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lunedì 28 agosto 2017

Recensioni Narrativa: MAGIA ROSSA di Gianfranco Manfredi.



Autore: Gianfranco Manfredi.
Anno: 1983.
Genere: Horror.
Editore: Gargoyle Books.
Pagine: 220.
Prezzo: 15,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Romanzo uscito per la prima volta nel maggio del 1983 per conto della Feltrinelli Editore, segna il debutto in veste di narratore del milanese d'adozione Gianfranco Manfredi.
Classe 1948, da non confondere col più famoso Valerio Massimo Manfredi, si tratta di un artista a tutto tondo, nato in veste di cantautore (si parla di 300 canzoni), quindi critico musicale e poi sceneggiatore di commedie con una passione però celata fino a inizio anni '80: l'horror. Il nome Gianfranco Manfredi è proprio in quest'ultimo settore che è maggiormente considerato, al punto da essersi ritagliato uno spazio di particolare tenore nell'ambito del fantastico italiano tanto da esser definito uno dei padri del "gotico italiano". Sulla scia del successo ottenuto da Magia Rossa, ha dato alle stampe romanzi come Cromatica (1985), l'antologia horror Ultimi Vampiri (1987), il grottesco Nelle Tenebre mi Apparve Gesù (2005) o i citazionisti Ho Freddo (2008) e Tecniche di Resurrezione (2010) denotando uno spiccato interesse per l'insolito, l'esoterismo e le teorie cospirazionistiche, il tutto da cucire a quel retrogusto sociale tanto in voga negli anni '70 e '80 nella produzione cinematografica d'autore americana. Uno scrittore che non disdegna il grand guignol pur non riuscendo a fare a meno di quella forte dose di ironia che ne ha segnato i debutti sia da sceneggiatore che da compositore (un titolo di un suo album su tutti: Zombie di tutto il mondo unitevi, 1977). Ha avuto poi l'onere e l'onore di sceneggiare sette albi della serie regolare Dylan Dog (oltre a Tex e ad altri fumetti griffati Bonelli) e un copione di un piccolo ma interessante horror italiano: Il Nido del Ragno.


Gianfranco Manfredi.

Nel 1979 il cantautore esoterico Franco Battiato cantava, in modo alquanto criptico e metaforico, "spero che ritorni presto l'era del cinghiale bianco...", quattro anni dopo il collega Gianfranco Manfredi, sulla stessa falsa riga, seppur resa in modo maggiormente popolare, mette in scena il ritorno dell'era del levriero bianco e lo fa con un humor e una costruzione che ha spunti da grande maestro. Simbolismi sparsi ovunque, accenni alla grande tradizione esoterica paramassonica con tanto di chiamata in causa degli Illuminati (che poi faranno la fortuna, decenni dopo, di Dan Brown), dell'Alba Dorata (aleggia di continuo il rimando a questo termine e non si può non pensare alla Golden Dawn) e altri affini, il tutto con giochi di nomi, anagrammi, parole in codice a formare un linguaggio iniziatico ben incastonato nella scenografia di una Milano di fine ottocento (che comprende personaggi reali come lo scultore Conconi, il politico Stefano Labus, l'attrice Emma Ivon, gli scapigliati etc), quando lo spiritismo muoveva i suoi primi passi tra rivoluzione industriale, lotte di partito e repressioni sanguinolente di operai in rivolta. Anni per i quali il mio libro di storia delle superiori scriveva: "Bava Beccaris doma esemplarmente la rivolta sparando cannonate sulla folla". Manfredi gioca nel fare continui rimandi tra il fine ottocento e il fine novecento, scegliendo per protagonista un personaggio oscuro, maledetto, se vogliamo un antieroe che poi si scopre essere un antagonista, ai limiti del satanico: Tommaso Reiner. Un giovanotto dai capelli rosso rame, di cui si sa poco, ma che i resoconti della Milano di inizio secolo scorso trattegiano alla stregua di un mago prestigiatore, un illusionista capace di fermare i proiettili dei fucili dei carabinieri, di azionare i macchinari con la forza del pensiero e di compiere mirabolanti imprese stimolato dall'uso dell'oppio (la droga proposta quale strumento di apertura delle porte e superamento dei limiti umani). Un anarchico che sembra esser uscito da certi romanzi alla Zorro, ma che ha un anima assai più tenebrosa e maledetta. "Reiner sarebbe stato uno stregone negromante, che partecipava a sedute spiritiche in compagnia di alcuni Scapigliati di Brera" si spiega nel testo.

Manfredi struttura il tutto in trentatre capitoli (numero magico per eccellenza, quando si parla di certi contesti), a loro volta divisi in tre parti che hanno per titolo la costante del "triangolo", un altro simbolo cardinale nel contesto magico-esoterico. La scelta, come accenna l'autore che poi si meraviglia che nessuno l'abbia mai sottolineata nel corso degli anni, non è casuale. Del resto chi mai potrebbe pensare a un caso, dati i temi trattati? Solo chi ignora il background che risulta opprimente per tutta la vicenda e che comporta ammonimenti, inviti a non proseguire e minacce più o meno velate che sortiscono, non poteva esser diversamente, l'esatto effetto contrario.

Il romanzo prende l'abbrivio con un antefatto alla Conan Doyle. Il riferimento non va al personaggio di Sherlock Holmes, ma al racconto lungo Nel Paese delle Nebbie. Un avvocato, convinto sostenitore dell'infondatezza dello spiritismo, organizza presso la propria abitazione una seduta spiritica per dimostrare le frodi orchestrate dai presunti medium. L'esperimento ha un risvolto alquanto macabro e imprevedibile che serve a Manfredi per presentare il protagonista occulto del romanzo: Tommaso Reiner. E' un escamotage utile a portare subito nel vivo la storia per poi tessere una trama dalla tensione crescente e dallo sviluppo lento e graduale. Dal 1898 si passa al 1981. Manfredi costruisce un'intelaiatura mystery, più che fantastica, e la tiene viva per trequarti di romanzo. Lo spettatore resta sospeso in un'atmosfera esoterica tra giallo, mystery, fantastico e poliziesco. Gli sviluppi potrebbero prendere qualunque strada, ma alla fine avranno un esito imprevedibile, specie per l'epoca, alquanto grezzo rispetto alle molte soluzioni che si sarebbero potute scegliere. 

Manfredi ha una visione e uno stile che potremmo definire cinematografico. Si respira a pieni polmoni la simpatia per i film di Dario Argento e George A. Romero, ma anche Pupi Avati (si veda la parte col protagonista che si imbatte col ritratto di Reiner). Il ritmo è crescente e la tensione monta a poco a poco al procedere della storia. Per lunghi frangenti, chiudendo gli occhi, sembra quasi di rivivere le ambientazioni e le sequenze dei mitici spaghetti thriller che resero tanto importante, all'estero, il nostro cinema di genere. Tra questi mi viene in mente anche La Casa dalle Finestre che Ridono.

A far luce sui fatti del passato, che poi irromperanno nel presente, ci sono tre studiosi che scopriranno, loro malgrado, di esser pedine di un destino, a quanto pare, per Manfredi già scritto per ognuno di noi. Da un articolo di uno dei tre, riscoperto a distanza di anni da un secondo componente del terzetto fidanzato della donna di allora del primo, prende piede una ricerca che si trasla presto nel campo dell'ossessione. Cronache, articoli, lettere, messaggi codificati sottratti dalle polveri e dall'oblio sono la ragione degli effetti letali che si innescano, quali eventi inevitabili oggetto di una lontana profezia. Statue che sembrano muoversi, persone che scompaiono, strani incidenti e reperti magici di cui si stenta a capire la provenienza. Una fissazione per un'indagine in apparenza innocente, priva di potenziali pericoli, che assume presto la sostanza dell'incubo. Ciò che sembrava sepolto in un lontano passato riprende forma e lo fa all'ennesima potenza, alla stregua di un demone incatenato che non aspettava altro di esser liberato dalle catene per portare l'apocalisse sulla terra. 

"Il Levriero Bianco era una setta massonica. Non una normale loggia massonica, ma una filiazione spuria della massoneria egizia... si ispirava ai rituali di magia nera e Reiner ne era uno dei massimi affiliati." Una congrega che, a differenza degli Illuminati ("scopo della setta era l'eversione di tutti i poteri dello Stato e delle religioni per l'instaurazione di un cosmopolismo a base popolare"), ha come fine il ribaltamento dell'ordine costituito da intendersi non a livello politico, ma a livello naturale e anch'esso orientato a un socialismo che non ammette distinzioni di classi. 
"Il levriero cadrà nella Tomba di Luce e l'Alba dorata conoscerà il passo di un nuovo esercito. E, se son vivi loro, allora tu sei morto!" un concetto che ribalta ogni punto di vista, un po' come in Io Sono Leggenda di Matheson. Non vado nello specifico per evitare gli spoiler ma, pur nella sua ironia di fondo (alquanto spiccata in verità), è evidente come anche in Manfredi si assista a un sopraelevamento dello spirito (l'anima immortale che ritorna nella sua integrità) rispetto alla materia (i corpi che marciscono) andando a capovolgere gli ordinari valori in campo per un ritorno alle origini finalizzato al superamento del Kali Yuga ovvero l'era dell'oscurità che collasserà con la fine del mondo (si veda il metaforico attacco finale alla cabina dell'Enel ovvero la generatrice di luce). Un epilogo, quello che va al di là dell'umanamente concepibile, che non può essere accettato dall'autorità costituita: "Ho scritto un ottimo rapporto" dice il poliziotto (una macchietta) che conduce le indagini per mascherare l'impossibile agli occhi della popolazione e dei superiori, ben conscio di aver scritto una falsità colossale (non a caso si dimette). "Ogni avvenimento è stato considerato per quel che era... un guasto meccanico, una fuga di gas, una compagnia di profanatori... Ho scritto un vero e proprio capolavoro!"

Che tipo di lettura vi aspetta, allora? Beh, un mix di generi che si chiude in un modo un po' fracassone, dati i presupposti aulici e l'attenzione a chiamare in causa un substrato di fondo esoterico. Epilogo fracassone, certo, ma non per questo banale. Una conclusione forse frettolosa, eppure di grande effetto visivo e contenutisticamente giustificabile. Un nuovo anno (il 1984, data che evoca la società distopica per eccellenza, a livello narrativo) che si apre all'insegna di un nuovo (dis)ordine e che viene preannunciato dal solito messaggio del Presidente della Repubblica italiana che parla di "un anno di crisi, ma non mancano i sintomi di una ripresa." L'humor nero regna sovrano, ovviamente, e non poteva esser diversamente guardando le origini artistiche dell'autore.
Forte il legame, più che alla narrativa fantastica, al cinema italiano di genere e  a quello di Romero. Ci sono omicidi che rievocano Suspiria (penso alla scena di Berlino col cane che azzanna al collo il cieco), altri Profondo Rosso (l'uso del pupazzo animato che introduce l'assassinio), ma attenzione all'evocativa parte ambientata nella città fantasma di Crespi d'Adda, il momento in cui il romanzo vira decisamente all'horror (c'è pure qualche reminescenza lovecraftiana) con Reiner che si addentra nel villaggio costruito nel 1878 "per ospitare le famiglie delle maestranze al fine di tenerle vicine alle fabbrice e lontane dalle osterie". Una scenografia desolata, molto più di quella reale, che fa saltare alla mente la città industriale di Pripjat, così come appare oggi dopo la catastrofe nucleare e la morte (verrebbe da dire la macellazione) degli operai e dei familiari che lavoravano nella vicina centrale. 

Magia Rossa è dunque una lettura che non annoia, agevolata da uno stile scorrevole e da una trama accattivante che si lascia leggere in periodo compreso tra due e tre giorni. Consigliato agli amanti dei B-Movie, a coloro che apprezzano il grand guignol  e a chi ami l'horror dai risvolti sociali e ironici. Si astengano i puristi del romanzo fantastico classico e serioso, specie quelli del gotico dell'ottocento.



Polizia e Carabinieri pronti a irrompere
nel cimitero di Crespi d'Adda
nella copertina dell'edizione
Feltrinelli.

"Il volgere dell'ultima era è ormai imminente. Solo un'Autorità Superiore può fermare la Corsa del Veltro... e questa autorità è la Luce Pura, l'Occhio stesso della Divinità: il Triangolo d'Argento."

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