Il Premio Esecranda, per gli estimatori dell'horror e del weird, si conferma quale realtà in costante crescita e soprattutto palcoscenico che offre una visibilità assai più ampia di quella offerta da qualsiasi altro concorso. Nell'undicesima edizione, completata a inizio 2026, sono stati pubblicati su cartaceo trenta autori – con discutibile decisione di realizzare due tomi, io ne avrei fatto uno solo da venti autori così da tenere alta la qualità – e altri ventinove aggiuntivi in ebook. Cinquantanove racconti per altrettanti autori disponibili per essere visionati e commentati da appassionati (pochi) ed editori di settore (che attendono che si bussi alla loro porta, invece di dimostrare di conoscere il panorama).
Partecipare al Premio Esecranda, proprio per quella visibilità che non viene minimamente concessa da premi più importanti quali Urania Short, Rill, Neroma Noir, Hypnos e altri, consente di visionare i non selezionati, rapportare tecnica e approccio al genere e comprendere quali siano i parametri di giudizio dei selezionatori. Non bisogna infatti dimenticare che ogni concorso finalizzato all'uscita di un'antologia – a mio modo di vedere – non è una valutazione sulle qualità tecniche dell'autore (che certamente hanno un loro ruolo), ma è prima di tutto una selezione che necessita un giudizio sul racconto e su come questo si cali nel contesto ricercato dal selezionatore. Immaginatevi Gabriele D'Annunzio o Giovanni Verga che mandano un racconto tipico della loro produzione a Weird Tales. Secondo voi, la redazione li avrebbe presi? Io non credo e non certo perché in giuria c'erano degli incompetenti, ma perché i criteri di selezione non sono quelli della Letteratura o della poetica, bensì quelli dei pulp magazine. La sfida sta nel riprendere l'intelaiatura del pulp magazine e inserire un sottotesto (di qualunque contenuto sia) così da personalizzare il prodotto. Quando realizzai la tetralogia sullo spaghetti western, mi accorsi che i western più interessanti e bizzarri erano proprio quelli diretti e scritti da autori che venivano da altri contesti (Giulio Questi, Tinto Brass, Cesare Canevari, Mario Lanfranchi o Gianni Puccini). Questo avveniva non perché, con supponenza, tali autori (che dovevano sottostare alle richieste del produttore) entravano nel genere per accantonarne gli elementi costitutivi (che ci devono essere perché altrimenti i fruitori del prodotto lanciano l'alta letteratura nel focolare) e proporre la loro visione, ma perché ne mutuavano gli elementi (così da accontentare i produttori e gli spettatori) e, al contempo, mettevano dentro del loro con strutture, elementi o scene del tutto aliene al genere e per questo capaci di elevarlo dalla media appiattita sui cliché standardizzati.
Ecco che il Premio Esecranda consente di fare molte considerazioni. La prima, la più evidente (resa ancor di più dai curriculum dei coinvolti che sono tutt'altro che degli improvvisati) e ancora più marcata in conseguenza del fatto che non hanno partecipato tutta una serie di autori, è che in Italia di scrittori bravi nel genere ce ne sono assai di più della ventina di acclamati (che sovente evitano come la peste i confronti). La seconda considerazione è che la classifica non rispecchia il valore degli autori, ci sono qua alcuni scrittori (penso Zecca, Scarfò, Russolillo) che, in tutta probabilità, sono più abili di molti posizionati più in alto nella mia classifica, tuttavia non hanno conseguito un risultato all'altezza delle loro previsioni. È importante questo? No, è importante quello che loro pensano. Serve allora conoscere i nomi di chi è in giuria per inscenare una valutazione sulla qualità e la competenza di chi esprime pareri e giudizi? No. Serve in primis leggere gli altri, capire il contesto e cercare di comprendere quali sono i criteri di scelta. Se viene selezionato il ritmo, il sense of wonder, il sovrannaturale, un certo tipo di horror (quello legato all'intrattenimento, piuttosto che il dramma sociale o educativo o, ancora, l'hardcore horror) ecco che, forse, si comincia a intuire perché si è arrivati in basso. L'Esecranda non è un concorso sulla bravura dell'autore, ma una selezione di racconti finalizzati a un'antologia che non ricerca il riscontro economico ma che ha un carattere quasi da associazione senza fini di lucro. L'obiettivo è divertirsi (lasciate perdere i patiti di marketing o quelli che dicono che vi devono pagare), confrontarsi e contribuire, nel piccolo, a migliorare il settore. Un concorso altamente qualitativo nobilita anche gli esclusi. Io personalmente preferisco avere un concorso che delinea una classifica, con piccola motivazione, sui primi cinquanta selezionati (con ordine di arrivo), che concorsi come Urania Short o Rill in cui, se non sei tra i selezionati, nulla viene detto e dove non puoi neppure misurarti con gli altri, perché non si conosce il livello generale (poco mi frega poi sapere chi c'era in commissione).
Quindi più scrittori esprimono opinioni calibrate e più scrittori manifestano le loro opinioni (senza ragionamenti utilitaristici) più migliora il concorso, aumenta il divertimento e si rende più ambita la partecipazione. Se invece ognuno è interessato solo a sé stesso, questi progetti (lodevolissimi) a nulla servono se non per andare a bussare alla porta di chi dovrebbe essere il primo a vigilare su quanto di buono c'è in giro (e dunque cercare di ingaggiare gli autori con proposte serie) per andare a mercanteggiare banali contratti di promozione editoriale (se permettete metto davanti il divertimento).
Veniamo ora, per divertimento, alla mia classifica.
Parametri di giudizio personali, dal più importante al meno importante:
il racconto mi deve intrattenere e divertire (siamo nell'ambito della narrativa di genere non della letteratura o della poesia);
presenza di un sottotesto che consenta al racconto di superare il mero esercizio di stile;
Struttura del racconto: siamo alle prese con una storia lineare (coefficiente di scrittura più basso) oppure ha più piani temporali o un “montaggio” particolare.
Capacità di suscitare sense of wonder (non siamo nel thriller o nella fantascienza), il sense of wonder è un'arma potente.
Ritmo della storia. Uno sviluppo crescente non porta al medesimo risultato di uno sviluppo che ti getta pronti via in una storia lanciata. Meglio operare con flashback che fare uno sviluppo lineare, spesso inizialmente lento e soporifero.
Stile narrativo ovvero la padronanza linguistica dell'autore (dialoghi compresi).
Quadratura del soggetto e assenza di parti messe là tanto per caricare la storia.
La mia classifica.
PATRANEL – CAVALLO CIECO. Patranel è un autore che apprezzai moltissimo in Esecranda V.9. È specializzato nell'onirico e qua lo conferma facendo una storia sul sogno lucido. Il coefficiente di difficoltà del racconto, per struttura, non è basso. Cambia di registro, tra giallo, spy story, fantascienza e horror. Ha gusto di genere e propone momenti visionari. Non convince appieno, ma è indubbiamente un racconto in linea al bando. Autore presente nella Golden Edition del premio.
MANCINI MATTEO – LA BESTIA CHE SALE AL MARE. Non starebbe a me giudicarlo e soprattutto è chiaro che assuma una posizione alta, dal momento che i parametri del mio giudizio sono stati propedeutici alla presentazione del racconto. Il coefficiente di difficoltà della struttura non è basso. Gioca su cinque piani temporali diversi, eppure cerca di cucirli tra loro con uso massivo dei flashback (velocizzano il testo). Ha contenuto di fondo, costituito da riferimento storici, simbolici e culturali. Passa dall'horror al fantasy dei supereroi, utilizzando gli ingredienti classici ma, al contempo, cercando un sottotesto filosofico finalizzato a una marcatissima critica sociale (credo sia il migliore dell'antologia in questo). Probabilmente non semplice da seguire in prima lettura e meno elegante di registro linguistico rispetto ad altri, ma sicuramente personalizzato pur nel suo essere derivativo. Autore presente nella Golden Edition del premio.
RAVASIO E. - L'ULTIMA VOLTA. Valgono molte considerazioni fatte per la Bestia. Non è di certo tra i più eleganti per stile, tuttavia è di gran lunga tra i più divertenti nel suo veicolare Alice nel Paese delle Meraviglie in un horror che cambia di continuo declinazione, passando dal bellico all'action fino al cannibalico (riferimento ai film italiani anni '70). Anche qua la struttura, seppur meno complessa, accantona la linearità per usare il trucco del flashback, una soluzione che garantisce ritmo e rende viva la narrazione. Paga il debito con The Lost Level di Brian Keene, sebbene gli spunti consapevoli (penso di dire) siano più Apocalypse Now (o se preferite Cuore di Tenebra di Conrad) e Viaggio al Centro della Terra di Verne. Da notare il registro linguistico da pulp magazine puro e non da accademia. Presenza di sense of wonder. Autore presente nella Golden Edition del premio.
DEL GIUDICE – SEME. Il soggetto è meno interessante di altri racconti, per il suo essere più un thriller fantascientifico che un horror (lo è il finale alla Yuzna), tuttavia beneficia di un coefficiente di difficoltà piuttosto alto nella architettura della struttura con una main track lineare alternata a una deflagrata che eleva il tutto rispetto ad altri racconti. Interessante e stimolante nella lettura (l'ho letto in due modi diversi). Più tecnico che di contenuto.
NANNI – LEMURE. Storia breve, sviluppata in modo lineare. Il coefficiente di difficoltà della struttura è basso, ma l'idea alla base del racconto è forte, così come lo sono alcune scene tra le più inquietanti dell'intero lotto. Nanni fa apparire semplice ciò che non lo è e questo forse è un grosso pregio. Il racconto è breve, ma funziona dannatamente bene e fa paura. Bello.
FIGHERA – IL PRINCIPE. Racconto gemello a La Bestia, seppure più virato all'horror che ai contenuti di sottotesto (che ci sono). È tra i miei quattro preferiti per gusto personale ovvero quelli che avrei comprato io (Mancini – Ravasio E - Nanni e Fighera). La struttura del testo è semplice, un convenzionale point to point, ma la gestione è da specialista del genere. Pochi fronzoli, poche concessioni stilistiche, si entra subito nel vivo del racconto. Ritmo e coinvolgimento nella lettura alto. Il mostro non viene mai descritto, eppure è costantemente sotto gli occhi di tutti così da renderlo più pauroso di quanto sarebbe stato con una descrizione minuziosa (è la vecchia lezione di Spielberg nella prima parte de Lo Squalo). Finale ancora più apocalittico de La Bestia. Bravissimo. Autore presente nella Golden Edition del premio (sarà un caso che tutti e quattro i premiati storici siano alti in questa mia classifica?).
FARAMONDI – PATTON E IKE. Proveniente dal secondo tomo. Tra Stephen King e Joe Hill, lavora bene sulle caratterizzazioni e soprattutto sullo stile linguistico. L'epilogo, perfetto e ben calibrato, gli offre punti ulteriori. Il contenuto è una metafora sull'elaborazione del letto e sfrutta un doppio elemento soprannaturale (uno dal film Patrick e l'altro da Joe Hill), il secondo dei quali un po' fumoso ma di effetto. È un racconto per appassionati kinghiani.
DI FILIPPO – SCANNAPORCO. È il secondo classificato del premio. Paga fortissimi debiti col film Candyman da cui riprende il soggetto per poi adattarlo a un contesto folk horror italiano (ambientazione riuscitissima). Al di là dei debiti (che gli agevolano di parecchio il lavoro), Di Filippo conosce il mestiere, evoca tensione (bella la scena del porcile) e suscita interesse negli appassionati. Non sarà stilisticamente eccelso, ma gli horror si scrivono così.
SOLI – IL RE DEI BURATTINI. Altro racconto intonato al genere. Un body horror, dalla trama classica e dalla struttura lineare, che attrae gli appassionati, anche per via della sua affascinante ambientazione tardo vittoriana. Niente di innovativo, ma chiuso bene. Validissimo.
RACCIS – LA IENA DI SAN GIORGIO. Criticato dietro i paraventi da alcuni lettori per l'eccessivo utilizzo di metafore ricercate, è un thriller con anima horror. Piace il tentativo di dotare la storia, che segue gli stilemi del racconto d'indagine, di un sottotesto di critica sociale. Lo sviluppo è lineare ma beneficia di una tensione che è continua. Anche qua si parte lanciati e non mancano scene efficaci (il ritrovamento della tizia macellata). Stilisticamente non elegantissimo ma, siamo alle solite: non è un concorso di bellezza stilistica questo, lasciamo tale ambito ai concorsi di poesia.
DI GANGI – I TRAGICI DI LAUGERI LA BELLA. Con questo racconto, a mio modo di vedere, si entra nella fase dei racconti non finalisti del concorso. Aumenta di gran lunga la padronanza linguistica. Racconto impostato con maestria, in una contaminazione tra storia italica e orrorre gotico (creature licantropiche). Racconto quadrato a progressione crescente. Cala il pulp, il ritmo e soprattutto tarda a innescarsi il genere ricercato. È un racconto non riuscito? Tutt'altro. Di Gangi, come altri che seguono, ha tutto per poter vincere, ma deve rendere più calibrata la storia ai parametri di riferimento.
LEMMI – ESMERALDA. Uno dei racconti più maturi del lotto. Affronta il tema dell'ineluttabilità della morte. Struttura lineare e andamento crescente. Il soggetto è derivativo, ma le riflessioni sul concetto della bellezza e gli inserti erotici gli conferiscono punti. Finale ottimista. È poco horror e molto più fantastico. Apprezzo e lo premio con una bella posizione, ma il target era diverso.
PANCOTTI – NON E' MAI SUCCESSO. L'ho alzato rispetto alla mia posizione iniziale di classifica perché, a differenza degli altri, ha colto l'animo del concorso. La sua è una storia weird, con scene disturbanti e una costruzione centrale da finalista. L'epilogo, seppure calibrato, è frettoloso e lascia in sospeso quello che sarebbe potuto essere. Come Fighera, la lettura lascia molto alla fantasia dei lettori e ciò, come abbiamo detto, può rivelarsi anche un pregio.
PUPESCHI – C'ERA UNA VOLTA. È un altro racconto che, una volta letta l'intera antologia, ha guadagnato posizioni. Non raccordato alla perfezione tra le sue distinte anime e decisamente più orientato alla fiaba nera, ha il merito di sposare il senso del bando proponendo momenti horror riusciti. Lo stile narrativo è meno elaborato di altri che ho posizionato più in basso ma lo ripeto: non è una gara sulle capacità tecniche degli autori, ma sui racconti e sulla loro capacità di adeguarsi a quanto ricercato.
SCARFO' – E' UN PAGLIACCIO CATTIVO E IO LO UCCIDERO. Altro racconto che denota grande tecnica e soprattutto grande qualità nella gestione dei dialoghi e dei personaggi. Scarfò è un potenziale crack, ma il racconto presentato non può andare oltre questa posizione perché l'orrore è altro rispetto a quello proposto. Qui siamo alle prese con un poliziesco impiantato in un racconto fantascientifico, dove gli elementi soprannaturali sono marginali alla vicenda. Ha comunque piglio di genere e per questo lo colloco nella prima metà della selezione.
SCUBLA – IL COMPAGNO OSCURO. Vale un po' quello detto per Scarfò, nonostante sia più in linea al bando. L'anima di fondo è il romance, ma l'autrice lo miscela al filone demoniaco per narrare la storia di un amore impossibile. Finale drammatico. Di orrore si respira poco, ma lo stile e i dialoghi sono tali da mantenere in alto il racconto.
BAIARDI – MANTRA. È un buon racconto, soprattutto per la componente drammatica iniziale che divora letteralmente il finale un po' posticcio in salsa Alien. Paga una struttura troppo lineare, senza anticipazioni, dando la sensazione di essere un racconto preparato per distanze più brevi. Alla fine è una valida metafora sul cancro e la malattia, ma sa un po' di occasione sprecata. Più riuscita la componente drammatica e questo, per il contesto, non è un bene.
TREU – HOPE. Più o meno vale quello detto per Baiardi. Rape & Revenge, meno horror rispetto a Mantra (con però l'anticipazione), ben gestito ma più adatto a distanze più brevi.
ZECCA – TOMMY. Ne premio lo stile perché è un racconto scritto dalla mano di un giovane autore che ha tecnica da vendere e tutto per sognare in grande. Il riferimento è Black Phone di Joe Hill, ma la costruzione è troppo accademica, mai sporca e soprattutto non pulp. Dialoghi magistrali, capacità evocativa idem. Se fosse un giudizio sull'autore sarebbe nella top five ma, ripeto, si valutano i racconti e il contesto in cui questi devono essere inseriti.
LIPOMA – IL FARO E IL CUSTODE. Ultimo racconto dell'ideale antologia unica del concorso. Per essere l'ultimo racconto, con altri dietro che hanno comunque argomenti validi, è un racconto che evidenzia in chiave positiva la qualità generale delle storie. Grande atmosfera (tra le migliori dell'antologia), componente weird presente (motivo per cui è giusto premiarlo), ma ritmo lentissimo e tendenza alla ripetitività di situazioni già proposte. Storia sulla solitudine.
LEFAY – L'ARCHIVISTA DELLE PERCEZIONI. Mi piace meno rispetto ad altri che ho messo dietro, ma lo premio perché ha contenuti legati al genere e una costruzione, seppur abbastanza lineare, senza fronzoli. È tuttavia un racconto che scalerebbe la classifica se proposto a un pubblico di giovani, spesso alla ricerca di emozioni epidermiche. Cerca l'immedesimazione del lettore e lo fa adottando una narrazione in seconda persona. Alla fine resta un esercizio di stile versione torture.
BIUSO – LA TORRE DELL'ASCENSORE. Ha degli aspetti interessanti e anche originali, tuttavia manca qualcosa nella caratterizzazione di questa sorta di demone che cerca di provocare malori all'interno di un ascensore. Buona la costruzione ma alla fine si resta perplessi. L'ispirazione forse arriva da Devil (2010) prodotto da M. Night Shyamalan.
RUSSOLILLO – ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA. Ottimo stile e discreta capacita di suscitare una sensazione di estraniamento. Lo sviluppo lento non lo aiuta e sebbene sia più elegante del racconto di Pancotti non ha quel passo da tipico racconto horror riscontrabile nei soggetti vincenti nela storia del premio. Dopo questo racconto la qualità cala ancora e si entra nel terzo livello dell'antologia.
RAVASIO A. - QUEL FRADICIO SETTEMBRE. Racconto convenzionale senza infamia e senza lode, che rientra nel campo di riferimento del bando, grazie all'impiego di archetipi del genere (la donna serpente). Purtroppo non aggiunge nulla e cilecca il twist finale, incapace di scuotere (come invece dovrebbe).
SECCHIERO – IL FUOCO DENTRO. In linea al genere ricercato, pecca di struttura e di stile. Privilegia le vie più brevi senza riuscire a incidere a dovere.
LEONE - LA CASA AL CIVICO 31/10. Scritto da una finalista dell'ultimo Urania Short. Segue la via della tematica delle case maledette senza alcun contenuto ulteriore. Trama abbastanza lineare, assenza di sottotesti, ritmo basso. Noiosetto.
MONTANARI – LA MADRE DELLE INVENZIONI. Costruito su un finale non troppo dissimile da quello de Il Re dei Burattini, non ha la forza di coinvolgere il lettore nella prima parte del racconto dove è lentissimo. Arriva stancamente all'epilogo.
BERTI - IL VAMPIRO DEL LAGO. Racconto ultra derivativo che propone la classica storia di vampirismo di inizio novecento. Esercizio di stile senza niente di personale.
MONNI – WELCOME TO DEADBROOK. Bel soggetto e in linea alla tematica del bando, purtroppo penalizzato da una gestione frammentaria dei periodi narrativi e da dialoghi infantili.
FACCIOLI – NON DISISTALLARMI. Ghost story tecnologica narrata con uno stile semplificato e poco armonico. Più adatto a racconti sulla breve distanza. Manca di fascino.
Lode finale ai fumetti e alle tavole di Lellinux. Veri e propri valori aggiunti.

Nessun commento:
Posta un commento