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venerdì 13 marzo 2015

Recensione Narrativa: IL NUMERO UNO di Hans Ruesch.


Autore: Hans Ruesch.
Anno: 1938.
Genere: Romanzo sportivo (Sport-Roman).
Editore: Fucina
Pagine: 240.
Prezzo: 16,00 euro.

Commento di Matteo Mancini
Autentica perla nell'ambito della narrativa legata al mondo dello sport e, più specificatamente, dell'automobilismo.  Si tratta probabilmente del miglior romanzo in assoluto legato al mondo dei piloti pionieri, ovvero i protagonisti della c.d. epoca d'oro dell'automobilismo, quando il mitico Tazio Nuvolari realizzava magie pazzesche (tipo guidare con una chiave inglese al posto del volante danneggiato) per batttere gli avveneristici mezzi tedeschi dell'Auto Union e della Mercedes affidati ad assi come Rudolf Caracciola, Berndt Rosemeyer, Richard Seaman e Achille Varzi.
Il testo, pur non risentendo dei decenni trascorsi, ha quasi ottanta anni sulle spalle, ma nonostante la sua eccelsa qualità era caduto in un oblio riconducibile a un ostracismo che, per motivi politici e di impegno sociale, ha flagellato il suo autore. E' stato riportato in auge nel 2007 dalla piccola ma qualificatissima Fucina Editori di Milano, specializzata in saggistica legata al mondo delle competizioni motoristiche. La casa editrice, per mezzo di Luca Delli Carri, che ha curato un'interessante intervista all'autore (una sbobinatura dei due incontri), unita a impressioni personali e a una vera e propria recensione generale sulla produzione dell'autore, ha riacquistato i diritti dal diretto interessato in modo da far conoscere ai giovani un testo che ha saputo vendere, tra gli anni '40 e '50, qualcosa come un milione e mezzo di copie.
Ma chi è l'autore e come è nato il romanzo?


Il romanzo viene pubblicato nel 1938 in tedesco, col titolo Gladiatoren, e porta la firma di Hans Ruesch, un pilota svizzero nato a Napoli, che in quegli anni si diletta, da privatista indipendente, in competizioni motoristiche in giro per l'Europa.
Nato nel 1913 da genitori svizzeri, Ruesch ha due grandi passioni fin dalla nascita: lo sport e la scrittura. Fantastica da bimbo, complice una brutta frattura a una gamba, sui testi di Emilio Salgari. Li legge praticamente tutti, è un lettore instancabile il giovane Hans, tanto che viene presto spedito in collegio in Svizzera. E' costretto a imparare alla perfezione ben tre lingue (italiano, francesce, tedesco), a cui si aggiunge il latino, aspetto che in seguito lo aiuterà non poco. Si appassiona agli sport invernali, soprattutto al bob (ricorda in questo il Marchese De Portago, pilota spagnolo di origini irlandesi che si dilettò, oltre che in F1, anche nelle corse ippiche a ostacoli sfidando il percorso del Grand National di Aintree). Il suo talento è tale da portare la nazionale Svizzera a selezionarlo per le Olimpiadi di Garmisch del '36. La sua vera passione però sono le corse automobilistiche. Debutta giovanissimo, a diciannove anni, due giorni dopo il compleanno del sottoscritto (il 17 luglio). Acquista una MG, vettura inglese, e inizia con le gare in salita. Tenta in tutti i modi di entrare in una squadra ufficiale, ma la nazionalità svizzera (a cui non vorrà mai rinunciare a beneficio dell'italiana) lo frena non poco perché gli inibisce la possibilità di entrare nei team italiani. Le difficoltà però non lo fanno desistere, compra un Alfa Romeo e nel '33 partecipa alla Mille Miglia (lo farà altre due volte, ottenendo come miglior piazzamento un quarto posto), oltre che a numerose gare in salita e qualche gran premio (miglior risultato 3° posto nel GP di Norvegia nel '35 e primo nel Gp di Bucarest nel '37). Ottiene il primo grande risultato nell'ottobre del '33, quando realizza il record mondiale sul km con partenza da fermo, alla guida di una Maserati. L'apice della propria carriera di pilota, però, lo tocca nel 1936. E' in quest'anno che riesce a iscriversi al Gran Premio di Donington, grazie all'invito dell'asso inglese Richard Seaman (il pilota reputato più forte dell'Inghilterra dell'epoca). Seaman è in lotta serrata con una rivelazione, il cinese Bira, che rischia (a sorpresa) di soffiargli il campionato inglese, e sa che Ruesch ha da poco acquistato da Enzo Ferrari un vero bolide: l'Alfa Tipo C 8C-35, monoposto Grand Prix da 330 cavalli, con cui Nuvolari aveva vinto la Coppa Ciano nel 1935. I due si accordano per correre insieme il gran premio (all'epoca si poteva fare con punteggio dimezzato), condizione necessaria per permettere allo svizzero di correre. Ruesch domina la corsa con due minuti sugli inseguitori, poi lascia il mezzo a Seaman (uno che toglierà a Hitler la voglia di vedere le corse, vincendo il Gran Premio di Germania sotto gli occhi del dittatore) che controlla la situazione e artiglia i punti che gli permettono di vincere il titolo. E' un acuto a cui fanno seguito numerosi successi in giro per l'Europa (27 su circa 100 corse), ma Ruesch inizia a pensare alla carriera di scrittore. Nei tempi morti, nei box, prende i primi appunti di quello che diventerà Gladiatoren, ovvero il suo romanzo sul mondo delle corse ("Della prima gara in circuito alla quale ho partecipato ricordo che eravamo in sedici partecipanti. Di questi sedici, dodici sono morti in corsa nel corso degli anni. Noi, i vecchi, non consideriamo i piloti di oggi dei piloti, perché non abbiamo mai considerato le corse moderne delle vere corse."). Lo scrive in tedesco e lo ultima nel 1938, proprio quando chiude con le competizioni ed emigra negli Stati Uniti. Tornerà a correre nella riunione estiva del 1953, chiudendo definitivamente la carriera, dopo quattro uscite, a Merano a causa di un sinistro identico a quello in cui aveva perso la vita uno dei principali protagonisti di Gladiatoren. Quando si dice l'ironia del destino...

Copertina d'epoca de IL NUMERO UNO.

La scrittura lo porta a leggere in continuazione ("Scrivevo tutti i giorni, perché non si deve mai smettere di scrivere. Se uno non ha niente da scrivere deve scrivere lo stesso. Anche se non deve lavorare a un romanzo, anche se non deve scrivere un articolo, uno scrittore non deve mai stare fermo."). Conosce Remarque che gli suggerisce di approfondire la lettura di Hemingway e di Conrad, in risposta Reusch gli chiede una frase di promozione del suo primo romanzo, ma il tedesco è freddo e astioso: "Nemmeno per sogno. Io ho dovuto combattere in modo tremendo per trovare un editore, mentre se io scrivessi un complimento per te tutti vorrebbero pubblicare il tuo libro..." Remarque scriverà in seguito anche lui un romanzo sulle corse, Il Cielo non ha Preferenze, usando però tale mondo più da cornice di una storia tragica piuttosto che da spunto di riflessione sulla psicologia e sulla filosofia dei piloti (come invece aveva fatto Ruesch).
Nel 1940 il volume viene edito anche in Italia, da Garzanti, che lo pubblica col titolo I Gladiatori. Il vero successo però arriva col secondo romanzo, dal titolo profetico: Top of the World (Paese dalle Ombre Lunghe). Lo pubblica questa volta in inglese, a New York, e ottiene un successo così forte da scomodare Hollywood che acquista i diritti di entrambi i romanzi di Ruesch. Nel frattempo, I Gladiatori, viene distribuito da Ballantine anche in America col titolo The Racer (1953) e ristampato l'anno dopo, in Italia, col titolo con cui oggi lo conosciamo. Ruesch è al settimo cielo, frequenta Hollywood, diviene amico di Charlie Chaplin (testimonierà a favore del famoso attore, in un processo che lo vedrà coinvolto). Nel 1955 esce sui grandi schermi Destino sull'Asfalto con Kirk Douglas protagonista, primo kolossal di Hollywood sull'automobilismo. Subito seguito, nel 1959, da Ombre Bianche per l'interpretazione di Anthony Quinn.
Ruesch ce l'ha fatta. E' diventato uno scrittore di successo e inizia anche ad avere fama e denaro (grazie soprattutto alle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi). Pubblica altri libri di un certo pregio commerciale e tutti di argomento diverso l'uno dall'altro, come Paese delle Ombre Corte (1959) e Partita di Caccia (1964), finché non decide di intraprendere una battaglia nobile che lo porterà al crollo e al boicottaggio da parte del mondo letterario, finendo isolato e ostaggio di una marea di processi in giro per l'Europa. All'insaputa dell'editore, la Rizzoli, nel 1976, da alle stampe un volume in cui attacca in modo deciso e circostanziato l'industria farmaceutica e la pratica della vivisezione animale. L'opera, L'Imperatrice Nuda, ottiene recensioni favorevoli e sarà considerata negli anni una pietra miliare del genere, ma non piace per nulla ai poteri forti. La stessa Rizzoli fa di tutto per boicottarla, perché fa venire i pruriti ai finanziatori dell'editore. Viene così ordita una campagna contro l'autore che lo porta al netto declino (in Stati che si professano Liberal-Democratici e non a Cuba, n.d.r.). Anche le precedenti opere, che pure avevano venduto anche tre milioni di copie, vengono quasi censurate, tolte dalle librerie e biblioteche. E' la triste punizione nei confronti di chi ha cercato di combattere per una giusta causa, una causa però tale da rischiare di determinare gravi danni economici a chi lucra a danno altrui. Ruesch avrà la soddisfazione di esser definito "la bandiera per chi lotta per i diritti degli animali" senza però ottenere appoggio da chi avrebbe potuto. Una gemma quasi nel deserto la sua, perché per gli altri risuona la classica e pragmatica riflessione: "Troppo rischio per un uomo solo", tanto per fare il verso a un famoso film, questa volta italiano, che, ironia della sorta, ha per protagonista proprio un pilota.

Luca Delli Carri che, in occasione della ristampa de Il Numero Uno, si è incaricato dell'onore di intervistare l'autore così lo ha definito: "Quando incontri gente come Ruesch è come trovarsi in mezzo al mare su una piccola barca, con un transatlantico che ti passa di fianco, sfiorandoti; rimani senza respiro, e la sensazione dura a lungo, per tutto il momento in cui la grossa nave passa; il cuore batte forte; solo poi torni a respirare, a vivere; non sai cosa, ma qualcosa di importante è appena successo nella tua vita." Parole che proiettano Ruesch in una dimensione che sa di immortale e che, alla luce di quel che si legge dalla storia di questo uomo, sono più che meritate. Un campione dello sport prima, poi affermatissimo autore che decide di rischiare tutto per un'ideologia nobile: la difesa degli animali contro pratiche, a suo dire (verosimilmente a ragione), inutili e prive di supporto scientifico, e dunque ipocrite, false, strumentali solo a fare cassa sulle sofferenze di esseri incapaci di difendersi. Quanto più di meschino non si potrebbe fare, specie se si è consci dell'inutilità degli esperimenti in questione. Dunque un uomo meritevole del massimo rispetto, un "condottiero" che non si è mai nascosto e che si è battuto proprio come i piloti di un tempo sapevano fare ogni volta che salivano su un bolide da competizione, con l'incertezza poi di potervi scendere tutti di un pezzo una volta ultimata la corsa..

L'opera censuratissima di RUESCH di cui lo stesso andava maggiormente fiero, 
ma che ne decretò il declino e la persecuzione processuale.

Gladiatoren, poi ribattezzato The Racer, è il romanzo di debutto di Hans Ruesch. Lo scrive a 25 anni, nei ritagli di tempo, ma piazza subito un piccolo grande capolavoro. Il volume, ristampato in Italia col titolo Il Numero Uno, ha come principale obiettivo l'introspezione nei diversi profili mentali dei piloti dell'epoca d'oro delle corse, ovvero del periodo ante guerra. Ruesch, da buon ex pilota, mette molto delle esperienze acquisite sul campo, evita ipocrisie e racconta il tutto con una vena melanconico-drammatica, a tratti cruda ma assai vicina alla realtà. Non a caso quasi tutti i personaggi che il lettore andrà a incontrare sono ispirati a personaggi reali, così come le auto menzionate sono proiezioni immaginifiche (nei nomi) delle principali case automobilistiche dell'epoca. Più che il soggetto, all'autore interessa caratterizzare l'ambiente delle corse (grande cura nella descrizione dei tracciati) e ancor di più la filosofia e la psicologia di uomini disposti al più grande dei sacrifici (la vita) pur di battere i rivali alla guida di proiettili viaggianti.
Il soggetto è orchestrato sula parabola, dapprima ascendente e poi discendente, di un pilota tedesco (Erwin Lester) che riesce a entrare in una squadra di vertice, la Gayer (altro non è che la Mercedes), dopo aver preso parte a svariate competizioni da privatista e aver digerito molti bocconi amari. Il giovane arriva quasi al punto di esser costretto ad abbandonare la carriera, in quanto impossibilitato a poter competere alla pari con i piloti dei team ufficiali e non ritenuto all'altezza per guidare una Burano (cioè la Ferrari). Ogni tentativo del tedesco, infatti, sarà respinto dal team principal italiano che finirà per ingaggiarlo solo come venditore. Solo l'improvviso ingresso nel circus delle corse di una nuova squadra con ambizioni di vertice, per giunta della stessa nazionalità del protagonista, permetterà a Lester di poter dimostare tutto il suo valore. E' il classico colpo di fortuna che capita solo a pochissimi eletti.

Ruesch parte subito forte, aprendo la storia con il duello tra il protagonista e il blasonato brasiliano Sandiego durante una Millemiglia. Prologo dunque colorato da tinte epiche, in virtù di una descrizione minuziosa delle modalità di svolgimento delle competizioni dell'epoca e dei trucchi, più o meno volontari, per sorprendere gli avversari (tipo guidare di notte a fari spenti). Ruesch è perfetto, lo aiuta il fatto di aver corso lui stesso in queste prove, e con un stile asciutto, mai banale, riesce a trasmettere persino i sapori e le sensazioni dei suoi protagonisti. L'analisi dello svizzero è profonda, sentita, mai smielata o condita di virtuosismi gratuiti. Le rinflessioni del suo protagonista sconfinano nella filosofia e sono rese con un lessico elegante da scrittore di razza. Dapprima è consumato dall'ansia di poter correre su una macchina vincente, sensazione amplificata dal passare infruttuoso degli anni, poi da quella di sbaragliare la concorrenza degli anziani compagni di squadra (raffigurati, a ragione, come degli ostacoli che soffocano il talento altrui) infine di controllare il successo trasformandosi lui stesso in uno di quegli anziani un tempo odiati. Calzante, a tal ragione, il seguente stralcio: "I giovani sono i migliori, sempre. Ma non hanno modo di provarlo. I vecchi si tengono solidamente aggrappati alla cima della montagna del successo, e dalla loro posizione possono facilmente respingere i giovani che ansimano ai loro piedi. I giovani hanno maggior diritto a quel posto, perché sono più forti e più bravi e più capaci; hanno tutte le carte in mano fuorché una: essi sono al disotto e i vecchi li possono tenere a distanza colpendoli a calci sul capo... Piloti più giovani e forse più capaci di me cercheranno di colmare la differenza tra la loro vettura e la mia a prezzo di un maggior rischio e talvolta pagheranno la loro temerarietà con la propria vita. Altri si ritireranno, amareggiati e delusi..."

Inevitabili i conflitti tra compagni di squadra, perché, come si suol dire, il primo rivale è sempre colui che dispone della stessa macchina poiché non si possono accampare scuse a giustificazione di un insuccesso. "La prima corsa era terminata e fra i quattro assi erano scoppiate le ostilità: ognuno contro tutti e tutti contro ognuno." Gli scontri saranno tanto duri da far sbottare il titolare della Gayer che vuole invece vincere con una macchina, a prescindere da chi la guidi: "Io voglio una squadra disciplinata, altrimenti non so di che farmene. Sul principio ho lasciato che i miei piloti si combattessero fra loro, perché volevo che le nostre vetture venissero forzate al massimo; ma ora dobbiamo raccogliere il frutto delle nostre fatiche, ora abbiamo bisogno di vittorie, e non possiamo permetterci d'avere un campo diviso, con i membri che si bisticciano come tante prime donne... Dal nostro vivaio di principianti mi alleverò un pugno di piloti capaci che mi obbediranno come tante reclute e allora potrò mandare a spasso tutti i signori campioni".

Emergono così profili e strategie diverse, Ruesch elenca, utilizzando i vari personaggi, i diversi prototipi di pilota (quello pulito, quello che rischia tutto, lo spaccone, il calcolatore, il dandy, e via dicendo), ognuno con il suo cruccio particolare (esempio Dell'Oro, la caricatura di Nuvolari, indossa foulard giallo e pretende che gli si colorino i raggi delle ruote di giallo). La caratteristica pressoché costante che lega tutti questi soggetti è l'atteggiamento machiavellico, ciascun pilota è disposto a indurre in errore anche il compagno di squadra, talvolta a tradirlo, pur di vincere ("Nel nostro mestiere i grandi sono di solito poco amabili e poco amati. Chi vuole arrivare in alto deve aver voglia di battersi, e non di indietreggiare, nemmeno dinanzi al sangue: ne a quello dei rivali né al proprio."). Ne derivano personalità prive di amicizie, che hanno conoscenze solo perché sono campioni in pista e vincono gare. Individui che non guardano al futuro, a cui interessa poco costruire relazioni interpersonali perché sono abituati alla droga del successo, al bisogno della competizione e quindi dell'affermazione sull'altro. Per uomini del genere non esistono compromessi, c'è solo la voglia di emergere e di demolire i rivali per dimostare chi è il più abile alla guida. Così Lester risponde all'amarezza della moglie: «Non abbiamo amici, ma in compenso abbiamo molti nemici e questi valgono altrettanto. Anche i nemici pensano, parlano, sognano di noi, e probabilmente più spesso di quanto farebbero gli amici. Anche il luoro cuore batte più forte quando ci vedono; e anch'essi ci ricorderanno dopo che saremo morti.»

In tutto questo si inseriesce la relazione amorosa tra Lester e una giovane rampolla di una famiglia bene. Ruesch tratteggia le problematiche di un rapporto di questo tipo, evidenzia le sofferenze della donna che vede il proprio uomo scendere in pista temendo ogni volta che possa non farvi ritorno. Impossibile cambiare questi uomini, sebbene la donna tenti in tutti i modi di trasformare il proprio amore nella sua proiezione mentale ideale. Non mancano infatti scene di morte o infortuni talmente gravi da lasciare menomati i piloti, con le donne che soffrono accanto a loro o restano ghiacciate ai box colte da un terrore paralizzante. Lo stesso protagonista resterà coinvolto in uno schianto che lo costringerà a camminare sostenendosi a un bastone (l'ispirazione è Rudolf Caracciola). In tutto questo si inserisce la volontà del pilota di razza di non farsi una famiglia, perché avere figli comporta delle responsabilità e questo incide sull'atteggiamento mentale, contaminando l'estro di pazzia di cui un corridore non può fare a meno: "qualsiasi affetto o senso di responsabilità è deleterio in questo mestiere. E se poi nascono figli? Allora ci si preoccupa per la loro sicurezza più che della propria carriera, e quando un corridore comincia a temere per la propria pelle, è giunto il momento di cambiare mestiere." E' la famosa civilizzazione di cui si parla anche in Rocky III, quando l'allenatore di Rocky cerca di convincerlo a ritirarsi perché ha smarrito la cattiveria agonistica (dote indispensabile per primeggiare, lo rimarca più volte anche Lester).

Le donne, in queste storie, non sono figure ornamentali, anzi... Hanno un'influenza importante sulla tranquillità dei propri uomini, addirittura dimostrano di avere un carattere più forte, persino prevalente tanto da spingere i compagni, una volta lasciati, a meditare il suicidio spettacolare in gara. E' proprio la donna (non solo la compagna del protagonista, ma anche altre figure femminili) a tenere vivi i compagni, a motivarli, a fungere da elemento portante, persino a comportarsi da procuratori andando a coinvincere il capo squadra con un temperamento in stile Adriana di Rocky Balboa.
"Ma crede che uomini del genere possano mai diventare autentici campioni?" chiede la moglie del protagonista al capo squadra che vorrebbe dei piloti soldato. "Ripensi un po' a tutti quelli con cui ha avuto a che fare e che erano veramente grandi! Crede che uno dei suoi giovincelli rispettosi rimarrà al volante quando la scatola del cambio si surriscalda e comincia a bruciargli i piedi? Che resisterà per ore e ore sempre con massimo rendimento quando la pioggia gli sferza la faccia come aghi e una pietra gli spezza un dente... E se un uomo ha da essere ostinato, ardito e prepotente sulla pista, egli sarà così sempre, e non soltanto quando glielo ordina lei! Herr Direktor, se lei si intendesse di creature umane quanto di macchine da corsa, allora sarebbe felice che mio marito sia come è: allora capirebbe ch'egli è fatto della stoffa degli assi! " Donne dunque forti che uniscono questa invidiabile dote caratteriale al fascino tipicamente femminile ma che, alla lunga, vengono a sentire la mancanza di quel romanticismo e di quella passione che simil soggetti, talvolta, non possono offrire perché legati a un futuro aleatorio e incerto, al bisogno di sfidare continuamente la morte e, in cuor loro, di morire da eroi in gara così da poter cristallizzare un mito che altrimenti finirebbe col ridemensionarsi al decorrere degli anni.
A differenza del film di Stallone, l'epilogo è triste, privo di speranze. L'amore di coppia si sgretola, per la freddezza di Lester che è diventato una macchina apatica che vince senza più entusiasmarsi e che non ha altre passioni al di fuori delle corse. La sua compagna si innamora di un emergente irlandese (costruito a immagine e somiglianza di Richard Seaman) compagno di squadra di Lester e che entra in forte competizione con lo stesso (sembra un po' ricordare la storia di Achille Varzi che soffiò la donna  a un collega). Finirà vittima di un incidente così grave da chiedere al rivale, una volta ricoverato in ospedale, di sopprimerlo perché non potrà più avere una vita normale. Ruesch, velatamente, piazza così un ottimo e avveneristico spunto anche sull'eutanasia. Lester intanto medita, a sua volta, il suicidio, perché non accetta la separazione e si accorge solo adesso di quanto una forte figura femminile sia importante. Il finale rimane ambiguo, ma non promette niente di buono...

Il Numero Uno, nonostante l'ambientazione di metà anni '30, è un romanzo che non risente degli anni, ben sviluppato e che può essere letto, per gli spunti psicologici e filosofici, anche da chi non è interessato agli sport dei motori. Davvero una prova eccelsa che la Fucina Editore ha fatto assai bene a rispolverare dall'oblio. Assolutamente consigliato l'acquisto. Perla.

La locandina della trasposizione cinematografica de IL NUMERO UNO.


"I libri ci accompagnano nella nostra vita, come fossero degli amici dei quali di tanto in tanto ci ricordiamo e ai quali pensiamo, con affetto, magari sfruttandoli anche, per una citazione, o per sostenerci in un momento difficile. Sono niente, eppure possono diventare tutto" (Hans Ruesch).

martedì 24 febbraio 2015

Recensioni Narrativa: L'ISOLA DEL TESORO di Robert Louis Stevenson




Autore: Robert Louis Stevenson.
Anno: 1883.
Genere: Avventura.
Pagine: 190.

Commento di Matteo Mancini.
Classico assoluto della narrativa inglese catalogata "per ragazzi" che porta la firma dell'erede artistico di Walter Scott ovvero lo scozzese Robert Louis Stevenson.
Autore classe 1850, Stevenson è un maestro del genere avventuroso e di quello fantastico, oggi ricordato soprattutto per alcune opere che, nell'immaginario collettivo, hanno dato vita a dei veri e propri archetipi, uno su tutti, sulla scia di quanto scritto da Mary Shelley, è la figura del mad doctor che compie esperimenti scientifici da cui si innescano conseguenze mostruose.
Scrittore appassionato di viaggi e con un'infanzia agiata poi evoluta in una vita dissoluta. Stevenson, come molti suoi colleghi, ha un'educazione bigotta e calvinista, cresce sui libri, anche perché ha una salute cagionevole (problema che si porterà dietro per tutta la vita), è seguito in tutto. Il padre è un ingegnere specializzato nella costruzione di fari, professione che porta lo stesso Robert a intraprendere il corso universitario di ingegneria. Il giovane però ha altro per la testa, vaga sempre con un libro in tasca e un taccuino su cui appuntare la proprie impressioni. Cambia corso, si iscrive a giurisprudenza e completa gli studi, sebbene neppure la professione legale lo convinca fino in fondo. Comincia a frequentare ambienti anticonformisti, adotta atteggiamenti da bohemien e si accompagna a personaggi ambigui che non trovano il consenso della famiglia. Minaccia di sposare dapprima una prostituta, da cui è attratto per i racconti folkloristici che la stessa gli svela, poi incontra la prima delle due Fanny della sua vita, una donna molto più anziana di lui che lo affascina per le indubbie capacità intellettive. Infine, dopo essersi trasferito in Francia, si fidanza con una donna americana, anch'essa di nome Fanny, sposata e con un figlio a carico. Per il perbenismo del padre è troppo e la conseguenza è quanto mai ovvia: Robert deve fare a meno dei contributi familiari ed è costretto a una vita ai limiti della questua. Ciò non frena il desiderio di avventura del giovane che si specializza in viaggi in canoa e si sposta di continuo di nazione in nazione. Nel 1879 emigra, in condizioni da viaggiatore clandestino, negli Stati Uniti dove sposa la fidanzata non appena questa riesce a ottenere il divorzio. Si riappacifica anche con la famiglia, colpita dalla sua determinazione e dal suo spirito intraprendente. E' questo il momento più florido della sua carriera. A trentatré anni scrive quello che è il suo primo capolavoro: Treausure Island, L'Isola del Tesoro, che realizza per divertire il figlioccio, senza alcuna pretesa ulteriore.
A causa dell'aggravarsi dello stato di salute, è affetto dalle conseguenze della tubercolosi, si sposta di continuo tra Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Stende, a stretto giro di posta, quelli che saranno ricordati quali i suoi migliori lavori: il cult, a metà strada tra horror e sci-fi, Lo Strano Caso del Dr. Jekyll & Mr. Hide (1886), il romanzo storico La Freccia Nera (1888) e il drammatico Il Signore di Ballantrae (1889). Nel 1889, per potersi curare al meglio, si trasferisce definitivamente nelle Isole Samoa, ad Apia, dove intraprende subito una lotta politica in favore degli indigeni contro lo sfruttamento dei colonialisti. Viene chiamato da tutti con il nomignolo di Tusitala ("colui che racconta le storie") e si fa ben volere dai locali al punto che, una volta deceduto per un improvviso ictus nel dicembre nel 1890 (a soli quaranta anni), viene condotto a spalla dai samoani fino alla vetta del monte più alto dell'isola dove viene sepolto in segno di riconoscenza.
Autore quindi ribelle, votato all'avventura, soprattutto alla navigazione, tanto da riportare le proprie esperienze in cronache di viaggi e romanzi semi-autobiografici. Sintetizzò bene queste sue passioni una lettera che spedì a un amico in cui scrisse: "La storia della mia vita è, per me, più bella di qualsiasi poema."

ROBERT LOUIS STEVENSON.

Treasure Island da noi pubblicato col titolo L'Isola del Tesoro è un romanzo reputato un classico della narrativa per ragazzi, uno di quei testi che un po' tutti hanno letto e che ha avuto oltre cinquanta trasposizioni cinematografiche e televisive, la prima nel 1920. Uscito a episodi sulla rivista inglese Young Folks a cavallo tra il 1881 e il 1882 col titolo Sea Cook ("Il Cuoco di Mare"), fu pubblicato in volume nel 1883 venendo presto tradotto in più lingue e ottenendo l'approvazione del primo ministro inglese e dello scrittore Henry James.
La trama la conoscono tutti. Tutto verte su una mappa di un tesoro di 700.000 sterline sepolto su un isola caraibica da un vecchio pirata deceduto. Protagonista assoluto è Jim Hawkins, un giovane adolescente che si trasforma in uomo proprio nel corso di questa vicenda, tanto da poter definire i fatti che si troverà ad affrontare come una serie di esami iniziatici alla futura vita da adulto. Si parla, a ragione, proprio per questo di Romanzo di Formazione. E' proprio Hawkins a scovare, a inizo romanzo, la mappa strappandola dalle tasche di un rozzo pirata (Billy Bones) morto nella locanda (Ammiraglio Benbow) che gestisce insieme alla madre. Ed è sempre lui, indirettamente, a far organizzare la spedizione che da Bristol partirà alla ricerca della ricchezza perduta.
Stevenson traccia su questa base iniziale uno sviluppo che diverrà un classico di centinaia di soggetti, penso soprattutto al cinema western all'italiana. Viene cioè strutturata una storia dove gli accordi presi da tutti i soggetti coinvolti, circa una ventina di marinai, vengono stravolti per la sete del denaro. Il tesoro (di cui solo alcuni conoscono le coordinate) diviene trappola di morte che punisce gli avari, ma anche coloro che, ignari e rispettosi della parola data, pagano le conseguenze della malvagità altrui. Si innesca così una battaglia tra due fazioni che rompono l'equilibrio iniziale e che cercano di estorcersi confessioni e promesse a vicenda. Da una parte abbiamo gli inflessibili organizzatori del viaggio, tra cui Hawkins, dall'altra i rivoltosi che rispondono agli ordini di uno dei migliori personaggi del romanzo. Sto parlando di Silver Long John, il cuoco della Hispanola (questo il nome della barca sui cui viaggiono i marinai), vecchio pirata sprovvisto di una gamba, che se ne va in giro con un pappagallo sulla spalla e che si rivela un vero e proprio doppiogiochista (qualcuno vi vede un simbolo utilizzato da Stevenson per sottolineare l'ambiguità della morale umana, ricostruzione che non condivido vedendovi invece le caratteristiche di un abile manipolatore opportunista). Ruolo, quest'ultimo, da vera e propria canaglia tanto cara agli sceneggiatori nostrani degli anni '60 e '70 (diverrà lo stereotipo di certi personaggi western). Così viene descritto nel testo: "Non è un uomo qualunque... Da ragazzo ha fatto i suoi studi, e parla come un libro quando ha voglia; è bravo poi! Un leone è nulla, al paragone di Long John! Io l'ho visto alle prese con quattro, e fracassar loro la testa, una contro l'altra, lui disarmato!"

Long John Silver.

Purtroppo, a mio avviso, il romanzo paga una certa staticità dopo un'interessante prima parte. Molti capitoli sono dedicati ai movimenti dell'Hispanola, alle scene di battaglia a colpi di moschetto o a cariche all'arma bianca tutte inscenate su un'isola fantasma (in realtà vi è un superstite di un precedente viaggio) rigogliosa di vegetazione dove è nascosto il tesoro e dove sono presenti delle postazioni figlie dell'approdo dei pirati collegati al carico di monete su cui i ricercatori vorrebbero mettere le mani. In sostanza, tutto si risolve nello scontro tra due distinte fazioni inizialmente cooperanti.
Stevenson caratterizza bene i personaggi, in particolare la figura del marinaio/pirata evidenziandone gli atteggiamenti straccioni e la facile propensione all'alcool e alla vita priva di regole. "Così è per tutti i cavalieri di ventura. Essi vivono duramente e rischiano la corda, però mangiano e bevono come pascià, e quando una crociera è finita, olà, sono centinaia di sterline che gli entrano in tasca. Il guaio è che la maggior parte se ne va in rum e sciali, e tornano in mare con la camicia... I cavalieri di ventura, generalmente, si fidono poco gli uni degli altri, e hanno ragione." Infatti non perderanno occasione per mettere in piedi un piano che porterà alla morte di quasi tutto il personale, sebbene Hawkins, sempre lui, riesca a sapere fin da subito, per mero caso, del piano di Long John origliandolo mentre è nascosto in una botte piena di mele. Ed è su quest'ultima figura che Stevenson costruisce il successo dell'opera. Scrive il romanzo in modo tale da far immedesimare il giovane pubblico di lettori nel protagonista.

E' Hawkins a fare il bello e il cattivo gioco nella storia. Tutti i passaggi che portano avanti la narrazione partono da lui, dal rivenimento della mappa, alla scoperta del piano di diserzione, quindi al recupero della Hispanola finita nelle mani dei traditori, passando per i primi omicidi e le missioni eroiche di cui si rende protagonista (il taglio degli ormeggi o le escursioni che lo portano a imbattersi in Benn Gunn, l'unico ospite dell'isola). Il "fascino" dell'opera è tutto qui, non essendovi presenti sottotrame particolari (se non quella della sete del denaro che porta alla morte e al mancato rispetto degli impegni presi). Questo aspetto, che per alcuni è un pregio (tra questi Piero Dorfles che la definisce "La più travolgente storia di viaggio, di mare, di tesori, di pirati che sia mai stata scritta"), è a mio avviso un limite che ridimensiona l'importanza contenutistica del testo (non quella storica del romanzo) che offre poco che possa far riflettere un lettore adulto e che non ha sviluppi che potremmo definire geniali e caratterizzanti. Questa ovviamente è la mia modesta opinione, peraltro su un romanzo che è considerato da tutti una delle maggiori opere della letteratura inglese.

La trasposizione cinematografica italiana del 1972.
Regia di Andrea Bianchi con Orson Welles nei panni di Long John.

Mi piace concludere con un bel commento fatto dal citato Dorfles e inserito nel suo "I cento libri che rendono più ricca la nostra vita". Un commento dal sapore vagamente alchemico che, forse, getta luce sulla vera ragione che ha decretato il clamoroso successo avuto dal romanzo: "L'Isola del Tesoro è il sogno di un ragazzo che immagina avventure travolgenti in lidi lontani, lotte all'ultimo sangue con i pirati, rischi mortali, e soprattutto un ruolo da protagonista, come tutti i ragazzi sognano di avere, perché nei loro sogni proiettano l'aspettativa della vita adulta, che vogliono piena, ricca e felice." Orbene, per ricollegarmi a quanto ho detto nel testo, come sintetizzare questa bellissima interpretazione di Dorfles se non come esperienza iniziatica che funge da ponte tra l'adolescenza e la maturità?

Un ultimo cenno al leit motiv musicale che accompagna la storia e che risunonerà nelle orecchie soprattutto di chi ha visto i film tratti dall'opera di Stevenson: "Quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum! Il vino e il diavolo hanno fatto il resto, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum!"

venerdì 6 febbraio 2015

Recensione Narrativa: CARNACKI - L'Indagatore dell'Occulto di William Hope Hodgson.


Autore: William H. Hodgson.
Anno: 1910-1912.
Genere: Narrativa del Terrore.
Editore: Manni.
Pagine: 256.
Prezzo: 17 euro.

Articolo / Commento a cura di Matteo Mancini.
Siamo alle prese con uno dei pilastri della narrativa fantastica inglese di primo inizio secolo, il riferimento corre ovviamente al secolo ormai passato, sebbene non si tratti di uno dei cavalli di battaglia dell'autore. Il volume qui oggetto di esame infatti, ispirato ai celebri indagatori dell'occulto ideati da Joseph Sheridan LeFanu (Hesselius) e soprattutto da Algernon Blackwood (John Silence) nonché suggerito dal clamoroso successo ottenuto dalla saga Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, costituisce una delle basi di partenza per lo sviluppo di un sottofilone del genere fantastico che confluirà poi, a metà degli anni '80, in un fumetto di clamoroso successo quale Dylan Dog della Bonelli Editore. Procediamo però per ordine e andiamo a conoscere l'autore.

William Hope Hodgson è un personaggio piuttosto singolare tra i c.d. Maestri della Letteratura Fantastica con aspetti che lo accomuneranno al belga Jean Ray e al polacco Joseph Conrad. Originario dell'Essex e membro di una famiglia numerosa formata da qualcosa come dodici fratelli, mostra subito un temperamento portato all'azione e all'avventura. A differenza di molti dei suoi colleghi del ramo, Hodgson non entra a far parte di società più o meno segrete e la sua vita non sembra legata al mondo dell'esoterismo. Si imbarca giovanissimo, vive per circa otto anni lontano da casa, viaggiando in giro per il mondo in qualità di marinaio. Sviluppa l'interesse per la fotografia, tanto da curare una serie di reportage sui tifoni in mare (aspetto su cui ricamerà molte delle sue storie, sulla scia del grande letterato polacco Conrad, suo doppio collega orientato però alla drammaticità delle storie piuttosto che alla componente fantastica), e per le arti marziali e il culturismo (aspetto che lo accomuna all'altro marinaio scrittore: il focoso Jean Ray) anche per potersi difendere dai ceffi con cui è solito avere a che fare. 
Rientrato in patria, in condizioni di ristrettezza economica, pensa bene di sviluppare le proprie esperienze lavorative aprendo una palestra a Blackburn, in cui ricopre il ruolo di istruttore, ma soprattutto inizia a scrivere. A trentadue anni da alle stampe la sua prima opera Naufragio nell'Ignoto (1907), The Boats of Glen Carrig, riscuotendo un discreto successo, ma non a sufficienza per farlo risaltare quale maestro del genere. Riesce comunque ad aprirsi una strada che farà scuola nell'ambito della narrativa dell'orrore. Grazie a una serie di racconti brevi e ad alcune novelle, tra cui I Pirati Fantasma (1909), The Ghost Pirates, raccoglie l'eredità lasciata da Edgar Allan Poe (con i racconti Maelstrom e Il Messaggio nella Bottiglia) e getta le basi per il c.d. Orrore Marino di cui sarà maestro insuperabile. Dotato di un estro visionario e interessato a pitturare le sue storie (ricorre spesso alla componente visiva indicando tonalità di colore) con descrizioni puntuali ma distorte della realtà che ci circonda, tenta la via della fantascienza dapprima con La Casa sull'Abisso (1908), The House on the Borderland (la sua opera più famosa, soprattutto per la riscoperta e la divulgazione che opererà la Arkham House di August Derleth) e soprattutto con un romanzo fiume (decisamente ridondante, aspetto sottolineato persino da uno come H.P. Lovecraft) pazzesco: La Terra dell'Eterna Notte (1914), The Night Land, capolavoro assoluto con cui chiude la carriera ad appena trentanove anni e con soli sette anni di attività. Scoppia infatti la prima guerra mondiale e l'impeto di Hodgson lo porta subito ad arruolarsi come ufficiale di artiglieria nella 171° Brigata della Royal Field Artillery. Combatte con grande valore nella battaglia di Ypres (curiosamente nella patria del suo epigono Ray che, grazie alla pubblicazione a fine anni '20 delle opere dell'inglese nella rivista Revue Belge, diverrà suo accanito fan) e muore prematuramente in combattimento nel 1918.

Il profilo di William Hope Hodgson.

Carnacki - L'Indagatore dell'Occulto è un'antologia postuma che raccoglie nove racconti, tre dei quali inediti, scritti da William Hope Hogson tra il 1910 e 1913. Si tratta di racconti brevi, trenta pagine circa di media, che Hodgson scrive per ragioni quasi alimentari. E' il periodo in cui furoreggia il duo esoterico Doyle-Blackwood e le riviste inglesi richiedono testi dove il ruolo del protagonista è riservato a un detective che indaga su casi più o meno insoliti. Hodgson, pur essendo maggiormente interessato a una narrativa di stampo onirico o comunque legato ai mostri delle leggende dei mari caraibici o orientali, si inserisce nel filone e plasma il suo Psychic Doctor. Nasce così Thomas Carnacki, nome di origine polacco (nel testo non si dice nulla), forse omaggio a Conrad (chissà, di certo Jean Ray omaggerà Hodgson con il suo Harry Dickson), cacciatore razionale di fantasmi che vive a Londra, nel quartiere di Chelsea. Hodgson ce lo presenta subito ne L'Entità Invisibile, The Thing Invisible, e a differenza di Blackwood o di Arthur Machen è fin da subito evidente l'approccio dell'autore. Così si esprime il suo personaggio: "Sono assai scettico circa la realtà dei racconti dei fantasmi; solo che sono quello che si definisce uno scettico senza pregiudizi. Non credo, né mi rifiuto di credere in cose per principio, così come molti sciocchi solitamente fanno e, quel che è peggio, come fanno alcuni di loro che non si vergognano di vantarsi della loro idiozia. Vedo tutte le presunte infestazioni come non dimostrate finché non le ho esaminate a fondo, e sono costretto ad ammettere che nel 99% dei casi si rivelano sciocchezze. Ma il centesimo! Be, se non fosse per questo avrei poche storie da raccontarvi, non trovate?"
Ecco che si manifesta da subito quello che sarà il marchio di fabbrica della mini serie. Racconti che si affacciano sul mondo occulto (più che esoterico) con un approccio razionale, quanto meno in apparenza (il nostro, oltre a fare uso di pistole con cui poi non sparerà mai, un po' come Dylan Dog, macchine fotografiche, pellicole ad alto tasso di sensibilità, ricorrerà a pentacoli alquanto bizzarri e a strani rituali medievali imparati su un testo introvabile: il Sigsand). Hodgson, per tutti i racconti, rispetterà questo minimo comun denominatore tanto che la maggioranza dei casi avranno la caratteristica, un po' in stile Radcliffe, di presentarsi come casi di infestazioni spiritiche o di possessioni più o meno diaboliche che si risolveranno poi in macchinazioni ordite da qualcuno che vuol conseguire dei vantaggi patrimoniali o amorosi, sfruttando leggende o condizioni ambientali.

Una particolarià del personaggio Carnacki, rispetto a uno Sherlock Holmes, è da individuarsi nell'umiltà del protagonista. Piuttosto schivo e poco portato alla parola, se non per raccontare le sue storie al quartetto di amici che, via via, invita a cena per informarli dei nuovi mirabolanti casi (fa accenni anche a storie che non sono poi state scritte da Hodgson), Carnacki non nasconde le proprie paure e le proprie difficoltà. In tutti i racconti, eccetto uno (Il Ritrovamento) che ha a che fare con un tentativo di truffa relativa alla falsificazione di un volume (stile Il Nove Porte del romanzo Il Club Dumas di Perez-Reverte, poi portato sugli schermi da Roman Polanski), finisce in difficoltà, in balia degli eventi. Il nostro, per mezzo della voce di un narratore (uno dei suoi quattro amici che funge dal Watson della situazione), si ritrova quasi sempre racchiuso all'interno del cerchio magico di natura "pentacolare", a volte tracciato a terra altre volte di natura elettrica, braccato dagli spiriti che aleggiano all'esterno. Lo vediamo goffo, sempre sul punto di soccombere, addirittura costretto a nascondere ai clienti un terrore che non gli inibisce però il lavoro. E', lavorativamente parlando, un generoso, atteggiamento che alla fine finisce sempre per premiarlo, con l'intuizione giusta che lo porta a chiudere l'intervento con brillantezza. Si ha la sensazione di immaginarlo alla stregua del Matt Hooper interpretatato da Richard Dreyfuss in Jaws, rinchiuso in una gabbia al cospetto di mostri antichi pronti a distruggerlo. Un caso emblematico, in questo senso, è offerto da Il Varco del Mostro o da La Casa fra i Lauri che si sostanziano proprio in questa lotta. Interessante poi sottolineare che ogni indagine condotta dal protagonista, sempre chiamato da clienti disperati (proprio come Dylan Dog), prenda sempre le mosse come indagine di natura terrena. Strumento fondamentale, decisivo in più di un caso, è la macchina fotografica posizionata su un cavalletto. E' grazie a essa che Carnacki nota indizi e dettagli decisivi che lo portano a scoprire più di una macchinazione (L'Entità Invisibile, Il Cavallo dall'Invisibile, La Casa fra i Lauri e L'Inquilino dell'Ultima Casa)... Non sempre, tuttavia, tali strumenti saranno sufficienti.

Edizione straniera del volume con l'appropriata stella, costante in 
tutti i racconti.

Ci sono quattro racconti, in particolare, in cui Carnacki si trova al cospetto dell'imponderabile. Il primo è il citato Il Varco del Mostro, caso in cui un'entità ectoplasmatica dalla forma di una mano gigante ha il pieno possesso, negli orari notturni, di una stanza stritolando tutto ciò che vi si trovi all'interno. Hodgson pone l'attenzione sul varco multidimensionale che permette alle forze dell'altrove di varcare la soglia e di interagire con gli umani. Fondamentale sarà capire la natura di questo varco in modo da porvi rimedio (in un caso è un anello, in altro è qualcosa racchiuso all'interno di un muro e così via). I racconti più riusciti dell'opera sono però Il Jarvee Infestato, in cui torna l'orrore marino caratterizzato da ombre sospese nel vento che aggrediscono al crepuscolo un imbarcazione in pieno oceano, e L'Uomo che Grugniva, tradotto altrove col titolo Il Verro e pubblicato postumo. Quest'ultimo racconto, piuttosto prolisso e non sempre chiaro nello sviluppo, è il più onirico dell'intera opera. Carnacki si trova sottomesso (lo salverà una sorta di intercessione divina) a quell'orrore cosmico e claustrofobico che sarà portato ai vertici da Lovecraft. Lo vediamo alle prese, grazie all'impiego di soluzioni decisamente fantascientifiche (applica dei sensori di sua creazione al cliente che gli permettono, difatto, di vivere gli incubi altrui), con delle creature celate da una coltre nebulosa paragonabile a una sorta di sabbie mobili. Carnacki e il suo assistito, privo di coscienza e assuefatto al richiamo dei mostri, vengono assorbiti nell'orrore orchestrato da creature che sembrano uscite da La Casa sull'Abisso (ritornano gli esseri antropomorfi dalla forma di maiale). L'intenzione di questi spiriti è l'annichilimento dell'anima dell'uomo. "Sono predatori. Saccheggiano e distruggono per soddisfare fame e ingordige, esattamente come altre forme di esistenza..." Hodgson si abbandona anche a un'analisi filosofica andando a tracciare quello che per lui è l'arché che sta alla base dell'universo. "Abbiamo così la concezione di un enorme mondo spirituale, generato da quello fisico, distante da questo mondo (che contiene), eccetto per i varchi... Questo mondo spirituale produce le sue forze e intelligenze, mostruose o no, proprio come il mondo fisico produce le sue."

Bello e appropriato, al riguardo, il commento di Gabriele Scalessa il quale afferma: "Carnacki concepisce l'essere umano in termini dualistici, come dotato di un'essenza corporea e di una spirituale, al punto che può accadere in taluni casi estremi che un individuo viva alcune esperienze con il proprio corpo, mentre invece la sua anima è da tutt'altra parte. Queste due essenze posseggono ciascuna una loro "vista": se gli occhi servono per vedere il mondo materiale, la vista mentale o spirituale permette di percepire le potenze che provengono dall'altrove." In altri termini, Hodgson ha una visione della realtà, come altri suoi colleghi (Machen su tutti), relativa, basata su diversi strati dimensionali da cui le varie potenze possono entrare o uscire. L'uomo sarebbe schiavo di illusioni, poiché niente è come sembra (la percezione materiale è frutto di un'interpretazione limitata dei nostri sensi). Aspetti questi che, nel mondo del cinema, sono stati esaltati da film quali Matrix, non a caso ne L'Uomo che Grugniva la morte all'interno dell'incubo (ovvero nella realtà parallela) porta anche alla morte definitiva dell'interessato nella vita di tutti i giorni, poiché determina l'annichilimento dell'anima componente necessaria per la sopravvivenza.

Bene, abbiano parlato dei contenuti, passiamo alla forma. Hodgson sceglie la via della semplicità. Pochi leziosismi e stile scorrevole, ma lento nello sviluppo delle varie storie. I racconti, più adatti a singole pubblicazioni che a dar corpo a un'antologia, seguono sempre lo stesso schema e gli stessi rituali (ritrovo di amici, inizio di storia, indagini preliminari, soluzione del caso). Anche le tematiche tendono a ripetersi non essendoci quella variabilità che, a esempio, ritroviamo nel John Silence. Hodgson è interessato ai soli fantasmi (non a caso il volume è stato pubblicato in Italia, la prima volta - nel 1978 - con il sottotitolo Il Cacciatore di Spettri, che poi peraltro è anche il corrispondente dell'edizione inglese chiamata, appunto, The Ghost Finder) e, più in particoalare, alle infestazioni di luoghi chiusi (cappelle, cantine, stanze). E' pertanto facilmente intuibile la conseguenza che ne deriva, con storie che, alla lunga, tendono a rendere noiosa la lettura continuativa del volume. Sono almeno tre i racconti da ricordare ma, lo ripetiamo, il vero Hodgson non è da ricercare qua. A ogni buon conto, Il Carnacki resta una tappa fondamentale da percorrere per chi sia appassionato della vera Letteratura Fantastica e per chi voglia scoprire le origini di certi personaggi (Dylan Dog su tutti) che hanno fatto la fortuna al giorno d'oggi.

Una raffigurazione del personaggio creato da Hodgson.
Ispirerà DYLAN DOG.

domenica 18 gennaio 2015

Recensione saggi: LAGHAT - Il cavallo Normalmente Diverso di Enrico Querci.


Autore: Enrico Querci.
Editore: Pacini.
Genere: Saggio Sportivo.
Anno: 2014.
Pagine: 120.
Prezzo: 11.90 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Acquistato appena giovedì scorso, 15 gennaio, all'ippodromo di San Rossore, e letto in appena due giorni. Volume che segna il debutto nell'editoria di Enrico Querci, speaker del campo a Pisa nonché giornalista di vecchia data (se mi legge forse mi lancia il microfono con fare lesionistico, anche se si tratta di un modo di dire per sottolinearne la compentenza e la longevità vista la sua esperienza ultraventennale); dunque un addetto ai lavori nel mondo dell'ippica in veste di cronista e di commentatore. A cinquanta anni suonati, Querci ha finalmente deciso di affrontare il mondo della carta stampata debuttando proprio con un volume dedicato a quello che, con tutta probabilità, è il suo mondo. Sto parlando naturalmente del mondo dell'ippica dove in Italia, per motivi a me ignoti, escono assai raramente dei libri a tema nonostante si stia parlando di uno sport un tempo tanto amato da politici e imprenditori (lo stesso Re di Italia aveva una scuderia e il suo fantino di fiducia era quel Thomas Rook che vinse il primo derby disputato a Roma e che ha altresì una via dedicata in quel di Pisa). Senza contare gli storici volumi firmati dal maestro Federico Tesio (una trilogia a base scientifica che costituisce il punto di partenza degli allevatori per lo studio degli incroci da praticare), sono appena una decina i saggi in italiano sull'ippica, molti dei quali riconducibili a una penna pisana: Renzo Castelli, più volte recensito in questo blog. Ebbene da novembre è uscito anche Laghat - Il Cavallo Normalmente Diverso con la prefazione del giornalista sportivo della RAI Claudio Icardi, un altro sempre presente quando si parla di ippica. 

L'autore Enrico Querci.

Di che tipo di volume si tratta? Siamo alle prese con un testo a metà strada tra il saggio giornalistico, la biografia e la narrativa. Enrico Querci parla di questo cavallo speciale, colpito da una malattia incurabile che lo ha reso cieco quando era ancora yearling (termine inglese per indicare i puledri di età superiore all'anno ma inferiore ai due, come spiegherebbe, penso, l'autore attento alla terminologia inglese definita la lingua ufficiale dell'ippica), e delle preoccupazioni del suo allevatore dapprima per il rischio di dover abbattere il proprio cavallo poi per quello di non poterlo mai vedere scendere in pista. E invece grazie alla caparbietà di un allenatore, Emilio Borromeo, all'epoca fresco vincitore del Derby di Roma (la più importante corsa nel panorama ippico italiano) con un cavallo dal nome che più cinematografico non si può ovvero De Sica (tanto per fare il verso a Icardi che inizia la prefazione parlando di Walt Disney Cinematografica), non solo è sceso in pista, ma in quasi dieci anni di attività ha vinto qualcosa come circa trenta corse (una cifra iperbolica per un cavallo impegnato nelle corse al galoppo). 

Laghat - Il Cavallo Normalmente Diverso però non è un libro solo sul cavallo, così chiamato in onore di una piccola cittadina del Nepal, ma è anche la storia dei due uomini che lo hanno più volte montato in pista. Da una parte il giovane Giuseppe Virdis, di cui sono narrati i sogni adolescenziali, la fatica per essere ammesso alla scuola di allievi fantini e poi la dura gavetta prima di poter alzare il frustino al cielo il giorno della consacrazione in pista. Pagine che scorrono via veloci e che regalano uno squarcio sul duro lavoro che sta dietro alle quinte di una corsa dei cavalli. Un lavoro fatto di passione, levatacce mattutine, sacrifici alimentari, trasferte continue e tempo libero ridotto al lumicino. Enrico Querci, a ragione, scrive: "Ci vuole una vera motivazione, una reale passione per fare il mestiere del fantino. Chi ci prova perché non ha di meglio da fare o perché sono della misura giusta per fare il fantino o perché in famiglia questo si è sempre fatto, dura poco e cambia strada." Dall'altra parte abbiamo l'altra faccia della medaglia, quella non professionistica ma altrettando appassionata e professionale. La storia, seppur meno dettagliata, di un gentleman (cioè amatore) di Pisa ovvero Federico De Paola (che io ricordo in sella anche al "mio" Fighter). Dei suoi inizi nei concorsi ippici e dell'improvviso amore per l'agonismo in pista. Querci omette le prime esperienze, di cui ho memoria, in cross country quando il buon Federico era spesso per le terre in quel di Novi Ligure, se la memoria non mi inganna. Non si dice neppure nulla circa i successi che poi il buon Federico riuscì a ottenere in pista, quando divenne forse il miglior gentleman toscano (mi preme qua ricordare anche un altro mitico ovvero l'attore Massimo Reale, il Montini del serial televisivo Classe di Ferro) prima di dover subire l'ascesa del figlio d'arte Stefano Botti, uno che dilettante era assai poco (infatti era un fantino appesantito che per questo correva con i "dilettanti" vincendo praticamente tutto). E' anche menzionato il mitico Frozen Look, che ricordo personalmente quando da bimbo passavo davanti al reparto in cui erano alloggiati i cavalli affidati alle cure di Romolo Valeri, primo allenatore ufficiale di De Paola (se non vado errato). Peraltro su Frozen Look mi piace ricordare un aneddoto legato al padre, Looking For, che ebbe un'altra storia che meriterebbe di essere scritta: fu sostituito al momento dell'acquisto da puledrino, credo, con un altro cavallo (Dentz). E' altresì curioso che i proprietari di Looking For avessero una giubba quasi identica a quella con cui corre oggi De Paola (un tempo in pista con una giubba simile a quella con cui correva il mio "Fighter").

Querci al microfono: Cavalli al tondino. 
L'occhio azzurro di LAGHAT.

Querci miscela il tutto usando come elemento per scandire la narrazione quello cronologico. Si parte dalla primavera del 2003 e si arriva al 2014, mostrando così gli sviluppi nella vita dei vari personaggi che si incontrano nella narrazione e che hanno intrecciato le proprie vicende con quelle del cavallo cieco. Ci sono parole per l'allevatore di Laghat ovvero quel Rosati Colarieti che quest'anno ha strappato con Dar Said (che pure non ha vinto, ma è stato il primo cavallo tra quelli allevati in Italia a classificarsi nell'ordine di arrivo) il premio destinato agli allevatori dei partecipanti al G.P.Merano meglio classificati, quindi per "Lupo" soprannome di colui che ha domato Laghat (passaggio obbligato per preparare un cavallo alle corse).

Molto belle le descrizioni dei lavori mattutini, delle soluzioni adottate per vincere la brutta abitudine di Laghat di girare la notte all'interno del box (non vi anticipo la soluzione, pigroni che non siete altro) e di vari aneddoti che per gli addetti ai lavori potrebbero sembrare scontati, ma che Querci fa molto bene a indicare essendo questo libro indirizzato in modo particolare a chi di ippica non ne mastichi tanto. Tra questi ultimi ci sono anche vari passaggi in cui il giornalista spiega aspetti tecnici elementari che stanno alle base delle corse, ci sono persino alcuni omaggi a Federico Tesio (lo storico allevatore di Ribot nonché creatore della Razza Dormello Olgiata) e qualche aneddoto storico culturale legato al settore (episodio di Shergar, a esempio).

LAGHAT gira al tondino con Federio De Paola.

L'ultima parte, a mio avviso la meno riuscita, è dedicata alle cronache delle corse del cavallo. Querci tende a diluire il materiale giocando sui vari punti di vista dei personaggi, inventa addirittura il punto di vista del cavallo (di qui la componente narrativa del lavoro) rifacendosi forse al volume Io, Ribot, La mia Vita da Figlio del Vento di Nicola Melillo (volume scritto proprio dal punto di vista del cavallo e che si diversifica, per questo, dal più convenzionale Ribot, Cavallo del Secolo di Renzo Castelli) . Quest'ultima soluzione permette all'autore di dar sfogo al romanticismo, alla vena sentimentale e al tentativo, direi riuscito, di stimolare le corde emozionali dei lettori che possono così immedesimarsi con le paure e lo stato minorato di un animale che corre alla cieca su quattro zampe.

Ne esce fuori un volume soprattutto biografico che costituisce la proverbiale ciliegina sulla torta nella lunga carriera di Laghat, il quale vede affiancare il proprio nome a quello di Ribot, essendo, insieme al portacolori della Dormello, l'unico cavallo a cui è stato dedicato un intero volume in italiano. Si tratta poi di un inno alla combattività, al superamento di quelli che potrebbero sembrare limiti insormontabili (De Paola afferma di aver sconfitto la timidezza grazie all'esempio del suo cavallo), ma anche un volume sulla fiducia reciproca tra uomini e animali, perché di fiducia un cavallo che corre nonostante la cecità deve averne tanta, più di chi decida di cavalcarlo. Ecco che trova spazio il sottotitolo Il Cavallo Normalmente Diverso, dove la diversità non è intesa quale handicap ma quale caratteristica distintiva da valorizzare e su cui ricostruire una carriera che possa, proprio per questo, rivelarsi un esempio per tutti. Sotto questa luce, a mio avviso, il testo avrebbe guadagnato ulteriori punti se fosse stato costruito attorno a più storie, poiché se è vero che il caso di Laghat è straordinario è altresì vero che di favole come quella del cavallo allevato da Rosati Colarieti ce ne sono. Tre cavalli al volo, tutti impegnati in corse a ostacoli: Aldaniti (citato da Icardi) che guarì da una zoppia dichiarata inguaribile peraltro condotto da un fantino che era stato dato per morto a causa di un tumore, Vilagos (che fu operato al palato molle, se non ricordo male) e Bashoofek che aveva anch'egli problemi di vista (vado sempre a memoria, anche perché reperire queste informazioni è quasi impossbile se non si è dell'ambiente) e che inziò la propria carriera ostacolistica da vincente proprio a Pisa (quel giorno c'ero!).

Dunque un volume per tutta la famiglia, che piacerà molto ai bambini come dimostra l'affetto di cui ha beneficiato il cavallo tanto da esser invitato in trasmissioni televisive e a eventi ippici a tema come quello organizzato dalla Società Merano Galoppo nella scorsa primavara.

Cavalli in pista... Lettori in libreria!

Bene, come direbbe Claudio Icardi, anche se in prefazione si è "limitato" ad accennare alla favola (reale) di Aldaniti e Bob Champion, non c'è più tempo per i ripensamenti, bisogna correre a esorcizzare il demone dellla svogliatezza e immergersi in una storia che ha dell'incredibile. Buona lettura!




mercoledì 24 dicembre 2014

Recensioni Narrativa: TUTTO QUEL BLU di Cristiana Astori


Autore: Cristiana Astori.
Genere: Thriller.
Anno: 2014.
Editore: Mondadori, collana Il Giallo Mondadori.
Pagine:257.
Prezzo: 4,90 Euro.

Commento di Matteo Mancini.
Terzo capitolo della mini saga che vede per protagonista la cacciatrice di pellicole Susanna Marino, personaggio creato dalla scrittrice piemontese Cristiana Astori in occasione dell'uscita del romanzo Tutto quel Nero (2011) e riproposto nel romanzo Tutto quel Rosso (2012).
Il volume qui oggetto di esame, uscito come i precedenti per la collana Il Giallo Mondadori, costituisce il terzo e, per ora, ultimo capitolo della serie. L'autrice ce lo presenta quale sequel ideale dei precedenti sforzi, prendendo le mosse proprio laddove si chiudeva il secondo episodio. Assistiamo infatti alla laurea della protagonista, con tutti i problemi connessi al difficile sbocco nel mondo del lavoro. L'inizio è lento, quasi teso a tracciare un profilo della società moderna. I giovani non riescono ad affermarsi come vorrebbero, non godono della comprensione dei genitori tanto che la protagonista viene rimproverata per aver studiato una materia (lo studio del cinema), all'apparenza, non spendibile sul mercato: "Te l'avevo detto io che non ti conveniva studiare" sbuffano i genitori della Marino che avrà modo di commentare in modo graffiante e comprensibile: "La classica saggezza retorica del genitore che ha sempre consigli da impartire per trasformarti in un clone a sua immagine e somiglianza." Sorte pressoché analoga si riscontrerà pure nella situazione di un giovane adolescente, che non conosce il padre, soffocato da una madre con un passato libertino ma passata agli ideali propri di un integralismo religioso che limita le forme di libertà. Il giovane si troverà così costretto a interloquire con un fantasma, il cantante degli AC/DC (Bon Scott) deceduto nel 1980 e ritornato dal Paradiso (o dall'Inferno) per compiere una missione (forse per riscattare i peccati di una gioventù bruciata): aiutare il ragazzo a ritrovare suo padre. Quindi assistiamo a due giovani in fuga dalla realtà. La Marino trova la sua pace nella ricerca di pellicole perdute, sogna il cinema e diviene parte integrante dello stesso in un gioco bizzarro dove il reale diviene fantastico e il fantastico diviene reale (eloquente, da questo punto di vista, Tutto Quel Rosso, ma anche questo numero, dove si verificano fatti identici a quelli mostrati nella finzione cinematografica); l'adolescente, invece, è proiettato in una realtà parallela che, allo stesso modo di quella della finzione, interagisce e determina la realtà.
Un altro tema trattato nella prima parte del romanzo è quello del problema del lavoro. Per lavorare, sembra suggerire la Astori, occorrono aiuti, spinte politiche, infatti la nostra verrà avvicinata da assessori e personaggi che le prometteranno un posto in un'istituzione pubblica a condizione di essere eletti. Insomma, un quadretto generale a immagine e somiglianza della nostra società, in particolare di quella contemporanea, caratterizzata dalla corruzione e da inflitrazioni, più o meno, mafiose negli organi di governo.

I tre capitoli della serie.

In questa cornice la Astori va a delineare l'intelaiatura del romanzo strutturato su tre livelli inizilamente l'uno indipendente dall'altro, ma che poi andranno a convergere e a intersecarsi verso la parte finale. Così abbiamo la nostra Marino che viene incaricata, da un detective privato a sua volta assoldato da un cliente sconosciuto, di recuperare la VHS del film L'Autuomo (1984) del regista Marco Masi. Naturalmente si tratta della traccia principale sviluppata parallelamente alle vicessitudini di un giovane adolescente, in fuga dalla madre, alla ricerca del padre potenzialmente minacciato da un assassino che uccide tutti coloro che si chiamano come quest'ultimo. Il giovane vaga dalla Lombardia al Piemonte protetto dal fantasma di Bon Scott. Le due tracce sono tenute unite dagli omicidi, sporadici, di un killer che uccide scimiottando il modus operandi del killer di Terminator (1984), uscito, guarda caso, proprio lo stesso anno del film di Masi. Seguiranno inoltre altri eventi strani (pirati della strada, topi di appartamento, pestaggi) su cui si innesteranno una serie di colpi di scena funzionali a depistare le indagini degli inquirenti (ancora una volta abbiamo poliziotti ottusi e pasticcioni) e dei lettori.
La Astori gioca molto sulle coincidenze, chissà forse fa parte di quelle persone secondo le quali la realtà non è mai frutto del caso e che credono che dietro a ogni coincidenza si nasconda un filo invisibile orchestrato da chi sta oltre la cortina del sensibile (da qui l'interferenza, come già avvenuto nel primo romanzo, di persone che non sono più tra noi). Di fatti è curioso, ma non certo casuale nella scelta operata dall'autrice, che Bon Scott sia nato lo stesso giorno di Soledad Miranda (il nove luglio), ovvero l'attrice tributata nel primo capitolo, e che lo stesso interferisca, proprio come aveva fatto la Miranda, nei fatti della vicenda.
Compaiono poi altre coincidenze come, a esempio, la citazione di un Marco Masi, omonimo del regista, che faceva il calciatore nel Pisa. Curioso poi notare come l'autore della colonna sonora di Terminator (peraltro citata in parte nel volume, il riferimento va a Bad to the Bone), Brad Fiedel, sia quasi omonimo dell'ex portiere della nazionale di calcio statunitense che si chiamava Brad Friedel. In una sorta di scambio di pedine che ricorda le battute di una partita di dama giocata da due scacchisti intrepidi e burloni. Per chi non ha letto il romanzo potrebbero sembrare aspetti marginali, ma non è così. Si tratta di elementi che diventano centrali data la presenza di un assassino che uccide tutti coloro che hanno un nome determinato, legato peraltro a un personaggio storico della trilogia e che, chiaramente, non corrisponde a Sarah Connor.

Cristiana Astori in assetto T 1000.

Il ritmo è meno sollecito rispetto ai due precedenti capitoli. Cala la componente orrorifica, ma anche il giallo subisce un ridimensionamento. Il tema centrale è quello del primo volume, la ricerca della VHS scomparsa (in luogo della pellicola), cambiano però le ragioni che stanno alla base di questa ricerca, anche se la protagonista ne è all'oscuro. Questa volta non ha a che fare con collezionisti malati e fanatici, sotto c'è qualcosa di più bieco e spiccio che non svelo per ragioni di opportunità.
L'attenzione principale dell'autrice, più che all'intreccio, è dedicata alla caratterizzazione psicologica dei personaggi. Lo abbiamo già detto a inizio articolo, e poi all'atmosfera generale che pervade il romanzo. Lo stile è fortemente visivo, asciutto, privo di fronzoli. Sembra quasi di leggere una sceneggiatura finalizzata a un'ipotetica messa in scena dominata da una fotografia dalle tonalità blu e fredde. Molte, inoltre, le citazioni di canzoni che gravitano attorno al blu, a sottolineare un gusto musicale assai sviluppato nell'autrice e che funge da commento sonoro della vicenda.
Un altro aspetto che traspare, ma non è certo una novità, è l'amore verso il cinema visto nell'ottica del fruitore finale, ovvero dello spettatore. La Astori regala spaccati che sembrano usciti dalla penna di Quentin Tarantino (mi riferisco a sequenze come quella presente in Bastardi senza Gloria quando si parla di come venivano materialmente realizzate le vecchie pellicole). Nell'ocassione ci si sofferma sulle abitudini illegali che negli anni '80 dominavano il mercato nero dei videonoleggi, periodo che ricordo bene anche io. Per mezzo del racconto del gestore di un videonoleggio chiamato Videodrome, in omaggio all'omonimo film di Cronenberg (nome peraltro del videonoleggio di un critico cinematografico di Livorno che furoreggia in internet ovvero il ferrato appassionato Federico Frusciante; chissà se la Astori abbia voluto omaggiarlo...), viene descritto come venivano "piratate" le vhs di film ancora distribuiti nelle sale e quindi prima che uscissero per il mercato home video. Nel mio piccolo ricordo quando, verso la fine degli anni '80, di ritorno dagli allenamenti della scuola calcio, mi fermavo in compagnia dello zio al videonoleggio a vedere la sterminata pila delle cassette vuote ammasate in ordine negli scaffali. Ricordo che avevo la fissa per la locandina de Il Replicante, film che poi riuscii a farmi noleggiare. Ebbene, rammento sempre come venissi preso in disparte da parte del gestore che mi diceva: "lascia perdere quelle, ho qui gli ultimi arrivi da Napoli. Ne ho visti un paio che sono una forza...!" Così venivano smerciate una serie di videocassette "sotto banco", perché pirata. Ricordo di aver visto in questo modo film come Leviathan, Predator e Terminator il Giorno del Giudizio, tempi che mi sono tornati alla memoria con grande nostalgia durante la lettura, perché una volta recuperare certi film non era a portata di click come oggi. La Astori è brava a rendere centrale questa pratica, con uno sviluppo decisivo ai fini della risoluzione del giallo. Ancora una volta abbiamo un omicidio avvenuto all'interno di una saletta cinematografica, sviluppato in modo tale da dar vita a una scatola cinese fondata su una matrice metacinematografica. Non posso dire di più onde evitare di svelare aspetti troppo rilevanti.

Una foto metacinematogfrafica, tra sceneggiatori, scrittrici, critici cinematografici,
presentatori Tv e organizzatori di Festival.
Foto de LA SERRA TREMA 2014.

Bello e sentito, nonché condiviso dal sottoscritto, il ringraziamento che viene fatto a fine romanzo, in un'ottica circolare dove nel momento dei saluti si innesca un nuovo inizio, alla stregua di un'avventura che non ha un vero epilogo così come è priva di un vero prologo, in un panta rei di eraclitiana memoria in cui tutto scorre, si trasforma, si modifica ma non termina mai il proprio corso. "Questa storia è nata non solo dalla mia passione per i film degli anni ottanta, ma anche e soprattutto dal desiderio di riprodurre lo sguardo con cui in quel decennio si vedevano certi film... storie dai personaggi "grandi" e dagli effetti speciali pionieristici, ma che ti facevano venir voglia di provarci, e di sognare almeno per un istante di diventare come James Cameron o John Carpenter. Ed è questo cinema che ringrazio, insieme alla possibilità di averne potuto godere proprio in quegli anni, quando particolari film erano introvabili e ogni visione era una conquista, e da ragazzina tutto ti colpisce, ti meraviglia..." 
In questo ringraziamento risiede lo spirito della trilogia, il manifesto che ne sta alla base e che la rende degna di un grosso plauso. E se Tutto quel Blu è forse inferiore rispetto ai precendeti capitoli (soffre di un pizzico di dejà vù e spinge più sul lato romantico/sentimentale, piuttosto che sul brivido), sono certo che quel mondo che la Astori va a ringraziare (quello dei vari Masi, Cavallone, Jess Franco, Mattei, Lenzi, Margheriti fino a Dario Argento e Lucio Fulci) è altrettanto grato a un'autrice che ha regalato tre volumi di pregevole livello, pubblicati, peraltro, in una collana storica e "mainstream" come Il Giallo Mondadori. Non a caso nei volumi dell'Astori, in veste di personaggi, fanno la comparsa individui reali, legati al mondo del cinema e della musica; in questo numero abbiamo critici del calibro di Steve Della Casa, lo stesso Masi e Bon Scott, uomini che, con la loro presenza, rendono più affascinante la lettura. Si può pertanto dire che, per una volta, l'underground è salito in superficie a far sentire la propria voce, in barba a quelle critiche, giustamente riportate a inizio romanzo, avanzate da accademici con la puzza sotto il naso e che si rispecchiano nella battuta messa in bocca al relatore della tesi della Marino: "Argento è un autore di genere, e quindi il suo contributo di regista è limitato all'arte dell'intrattenimento. Non ha nulla a che spartire con la cultura cinematografica." Un'analisi che, in certi ambienti, riguarda anche la letteratura di genere, sempre snobbata a favore di quella definita autoriale.

La dedica di cui Cristiana mi ha fatto dono in Tutto Quel Nero.

E adesso, visto che la Astori è attenta alle coincidenze, pubblico alcune considerazioni personali che mi hanno fatto sorridere (di divertimento) nel corso della lettura. La prima riguarda il giorno di uscita del romanzo, il 5 dicembre, che è la data del compleanno di mio padre.
La seconda considerazione è legata al volume che ho comprato subito dopo Tutto Quel Blu, cioè 1984 di George Orwell. Data quest'ultima su cui si regge l'intero romanzo, essendo la stessa dell'uscita dei film L'Autuomo e Terminator. Curioso poi notare come lo stesso 1984 ruoti attorno al tema delle telecamere e delle riprese.
La terza e ultima curiosità, la più succosa, che, forse, sorprenderà anche una maestra del giallo come Cristiana Astori, è legata a un fatto avvenuto molti anni fa. Si può dire che ho quasi vissuto una situazione analoga (chiaramente non estremizzata come nel romanzo) a quella in cui si viene a trovare uno dei personaggi principali del romanzo, senza chiamare in causa Piano 17 dei Manetti Bros (dove c'è un personaggio con il mio stesso nome e cognome). Nel 2001, mentre me ne stavo a tavola a pranzare, il telegiornale se ne venne fuori con una notizia che mi ghiacciò, almeno per un secondo. Sentii infatti proferire dal giornalista la seguente frase: "Assassinato, a Foggia, il giovane ventenne Matteo Mancini. Ucciso con venti colpi di pistola...". Ebbene, non solo il tipo era mio omonimo, ma era nato anche il mio stesso anno!? Non pubblico il commento (un po' opportunista) che feci all'epoca, subito dopo aver appreso la morte del ragazzo... Qua l'articolo:

 http://archiviostorico.corriere.it/2001/settembre/03/Agguato_davanti_bar_Ucciso_operaio_co_8_010903799.shtml

L'omaggio inverso con cui si chiude TQB.

Chiudo con un momento di romanticismo, di cui Tutto quel Blu tende a far sfoggio rispetto ai due precedenti capitoli, che pone fine alla storia quasi a voler far scendere una lacrimuccia sul volto dei lettori più sensibili e legati ai ricordi passati. Percepisco in questo una Astori meno "cattiva" e più protettiva (si veda anche gli atteggiamenti del padre del ragazzo o della coppia di protagonisti verso quest'ultimo). A parlare, con fare paterno, è Bon Scott, prima di congedarsi dal suo giovane amico e tornare da dove è arrivato (un po' come il Terminator del Giorno del Giudizio): "Lo vuoi sapere quale è stato il mio ultimo pensiero mentre collassavo nella Renault 5 in Overhill Road? Be'... non ho pensato alla mia musica, né agli amici e alla tournée, e neanche a quanto ero stato coglione per andarmi a rovinare in quel modo. Il mio ultimo pensiero è andato a quella ragazza dai capelli rossi che stava nel banco davanti al mio in prima superiore, a quello che avrei voluto dirle e non le ho mai detto... e al fatto che se le avessi parlato forse sarei stato una persona diversa  e non mi sarei ridotto a quel modo... Addio, Bad Boy, e ricorda, sii perfezionista, sempre.

sabato 13 dicembre 2014

Recensione narrativa: L'ISOLA DEL DR.MOREAU di H.G. Wells


Autore: Herbert George Wells.
Anno: 1896.
Editore: Newton
Pagine: 96
Prezzo: 1.000 lire.

Commento di Matteo Mancini.
Capolavoro, datato 1896, firmato dal più grande pioniere tra gli autori di fantascienza vissuti a cavallo tra il 1800 e il 1900: Herbert George Wells.
Nato nel Kent, in Inghilterra, nel 1866 nel giorno corrispondente all'equinozio d'autunno, si tratta di uno dei primissimi lavori dell'autore, preceduto dal famosissimo La Macchina del Tempo (1895). All'epoca Wells ha da poco deciso di dedicarsi a tempo pieno all'attività di scrittore, dopo che la madre aveva fatto di tutto per convincerlo a intraprendere il lavoro di impiegato in un grande magazzino. Appartenente a una famiglia di modesti commercianti, dimostra fin dall'adolescenza una fragilità d'animo e una timidezza che lo porta a isolarsi e a rifugiarsi nella lettura di racconti di stampo avventuroso. In particolare, come gran parte dei grandi scrittori dell'epoca, rigetta la società in cui vive che definisce "sordida": come può l'umanità affrontare l'era della scienza con un bagaglio di idee sulla vita, sul sesso e sulla morale che risalgono al medioevo? 
Si specializza in materie scientifiche, soprattutto in biologia, botanica e matematica, studi che si riveleranno determinanti per la stesura delle successive opere e per la sua adesione alle teorie evolutive di Darwin e Spencer che diventeranno i suoi veri e propri cavalli di battaglia. Il suo fine principale è quello di far emergere dalla sua produzione narrativa un messaggio volto a spingere l'umanità ad abbattere la cristallizzazione in cui versa per ricostituire una nuova aristocrazia retta dalla scienza. Così commentano gli autori del volume Maestri della Letteratura Fantastica, edizioni Edipem: "Niente si salva da questa penna diabolica, che elimina, in una prospettiva onirica e scientifica, i conformismi e le pesantezze di una società retriva".

Herbert G. Wells.

Quando Wells scrive L'Isola del Dr. Moreau (Island of Doctor Moreau), ha appena trent'anni, eppure è proprio in questa fase che firma i suoi maggiori capolavori, sebbene la sua carriera si estenda per ulteriori sessanta anni. Non a caso l'anno dopo l'uscita del romanzo qui oggetto di esame pubblicherà L'Uomo Invisibile (1897) e La Guerra dei Mondi (1897) che, insieme ai due romanzi già citati e a Nei Giorni della Cometa (1906), andranno a costituire il quintetto base della sua opera. In quegli anni furoreggia il francesce Jules Verne, vero e proprio anticipatore del c.d. romanzo scientifico che Wells andrà a sviluppare ulteriormente, eppure la penna del Kent si ispira ad altre due opere: Frankenstein (1818) di Mary Shelley e Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (1886) di Stevenson. Dal primo viene ripreso il concetto dei corpi assemblati, con porzioni provenienti da creature diverse, per creare una creatura nuova; dal secondo invece arriva la figura del c.d. mad doctor, che viola le più elementari norme etico-deontologiche, alla ricerca della scoperta che possa sconvolgere l'umanità. Aumenta inoltre l'impatto violento-crudele anche perché il protagonista, che da origine al titolo, conduce esperimenti non su cadaveri e e nemmeno su se stesso, bensì su animali. Il romanzo avrà fortissimo successo al punto da giungere in Italia fin dal 1900 col titolo L'Isola delle Bestie, influenzerà altresì un altro romanzo di grande successo ovvero Il Pianeta delle Scimmie (1963) del francese Pierre Boulle, il quale riproporrà il tema del confronto tra la difficile convivenza tra le bestie umanizzate e l'uomo.

Una foto tratta dalla trasposizione cinematografica del 1977.

Il soggetto è molto semplice sebbene l'autore lo vada a infarcire di profondi contenuti sociologici, fantascientifici e soprattutto filosofico/religiosi. Vede un biologo impegnato in ricerche che lo hanno portato a essere escluso dall'ordine dei medici per aver praticato esperimenti disumani. Rifugiatosi con alcuni collaboratori in un'isola del Pacifico, il dottore farà importare una serie di animali di diversa specie al fine di compiere operazioni sugli stessi per umanizzarli. Una storia all'epoca pazzesca (in parte premonitrice di quanto sarebbe poi successo con la chirurgia plastica) che però Wells narra con grande tatto metaforico. "Le creature che voi avete visto non sono altro che animali plasmati in nuove forme... Cominciate a rendervi conto che è possibile trasportare il tessuto da una parte all'altra in uno stesso individuo o da un individuo a un altro alterando così anche la sua reazione chimica e il suo metodo di sviluppo, modificare l'articolazione delle sue membra e, infine, cambiarlo nella sua più intima struttura?"

La struttura è quella del racconto narrato in prima persona da un naufrago finito, suo malgrado, nell'isola del dottor Moreau a causa delle bizze del comandante ubriacone che lo aveva salvato dal mare in cui era naufragato per poi scaricarlo sull'isola in questione insieme a un puma e a un bastimento di conigli. Naturalmente, come si conviene a una storia del genere, la natura prenderà il sopravvento sull'illusione umana di poter controllare le mutazioni indotte dalla scienza e scoppierà il caos finale, con il ritorno alle vecchie origini. Tematica, quest'ultima, che sarà ripresa anche da Michael Crichton per il suo Jurassic Park.

La storia viene preceduta da una premessa piuttosto classica per l'epoca, ovvero il racconto parte da un nipote del protagonista della vicenda il quale dichiara di pubblicare il resoconto del parente ormai defunto e rinvenuto per mera coincidenza. Curiosamente chi afferma di aver rivenuto la storia si firma Edoardo Prendick, mentre il protagonista dei fatti è Eduardo Prendick, in un'assonanza di nomi che rievoca lo scherzo radiofonico che nel 1938 organizzerà Welles (all'epoca imegnato anche in spettacoli di magia e illusionismo) il quale leggerà brani de La Guerra dei Mondi di Wells convincendo buona parte della popolazione di essere sotto attacco dei marziani. In questo scioglilingua generale, risulta assai buffo notare come il nome di Welles sia Orson ovvero un nome che richiama i personaggi oggetto degli esperimenti di Moreau.

Questa, in sintesi, la premessa citata: "Eduardo Prendick, un modesto gentiluomo che doveva essersi imbarcato a bordo del Lady Vain a Callao e che si credeva perduto a 5'3' di Latitudine Sud e 101' di Longitudine Ovest, fu raccolto da un canotto il cui nome era illeggibile... Fece un racconto così strano che lo si suppose demente. Il suo caso era stato classificato dai fisiologi del tempo come un curioso caso di mancanza di memoria cagionato da sforzi fisici e mentali. Il racconto che segue, fu trovato fra le sue carte dal sottoscritto, suo unico nipote ed erede; esso però non era accompagnato da nessuna nota che accennasse a un desiderio di pubblicazione. La sola isola che esista nella regione dove mio zio fu raccolto, è l'Isola di Noble, una piccola isola vulcanica, disabitata. Fu visitata nel 1891 da Lord Scorpion."

Omaggio della Bonelli al romanzo.

La prima parte del romanzo è dedicata al naufragio della nave in cui si trova mister Predick e al salvataggio dello stesso operato per caso da una nave di passaggio. L'uomo, ormai senza cibo da giorni, viene curato e messo in condizione di tornare a muoversi. Sul cargo viaggia una strana ciurma che risponde agli ordini di un comandante pazzo che urla e sbraita come un ubriaco isterico. Oltre a questi ci sono una serie di animali in gabbia con conigli, cani e un puma. Il tutto verrà  scaricato su un'isola semi-deserta dove padroneggia un uomo un tempo molto rinomato in Europa ma allontanato per le sue pratiche barbariche. Qua Prendick scoprirà la presenza di strane creature parlanti che vagono per l'isola e che, inizialmente, danno la sensazione di essere uomini deformi o comunque bizzarri scherzi della natura. L'uomo, attirato dai latrati e dai lamenti del puma, farà irruzione in quella che viene chiamata "La Casa del Dolore" e vedrà il dottor Moreau impegnato nel compiere strane operazioni e a infliggere strane torture agli animali. In realtà il biologo sta trasformando gli animali in bizzarre caricature umane, lavorando addirittura sulla mente delle stesse per portarle a ragionare, a parlare e persino a rispettare un abbozzo di regolamento dell'isola.

All'innegabile taglio avventuroso, senz'altro prevalente sugli altri, Wells inizia a poco a poco a colorare la storia con evidenti schizzi horror (per lo più inseguimenti, in una foresta che sembra una giungla, operati da alcune creature ribbelli che hanno saggiato il sapore del sangue), anche perché il Dr. Moreau, come il Dr. Hammond di Jurassic Park, non si fa mancare nulla e oltre alle pecore, alle scimmie, alle volpi e alle iene, utilizza, nel suo giocare a essere Dio, orsi, cani, tori e infine un puma, creando inoltre delle creature ibride frutto dell'unione di più animali. Proprio come per i dinosauri di Crichton questi esseri, inizialmente, sembrano non in grado di procreare e finché resta in vita il Dottore riescono anche a essere tenuti sotto controllo, pur vivendo allo stato brado, scimmiottando gli usi dell'uomo e camminando tutti su due gambe. Si tratta di un'evoluzione della storia, per l'epoca, già di per sé spettacolosa, ma ecco che Wells dimostra di essere non un buon scrittore, bensi un grande maestro della narrativa fantastica. Lo scrittore del Kent, infatti, inserisce un substrato sociologico che viene ad assumere il significato di fondo dell'opera, mostrando la condizione dell'uomo comune della società dell'epoca (ma sara solo di quella?). Pubblico qui di seguito alcuni passaggi che aiutano a comprendere: "La loro relativa sicurezza era dovuta al limitato livello intellettuale di quelle bestie. Nonostante la loro accresciuta intelligenza e la tendenza degli istinti animaleschi a risvegliarsi, avevano alcune idee fisse impiantate da Moreau nelle loro menti, che condizionavano assolutamente la loro volontà. Erano realmente ipnotizzate: era stato detto che certe cose non si potevano fare, che altre non si dovevano fare, e tali proibizioni si erano impresse tanto bene nei tessuti del loro cervello, da togliere ogni possibilità di disubbidienza e di contestazione... Montgomery e Moreau avevano una cura costante nel mantenerli nella più completa ignoranza del gusto del sangue, poiché temevano la inevitabile suggestione di quel sapore."

Dal passaggio di cui sopra appare evidente la critica di Wells al mondo in cui vive. L'autore inglese vuole sottolineare la necessità di rompere gli schemi, di liberarsi dai preconcetti e di perseguire la vera libertà interiore, sottolineando allo stesso tempo come chi detenga il potere abbia tutto l'interesse a non permettere ai controllati (da leggersi quali cittadini) a estrensicare la loro vera natura (di qui il significato metaforico del sangue quale diritto da perseguire per certi animali costretti qua a torture psichiche e fisiche, fino a dover mutare comportamenti e usi a discrezione del loro padrone).

Herbert G. Wells.

La parte finale del romanzo vede la morte del Dr. Moreau, impegnato ad abbattare l'uomo puma fuggito per far man bassa di prede. A questo punto, proprio quando il lettore inizia a pensare che la storia vada a scemare, Wells piazza un altro spunto da grande scrittore. Le Bestie umanizzate, a tal riguardo segnalo un altro romanzo che ha attinto da qui ovvero Le Catene di Eymerich del grande Valerio Evangelisti, rompono il loro blocco iniziale e iniziano ad assumere comportamenti animali. Perdono l'uso della parola, tornano a quattro zampe e iniziano a cacciare. Allo stesso modo, come in una sorta di disturbo post-traumatico da stress (Wells antiicipa anche questo) alla stregua di quanto colpirà i soldati americani dal ritorno dal Vietnam, Prendick verrà influenzato dalla situazione disumanizzandosi e trovando poi assai difficoltoso il rientro nella società. "E' curioso sapere come mi fossi abituato presto agli usi di quei mostri e come avessi acquistato fiducia in me stesso. Ebbi le mie lotte e potrei mostrare le tracce dei loro denti; ma ben presto essi acquistarono un totale rispetto per il mio modo di lanciare pietre e per quello di maneggiare la scure... Trovai che il sentimento d'onore di quegli esseri era basato solo sulla capacità di infliggere ferite profonde... Uno o due che in qualche scontro avevo ferito, mi portavano il broncio, ma questo me lo dimostravano solo con delle smorfie dietro le spalle e a una distanza che li metteva al sicuro dalla mia portata". Ebbene, quanto appena scritto da Wells non è che la perifrasi di uno stato di guerra. 
Oltre agli scontri, per tenere sotto controllo gli animali, timorosi dei comandamenti imposti da Moreau pena punizioni corporali, Prendick farà cenno a una sorta di occhio che scruta dall'altro, un eye in the sky, anticipando in questo George Orwell (il riferimento va al capolavoro 1984).
Il passaggio in questione nel testo:

«Lui non è morto! Anche adesso vi guarda!Queste parole li fecero trasalire: venti paia di occhi mi guardarono.
«La casa del dolore è finita» continuai «ma essa risorgerà di nuovo. Voi non potete vedere il padrone, ma anche adesso egli vi ascolta.»
«E' vero, è vero!» disse l'uomo cane.
"Tutti rimasero scossi dalla mia sicurezza. Un animale può essere furbo e feroce abbastanza, ma occorre che sia un vero uomo per poter mentire."
«L'uomo dal braccio fasciato dice cose assai strane!» mormorò uno di quegli individui.»
«Vi dico che è così» aggiunsi «Il padrone e la Casa del Dolore risorgeranno... Guai a chi disubbidisce alla legge.»


L'epilogo è una chiusura circolare del romanzo, con il protagonista che riesce a scappare dall'isola, in un coast to coast da Apia a San Francisco, pur trovandosi costretto a non esternare quanto gli è successo perché tutti, altrimenti, lo prenderebbero per matto.
"Nessuno mi credeva; io sembravo agli uomini quasi tanto strano quanto lo ero sembrato alle bestie umanizzate. Forse avevo conservato in me qualche cosa della naturale selvatichezza dei miei vecchi compagni...", qua Wells anticipa un principio cardinale che sarà costituito dagli studiosi di criminologia e cioè che la vittima porta su di sè sempre qualcosa della scena del delitto e che lo stesso avviene sulla scena del delitto dove rimane quasi sempre qualcosa del soggetto agente. Parafrasando, il concetto è lo stesso. Dunque Wells si dimostra, anche per queste cose, un grandissimo. E lo è ancor di più nelle ultime battute dove evidenzia il disagio del fuggiasco: "Il mio malessere assumeva le forme più strane. Non riuscivo a persuadermi che le donne e gli uomini che incontravo non fossero un altro popolo di animali passabilmente umani, plasmati con l'immagine esterna della nostra specie, ma che sarebbero presto regrediti fino a mostrare ora questo e ora quel segno bestiale." Dunque una chiusura in cui Wells diviene psicologo e abile conoscitore di sociologia. CAPOLAVORO.

La locandina del film che è stato tratto dal libro nel 1977.

I Comandamenti del Dottor Moreau:
Non andare a quattro gambe, questa è la legge;
Non lappare per bere;
Non mangiare né carne né pesce;
Non scorticare la corteccia degli alberi;
Non dar la caccia gli altri uomini;
Gravi sono i castighi di coloro che infrangono la legge. Nessuno le sfugge.
Sua è la Casa del Dolore, Sua la mano che opera, Sua la mano che ferisce, Sua la mano che guarisce.



La copertina dell'album musicale della colonna sonora
della trasposizione cinematografica di Sergio Martino
ispirata al romanzo di Wells.


Una scena del film di S. Martino.


lunedì 1 dicembre 2014

Recensione Saggio ALDO LADO & ERNESTO GASTALDI - Due Cineasti, Due interviste di Jan Svabenicky


Autore: Jan Svabenicky.
Genere: Libro Intervista.
Editore: Il Foglio Letterario.
Anno: 2014.
Pagine: 170.
Prezzo: 14 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Debutto in Italia dell'accademico Jan Svabenicky, studioso e appassionato di cinematografia italiana abitante in Rep. Ceka, a Pribor, città natale del padre della psicanalisi Sigmund Freud. Dopo aver pubblicato nel 2009 una monografia per conto dell'Università di Olomuc dedicata al cinema western italiano, Svabenicky approda nella nostra penisola all'età di trentatre anni, subito ingaggiato da Gordiano Lupi e dal suo Il Foglio Letterario, casa editrice particolarmente sensibile a certe tematiche. Lo studioso ceko, che sarà ospite nel mio terzo volume sullo Spaghetti Western con tre gustosissimi articoli, raschia dal suo corposo campionario di interviste effettuate nel corso degli anni e propone una duplice intervista a due cineasti assai importanti della cinematografia nostrana: Aldo Lado & Ernesto Gastaldi.

Il volume, preceduto da due rapidi saluti di Sergio Martino e di Pino Donaggio, è un vero e proprio libro intervista. L'autore rivolge una serie di domande ai due personaggi scelti, sviscerando la loro produzione a partire dalle prime collaborazioni (in veste di aiuto registi) per poi proseguire fino a coinvolgere l'intera produzione. A tal riguardo, in calce al volume sono elencati tutti i film che hanno visto per protagonisti Lado e Gastaldi, con tanto di schede comprensive dei dati relativi al cast tecnico e a quello artistico. 

Sono circa cinquanta pagine a testa quelle che Svanenicky utilizza per chiedere spiegazioni e dettagli sui vari film curati dai due professionisti. L'opera va avanti a suon di domanda e risposta. Gli argomenti cadono soprattutto sui soggetti e sui membri dei vari cast tecnici, con richieste relative alla personalità e ai modi di lavoro dei vari montatori, addetti alle colonne sonore, registi e direttori della fotografia. Stranamente si tende a soprassedere sugli attori, che vengono lasciati un po' sullo sfondo. L'intento perseguito dall'autore è nobile e dichiarato. Si vuol dare un contributo alla storia del cinema italiano facendo da filtro e da spunto per innescare i ricordi di Lado e Gastaldi e salvarli grazie alla magia della carta stampata. L'autore ceko si dimostra inoltre assai interessato alla storia nel nostro paese, non perdendo occasione per chiedere se i copioni dei vari film siano stati più o meno ispirati dalla cronaca dell'epoca e se avessero delle sotto trame di natura politica.

Tra le gustose curiosità che emergono nel corso del testo si segnala la rivelazione di Aldo Lado relativa alla collaborazione con Dario Argento nel 1969, col regista veneziano che afferma di aver scritto, insieme a Dario Argento, il copione de L'Uccello dalle Piume di Cristallo, ma di esser poi stato convinto, dietro pagamento di denaro, a rinunciare a mettere il proprio nome nei credit.  Non di secondaria importanza è il racconto delle vicessitudini patite da L'Ultimo Treno della Notte nel corso dell'esame per il visto censura (si parla di esaminatori costretti, dalla violenza delle immagini, a vomitare).

Interessante la storia di Gastaldi che parla di come riuscì a entrare al Centro Sperimentale Cinematografico, ma anche di come nacque l'idea di girare il giallo Libido, prodotto per scommessa con Mino Loy e Luciano Martino che si interrogavano su quali caratteristiche avrebbe dovuto avere un regista di gialli.
Lo sceneggiatore biellese rivela inoltre di aver avuto il rammarico di non aver potuto girare un suo vecchio copione che anticipava di svariati anni Ritorno al Futuro. La colpa ricadrebbe su produttori poco ferrati in sci-fi, tanto da irritare Gastaldi anche per le modifiche volute da Petri rispetto al suo adattamento da Sheckley de La Settima Vittima poi girato negli stabilimenti cinematografici di Tirrenia (dietro casa mia) col titolo La Decima Vittima.

Questo, in definitiva, il primo lavoro italiano di Svabenicky, che scorre velocemente e senza annoiare, con gustosi annedoti tutti legati alla produzione cinematografica dei due personaggi intervistati. Lettura spassosa indicata ai soli appassionati di cinematografia italiana.
Jan Svabenicky è comunque un nome che saprà farsi notare e che dimostra, fin da questo suo debutto, una grande competenza e passione per il cinema di genere e non solo per quello. Sono certo che passerà presto a volumi in cui dar briglia sciolta ad analisi e ricostruzioni personali sui film o sui generi che riterrà opportuno trattare. Tenete allora in mente questo nome, non ne rimarrete delusi.