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lunedì 19 agosto 2024

Recensione Narrativa: IL TUNNEL DELL'ORRORE di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Funhouse.
Anno: 1981. 
Genere: Drammatico / Horror. 
Editore: Fanucci (1994). 
Pagine: 236. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

L'OPERAZIONE COMMERCIALE

Operazione di marketing orchestrata, dietro altre società, dalla Universal al fine di lanciare l'omonimo film affidato alla regia di Tobe Hooper, il giovane asceso al rango di maestro dopo l'uscita del suo disturbante e malatissimo The Texas Chain Saw Massacre (“Non Aprite quella Porta”, 1974). Siamo nel 1981, Hooper, dopo aver sbagliato qualche pellicola, è reduce dal successo ottenuto con il film tv Salem's Lot (“Le Notti di Salem”, 1979) e si candida per esser uno dei registi rampanti destinati, insieme a John Carpenter, David Cronenberg e George A. Romero, a riscrivere le regole del cinema horror americano. In realtà finirà presto per essere ridimensionato, pur mantenendosi alto nella scala dei valori al fianco dei vari Wes Craven, William Lustig e soprattutto Joe Dante, con cui condividerà l'approdo alle produzioni siglate Steven Spielberg. Dopo Funhouse, infatti,  avrà l'occasione della vita grazie a Poltergeist (1982), uno dei film più maledetti della storia del cinema. La tappa di avvicinamento a Spielberg tuttavia passa proprio da questo film: Funhouse, da noi distribuito col titolo “Il Tunnel dell'Orrore”. Niente di innovativo, sia chiaro. Hooper e lo sceneggiatore Larry Block, che non è il ben più famoso Lawrence Block (wikipedia sbaglia a unire in un'unica voce le due figure), fingono di guardare a Freaks, l'horror di Tod Browning uscito nel 1932. In realtà ripropongono, sotto altra veste, il plot di The Texas Chainsaw Massacre. Quattro teenager allupati e deficenti come lo sono i teenager degli slasher decidono di trascorrere una serata al lunapark. Entrano nell'attrazione denominata “Il Tunnel dell'orrore”, una sorta di casa degli orrori con mostri a molla, pipistrelli finti e paccottiglie varie, e qui assistono a un omicidio perpetrato da un uomo deforme. Ha inizio pertanto il tentativo di fuga per sottrarsi alla minaccia del killer e del padre intenzionati a uccidere scomodi testimoni. Tutto qua. Un po' poco per tirarci fuori un romanzo fedele. Se ne accorge presto Dean R. Koontz, scrittore destinato a diventare un caso letterario con cinquecento milioni di copie vendute. La Universal, tramite la Jove Books, lo contatta e gli mette sul piatto della bilancia quarantamila dollari per scrivere un romanzo su commissione. Si tenta di emulare l'operazione Omen, ovvero scrivere una novelization e farla uscire in contemporanea col film al fine di sfruttarne il successo. 

OWEN WEST: NUOVO MAESTRO DELL'HORROR? 

Koontz, all'epoca conosciuto soprattutto nel campo della fantascienza ma non ancora bestsellerista, accetta il contratto e la proposta di trincerarsi dietro un nuovo pseudonimo. La Jove Books, infatti, vuol pompare la nascita di un nuovo scrittore horror capace di rivaleggiare con Stephen King e Peter Straub. Koontz, che già aveva firmato lavori con lo pseudonimo North, gioca sui punti cardinali e sceglie il nome: Owen West. Si accorge però che il lavoro di Larry Block è piuttosto modesto. C'è una buona idea adatta a un prodotto cinematografico, inscenare uno slasher movie all'interno di un lunapark in un'epoca in cui lo slasher si vedeva soprattutto in campagna o per le vie cittadine (si veda Halloween, di Carpenter, citato da Hooper nella prima sequenza), ma per il resto non c'è niente.

 La copertina originale della prima edizione del libro.

 IL ROMANZO

Koontz si rimbocca le mani e mette molto di suo nella versione romanzata, dando un passato a tutti i protagonisti. Il suo Funhouse è una novelization solo per la sua parte finale. Koontz omaggia i film legati alla figura dell'anticristo, sebbene il film sia prodotto da Steven Bernhardt e non da (come scritto erroneamente da alcuni recensori su internet) Harvey Bernhard che, guarda caso, era il produttore di Omen (“Il Presagio”, 1976). Il prologo del romanzo – del tutto assente nel film – è un chiarissimo rimando al finale del film Rosemary's Baby (1968) di Roman Polanski, che vede Mia Farrow, riluttante, cedere al richiamo di maternità al cospetto di un demone dagli occhi verdi che piange nella sua culla. Koontz parte da qua, lo si capisce subito e lo sottolinea nel corso del romanzo con espliciti rimandi all'anticristo. La sua protagonista, tale Ellen Giavanetto, a differenza della Farrow non cede all'istinto materno ma sopprime il neonato, convinta che in lui alberghi il male. Il prologo è davvero notevole. Sorpresa dal marito (un giostraio), la donna viene malmenata e costretta ad andarsene dal lunapark in cui si è rifugiata per sottrarsi a una madre fanatica. Abbandonata a sé stessa, vaga in una notte di tormenta, battuta dalla pioggia e illuminata dai lampi, impossibilitata a ritornare dai genitori da cui è fuggita (suo figlio cercherà di fare lo stesso in un ciclo che tende a ripetersi). La polizia non viene chiamata e non si vedrà in nessuna parte del romanzo, in ossequio a una giustizia fai da te decisamente brutale. La vita ripartirà altrove, minata dal passato e da un uomo che medita una vendetta malata e allucinata da consumarsi a tempo debito.

Da qui si assiste a uno sbalzo temporale di una ventina di anni. Koontz passa da Polanski a Stephen King e costruisce una caratterizzazione dei personaggi principali che, seppur privata di elementi soprannaturali, guarda a Carrie (1974). Il romanzo infatti ruota su una lunga parte centrale, prettamente drammatica (si parte da un ballo studentesco di fine anno scolastico), che verte sulle pulsioni sessuali dell'adolescenza e di come queste vengano gestite dai ragazzi e dai genitori. La madre della protagonista è la classica integralista religiosa, ma è un'integralista bigotta, che ha una morale tutta sua (probabilmente in una perenne condanna di sé stessa che riflette per interposta persona sui figli). Predica, legge la Bibbia, prega tutte le sere, impone ai figli di seguirne l'esempio, ma beve come una spugna (si noti il parallelismo creato da Koontz tra ubriachezza da alcolici e ubriachezza da fanatismo religioso), è violenta e si è macchiata di infanticidio. Koontz è molto coraggioso, specie se si considera che siamo nell'ambito di un'opera che nasce come operazione commerciale e dunque dovrebbe cercare di ingraziarsi le masse (Koontz non lo fa). Prende posizione in modo violento sul delicatissimo tema dell'aborto (che giustifica addirittura ben oltre i periodi di tempo che oggi definiremmo legali), si vedano a proposito di King le premesse di Insomnia (1994) giusto per comprendere le dimensioni della questione; arriva poi a proporre un'analisi sulla dicotomia tra libertà sessuale e monogamia senza tuttavia schierarsi sul punto (si badi però il parallelismo tra peccato e inferno e i rimandi a Vegas, dove rischia di finire la protagonista stimolata da un'amica tentatrice). Ho letto da alcune parti che il personaggio di Liz, l'amica libertina, sarebbe troppo irreale per come si esprime (volgare), in realtà, invece, lo trovo molto pertinente con quanto si vede in giro, specie oggi, dove si passa da un fidanzamento all'altro in quella modalità definita "tromba-amici". Koontz la usa per finalità narrativa e quando troverà la morte per la via sessuale non sarà poi così preoccupata.

Il lavoro di Koontz trova dunque il suo punto di forza nella caratterizzazione dei personaggi. Ognuno di essi è definito. C'è la madre bigotta ma alcolizzata, c'è l'adolescente che non sa ancora chi è (ma di certo “le piace il salame”), c'è la sgualdrina ninfomane versione Lucignola che ambisce a diventare escort, c'è il genio che per il pelo finisce sulla cattiva strada, c'è il ragazzino a cui vengono distrutti i sogni dell'infanzia perché secondo la madre dovrebbe crescere e c'è, infine, un uomo annebbiato dalla rabbia che sposa la causa del satanismo perdendo il contatto dalla realtà. I fanatismi, dunque, come causa dei mali. Koontz propone tematiche tipiche dello slasher, ma conferisce al tutto una dimensione psicologica che il film di Hooper neppur si sogna. Purtroppo non è tutto oro quel che luccica. La storia ha vuoti narrativi (che fine fa Ellen Harper dopo che i figli sono andati al lunapark?) e un'impostazione fin troppo cinematografica. Non si indaga, dal punto di vista poliziesco, la componente dei delitti, dando così vita a un dramma dai contenuti horror dove l'orrore, prettamente terrestre, non è preponderante rispetto ai dialoghi e alle pulsioni adolescenziali.

Spicca l'ambientazione all'interno del lunapark. Koontz, cultore dell'argomento, propone attrazioni su attrazioni, mostra come venga smontato e poi riproposto altrove un lunapark itinerante, ma tralascia di interessarsi all'intreccio thrilling. Potremmo infatti definire il romanzo una revenge story vista dalla parte dei cattivi, con struttura corale. Non vi sono misteri. Inoltre abbiamo il messaggio pericoloso – che arriva da Hooper - di proporre il diverso come mostro. L'assassino è infatti un freak incapace di vivere la sua dimensione sessuale (Freud docet), perché schifato da tutti e soprattutto tutte tanto da andare in giro mascherato. Sfogherà una violenza barbarica e animalesca, dovuta all'incapacità di gestire le vittime. Gli amplessi sono bestiali e vengono protetti da un padre a sua volta turbato da un passato nefasto.

L'epilogo, ripreso dal film, è frettoloso, specie se lo si compara all'attenzione centrale che Koontz dedica all'aborto, alle pulsioni sessuali (si arriva a proporre rapporti orgiastici e saffici) e al concetto di brava ragazza. Nel complesso però Funhouse, pur non essendo un caposaldo nella narrativa di un autore che poi scalerà le classifiche, è un pulp con elementi di interesse. Appena uscito in America, vendette in tre settimane un milione di copie salvo poi subire l'inatteso effetto contrario dovuto all'uscita del film di Hooper ed essere archiviato nel dimenticatoio. La pellicola, a causa di problemi di montaggio, apparve infatti nei cinema tre settimane dopo l'uscita del libro. Le attese degli spettatori erano così alte che finirono per lasciarli delusi. Un rigetto generalizzato che pregiudicò il buon esito del lavoro di Koontz. Il “nostro”, dopo aver pubblicato il romanzo “The Mask” (1981), decise di porre fine all'esperimento Owen West. Scrisse: “è morto tragicamente, calpestato da un bue muschiato in Birmania mentre era alla ricerca di materiale per un romanzo su una gigantesca papera preistorica che aveva provvisoriamente intitolato Quackzilla”.

Fine della storia. Il romanzo giunse in Italia tredici anni dopo, nel 1994, importato dalla Fanucci Editore, senza entrare nelle top ten stilate dai lettori di Koontz. Lo stesso autore ammetterà di non aver scritto un romanzo ai livelli di Watchers (“Mostri”) e Hideaway (“Cuore Nero”), pur reputandolo “buono quanto alcuni e forse meglio di altri”. Siamo d'accordo, eppure c'è del buono. In primis è un Koontz atipico, totalmente privato da contenuti parapsicologici, intrighi di potere e fantascienza. C'è il tema della mutazione genetica (che non viene spiegata ma viene vista dall'antagonista come una benedizione del maligno) e c'è la dimensione psicologica degli abusi dei genitori a danno dei figli (tema caro a Koontz, che è passato da un simile passato). Funhouse è dunque un romanzo con molte luci (il prologo, la caratterizzazione dei personaggi, le scenografie al lunapark) e qualche ombra (troppa insistenza sui dialoghi legati alla liberalizzazione sessuale, la parte sull'aborto che, forse, si poteva tagliare a beneficio di una trama poliziesca, i vuoti narrativi). Non manca il grandguignol (teste decapitate, animali deformi, freak messi in bella mostra per divertire il pubblico), seppur limitato ad alcune scene. Devo comunque ammettere che, nonostante le apparenze, Funhouse non è un romanzo di esclusivo intrattenimento, ma ha un substrato che induce a riflettere (si vedano non solo i temi scottanti affrontati, ma anche il modo con cui i ragazzetti dileggiano i diversi). La lettura è molto scorrevole. Epilogo frettoloso con rimandi alla divina provvidenza che ricordano certi romanzi di King, tipo Needful Things (“Cose Preziose”, 1991). Lettura comunque interessante, in puro stile anni ottanta.

La locandina del film.

"L'inferno era un luogo dove i peccatori venivano ricompensati per i loro peccati; era, sotto tutti gli aspetti, il luogo dei loro sogni. Inoltre, nell'inferno non esisteva una cosa come il rimorso. Nell'inferno non esisteva il peccato."

giovedì 15 agosto 2024

RECENSIONE NARRATIVA: INCUBI di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: The Door to December.
Anno: 1985. 
Genere: Thriller parapsicologico. 
Editore: Sperling & Kupfer (1991). 
Pagine: 330. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Se Warlock (“Spedizione verso il Niente”) è stato il primo romanzo di Koontz che ho letto, The Door to December (“Incubi”, 1985) è stato il primo romanzo del Koontz “moderno” a finirmi tra le mani.

Lessi questo libro tra il 2006 e il 2008 (non ricordo bene l'anno), durante gli spostamenti da pendolare in bus quando ancora svolgevo la professione di praticante legale abilitato alle difese. Mi fu prestato da una mia vicina di casa che purtroppo da anni è mancata. Me lo presentò come un romanzo adrenalinico, scritto da una penna alquanto tagliante tanto da insidiare la supremazia di Stephen King. Non mi entusiasmò e lì finì il mio interesse per Koontz, nonostante l'arrivo in uno stock del romanzo Phantoms!. Ho recuperato in rete la mia recensione di allora, datata 2011 e probabilmente ripescata dagli appunti che tenevo su word. Si tratta di un commento breve, non ancora esteso come poi avrei fatto a seguito dell'apertura del blog.

Il romanzo viene importato in Italia nel 1991 dalla Sperling & Kupfer, sei anni dopo la sua uscita in America, quando ormai era chiaro a tutti che dietro gli pseudonimi Richard Paige e Leigh Nichols, nomi sotto i quali era uscito  libro, si celava il bestsellerista Dean R. Koontz. The Door to December viene infatti dato alle stampe sotto pseudonimo, addirittura in due versioni a firma diversa. È una scelta curiosa, visto che all'epoca l'autore era già famoso e aveva appena sfornato col suo nome due pezzi pregiati, quali Phantoms! e Twilight Eyes (“Là Fuori, Nel Buio), apprestandosi a concludere il romanzo fiume Strangers e a dargli seguito con Watchers (“Mostri”). È dunque il Koontz nella migliore forma, eppure questo The Door to December non convince finendo col dividere i fan dell'autore, tra chi apprezza il romanzo e chi lo reputa tra i peggiori del periodo. Non ci sono mezze misure. Lo stesso Koontz, con la scelta di non firmarlo per non inflazionare la propria firma, sembra prenderne le distanze. The Door to December è un page-turner dalla struttura thriller e dai contenuti horror/parapsicologici. Veloce, rapido, con la giusta punta di truculenza e una catena di omicidi misteriosi provocati da una forza sovrumana di natura ectoplasmatica. Proprio questa dicotomia, in altri casi calzante, mina l'esito finale. Koontz conferisce al progetto un taglio whodunit, sebbene sia chiaro fin dall'inizio chi sia l'autore degli omicidi. A tal riguardo sono da segnalare le aspre critiche alla Sperling & Kupfer relative alla decisione di proporre, per la seconda ristampa, una copertina fin troppo rivelatrice.

 La criticatissima copertina della seconda ristampa della Sperling,
accusata di rivelare il colpo di scena finale.

A ogni buon conto, la storia ha un buon inizio, in una piovosa Los Angeles. La polizia ritrova una serie di cadaveri all'interno di un'abitazione e una ragazzina nuda e sola che vaga in mezzo della strada. La piccola è scappata da una casa delle torture gestita direttamente dal padre, di cui non si avevano più notizie da anni. Con l'uomo, un noto psicologo, era scomparsa anche la figlia. Cosa è successo in tutti quegli anni? Koontz lavora sul tema a lui caro degli esperimenti contrari a ogni forma di etica. Nella fattispecie si parla di esperimenti di matrice parapsicologica, con conseguenziale sviluppo di speciali poteri mentali. Si cerca infatti di trovare la via per assumere il pieno controllo dell'inconscio e per ampliare le capacità mentali. Ne deriveranno, come da tradizione per i soggetti legati alla figura dei mad doctor, controindicazioni nefaste. I mezzi per compiere tale studio infatti sono brutali ed estremi, senza alcun rispetto per la persona. Si ricorre all'elettroshock e a un isolamento che rende la piccola protagonista una cavia da laboratorio privata di ogni divertimento. Insomma, siamo dalle parti della “Bottega” di Stephen King (si veda Firestarter), ma con piglio meno fantastico e, per certi versi, più crudele.

La piccola è divenuta autistica, sembra non reagire ai tentativi della madre di recuperarla e di donarle una vita degna di chiamarsi tale. Intanto, mentre la polizia indaga, una serie di ulteriori omicidi cruenti si consumano e colpiscono soggetti a vario titolo legati alla storia di torture che hanno visto vittima la piccola protagonista. Chi sarà l'assassino?

La narrazione è molto scorrevole e asciutta, con poche fronzoli e rare battute d'arresto, tuttavia è penalizzata da uno sviluppo che consuma dopo poche pagine le pallottole a disposizione. La caratterizzazione dei personaggi è poco curata, così come i dialoghi e i personaggi appaiono stereotipati. Koontz sembra non crederci. Pare interessato a fare cassa e a conferire al tutto un ritmo sollecito che incolli alla lettura. Prova a creare suspence e mistery, ma tutto è già chiaro fin dai primi capitoli. I tentativi di mascherare la natura del killer sono destinati a fallire, tanto che la parte finale arriva telefonata, con strizzate d'occhio a film quali Patrick (1978) di Richard Franklin e Aenigma (1987) di Lucio Fulci. Se non ricordo male si parla di psicocinesi, nel solco della tradizione kinghiana avviata da Carrie (1974). Ciò che mi è chiaro è il ricordo di un volume che trovai commerciale e tutt'altro che originale. Evitabile.

 Una delle copertine originali firmate con uno dei due pseudonimi.

 

Recensione Narrativa: SPEDIZIONE VERSO IL NIENTE di Dean R. Koontz

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Warlock.
Anno: 1972. 
Genere: Post-Apocalittico - Survival. 
Editore: Mondadori, collana Urania (1977). 
Pagine: 168. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  
A circa quindici anni dalla mia ultima lettura di un romanzo di Dean Koontz (ne ho letti due), durante una passeggiata per il mercato cittadino, mi è capitato di imbattermi in un lotto economicamente assai vantaggioso di romanzi di questa celebre penna del thrilling, negli anni novanta addirittura reputato il rivale numero uno di Stephen King. Non ho potuto dunque trattenermi dal mettere a segno un acquisto di cinque volumi (prendendo molte delle sue opere fondamentali) e di andare a ripescare in giro per la rete le mie due vecchie recensioni a lui dedicate.

Vediamo prima di fare un breve profilo dell'autore.

Scrittore estremamente prolifico (si parla di oltre cento opere in un cinquantennio di carriera), pressoché coetaneo del “Re” (un anno di differenza), con una lunga gavetta alle spalle prima di “esplodere” come fenomeno editoriale (non che prima fosse un misconosciuto, sia chiaro). Koontz ha firmato quasi quaranta romanzi (molti dei quali disconosciuti), tra il 1968 e il 1980, prima di diventare uno scrittore affermato in grado di vedere decine di milioni di copie per volume per un totale che, a oggi, supera le cinquecento milioni di copie vendute nell'arco di tutta la carriera.

Cresciuto in una famiglia problematica, vittima di abusi continui di un padre alcolizzato, si è dato alla scrittura appena ventenne grazie alla moglie che gli ha permesso di vivere da mantenuto per cinque anni, consentendogli di licenziarsi dalla professione di insegnante di inglese così da vedere se avesse o meno la stoffa per diventare uno scrittore professionista. Trincerato dietro a decine di pseudonimi, prende l'abbrivio per ragioni meramente alimentari. Il giovane Koontz scrive di tutto, persino una trentina di romanzi pornografici (Koontz non conferma), arrivando a pubblicare otto romanzi all'anno nell'ambito della narrativa pulp. È la fantascienza, però, il suo campo d'azione. Fin dagli inizi, si notano le caratteristiche che diventeranno il suo marchio di fabbrica ovvero la propensione per gli intrecci contaminati, che usano la sci-fi ma la miscelano a componenti orrorifiche e soprattutto a impostazioni thrilling, dove inizieranno sempre più a farsi strada la parapsicologia e personaggi dotati di poteri soprannaturali (caratteristica questa in comune con King).

Sebbene non sia inizialmente uno scrittore di successo, i romanzi di Koontz arrivano subito all'estero, a dimostrazione di un qualità generale anche delle prime opere non proprio trascurabile. In Italia giunge già nel 1969, ad appena un anno di carriera, con la pubblicazione all'interno della collana Urania del suo romanzo d'esordio: Star Quest (“Jumbo 10 Il Rinnegato”). Proprio sull'Urania confluiscono sei delle sue prime opere, una di queste (The Long Sleep, 1975, tradotta come “Sogno dentro Sogno”) sotto lo pseudonimo John Hill. In questo gruppo iniziale brilla soprattutto Phantoms! (1983), apparso nelle edicole nel 1985, uno sci-fi che lascia sempre più campo all'orrore cosmico. In Italia è un autore che piace fin da subito. Interessate alla sua produzione sono la Collana Galassia della Casa Editrice La Tribuna, la Delta Fantascienza Eroica e soprattutto la "storica" Editrice Nord (due pubblicazioni) e la Fanucci. Queste ultime due pubblicano, rispettivamente, due delle opere principali dell'inizio carriera dell'autore: A Darkness in my Soul (“Sonda Mentale”, 1972) e Demon Seed (“Generazione Proteus”, 1973), forse la più celebre tra tutte le opere del primo decennio di produzione.

Negli anni ottanta Koontz diventa sempre più mainstream, in particolare con l'uscita del thriller con elementi horror Whispers (1980), che in Italia arriverà solo nel 1990 grazie a Sonzogno. Il romanzo consente all'autore di scalare le classifiche delle vendite e  di cambiare il suo registro. Si ridimensiona la fantascienza, mentre si amplifica l'interesse per il thriller contaminato, dove sono sempre più frequenti le figure dei serial killer, dei veggenti e dei complotti governativi. Finisce così nel mirino, nel nostro mercato editoriale, della Sperling & Kupfer e della Bompiani, in quei tempi interessate all'horror delle grandi firme contemporanee (King, Barker, Campbell e via dicendo). In due decenni, tra metà anni ottanta e fine anni novanta, Koontz diventa una celebrità in America e oltreoceano, Italia compresa dove i suoi romanzi vengono regolarmente tradotti e venduti nelle librerie delle città. Proprio in questo ventennio si trovano i suoi “capolavori”. Romanzi quali Wathcers (“Mostri”, 1987), Strangers (1986), Twilight Eyes (“Là Fuori, Nel Buio, 1985), Lightning (“Lampi”, 1988) fino a Intensity (1995) e Odd Thomas (“Il Luogo delle Ombre”, 2003) diventano dei cult reputati tra i migliori del genere, quest'ultimo persino citato da Alessandro Manzetti nel suo catalogo dedicato ai migliori 150 horror dal 1986 a oggi.

Un successo che porta l'autore, pur se con scarso successo, a sbarcare anche a Hollywood. Sua la novelization The Funhouse (“Il Tunnel dell'Orrore”, 1980), uscita prima dell'omonimo horror diretto da quel geniaccio di Tobe Hooper. Un romanzo quest'ultimo inizialmente pubblicato sotto pseudonimo (Owen West), a dimostrazione di quanto il nome Koontz non fosse ancora forte, sebbene già trasposto in due occasioni con pellicole quali la produzione franco-italiana Les Passagers (1977) dal thriller Shattered (“In un Incubo di Follia”, 1973), interpretata dalla star Jean Louis Trintignant, e il più famoso Generazione Proteus di Donald Cammell. Dagli anni '80 fino al 2013 arriveranno altre sei pellicole cinematografiche, altrettanti film televisivi e un paio di sequel. Tra i film più conosciuti (niente di particolare successo) citiamo Alterazione Genetica (1988, da Watchers), il thriller Premonizioni (1995, da Hideaway - “Cuore Nero”) con Jeff Goldblum, Phantoms (1998) con Ben Affleck e Il Luogo delle Ombre (2013 da Odd Thomas) diretto dal regista de La Mummia Stephen Sommers.

Possiamo definire Koontz uno scrittore altalenante, che si muove a cavallo tra fantascienza, thriling e horror parapsicologico. Attivo da circa cinquant'anni, ancora sulla cresta dell'onda, ha dato il suo meglio tra la metà degli anni '80 e la metà dei '90. Vanta una larga schiera di fan, ma non troppi premi lettterari: quattro nomination ai Bram Stoker Award per i romanzi Midnight ("Mezzanotte", 1989), Hideaway ("Cuore Nero", 1992) e Fear Nothing ("L'Uomo che Amava le Tenebre", 1998).

La copertina originale del romanzo.

Quest'oggi analizziamo un'opera della sua prima parte di produzione, un romanzo finito nell'oblio e mai citato nelle classifiche di gradimento dei lettori.

Si tratta della mia prima lettura a firma Koontz, acquistato, credo nel 2006, per 1 euro in un bazar dell'usato di Livorno, dove si vendeva di tutto. Sto parlando di Spedizione verso il Niente, pubblicato in origine nel 1972 col titolo Warlock. Siamo lontani anni luce, per tematiche e contenuti, dal Koontz che avrebbe riscosso successo interplanetario, ma già si nota la sua capacità di miscelare molto bene generi diversi.

Abbiamo una prima parte thrilling sulla scia di Dieci Piccoli Indiani, sebbene alle ambientazioni claustrofobiche di Agatha Christie si sostituiscano spazi aperti in un’atmosfera medievale che, analizzata a posteriori, ricorda molto la seconda parte del film Doomsday (2008) di Neil Marshall. Ed è proprio nel filone di questa tipologia di film che si inserisce Warlock (nulla a che fare con l'omonimo film horror di inizio anni novanta con Julian Sands), che dal thriller passa a una parte centrale fantastica per concludersi nel post-atomico vero e proprio.

Al centro dell'intreccio vi è una spedizione (appiedata) di soldati intenti a scalare dirupi e catene montuose alla caccia dei leggendari veicoli di cui si suppone fossero state dotate le antiche civiltà che hanno vissuto nell’ignota landa denominata “il Niente”. Lo scopo della marcia è quello di evitare all’esercito rivale di impossessarsi dei mezzi in questione per costringerli a una facile resa.

La spedizione però sarà tutt’altro che agevole. Gli uomini, guidati da un Maestro dotato di poteri telepatici (già si nota la cifra kinghiana di Koontz, che non era ancora apparso sulla scena editoriale), dovranno vedersela con il clima glaciale e soprattutto con due assassini che si mescolano tra loro, facendo strage di soldati. Superate le montagne dovranno inoltre addentrarsi in una foresta di cristallo (echi ballardiani) dove strani volti umani sveleranno di essere intrappolati in quel luogo da secoli. Ma i pericoli non finiranno qui, strani apparecchi sorvoleranno i cieli sputando fuoco e fiamme sui viandanti finché questi ultimi si imbatteranno in ciò che rimane dell’antica civiltà: veicoli distrutti, treni infarciti di scheletri, creature mutanti pronte a palesarsi agli occhi dei superstiti. Insomma un contesto scenografico ben in aticipo sulla saga di King meglio nota sotto il titolo de La Torre Nera.

In buona sostanza, ci troviamo al cospetto di un’opera che evolve passando di livello in livello, tra ambientazioni e problematiche distinte. Dean Koontz regala alcuni momenti descrittivi visionari difficilmente dimenticabili. Su tutti citerei la descrizione della foresta di cristallo, ma anche le “scene” in cui vengono lanciati nel cielo gli uccelli “strillatori” (animali che volano in ricognizione e poi riferiscono al loro istruttore ciò che hanno visto). Intelligente, anche se non certo un’innovazione filosofica di Koontz, la riflessione finale sulle conseguenze che è capace di generare una guerra “a distanza” (con i soldati che non si rendono conto di uccidere, perché non sentono le grida e non vedono tutto l’orrore che ne consegue) rispetto alla guerra corpo a corpo tipica degli scontri dell'ottocento.

Warlock, da noi Spedizione verso il Niente, è un libro assai scorrevole di cui conservo un buonissimo ricordo (ripeto, l'ho letto quindici anni fa) non ancora scritto con quel taglio commerciale che caratterizzerà diversi romanzi successivi di Koontz. Purtroppo non è stato più ristampato. E' comunque facilmente recuperabile su ebay. A mio avviso è da rivalutare. Imperdibile per gli amanti dei post-atomici, essendo, sull'argomento, tra i migliori Urania che ho letto. Penso che difficilmente uscirà dalla mia top ten dell'autore.

 L'autore Dean R. Koontz.

 

martedì 6 agosto 2024

Recensione Narrativa: QUATTRO DOPO MEZZANOTTE di Stephen King.


Autore: Stephen King.
Titolo originale: Four Past Midnight
Anno: 1990.
Genere:  Antologia Horror / Fantastico / Drammatico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 848.
Prezzo: 13.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Seconda raccolta di novelle pubblicata da Stephen King, la più corposa tra tutte quelle realizzate in quasi cinquant'anni di onorata carriera. Non è infatti un caso se l'opera, nel corso degli anni, sia stata distribuita anche in due volumi, così come alcune delle avventure che la compongono sono state pubblicate autonomamente.

Il progetto vede la luce nel 1990 e, come per il precedente Different Seasons (“Stagioni Diverse”, 1982), viene costituito da quattro novelle. Si tratta di storie che potremmo tranquillamente definire dei romanzi veri e propri, in virtù di una lunghezza media di circa duecento pagine a novella. King si dilunga sulle caratterizzazioni dei personaggi, ivi compresi i secondari, e delinea descrizioni come si potrebbe fare in un vero e proprio romanzo, andando per tale via a diluire soggetti che, in realtà, si sarebbero potuti proporre su formati più ridotti.

Il contenuto del volume è molto diverso da quello della precedente raccolta di novelle. Se Different Seasons era apparso un volume “anomalo” rispetto alla narrativa orrorifica di King, in virtù di una componente drammatica soverchiante rispetto a quella sovrannaturale, Four Past Midnight sposa a pieno titolo quella narrativa grandguignolesca e di grana grossa che porta l'orrore (piuttosto surreale) nella vita di tutti i giorni. Aumentano i contenuti truculenti, ma, soprattutto, si tende a perdere quel taglio drammatico che aveva caratterizzato la precedente raccolta in favore di un qualcosa di molto più commerciale.

Ciò premesso, Four Past Midnight è un libro molto amato dagli estimatori della penna del Maine, sebbene, a vederla fino in fondo, non possa certo definirsi originale. Delle quattro storie, giusto un paio hanno una parvenza di novità, mentre le altre due hanno forti richiami alla precedente narrativa dello scrittore.

Almeno due storie sono derivative, una addirittura autocitazionista. Partiamo proprio da queste nell'analisi delle singole novelle.

 


SECRET WINDOW, SECRET GARDEN (“Finestra Segreta, Giardino Segreto”), seconda novella in ordine di presentazione, nasce da una costola di The Dark Half (“La Metà Oscura”, 1989) per prendere ispirazioni da precedenti romanzi di King quali Misery (1987) e The Shining (“Shining”, 1977). Comune a tutte queste opere è la presenza di uno scrittore, a caccia di nuove idee per scrivere il suo nuovo romanzo, che finisce preda della follia di un visitatore indesiderato (il redneck John Shooter) che lo accusa di plagio e pretende di avere, quale ristoro, un nuovo racconto scritto dal collega più famoso. Ecco che la pressione esterna, da una parte, i problemi familiari dall'altra (un matrimonio naufragato) e il lento affiorare della follia alla Shining si combinano in una miscela che guarda anche alla produzione cinematografica di Brian De Palma (si veda Dressed to Kill, 1980) e al celebre Psycho (1960) di Alfred Hitchcock. Da quest'ultimo film, non a caso, arriva un personaggio secondario che si chiama come l'attore protagonista della pellicola (Perkins). Da un punto di vista strutturale la storia è molto quadrata e solida (la migliore dell'antologia su questo versante), seppur prolissa e tendente a ritornare sui medesimi concetti. Alcuni dettagli sparsi in tutto il testo, soprattutto legati ai nomi delle città e dei personaggi, forniscono al lettore fin da subito la natura dell'orrore (assai terreno) di cui si sta parlando.

Non mancano alcuni momenti crudi e duri, quale l'uccisione brutale di un gatto (scena davvero cattiva), l'incendio di una villa che porta all'indagine di un'investigazione assicurativa, alcuni omicidi e l'aggressione ai danni di una donna che ricorda molto le esplosioni di ira di Jack Torrance.

Il punto debole della storia è costituito dall'assenza di spunti innovativi. L'incubo del plagio, fobia tipica degli scrittori in erba (e accusa in passato mossa allo stesso King), non basta a rendere memorabile la storia. King probabilmente ne è consapevole e prova a rimescolare le carte all'epilogo per riscrivere il tutto da un'altra ottica. Introduce così l'elemento soprannaturale, fin lì assente. La soluzione però appare forzata finalizzata a rivitalizzare un thriller dai toni fortemente drammatici incentrato su tematiche su cui l'autore si era già soffermato nel corso della sua carriera. Dunque un buon racconto, se analizzato in via autonoma, ma dal sapore della minestra riscaldata se letto con una visione estesa al resto della produzione dell'autore (e non solo). Nonostante i limiti, Secret Window, Secret Garden ha comunque beneficiato di una trasposizione cinematografica nel 2004, per la direzione di David Koepp (sceneggiatore mathesoniano nonché fedelissimo di Steven Spielberg e, guarda un po', di Brian De Palma), che ha visto il coinvolgimento nei panni del protagonista di Johnny Depp e in quelli di antagonista di John Turturro. Niente male.


Piace meno, in quanto totalmente inverosimile e confusionario, THE LIBRARY POLICEMAN (“Il Poliziotto della Biblioteca”), addirittura mosso da uno spunto comico legato al terrore di Owen King per lo spauracchio del poliziotto della biblioteca. Al di là dell'idea iniziale, si vira sull'horror più cupo e disturbante da divieto ai minori di anni diciotto. Qui le ispirazioni vengono da It (1986), in virtù di un mostro alieno che minaccia direttamente i bambini e di una costruzione che ha la forma di una contro-fiaba (non a caso si cita Cappuccetto Rosso).

Il punto di forza della novella, probabilmente la meno quadrata del lotto, è costituito da momenti (interessanti) alquanto inusuali per King intrisi di un erotismo perverso e malato che arriva a comprendere scene descritte nel dettaglio di violenza sessuale a carico di minori (con la descrizione di una sodomizzazione perpetrata da un pedofilo). King parte da una buona idea ovvero quella di un poliziotto soprannaturale, con marcato difetto vocale, sguinzagliato da una bibliotecaria per punire coloro che non consegnano i libri nei termini prestabiliti. Ottimo il lavoro di caratterizzazione dei personaggi, con un background storico che attribuisce una dimensione a tutti i soggetti coinvolti. I traumi infantili e i problemi legati all'abuso di sostanze alcoliche costituiscono la base su cui si dipana la storia che, come tradizione kinghiana, vede i reietti ergersi a protagonisti contro un male alieno poco definito. King ruba l'idea da film quali The Hidden (“L'Alieno”, 1987) di Jack Sholder, a sua volta ispirato al romanzo Needle (“Strisciava sulla Sabbia”, 1949) di Hal Clement, per proporre una creatura libidinosa, che ama il sesso e si nutre della paura dei bambini come un vampiro farebbe del sangue delle sue vittime. Il mostro sopravvive in simbiosi ad altri organismi, insidiandosi in essi e ricevendo ospitalità, nutrimento e locomozione per periodi di tempo prestabiliti, oltre i quali si rende necessario il cambio di corpo. Niente di nuovo dunque, basti vedere la narrativa fantascientifica anni cinquanta. La novella procede a sbalzi, con lunghi flashback (il meglio della novella), faticando a spiegare come il passato narrato entri in relazione col presente. Ci sono, in altri termini, evidenti vuoti narrativi che penalizzano una storia che culmina in un memorabile quanto surreale conflitto finale, tra i “nostri” (il bene) e una creatura (il male) che muta forma alla maniera di certi personaggi di Arthur Machen: penso a The Novel of the White Powder (“La Storia della Polvere Bianca”, 1895). Bruttino il finale che chiama in causa il sotto tema delle possessioni similar diaboliche. Delle quattro novelle, a mio avviso, è quella meno strutturata.


Di gran lunga più originali sono le novelle che aprono e chiudono l'antologia, intrecciate in modo inverso nel loro rapporto tra realtà e altre dimensioni. In entrambi i casi si assiste a passaggi dimensionali, ma mentre in un caso sono gli umani ad andare al di là dei confini della realtà, nell'altro caso succede l'esatto opposto. Se The Langoliers (“I Langolieri”) è la più celebre e, a mio avviso, la migliore di tutta l'antologia, assai meno nota è la novella THE SUN DOG (“Il Fotocane”). È un King con meno fronzoli, assai più efficace e sollecito nel delineare la storia. “Appena” centocinquanta pagine per parlare di una macchina fotografica diabolica (una Polaroid Sun 660) che sviluppa sempre il medesimo soggetto: un cane idrofobo pronto per saltare verso l'autore dello scatto, al culmine di una sequenza di circa settanta scatti. Un countdown dunque, sempre più nitido e chiaro. È probabile che Stephen King si sia ispirato al film The Omen (“Il Presagio”, 1976) di Richard Donner, dove una serie di scatti fotografici mostrano, di foto in foto, l'approssimarsi di un evento traumatico sempre più definito.

La trama di King è semplicissima senza dare troppe spiegazioni. Non è dato sapere da dove venga la bestia (sembra un cane infernale dato che erutta fuoco dalle narici), intuiamo solo che, prima o poi, verrà al mondo provenendo da una realtà bidimensionale che viene mostrata in sogno. Epilogo splatter degno di Brian Yuzna. Tutto qua, con una caratterizzazione molto gustosa del villain di turno, uno strozzino sporco e avido. L'uomo cercherà di far fruttare la speciale macchina fotografica, rubata in virtù di una serie di raggiri a un ragazzino intenzionato a distruggerla, per tirare un bidone ai collezionisti del soprannaturale (chiamati “I Cappellai Matti”). Da sottolineare il profilo che King traccia di questi ultimi, con un taglio retro fortemente ironico. Da un punto di vista del soggetto, è probabilmente il racconto minore della raccolta, ma la resa finale non è così male e offre un giusto mix tra originalità e quadratura. Le citazioni a Cujo e l'ambientazione a Castle Rock forniscono valore aggiunto. Piacerà agli amanti del weird.


Il vero pezzo forte della raccolta è, di gran lunga, THE LANGOLIERS, di cui fu, fin da subito, tratto l'omonimo film tv per la regia di quel Tom Holland citato nel racconto The Library Policeman (dove si menziona e si mostra Chucky – La Bambola Assassina). Abbiamo già recensito su questo blog la novella e rinviamo al link di riferimento ( http://giurista81.blogspot.com/2021/10/autore-king.html ). Basti qua ricordare come il racconto sia l'unico, dei quattro, dotato di sense of wonder e di un'atmosfera mistery. Altra dote fondamentale è la novità, sebbene King si muova da Richard Matheson (Nightmare at 20.000 Feet) e da Rod Serling (The Odyssey of Flight 33) finisce questa volta lui per esser citato da altre opere, quali il film Left Behind e il tamarro Snakes on a Plane.

Torna il tema dei passaggi dimensionali. A differenza di The Sun Dog, sono i protagonisti, per uno strano evento atmosferico, a penetrare in un'altra dimensione, in tutto e per tutto uguale alla nostra ma insidiata da strane creature capaci di destrutturare la materia. Costruzione point to point con quella natura corale tanto cara a King. Perla.


CONCLUSIONI

Vista la mole delle storie, Four Past Midnight è una raccolta di novelle che tiene impegnati nella lettura per diversi giorni, ma non si segnala tra le migliori in assoluto dello scrittore. Al suo interno abbiamo un gioiello capace di meravigliare i lettori, una novella surreale in salsa weird e due novelle con elementi interessanti ma, per motivi diversi, non riuscite del tutto. Il lotto subisce senza appello il confronto con la precedente Different Seasons che, sebbene sia stata pubblicata otto anni prima, si rivela molto più matura e più verosimile rispetto a un quartetto che, a parte Secret Window, Secret Garden, richiede ai lettori una forte sospensione dell'incredulità. Piacerà ai lettori di King.

"Forse Shooter era davvero uno scrittore. Rispondeva a entrambi i requisiti principali: raccontava una storia stimolando in te il desiderio di sentire come andava a finire anche quando avevi già un'idea meno che approssimativa della probabile conclusione, e spandeva tanta merda che faceva rumore di sciacquio "