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lunedì 8 ottobre 2018

Recensioni Narrativa: LA MACCHINA DEL TEMPO di H.G. Wells.




Autore: Herbert George Wells.
Anno: 1895
Titolo OriginaleThe Time Machine..
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Tascabili Economici Newton.
Pagine: 80.

A cura di Matteo Mancini.
Inizio di carriera di un grandissimo della letteratura fantastica, reputato, assieme a Jules Verne, il padre della moderna fantascienza. Herbert G. Wells lo abbiamo già incontrato in occasione delle recensioni de L'Isola del Dr. Moreau (1896) e de L'Uomo Invisibile (1897), ma è con questa opera, uscita per la prima volta nel 1888 su The Science School Journal, che inizia a farsi conoscere dal grande pubblico e lo fa fin da subito con l'aura del letterato di fantastico di grosso calibro.
Appena ventiduenne, Wells da alle stampe, nella sopracitata rivista, il racconto The Chronic Argonauts. E' la seconda opera in assoluto, dopo l'assai meno conosciuta The Clock That Went Backward (1881) di Edward Page Mitchell, che fa leva sullo stratagemma della macchina del tempo, prima di allora mai vista, per innescare una storia sì fantastica ma, al contempo, di rango sociologico e filosofico. E' molto probabile che lo scrittore inglese, altra penna di elite scuola Golden Dawn (vera e propria fucina interminabile di talenti), fosse un grosso estimatore dello scrittore americano dato che, una decina di anni dopo, riprenderà l'idea dell'uomo invisibile de L'Uomo di Cristallo (1881), altra opera firmata Page Mitchell, per dar vita a un proprio romanzo caratterizzato sulla medesima idea di partenza. E' però con The Chronic Argonauts, sottoposto a successive modifiche fino all'uscita della definitiva The Time Machine nel 1895, che prende piede la "vittoriana" idea della macchina azionata a suon di leve che consente allo scienziato di viaggiare liberamente nel tempo, sia in avanti che indietro. Wells, in questo, anticipa di un anno il connazionale Lewis Carrol, meglio noto per Alice nel Paese delle Meraviglie, che nel 1889, un anno dopo dall'uscita della prima versione de La Macchina del Tempo, fece uscire Sylvie e Bruno, racconto dove però il viaggio nel tempo viene fatto grazie all'azionamento delle lancette di un orologio.

Dunque testo importante per il suo fungere da base di dozzine di altri capolavori, vengono in mente i viaggi temporali che stanno alla base dei racconti di Ray Bradbury (tanto per citarne uno, ricordo il capolavoro Sound of Thunder, che abbiamo recensito su queste pagine analizzando l'antologia Dinosauri). Per Wells però l'idea del viaggio nel tempo è incidentale, prettamente strumentale per effettuare un'analisi sociologica a sfondo satirico, in cui parlare di due tematiche care e ritornanti nella produzione successiva dell'autore: la teoria evoluzionistica di Darwin (risalente al 1859) e le discussioni filo-politiche scatenate da pensatori del calibro di Karl Marx (1867, Il Capitale).
Ecco allora che lo spunto fantastico iniziale (peraltro portato avanti con sfumature horror nonché fantasy e grande senso dell'azione), come avviene nella letteratura fantastica con la "F" maiuscola, diviene pretesto, più che per intrattenere, per stimolare l'attenzione del lettore e fare filosofia. Wells riesce alla grandissima, nonostante la giovane età e la scarsa esperienza, a bilanciare l'intrattenimento puro (ci sono momenti a forte impatto claustrofobico, con discese in budelli sotterranei alla mercè di esseri similari a vermi umani) alla riflessione e disquisizione "alta", giocata sull'esasperazione dei concetti e degli atteggiamenti figli della rivoluzione industriale, così da prevederne gli sviluppi nel lunghissimo periodo. Gli accadimenti narrati dal viaggiatore del tempo, uomo di fine ottocento che racconta la propria esperienza a un gruppo variegato di personaggi che comprende le principali figure della divulgazione massmediatica (dottori, giornalisti, critici), sono infatti ambientati nel lontanissimo 802.701. Un'epoca talmente siderale in cui la razza umana, per come noi la conosciamo e con essa buona parte degli animali contemporanei, si è evoluta (o involuta) in due distinte specie. Da una parte abbiamo i pacifici e oziosi Eloi, che vivono in superficie in una sorta di eden dove la natura domina rigogliosa, e dall'altra i Morlock, creature albine rintanate nel sottosuolo dove provvedono a fornire quanto è necessario agli Eloi per vivere, ma non certo per solidarietà, piuttosto per ragioni egoistiche che possono esser spiegate alla stregua degli odierni allevatori di bestiame con i prodotti funzionali a fornire cibo e quant'altro.

Wells si guarda attorno, butta un'occhio a I Viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift e uno a The Coming Race (1871) di Bulwer-Lytton (romanzi entrambi recensiti su queste pagine) per portare avanti il canovaccio dell'uomo proveniente dall'altrove e catapultato in un mondo dominato da creature umanoidi, ma diverse dall'uomo. Come vivono? Chi sono? Che tipo di governo si sono dati? Queste le domande che solleticano la curiosità del viaggiatore. Si riprongono allora i tentativi di entrare in comunicazione con le creature "aliene", ma anche il tentativo di decriptare lo schema politico-sociale che regge quel sistema complesso che siamo soliti definire "società". Come Bulwer-Lytton, Wells immagina una popolazione sotterranea capace di stravolgere e spazzare via quella superficiale che avverte il pericolo ma, di fatto, ne ignora la ragione e il fine che ne sta alla base. Se però con Bulwer-Lytton, nel sottosuolo, si evolveva una razza superiore, capace di esercitare e piegare alla propria volontà un'energia non gestibile dall'uomo, con Wells arriva una visione pessimista. La razza che verrà, in The Time Machine, è una razza involuta, regredita al rango bestiale. Sia gli Eloi che i Morlock sono gli eredi della razza umana, ma di questa hanno mantenuto ben poco. Modificati geneticamente, costituiscono il prodotto di un duplice isolamento sociale. Gli Eloi sono i discendenti dei nobili e degli imprenditori o, meglio ancora, degli sfuttatori degli operai in qualità di rappresentanti di coloro che gestivano il capitale di inizio novecento. I Morlock, invece, sono il prodotto degli operai costretti a vivere sotto terra, proprio come facevano i minatori, e sviluppare così caratteristiche tipiche di chi deve vivere nel buio perenne (sono nictalopi, sensibili alla luce, di pelle bianca). Il pessimismo di Wells appare comunque politicamente schierato, lo si capisce da quando il viaggiatore del tempo sbarca nel mondo del futuro. "Negozi, pubblicità, traffico, tutto l'aspetto commerciale che costituisce il fulcro stesso del nostro mondo, erano scomparsi. Era naturale che in quella sera dorata saltassi alla conclusione di trovarmi davanti a un paradiso sociale."
Si intuisce un animo popolar-socialista che guida l'estro dello scrittore inglese per portarlo a condannare in modo piuttosto spigliato, sulla scia di Swift, il capitalismo fin dalla sua origine. Si consideri che, al tempo di Wells, si era all'alba della rivoluzione industriale. Un approccio che spicca anche nelle caratterizzazioni delle due categorie dominanti.
I Morlock, pur essendo bestiali e crudeli (si nutrono degli Eloi e forse sono anche cannibali), hanno una certa intelligenza, gestiscono macchinari sotterranei e hanno mantenuto il primordiale istinto della caccia. Anche se non sembrerebbe, a una prima analisi, sono loro i veri dominatori del futuro, dominatori, se vogliamo, occulti, celati dietro le quinte. Gli Eloi, di converso, sono smidollati che non fanno altro che giocare, fare l'amore e danzare, del tutto inidonei a gestire una società."Dolce era il loro vivere, quanto dolce lo era quello di una mandria al pascolo. Come la mandria, non avevano coscienza dell'esistenza di nemici e avevano di che soddisfare tutte le loro necessità. E la loro fine era la stessa..." Creature delle tenebre contrapposte alle creature della luce con una cosa in comune: il regresso della specie. Ecco dunque un curioso ribaltamento della teoria dell'evoluzione della specie, con Wells che immagina un punto apicale toccato il quale non si può che andare incontro a un'inevitabile parabola discendente. Si evince anche un certo richiamo al concetto della perenne guerra dell'amore e odio, proprio del pensiero di Empedocle (storico precursore di Darwin), superato il quale il mondo va a collassare. Wells vede infatti nella regressione della specie la conseguenza del superamento delle guerre e della sconfitta delle malattie. "In uno stato di equilibrio fisico e di sicurezza, il potere, intellettuale nonché fisico sarebbe fuori luogo" e dunque superato in favore dell'ozio e della successiva perdita degli attributi generati dalla guerra, a totale sbilanciamento dell'amore, così da rendere incapaci di reagire e di combattere al cospetto della minaccia. "La troppo perfetta sicurezza aveva promosso negli abitanti del mondo di sopra un lento movimento di degrado, una generale riduzione di dimensioni, forza fisica e intelligenza... Mi angosciava pensare a quanto breve fosse stato il sogno dell'intelletto umano. Si era suicidato. Aveva marciato a testa bassa verso comodità e agio, una società equa che avesse come motto sicurezza e durata, e aveva realizzato le sue sperenze... per giungere infine a quel punto. Condividono intelligenza solo quegli animali che devono affrontare un'enorme varietà di bisogni e pericoli." Ne deriva una visione molto vicina alla filosofia di Empedocle della perenne lotta, come via necessaria per garantire la corretta evoluzione della specie. Il superamento di tale lotta non porta all'agognato progresso e al dominio della pace, ma a una mera illusione di evoluzione (la vittoria dell'amore) che conduce a una lenta e graduale morte determinata dall'idiozia generata dal venir meno della dualità che sta alla base del progresso e della capacità di adattarsi.

Wells dedica un passaggio alla società del passato che viene proposta nelle sembianze di un museo decaduto dove traspare la futilità (ancora visione pessimista) degli scrittori e degli studiosi del passato. Un modo per evidenziare quanto sia stata esposta la cultura senza comprenderla e metabolizzarla, così da renderla inutile e assai poco dissimile a un oggetto privo di significato e ragione logica. Emblematica la descrizione di una serie di libri ormai rovinati e divenuti impalpabili per l'azione distruttrice del tempo. "Negli stracci anneriti che vedevo pendere dai lati riconobbi spoglie decomposti di libri. Da tempo erano caduti a pezzi e avevano perso ogni traccia di stampa... in quel momento a colpirmi con maggiore forza fu l'enorme spreco di fatica di cui era testimonianza quella sconfortante distesa di carta putrefatta."

Una nota va infine dedicata al visionario epilogo in cui, il viaggiatore del tempo, si spinge fino al crepuscolo della terra, molto oltre la scomparsa della vita, in un mondo che vedrà dapprima dei crostacei giganti solcare le spiagge di un mare asfittico per poi prosegure in una tenebrosa decadenza in un silenzio di morte preludio della fine dei tempi. Una parte conclusiva che ispirerà, non poco, il capolavoro assoulto di William Hope Hodgson La Casa sull'Abisso (1908), con lo scorrere di secondi che sintetizzano secoli evaporati come gocce d'acqua in una tempesta di pioggia.

Romanzo dunque, pur se penalizzato da qualche battuta di arresto (stesso limite di The Coming Race, per lo spacciarsi quale finto saggio sociologico e dedicare pagine a tal fine), da leggere e possedere, bussola orientativa non solo per la fantascienza steampunk e per la successiva produzione di Wells - che proseguirà, soprattutto, sulla tematica darwiniana - ma anche per lo studio sociologico e distopico che influenzerà una lunga schiera di autori che vedranno nel futuro un regresso decadente dell'umanità spacciato per progresso e per una pace sotto la quale si diffonde un cancro per il quale non vi può esser cura (perché si è fatto in modo di dimentarne gli ingredienti base). Capolavoro di un grande maestro. Onore a Herbert George Wells.

HERBERT G. WELLS

"Molti secoli prima, migliaia di generazioni prima, gli uomini avevano scacciato i loro fratelli dalla vita agiata e dalla luce del sole. E ora quei fratelli stavano tornando... mutati!"