Autore: AA.VV. a cura di Franco Forte.
Anno: 2015.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 370.
Prezzo: 6.50 euro.
Uscita undici anni fa in edicola, Delitti in Giallo è una vera e propria vetrina di scrittori italiani sul “libro paga” della Mondadori, sezione gialli da edicola. Dodici autori, di cui due conosciuti di persona (con uno ho diviso persino un palcoscenico), uno con cui ho collaborato e uno coinvolto col sottoscritto in un intreccio di “sportellate”.
Interessante il progetto, ordito dal prefatore e ispiratore Franco Forte, che si propone di radunare gli autori del catalogo per spingerli a scrivere un racconto avente per protagonista il loro indagatore seriale. Immaginate così un'antologia, con le debite proporzioni, dei vari Sherlock Holmes, Arsenio Lupin, Auguste Dupin, Hercule Poirot e Mario Rossi dei vari autori. Così ecco tornare due dei miei indagatori preferiti del contesto: la cacciatrice di pellicole rare Susanna Marino (di cui possiedo l'intera produzione, trovate sul blog quattro su cinque romanzi da me recensiti) ideata da Cristiana Astori e l'illusionista e indagatore razionale di occultismo Bas Salieri (apprezzai moltissimo Il Palazzo dalle Cinque Porte: qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2014/04/recensione-narrativa-il-palazzo-dalle.html) di Stefano Di Marino. Due personaggi (sempre di Marino si tratta) che valevano, per il sottoscritto, il prezzo del biglietto. Per motivi variegati, tuttavia, non acquistai a suo tempo l'antologia. Solo in occasione dell'uscita de Il Grido del Capricorno (fumetto Oltretomba ispiratore di Profondo Rosso riproposto in edicola lo scorso maggio) ho recuperato l'antologia, riapparsa magicamente in un espositore di un'edicola della stazione ferroviaria di Pisa a prezzo intero, come se fosse nuova. Mi sono così messo a leggerla incuriosito soprattutto dalle storie dei miei due personaggi preferiti.
L'idea base, indubbiamente, è molto interessante, sia perché offre una panoramica del periodo storico (prima decade del nuovo secolo) sia perché consente ai vari scrittori (magari non conosciuti dal singolo lettore) di mettersi in mostra in un progetto di sicuro richiamo per i collezionisti e fan dei singoli personaggi (come il sottoscritto appassionato di Marino e Salieri, ma sono presenti altri solidi personaggi quali Monsignor Attilio Verzi, Angela Garzya e via dicendo).
Purtroppo il tallone di achille di un'antologia gialla è, a mio modesto modo di vedere, spesso da rintracciare nella ripetitività della strutture narrative e dei topoi del genere. Quasi tutti i racconti sono interessati dallo “spiegone” finale, tipico di una certa narrativa o cinematografia, funzionale a consentire ai lettori meno attenti o preparati di riuscire a tirare le fila di quanto letto e quindi essere convinti dall'intreccio così da evitare la fatidica frase: non c'ho capito niente (e peggio per te!). Ciò, secondo me, è un limite. Il lettore deve riuscire capire con la narrazione senza che lo scrittore sia costretto a spiegare cosa sia successo con due pagine didascaliche. Un altro limite, sovente, è da rintracciare nei soggetti delle storie che faticano a brillare per originalità e che si salvano solo per la tecnica dell'autore o per la robustezza delle caratterizzazioni dei personaggi. Alla fine ne esce un'antologia non certo memorabile, anche se idonea a intrattenere, con qualche sfumatura pulp (Cristiana Astori), action (Carlo Parri), storica (Ilaria Tuti), cinematografica (Massimo Lunati) e persino horror (Stefano Di Marino).
RECENSIONE NEL DETTAGLIO
Il
racconto più completo e, a mio modo di vedere, migliore è
l'hitchcockiano La
Finestra dell'Hikikomori che
Massimo Lunati tratteggia con gusto argentiano,
lavorando
in modo magistrale sia sulla caratterizzazione dei personaggi sia
sull'intreccio, così da coinvolgere dall'inizio alla fine
il lettore in quella che è una vera e propria caccia a un serial
killer che scarnifica le vittime. Lunati approfondisce i personaggi, tutti posseduti da demoni interiori ma con reazioni che inducono ad
affrontare il male di vivere con piglio diverso. Come si evince dal
titolo, la protagonista è affetta da una delle nuove malattie del
secolo, una sorta di agorafobia che costringe chi ne è affetto
a restare chiuso in casa. Da qui la soluzione in stile La
Finestra sul Cortile (1954),
con la giovane Hiromi che assiste, dalla sua abitazione, a un delitto riuscendo a scorgere, forse, l'assassino in fuga. Da qui la dura
scelta tra tacere o rivelare, attraverso una serie di schermature
digitali, dettagli alla polizia. A indagare si muove il Commissario
Soliani sorpreso a inizio racconto in un momento di crisi profonda. Prende così le mosse un orrore che smuove i tarli e induce i protagonisti a superare i loro demoni.
L'autore, Massimo Lunati, come curiosamente spesso succede in queste
antologie era uno (biografia alla mano) tra i meno blasonati per
curriculum del lotto. L'ennesima dimostrazione che il colpo singolo del K.O. attende tra le mani di molti autori e non è dunque prerogativa dei soliti noti.
Un
altro racconto che riesce a tratteggiare un'indagine coinvolgente e
serrata è il tragico Il
Terzo Testimone di
Marzia Musneci, che rispolvera l'investigatore privato Matteo Montesi
con cui aveva trionfato nel Premio
Tedeschi del 2012. Bell'intreccio che affonda nel sensibile tema della
pedofilia e della prostituzione minorile, con un sottofondo revenge
che determina una spirale di violenza in cui il carnefice non sarà
il solo a farne le spese. Protagonista un indagatore alla Dario
Argento che si trova testimone oculare di un omicidio di cui non è
riuscito a intravedere l'assassino. Finale tragico.
Colpisce, soprattutto per contesto storico e utilizzo di un personaggi realmente esistiti, L'Ultimo Volo dell'Aquila di Ilaria Tuti, vincitrice del Gran Giallo Città di Cattolica 2014. Giallo deduttivo dall'ambientazione e dal contesto insolito. L'autrice ci porta nel campo di concentramento di Dachau e da qui al Castello di Kransberg, dove il Fuhrer teme essere stato commesso un omicidio mascherato da suicidio, col sospetto di una macchinazione per attentare alla sua vita. Narrativamente interessante, con i cammei di una Eva Braun commovente e di un bastardissimo Goebbels. Convince meno sul versante della verosimiglianza, con Hitler (e gli arroganti gerarchi) che affidano il compito di svolgere l'indagine a un professore confinato in un campo di concentramento per motivi politici. A ogni modo, per come si giunge alla soluzione finale, attraverso l'interpretazione di tutti i dettagli della vicenda, è uno dei migliori dell'antologia.
Dietro questi tre racconti, sempre secondo la mia opinione, di gran lunga i migliori del lotto, mi sono piaciuti a corrente alternata altri tre o quattro storie.
Il Bruto di Vallelunga del compianto Stefano Di Marino è magistrale per il contesto scenografico in odore di folk horror, con una spettacolarizzazione degli omicidi (di apparente matrice esoterica) e una serie di personaggi fascinosi quali operatori occulti e illusionisti. Il protagonista Bas Sileri, già al centro di intrecci assai più articolati sulle pagine de I Gialli Mondadori, è uno studioso (razionale) di occultismo e si trova a muoversi in una serie di omicidi che lasciano supporre la presenza di un homunculus comandato a distanza da una strega. Tutto molto bello e orrorifico, fino all'epilogo prevedibile. A ogni modo, è il mio quarto racconto preferito.
Memorabile, per i personaggi e il gusto pulp, ma meno per l'intreccio, lo scatenatissimo Tutto quel Pulp con cui Cristiana Astori si lascia trasportare dal divertimento mascherando, sotto nomi di copertura, personaggi reali riconducibili all'universo di Quentin Tarantino, col regista oggetto di contesa tra una moglie pomposa (Salma Hayek) e un'amante più fredda (Uma Thurman). Calibrata l'ambientazione, nel museo del cinema di Torino (all'interno della Mole Antonelliana), dove Susanna Marino (ricercatrice freelance di pellicole scomparse) si trova a dover fronte a un omicidio alquanto scomodo e grottesco e alla scomparsa della katana di Kill Bill. Simpaticissimo per il taglio sopra le righe, meno per l'epilogo finale. L'Astori, qua, si diverte e punta a divertire (riuscendoci) confezionando una caricatura dei personaggi più cari degli appassionati del cinema pulp tarantiniano.
A corrente alternata, con momenti action assai riusciti, Maria Cardosa di Carlo Parri (ex montatore, tra gli altri, di Carlo Lizzani, vincitore del Premio Tedeschi 2012) che ha il ritmo e il piglio giusto del noir alla Izzo (scazzottate, inseguimenti stradali, indagini, sparatorie) ma, al tempo stesso, si perde in un finale poco incisivo, in cui tutto ruota attorno alla tematica del testimone scomodo da eliminare a ogni costo. A corrente alternata, ma in grado di intrattenere.
Lentissimo e ultra dilatato L'odore del Gelo di Andrea Franco che gioca sull'handicap passeggero (lo stato influenzale e il forte raffreddore) che argina la dote principale del suo indagatore seriale (al centro di numerosi gialli della serie Il Giallo Mondadori), qua impossibilitato per ¾ di storia a ricorrere al suo sviluppatissimo olfatto. Non appena l'impasse viene superato il “nostro”, ovvero Monsignor Attilio Verzi, verrà a capo della vicenda. Buono lo spunto iniziale e l'epilogo, ma noioso per chi non è un fan del personaggio e con buona parte del racconto incentrata sui rimedi e le cure dello stato influenzale di Verzi. Diciamo che il racconto è più un focus sul personaggio che uno studio su un nuovo caso.
I sette indicati sono i miei preferiti. Veniamo ora ai restanti cinque.
Fatica, per intreccio, Donne al Buio di Enrico Luceri, altro mattatore delle pagine Giallo Mondadori. L'autore conosce i tempi giusti, ma ricicla un soggetto visto e rivisto che sembra ricalcare certi plot di Franco Ferrini. Il racconto, incentrato su una vendetta che va in scena venti anni dopo rispetto al prologo, ricorda – non certo per i toni – il film Delitti e Profumi (1988). Lineare nello sviluppo, prevedibile negli sviluppi (a parte per il Procuratore della Repubblica che suppone che i primi due omicidi, relativi a due donne con un passato comune, potrebbero essere frutto di una coincidenza) si rivela tra i più prevedibili del lotto. Diverte e intrattiene per l'intelaiatura ultra collaudata, senza sorprendere.
Una bella prima scena dark, seppure introdotta da una lunga premessa da commedia, si trova nel grandguignolesco Le Dita del Diavolo di Marco Philip Massai, terzo racconto (inseme a quello di Tuti e Franco) storico, che promette bene con un inizio dal retrogusto western, salvo afflosciarsi alla distanza.
Le Inutili Attese di Manuela Costantini è un whodunit che si distingue per la vividezza dei personaggi, proponendo una rosa di possibili assassini, un indagatore privato (avvocato) che collabora con un poliziotto e una serie di individui, tra creditori, amanti e parenti inviperiti, che gravitano attorno a un uomo che deve soldi a parecchie persone e sembra non intenzionato a pagare. Manca di appeal, anche se è ben gestito il comportamento del sospettato che consente al protagonista di individuarlo quale assassino.
Sulla stessa falsa riga, ma meno interessante (con l'eccezione del flashback spalmato per tutto il corso del racconto che mostra gli ultimi istanti di vita di un uomo che poi si scoprirà avere un'attinenza ai fatti) è La Donna Cannone di Annamaria Fassio. Anche qua poco appeal, personaggi meno vividi e identica costruzione con una rosa di sospetti per un whodunit nel mondo della scuola superiore. Vittima una professoressa acidella.
Quadrato – sebbene senza scossoni - La Signora Silvana di Diego Lama che ricorda un po' il sottogenere dei delitti della camera chiusa, con una soluzione finale intuibile a metà lettura. Della serie: il diavolo fa le pentole, ma non i coperti.






