Piemme, 1996, col titolo de Il Ritorno dell'Anticristo.
Genere: Saggistica Religiosa/Esoterica.
Pagine: 318.
Prezzo: 18,00 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Il prolifico Massimo Centini, antropologo torinese classe '55 che spazia dalla criminologia (La Sanguinosa Storia dei Serial Killer) alla religione passando per il mito e le credenze popolari, si lancia in un'indagine coraggiosa quanto specifica. La sua è una vera e propria inchiesta, come lui stesso la definisce, volta a gettare luce sulla figura apocalittica, più leggendaria che religiosa, dell'anticristo. "Cercheremo in modo laico e pratico di seguirne le tracce storico-antopologiche presenti nelle fonti, ivi comprese quelle apocrife", così presenta questo progetto uscito per la prima volta nel 1996, col titolo Il Ritorno dell'Anticristo per Edizioni Piemme, e riproposto nel 2010 da Odoya con il più calibrato titolo di Storia dell'Anticristo. Si tratta infatti di una vera e propria storia dell'interpretazione data a questa figura dai teologici e dai profeti nel corso degli anni, una figura che, come specifica più volte Centini, non è squisitamente legata alla tradizione giudaico-cristiana ma trova conferme in altre religioni con delle similitudini assai evidenti e marcate.

Volume indubbiamente colto, non sempre facile da seguire, che cerca, oltre a presentare le varie figure politico-religiose che nel corso degli anni, da Antioco IV Epifane e Nerone fino a Hitler (figura quest'ultima, a mio avviso, più legata per molteplici motivi al protagonista del volume, tuttavia non approfondita), sono state riconosciute (evidentemente in modo fallace) quali l'anticristo, di fare un vero e proprio profilo del personaggio, prendendo come base il testo vergato da San Giovanni. Così abbiamo capitoli dove si analizzano le fonti che ne hanno plasmato la genesi, la provenienza etnica, il suo aspetto (chi lo vorrebbe seducente e dai tratti umani, chi lo vedrebbe come un qualcosa di organico e complesso, chi addirittura un extraterrestre), il suo potere, il modus operandi grazie al quale salirà al trono, i suoi adepti primo tra i quali il falso profeta chiamato a preparargli il terreno con attività di proselitismo, il mistero del 666 indicato quale numero di riconoscimento e la grande battaglia finale, unito al dragone (ovvero Satana), al citato falso profeta e ai re del mondo, sulla montagna di Meghiddo (la c.d. Harmaghedon) per aver ragione una volta per tutte dei giusti (soccomberà per l'intervento diretto di Gesù). In mezzo a tutto questo, Centini apre infinite e lunghissime parentesi dove affronta molteplici argomenti di confine, dalla demonologia alla stregoneria (compresi i modi in cui essa è stata combattuta dall'inquisizione), presentati quali background funzionale a spianare l'avvento della Bestia e del suo seguito di morte. Non manca poi un capitolo dedicato alle profezie più o meno laiche, tra queste spiccano le visioni di Nostradamus, applicate a questa figura, così come la convinzione di vedere nel papato l'ambito di proliferazione dell'anticristo. Su quest'ultimo tema non si contano le digressioni di Centini che parla di Martin Lutero, testimoni di Geova, Mormoni e altri religiosi che hanno operato una scissione da Roma vedendo in essa un pericoloso discostamento dai valori cattolici iniziali. L''autore spende poi parole infinite sul millenarismo, ma soprattutto sull'isteria dell'anno 1.000, tempo in cui la convinzione che si sarebbe assistito alla fine del mondo divenne cosa pressoché certa, a seguito dell'interpretazione, fin troppo letteraria, di alcuni passaggi della Bibbia. Diventa dunque facile diagnosticare un'ossessione storica, praticamente infinita e ricorrente, se vogliamo quindi atavica, legata alla parte della Bibbia che va sotto il nome di Apocalisse, vista come monito e al tempo stesso passaggio obbligatorio per accedere alla grazia ascetica. Ecco allora che l'avvento dell'anticristo può essere persino letto, più che un incubo da scacciare, quale provocatorio desiderio da accogliere, forse perverso ma necessario e imprescindibile per avviare il processo finale che porterà all'apertura delle porte del Paradiso cui accedere non da trionfatori bensì da umili servitori. Veder materializzare i timori, infatti, comporterebbe al tempo stesso aver certezza della vittoria finale e di quanto a essa è connesso ma, attenzione, non quale ricompensa (altrimenti si cadrebbe nell'ambito d'azione dell'anticristo per effetto di un'adesione legata a un discorso premiante) bensì quale conferma della correttezza del proprio operato e della propria ideologia.

Un volume non facile, lo abbiamo premesso, non da affrontare ridendo e scherzando (credo che ci sia ben poco da ridere, lo insegna la storia recente), anche perché i toni con cui Centini lo confeziona sono seri e al tempo stesso appassionati, per niente votati allo spettacolo. Lo studioso piemontese focalizza gli aspetti basilari, ritornando più volte sui punti centrali della tematica che ha in San Giovanni la sua primaria bussola orientativa (non la sola). Un modo di esporre il tema, se vogliamo, ripetitivo, ma al tempo stesso responsabile. A fine lettura difficilmente non si saranno comprese le caratteristiche di questo essere diabolico, un vero e proprio lupo travestito da agnello, che cercherà di conquistare le folle con una lunga serie di prodigi, che saranno visti quali miracoli pur essendo illusori (parentesi di Centini per mettere in evidenza la differenza tra il miracolo di origine divina e l'azione prodigiosa del maligno), venendo così riconosciuto come un vero e proprio Dio in terra ("Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?" Sembra di sentire Mussolini commentare l'operato della Germania Nazista, ndr) così da portare verso la perdizione il suo seguito con parole e promesse che suonano di bestemmia, garantendo agli adepti piaceri e vantaggi materiali a totale discapito degli spiriturali. Un'ascesa rapida e improvvisa, tre anni e mezzo dicono le scritture, che diverrà sempre più diabolica e depravata fino allo scontro finale che aprirà un'era millenaria di pace al cui termine avrà luogo lo scontro decisivo tra Dio e Satana (di nuovo liberato, non si capisce bene se col supporto dell'anticristo e del falso profeta) prima della fine del mondo e del giudizio universale.

Torino, Piazza Statuto,
chi è colui che domina l'ascesa?
""E vidi dal mare salire una bestia che aveva dieci corna e sette teste, 
e sulle sue corna dieci diademi, e sulle sue teste nomi blasfemi."

La Storia dell'Anticristo non è dunque un testo per tutti, figurarsi un lettore medio a cui sconsigliamo l'acquisto. Diviene invece uno spunto molto utile di riflessione, ivi compreso sul versante antropologico e sociologico. Centini fa comprendere quanta importanza un testo quale l'Apocalisse abbia avuto, e attenzione lo ha tuttora, nella storia dell'umanità, con ripercussioni che hanno influenzato lo sviluppo dell'umanità, addirittura tali da dar vita a vere e proprie psicosi collettive giunte a tramutarsi in convinzioni che vanno oltre il mondo del fantastico (si è infatti pensato anche all'esistenza di una donna ingravidata e celata sotto mentite vesti nel ruolo di Papa). Un testo, per modalità d'azione proprie dell'essere diabolico che ne sta al centro e adescamento degli adepti (più legato al plagio che alla costrizione), che è sempre moderno e che lancia tristi e pericolosi presagi che hanno trovato conferma nella storia più recente, si pensi all'operato di Hitler e della sua Germania Nazista (con tanto dello sfruttamento della televisione come "statua parlante", come la definisce l'apocalisse, per fare propaganda e indurre alla venerazione il popolo) che sembra incarnare in tutto e per tutto il profilo tracciato da San Giovanni. Centini non lo dice ma è notorio il tentativo di Hitler di sovrascrivere sulla religione cattolica una nuova religione pagana, che avesse al centro la sua stessa figura, tanto da aver composto e imposto alla gioventù delle vere e proprie preghiere al Fuhrer (scalzando il vero destinatario originario che era Cristo). Sorprende un po' che Centini sorvoli su questi aspetti che, ad avviso di questo recensore, sono a tema in modo centrale con questa figura, a partire dalla stessa provenienza del Nazismo (nato nelle logge deviate para-massoniche), ai suoi fini (lo sterminio degli Ebrei ovvero il popolo eletto di Dio) e all'innegabile relazione col mondo diabolico (inversione della svastica e vero e proprio studio del mondo occulto).

Altro aspetto da evidenziare è il totale disinteresse di Centini al versante artistico legato alla figura dell'anticristo. L'autore resta legato a un esame del testo sacro, tralascia tutte le influenze ulteriori, dal cinema, alla narrativa (si pensi a romanzi di successo quali Rosemary's Baby o, in modo più calcanze, Il Presagio di David Seltzer), più legato a una tradizione millenaria e storica. La scelta è comprensibile e attribuibile a un desiderio, verosimilmente, autoriale anziché "depistabile" da credenze più o meno popolari o, peggio ancora (in quanto assai meno sociologiche), legate alla spettacolarizzazione propria del mondo dell'arte.

Un cenno alla cura grafica del testo. La versione Odoya è magistrale come sempre riesce a garantire la casa editrice bolognese. Il volume è ricchissimo di raffigurazioni, molte di esse presenti anche nell'edizione Newton de Il Diavolo di Alfonso Di Nola, ed è corredata di schemi che definiscono, estratti dal testo, in modo chiaro e pronto termini o concetti che richiedono analisi specifiche.

Un volume dunque da comprare per chi intenda approfondire una figura di notevole importanza in ambito religioso, ma anche narrativo e cinematografico. Non a caso acquistai il volume anni fa, peraltro a buon prezzo su una bancarella, perché lo ritenevo immancabile in una biblioteca di un appassionato di certe tematiche. Da sempre affascinanto, come credo una buona parte di lettori e scrittori di fantastico, dall'Apocalisse di San Giovanni, non potevo lasciarmelo scappare anche per chiarificare i tratti di una figura sfumata e controversa che si presta, come avviene sempre nell'ambito delle profezie, a centinaia di interpretazioni talvolta tra loro contrastanti. Pollice alzato ancora per l'Odoya e plauso a Centini per essersi barcamenato, seppur in modo non sempre lineare e massimizzato, in una tematica complessa e per niente semplice.

Il commento in pillole: Testo non semplice, non sempre lineare e caratterizzato da una lunga serie di digressioni e parentesi su argomenti di confine. Alla fine però Centini, penso di poter dire, centra e fissa gli aspetti salienti della figura. Saggio per chi voglia approfondire tematiche storiche, sociologiche e religiose, ma anche per chi lavora in ambito di scrittura creativa-narrativa legata al mondo del fantastico (non dico horror perché non mi piace il termine quando si parla di scrittura).

In copertina, non poteva esser altrimenti (anche se in ballottaggio siam certi di ritenere Il Genio Alato di Torino), un particolare della scultura di Guillaume Geefs, intitolata Il Genio del Male ovvero Lucifero (incatenato), situata nel pulpito della cattedrale Saint-Paul di Liegi (Belgio).

All'ombra della Mole, nella città che viene reputata
il vertice di un triangolo magico che ha in
Londra e San Francisco gli altri vertici, 
se la ride MASSIMO CENTINI,
tra una centuria e l'altra del falso profeta per ANTOnomasia
deceduto 100 anni prima del 1666, 
e, ascoltando l'inno del TORO firmato STATUTO,
scrive 330 anni dopo la data fatidica
di realizzazione, secondo il fantasioso romanzo Il Club Dumas,
del volume Le Nove Porte, il suo saggio
IL RITORNO DELL'ANTICRISTO
ripubblicato da Odoya un numero di anni dopo pari
a quello che nei tarocchi introduce al DIAVOLO.  

"Il Falso Profeta s'adoperava che a tutti fosse impresso sulla mano destra o sulla fronte un marchio, in modo che nessuno potesse comprare o vendere all'infuori di coloro che portavano il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha mente computi il numero della bestia; è un numero d'uomo. Il suo numero è seicentosessantasei." (WWW).