A cura di Matteo Mancini
La
retrospettiva dedicata a Dario Argento curata dalla redazione
Mediaset, e più specificatamente da Italia 2, mi ha permesso di
rivedere quasi tutti i film del periodo buio del regista fino
all'eclissi finale e ai saluti di rito. È
convenzione,
non priva di fondamento, che
da Phenomena (1985)
in poi il Maestro sia caduto in una crisi irreversibile.
Da
suo grande fan (per citare il Maestro Riccardo Freda, guarderei anche
un film sulle Pagine
Gialle
girato da Argento), non avendo mai scritto specificatamente di lui
nei saggi cinematografici che mi sono stati commissionati nel corso
degli anni, prendo la palla al volo per proporre una breve
retrospettiva incentrata proprio sui film che sono stati reputati la sua serie B.
Del resto, sono sempre stato un cultore dei lati b, non certo per
fare riferimento alle cose fatte col “culo”, piuttosto per quegli aspetti di nicchia, meno riusciti e imperfetti, e proprio per questo un po' artistici e naif o per quelle
cose che sarebbero potute essere ma invece non sono state. Sono proprio
questi film che ti fanno attivare l'immaginazione, portandoti a
pensare come si sarebbero potuti correggere o rendere più riusciti.
Un film perfetto non ha bisogno di interventi esterni, lo si vede
passivamente, senza alcuna possibilità di voce in capitolo, e così facendo uccide la fantasia. Le opere d'arte hanno bisogno della partecipazione di chi le guarda, devono essere immersive in un'epoca in cui nessuno supera la cortina della banale quotidianità e dove tutti vorrebbero risposte immediate senza preoccuparsi dei processi formativi.
Lo
slasher Opera
(1987)
è
stato il vero e proprio spartiacque tra una produzione di valore
esponenziale,
fatta di capolavori assoluti (L'Uccello
dalle Piume di Cristallo, Profondo Rosso e
Suspiria)
e di tanti notevoli film, e una deriva deficitaria intrisa di difetti. Con Opera l'approccio e la componente visiva diventano sempre più sbilanciati
verso l'horror (a tratti soprannaturale e a tratti visivo con effetti
sempre più estremi sulla scia di quanto visto con Tenebre).
Il cinema di Dario, così come la devianza della condotta criminale
di matrice psicologica (si pensi ai serial killer non animati da
intento venale), è da sempre un cinema fatto di traumi celati nel
passato e mai superati, ma è stato anche il cinema della grande rivelazione
presente fin dall'inizio (vuoi nella forma di un rumore, in una visione concitata viziata dai preconcetti o nella vera e propria presenza del killer celato in un'opera d'arte) seppure non decriptata dal testimone oculare
di turno e, con lui, dallo spettatore che, troppo spesso, sopravvaluta la propria intelligenza al punto da
non riuscire a vedere (“quello
che non si vede è la verità”)
ciò che il regista, con grande accettazione del rischio e piglio
manipolatorio da prestigiatore, gli ha già messo davanti in una
sfida destinata a essere vinta (Sergio Leone diceva che il cinema non
è teatro e che nel cinema si vede tutto, anche un minimo dettaglio).
È stato altresì il cinema delle sperimentazioni, delle soggettive
ispirate da Alfred Hitchcock (e Brian De Palma) e della grande
tecnica nell'impiego della macchina da presa. Dario
Argento è stato ed è
(perché i film non si perdono come le persone) un
valore culturale e artistico da proteggere e da tutelare nell'asfittico panorama
italiano,
spesso e volentieri criticato oltre limite da quell'idiozia figlia
dell'italianità media che inconsciamente vorrebbe portare verso la
mediocrità chiunque possa eccellere e, così facendo, mettere in
ridicolo chi fallisce (vengono alla memoria alcune frasi inserite nel
romanzo Las
Bas di
Huymans). L'italia è la patria della castrazione della fantasia che deborda dal conformismo e rende singole entità i componenti di un gruppo spesso uniformante e, per questo, castrante.
Ho
avuto il piacere e la fortuna di essere stato pubblicato da Profondo
Rosso,
tanto che un mio secondo saggio, intitolato Il
Maestro della Doppia Soluzione (titolo
poi modificato da Luigi Cozzi) e dedicato a un autore horror italiano
dimenticato, è in uscita in questi giorni (o almeno dovrebbe).
Pertanto voglio, anche per piacere personale, fare un tributo al
Maestro, concentrandomi sulla parte della sua produzione che gli altri non vorrebbero
considerare. Del resto stiamo parlando di un regista che, al pari di
Sergio Leone, George A. Romero e John Carpenter, ha influenzato la
mia passione per il cinema di genere e, poi, la mia vena da scrittore
dilettante (questa contaminata anche dalla lettura degli autori weird e del blocco Golden Dawn).
È
innegabile che il
periodo che va da Opera a
Occhiali Neri sia
un periodo incomparabile al precedente.
Il perfezionismo di Argento si è interrotto, a
mio modo di vedere, in modo anomalo. A parte Dracula
3D, nessun
film è da bocciare in modo netto. Argento ha
conservato fino all'ultimo il suo piglio onirico, la sua capacità di
regalare sequenze che i colleghi,
italiani e non, non
riescono neppure a proporre
(basti vedere la media degli horror americani degli ultimi venti
anni, non mi riferisco alle punte, parlo di media di horror di ultima
generazione, quelli che spesso si vedono su Italia 2 o su Rai 4). Cosa è successo allora? A mio avviso, forse
anche a causa della morte del padre Salvatore (deceduto proprio nel
1987), produttore e immagino guida tecnica di Dario, sono
mancati assistenti capaci di contrastare con piglio costruttivo il
regista.
Divenuto ormai Maestro e contornato da personalità più giovani di
lui (spesso accondiscendenti, poiché fare i tafani di socratica memoria è sempre controproducente da un punto di vista di vantaggi personali), il buon Dario ha acquisito quella libertà tale da non essere
contraddetto. Troppi film, ora scenderemo nel dettaglio, hanno avuto
tracolli concettuali. Mi spiego meglio. Non è un problema di
mancanza di idee o di film tecnicamente fatti male, piuttosto di
ingenuità
sia in scrittura che, soprattutto, nella messa in scena, aspetti facilmente
correggibili e dovuti a una scarsa immedesimazione nei fatti rapportati a quanto
accadrebbe nella realtà.
Cosa succederebbe se? Manca una risposta realistica a tale domanda,
portando le storie nella dimensione della fiaba (spesso al centro della produzione di Dario, da Suspiria a Il Fantasma dell'Opera), dove regna l'ingenuità
infantile (cosa è Asia Argento, ne La Terza Madre, se non una bambina cresciuta? E la Marsillach di Opera, un po' come la Connelly di Phenomena, non è forse una bambina in un reame incantato?). Così vediamo due soggetti che si nascondono in un bosco
per sottrarsi da un inseguitore e, nel farlo, urlano a squarciagola
(Occhiali
Neri),
un ufficio di polizia in cui i poliziotti inveiscono e saltano sulle
sedie nell'assistere a una banale partita a poker a carte scoperte
condotta da un sedicente mago dei videogame (Il
Cartaio),
un killer che viene ucciso da un colpo di pistola sparato a casaccio
dalla polizia dalla strada come se anche gli agenti avessero capito,
insieme allo spettatore, chi sia l'assassino (Non
ho Sonno),
una poliziotta di venti anni che conduce da sola le indagini su un
serial killer venendone contaminata dal male senza tuttavia far
sorgere sospetti nello psicologo che l'ha in cura (La
Sindrome di Stendahl),
una madre che uccide solo a determinate condizioni atmosferiche i responsabili del parto che ha provocato la decapitazione del
nascituro (Trauma),
un gruppo di streghe agghindate stile Loredana Bertè che
ridono e fanno baccano a Roma agli ordini di una strega dalle tette
rifatte (La
Terza Madre)
e si potrebbe proseguire. Questo è il male della produzione
dell'Argento degli ultimi trent'anni, un male, a mio modo di vedere,
riconducibile anche agli stretti collaboratori.
A
questo problema si aggiunge quello che è sempre stato il tallone di
achille del regista: un grande amore per le immagini non accompagnato
dalla sapiente direzione degli attori. Argento è un regista che, a differenza del comparto tecnico, non
sviluppa il personale artistico, anzi lo fa involvere. Troppo spesso,
le recitazioni nei suoi film sono sotto la media, a volte diventano
persino imbarazzanti (la Rinaldi ne Il
Fantasma dell'Opera).
Asia Argento, che sarebbe dovuta essere la chioccia attorno alla
quale solidificare l'estro del padre, si è rivelata – esprimo un
mio modesto parere – il punto debole di questa fase, probabilmente
non solo per colpa sua (viste le prove più consistenti agli ordini
di Abel Ferrara e George A. Romero). Alla componente horror e al
grandguignol sempre più estremizzati fino ad adottare i cliché di
Lucio Fulci, si è aggiunto un inconsueto interesse per i nudi
femminili (pressoché assenti in tutti i film del Dario Argento dei
tempi migliori, quando invece andavano di moda) diventato una vera
e propria firma. A parte Stefania Rocca (scelta la
Rocca sbagliata, verrebbe da dire) ed Emanuelle Seigner (da vedere ne
La
Nona Porta),
Argento le ha svestite tutte in una sorta di carrellata di nudi
spesso e volentieri “benedetti” dal ritocco della chirurgia
estetica. Così abbiamo Asia Argento, Moran Attias, Ylenia Pastorelli, l'attrice di Jennifer, la Rocchetti e una serie di attrici secondarie con tanto di nudi integrali o belle
bocce in mostra (vedi Dracula
3D e l'inizio di Non Ho Sonno). Ultimo anello debole i dialoghi, spesso scritti con una mediocrità ricorrente (i vari puttana che colorano le battute dei villain di turno o gli atteggiamenti di rottura ingiustificata in momenti di alta tensone, tipo Asia Argento che si preoccupa della tosse del suo datore di lavoro quando sta succedendo di tutto ne La Terza Madre).
Cosa
ha funzionato e cosa no, allora? Vediamolo nel dettaglio, film per film.
LA RETROSPETTIVA FILM SU FILM.
Nel
1987, a quarantasette anni (dunque ancora giovane, lo dico giusto per non abbattermi), Dario Argento cerca di realizzare il film
più evoluto, da un versante tecnico, della sua produzione. Parte
dall'amore per il teatro, il Macbeth di Verdi, e da Il
Sipario Strappato (1966)
di Alfred Hitchcock e scrive, con Franco Ferrini, OPERA.
Il film è un giallo-slasher assai perverso, che sconfina nell'horror
sia per la truculenza delle immagini, sia per la scelta della colonna sonora (introduzione dell'heavy metal) e, non da ultimo, per il suo indulgere sulle
scene più estreme, tanto da trovare una geniale soluzione per
torturare la protagonista, la bella e discretamente brava Cristina
Marsillach (per fortuna arrivata in sostituzione della De Sio), e al tempo stesso lo spettatore. Escogita infatti un
sistema, rappresentato da una fila di aghi collocata davanti agli
occhi della protagonista, per costringere alla visione degli omicidi
in una sorta di malato rapporto di collaborazione indiretta tra il
carnefice e il pubblico. Non si può non vedere, poiché non è concesso chiudere gli occhi. Ciò che si vede è la realtà. È l'apoteosi del voyeurismo, fin da subito
evidenziato dal primissimo piano sull'occhio del corvo (un animale che non dimentica) in cui si
riflette il teatro. Da un punto di vista di tecnica di regia e di soggetto base, il film
è un capolavoro. La scena dei corvi liberati nel Teatro Regio di
Parma che volano in cerca dell'assassino è da antologia argentiana.
Costata un miliardo, in virtù di una serie di collegamenti aerei
necessari a far correre le macchine da presa. L'effetto che ne deriva
è pazzesco in una sorta di rapporto metacinematografico con la sala che guarda. Gli
Uccelli di
Hitchcock tornano a terrorizzare lo spettatore e lo fanno in un'opera
dai contenuti psicanalitici orientati verso la sfera sessuale. A essere colpito sarà proprio l'occhio, privato della sua funzione primaria e addirittura estirpato dai becchi degli uccelli. Il compito di consentire al cervello di discernere la realtà attraverso la vista è ora precluso. Opera
è il film della castrazione degli impulsi inconfessabili (la
protagonista è frigida e lo è perché qualcosa nel passato l'ha
bloccata), della perversione che affascina e di una violenza portata ai
massimi livelli. E' il killer a fare tutto per lo spettatore, in un'ottica che spaventa e crea repulsione, poiché come diceva un noto criminologo i buoni lo sognano, i cattivi lo fanno. Lo splatter e il gore sono marcati, rappresentati da
coltelli che trapassano gole o da forbici che squarciano il petto.
Potente il versante visivo (la scena della pallottola che perfora lo
spioncino di una porta) anche se si cominciano a vedere
sperimentalismi in computer grafica fuori luogo (il cervello che
vibra) e che irromperanno in modo più deciso ne La
Sindrome di Stendahl.
Una
grande costruzione filmica, rappresentata da una perizia tecnica che sconfina nel valore artistico, totalmente rovinata da un finale imbarazzante e
inverosimile. La sensazione è di vedere un film la cui parte finale
sia stata tagliata in fase di montaggio per fare spazio a un finale
alternativo girato frettolosamente e con poca convinzione. Un altro
punto debole è costituito dall'assassino. L'attore scelto, anche per
l'età (è praticamente coetaneo della protagonista) e il ruolo avuto
nel passato della protagonista, è inidoneo. Così come è inidonea,
non ce ne voglia il Maestro Franco Ferrini, la professione svolta dal
killer (del tutto incompatibile col ruolo, tanto che nella casistica criminologica non si trovano serial killer con quella professione, un motivo ci sarà) ma, soprattutto, viene da chiedersi come possa qualcuno
scambiare un manichino (immagino di plastica) con un cadavere umano (una boiata da vergognarsi di averla scritta).
Una caduta di stile poco comprensibile e che caratterizzerà
tutti i film successivi di Argento, tra momenti tecnicamente
spettacolari e uscite incomprensibili di cui si stenta a comprenderne
la matrice. L'assioma genio & sregolatezza calato in campo
cinematografico diventerà marchio di fabbrica da qui in avanti.
Premesso
ciò, Opera
resta
un film buono, con momenti di grande regia e trovate concettuali geniali (il discorso metacinematografico, l'insistere sull'occhio) tanto che non manca chi lo
reputi, per certi versi non a torto, un piccolo capolavoro. Fu il primo film della serie "I Maestri della Paura" uscita a inizio duemila in edicola. L'ho rivisto di recente proiettato al cinema, a Livorno, con presenza in sala del Maestro Ferrini. A ogni modo, è da qui che il cinema di
Dario comincia a scricchiolare.
Anche l'abisso ti osserva.
Corteggiato
da anni dalle produzioni americane, a inizio anni novanta, Dario
Argento cede parzialmente al richiamo delle sirene d'oltreoceano e si
sposta negli States per due film, mantenendo comunque in mano la produzione. Cede anche a un'altra tentazione: quella di tributare i nomi tutelari dell'horror e poi le loro
creature più rappresentative. Il primo a essere omaggiato non può
che essere il maestro narrativo di Dario Argento (e non solo di lui)
ovvero Edgar Allan Poe, l'inventore del giallo perverso e delle turbe
mentali degli assassini narrativi. Prende così avvio una serie di film che non
faranno la fortuna del regista. Argento progetta con Lucio Fulci di
produrgli la mummia che poi diventerà la maschera di cera (girata da
Sergio Stivaletti) e, in seguito, girerà in prima persona i due film meno riusciti
della sua produzione: Il
Fantasma dell'Opera e
Dracula
3D. Si
tratta di progetti già sulla carta potenzialmente fallimentari o,
quantomeno, ardimentosi. Argento è chiamato a misurarsi con storie
inflazionate e già traslate in veri e propri capolavori del brivido.
L'idea di omaggiare Poe, peraltro, è stra-abusata, basti pensare
all'infinita serie curata e diretta da Roger Corman negli anni
sessanta. Il progetto, tuttavia, prende piede in modo esplosivo.
Vengono coinvolti, oltre al nostro, George A. Romero, John Carpenter
e, addirittura, Stephen King, tutti chiamati a dirigere un episodio. Miscela atomica, con i quattro più grandi esponenti dell'orrore
mondiale dell'epoca pronti a scendere in campo. Tutto però si ridimensiona nel giro di
mesi. Carpenter e King escono dal progetto. Restano in due: Romero e
Argento, già soci ai tempi di Zombi
(1978). Il titolo del film, diviso in due episodi, è DUE
OCCHI DIABOLICI (1990).
Inizia così il primo periodo americano di Argento, che si trova a
lavorare con un intero cast artistico di americani e a dirigere un
attore di culto come Harvey Keitel (doppiato da Ferruccio Amendola)
che, due anni dopo, terrà a battesimo il debutto alla regia di
Quentin Tarantino ne Le
Iene,
proseguendo la collaborazione nel ruolo di Mr Wolf in Pulp
Fiction.
Le
premesse sono ottime e Argento non le spreca, pur restando lontano dai suoi migliori lavori. È ispirato alla
regia e sceglie l'episodio de Il
Gatto Nero, già di suo ricco di perversione e atmosfera malata.
Il film parte in quarta. Vediamo una scena del delitto in cui un cadavere di una donna (ovviamente nuda) è legato a un tavolo e diviso in
due da un pendolo disceso dall'alto (evidente omaggio a un altro
celebre racconto del Maestro di Boston ovvero Il
Pozzo e il Pendolo).
Argento si avvale ancora una volta, in scrittura, di Franco Ferrini e
dirige quello che, forse, è il contributo più compatto di questa
seconda fase di carriera, sebbene il mediometraggio venga di rado
menzionato. Non ci sono grandi scivoloni e non si tentano esagerazioni condannate all'inverosimiglianza. L'ispirazione arriva, anche se non l'ho mai letto in
giro, dal Richard Dees del racconto The
Night Flier (1988)
di Stephen King. Abbiamo un fotografo di cronaca nera, di nome Usher
(altro omaggio a Poe), ossessionato da immagini di violenza e di
morte, al punto da seviziare un gatto nero per realizzare un album
fotografico finalizzato a sanare l'appetito dei sadici. Come diceva
Nietzsche, però, se guardi insistentemente in fondo all'abisso anche
l'abisso guarderà dentro di te e così, un po' come in Art
Pupil
di King, il male corrompe il protagonista spingendolo all'omicidio e alla sua disfatta. Horror quadrato, con l'elemento soprannaturale del
gatto vendicatore. Domina lo splatter, curato realisticamente
dall'americano Tom Savini. L'inizio, come avviene in quasi tutti i
film di Argento, è strepitoso. Presenza di svariate scene memorabili
(da segnalare i gattini che divorano un cadavere putrefatto murato in
una parete oppure la scena dell’impalamento di Keitel). Purtroppo,
ci sono evidenti cali di ritmo nella parte centrale, dove l’assassino
è intento a costruirsi l'alibi per difendersi dall'eventuale
accusa di omicidio. La regia oscilla tra il buono e l’ottimo. Il
finale risente un po’ di Sette
Note in Nero
e di Black
Cat diretti da Lucio Fulci. In televisione credo non si veda da anni, io
stesso lo dovrei rivedere (ho il DVD). Ne conservo un buon ricordo.

Che madre ha visto?
L'esperienza
di Due
Occhi Diabolici porta
Dario Argento a insistere sugli Stati Uniti, confermando la scommesa su cast artistico e buona parte del tecnico americani. Il nuovo
progetto parte da uno studio
sull'anoressia,
malattia della sfera psicologica che, a inizio anni novanta, esplose
quale vero e proprio male del decennio. Prende così piede il
soggetto di TRAUMA,
plasmato dall'apporto del fido Franco Ferrini (e di Gianni Romoli).
Il film viene finanziato da co-produttori d'oltreoceano che
probabilmente impongono la partecipazione (non so quanto reale) di un
nome forte alla sceneggiatura. In luogo di Ferrini e Romoli, viene
coinvolto T.E.D Klein.
Klein era un maestro, seppur non particolarmente prolifico, nel campo
della narrativa del terrore, assai apprezzato dagli estimatori di
Howard P. Lovecraft e di Clark Ashton Smith. Dunque un profilo
più incline al weird e al fantastico che al thriller.
Klein non è il nome giusto a cui affidarsi per lo sviluppo di una
storia troppo sbilanciata sulle tematiche argentiane.
Dario Argento, come avverrà col successivo Non
ho Sonno,
chiede
di sviluppare un suo racconto
(L'Enigma
di Aura)
che
si diverte a contaminare gli ingredienti base di Profondo
Rosso,
riproponendo alcune delle soluzioni del film (la decapitazione, la
natura dell'assassino, la seduta medianica in cui viene percepita la
presenza del male, il killer messo fin da subito davanti allo
spettatore rappresentato dalla protagonista che non riesce a intravederlo). A tale impostazione
si aggiungono evidenti omaggi al film La
Finestra sul Cortile (1954)
di Alfred Hitchcock (da cui arrivano anche gli inserti comici rappresentati da un ragazzino ficcanaso) e a Omicidio
a Luci Rosse (1984)
di Brian De Palma, con un gusto visivo che, grazie all'impiego di
pioggia battente e di una fotografia glaciale con dominanza delle
tonalità blu, anticipa le atmosfere di Seven (1995) di Fincher.
Si
conferma inoltre la tendenza
a tributare il mondo della pittura.
La scena in cui l'assassino viene visto dal testimone oculare
(un'Asia Argento più convincente del solito anche perché chiamata a
interpretare un ruolo che le è più congeniale), che come tradizione
argentiana
non riesce a ricordare il volto dell'assassino (semplicemente perché
ha visto quello della vittima decapitata), omaggia per la postura
dell'attrice la celebre illustrazione La
Testa Decapitata di
Gustave Dore utilizzata a corredo del Canto XXVIII dell'Inferno
di Dante Alighieri. Vi è inoltre una spiccata associazione tra
L'Ofelia
di
John Everett Millais, celebre quadro preraffaellita ammirato in una
vetrina dal protagonista Christopher Rydell (in Profondo
Rosso era
stato omaggiato I
Nottambuli di
Edward Hopper attraverso la realizzazione di un bar che ricalcava
l'opera del pittore), e la corsa dello stesso che pensa che Asia
Argento si sia suicidata gettandosi in un fiume.
Da
un punto di vista tecnico e visivo Trauma
è
una perla,
sebbene Argento si concentri più sui movimenti di macchina (qua
numerosi e ispiratissimi) e sulle scenografie piuttosto che sull'estetica
dell'omicidio. Mai come in questo film, le morti sono tanto
ripetitive e poco inventive. Protagonista assoluta è la
decapitazione, prodotta da un congegno semiautomatico a pressione
digitale che stringe un cappio sul collo della vittima, portando alla
recisione della testa. Non manca la scena eccessiva (da antologia
argentiana),
con una testa che, ricordando Macabro
(1980)
di Lamberto Bava, continua a parlare una volta che è stata staccata dal tronco (Carlo Lucarelli omaggerà la cosa col racconto Julian,
poi incluso nell'antologia Il
Lato Sinistro del Cuore).
Se
l'occhio apprezza l'estetica argentiana,
lo stesso non può dirsi per la componente razionale della vicenda.
La sceneggiatura
è assai più scricchiolante che in Opera,
di cui peraltro viene riproposta la pessima idea del prefinale (la
polizia che confonde il cadavere rinvenuto fuori dall'abitazione
della protagonista e lo fa per mesi). Argento abbandona
definitivamente il realismo per imboccare la dimensione dell'incubo,
dove tutto diviene possibile. Costruisce un killer vendicatore, che
si finge (senza ragione) morto e uccide a determinate condizioni
atmosferiche, indispensabili per ricreare le condizioni di un trauma
passato e per tale via esorcizzarlo. Le vittime fanno tutte parte di
un gruppo di soggetti responsabili di un grave (quanto iperbolico)
errore chirurgico (flashback bello visivamente quanto trash
se valutato con un'ottica di presa realistica). Le stesse modalità
di consumazione dei delitti acquisiscono fortissima rilevanza
simbolica. Grave limite dello script è l'incapacità da parte della
polizia di accorgersi che tutte le vittime sono collegate tra loro.
Non è all'opera uno psicopatico in modalità random, bensì un
soggetto che agisce per vendetta, facendo fuori soggetti
predeterminati e per questo facilmente distinguibili al proseguire
della catena. È pertanto evidente il case
linkage degli
omicidi e con questo la particolare natura dell'assassino. La polizia
tuttavia brancola nel buio.
C'è
da dire che nelle prime versioni del soggetto, l'assassino era
caratterizzato diversamente e forse in modo più interessante,
trattandosi di uno psicopatico ossessionato dalla ghigliottina
francese. Argento però ha poi optato per una maggiore
caratterizzazione psicologica, facendo peggio che meglio.
La
prima parentesi americana del regista finisce qua con un'esperienza
maturata, tutto sommato, produttiva. Poco supportato dalla
scrittura, Argento persiste a essere un vero Maestro come poeta di
immagini. Gli estimatori, tuttavia, iniziano a storcere il naso,
sebbene il nostro mantenga la massima considerazione. È comunque atteso a un riscatto che non ci sarà.
La
passione per il mondo dell'arte pittorica, come abbiamo visto a più
riprese omaggiato dalla produzione di Dario Argento, esplode con LA
SINDROME DI STENDAHL.
Argento decide di tornare sui suoi passi, sebbene i produttori americani
vorrebbero insistere con lui e tenerlo negli States dove, di certo, avrebbe fatto meglio di quanto prodotto nel prosieguo carriera. Argento, però, non sente ragioni e per liberarsi paga una penale e torna in Italia, a Firenze.
Influenzato
da un saggio che parla della capacità delle opere d'arte di
suscitare stordimento e soggezione in osservatori particolarmente sensibili, sviluppa un interessante soggetto
con Franco Ferrini che delinea le coordinate
di un film diverso dai precedenti, più drammatico che thriller.
Torna e si rafforza l'idea del tentativo di contaminazione
del male,
già al centro del film Opera, che
qua si concretizza e passa dall'antagonista alla protagonista.
La
Sindrome di Stendahl è
un film perverso, malato. Non c'è da scoprire l'assassino, tutto è chiaro fin dall'inizio. Uno psicopatico sessuale ossessiona la protagonista convinto che alla stessa piaccia subire l'aggressione. Solo nella
seconda parte (la più debole) c'è un abbozzo di giallo: prende piede una catena di omicidi forse ascrivibili al killer che si pensava essere morto (il mistero cadrà quando verrà ripescato il cadavere dell'uomo).
Un bel progetto sulla carta, che si impantana
nella seconda parte a causa di una gestione non perfettamente
riuscita del personaggio della protagonista (non basta farle cambiare look). Asia Argento, non da
ultimo per la giovane età, è inadatta al ruolo. Il personaggio che deve
interpretare è mal costruito, non aiutato dai dialoghi. Non è possibile pensare a una poliziotta schizofrenica, a cui viene mantenuta l'arma, con lo psicologo che l'ha in cura che non si accorge dei gravi problemi mentali che l'affliggono. Come si può
poi pensare che una ragazza di venticinque anni conduca in autonomia le
indagini su un killer stupratore? La vediamo infatti muoversi senza coperture sulle
tracce di un serial killer (l'eccellente Thomas Kretschmann) che la
adesca per corromperne l'anima e far emerge la parte corrotta e
perversa che la giovane cela sotto l'apparenza di normalità. Il
contatto con lo psicopatico induce infatti la protagonista a sviluppare una
schizofrenia con sdoppiamento della personalità che la induce a
uccidere, convinta di essere posseduta dallo spirito del killer.
Film coraggioso, anche per le scene di stupro.
Kretschmann appare in una sorta di anticipazione del ruolo del Conte
Dracula. Recide con un rasoio Asia Argento e la bacia col sangue che cola da bocca a bocca.
Tra le scene più coraggiose si segnala il demone dal
pene eretto che fuoriesce da un murales materializzandosi nella
realtà.
Deludente quando uscì, non piacque ai fan e segnò il declino del Maestro. La Sindrome di Stendahl è
comunque un film, a posteriori, da rivalutare.
La parte iniziale agli Uffizi è da antologia argentiana
(ancora una volta un ottimo inizio che andrà a perdersi al procedere della narrazione, un difetto questo che si ripeterà per quasi tutti i film successivi).
Argento rappresenta ottimamente l'inebriamento provocato dalle opere
d'arte. Da Botticelli a Caravaggio sino alla Caduta di Icaro,
enigma alchemico dipinto da Brueghel il Vecchio (un artista argeniano
per il celare l'evento principale delle sue opere in un contesto dove
gli altri personaggi ritratti si interessano di altro, facendo
passare l'evento per inosservato) e simbolo della caduta della
protagonista. Quest'ultima sente i rumori, gli odori dei soggetti
delle tele e viene assorbita direttamente all'interno dei quadri. Una parte eccezionale del tutto scollegata al resto della narrazione che propone tutt'altra sindrome.
La seconda parte di film si appesantisce e rovina quanto
di buono fatto. Argento, meno virtuoso alla regia, fornisce comunque
una più che sufficiente prova tecnica. Vi è invece un marcato deterioramento
delle interpretazioni. A parte Kretschmann, gli altri attori non
entusiasmano e vi sono anche alcune pessime prove (il poliziotto che
si fa uccidere da Asia è quanto di più insulso vi possa essere, peraltro non aiutato dalla caratterizzazione).
Fallisce inoltre il tentativo di proseguire, come già
fatto in Opera, con la computer grafica anche
quando si sarebbe potuta omettere (la soggettiva di una pastiglia che
cala in gola di chi l'ha ingoiata). Ottima, invece, la colonna sonora di
Morricone che, a distanza di anni, torna a collaborare col Maestro.
Se
già La
Sindrome di Stendahl aveva
debiti con Opera, IL
FANTASMA DELL'OPERA
Dario Argento può reputarsi quasi un remakedel film da cui mutua le ambientazioni teatrali, gli attentati alle
soprano finalizzati a fare debuttare la giovane cantante e l'ascesa
di quest'ultima nel mondo delle opere. Cambia la natura del villain
(addirittura protagonista) e la rappresentazione del suo amore: disperato e connaturato da un romanticismo
decadente. Progetto, dunque, discutibile fin dal suo
concepimento. Argento aveva già omaggiato il celebre capolavoro
narrativo di Gaston Leroux e lo aveva fatto con un piglio personale proprio con Opera.
Perché allora ritornare sulla questione, peraltro con modifiche
importanti rispetto al capolavoro di Leroux? Mistero, specie se si considerano le tante precedenti trasposizioni cinematografiche. Scompare la mostruosità
fisica del Fantasma
e si opta per una poco concepibile fusione tra il Fantasma di Leroux, il Tarzan
di Burroughs e Pinguino di Batman
– Il Ritorno (1992) di Burton.
Il fantasma di Dario è un belloccio cresciuto dai topi che vive, non
se ne capisce bene la ragione, nei sotterranei dell'Operà, escluso dal mondo. Il mancato coinvolgimento di Ferrini ha effetti devastanti sulla sceneggiatura. Dario Argento lavora pressoché
in autonomia, dato che il collaboratore Gérard Brach (L'Inquilino
del Terzo Piano e
Frantic)
non lo tiene a freno. L'horror si miscela a un grottesco che piega
sulla comicità demenziale, in una fastidiosa alternanza tra dramma e sceneggiate caciarone. Discutibile la scelta del cast artistico.
Nadia Rinaldi (pessima) è protagonista di una delle scene più trash
della produzione di Argento (roba da film Le Comiche). Male anche l'amorfo Andrea Di Stefano e
il "cacciatore di topi", che fornisce un'interpretazione così sopra le
righe che sembra essere stato diretto da Bruno Mattei. Asia Argento,
chiamata in un ruolo tutto sommato calibrato, naufraga non aiutata
dal copione, che propone dialoghi spesso imbarazzanti. Julian Sands,
chiamato dopo che l'attore designato (nientemeno che John Malkovich)
aveva rifiutato, funziona a intermittenza. Si salvano le sequenze nei
sotterranei, le inquadrature sui topi, la sequenza nel bordello, l'ottimo prologo e il
romantico epilogo, oltre alle scenografie di Geleng e agli effetti
splatter di Stivaletti. Un po' poco per un film dall'interessante budget. Non siamo alle prese con un horror
convenzionale, ma con un prodotto al confine tra il fantasy e la favola nera, intriso di decise venature erotiche e qualche momento poetico (discreto il triste
finale, esaltato dalle inquadrature dei topi). Pertinente al taglio
tragico la colonna sonora di Morricone. C'è da dire che la versione
distribuita in commercio è stata montata in modo diverso rispetto al volere del regista,
anche se qua i problemi sono davvero troppi per azzardare una rivalutazine. Col Fantasma dell'Opera la crisi di Dario
Argento si palesa in modo manifesto.
PROSEGUE
PROSSIMAMENTE
e quello che non si vede è la verità.