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mercoledì 11 luglio 2018

Recensioni Narrativa: DEMONI, UOMINI E DEI di Lord Dunsany.



Autore: Lord Dunsany.
Titolo Originale: Gods, Men and Ghosts.
A cura di: Everett Bleiler, 1972.
Anno: 1905-1952.
Genere: Antologia Fantastico.
Editore: Mondadori, 1989.
Pagine: 318.
Prezzo: 9.000 Lire.

A cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE
La lettura di Demoni, Uomini e Dei, antologia pubblicata dagli Oscar Mondadori nel luglio del 1989 ovvero ventinove anni fa, si presenta, al nostro cospetto, quale occasione propizia per avviare l'articolo dedicando ampie righe alla figura di un autore, l'anglo-irlandese Lord Dunsany, che è stato, a ragion veduta, definito quale il primo autore di lingua inglese ad aver dato il là alla narrativa breve di genere fantasy. Una scelta su cui poi costruiranno la loro fortuna ampie schiere di scrittori di stampo weird e pulp, andando a fissare le coordinate dell'odierno new weird che non sarebbe stato quello che oggi è se non ci fosse stato questo autore. Il giudizio appena espresso è senz'altro vero, ma da monitorare sotto una lente interpretativa più precisa e calibrata al caso concreto. Sulla scia di William Morris, padre della fantasy fiabesca come noi oggi la conosciamo, Dunsany sfrutta il canale offerto dai mondi meravigliosi e alternativi, rispetto a quelli “reali”, per plasmare una personale cosmogonia che innescherà le produzioni dei vari e monumentali Lovecraft, Howard, Smith e Jean Ray, tanto per citarne alcuni, così da fungere da padrino di un nuovo e fortunato genere. Una produzione dunque centrale, vera e propria matrice di un sottobosco artistico che avrebbe, di lì a poco, stravolto la narrativa fantastica, sia fantasy che horror, e quella legata alle altre forme di espressione artistica. Dunsany, che diceva di “scrivere solo ciò che aveva sognato” (Lovecraft lo emulerà anche in questo dicendo che, in realtà, i suoi racconti non erano frutto del suo estro ma dei sogni che lo rapivano nelle ore del sonno), lascia il proprio faro guida galoppare, libero e tagliente, in contesti totalmente stravolti e intrisi da una fantasia geografica aliena dai luoghi tangibili dai comuni mortali; una landa immaginifica definita, per tale ragione, the secondary world ovvero un mondo immaginario idealmente parallelo pur se, talvolta, secante rispetto al primario in cui ognuno di noi muove i suoi passi. Oggi, a leggere queste righe, non è facile comprendere la portata che i lettori dell'epoca si vedevano somministrare da chi vendeva loro le ultime novità produttive. Ecco allora che c'è il rischio di non comprendere l'importanza della rivoluzione narrativa condotta da questo autore. Un po' perché siamo abituati all'evasione, sia in lettura che abbarbicati a bocche aperte (più per ingurgitare pop corn che per dare libero sfogo a quel sense of wonder che è andato, via via, sempre più ad atrofizzarsi) sulle poltroncine rosse dei cinema, dal mondo abietto e materialista che ci circonda e un po' perché, ai giorni nostri, il the secondary world esiste davvero, in modo quasi concreto, e ha il nome di “realtà virtuale”. Come potremmo infatti definire il coacervo di informazioni e di caratteri che, alla stregua di inchiostro impazzito, si allargano su supposte pagine su cui nessuna penna è passata a lasciare il segno? Un caos di informazioni che, quasi per magia, assumono un senso compiuto e si dipanano in un intreccio il cui bandolo, se sbrogliato, può dar i natali a intrecci di senso compiuto? Cosa sono i social forum e i blog? Se lo chiedono in molti, tra coloro che non preferiscono la posizione di quiete confortevole della banalità imperante. Semplicemente tutto e il contrario di tutto, un mare magnum in cui è facile affondare ma che, a orizzonte, lascia intravedere le linee sinuose di una costa avvolta da un colore che assurge sempre più al rango di giungla. Se Dunsany tramutava queste visioni in un racconto come Un Racconto di Terra e di Mare, vantandosi peraltro di essere in condizione di tramutare anche il nulla in racconto (come quando disse di esser in grado di smerciare una storia sul fango del Tamigi, riuscendo puntualmente a dimostrare l'assunto), gli scrittori del nuovo millennio, siamo pronti a scommetterci presso alcuni autori di libri (i c.d. books maker), plasmeranno il loro mondo su altri lidi e questo non costituisce certo soluzione gradita a un tradizionalista quale Dunsany. Ma conosciamo meglio questo autore e addentriamoci nella sua storia.

LO SCRITTORE.
La storia di Lord Dunsany, almeno questo il nome col quale è passato alla storia nella letteratura, parte da molto lontano e ha un che di magico ed epico fin dalle origini. Sebbene si presentasse spesso in modo sciatto, in parte sfavorito dallo sgraziato fisico che, seppur longilineo, lo faceva risultare allungato in modo tutt'altro che proporzionale rispetto al resto del corpo, nel sangue di Dunsany scorreva sangue blu. Una condizione sociale che si riverberava già in sede di presentazioni e convenevoli, un po' come quando, giusto per far storcere la bocca ai puristi, in Rocky III lo speaker presenta Apollo al pubblico con il vecchio campione che chiede scusa a Rocky per la lunga serie di appellativi. Dunque le generalità interminabili a caratterizzarlo, semplicemente sintetizzabili in Edward Plunkett e il titolo di XVIII barone del casato di Dunsany. Uno status che non era tuttavia sufficiente a esorcizzare l'ilarità tipica di certa nobiltà locale tesa ad attribuire maggior significato alla forma piuttosto che alla sostanza, con espressioni, in verità alquanto becere, quali “Oh Signore, è l'uomo peggior vestito d'Irlanda” oppure “chi mai avrebbe potuto immaginare che una simile poesia non trovasse corrispondenza nell'uomo che ne è autore... Orrore, tremendo orrore, cara mia.” Lord Dunsany non se ne faceva in qua e in là, anzi ribatteva con la sua verve ironica facilmente intuibile anche dai racconti che piazzava su riviste e giornali e che raggiunse uno dei suoi apici il giorno dell'incoronazione della Regina Elisabetta II. Badate bene, non è un giorno come un altro per un nobile come lui. Ci sono delle regole, scritte e non, nel galateo di certe caste. Regole che quando si ha a che fare con gli artisti saltano come le marcature sul finale di una partita di calcio ancora da decidere. Dunsany, invitato all'evento, pensò bene di fare un viaggio in California e lo motivò a modo suo, non certo su basi solide o cercando quell'ipocrisia tipica del bon ton di estrazione nobiliare. Niente di tutto questo, non sarebbe stato nello stile di un narratore di razza. “Mi hanno trascurato, che festeggino tra di loro.” Una frase sibillina, con spiccate punte di un sano narcisismo che lo elevava a eroe delle penna, ma che mal si conciliavano a un ufficiale dell'esercito e soprattutto a un diretto erede di una famiglia di avventurieri franco-normanni che invasero l'Inghilterra agli ordini di Guglielmo il Conquistatore e nel XII secolo conquistarono pure l'Irlanda fondando due Signorie che dominavano incontrastate nella zona più ricca dell'isola. Non a caso, i discendenti di Dunsany venivano chiamati baroni di rapina, tanto che chiunque passasse per le strade dei loro casati avrebbe dovuto dar conto a questa famiglia e inimicarsela non costituiva certo testimonianza di grande intelligenza.
Dunque la nobiltà quale estrazione sociale a rendere ancor più affascinante la figura di un uomo quasi in antitesi con il profilo tipico dello scrittore. Niente a che vedere con personaggi dediti a notte brave, alcool e disturbi, più o meno velati, di carattere psichico. Tutt'altro. Lord Dunsany incarnava più il ruolo dello spaccone, ma con moderazione e senza farsi prendere da abitudini ciarliere o millantatorie. Al contempo grande uomo d'azione e grande uomo d'intelletto, qualità che lo portavano a eccellere in più campi in un modo tale da trasformarsmi, lui stesso, in un personaggio da romanzi.
Ufficiale presso il corpo della Coldstream Guards, sezione fucilieri, partecipò alla seconda guerra boera e alla prima guerra mondiale, distinguendosi sul fronte fiammingo. Militare di professione, tuttavia, si caratterizzava per alcuni hobby pittoreschi. Fanatico di caccia grossa, non perdeva occasione per finanziare i propri viaggi e dedicarsi alla caccia al leone nella Savana. Dirà in vecchiaia di aver dedicato più tempo a questa attività che alla scrittura. Abile giocatore di cricket, ma soprattutto fanatico giocatore di scacchi al punto da strappare il titolo di campione d'Irlanda e di piegare, in una storica partita disputatesi a Londra, il campione del mondo Capablanca, evento che lo portò a pubblicare dei volumi in cui spiegava i problemi di scacchi che aveva ideato. Dunque una personalità complessa, ma non direi certo complessata, che estrinsecava in più campi, ivi compresi quelli del sapere. Rimasto folgorato da una commedia teatrale nel 1903, The Darling of the Gods, ambientata in un Giappone mitico, iniziò a meditare su esotiche divinità e tempi siderali sospesi in epoche non bene precisate. Un assillo che, due anni dopo, all'età di ventisette anni lo portò a pubblicare un'antologia di trentuno fulminei racconti che avrebbero segnato l'inizio di una scintillante carriera, ma soprattutto la base attraverso la quale influenzare i colleghi maestri del fantastico. Bella la definizione dell'antologista Everett F. Bleiler, a sottolineare l'immediatezza piuttosto che l'artificiosa costruzione dell'idea di partenza, che dirà di lui: "Più che un architetto era un orafo".
Il problema di trovare un editore non costituiva un ostacolo insormontabile per lui, ben informato sul fatto che quando si ha i soldi non ci sono ostacoli che tengano. Così finanziò di tasca propria The Gods of Pegana (pubblicato in edizione integrale, alcuni mesi fa in Italia dalla Golem Libri, a cui va il nostro elogio per lo sforzo di divulgazione) e debuttò in veste di scrittore. La visibilità e le conoscenze non gli mancavano, forte degli studi a Eton e Sandhurst, e soprattutto di amicizie influenti come quella del Premio Nobel William B. Yeats che lo produsse, cinque anni dopo, in teatro, facendo di lui una delle punte di forza dell'Abbey Theater (il primo teatro nazionale irlandese), e lo introdusse nell'ordine esoterico della Golden Dawn, autentica fucina di talenti del fantastico. Un humus che permise a Dunsany di maturare, ma soprattutto lo incoraggiò in un percorso di crescita che lo portò a pubblicare qualcosa come sessanta volumi, alternandosi tra racconti, poesie e commedie per il teatro, e ad andare in giro per gli Stati Uniti a fare conferenze. In quest'ultima attività, nel 1919, recitò un ruolo determinante nella formazione del giovane Lovecraft, che ebbe modo di toccare con mano quello che reputava il suo secondo grande maestro dopo Edgar Allan Poe e da cui mutuò l'idea di dar vita a una cosmogonia personale, senz'altro sbilanciata sul versante dell'horror, con contaminazioni fantascientifiche, piuttosto che giocata sul fiabesco con marcate stilettate di ironia satirica tipiche dell'anglo-irlandese. Sul finire degli anni '30, abbandonata la carriera militare, Lord Dunsany provò persino il gusto di tramutarsi professore di inglese ad Atene, per poi ritornare in patria per sfuggire all'invasione nazista. 
Celebre la sua avversione per la tecnologia e le modernità, aspetti che non potevano che conquistare il cuore del Solitario di Providence (perfetto esempio di conformista refrattario al mondo nuovo), che andava a manifestare, col suo classico cliché provocatorio e sopra le righe, vantandosi di scrivere i propri racconti con una penna d'oca imbevuta di inchiostro. Solo così si distinguevano i veri scrittori, immaginiamo di sentirgli dire, tenendo accanto quel bicchiere di whisky che spesso si vede presente nei suoi racconti.
Poliedrico in chiave autoriale, prediligeva la scrittura quale via di fuga dal reale. Il suo era un bisogno di liberare la fantasia, condurla nei meandri dell'immaginazione, poco interessandosi di fare l'allegorico o di celare messaggi esoterici. Assai più diretto dei colleghi della Golden Dawn (che invece, spesso, facevano dell'ermetismo la propria arma primaria), Lord Dunsany fornisce la sensazione dell'autore che si diverte a scrivere e scrive per il gusto di plasmare mondi incantati, più vicini alla fiaba che al terrore. Diretto, immediato e senza fronzoli con costruzioni narrative, talvolta ripetitive e in parte limitate da tematiche ritornanti (quali l'esaltazione di antieroi, soprattutto ladri che poi soccombono, o di divinità capaci di interagire con gli umani, dando anche sfogo a debolezze tipiche dell'uomo come la gelosia e la vanità) che si manlevavano dal rischio deja vù per effetto di contorni scenografici propri di mondi estranei, lontani nel tempo e nello spazio, totalmente frutto dell'immaginazione e dunque agevolatori della sensazione di sense of wonder (il gusto per il meraviglioso o lo strano). Nei suoi testi la sensazione di trovarsi all'interno di una fiaba diviene costante, ne è dimostrazione più palese il suo romanzo più celebre: La Figlia del Re degli Elfi (1924). Un modo di concepire la letteratura che sarà poi percorso da un certo Tolkien, che sublimerà e rinforzerà all'ennesima potenza ciò di cui Dunsany aveva già fatto cenno. Lord Dunsany però non era solo questo. Non lo definirei uno specialista monotematico. E' stato anche l'ispiratore dell'heroic fantasy poi fatto volare da R.E. Howard, con una serie di racconti di spade e magie (soleva dire che “la magia è il sale della vita, la sua essenza, il suo ornamento e la sua gloria”), ma soprattutto è stato un autore capace di amalgamare in modo lodevole l'avventura all'azione, sfruttando le esperienze personali di gran viaggiatore, senza mai dimenticare una caratteristica che sarà smarrita da molti suoi epigoni: l'ironia dissacrante (molto simile al primo Jean Ray, in questo).
Ci congediamo, a malincuore perché di certi autori parleremmo all'infinito senza paura di tediare la nostra voglia (sulla vostra invece non saremmo pronti a scommettere), con le parole, forse, del più grande maestro di cui la letteratura fantastica può fare vanto. Autore eccezionale, criptico (a differenza di Dunsany), ma soprattutto grande divulgatore e difensore dell'opera dei colleghi. Stiamo parlando di Jorge Borges che incluse, nella sua poderosa collana Le Meraviglie della Biblioteca di Babele, il romanzo Il Paese dello Yann (permettendo anche al pubblico italiano di conoscere un autore non proprio ben distribuito nella nostra landa), scrivendo: “Nel nostro secolo di noti scrittori impegnati o cospiratori che ansiosamente ricercano il proprio cenacolo e vogliono essere gli idoli di una setta, è insolita l'apparizione di un Lord Dunsany, che ebbe molto del giullare e si affidò con tanta facilità ai sogni. Non evase dalle circostanze: fu uomo d'azione e un soldato, ma anzitutto fu l'artefice di un beato universo, di un regno personale che fu per lui la sostanza intima della sua vita.” Giù allora il cappello davanti a Borges e a tutti i grandi maestri del fantastico!

IL LIBRO: GENERALE

PROSSIMAMENTE

Lord Dunsany.

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