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domenica 7 novembre 2021

Recensione Narrativa: STORIE FELSINEE - I 34 Racconti di Bologna a cura di Giovanni Modica.

Autore: AA.VV..
Curatore: Giovanni Modica.
Anno: 2021.
Genere:  Ambientazione bolognese con Giallo/Crime/Satirico/Sentimentale/Dramma .
Editore: Edizioni Il Foglio .
Pagine: 374.
Prezzo: 16,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Atto d'amore donato alla città natale dal critico cinematografico, ma anche sceneggiatore e scrittore, Giovanni Modica. Il nome di Modica non è una novità. Lo sanno bene gli estimatori del cinema di Dario Argento. Forgiato alla corte di Luigi Cozzi, Modica è conosciuto soprattutto per le monografie pubblicate dalla Profondo Rosso Edizioni su L'Uccello dalle Piume di Cristallo, Il Gatto a 9 Code, Profondo Rosso e 4 Mosche di Velluto Grigio, nonché per il suo ruolo di Direttore della collana Cinema delle Edizioni Il Foglio di Piombino.

Storie Felsinee è un volume diverso dai lavori classici di Modica, probabilmente concepito in occasione delle iniziative bolognesi legate al noir a cui il critico cinematografico è spesso invitato in veste di relatore e curatore. L'antologia nasce come invito, perlopiù rivolto agli scrittori professionisti locali, a rendere omaggio a Bologna e di farlo attraverso il più variegato campionario di generi. La genesi del volume ha visto coinvolti moltissimi scrittori, compresi i nomi di più alto valore del panorama letterario emiliano. Tra i contattati figurano infatti Carlo Lucarelli, Valerio Evangelisti, Eraldo Baldini e molti altri. Non tutti hanno potuto rispondere positivamente all'invito, ma molti hanno accettato la proposta e sono confluiti nella squadra. Dei trentaquattro proposti, diciannove sono autori bolognesi o, in qualche modo, adottati dal capoluogo della regione emiliana. Tra tutti questi solo uno è un debuttante (una debuttante, per la precisione), mentre tutti gli altri hanno un lungo trascorso di pubblicazioni importanti e riconoscimenti nei più prestigiosi concorsi letterari (Premio Tedeschi, MystFest, Scerbanenco, Premo Hypnos, giusto per menzionarne qualcuno). Tanti sono i Maestri, soprattutto del giallo-noir, così da conferire un valore di rilievo nazionale al volume. Tra i presenti figurano infatti giornalisti dei più famosi quotidiani, “celebrità” del Giallo Mondadori, quali Enrico Luceri e Stefano Di Marino (alla sua ultima pubblicazione prima della prematura scomparsa), scrittori apprezzati su antologie Einaudi (penso a The Dark Side) quale Giampiero Rigosi (co-autore della serie de L'Ispettore Coliandro), noti sceneggiatori RAI come Biagio Proietti e Valerio Varesi (creatore del commissario Soneri interpretato da Luca Barbareschi), il regista e sceneggiatore cinematografico Antonio Lusci, importanti specialisti del romanzo storico (Patrizia Debicke van der Noot) e ancora lo scrittore horror - scuola Profondo Rosso - Nicola Lombardi, il giallista Gianluca Morozzi e molti altri ancora, tra cui il sottoscritto Matteo Mancini.

Che dire...? Antologia di prestigio dove si fatica a trovare un indirizzo di genere comune anche per la dritta dal curatore, che ha richiesto racconti inediti incentrati sulla città di Bologna non imbrigliati in confini predeterminati. “Non limitatevi alle storie nere” aveva chiesto Modica e così è stato. Dei trentaquattro racconti solo tre storie possono definirsi nere a tutti gli effetti e sono quelle di Matteo Mancini e dei due scrittori Mondadori Enrico Luceri e Stefano Di Marino. Altre tre, rappresentate dalle storie di Patrizia Debicke, Nicola Lombardi e di Rino Tripodi, hanno elementi giallo-fantastici. Il resto dell'antologia è fatto di tributi a tutti gli effetti alla città di Bologna, con storie di vita comune che fungono da cartoline della Bologna del tempo che fu, con rimandi che vanno dai tempi in cui imperversava la peste (Paolo Giuffrida) passando per l'epoca di Leonardo Da Vinci (Debicke) fino agli anni in cui si organizzavano attentati contro le più alte gerarchie fasciste (Fabrizio Carollo), ma anche e soprattutto della Bologna attuale tra sentimentalismi, melanconie, ironie, sogni, amori perduti e amori ritrovati. L'epoca legata al covid si fa sentire (ci sono tre racconti di valenza no vax o comunque di posizione critica verso le restrizioni), così come si fanno sentire i disagi, la carenza dei posti di lavoro e le ristrettezze economiche o la piaga della droga.

È lo stesso Modica, nella prefazione, a svelare la natura del volume: “Gli autori hanno offerto contributi che coprono in maniera capillare tutte le sfumature del capoluogo emiliano: riflessioni intimistiche, racconti storici, musicali, ironici, sarcastici, neri, solari oppure romantici, biografici, leggendari.”

Oltre all'ambientazione, la costante del volume è offerta dalla cura e dallo stile narrativo, che non subisce grandi sbalzi tra un autore e un altro. I racconti hanno una lunghezza compresa tra le tre e le diciotto pagine. La scioltezza e la fluidità rendono la lettura accessibile a ogni tipologia di lettore.

Tra tutti i racconti spicca Autoritratto di un Assassino del romano Enrico Luceri, vero e proprio gioiellino che prende spunto dalla convinzione di Patricia Cornwell secondo cui dietro ai quadri del pittore vittoriano Walter Sickert si nascondevano le prove sull'identità di Jack lo Squartatore. Sulla stessa falsa riga, un giornalista locale avvia un'indagine per risalire alla vera identità di un assassino che ha tenuto sulle spine Bologna all'inizio del novecento. È l'ossessione del successo, il voler risolvere una catena di delitti che pare esser già stata chiusa (tuttavia in modo errato), a fungere da motore della storia, un po' come in Mr Honda di Matteo Mancini (anch'esso presente nell'antologia). Luceri, vincitore del Premio Tedeschi e sei volte pubblicato nella prestigiosa collana I Gialli Mondadori, si conferma abile gestore della tensione, plasmando un giallo che sconfina nell'horror vero e proprio. Tra Dario Argento e Lovecraft (Il Modello Pickman), Luceri si destreggia in modo magistrale lasciando ricordare il clamoroso errore che nel periodo fascista fu consumato a Roma quando arrestarono Girolimoni, attribuendogli delitti che non aveva commesso. Finale impreziosito anche da una punta di ironia.

A contendere al giallista l'ipotetico primo premio per il miglior racconto presentato, è Biagio Proietti, concittadino di Luceri. Sceneggiatore di gialli (si pensi al film Black Cat di Lucio Fulci), regista e grande cultore di Edgar Allan Poe, Proietti stupisce presentando uno dei racconti più romantici e melanconici dell'antologia. Il suo Il Trottola è un lodevole vertice di narrativa tout court. Un saltimbanco settantenne, attrazione secondaria degli avanspettacoli degli anni settanta, cerca in tutti i modi di sollevare l'umore a una celebrità del teatro prossima alla morte. I due, insieme a una moltitudine di altri soggetti, sono ricoverati in una casa di riposo per artisti a rivangare la gloria decaduta. Epilogo tristissimo che accarezza i confini della fiaba (mi ha fatto venir in mente La Piccola Fiammiferaia di Andersen). Proietti tratteggia il tutto con un tocco agro-dolce che eleva il testo dalla massa e lo rende, forse, il migliore tra tutti.

Giocano sull'ironia, ma fino a un certo punto, Gianluca Morozzi e Luca Occhi. Il primo, col suo Dei Libri, Di Vino e Altre Sciocchezze, parla degli strani clienti che popolano le librerie. Più in particolare racconta la vicenda di un uomo che, dalle 16.30 alle 17.00, annusa i libri dove sono presenti le belle donne perché, per un bizzarro sortilegio, si trova catapultato per trenta minuti all'interno del romanzo. L'uomo però non è il solo soggetto bizzarro ad aggirarsi tra i rivenditori di libri di Bologna, perché in una libreria vicina vi è una donna che sogna in anteprima i libri di uno scrittore prima che questo li concepisca e li pubblichi. I titolari delle due librerie pensano bene di far mettere insieme i due soggetti ma, forse, chi si unirà in fidanzamento saranno proprio i due gestori.

Favoloso per i dialoghi Ragù alla Bolognese di Luca Occhi (finalista al MystFest) che sceglie la via della satira per denunciare la piaga del lavoro nero. Così abbiamo famiglie bolognesi che assumono extracomunitari non regolari sul territorio italiano, così da poterli licenziare senza beghe. Occhi è bravo a sottolineare la discrepanza tra la sensazione di rispetto che queste famiglie intenderebbero ostentare e la loro totale refrattarietà alle norme. La beffa arriva quando si scopre che i filippini di turno sono gli stessi italiani truccati in modo da sembrare stranieri, perché, in fondo, è meglio lavorare a nero e senza diritti che essere disoccupati, con buona pace dell'articolo 1 della costituzione italiana. Dialoghi in bolognese gestiti in modo magistrale. Nella drammaticità del caso, si ride e si ride di gusto.

Mr Honda, del sottoscritto, parla di un pirata della strada braccato da un Commissario scrittore di true crime intenzionato a scrivere il best seller con cui conquistare il mondo dell'editoria. Un po' come per il racconto di Luceri, la storia avrà un risvolto fantastico, questa volta legato alla Bologna pre-romana.

Giuseppe Cozzolino, invece, riscrive la canzone Caro Amico ti Scrivo di Lucio Dalla, immaginando di spedirla all'attore che ha interpretato Peppone nel film Don Camillo. Il prof campano (docente universitario di Storia del Cinema e Storia delle Comunicazioni di Massa) rimodula e adatta il celebre pezzo di Dalla al periodo delle chiusure covid.

Tra gli altri merita una menzione il giallo storico di Patrizia Debicke, che si muove tra personaggi reali (Papa Leone X, Leonardo da Vinci, il Re di Francia) e altri della finzione per risolvere, attraverso il comandante delle guardie svizzere papaline, il furto di una collana con gli zaffiri della duchessa di Nemours dono del re di Francia.

Stefano Di Marino, alla sua ultima apparizione, dona (L'Assassino di via Barberia) una vicenda che evoca la leggenda de l'uomo nero. Invocare il nome di un negromante bolognese del seicento tra le vie buie di Bologna porterebbe infatti a materializzare l'uomo e la sua sete omicida. Molto interessante e affascinate la prima parte che però non trova adeguata conclusione.

Voglia di Ballare di Antonio Lusci, sceneggiatore tra gli altri di Sergio Stivaletti e del suo recente Rabbia Furiosa (2018), ci porta in chiave romantica su un set cinematografico a cielo aperto nel cuore di Bologna. Lusci regala la parabola del più classico dei colpi di fulmine, un'attrazione che non viene frenata neppure dalla disabilità. Lavora invece in modo inverso Mario Gerosa col suo Hotel Hermes. La ricerca di un amore dell'adolescenza si sgretola nel momento del suo compimento, dopo aver visto che la vecchia fiamma è finita su una carrozzella.

Lodevole La Collina dei Ricordi di Fabrizio Carollo che ci riconduce all'epoca del periodo fascista, quando a Bologna serpeggiavano propositi sovversivi a danno dei ministri del duce (nientemeno che Ciano).

Questo, forse, il meglio di un'antologia vasta, composta da 374 pagine e destinata a diventare un must da avere nelle librerie di ogni bolognese appassionato di narrativa. Tra gli altri ricordo il simpatico Ragazza di Campagna di Mara Munerati, che evidenzia le mille fobie di una guidatrice che dalla campagna deve spostarsi nell'ingorgo di Bologna. Calibrato il melanconico Oscar va in Pensione del mio doppio collega Massimo Fagnoni, che racconta l'ultimo giorno di lavoro di un vigile (o meglio agente di polizia locale) a cui il Comando riserva la passerella finale. Si orienta sull'amore che sboccia nella campagna bolognese Giampiero Rigosi che, col suo Pinzimonio, ci mostra due sessantenni ancora pieni di vita. Similarmente fanno Paolo Panzacchi (vincitore del premio della critica al Premio Internazionale Città di Cattolica) e il suo Con le luci della sera, dove il dramma di un ricco finanziere abbandonato, nella malattia, dalla famiglia diviene trampolino per la conoscenza dell'anima gemella. Diverte Rino Tripodi con l'horror parodistico Corte 9, Orrore alla Cirenaica, la storia di un quartiere riscritta, tra omicidi, poliziotti inetti e fantasmi che debellano altri fantasmi, nella forma di un racconto horror in cui rivivono tutti i principali soggetti che hanno scritto le pagine del glorioso passato del quartiere. Si sale sulla Torre degli Asinelli, verso una cima che non da traccia di sé, con Nicola Lombardi e l'atipica ghost story Un Gradino dopo l'Altro. C'è ancora molto molto altro, oltre questo, per un libro che ogni città dovrebbe vedersi tributato.

 
Il curatore Giovanni Modica.
 
"Una città vive non solo del suo popolo ma anche dell'immaginario che la riguarda."

lunedì 1 novembre 2021

Recensione Narrativa: IL LIBRO DEI MORTI VIVENTI a cura di Skipp & Spector.

Autore: AA.VV..
Curatore: Skipp & Spector.
Titolo Originale: Il Lato Oscuro.
Anno: 1989.
Genere:  Horror.
Editore: Bompiani (2000).
Pagine: 466.
Prezzo: 11,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

PREMESSA

Acquistai questo volume il 22 luglio del 2008 per 4 euro e 10 centesimi in una rivendita di libri usati del centro di Pisa. Erano anni in cui svolgevo la pratica legale e, una settimana sì e una no, passavo dalla libreria a caccia di volumi a basso costo.

Il nome in copertina STEPHEN KING scritto a caratteri cubitali nonché la mia passione per George A. Romero mi spinsero all'acquisto. A parte King e Ramsey Campbell, conoscevo, per averlo letto su alcune antologie curate da Stephen Jones, David J. Schow oltre Joe Lansdale di cui possedevo un volume Urania. Gli altri scrittori erano per me ignoti, avrei in seguito conosciuto Richard Laymon, Robert McCammon e Steve Rasnic Tem. Tante aspettative presto disattese. La lettura fu una delusione. Una tipologia di narrativa "horror" diversa da quella a cui ero abituato, pesante sia per il lessico (dire volgare è dir poco) sia per il voler amplificare l'orrore attraverso un'esaltazione della violenza sessuale mista  alla crudezza rappresentativa degli omicidi e delle aggressioni. A parte il racconto di King e quello di Lansdale, trovai molto deludenti gli altri sei testi che lessi, al punto che sospesi la lettura certo che l'avrei ultimata il prima possibile. Solo dopo tredici anni, da allora, ho completato il tutto, con un'opinione che non si è modificata al decorso degli anni.

In commercio in Italia da tredici anni (rispetto al mio acquisto), Il Libro dei Morti Viventi, edito negli Stati Uniti nel 1989 col titolo Book of the Dead, era già considerato un caposaldo dello splatter-punk o, se preferite, dell'hardcore horror. Non poteva essere altrimenti, essendo un volume curato da John Skipp e Craig Spector, due scrittori trentenni (all'uscita del volume) ispiratori, col romanzo The Light at the End (“In Fondo al Tunnell”, 1986), di un sottogenere presto battezzato (da David Schow) splatter-punk. Un'evoluzione (per il sottoscritto un'involuzione per via di un involgarimento ben oltre i livelli dei pulp magazine) attraverso la quale uccidere quel sense of wonder legato alla narrativa esoterica di inizio novecento e far venir meno il taglio edulcorato dei maestri del dopo secondo conflitto mondiale. Il linguaggio diviene sporco, spesso scurrile, con implicazioni sessuali spinte ben oltre il softcore. Tette, culi e fiche (per dirlo con i loro termini) vengono sparati in mano ai lettori, insieme a seghe, fucilate che fanno esplodere cervella, svisceramenti, arti depezzati, cannibalismi, stupri e via dicendo. Un'esaltazione della violenza basata su una descrizione dettagliata di ferite e truculenze varie per un decadimento delle trame, travolte dal carico effettistico e giostrate su tematiche di rilevanza sociale anziché trascendente o anziché articolate su un'analisi del mito che sta alla base della genesi dell'uomo. Alla new horror questo non interessa più, a beneficio di un approccio materialistico e carnale. Una fissazione nel voler ostentare, nello sbattere in prima pagina il mostro e la sua passione scellerata per la perversione e l'orrido. Il celebre Robert Bloch, a ragion veduta (secondo me), criticò il movimento, sostenendo che “esiste una differenza tra ciò che genera terrore e ciò che fa venire la nausea.” Lo scrittore di Psyco centra in pieno la questione. Lo splatter-punk, da cui poi nascerà il cosiddetto hardcore horror (o horror estremo), è un genere che il più delle volte non affascina né stupisce, piuttosto mira ad eccitare il lettore malato (un lust murder amerebbe queste letture) o disgustare l'autolesionista (del resto chi legge per essere disgustato?) o più raramente far porre dei quesiti con intento sovversivo. Non si mira a creare tensione, ma si vuol scioccare e raccapricciare il lettore con una sorta di pornografia orrorifica a cui si uniscono, sovente, derive sessuali deviate. Perché leggere hardcore horror? Non certo per divertirsi o avere spunti filosofici. Difficile dire a chi possa interessare tra i comuni mortali una giostra di frattaglie quale quella che offre sempre con abbondanza un certo tipo di narrativa, fatto sta che l'hardcore horror è un sottogenere molto apprezzato negli Stati Uniti, in special modo ai Bram Stoker Awards dove spesso vengono tributati riconoscimenti ai maggiori scrittori di riferimento. Non solo il duo Craig & Spector, ma anche Clive Barker, Poppy Z. Brite, Charlee Jacob, David J. Schow, Edward Lee, Jack Ketchum e Richard Laymon. Scrittori che, pian piano, si sono ritagliati un circuito di nicchia anche in Italia (all'interno di un'altra nicchia ossia quella della narrativa del terrore), grazie alla casa editrice Independent Legions Publishing di Alessandro Manzetti (scrittore ascrivibile al sottogenere). Un sottogenere non destinato ad avere un folto numero di lettori per il suo voler essere estremo e ben oltre il politicamente scorretto (uno dei bersagli preferiti è la religione). Insomma, un modo di narrare che seleziona il parco di lettori rendendo i testi non praticabili ai minori di anni diciotto.

ANALISI GENERALE

Dopo la benedizione ottenuta, in apertura del libro, da George A. Romero e l'introduzione in cui i due curatori difendono a spada tratta le nuove frontiere dell'horror, Book of the Dead entra nel vivo. Skipp & Spector credono fortemente nel progetto, i fatti darano ragione al duo, e assicurano che “ciò che avete in mano è un mondo di dolore: una bomba psichica al neutrone mascherata da raccolta di storie di zombi, capace di vaporizzare le convenzioni di un genere narrativo lasciandone intatti il terrore e la gloria.”

Sedici autori offrono il loro contributo al progetto, interamente dedicato a storie sugli zombi. Si tratta di racconti, più o meno lunghi, scritti su commissione e non di una selezione del meglio sull'argomento reperibile in antologie varie. Ci sono veri e propri maestri del genere che non hanno bisogno di presentazioni, quali Stephen King, Ramsey Campbell e Robert McCammon che, puntualmente, vedono il loro nome comparire in copertina per ragioni di richiamo commerciale. Al fianco del trio figura un altro terzetto di scrittori prossimi al lancio in Italia, quali Richard Laymon, apparso per la prima volta nel nostro mercato editoriale sulla collana Urania nel 1984 con The Cellar (“La Casa della Bestia”) e pubblicato negli anni novanta da Fanucci e Sperling & Kupfer, Joe Lansdale, vero e proprio maestro edito negli anni novanta soprattutto da Fanucci, e Steve Rasnic Tem (di recente pubblicato dalle Edizioni Hypnos, col romanzo breve Lovecraft Museum che trovate recensito anche su questo blog). Impolpano il lotto cinque autori relegati, in Italia, ad apparizioni in antologie per lo più della Newton & Compton, tra qui i più noti sono David Schow, Les Daniels e Douglas Winter (più noto come saggista e prefattore). Completano cinque ulteriori autori, per lo più sconosciuti in Italia e in alcuni casi alla sola uscita nella nostra penisola.


Salvo qualche rara eccezione, i racconti sono tutti finalizzati a disgustare il lettore. Spesso non possono neppure definirsi dei racconti veri e propri, ma degli estratti ripresi da un qualcosa che si ha la sensazione essere più ampio. In altri termini, ci sono dei racconti che non hanno un vero inizio né una fine, ma si “limitano” a mostrare frangenti di un mondo impazzito in cui ormai gli zombie vagano per le strade.

Altra componente comune è l'inserimento di una spiccata matrice sessuale. Ci sono zombi stupratori e zombi che adorano farsi stuprare. Cade anche l'immagine stereotipata dello zombi lento e impacciato, che va comunque per la maggiore. Abbiamo difatti zombi militari che sparano e guidano auto, comportandosi più da vampiri che da morti viventi.

Un bombardare su aspetti comuni che rende la lettura, allo scorrere delle pagine, ripetitiva, sovente stucchevole e, alla fine, faticosa.

Su sedici racconti, solo sei possono definirsi pienamente riusciti e meritevoli di attenzione. Gli altri sono spesso banali o chiusi in modo inopportuno, a favore di una volontà di spingersi oltre i “proverbiali” limiti che non sempre è garanzia di qualità.

Alla fine Book of the Dead è un libro per estremisti. Piacerà soprattutto agli amanti dello splatter e dell'hardcore horror.

La copertina della versione originale.

ANALISI DETTAGLIATA

Al di là dei nomi noti, Book of the Dead presenta delle gradite sorprese che arrivano da scrittori sconosciuti.

È un esempio evidente Glen Vasey (unica apparizione in Italia), col suo Choices (“Scelte”). Vasey è uno dei pochi a proporre un racconto medio lungo dal retrogusto filosofico, tanto che non mancano critici che abbiano paragonato il suo lavoro a The Road (“La Strada”) di Cormac McCarthy. Probabilmente, e a gran sorpresa, il suo è il miglior racconto del lotto. Una sorta di zombi story on the road, dove la speranza per il superamento della pandemia sembra esser riconnessa a uno dei più grandi tabù della storia umana. Chi si ciba dei morti viventi, una volta morto, non torna più in vita. È giusto un'intuizione che i biologi dovranno analizzare per sviluppare un vaccino, poiché chi l'ha scoperta non potrà dirlo di persona ma affidare la tesi al diario che ha scritto nel corso dei suoi ultimi giorni. Quello che è certo è che le convenzioni e i compromessi che l'uomo del ventesimo secolo si era dato sono decaduti. Per vivere si devono fare delle scelte, scelte sofferte. Conclusione innegabile. Bello anche per le pennellate che accennano a una realtà in cui il governo ha abbandonato la popolazione.

Un altro racconto che è meritevole di segnalazione, ed è il più in linea al messaggio e all'utilizzo metaforico che Romero ha fatto degli Zombi, è Dead Giveaway (tradotto in Italia col più appropriato “Rischiamorto”) dello sconosciuto Brian Hodge (presente in Italia solo in un'altra antologia). La componente ritardata degli zombi viene equiparata a quella del pubblico delle televisioni e, più in particolare, dei quiz televisivi. Più breve del precedente, Dead Giveaway è un racconto sull'avidità e sull'egoismo dell'uomo, in cui abbonda una spiccatissima componente satirico/grottesca. Un noto presentatore della tv persiste nel suo lavoro anche dopo che l'umanità è stata soppiantata dagli zombi. I morti viventi infatti continuano a essere affascinati dalla tv. Ecco allora l'ideazione di un varietà a premi interamente concepito per i “gusti” degli zombi e dove anche il conduttore può essere sacrificato in nome dello share. Divertente nel suo sostituire le grandi catene commerciali utilizzate da Romero con la tv, mantenendo la forte impronta sociale e metaforica dello zombi che persiste a guardare il piccolo schermo perché non ne può fare a di meno neppure da morto.

Un altro racconto particolare, poco in linea a quelli presentati dai colleghi, è Eat Me (“Mangiami”) dell'esperto McCammon. Il suo è un contributo che pare esser stato scritto per scommessa. Si può scrivere un racconto sulla poesia e sull'amore in un contesto degradato e infettato da un virus zombi? L'autore ci risponde in modo positivo. Grande stile, abilità magistrali nel tratteggiare il contesto di una città isolata e in quarantena in cui gli zombi sono gli unici cittadini che trovano cittadinanza, risolvendo problemi di solitudine ballando in un locale per single. Il rapporto sessuale, tra questi, non può che trasformarsi in un atto cannibalico dove l'amore è l'unica via per ascendere alla pace. Romantico in un contesto di morte.

Ben più complete le opere di Stephen King e Joe Lansdale, con tanto di spiegazione di come si sia diffuso il morbo, sviluppo centrale della storia e relativo epilogo. I due assi dell'orrore letterario, pur se con stili diversi, piazzano due dei racconti più spassosi della antologia. Convenzionale King, che omaggia Romero col suo morbo giunto dalla spazio, un po' come per La Notte dei Morti Viventi. Dissacrante, politicamente scorretto e stile da pulp magazine dei giorni nostri Lansdale.

King cede a Skipp & Spector Home Delivery (“Parto in Casa”) che confluirà poi nell'antologia Nightmares & Dreamscapes (“Incubi & Deliri”). Il maestro del Maine, sempre attento a caratterizzare i suoi personaggi, inserisce una storia nella storia, lasciando la piaga zombi in background. La pandemia zombi viene giustificata guardando in chiave parodistica a La Notte dei Morti Viventi. È infatti una sorta di strano satellite, probabilmente alieno, pieno di strane creature dalla forma di vermi e gravitante sopra al polo sud a richiamare i morti dalle tombe. Pur essendo giunta al suo tramonto, la guerra fredda persiste a fare paura e si ritaglia una bella fetta di interesse nel testo. King si piega alla satira, delineando le due super potenze (Usa e URSS) alla stregua di capricciosi governi subito pronti ad accusarsi vicendevolmente. Personaggi vividissimi e, come sempre, caratterizzati a puntino. Non mancano i momenti action con fucilate sulle teste degli zombi. Curioso il punto di vista della storia, offerto da una donna incinta che non è mai stata capace in vita a sua a prendere una decisione e che dovrà vedersela con lo scheletro del marito defunto risorto dal mare. Insomma, un King esilarante che gioca nel non prendersi sul serio.

Più originale Lansdale col suo On The Far Side of The Cadillac Desert With Dead Folks (“Nel Deserto Cadillac con i Morti”) e la sua dissacrante visione del mondo religioso. Il texano si muove sul terreno che più gli è congeniale creando un pulp horror alle porte del distopico, con un linguaggio scurrile che miscela il western allo splatter zombiesco, tra mad doctor, zombi rieducati grazie a innesti cerebrali (bella idea) e un nuovo credo, ideato da un'eresia del cristianesimo, che ha la funzione di abbindolare le menti dei superstiti per i fini privati del profeta di turno (metafora contro le religioni, presentate alla Marx quale oppio dei popoli). Azione, sesso, fucilate, inseguimenti automobilistici e alta componente visionaria, in un contesto scenografico post apocalittico esaltato dalla calura e dalla visione di un deserto infarcito di cadillac colme degli scheletri di coloro che un tempo ne erano stati i conducenti. Memorabile la descrizione del centro di culto, con la riproduzione blasfema (con tanto di membro equino) di un Cristo in croce alto venticinque piani. Esilarante.

Interessante, infine, Saxophone (“Sassofono”) del misconosciuto Nicholas Royle (presente in antologie curate da Stephen Jones edite da Newton & Compton) che, allineandosi al racconto (meno strutturato ma più cinico) Wet Work (“Lavori Sporchi”) di Philip Nutman presente anch'esso nel testo, propone zombi soldati intenti a sparare a guidare camionette. A colpire è il contesto geografico incastonato nel teatro di una terza guerra mondiale. Racconto oramai fuori tempo storico, ambientato in un Europa ancora divisa dalla cortina di ferro dove l'impiego di armi batteriologiche ha riportato in vita i morti. Gli zombi lottano uniti, non più divisi dalle bandiere che rappresentavano un tempo, contro gli umani in quella che diviene una guerra nella guerra. Il fine dei ritornanti non è più costituito da ragioni alimentari ma grava attorno a un giro di organi debitamente estirpati ai viventi e poi venduti sul mercato nero a suon di dollari. In questo contesto un ex soldato ceco, un tempo sassofonista, cerca la via per poter di nuovo suonare a fiato il suo strumento prediletto. Gli andrà male, in un epilogo triste e commovente.

Lievemente inferiore a questi racconti è It Helps If You Sing (“Fa Meno Male se Canti”) del maestro di Liverpool Ramsey Campbell. Racconto a cui manca un finale e una struttura forte, ma che riesce comunque a colpire. Campbell gioca molto sul degrado urbano e ironizza sulle pratiche dei testimoni di Geova (menzionati anche nel racconto Choices). Solo che qua, a entrare in azione, sono gli adepti di un prete impazzito, votatosi al voodoo, e intenzionato a eliminare le differenze sessuali nell'uomo del futuro. Solo così, a suo dir, la nuova carne potrà risorgere ripulita dal peccato. Racconto dunque che cerca, ancora una volta, di riscrivere la religione, con i classici reverendi impazziti già incontrati nel testo di Vasey e in quello di Lansdale. Troveremo un quarto reverendo nel delirio splatter Jerry's Kids Meet Wormboy (tradotto col brutto titolo di “Vermone e i Figli di Jerry”) di David J. Schow (autore conosciuto dai lettori delle antologie horror della Newton & Compton e della Independent Legions). Schow, senza tanto interessarsi all'intreccio, mette in scena un duello tra un obeso laido mangiatore di vermi e di zombi, che si è arroccato nei pressi del cimitero locale tra trappole esplosive e trincee, e un Reverendo esaltato che è riuscito ad addomesticare gli zombi col veleno dei serpenti a sonagli, facendo di essi il suo seguito religioso. Poco contenuto, splatter e vomito a volontà, tra fucilate e detonazioni. Mediocre, pur nella sua ironia dissacrante, anche se può divertire gli amanti degli eccessi.

Oltre questi racconti c'è molta mediocrità.

Regala qualche brivido Bodies and Heads (“Corpi e Teste”) di Rasnic Tem che però non riesce a conferire una struttura forte al narrato. Horror e sesso si mischiano in una versione politicamente scorretta e altamente splatter. Sparare alla testa qui non è sufficiente per abbattere i “ritornanti” semplicemente perché, oltre agli zombi, si innesca un'evoluzione della pandemia che colpisce anche i non morti. Questi si estirpano la testa dal collo e usano il loro corpo come una grande testa, in cui i capezzoli sono gli occhi, l'ombelico il naso e l'organo sessuale la bocca. Immaginate già da soli con cosa si ciberanno questi esseri.

Risultano incompiuti, dopo interessante costruzione iniziale, Like Pavlov's Dog (“Come Cani di Pavlov”) dello sconosciuto Stephen Boyett e A Sad Last Love at the Diner of the Damned (“Un Triste Ultimo Amore allo Snack dei Dannati”) del più noto Ed Bryant. Entrambi gli elaborati, soprattutto quello di Bryant, vanificano una buona costruzione iniziale a beneficio dello splatter.

Boyett, su una distanza prossima al romanzo breve, fornisce un iniziale taglio fantascientifico non riuscendo però a renderlo centrale, tanto da scadere nello scontato spara tutto. A colpire è l'idea di una stazione sperimentale nel cuore del deserto dell'Arizona, in cui si valuta l'opportunità di esportare il progetto per fini colonizzativi su Marte. All'interno del luogo, infatti, sono state riprodotte tutte le condizioni che caratterizzano i diversi habitat della Terra. Curiosamente, per chi cerca di esportare la vita nello spazio, un morbo zombi spazza via il mondo esterno e, a poco a poco, finisce per esser introdotto (dall'uomo stesso e per futili motivi) anche all'interno dell'unico posto sulla terra non colpito dal cataclisma. Della serie “muoia Sansone con tutti i filistei”. Più action che altro, vanta un certo studio psicologico dei personaggi rinchiusi in quello che dovrebbe essere un ambiente asettico.

Taglio cinematografico da teen movie per Ed Bryant, con cui si introduce in questa analisi lo studio della componente presente in buona parte dei racconti (compreso quello di Lansdale), molti dei quali non riusciti, ovvero la matrice sessuale a coprire le carenze della narrazione. Un po' come per il racconto di Boyett, ci troviamo in una località campagnola americana dove il morbo zombi non è ancora esploso. Dilagherà di lì a poco per l'incapacità degli uomini di trattenere i propri impulsi sessuali. Un richiamo questo che persisterà a manifestarsi anche da morti. Epilogo trash davvero di cattivissimo gusto, con momenti hardcore zombi che nemmeno Joe D'Amato in Porno Holocaust.

Brutti in tutto e per tutto gli altri quattro racconti. Sorprende la bocciatura totale di Richard Laymon e Les Daniels, altrove efficaci.

Laymon propone l'insulso e gratuito Mess Hall (“La Mensa”) che parte nella forme del thriller e si trasforma in horror. Due amanti, incuranti della catena omicida di un serial killer denominato Il Mietitore che agisce con modus similar Mostro di Firenze, finiscono preda dell'omicida. L'uomo, dopo aver rapito la ragazza e ucciso a fucilate il ragazzo, avvia i suoi rituali sadici a base di tortura e stupro, quando un gruppo di sette zombie sopraggiungono inavvertitamente ad aiutare la giovane. Si tratta delle sette precedenti vittime del killer. Da qui in avanti il racconto, interessante per i dialoghi nella prima parte, si trasforma in una particolareggiata descrizione delle azioni messe in atto dalla giovane. La poveretta, ammanettata a un tronco, si troverà costretta a difendersi anche dalle zombi e a liberarsi dalle manette (una fissa per Laymon, di cui ricordiamo l'ottimo La Vasca, ispirazione per Il Gioco di Gerald di King).

Fa peggio Les Daniels col suo The Good Parts (“I Pezzi Migliori”), in cui i giornaletti porno diventano didattici per una bimba concepita da due zombi e allevata da ciò che rimane di un uomo un tempo obeso.

Blossom (“Fioritura”), dello sconosciuto e mai più tradotto in Italia Chan McConnell, è un volgare hardcore horror intriso di sesso sadomaso che vede due squallidi soggetti, un alto finanziere e una segretaria amante dei soldi, trovare la morte durante il loro amplesso. Il primo, assai egoista e perverso, uccide durante il rapporto la compagna, da poco conosciuta. Non soddisfatto, intrattiene un rapporto sessuale col cadavere senza ricordare quanto detto poco prima dalle radio. Delle bizzarre radiazioni stanno infatti riportando in vita i morti. Indovinate un po' come andrà a finire....

Less Than Zombi (“Meno di Zombi”) del critico cinematografico Douglas Winter è un guazzabuglio frammentario di descrizioni che sembrano voler fungere da critica sociale verso una nuova generazione assuefatta da alcool, droga e film sempre più orientati al torture porn. I veri zombi allora sono gli uomini, con buona pace delle evasioni fantastiche.

CONCLUSIONI

Book of the Dead, se si considera l'anno di uscita in Italia (il 1995), è un'antologia horror diversa dal solito. Il suo voler spingersi oltre i limiti la rende di una truculenza e di un'impostazione sovversiva che annichilisce materie come il sesso e la religione. Se fosse un film sarebbe severamente vietata ai minori di anni 18. Ha comunque avuto successo sul mercato e ha permesso a Skipp & Spector di vincere la loro scommessa. L'hardcore horror, piaccia o meno, è da tempo una realtà editoriale anche in Italia.

 

I curatori John Skipp & Craig Spector

"Il mondo possiede un impeto che né tu, né io, né tutte le stramaledette anime che ci vivono sopra potranno mai contrastare. Per prima cosa devi accettare questo fatto. Dopo di che, ti rimangono due scelte: puoi lasciare il mondo morendo, visto che questa è la sola via d'uscita che funzioni. Oppure puoi assecondare l'impeto e vivere finché ti riesce, sperando contro ogni evenienza che il mondo possa migliorare. Cercare di contrastare il suo impeto equivale ad abbandonare la partita.

Recensioni Narrativa: IL RITORNO DEI GRANDI ANTICHI - PARTE PRIMA a cura di Gianfranco De Turris.

Autore: AA.VV..
Curatore: Gianfranco De Turris.
Anno: 2020.
Genere:  Horror tributo Lovecraft.
Editore: Delos.
Pagine: 248.
Prezzo: 15,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Il Ritorno dei Grandi Antichi è un'antologia evento, articolata su due volumi per un totale di ventisette autori per altrettanti racconti. Dietro al progetto non c'è un curatore dell'ultima ora, bensì il più quotato curatore, specie dopo la scomparsa di Giuseppe Lippi, della “vecchia” scuola del fantastico italiano. È infatti Gianfranco De Turris ad aver voluto il progetto e ad aver scelto personalmente gli autori, con una cura severa e attenta nello scegliere i testi più in linea al manifesto di partenza, dando anche spazio ad alcune nuove proposte da affiancare ai “Grandi” (e non un aggettivo speso a caso) del fantastico italiano.

Abbiamo definito De Turris il “più quotato” curatore in vita dedito al fantastico poiché, senza andare a pescare nella sua sterminata produzione del secolo scorso, basta ricordare alcune delle più riuscite antologie interamente italiane degli ultimi anni che propongono il fantastico in una varietà di temi tali da rendere imperdibile ogni uscita. L'impegno del De Turris curatore si snoda dal giallo fantascientifico come l'antologia del Giallo Mondadori del 2010 Sul Filo del Rasoio (trovate nel blog la recensione), all'ucronia italica rappresentata dall'imperdibile antologia Fantafascismi (Bietti Edizioni, 2018), al tributo felino costituito da Il Libro dei Gatti Immaginari (Jouvence, 2016), al catastrofico sulla scia della profezia Maya Apocalissi 2012 (Edizioni Bietti, 2012) fino a toccare l'orrore e a riproporre autori dimenticati della proto-fantascienza italiana in modo da riportarli in auge grazie a Le Aeronavi dei Savoia (Edizioni Nord, 2001).

De Turris, pertanto, è un nome che non ha bisogno di presentazioni nell'ambito della letteratura fantastica. Saggista, scrittore, giornalista, vice-caporedattore del Giornale Radio Rai per la cultura, ideatore del programma di Rai Radio 1 L'Argonauta, consulente editoriale per le Edizioni Mediterranee, direttore di molteplici riviste di critica fantascientifica e/o fantastica e presidente del Premio J.R.R. Tolkien per tutto l'arco temporale in cui lo stesso è stato vigente (1980-1992). Queste sono solo alcune delle innumerevoli cariche e attività tenute nel corso degli anni da De Turris, conosciuto anche quale esperto di storia delle religioni, mitologia, filosofia ed esoterismo. A lui si deve lo sdoganamento in Italia di autori quali Howard P. Lovecraft (pubblicato per la prima volta in Italia da Fruttero & Lucentini), Tolkien e Gustav Meyrink (già in precedenza proposto sul mercato italiano dal filosofo estremista Julius Evola, anch'esso oggetto di studio approfondito da parte di De Turris). De Turris non si è limitato a proporre i grandi maestri della letteratura, ma ne ha offerto una rilettura coraggiosa e all'epoca rivoluzionaria, del tutto distaccata dalle opinioni di colleghi ancorati su visioni decisamente superficiali. A inizio anni settanta, per la Fanucci Editore, De Turris (insieme a Sebastiano Fusco) è stato il primo che ha “innalzato” la letteratura fantastica dal basso rango di letteratura di mero intrattenimento a cui era stata ridotta dalla critica ufficiale e dai giornali. In quegli anni, e in parte anche oggi, il fantastico era considerato materia per ragazzini frustrati. De Turris e Fusco, contrariamente ai colleghi ancorati su posizioni meno rischiose e convenzionali, operarono una revisione dei testi al fine di portare alla luce da essi una versione moderna del Mito. Il fantastico avrebbe pertanto avuto una forte radice collegata a un profondo passato (la cosiddetta “storia sacra delle origini”) e non sarebbe pertanto stato il frutto della prima Rivoluzione industriale.

Undici volte vincitore del prestigioso Premio Italia sia come curatore, che scrittore (ha pubblicato svariati romanzi e racconti), saggistista e autore di articoli pubblicati su riviste, De Turris è stato uno dei principali divulgatori del fantastico in Italia, una figura monumentale eppur non tributata a dovere a causa di una critica politicizzata (orientamento di sinistra) mirante a ridurne l'importanza per le simpatie destrorse che De Turris, se è vero che siamo in una democrazia, ha manifestato in più di un'occasione. Al di là delle critiche, resta oggettivo che il sapere di De Turris sia tale da renderlo un'enciclopedia vivente del fantastico, uno studioso appassionato e appassionante che si porta dietro un aspetto che funge da collante a tutte le sue molteplici iniziative: la qualità.


LA GENESI DEL TESTO

Il Ritorno dei Grandi Antichi si presenta quale seguito ideale di un'antologia curata trent'anni fa da De Turris che si intitolava Gli Eredi di Cthulhu. Nel 1990, infatti, De Turris maturò l'idea di proporre all'editore Solfanelli un'antologia di scrittori italiani, molti dei quali emersi nell'ambito del Premio Tolkien, chiamati a importare il mito dei grandi antichi nella landa italica. Un'opera composta da venti racconti che ha acquisito, nel corso degli anni, rango di volume da collezione, ma che purtroppo non è di semplice reperimento.

Dopo tre decadi, ispirato da alcuni dialoghi con lo sceneggiatore Antonio Tentori e preceduto da I Racconti di Dagon (antologia collettiva curata da Fabio Calabrese nel 2018 per la Dagon Press), De Turris ha deciso di realizzare quella che ha definito la sua ultima antologia dedicata al Solitario di Providence. Essendo autore coinvolto nel progetto, posso rivelare la via attraverso la quale il Maestro ha selezionato gli autori, sei dei quali già presenti ne Gli Eredi di Cthulhu e cinque ne I Racconti di Dagon. La prima condizione era che i racconti non fossero già editi, pertanto quelli che potrete leggere ne Il Ritorno dei Grandi Antichi sono tutti racconti originali e mai apparsi prima. In seconda battuta, anche al fine di lanciare scrittori emergenti, De Turris ha messo in circolazione un manifesto con riportate le caratteristiche richieste per essere selezionati invitando chi fosse interessato a sottoporgli i testi. Si doveva, in buona sostanza, trattare di racconti ambientati in epoca contemporanea, con tutte le problematiche che ammorbano la società e in cui inserire le divinità del pantheon lovecraftiano inteso nel suo più ampio significato, vale a dire comprendendovi tutte quelle divinità ideate anche dagli eredi narrativi dello scrittore di Providence.

Il risultato finale è stato più che buono, probabilmente oltre le aspettative del curatore che ha raddoppiato la proposta e ha ottenuto dalla Delos la pubblicazione di due antologie (al posto di una) facenti parte del medesimo progetto. Ventisette autori coinvolti, tra i quali veri e propri assi del fantastico all'italiana. Non si contano infatti i riconoscimenti ottenuti in carriera dalla squadra predisposta da De Turris. Abbiamo tre duplici vincitori del Premio Urania, tre vincitori del Premio Italia, tra cui l'autore (Donato Altomare) con il maggior numero di affermazioni nella categoria “miglior romanzo”, un vincitore del Premio Scerbanenco, finalisti al Premio Tolkien, al Premio Hypnos, al Tedeschi, al Rill e un candidato al Premio Strega.

Tanti nomi di qualità, molti dei quali editi dalla Mondadori, messi insieme non per fare colpo sui potenziali acquirenti, ma chiamati, pena esclusione, a presentare testi all'altezza dei target del curatore.

La precedente antologia dedicata a Lovecraft
curata da De Turris.

VALUTAZIONE GENERALE

Il buon lavoro svolto da De Turris lo si nota nell'omogeneità, qualitativa e stilistica, dei racconti. A differenza della quasi totalità delle antologie che capita leggere, Il Ritorno dei Grandi Antichi Parte I presenta ben pochi bassi (se vogliamo chiamarli così) e quasi tutti alti. Inevitabile il fatto che ci siano dei racconti più riusciti di altri, ma la differenza tra questi è poco evidente. Ne viene fuori una lettura estremamente piacevole dove, contrariamente ad altri progetti, i racconti hanno tutti un inizio degno di tale nome, uno sviluppo centrale e un epilogo. Non sono stati selezionati, per dirla in altri termini, testi che potessero dare l'idea del mero esercizio di stile (magari giocato sull'azione) fine a sé stesso. Racconti, cioè, caratterizzanti un mero momento estrapolato da un contesto più ampio di cui poi non viene data spiegazione o approfondimento. In questo senso, forse, potrebbe esser ricondotto il solo testo di Max Gobbo che trasforma un racconto di tensione (Il Ritorno dei Grandi Antichi) in una farsa cinematografica.

La tematica è chiaramente legata a Lovecraft e ai suoi allievi, tuttavia il background dei racconti è molto diverso. C'è una forte componente crime, dove l'orrore emerge a seguito di indagini di polizia o comunque da attività illecite inserite in un contesto urbano (di solito Roma), ma ci sono anche diversi racconti satirici che arrivano ad abbracciare il comico, per non parlare di gialli o racconti velati da un sentimentalismo malato dove il “mostro” si unisce all'umano.


VALUTAZIONE SPECIFICA

Pochissimi i racconti che cercano di innovare il mito degli antichi in un'ottica completamente diversa dalla narrativa di Lovecraft, senza però “scadere” nello sperimentalismo. Il solo Alessandro Bottero col suo Terrario opera in modo marcato in questo senso, immaginando Nyarlathotep nei panni di un finanziatore di ONG che, andandosene in giro con un paio di occhiali da sole che celano l'abisso del suo sguardo, foraggia il mercato delle fake news per permettere al suo governo ombra di muovere il filo dei burattini che mandano avanti il teatrino che noi chiamiamo società civile.

Distante dallo stile di Lovecraft è anche il dissacrante e comico I Guardiani. Lo firma il plurivincitore del Premio Urania Francesco Grasso, che ci dice che l'orrore quotidiano di una Roma flagellata dalla sporcizia, dai disservizi, dai governi (PD) che cadono in continuazione e dalla febbre da social network è ben superiore alla minaccia del ritorno in superficie di una creatura che garantisce paura e terrore. Del resto i cittadini moderni non sono certo degli “idioti masochisti e decerebrati”, anche se qualche dubbio potrebbe legittimamente porsi dal momento che “gli elettori calabresi votano in massa per Salvini”. Memorabili i dialoghi tra i due ragazzotti che parlano romano con l'araldo di un grande antico, mandato in superficie per annunciare il ritorno del suo Signore, che viene scambiato da tutti come un fan in costume in cerca della mostra del fumetto, annullando con l'ironia ogni sortilegio dallo stesso perpetrato e non prendendo sul serio neppure esplosioni e dimostrazioni di superiorità.

Particolare è poi Il Dono di Thoot del sorprendente Andrea Gualchierotti, che propone un elaborato che sarebbe stato perfetto per un'antologia dedicata al Gustav Meyrink dei tempi di Simplicissimus. Testo complesso e dissacrante al punto giusto, con un personaggio evoluzione moderna di Pitagora e soprattutto del Gurdijeef che con la “musica oggettiva” mirava ad aprire la sedicente “quarta via” attraverso un sistema di melodie e armonie finalizzate a esercitare effetti determinanti e determinabili nell'animo degli ascoltatori. Al centro del narrato, c'è il superamento del “suicidio” quale atto deprecabile e con esso l'abbattimento delle religioni convenzionali quali dottrine centrali nell'ambito della storia dell'umanità. Tutto questo in vista di un ribaltamento dei valori e dell'apertura del cosiddetto terzo occhio (che però non porta alla trascendenza ma alla morte). Un po' satirico e intriso di una forte ironia. Scritto comunque con grande stile e competenza, Il Dono di Thoot contende il titolo di miglior racconto della collana a La Voce dei Creatori di Diego Gnesi Bartolani. Gnesi Bartolani, autore due volte finalista al Premio Hypnos, offre un contributo, a differenza dei tre sopramenzionati, lovecraftiano al cento per cento. Un'indagine di polizia fa giungere due agenti, nella desolazione di una campagna lucana vestita da Monument Valley, sulle tracce di un soggetto sospettato di pedofilia, già monitorato dai servizi segreti americani in quanto creatore di strani congegni che misurano le onde cerebrali. Dietro all'uomo, però, si cela un crimine ben più ampio di una semplice violenza ai danni di un bambino (che tale non è più), qualcosa che lo ha messo in diretto contatto con una creatura che rivela il vero ruolo dell'uomo (essere uno schiavo degli Dei) e riscrive l'intera creazione quale freddo esperimento di laboratorio. “Dio e il diavolo sono due facce della stessa medaglia.” Finale memorabile, da apice del terrore; davvero applausi.

Notevoli i testi degli esperti e scrittori di lungo corso Marco De Franchi (nel blog trovate la recensione del romanzo il Il Giorno Rubato) e Luigi De Pascalis, entrambi piuttosto in linea agli stilemi lovecraftiani e autori da anni agli ordini di De Turris. Gioca sull'onirismo Il Sicario Sfortunato, un racconto di ambientazione romana, a metà strada tra crime fiction e horror, scritto divinamente da De Franchi, che si muove sulla credenza secondo la quale le droghe aprirebbero“fessure nella realtà attraverso cui dare uno sguardo a quello che c'è dietro ovvero al vero aspetto del mondo”. Il narrato ruota attorno alla messa in commercio sul mercato delle droghe di un fungo allucinogeno di antiche origini romaniche. Ribattezzato col nome de “Il succo di Yuggoth”, il fungo permette a chi lo assume di varcare temporaneamente e sotto l'effetto della sostanza il portale che separa il nostro mondo da quello in cui eravamo prima della fuga. Oltre la realtà vi è una landa desertica la cui sabbia è fredda e tagliente e in cui, a orizzonte, si muovono degli esseri ciclopici che non si palesano agli uomini, lasciando solo intravedere le loro forme. È qui dove finiscono i nostri morti ed è da questo luogo che gli antichi Dei potrebbero fuggire per dominare la nostra realtà. L'assunzione della droga infatti lascia aperte le porte che mettono in comunicazione il nostro mondo con l'altrove.

De Pascalis resta ancorato nella nostra dimensione per strizzare l'occhiolino a L'Invasione degli Ultracorpi. Il suo La Cripta del Campanile è gestito nella sempre affascinante forma della leggenda metropolitana raccontata, in una bettola, da un vecchio considerato lo scemo del villaggio. La storia è ambientata in un piccolo paesino spagnolo, un tempo sede dei templari e poi del Tribunale dell'Inquisizione, in cui è all'opera, in gran segreto, una congrega di individui devoti a Cthulhu. Il centro del complotto è la Chiesa locale e il parroco che vi tiene i riti. Sotto la struttura, un tempo tempio di un credo antico, si apre un corridoio sotterraneo corredato dai simulacri mummificati di tutti gli abitanti del paese. Chi entra là dentro per sbirciare il segreto che deve restare tale è destinato a mutare in un essere senza tempo chiamato a servire i grandi antichi al momento della venuta al mondo del Dio.

Eccezionale, ma concluso in modo discutibile per il suo voler suggerire che la vita è un complesso di sogni alternativi, è Quando le Stelle si Spensero di Donato Altomare. Un giallo/poliziesco in cui horror, scienza e narrativa si miscelano nella forma di un racconto apocalittico nel segno della fine del mondo. Notevole per lo sviluppo centrale, che vede il Dio cieco e idiota Azatoth, creatore dell'universo partorito durante il sogno, risvegliarsi e ingoiare, una a una, tutte le stelle dell'universo, riservando la Terra e il sole quale suoi ultimi pasti. A risvegliarsi però è anche Cthulhu, adagiato negli abissi del polo nord e infastidito da un sommergibile russo. Il dio anfibio scatena il caos sulla terra, compiendo atroci e mirati omicidi finalizzati a sovvertire l'ordine costituito. Nella notte, mentre le vittime dormono, discende su di loro nella forma di un buio pesto e le vampirizza con uno stile tutt'altro che gotico. Le vittime sono scelte in modo capillare: capi di stato, direttori di giornali e alte cariche religiose, papa compreso, vengono rivenuti dagli indagatori nelle forme e con le tracce più incomprensibili. Un professore di filosofia, che sembra un alter ego di De Turris (si chiama De Tassis), è l'unico ad aver intuito cosa sta succedendo ma, come dice il vecchio adagio di Jonathan Swift, “quando un vero genio appare in questo mondo, lo si può riconoscere dal fatto che tutti gli idioti sono coalizzati contro di lui.” Grande tensione e grande curiosità per comprendere come andrà a finire. Altomare però disinnesca la bomba e lascia aperta la speranza. Con un finale diverso, sarebbe stato un gioiello.

Curioso La Divoratrice di Mostri, in cui Roberto Genovesi punta su archetipi evergreen, quali il gatto guardiano “dell'inferno”, la casa infestata e la creatura malefica imprigionata da un sortilegio in un luogo chiuso che chiede di essere liberata tentando di corrompere l'uomo (ricorda anche il Lucifero cristiano incatenato per mille anni da Dio). Bella dose d'azione e buona caratterizzazione di strani oggetti, dalla forma di palle elettriche fluttuanti, al servizio dei grandi antichi, che si presentano in una forma che non è né animale né vegetale.

Luci e ombre per i due testi sentimentali dell'antologia. Il primo di questi è Sussurra il Mare, firmato dall'unica scrittrice del gruppo (Maria Teresa Casella) che regala una commistione tra Il Richiamo di Cthulhu e Il Modello Pickman. L'acquisizione in eredità di una villetta sulla baia di Arkham dischiude una realtà aliena agli occhi di una giovane pittrice. A fungere da portale tra i due mondi è una reliquia a forma di drappo sacrificale in cui è rappresentata una piovra dallo sguardo intenso. Sospeso tra realtà, sogno e delirio, il racconto della Casella è un elegante elaborato che sfocia in un omicidio finale a metà strada tra la pazzia e l'incubo soprannaturale. Evocativo e culminante in una storia d'amore malato.

Più diretto è Nel Cuore Oscuro del Mondo, forse il più splatter e “mostruoso” del lotto, tanto da ricordare alcuni romanzi di James Kahn (penso a Tempo di Mostri, Fiume di Dolore). Se la Casella è evocativa e accomodante (l'amore si realizza pur nella tragedia), Emanuele Delmiglio è specifico al dettaglio nonché pessimista (l'amore è impossibile e genera orrore). Il protagonista del suo racconto è un soggetto ascoltato e registrato dagli psichiatri dopo che è stato sorpreso a vagare, proferendo strane parole. L'uomo, un contadino veronese dal passato promiscuo e isolato, narra la vicenda che lo ha visto unirsi carnalmente a una creatura, in apparenza donna, imparentata con esseri innominabili e mostruosi. Corridoi e sotterranei aperti su dimensioni parallele costituiscono il limite tra la realtà e il mito, ma anche tra la ragionevolezza e la pazzia, in quello che sembra essere una buona e originale riscrittura di un racconto sui vampiri.

Omaggiano Brian Lumley La Pietra Etiope di Alessandro Forlani e Il Dio che Striscia di Claudio Foti, entrambi interessati a Shudde M'ell e ai lumaconi che inglobano le persone trasformandole in esseri flaccidi e contaminati dal verme. Più visionario il melanconico Forlani che, partendo dai ricordi di famiglia rappresentati da una serie di foto che svelano - a poco a poco - un lontano mistero incentrato su una pietra etiope, immagina realtà alternative dove gli pterodattili sorvolano sulle rovine delle città moderne. Legato alla realtà Foti, che ci porta nei sotterranei romani dove trovano rifugio immigrati e soggetti che cercano di sottrarsi ai controlli della polizia. Tra incubi e realtà, la leggenda del grande verme prende sempre più consistenza, contaminando i corpi e la natura umana.


CONCLUSIONE

Forse non troppo “pompata” dalle Delos Digital, Il Ritorno dei Grandi Antichi ha avuto un'attenzione minore rispetto alla qualità dimostrata. Il volume, presentato in due uscite con racconti inseriti in base all'ordine alfabetico dei cognomi dei rispettivi autori, si presenta, per gli appassionati del weird, quale una delle migliori antologie in assoluto della stagione 2020. Un'uscita che è valsa l'ennesima nomination al Premio Italia, quale miglior curatore, a Gianfranco De Turris, mentre l'antologia è stata inserita in ottava posizione (su una proposta costituita da una quarantina di antologie) all'ambizioso premio senza però centrare, per pochissimi voti, la qualificazione alla finale. Nessuno degli autori ha raggiunto la qualificazione alla finale del Premio Italia. Alessandro Forlani, con sei voti, ha ottenuto il maggior numero di segnalazioni al premio, precedendo Pierfrancesco Prosperi e Matteo Mancini (mi deve aver votato qualche amico, non essendo affatto il mio testo uno dei tre migliori del progetto) inseriti nella seconda parte del testo.

Lo ripeto, per i lettori legati ai miti di Cthulhu è imperdibile e, probabilmente, essendo stata realizzata con un numero limitato di copie, diventerà un volume da collezione. Da comprare.

 
Il curatore GIANFRANCO DE TURRIS.
 
 "In questa antologia non ci sono soltanto le storie di puro orrore, non mancano le storie poliziesche, le storie d'amore, la pura cronaca e addirittura il grottesco, l'umoristico, il sorprendente e il surreale, lo psicologico e il metaletterario."