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martedì 9 maggio 2023

Intervista a MAURIZIO BIANCIOTTO.


MAURIZIO BIANCIOTTO, UNO SCRITTORE DI INTRATTENIMENTO DI ALTRI TEMPI, AI NOSTRI MICROFONI. A cura di Matteo Mancini



Siamo lieti di presentare un'intervista inedita allo scrittore Maurizio Bianciotto, torinese classe 1970 che abbiamo conosciuto grazie alla lettura delle due antologie del terrore intitolate Trilogia dell'Incubo e Trilogia dell'Incubo 2 pubblicate da Santi Editore in versione ebook.

Si tratta di uno scrittore di altri tempi, di quelli che, fino agli anni settanta, si proponevano di scrivere per le edicole, affrontando ogni tipologia di genere che fosse destinato alle masse. Racconti di ogni genere in grado di destreggiarsi dall'horror al western, dal poliziesco all'heroic fantasy, e ancora dal poliziesco al bellico o alla fantascienza, con una sola costante: il senso dell'intrattenimento e il ritmo.

Bianciotto è un erede di questa scuola di narrativa e lo lascia intendere dalla sua sterminata produzione concentrata soprattutto nell'arco di due anni: la stagione 2018/19. Undici pubblicazioni, per lo più brevi, che spaziano dal western all'horror e da cui emerge una grande passione per la storia degli ultimi due secoli trascorsi, oltre che per l'erotismo e per un orrore legato alla tradizione cinematografica degli anni sessanta.

Dotato di uno stile maturo e senza fronzoli, Bianciotto è una penna emergente perfetta per chi voglia passare qualche ora di coinvolgimento senza doversi spremere le maningi su filosofeggianti pretese autoriali. Le storie di Bianciotto ha un taglio cinematografico, mirano all'essenziale e a catturare l'attenzione dello spettatore.

Lasciamo ora spazio alla sua voce.


M.M: Chi è Maurizio Bianciotto e cosa fai nella vita di tutti i giorni?

M.B.: Maurizio Bianciotto è stato fino al 2013 un commerciante, uno dei tanti travolti dalla crisi. Adesso mi dedico unicamente alla scrittura e a qualche viaggio, ma purtroppo è da un bel po' che non prendo un aereo e me ne vado a Praga o Budapest. Spero di rimediare al più presto



M.M.: Sappiamo che sei un cultore del cinema di genere, italiano ed est europeo. Come è nata la tua passione e quali sono i tuoi registi/autori, se ce ne sono, di riferimento?

M.B.: Sì, il cinema è sempre stato la mia passione. Fin da bambino guardavo i filmoni hollywoodiani che mi entusiasmavano. Ti parlo proprio dei classici con Kirk Douglas, Glenn Ford, Charlton Heston, ecc. Crescendo ho cominciato a interessarmi anche ai Western italiani, ai Peplum, al nostro Horror Gotico ed è diventata una passione travolgente. Comunque seguo ancora anche i classici americani di una volta. In dvd ho centinaia di film come BEN HUR, QUO VADIS, KHARTOUM, ecc. Sono capolavori immortali. Parlando invece del cinema dell'Est Europa, diciamo che si ricollega sempre alla passione per la Storia, proprio quella con la "S" maiuscola. Nei paesi dell'Est quando erano comunisti vi era tutta una produzione di film storico nazionalisti altamente spettacolari. Certo erano tutte pellicole che presentavano gli eroi del passato come eroi protocomunisti, gente che aveva collaborato all'edificazione del Socialismo senza saperlo ma, tolto questo aspetto di regime, erano forse film ancora più sfarzosi di quelli americani. Tieni conto che per una ricostruzione storica sulla battaglia di Stalingrado un regista russo poteva contare su di un numero di mezzi e comparse infinitamente superiore a quelli di cui potevano disporre gli americani, a esempio, per IL GIORNO PIÙ LUNGO.


M.M.: Come ti sei avvicinato alla scrittura ?

M.B.: Devo dire che fin da piccolo ho sempre avuto il pallino di scribacchiare, di mettere su carta brevi novelle Western o di avventura o belliche. Ricordo che una delle mie prime storie era stato un racconto di guerra, ambientato tra i mercenari in un paese africano immaginario, dal titolo UN GIORNO DA LEONI. Era la storia di un piccolo avamposto di mercenari europei assediato dai ribelli africani. Nel finale i mercenari venivano spazzati via. Se lo ritrovassi da qualche parte potrebbe essere interessante, rivederlo e magari proporlo a un editore. Era pure violentuccio. Lo scrissi a 13 anni, quindi sì, possiamo dire che mi sono avvicinato presto alla scrittura.


M.M.: Se tu ti dovessi descrivere a un aspirante lettore, come definiresti le tue opere? Potrebbe essere utile fare un parallelo con qualche scrittore noto? A chi ti senti più vicino?

M.B.: Mi definirei un modesto scribacchino che spera solo di fare divertire il lettore. Non mi sento di fare un paragone con qualche scrittore famoso, perché credo che i miei racconti, anche quelli più riusciti, siamo sempre e comunque l'opera di un mestierante. Se vogliamo, mi sento vicino a quei narratori caduti nel dimenticatoio che scrivevano i RACCONTI DI DRACULA, ecco a loro sì. Bravi professionisti di cui ci ricordiamo in pochi.




M.M.: Sfogliando le pagine di amazon, dove sono in vendita tutti i tuoi lavori, notiamo che hai una preferenza quasi esclusiva per il formato ebook. C'è un motivo particolare? Come è nata la collaborazione con Santi Editore?

M.B: Beh, non è che io abbia una preferenza per il formato ebook. Purtroppo non ho trovato editori che pubblicassero i miei lavori in cartaceo. La collaborazione con Santi Editore, di cui non sono per niente soddisfatto, nasce grazie all'interessamento di un amico che aveva pubblicato un paio di racconti con loro. Comunque si tratta di un editore che non revisiona e che stampa errori e refusi. Assolutamente da evitare.


M.M.: Dai romanzi emerge una vera e propria passione per la storia, tanto che si ha l'impressione che tu vada a realizzare con una certa cura uno studio sui periodi, i costumi, gli usi locali e i riferimenti a eventi realmente successi tanto che, non a caso, tendi a utilizzare personaggi realmente esistiti. Cosa ci dici al riguardo, circa il tuo rapporto con la grande storia?

M.B: Allora, è innegabile che io abbia una grande passione per la Storia. Anzi, la mia ambizione sarebbe stata quella di scrivere essenzialmente saggi storici. Tuttavia, per quanto la Storia mi appassioni, ho scoperto di non avere la pazienza per scrivere dei veri saggi andando a documentarmi sui dati tecnici di guerre e rivoluzioni, tipo "quanto produceva l'industria bellica tedesca nel 1940" oppure "quante riserve di cibo aveva la Gran Bretagna nel 1939". Mi rendo conto che sono dati importanti per scrivere dei saggi completi, ma la passione per l'economia e la statistica non ce l'ho. Così ho preferito scrivere romanzi e racconti dove c'è una certa accuratezza per armi, uniformi, date storiche, ma dove al tempo stesso sono più importanti l'azione, i personaggi, i dialoghi. Insomma quello che può interessare ad un pubblico di massa.


M.M.: Debutti in narrativa nel maggio 2018 e procedi, per sei mesi, con una pubblicazione ogni trenta giorni. Hai un cassetto pieno di storie oppure sei molto prolifico e le scrivi a richiesta? Come nascono le tue storie e che schemi di scrittura segui?

M.B.: È vero che ho scritto diversi racconti di ogni tipo per Santi quasi di getto, ma questo credo dipenda solo dal fatto che il signor Guido Santi in quel periodo fosse interessato a pubblicare molto. Mi dicevano che serviva il racconto Western e lo scrivevo. Chiedevo se interessava una raccolta horror e lui la pubblicava. Ora però sono anni che si è bloccato e non mi pare pubblichi più molto. In effetti questa cosa è strana, è passato da un periodo in cui pubblicava a cottimo (senza revisionare mai nulla), a quello attuale in cui sembra che fare l'editore non gli interessi più. Credo che dovresti interpellare lui e porgli la domanda direttamente. Ma probabilmente il perché non lo saprà neanche lui.


M.M: Il genere western è quello che ti ha tenuto a battesimo e ti ha inizialmente caratterizzato. Dopo Un Proiettile a Testa, hai dato seguito con Le Amazzoni di Fort Benton - È Tornato Madigan, Fatevi il Segno della Croce e Little Bighorn, Dove Nacque la Leggenda, cui sono seguiti nel 2019 E un Uomo Venne per Uccidere e L'Urlo di Guerra degli Apaches. Cosa ci puoi dire di queste sei storie, in ordine ai dietro le quinte, alle fonti di ispirazione e alle loro particolarità contenutistiche?

M.B: Riguardo ai miei romanzi western, UN PROIETTILE A TESTA e È TORNATO MADIGAN FATEVI IL SEGNO DELLA CROCE, sono del tutto ispirati al western spaghetti e in particolare al personaggio di SARTANA. Mi sembrava divertente, tanto tempo dopo la fine del nostro western, riproporre su carta personaggi e situazioni che avevano avuto tanto successo un tempo. LITTLE BIGHORN DOVE NACQUE LA LEGGENDA, LE AMAZZONI DI FORT BENTON e L'URLO DI GUERRA DEGLI APACHES sono invece ispirati all'epica hollywoodiana dei film tipo LA STRAGE DEL SETTIMO CAVALLEGGERI, IL TENENTE DINAMITE, ecc. Tutti film dove, per convenzione, il pellerossa è il cattivo. Devo dire che i miei tre racconti, pur essendo stereotipati, riconoscono ai pellerossa il diritto di battersi per la loro terra. Però sai, si tratta di racconti scritti in fretta, revisionati malamente ed almeno in uno ho fatto qualche errore storico. Adesso però sto riprendendoli, li revisiono, li miglioro e magari li ripropongo a un altro editore. E UN UOMO VENNE PER UCCIDERE è un altro omaggio al western italiano. Se vogliamo ha punti di contatto col film OGGI A ME, DOMANI A TE. Devo confessarti che è forse il mio peggior racconto in assoluto ma anche quello l'ho revisionato e riscritto e forse qualcosa di buono è venuto fuori.


M.M.: Il genere western ha ancora oggi successo tra il pubblico di lettori?

M.B: Non mi pare che il genere western abbia successo tra i lettori, perlomeno qui in Italia. I miei racconti in ogni caso sono andati malissimo.

 

M.M.: Dopo aver bagnato le polveri con i western, già nel 2018, ti sei confrontato con l'heroic fantasy (I Giorni della Spada) e l'horror (Trilogia dell'Incubo). Per quale di questi generi ti senti più portato e che difficoltà diverse incontri quando ti devi confrontare con ognuno di questi.

M.B.: I GIORNI DELLA SPADA è un romanzo heroic fantasy forse nemmeno male anche se un po' buttato lì. Ma ripeto ci voleva un editore che curasse di più i libri. Il mio primo horror è TRILOGIA DELL'INCUBO, dove forse ho dato il meglio nell'ambito della narrativa del brivido. Invece tu non sei d'accordo e trovi decisamente superiore TRILOGIA DELL'INCUBO 2. Eppure ti assicuro che mentre la scrivevo mi sembrava proprio di lavorare a un'opera di recupero, dove cercavo di riciclare idee di qua e di là. Eppure tu dici, e io ti ringrazio, che L'ECCENTRICO SIR WILLIAMS e I VAMPIRI DI CERNO GORA sono due gioiellini... chissà, questo vorrà forse dire che non siamo mai buoni giudici di noi stessi e il parere degli altri è quello che conta. Ti dirò, sia per il fantasy che per l'horror l'approccio non è stato particolarmente laborioso. In fondo, ho visto centinaia di film e letto decine di libri e romanzi e racconti horror e fantasy, per cui tutto sommato nessuna difficoltà particolare. Purtroppo il fatto di affrontare con disinvoltura ogni genere della narrativa popolare è anche un mio limite. Secondo me il vero scrittore si specializza in qualcosa e magari ci ottiene risultati eccellenti. Invece io scrivo un po' di tutto, ma senza eccellere in niente. Ma va bene così, dopotutto sono solo un artigiano della scrittura.


M.M.: I Giorni della Spada, romanzo di circa duecento pagine, è stato accostato all'universo Mattel Masters of the Universe della saga He-Man, ma, al tempo stesso, è stato giudicato un romanzo storicizzato. Che puoi dirci al riguardo? Che tipo di storia è?

M.B.: I GIORNI DELLA SPADA è un romanzo alla Conan il Barbaro, ma con protagonista una donna. Sì, in una recensione è stato definito un romanzo "storicizzato" e francamente non so ancora bene che cosa intendesse l'autore della recensione. Credo di averti inviato un pdf del romanzo. La storia di una guerriera barbara che deve difendersi da un re a cui lei aveva cavato un occhio in passato e che ora vuole vendicarsi. In mezzo battaglie, carneficine, intrighi, personaggi ambigui che si rivelano buoni e altri che sono cattivi ma con un loro codice d'onore. Insomma nulla di nuovo sotto la luce del sole. Forse c'è qualche bella scena d'azione e qualche dialogo carino.


M.M.: Sempre nel 2019 esce quello che è, forse, il tuo romanzo di maggior successo: Berlino 1945: Quando Esplose L'Ultima Granata. Giungi così al genere bellico ambientato nella seconda guerra mondiale e sul fronte nazista, una passione che avevi già lasciato trapelare in alcuni tuoi racconti horror. Sia in SS Campo 5 che in I Vampiri di Cerna Gora (rispettivamente inseriti in Trilogia dell'Incubo e Trilogia dell'Incubo 2) avevi introdotto nella tua produzione il genere bellico, trovando il modo di miscelarlo all'immaginario zombie. Cosa ci puoi dire di queste tre storie?

M.B.: Allora BERLINO 1945-QUANDO ESPLOSE L'ULTIMA GRANATA, pur coi limiti di un libro edito da Guido Santi (che implica errorini, refusi, ecc), non è effettivamente male. Una cronaca della battaglia di Berlino e degli ultimi giorni di Adolf Hitler viziata forse da una prospettiva un po' filosovietica, ma tutto sommato fedele ai fatti storici. Accanto a personaggi tedeschi e russi inventati per il romanzo vi sono parecchi personaggi realmente esistiti come Stalin, Evan Braun, Hitler, Bormann, il maresciallo Zukov e altri. Per la struttura del romanzo ho cercato di ispirarmi ai film di guerra sovietici degli anni '60, la maggior parte dei quali mai usciti da noi. Lo schema è: una scena di battaglia, in cui compaiono personaggi inventati per il romanzo, una scena dove si vede lo stato maggiore tedesco, coi personaggi storici, un'altra scena di massa, una scena dove si vede lo stato maggiore russo e così via di seguito. Uno stile che potremmo definire finto documentaristico e che i russi, riferendosi ai film, chiamavano KINOEPOPEIA, Epopea Cinematografica. Diciamo che io ho voluto adattare l'epopea cinematografica alla forma letteraria. Parlando dei due racconti SS CAMPO 5 PROTOCOLLO APOCALISSE e I VAMPIRI DI CERNO GORA ho cercato di inserire dei fatti rigorosamente storici in un contesto horror. Nel primo racconto appaiono gli zombie e nel secondo una sorta di zombie vampiri. Come hai giustamente detto, nei racconti appaiono le reali figure di Himmler e del croato Ante Pavelic e qui ho voluto un po' mettere a confronto l'horror finto, quello degli zombi e dei vampiri, all'orrore vero che Himmler attuò coi campi di sterminio. Nel caso di Ante Pavelic, io ho romanzato il fatto, ma gli ustascia gli consegnavano davvero chili di occhi cavati ai serbi ed esposti al mercato alimentare di Zagabria. Fu testimone dell'episodio il nostro Curzio Malaparte che non era uno tenero, ma la cosa lo fece rabbrividire. Sai, qui voglio anche un po' dire "signori, divertiamoci pure con le vicende di un plotone tedesco che su una montagna jugoslava viene annientato dai Vampiri, ma teniamo conto che questa è fantasia, roba da non prendere sul serio, mentre Ante Pavelic davvero faceva cavare gli occhi ai prigionieri e questo è un fatto tanto agghiacciante quanto reale. Teniamo conto che la realtà è sempre peggio della fantasia ".

 

M.M.: Nei tuoi racconti horror, spesso e volentieri, trapela una certa attrazione per l'erotico, spesso miscelato alla tematica del vampirismo. Lo dimostri soprattutto ne Il Ritratto della Contessa e ne La Diva dell'Hard, storie che rimandano la memoria alle leggende legate al mito di Erzsebet Bathory e in cui dai sfogo alle tue conoscenze sul mondo dell'Est Europa. Qual'è la tua idea sull'erotico applicato alla narrativa di genere e che tipo di legami hai con l'Ungheria, la Russia e la Repubblica Ceka?

M.B: Sì, nelle storie LA DIVA DELL'HARD e IL RITRATTO DELLA CONTESSA trapela un certo erotismo, unito però soprattutto nel primo racconto a una grande tristezza. Secondo me LA DIVA DELL'HARD, al di là della convenzione horror, è essenzialmente un racconto sulla mancanza d'amore. O meglio su come diventa triste la vita se non siamo amati da chi vorremmo. Perché uno dei problemi grandi, diciamo pure enormi, dell'esistenza, non è tanto essere amati, perché puoi anche trovare una donna che ti ami, ma essere amati da chi vorresti tu. Credo che fonte di ispirazione del racconto sia anche un fatto che mi capitò parecchi anni fa. Vidi un catalogo di ragazze est europee che cercavano marito italiano e lo stesso giorno mi capitò sottomano un catalogo di attrici est europee di film hard. L'ultima delle attrici hard era più bella della più bella che cercava marito e lì mi scattò qualcosa nella testa. Mi dissi: "A me piacciono queste dell'hard, le altre sono insignificanti. Secondo me non piacciono manco a chi eventualmente se le sposa". E da lì vennero fuori considerazioni sempre più pessimiste che sfociarono in quella frase che tu hai scritto quando hai fatto la recensione: "per un uomo comune è impossibile avere una donna stupenda. Potrà averla pagando ma solo per il tempo della prestazione sessuale". E questo viene fuori nel racconto quando la Vampira vuole sì divertirsi sessualmente col protagonista, ma per poi morderlo e nutrirsi del suo sangue. Una preda e nient'altro. Lui invece è disperato, perché si era innamorato e anche se alla fine riuscirà a distruggerla e a sopravvivere in questo non ci sarà gioia né riscatto. Lei viene definitivamente distrutta ma lui proseguirà una vita all'insegna della disperazione e della solitudine. In definitiva un racconto tristissimo. IL RITRATTO DELLA CONTESSA, dopotutto, è meno cupo. Il protagonista è un simpaticone che alla fine della vicenda salverà la pelle e proverà sì nostalgia per la contessa ma nel suo vissuto non ci sono traumi ed eccessiva solitudine, solo un po' di rimpianto. Io trovo che per l'andamento classico con ville misteriose, lampi, apparizioni ecc, IL RITRATTO DELLA CONTESSA sia superiore a LA DIVA DELL'HARD. Diciamo che con Repubblica Ceca e Ungheria ormai ho rapporti essenzialmente di turismo. Con la Russia è diverso, il rapporto riguarda una predilezione per la loro cultura, la loro lingua e molte altre cose. È un discorso complesso che richiederebbe un'intervista a parte.


M.M.: Dal 2019 alla recentissima uscita rappresentata dall'horror La Sanguinaria Dama della Magione Oscura e Orrore! (febbraio 2023) risulta una pausa produttiva di quattro anni. Sei stato davvero inattivo? Quali sono i motivi?

M.B.: Sì, è vero. Per diversi anni sono rimasto inattivo. Inattivo nel senso che non pubblicavo nulla, anche se continuavo a scrivere. È dipeso dal fatto che non trovavo nessun editore interessato ai miei lavori.


M.M.: La Sanguinaria Dama della Magione Oscura e Orrore!, uscito lo scorso febbraio, segna il tuo debutto nell'editoria cartacea e il tuo passaggio a Mannarino Editore. Come è nato questo sodalizio e che tipo di libro deve attendersi chi dovesse essere intenzionato ad acquistarlo? Mi pare di capire che si tratti di un dittico di storie, giusto?

M.B.: Il volume edito da Mannarino Editore e contenente i due racconti LA SANGUINARIA DAMA DELLA MAGIONE OSCURA e ORRORE è il mio primo libro cartaceo. Diciamo che l'editore si è mostrato interessato ai miei racconti e ha deciso di pubblicarli. Speriamo che gli interessino anche i prossimi che gli manderò. Si tratta per l'appunto di un dittico di storie horror gotiche dalle tematiche parecchio differenti dalle due TRILOGIE DELL'INCUBO. Ho cercato di mantenermi nei parametri di un horror classico ispirandomi a Bram Stoker, C. A. Smith e pure Lovecraft. Anzi, nel finale del secondo racconto c'è un esplicito richiamo al Necronomicon. Tra l'altro pare che il libro sia in concorso per il premio PICCOLA EDITORIA DI QUALITÀ e su questo ti terrò informato.


M.M: Vista la tua eccezionale poliedricità e la predilezione per l'azione, hai mai pensato a scrivere un giallo, un poliziesco e, perché no, un fantascientifico?

M.B.: Beh, un poliziesco ed un giallo li potrei anche scrivere. Il fantascientifico no, è una tematica da cui mi sento abbastanza distante. Ma non si può mai dire.

 

M.M.: Tra gli estimatori della tua produzione c'è lo sceneggiatore, tra gli altri di Lucio Fulci, Dardano Sacchetti. Cosa ti ha detto?

M.B.: Dardano Sacchetti ha letto TRILOGIA DELL'INCUBO 2 IL RITORNO e ha detto che secondo lui il migliore racconto è il primo, I VAMPIRI DI CERNO GORA, anche se trova il finale un po' troppo sbrigativo rispetto al resto della storia. L'ECCENTRICO SIR WILLIAMS secondo lui è un horror classico abbastanza buono anche se in parte guastato dall'ambientazione londinese. Secondo lui, se avessi ambientato tutto il racconto in Africa durante la campagna del Sudan ci avrei guadagnato in originalità. LA DIVA DELL'HARD lo aveva trovato molto originale con un curioso connubio tra horror e pornografia. Ha detto che il racconto sarebbe piaciuto a Fulci che forse me lo avrebbe comperato per farne un film, perché le storie di sesso lo intrigavano parecchio. Inutile dirti che l'apprezzamento di Dardano Sacchetti mi ha fatto un immenso piacere.


M.M: Chiudo l'intervista con una domanda aperta a cui puoi rispondere come meglio credi. Il classico argomento a piacere.

M.B: Eccoci arrivati alla fine. La domanda a piacere è: come mi piacerebbe essere ricordato. Posto che qualcuno si ricordi dei miei lavori, mi piacerebbe che in una discussione tra specialisti, ad un certo punto uno dica: «Comunque, parlando di racconti horror bizzarri e originali, c'era un tale Maurizio Bianciotto che ha scritto delle cose senz'altro minori, ma che avevano un loro perché.» L'interlocutore risponde: «Vero, verissimo. Storie come LYCANTHROPUS e LA DIVA DELL'HARD non erano per niente male. A proposito, ma Maurizio Bianciotto che fine ha fatto?.» L'altro scuote la testa: «Pare che due anni fa sia partito per l'Ungheria in compagnia di una bellissima escort e da allora se ne sono perse completamente le tracce.» Ecco come vorrei essere ricordato. 
 

Grazie, Matteo, per l'interessamento al mio lavoro. Spero che le risposte al questionario aiutino il lettore a farsi un'idea di me e del mio lavoro. Mi scuso se ci fossero degli errori dovuti proprio alla tastiera.

Ringraziando Maurizio per la pazienza e le risposta che ci ha reso, gli porgiamo i nostri migliori auguri per il prosieguo della sua attività di narratore e intrattenitore di successo.

lunedì 24 aprile 2023

INTERVISTA A FAUSTO MARCHI

FAUSTO MARCHI AI NOSTRI MICROFONI. A cura di Matteo Mancini

 


A distanza di due anni, torniamo a incontrare l'amico di penna FAUSTO MARCHI, autore tra gli altri de La Vestale di Dagon (2018) e Rime Gotiche (2021). L'occasione ci è propizia per presentare e spendere alcune considerazioni sulla sua ultima fatica: il giallo Il Bacio del Crisantemo, uscito il febbraio scorso per la Susil Edizioni.


M.M.: Carissimo Fausto, ben tornato. Ho appena finito di leggere Il Bacio del Crisantemo e, avendo già letto alcune tue precedenti opere, l'ho trovato una perfetta sintesi di tutti i tuoi interessi. Il weird, la passione per l'arte pittorica, l'infatuazione per le sirene e i miti legati al culto di Dagon si ripropongono all'ennesima potenza, accompagnati da un pizzico di erotismo e dalle tue classiche “eroine” borderline. Nell'occasione, tuttavia, mi è sembrato di intuire uno spiccato omaggio a un ulteriore genere che ti è caro: l'hard boiled. Che ci dici al riguardo e quali sono i tuoi autori preferiti di questo genere?


F.M.: Ciao Matteo; prima di tutto ti ringrazio per l’eccellente analisi strutturale di mio ultimo thriller: veramente un notevole lavoro che rivela la padronanza della materia e la tua professionalità. Dunque, nel romanzo ricompaiano, come da te giustamente evidenziato, alcune tematiche a me care come la pittura decadente e simbolista, i soggetti lovecraftiani, il mare in tempesta, la sensualità femminile oscura e tentatrice; ma, in questo caso, invece di un horror, abbiamo di fronte un giallo, o meglio un thriller; non si tratta però del classico “giallo deduttivo” all’inglese, stile Agatha Christie tanto per intenderci, bensì un “giallo all’italiana” con chiari rimandi al genere “hard boiled” in voga negli Stati Uniti nel trentennio inizio Anni Trenta fine Anni Cinquanta. Si tratta di un filone nel quale chi indaga è, nella maggior parte dei casi, un detective non professionista oppure un normale cittadino coinvolto, suo malgrado, in una serie di avvenimenti criminosi dei quali deve far luce. I personaggi, in questo caso, sono dei “duri”, un po’ misogini, forti bevitori, generalmente in aperto contrasto con i metodi della polizia e via dicendo. Capostipiti di questo genere sono stati Dashiell Hammett e Raymond Chandler, poi Mickey Spillane, Henry Kane e Richard Prather, i quali ne hanno esasperato i toni, incrementando la violenza e aggiungendo una buona dose di sesso.


M.M.: Come è arrivata la scelta di pubblicare con Susil Edizioni e che percorso editoriale ha fatto Il Bacio del Crisantemo?


F.M.: Inizialmente ho inviato i file del romanzo, insieme alla sinossi e una breve mia biografia a tutte le maggiori case editrici e poi anche alle cosiddette “medie”; dalle prime non ho avuto alcuna risposta - probabilmente per i motivi che poi spiegherò nella domanda numero undici -, dalle seconde, invece, ho ricevuto qualche confutazione, peraltro negativa o evasiva, per cui ho dovuto rivolgermi alle piccole case. Di quest’ultime la Susil, la quale mi aveva già pubblicato Rime Gotiche, si è sempre distinta per l’ottima grafica, la professionalità e la correttezza, cosa che mi ha convito ad affidarmi di nuovo a essa.


M.M.: Nei primissimi capitoli del romanzo dedichi uno spaccato ad alcuni quartieri capitolini, un po' sulla scia di opere come L'Arte del Vagabondaggio di Arthur Machen. So tuttavia che ti sei ispirato anche a testi francesi per questi passaggi. Quanto ti affascina il vagare per le vie urbane, cercando di intravedere quei dettagli che sfuggono ai comuni cittadini sempre più assorbiti dalla frenesia di tutti i giorni? C'è un po' di te nel protagonista?


F.M.: Certamente un esteta come me, amante del Decadentismo e del Simbolismo, ha nel suo codice genetico il desiderio di vagare per la metropoli alla ricerca di luoghi insoliti, fuori dal cosiddetto “circuito” turistico; d’altronde, il personaggio del “flaneur” è un termine francese che il grande poeta Charles Baudelaire rese noto. Il girovagare senza fretta, in modo quasi ozioso, è diverso dalla visita progettata e finalizzata verso un determinato monumento o museo; il filosofo Walter Benjamin analizzò con cura questo comportamento, che ritroviamo anche nello scritto dello svizzero Robert Walser “La passeggiata” e, se non erro, nella descrizione di Lisbona fatta da Fernando Pessoa.



M.M.: Già ne La Vestale di Dagon ti eri divertito a immaginare una contaminazione tra il mondo di Lovecraft e l'Italia. Qua cerchi di fare lo stesso, pur velando il tutto ricollegando i riferimenti a idoli pagani di derivazione fenicia e siriaca. Che ci dici del quartiere al centro del mistero, dove ha sede l'antiquario da cui fuoriescono il quadro e il coltello sacrificale su cui lavoreranno i due protagonisti della storia? E' un quartiere di tua invenzione letteraria?


F.M.: Certo, si tratta di un quartiere di pura invenzione, ma con descrizioni anche storiche e artistiche che gli ho fornito per farlo apparire il più possibile autentico. D’altronde anche Lovecraft nella Maschera di Innsmouth e in altri racconti - tra i quali L’orrore di Dunwich - ha fornito precise descrizioni delle cittadine e dei luoghi, cosicché appaiano vere. Un quartiere fatiscente di Roma di mia invenzione mi è sembrato il luogo adatto per ambientare l’inizio del romanzo, un luogo ove avvengono i due delitti, ma poi il thriller si snoda nella Roma autentica, quella reale, con i suoi ristoranti, i suoi musei, i suoi monumenti, il suo traffico e i suoivizi, nei quali la coprotagonista Coppelia si muove molto bene.



M.M.: Il giallo e il mondo della pittura. Da dove hai preso l'idea del pittore maledetto del testo, il russo Ivan Ostrosky, che cela indizi nelle sue opere per condurre i critici a mettere mano su un tesoro sepolto?


F.M.: Beh, in effetti c’è un pittore russo, realmente vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, al quale mi sono ispirato per descrivere Ivan Ostrosky, si tratta di Nicholas Kalmakoff; costui, di nobile famiglia russa, nacque però in Italia, a Nervi, poi comunque si trasferì a San Pietroburgo, ove rimase fino alla Rivoluzione. In quella città venne in contatto con il gruppo “Mir Isskoustva”, un movimento artistico russo vicino al simbolismo e all’art noveau. Kalmakoff disegnò alcune scenografie per la Salomè di Wilde, ma queste opere erano troppo sensuali e realistiche per cui ebbe guai con la polizia. In quel periodo incominciò anche a interessarsi alla demologia e frequentò alcune sette eterodosse come gli “Skopzi” e i “Chlysty”, setta quest’ultima alla quale sembra appartenesse anche Rasputin. Molto visionario si convinse profondamente dell’esistenza del diavolo e lo raffigurò in molte sue opere; inoltre, per lui, la femmina era l’essenza del Maligno e la bellezza il suo tramite. Nel 1924 si trasferì in Francia ove visse sempre più in ristrettezze economiche, fino addirittura in un ospizio dei poveri, ove morì, in preda alla follia, nel 1955, solo e dimenticato. Indubbiamente, uno di quei personaggi che mi attraggono in maniera morbosa. Di lui ho inserito un paio di riproduzioni dei suoi dipinti.

 


M.M.: La struttura de Il Bacio del Crisantemo è molto prossima al cosiddetto sottogenere del whodunit e l'ho trovata affine alle strutture dei gialli argentiani degli anni settanta, quelli dove la polizia resta ai margini della vicenda e due personaggi improvvisati, come la Nicolodi e Hemmings di Profondo Rosso, tirano le fila delle indagini. Cosa puoi dirci al riguardo e quali sono state le tue fonti di ispirazione?


F.M.: Come tu affermi in effetti nei thriller di Dario Argento l’apporto della polizia è minimo e ridotto a puro corollario dell’indagine che, volente o nolente, il protagonista conduce per conto proprio; anche nel genere hard boilled statunitense degli Anni 50 e 60 l’investigazione è portata avanti da un detective solitario, il quale il più delle volte non collabora con le forze dell’ordine o, addirittura, è in contrasto con queste ultime. Io mi sono districato tra questi due generi nello scrivere il thriller, il quale giostra anche sull’inquietante mistero del quadro e sulla psiche contorta dei personaggi femminili.



M.M.: Come già ne La Vestale di Dagon, si nota un tuo culto per il cibo esotico e particolare, qua addirittura per gli alcolici, i cocktail e le specialità messicane. Non a caso dedichi molti momenti alla descrizione culinaria. È una scelta legata a una tua passione per la cucina oppure risponde ad altri motivi, magari a un tentativo di rallentare le descrizioni e far respirare la vicenda con inserti distesi sulla scia degli insegnamenti lasciati da un regista del calibro di Alfred Hitchcock?


F.M.: No, non c’è alcuno escamotage finalizzato ad allungare il romanzo; sono sempre stato attratto dalla cucina raffinata e dall’enologia. A casa ho una discreta collezione di vini rossi italiani, ma anche francesi, cileni, spagnoli, sudafricani e mi diletto nel preparare piatti elaborati. La cucina francese, per la sua decadente raffinatezza mi ha sempre affascinato e a Pasqua di quest’anno ho proposto alcune specialità d’oltralpe. Per quanto riguarda i cocktail, quest’ultimi, indubbiamente, si riallacciano al discorso del giallo “hard boilled”, ma devo aggiungere che mi hanno sempre attratto per l’ingegnoso mix di sapori ed è il mio modo preferito di bere superalcolici. E poi sono uno snob senza attenuanti: quando fumavo (ho smesso trenta anni fa) acquistavo solo sigarette di classe come le Dunhill o le Silk Cut, oppure tipo “orientale”, cioè quella a sezione ovale e prive di filtro, con il pacchetto a “cofanetto”, come le Serraglio, le Turmac o le Macedonia, che ormai, con l’appiattimento della globalizzazione, non si trovano più; per quanto riguarda i profumi cerco ancora marche “retro” come Habit Rouge, Lancetti Uomo , Arden for Men, tanto per citarne alcuni…mi piacerebbe Canasta di Jacques Fath ma è quasi introvabile, anzi ne esiste uno negli USA ma costa 370 euro! Se fossi ricco non acquisterei mai una Jaguar, bensì una Daimler, che è identica alla Jaguar ma più di élite, anche se ormai è stata inglobata nella più celebre casa automobilistica. Per finire sono un appassionato della cosiddetta “rasatura tradizionale”, infatti uso i classici rasoi di sicurezza tipo “Gillette” a monolama cambiabile, adopero saponi da barba aromatici da montare nella ciotola con il pennello e after-shave ricercati. In effetti mi atteggio a un dandy decadente!



M.M.: Ti sei inoltre ispirato a certi vezzi della letteratura gialla di inizio Novecento. Penso a tutte quelle storie incentrate su figure di detective, quali Sherlock Holmes di Conan Doyle o il principe Zaleski di Matthew P. Shiel, che ricorrono a droghe e nonostante questo sono acuti indagatori. Qua abbiamo una coprotagonista che fuma oppio ed eroina. Una scelta piuttosto coraggiosa alla luce del perbenismo bigotto dei tempi moderni. Come giustifichi questa tua mossa controcorrente?


F.M.: Caro Matteo, a me le donne “borderline” mi hanno sempre morbosamente attratto; per dirla alla Vasco Rossi direi “donne in cerca di guai” perché incasinate in situazioni estreme che loro stesse hanno generato. Quando militavo nell’Ordo Templi Orientis (che ho lasciato successivamente non essendo in linea con le loro tematiche) ne ho conosciute parecchie: belle, seducenti, coperte di tatuaggi, con piercing anche sui genitali, ma vere e proprie mine vaganti! La donna può essere via di salvezza o fonte di perdizione, ma i miei personaggi maschili incontrano sempre le prime, anche se non ne vengono coinvolti. Conobbi tanti anni fa una giovane che aveva lavorato, qui a Roma, in uno studio sadomaso, una tipa molto affascinante che ricordava vagamente la Valentina di Crepax e che ispirò il personaggio di Rosaspina del mio primo romanzo di scavo psicologico “La casa del gufo” che tu non hai letto. Anche la Coppelia del thriller si rifà a lei, però solo parzialmente.


M.M.: Noto la particolare scelta dei nomi dei personaggi, tutti piuttosto ricercati tra nomi libanesi e altri legati a opere di Clement Philibert Lèo Delibes. Lo stesso protagonista, che è uno scrittore a caccia del suo best seller, si chiama Fulvio Georgiev ed è di origine est-europea, una scelta quantomai curiosa che sembra rispondere a una qualche ragione. C'è un motivo particolare per queste scelte?


F.M.: Sì, certamente. Il mondo bizantino mi ha sempre attratto e affascinato - lo hai anche notato nell’accurata analisi delle mie sillogi liriche “Rime gotiche” - per cui le ex provincie “levantine” dell’Impero, quel coacervo di culture e di raffinatezze esercitano su di me un fascino irresistibile. Per quanto riguarda il personaggio di Fulvio Georgiev ci sono precise corrispondenze con me, perché anch’io sono ortodosso e non cattolico. Aderii all’Ortodossia durante gli studi universitari, quando ero sentimentalmente legato a una ragazza greca che studiava in Italia.



M.M.: Il Bacio del Crisantemo è il tuo terzo romanzo, probabilmente quello più personale e caratterizzato. Hai infatti speso molte energie per delineare i profili comportamentali e psicologici dei vari personaggi, ognuno ben distinto dagli altri. Come reputi, da questo punto di vista, Il Bacio del Crisantemo rispetto ai precedenti due?


F.M.: In effetti lo scavo psicologico dei personaggi c’è anche nel mio primo romanzo La casa del gufo῎, che, come scritto prima, tu non hai avuto occasione di leggere. In quel romanzo, che non è un horror e neppure un thriller bensì la narrazione di un’ossessione fetish/erotica che il personaggio principale si porta dietro dai tempi dell’adolescenza, c’è la descrizione di un flaneur῎ il cui girovagare per le vie di Roma lo metterà, dopo un fortuito incontro con una giovane, bella e perversa, di fronte a un passato che ritorna. Ne La vestale di Dagon῞ la descrizione è principalmente fisica, incentrata nelle figure della donna matura ῞devota῎ alla setta e nell’inquietante sirenide Lavinia, figlia del gestore della trattoria. Nel thriller ῞Il bacio del crisantemo῞ ho cercato di rappresentare un personaggio come Fulvio Georgiev, lo scrittore, freddo e distaccato, un po’ cinico, investigatore suo malgrado, in contrasto con la sensuale e affascinante Coppelia, vera ragazza ῞borderline῞, piena di contraddizioni, ma dotata anche di notevole intelligenza, che aiuterà lui nella ricerca dell’assassino del suo amico Bruno.

M.M.: Passiamo al Fausto Marchi lettore. A livello di autori contemporanei, compresi gli emergenti italiani, c'è qualche scrittore che ti ha colpito e di cui sei rimasto favorevolmente impressionato? Come pensi di inserirti in questo difficile mondo dove persino autori di importazione pluripremiati all'estero faticano a vendere 300 copie?


F.M.: Dunque, per quanto riguarda la prima parte della tua domanda ti rispondo che ho letto con interesse scrittori di gialli o di thriller del calibro di Donato Carrisi, Jacopo de Michelis, Ilaria Tuti (quest’ultima a mio parere piuttosto sopravvalutata) e Giorgio Faletti (prematuramente scomparso), ma quest’ultimo solo per la sua prima opera “Io uccido”, dopo diventa troppo ripetitivo e con una prosa fumettistica. Questo per gli italiani, invece, per gli “stranieri” ho terminato ultimamente “Lovecraft, contro il mondo, contro la vita” e precedentemente “Estensione del dominio della lotta” e “Piattaforma” del francese Michel Houellebecq, uno, secondo me, dei più interessanti e validi autori contemporanei. La seconda tua domanda tocca un tasto triste e dolente dell’editoria italiana; infatti, ormai le case editrici nostrane tendono a dare fiducia oltre che a scrittori già affermati (come è ovvio), solo a esordienti che abbiano “visibilità” mediatica, cioè se sei uno sportivo, un giornalista, un attore che inventa un racconto, hai facilità a trovare chi te lo pubblica, anche se hai scarse qualità di scrittore, tanto in quei casi ci pensano i “ghost writers” a correggere il testo. Per i nuovi autori sconosciuti l’unico ripiego sono le piccole case editrici o le autopubblicazioni, che faticano nella distribuzione presso le librerie. Questo giustifica e spiega il basso livello delle vendite degli esordienti perché, può sembrare strano, ma online acquistano i tuoi libri solo parenti o amici, mentre in libreria, specie se appare il famoso “totem” pubblicitario, anche chi non ti conosce è incuriosito dalla copertina e dalla sinossi e ti compra il romanzo.



M.M.: Che ne pensi della piega che ha preso la letteratura del terrore del nuovo secolo? C'è qualche scrittore che apprezzi in particolare, oppure preferisci restare legato ai grandi classici di metà Novecento?


F.M.: Diciamo che, per me, l’epoca d’oro della letteratura horror va dalla fine del secolo XIX a circa metà del secolo XX, cioè dalla fine del 1700 alla Seconda Guerra Mondiale, dopodiché si perde quella nota di mistero e, soprattutto, vengono a mancare i miti classici di tale genere (vampiri, licantropi, mostro di Frankenstein) e prevalgono altri come gli zombie; ma anche quando i primi persistono ne sono snaturati, basti pensare a film recenti su bande di vampiri che combattono contro bande di licantropi o vampiri teenager! Anche esulando da tali temi, romanzi come quelli di King o di Anne Rice non mi attraggono, ecco perché ho sempre apprezzato la serie dei “Racconti di Dracula” che trattava l’horror in un modo oserei dire romantico.



M.M.: So che sei già all'opera per il prossimo romanzo. Troveremo ancora i personaggi de Il Bacio del Crisantemo, puoi anticiparci qualcosa?


F.M: A questa tua domanda posso rispondere con certezza: sì, almeno per quanto riguarda Fulvio Georgiev e il commissario Venanzi, però compariranno anche nuovi personaggi; si tratta di una serie che ho in mente simile a quella del film “L’uomo ombra” con William Powel e Myrna Loy, cioè proseguita con “Dopo l’uomo ombra”, “Si riparla dell’uomo ombra” e via dicendo, solo che qui i titoli riguarderanno i crisantemi.



M.M.: Hai ulteriori progetti futuri?


F.M.: Beh, crisantemi a parte, sto ultimando due racconti gotici in stile “Racconti di Dracula”, poi un romanzo erotico e ho in mente un altro thriller che si snodi nel sinistro mondo delle sette sataniche, ove erotismo e blasfemia si mescolano una cupa trama. Ho anche un’idea fissa: cioè quella di cimentarmi con un sottogenere del romanzo poliziesco, cioè il cosiddetto ῞enigma della camera chiusa῎, per cui sto leggendo maestri del calibro di Gaston Leroux, Dickson Carr, Anthony Berkeley e Hake Talbot, per istruirmi.

Un saluto all'amico Fausto, che attendiamo a nuove fatiche.