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martedì 13 gennaio 2026

Recensione Narrativa: GHOSTS / BLACK PHONE di Joe Hill.

Autore: Joe Hill.
Titolo Originale: 20th Century Ghosts.
Anno: 2005.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Sperling & Kupfer (2022).
Pagine: 393.
Prezzo: 20,80 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Ghosts è il primo volume dato alle stampe da Joe Hill (il secondo ad arrivare in Italia), all'anagrafe Joseph Hillstrom King ovvero il secondogenito di Stephen King. Uscito negli States nel 2005 col titolo 20th Century Ghosts, è arrivato in Italia quattro anni dopo, per essere di nuovo ripubblicato nel 2022 col nuovo titolo Black Phone – Mai Parlare con gli Sconosciuti al fine di sfruttare il clamoroso successo dell'omonimo film tratto nel 2022 da uno dei sedici racconti proposti. Delle sedici storie, scritte tra il 1999 e il 2005, solo tre sono inedite.

La prima edizione del volume è reputata un vero e proprio cimelio da collezione. Nonostante Hill goda di un discreto stuolo di estimatori, i suoi libri – tutti distribuiti in italiano da Sperling & Kupfer con eccezione dell'ultima uscita (edita da Piemme) – sono diventati presto delle gemme rare che hanno raggiunto cifre ragguardevoli nel mercatino dell'usato. La Sperling & Kupfer, piuttosto inspiegabilmente, non ha ristampato i volumi, facendoli uscire quasi tutti di catalogo. Titoli quali NOS4A2 (2013), La Scatola a Forma di Cuore (2007) e La Vendetta del Diavolo (2010) hanno acquisito l'alone di culto, venendo peraltro considerate all'altezza delle opere di Stephen King. Sulla scia del padre, infatti, Hill ha deciso di legarsi al perturbante sebbene dimostri, fin da questo suo debutto, una certa affinità alle tematiche del comune vivere piuttosto che ad assumere vie più squisitamente fantastiche. Se il padre è un debitore di scrittori quali Howard P. Lovecraft, Richard Matheson e altri scrittori di fantascienza, il Joe Hill di Ghosts non è interessato al sense of wonder ne alle truculenze di Clive Barker e del new horror, prediligendo un'impronta più drammatica incentrata sul disagio, sulle difficoltà relazionali tra genitori e figli (tema prevalente che ritorna in almeno metà dei racconti), sul bullismo, sui disturbi comportamentali e sulla malattia. Ne deriva una profondità che affonda direttamente nelle problematiche della vita di tutti i giorni e che rende l'antologia un qualcosa di molto diverso rispetto alle prime antologie del padre, legandosi assai di più a quelle del King più maturo. Horror (soprattutto ghost stories), dramma di impronta realistica e crime story si alternano a un terzetto di storie grottesche, di valenza allegorica, che prendono la via del surreale con impostazioni assai originali. Un altro leitmotiv del progetto è la vena nostalgica legata agli amori dell'infanzia e del passato, con spiccati omaggi a film quali Zombi di George A.Romero, Superman di Richard Donner, ma anche ai vecchi cinema, alle videoteche, al baseball, ai giochi di carte e al mondo editoriale con una contrapposizione tra l'orrore classico di un tempo e l'attuale extreme/hardcore horror. Un'ulteriore caratteristica, presente in diverse storie, è il gusto per l'allegoria e per le allusioni, con racconti lasciati in sospeso o volutamente non spiegati nei minimi dettagli così da costringere il lettore ad avere un ruolo attivo nel completare i tasselli mancanti con gli indizi lasciati nel testo così da perfezionare il finale.

Alla fine ne esce fuori un'antologia non pienamente soddisfacente per chi ama il terrore classico, sia perché solo alcuni racconti sono ascrivibile al genere e sia perché le storie non sono votate all'intrattenimento tipico delle riviste pulp, ma che riesce a ogni modo a lasciare traccia nel lettore e che sicuramente farà miglior presa sui lettori mainstream.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Tra i quindici racconti me ne sono piaciuti più della metà. Il più particolare e bizzarro è senza ombra di dubbio Pop Art (2001), un short stories tipicamente kinghiana che parla in modo surreale dell'amicizia tra un bullo e un ragazzo gonfiabile vittima di abusi dei compagni di classe. Storia estremamente empatica e struggente, con un finale poetico che conferisce al soggetto valenza di formazione. Hill struttura il racconto proponendo la vicenda in flashback, così da colorarla di una spiccatissima malinconia.

Un altro racconto che gioca con le metafore e il surreale è il kafkiano You Will Hear the Locust Sing (Il Canto della Locusta, 2004) che prende vagamente spunto da La Metamorfosi di Kafka e dall'Esperimento del Dottor K (citato nel testo), passando dalla zoofagia di Renfield in Dracula e dagli strani effetti provocati dagli esperimenti nucleari, per intessere un'altra storia sul mondo dell'adolescenza e della scuola. Meno riuscito di Pop Art, ma più horror e tamarro col mostro gigante che vaga per le vie urbane (si allude, ai fini della metamorfosi, all'incidenza avuta dalle radiazioni e dalla bizzarra alimentazione seguita dal ragazzo). Alla fine è una metafora sull'incomunicabilità familiare che genera soggetti deviati e bullizzati che scaricano la loro frustrazione provocando stragi in ambiente scolastico. Buona idea di partenza, ma troppo miscelata ad altri argomenti (avrei tagliato la parte delle radiazioni) e trasformata in una carnevalata surreale che rimanda a Godzilla.

Un terzo racconto surreale e allusivo è il fiabesco e criptico My Father's Mask (“La Maschera di mio Padre”) che parla di strani giochi di carte, apparizioni misteriose, sentieri in boschi in cui è facile perdersi, personaggi onniscienti e un epilogo tra i più inquietanti dell'antologia. Hill, che gioca a essere Lewis Carroll, suggerisce sviluppi che vengono lasciati alla libera interpretazione dei lettori, non completando la storia così che possa essere perfezionata dal lettore. È un racconto molto strano, che si fa leggere più volte e che, ancora una volta, parla della relazione e della scarsa comunicabilità tra figli e genitori. È uno dei miei racconti preferiti dell'antologia.

Altri racconti abbandonano la via del surreale e dell'allegoria, ma si mantengono sulla tematica della formazione e dei rapporti tra giovani e genitori. Emblematico è Abraham's Boys (“I Ragazzi Van Helsing”, 2004), uno spin-off del Dracula di Bram Stoker che immagina un Van Helsing emigrato negli Stati Uniti e divenuto paranoico, alle prese con l'educazione dei due figli avuti con la vedova Mina Harker. Hill propone dettagli sugli eventi che hanno seguito l'uccisione di Dracula, in particolare la morte di Jonathan Harker e il successivo matrimonio tra Mina e Van Helsing. Buona atmosfera, ma decisamente più drammatico che sovrannaturale con l'autore che si concentra sulla follia di Van Helsing che cerca di avviare i figli alla carriera di ammazzavampiri. Regole ferree di educazione e castrazione delle libertà personali portano alla ribellione finale dei figli. L'orrore (qua il fantastico è allusivo), ancora una volta, è veicolo per parlare di realtà e di rapporti in famiglia.

Genitori e figli al centro del thriller In the Rundown (“Tra due Basi”, 2005), un altro dei racconti – a mio avviso – più riusciti. Protagonista è un ragazzo, guarda caso, problematico, con alle spalle scatti d'ira e difficoltà nell'instaurare durevoli rapporti sociali. Licenziato da una videoteca per motivi disciplinari e violenza verbale a danno di una collega, si ritrova suo malgrado testimone di un omicidio. Qui Joe Hill è bravo a utilizzare il background psicologico del personaggio per costruire un altro racconto incompleto, alludendo a un quadro d'insieme che finirà per ritorcersi contro il protagonista stesso nonostante sia innocente e abbia scelto il giusto comportamento da tenere (a differenza di chi dovrebbe incarnare il modello sociale). Il tema è quello delle stragi familiari e dell'infanticidio. Descrizioni macabre e un finale gestito con maestria, nonostante il soggetto sia semplice e canonico. Spicca per gestione dei tempi e soprattutto per le modalità attraverso le quali il giovane finirà (secondo la mia interpretazione) incastrato.

I rapporti tra figli e genitori tornano in Better Than Home (“Meglio che a Casa”, 1999), dove Hill mostra tutta la sua passione (come il padre) per il baseball. È una delle storie estranee alla speculative fiction. Sebbene sia il racconto vincitore del premio A.E. Coppard Long Fiction, è una short stories narrata senza alcuna concessione alla tensione o al fantastico che affronta, non senza salti temporali, i problemi psicologici (forse autismo) di un ragazzino e, al tempo stesso, il suo rapporto col padre, un giocatore di baseball alquanto fumantino. Non mancano dei buoni passaggi ma è fuori contesto in un'antologia del genere.

Altro racconto fuori contesto è The Widow's Breakfast (“La Colazione della Vedova”, 2002) dove si parla della generosità di una giovane vedova che offre colazione e vestiti a un clochard terrorizzato dai racconti su alcuni poliziotti violenti. Hill predilige di nuovo una presa realistica che getta il lume sui drammi umani degli emarginati.

È fuori contesto anche Bobby Convoy Comes Back from the Dead (“Bobby Convoy Ritorna dal Mondo dei Morti”, 2005) che parla del ricongiungimento tra due ex fidanzati sul set del film Zombi di George A.Romero, rimpiangendo ciò che sarebbe potuto essere e che invece non è stato. Divertente per i dialoghi, che vedono protagonisti due ironici George Romero e Tom Savini, nonché per il backstage della sequenza con gli zombi che aggrediscono il centro commerciale. Al di là di questo, però, la storia annoia.

 

Prende la via del thriller, con vaghi echi in salsa ghost stories, The Black Phone (“Il Telefono Nero”), poi traslato al cinema da Scott Derrickson. Nonostante il successo avuto dal film, è un racconto abbozzato (Derrickson lo migliorerà di gran lunga, introducendo la maschera da giullare e inserendo ulteriori personaggi nonché più di un omaggio a It) incentrato su un pedofilo obeso che – a volto scoperto - rapisce, modalità Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti (a sua volta ripreso da Ted Bundy), un ragazzino per tenerlo in uno scantinato in cui è presente un telefono nero. Il telefono sarà il collegamento tra il giovane prigioniero e le anime delle precedenti vittime. Buone premesse ma la storia è appena abbozzata. Non è certo uno dei racconti che impressiona.

Lo zoccolo duro di racconti che potremmo annoverare nella speculative fiction di presa horror è costituito da “appena” cinque racconti. Il migliore, probabilmente, è Best New Horror (2005), pur non essendo ascrivibile al fantastico ed essendo ancora una volta interessato dal tipico modo di narrare di Hill per allusioni. È un racconto metaletterario che riesce a fare saggistica all'interno di una narrazione strutturata nella forma del racconto nel racconto. Joe Hill parla dell'extreme horror e, in maniera più velata, dell'hardcore horror prendendone le distanze e dipingendo gli autori del sottogenere come dei depravati che vivono realtà non troppo dissimili da quelle dei propri racconti. Vaghi omaggi a pellicole quali Non Aprite quella Porta o Le Colline hanno gli Occhi. Mi è piaciuto molto soprattutto per il coraggio di fare critica (bello il dialogo in un festival della narrativa horror tra il protagonista, un editor, e un titolare di una rivista di extreme horror).

Sceglie la via della malinconia poetica 20th Century Fox (“Un Fantasma del Ventesimo Secolo”, 2002), racconto che da il titolo all'antologia. Lo scenario si sposta in un vecchio cinema infestato dallo spirito di una ragazza di diciannove anni deceduta per emorragia cerebrale durante la proiezione de Il Mago di Oz. Un regista di successo, cresciuto sulle poltroncine del cinema, salva la sala dalla chiusura rilevandola dal vecchio proprietario che muore, poco dopo, in sala abbracciato dallo spettro della ragazza. Un altro bel racconto.

A metà strada tra fantastico e problematiche familiari legate alla relazione di coppia è The Cape (“Il Mantello”, 2005), un racconto che ho amato soprattutto per i sogni ricorrenti avuti fin dall'infanzia dove mi vedo fluttuare in aria con la costante preoccupazione di precipitare nel vuoto. È un originale omaggio ai supereroi volanti, con la particolarità di far emergere la componente malvagia del protagonista che scopre di poter volare facendo ricorso a un vecchio mantello legato alla sua infanzia (Hill omaggia le collezioni di fumetti e le contrappone quali baluardi allo sviluppo da adolescente ad adulto, rifiutando di fatto la maturità). Presente un palese omaggio alla scena del Superman di Richard Donner con Christopher Reeve che, dopo essere stato intervistato, tiene Margot Kidder sospesa nel vuoto in volo sulla città. Mi è piaciuto.

Classico e forse l'unico vero racconto del terrore narrato secondo i crismi del genere, un po' sulla scia di quelli di A Volte Ritornano, è Last Breath (“Ultimo Respiro”, 2004) dove una famiglia (moglie, marito e figlio) si recano in visita a uno speciale museo dove sono esposti dei bussoli contenenti l'ultimo respiro delle personalità storiche di volta in volta indicate dalla guida. Finale previdibilissimo, ma in linea agli insegnamenti classici.

Sulla stessa linea si muove Scheherazade's Typewriter (“La macchina da Scrivere di Sherazade”, 2005), una ghost stories inserita da Joe Hill in chiusura dell'antologia lasciando alludere che l'intero lotto di racconti sia il frutto di un morto che, ogni sera, batteva sui tasti della propria vecchia macchina da scrivere racconti diversi poi raccolti dalla figlia in un'antologia destinata a un piccolo editore.

Fantasmi in azione anche nell'insulso Dead Wood (“Il Bosco Fantasma”, 2005), un abbozzo di una pagina e mezzo che ipotizza (senza sviluppare la questione) l'esistenza di alberi fantasma.

CONCLUSIONE

Ghosts è un'interessante antologia, a mio modo di vedere sopravvalutata da diversi lettori e soprattutto non allineata al genere fantastico/horror delle riviste pulp, essendo molto più orientata a tematiche di vita comune, seppur sovente trattate in via allegorica o metaforica. Hill punta a far riflettere i lettori, piuttosto che a intrattenerli o impaurirli. Non sono presenti veri e propri capolavori, anche se non mancano i buoni racconti. Tra questi segnalo La Maschera di mio Padre, Il Mantello, Tra due Basi, Best New Horror, Un Fantasma del Ventesimo Secolo, Pop Art e L'Ultimo Respiro.

domenica 11 gennaio 2026

Recensione Narrativa: TUTTI I RACCONTI 1947-1953 DI PHILIP K.DICK.

Autore: Philip K. Dick
Anno: 1947-1953.
Genere: Antologia di Fantascienza.
Editore: Fanucci Editore (2006).
Pagine: 604.
Prezzo: 10,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini
PROSSIMAMENTE

martedì 6 gennaio 2026

Recensione Narrativa: SI RIPARANO MACCHINE DEL TEMPO a cura Rill.

Curatore: Rill - Riflessi di Luce Lunare.
Anno: 2024.
Genere: Antologia di AA.VV. Sci-fi - Fantastico.
Editore: Acheron Books.
Pagine: 174.
Prezzo: 10,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

PREMESSA

Prima di procedere alla recensione di questo volume è doveroso fare una premessa: Si Riparano Macchine del Tempo e Altri racconti non è un'antologia come tante altre, ma è il risultato di una selezione di quello che è, in tutta probabilità dopo l'Urania Short, il più importante concorso di short stories fantastiche dell'underground italiano: il Trofeo Rill. Scrittori, più o meno dilettanti (nel senso di non svolgere professionalmente la carriera di scrittori), si sfidano ogni anno a un premio che è arrivato ad avere oltre quattrocento racconti partecipanti a edizione. Essere selezionati al Rill è grande motivo di lustro e di riconoscibilità nell'alveo dei cultori del fantastico italiano. Io stesso vi ho partecipato due volte senza essere selezionato. Se già questo non bastasse a rendere queste antologie, con i racconti e gli autori in esse inseriti, degne di una menzione per la storia delle declinazioni italiane del genere, il volume qui oggetto di esame assurge a vero e proprio cimelio da collezione, costituendo la selezione del meglio della trentesima edizione. Tutto ciò, ovviamente, non può che generare altissime aspettative nei lettori poiché in Italia, contrariamente a quanto potrebbe pensare chi non conosca bene il movimento, l'underground è molto ricco di scrittori talentuosi rendendo pertanto la possibilità di scelta dei selezionatori assai variegata per tematiche e per curriculum dei vari pretendenti. Alla luce di tutto questo, la lettura di Si Riparano Macchine del Tempo e Altri racconti finisce con il lasciare delusi i lettori (o quantomeno ha deluso il sottoscritto), proprio per le aspettative che sarebbe lecito vedere riscontrate da un progetto apicale. Si parla infatti di un lotto di cinque racconti selezionati da un bacino di quattrocentododici testi, oltre quattro racconti internazionali risultati vincitori all'estero in concorsi gemellati e un ulteriore lotto di cinque racconti, scelti su una rosa di ventisei, presentati da alcuni dei finalisti delle precedenti edizioni. Desta curiosità la lettura del curriculum dei selezionati che suggerirebbe una qualità degli stessi talmente superiore rispetto alla concorrenza (superiorità a mio avviso non riscontrabile sul singolo racconto) da reiterare, con racconti diversi, i successi già marcati in precedenti concorsi/lotterie (perché tali si devono definire quelle selezioni dove vengono premiati tre o cinque racconti a fronte di una proposta di quattrocento). Tra i primi cinque classificati del 2024, infatti, abbiamo due precedenti finalisti del Rill (Ceffa e Izzi) e due vincitori del Premio Kipple (Cannoletta e Briar), a cui deve aggiungersi un autore (Longo) già pubblicato da Acheron Books, casa editrice che cura la pubblicazione di questa antologia. Se poi prendiamo in considerazione gli autori della Sfida, troviamo altresì un'alta quota di selezionati ai concorsi Urania. Si noti bene che, ogni volta, si tratta di racconti diversi individuati su rose di quattrocento proposti, molti dei quali firmati da autori non certo improvvisati. Nonostante ciò si evidenzia una marcata reiterazione dei nomi, con una percentuale di piazzamenti che ha dell'incredibile, posto che per poterla concretizzare occorrono due caratteristiche alternative: o essere dei casi editoriali nazionali (tanto da vincere per due volte selezioni ciascuna delle quali con oltre quattrocento racconti in gara, così da aver proposto due dei migliori racconti in assoluto su una rosa di oltre ottocento racconti) oppure essere portatori di un appeal irresistibile per certi giurati che, nonostante la partecipazione sia anonima, finiscono inevitabilmente per selezionare una cerchia di soliti nomi.

Un'ultima considerazione va spesa sulla percezione che si ha dell'antologia in base  alla verifica del numero delle recensioni presenti su siti di acquisto quali amazon, Ibs o Bookdealer. Ebbene, nonostante l'antologia sia stata inviata a oltre quattrocento partecipanti dell'edizione 2025 (che si presume l'abbiano letta) e sia senz'altro stata acquistata da un nugolo di acquirenti abituali (il testo è promosso persino al Lucca Comics), il testo non ha ricevuto neppure una recensione sui siti sopramenzionati, passando praticamente inosservato non solo al “grande pubblico” ma anche allo zoccolo duro degli appassionati e scrittori di fantascienza. Fatte queste doverose premesse, veniamo alla recensione.


LA RECENSIONE

Visti i curriculum dei partecipanti e l'ampio bacino di scelta dei racconti, Si Riparano Macchine del Tempo e Altri racconti è un'antologia che delude le attese, per il suo faticare nel proporre racconti che riescano davvero a distinguersi dalla massa, vuoi per il mancato tentativo di imprimervi una certa autorialità (ci provano giusto in due su quattordici) oppure, in alternativa, per la difficoltà di proporre storie davvero originali (ci riesce in parte la sola Michela Lazzaroni). Alla fine ne esce fuori un'antologia con alcuni racconti interessanti, soprattutto nella sezione “sfida”, e molti altri che si fatica (idea personale) a capire come possano essere arrivati a conquistare le prime cinque posizioni su un lotto di quattrocentoquattordici racconti.


Il mio racconto preferito, non che sia originale e che riesca a colpire per il soggetto (in verità convenzionale), è Tir Blu Klein del vincitore del Premio Hypnos 2023 nonché del Premio Kipple 2014 e finalista al Premio Urania Mondadori 2018 (scusate se è poco), Matt Briar. Briar mostra innegabilmente un'invidiabile tecnica narrativa, non a caso è finito sotto la lente della Mondadori, e plasma un racconto angoscioso che attacca alla pagina il lettore come riuscivano a fare certe storie di Richard Matheson e, perché no, lo Stephen King di A Volte Ritornano. La sua è una weird story che propone eccezionali momenti onirici con un tocco che mi ha ricordato alcune storie di Alessandro Girola (Imperial) o, per utilizzare paragoni internazionali, Il Viaggio della Nonna di Anders Fager. Come lo scrittore svedese, Briar sfuma l'orrore (aspetto che aiuta a stimolare l'immaginazione del fruitore della storia) lasciando intendere mostruosità che non vengono mai a galla nella loro completezza. Il taglio on the road rende il racconto imperdibile per tutti coloro che amano le storie horror incentrate sui viaggi notturni su strade deserte. Personalmente mi è piaciuto moltissimo, ma non credo possa essere meritevole (a causa del soggetto standard) di finire in una cinquina di un lotto di quattrocento racconti. A ogni modo, l'avrei acquistato per un rivista pulp internazionale.


Mi è piaciuto in modo particolare anche Biografia non Autorizzata di una Rivoluzione di Jorge Santos (vincitore in Portogallo del Premio Ataegina 2023), una metafora del rapporto tra l'uomo moderno e il sistema politico, con un governo ombra che scandisce la vita di ogni cittadino. Santos filtra la narrazione da una lente distorsiva degna della fantascienza distopica di matrice orwelliana. Gli echi di 1984 sono palesi. La storia e la narrazione sono essenziali, senza fronzoli né stilistici né sensazionalistici, con una riflessione sull'effettiva capacità, per coloro che vivono negli agi, di ribellarsi a un sistema che in realtà rende tutti schiavi comprando la libertà degli uomini a modico prezzo, al punto da statuire tutte le fasi che caratterizzano la vita degli uomini (da chi si debba sposare a quando si debba morire). Non appariscente, ma assai più efficace e diretto (ovviamente a mio avviso), per contenuti, rispetto ad altri racconti furbescamente infioccatati e dietro ai quali non vi è alcun messaggio da veicolare.


Spicca per originalità Pelerin di Michela Lazzaroni (vincitrice Urania Short 2020) che, tuttavia, rende un po' confusi (o così li ho percepiti io) alcuni passaggi, plasmando un soggetto ambiguo che rende incerte le implicazioni che pare suggerite (interessante il tema dell'anima catturata o meno da una speciale fotografia). A ogni modo è apprezzabile, oltre che per l'eleganza espositiva e per la capacità di tratteggiare scenari disperati, per la volontà di cercare un qualcosa di diverso dai canonici archetipi del fantastico.


Dietro questi tre racconti, a mio modesto modo di vedere, c'è poco altro che non si possa trovare anche in antologie meno blasonate a firma di autori dai curriculum non apicali. Il Treno per le Stelle di Alessio Di Lallo (finalista Rill 2021) ha il pregio di scorrere linearmente e di accattivare la lettura, evocando nella memoria dei cultori di sci-fi certi racconti del Philip K. Dick degli esordi. Lo scenario di un'Italia distrutta dalla bombe e in parte avvolta dal deserto è di grande effetto, così come lo è il finale apocalittico e claustrofobico (pur nella vastità del deserto) che, tuttavia, giunge telefonato e prevedibile in vista della rivelazione conclusiva (ricorda un po' The Defenders, 1953, di P.K. Dick). Alla fine è un buon esercizio di stile, di esclusivo intrattenimento, che certo non colpisce per eccezionalità (sia chiaro, è un racconto piacevole e che funziona).


Lo stesso può dirsi per Per le Vie di Bonzo-Khan di Giuliano Cannoletta che, pure, paga una certa ridondanza stilistica nell'insistere continuamente sulle metafore per colorare le frasi, anche quando, a mio modesto modo di vedere, queste avrebbero reso meglio senza gli specifici dettagli (tipo nel dire che un portafoglio era vuoto come quello di uno sbarbatello aggredito dai bulli: un portafoglio vuoto è un portafoglio vuoto). Il lessico, inoltre, è sporco, in parte eccessivamente volgare. Piace per gli sprazzi di buona azione, il ritmo serrato e la forte componente psichedelica con cui vengono tratteggiate le vie notturne di un quartiere malfamato, tra delinquenti, drogati, partite a poker truccate e locali equivoci. Il soggetto tuttavia non presenta motivi di novità e non ha contenuti che vadano oltre il mero intrattenimento, peraltro chiudendosi in modo cattivo e poco sensato (uno sbandato fa di tutto per poter parlare col padre, già morto e con cui aveva rotto da anni, tornando indietro nel tempo per dirgli, prima della operazione fatale, che tutto andrà bene e senza impedire l'evento). L'idea di far compiere i viaggi nel tempo sniffando una droga speciale non cambia la sostanza del racconto né la sua struttura, in verità ricalcata su una lunga serie di racconti e di film (non da ultimo, tanto per citarne uno, Edge of Tomorrow) col protagonista che deve ogni volta tornare indietro per sistemare qualcosa che non aveva funzionato nel precedente tentativo.


Non troppo dissimile, ma molto più elegante Si Riparano Macchine del Tempo con cui Mauro Longo infioretta un soggetto, in realtà stra-abusato, che nulla aggiunge rispetto a quanto si sia già letto, orientandosi al mero ed esclusivo intrattenimento con punte riuscite di ironia graffiante. La tematica è quella dei viaggi nel tempo con la particolarità specifica di saltare in dimensioni parallele alternative, delineando un multiverso che ha fior fiori di epigoni (si ricordi, tra gli altri, i primi romanzi de La Torre Nera di King), così da rubare oggetti da riproporre a coloro che, nella dimensione del protagonista, ne chiedono la riparazione. Dunque un racconto furbo che ha vinto il concorso (salvo poi essere squalificato per irregolarità e violazione del bando) più che per la struttura adottata che per il soggetto. La storia, in realtà, è banale se rapportata alla dimensione apicale del concorso, essendo costituita da una commissione di riparazione, a cui fa seguito il furto in un'altra dimensione del medesimo oggetto da riparare, così da poterlo riproporre integro fingendo di averlo in riparato. Particolarità, in verità fastidiosa del racconto, è il continuo riferirsi ad aspetti, pianeti extraterrestri, macchine, realtà parallele (la Parigi con le donne nude che camminano per la strada) e speciali modalità di pagamento che non vengono né spiegate né delineate (ma meramente accennate), dando al lettore l'impressione di essere alle prese con un estratto di un romanzo o di un testo più complesso.


Di caratura inferiore il resto. Gallina Vecchia fa Buon Brodo di Francesco Ceffa è uno sci-fi horror satirico, non privo di ironia e dotato di un tentativo (apprezzabile) di andare oltre il mero intrattenimento. La storia prende le mosse dalla tematica delle lotte delle donne per il superamento della cultura patriarcale, intrecciando il tema principale alle nascenti forme alternative di alimentazione e a soggetti quali quello alla base del film 2022: I Sopravvissuti (1973). Il racconto (a mio modestissimo parere) ha due grandissimi limiti. Il primo è la scelta di alternare la narrazione a lunghi riassunti che, anziché narrare, cercano di sintetizzare premesse e sviluppi sociali, denotando per tale via un soggetto che si sarebbe dovuto sviluppare su una distanza superiore. Ne viene fuori una narrazione sfilacciata, con continui sbalzi da un contesto all'altro. Il secondo limite è l'ambientazione storica della vicenda, inscenata nel 2048 (ovvero tra ventidue anni), con una regressione sociale (il ritorno del patriarcato) in controtendenza rispetto agli attuali risvolti sociali, così da rendere inverosimile la storia. A mio avviso il racconto avrebbe beneficiato di uno spostamento dei fatti più in là nel tempo, accompagnato da una spiegazione articolata tesa a giustificare il ritorno del patriarcato (a esempio a causa di fallimenti di governi a trazione femminile, o per l'amplificazione dell'importanza della violenza e della prestanza fisica sull'intelletto, ovvero il ritorno dei sistemi totalitari legati al superuomismo e cose del genere). In alternativa si sarebbe potuto invertire il tutto facendo dominare le donne e macellare gli uomini. Interessanti le parti nel mattatoio ma attenzione, anche qua, non si inventa niente di nuovo, basti leggere Naraka (2016) di Alessandro Manzetti. Finale smielato e in controtendenza rispetto ai racconti di denuncia.


Scritto in modo discutibile (per forma), non me ne voglia l'autore, Il Pianto d'Argento degli Ulivi di Alessandro Izzi. Verboso, con periodi lunghi, ripetizioni volontarie (usa un milione di volte “che”) e tanti periodi appesantiti oltremisura che finiscono per mettere in secondo piano il soggetto. Ho faticato a leggerlo e gli ho di gran lunga preferito l'ironico Interno Notte: Controcampo, sempre del medesimo autore, che altro non è che la traslazione narrativa e metaforica di quanto avviene attualmente in ambito narrativo con sempre più scrittori improvvisati che si avvalgono dell'intelligenza artificiale per compensare gap e incapacità narrative, demandando sviluppi e trame all'intelligenza artificiale.


Ben scritto, ma incapace di mordere XXX di Valentino Poppi, che costruisce buone premesse (soprattutto per atmosfera e contesto ambientale) ma non riesce a trovare adeguato finale.


Non ho letto il resto, fatta eccezione per Non so Dirti Altro di Nano Prados (che non mi ha colpito), per la difficoltà a seguire le storie. Se nel caso di Eucantia dell'amico Davide Emanuele la colpa è sicuramente mia (a parte la sword & sorcery, sono intollerante al fantasy), nel caso dei due racconti tradotti da Gregory Alegi riservo più di un dubbio sull'efficacia e qualità della traduzione stessa (sono invece buone le traduzioni di Emiliano Marchetti e Serena Valentini).

 

MATT BRIAR, 
lo scrittore appuntato sul taccuino.


Alla gente non importa se sono governati da A o da B. Non te ne sei accorto? Le persone hanno lavori, case, sesso, famiglie e cibo in tavola. Credi veramente che vogliano tornare al vecchio sistema con tutte le incertezze? Non possiamo lottare contro il Sistema da soli... La paura cambia le persone. Le indebolisce. Le priva della volontà di lottare.”


venerdì 2 gennaio 2026

Recensione Fumetto: IL RE DEL DELITTO (Nr.1 Kriminal).

Numero: 1.
Uscita: 01/08/1964
Soggetto e Sceneggiatura: Max Bunker (alias Luciano Secchi).
Disegni: Magnus (alias Roberto Raviola).
Genere: Pulp - Noir - Poliziesco.

Commento Matteo Mancini
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Acquistato stamattina e letto in un'ora e mezzo, Il Re del Delitto è il primo numero della serie fumetti Kriminal, riproposta da Cairo Editore in una versione tascabile che riproduce, con tanto di inserti, i fascicoli originali.

Fumetto poliziesco / pulp controcorrente e assai coraggioso per l'epoca (verrà più volte sequestrato), uscito ad agosto 1964, per le firme di Max Bunker (al secolo Luciano Secchi) e di Magnus (al secolo Roberto Raviola) e per la casa editrice Editoriale Corno, all'epoca in auge con fumetti quali Maschera Nera, Satanik ed El Gringo.

L'episodio parte in modo lanciato, si accenna fin da subito a un criminale americano che, vestito con una tuta giallo e nera che riproduce uno scheletro umano, ha compiuto un colpo in una banca. “Che razza di criminali sorgono in America, trucida cinque persone, deruba una banca e se la da a gambe senza che nessuno riesca ad acciuffarlo... Certa gente può fiorire solo in America, qui da noi Scotland Yard l'avrebbe sistemato già da un pezzo.” Ironia del caso, Kriminal si palesa di lì a poco anche in Inghilterra con una serie di lettere minatorie che accennano a un episodio nel passato di una società petrolifera. Bunker, alla sceneggiatura, tratteggia quella che potrebbe sembrare una storia di vendetta, ma in realtà l'antieroe agisce per bieco tornaconto personale e lo fa sprovvisto di alcuna etica. Sadico, calcolatore, manipola donne e uccide innocenti per indisporre gli obiettivi del suo gioco perverso.

L'ispirazione viene palesemente da Diabolik, altrimenti detto “Il Re del Terrore”, sia nella definizione di un bandito acrobata (ha un passato da circense), sia nell'uso di coltelli da lancio, dardi al curaro, balestre, camuffamenti e costume attillato avente la capacità di isolare dalla corrente elettrica. A differenza del personaggio delle sorelle Giussani, ideato due anni prima, aumenta la violenza e la brutalità. Vediamo personaggi decapitati da fili di acciaio, amanti uccise senza battere ciglio (scelta assai impopolare), inoltre si respira un'atmosfera decisamente maschilista (l'amante del nostro affermerà di gradire di essere picchiata dal proprio uomo) con tanto di inserti in cui si inneggia alla nudità femminile e si dileggia quelle donne che non possono ostentare un certo canone di fascino. Tutto davvero esilarante e oggi non proponibile, salvo indicare che si tratta di un fumetto di sessant'anni fa.

Fin da questo primo episodio si delinea il passato del personaggio e il suo profilo da psicopatico. Kriminal è il villain, mentre al povero Ispettore Milton è riservato il ruolo (perdente) della legge e del bene. Dunque la prospettiva della storia è narrata dall'ottica dell'antagonista che qua si sofferma nel torturare, dapprima psicologicamente, tre esponenti dell'alta borghesia che, pur non essendo privi di elementi negativi (sono egoisti e cinici), non hanno fatto nulla per meritare quanto riserverà loro Kriminal.

Da un punto di vista di scrittura, Bunker velocizza il ritmo (a dir poco serrato) ma, al tempo stesso, plasma un soggetto con numerose ingenuità. Il movente del manigoldo è inverosimile, tuttavia Krimial (alias Anthony Logan) riesce a ottenere le quote delle azioni della società petrolifera prima ancora che venga ufficializzata la morte dell'ultima vittima. Milton scopre già in questo numero l'identità del bandito, ma sarà inutile.

Inverosimile poi la scena in cui Milton ottiene il differimento dell'esecuzione di uno dei personaggi della storia, condannato sommariamente all'impiccagione (manco si fosse nel far west), senza poi riuscire a giungere a Londra in tempo per bloccare l'impicaggione e dimenticando che avrebbe potuto anche utilizzare il telefono o un telegramma (nel 1964 già esistenti). Tra l'altro anche questa scena rimanda a Diabolik (riproposta persino nel film dei Manetti Bros). 

Nota di merito per i disegni di Magnus, qua definiti acerbi ma già di grossa presa.

Da segnalare il racconto di due pagine, firmato Max Schulberg, che chiude l'albo. Breve, ma molto carino.

Pronti per le prossime avventure, ogni settimana in edicola.

mercoledì 31 dicembre 2025

I POST PIù LETTI DEL BLOG NEL 2025

Post di chiusura 2025 dedicato alle recensioni più lette, in questi dodici mesi, nel blog. Nel 2025 sono apparsi 50 nuovi post per un totale di 479 recensioni di libri, di cui 413 dedicate alla narrativa. 51.600 sono stati gli accessi con un afflusso quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno, quando erano stati 28.400. Il 20 novembre 2025 la punta di accessi giornalieri di 951 visualizzazioni contro l'apice di 508 marcato il 13 luglio 2024. 12.207 l'apice mensile, marcato ad agosto 2025, contro i corrispettivi 4.642 del giugno 2024 e 6.447 del maggio 2023. 1.661 visualizzazioni a marzo 2025 quale minimo mensile stagionale contro il record negativo di 1.114 marcato nel gennaio 2024. Dunque valori tutti in netto incremento.


Vediamo la classifica dei top 50, con la sorpresa di quattro evergreen nella top four, per un totale di 14 evergreen nella top 50.

  1. La Dolce Mano della Rosa Bianca (recensione corto 2011) regia di Davide Melini, 510 visualizzazioni.

  2. Il Custode di Chernobyl (recensione 2021) di Caleb Battiago, Cut-Up Edizioni, 461 v.

  3. Guida alla Letteratura Esoterica (recensione saggio 2017), a cura di Claudio Asciuti, Odoya Edizioni, 442 v.

  4. Il Giocatore (recensione 2016) di Dostoevskij, 426 v.

  5. Nosferatu (recensione cinema) regia di Eggers, 220 v.

  6. Il Lato Sinistro del Cuore (recensione antologia) di Carlo Lucarelli, Einaudi, 214 v.

  7. I Tarocchi Lovecraft (recensione antologia), a cura Strani Aeoni, Colomò Editore, 190 v.

  8. Notte Horror 90 (recensione antologia), a cura Sartirana, Acheron Books, 184 v.

  9. Il Mio Nome è Che Guevara (recensione saggio 2013), di Torreguitart, Il Foglio Letterario, 169 v.

  10. Racconti Italiani Gotici e Fantastici – Esperimenti, AA.VV., Black Dog Edizioni, 165 v.

  11. Cerimoniale Notturno (recensione 2022) di Thomas Owen, Agenzia Alcatraz, 165 v.

  12. Primordia (recensione antologia), a cura Strani Aeoni, Colomò Editore, 160 v.

  13. Tempo di Delitti, AA.VV, Newton & Compton, 153 v.

  14. Varchi sull'Abominio, di Matthew Bartlett, La Nuova Carne, 142 v.

  15. Parasite Planet, di Stanley Weinbaum, Black Dog Edizioni, 142 v.

  16. Il Libro Blasfemo di Cthulhu, a cura di Pietro Guarriello, Dagon Press, 141 v.

  17. I Vendicatori, Stephen King, Sperling & Kupfer, 131 v.

  18. Cocagne, Alessandro Girola, Plutonia Publications, 130 v.

  19. Alieni Cattivi, a cura di Alessandro Balestra, Scheletri ebook, 125 v.

  20. Il Diavolo è Femmina, Robert E. Howard, Elara Edizioni, 124 v.

  21. Presentazione racconti Matteo Mancini 2025, 120 v.

  22. Schiavi dell'Inferno (recensione 2018), di Clive Barker, Bompiani, 120 v.

  23. Speciale Dario Argento, 116 v.

  24. Weird 4, a cura di Pietro Guarriello, Dagon Press, 115 v.

  25. Il Guardiano dell'Abisso, di Emiliano F. Caruso, Dagon Press, 114 v.

  26. Ritualis (recensione 2021) di Daniele Vacchino e Rosso, Il Foglio Letterario, 113 v.

  27. Gli Appetiti di Trnt-Asy'hh e altre Stravaganti Vicende Lodigiane, a cura di Del Piano, Dagon Press, 111 v.

  28. Il Club Dumas (recensione 2018) di Arturo Perez-Reverte, 110 v.

  29. The Outsider di Stephen King, Sperling & Kupfer, 109 v.

  30. Un Posto Chiamato Dagon, di Gorman, Dagon Press, 107 v.

  31. Pasqua Nera (recensione 2017) di James Blish, Edizioni Nord 107 v.

  32. Il Monaco (recensione 2014) di Matthew G. Lewis, 107 v.

  33. Demoni, Uomini, Dei (recensione 2018) di Lord Dunsany, 107 v.

  34. La Sfera del Buio, di Stephen King, Sperling & Kupfer, 106 v.

  35. Jurassic World – La Rinascita (recensione cinema) regia di Gareth Edwards, 104 v.

  36. Incubi e Deliri (recensione 2013) di Stephen King, Sperling & Kupfer 102 v.

  37. Il Posto del Buio, di Dean R. Koontz, Sperling & Kupfer, 101 v.

  38. Il Guerriero Bestia, di M.J. Arcade, 101 v.

  39. Sussurri, di Dean R. Koontz, Sperling & Kupfer, 101 v.

  40. Horror Movies '70-'80, a cura di Alessandro Balestra, Scheletri ebook, 100 v.

  41. Progenie degli Abissi, di Fabio Calabrese, Dagon Press, 97 v.

  42. Il Livello Perduto, di Brian Keene, Lettere Elettriche, 96 v.

  43. Assassin, di Shaun Hutson, Mondadori, 96 v.

  44. L'Orecchio della Civetta, Chatrian-Erckmann, Agenzia Alcatraz, 95 v.

  45. Ciak si Muore!, a cura di Lucio Nocentini e Luigi Pachì, Delos Digital, 95 v.

  46. I Presocratici (recensione saggio 2013) Luciano De Crescenzo, Mondadori, 91 v.

  47. Black Flag, di Valerio Evangelisti, Einaudi, 91 v.

  48. 28 Anni Dopo (recensione cinema) regia di Danny Boyle, 87 v.

  49. La Bestia dalle cinque Dita e Altri Racconti (recensione 2018) di William F. Harvey, Hypnos Edizioni, 82 v.

  50. I Mostri agli Angoli delle Strade, di Fabio Calabrese, Dagon Press, 78 v.


Tra le “delusioni” in fatto di visualizzazioni si segnalano La Città Proibita (recensione cinematografica) 77 v., Mastodon (Independent Legions) 74 v., La Settimana di Passione (Ghimenti, Dream Books) 73 v., Antracite (Valerio Evangelisti, Mondadori), 72 v, F1 (recensione cinematografica) 69 v. e Imperial (Alessandro Girola, Plutonia Publications) 64 v.