Autore: Herbert G. Wells.
Anno: 1897.
Genere: Fantascienza/Horror.
Editore: Fanucci.
Pagine: 252.
Prezzo: 10.00 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Capolavoro
indiscusso dello sci-fi horror, capace di tracciare le coordinate di
un sottogenere talmente forte e affascinante da debordare dal
contesto artistico/scientifico per dirompere in quello massmediatico,
sociologico e persino complottistico. Un'eruzione dai confini in grado
di abbracciare l'interesse di capi di stato e studiosi di
comportamenti di massa. Artefice di tutto questo è il talentuoso
Herbert George Wells, un trentenne biologo convinto sostenitore delle
teorie darwiniane
nonché
allievo del biologo Thomas H. Huxley (padre del futuro autore di uno
dei romanzi distopici per eccellenza: Brave
New World – Mondo
Nuovo). Uno studioso così diligente e “profetico” che, negli
anni a seguire, verrà da molti definito “il
padre della fantascienza”.
Il
contesto scientifico in cui Wells muove le sue storie è una
costante, un coacervo di situazioni avveniristiche e antesignane che
tracciano una linea marcata tra etica medica, involuzione dei
valori all'evolvere della specie e sviluppi sociologici connessi. Un
atteggiamento e un approccio che rendono lo scrittore un filosofo
scientifico, un ispiratore politico oltre che un visionario capace di
solleticare, specie all'epoca, il sense
of wonder
dei lettori e fungere da ispirazione, tra gli altri, per il nascente
sottogenere apocalittico legato al crollo sociale di un mondo in
balia di variabili fuori dal controllo umano.
LE
ORIGINI DEL ROMANZO
Non
è dunque un caso se The
War of the Worlds prende forma sulle riviste di divulgazione
scientifica. È il 1896 quando Wells, stimato autore dei romanzi The
Time Machine (1895)
e The
Island of Dr Moreau (1896),
pubblica il saggio Intelligence
on Mars (1896)
sul periodico Saturday
Review.
L'articolo
viene stimolato da precedenti supposizioni riconducibili
all'astronomo Giovanni Schapparelli e al collega americano Percivall
Lowell. I due, attorno al 1895, rilevano la presenza di strani canali
(“formazioni
rettilinee estese per lunghi tratti”)
sulla superficie di Marte. Mentre l'italiano resta sul vago, Lowell,
in Mars
(1895), qualifica i canali quali “imponenti
opere di ingegneria idraulica progettate per meglio gestire le scarse
risorse idriche del pianeta”.
Naturalmente avrà torto e non tarderà chi lo farà notare, come Vincenzo Cerulli che parla di “illusioni
ottiche”.
Wells, fervente sostenitore della possibilità di vita su
Marte già dal 1888, prende la palla al balzo per la stesura del suo
articolo. Nel testo si dilunga in lunghe descrizioni biologiche in
cui descrive la vita su Marte, adattando le caratteristiche
anatomiche di vegetali e “animali” marziani in base alle
specifiche condizioni ambientali. In altri termini, Wells parte dalle
condizioni ambientali marziane in modo da utilizzare le stesse per elaborare, nel pieno rispetto degli insegnamenti di Charles Darwin,
un ideale profilo anatomico di creature capaci di adattarsi
all'habitat.
Wells,
durante una camminata nei pressi di Woking, parla della questione al fratello. Il dialogo si trasforma in una discussione che fa sorgere in Wells la prospettiva di utilizzare lo spunto come base per un
racconto. È il fratello a dargli la spinta decisiva, parlando degli effetti
provocati dagli inglesi sugli indigeni della Tasmania. "Cosa
succederebbe se scendessero dei marziani qui nel Surrey?”
dice Wells al fratello. Ecco che spunta l'idea della discesa di
marziani alquanto originali, tutt'altro che umanoidi, dotati di un
cervello enorme (Tim Burton ironizzerà sulla cosa nel sarcastico film degli anni novanta Mars Attacks!) e bisognosi di macchinari per muoversi. La fuga da
Marte viene vista come necessaria per far fronte alle sempre più
critiche condizioni di vita. Un'invasione non dissimile a quella dei
coloni nelle lontane lande entrate a far parte del Commonwealth, tutt'altro che guidata da propositi di
amicizia o coesistenza paritetica. Wells sfrutta la fantascienza
per intavolare una feroce critica al colonialismo, alla legge del più
forte, ma anche all'arroganza umana nei rapporti con le creature del creato (in particolare gli animali) e i più deboli. In altre parole,
si ribalta la posizione di dominio dell'uomo (o del cittadino inglese) trasformando lo stesso in un animale costretto
alla fuga al cospetto di esseri superiori che ne mutuano l'atteggiamento. “Questa
guerra ci ha insegnato la pietà: pietà per quelle anime inferiori
che subiscono la nostra dominazione” scrive
con ottimismo Wells, cercando di stimolare le capacità di
immedesimazione del lettore al fine di comprendere quale sia la cosa giusta da fare.
Wells
utilizza, sia come struttura sia come base del suo The
War of the Worlds, il
romanzo fantapolitico The
Battle of Dorking (1871)
di George T. Chesney, un testo giudicato da molti “l'iniziatore
della letteratura dell'invasione” in
cui si immagina l'invasione delle truppe di uno stato continentale ai
danni di un'Inghilterra incapace di difendersi.
Alla maniera di Chesney, Wells narra la storia in prima persona, utilizzando un testimone oculare che racconta i fatti anni dopo rispetto a quando gli stessi si sono consumati. Quest'ultimo racconta le avventure in cui
si è ritrovato coinvolto, facendo riferimento anche ai racconti
successivamente appresi per voce da altri testimoni. Su queste
coordinate, Wells parte nella stesura dell'elaborato che uscirà
in nove puntate, tra l'aprile e il dicembre del 1897, su Pearson's
Magazine,
per venire raccolto in un unico volume nel 1898 da William Heinemann.
Arriverà in Italia tre anni dopo, grazie alla traduzione richiesta
dalla Antonio Vallardi Editore.
UN
ROMANZO COMPLESSO
L'origine
saggistica del romanzo è percepibile in una struttura narrativa che,
ogni tanto, abbandona la via narrativa, sacrificando ritmo e
fluidità, per prendere quella del saggio. Una soluzione alla Moby
Dick (1851)
di Melville, per intenderci, seppur meno estesa e più diluita in una
narrazione che è assai lontana dal voler essere enciclopedica. Un taglio
che, in epoca moderna, potrebbe far apparire pesante qualche capitolo, addirittura far propendere qualcuno per un alleggerimento da
ottenere con opportuno intervento di forbice. Non è tuttavia questo
a farne un romanzo complesso. Sotto l'apparenza da romanzo
popolare, peraltro dotato di un impatto visionario e di un'azione
capace di incollare i lettori alle pagine, The
War of the Worlds tocca
con profondità molteplici tematiche. Filosofia, sociologia,
religione, psicologia di massa, scienza, guerra e politica sono solo
alcuni dei temi trattati. Wells mette molta carne al fuoco e lo fa in
modo da trasformare un apparente testo per ragazzi in un
capolavoro della letteratura. Il fatto che si tratti del primo
romanzo in assoluto su un'invasione aliena nonché di un precursore
dei cosiddetti survivor
o
apocalittici
(The
Purple Cloud
di Matthew P. Shiel uscirà quattro anni dopo), col protagonista che
pensa per lunghi tratti del romanzo di esser rimasto l'ultimo uomo
sulla terra, costituisce un tassello in più che esalta ulteriormente
il lavoro dell'autore.

Una scena dall'adattamento cinematografico di Spielberg
NON
SIAMO SOLI NELL'UNIVERSO
Il
primo spunto di riflessione, che è insito già nel titolo, è il
superamento dell'idea che l'uomo e la Terra siano al centro
dell'universo. Wells dice ai suoi lettori che non siamo gli unici
nell'universo e anticipa la scoperta attraverso una serie di bagliori
avvistati su Marte. Sono i fuochi degli shuttle che, uno dietro
l'altro, prendono moto dal pianeta rosso direzione terrestre. Gli
astronomi però ancora non lo sanno, pur abbandonandosi in una serie
di congetture. Se ne accorgeranno qualche giorno dopo, a seguito della caduta
di una serie di cilindri piovuti nei pressi di Londra. È un evento
capace di scuotere l'umanità per il suo minare tutte le credenze e
deflagrare le certezze maturate in millenni di evoluzione. Quanto
l'uomo ha scoperto e creato è nulla se parametrato alle conoscenze e
alle attrezzature del popolo invasore. Il romanzo è ambientato a
inizio secolo, in epoca ancora vittoriana, e la cosa rende ancora più manifesto il divario di conoscenze. Carrozze, uomini che
scappano in bicicletta e cannoni mossi su carretti sono la risposta
umana al cospetto di esseri che sfruttano veicoli a propulsione motorizzata, macchinari sospesi a trenta metri
d'altezza, gru a forma di granchio, raggi inceneritori che
polverizzano qualunque cosa che attingono e gas mortali. Wells porta
in chiave evoluta e, purtroppo, profetica la guerra (ottocentesca) che funestava la
campagna in piena città, simulando gli effetti di quei bombardamenti
che sventreranno l'Europa negli anni quaranta. Si pensi in particolare all'utilizzo dei gas tossici, arma per eccellenza nel primo conflitto mondiale e poi vietata dalle convenzioni internazionali.
La
supposta evoluzione dell'uomo è pertanto relativa, illusoria e nulla se comparata a quella di chi si trova secoli più avanti nella scala evolutiva. Cade
anche la convinzione dell'uomo quale creatura eletta di Dio (perdita della fede persino nei rappresentanti del credo, crollo di edifici religiosi) e si
modificano persino le prospettive: l'uomo non è più dominante e la
sua società è sull'orlo del collasso. Dice uno dei protagonisti:
“persuasione
di non essere più un padrone, bensì un animale tra gli animali
sotto il tallone di un marziano.”
IL
CERVELLO COME INDIVIDUAZIONE DEL SOGGETTO
L'evoluzione
che Wells immagina è giostrata sullo sviluppo
del cervello,
vero e unico elemento centrale ed
essenziale nell'individuazione dell'essere,
con buona pace delle teorie aristoteliche legate alla convinzione che
fosse il cuore la sede dell'anima. I marziani di Wells, così come
quelli di Stehen King in Dreamcatcher
(“L'Acchiappasogni”,
2003), sono apatici, privi di emozioni e del tutto estranei da ogni
attrazione erotica. Costituiscono il prototipo che i nazisti
cercheranno di mutuare per la creazione dell'uomo del futuro.
L'individuo stacanovista, cultore del lavoro e combattente
irriducibile che non si ferma neppure per dormire o per cadere
vittima di tentazioni epicuree. Wells parla di tutto questo in
capitoli dal sapore saggistico, ripresi dal suo articolo precedente.
A leggere ora il testo si intuisce una sorta di fusione
tra componente biologica e componente meccanica,
in quello che potremmo considerare un primordiale cyberpunk.
Si
pensi a film come Robocop
(1987), per esempio. Il corpo dei marziani è divenuto, al passare
degli anni, superfluo e quindi da lasciar decadere. Arti e organi sono caduti, superati nella
scala del perfezionamento genetico. Solo le mani, per la loro
funzione prensile, sono rimaste laddove in passato vi erano altri
elementi che costituivano la parte esterna. Ora i marziani si muovono
guidando immensi macchinari da loro stessi costruiti, un po' come
faranno nei cartoni animati degli anni ottanta i piloti dei robottoni
che delizieranno i pomeriggi di milioni di bambini.
L'essenza dell'essere
è dunque nella testa e non nel corpo. Laddove il cervello è anima e
sostanza, il corpo è carne marcescente e forma priva di significato
oggettivo.
Il potere della mente
marziana è tale da aver amplificato il funzionamento del cervello,
portando questi esseri a sviluppare poteri che noi definiremmo
parapsicologici. I marziani infatti comunicano tra loro attraverso la
telepatia (King ruberà ancora, estendendo la stessa a una
contaminazione con le menti degli uomini). Forse anche a seguito
della coeva uscita del Dracula
(1897)
di Bram Stoker, Wells rende vampiri queste creature. I marziani si
nutrono infatti di sangue di altri esseri viventi e questo li renderà
mortali sulla terra per i motivi che andremo in seguito a spiegare.
Scrive Wells: “Loro
si sono trasformati in semplici cervelli che indossano corpi diversi
a seconda della necessità, esattamente come noi uomini indossiamo
abiti di stoffa e montiamo su una bicicletta per fare più in
fretta.”
La locandina del primo adattamento cinematografico,
diretto nel 1953 da Byron Haskin.
LA
RESISTENZA UMANA: DUE VIE PER CONTINUARE A ESISTERE
L'arrivo dei marziani
dapprima suscita curiosità e interesse, quindi paura e reazione
militare. L'attacco umano volto a uccidere il diverso, ovvero colui
che non si conosce e dunque si teme, accelera il processo
distruttivo. I marziani, dopo aver allestito le loro macchine,
respingono l'offensiva e partono ad attaccare le cittadine del
Surrey, luogo del loro atterraggio, puntando dritto su Londra (gli uomini fuggono in modo scomposto). Non è
dato sapere se altri “cilindri” (così Wells chiama quelli che
oggi definiremmo “sigari” o “Ufo”) siano caduti in giro per
il mondo. La narrazione, essendo giostrata da un profilo soggettivo,
è limitata al territorio locale. Immaginatevi lo schema narrativo di
un Cloverfield
(2008) per dirla in termini cinematografici o di un Earthworm
Gods
(“I Vermi Conquistatori”, 2005) di Brian Keene. Attraverso il suo
protagonista, uno scrittore filosofo, Wells piazza alcuni capitoli in
cui distruzione, tensione, paura e
azione rendono unico ed estremamente moderno il racconto, tra palazzi
che crollano, fiumi che evaporano, e tentacoli metallici che si
muovono al suolo per abbracciare cittadini in fuga e condurli in alto
nel cielo.
Le caratterizzazioni dei personaggi sono centrali, non per nulla
casuali. Vi è un curato che ha smarrito la fede in Dio, forse perché
credeva che l'uomo fosse sotto la protezione di un qualcuno di superiore, e
uno stoico artigliere dalla filosofia platonica che pensa a
costituire una nuova società “repubblicana”
sotterranea
(si
legga The
Coming Race,
“La Razza Ventura”, di Bulwer Lytton, 1871), in cui
i
filosofi siano a capo e i combattenti ai loro ordini, tralasciando
tutti gli altri, da reputarsi subordinati e da scartare se affetti da
vizi. “Non
possiamo permetterci i deboli e gli sciocchi... Gli inutili, i
maldestri e i dannosi devono morire. Vivere e contaminare la razza è
una forma di tradimento.”
Curioso notare, ancora
una volta, quanto Wells anticipi di
svariati decenni le impostazioni che andranno per la maggiore
nell'Europa continentale a partire dagli anni venti e trenta, creando
danni e morti.
Da grande darwiniano, del resto, non poteva non essere un autore
affascinato dal concetto razziale da intendersi però nel senso più ampio possibile (e non nell'idea della superiorità di una razza sull'altra).
Attraverso i marziani, Wells delinea anche un'aspra
critica al consumismo e al sistema capitalistico nascente.
I marziani (tecnologici al punto da essersi integrati nelle macchine) non vengono tratteggiati alla stregua di macellatori gratuiti,
piuttosto di creature intenzionate a creare un nuovo ordine mondiale
che veda loro a capo di tutto. Un dominio forgiato sulla paura e sulla forza. La loro prova distruttiva è dimostrativa, una politica del terrore per piegare le resistenze e ricevere consenso, con buona pace di principi quali "la sovranità popolare" e la "libera manifestazione del pensiero". Chi si ribella muore e mette in pericolo tutta la popolazione. La divisone dei governati è fondamentale per mantenere l'ordine. Lo capiamo dai capitoli in cui il
protagonista dialoga con l'artigliere, un altro superstite della
mattanza. Nei suoi deliri, il soldato centra alcuni punti focali che
ben rappresentano la psicologia sociale dell'uomo medio. In questo,
The
War of the Worlds è
attualissimo. Al cospetto dei marziani (ovvero dei centri di potere)
l'atteggiamento umano è duplice: remissivo/accondiscendente (atteggiamento prevalente) ovvero
combattivo/rivoluzionario (eccezione).
Wells individua in
questa dicotomia il senso della vita dell'uomo, lo fa dunque con un
piglio materialistico da cui viene sottratta del tutto ogni ambizione
ascetica. Per lo scrittore inglese il
senso della vita è la conquista dell'indipendenza dal potere,
un traguardo da perseguire non compiendo una scalata sociale premiata
dal denaro e dalle poltrone di comando, ma attraverso la liberazione dalle catene del padrone e l'uscita dal "sistema". In
questo consisterebbe la vera evoluzione umana.
Il suo è un evidente approccio
anarchico,
da intendersi in senso elevato e dunque in antitesi con lo stato di
caos in cui piomberebbe una civiltà sprovvista di padrone e, al
contempo, incapace di autodeterminarsi (fondamentale è lo studio e la lettura dei giusti libri). Per liberarsi delle autorità
(catene che impediscono l'evoluzione umana e rendono schiavo l'uomo),
è indispensabile infatti una reale
presa di coscienza dei valori e di sé stessi,
senza cadere preda della tentazione di accettare concessioni e
premialità offerte da un'autorità in cerca di compromessi utili a
permetterle la detenzione del potere con un minore sforzo possibile con la
relativa garanzia di controllo e manipolazione della popolazione.
Wells si rende
tuttavia conto che questo fine
elevato, che si potrebbe ottenere solo grazie all'attivazione
dell'intelligenza di una popolazione nella sua interezza, è
utopico.
Il cittadino medio vuole i divertimenti, vuole vivere in modo
tranquillo, senza pericoli, difficoltà e senza farsi le giuste domande. È
disposto a cedere porzioni di libertà per non combattere e avere
salva la vita, lasciando ad altri il compito di dirigere la vita
sociale. Thomas Hobbes, del resto, insegna cosa stia alla base del famoso "patto sociale". “Io
non ho certo intenzione di farmi prendere e addomesticare e
ingrassare, allevato come un maledetto bue” dice
l'artigliere, regalando quella che è un'aspra ed evidente critica
del consumismo. Come dice Chuck Palahniuk in Fight
Club (1996)
“le
cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Il potere capitalistico ti concede per imprigionarti. Il vantaggio che consegui diventa una limitazione e una forma di controllo, esponendoti alla punizione e alla sottrazione. Per combattere l'invasore marziano (colui che vuol dominare il mondo) è
necessaria la capacità di non rendersi dipendenti del benessere, la capacità di ricercare la giusta informazione nonché la comprensione delle meccaniche che
stanno alla base dell'influenzamento mentale.
Wells, attraverso
l'artigliere, si rivolge alla popolazione civilizzata, cioè coloro
che hanno qualcosa da perdere. “Tutti
questi individui, tutti questi piccoli impiegati non vanno bene. Non
hanno spirito di adattamento, non hanno ambizioni o desideri
importanti” prosegue
nella sua filippica l'artigliere. Individua nei loro modi la paura di
essere licenziati e il loro aver costruito una famiglia più per
un'abitudine generale che per una vera e sentita convinzione. Il benessere diventa allora metro per leggere la disgrazia, si traforma in una posizione che crea ansia e paura, un po' come avviene con la droga quando un tossico inizia a temere di non poterne più far uso. Ciò
che manca in chi vive a questa maniera è il principio cardine degli studi di Charles Darwin, cioè
quella flessibilità tale che permette alla specie di adattarsi ai
cambiamenti circostanziali così da non dipendere da ognuno di essi. Questi sono uomini che, pur di non
perdere quanto hanno accumulato, accetteranno i marziani (i dominatori). “In
molti prenderanno la situazione così com'è, grassi e stupidi... I
deboli propendono sempre per una religione del non fare niente e si
sottomettono alla prevaricazione e alla volontà del Signore.” In
cambio di questo riceveranno la carota da chi comanda, l'invito a
perseguitare chi non è come loro, senza rendersi conto che “faranno
la fine di tutte le bestie mansuete... Nell'arco di poche generazioni
saranno grossi, belli, di sangue buono, stupidi... spazzatura!”
The War of the
Worlds
nel suo essere un romanzo popolare è dunque un testo duro, critico e
altamente sovversivo. La logica capitalistica viene spiegata quale
via attraverso cui trasformare i cittadini in polli di allevamento
(infatti i marziani si cibano degli uomini, tenendo alcuni di questi in gabbiette). Soggetti che devono solo
obbedire e non porsi le domande, poiché ad altri è demandato il
compito di risolvere i problemi. In questi soggetti gli uomini devono
riporre la loro fiducia e farlo con una sorta di affidamento
fideistico. Tutto questo non vi ricorda forse Matrix
(1999)? Quanto era avanti, allora, H.G. Wells?
Uno dei tanti epigoni del romanzo.
VALENZA DIDATTICA DEL ROMANZO: CONFRONTO CON INDEPENCENCE DAY
The
War of the Worlds
è un romanzo di grande valenza didattica. È utile a dimostrare
quanto un soggetto di intrattenimento votato alla
spettacolarizzazione visiva e dall'intensa azione possa assumere una
luce diversa a seconda delle modalità attraverso le quali viene
trattato.
Se
prendiamo in esame il film Independence
Day (1996)
del tedesco Roland Emmerich ravvisiamo subito, in apparenza, un
medesimo soggetto, peraltro con un finale simile in cui si
sostituisce al virus influenzale (forza della natura) un virus
informatico (forza dell'uomo) in grado di far cadere le protezioni
aliene e condannare gli invasori alla sconfitta.
La
mano autoriale di un artista emerge quindi non nella storia in sé per
sé, ma in quello che io sono solito definire “il messaggio”
veicolato dal soggetto. Ecco allora che il “semplice” racconto
dell'invasione aliena diventa un pretesto secondario, un qualcosa di
così fantastico che copre l'idea che sottende il tutto. L'idea è
una sorta di virus che si muove in un contesto che lo cela,
permettendogli di eludere sia il sistema immunitario delle censure
sia il brutto stile tipico dei messaggi propagandistici. L'obiettivo
di un autore (e non di un narratore) è far ragionare quei lettori
che vogliono sforzarsi e si divertono a ricercare sotto la scorza
dell'apparenza. L'apertura mentale è fondamentale, in quanto è richiesta la partecipazione di colui che legge che deve esser abituato ad avere una sua vera e propria idea. Questi sono coloro a cui piace farsi delle domande e ricercare
risposte, che non devono essere univoche. La propaganda ha
sempre la risposta giusta da dare a chi è in cerca di risposte, l'arte, invece, lascia
nell'incertezza chi osserva e studia, permettendogli di trovare una
sua risposta al problema. Ecco allora che The
War of the Worlds e
Independence
Day,
entrambi divertenti e capaci di intrattenere il pubblico, sono due
opere diametralmente opposte.
Il
romanzo di Wells è un'opera sovversiva, in cui si allude a futuri
scenari degni di They
Live (“Essi
Vivono”, 1988) di John Carpenter. È un'opera in cui viene messa
alla berlina la debolezza sia fisica che mentale dell'uomo. Vediamo infatti l'uomo muoversi all'impazzata calpestando il prossimo alla
presenza di un pericolo, salvo poi prostrarsi al cospetto del più
forte in cambio di un qualche (presunto) vantaggio personale,
mostrando così il proprio atteggiamento votato all'obbedienza alla
maniera di una pecora che necessita della presenza di un pastore per
poter vivere nel gregge.
Il
film di Emmerich fa il contrario. E' un prodotto propagandistico che inneggia ai centri di potere. Vediamo infatti persino il
Presidente degli Stati Uniti combattere al fianco dei cittadini, con
un reietto che abbatte l'astronave madre sacrificandosi per il bene
collettivo (in Wells avviene il contrario) e la patria (da leggersi
quale “il sistema”). In Independence
Day non
si scappa né si demanda ad altri la risoluzione del problema. L'uomo combatte in gruppo in nome di un'ideale che è quello
dell'indipendenza, un'indipendenza però solo apparente in quanto
legata alla sussistenza di un sistema. Se Wells si rivolge al singolo cercando di portarlo all'evoluzione, Emmerich si rivolge al collettivo franando l'evoluzione in nome del conformismo.
Orson Welles spaventa una nazione intera
con il suo adattamento radiofonico da Wells.
L'ADATTAMENTO
RADIO DI ORSON WELLES
Oltre per gli
adattamenti cinematografici che hanno visto coinvolti registi del
calibro di Byron Haskin (1953) e Steven Spielberg (2005), con
adeguamento temporale e cambio di location
geografica (entrambi ambientati negli Stati Uniti), il romanzo è
celebre per l'adattamento radiofonico curato dal futuro premio
Oscar (per la sceneggiatura de Il
Quarto Potere,
1941),
nonché ghost
writer
dei testi del Presidente degli Stati Uniti Delano Roosvelt, Orson
Welles.
Quasi omonimo
dell'autore di The
War of the Worlds,
il 30 ottobre del 1938, la notte di Halloween, il ventitreenne Orson
Welles, collaboratore della trasmissione Mercury
Theatre on the Air,
prende l'opera di H.G. Wells (ancora in vita) e la trasforma in una
calibrata e indovinatissima cronaca in diretta, minuto per minuto,
che, intervallata da pezzi musicali e interventi di inviati sul
campo, viene trasmessa dall'emittente radio newyorkese CBS come se
fossero una serie di aggiornamenti dell'ultima ora di un fatto di cronaca. Gli inviati
parlano prima di un meteorite caduto nel New Jersey e poi di una
invasione extraterrestre, lo fanno in modo concitato, con calibrato
montaggio di effetti sonori, urla, voci in background
e fiato grosso dell'inviato che si da alla fuga. La resa è così ben
riuscita che molti ascoltatori la prendono per vera, sebbene la natura fantastica
fosse stata preannunciata in testa al programma. La follia è un male
contagioso, passa di bocca in bocca e prende presto a diffondersi
molto più di un semplice virus. In poche ore, il delirio scoppia
nello stato. I cittadini abbandonano le case proprie come nel
romanzo di Wells e si ammassano nelle Chiese a pregare. Altri urlano
per le vie, si rotolano a terra, qualcuno si suicida, altri prendono
la macchina e si recono nei luoghi interessati dall'attacco, qualcuno
addirittura conferma l'invasione. C'è anche chi chiama il New
York Times
per chiedere A
che ora è la fine del mondo? (domanda
che darà poi il titolo al famoso pezzo dei R.E.M.).
La cosa farà così
scalpore da portare gli americani a non credere, anni dopo, all'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor, scambiando la notizia per
una burlonata della radio. Le notizie del caso arriveranno anche in
Europa, scomodando i rappresentanti dei maggiori poteri di stato. Adolf Hitler
non tarderà a sottolineare “l'eccessiva
credulità del popolo americano”,
citando l'evento in uno dei suoi celebri discorsi.Wells si dirà sbigottito.
Anni dopo, Welles dirà
al regista Peter Bogdanovich: “Mentre
stavano distruggendo il New Jersey, cominciammo a renderci conto che
avevamo sottovalutato l'estensione della vena di follia della nostra
America.” La cosa la dice assai lunga sul potere di chi detiene i canali di informazione.
L'autore H.G. Wells
“Uccisi,
dopo che tutte le creazioni dell'uomo avevano fallito, dagli esseri
più umili che Dio, nella sua saggezza, aveva posto su questa Terra.”