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giovedì 10 marzo 2011

AYRTON & STEFAN, geni della velocità col casco benedetto dal giallo e una signora in nero alle calcagne



Nella foto di sinistra: Stefan Bellof.

Nella foto di destra: Senna (in piedi) e Bellof all'interno dell'autovettura, credo durante un provino con la McLaren.


Posto il link di questo stralcio di documentario su SENNA. La sintesi di una corsa straordinaria dove, alla guida di una macchina mediocre, Senna mette tutti in riga in una specie di sceneggiatura crepuscolare dove il campione del mondo in carica (Nelson Piquet) si ritira mestamente a bordo pista, mentre i più blasonati campioni (Prost, Lauda, Mansell, Arnoux, Rosberg) sono in crisi. Prost vince grazie all'intervento dei commissari, mentre Senna alza il pugno al cielo anche se è arrivato secondo perché si considera il vincitore morale della competizione.

Nel video non si vede, ma terzo - sempre alla guida di una macchina mediocre (la Tyrrell) e anche lui debuttante nella stagione e alla sesta gara in formula 1- era arrivata un'altra grande stella morta troppo presto (a soli 27 anni), STEFAN BELLOF (detiene ancora il record del giro più veloce sul vecchio tracciato del Nurbruring).

Peccato non ci sia l'immagine di quell'epico podio dove piccoli grandi uomini misero sotto il blasone e la potenza economica dei colossi dell'automobilismo. Quando la classe supera la forza del soldo.



Qua il video.

http://www.youtube.com/watch?v=CdBKoDWNmJE&feature=related


Qua invece la rimonta di Bellof fino al terzo posto

http://www.youtube.com/watch?v=uIbaDM0Qfs8



mercoledì 9 marzo 2011

Recensione antologia "I mille volti del terrore"



I MILLE VOLTI DEL TERRORE

Autore: AA. VV.

Curatore: Gerald W. Page

Anno di uscita: 1978

Casa editrice: Newton

Pagine: 245


Commento di Matteo Mancini

Ennesima antologia horror uscita negli Stati Uniti nel 1978 col titolo “The Year's Best Horror Stories. Serie VI” e da noi pubblicata col titolo “I mille volti del terrore”. L'opera, predisposta dall'antologista Gerald W. Page - che aveva curato anche la V serie della collana da noi edita col titolo “La stirpe della tomba” - raccoglie quattordici racconti scritti, tra il 1976 e il 1978, da autori per lo più di blasone.

I testi raccolti possono esser catalogati in tre grandi gruppi. Il primo di questi coinvolge racconti vicini alla Sword & Sorcery e altri vicini all'orrore tipico di maestri del calibro di Lovecraft e Robert E. Howard. In questo gruppo, senz'altro il più appassionante e fascinoso dell'opera, rientrano i racconti di Manly W. Wellman, Karl E. Wagner, Tanith Lee e la piacevole sorpresa costituita da un autore che non conoscevo, cioè William S. Home.

Un secondo gruppo di testi, invece, utilizza l'horror come metafora per parlare dei disguidi familiari o di malesseri che coinvolgono l'intera società. Si tratta di un complesso di lavori abbastanza qualitativi tra cui spiccano i testi di Stephen King e David Compton subito seguiti, in termine di valore, da quelli di Russell Kirk e Charles L. Grant.

I restanti testi rielaborano il genere in una prospettiva moderna senza lasciare segni indelebili anche a causa di stili votati all'efficacia piuttosto che all'eleganza.

Procediamo però nel dettaglio.La palma per il migliore racconto dell'antologia va a Stephen King e al suo cavallo di battaglia “I figli del grano” (testo inserito nell'antologia “A volte ritornano”). Al centro della vicenda abbiamo una coppia di automobilisti che ha la sventura di sconfinare in una desolata cittadina governata da adolescenti. I due si troveranno al cospetto di ragazzi che si suicidano prima di diventare adulti in onore di un demone chiamato "Colui che Cammina tra i Filari". Ha così inizio una caccia all'adulto organizzata da un paese che rifiuta la maturità quasi a evidenziare l'insicurezza che pervade la gioventù moderna al cospetto delle responsabilità tipiche della vita adulta. Si tratta di un testo molto valido sia per i contenuti metaforici che per la cura nella descrizione delle scenografie e per la capacità di creare un tasso di tensione e di coinvolgimento che non ha nulla da invidiare ai capisaldi del genere. Senz'altro tra i migliori cinque racconti dell'intera produzione kinghiana.

Gli adolescenti tornano protagonisti in “In fondo al giardino” di David Compton e in “Se arriva Damon” di Charles Grant. Entrambi gli elaborati hanno in comune la sofferenza che si riflette sui minori a causa della superficialità di genitori più interessati ai bisogni propri piuttosto che al sostegno morale dei figli. Assai qualitativo, anche se dal taglio grottesco e burlone, il testo di Compton. Compton narra la storia di una bambina che racconta ai genitori, senza solleticarne l'interesse, di aver conosciuto una ragazzina con i denti pelosi che compie miracoli. Nell'apatia di padre e madre, la bambina viene aiutata dall'amica aliena a superare i propri complessi grazie a interventi con i quali l'aliena sistema l'arcata dentaria della piccina e le promette di risolverle le frequenti emicranie.I genitori però si ostinano a credere a ciò che fa loro comodo senza dar credito alle spiegazioni della figlia. L'ottusità degli adulti porterà alla morte della piccola e alla scomparsa dell'aliena. Un testo dunque che evidenzia i problemi di comunicazione tra genitori e figli, con conseguenze tragiche e irrecuperabili.

Decisamente meno fantastico è il racconto di Grant. In “Se arriva Damon” (racconto peraltro inserito nella gigantesca antologia “Il colore del male”) è la separazione dei genitori a destabilizzare il giovane protagonista della storia. Se la matrice del malessere è diversa rispetto a quella della vicenda narrata da Compton, non cambia il risultato finale che culmina pur sempre con la morte del piccolo e con i sensi di colpa dei genitori. Nella fattispecie, il padre finisce col credere di esser perseguitato dal fantasma del figlio. Siamo dunque alle prese col racconto più triste del lotto e forse quello che, seppur poco coinvolgente, presenta i migliori spunti di riflessione.

Molto Kinghiano è il testo di Russel Kirk, autore poco conosciuto in Italia ma molto appoggiato in America. “La lunga, lunga strada” è un autentico cavallo di battaglia dell'autore, tanto da esser inserito in più antologie (“Il colore del male” e “Racconti senza respiro”) e da aggiudicarsi il World Fantasy Award del 1977. Si tratta di una ghost story che si sviluppa molto lentamente, al punto da rievocare certi racconti di Algernon Blackwood (penso a “I salici” e forse non è un caso se anche nel testo di Kirk ci sia un gruppo di alberi a farla da padrone: gli aceri) e “Shining” di Stephen King (uscito nello stesso anno) da cui mutua l'idea della grande casa (nel romanzo era un hotel) abbandonata in cui riemergono orrori passati - con tanto di assassini armati di asce che sbattono sulle porte per uccidere donne e bambini – e da cui è impossibile scappare perché isolata da una bufera di neve. Rispetto a King, Kirk introduce una serie di riflessioni su purgatorio e inferno e sull'anima di uno spirito dannato. L'anima viene infatti vista come un'essenza che resta imprigionata nei luoghi in cui è morto il corpo senza alcuna coscienza del proprio stato e con la tortura di rivivere ciclicamente in terza persona gli episodi finali che ne hanno segnato la fine.

Non meritano invece più di un breve cenno “Io sento il buio” di Dennis Etchison (autore ancora una volta deludente nonostante la presenza pressoché costante in questo tipo di antologie) e “Ricordo di un amore” di Martin Bishop (autore più ferrato nella sci-fi). Entrambi i testi sono piuttosto noiosi e di scarso interesse. Il primo, peraltro scritto in modo da rendere faticosa la lettura, parla di un uxoricidio con la moglie della vittima che cerca di farsi aiutare da amici per camuffare il delitto come giustificato da una legittima difesa. Il secondo, leggermente più brioso, verte sulla vendetta di un ragazzo nei confronti della donna che gli ha rubato il padre. Il giovane, rappresentante di articoli caratteristici, avvicina la donna con l'intento di rifornirle il negozio con dei prodotti innovativi. La donna non sa di avere davanti il figlio della vecchia e indimenticata fiamma, lo scoprirà solo in seguito dopo che il giovane confezionerà una trovata commerciale che ricorda alla donna un fatto tristissimo della sua vita.

Entriamo nell'orrore esoterico con il lotto dei testi presentati da Karl Wagner, Tanith Lee, William S. Home e Manly W. Wellmann. Non si tratta di testi trascendentali, né dotati di una certa originalità, ma di storie scritte in modo elegante e capaci di intrattenere a dovere lo spettatore regalandogli più di un brivido.Più in particolare i primi due autori di questo poker propongono storie riconducibili al sottogenere sword & sorcery,mentre gli altri si orientano verso un genere che richiama alla memoria la narrativa di Howard P. Lovecraft.

Wagner, in “Kane, il maledetto”, mette in scena uno dei suoi personaggi più ricorrenti, cioè Kane (una sorta di Conan in chiave ribaltata). Kane è un immortale mago dedito alla negromanzia, abile con la spada e la magia nera. L'uomo tiene sotto sortilegio una giovane donna di cui è innamorato. La giovane, però, non lo ricambia e fa di tutto per ordire dei tentativi di assassinio ai suoi danni, tradendolo con uomini della più disparata specie. Kane ucciderà uno a uno i vari pretendenti, fino a cedere al cospetto di un marinaio che trasporterà via mare la giovane non sapendo di avere a che fare con un corpo deceduto molti anni prima e tenuto in vita solo grazie agli infusi di Kane. Il testo è scritto in modo magistrale, impreziosito dai trucchi di un Wagner che nasconde nell'ombra rapaci e stilla una magia esoterica che è palpabile a ogni pagina.

Sulla scia di Wagner è “Bianco inverno” di Tanith Lee. Qui protagonista è un guerriero medievale che, circondato dai suoi uomini e dalle amanti, razzia e distrugge villaggi. A rovinare l'egemonia dell'uomo sarà un flauto, con una gemma incastonata al suo interno, che il guerriero raccoglierà in una delle tante razzie. L'organo, infatti, libera lo spettro di una donna diafana che segue il guerriero in ogni spostamento, facendo imbizzarrire i cavalli. Crovak, questo il nome del guerriero, finirà col violentare la donna – che peraltro non viene vista da nessun altro - mettendola incinta e finendo a poco a poco con l'impazzire con conseguente deperimento nel fisico e relativo confinamento in una baracca.

Più convenzionali gli altri due racconti con il maestro Wellmann che, con “La custode”, propone un personaggio decisamente stereotipato. Protagonista del racconto, infatti, è il classico americano in visita in una vecchia magione della campagna inglese appartenuta in passato a un antenato dell'uomo. All'interno della struttura c'è un demone nero a cui viene impedito di uscire all'aperto grazie a una lingua morta conosciuta solo dalla custode deputata a tenerlo a bada.

William S. Home, invece, confeziona una storia (“Una ragnatela di vene pulsanti”) che verte su una profanazione di una tomba al cui interno è custodita una strana creatura alata. Home, autore per sfortuna poco tradotto in Italia, da sfoggio di uno stile che abbonda in aggettivi e mira al colpo a effetto, fino a cadere nel lezioso, grazie a una scelta accurata delle parole. Il racconto parte molto bene, con un'atmosfera claustrofobica e sinistra. Purtroppo si affloscia un po' sul finale, con un epilogo non all'altezza delle aspettative.

Tra i restanti racconti, merita una segnalazione “I signori dei cavalli” di Lisa Tuttle. Il testo (inserito anche nell'antologia “Terrore!”) ha per oggetto vecchie maledizioni indiane che si manifestano sotto forma di possessioni diaboliche. Degna di particolare nota è la descrizione in flashback del massacro compiuto da dei cavalli carnivori a causa dell'influenza degli spiriti maligni.

I restanti racconti non brillano per genialità. Tra questi troviamo: “L'adescamento” del sopravvalutatissimo Ramsey Campbell (qui con un racconto leggermente superiore alla sua media) il quale ricorre a un ragno che tesse ragnatele che sembrano crepe schiantate sui muri di una casa; e due racconti dal soggetto trito e ritrito cioè “Il colmo della fortuna” di David Drake (carina solo la trovata finale in cui, in una giungla del Vietnam, si fa morire il licantropo grazie a una moneta d'argento lanciata nelle ferite aperte sul petto della bestia) e “Urlando per uscire” di Janet Fox il quale, curiosamente, ha la stessa idea di base (donna abulica che assorbe l'uomo che la corteggia, per poi trasformarsi in un verme che scompare sotto terra) di “Cibo” di Thomas Tessier presente nell'antologia “In principio era il male” (uno dei due scrittori ha copiato l'altro). In definitiva siamo al cospetto di un'antologia di pronta lettura che propone qualche testo di ottimo spessore e molti altri di mero intrattenimento. Tra alti e bassi. Voto: 6,5

venerdì 4 marzo 2011

Recensione della mia antologia "SULLE RIVE DEL CREPUSCOLO" (GDS Edizioni)"


Al seguente link potrete leggere la recensione di PATRIZIA BIRTOLO della mia antologia "Sulle rive del crepuscolo"


http://braviautori.blogspot.com/2011/03/recensione-sulle-rive-del-crepuscolo.html


Nella foto il sottoscritto in mezzo alle sue due antologie "La lunga ascesa dal mare delle tenebre" e "Sulle rive del crepuscolo" entrambe edite da GDS Edizioni di Milano.

domenica 30 gennaio 2011

I Libri letti nell'anno 2010


Il 2010, causa corsi vari e impegni di lavoro, è stato un anno in cui ho letto molto meno del solito, anche se, oltre ai libri di cui sotto ho iniziato una grande quantità di antologie non ancora completate e libri di varia natura. Tutti i libri sotto riportati sono stati oggetto di recensioni specifiche, molte delle quali apparse anche su questo forum.
Vediamo nell'ordine di lettura i libri che ho letto.

1. Una terribile eredità di Gordiano Lupi (Edizioni Perdisa). Romanzo molto interessante ambientato a Cuba che miscela assai bene horror (si parla di cannibali) e orrori della guerra (nella fattispecie di Angola). Penso sia il miglior romanzo scritto dall'autore piombinese.

2. Veleno di AA.VV (Foglio Editore). Antologia non perfettamente riuscita a metà strada tra il pulp e l'erotico. Ci sono alcune perle e altri racconti meno riusciti, a penalizzare però è l'eccessiva eterogeneità dei racconti.

3. Mastodonia di Clifford Simak (Mondadori - Urania). Romanzo fantascientifico un po' deludente per esser stato scritto da Simak, ma con ottime trovate e un pizzico di critica sociale. Il tema verte sull'argomento "macchine del tempo".

4. Le città che ci aspettano di AA. VV. (Mondadori - Urania). Antologia ben amalgamata che, come si evince dal titolo, propone società future e possibili sviluppi spesso tendenti a visioni di carattere pessimistico. Tra alti e bassi.

5. I più terrificanti racconti del terrore di AA. VV. (Newton Editore). Ottima antologia, con il limite di proporre racconti straconosciuti di maestri horror di fine '800 - primi '900. Consigliata a chi non conosce bene il genere.

6. L'Incrinarsi di una persistenza di Maurizio Cometto (Il Foglio Editore). Al momento è l'antologia "underground" più bella che mi sia capitato di leggere. Racconti che oscillano tra il fantastico più puro fino all'orrore (ma sempre di classe). Consigliata.

7. Le paludi dell'inferno di P.A. Chapdelaine (Mondadori - Urania). Romanzo sci-fi con ambientazione aliena. Ha il merito di dipingere scenari assai crepuscolari (anche se ripetitivi), per poi diventare presto noioso. Interessante, ma non troppo sviluppato, il tema dello sfruttamento ed estinzione delle popolazioni indigene (evidente la critica a un certo colonialismo).

8. Pistolero fuori tempo di AA. VV. (Mondadori - Urania). Antologia eterogenea che miscela sci-fi a horror. Tra alti e bassi.

9. La morte in pentola di Gaia Conventi. Racconto lungo che miscela giallo classico al comico, facendolo con molto mestiere.

10. Terrore! di AA. VV. (Newton). Splendida antologia horror. Tra quelle che raccolgono testi di autori del secondo '900 è la migliore che mi sia capitato di leggere. Divertimento e brividi assicurati.

11. Picatrix di Valerio Evangelisti (Mondadori). Romanzo sospeso tra l'esoterico e la sci-fi, con affascinanti atmosfere. Bello.

12. Vedremo domani di AA. VV. (Mondadori - Urania). Raccolta puramente sci-fi qualitativamente superiore rispetto alle antologie Urania sopra elencate.

13. Nero tropicale di Gordiano Lupi (Edizioni Il Foglio). Raccolta interessante di racconti esoterici ambientati a Cuba. Presenti un paio di thriller con elementi horror, il resto sono fantastici.

14. Five fingers di Luca Barbieri (Edizioni Il Foglio). Una delle più belle antologie delle Edizioni Il Foglio che miscela western (all'americana) all'horror. Molto fumettistico.

15. In principio era il male di AA. VV. (Mondadori). Pessima antologia horror che propone un paio di racconti interessanti e molti altri insulsi. Evitare.

16. Le lune nere di Lucio Fulci (Granata Press). Antologia semi-introvabile scritta da Lucio Fulci. Assolutamente da non perdere per gli amanti del regista (anche se ci sono alcuni racconti non trascendentali).

17. La reliquia di James Herbert (Mondadori - Urania). Romanzo che sicuramente sarà amato da Dan Brown per il suo mischiare storia a esoterismo (nella fattispecie c'è anche una puntina di horror). Il romanzo verte sul nazismo magico.

18. HSF di Marco Milani (Prospettiva editrice). Antologia piuttosto eterogenea che propone buoni racconti alternandoli con altri meno esaltanti. Tra sci-fi e horror.

19. La maschera d'oro di Giovanni Buzi (Il Foglio Editore). Romanzo dalle fortissime tinte erotiche (rese in modo magistrale da Buzi) che strizza l'occhio al thriller commerciale (questa parte è meno interessante).

venerdì 28 gennaio 2011

Recensione Narrativa: L'orrore del Buio (AA.VV.)


L’ORRORE DEL BUIO

Autore: AA. VV.

Curatore: Karl Edward Wagner

Anno di uscita: 1985

Casa editrice: Newton

Pagine: 233


Commento

Karl Edward Wagner, noto e validissimo scrittore horror con la passione per Robert E. Howard, si cala nell’infausto ruolo di selezionatore di racconti. Nell’occasione raccoglie quelli che ritiene i migliori horror dell’annata 1984, a prescindere da una qualsiasi comunanza di argomenti o di stile.

Abbiamo infatti testi splatter (pochi per la verità), altri di atmosfera e persino alcuni comico/grotteschi.Vengono così proposti diciotto racconti di diciassette autori diversi (due testi sono di John Gordon), alcuni dei quali famosissimi come Stephen King e Ramsey Campbell, altri piuttosto noti e spesso presenti in questo tipo di antologie come Dennis Etchison, David J. Schow e Charles Grant, infine un trio di scrittori secondari (credo che non si offendi nessuno se si definiscono in tal modo scrittori del calibro di Gardner Dozois, David Langford e John Gordon) e un ampio gruppo di sconosciuti molti dei quali con una sola pubblicazione tradotta in italiano (Daniel W. Barber, Fred Chappell, Jovan Panich, Vincent McHardy, John Brizzolara, Leslie Halliwell, Charles Wagner, Roger Johnson, James Hamesath).

Ne deriva così un insieme molto eterogeneo che susciterà la curiosità del lettore più appassionato e sempre bramoso di conoscere nuove penne. Purtroppo lo spirito magico che governa la speranza inizia presto a evaporare.Karl E. Wagner osa nel mettere in campo un manipolo di giovani scommesse, forse perché limitato da un budget che non gli permetteva di pescare tra gli scrittori di maggior blasone, ma ne viene fuori un’antologia che perde l’azzardo del suo curatore. Al vecchio Stephen King, con “La scorciatoia della signora Todd” (inserito anche nell’antologia “Scheletri”), tocca il compito di “tirare la carretta” con uno dei racconti più qualitativi dell’antologia (ma la concorrenza, come abbiamo anticipato, era tutt’altro che competitiva). King propone una storia che rievoca ricordi lovecraftiani con una signora (la Todd di cui al titolo) specializzata nel percorrere delle scorciatoie lungo sentieri bizzarri che sfuggono alle regole della realtà e che le permettono di ringiovanire.

Il racconto di King, pur essendo tra i migliori, è “superato” da l’unico vero gioiello (seppur humor) dell’intera raccolta, cioè “La cosa nella camera da letto” per la firma del gallese David Langford. Vincitore di vari Premi Hugo (principale Premio internazionale di narrativa fantascientifica), Langford propone uno dei suoi classici racconti parodistici. “La cosa nella camera da letto” infatti è una folle e divertentissima parodia delle detective story con indagatore dell’occulto protagonista. Nella fattispecie viene messo in scena un indagatore che, all’interno di un bar, racconta agli astanti una delle sue ultime avventure. Ingaggiato per risolvere l’enigma di un fantasma che funesta le notti delle clienti di un albergo, il detective si troverà costretto a procurarsi vestiti da donna e a truccarsi in modo consono per stimolare la presenza dell’ectoplasma che pare manifestarsi solo in presenza di donne attraenti. Il “nostro”, però, scoprirà, a sue spese, di avere a che fare non con lo spirito di un defunto, ma con una parte di corpo che un cliente ha perso all’interno della stanza, perché rimasto incastrato in una porta; una parte di corpo che si muove come un verme e che pare fluttuare per la stanza in cerca di orifizi in cui rifugiarsi. Davvero una delle storie più folli che mi sia capitato di leggere…

Si distingue positivamente anche “Non crescere mai” di John Gordon, una storia più tragica che horror in cui un bambino, orfano di padre (che si è suicidato per i continui dissidi con la moglie) e con una madre che si disinteressa completamente di lui, si confessa davanti alla tomba di una bambina morta cento anni prima, parlando dei suoi problemi in famiglia e svelandole di aver ingurgitato una dose letale di barbiturici.

Leggermente inferiori, ma comunque in grado di offrire una lettura più che gradevole, seppur tutt’altro che trascendentale, “Zona di confine”, “Fari mortali” e “Lo spaventapasseri” tutti e tre di autori sconosciuti e cioè John Brizzolara, Charles Wagner (per questi due si tratta del loro unico racconto tradotto in lingua italiana) e Roger Johnson.

Il primo, forse il migliore della terna per la sua capacità di suscitare una crescente tensione, parla di una pattuglia della polizia di frontiera americana alle prese con strane presenze nella notte di Ognissanti. I due agenti sono convinti di veder fuggire tra le rocce dei canyon centinaia di clandestini; in realtà, una volta illuminata a dovere l’aria, scopriranno di aver avuto davanti solo arbusti secchi o forse la realtà era un’altra e si erano trovati sommersi in un gruppo di fantasmi di uomini morti nel tentativo di varcare la frontiera…

Sulla falsa riga di “Zona di confine” è “Fari Mortali”. Il racconto di Wagner (nessuna parentela con il curatore), come quello di Brizzolara, è ambientato di notte e ripropone un’ambientazione road movie con l’inserimento di fantasmi che si aggirano sulla Statale. Nella fattispecie abbiamo due fanali abbaglianti, posti su un auto invisibile, che seguono le auto che percorrono la Statale 24 per illuminare gli interno degli abitacoli. Si tratta dei fari dell’auto di un ragazzo deceduto qualche anno prima, mentre vagava accecato dall’ira sperando di sorprendere la sua ex ragazza in compagnia del nuovo fidanzato.

Meno votato alla tensione, ma con dei momenti interessanti è il terzo dei racconti sopracitati, il quale porta in causa niente meno che dei monoliti - alla Stonehenge - attorno ai quali graviterebbe una maledizione. Al centro del racconto c’è uno spaventapasseri, piantato proprio vicino alle pietre, che si anima nelle notti di luna piena e carbonizza coloro che decidano di sfidare l’area definita la “Porta dell’inferno”. Un temerario paga a sue spese la sua irriverenza nei confronti dell’occulto.

Interessante sotto il profilo onirico, nonostante sia tutt’altro che originale, è “Storie Misteriose” di Fred Chappell (autore che vanta altre due pubblicazioni con racconti sempre di ispirazione lovecraftiana). Chappell ricrea atmosfere lovecraftiane e lo fa esplicitamente, visto che il suo protagonista viene presentato come un amico di Lovecraft che cerca di escogitare un metodo per spostarsi nello spazio e nel tempo sfruttando le formule matematiche. L’uomo è spinto dal bisogno di gettare luce sulle origini del mondo e sui giganti che dominavano il passato e che potrebbero ritornare in gran segreto per imporre la loro egemonia. Durante l’esperimento, lo scienziato viene catapultato in Antardide, mentre altri, entrati nella sua stanza, assistono sbigottiti ai fatti. A seguito della scoperta lo scienziato muore, mentre Lovecraft e il poeta Crane (confidente dello scienziato) troveranno la morte negli anni successivi braccati da demoni onniscienti liberati a causa dell’esperimento.

Gli altri undici racconti sono l’uno più deludente dell’altro. Si va dal seppur gradevole e kinghiano “La fine del mondo” di James Hamesath, in cui una coppia di coniugi viene importunata dal gestore di un distributore che vuole convincerli a vendere il figlio agli indiani in cambio della pioggia (bello l’epilogo con i genitori che rifiutano ma rimangono coinvolti in un incidente stradale, in cui perde la vita il figlio, subito seguito da un temporale), ai racconti via via sempre più scadenti in quanto noiosi (pallosissimi, scusatemi il termine, i racconti di Grant e Schow su cui tornerò in seguito) oppure pieni zeppi di luoghi comuni (“Mani dalle lunghe dita” di Leslie Halliwell che tratta il tema della stregoneria senza un briciolo di inventiva rispetto alla montagna di racconti ottocenteschi e del primo novecento sul tema) o finalizzati a forzatissimi colpi di scena finali, peraltro intuibili già a metà racconto perché, altrimenti, la storia non avrebbe avuto altra ragione di esistere (“La tigre nella neve” di Daniel Barber o “Il cane” di Gordon o ancora “Invito a cena” di Dozois). La palma del peggiore va, in stretta fotografia col racconto di Schow, ad “Angoscia per i ricordi” di Vincent McHardy che costruisce una storia, peraltro non facile da seguire (perché costruita su una serie di dialoghi, con flashback poco sensati che si inseriscono tra un dialogo e un altro) che crolla nelle ultime quattro righe con un finale posticcio che cozza con tutto il resto.

Una parola più nel dettaglio per i racconti dei blasonati, e a mio avviso un po’ troppo sopravvalutati, Ramsey Campbell, Dennis Etchison, Charles Grant e David J. Schow qui tutti abbondantemente sotto la sufficienza e con racconti decisamente banali.

Campbell presenta una storia, “Attento all’uccellino” (titolo italiano orrendo), che pare esser stata scritta di getto, tanto da non avere una vera e propria fine e risultare piuttosto strampalata. Abbiamo uno scrittore che indaga su degli strani episodi che si verificherebbero all’interno di un pub, fino a scoprire che nei sotterranei del locale ci sono dei morti che si rianimano quando qualcuno legge le scritte slave che tappezzano le mura del bagno pubblico (!?).

Se il racconto di Campbell, nonostante un soggetto debolissimo, rievoca, in alcuni frangenti, le giuste atmosfere, sono noiosi e squilibrati nella gestione i racconti degli altri tre.Etchison (con “Quattro chiacchiere al buio”) ripropone il tema dello scrittore amatoriale in stato di depressione che riceve la visita del suo scrittore preferito. La particolarità del soggetto sta nel fatto che lo scrittore in questione, oltre a essere un abile autore di romanzi, è un assassino di scrittori amatoriali (!?) che cerca di cogliere spunti utili per i suoi romanzi incentrati sull’orrore (soluzione banale).

Troppo diluiti i racconti di Grant (“Hai paura del buio?”) e di Schow (“Prossimamente, in un cinema sotto casa”) che si perdono in trame intricate (soprattutto il secondo) relative a un orrore astratto (quello di Grant può fare effetto su un pubblico di adolescenti, visto che parla di un gruppo di bambini che giocano a nascondino nel buio); il secondo racconto, addirittura, è un autentico delirio con un personaggio che finisce per vedere scarafaggi dappertutto fino all’assurdo epilogo (che di fatto non è un epilogo, perché la storia si tronca d’improvviso senza una fine vera e propria).

In definitiva “L’Orrore del buio” è un’antologia che, a parte qualche racconto, si legge molto bene ed è di pronto e veloce consumo. Purtroppo, ha un taglio troppo commerciale con racconti che, quasi nella loro interezza, gravitano attorno a un orrore che ha in Matheson il suo principale ispiratore (elementi irrazionali e poco verosimili che si inseriscono nel contesto reale, senza alcuna magia esoterica o metaforica).

Non è di sicuro la peggiore antologia che mi sia capitato di leggere, ma per essere un’opera che ambisce a raccogliere i migliori racconti horror scritti nel 1984 mi sembra che il risultato finale sia piuttosto deludente. Di sicuro fiacche le storie presentate dagli scrittori di maggior grido (a parte King, gli altri crollano). Voto: 5+

mercoledì 19 gennaio 2011

SULLE RIVE DEL CREPUSCOLO (GDS Edizioni, Milano) la nuova antologia horror di MATTEO MANCINI


E' uscita in questi giorni la mia seconda antologia dedicata ai racconti macabri o con atmosfere horror, ma non solo... Tra i 17 racconti (molti dei quali inediti), infatti, c'è spazio anche per qualche testo fantascientifico e qualcun altro surreale.

Il libro è formato da 110 pagine e cerca di proseguire il discorso iniziato con il precedente "LA LUNGA ASCESA DAL MARE DELLE TENEBRE" (sempre edito da GDS Edizioni, Milano, 2010).

Sul sito della casa editrice potrete leggere gratuitamente le prime 20 pagine dell'antologia.

Presto le indicazioni relative al prezzo (dovrebbe aggirarsi sui 10 euro) e ai link per l'acquisto.

Questi i racconti inseriti:

1) IL TESORO PERDUTO (fantasy inedito). Un gruppo di cavalieri è alla ricerca del Graal, ma l'unico cavaliere sopravvissuto troverà ad attenderlo qualcosa che lo deluderà.


2) IL RITORNO DEL GATTO NERO (omaggio sia al gatto nero di Poe che a quello di Fulci). Un assassino è ossessionato da un gatto nero che acquisisce un significato metaforico ben determinato.

Il racconto si è classificato al primo posto nel concorso indetto da GDS Edizioni e compare in questa antologia in una nuovissima e curata versione.


3) RIEN NE VA PLUS, LES JEUX SONT FAITS (thriller onirico molto visionario. E' un inedito). Decrepito accetta una scommessa che sa di non poter vincere, ma la visione di un mazzo di euro lo porta a giocare l'ultima cosa che gli resta da impegnare.


4) DUE CORPI IN UN'ANIMA (sci-fi con venature erotiche finalista nell'EROTICA prima edizione della Ferrara Edizioni). Giovane autista offre un passaggio a una ragazza un po' troppo provocante. Tra i due sembra scoccare un'attrazione fatale, ma qualcuno li spia dall'interno di un casolare abbandonato dove i due finiranno per avere un rapporto intimo.


5) L'ASTRO CHE INCENDIò IL FIRMAMENTO (sci-fi, mai uscito su carta stampata). Ragazzo abbandonato dalla fidanzata affida a una stella cadente il suo desiderio più forte: ritornare tra le braccia della sua amata. Purtroppo, però, quello che ha visto non è una normale stella cadente...


6) IL LIBRO DALLE RIFINITURE D'ORO (fantastico, inedito). Noto professionista fissato con le procedure e i formalismi si ritrova proiettato in un mondo surreale dove tutto gli ricorda l'infanzia e la fantasia perduta.


7) LA CREATURA CHE VENERAVA LA LUCE ROSSA (fantastico, inedito). Bambina intrappolata dal regime nazista, viene liberata dagli invasori, ma alla liberazione seguirà la genesi di un mostro...


8) SOTTO LE STELLE DI ORIONE (horror selezionato dalla rivista Nugae per un numero in omaggio a Lovecraft). Poliziotto scozzese indaga su una catena di scomparse e omicidi avvenuti nella Scozia del Nord. Dietro a tutto sembrerebbe esserci il chupacabra e una serie di indizi che legano le opere di Stonhenge, Nazca, Giza...


9) L'ALCHIMISTA. (Horror finalista nel Vamp II edizione della Ferrara Edizione). Damigella della Francia dell'800 si reca nel castello di un giovane straniero dedito all'alchimia. Nel maniero la giovane si troverà imprigionata in un tempio eretto in onore di Baphomet e del diavolo.


10) FAR WEST (western grottesco). Sindaco fugge con i soldi dei contribuenti, mentre lo sceriffo e i giornalisti accusano del furto un pugno di ladri di polli, condannandoli a morte.


11) ANELLO DI TUFO (fantastico in onore a una determinata giostra di rilievo nazionale. Finalista al premio Letteraria). Gruppo di particolari guerrieri si sfidano in una piazza per contendersi un premio costituito da un drappo.


12) E VENNE IL GIORNO IN CUI IL FUOCO DIVENNE PIOGGIA (sci-fi post atomico, inedito). Giovane ragazza abbandona il bunker per recarsi nella casa dell'infanzia, sfidando i satelliti che cadono dal cielo in fiamme. La giovane cerca una prova che attesti una scoperta del padre. Si dice, infatti, che l'uomo abbia realizzato una macchina capace di trasformare in musica le persone e renderle così immortali.


13) L'OCCHIO è IL PADRE DEI DESIDERI (drammatico con venature erotiche, selezionato per l'antologia "Ossessioni d'amore" di mysecretdiary). Giovane donna spia le coppie che frequentano l'hotel che si affaccia sull'altro lato della strada rispetto alla sua camera. La giovane cerca di rubare quella felicità che vede brillare negli occhi dei giovani e che a lei sembra esser preclusa da un fatto passato.


14) VIOLAZIONI DI LEGGE (sci-fi, inedito). In una città del futuro, dove tutto è dominato dalla burocrazia, un ribelle collezionista di auto degli anni '80 cerca di prestare soccorso a una donna disperata lanciandosi in una folle corsa all'ospedale.


15) LA MORTE CORRE SU QUATTRO TESTE. Poliziotto indaga su una serie di sparizioni. Vuol dimostrare che la ragione non può mai esser derogata dall'imponderabile.

Esiste anche un'altra versione del racconto, forse migliore di questa, che sarà pubblicata in una prossima antologia di autori vari.


16) TERRIBILI LUCERTOLE (finalista in un concorso organizzato da DEL BUCCHIA EDITORE). Detective privato cerca di ricostruire la fine di una nave scomparsa nel nulla, avvalendosi di un diario di una sensitiva che sembra essersi messa in contatto con uno dei marinai scomparsi. L'uomo sembra esser finito in una dimensione parallela dominata dai dinosauri.


17) LA MISTERIOSA SCOMPARSA DEL PITTORE INDOVINO (horror inedito). Pittore cerca di donare ai suoi quadri un qualcosa di trascendente, finché uno sconosciuto non gli venderà un quadro molto particolare...

mercoledì 15 dicembre 2010

Recensione film: "Le Colt Cantarono la morte e fu... Tempo di Massacro (Lucio Fulci)




Produzione: Italia 1966

Produttore: Oreste Coltellacci, Ugo Santalucia e Lucio Fulci.

Regia: Lucio Fulci

Soggetto e Sceneggiatura: Fernando Di Leo.

Interpreti Principali: Franco Nero, Nino Castelnuovo, George Hilton, Giuseppe Addobbati (John McDouglas), Tchang Yu, Janos Bartha, Romano Puppo.Musiche: Lallo Gori

Durata 90 min.

Giudizio: ***


La trama

Tom Cobett (Nero) viene richiamato al paese di origine da Carrdine, un vecchio amico di famiglia (Bartha), per essere messo a conoscenza di una notizia segreta. Giunto in paese, Tom scopre che un signorotto locale (Castelnuovo) e suo padre (Addobbati) hanno messo sotto il loro totale controllo la città, ma non riesce a parlare con Carradine perché lo stesso viene assassinato da una banda di criminali. Aiutato dal fratello (Hilton), un pistolero con la passione per la tequila, Tom riuscirà a liberare il paese dall’oppressione e a conoscere quel segreto per cui era stato contattato.


Commento

Film di discreto successo (20° classificato nella graduatoria dei film più visti del ‘66) assai importante per il genere e soprattutto per la carriera di un regista che avrebbe fatto la storia del cinema di genere nostrano. I critici dell’epoca individuarono la caratteristica preponderante del film nell’alto tasso di violenza sadica, anche se, tengo a precisare, non raggiunge mai i livelli di “Django”. Visto con gli occhi di oggi giorno, infatti, “Tempo di massacro” non è un western violentissimo; lo stesso regista girerà nel 1975 un western molto più crudo e cupo dal titolo “I quattro dell’apocalisse”, nonostante ciò fu oggetto di censure e di scelte commerciali che portarono alcune case di produzione spagnole a declinare l’offerta di collaborazione per la produzione del film. Dietro alla mdp troviamo Lucio Fulci, un regista straordinario oggi ricordato, un po’ in modo stretto perché capace di girare anche capolavori impegnati quali “Beatrice Cenci”, per i suoi horror di fine anni ’70 primi anni ’80 capaci di concorrere con i capolavori del suo “avversario” di sempre, cioè Dario Argento, con perle del calibro de “L’Aldilà”, “Zombi 2”, “Paura nella città dei morti viventi” e “La squartatore di New York”. Memorabili, al riguardo, gli scontri tra i due registi che si placarono solo poco prima della morte di Fulci (quando Argento produsse l’horror “M.D.C. – Maschera di cera”, poi girato da Sergio Stivaletti per l’improvvisa dipartita del nostro) e che iniziarono prima superficialmente, per la scelta di Fulci di cavalcare il successo ottenuto da Argento presentando dei thriller dai titoli contenenti nomi di animali (“Una lucertola dalla pelle di donna”, “Non si sevizia un paperino”) e poi con delle vere e proprie dispute legali con Argento – distributore del film “Zombi” di George Romero – che accusò Fulci di plagio in occasione dell’uscita di “Zombi 2” (film, in realtà, totalmente diverso da quello di Romero).Al di là di quanto sopra ricordato, nel 1966 Fulci era poco più di un regista di film comici (molti dei film di Franco e Ciccio e prima di Totò sono stati portati in scena proprio da Fulci) e di testi di canzonette popolari, come “Ventiquattromila baci” di Adriano Celentano, che mai si era cimentato con il cinema d’azione o con opere cruente di cui poi sarebbe diventato un maestro come dimostrano il giallo “Sette note in nero” o il fantasy bizzarro “Conquest” o il terrificante noir “Luca il contrabbandiere”. Nonostante i successi ottenuti al botteghino per merito della comicità dell’accoppiata Franco e Ciccio, la volontà del regista di staccarsi da un filone commerciale che non gli permetteva di dare lustro al suo genio visionario divenne un qualcosa di sempre più ossessiva. Così Fulci decise di autoprodurre un progetto che gli permettesse di confrontarsi con un qualcosa di diverso. La scelta ricadde sul western, perché all’epoca era l’unico genere che offriva una qualche garanzia di successo, e su una sceneggiatura di quel Fernando Di Leo di cui abbiamo già a lungo parlato. “Tempo di massacro”, poi rinominato “Le colt cantarono la morte” perché il titolo era già stato registrato per l’uscita di un romanzo, è dunque il primo film in cui Fulci sperimenta quel gusto per la violenza che lui stesso non perdeva occasione di definire “artaudiano”, citando Antonin Artaud. Tuttavia siamo alle prese con un Fulci ancora embrionale, che si approccia a un cinema che non aveva mai fatto e su cui tornerà solo qualche anno dopo, preferendo girare un altro pugno di film comici prima di approdare, nel 1969, al thriller con “Una sull’altra” subito seguito da due capolavori, “Non si sevizia un paperino” e “Una lucertola con la pelle di donna”, in cui si assiste al Fulci più puro. In “Tempo di massacro” la regia non porta ancora le stigmate del regista, mancano quasi del tutto quelle manie che il “terrorista dei generi”, così definito per la sua caratteristica di deflagrare un genere predeterminato introducendovi elementi atipici, palesava nei suoi film (l’indugiare sugli occhi dei protagonisti, l’ossessione per il tempo che scorre, l’uso abbondante dello zoom, l’amore per la nebbia e via dicendo). Tuttavia, al di là di quanto detto, emerge in modo chiaro e netto un innegabile gusto per quel macabro che, nel corso degli anni, diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica della filmografia di Fulci portandolo a essere considerato il padrino del gore italiano. Un ulteriore punto in comune tra “Tempo di massacro” e i successivi lavori di Fulci, soprattutto gli horror, si riscontra nella scelta di proporre un prologo, che precede i credit, caratterizzato da una crudeltà che anticipa i contenuti del film. Nella circostanza si parte con una sequenza tanto disturbante da rendere necessario l’intervento della censura che ha eliminato parte della scena. Abbiamo infatti un gruppo di pastori tedeschi lanciati, in un lungo inseguimento in un bosco, alle spalle di un messicano che finisce sbranato e divorato dagli stessi, con la telecamera che indugia sulla pozzanghera in cui cade la vittima mentre l’acqua si colora di rosso. Una sequenza per l’epoca terribile e mai vista in un western. Come già anticipato, a battezzare il debutto di Fulci nel western, e più in particolare nel cinema di genere, è la sceneggiatura di Di Leo. Lo sceneggiatore, e poi regista pugliese, sforna un soggetto non trascendentale ma ben sviluppato (si parla di un figlio illegittimo che torna, suo malgrado, a rivendicare ciò che gli spetta, suscitando le ire del fratellastro). Rispetto ad altre sceneggiature di Di Leo, lo script è meno impegnato e non sfoggia quei magnifici dialoghi che caratterizzavano i suoi primi western; a fare la differenza, quindi, è lo sviluppo e le caratterizzazioni dei personaggi. Riuscitissimi i personaggi interpretati da Nino Castelnuovo e George Hilton, grazie anche alle ottime interpretazioni dei due attori. Il primo è un bullo che, armato di frusta, compie ogni sorta di nefandezza (fino a ordinare l’uccisione di due bambini e a far crocefiggere un uomo di fiducia del padre su due pali di legno); memorabile, al riguardo, il duello con le fruste tra Castelnuovo e Franco Nero con quest’ultimo ridotto a una piaga, con il volto sfigurato dalle frustate. Più guascone il personaggio di Hilton: un ubriacone che va pazzo per la tequila e che gioca con le piattole, ma anche letale come pochi con la colt che usa solo dopo aver attirato l’attenzione dei rivali proferendo la battuta “Hey, gentleman?”Molto simpatico, anche se già riproposto da Di Leo in altri film, il becchino del paese che qui si contraddistingue per esser un cinese (con immancabile “erre moscia”) amante delle citazioni di Confucio rielaborate in una visione personalizzata e adattata ai tempi moderni. Paradossalmente a essere debole è la caratterizzazione del personaggio protagonista che ha poco o nulla di diverso rispetto alla massa dei pistoleri dello spaghetti western. Il ritmo, seppur calando nella parte centrale, è discreto, grazie a un’attenta regia di Fulci che offre il meglio di sé nella mattanza finale (bella la scena con Nero che sale le scale e la mdp che riprende in primo piano gli stivali che salgono i gradini), dove Hilton e Nero si lanciano le pistole a vicenda scambiandosi i bersagli. Bello l’epilogo dalle atmosfere horror, in parte citato in “Non si sevizia un paperino”.Le interpretazioni, come anticipato, sono buone. Star del cast artistico, per l’epoca, era un Nino Castelnuovo reduce da film di Vittorio De Sica, Nanni Loy e Visconti e soprattutto dalla mini serie tv “I promessi sposi” dove, con grande successo di critica e pubblico, aveva impersonificato Renzo. Castelnuovo, da uomo più pagato del cast, fu inviato a scegliere quale ruolo intendesse accettare; curiosamente optò per il figlio crudele, in quanto stufo di ricoprire ruoli da bravo ragazzo. Nonostante i precedenti trascorsi in film di autore o con soggetti classici, la performance dell’attore lombardo, in una delle sue rare prove in un film di genere - lo rivedremo nel western “Un esercito di cinque uomini” del 1969 e nel thriller dai contenuti erotici “Nude per l’assassino” del 1975 di Andrea Bianchi – si rivelerà molto positiva e mostrerà l’alta attitudine di Castelnuovo nel ricoprire personalità molto diverse tra loro.Per il ruolo di co-protagonista, invece, fu scelto, dopo svariati provini, l’uruguayano e all’epoca sconosciuto George Hilton. Il film per Hilton ebbe un grande impatto positivo e lo lanciò nel cinema italiano. Pagato con poco più di due milioni di lire, Hilton vide crescere l’interesse attorno a sé proprio grazie a questo film, al punto da diventare uno degli attori più richiesti per lo spaghetti western (erediterà persino da Gianni Garko il ruolo di Sartana, con il film “C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara”) e poi per il thriller (celebri le sue partecipazioni nei primi thriller di Sergio Martino, tra i quali vale la pena di ricordare “Lo strano vizio della signora Wardh”, “Tutti i colori del buio” e “La coda dello scorpione”). La prova di Hilton, nonostante le continue liti con Fulci, è a dir poco maiuscola, addirittura azzarderei a definirla la sua migliore interpretazione di sempre. Nei panni di protagonista, invece, dopo la rinuncia di George Martin, saltato insieme ai produttori spagnoli che rinunciarono al film perché giudicato troppo violento, fu scelto Franco Nero. Decisiva, al riguardo, fu la sorprendente prova offerta dall’attore in “Django”. Franco Nero però non fornisce una prova convincente e, di sicuro, si vede rubare la scena da Castelnuovo e soprattutto da un Hilton in grossa vena. Completano il cast alcuni caratteristici storici del cinema italiano, tra cui un Romano Puppo con un ruolo un po’ più ampio del solito.Ottima la confezione, sia per quel che concerne la fotografia di Riccardo Pallottini, le scenografie e la colonna sonora di Lallo Gori. Eccezionale e trascinante la main theme “A man alone” cantata da Sergio Endrigo, capace di inserirsi in prima posizione nella hit parade giapponese.


Per gli amanti delle citazioni:

1) “Confucio oggi direbbe: in cielo sarà ripagato chi seppellisce i morti gratuitamente in terra, ma Confucio non viveva in questa città. I morti sono tanti che se li seppellissi gratis finirei con il morire anche io. Confucio quindi mi vorrà perdonare se ai Carradine l’eterno riposo costerà tre dollari a testa”