Ghosts è il primo volume dato alle stampe da Joe Hill (il secondo ad arrivare in Italia), all'anagrafe Joseph Hillstrom King ovvero il secondogenito di Stephen King. Uscito negli States nel 2005 col titolo 20th Century Ghosts, è arrivato in Italia quattro anni dopo, per essere di nuovo ripubblicato nel 2022 col nuovo titolo Black Phone – Mai Parlare con gli Sconosciuti al fine di sfruttare il clamoroso successo dell'omonimo film tratto nel 2022 da uno dei sedici racconti proposti. Delle sedici storie, scritte tra il 1999 e il 2005, solo tre sono inedite.
La prima edizione del volume è reputata un vero e proprio cimelio da collezione. Nonostante Hill goda di un discreto stuolo di estimatori, i suoi libri – tutti distribuiti in italiano da Sperling & Kupfer con eccezione dell'ultima uscita (edita da Piemme) – sono diventati presto delle gemme rare che hanno raggiunto cifre ragguardevoli nel mercatino dell'usato. La Sperling & Kupfer, piuttosto inspiegabilmente, non ha ristampato i volumi, facendoli uscire quasi tutti di catalogo. Titoli quali NOS4A2 (2013), La Scatola a Forma di Cuore (2007) e La Vendetta del Diavolo (2010) hanno acquisito l'alone di culto, venendo peraltro considerate all'altezza delle opere di Stephen King. Sulla scia del padre, infatti, Hill ha deciso di legarsi al perturbante sebbene dimostri, fin da questo suo debutto, una certa affinità alle tematiche del comune vivere piuttosto che ad assumere vie più squisitamente fantastiche. Se il padre è un debitore di scrittori quali Howard P. Lovecraft, Richard Matheson e altri scrittori di fantascienza, il Joe Hill di Ghosts non è interessato al sense of wonder ne alle truculenze di Clive Barker e del new horror, prediligendo un'impronta più drammatica incentrata sul disagio, sulle difficoltà relazionali tra genitori e figli (tema prevalente che ritorna in almeno metà dei racconti), sul bullismo, sui disturbi comportamentali e sulla malattia. Ne deriva una profondità che affonda direttamente nelle problematiche della vita di tutti i giorni e che rende l'antologia un qualcosa di molto diverso rispetto alle prime antologie del padre, legandosi assai di più a quelle del King più maturo. Horror (soprattutto ghost stories), dramma di impronta realistica e crime story si alternano a un terzetto di storie grottesche, di valenza allegorica, che prendono la via del surreale con impostazioni assai originali. Un altro leitmotiv del progetto è la vena nostalgica legata agli amori dell'infanzia e del passato, con spiccati omaggi a film quali Zombi di George A.Romero, Superman di Richard Donner, ma anche ai vecchi cinema, alle videoteche, al baseball, ai giochi di carte e al mondo editoriale con una contrapposizione tra l'orrore classico di un tempo e l'attuale extreme/hardcore horror. Un'ulteriore caratteristica, presente in diverse storie, è il gusto per l'allegoria e per le allusioni, con racconti lasciati in sospeso o volutamente non spiegati nei minimi dettagli così da costringere il lettore ad avere un ruolo attivo nel completare i tasselli mancanti con gli indizi lasciati nel testo così da perfezionare il finale.
Alla fine ne esce fuori un'antologia non pienamente soddisfacente per chi ama il terrore classico, sia perché solo alcuni racconti sono ascrivibile al genere e sia perché le storie non sono votate all'intrattenimento tipico delle riviste pulp, ma che riesce a ogni modo a lasciare traccia nel lettore e che sicuramente farà miglior presa sui lettori mainstream.
RECENSIONE NEL DETTAGLIO
Tra i quindici racconti me ne sono piaciuti più della metà. Il più particolare e bizzarro è senza ombra di dubbio Pop Art (2001), un short stories tipicamente kinghiana che parla in modo surreale dell'amicizia tra un bullo e un ragazzo gonfiabile vittima di abusi dei compagni di classe. Storia estremamente empatica e struggente, con un finale poetico che conferisce al soggetto valenza di formazione. Hill struttura il racconto proponendo la vicenda in flashback, così da colorarla di una spiccatissima malinconia.
Un altro racconto che gioca con le metafore e il surreale è il kafkiano You Will Hear the Locust Sing (Il Canto della Locusta, 2004) che prende vagamente spunto da La Metamorfosi di Kafka e dall'Esperimento del Dottor K (citato nel testo), passando dalla zoofagia di Renfield in Dracula e dagli strani effetti provocati dagli esperimenti nucleari, per intessere un'altra storia sul mondo dell'adolescenza e della scuola. Meno riuscito di Pop Art, ma più horror e tamarro col mostro gigante che vaga per le vie urbane (si allude, ai fini della metamorfosi, all'incidenza avuta dalle radiazioni e dalla bizzarra alimentazione seguita dal ragazzo). Alla fine è una metafora sull'incomunicabilità familiare che genera soggetti deviati e bullizzati che scaricano la loro frustrazione provocando stragi in ambiente scolastico. Buona idea di partenza, ma troppo miscelata ad altri argomenti (avrei tagliato la parte delle radiazioni) e trasformata in una carnevalata surreale che rimanda a Godzilla.
Un terzo racconto surreale e allusivo è il fiabesco e criptico My Father's Mask (“La Maschera di mio Padre”) che parla di strani giochi di carte, apparizioni misteriose, sentieri in boschi in cui è facile perdersi, personaggi onniscienti e un epilogo tra i più inquietanti dell'antologia. Hill, che gioca a essere Lewis Carroll, suggerisce sviluppi che vengono lasciati alla libera interpretazione dei lettori, non completando la storia così che possa essere perfezionata dal lettore. È un racconto molto strano, che si fa leggere più volte e che, ancora una volta, parla della relazione e della scarsa comunicabilità tra figli e genitori. È uno dei miei racconti preferiti dell'antologia.
Altri racconti abbandonano la via del surreale e dell'allegoria, ma si mantengono sulla tematica della formazione e dei rapporti tra giovani e genitori. Emblematico è Abraham's Boys (“I Ragazzi Van Helsing”, 2004), uno spin-off del Dracula di Bram Stoker che immagina un Van Helsing emigrato negli Stati Uniti e divenuto paranoico, alle prese con l'educazione dei due figli avuti con la vedova Mina Harker. Hill propone dettagli sugli eventi che hanno seguito l'uccisione di Dracula, in particolare la morte di Jonathan Harker e il successivo matrimonio tra Mina e Van Helsing. Buona atmosfera, ma decisamente più drammatico che sovrannaturale con l'autore che si concentra sulla follia di Van Helsing che cerca di avviare i figli alla carriera di ammazzavampiri. Regole ferree di educazione e castrazione delle libertà personali portano alla ribellione finale dei figli. L'orrore (qua il fantastico è allusivo), ancora una volta, è veicolo per parlare di realtà e di rapporti in famiglia.
Genitori e figli al centro del thriller In the Rundown (“Tra due Basi”, 2005), un altro dei racconti – a mio avviso – più riusciti. Protagonista è un ragazzo, guarda caso, problematico, con alle spalle scatti d'ira e difficoltà nell'instaurare durevoli rapporti sociali. Licenziato da una videoteca per motivi disciplinari e violenza verbale a danno di una collega, si ritrova suo malgrado testimone di un omicidio. Qui Joe Hill è bravo a utilizzare il background psicologico del personaggio per costruire un altro racconto incompleto, alludendo a un quadro d'insieme che finirà per ritorcersi contro il protagonista stesso nonostante sia innocente e abbia scelto il giusto comportamento da tenere (a differenza di chi dovrebbe incarnare il modello sociale). Il tema è quello delle stragi familiari e dell'infanticidio. Descrizioni macabre e un finale gestito con maestria, nonostante il soggetto sia semplice e canonico. Spicca per gestione dei tempi e soprattutto per le modalità attraverso le quali il giovane finirà (secondo la mia interpretazione) incastrato.
I rapporti tra figli e genitori tornano in Better Than Home (“Meglio che a Casa”, 1999), dove Hill mostra tutta la sua passione (come il padre) per il baseball. È una delle storie estranee alla speculative fiction. Sebbene sia il racconto vincitore del premio A.E. Coppard Long Fiction, è una short stories narrata senza alcuna concessione alla tensione o al fantastico che affronta, non senza salti temporali, i problemi psicologici (forse autismo) di un ragazzino e, al tempo stesso, il suo rapporto col padre, un giocatore di baseball alquanto fumantino. Non mancano dei buoni passaggi ma è fuori contesto in un'antologia del genere.
Altro racconto fuori contesto è The Widow's Breakfast (“La Colazione della Vedova”, 2002) dove si parla della generosità di una giovane vedova che offre colazione e vestiti a un clochard terrorizzato dai racconti su alcuni poliziotti violenti. Hill predilige di nuovo una presa realistica che getta il lume sui drammi umani degli emarginati.
È fuori contesto anche Bobby Convoy Comes Back from the Dead (“Bobby Convoy Ritorna dal Mondo dei Morti”, 2005) che parla del ricongiungimento tra due ex fidanzati sul set del film Zombi di George A.Romero, rimpiangendo ciò che sarebbe potuto essere e che invece non è stato. Divertente per i dialoghi, che vedono protagonisti due ironici George Romero e Tom Savini, nonché per il backstage della sequenza con gli zombi che aggrediscono il centro commerciale. Al di là di questo, però, la storia annoia.
Prende la via del thriller, con vaghi echi in salsa ghost stories, The Black Phone (“Il Telefono Nero”), poi traslato al cinema da Scott Derrickson. Nonostante il successo avuto dal film, è un racconto abbozzato (Derrickson lo migliorerà di gran lunga, introducendo la maschera da giullare e inserendo ulteriori personaggi nonché più di un omaggio a It) incentrato su un pedofilo obeso che – a volto scoperto - rapisce, modalità Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti (a sua volta ripreso da Ted Bundy), un ragazzino per tenerlo in uno scantinato in cui è presente un telefono nero. Il telefono sarà il collegamento tra il giovane prigioniero e le anime delle precedenti vittime. Buone premesse ma la storia è appena abbozzata. Non è certo uno dei racconti che impressiona.
Lo zoccolo duro di racconti che potremmo annoverare nella speculative fiction di presa horror è costituito da “appena” cinque racconti. Il migliore, probabilmente, è Best New Horror (2005), pur non essendo ascrivibile al fantastico ed essendo ancora una volta interessato dal tipico modo di narrare di Hill per allusioni. È un racconto metaletterario che riesce a fare saggistica all'interno di una narrazione strutturata nella forma del racconto nel racconto. Joe Hill parla dell'extreme horror e, in maniera più velata, dell'hardcore horror prendendone le distanze e dipingendo gli autori del sottogenere come dei depravati che vivono realtà non troppo dissimili da quelle dei propri racconti. Vaghi omaggi a pellicole quali Non Aprite quella Porta o Le Colline hanno gli Occhi. Mi è piaciuto molto soprattutto per il coraggio di fare critica (bello il dialogo in un festival della narrativa horror tra il protagonista, un editor, e un titolare di una rivista di extreme horror).
Sceglie la via della malinconia poetica 20th Century Fox (“Un Fantasma del Ventesimo Secolo”, 2002), racconto che da il titolo all'antologia. Lo scenario si sposta in un vecchio cinema infestato dallo spirito di una ragazza di diciannove anni deceduta per emorragia cerebrale durante la proiezione de Il Mago di Oz. Un regista di successo, cresciuto sulle poltroncine del cinema, salva la sala dalla chiusura rilevandola dal vecchio proprietario che muore, poco dopo, in sala abbracciato dallo spettro della ragazza. Un altro bel racconto.
A metà strada tra fantastico e problematiche familiari legate alla relazione di coppia è The Cape (“Il Mantello”, 2005), un racconto che ho amato soprattutto per i sogni ricorrenti avuti fin dall'infanzia dove mi vedo fluttuare in aria con la costante preoccupazione di precipitare nel vuoto. È un originale omaggio ai supereroi volanti, con la particolarità di far emergere la componente malvagia del protagonista che scopre di poter volare facendo ricorso a un vecchio mantello legato alla sua infanzia (Hill omaggia le collezioni di fumetti e le contrappone quali baluardi allo sviluppo da adolescente ad adulto, rifiutando di fatto la maturità). Presente un palese omaggio alla scena del Superman di Richard Donner con Christopher Reeve che, dopo essere stato intervistato, tiene Margot Kidder sospesa nel vuoto in volo sulla città. Mi è piaciuto.
Classico e forse l'unico vero racconto del terrore narrato secondo i crismi del genere, un po' sulla scia di quelli di A Volte Ritornano, è Last Breath (“Ultimo Respiro”, 2004) dove una famiglia (moglie, marito e figlio) si recano in visita a uno speciale museo dove sono esposti dei bussoli contenenti l'ultimo respiro delle personalità storiche di volta in volta indicate dalla guida. Finale previdibilissimo, ma in linea agli insegnamenti classici.
Sulla stessa linea si muove Scheherazade's Typewriter (“La macchina da Scrivere di Sherazade”, 2005), una ghost stories inserita da Joe Hill in chiusura dell'antologia lasciando alludere che l'intero lotto di racconti sia il frutto di un morto che, ogni sera, batteva sui tasti della propria vecchia macchina da scrivere racconti diversi poi raccolti dalla figlia in un'antologia destinata a un piccolo editore.
Fantasmi in azione anche nell'insulso Dead Wood (“Il Bosco Fantasma”, 2005), un abbozzo di una pagina e mezzo che ipotizza (senza sviluppare la questione) l'esistenza di alberi fantasma.
CONCLUSIONE
Ghosts è un'interessante antologia, a mio modo di vedere sopravvalutata da diversi lettori e soprattutto non allineata al genere fantastico/horror delle riviste pulp, essendo molto più orientata a tematiche di vita comune, seppur sovente trattate in via allegorica o metaforica. Hill punta a far riflettere i lettori, piuttosto che a intrattenerli o impaurirli. Non sono presenti veri e propri capolavori, anche se non mancano i buoni racconti. Tra questi segnalo La Maschera di mio Padre, Il Mantello, Tra due Basi, Best New Horror, Un Fantasma del Ventesimo Secolo, Pop Art e L'Ultimo Respiro.






