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sabato 12 dicembre 2015

Recensione Cinematografiche: THE PROGRAM di Stephen Frears






Produzione: Tim Bevan, Eric Fellner, Tracey Seaward e Kate Solomon.
Soggetto: David Walsh.
Sceneggiatura: John Hodge.
Regia: Stephen Frears.
Montaggio: Valerio Bonelli.
Colonna Sonora: Alex Heffes.
Interpreti Principali: Ben Foster, Chris O'Dowd, Guillaume Canet, Jesse Plemons, Dennis Menochet, Lee Pace, Dustin Hoffman.
Durata: 103 min.

Commento Matteo Mancini.

Nei cassetti della memoria, poi neppur tanto sbiaditi dal tempo, affiora il ricordo di un ciclista, un ventunenne capace di debuttare nella più ambita corsa a tappe del mondo. Proprio così. C'era una volta un giovane campione del mondo su strada venuto dall'altra parte del mondo, incapace però di resistere ai ritmi spezzati e discontinui degli scalatori, quegli scatti che tagliano le gambe; ma soprattutto, c'era una volta un uomo capace di sconfiggere un tumore ai testicoli e di sopportare una delicata operazione alla testa, per ritornare alle competizioni più forte di prima. E c'era una volta un eroe capace di vincere sette tour de France consecutivi (record assoluto alla Grande Boucle), dopo aver visto negli occhi la dea falciatrice e averla ricacciata con forza nella nebbia della attesa indeterminata, nebbia da cui però sono uscite altre ombre e sospetti che uccidono anch'essi seppur in modo invisibile. Signori, c'era una volta un uomo, una star capace di abbagliare mostri sacri della storia sportiva, una maglia gialla che affiorava dalle pendenze di una salita cancellando il fondo fatto di vette innevate... signori, c'era una volta LANCE ARMSTRONG e veniva da Plano seguendo un programma.
A quattro anni dal ritiro delle competizioni di Armstrong, un poker di produttori porta al cinema la storia di quest'uomo. Il nome di spicco che sta alla base del progetto, tra i finanziatori, è quello del neozelandese Tim Bevan, produttore esecutivo di altre celebri pellicole sportive, Rush (2013) di Ron Howard e Senna (2010) di Asif Kapadia su tutte, ma soprattutto premiato ai BAFTA per La Teoria del Tutto (2014), La Talpa (2011) ed Elizabeth (1998) quali migliori film britannici. Produttore attivissimo nel Regno Unito, sulla cresta dell'onda fin dalla seconda metà degli anni '80 ed esploso negli anni '90 grazie alla realizzazione di film quali Fargo (1996) e Il Grande Lebowski (1998), poi seguiti dagli scatenati Johnny English (2003), Wimbledon (2004) e Hot Fuzz (2007) per un totale superiore a cento pellicole che ne fanno forse il più importante produttore sul mercato inglese. Lo supporta nello sforzo il socio Eric Fellner, con cui ha iniziato a collaborare a partire dal 1993, in occasione della produzione del western Posse, La Leggenda di Jessie Lee (1993) diretto da Mario Van Peebles, proseguendo con Triplo Gioco (1993) e via via con un lungo e duraturo sodalizio. 
Assai meno esperta è invece Tracey Seaward, la terza anima economica del film, che ha prodotto un altro Triplo Gioco (2002) che non ha nulla a che fare con quello di Bevan e Fellner, ma soprattutto è coproduttrice di War Horse (2011) di Spielberg. Sebbene sia meno blasonata, sotto il profilo quantitativo, è a lei che si deve la scelta del regista avendo prodotto le due pellicole più importanti dello stesso e cioè le candidate all'oscar The Queen (2006) dallo sceneggiatore di Rush (Peter Morgan), e Philomena (2013). Fa invece esperienza Kate Solomon alla sua prima grande produzione dopo aver tentato, con poca fortuna, la carriera di regista.

Il film nasce così dall'incontro di due forti blocchi di produttori, quello costituito dal duo Bevan-Fellner e quello rappresentato dall'emergente Tracey Seaward che porta alla scelta dell'inglese Stephen Frears quale regista a cui affidare il soggetto. Frears è un candidato all'Oscar che ha conquistato la critica in occasione di Rischiose Abitudini che gli valse proprio una nomination nel lontano 1990. Regista esperto, ultrasettantenne, ha preso le mosse nei serial televisivi inglesi di fine anni '60, proseguendo in tale settore fino agli albori degli anni '90, togliendosi le maggiori soddisfazioni negli ultimi quindici anni di carriera grazie all'approdo al cinema. A parte la commedia Lady Henderson Presenta (2005) premiata col Golden Globe, è proprio con la Seaward che strappa altri prestigiosi premi, gira persino un bizzarro western, Hi-lo Country (1998), che gli vale l'Orso di Berlino quale miglior regista. Non da meno è la ricostruzione della battaglia politica tra Cassius Clay e il governo degli Stati Uniti relativa all'intervento in Vietnam, che porterà alla carcerazione del grande pugile, immortalata nella pellicola Muhammad Ali's Greatest Fight (2013). Questo il curriculum del regista che si presenta all'appuntamento con Armstrong fresco fresco dal successo riscontrato da Philomena, con cui ha fatto incetta di premi, tra i quali il Premio Osella, alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Frears può così concentrarsi sulla parabola di uno sportivo passato da semi-dio a un semi-demone. Per metterla in scena si sceglie di prendere a modello, come linfa da cui attingere dati, un volume di un giornalista irlandese che per primo ha osato sospettare della regolarità nella preparazione atletica di Lance Armstrong. 'Prima del tumore prendeva pesanti distacchi dagli scalatori e ora vedi come va in salita...' È la penna di David Walsh quella che stimola gli autori del film, che si leggono e acquistano i diritti di Seven Deadly Sins: My Pursuit of Lance Armstrong (2013). Piuttosto curiosamente, visto la mancanza di legami con i diretti interessati, viene dato incarico allo scozzese John Hodge di stendere la sceneggiatura. Hodge è uno sceneggiatore poco prolifico, ma ha alle spalle pellicole cult. Classe 1964, ha debuttato a trent'anni quale sceneggiatore di fiducia del talentuoso emergente Danny Boyle, mettendo la firma sui copioni di quattro suoi film amatissimi dal pubblico, tra i quali Trainspotting (1996) e The Beach (1997), per poi passare ad altri registi senza particolari risultati fino al ritorno con Boyle in occasione di Trance (2013).

STEPHEN FREARS

Hodge si concentra non tanto sulla carriera sportiva di Lance Armstrong, sui suoi successi al tour o sulle sue battaglie con gli storici avversari, i vari Jan Ullrich, Joseba Beloki o Marco Pantani, no... niente di questo, non sono neppure menzionati; così come non viene offerto alcun cenno al tributo che regalò allo sfortunato campione del mondo italiano Fabio Casartelli, suo compagno di squadra deceduto in una discesa al tour, andando a vincere in solitaria tre giorni dopo la tragedia. 
Hodge, basandosi sul lavoro di Walsh che è parte integrante della storia quale personaggio attivo, punta tutto sulla caratterizzazione ambigua e truffaldina di Lance Armstrong e sul rapporto tra lui, la squadra (la U.S. Postal col fido direttore sportivo Bruyneel) e il doping. Ne deriva un attacco fortissimo sul piano etico e professionale, che pittura Armstrong quale un manipolatore, addirittura ai limiti di un boss mafioso che controlla l'intero gruppo, minaccia chi intende mettergli i bastoni tra le ruote, per poi costruirsi attorno un immagine di copertura da benefattore. Ne è un esempio lampante l'avvertimento al ciclista italiano Simeoni, reo di aver testimoniato contro il medico che ha stilato il programma farmacologico (di cui al titolo) che sta alla base della preparazione di Armstrong. Vediamo infatti l'americano dirigersi, in corsa, accanto all'avversario, poggiargli una mano sulla spalla come se stesse salutando un amico per poi minacciarlo e fare il cenno alla telecamera di cucirsi la bocca. Tutto vero, sia chiaro, ma reso in modo ingiusto. Hodge non fa cenni al fatto che il doping, allora, fosse una pratica estesa nel gruppo, tanto che molti avversari di Armstrong, tra tutti Ullrich (Rumsas e altri), verranno poi in seguito squalificati per le medesime ragioni. Chi non mastica ciclismo, e non ha vissuto quei tempi, potrebbe esser portato a pensare alla presenza di una squadra, la US Postal, che ha truffato tutti, unica artefice di questo programma di doping scientifico che sfuggiva a ogni controllo. Addirittura si arriva a suggerire, o a dare l'idea, che l'EPO, ovvero la nuova frontiera delle emotrasfusioni (bella la sequenza con il dottore che spiega la pratica a Lance che si allena con la maschera da cui attinge ossigeno) sia stata un'ideazione del gruppo di Armstrong finalizzata ad aumentare la resistenza fisica e l'afflusso di ossigeno nei tessuti. Vero in parte, non essendo stato l'unico a farlo, né tra i primi. Si trattava in realtà di pratiche conosciute nell'ambiente. Non si fa poi cenno che il contrasto di questi atteggiamenti è mirato, in prima battuta, alla tutela degli atleti. Doparsi, oltre a truccare una corsa (risultato che non si crea, se si dopano tutti), comporta seri pericoli per la salute di chi corre, è questo il motivo per cui esistono le regole tese al contrasto del fenomeno. Sarà scontato dirlo, ma è bene farlo.
Grande attenzione poi al battage pubblicitario messo in piedi da Armstrong per costruirsi l'immagine di un eroe che ha sconfitto il cancro grazie alla forza di volontà, allo spirito di sacrificio, alla famiglia (che poi non viene neppure mostrata, mentre lui ne parlava sempre), ai valori della lealtà. Una serie di bei discorsi, come lui stesso dici, che hanno la funzione di fornire il proprio esempio per fungere da ispirazione a chi si trova a dover combattere contro la malattia. Atteggiamento lodevole, seppur viziato da meschini, o presunti tali, obiettivi personali, poiché offre comunque un esempio che infonde forza in chi lo sta a sentire e dunque, seppur viziato da negatività, positivissimo. Nel film ciò viene proposto però si tende più a far sorgere nello spettatore un pensiero della serie: 'Guarda che falso...!'
Ancor più marcata, in tal senso, la caratterizzazione del gregario Floyd Landis, che addirittura arriverà a prendere in giro la comunità religiosa in cui è nato, proprio lui che ha in casa immagini religiose che ammoniscono gli ingiusti dicendo che finiranno all'inferno. 
Non viene poi fatto nessun cenno al fatto che tutti, all'epoca dei successi dell'americano, sapevano che Armstrong utilizzava sostanze particolari, si diceva dei salvavita che si pensava potessero esser responsabili del miglioramento delle prestazioni ma che non si potevano reputare dopanti proprio perché funzionali alla cura. Non viene detto niente di tutto questo, tanto che agli spettatori non scafati potrebbe sembrare tutto inverosimile. Ho letto infatti commenti di gente che dice: 'Si capiva che era dopato, come faceva altrimenti a vincere in quel modo...? Tutti erano conniventi, quindi...' Come ho spiegato questa conclusione è inesatta e facilona.

BEN FOSTER, 
somigliante a Martin Brody,
lo sceriffo di Amity nel film di Spielberg,
sembra voler simulare la pinna di uno
squalo.

Purtroppo Frears, che pure è bravo nelle poche scene di azione - bello il prologo che omaggia la nostra fiction su Bartali, L'Intramontabile, quella con Favino, per intenderci, quando parla della voglia anteposta alle gambe, e al cuore e all'anima quali elementi imprescindibili per giungere alla vittoria anteposti al fisico - è più interessato alle magagne che allo spettacolo sportivo. Così indugia su Armstrong che si buca (mi è tornata in mente una vecchia ripresa di Fabio Cannavaro seduto su un lettino che scherza e fa battute con gli aghi delle flebo nelle vene), che invita i compagni a fare altrettanto e studia il doping perché bisogna vincere a tutti i costi. Ne esce fuori un personaggio antipaticissimo, ben reso dall'attore americano Ben Foster che appare con un look che lo rende identico al vero Armstrong. Il bostoniano è bravissimo nel ruolo. Trentacinque anni, nel cinema dal 1996 con Scacco all'Organizzazione e con ruoli spesso secondari. Lo si ricorda soprattutto in X-MEN Conflitto Finale (2006), Quel Treno per Yuma (2006), Alpha Dog (2006) e nell'horror 30 Giorni di Buio (2007). Foster convince appieno e si erge rispetto a tutti i colleghi. Ha un che di Roy Scheider, cosa che forse lo rende ancor più simpatico e fa sorgere in mente la maglia gialla dello scorso anno Vincenzo Nibali, detto appunto Lo Squalo. Duetta spesso con Jesse Plemons, chiamato a interpretare il più combattuto Floyd Landis. Quest'ultimo infatti viene presentato come un uomo indolente, che ha dei sensi di colpa profondi, ma che si dopa, andando contro ai suoi principi formativi, perché così si deve fare (almeno così sembra suggerire il regista). Una sorta di talento soggiogato al carisma del capo squadra e del direttore sportivo che vende le bici dei corridori per sostenere il doping. Plemons, arriva pure lui dagli Stati Uniti, è meno somigliante al personaggio che va interpretare e non offre una prestazione particolarmente esaltante. È comunque sufficiente, come lo sono tutti gli altri partecipanti. Meritano una menzione il francese Denis Menochet, nei panni del direttore sportivo della Us Postal che avalla in tutto e per tutto le pratiche di Armstrong (era il fattore francese in Bastardi senza Gloria di Quentin Tarantino), e l'altro francese Guillaume Canet, nei panni del medico Michele Ferrari, che viene mostrato quale innovatore delle pratiche doping nel ciclismo, una sorta di scienziato pazzo dei tempi moderni che ricerca soluzioni vincenti in anticipo sui controllori. Attore prolifico in Francia, dove si esibisce anche quale regista, i più lo ricorderanno nella sua prima esperienza all'estero con The Beach (2000) di Boyle e in Vidocq (2001) che gli valse il riconoscimento del Premio Jean Gabin.

Il vero DAVID WALSH

Piccolo cammeo per il grande Dustin Hoffman, nel ruolo di un matematico ingaggiato per la sua dote nel calcolare percentuali in campo imprenditoriale (lo vediamo alla fine lanciar in aria un mazzo di carte da gioco), chissà se sia un omaggio a Raiman. Purtroppo è una partecipazione marginale. Completa il campo l'irlandese Chris O'Dowd che interpreta il giornalista David Walsh ovvero l'autore del volume su cui Hodge, sceneggiatore di fiducia di Danny Boyle, ha messo in piedi la sceneggiatura del film, e che, ironia della sorte, è nato a Boyle nella contea di Roscommon. Si tratta di un comico irlandese, memorabile nello scatenato A Cena con un Cretino (2010), che mette da parte la propria verve per un ruolo di inchiesta. Da infatti corpo a un giornalista d'assalto, seppur pacato e gentile nei modi, che si batte per uno sport pulito. Si troverà contro tutti, persino i colleghi, riottosi a mettersi contro uno che ha amici importanti in tutto il globo, dai Presidenti degli Stati Uniti a tirar giù tra i cantanti, giudici e compagnia bella. A mio avviso si tratta di un personaggio che, nella storia di Armstrong, dovrebbe restare marginale e invece è uno degli attori principali, aspetto questo che si ripercuote sulla parte agonistica che Hodge avrebbe potutto approfondire e che invece è tagliata quasi del tutto.

Questo l'apparato artistico che, tutto sommato, funziona bene pur senza esaltare, a parte Foster che si rivela il più azzeccato. 
Sul versante tecnico c'è forse da fare qualche appunto sulla colonna sonora che non è sempre ben usata. Ho infatti avuto l'impressione che in alcune sequenze si sarebbe potuto mettere basi più emozionanti, mentre invece si è optato per i rumori di scena. A ogni modo sono presenti un mix di brani, dagli storici Simon & Garfunkel con Miss Robinson a brani più contemporanei, alternati a basi strumentali. Le musiche originali, non certo le sue migliori, portano la firma di Alex Heffes, giovane compositore inglese conosciuto soprattutto per gli horror Cappuccetto Rosso Sangue (2011) e Il Rito (2011), con l'apice raggiunto con la nomination ai Golden Globe ottenuta grazie alle musiche di Mandela: Long Walk to Freedom (2013). Sua la musica anche di un altro film incentrato sulle lotte per l'affermazione dei diritti civili nel continente nero ovvero il pluri premiato L'Ultimo Re di Scozia (2006). Heffes arriva al film dopo aver musicato il documentario Palio (2015), dai produttori del film movie Senna, diretto da Cosima Spender e dedicato al Palio di Siena che dovrebbe esser prossimo a uscire negli Stati Uniti.


Il montaggio, ottimo, è invece del poco conosciuto in Italia (dato che non gli è dedicata neppure una pagina su wikipedia) Valerio Bonelli, piccolo tecnico sorto dall'underground italiano e passato subito nell'entourage di Ridley Scott, facendo da assistente al montaggio in pellicole quali Il Gladiatore (2000), Hannibal (2001), Black Hawk Down (2001) e in The Martian (2015) che dovrebbe esser prossimo a uscire anche in Italia. Tecnico di belle speranze, dunque, emigrato in Inghilterra perché, forse, in Italia non godeva di grande considerazione o non aveva spazio. Ha preso le mosse da 'primo' montatore nel 2005, andando a montare nel giro di un paio di anni cult quali Hannibal Lecter, Le Origini del Male (2007) di Webber e Philomena di Frears che dunque lo conferma al timone in The Program.

La fotografia, patinatissima, è invece frutto dell'estro di Danny Cohen, operatore passato alla fotografia con esperienze persino in pellicole italiane quali I no Spik Inglish (1995) dei Vanzina o The Full Monty (1997) da non accreditato. A fine anni '90 si alterna tra cortometraggi, sceneggiati e serial tv inglesi, tra cui The Book Group (2003). Si fa conoscere in prima persona al cinema con l'horror Creep (2004) per poi alternarsi tra tv e cinema e ottenere i maggiori successi nell'ultimo decennio culminanti con la nomination all'oscar ottenuta con Il Discorso del Re (2010) di Tom Hooper e con quattro nomination ai BAFTA ottenute, oltre che col citato film, con Longford (2006), Les Miserables (2012), sempre di Hooper, e Joe'S Palace (2007) di Poliakoff. 

Dunque, come si vede, un cocktail di attori e tecnici di prima scelta, avvezzi ai premi e dunque tali da suscitare grosse aspettative negli spettatori internazionali. Purtroppo però Hodge e Frears hanno scelto una via difficile, forse più di nicchia che per il grande pubblico. Rispetto ad altri film sportivi, Frears non ricerca la spettacolarizzazione del gesto atletico, non tratta la storia sportiva e gli avversari del protagonista, ma sposta tutto sul suo atteggiamento politico, sul doping e sulla natura di un ambiente inquinato, quello dalla US Postal, senza però mostrare che anche gli altri non erano da meno.
Tecnicamente, pur non essendo adrenalinico (a parte l'eccellente prologo), il film scorre via bene, merito di Foster che è bravissimo, difficile fare meglio. Le quasi due ore scorrono via veloci e il film si lascia vedere con piacere. Ripeto, non mi è piaciuta la strumentalizzazione relativa alla caduta etica di Armstrong, usata per attaccarlo e distruggerne l'immagine, peraltro in modo lecito e veritiero sia chiaro, ma senza dare atto che era la situazione ambientale a determinare e a favorire tali derive. Della serie: o fai in quel modo o arrivi esimo... E di chi è la colpa di tutto questo? Dei ciclisti o dei direttori sportivi? Io non credo, la colpa è dei controllori, semplice... ma il film non ne fa menzione, troppo facile così... E' ipocrisia spiccia e facilona, un po' bacchettona mi verrebbe da dire senza voler vedere dove sta il vero problema. Comunque questa è una mia opinione, ben vengano film come questo e ben vengano personaggi come David Walsh che lottano per un mondo, in questo caso dello sport, più pulito e orientato ai veri valori dello sport che sono lo spettacolo, la dura lotta (le c.d. sportellate nel mondo automobilistico) e il sacrificio negli allenamenti, peculiarità a cui sponsor e soldi devono piegarsi e non viceversa come già spiegato in certi passaggi esemplificati nella tesi di laurea del sottoscritto che, ironia della sorte, era proprio incentrata sulla repressione penale del doping e che vanno a coinvolgere anche pratiche quali la pay per view con eventi sportivi che si moltiplicano e atleti costretti a dover effettuare recuperi fisici poco in linea con le qualità dei comuni mortali.

Curiosità personale, ho assistito alla proiezione del film in un piccolo, ma storico cinema di Pisa, il LANTERI, alla presenza di un numero di spettatori pari a quelli di una squadra ciclistica impegnata in una competizione a tappe. All'uscita dalle sale qualcuno ha detto: 'Ora ho capito perché non c'era nessuno...' mi sarebbe piaciuto vedere alcune righe scritte da questa persona per sondarne il commento.

Chiudo con uno stralcio giornalistico, che rende bene l'idea dell'ipocrisia che imperversava nell'ambiente ciclistico di quegli quegli anni. Ricordo peraltro l'episodio, verificatosi il giorno del mio ventesimo compleanno (2001), perché prese la maglia gialla un corridore (sarà poi squalificato pure lui per doping, a fine carriera) per cui facevo il tifo: Stuart O'Grady, eccelso pist-card e discreto velocista. Quel giorno l'australiano prese la maglia gialla grazie a una "fuga bidone", così chiamata perché composta da un gruppo di corridori giudicati di scarso valore. Arrivarono al traguardo con un vantaggio di oltre mezz'ora sul gruppo dei migliori. Vinse la tappa l'ottimo olandese Erik Dekker, corridore da classiche ma incapace di fare imprese in una corsa a tappe, se non parziali. Accarezzai addirittura l'idea, folle, che O'Grady potesse fare l'impresa fino ai Campi Elisi e vincere il tour de france...! E non ero neanche il solo a fantasticare simili scenari da clinica psichiatrica. Rammento però anche i più equilibrati commenti degli appassionati di allora. "Non ce la farà mai... vedrai quando arriveranno le montagne!". E infatti O'Grady, pur lottando con i denti, crollò al momento delle prime rampe, subendo i consueti pesanti distacchi. Il tour lo vinse, naturalmente, Lance Armstrong. Quel giorno però, oltre a questo evento piuttosto curioso, tenne banco l'allontanamento di un corridore di 28 anni al debutto nella Grand Boucle, di fatto sconosciuto, "brocco" e lontantissimo in classifica. Risultò infatti positivo a un controllo anti-doping tale TXEMA DEL OLMO, della Euskatel, squadra basca. La squadra di appartenza si affrettò subito nell'escluderlo dalla corsa, era sospettato di esser ricorso alla pratica dell'EPO (quella che nel film si imputerebbe alla squadra di Armstrong). Divertente, alla luce delle evoluzioni successive, la giustificazione: "al fine di evitare interferenze sul NORMALE svolgimento della competizione e RISPETTARE I VALORI ETICI E MORALI INERENTI AL TOUR DE FRANCE". "Normale" risultato finale di quella edizione? Primo Armstrong (poi radiato, anni dopo); secondo Ullrich (ha confessato che faceva uso di doping, squalificato); terzo il compagno del gregario squalificato di cui sopra, JOSEBA BELOKI, che si ritirerà a 33 anni perché coinvolto in uno scandalo doping. Come direbbe Brad Pitt nel film ispirato a quello di cui sotto: "Divertente...!

Onore allora ai protagonisti di quella pazzesca fuga in salsa SFIDE, una sorta di Quella Sporca Dozzina di Aldrich, agli ordini delle due precedenti maglie gialle, rispetto al detentore Voigt, di quell'anno, STUART O'GRADY e MARC WAUTERS, furono: CHANTEUR, GONZALEZ, KNAVEN, DIERCKXSENS, DEKKER, TEUTENBERG, DE GROOT, SIMON, TURPIN, DURAND, l'italiano LODA della Fassa Bortolo e il kazako KIVILEV. Di tutti questi, solo quest'ultimo, ebbe la forza di contenere i più grandi, chiudendo il tour, da perfetto sconosciuto, in quarta posizione. Una felicità che potè godere per poco, perché morirà poco più di un anno dopo in una banale caduta di bici nella Parigi-Nizza, determinando da parte degli organizzatori la scelta di istituire l'obbligatorietà dei caschetti. Alla luce dell'ordine di arrivo finale, Andrej Kivilev è il vincitore morale, e non solo tale, dell'edizione del 2001, un'edizione vinta in chiave Tarantino come un perfetto sconosciuto a cui non è stata riconosciuta la GLORIA che avrebbe meritato sul campo. Chapeau, come direbbe il compianto De Zan sr. 


Scritto da Matteo Mancini, 10 ottobre 2015.


L'Omaggio della Maglia GIALLA
al vincitore morale dell'edizione 2001
ANDREJ KIVILEV.



giovedì 26 novembre 2015

Recensione Saggi: GRANDE TORINO PER SEMPRE! di Franco Ossola.




Autori: Franco Ossola.
Sottotitolo: Storia affettuosa e romantica di una squadra di calcio unica e irripetibile.
Genere: Sport-Calcio.
Anno: 1998.
Editore: Editrice il Punto.
Collana: Il Vantaggio.
Pagine: 144.
Prezzo: 28 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Franco Ossola è il figlio di Franco Ossola, non è un gioco di parole o una ripetizione connessa a un refuso del recensore, si tratta invece di un architetto e scrittore di Torino nato da colui che ispirò un bellissimo e indovinato commento di Gianni Brera: "Franco Ossola giocava per invenzioni continue  con una misura di tocco assolutamente rara". Stiamo parlando di una delle due ali che fecero grande il calcio italiano, l'ala mancina.
Famiglia di sportivi, lo zio, Aldo Ossola, era cestista della mitica Ignis Varese, ebbe la sfortuna di non conoscere mai il padre, deceduto nella tragedia di Superga, e forse anche per questo battezzato dalla madre col medesimo nome. Vedremo come l'omonomia, nella storia del Torino calcio sarà costante incredibile, come un bizzarro e beffardo scherzo del destino che, a volte, si diverte a tessere sottili trame di una precisione assurda, ma che non si possono che leggere come casualità alquanto intinte di un'ironia nera.
Il Franco Ossola in questione è stato eccelso atleta, un velocista per la precisione, e di che tempra. Ha fatto parte della staffetta 4x200 della nazionale italiana che stabilì il record del mondo nel 1972. Dunque uno sportivo degno del nome che gli è stato dato dalla madre e che di certo avrebbe inorgoglito il padre anch'esso campione. Un nome dunque pesante portato con una leggerezza degna di chi coglie certi traguardi. Per nulla secondario neppure nei colpi di penna, o meglio con le leve delle vecchie macchine da scrivere. Tifosissimo del Toro, come inevitabile che fosse, ha collaborato con vari giornali sportivi, ma soprattutto ha dato avvio a una serie di pubblicazioni legate al Torino calcio. Si è aggiudicato il prestigioso Premio Bancarella Sport nel 1998 con Cento Anni di Calcio Italiano (Newton Editori) e il Premio Speciale del CONI nel 1999 con il volume qui oggetto di esame, andando così a bissare entrambi i premi, vinti in precedenza per la prima volta con Il Romanzo del Grande Torino (Newton Editori) nel 1995, volume poi trasposto nel film tv RAI interpretato da Fiorello per la regia di Bonivento.

FRANCO OSSOLA.

In occasione di questo volume, formato gigante con copertina cartonata, Franco Ossola opta per un taglio veloce, rapido, suddivendo il testo in tre grandi parti suddivise poi in capitoli. Il volume si avvia con una prima parte, la più corposa, dedicata al presidente Ferruccio Novo, artefice della creazione di quella che diverrà, col decorrere degli anni e grazie a innesti sempre azzeccati, la squadra che sfiderà il tempo e i numeri offerti dalle altre squadre, vincendo ogni prova e inchinandosi solo al triste fato, un epilogo che però spedirà il Toro nella leggenda, seppur a caro prezzo. Con Novo facciamo la conoscenza, uno per uno, dei diciotto giocatori, più i due tecnici, che persero la vita in quel tragico incidente. Per ognuno di loro Ossola offre almeno due pagine, con foto e commenti brevi lasciati dalle più grandi firme del giornalismo italiano che con tre righe offrono la loro visione su ogni singolo giocatore. Figurano così gli epitaffi a firma di diciotto giornalisti o sportivi diversi, tra questi i grandi Gianni Minà, Sandro Ciotti, Carlo Bergoglio, Gianni Brera, Enzo Bearzot (che è stato capitano del Torino oltre che allenatore della nazionale italiana del 1982) e via dicendo. Piccoli commenti che però impreziosiscono e rendono, qualora ce ne fosse bisogno, ancor più autevole il testo cui funge da corollario una splendida galleria di fotografie disseminate su tutte le pagine.
Ossola però non si "limita" a questo. Il suo è un tributo a tutti i giocatori che hanno indossato almeno una volta la maglia del Torino dal 1942 al maggio del 1949. Per ciascuno di loro l'autore regala un trafiletto che ne descrive le caratteristiche tecniche, con tanto di foto. Ne deriva quindi un elogio e un voler consegnare alla memoria dei posteri tutti i protagonisti che hanno contributo, chi più chi meno, a iscrivere il nome del Torino nel libro dei record calcistici.
La prima parte si chiude con il rapporto tra nazionale italiana e Torino, con la leggendaria sfida nel maggio del 1947 contro l'Ungheria con ben dieci giocatori del Torino a vestire le divise azzurre, in quella che fu definita dai giornalisti dell'epoca la Nazional-Torino. Unico a mancare, arriverà poi qualche mese dopo, il portiere Bacigalupo, ancora troppo acerbo ad avviso del commissario tecnico Vittorio Pozzo. Segue poi l'interessante capitolo dedicato alle sfide internazionali della squadra, non molte in verità anche perché le competizioni europee all'epoca erano state soppresse per difficoltà negli spostamenti (si pensi che il presidente Novo fu uno dei primi in Europa, si dice il primo in Italia, a organizzare trasferte aeree per le sfide interne). Di rilievo la tourné in Brasile che vide il Torino pareggiare due partite, vincere col Portoguesa e soccombere col Corinthias, dispensando comunque un gran calcio al punto da far innamorare un giovane José Altafini tanto da farsi affibbiare il soprannome di Mazzola (il capitano della squadra piemontese).

La scheda di BACI, così era soprannominato
il numero uno che fece le "scarpe" a Bodoira.
dal volume di Ossola.

Più descrittiva la seconda parte, dedicata al ricordo delle partite di quegli anni, in particolare all'atmosfera che si respirava allo stadio Filadelfia, definito la fossa dei leoni, alle abitudini dei tifosi di allora, al rapporto molto più personale di adesso con i giocatori. Bello questo passaggio di Ossola che vengo qua ad offrire ai pochi lettori di queste mie righe e che introducono l'inizio dei famosi quarti d'ora granata, un lasso di tempo dove la squadra di casa travolgeva ogni avversario che avesse davanti : "Dagli spalti, il trombettiere Bolmida sfilava la cornetta lucente e stordiva l'aria. Sul campo Mazzola raggrumava le maniche fino alle spalle. Loik gli si faceva vicino, Castigliano prendeva a schiumare, il docile Grezar mutava cipiglio. La difesa saliva, gli attaccanti con sguardi di intesa registravano il passo, la falcata radente, il tiro. Quando tutto era pronto, quando i misteriosi, silenti accordi segreti fra gli atleti erano pattuiti, riconfermati, partiva la danza, il forsennato balletto della squadra. Come una tempesta sull'oasi fino a quel momento serena, si scatenava la forza. La vittoria ne risultava come unica conseguenza..." Non esagera Ossola quando dice quanto affermato, le statistiche stanno lì a testimoniarlo. Cinque campionati vinti su cinque disputati, scarto di sedici punti sulla seconda classificata nella stagione 1947-48, ma soprattutto imbattuto in casa in 93 incontri dal 17 gennaio del 1943 al 30 aprile del 1949, con uno score di 83 vittorie e 10 pareggi. Semplicemente mostruoso. Solo tre squadre sono riuscite nell'impresa di vincere al Filadelfia, contro quello che sarebbe diventato il Grande Torino, e cioè le due milanesi e il Livorno tutte e tre nel primo campionato, quello del 1942-43. In quel Torino e in quelle partite solo quattro "grandi" in campo: Loik e Mazzola (freschi acquisti dal Venezia dove si sollevò un moto di protesta placato solo dall'esibizione dell'oneroso assegno sganciato da Novo), quindi Menti e proprio Ossola, che aveva debuttato in serie A in un Novara vs Torino il febbraio del 1940. Ed è stato il "piccolo" Livorno l'unica squadra, esattamente in quel campionato, a rischiare di beffare il Torino nei campionati regolari, perdendo il titolo, di fatto, all'ultima giornata per un sol punto e con gli scontri diretti a favore. Davvero un'impresa sfiorata per le "triglie" e mai più ripetuta, complice lo scoppio della seconda guerra mondiale e l'interruzione di ogni torneo. Negli anni successivi gli scarti sulla seconda saranno maggiori: otto nel girone piemontese sulla Juventus nel 1944; tre nel 1945-46 sull'Inter; dieci nel 1946-47 sulla Juve; sedici sul Milan nel 1947-48; cinque sull'Intern nel 1948-49
Proprio in relazione a questi dati, Ossola chiude il volume con una parte in stile almanacco dove sono riportate le partite e i tabellini di tutte le sfide giocate dal Grande Torino, a partire dal campionato del 1942. Molto interessante e utile per stilare graduatori e aneddoti curiosi.

Completano il volume altri omaggi offerti da firme quali Carlo Bergoglio, Renzo De Vecchi, Giglio Panza e Bruno Perrucca tutti chiamati da Ossola a offrire una descrizione personale sulle caratteristiche tecnico-tattiche dei diciotto calciatori scomparsi.

Dunque un testo veloce, di pronta lettura, soprattutto per chi ricerca dati e statistiche, non troppo elaborato. Lo potremmo quasi definire una sorta di almanacco altamente illustrato con libere concessioni da volume saggistico, peraltro allargate dal contributo storico offerto da firme prestigiose che si aggiungono a quella di Ossola.

Per chiudere, dato che abbiam parlato di destino beffardo e clamorosi casi di omonomia, saluto i lettori con una cartolina che è quella di una squadra che è felice per aver salutato l'addio alle competizioni agonistiche di una star del Benfica, tale Ferreira, e che fa ritorno a casa salendo a bordo di un aereo pilotato dal tenente colonnello Luigi Meroni. Sì proprio così, come la famosa ala che farà impazzire i tifosi una ventina di anni dopo e che morirà tragicamente investito da colui che diverrà poi, una quarantina di anni dopo, il presidente del Torino. Un destino beffardo, incredibile, per una trama che sembra da romanzo e che corrisponde a realtà. E se Franco Ossola sgroppava sulla fascia sinistra di quel mitico Torino, Luigi Meroni, il calciatore che non ha di fatto conosciuto il padre proprio come l'altro Franco Ossola - scomparso quando aveva appena due anni - inebriava tifosi e avversari sulla fascia opposta: la destra. Possiamo quindi immaginare questi due grandi nomi, che hanno avuto altri due perfetti omonimi legati alla storia del Grande Torino, come le mitiche ali di quell'aereo che per un tragico destino, fatto calare da una nebbia assassina, si infranse sulla collina di Superga abbattendosi su quella che dovrebbe essere il simbolo della pace divina: una basilica. Chissà... difficile a volte comprendere certi eventi. Mi piace immaginare come un modo celato e velato, incomprensibile agli uomini come direbbero i sofisti, con cui Dio avoca a sé gli sportivi, da leggersi uomini, capaci di emozionare fino al profondo gli sportivi veri, quelli che vanno oltre le fedi sportive e che apprezzano il vero spirito agonisticio, ovvero quelli che cercano e amano le leggende. Così Gianni Brera salutò Meroni, il calciatore: "A Gigi, estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni."

LUIGI MERONI,
giocatore che avrebbe potuto far parte di
quel magnifico GRANDE TORINO e 
che per un tragico destino
compare nella lista dei deceduti come
tenente colonnello chiamato a condurre quell'aereo mai atterrato.

Recensione scritta il giorno dopo l'anniversario, il novantasettesimo, della nascita di Giuseppe Grezar, il mediano della squadra, che debuttò in maglia granata il 17 settembre del 1939 contro il Novara e che Angelo (Rovelli) ha così ricordato: "Non plateale, ligio alla sobrietà del gioco, al passaggio misurato per conservare al massimo la linea giusta di tutto il complesso di squadra."


sabato 21 novembre 2015

Recensione Saggi: 100 Anni da Ricordare, Soc. degli Steeple-Chases, AA.VV.



Autori: Renzo Castelli, Mario Fossati, Luigi Gianoli, Piero Mei e Marco Vizzardelli.
Sottotitolo: Società degli Steeple-Chases d'Italia, 1892-1992.
Genere: Sport-Ippica.
Anno: 1992.
Editore: Fabbri Editori.
Pagine: 160.
Prezzo: 15 euro (prezzo medio tra le varie offerte).

Commento di Matteo Mancini.
Volume fuori catalogo, ma rintracciabile su e-bay o presso librerie specializzate nella vendita di libri usati, pubblicato in occasione del centenario della Società degli Steeple-Chases d'Italia, un'organizzazione deputata a organizzare corse di cavalli in ostacoli o riservate alla categoria gentlemen ed amazzoni sia in piano che in ostacoli.
Si tratta quindi di uno dei rarissimi volumi italiani dedicati al mondo dell'ippica, l'unico, tra quelli da me conosciuti, incentrato sull'ostacolismo. In Italia infatti, per motivi oscuri, la realizzazione di questo tipo di volumi viene, di fatto, osteggiata dagli stessi potenziali soggetti interessati. Basti pensare che sul tema "corse dei cavalli" sono stati pubblicati circa una decina di volumi, la metà dei quali dedicati alla Razza Dormello Olgiata o scritti dal creatore della stessa: "il Mago" Federico Tesio. Non parliamo poi di ostacoli poiché, se andate a cercare al di fuori dell'ambito dei volumi dedicati all'equitazione, non troverete nulla. Un'apatia e un disinteresse che di certo non fa bene all'ambiente, interessato, evidentemente, ad aspetti ben distinti dalla cultura di settore o alla celebrazione dei cavalli, ma ai premi, al volume delle scommesse e alla fredda esecuzione di un lavoro fatto sì di sacrifici ma, per motivi incomprensibili, da lasciare confinato in una cricca di addetti ai lavori o di consumati frequentatori di ippodromi, un modo come un altro per catalogare come settario o quanto meno corporativo il settore. Per rendere ancora più evidente quanto affermato basti pensare che un volume come Il Mito di Tesio, di gran lunga il migliore tra tutti i volumi pubblicati in materia ippica in Italia, è stato pubblicato dapprima in Inghilterra e solo dopo venti anni in Italia, alla morte del suo autore, Franco Varola, per merito della piccola casa editrice Equitare. Bravi loro a proporre ai lettori italiani un testo del genere, una vergogna per tutti gli altri, dato che ricordo la pubblicità a questo volume esplicitata su riviste di settore risalenti proprio al 1984.

Veniamo al testo in questone che, in un panorama del genere, si erge quale volume imperdibile, orientativo e un vero e proprio miraggio dalla consistenza di un'oasi in pieno deserto. In prefazione non si capisce bene, ma la sensazione che ho avuto è che la Soc. Steeple-Chases di Italia abbia individuato cinque giornalisti autorevoli impegnati nel mondo dell'ippica e abbia delegato loro il compito di tracciare un personale ricordo, o comunque un lavoro di ricerca, sui 100 anni della società e sui protagonisti che hanno animato corse e hanno contribuito al miglioramento del settore. Così spiega l'editore, la prestigiosa Fabbri Editori: "La Società degli Steeple Chases di Italia compie 100 anni. La sua storia rappresenta un capitolo importante dello sport italiano. Con questo libro, abbiamo voluto ripercorrerne le tappe, riproponendo a quanti conoscono e amano i cavalli, e in particolare il mondo delle corse, una raccolta di testimonianze, di cronache, di immagini tratte dagli archivi storici e dalle collezioni degli appassionati, belle e avvincenti anche per chi di questo mondo è solo spettatore. I testi, firmati da personaggi del giornalismo che questo sport amano e seguono da tempo e da vicino, sono liberi e personali contributi: ricordi, riflessioni, interpretazioni che ci fanno rivivere, inquadrandola da diverse angolazioni, la grande, entusiasmante storia dell'ostacolismo e del galoppo amatoriale in Italia."

Dunque un volume che ha il valore di una vera e propria manna, ma che non è stato massimizzato a dovere. L'imprinting richiesto dall'editore, ovvero quello del "libero e personale contributo", determina, spesso, nel corso della lettura una sovrapposizione tra i temi toccati dai vari autori, così da creare un testo a tratti ripetitivo con buona pace delle pagine limitate che scorrono via e che sarebbero potute esser utilizzate per dire altro. Mi rendo conto che, dato il panorama pressoché nullo in cui si inserisce quest'opera, è un voler cercare il pelo nell'uovo, ma credo che sia giusto registrare le sincere impressioni di un lettore come il sottoscritto.

Al pisano Renzo Castelli, uno dei pochi in Italia a scrivere volumi sul mondo dell'ippica (quasi tutti recensiti dal sottoscritto su questo blog, a partire dal gioiellino, ormai un po' superato dagli anni, Le Cento Corse dedicato al Premio Pisa, ma anche alla città ed edito dalla Tacchi Editore), e dunque da elogiare a prescindere, spetta il compito di dare il via a questa galoppata, tra fence e muri, che si snoda fino ad attraversare fiumi di impianti morti, come il Mirabello, in un'ipotetico cross multidisciplinare come quello che si vedeva (io non ne ho memoria, ahimè) decenni fa a San Rossore, quando i cavalli andavano a sfiorare il fiume morto per solcare la soffice erba dell'anti-ippodromo, dall'altra parte delle tribune. Uno spettacolo unico, si dice, un'emozione pura!
Renzo Castelli, passione da storico, ricostruisce la nascita o meglio "le radici" dell'ostacolismo, parla di caccia alla volpe, di scuole militari d'equitazione, ma prima ancora di Nerone e poi delle primordiali point to point disputate in Inghilterra nell'anno mille, in un campo chiamato Smithfields per la precisione, al fine da spingere gli osservatori ad acquistare i cavalli più apprezzati a colpi d'asta. E da qui a risalire, fino all'arrivo negli ippodromi, alla prima edizone del Grand National di Aintree e poi in Italia, con la prima prova assoluto in in ostacoli disputata nel 1739, addirittura in una piazza di Livorno. E ancora in avanti, un po' nella disorganizzazione di un settore in ascesa ma poco regolamentato, con corse occasionali in giro per l'Italia, fino alla creazione del Jockey Club e da questo alla fuoriuscita della Società degli Steeple Chases.

Si supera il fiume, ma non il Lambro, dato che si
tratta di un dipinto inglese
(Da Etsy.com)

Si dedica invece all'aspetto burocratico/amministrativo Luigi Gianoli (scomparso qualche anno dopo l'usicta del volume, autore di molti volumi tra i quali Il Purosangue, Longanesi, 1975, nonché storico collaboratore de La Gazzetta dello Sport). Lo storico amico di Gianni Brera, rimarca e si sofferma su concetti e passaggi storici già evidenziati dal collega Castelli. Grazie al suo lavoro facciamo tuttavia la conoscenza dei nomi che stanno alla base della Soc. degli Steeple-Chases, dal conte Felice Scheibler, fondatore della società, fino al meranese Piero Richard, in una girandola di Presidenti della società che si intrecciano alle storie di altri "immortali" uomini del settore come Federico Tesio, Ranieri di Campello, Vincenzo Pollio e Mario Argenton. Una parte senz'altro necessaria, un tributo agli uomini che hanno forgiato del movimento dettandone la via maestra, ma forse noiosetta. Di certo sono più brillanti i contributi del giovane Marco Vizzardelli (giornalista dello Sportsman, a secco di pubblicazioni), che regala una parte sentita come testimonia il tocco melanconico (bella la descrizione dell'impiato Mirabello di Monza) e poetico (bella la descrizione della figura dei gentleman e delle amazzoni) che sta alla base del contributo, e di Mario Fossati (deceduto un paio di anni fa, anche lui scuola Gazzetta dello Sport) che potremmo definire concentrati rispettivamente sulla figura dei cavalieri e dei cavalli che hanno fatto la storia del settore, con descrizione di nomi e gesta sul campo.

Come secondo contributo abbiamo invece le pagine offerte da Piero Mei, giornalista targato Il Messaggero (ne è stato caporedattore) autore di vari libri sulla storia delle Olimpiadi, che opta per una via di mezzo tra quanto narrato dai colleghi. Di fatto Mei parla un po' di tutto, ma si concentra sul versante tecnico. Parla di allenamenti, allevamenti e attitudine morfologica e naturale del cavallo a saltare, vista più come una costrizione piuttosto che una predisposizione sulla scia di quanto affermava Federico Tesio. Addirittura l'autore si spinge a immaginare possibili sviluppi futuri delle corse, con ostacoli sempre più variegati e intervento degli sponsor, a suo avviso, necessari nel lungo termine per permettere al circus di autofinanziarsi (ipotesi affascinante, ma ahimè tuttora disattesa) onde evitare il collasso (come infatti si sta verificando). E' il capitolo più curioso del volume, quello che porta a riflettere e regala spunti interessanti di sviluppo e di analisi.

Quindi un testo che per gli appassionati di storia dell'ostacolismo diviene una pietra miliare, peraltro corredato degli albi d'oro dei più importanti premi (a mio avviso un po' lacunoso perché mancano gli albi di premi come Nazioni, Grande Steeple delle Capannelle e altri minori che si sarebbero potuti inserire, dato che si tratta di un volume che si pubblica in occasione di un anniversario) e da una serie interminabile di foto in bianco e nero e a colori di cavalli e cavalieri. Il formato è quello "gigante", con copertina rigida e pagine lucide stile enciclopedia. Da avere nella propria biblioteca se si è amanti dell'ìppica, ma si poteva renderlo ancora migliore, lavorando su un'armonizzazione cronologica del testo in modo da evitare di ricadere sui medesimi aspetti e sugli stessi aneddoti, di certo avrebbe potuto e dovuto costituire uno stimolo ad avviare una produzione di volumi che invece non c'è stata e di cui anche oggi, evidentemente, qualcuno non ne sente la mancanza a buona pace di chi parla di "cultura sportiva" in ambito ippico.

Passaggio da CROSS COUNTRY
(da encore-editions.com)

"Il Grand National è stato definito da Fred Winter, fantino inglese con 319 cadute a carico nella sua gloriosissima carriera, «il modo più pazzo di guadagnarsi da vivere»" (Piero Mei).

"Pazzia? Chiedete a un tifoso autentico d'automobilismo, se per lui Gilles Villenueve fosse pazzo. Vi dirà che così è, o può essere, lo sport. Nella sua accezione più nobile. Ma, anche senza arrivare a questi estremi, è straordinario che vi siano stati cavalieri dilettanti che abbiano accoppiato a una riuscita d'alto livello nel loro sport, esiti eccelsi nella loro professione. Il che, in breve, significa essere grandi uomini... In un mondo che si picca di insegnarci che nulla si fa per gratis, e si vanta d'insegnarlo, in un mondo nel quale la professionalità ha sorpassato la nozione di valore, per diventare talvolta stucchevole luogo comune, il dilettantismo ad alto livello dei gentleman riders rischia di proporsi come CONTRO-VALORE INDISPENSABILE. E' straordinario che esistano persone che, in possesso d'una regolare professionalità al di fuori dell'ippica, cioè di una normale attività lavorativa, trovino tempo e voglia per dedicarsi ai cavalli..." (Marco Vizzardelli).
  

venerdì 20 novembre 2015

Recensione Saggi: SUITE 200 di Giorgio Terruzzi.



Autore: Giorgio Terruzzi.
Sottotitolo: L'Ultima Notte di Ayrton Senna.
Premi vinti: Vincitore Bancarella Sport 2015
Genere: Sport.
Anno: 2014.
Editore: 66thand2nd.
Pagine: 136.
Prezzo: 15 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Acquistato all'ultimo Pisa Bookfestival, il sei novembre per la precisione, e letto tutto d'un fiato. Cronistoria in salsa romanzo di un week-end dannato vissuto in Italia, anche se per rappresentanza di San Marino, prima dagli sportivi e poi da un'intera nazione ma anche, soprattutto, dal mondo intero. Il mondo dei motori e, ancor di più, di quello toccato dall'onda mass mediatica, una frustata di tristezza e di durezza da frantumare il mito dell'immortalità di certe leggende sportive viste alla stregua di eroi del nuovo millennio. Giorgio Terruzzi, volto noto della televisione e della carta stampata, scrive un libro che non avrebbe mai voluto scrivere, vuoi per le sensazioni vissute in pista quel fine settimana, vuoi per l'amicizia che lo legava ad Ayrton Senna, vuoi, perché no, per una sensazione sinistra che spinge i maghi della penna a non scriverle mai certe storie. Un sogno, così svela alle interviste, a fargli cambiare idea; una premonizione o, chissà, la voglia recondita di donare ai posteri il ricordo di chi certe storie le ha viste svilupparsi sotto i propri occhi, come uno spettatore pagante di uno spettacolo che risponde agli ordini di un regista occulto; un potente burattinaio chiamato a sviluppare il copione vergato da uno sceneggiatore celato dalle nubi, in quelle coltri grigiastre portatrici di un'acqua, la stessa, che rivelò Senna al mondo intero, quello ozioso, quello che vede solo gli apici di un certo sport, poco interessandosi delle categorie inferiori dove i campioni si forgiano, crescono e alla fine compiono imprese nel teatro destinato ai grandi attori.

Giorgio Terruzzi, un nome che sarà conosciuto ai più, di certo agli appassionati del mondo dei motori e del rugby. Laureato con una tesi su Brook, regista tra l'altro di Lord of the Flies dall'omonimo romanzo di Golding, ha pubblicato una dozzina di libri, tra i quali Curva Cieca (1991, dedicato alla vita dell'asso del volante Achille Varzi), il recente Grazie Valentino (2015, su Rossi), ma anche il burlonesco Se l'Ammazzi fai Pari (966 battute sul mondo dello sport, per Zelig Editore) che fa un po' il verso alla battuta detta da Tomas Milian a un allievo di Bombolo in Delitto sull'Autostrada, ironia della sorte, quasi a voler chiamare in causa Milanismi scritto da Terruzzi, in simbiosi con Abatantuono, per la Mondadori nel 2005 con l'attore di Regalo di Natale immortalato in copertina come la matrice di tutte le disgrazie di quel Faust a cui Brook, il Peter di cui alla tesi di Terruzzi, ha dedicato il suo debutto nel mondo del teatro nel 1942, portando in scena a Londra Doctor Faustus.
I più, però, conosceranno Terruzzi per la sua vivida presenza nel mondo delle corse e della tv. Capello lungo alla Merzario del giornalismo o forse, senza voler stimolare i pruriti o i calci di certi giornalisti, alla Paolini, personaggio immortalato, sì, dalle telecamere, ma senza la volontà degli operatori per nulla felici, anzi stizziti e a volte imbufaliti. Direttore, fino a qualche tempo fa, di Sport-Mediaset, responsabile della rubrica motori (indimenticabili e imperdibili le sue pagelle sopra le righe alla fine di ogni GP), cronista a modo suo, divertente e divertito, tanto da render piacevole anche la cronaca di GP responsabili di aver ampliato i casi di narcolessia in giro per il mondo. Collaboratore per testate quali Corriere della Sera, addirittura capo redattore di Matrix, lo storico programma ideato da Enrico Mentana, ma soprattutto voce auterevole e autoriale con toni da Meda garbato, ma comunque votato alla spettacolarizzazione dei tratti di penna al fine di render spassosa la lettura o l'ascolto quasi come se fosse una componente pertinenziale, ma non per questo di minor interesse, del tema trattato, che è sempre e solo, la cronaca, le imprese e le vittorie di altri, campioni irraggiungibili baciati da un tocco che ha un che di divino, trascendentale, potremmo dire addirrittura eroico. Gesta e manovre quasi cinematografiche da rileggere sotto una lente all'apparenza deformante che le rende però vivide, viventi con evoluzioni da tragedia greca e, perché no, da opera letteraria. Poco importa poi se nominalmente ha sceneggiato un film intitolato Asini, divertente commedia interpretata da Claudio Bisio, poiché le sue opere sono contenutisticamente parlando dei cavalli di razza, come indica quel cavallino a cui Terruzzi ha dedicato il documentario Ferrari 100.

L'autore GIORGIO TERRUZZI.

Suite 200, un titolo che non è in relazione col 100 Ferrari, piuttosto con la camera di un hotel di Castel San Pietro, in cui il tre volte campione del mondo di F1, Ayrton Senna, era solito pernottare in occasione dei gran premi di San Marino, disputati a Imola, provincia di Bologna, per indisponibilità di piste regolamentari all'interno dei territori del piccolo stato, una fortezza storica inglobata nella nostra penisola dopo l'unione di Italia. Un volume che si apre proprio laggiù, nel 1994, su quel tracciato maledetto da un oscuro destino favorito da modifiche poco calibrate di regolamenti, da auto di sviluppi prestazionali troppo esasperati e per nulla parametrati alla sicurezza garantita da vie di fuga e da scocche dimostratesi cedevoli.
L'autore, Giorgio Terruzzi, sceglie, intelligentemente, di raccontare i fatti con piglio più da scrittore che da giornalista. Stile scorrevole, a tratti verboso, ma alla fine appagante, non dico spassoso perché il testo è triste, melanconico, per lunghi tratti tale da far sorgere la voglia di abbracciare questo campione all'apparenza indistruttibile, tutto solo nella sua camera d'albergo, in compagnia di un animo martoriato dall'esigenza di voler regalare ai più deboli un'emozione da tradursi poi in aiuti concreti; ma soprattutto ferito da un carattere schivo, affamato di corse tanto da divorare la vita privata, le relazioni, i rapporti umani anche a causa di una famiglia iperprotettiva, di un padre emerso dalla povertà grazie a oculate scelte imprenditoriali e portato a guidare la vita del figlio, troppo ribelle però da sottostare a una vita senza competizioni, senza corse, senza il brivido della velocità, ma incapace di ribellarsi del tutto.

Il volume offre uno squarcio quasi inedito sulla vita di Senna. In virtù di oculati flashback, Terruzzi immagina l'ultima notte passata da Senna, alla vigilia del gran premio di Imola, già funestato dal grave incidente occorso a Rubens Barrichello nelle prove libere (qui inizia il volume) ma, in modo particolare, dalla morte di Roland Ratzenberger (Terruzzi offre qualche cenno e ricordo di quanto vide in pista quel giorno), a dodici anni esatti di distanza dagli ultimi decessi in pista corrispondenti ai nomi di Gilles Villeneuve e Riccardo Paletti. Poco lo spazio lasciato alle cronace delle imprese sportive, giusto degli schizzi essenziali, imprescindibili per proseguire la narrazione. A Terruzzi interessa parlare del lato umano e sentimentale del pilota, parla di come è sorta la sua voglia di correre, delle sue prime gare in categoria go kart e soprattutto parla dei suoi amori costantemente osteggiati dalla famiglia, del matrimonio fallito per responsabilità attribuibile allo stesso Senna, troppo giovane e poco disposto a dividersi tra lavoro e casa, dell'attaccamento morboso e visionario alla religione, fede evangelica per la precisione, del desiderio di donarsi agli altri nella vita comune senza però sconti in pista. Una voracità e una ferocia ai limiti della correttezza, talmente forti da spingerlo a cacciare fuori pista Alain Prost, l'acerrimo rivale, in modo deliberato qualcuno affermò criminale, per vendetta, nel famoso gran premio del Giappone; teatro eletto per la risoluzione dei conflitti tra i due, già tutto esaurito un anno prima, con l'idea di trovarsi al Madison Square Garden o più semplicemente, data la materia prima, al luna park, specialità auto-scontro. Terruzzi parla di tutto questo immaginando un Senna riflessivo, incapace di dormire nella sua suite 200, a meditare sulla sua vita, sulle recenti tragedie, ma pure su quelle passate, con un ricordo molto particolare per il piccolo aviatore, conosciuto anche come il fantino, Gilles Villeneuve. Un bilancio del tempo che è stato, uno stimolo da tradursi in trampolino verso il futuro, magari aperto a una famiglia tutta sua, condizione imprescindibile alla nascita di un figlio, e perché no allargata, tanto da tradursi in impegno in politica, di certo nel sociale data l'idea concreta (e realizzata post mortem) di dar vita a una fondazione finalizzata ad aiutare i più bisognosi. Così scrive Terruzzi: "Un trionfo motoristico pagato cifre esorbitanti. Mascherato dalla consapevolezza di essere Ayrton Senna. Un'iradiddio. Un fenomeno. Ma anche una figura fastidiosa. Per chi faceva il suo stesso mestiere senza dubbio. Per chi faceva il suo stesso mestiere ed era brasiliano ancor di più. I colpi bassi in pista se li aspettava e li dava".

Terruzzi regala ai suoi lettori anche spezzoni piuttosto delicati, come il tentativo della famiglia di mettere in guardia Ayrton circa il suo ultimo amore, motivazione capace di spingere il fratello a registrare, per conto del padre, le telefonate tra la ragazza e il suo precedente findanzato e andare a sbandierare il tutto a Ayrton, proprio alla vigilia della sua ultima gara. Molte pagine sono poi dedicate alle cattiverie di Nelson Piquet, campione connazionale adombrato dalla lucentezza del nuovo arrivato, che giunse a spargere la voce che Senna fosse omossessuale, con tutta una serie di conseguenze per il giovane pilota emergente, sempre solo, riservatissimo e senza distrazioni, visto come soggetto un po' strano, al punto da alimentare certe voci e darne quasi conferma indiretta. In realtà, come spiega l'autore, "delle ragazze che circondavano quel mondo, del resto, non si curava affatto... E l'idea di consumare rapporti frettolosi, occasionali, superficiali, aggiungeva malinconia su malinconia. Era diverso dai suoi colleghi. Era diverso nel profondo, diverso si sentiva, voleva essere, preso da una missione personale che manteneva a distanza una quantità di accessori".

Scopriamo poi, ma già lo sapevamo, l'attaccamento mostruoso di Senna nel lavoro, nella cura nel dettaglio così precisa e marcata da sorprendere ed esaltare gli ingegneri giapponesi, per i quali era un monaco, un asceta, assettato e dispensatore di conoscenza, quasi più preciso dei computer, di certo più veloce nel dare informazioni di qualunque altro avessero conosciuto. Merito di Senna, merito in parte del suo preparatore Nuno Cobra, un maestro nel distillargli consigli di gestione mentale che il pilota esasperava guidando in stato di trance, in quella che Terruzzi chiama "esperienza mistica". Non costituiscono mistero certe rivelazioni di Ayrton che sosteneva di guidare vedendo accanto a sé Dio, tanto da suscitare ilarità nei giornalisti che lo deridevano e lo consideravano, bravo sì, ma normale poco, forse addirittura pazzo, comunque ai limiti del disturbo psichico.

Seguono i contrasti con Prost e col presidente della FIA, il francese Balestre, il rischio di esser estromesso dal campionato mondiale, la costrizione di inviare una lettera di scuse alla federazione, fino all'ottimo rapporto con lo scudiero Gherard Berger e alla decisione di lasciare la McLaren, con le difficoltà, a generare rimpianti, in casa Williams al cospetto di un astro nascente che di nome faceva Michael Schumacher.

Dunque un gran bel testo che ha regalato a Terruzzi la soddisfazione di vincere il Bancarella Sport 2015, pur se in ex aequo, ma soprattutto di gettare luce su aspetti di Senna meno trattati. Più spazio alla componente emotiva, sentimentale, vuoi introspettiva, piuttosto che ai risultati in pista, apprezzabili da qualsiasi storico e lettore di ordini arrivo, il tutto narrato prendendo come riferimento l'infausto week-end di Imola a plasmare un saggio mascherato da romanzo costruito sulla cronaca vera. Imperdibile per un amante del genere.

Cosa aggiungere su Senna... Posso solo dire che ricordo perfettamente quel giorno, all'epoca ero tifoso di Mika Hakkinen e Bertrand Gachot, con quest'ultimo che si era qualificato con la pessima Pacific-Ilmor. Ricordo quel movimento del casco di Senna, impercettibile ma evidente, che fece pensare anche a me che il sinistro poi non fosse così grave. Poi però il resto... il continuo premere sui bottoni del telecomando per leggere gli aggiornamenti su Televideo. La passeggiata a piedi per Tirrenia, alla fiera che si celebra ogni anno nel mio paese per il primo maggio, le voci che serpeggiavano, infine il triste annuncio. L'indomani le rivelazioni di un mio compagno di giochi di allora, non avevo ancora tredici anni, che mi riferì di esser stato presente in pista il giorno dell'incidente mortale di Ratzenberger, di non aver visto niente, ma di aver udito un tonfo terribile, fortissimo da sovrastare tutto e tutti. Ricordo che comprai anche Autosprint, ma chissà dove sia finita quella copia.

Ricordare Senna come pilota, penso che niente sia più preciso e adeguato del giudizio espresso da Alex Zanardi nell'ottima collana edita dalla Gazzetta dello Sport intitolata I Miti della F1 ai Raggi X: "Ayrton è stato un grande professionista. Secondo me più per vocazione che per dedizione... Grande comunicatore, tutto poggiava su un talento di quelli mai visti, pazzesco, e un carisma che alla fine ha spinto tanti appassionati a battezzarlo come il più grande di tutti i tempi... Un'altra sua dote immensa era la fantasia, la capacità di farsi venire in mente mosse decisive in porzioni di tempo inarrivabili per i suoi rivali... E' stato il pilota che nella sua epoca ha riscritto le regole del gioco e chi ha voluto avvicinarlo ha dovuto usare le sue... Il suo difetto più grande era quello di quasi tutti gli sportivi di alto livello: lo sport per me è una forma d'arte e i campioni tendono a essere un po' narcisi. Lui lo era... A lui non piaceva vincere, piaceva dominare."

AYRTON SENNA 
in un momento di riflessione religiosa.

venerdì 13 novembre 2015

Recensione Saggi: SFIDE di Simona Ercolani.




Autore: Simona Ercolani.
Sottotitolo: Lo sport come non l'avete letto.
Genere: Sport.
Anno: 2006
Editore: Rizzoli.
Pagine: 262.
Prezzo: 16 euro.

Commento di Matteo Mancini.
"Io, io posso ricordare (mi ricordo). In piedi accanto al Muro (accanto al Muro) e i fucili spararono sopra le nostre teste (sopra le nostre teste) e ci baciammo, come se niente potesse accadere (niente potesse accadere) E la vergogna era dall'altra parte. 
Oh possiamo batterli, ancora e per sempre allora potremmo essere Eroi,anche solo per un giorno."

Al suono di queste parole, intonate da un cantante in vena di cover del famoso brano Heroes di David Bowie, inizierebbe una delle tante splendide puntate griffate Sfide, storico programma RAI ideato da Simona Ercolani nel lontano 1998 e premiato nel 2001 col Premio Ennio Flaiano quale miglior programma televisivo dell'anno. La produttrice televisiva Ercolani, romana classe '63, conosciuta per aver ideato molteplici format di successo e lanciata da trasmissioni quali Storie Vere e Chi l'ha Visto?, tenta di trasferire su carta venti appassionanti storie di altrettanti sportivi provenienti da svariati sport. Largo spazio al calcio con sette storie, ma anche al pugilato, basket, ciclismo, F1, motociclismo, sci, nuoto, atletica leggera e ginnastica artistica. Visione pertanto molto ampia, mancano storie relative agli sport tipicamente americani, al rugby e all'ippica, per il resto c'è un po' di tutto.

Molte delle pagine costituiscono il testo utilizzato per i servizi del programma televisivo, altre non saprei. La Ercolani opta per storie concentrate su personaggi meno noti rispetto ai tradizionali catalizzatori delle puntate tv, anche se si racconta di personaggi famosi come Roberto Baggio o Jacques Anquetil.
Lo stile è veloce, a differenza del successivo L'Importante è Perdere di Nicola Roggero, la Ercolani presenta le varie storie dalla viva voce dei diretti protagonisti che parlano della loro carriera o rammentano un episodio speciale che li ha visti protagonisti. Storie diverse tra loro. Recuperi da infortuni giudicati inguaribili (Roberto Baggio e Damiano Tommasi) e altri che invece pongono fine a una carriera (il tendine d'achille del ginnasta Menichelli), rivoluzionari che hanno fatto la storia di un dato sport creando un nuovo stile o una nuova tecnica (il salto in alto di Dick Fosbury), eroi di una serata (i portieri Francesco Toldo e Helmut Ducadam ipnotizzatori di giocatori chiamati a calciare i rigori), campioni limitati dal fatto di aver incontrato un rivale imbattibile sul proprio cammino (Vigneron al cospetto di Bubka), drammi sportivi che si traformano in tregedie (la paralisi di Slobodan Jankovic dovuta a una reazione di pura follia per un errore arbitrale) o l'impresa di una squadra di calcio di dilettanti capace di arrivare in finale di coppa di Francia (il miracolo del Calais), la vita privata da scandalo rosa ai limiti dell'incesto del cinque volte vincitore del tour de france Jacques Anquetil o il racconto della prima conquista dlla medaglia d'oro olimpica da parte di una donna italiana (Ondina Valla). Dunque racconti di trionfi, di record inattesi (a esempio quello sui 200 metri in stile libero marcato da Giorgio Lamberti), di incredibili sconfitte agli ultimi metri (incredibile secondo posto in una corsa valevole per l'iride del ciclista Franco Bitossi bruciato a dieci metri dall'arrivo), di personaggi che passano dallo sport al mondo del cinema (lo sciatore Toni Sailer che diviene attore e poi cantante) o di altri che finiranno con l'ispirare immortali personaggi cinematografici quali Rocky Balboa (ideato da Sylvester Stallone dopo aver ammirato il combattimento tra Muhammad Alì e il rozzo Chuck Wepner, un pugile capace di esibirsi in combattimenti contro wrestler o orsi), persino la storia che portò alla ideazione della muta della nazionale del Brasile calcio dopo la cocente sconfitta nella finale dei mondiali di casa. Ascese e perdizioni, sorprese e conferme, ma anche trionfi e sconfitte nella classica alternanza tipica della crudeltà che governa la legge dello sport. Gioia e dolori, vittoria e rimpianto.

Quale è il senso di queste storie, la ragione per cui è interessante leggere un volume come questo? Forse ce lo rende esplicito il ginnasta Franco Menichelli che, quando pensa ai suoi trionfi, spiega: "Ma davvero qualche bambino avrebbe sognato ascoltando la mia storia prima di addormentarsi? Volevo diventare una fiaba olimpica." Dunque lo sport come metafora per far sognare, ma non tanto per la sensazione di essere i migliori ma quella di regalare stupore e spettacolo. E a proposito di fiabe olimpiche e de L'Importante è Perdere, volume gemello e successivo a questo Sfide, mi piace sottolineare il ricordo di Menichelli dell'Olimpiade di Città del Messico del 1968 dove partecipò nonostante un'infammazione tendinea a rischio di infortunarsi sul campo di gara (come poi avvenne). Si tratta del ricordo di un atleta tanzaniano, reputato da alcune fonti come "il miglior ultimo della storia", impegnato nella maratona di quella edizione. Una prova, la sua, da cui trasuda il vero senso dello sport e oltre a questo della vita: "Juan Esteban Acquari (nel volume c'è un errore trattandosi invece di John Stephen Akhwari, n.d.r.) si fa male alla gamba destra durante la maratona e sono 42 chilometri e passa di sofferenza. E' buio, una macchina lo segue facendo luce con i fari. Lui non molla, si trascina sulla gamba buona. Entra nello stadio che ormai è notte fonda. Zoppicando si porta fino al traguardo. Non c'è più nessuno. Solo un oscuro giudice annoterà il suo tempo, riporrà la penna e tornerà a casa. Lo sport è questo o meglio non sarebbe quello che è se non ci fosse anche questo!" Commento giustissimo quello di Menichelli, esaltato dai racconti che hanno reso il gesto di Akhwari addirittura più famoso dello sforzo di chi quella maratona l'ha vinta. Questo perché il pubblico si immedesima, vive le sofferenze degli atleti, familiarizza con le difficoltà e premia l'attaccamento alla maglia, l'impegno, la voglia di battere tutto e tutti, a partire dallo sfinimento fisico e dalle avversità di qualunque specie esse siano. Questo rende "eroico" un atleta, quel concetto cantato dalla canzone di Bowie, e non l'esito del risultato finale. Ed è questo che rende umani e più terrestri certi atleti, poiché si può essere campioni anche se non si è stati baciati da dea natura. In altre parole, si può anche arrivare ultimi, come spiegherà Roggero e come anticipa qua la Ercolani col filtro del ricordo di Menichelli, ed essere dei vincenti e con la propria impresa sconfiggere il velo oscuro fatto calare dal decorrere degli anni.

L'ULTIMO CLASSIFICATO DELLA MARATONA
DELLE OLIMPIADI DEL 1968
EPPURE è DIVENTATO EROE PER LA VOLONTà
DI ULTIMARE IL PERCORSO A OGNI COSTO
NEL RISPETTO DELLO SPIRITO OLIMPICO
JOHN STEPHEN AKHWARI.

Questo in breve il contenuto del volume che purtroppo appare fuori catalogo, ma che non può mancare nella biblioteca di ogni amante di sport. Lettura veloce, appassionante e appassionata. Faccio notare, mestamente, come non siano molte le antologie di questo tipo, volumi la cui uscita non può che far bene allo sport e contribuire ad ampliare la cultura sportiva di molti appassionati troppo spesso confinata a una manciata di discipline. La stessa Simona Ercolani non ha dato alle stampe nessun altro volume, restando quindi limitata a questa uscita che ormai compierà dieci anni nei prossimi mesi. Peccato, si dovrebbe incentivare la pubblicazione di testi di questo tipo. Consigliato.

Così l'autrice presenta il suo volume: "Se vi hanno insegnato che nello sport l'importante è partecipare, siete fuori strada. Se credete che vincere sia tutto, non avete capito nulla. Nello sport quello che conta è andare avanti e - quando capita - saper perdere con stile. E i protagonisti di questo libro lo sanno benissimo..."

SIMONA ERCOLANI

"I fischi divennero la colonna sonora di ogni mia prestazione. io, però, non li vivevo in maniera traumatica. Quando sei consapevole di dare il massimo e di fare del tuo meglio accetti tutto più serenamente. L'importante è trovare la propria strada e percorrerla con decisione, senza risparmiarsi. Io credo che ognuno di noi sia quello che fa: per questo ogni cosa va fatta nel miglior modo possibie" (Damiano Tommasi).

"Nel tour del '62 Anquetil indossa la maglia gialla il primo giorno e la conserva per tutta la durata della corsa... Eppure in fondo a quel Tour lo accolgono i fischi dei francesi. Non ho mai capito cosa gli rimproverassero. Jacques risponde con ironia: si compra una barca e la chiama SIFFLET (FISCHIETTO)"

martedì 6 ottobre 2015

Omaggio BRUCE GROBBELAAR nel giorno del Compleanno


In occasione del 58° compleanno di Bruce Grobbelaar, portiere epico per il blog, veniamo a stendere questo articolo biografia con verve simpatica, consigliando l'acquisto del volume Portieri Figli di Puttana di Fausto Bagattini, molto divertente e imperdibile per i portieri e gli sportivi in generale, specie se appassionati di calcio. Nei prossimi mesi lo recensiremo, intanto lo omaggiamo come fonte di ispirazione per questo articolo che invece è opera del sottoscritto Matteo Mancini, autore, tra gli altri, dei volumi Spaghetti Western.

DUE STERLINE VINCENTE PER UNA QUOTA ASTRONOMICA: CHIEDERE AL WHITECAPS

A cura di Matteo Mancini.

Due Sterline per Bruce
(Foto da Telegraph.co.uk)

Quando Bruce Grobbelaar inizia a giocare a calcio, da portiere, nella sua città di Durban, Sud Africa, lo prendono per una pippa. Arriva dal cricket e dopo dal baseball. C'è già chi scommette in una gloriosa carriera con berretto e mazza, ma hanno torto, perché si appassiona al calcio. Si mette a fare il portiere perché quei venti che corrono dietro a una palla gli sembrano un branco di matti. Tutti ad affannarsi per oltre cento metri, quando poi la palla ti arriva in mano senza fare tanti affanni, semplicemente te la fanno arrivare quegli altri, un po' come diceva un detective di un famoso romanzo di Leroux, addirittura chi ti gioca contro. Vi pare da persone intelligenti affaticarsi tanto? A noi ci pare di no e la pensiamo come Bruce che infatti dice: "Ero più sveglio io o loro? Oggi uno sveglio è Buffon!" Meglio allora fare i portieri, solo che gli altri non capiscono, sennò non erano matti. Così commenta Fausto Bagattini, autore del libro indicato in premessa: "Se ne va dalla sua città sbattendo la porta" (che evidentemente era aperta, se non l'avessero aperta non l'avrebbe sbattuta, come direbbe un appassionato di sofistica n.d.r.). "Accusa i dirigenti di razzismo verso i bianchi, in un'epoca di pieno apartheid contro i neri!!!" Con Bruce... ne succedono di tutti colori, è il fascino dei portieri. E cosa fa lui...? Si arruola come mercenario nella GUARDIA RHODESIANA, nel 1977. Manco fosse un garibaldino dell'emisfero australe, prende parte alla guerra civile che culminerà con la vittoria delle truppe di Mugabe che, come direbbe Rod Steiger in Giù la Testa, si finge un benefattore e poi invece è un dittatore di prima categoria. Bruce allora fa come Coburn, butterà via i manuali, e riassumerà l'esperienza con una parola: "Terrificante". Del resto di Leoni, lui, ne aveva visti parecchi... e anche assai aggressivi. Butta via la divisa della blasonatissima Guardia della Rhodesia, che poi assumerà il più appropriato nome di Zimbawe, e si rimette a giocare, lui che in vecchiaia sarà uno a cui Bukowski avrebbe fatto fare una caricatura per attaccarsela in camera da letto con la scritta "Storie di Ordinaria Follia" al posto dei diritti d'autore.
Grobbelaar è uno che prende la vita con un alto tasso di ironia, proprio perché ha visto e conosce l'altro lato della medaglia. Ha visto la morte in faccia e le ha detto: "Sei decisamente poco attraente, senza offesa, a me piacciono più in carne...". Siccome ce l'avevano con i bianchi, quando giocava, nel 1979 si fa ingaggiare dal WHITECAPS, una squadra dietro l'angolo... Fa infatti un salto a VANCOUVER, in Canada, dove, ad allenarlo, c'è un personaggio a tema per le pronunce italiane: Waite(rs). Certo... e chi ci volevate mettere? Bruce, prima di firmare chiede conferme, potrebbe essere lecito pensare: "Ma è proprio tutto white, white, qua?" Certamente, gli viene assicurato, le cose vanno fatte bene, altrimenti Bruce è bello e che venuto anche perché, poco sotto, c'era pure Lee che stava a Seattle, Washington... ma no dove c'è la casa bianca, ironia della sorte e nemmeno quella Nera che invece è prerogativa di Craven e non di Hooper, come vedremo! Invece ecco che Waite(rs), nonostante il nome, è scuola Blackpool e faceva pure lui il portiere, per giunta della nazionale. Insomma, il primo che passava per strada, ironia della sorte... il peggior giudice che ti poteva capitare, un pari grado! Insomma, il ragazzo non gioca male, ma nemmeno da strapparsi i capelli... Debutta contro la squadra dell'altro Bruce, il Seattle Sounders, e comincia a lasciar trapelare delle buone impressioni. Siccome gli inglesi hanno un certo Humor, visto che il giocatore disputa il campionato nel lontano far west, i primi che se ne accorgono sono quelli del West Albion che lo vorrebbero pure ingaggiare, ma non gli viene concesso il permesso di soggiorno. Con quella faccia qualcuno, forse, non è poi convinto che si metta a giocare a pallone. «O chi è lu' lì?» Ma siccome gli inglesi hanno inventato la Zuppa Inglese, per gli amanti del Piccolo Diavolo, qualcuno ci vede una certa crema, anche perché vuoi vedere che i red devils... del resto la crema, notoriamente, è un colore tendente al...? Si, certo. E lo mandano al CREWE ALEXANDRA, lo Chantilly sarebbe stato troppo Anglaise. E cosa fai lui? RIGORI... realizza dal dischetto una rete, piazzando una palla nell'angolino con il portiere avversario che sul momento sembra perdere tutti i capelli... manco fosse Polonio. Siccome aveva debuttato contro i Sounders un certo Saunders pensa bene che è meglio non avercelo contro e lo segnala proprio ai Red Devils, tutto come programma. Quelli del LIVERPOOL, un po' leghornizzandosi, dicono: «Boia deh, guarda questo vì che lavori...? Ma di chi è?» Scoprono così che è tesserato per una squadra canadese che lo ha mandato in prestito in Inghilterra... Pazzesco, caso quasi unico visto che di solito avviene l'opposto. E dicono: «Mah, buttiamoci un paio di sterline, tanto per quel che costa...» L'allenatore Waite(rs) dei Whitecaps, quando glielo dicono, strabuzza gli occhi e dice: «Chi lo vuole? Il Liverpool...? Mandateglielo subito, guarda che incompententi che sono diventati in Inghilterrra... Grobbelaar al Liverpool» e giù con le risate.
Bruce sbarca dai Reds e lo mettono in panchina, ma proprio perché c'è della clemenza visto che in porta c'è RAY CLEMENCE, altrimenti lo avrebbero mandato in tribuna dicendogli: «Ma hai notato per chi sei tesserato?» Alla fine però Clemence lo mandano dagli speroni... uno così clemente senza speroni vincerebbe forse poco. E così con Clemence al Tottenham, Grobbelaar viene buttato nella mischia, manco fosse Soviero. Stile aggressivo, gli piace uscire in anticipo sugli avversari, è molto dinamico, agile e non male con i piedi. La sua logica è quella di prevenire i pericoli prima che si creeino, limitando le capacità di ragionamento dell'avversario. Un cocktail di genio e sregolatezza, ma soprattutto di schiuma di idiozia finalizzata però al disorientamento di chi vorrebbe bucarlo al fine di anticiparne le azioni. Quando la palla vaga per la sua trequarti i tifosi hanno le palpitazioni, con uno così... può succedere di tutto, di certo non ci si annoia. Così Bagattini: "Inizia l'epopea di uno dei portieri più discussi e discutibili del secolo scorso!". Si mette in mostra agli occhi del mondo nella primavera del 1984, con il siparietto ai rigori nello stadio olimpico di Roma, contro la Roma di Falcao che rinuncia persino a tirare il rigore. «Ma chi è quel matto là...? Io che mi chiamo Falcao non ho mai visto un pazzo del genere, ma che fa il trapezzista? Tirate voi, non me la sento...»
Pizzul, che fa la telecronaca della partita, è incredulo. In tanti anni di cronaca non ha mai assistito a una cosa del genere. «Ma cosa fa...? Mangia la rete?» Ai cinefili viene in mente la scena di Hooper, che ironia della sorte lo sostituirà di lì a poco in una partita leggendaria col Genoa in coppa Uefa, quando si cala nella gabbia e va a sfidare lo squalo... lo sapete di che colore, vero...? E cosa succede? Se non lo avete capito si parla del film di Steven Spielberg, di dieci anni prima. Shaw, ovvero il buon QUINT, gliela aveva detto: «Tu vai nell'acqua...e anche lui è nell'acqua?» Risultato finale? Gabbia demolita e non c'è certo da render grazia agli ani se Hooper si salva, perché il bestione ha appena scheggiato la base della gabbia a caccia di ciccia, che in Toscano vuol dire carne. Un po' come la palla del Graziani che vola sopra la traversa di Grobbelaar, con la consolazione, molto magra (un po' come lo squalo che è andato, naturalmente, in bianco), di aver scheggiato la traversa.
Quelli della Roma dicono: «Non ho ben capito...». Eppure prima ha sbagliato anche Conti. Qualcuno sospetta che si sia nel golfo di Lampedusa, dato che di là c'è un certo Gattopardo, ma è una girandola di colpi di scena. Dopo baffo Rush, arriva Kennedy e la butta dentro in un'atmosfera surreale che consegna Bruce Grobbelaar alla storia tanto da avere pure due emuli nel corso del tempo: il polonio DUDEK, che arginò il Grande Milan dello Sheva sul 3 a 3, e il mitico portiere lanciato dalla Roma, LUPATELLI, che altro che lì, con quel nome, avrebbe potuto esser lanciato, anche se qualcuno ci avrebbe visto bene pure l'Avellino, del resto Grobbelaar giocava sempre col maglione verde e all'Avellino con le belve tra i pali erano assai abituati visto che in quegli anni avevano DI LEO. 
Il Bruno,Conti, colore indigesto al portiere di Durban, quando se lo era visto davanti aveva provato a diventare Bianco, ma niente... «Correva e saltellava, sembrava che stesse per mettersi a ballare» Chissà se Bruce stesse pensando ai Whitesnakes, non è dato conoscere il pensiero del funambolico portiere scuola Whitecaps che tra i pali si muoveva come un serpente alla melodia del piffero magico di un incantatore, solo che a restare incantati in questo caso sono i pifferai... Si limiterà a dire di essersi girato a vedere i fotografi, il cui flash ricorda un po' il bianco, per farsi immortalare insieme agli spaghetti della rete, mentre strizza l'occhiolino a destra e a sinistra, tra una risata e l'altra. A qualcuno sembra di vedere Celentano nel film Asso, Bruce è molleggiato e svaluta tutti i blasonati avversari, come in una partita di Poker, tanto che sembrano diventati dei cialtroni in balia dello spettacolo. A ogni errore degli avversari il portiere corre all'impazzata fuori dalla porta e sbatte i guanti l'uno contro l'altro, ridendo a crepapelle. Sembra un saltimbanco che vuol sbancare il banco, dando l'impressione di esser lui a rimetterci. Qualcuno ha da ridire, qualcun altro da ridere, c'è persino chi vorrebbe cacciarlo alla fine però fa tredici e il riferimento va agli anni di permanenza nel Liverpool.
Lui non se la prende, né fa caso a cosa dicano intorno. Dorme sonni tranquilli, anche se non è ben chiaro se lo stesso avvenga a chi scelga di frequentarlo. Lui non fa una piega, del resto non gli piacciono le moto e dice, con la naturalezza di chi al pub si ingozza di birre: "Prima di ogni partita facevo un giochino. Calciavo il pallone contro l'interruttore, per colpirlo e spegnere la luce. Pensavo che riuscendoci, avremmo vinto noi." Insomma sembra di vedere il nipote di Banfi ne, Il Bar dello Sport, che tira pallonate per la casa mentre l'altro dice: "Ho fatto tredici... Ho fatto tredici..." E infatti Grobbelaar ha fatto tredici come abbiamo detto!

Il trapezzista
(Foto da rankopedia.com)

L'anno dopo ancora finale, in Belgio, una finale tragica, con morti sepolti sotto lo stadio dell'Heysel, crollato perché invaso dai tifosi oltre i limiti di capacità. Contro c'è ancora una squadra italiana: la Juventus. Bruce sfoggia un giallone spettacolare, ma c'è un clima di tensione, spettrale. E' la finale più macabra che si sia mai vista nella storia. E' la prima disputata dalla Juventus. Gli organizzatori, molto probabilmente, la dovrebbero sospendere, rinviare, perché la logica direbbe che non si può giocare, scherzare ed esultare in mezzo ai morti. Qualunque tifoseria sarebbe stata d'accordo con questa soluzione, penso, e invece no... La partita viene giocata per ragioni di ordine pubblico!? Con tutti i morti e una curva crollata... E cosa succede? Rigore per la Juve con fallo iniziato dieci metri fuori d'area. L'arbitro vede un rigore che tutti si accorgono essere inesistente, ma nessuno batte ciglio. Tira Platini ed esulta come se si fosse in un clima da festeggiamenti di fine anno. Ci sono 39 morti, quasi tutti italiani. Bruce, che ha preso parte a delle guerre e ha visto morire gente sul campo di battaglia, non la prende bene, perché una partita di calcio non può esser presa sul serio come una questione di vita o di morte. Decide addirittura di ritirarsi dal calcio: «SIETE UN BRANCO DI BUFFONI!» Poi ci ripensa, ma prende una parabola bizzarra, per certi versi oscura. Le squadre inglesi vengono squalificate dal calcio internazionale per sei anni, lui invece diventa più stravagante, definito spesso ai limiti della follia. Si presenta in campo addirittura con una maschera sul volto (Jeanot farà di peggio, integralmente vestito da Spiderman n.d.r). Alterna miracoli pazzeschi, a papere che nemmeno ai laghetti si vedono. 
Diventa un eroe di Mai dire Gol. Salta il 1988 per una menengite da cui però recupera e ritorna nel 1989, giusto per assistere a un'altra tragedia, questa volta contro la squadra di Robin Hood. Semifinale di FA CUP, cosa che a Bruce ricorda certi colori presagio di catastrofe. Crolla di nuovo una curva, questa volta di Sheffield, la Lepping Lane. Il crollo viene provocato da un'idiozia della polizia che, incapace di contenere i tifosi del Liverpool, apre i cancelli. In curva arriva un'ondata che sembra uno tsunami. E' il cancello C a essere teatro della disfatta. Botte da orbi tra tifosi della stessa squadra e tra questi e la polizia. La partita, questa volta, viene sospesa. Esito: 96 morti e 100 feriti. Il rinvio è di tre giorni. Cambia la sede, da Sheffield si giunge a Manchester. Vince il Liverpool che assapora aria di Derby per la finale, dove infatti troverà l'Everton. Vince ancora, alza la coppa, ma nessuno festeggia. I giornalisti locali, quelli del Sun, si legge nelle cronache, pubblicano articoli, che si scopriranno esser falsi (o presunti tali), contro i tifosi, per addossare a questi responsabilità che non hanno. Si denunciano sciacallaggi inesistenti... Chissà come mai, poi... Ha però inizio la lotta agli hooligans che vede la Thatcher prendere il toro per le corna, anche se non ha a che fare con la Juventus, nè col Toro. E' storia... Ha inizio la battaglia d'Inghilterra contro certi tifosi. Si parla di RAPPORTO TAYLOR e visto che siamo a Liverpool non è un riferimento alla Liz del Gran Premio, ma di un giudice specifico coinvolto in una storia di ucraini e tassisti piuttosto oscura, pure questa... manco fosse coinvolto il pilota Gachot.
La realtà dei fatti emergerà con 25 anni di ritardo (si parla di verbali falsificati, referti taroccati e quant'altro), grazie a un politico titanico che pone termine alle lamentele: Cameron. Intanto però aumentano subito il costo dei biglietti per l'ingresso negli stadi e irrompe la pratica della pay per view. Cameron sarà esplicito: «Chiedo scusa, a nome dei miei predecessori, per aver fatto passare delle vittime come dei carnefici

IL GIORNO DEL GIUDIZIO CON PETER
e il riferimento non va a Morgan, ma al grande
Schmeichel.
(Foto vannizagnoli.altervista.org)

Quando il Liverpool affronta il Genoa, a termine del 1992, Grobbelaar è ancora il portiere titolare, ma siamo alla fine della sua esperienza. Ironia della sorta, per chi schiera in attacco Rush, i reds chiudono per JAMES, che è tutt'altro che un hunt essendo un grande professionista. Tra i due nasce un grande duello, ma l'esito è scritto nel nome del nuovo arrivato che viene chiamato, chissà se in onore di una celebre pistolera del west esaltata dai racconti di Buffalo Bill (non quello de Il Silenzio degli Innocenti, sia chiaro): CALAMITY JAMES. E' un emergente scomodo, tanto che farà addirittura fuori il "marinaio" Seaman dai pali della nazionale inglese. Bruce, allora, non può che andare in prestito alla città dello stoccaccio: lo Stoke City. Poi va al Southampton e infine finisce in balia di un'indagine sul calcio scommesse innescata dal numero uno dell'Aston, non la Martin, ma il Villa... roba da Mal, non furia, ma malesi visto che restano coinvolti bizzarri personaggi della mala proprio malese. Tutti puntano il dito, fanno i faciloni, soprattutto il Sun, ma poi... Grobbelaar viene assolto, perché poi cosa succede...? Ma succede di tutto... pure in un'aula di tribunale.
«Ho detto quelle frasi» dice Bruce riferendosi alle immagini e ai commenti immortalati in una certa vhs in cui si parla di certe partite truccate «per incastrare i due colleghi truffaldini.» Fa riferimento alla celebre punta del Wimbledon Fashanu, altro idolo di Mai dire Gol e di Teo Teocoli, e al portiere dell'Aston Villa. Tutti assolti e Bruce, giustamente, querela il Sun per diffamazione e cosa succede? Vince naturalmente la causa e si mette in tasca 85.000 sterline, pensando: «soldi facili....» Il tabloid però non apprezza mai dire gol e non dice "cosmico" come faceva un certo personaggio della trasmissione che ironizzava sugli inglesi, ma ricorre, chissà se con handicap data la sua enorme importanza rispetto a un singolo calciatore... Il caso finisce sui tavoli della Camera dei Lord. Altro colpo di scena. Si ribalta tutto. I Lord dicono che non è mica ben chiaro se è stato diffamato o no Grobbelaar, perché l'assoluzione non è tanto chiara, si direbbe quasi oscura. E allora? Nessun responsabile di niente. Per la Commisisone la dignità di Grobbelaar vale una sterlina e condanna il Sun a versargliene una. Decisione pazzesca anche perché le spese del processo sono tutte a carico di Grobbelaar che, impossibilitato a pagare, viene dichiarato fallito sebbene non sia una persona giuridica. Una girandola, veramente, di colpi di scena. E lui? Va a giocare con la nazionale dello Zimbawe, facendone anche l'allenatore giocatore. E dov'è il problema...?
Sei campionati inglesi vinti, i primi tre consecutivi (1981-82; 1982-83; 1983-84), Tre coppe d'Inghilterra. Tre coppe di lega, Cinque Charity Shield, Una coppa dei Campioni. Ventuno presenze in nazionale. Quasi 450 presenze col Liverpool. Cosa fa adesso...? Allena i portieri in Canada, ma dalla parte opposta rispetto a dove ha iniziato, nell'Ottawa Fury e assicura una cosa: "L'unica cosa che a un portiere non insegni è la personalità. O ce l'hai o non ce l'hai!"

Il Commento Tecnico
Personalmente ho sempre avuto una grandissima stima, sotto il profilo tecnico, per questo portiere, penso che si comprenda sia dal testo, sia da chi mi ha visto giocare nei miei ultimi anni in FIGC, sezione calcio a 5, quando tenevo in porta una posizione anomala, che era in parte ispirata a certi portieri spagnoli di settore, da Castracane della BNL, ma anche dal mitico Bruce. Nel mio piccolo l'ho sempre tenuto di riferimento, insieme ad altri, perché il suo stile insegna molto ai portieri e non solo a loro (dato che certe tecniche sono riportate anche in manuali particolari). In prima battuta insegna a divertirsi nel fare quel che molte persone prendono troppo sul serio e, vedete bene, divertirsi non vuol dire fare le cose alla viva il parroco come vengono vengono, ma significa farlo con la componente ludica. Poi, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, l'atteggiarsi a spaccone, sbruffone e pagliaccio è un atteggiamento che può pagare, specie se si ha a che fare con chi cade nell'errore delle apparenze, dei formalismi e dei preconcetti. Come dice Clive Barker, giustappunto di Liverpool (ragazzi, non si fanno mica le citazioni a caso), in un racconto il cui titolo è geniale per l'occasione: "Nel momento in cui si comincia a credere che una tigre è una tigre si è già in metà in suo potere..." Prima ancora di Grobbelaar, dallo Zimbawe, era stato un altro dallo Zaire a darne dimostrazione evidente e lampante. Uno che contrariamente a Bruce non volava da un palo all'altro, sebbene avesse scelto come nome Ali. Non mi riferisco a Bagattini, che laggiù ha supervisionato le elezioni, ma a Muhammad Ali che con modi similiari mandò in black out, è proprio il caso di dire, Foreman che fu quasi mandato fuori dal ring dopo aver dominato la prima parte del combattimento, con Alì che incitava la folla e ballettava in qua e in là. E' dunque il caso di rivalutare, se ne occorre, la figura di questo portiere che faceva divertire, si divertiva e insegnava calcio ai colleghi.
Chiudiamo con un pezzo musicale che ci sembra sintetizzarne bene il debutto in Canada, dove lo lanciamo...? Da i barre, ma un barre particolare, uno di quelli in cui ci vorrebbero entrare in parecchi.. e allora dalla calda voce di Barry White, mandiamo My First, My Last, My Everything, ma sarà proprio white white...? Io vi dico una sola cosa, usate moderazione con gli alcolici, non bevete una pool di cocktail, perché è meglio un Black che farsi venire un liver grosso così... Non vorrei poi che diventaste troppo gialli!

Foto da nesn.com

Testo a cura di Matteo Mancini.

Bibliografia:
Portieri Figli di Puttana, di F.Bagattini, edizioni Ultra Sport.
La verità cercata da Grobbelaar: "Quell'assalto fu scatenato dall'estrema destra di Londra", a cura di Angelo Carotenuto per la Repubblica.

Un volume da recuperare!