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venerdì 7 giugno 2019

Recensione Narrativa: LOVECRAFT MUSEUM di Steve Rasnic Tem


Autore: Steve Rasnic Tem.
Titolo Originale: In The Lovecraft Museum.
Anno: 2015.
Genere: Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2016.
Collana: Visioni.
Pagine: 83.
Prezzo: 8,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
"La paranoia è soltanto avere l'informazione giusta" questa la citazione a William S. Burroghs con cui si apre la novella edita dalle Edizioni Hypnos nella collana Visioni. Ottanta pagine abbondanti di delirio, con un protagonista americano, un vero e proprio fallito, che si rifugia nella letteratura weird per sovrapporre una vita di fantasia alla solitudine e alla perdita del figlio che è scappato da lui durante un viaggio in Inghilterra. Un escamotage tuttavia inidoneo a mantenere sommerse negli abissi della memoria i dolori e le delusioni di una vita di insoddisfazioni. "Con un figlio, la famiglia era possibile, e James poteva immaginare se stesso come parte di una comunità" massima che si rivelerà una pericolosa illusione che genera mostri, quelli della mente.

Dietro al progetto c'è l'autore americano, classe 1950, Steve Rasnic Tem, quattro volte vincitore del Bram Stoker Award e più volte antolocizzato in Italia, al fianco di Stephen King, Clive Barker, Ramsey Campbell, Robert Bloch e altri, in opere collettive quali Profondo Horror (1993), Estate Horror 1993: Mostri (1993), Popsy e Altri Racconti (1995), 25 Storie di Magia Nera (1996) e Il Libro dei Morti Viventi (2000). Autore conosciuto nella nostra penisola soprattutto quale scrittore di racconti, alcuni ideati a quattro mani con la moglie Melanie Kubachko, si è destreggiato anche nel formato del romanzo sebbene in Italia nessuno abbia deciso di scommettere su di lui in via autonoma. Fa eccezione una piccola novella pubblicata dalla Delos: Dolcetto o Scherzetto ad Halloween Street. Testo comunque insufficiente a valergli una menzione nella Guida alla Letteratura Horror dell'Odoya. 

Le edizioni Hypnos, probabilmente anche per l'idea che funge da sfondo a quello che è un romanzo alienante e paranoico, anziché weird e fantastico, hanno pescato questo In The Lovecraft Museum (2015) tra i finalisti degli Shirley Jackson Award del 2016. Si tratta di una novella che ben rappresenta il marchio di fabbrica dell'autore, più votato all'introspezione piuttosto che all'azione. Rasnic è conosciuto soprattutto per opere psicologiche e surreali dove l'orrore resta di sfondo, simile a qualcosa che corrompe la quotidianità e modifica la normalità inserendo elementi destabilizzanti. Un imprinting che ha portato alcuni critici ad assimilare l'autore a Franz Kafka. Non fa eccezione questo Lovecraft Museum, dove persino gli animali domestici assumono una veste minacciosa, alla stessa maniera dei bambini. L'impressione è quella di un'alienità, non meglio precisata, che crea angonscia e ansia perché non conosciuta e dunque potenzialmente minacciosa. Ne viene fuori un testo non sempre facile da seguire, solo a tratti coinvolgente, infarcito di un'inquietudine soprattutto soggettiva, quella del protagonista, un vero e proprio estraneo alla vita sociale.
Risultano molto fascinose le descrizioni del museo eretto, nella campagna londinese, a tributo di Lovecraft, con stanze che riproducono in modo tridimensionale le location dei racconti più famosi del maestro di Providence. Il protagonista si muove all'interno di esse, spaesato e impressionato, sebbene la sua mente corra perennemente a quel figlio che ha perso alcuni anni prima, preferendo annullarsi in una folla di sconosciuti e in un terreno straniero piuttosto che continuare a vivere col padre. E così tutta la permanenza in Inghilterra del protagonista sarà caratterizzata da una lunga corsa, innescata da un corrispondente che lo ha invitato in Regno Unito per parlare di weird, all'inseguimento di un fantasma. A ogni angolo svoltato, infatti, il protagonista si convincerà di aver visto il figlio e si lancerà sulle sue tracce pur se ostacolato dalla folla. Lovecraft resta di sfondo, forse solo vagamente richiamato in un'ideale corrispondenza psicologica col protagonista. L'autore da vita a un incubo psicanalitico in cui il trauma si decompone e si riforma, sotto diversa veste, proponendo quell'abbandono disgregante che ha definitivamente disintegrato la personalità del protagonista.
La storia procede tra flashback e interrogatori condotti dalla polizia, delineando un dramma (il fallimento umano) anziché un'opera votata alla ricerca del sense of wonder o orientata a un fantastico esoterico. L'epilogo è di una tristezza unica, con un aereo caricato di reietti che sembrano esser stati espulsi dall'Inghilterra perché non graditi.

Opera tra luci e ombre, assai allucinata. Personalmente non l'ho amata, essendo più cerebrale che concreta, penalizzata (ma per qualcuno potrebbe essere il punto di forza) dal punto di vista del protagonista che, da disturbato psicologicamente, rende spiazzante il testo, passando spesso da un argomento all'altro con la fastidiosa controindicazione di una dilatazione testuale che spegne l'attenzione del lettore.

L'autore STEVE RASNIC TEM

"Tutto di ciò di cui era convinto era quanto facilmente un cultura possa essere infettata poste le giuste circostanze fauste o infauste, possa diventare un virus e diffondersi attraverso l'architettura o la religione, o il design o la politica, quanto poco i sogni che creiamo ogni notte siano effettivamente i nostri."

giovedì 30 maggio 2019

Recensione Narrativa: ALL'OMBRA DELL'ANTICO NEMICO di Giovanni Magherini Graziani.



Autore: Giovanni Magherini Graziani.
Anno: 1886-1910.
Genere: Horror.
Editore: Edizioni Hypnos, 2011/2016.
Collana: Impronte.
Pagine: 172.
Prezzo: 14,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Ennesima pregevole iniziativa delle Edizioni Hypnos di Milano che riportano in auge i racconti dell'unico scrittore italiano apparso sulle pagine di Weird Tales, il leggendario pulp magazine su cui presero le mosse i vari Howard Phillips Lovecraft, Robert Ervin Howard e Clark Ashton Smith. Giovanni Magherini, che aggiunse al proprio cognome quello della moglie (Libri Graziani), è considerato un padre del gotico rurale, per taluni della narrativa fantastica italiana sebbene sia rimasto misconosciuto per anni. All'Ombra dell' Antico Nemico, sintesi di due delle tre antologie realizzate dall'autore originario di Figline Valdarno (Fi), è una pubblicazione di valenza culturale, un appuntamento ghiotto per gli studiosi di letteratura fantastica italiana. In precedenza pubblicato da Marino Solfanelli Editore, che propose un trittico sotto il segno del titolo Il Libro del Comando (1990), e dalla Fanucci Editore che licenziò nel 1987 la traduzione in italiano dall'inglese di Fioraccio poi proposto, nella versione originale, dieci anni dopo dal Gruppo Newton, Magherini Graziani torna all'attenzione degli appassionati e lo fa con un volume formato da sette racconti, tre dei quali ripresentati dopo oltre cento anni dalla loro uscita.

Scrittore dotto, appassionato di storia dell'arte, biografo dei grandi Michelangelo, Raffaello e Masaccio, Magherini Graziani era riuscito a manlevarsi, per effetto di una cultura da autodidatta, dallo status di agricoltore, gestendo il patrimonio finanziario dei proprietari terrieri presso i quali il padre espletava l'attività di mezzadro. Attività quest'ultiuma che lo portò a frequentare ambienti di prestigio fino a sposare una contessa. Nonostante il titolo di studio di licenza elementare, era riuscito a scalare le gerarchie fino ad affermarsi autore tradotto in Germania, Francia e persino, postumo, negli Stati Uniti.
Di lui, a parte i volumi storici, si ricordano tre antologie. La prima scritta in collaborazione con un altro autore, Casentino: Impressioni e Ricordi (1884), quindi Il Diavolo: Novelle Valdarnesi (1886), giudicato il suo capolavoro e quasi interamente recepito dalla proposta delle Hypnos (manca un racconto, valutato di genere non fantastico) e, infine, In Valdarno: Racconti Toscani (1910). Decisiva, per la sopravvivenza nel tempo dell'opera, l'amicizia stretta col letterato francese Henry Cochin, traduttore di Dante, a cui Magherini Graziani concesse i diritti di distribuzione dell'antologia Il Diavolo: Novelle Valdarnesi, data alle stampe in Francia, alcuni mesi dopo l'uscita italiana, col titolo Le Diable: Moeurs Toscanes al fine di sconfessare la massima di Alexandre Dumas secondo la quale l'Italia sarebbe priva di soprannaturale perché sprovvista di nebbia. Il testo, nella versione francese, finì sotto gli occhi di un redattore di Providence (concittadino di Howard P. Lovecraft), tale George William Curtis, che decise di pescare in Europa un lotto di racconti da proporre in patria in un'antologia intitolata Modern Ghosts (1890). Tra questi elaborati fu selezionato anche Fioraccio, forse su suggerimento di Henry Cochin, che venne tradotto in inglese pur se con alcune modifiche rispetto all'originale. L'antologia ebbe discreto successo tanto che quarant'anni dopo venne saccheggiata dai responsabili del pulp magazine Weird Tales che vi estrapolarono, uno alla volta, i racconti da inserire nella sezione Weird Story Reprint. Quando nel numero131 uscì il racconto Fioraccio, nell'ottobre del 1934, il suo autore era già deceduto da dieci anni e forse, probabilmente, avrebbe voluto fare come il protagonista del suo racconto, uscire dal cimitero, per gustarsi un numero che sarebbe poi passato alla storia. A fianco degli emergenti che diveranno mostri sacri Catherine L. Moore (moglie di Henry Kuttner), Robert Ervin Howard e Clark Ashton Smith figura lo sconosciuto Giovanni Magherini Graziani, lo scrittore venuto dalla campagna fiorentina che in pochi, persino in Italia, conoscono.

La copertina del numero di
Weird Tales
dove fu pubblicato Magherini-Graziani.

Danilo Arrigoni, artefice dell'indovinato titolo della collezione, spiega questo e altro. Spiana la strada al lettore, fornendo una dottissima prefazione in cui delinea in modo magistrale il background sociale in cui agisce Magherini Graziani per poi passare a una veloce, ma esaustiva, analisi delle tematiche dei racconti e, in modo più particolare, dello stile adottato dallo scrittore. Giovanni Magherini Graziani offre "un tributo alle sue terre natali e alla classe spesso disprezzata dei contadini... un escamotage per non separarsi dal proprio fanciullino interiore."

Sette racconti tutti ascrivibili a un fantastico cattolico d'ambietanzione rurale che fa perno sulle superstizioni legate alla convinzione di una realtà magica in cui il diavolo funge da ispiratore e terminale, talvolta presenza diretta espressione dell'iconografia cattolica (caprone antopomorfo) talaltra mero suggeritore che induce al rigetto di Dio ("O che fai di codesta croce al collo? Levatela! Buttala via cotesta medaglia!"). Lo stile è quello dei c.d. racconti del focolare o, meglio ancora, di quelle storie, un po' fiabesche, che i vecchi del paese erano soliti raccontare ai fanciulli nelle sere di veglia, quando tutti si riunivano, prima di andare a dormire, per sognare un'evasione che all'epoca non poteva esser garantita dalle amenità che deliziano (o quantomeno dovrebbero nelle intenzioni) la vita quotidiana di oggi giorno. Ecco allora la natura edificante di queste storie, costruite sugli stilemi di quei moralizzanti racconti medievali di derivazione religiosa, funzionali ad ammonire dagli atteggiamenti irrispettosi per aderire a un approccio fedele agli insegnamenti cristiani. Magherini Graziani punta il dito sugli spacconi ("Ho leticato con tanti e nessuno finora mi ha mangiato... Se fosse vero che ci fosse il diavolo, vorrei leticare anche con lui!"), sui prepotenti, sui bestemmiatori, su coloro che scelgono un approccio materialistico bistrattando i morti, i santi e persino il diavolo e che, inevitabilmente, finiscono preda dei loro stessi atteggiamenti, pagando oltre la morte (con la dannazione) i propri errori.

Ecco allora i fantasmi di individui macchiati dal peccato che si trovano intrappolati in stanze di ville abbandonate (Il Diavolo e San Cerbone) oppure uomini che pagano con la dannazione ultraterrena i propri errori non trovando la pace in un cimitero consacrato (Fioraccio) o venendo trasportati all'inferno dallo spirito del cadavere dissacrato (Leonzio). Sorte similare tocca a coloro che scelgono scorciatoie offerte da esoteristi più o meno maledetti per ottenere vantaggi (Il Libro del Comando) o scoprire coloro che si sono resi manifesti di malefatte (Lo Specchietto). Non poteva poi mancare la classica storia che vede la vecchietta del paese lanciare efficaci anatemi contro i figli di coloro che si rifiutano di farle dono di cibo e monete, scatenando dei veri e propri malocchi che possono esser sciolti solo da esperti di magia bianca (La Strega).
Tematiche dunque classiche, in alcuni casi omaggianti autori del calibro di Edgar Allan Poe, si pensi a La Mascherata della Morte Rossa e La Verità sul caso Valdemar, rispettivamente omaggiati da Leonzio e Fioraccio, i due racconti più lineari dell'opera. Nel primo racconto, un signorotto facoltoso dileggia il teschio di un cadavere, invitando lo spirito dell'uomo defunto a recarsi a una delle tante feste dallo stesso organizzate. Offesa che viene pagata col materializzarsi di un'ombra gigante che martella l'abitazione del dileggatotore per poi irrompere nella festa e pretendere il tributo per esser stata svegliata dal sonno eterno. In Fioraccio, il racconto pubblicato su Weird Tales, un noto bestemmiatore che ha rifiutato Dio e tutti i suoi rappresentanti in vita, persevera nel suo atteggiamento anche da morto, emergendo dal luogo di sepoltura, sempre più putrefatto, chiedendo di esser sepolto in un luogo non consacrato. "Dov'era sotterrato Fioraccio la terra si alzò adagio adagio, proprio come se gonfiasse per ribollimento, ed uscì fuori lui ritto; stette un momento, e poi ricadde in terra  disteso per il verso della buca... Si senti una voce cupa, come se venisse di sotto terra di dieci braccia: Portatemi via di qui, voglio duecento braccia d'acqua dove non si senta suon di campane."

Lo stile dei racconti è caratterizzato da un'impronta verista, cercata col ricorso al gergo fiorentino e con descrizioni fedeli dell'ambiente rurale della seconda metà dell'ottocento. Ne viene fuori un taglio molto dilatato, Magherini Graziani porta avanti le storie per effetto di dialoghi che rievocano ricordi, spesso e volentieri, frutto dell'intervento di più soggetti, con microstorie inserite in un racconto che poi prende una via diversa da quella iniziale, mentre coloro che parlano svolgono azioni determinate (a esempio una battuta di caccia alla lepre). Enrico Rulli ha scritto che "i racconti di Magherini non hanno una trama unica, ma si affidano al filo della memoria, alla chiacchiera, tanto che la narrazione imbocca vie imprevedibili." Un modo di narrare che produce, quale effetto collaterale di una scelta che vuol essere fedele al clima che si respirava nelle veglie, una frammentarietà non sempre piacevole. Magherini Graziani cerca di rendere solida la base di realtà che sottende al soggetto per poi inserire, a poco a poco, il paranormale così da rendere credibile ciò che altrimenti potrebbe sembrare inverosimile. Riesce in questo in modo magistrale, offrendo squarci, a tratti onirici, di grande spessore. Il fantastico si manifesta, ma lo fa quale risultanza di un accadimento toccato con mano. Magherini Graziani accenna a un qualcosa che sta oltre (Che ci sia, non c'è da negarlo), ma non spiega il perché né scende nel merito della questione occulta. Si limita a mostrare le visioni o i rimedi per contrastare le conseguenze che derivano dal male, a esempio descrive un rito per contrastare il malocchio. Così, quali ragioni del paranormale che irrompe nella quotidianità, si trovano cenni al ballo angelico (una sorta di sabba), a un grimorio che evoca Satana costringendolo a esaudire le richieste prestategli, a delle tecniche di divinazione mediante specchi, ma anche ad apparizioni diaboliche in cui il principe della notte si manifesta sotto la veste di capra, di cavallo rampante che non tollera la visione di croci o di un vecchio dotato di forza nerboruta. Non mancano momenti splatter, in San Cerbone, a esempio, si parla di una donna assassinata, in quanto autrice di tradimento, e fatta decapitare con inoltro della testa all'amante.

Danilo Arrigoni chiude la sua eccelsa prefazione definendo l'autore "un libero rielaboratore di un patrimonio narrativo plurisecolare alla cui perpetuazione sottomise qualsiasi altra velleità artistica , giungendo quasi ad annullare la propria voce in favore del commento anonimo di un contadino o di tracce narrative bruciate tra una divagazione e l'altra." Ecco quindi che All'Ombra dell'Antico Nemico diviene occasione di studio delle tradizioni letterarie fantastiche del folklore toscano, una via che in tempi più recenti a noi è stata seguita dal regista emiliano Pupi Avati e, in ambito narrativo, da autori quali Eraldo Baldini e Danilo Arona che ne hanno mutuato la tradizione e hanno portato fino a noi un tipo di orrore che avrebbe rischiato di estinguersi.

L'autore 
GIOVANNI MAGHERINI GRAZIANI

"Ne ho conosciuti di questi bravi, che dicono per farsi grandi: Ma che Dio! Ma che diavolo! Sono per l'appunto questi che in core ci credono più di voi e di me. E poi alle volte succedono certi casetti...!"

domenica 12 maggio 2019

Recensione Narrativa L'ULTIMA RIVELAZIONE DI GLA'AKI di Ramsey Campbell.



Autore: Ramsey Campbell.
Titolo Originale: The Last Revelation of Gla'aki.
Anno: 2013.
Genere: Fantastico / Horror.
Editore: Edizioni Hypnos, 2016.
Collana: Modern Weird.
Pagine: 160.
Prezzo: 16,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Presentiamo oggi uno degli scrittori horror più famosi della seconda metà del secolo scorso e ancora in florida produzione. Prosecutore della scuola tracciata dagli americani Fritz Leiber, Robert Bloch e Richard Matheson, con un occhio però ancorato al passato. Ramsey Campbell è stato sicuramente lo scrittore di narrativa del terrore più famoso d'Inghilterra dagli anni '60 ai '90 ovvero prima dell'avvento del concittadino Clive Barker (sono entrambi di Liverpool), da cui diverge in modo importante per uno stile meno votato al truculento e al pittorico. Possiamo addirittura azzardarlo quale autore più famoso in Italia, fino agli inizi degli anni novanta, dopo Stephen King nell'ambito degli scrittori contemporanei interessati alla narrativa del terrore.
Incupito da una vita familiare all'insegna delle continue liti tra i genitori, tanto cattolici da non accettare il divorzio pur vivendo da separati in casa, Ramsey Campbell si avvicina precocemente alla letteratura. Ad appena quindici anni, dimostrando grande intraprendenza, entra in relazione epistolare con Augusth Derleth, il deus ex machina dell'Arkham House ex allievo di Howard P. Lovecraft, e riesce a farsi pubblicare il racconto The Church in High Street (1961). Derleth gli fa da chioccia, gli legge i testi e gli fornisce continui suggerimenti. Tra questi quello di modificare le location americane del Massachussets, non conosciute e ricostruite con l'ausilio dell'immaginazione, con ambientazioni inglesi. Nasce così la fantasiosa Brichester, una sorta di Arkham dello scrittore inglese, situata nel Gloucestershire.

La prima parte di carriera è tutta all'insegna di un amore smodato verso la narrativa di Lovecraft, eletto scrittore preferito del primo Campbell unitamente a Dickson Carr e Arthur Machen. Campbell è, a tutti gli effetti, un prosecutore dei c.d. Miti di Cthulhu anche se capace di liberarsi dal rischio di esser ancorato al sottogenere come successo invece ad altri colleghi. Sulla scia del grande ispiratore, inventa il suo pseudobiblia, Le Rivelazioni di Gla'aki, e persino un nuovo grande antico, tale Gla'aki, che ha molto in comune con Cthulhu, a partire dal fatto di dormire sotto una superficie acquosa - in questo caso il lago (di Brichester) in luogo del mare - entrando in relazione mentale con i più sensibili per la via del sogno. Dopo un'antologia derivativa, The Inhabitant of the Lake and the Less Welcome Tenants (1964), sempre pubblicata dalla Arkham House, Campbell si manleva dai legami lovecraftiani e sviluppa, anche per la via del romanzo, una narrativa più personale, votata a un realismo sociale che non disdegna canovacci più prossimi al thriller che al fantastico. Niente più località immaginarie, l'orrore si trasferisce nella vita di tutti i giorni, non come qualcosa di alieno che proviene dall'esterno bensì quale male insito nel mare magnum cittadino, e plasma quel corpus che porterà lo studioso Joshi a definire lo scrittore quale "il poeta dello squallore urbano e del degrado." In Campbell, spesso e volontieri, l'orrore risiede all'interno dell'uomo, nel suo inconscio.

Tra le sue opere più famose, quasi tutte delle mistery stories che poi travalicano nell'horror, si ricorda il primo romanzo, The Doll Who Ate His Mother (La Bambola che Divorò sua Madre), pubblicato nel 1976 (a trent'anni) e incentrato sulle vicende di un bizzarro serial killer antropofago, che gli garantisce introiti a sufficienza per cessare l'attività di bibliotecario e vivere dei diritti, anche perché viene ingaggiato per realizzare delle novelization dei classici film horror della Universal. Cinque anni dopo pubblica un secondo thriller con elementi orrorifici, Nameless, dato alle stampe in Italia col titolo La Setta e portato sul grande schermo, quasi vent'anni dopo, da Balaguero col titolo Nameless - Entità Nascosta (1999), soluzione imitata dal collega spagnolo Paco Plaza che con Second Name (2002) porterà al cinema il romanzo Pact of the Fathers (2001).  Fanno seguito altri importanti testi, quasi tutti tradotti in italiano (a testimonianza del successo dell'autore nella nostra penisola, tra l'altro spesso antolocizzato, ivi compreso su Urania) quali Night of the Claw (1983, Artigli nella Notte) dove un artiglio di una setta induce alla pazzia coloro che ne entrano in possesso, Incarnate (1983, Sogni Neri), l'antologia Waking Nightmares (1991, Incubi e Risvegli) e l'ideale the greatest hits dei suoi trent'anni di carriera Alone With the Horrors: The Great of Short Fiction of Ramsey Campbell 1961-1991.
Negli anni novanta e duemila, pur vedendo diradare le proprie pubblicazioni in Italia, continuerà la sua attività di romanziere, al ritmo di sette/otto libri per decade, nonché di curatore e di editor.

Campbell è l'autore inglese di genere che ha avuto il maggior numero di riconoscimenti: cinque World Fantasy, tredici British Fantasy, tre Bram Stoker e quattro International Horror Guild. Non a caso è un idolo di larghe schiere di fan.


L'autore RAMSEY CAMPBELL.

The Last Reveletion of Gla'aki segna il ritorno, a oltre cinquanta anni di distanza, di Campbell ai tempi dei debutti narrativi. E' un sentito omaggio alla narrativa di Lovecraft e, più in particolare, al capolavoro The Shadow Over Innsmouth (1936). Ricompaiono l'immaginaria Brichester e con essa il grande antico Gla'aki, al centro delle vicende in The Inhabitant of the Lake (1964), nonché il grimorio Le Rivelazioni di Gla'aki apparso per la prima volta in Cold Print (1969), tradotto in italiano col titolo Il Pornografo Sfortunato.
Protagonista è un bibliofilo incaricato dall'università di Brichester di recuperare un grimorio, originariamente pubblicato in 200 copie nel 1865 a Londra, per sette e società segrete, e andato, nel corso degli anni, perduto in quanto giudicato "il libro più malefico pubblicato" dopo esser stato scorto nella biblioteca di Aleister Crowley. Alla stregua del Lucas Corso de Il Club Dumas (1993) di Arturo Perez-Reverte, poi portato in auge dal film La Nona Porta (1999) di Roman Polanski, il "nostro" detective di libri (Leonard Fairman) giunge a Gulshaw, invitato dagli stessi abitanti, per mettere insieme i nove volumi originali in cui è stata suddivisa l'intera opera. Ciò che il giovane ricercatore non sa è quello di esser stato scelto per questa missione, in vista di un ruolo che neppure sospetta e che lo vede parte integrante di un disegno tracciato da un'entità suprema.

Gulshaw è una piccola cittadina balneare, costantemente avvolta dalla nebbia e dall'umidità, assai vicina alla Innsmouth di Lovecraft soprattutto per la caratterizzazione dei suoi abitanti dotati di pelle gommosa e mani umidicce. Alla stregua del villaggio narrato dal Solitario di Providence, la cittadina di Campbell ha una natura sotto la quale si cela l'orrore. Proprio come una maschera di normalità sotto la quale brulica una realtà aliena, Gulshaw si presenta sotto mentite spoglie che hanno la loro sostanza nella cordialità, nella reverenza e nella tranquillità a dare la forma di trucchi che occultano un qualcosa che sta oltre e che viene solo suggerito al lettore. E' in questo contesto malato e per lunghi tratti morboso che si snodano le sorti del protagonista, costretto a compiere nove tappe (percorso iniziatico). Vi giunge con l'intenzione di partire subito, certo di recuperare il libro che è stato incaricato di prendere, ma si accorge presto di esser sempre più invischiato in una vicenda che fa della cittadina una grande ragnatela da cui è impossibile liberarsi. "C'è molto da vedere" è il tormentone che accompagna lo straniero, frase che compare sui tabelloni pubblicitari e che gli viene ripetuta dai vari soggetti che si trova a dover incontrare (a leggere bene si tratta in realtà di un tessuto sociale mentalmente unitario), ed è anche la frase che meglio si addice al testo. La sensazione è che L'Ultima Rivelazione di Gla'aki sia un romanzo che racconti molto meno di quanto è in esso contenuto (c'è molto da scoprire in esso). Campbell sviluppa la storia in modo molto lento, sceglie la ripetizione degli avvenimenti per meglio calare il lettore nella splendida atmosfera lovecraftiana (ci sono anche echi di Cherudek di Valerio Evangelisti) e mostrare la lenta involuzione del personaggio, a poco a poco, assuefatto alla cittadina fino a diventarne parte integrante (la frase finale è esemplificativa) per effetto di un assorbimento nel tessuto sociale che lo depersonifica per uniformarlo alla massa. Campbell parte da Lovecraft per costruire il suo Villaggio dei Dannati in cui gli abitanti, nel loro essere accoglienti e accomodanti, divorano la parte umana dei forestieri e li rendono adepti di un culto innominabile, mutandone forma e sostanza. Gulshaw diviene così una trappola pacifica in cui si assiste persino alla corruzione della Chiesa in un blasfemissimo quanto efficace finale. Il Cristo è stato spodestato, il vero Dio in cui sperare è il grande antico Gla'aki, un extraterrestre della stirpe di Cthulhu piovuto dallo spazio che, come lui, dorme negli abissi nella sua città sommersa, in questo caso sprofondata in un lago. Mentre Cthulhu "si fa conoscere agli uomini attraverso i sogni, Gla'aki si attacca alle menti degli uomini così da fare dei loro sogni i suoi e modellarli secondo la sua volontà." Ecco che gli abitanti diventano vittime di una possessione inconsapevole e si approcciano al loro grimorio come un padre potrebbe fare con un figlio. "Le Rivelazioni di Gla'aki narrano di come Gla'aki vagasse nell'universo e di come la sua grande mente guidasse il recipiente, ma neppure lui avrebbe potuto resuscitare gli abitanti della città morta che formava il suo carapace. La città e i suoi segreti, molto più antichi dell'umanità, furono distrutti quando il vascello cadde sulla nostra Terra."

Copertina dell'edizione inglese.

E' l'atmosfera l'arma vincente del romanzo, un plot che gioca sull'attesa di un qualcosa che alla fine si intuisce, ma non si esplicita. Lo sguardo resta rivolto allo specchio d'acqua che circonda Gulshaw da cui, da un momento all'altro, sembra dover emergere qualcosa di mostruoso. Campbell però non vuol mostrare, gioca con lo spettatore un po' come fanno le strane creature che popolano lo zoo cittadino ma che non si rendano manifeste, celandosi nell'ombra. Alla stessa maniera avviene con i significati sottesi nel testo, che ci pare giusto considerare su più livelli grazie ai molti momenti esoterici offerti dai criptici passaggi delle varie copie che formano Le Rivelazioni di Gla'aki e su cui si sofferma, di volta in volta, il protagonista, sempre più preso da una ricerca che assume i connotati della morbosità. L'Ultima Rivelazione di Gla'aki può dunque definirsi a tutti gli effetti un modern weird degno dei grandi maestri del passato. Manca un po' di azione e l'orrore si intuisce ma non esplode mai veramente, fatto salvo per l'efficace finale in cui si lascia campo all'immaginazione integrativa del lettore. Proprio come alcuni racconti di stampo esoterico dei primi novecenti necessita, a mio avviso, di più riletture.

Davvero eccellente l'edizione offerta nel 2016, tre anni dopo l'uscita inglese, al pubblico italiano dalle Edizioni Hypnos (sempre siano beate) che corredano il romanzo con calibrate e dettagliate prefazioni curate da Danilo Arrigoni e Walter Catalano. I due studiosi tracciano con grande piglio, soprattutto Arrigoni, la carriera dell'autore, soffermandosi sui romanzi principali fino a dire, a ragione, che con The Last Reveletion of Gla'aki Campbell "ha resuscitato in un colpo solo l'essenza dei modelli della tradizione weird di cui si era nutrito e l'ha compendiata reinventandola secondo i propri canoni e la propria sensibilità."

Un romanzo dunque che ci sentiamo di consigliare caldamente a tutti i fan di Lovecraft e a coloro che apprezzano le storie incentrate sui grimori. Campbell ha finalmente centrato il suo grande sogno di "scrivere una storia lovecrafiana perfettamente riuscita." Chiudiamo con una domanda che evidenzia la nostra devozione al grande maestro di Providence: perché non scriverne un'altra?

La raffigurazione della scena finale 
del romanzo.


"Non lasciate nessuno leggere che non capisca, lasciate che i grandi segreti siano tenuti chiusi affinché non vengano offuscati dalle menti informi dei non iniziati."

sabato 11 maggio 2019

Recensione Narrativa: A COME ASSASSINO di Ernesto Gastaldi.



Autore: Ernesto Gastaldi.
Anno: 2019.
Genere: Giallo.
Editore: Il Foglio Letterario.
Pagine: 136.
Prezzo: 14,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Gustosissima novità in casa Foglio Letterario che, sulla scia di importanti realtà come la Sellerio dei vari Camilleri, Malvaldi e Manzini, presenta un progetto che ha l'imprinting per essere ricordato nel tempo. L'editore di Piombino ha deciso di ideare una collana interamente dedicata al giallo, schierando in prima linea uno dei suoi collaboratori di maggior prestigio. La definizione non è né di circostanza né altisonante, ma risponde a dati oggettivi che conferiscono lustro non solo all'editore ma a tutti gli autori presenti nel suo catalogo. Stiamo infatti parlando di uno dei maggiori sceneggiatori italiani legati al cinema di genere (limitiamo il conteggio alle dita di una mano), una vera e propria leggenda per gli appassionati italiani e stranieri. Padre dello spaghetti thriller (il suo Libido. diretto per scommessa, è stato il primo giallo all'italiana), precursore italiano nella fantascienza (romanzi pubblicati anche nella collana Urania), specialista nello spaghetti western e sceneggiatore di alcuni dei più riusciti polizieschi all'italiana meglio conosciuti quali poliziotteschi. Un titolo su tutti, per fare capire che il suo nome è qualcuno, è Il Mio Nome è Nessuno, capolavoro crepuscolare che ha in Sergio Leone e nel nostro uomo qua presentato la fonte di origine. Ho dunque l'onore e la soddisfazione di introdurre i lettori all'ultima fatica di Ernesto Gastaldi. Già autore del romanzo autobiografico Come Entrare nel Cinema e Restarci Fino alla Fine (2017), del saggio Come Scrivere un Giallo (2017) oltre che del romanzo fantascientifico dalle forti venature satiriche Il Lodo Alfa (2008) e di un volume contenente le sceneggiature originali de I Giorni dell'Ira e de Il Mio Nome è Nessuno, tutti editi da Il Foglio Letterario, i lettori della casa editrice di Gordiano Lupi hanno l'occasione di gustarsi un Gastaldi che ritorna alle origini, un tuffo carpiato nel passato, per abbracciare quel giallo che lo aveva lanciato nell'olimpo del cinema italiano. E quale migliore occasione, in questi tempi di stanca cinematografica, per formare, imitando anche i successi editoriali di Umberto Lenzi, una collana, si spera lungimirante grazie alla benedizione dei lettori, di una serie di brevi romanzi che, a loro modo, rievocano il felice tempo che fu e inducono giovani lettori alla riscoperta del nostro cinema di genere più qualitativo?

Vediamo allora di spendere due parole su questo A... Come Assassino, dato alle stampe in una nuovissima versione nella primavera del 2019 dal Foglio. Si tratta di un soggetto scritto circa sessanta anni fa per il teatro, aggiornato in modo da presentarlo quale soggetto contemporaneo. Gastaldi fa cenni a soggetti come Trump, Brexit, ma anche social network, scooter e cellullari, ambientando il tutto in Inghilterra, sebbene le atmosfere siano quelle dell'inizio novecento. La storia arriva infatti da molto lontano. Fu ideata per accogliere un invito di una giovane attrice, compagna di corso al Centro Sperimentale Cinematografico presso il quale, a metà anni cinquanta, Gastaldi era allievo. A particolare agio con le tematiche gialle, tanto da indovinare sempre l'assassino nei vari spettacoli teatrali proposti, Gastaldi realizzò il suo copione quando però la stagione teatrale era conclusa. Il copione finì comunque per esser premiato e col premio arrivò anche il contributo pubblico garantito a chi lo avrebbe messo in scena. Sviluppo quest'ultimo che indusse la compagnia teatrale di Spaccesi a proporlo per il teatro e, in seguito, circa una decina di anni dopo, a esser trasformato in film per la regia (assai convenzionale) di Angelo Dorigo. Nonostante il futuro sceneggiatore fosse alle prime armi, la trasposizione sia teatrale che cinematografica non lo vide coinvolto. Gastaldi ritornerà piuttosto sul soggetto per trasformarlo in romanzo, lavorando sulle caratterizzazioni dei personaggi, specie quello del poliziotto incaricato dell'indagini. Ne usciranno fuori molteplici versioni, una delle quali pubblicata negli Stati Uniti dalla Raven's Head Press col titolo A... For Assassin (2016).


La copertina americana della
RAVEN'S HEAD PRESS.

A... Come Assassino è un racconto lungo o romanzo breve, se preferite, composto da appena 130 pagine, 90 nella versione americana, che scorrono via assai velocemente per effetto di uno stile narrativo cinematografico e alleggerito da sperimentalismi di sorta. Gastaldi fa ampio ricorso ai dialoghi e a una messa in scena visiva, senza lirismi e senza concedersi arzigogolati giochi di parole. L'efficacia e l'immediatezza anteposte all'eleganza e ai propositi poetici. L'autore piemontese, se vogliamo, abbassa ulteriormente il registro linguistico rispetto alle precedenti versioni (di certo quella cinematografica), optando per un lessico da pulp magazine. Rende molto più torba e morbosa la vicenda, ambientando un soggetto dal retrogusto classico, all'Agatha Christie (penso a Dieci Piccoli Indiani, 1939), all'interno di una sfarzosa magione inglese in cui, al di là dell'altisonanti apparenze, l'avarizia, i tradimenti amorosi e persino i rapporti incestuosi sono la norma. Siamo nell'ambito di quei gialli alto borghesi che aprirono la strada al giallo italiano. Potrebbe sembrare un plot abusato che ha poco da aggiungere a quanto già letto e invece Gastaldi, che lascia qualcosa per strada relativamente allo stile fin troppo esplicito (molte le parolacce e anche i modi di esprimersi gretti, penso agli scambi di battute tra il poliziotto e l'amante), confeziona un intreccio geniale che modernizza l'abusato cliché di Dieci Piccoli IndianiSette personaggi, un po' come nel romanzo Malpertuis (1943) di Jean Ray, costretti a vivere insieme per un mese per volontà testamentaria da un losco uomo trovato morto con un coltello boero conficcato in gola. Un'arma particolare, esaltata da una A gotica scalfita sul manico. Un mese di tempo per indurre i sette (nipoti, sorelle, figli, amanti, collaboratori) a scegliere, tra loro, i tre che andranno a ereditare il tutto, perché il testamento parla di solo tre eredi ovvero coloro che si presenteranno al cospetto del notaio un mese dopo pena, in caso di maggior numero, la devoluzione in beneficienza dell'intero asse testamentario. Una volontà diabolica, dato il tenore dei personaggi, incompatibile con ogni forma d'accordo e tale da far emergere tutte le problematiche di famiglia. Pur braccati da un poliziotto prossimo alla pensione, si renderanno protagonisti di una serie di delitti organizzati in modo geniale. Non c'è la mano di un assassino convenzionale dietro alle varie morti, ma di un qualcuno che, dietro le quinte, muove i fili senza di fatto commettere alcun reato, ma inducendo gli altri, spinti dalla brama di aver per sé l'intero patrimonio, a uccidere gli avversari perché feriti nell'orgoglio a causa di tradimenti sessuali, errori di valutazione, sensi di colpa o vendette. Si innesca così un gioco di astuzie in cui i vari contendenti finiranno col superarsi l'uno con l'altro in vista di un finale davvero clamoroso.


 La locandina del film
diretto da DORIGO.

Ne esce fuori una piacevolissima lettura, non particolarmente elegante sul piano stilistico (si segnala anche qualche piccolo errore di battitura) ma assai ottima per l'intreccio giallo. Notevole, per la capacità di evocare i brividi, il modo beffardo in cui il soggetto che innesca tutto si compiacerà davanti al ritratto dell'uomo che ha fatto testamento e che, di certo, fosse stato spettatore di quanto successo a seguito del suo malato gioco, avrebbe riso a crepapelle per l'idiozia dei suoi parenti e per l'esito finale del gioco, con un vincitore che, nel mondo delle scommesse, si direbbe da "quota shock".  

La versione curata dal Foglio è sprovvista di introduzione e di aneddoti che, a mio avviso, avrebbero impreziosito il volume, data la lunga gestazione del romanzo e la portata del suo autore. Anche la copertina, assai accattivante da un punto di vista visivo, non sembra troppo in linea al contenuto del testo che ruota attorno a un coltello boero piuttosto che a un revolver. Concludiamo dicendo che il romanzo, pur prendendo le mosse dal medesimo soggetto utilizzato per la versione cinematografica, gode di un intreccio superiore rispetto al relativo film di riferimento con modifiche che ne migliorano in modo esponenziale il risultato (specie sul finale). Gastaldi si è impegnato nel trovare nuove idee (tra le quali un citofono da cui è possibile udire ciò che si dice nelle stanze) per rendere più elaborati i moventi che inducono i vari soggetti a macchiarsi, quasi tutti senza premiditazione (che è invece propria di chi crea le condizioni affinché si giunga al risultato), di omicidio alla stregua di burattini manovrati in modo inconsapevole da altri.

La speranza è che il romanzo abbia il successo che merita così da attendere nuove uscite firmate dal grande maestro del giallo italiano che è stato, e continua a esserlo, Ernesto Gastaldi.


L'autore
ERNESTO GASTALDI.

"Mi hai sempre detto che ero scemo. Anche tutti gli altri mi han sempre detto che ero scemo..."

mercoledì 1 maggio 2019

Recensione Narrativa: BUICK 8 di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleBuick 8.
Anno: 2002.
Genere:  Horror/Fantastico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 457.
Prezzo: 10.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Trentanovesimo romanzo di Stephen King, computando nel conteggio quelli firmati Richard Bachman e quelli della saga della Torre Nera. Viene dato alle stampe nel 2002, pur essendo stato iniziato nel 1999. Stephen King lo concepisce quale racconto, prendendo ispirazione da una scivolata sul retro di una stazione di servizio in Pennsylvania. Avvia le mosse da questo episodio per intessere un soggetto che trova lo scoglio costituito dalla poca conoscenza della Pennsylvania e, soprattutto, della polizia locale del luogo, contesto attorno alla quale l'autore decide di costruire un horror dalle valenze esistenziali. A complicare la gestazione subentra l'incidente quasi mortale che porta King a un passo dalla morte, investito da un ubriaco mentre stava passeggiando a bordo strada. La coincidenza tra quanto scritto (il padre del protagonista viene investito da un camion) e quanto subito sulla propria pelle porta l'autore del Maine ad accantonare il progetto, salvo riprenderlo alcuni anni dopo, per ultimarlo nel 2002. L'idea di dar vita a un racconto si sviluppa, e forse è un male (perché la minore distanza avrebbe reso più coinvolgente il prodotto), nella sostanza di un romanzo di quasi cinquecento pagine, a pochi mesi di distanza dal capolavoro Il Miglio Verde. Penalizzato da un ritmo alquanto lento e da una struttura frammentaria, realizzata per effetto di una serie di flashback, Buick 8 è una riflessione su quale sia il senso della vita, se davvero ve ne sia uno. King scrive che se nel testo c'è un messaggio questo è da ricercare in una meditazione sulla fondamentale indecifrabilità degli eventi della vita, e su come sia impossibile trovarvi un significato coerente.”

King utilizza quale ideale cavallo di Troia per entrare nel cuore della riflessione una Buick Roadmaster del 1954, che fa la sua prima comparsa in una stazione di servizio nel 1979 (la storia si dipana per quasi trent'anni, tra poliziotti che vanno in pensione, altri che scompaiono e altri che subentrano). L'oggetto è solo all'apparenza un'automobile, non essendo dotata degli elementi necessari a conferirgli il movimento. Si tratta, in realtà, di un qualcosa di incomprensibile. Un oggetto o, forse, un essere vivente capace di auto-ripararsi, di aprire le portiere per conto proprio, di emettere ronzii e, in modo ancor più incomprensibile, di mettere in relazione il mondo umano con quello di un'altra dimensione, proprio come farebbe un aspirapolvere che introietta elementi di un mondo ed espelle quelli dell'altro. Addirittura si sospetta che sia un essere senziente, capace di pensare e influenzare chi lo osserva, alla maniera di un incantatore che allenta i freni inibitori della vittima e la conduce in trappola. 

King non inventa niente. Guarda alla narrativa di Lovecraft, al celebre racconto From Beyond (1934) da cui arriva l'idea di una macchina che riesce a congiungere la dimensione umana con quella dell'altrove, determinando il passaggio di creature ostili e dotate di caratteristiche mortali per la razza umana. Una tematica che l'asso del Maine aveva già affrontato, con maggior senso dell'azione e capacità di evocare terrore, nel bellissimo The Mist, racconto lungo che apriva l'antologia Scheletri (1985). A differenza del Solitario qua sfuma il mistero. Non è tanto il fantastico che interessa l'autore, ma sono i rapporti umani che legano i componenti di un comando di polizia a calamitarne l'attenzione. Una visione romantica, quella di King, tutta fondata su un legame vicino a quello familiare, in cui fratellanza, mutuo soccorso e sopratutto complicità sono i cardini che si antepongono alle gerarchie di lavoro. I poliziotti della squadra D fanno quadrato intorno a loro, celano la Buick in un capannone e non ne fanno voce con nessuno, neppure con i familiari. Si ergono a difensori dell'umanità al cospetto di un oggetto che non possono comprendere e che decidono, con i mezzi a disposizione, di studiare e di monitorare costantemente trattandolo quale pericolo di massima specie. “Nemmeno una parola su questa storia... Non in chiaro, quantomeno. Né ora né mai. Se dovrete proprio parlare della Buick, sarà Codice D...”

La variabile impazzita costituita dalla Buick diventa pretesto per rivangare il passato, ricordare amici del tempo che fu, episodi di vita comune, oggetti ormai obsoleti a cui sono collegati aneddoti talvolta divertenti talaltra tristi, persino un cane mascotte del comando deceduto in modo tanto eroico quanto brutale. La nostalgia avvolge l'intero testo, in un'ottica che evidenza l'inevitabile avanzata degli anni e l'insorgere della vecchiaia (“quando parliamo delle vite umane c'è un cappio all'estremità di ogni catena”), preludio di quella morte da cui nessun essere vivente può sfuggire, neppure la misteriosa Buick (che alla fine appare incapace di vincere le crepe che le si allargano sul parabrezza). Poco è dato sapere su cosa essa sia. King ha un approccio sofistico, ovvero “a misura di uomo”. Evidenzia quanto sia inutile concentrarsi nello studio del paranormale, perché esso, per sua stessa natura, non è decifrabile in modo univoco, prestando il fianco a un'infinita serie di congetture che portano a perdere il senno a chi ne diviene schiavo. Chi si perde nello studio finisce per esser preda di una pericolosa ossessione che conduce all'autodistruzione, poiché chi non accetta la non comprensione come dato oggettivo non può trovare pace. Ecco che la Buick da protagonista scema a background che scandisce il narrato, sviluppato in modo frammentario, col artificio dei flashback, vivendo delle esplosioni di luce di cui la stessa si rende protagonista e che anticipano il rilascio di creature aliene (sia animali che vegetali) che perdono la vita nell'arco di pochi minuti per l'incapacità di adattarsi alla nuova atmosfera. Gli eventi si manifestano con alcune costanti (abbassamento della temperatura climatica, ronzii elettrici che prendono a diffondersi e abbaglianti giochi di luce) che hanno come catalizzatore un oggetto che solo apparentemente ha le vesti di un automobile. Si tratta di costanti insufficienti a sciogliere l'enigma. Sequestrata in un'area di servizio in cui è apparsa nel 1979 per mano di un individuo misterioso, scomparso nel nulla senza che se ne capisca la natura. Chi diavolo era quest'uomo: un emissario del male...? un profeta del nuovo millennio...? un alieno che conduce un esperimento usando gli umani come cavie...? King non spiega niente di tutto questo, perché se lo facesse toglierebbe quel poco di magia che trapela romanzo. Eppure la soluzione del mistero parte proprio da questo inizio che, personalmente, sono orientato a sciogliere con la terza soluzione sopra proposta.

Amato da alcuni, Buick 8 è considerato tra le opere meno riuscite del maestro del Maine, di certo tra le minori, pur essendo dotata del riconoscibilissimo crisma del suo autore. Le caratterizzazioni dei personaggi sono curatissime e allo stesso modo la loro spinta emotiva. Spicca in modo marcato l'ossessione di alcuni personaggi, tra cui il figlio di un poliziotto deceduto che si trova a ripercorrere le vie battute dal padre, un uomo divorato dall'interno da un disturbo compulsivo che lo porta a vivere in funzione della Buick, con l'intenzione di completare ciò che lo stesso non è riuscito a fare.
Il ritmo è lento, vivacizzato dalla comparsa degli strani esseri “partoriti” dall'auto (esseri volatili, pesci, vegetali, scarafaggi, persino umanoidi), dalle loro nauseabonde autopsie e da una rapida visione che uno dei protagonisti, salvandosi all'ultimo dalla caduta nell'altro mondo, riesce a gettare sull'altrove. “Un'erba gialla dalle punte marroncine ricopriva un declivio roccioso che risaliva davanti a me e terminava all'improvviso sul ciglio di un precipizio. L'erba brulicava di scarafaggi verdi,e su un lato c'era una macchia di quei gigli cerei... Il cielo era terribile, purpureo e congestionato, gravido di nubi e fulmini. Un cielo preistorico. Era attraversato da stormi irregolari di creature volanti. Uccelli, forse... ”

Il fantastico di King si svela dunque quale riflessione sul senso della vita, se davvero ve ne sia uno, e quale occasione per rievocare il ricordo degli amici del tempo che fu in un ipotetico film che è la vita di tutti i giorni e che si può immortalare solo con foto e video, proprio come i poliziotti della squadra D fanno per certificare la fenomenologia legata alla Buick, in vista di una vecchiaia sempre più imminente, preludio di quel destino che accomuna ogni essere vivente (Buick compresa): la morte.


L'autore STEPHEN KING
scrive un romanzo per dedica.

"La gente ha un'incredibile capacità di abituarsi a tutto, anche a ciò che non capisce. In cielo compare una cometa e mezzo mondo comincia a sbraitare sul giorno del giudizio e sui quattro cavalieri, ma lascia che la cometa resti lì sei mesi e vedrai che nessuno ci baderà più. Diventa una banalità."



lunedì 25 marzo 2019

Recensione Narrativa: IL VECCHIO DELLE VISIONI di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: Old Man of Visions.
Traduzioni: Maria Teresa Tenore.
Anno: 1907-1915.
Genere: Antologia Horror.
Collana: I Miti di Cthulhu.
Editore: Fanucci, 1986.
Pagine: 200.
Prezzo: Trattativa privata.

A cura di Matteo Mancini.
Antologia curata da Gianni Pilo che raccoglie una serie di racconti del terrore pubblicati, dal 1906 al 1915, dall'inglese Algernon Blackwood. Ci siamo già soffermati su questo scrittore in occasione della recensione della raccolta dedicata al detective dell'occulto John Silence, per poi dilungarci nell'analisi dei testi recentemente ripubblicati dalla Dagon Press (La Valle Perduta), dalle Edizioni Hypnos (Discesa in Egitto) e nell'autunno scorso dalla Adiaphora (Il Wendigo). Con questo volume torniamo indietro nel tempo, proponendo una delle prime pubblicazioni italiane dedicate all'autore di Shooter's Hill.
Gianni Pilo, per la Fanucci e la mitica collana I Miti di Cthulhu, pesca nel 1986 undici racconti fino ad allora inediti nella nostra penisola. Pur essendo opere, per lo più, di completamento e secondarie, si tratta di un progetto meritorio di menzione alla luce dell'importanza e delle qualità del narratore in questione, definito da molti quale maestro assoluto nel creare atmosfere capaci di suscitare angoscia senza ricorrere a effetti grossolani o mostri percepibili dai sensi.
Non ci dilungheremo, nell'occasione, in una minuziosa analisi dei singoli racconti, essendo prossimo un nostro articolo interamente dedicato a Blackwood e che uscirà su un'importante rivista di settore. Ci limitiamo dunque a evidenziare come l'antologia si riveli piuttosto omogenea sia per tematiche che per qualità. Tra tutti brillano due racconti, entrambi incentrati su un ruolo femminile visto dall'autore quale fonte ossessiva di pensieri e capace di rubare l'anima di un uomo nel crisma del tradizionale colpo di fulmine di "cupidiana" memoria. Due testi, impreziositi da romantiche e dotte venature erotiche, in cui si realizza l'associazione amore-morte, un dolce contrasto che, probabilmente, trova la fonte di origine nelle esperienze avute da Blackwood con il gentil sesso. Solitario e mai legatosi sentimentalmente in modo importante con una donna, lo scrittore inglese traduce in questi due racconti, Il Fascino della Neve e La Danza della Morte, i propri timori di una vita di relazione. L'amore, chimerico, desiderio di ogni esser vivente, illude e offre estatiche emozioni che spingono verso la morte, una fine però anestetizzata che trasforma l'innamorato in una sorta di tossicodipendente che si spara droga nelle vene per vedere dischiudersi i portali del paradiso. Due grandissimi racconti, specie Il Fascino della Neve, giostrati nel tradizionale cliché blackwoodiano fatto di ritmo e tensione crescente, che culminano in epiloghi in cui l'orrore diviene poesia.

Molto interessante poi Miss Slumbubble in cui l'autore, pur non succedendo niente, sfrutta le mille fobie ossessive di una zitella di quarant'anni (anch'essa delusa dall'amore), in procinto di recarsi in vacanza, per regalare ai lettori una storia angosciosa incentrata sulla claustrofobia. E' il classico racconto da far leggere a quelle persone che hanno l'ossessione di controllare più volte se hanno preso quanto avevano preventivato e che, nonostante le verifiche positive, devono ricontrollare nuovamente il tutto per sentirsi davvero sicure. Dopo essersi sincerata di aver portato tutto l'occorrente, la scoperta di essere l'unica persona all'interno di un vagone di un treno, getterà la trasportata in un incubo ingiustificato che la porterà a tentare di aprire i finestrini per gettarsi al di fuori dal treno in corsa. Fermata e debitamente salvata, scoprirà di esser stata fatta salire, per errore, su un vagone stregato già scenario di precedenti suicidi. Lo scrittore polacco Grabinski avrebbe gradito.

Gli altri testi sono un mix di ghost story, più o meno classiche (bello il fiabesco L'Altra Ala), precognizioni (Complice Prima del Fatto) e tema blackwoodiano per eccellenza che contrappone soggetti del regno umano a quelli del regno vegetale. In quest'ultima categoria di racconti assisteremo alle storie incentrate su un terreno che trae linfa vitale dagli umani (Il Transfert) e su un bosco che si anima per disorientare e respingere il viandante incaricato di abbattare alcuni alberi di esso componenti (Antiche Luci). Da menzionare poi il testo iniziatico/esoterico che da il titolo all'antologia ovvero Il Vecchio delle Visioni. Si tratta di un racconto meyrinkiano molto diverso dagli altri, in cui un decrepito millenario (figura assimilabile a quella dell'Ebreo Errante) si rivela capace di vedere il mondo che si trova oltre il proverbiale velo, così da esaudire i desideri spirituali degli iniziati, poiché solo chi è allineato su una data lunghezza d'onda spirituale può scorgerlo ed entrare in relazione con lui, sebbene non a parole. Determinante, per proseguire la relazione, è il mantenimento del c.d. silentium.

Questo in estremissima sintesi il contenuto dell'antologia, la cui copertina beneficia dell'estro visionario e, al contempo, erotico del peruviano Boris Vallejo, tuttavia per nulla corrispondente al contenuto dell'opera. Lettura per studiosi di fantastico inglese e per chi intenda approfondire la produzione letteraria di Algernon Blackwood. Non fondamentale per gli altri.



"Di tutte le emozioni, la paura è probabilmente la meno soggetta al potere della suggestione, almeno dell'auto-suggestione; e questo è vero soprattutto a proposito di vaghi timori che non hanno una causa evidente. Con una paura provocata da una causa conosciuta si può discutere, la si può mettere in ridicolo, calmarla, scherzarci sopra: in una parola, usare la forza della suggestione per liberarsene. Ma con una paura dalle origini incomprensibili, la mente è completamente perduta. La semplice asserzione «Io non ho paura» è altrettanto inutile e vana del tentativo più sottile di suggestione consistente nel fingere di ignorarla del tutto. Per di più, ricercarne la causa tende a confondere la mente, e ricercare invano produce il terrore."

martedì 19 marzo 2019

Recensione Narrativa: WENDIGO di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Titolo Originale: The Wendigo.
Anno: 1910.
Genere: Horror.
Editore: Adiaphora, 2018.
Pagine: 180.
Prezzo: 14 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Attesissima riproposizione della piccola Adiaphora che, avvalendosi dell'ottima traduzione di Matteo Zapparelli Olivetti, mette di nuovo sul mercato uno dei maggiori classici firmati da Algernon Blackwood. Autore scuola Golden Dawn, tra i più celebrati nel campo della narrativa del terrore di inizio novecento, Blackwood traccia in questa opera le coordinate di un orrore che ne caratterizzerà l'intera produzione, riprendendo gli stilemi di The Willows - I Salici (1907).
Pubblicato in Italia in grave ritardo, per la prima volta nel 1986 dalla Fanucci all'interno di un'antologia collettiva de I Miti di Cthulhu e poi riproposto sei anni dopo dalle Edizioni Theoria all'interno di un'antologia interamente dedicata a Blackwood, il Wendigo, divenuto perla di non facile accessibilità, torna sul mercato italiano grazie al lodevole lavoro della piccola Adiaphora che, a distanza di ventisei anni, ne propone una nuova versione dedicandogli un intero volumetto per la prima volta corredato anche della versione in lingua originale.

Il lettore si troverà di fronte un classico racconto alla Blackwood, caratterizzato da un ritmo lento e crescente in cui si avverte l'esistenza di un terrore evanescente, percepibile per effetto di un odore nefasto che aleggia intorno ai protagonisti ma che non palesa mai la mostruosità che lo rilascia. Blackwood costruisce un racconto che gioca su una tensione psicologica,  non mostra quasi mai, suggerisce, allude, attiva il sense of wonder e l'immaginazione dei suoi lettori. Al centro di tutto c'è la natura, qua rappresentata da un ambiente silvano, in un'impenetrabile e inviolata foresta canadese dove un quartetto di personaggi, dall'estrazione culturale e sociale assai diversa (uno psicologo, un teologo, un uomo d'azione e una guida) si sono addentrati per dedicarsi a una battuta di caccia all'alce. Si troveranno, a poco a poco, assorbiti da un maelstrom terreno che metterà a serio rischio la loro salute mentale in uno scontro in cui la potenza della natura evidenzierà la labile e fragile essenza dell'uomo. Un orrore dunque sfumato, filtrato dalle lunghe descrizioni del bosco, dal penetrante freddo glaciale della notte, dai lunghi silenzi interrotti dal mugghio del vento, dietro ai quali si cela una malvagia essenza, più spirituale che corporea, che funesta gli invasori della natura, alla stregua di uno spirito che si leva da un passato primordiale, sconosciuto alla cultura dell'uomo, per proteggere la vita degli abitanti del bosco. 
La discesa nella foresta canadese del gruppo di cacciatori diviene allora un peregrinare in un ideale oceano denso di minacce e pericoli, in cui una creatura sfuggente, di cui si sente solo il nauseabondo odore (simile a quello di un leone), attende il momento opportuno per palesarsi ai protagonisti. I nostri lasceranno correre gli occhi in ogni direzione, tra le fronde degli alberi, da un tronco all'altro, cercando di penetrare nella coltre tenebrosa della notte o oltre i banchi di nebbia, per intravedere qualcosa, un movimento, un segno, un indizio che denudi il mistero che li avvolge in una solitudine dalla quale non è possibile liberarsi.

"La foresta li circondava, accerchiandoli con la propria muraglia. I fusti degli alberi più vicini baluginavano come bronzo alla luce del fuoco e, al di là... L'oscurità e, per quanto ne sapeva lui, un silenzio di morte." In questo contesto, in cui l'incertezza e l'improvvisa scomparsa della guida dei tre, impazzita nell'atto di inseguire il mostro palesatosi (forse per effetto di allucinazioni e di un cedimento psichico) attorno alla tenda in cui gli stessi pernottavano nel cuore della foresta,  alimenta il crescente senso dell'orrore e, punto su punto, sgretola le certezze del comune vivere lasciando sempre più il campo al paranormale ("al pari di molti materialisti mentiva con abilità sulla base di informazioni insufficienti, perché le informazioni fornite parevano inaccettabili per la sua intelligenza"). Una situazione in cui, dei tre superstiti, solo il teologo, portato per ovvie ragioni a pensare con un'ottica ultraterrena, riuscirà, in parte, a intuire la natura dell'essere padrone delle foreste. Un ragionare, tuttavia, disturbato da una minaccia concreta, continua, onnipresente eppure invisibile. Da cacciatori, i nostri, si ritroveranno infatti prede di una sorta di pericolo ectoplasmatico protetto dalla vegetazione, in un ribaltamento dei ruoli che suona un po' da moto di rivalsa della natura contro il sanguinario uomo che si atteggia a dominatore assoluto della Terra.

Ma che cos'è il wendigo? Blackwood offre varie chiavi di lettura, senza dare una riposta certa. Si tratta di uno spirito legato alla tradizione indiana del Nord America, che costituisce "la personificazione del richiamo della natura selvaggia... la sua voce assomiglia a tutti i suoni di fondo della boscaglia". Chi finisce prenda del richiamo, un po' come i marinai ammaliati dal canto delle sirene, finisce per perdersi e la psiche ne viene folgorata. Evidenti le influenze che il testo avrà nello sviluppo della narrativa dell'orrore. Si pensi da H.P. Lovecraft. Da quest'ultimo punto di vista, il ritorno della guida, dopo l'iniziale scomparsa, con delle specie di zoccoli al posto dei piedi e il suo atteggiarsi quale mostruosità celata sotto la mendace apparenza umana, non può non rimandare a L'Orrore di Dunwich (1929). Una via battuta poi dal prosecutore della scuola lovecraftiana, ovvero Augusth Derleth, che è ritornato sulla figura traslata dal folklore indiano alla narrativa del terrore occidentale da Blackwood. 
Persino al cinema se ne respireranno le influenze, si pensi al film Predator (1987) e all'idea del bosco che assume sembianze antropomorfe per attaccare, uno dietro l'altro, un commando di militari americani, con i vari componenti che, pian pianino, perdono il senno e sparano sul nulla o attendono la morte con fare fatalista.

Dunque un racconto lungo o, se preferite, un romanzo breve, cardinale per lo sviluppo della narrativa dell'orrore. Un testo che mischia abilmente azione e tensione, scegliendo l'insegnamento secondo il quale il non mostrare, a volte, è preferibile al mostrare. Blackwood suggerisce, stimola ipotesi, induce a sospettare, ma non rivela mai. La grande narrativa fantastica passa di qua, onore alla Adiaphora, piccola realtà in ascesa, per aver riproposto un testo che meritava di esser rispolverato dall'oblio.

Il giovane
Algernon Blackwood.

"In fondo ai suoi pensieri, sempre giaceva quell'altro aspetto delle terre selvagge: l'indifferenza verso la vita umana, il crudele spirito della desolazione che non teneva conto dell'uomo. Il senso di totale solitudine."