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giovedì 19 agosto 2021

Recensione Narrativa: LA CITTA' DELLA PAURA INDICIBILE di Jean Ray.

Autore: Jean Ray.
Titolo Originale: La Citè de l'Indicible Peur.
Anno: 1943.
Genere: Horror / Poliziesco.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2021.
Pagine: 216.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Torna sulle nostre coordinate di lettura il maestro di Gand Jean Ray (1887-1964), già incontrato in occasione delle recensioni de La Casa Stregata di Fulham Road (Profondo Rosso), I Racconti del Whisky (Edizioni Hypnos) e Malpertuis (Mondadori). La neonata Agenzia Alcatraz colma un vuoto ingiustificabile, affidando a Luca Fassina il compito di tradurre per la prima volta in italiano il romanzo La Cité de l'Indicible Puer, opera di punta nel copioso scacchiere del belga. Il prodotto finale è preciso e professionale, come già lo erano stati i due volumi dedicati a Gérard Prévot, facendo di questa casa editrice un nuovo punto di riferimento per quel fantastico franco-belga esaltato a metà novecento dalla collezione Marabout Fantastique di cui, nel prossimo settembre, saranno proposti per la prima volta nella nostra penisola anche gli attesissimi Cérémonial Nocturne di Thomas Owen e La Malveneu di Claude Seignolle, quest'ultima per le Edizioni Hypnos.

Il romanzo in questione viene scritto da un Jean Ray piuttosto maturo, ormai cinquantaseienne, a coronamento di un periodo particolarmente florido. L'affabulatore belga ha appena terminato la scrittura di quello che sarà ricordato come il suo capolavoro: il Malpertuis (1943). Da questa opera vengono confermate le atmosfere tenebrose, pregne di diluvi e lampi e l'idea di un male ossessivo che grava uno sperduto paese di campagna inglese. La componente mitologica viene cancellata a favore di un giallo decisamente atipico, assai distante dalla tematica del precedente romanzo ma anche dalla tradizionale scuola del mystery.

La Cité de l'Indicible Puer è un romanzo sulla paura, una paura contagiosa alla maniera di un virus che dapprima crea ansia nel singolo e da questo si diffonde alla massa, portando a una fuga collettiva scomposta e irrazionale; un fuggire animale, frutto degli impulsi dettati da un istinto che si è abbeverato troppo nell'inquinato elisir della suggestione. “Abbiamo paura senza sapere il perché” dice un personaggio del romanzo. “Non esistono forse cose terribili che non si vedono e che, un giorno o l'altro, potrebbero manifestarsi?” La paura dell'ignoto dunque, quei generici “Loro” che un resoconto iniziale mostra alla stregua delle creature che popolano la nebbia che monta sulla città, così come mostrato da John Carpenter nel film The Fog, seminando morti di cui non si riesce a trovare i colpevoli. L'uomo (specie quello di campagna più suscettibile alle superstizioni) è paragonabile alla pecora del gregge, il semplice gridare di uno sparuto gruppo di soggetti, soprattutto se giudicati attendibili, genera un panico incontenibile e, allo stesso tempo, indicibile.

Ray costruisce un romanzo, fin dalle prime pagine, che ricorda molto l'epilogo del film Anni '90, dove una coppia di individui, temendo di esser inseguita da una coppia di banditi, prende a correre e induce la seconda a fare altrettanto suggerendo implicitamente un pericolo alle spalle, quando invece non vi è niente di anormale ma solo una convinzione creata da pregiudizi e suggestioni. Le grida di aiuto e le urla dei quattro non fanno altro che alimentare una fuga collettiva dell'intera città, tracciando i contorni di una corsa di massa che verrà spiegata dalla massima di un finto Alfred Hitchcock che, tranquillo, se ne passeggia per la strada senza fare una piega: “Questo breve racconto di vita notturna urbana ci insegna che la paura è un male contagioso, da cui la celebre massima che chi scappa fa più paura del perché scappa.” Ray, citando anche Freud, analizza la psiche umana, i meccanismi che regolano la paura e come questa influenzi i comportamenti, portando a deduzioni sbagliate sotto la spinta di segreti che non si vorrebbe far emergere ma di cui si teme che altri siano già a conoscenza. Una minaccia che porta alcuni a fuggire, altri ad organizzare omicidi e altri ancora all'estremo gesto del suicidio. La via del fantastico diviene scappatoia per giustificare eventi che non si è riuscito a comprendere. “Niente spiega al meglio i peggiori accadimenti della vita che non l'intervento del diavolo e degli spettri, fanno una concorrenza sleale alla polizia.” Ray sembra qua aderire a una via scientifica, materialistica, pur riconoscendo all'epilogo l'esistenza dei fantasmi che però sono disinteressati alle vicende umane.

Ecco che quella che potrebbe sembrare un'ottima ghost story, perché come tale viene trattata prima degli ultimi due capitoli, diviene un vero e proprio giallo, in cui la lunga sequela di scomparse, delitti e suicidi che funestano la cittadina inglese di Ingersham ha una giustificazione razionale.

Tutto ha inizio con l'arrivo in un piccolo paesino di campagna di un detective di Scotland Yard in pensione. L'uomo, in verità un inetto che, grazie alle raccomandazioni, ha speso l'intera carriera in ufficio a Londra, altera senza volerlo gli equilibri dei bizzarri abitanti del luogo. Il pensionato viene visto come un potenziale Sherlock Holmes e la cosa, agevolata da racconti ed espressioni di mera circostanza ma casualmente calibrati in modo eccezionale al passato dei vari soggetti, porterà a un caos che sconvolgerà la tranquillità quotidiana. La paura di esser scoperti, di finire sotto la lente di ingrandimento di un individuo che potrebbe essere arrivato in zona proprio per questo fine, spacciandosi per pensionato, è la miccia che genera la follia.

Ray è elegantissimo nel trattare la tematica, inserendo degli splendidi racconti nel racconto ascrivibili al genere horror. L'eco di Edgar Allan Poe è percepibile, estrinsecato da cappi che ciondolano nella notte, apparizioni ectoplasmatiche, rumori rivelatori che portano alla scoperta di cadaveri di donne sotterrati in cantina, ma anche fantasmi ritornanti che pretendono di avere per sé la loro poltrona preferita scagliando in aria chiunque osi sedervi sopra. Ray tratta la questione facendo snocciolare i racconti ai vari personaggi, mentre gli altri personaggi sono seduti attorno a una tavola imbandita, alla maniera di un novello Boccaccio o, meglio ancora, un Chauser. Le storie infatti sono all'apparenza scollegate e ininfluenti al resto, raccontante per vincere la noia, ma avranno un ruolo determinante a scatenare la follia di chi le ascolta. Ogni personaggio penserà che quanto viene detto o scritto sia stato menzionato in quanto volutamente riferito al caso concreto che li riguarda.

L'autore è molto attento infatti a caratterizzare nel dettaglio i tanti personaggi della storia e, allo stesso tempo, a tratteggiare un'atmosfera claustrofobica che non ha eguali. Si percepisce, non poco, l'influenza della serie Harry Dickson, con la quale Ray aveva mosso i primi passi. Il continuo stare in equilibrio tra il fantastico e il giallo arriva da questa serie di romanzi scritti per le edicole e inizialmente tradotti dalla lingua tedesca. Qua però Jean Ray è decisamente più elaborato, elegante e colto. Il romanzo si apre con una citazione a I Racconti di Canterbury di Geoffrey Chauser (l'anno successivo, non a caso, pubblicherà Les Derniers Contes de Canterbury), prosegue con omaggi a William Shakespeare, Pietro Aretino, Edgar Allan Poe fino a Freud. “La fonte dei crimini più audaci è la paura” dice il commissario giunto da Londra per risolvere il caso. Il finale, didascalico, è in linea con i gialli dell'epoca, sebbene la struttura di Ray sia decisamente atipica e originale.

Non particolarmente apprezzata dai lettori amanti del fantastico (deduco dalle recensioni lette), La Cité de l'Indicible Puer è un vero e proprio gioiello. Ray gioca sui preconcetti, tratta con ironia il fantastico (emblematiche le scene del primo omicidio che vede in azione un manichino killer o quella del tipo che scimmiotta il presunto Bull, un mostro che terrorizzerebbe la campagna inglese, indossando sul corpo pelli di un vitello come facevano nei secoli scorsi gli assassini che venivano percepiti dai contadini come licantropi) e vira tutto verso una piega razionale. Complimenti all'Agenzia Alcatraz per il prodotto finale. Una pecca? Forse sarebbe cosa buona corredare i testi con qualche pagina introduttiva sull'autore e la sua opera.


L'autore Jean Ray

"La logica è come un uccellino terrorizzato che scappa verso l'orizzonte con un gran turbinio di ali, lasciando senza protezione né difesa gli uomini che sperano ancora in lei."

domenica 15 agosto 2021

Recensioni Narrativa: RELAZIONI INTERSPECIE di Anders Fager.


Autore: Anders Fager.
Titolo Originale: Artoeverskridande Foerbindelser.
Anno: 2011.
Genere:  Horror.
Editore: Edizioni Hypnos, 2020.
Pagine: 240.
Prezzo: 16,90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.  

Dopo aver analizzato circa un anno fa Culti Svedesi, torna Anders Fager con il suo secondo volume del “Mondo dei Culti”. L'acquisto del volume è stato combattuto, non avendomi particolarmente colpito il primo lotto di storie. Alla fine però il richiamo di Lovecraft e il riferimento esplicito agli orrori marini hanno avuto la meglio e mi hanno indotto all'acquisto. È stata una fortuna.

Relazioni Interspecie, titolo decisamente azzeccato, permette di gettare una luce sul progetto assai articolato e complesso dello scrittore svedese. Le tre antologie di Fager (la terza ancora inedita in italiano) non sono raccolte di storie svincolate tra loro, ma fanno parte di un intreccio che si snoda negli anni (compresi quelli antecedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale). Colpisce sempre più l'utilizzo dei cosiddetti “frammenti”, degli intervalli brevi tra una novella e l'altra, dei veri e propri brandelli di racconti privi di finale e di cui inizialmente non si comprendeva la ragione ma che, a mano a mano che la lettura dei volumi va avanti, offrono dei flash essenziali a mettere a fuoco quanto si è già letto o si dovrà leggere, delineando a loro volta i contorni di una storia alla maniera di un puzzle da completare. I rimandi alle novelle sono espliciti. In questa seconda antologia abbiamo i frammenti V e VIII che sono direttamente collegati alla novella Il Capolavoro della Signorina Witt contenuto nel primo volume, mentre il frammento VII è collegato a Le Furie di Boras. Abbiamo poi una serie di personaggi, quali Fredman, Bertholtz (“non c'era nessuno come lui da quando Crowley era giovane”), un “mago” che si suggerisce essere di natura non umana (cambia corpo di continuo) e un'Ambasciatrice gravitanti attorno a un'associazione denominata “Fondazione Carcosa” (rimandi a Bierce e Chambers) connessa, in qualche modo, al culto di Nyog'Sothep (assonanza interconnessa ai grandi antichi di HPL). È questo gruppo, in passato in trattative anche con i gerarchi nazisti (“Il Manufatto del Signor Goring”), a fungere da “governo ombra” di una realtà (la nostra) articolata su più dimensioni e popolata, in gran segreto, da creature ibridate col sangue di esseri anfibi piovuti dallo spazio (frammento VI, molto prossimo a La Cosa di Campbell).

Fager conferma il suo stile rapido e snello, pur se caratterizzato da una punteggiatura fastidiosa. I suoi periodi sono spesso troncati, assai lontani dalla lirica lovecraftiana. Una scelta narrativa che contrasta con l'abitudine a dilatare la narrazione. In altri termini, Fager adotta una costruzione dei periodi rapidi ma diluisce e rallenta volontariamente la narrazione che va in una sorta di sospensione che prolunga l'attesa del momento topico. Ne è un fulgido esempio la novella che apre l'antologia, “Quando la Morte Arrivò a Bodskar”, dove i preparativi all'azione bellica sono di gran lunga superiori all'esecuzione della stessa. Un'altra caratteristica, questa certamente positiva, è lo stillare l'orrore, l'alludere a mostruosità che non sempre vengono specificate nel dettaglio e, molto spesso, vengono delineate nelle novelle o nei frammenti successivi. Così, nella novella che apre l'antologia, assistiamo a un blitz degli incursori dell'esercito svedese in quella che dovrebbe essere una postazione russa dispersa in un isolotto dell'arcipelago dello Skarv. Alla spedizione partecipano strani personaggi, individui sconosciuti ai componenti del esercito su cui nulla è dato sapere e a cui i tenenti colonnello portano le borse (probabilmente agenti dei servizi segreti). Fager, che in questa antologia a differenza della prima si avvicina molto più a Lovecraft per stile e tematica (rispetto all'hardcore horror del primo volume, comunque presente in alcune novelle), abbozza quello che è un chiaro omaggio a La Maschera di Innsmouth definendo il tutto ne “Il Manufatto del Signor Goring”. Se nella prima novella l'ambientazione è notturna, col vedo e non vedo garantito da bombe al fosforo o dal fuoco che arde le baracche, il secondo elaborato è diurno, più riflessivo e cadenzato da una narrazione tranquilla. Qui si specifica, sulla base dei flashback rappresentati dai ricordi di volo di Goring, quanto si era già intuito, alludendo all'esistenza di un villaggio di pescatori generati da rapporti incestuosi e incroci con creature ittiche, così da generare creature anfibie dotate di pinne e branchie. A Bodskar, infatti, non c'è nessun russo, ma una popolazione di esseri umani ibridati con creature mostruose provenienti dal mare che venerano Dagon. L'incursione si rivela un massacro, narrato con uno stile che condanna il militarismo. I militari sparano senza chiedersi cosa abbiano davanti e senza interrogarsi sulle ragioni del loro ingaggio. Eseguono ordini e quando cercano di derogarvi, perché attirati dal pianto di un bimbo, si trovano al cospetto di un orrore che non riescono mentalmente a gestire. Gli scopi umanitari delle spedizioni militari dell'epoca moderna lasciano spazio a una mattanza a danno di chi non può trovare pace neppure in un posto sperduto nel mondo. È la distruzione del diverso, la prova di una verità che riscriverebbe il valore dell'intera umanità, a partire dalla religione (Fager lancia strali infuocati al cattolicesimo nel racconto Il Manufatto del Signor Goring) e dunque da soffocare. La follia, come in Lovecraft, è l'unica arma per sfuggire a un qualcosa che la mente dell'uomo non può concepire e sopportare.

Sempre incentrato sul tema ibridazione è “Tre Settimane di Felicità”, che vede protagonista una giovane donna frutto delle unioni tra i consanguinei dello Skarv, ma nata in città e fuggita al suo destino per volere di una madre stanca degli orrori della sua genia. Dotata di piedi palmati, la giovane vive in solitudine all'interno dell'acquario che ha allestito in uno scantinato e in cui alleva pesci d'acqua dolce che poi rivende ai clienti. Fager abbandona l'azione de “Quando la Morte arrivò a Bodskar” e il fascino storico di presa lovecraftiana de Il Manufatto del Signor Goring, preferendo uno stile più moderno che suggerisce le problematiche adolescenziali di una giovane donna in odore di maternità che vive il disagio dell'abbandono infantile. Ritorna la componente sessuale piuttosto spinta, assente nel primo racconto e accennata nel secondo. L'imprinting sociale, a poco a poco, lascia però spazio a un orrore assoluto, plasmando un racconto che ricorda molto da vicino il fanta-horror Species (1995) diretto da Roger Donaldson. Il desiderio di essere madre va di pari passo a una gestazione che ricorda assai da vicino quella della vipera, con i figli carnivori che nascono sotto forma di pesci destinati a svilupparsi rapidamente in esseri umanoidi.

“Giocare con Liam” è invece il racconto decisamente più kinghiano del lotto. Parte dalla scarsa attenzione degli adulti o comunque dall'erronea interpretazione dei messaggi comportamentali lanciati dai bimbi da asilo, prosegue con le liti genitoriali per problemi legati alla gestione della vita familiare. Il background è tale da agevolare l'evasione in un'altra realtà, un mondo conosciuto solo dai più sensibili, quello in cui in mostri immaginari diventano reali e dove è possibile comunicare con un dinosauro (in realtà è altro) proveniente da un pianeta alieno confinato in una sorta di fogna da cui si irradia un tanfo pestilenziale (probabilmente è l'essere accennato nel frammento VI). Liam entrerà in contatto con questo essere, continuamente all'oscuro nel buio del tombino. Sospeso tra realtà e immaginazione, fino all'ingresso in scena di altri bambini che confermeranno la presenza dell'essere. Quest'ultimo chiederà sempre più carne promettendo la possibilità di esaudire desideri, come potrebbe proporre un djinn. Il rapporto evolverà fino a una richiesta che poterà al superamento del più grande tabù dell'uomo: l'omicidio. Impossibile, dato il coinvolgimento finale di altri ragazzotti, non pensare a It, anche se Fager correda il testo con la desolazione umana, l'abbandono di clochard senza lavoro come condanna a una fine resa ancor più brutale per via della mano di chi porta la morte. A dir poco fastidioso.

”Un Punto sul Vasterbron” è il racconto più estraniante. Fager cambia ancora registro linguistico, stendendo il racconto come una sorta di articolo di giornale che riassume quanto avvenuto, quanto accertato dalle autorità e quanto detto dalla folla di pecoroni che prende al balzo un evento per storpiare i fatti e accampare accuse per presentare richieste totalmente disattese persino dai video delle telecamere di sorveglianza. Fager, ancora una volta, utilizza il veicolo della narrativa fantastica per presentare le sue stilettate sociali. Fa questo in modo assai calibrato, presentando omaggi a racconti come Il Cappotto di Nikolaj Gogol (si veda il sensitivo sul ponte o l'idea che tutto sia stato innescato dallo spirito di una giovane morta alcuni giorni prima e ritrovata sul letto del fiume, col suo spirito che cammina sul ponte). La Prospettiva Nevski di San Pietroburgo si traveste così da ponte ovest di Stoccolma, il Vasterbron, dove una notte di maggio (come cantava Fiorella Mannoia) 143 persone anziane, tutte viventi da sole e residenti a Stoccolma senza neppure un animale domestico ad attenderle, si ritrovano a camminare alla maniera di sonnambuli (ridotti a zombi viventi) verso il ponte Vasterbron in modo sincronizzato fino a rendersi protagoniste di un suicidio di massa senza precedenti. Le telecamere e il racconto dei testimoni immortala un momento al di fuori da ogni logica. Le persone scavalcano il ponte e si gettano nel vuoto senza che se ne comprenda la ragione. Sembra di leggere uno di quei fortunati racconti della serie Ai Confini della Realtà di Rod Serling, ma il fatto, letto agli occhi odierni, non può non lasciar pensare metaforicamente a tragedie come quelle legate al crollo del ponte Morandi di Genova o alla piaga Covid. Nell'opera di Fager però non vi è alcuna colpa delle autorità. L'evento sembra più figlio dell'atteggiamento meschino e ipocrita dei cittadini, che si ricordano delle persone morte solo dopo che queste si sono rese protagoniste di un gesto eclatante. Molti dei morti, infatti, non sono stati neppure oggetto di denunce di scomparsa (“nessuno sentiva la loro mancanza”) e sono stati identificati a gran fatica. La tragedia del ponte Vasterbron delinea i contorni della tragedia dell'indifferenza collettiva, un'indifferenza che cambia in apparenza forma e sostanza solo alla presenza del fatto da strumentalizzare per accampare pretese e fondare associazioni di familiari. Ecco così avanzare accuse a vanvera tipo “la polizia avrebbe dovuto rendersi conto che c'era in giro un'insolita quantità di pensionati quella notte di maggio e chiudere il Vasterbron...” I veri colpevoli del fatto “se la prendevano con tutti quelli che avrebbero dovuto cogliere i segnali”. Lo schifo di Fager verso questo tipo di società è decisamente palese, i responsabili puntano il dito sugli innocenti, ma attenzione... siamo pur sempre parlando di un racconto inserito nel ciclo lovecraftiano e siamo certi che nel successivo volume si tenderà a fare chiarezza sul punto con quei frammenti sempre illuminanti in situazioni all'apparenza inspiegabili.

Rispetto a Culti Svedesi, Relazioni Interspecie è un'antologia più omogenea sia per contenuti che per stile. Fager è molto più vicino a Lovecraft rispetto alla prima raccolta e dimostra la volontà di spingere i lettori più volte alla lettura delle proprie opere, un atteggiamento che qualcuno potrebbe vedere come arrogante (perché si pensa che il lettore non abbia tempo da perdere) ma che a questo recensore è senz'altro gradito (i dettagli che si colgono da una lettura all'altra crescono e agevolano l'apprendimento dell'intero progetto). Stempera inoltre, fino quasi a toglierlo (in alcuni racconti), il taglio pulp incentrato sull'erotico spinto che contraddistingueva il primo volume, plasmando racconti più evoluti con un contenuto di fondo a forte presa sociale. Una caratteristica questa già presente in Culti Svedesi, ma qua amplificata.

L'opinione finale, questa volta, è positiva e rende l'antologia di gran lunga superiore rispetto al debutto editoriale sul mercato italiano. Certo, trattandosi di racconti interconnessi, chi intenda avvicinarsi al “Mondo dei Culti” di Fager lo dovrà fare acquistando l'intera trilogia. Possiamo tuttavia dire che la lettura di questo Relazioni Interspecie potrebbe essere da anteporre a Culti Svedesi perché è sicuramente più adatta a soddisfare i palati di un più ampio gruppo di lettori. Attendiamo l'uscita del terzo e ultimo volume della serie: l'acquisteremo!

 
Anders Fager
 
"Se colui che sogna nelle profondità del mare può attendere il momento giusto, potete farlo anche voi."
 

giovedì 12 agosto 2021

Recensione Narrativa: I VERMI CONQUISTATORI di Brian Keene.

Autore: Brian Keene.
Titolo Originale: Earthworm Gods.
Anno: 2001.
Genere:  Horror.
Editore: Independent Legions, 2021.
Pagine: 260.
Prezzo: 15,50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.  

Insieme a The Scarlet Gospels (“Vangeli di Sangue”) di Clive Barker, è il mio volume preferito tra quelli indicati nel catalogo della Independent Legions di Alessandro Manzetti. Casa editrice specializzata nell'hardcore horror, la Independent Legions, ogni tanto, propone novità editoriali che si svincolano dal delirio splatter per avvicinarsi a quelle atmosfere capaci di generare un sense of wonder che rievoca l'orrore classico del tempo che fu. Certo, la struttura narrativa e soprattutto i dialoghi non sono più quelli di un tempo, alcuni direbbero che sono svecchiati dai cliché del passato, noi invece ravvisiamo un involgarimento dei toni verso pieghe, se vogliamo, autoironiche se non addirittura parodistiche. È il caso di questo Earthworm Gods, pubblicato nel settembre del 2005 da Brian Keene, poi ristampato nel 2006 col titolo The Conqueror Worms e giunto alla terza edizione italiana.


Classe 1967, originario della Pennsylvania, Brian Keene (un cognome che evoca antenati irlandesi) fa parte di tutta quella scuderia di autori che può definirsi la new generation dell'horror contemporaneo. Dopo una lunga trafila di impieghi, tra cui buttafuori, disc jockey, istruttore di asilo nido, camionista, rappresentante, operaio di fonderia, è riuscito a tramutarsi in scrittore grazie al successo del romanzo di esordio: The Rising (2003), uno zombie story che ha rinnovato la figura del tradizionale morto vivente. Premiato fin da subito con un Bram Stoker Award (miglior romanzo di esordiente), ne ha vinto un secondo (su un totale di sei nomination), oltre uno Shocker Award e il World Horror Grandmaster Award. Scrittore (e fumettista) piuttosto prolifico, capace di sfornare un romanzo all'anno, si è specializzato nell'horror, senza scordare le cime story, il fantasy e la saggistica. Vanta, al momento, circa cinquanta libri e ha già attirato l'interesse del cinema che si è accaparrato i diritti per la trasposizione di alcuni dei suoi romanzi, tra cui Ghoul (di recente pubblicato in italiano dalla Independent Legions), The Naughty List, The Ties That Bind e Fast Zombies Suck.

Presentato sul mercato italiano nel 2011 per merito della defunta Edizioni XII e degli scrittori Daniele Bonfanti e Luigi Musolino (autori della traduzione), proprio con la traduzione di questo Earthworm Gods, si è, a poco a poco, ritagliato spazio anche nella nostra penisola fino a ottenere la vetrina della collana horror dell'Urania. Il compianto Giuseppe Lippi, nel luglio del 2014, lo ha infatti sdoganato al grande pubblico delle edicole, puntando ancora su “I Vermi Conquistatori”. È solo però grazie ad Alessandro Manzetti se l'autore è riuscito ad aprirsi un canale diretto con la nostra penisola. Messo sotto contratto dal padre padrone della Independent Legions, Keene ha visto uscire in italiano la terza edizione di Earthworm Gods (traduzione Bonfanti-Musolino), oltre il sequel del romanzo (“Vermi Conquistatori 2 – Diluvio”), l'opera di debutto The Rising, oltre Ghoul nonché alcuni racconti inseriti nelle antologie collettive Il Grande Libro Blasfemo (2021) e Shining in the Dark (2020) tutte edite da Manzetti.

La copertina originale del romanzo.

Earthworm Gods, candidato al Bram Stoker Award, è un romanzo derivativo infarcito di omaggi. Keene sembra quasi voler tributare quelli che sono i suoi amori letterari, guardando soprattutto alla narrativa fantastica della prima metà del novecento (ma anche Jerusalem's Lot di Stephen King). L'idea base viene dalla Bibbia (il diluvio universale), ma anche da un classico della fantascientifica post-apocalittica come The Drowned World (1962) di James Graham Ballard, presentato sulle pagine Urania col titolo “Deserto d'Acqua” e poi successivamente pubblicato come “Il Mondo Sommerso”. Romanzo già ispiratore di testi quali The Incredible Tide (1970) di Alexander Key, The Drowned World, secondo di una tetralogia (definita “degli elementi”) incentrata sui disastri apocalittici ambientali, è il romanzo di riferimento dell'opera. Da qui arriva l'ìdea di una civiltà totalmente sovrastata dalle acque. Ballard immagina, in tempi non sospetti, un improvviso aumento delle temperature in conseguenza delle radiazioni solari, con l'effetto di determinare lo scioglimento dei ghiacciai e l'innalzamento del livello dei mari. Lo sconvolgimento ambientale porta la acque a ingoiare interi palazzi, con i protagonisti che si muovono su barchette e tremano per il graduale insinuarsi di una nuova specie dominante: i rettili (Keene li sostituisce con i vermi e i serpenti marini).

Ballard è un grande maestro della fantascienza, non un qualcuno che cerca il mero intrattenimento. Delinea un contesto inquietante e allucinato, per muoversi nella dimensione della metafora. Il mare diviene allora il simbolo che rappresenta la memoria del pianeta, l'acqua ne è il sangue che porta ossigeno al cervello mentre il sole l'impulso che richiama gli uomini allo stato originario da cui erano partiti, liberi da preconcetti e da vincoli. Ragionamenti autoriali da cui si svincola Keene che invece è un autore d'intrattenimento.

Keene si assesta a metà strada tra Ballard e la vicenda del diluvio universale raccontata dalla Bibbia. Prende dal primo le immagini di una Baltimora (al posto di Londra) completamente avviluppata dalle acque, con i tetti dei grattacieli che svettano tra le onde offrendo riparo ai superstiti. Dalla Bibbia arriva invece l'idea di una pioggia inesorabile, che non conosce sosta e flagella l'umanità. Ne “I Vermi Conquistatori”, infatti, piove sempre, pur se con intensità diverse. Il sole e le stelle diventano pallidi ricordi, mentre l'acqua cresce a dismisura trasformando l'intero mondo in un oceano alla maniera di Waterworld, film diretto nel 1995 da Kevin Reynolds.

Su queste basi Keene innesta la tradizione weird di Howard P. Lovecraft e di William H. Hodgson miscelata al folklore di Bram Stoker, virando il tutto dalla fantascienza di matrice ecologista all'orrore soprannaturale. Il diluvio, infatti, non è né una punizione divina scagliata contro l'uomo, né un cataclisma attribuibile a un'alterazione degli equilibri naturali. Il diluvio di Keene non è inspiegabile o senza logica, come ha suggerito qualcuno, ma è la conseguenza di un rituale di magia nera, con l'autore che, attraverso i suoi personaggi, si mette a ironizzare e a parodiare, senza darlo troppo a intendere ai lettori superficiali, la narrativa esoterica tipica di scrittori quali Dennis Wheatley. “Non pretendo di capire tutto il nostro universo, ma so che ci sono cose che la scienza non può spiegare. Chiamalo paranormale, soprannaturale o come preferisci, ma esiste... Oggi tutto è spiegato e curato dalla scienza. Forse è per questo che ci troviamo nel casino in cui siamo adesso – per la nostra dipendenza dalla scienza. Forse abbiamo perso il contatto con qualcos'altro. Il Nostro lato spirituale. La parte che crede ancora – e ha nutrimento – nella magia.” Afferma il protagonista, un tempo sposato con una donna che teneva i corsi di catechismo. 

 La copertina di Stefano Cardoselli 
per l'edizione Independent Legions.

Avrete già capito che siamo nell'ambito della letteratura pulp, in un romanzo anti-scientifico, caratterizzato da un taglio e da una cifra espressiva che rendono il testo un romanzo parodistico senza sconfinare nel comico. Il testo infatti non vuole essere preso troppo sul serio, sebbene Keene cerchi la via funzionale ad aggradare sia i lettori legati all'”orrore classico” sia quelli alla ricerca delle soluzioni tamarre, evitando la farsa.

Ecco che Earthworm Gods si rivela un survival horror, raccontato in prima persona da uno dei superstiti dell'apocalisse: un vecchietto di ottant'anni in crisi di astinenza da tabacco e non intenzionato ad aderire agli inviti di evacuazione. La storia è ambientata su un cucuzzolo di una montagna degli Appalachi dove, a poco a poco, sopraggiungono altri personaggi bizzarri. Qui va in scena una resistenza strenua contro l'assedio di vermi carnivori sempre più grandi ed emersi dal cuore della terra. Non solo. Sulla scia della soluzione già adottata da Herbert G. Wells nel romanzo The War of the Wordls (“La Guerra dei Mondi”, 1897), Keene fa parlare alcuni dei personaggi, giunti sulla vetta a bordo di un elicottero, per raccontare cosa sia successo altrove. Prende così piede una sorta di racconto nel racconto. Niente a che fare, però, con riferimenti boccacceschi dal Decameron (come ha erroneamente detto qualche cultore). Qui non si raccontano storie per vincere la noia o esorcizzare il male che preme al di fuori della sicurezza casalinga, qua i racconti sono finalizzati a comprendere cosa sta succedendo altrove e sono una tecnica narrativa utile a Keene per mostrare le due facce della medaglia dell'orrore che sta prendendo forma, ossia quella “terrestre” e quella “marina”. L'ascesa dell'oceano infatti smuove dagli abissi creature come il calamaro gigante, qua denominato il Leviatano (e Kraken), ma anche veri e propri esseri mitologici come le sirene (ammaliano con il loro canto e seducono mortalmente gli uomini). Keene butta dentro di tutto, dai racconti di marinai che riecheggiano le avventure de 20.000 Leghe sotto i Mari a rituali demoniaci, e giustifica il polpettone (ben cucinato) per mano di una setta di surfitisti, impropriamente definita “satanista”, che inneggia al Leviatano con formule rituali dal retrogusto lovecraftiano. Questi compiono sacrifici umani sul grattacielo in cui sono rifugiati e lo fanno per aggraziarsi la fiducia (cosa che si verifica) degli esseri che nuotano sotto il pelo dell'acqua.

Simpatici alcuni riferimenti a Cthulhu manifestati da personaggi che cominciano a menzionare la divinità dopo aver visto emergere dalle acque una sorta di piovra che avvinghia i palazzi e li distrugge alla maniera di un Godzilla tentacolare. Keene regala anche un omaggio al film Tentacoli, mostrando la piovra nell'atto di scrutare con un occhio all'interno della camera in cui uno dei protagonisti è schiavo della follia per aver visto artigliare la fidanzata (nel film si vede una cosa del genere dall'oblò di un mini-sommergibile). Lovecraft e Hodgson rivivono così in un romanzo dove il male non viene solo dalle profondità della terra o dagli abissi marini, ma emerge anche dall'uomo. La follia e l'apocalisse, infatti, risvegliano l'indole omicida e la pazzia delle persone che non tentennano nello scatenare una guerriglia di quartiere a colpi di mitraglia ed esplosivi, né ad abbattere elicotteri, stuprare donne indifese, cadere preda di sette o sfogare scenate di gelosia abbattendo traditori e amanti a colpi di fucile. Piove sul bagnato dunque...

L'epilogo, follissimo e distruttivo, è un evidente omaggio alla narrativa di Bram Stoker (ma anche a Frank Herbert, si pensi al vermone di Dune) con i vermi che serpeggiano ovunque e Behemoth (definito “il fratello maggiore del Leviatano”) che emerge a demolire la casa in cui il protagonista è asserragliato, in ricordo del passato e della moglie. “Il suo corpo era bianco latte e così pallido che in alcuni punti appariva quasi traslucido. Il corpo della creatura stillava bava, lasciando una traccia scintillante sul suo cammino.” Non si tratta di un semplice mostro, ma di un essere infernale, capace di prendere possesso della mente degli uomini deceduti e farli rivivere, così come era in grado di fare la popolazione serpentiforme del racconto The Valley of the Lost di Robert Ervin Howard (a sua volta ispirato dal racconto Worms of the Earth).

La bocca mostruosa di Behemoth, aperta alla maniera di una fornace infernale, avrà una sorpresa tutt'altro che gradita che porterà il serpentone a vomitare i rimasugli dei pasti, in una scena che rimanda in modo abbastanza evidente all'epilogo di The Lair of the White Worms (1911) di Stoker. Romanzo quest'ultimo che è nella genetica del romanzo di Keene, anche per la forma e il pestilenziale odore che accompagna la comparsa del verme gigante.

Romanzo dunque molto divertente e spassoso, ma non certo un capolavoro nonostante quanto si sia affermato. È stato definito “uno dei capolavori del fantastico moderno, un'opera che ha ridisegnato il modo di intendere il romanzo apocalittico.” Lippi ha parlato di “una tesa vicenda horror per un grande romanzo apocalittico.”

A nostro modo di vedere, Earthworm Gods è un horror, aperto a un sequel (cosa che infatti Keene non si lascia sfuggire), in cui succede molto meno di quanto si potrebbe pensare. Un diluvio di oltre un mese sintetizzato in pochi giorni di narrato, il pensare del protagonista alla vita passata e alla conclusione della civiltà (sperando in una vita ulteriore nell'aldilà benedetta dalla presenza delle persone che si è amato in vita), quindi i segni lasciati sull'ambiente dalla pioggia, ma anche quelli rappresentati da un misterioso fungo bianco di cui poco si comprende e la presenza di enormi cavità nella fanchiglia che lasciano intendere quanto poi si toccherà con mano. Questa la prima parte della narrazione, su cui si innestano i fatti di Baltimora e l'epilogo con l'attacco del verme gigante. Ritmo abbastanza sollecito, stile di narrazione a tratti volutamente prolisso, con un registro linguistico involgarito al livello di quello proprio del cinema di intrattenimento. In definitiva, piace e diverte, oltre a presentare uno spiraglio spirituale/trascendente di solito assente nel new horror da intrattenimento. Da non perdere per i lettori appassionati di kaijù eiga, orrori marini e per i revisionisti della narrativa lovecraftiana. Il modern weird passa da casa Keene. Prossimamente la recensione del sequel: Vermi Conquistatori 2 – Il Diluvio.

 
L'autore Brian Keene
 
 "Ho paura di credere perché ho paura di quello che significherebbe."
 

lunedì 2 agosto 2021

Recensione Narrativa: IL BATTESIMO DEL DIAVOLO di Dennis Wheatley

Autore: Dennis Wheatley.
Titolo Originale: The Devil Rides Out.
Anno: 1935.
Genere:  Horror.
Editore: Editrice Nord, 1971.
Pagine: 209.
Prezzo: Fuori catalogo

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Classico della narrativa soprannaturale inglese, definito a suo tempo “la miglior cosa di questo genere dai tempi del Dracula1.” Arriva tardivamente in Italia (trentasei anni di ritardo), sulle ali del successo riscontrato dalla trasposizione cinematografica licenziata nel 1968 dalla Hammer su sceneggiatura del grande maestro Richard Matheson e con l'interpretazione di uno dei più grandi volti legati al genere horror: il mefistofelico Christopher Lee.

Quando il romanzo giunge in Italia, come secondo numero della collana Arcano dell'editrice Nord2, Dennis Wheatley è un nome pressoché sconosciuto alle nostre latitudini per quanto concerne l'apporto al fantastico. All'epoca i lettori italiani lo conoscono per il solo Star of Ill-o-Men, marginale romanzo fantascientifico presentato nella collana Urania della Mondadori col titolo “Minaccia Occulta” (1953). Non è dunque un caso se il nome Wheatley non appaia tra le voci delle guide della Longanesi dedicate al Fantastico, Nero, Gotico e Orrido pubblicate a fine anni sessanta.

Eppure Wheatley è un nome che in Inghilterra è più che molto conosciuto, tanto che il romanzo di debutto, l'avventuroso The Forbidden Territory (1933), aveva fin da subito rapito le attenzioni di un certo Alfred Hitchcock (1899-1980) che non perse tempo ad acquistarne i diritti per una trasposizione cinematografica3. Un successo che porterà l'autore a interessarsi in modo specifico al giallo (diversi sono recuperabili anche in italiano), tra l'altro con operazioni avveniristiche riprese in epoca moderna da personaggi quali J. J. Abrams4, tanto da conquistare negli anni il soprannome di “Principe degli Scrittori Thriller.”

Eppure, nonostante questo, il nome Wheatley, autore da 33 milioni di copie vendute con un quarantennio (anni '30-'60) di assoluto dominio nelle classifiche dei best seller, è oggi legato alla narrativa soprannaturale sebbene non siano stati tanti i romanzi aderenti a questo sottogenere. Spalmati in una sterminata produzione articolata in cicli orientati alle masse e variegati nei contenuti, tra cui cicli storici e altri legati ai mondi perduti, Wheatley si è dedicato all'occulto a cadenza periodica e irregolare. Appassionato di guerra, grande studioso di stregoneria e di storia, con contatti alti nei servizi segreti inglesi, tanto da portare più di un biografo a reputare lui stesso un agente segreto. Una polivalenza e un'attitudine eclettica non sufficienti da smarcarlo dall'etichettatura di scrittore di narrativa diabolica. Merito (o condanna) di questo ricade proprio sul romanzo oggi più ricordato della sua intera produzione, ovvero quel The Devil Rides Out pubblicato a puntate in Inghilterra, tra il 31 ottobre e il 22 dicembre del 1934, e poi raccolto nell'edizione pubblicata il 12 dicembre 1934 dalla Hutchinsons. Un successo immediato, costruito seguendo in modo piuttosto fedele gli sviluppi del Dracula (1897) di Bram Stoker, ammodernando lo stile, abbreviando i dialoghi e virando il tutto verso una componente diabolica (piuttosto che sociale) a metà strada tra il folklore pagano e il cristianesimo. Ecco così arrivare i riferimenti, marcatissimi, ai romanzi The Magician (“Il Mago”, 1908)5 di William Somerset Maugham e Moonchild (“La Figlia della Luna”, 1917) di Aleister Crowley, resi più masticabili (soprattutto il secondo) nell'esposizione da un taglio alla William Hope Hodgson e, più in particolare, a racconti del calibro di The Gateway of the Monster o The Horse of the Invisible inclusi postumi nella raccolta Carnacki The Ghost Finder (1913). Wheatley parte da questi ingredienti, attinge da volumi occulti di autori quali Montague Summers (1880-1948), peraltro suo conoscente, e da colloqui intercorsi con Aleister Crowley (che funge da evidente ispirazione per la caratterizzazione dell'antagonista, un po' come già fatto da Maugham) per conferire verosimiglianza ai riti, agli esorcismi e alle scene sabbatiche che vengono portate in scena. Il tutto viene costruito sul modello dei feuilleton di Alexandre Dumas, amore mai celato dell'autore. Il mix, pur non originalissimo (specie a una lettura odierna), è a dir poco indovinato. La lettura scorre senza tentennamenti e senza quei fastidiosi escamotage volti ad allungare il testo, talvolta presenti nelle opere degli scrittori pulp. Tutto è essenziale alla lotta che culmina in una happy end un po' troppo influenzata dalla destinazione del prodotto. Wheatley è riparatore, smielato, ottimista. Il bene trionfa e lo fa in modo totale, salvando capre e cavoli (verrebbe da dire, se le capre non fossero i rivali di turno). Sarebbe stato decisamente più incisivo chiudere come fatto da Stoker nello splendido finale, poi rigettato inizialmente dalle case editrici, di The Jewel of the Seven Stars. Fortissima la componente onirica, allucinata e allucinante. Ci sono almeno tre capitoli, dei trentatré previsti (numero non certo casuale), indimenticabili. Viene descritto e mostrato, nei minimi dettagli, un sabba degno dell'estro visionario di Francisco Goya (1746-1828). Laddove Maugham aveva fatto cenno, peraltro in modo decisamente efficace, Wheatley dilata nel dettaglio (si ferma però al momento della orgia, forse per evitare lo scandalo). L'iconografia pagano/cristiana viene rispettata in tutto e per tutto. Sull'altare satanico, circondato da nobili e ricchi privi di indumenti, appare il caprone di Mendes, con tutte le caratteristiche che il lettore può ben immaginarsi. Il demonio è presente, percepibile, persino nel suo alito pestilenziale, ma evanescente, mero osservatore dei riti dei suoi profeti e subito pronto a punirli in caso di insuccesso. Il testo offre momenti di cui faranno tesoro autori che furoreggeranno nelle edicole italiane tra gli anni '60 e '70, si pensi a esempio a Libero Samale, meglio noto con lo pseudonimo Frank Graegorius. Autori che ricalcheranno Wheatley all'infinito, a dimostrazione di una formula evidentemente vincente. Apparizioni ectoplasmatiche, corpi astrali, cerchi magici, pentacoli disegnati sul pavimento, riti necromantici, sostituzioni di persona, larve, tranelli demoniaci e assalti di esseri a dir poco inquietanti (pazzesca l'apparizione del cavallo cavalcato dall'angelo della morte) delineano quella che assume i connotati di una vera e propria lotta per salvare coloro che si sono fatti abbindolare dalla sete del successo e dalla bramosia del potere. Il diavolo e il male esistono; non sono fandonie o superstizioni medievali, come credono inizialmente diversi personaggi. 

Damien Mocata (grande caratterizzazione), il grasso e viscido mago costruito sul modello dell'Oliver Haddo di Maugham (a sua volta ispirato da Crowley), è alla ricerca di un potente talismano (il fallo di Osiride mummificato) la cui detenzione permetterebbe di aprire le porte ai cavalieri dell'Apocalisse (e scatenerare una nuova guerra mondiale). Per perseguire il fine è disposto a tutto, persino sacrificare una piccola bambina squarciandole il ventre dall'inguine al collo (operazione necessaria per rianimare una persona deceduta, in un ipotetico scambio di anime), oltre che sacrificare la medium prediletta (usata quale intermediaria utile a smuovere i demoni, col rischio di vedersi ricadere contro i malefici in caso di mancata riuscita degli stessi) e un amico introdotto nella propria setta. A lui si contrappone il gruppo (tutti nobili o comunque facoltosi) capitanato dal Duca De Richleau, un nobile francese fuggito dalla Francia per motivi politici, alla seconda avventura di un ciclo (non sempre di genere fantastico) che sarà completato da nove ulteriori avventure (per un totale di undici). Il Duca è una sorta di Van Helsing, pur cercando di non darlo a intendere. Abile ipnotizzatore, conduce un gioco inverso di Mocata, emulandolo in tutto e per tutto e contrastandolo in ogni azione. Laddove l'antagonista riesce a evocare gli spiriti del male, De Richleau risponde con un armamentario che mischia sacro e profano, giungendo persino a ottenere l'intercessione divina. Crocefissi, preghiere e acqua benedetta (l'ostia non riesce a farsela dare) si alternano a corone d'aglio, svastiche (amuleto magico messo al collo di un ebreo!?), sale, mercurio, filtri a base di mandragora miscelata all'assafetida e invocazioni latine di dubbia provenienza. 

La copertina del film della HAMMER.

Netta e stereotipata è la contrapposizione tra i valori in campo. I buoni e i cattivi sono delineati con l'accetta, con una sola eccezione: la donna da redimere (personaggio debole questo). Wheatley porta avanti la storia in modo commerciale. Non è certo un autore autoriale alla Gustav Meyrink. I suoi romanzi, pur interessandosi all'esoterismo, mirano a far presa sul pubblico e non vogliono fare filosofia ascetica né indicare la via maestra verso l'illuminazione spirituale. Non è un caso se anni dopo Wheatley sarà ricordato come colui che ha “portato la magia alle masse”. Dunque un romanzo che ci limitiamo ad analizzare in forma breve, riservandoci di dedicare all'autore (ancora del tutto sconosciuto in Italia per la quasi totalità delle sue opere) un saggio ad ampio respiro, pur riconoscendo l'innegabile lavoro eseguito dal sempre lodevole (è dir poco) Franco Pezzini all'interno del volume Le Nozze Chimiche di Aleister Crowley (Odoya, 2020). Pezzini ha difatti analizzato nel dettaglio l'opera dell'autore, al capitolo 4 (“Il Diavolo al Galoppo”) del citato volume, rendendo pertanto arduo il compito di coloro che arriveranno dopo. Sempre sul Wheatley satanico (oltre al citato romanzo, si segnalano due pubblicazioni, sul finire degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, a cura della Mondadori, intitolate Il Battesimo del Diavolo e Il Club di Satana) si segnala il buon lavoro curato da Claudio Asciuti all'interno dell'eccellente Guida alla Letteratura Esoterica (Odoya, 2016).

In conclusione The Devil Rides Out, da noi “Il Battesimo del Diavolo”, è un romanzo che, pur nel suo essere derivativo, non può che essere definito cardinale. Costituisce una pietra miliare del genere, in grado di fruttare notorietà al suo autore in forza di un approccio popolare studiato per stupire le masse. Di facile lettura, beneficia di un sollecito ritmo che tiene sempre a debita distanza la noia. Certo, non può parlarsi di super capolavoro, ma resta un notevolissimo esempio di narrativa del terrore sospesa tra la tradizione ottocentesca, legata al soprannaturale di derivazione massonica, e l'avvento della nuova narrativa svincolata dagli insegnamenti esoterici, quell'approccio di scrittura che porterà sempre più a un involgarimento del genere in vista del nuovo impulso offerto dal cosiddetto modern weird. Da recuperare.

1Così James Hilton nella recensione sul The Daily Telegraph, ai tempi dell'uscita del romanzo.

2Nella serie è incluso anche il romanzo satanico Black Easter (“Pasqua Nera”) di James Blish, recensito su questo blog anni fa, oltre, tra gli altri, la prima edizione italiana di Conan The Conqueror (“Conan il Conquistatore”) di Robert E. Howard e Burn Witch Burn (“Brucia Strega Brucia”) di Abraham Merrit.

3Poi affidata alla regia di Phil Rosen nel 1934.

4Wheatley scrisse una tetralogia gialla concepita in modo da proporre delle sezioni mobili, contenenti finti campioni di capelli, referti, verbali di polizia e inserti vari, utili al lettore a ricostruire la vicenda e capire prima della chiusura del romanzo l'identità dell'assassino. Per quanto riguarda Abrams si ricorda il suo recentissimo La Nave di Teseo.

5Volume che trovate recensito sul blog.

DENNIS WHEATLEY
 
 "Anche i più grandi cercatori di verità hanno sollevato solo un angolo del velo che nasconde il vasto Ignoto; ma io credo che durante il nostro sogno siamo vissuti in quella che i moderni chiamano la quarta dimensione."