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sabato 25 aprile 2020

Racconto del 2020 di Matteo Mancini: FRATELLI DI ITALIA



Nel giorno del 25 aprile, festa di liberazione, pubblico un mio racconto scritto nel periodo del Corona Virus. Nel testo non parlo esplicitamente del virus per evitare di rendere obsoleto il testo una volta passato il periodo. A ogni modo il riferimento all'incubo che attananglia il mondo in questo perioro è piuttosto marcato.


FRATELLI D'ITALIA

di 

Matteo Mancini

Mi affaccio alla finestra, la mia ultima visuale sul mondo... un mondo lontano, alieno. Vorrei gridare che ci sono, che vivo ancora... ma le mie parole si disperderebbero in un vento freddo che sferza le nubi, facendole correre ignare di tutto e di tutti, nell'azzurro che incastona l'intero creato. Le vedo sorvolare lassù, in alto, indifferenti. Scivolano in quel cielo che sembra essersi dimenticato di noi. Noi, le creature predilette dal gran Dio, sconfitte da un nemico invisibile, che neppure si vede a occhio nudo. Un mostro da cui non siamo riusciti a difenderci, inebriati dalla nostra arroganza, dalla cura nella difesa del patrimonio piuttosto che della vita. Pensiamo sempre troppo tardi a quali siano i veri beni da difendere, poiché le posizioni di privilegio sono troni da cui è difficile discendere. Le cose che possediamo alle fine ci possiedono e ci conducono alla tomba con l'illusione di deliziarci.
Abbiamo violentato tutto per anni, deforestizzato i polmoni del mondo, sostituendo l'ossigeno con i veleni vomitati da ciminiere e tubi di scappamento e ora ne paghiamo le conseguenze. La ribellione della natura è stata imprevedibile, eppure in linea con i meccanismi che regolano la catena alimentare. Ha mutato un virus che colpiva le bestie per infettare la creatura ribelle che ha debellato il padreterno. Così è stato introdotto un nuovo competitore dell'uomo, un avversario contro il quale gli scienziati non sono stati capaci di vincere. Un essere non essere che muta di continuo forma, induce a pensare di esser stato debellato e poi ritorna più aggressivo di prima.
Che diavolo sta succedendo? È una prova che dobbiamo superare per ascendere a un'esistenza che rinnovi gli antichi valori, una lezione da assorbire a caro prezzo oppure l'inizio della fine su cui i nostri pastori ci hanno sempre voluto tenere desti.
A mio avviso è la condanna alla nostra superbia. Una di quelle piaghe uscite dalla Bibbia che pende dalla mensola sotto la quale prego ogni notte prima di andare a letto, dopo essermi affacciata sull'uscio, oltre il quale mio figlio sogna un futuro che forse non potremmo mai dargli.
Sul tavolo c'è ancora l'ultima copia del quotidiano che ero solita leggere. Ora non escono più i giornali, tutto è fermo. La prima pagina mi ricorda la catastrofe. Milioni di morti in tutto l'emisfero. Per giorni fuori hanno marciato i militari, scesi in campo a sostituire le decimate forze di polizia. Gli ordini in corso sono tanto dolorosi quanto inevitabili: sparare a vista contro ogni violatore dei precetti dettati dai decreti della Presidenza del consiglio. Ogni mattina, alle ore 11,00, un altoparlante applicato su un elicottero dell'aeronautica ricorda gli articoli e le punizioni per i trasgressori. La legge marziale ha debellato ogni diritto costituzionale. Siamo in guerra, una guerra mai affrontata dall'uomo. Una guerra nuova, una guerra batteriologica. Una situazione folle che ha portato alla decisione di oscurare tutti i canali e persino chiudere le comunicazioni internet. Il mondo e tutte le attività che lo riguardavano sono state sospese, forse interrotte per sempre. Siamo i protagonisti inattesi di una della pagine più importanti della storia del mondo. È come se la vita avesse subito una pausa, i giorni hanno perso il loro valore. Non esistono più festivi, né il sabato o la domenica. Ventiquattro ore sempre uguali che si rincorrono non più cadenzate dagli avvenimenti che erano soliti rendere più leggera la nostra attesa della morte. Il silenzio è la colonna sonora di questo spettacolo spettrale. La noia la fidata compagna.
Fuori non si vedono uomini. Gli animali selvatici hanno preso possesso di quanto un tempo ci apparteneva. Sulla strada cinghiali, volpi e daini corrono liberi, in un'inattesa vittoria sulla razza che li aveva soggiogati. In cielo, oltre poiane e gabbiani, volano droni che spiano movimenti sospetti da parte dei contravventori. Sono stati programmati in modo da trasmettere le coordinate dell'avvistamento, così da consentire alla pattuglia più vicina di individuare i disubbidienti e reprimerne con la forza la violazione. Uscire significa morire, se non per il nemico mondiale che ci attanaglia, per nostra stessa mano. Si può solo aprire la porta per prendere i sacchetti settimanali della spesa, pasti gentilmente offerti dallo Stato e consegnati dall'esercito. Per il resto si deve stare in casa, a impazzire in continui rimuginamenti mentali che si sgretolano al cospetto del grande mistero della vita.
Leggo di continuo i nomi di alcuni amici che ora non ci sono più. Me li sono appuntati in un'agenda, quando ancora era possibile informarsi. Non li incontrerò mai più, sebbene veda ancora qui davanti a me i loro sorrisi e ne oda le voci. Per ognuno ho un ricordo, un momento speso in comune. Tutto scorre, passa e se ne va. Sembrano le immagini di un film felice a cui un montatore privo di senno, pressato da un produttore a caccia di incassi, ha tagliato l'epilogo per inserirne un altro in balia dell'orrore. Siamo sul filo di un rasoio che minaccia di ridurci in brandelli. Cancelliamo i giorni che cadono da un calendario in vista dell'unico appuntamento rimasto.
L'assillo di veder riapparire sui monitor l'uomo di cui ormai noi tutti temiamo le parole mi consuma. Pur di esorcizzare il panico, mi rifiuto di accendere la televisione che trasmette vecchi film in sequenza. È un incubo che non finirà più, un gorgo da cui spero di liberarmi, insieme al mio piccolo che ora, nel sonno, corre felice tra i prati inseguendo con gli amici una palla su un campo di gioco.
Sono stanca, distrutta nel corpo e nella mente. Mi addormento con la testa affondata tra le braccia e nuoto nel mondo dei sogni, la dimensione ulteriore in cui tutto è possibile. Vengo rapita da Morfeo, trascinata da una mano invisibile che mi afferra e mi induce a danzare seguendo le note di un concerto di violini zigani. Sono leggera, libera. I miei piedi staccano dall'erba e sospesi mi sostengono a mezz'aria. Poesia e magia mi donano l'evasione che mi dona il lusso di non impazzire. È l'amore l'emozione che mi dona minuti che non seguono le logiche dettate dal moto del pianeta terra. Sono felice, aperta a quanto di bello la vita abbia da offrire, ancora portatrice delle tante aspettative che un'adolescente porta con sé. D'un tratto riapro le palpebre e di nuovo vedo il mondo. Il sole dilaga dalla finestra del mio salotto. Mi investe. Per un attimo sono cieca, finché in lontananza sento un rombo che diviene sempre più forte. I vetri iniziano a fremere, vibrano così forte che inizio a tremare.
Corro ad affacciarmi al portale che mi ricorda di essere nella realtà. È allora che li vedo. Il cuore mi balza in gola, le lacrime mi sgorgano dagli occhi. Chiamo a ripetizione il nome di mio figlio. Lo faccio in modo compulsivo. Le mie parole vengono però cancellate dal tuono che irrompe su tutto. Gli animali scappano impazziti sulla strada, li intravedo appena poiché la mia attenzione è rapita dalla triplice scia che intacca l'azzurro sovrastante. Una stella fatta dai colori verde, bianco e rosso si allarga in cielo. Sono fumogeni che proteggono la fonte del suono.
Esco di corsa sulla strada. Gli occhi mi bruciano dal pianto. Cerco l'abbraccio dei vicini, la condivisione del momento, ma non vedo nessuno.
Dai fumogeni fuoriescono sette aerei che piroettano e si capovolgono. Sono le frecce tricolore!
Guardo allora in direzione della città che si affaccia ai margini della campagna. L'aria, fresca, mi accarezza i capelli che, disciolti, si perdono nel vento. Solo ora mi accorgo, allo scemare del turbine scatenato dagli aerei, delle note che risuonano siderali. Dalle minuscole sagome degli stabili che si ergono nella desolazione risuona l'inno... l'inno della speranza. Un sorriso mi si allarga sulla faccia ed è allora che mi sento scuotere il braccio, mentre le labbra compongono il testo che fin da piccoli ci hanno insegnato. Siamo tutti fratelli d'Italia.
«Mamma... mamma... cosa faremo domani?»

«Sogneremo» sussurro, mentre sento scivolar via le mani del mio salvatore.

Aprile, 2020.

sabato 18 aprile 2020

Recensione Narrativa: LA TANA DEL SERPENTE BIANCO di Bram Stoker.



Autore: Bram Stoker.
Titolo Originale: The Lair of the White Worm.
Anno: 1911.
Genere: Horror.
Editore: Nero Press Edizioni, 2016.
Pagine: 254.
Prezzo: 10,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Testamento letterario di Abraham "Bram" Stoker che lo pubblica a Londra, corredato dalle illustrazioni di Pamela Colman Smith per la Rider and Son, un anno prima di morire, inseguendo quel successo ottenuto con Dracula (1897) e non più ripetuto. Lo scrittore irlandese vi giunge dopo aver pubblicato, a partire dal 1872, una serie di racconti fantastici di matrice grandguignolesca, tra cui il famoso Dracula's Guest (L'Ospite di Dracula), e altri dodici romanzi, molti dei quali di natura fantastica. Complice la morte dell'autore, ma anche di uno stile giudicato rozzo da più lettori, tra i quali gli scrittori Les Daniels ("stile goffo") e H.P. Lovecraft, che scrive nel suo L'Orrore Soprannaturale nella letteratura che Stoker "sciupa del tutto una magnifica idea con uno sviluppo dell'intreccio quasi infantile e una tecnica scadente", il romanzo subisce da parte della Foulsham & Company una serie di pesanti tagli, quantificabili in cento pagine, tanto da uscire nel 1925 in una versione fortemente rimaneggiata, destinata anche al mercato statunitense, con una riduzione dei capitoli dai quaranta originali a ventotto. Un'edizione che amplifica lo stato confusionario di cui era già investita la versione integrale, a causa soprattutto dei tagli praticati sul finale della storia, con cinque capitoli in meno degli undici previsti, così da rendere ancor più incoerente l'epilogo. Nonostante ciò la versione rimaneggiata soppianta, sul mercato, quella originale tanto da essere, per anni, l'unica disponibile persino in Inghilterra. Solo nel 1986 viene di nuovo ristampata, col titolo Dracula and The Lair of the White Worms, la versione pubblicata nel 1911 da Bram Stoker. Una situazione di caos che testimonia i problemi di un romanzo assai ampolloso apparso fin da subito bisognoso di scremature per potersi dire sufficientemente riuscito. Da sottolineare come il critico horror RS Hadji abbia inserito The Lair of the White Worm in dodicesima posizione nella classifica degli horror meno riusciti di sempre. Nonostante tutto The Lair of the White Worm, divenuto anche spunto per la realizzazione nel 1988 di una trasposizione cinematografica (sgangherata) affidata all'irriverente regista Ken Russell, è considerato, insieme a The Jewel of Seven Stars (Il Gioiello delle Sette Stelle, 1909), una delle opere più conosciute dello scrittore.

Edito anche come The Garden of the Evil, The Lair of the White Worm è un tardo romanzo gotico presentato per la prima volta al pubblico di lettori italiani, nel 1992, col titolo de La Tana del Verme Bianco per effetto di una traduzione di Alda Carrer realizzata per conto della Garden Editoriale e più in particolare per la collana Horror Story. Un ritardo di ottanta anni, stimolato dalla ripubblicazione in Inghilterra della versione integrale, idoneo a svegliare dall'oblio più editori, giusto per sfruttare il nome di Stoker associato al capolavoro Dracula, tanto da dar seguito ad altre quattro versioni edite in un arco temporale di ventidue anni. Escono infatti, a stretto giro di posta, le traduzioni di Rosa Russo per Fanucci Editore (1994) e di Franco Basso & Stefano Giusti per Mondadori (1995). Cinque anni dopo Giugliano cura una nuova versione per la Donzelli Editore imitato nel 2016 da Sergio Vivaldi per la Nero Press Edizioni, che confeziona un'economica edizione tascabile tuttora di agevole reperibilità.

La storia prende le mosse, un po' come Dracula, da leggende popolari, questa volta inglesi per poi perdersi in discussioni di matrice darwiniana che si dilungano senza alcun supporto scientifico. "Quando il mondo era giovane, esistevano mostri di dimensioni tali da poter vivere migliaia di anni. Alcuni di loro devono essersi sovrapposti all'età cristiana. Il loro intelletto potrebbe esser miglorato nel tempo. Se tale miglioramento sia veramente stato, se avessero persino sviluppato una forma anche rudimentale di pensiero, sarebbero le creature più pericolose mai vissute... Creature di questo tipo potrebbero aver perso qualcosa della propria grandezza, rimpicciolendosi, ma potrebbero esser cresciute in altri aspetti, come l'intelligenza. Potrebbero esser diventate umane, o qualcosa di simile."
Stoker attinge dichiaratamente dalla storia del "Serpente del Castello di Lambton" e da quella della "Donna-serpente di Bamborough. La leggenda narrava di un pescatore, infastidito per non esser riuscito a pescare alcunché, punito per aver proferito a voce alta bestemmie nei confronti di Dio. Un atteggiamento che lo aveva portato a dover combattere con un animale sconosciuto, dalla forma allungata, rimasto incagliato alla lenza della sua canna da pesca e successivamente liberato in un pozzo. Qui la bestia era cresciuta a dismisura fino a non esser più contenibile, tanto da esser in grado di avvolgere col suo corpo per tre volte un colle. Ferita da più cavalieri, il verme era stato capace di ricomporsi e solo lo scontro finale con chi lo aveva pescato ne determinò la morte.

Dal folklore Stoker trasla il suo soggetto collocandolo nell'ambito dell'aristocrazia del Derbyshire, caricandolo di un substrato misterico dove trovano spazio, pur restando sempre confinati in un sottofondo funzionale a creare atmosfera, il mesmerismo, le capacità ipnotiche e persino il voodoo. Un mix di classicismo gotico ed esoticità che promette molto bene, ma di cui Stoker non sembra intravederne le potenzialità. Invece di orientare la storia sull'azione e sulla figura del serpente bianco, l'autore appesantisce il tutto con una serie di intrighi amorosi che rendono il romanzo tutt'altro che moderno e che fungono da vero cuore della vicenda. Stoker amplifica la rete amorosa su cui già si era mosso in occasione di Dracula e, pur riducendone la carica erotica, propone una lunga serie di corteggiamenti, a volte incrociati e non sempre corrisposti, che riguardano un po' tutti i personaggi della storia. Inutile dire quanto il ritmo risenta di queste decisioni che allungano il narrato, tornando più volte su loro stesse.

La copertina di un'edizione straniera
pubblicata col titolo alternativo.

Protagonista è un giovane australiano di origini inglesi, che giunge nel territorio conincidente all'antica Mercia perché deve prendere possesso delle proprietà che uno zio è intenzionato a lasciargli in eredità. Qua si trova al centro di una serie di intrighi che coinvolgono un altro giovane uomo, di ritorno pure lui dall'estero per prendere possesso della più grande proprietà terriera della zona e per giunta confinante a quella dello zio del protagonista, e una vedova dai modi subdoli intenzionata ad accaparrarsi il nuovo venuto per assestare le decadute finanze di famiglia ("Questa è una donna con tutta la saggezza e l'intelligenza di una donna, unita alla spietatezza di una prostituta e alla testardaggine di una suffragetta. Ha la forza e l'impenetrabilità di un dinosauro. Non ci sarà spazio per la correttezza nella lotta che ci attende"). Nell'ambito di questo intrigo, che coinvolge anche due giovani cugine preda delle attenzioni dei nuovi arrivati, si alimentano gelosie funzionali a corrompere gli animi e a generare inamicizie. E' in questo ambito che prende sempre più piede la leggenda del serpente bianco. Una leggenda che qua si trasforma in un qualcosa che deborda dal folklore per prendere la via, ancor più inverosimile, di una sorta di licantropia o comunque assurda e ingiustificata evoluzione di specie.
La trama diviene confusionaria, molto ingenua, con i vari uomini e donne che si incontrano ripetitivamente nei salotti o nelle torri dei propri castelli sebbene non si sopportino e maledicano l'occasione. Qui si sfidano in lunghe sedute in cui, all'insegna di un'ipocrisia più sfrenata fatta da finte buone maniere e regole di bon ton, cercano di ipnotizzarsi o di resistere agli assalti mentali quasi come se si fosse in un gioco benedetto dal narcisismo e dall'egoismo personale.
Supportato da un vecchio consigliere, il protagonista si metterà a indagare insospettito dai modi della vedova. Questa infatti si muove con una agilità animale, ha un'avversione per le manguste che, non appena la vedono le saltano al collo, e, sfilando tra siepi e boschi, spia le mosse delle altre parti dando dimostrazione di essere nictalope. Di lei si innamora perdutamente il rozzo servo di colore dell'uomo che subisce la corte della donna senza esserne interessato; un individuo originario dell'Africa nera, capace di "odorare la morte" e di rendersi artefice di riti voodoo ma anche di biechi furti e scorrettezze di ogni sorta. L'africano reputa la vedova una Dea, ne intuisce qualcosa che sfugge agli altri, ma viene respinto con disprezzo e pagherà con a pelle questa sua passione. Stoker da ampia dimostrazione dell'epoca che fu, caricando di uno spiccato disvalore razziale l'uomo e riparando solo in parte con l'aggraziata descrizione della bellezza esotica della ragazza, anch'essa di colore, di cui si innamora il protagonista.
In questo clima di tranelli e agguati, inizia a diffondersi il sospetto che un'enorme creatura bianca serpentiforme dagli occhi verde smeraldo si aggiri nella zona. Il sospetto viene alimentato da una leggenda che grava proprio sulla proprietà della vedova, secondo cui, nascosto in un pozzo presente all'interno, si troverebbe il nascondiglio di un enorme essere antidiluviano simile a un serpente ed erede della fantastica stirpe dei draghi. Il sospetto assume sempre più la valenza della concretezza quando il protagonista e il suo consigliere intravedono di notte, sulle cime degli alberi, uno strano baluginio verde accompagnato da estensioni di bianco intenso e da un odore nauseabondo difficilmente comparabile ad altri olezzi. Un essere che finirà per braccarli anche in pieno oceano, nuotando in mare aperto tanto da esser confuso, da lontano, per una balena.
Anche quando il romanzo prende la via, per così dire, criptozoologica, Stoker finisce per rompere il pathos, tornando alle vicende amorose che riguardano i vari personaggi. In particolare insiste sulla figura del grande latifondista, che la vedova vorrebbe avere per sé, che viene sempre più preso, fino alla follia, dai suoi studi sul mesmerismo e sulle scienze occulte, venerando un aquilone dalla forma di falco che ha fatto issare sopra la propria terra per tenere lontani gli uccelli venuti in massa da ogni parte d'Inghilterra. Un individuo che finisce persino per citare le tentazioni bibliche cui Satana sottopose Dio e che, come ogni bestemmiatore, finirà travolto da un fulmine che distruggerà la sua onnipotenza ("Quando il Signore del male trasportò Lui in cima a una montagna e mostrò a Lui i regni della Terra, stava facendo quello che nessun altro pensava potesse fare. Si sbagliava. Si è dimenticato di Me. Vedrai. Ti invierò la luce così che tu possa vedere. La invierò fino ai bastioni del Paradiso.") unitamente alla sua proprietà e, al tempo stesso, al serpente. Una parte finale dove, nel pastone generale predisposto da Stoker, trovano spazio riferimenti esoterici allineati alla tradizione cristiana, quali quelli che associano la figura del drago-serpente a quella del demonio. Eppure Stoker sembra aver perduto il polso della situazione. Non sfrutta quanto la sua storia gli offre, ma procede imbabolato dai fatti narrati dando l'impressione di aver dato alle stampe un romanzo in fretta e furia senza sottoporlo ad adeguata supervisione mirata al dovuto perfezionamento dei tanti spunti dislocati lungo il testo.
Belle, pur se assai macabre, le descrizioni grandguignolesche, di cui Stoker aveva già dato ampia dimostrazione nei suoi validi racconti, che descrivono, con tocco pulp, la fine del serpente bianco. "L'interno aveva l'aspetto della battigia di un mare di sangue. Ognuna delle esplosioni dalle profondità aveva lanciato fuori dal pozzo, come  se fosse stata la bocca di un cannone, una massa di sangue mescolato a sabbia, insieme a una melma repellente, in mezzo alla quale si trovavano grandi pezzi rossi di carne e grasso strappati. Mentre le esplosioni continuavano, altri pezzi di carne repellente venivano lanciati in alto e la loro enorme massa ricadeva pesantemente al suolo... Molti frammenti tremavano, si dibattevano, si contorcevano come se stessero ancora subendo il loro supplizio..."

Questo il contenuto di un romanzo che continua a ricevere forti critiche, persino tacciato di contenuti razzisti, ma anche di ingenuità e di una scarsa verosimiglianza. Potremmo definire The Lair of the White Worm un ultimo e tardo esempio di romanzo gotico, ormai soppiantato dall'emergere di autori quali Arthur Machen, William Hope Hodgson e Matthew P. Shiel, legato al clima positivista di fine ottocento che qua, tuttavia, prende strade che vanno oltre ogni possibile evoluzione concepibile fino a giungere ad associare una donna a un serpente preistorico. Non manca chi, analizzando il romanzo, abbia collegato la figura del serpente bianco a un passato che deve essere eliminato, perché non più in linea con il progresso, così da tramutare il mostro in veicolo attraverso il quale proporre la lotta tra la moderna società e le forze oscurantiste del passato. E' per via di tale impostazione che il valore della ricchezza, individuata nel denaro e in quanto possa costituire fonte di reddito, assurge a emblema cui ambire nell'ottica di una promozione sociale vista quale unico fine della vita moderna. Non a caso la morte del serpente coincide con la scoperta di un giacimento minerario che farà la fortuna del protagonista. "La giusta ricompensa per chi agisce in grazia di Dio" commenta, con un pizzico di sana ironia, uno dei tanti rencensori che si trovano sulla rete. Una prospettiva di analisi che attribuisce quel quid in più a un romanzo troppo spesso liquidato quale pessimo esempio di narrativa e opera da dimenticare.

L'autore
BRAM STOKER

"Adam non aveva mai annusato niente del genere. Lo confrontava con tutti gli odori tossici di cui aveva esperienza: il drenaggio degli ospedali di guerra, dei mattatoi, i rifiuti delle sale di vivisezione. Niente di simile, mai, pur mantenendo qualcosa di ognuno di loro, con più l'asprezza dei rifiuti chimici e gli effluvi velenosi delle acque di sentina di una nave dove erano stati affogati dei ratti."

venerdì 10 aprile 2020

Recensione Saggi: RICCARDO PALETTI di Vittorio Gargiulo e Guido Schittone



Autori: Vittorio Gargiulo e Guido Schittone.
Genere: Saggio Sportivo.
Pagine: 80.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Volume memorialistico dedicato al giovane pilota di F1 Riccardo Paletti, scomparso nel 1982 nel corso del Gran Premio del Canada, a seguito del tamponamento della Ferrari di Didier Pironi.
Guido Schittone, inviato dal 1984 al 1989 di Autosprint nonché caporedattore del gruppo Mediaset settore motori e telecronista dei Gran Premi di Formula 1 trasmessi da Italia 1, guida un gruppo di autori in quello che vuol essere un volume memorialistico, a spiccata impronta fotografica, dedicato allo sfortunato Riccardo Paletti.
Pubblicato senza finalità di lucro (non è stato destinato al mercato editoriale) con una tiratura estremamente limitata, appena 1.200 copie, il volume si presenta quale vera  e propria primizia destinata a finire nelle biblioteca degli integralisti della formula 1.
Il testo ha una struttura suddivisa in tre capitoli per un totale di ottanta pagine e poco meno di 60.000 battute. Si apre con una breve introduzione sul pilota, cui segue il ricordo del padre e infine quello di svariate persone che lo hanno conosciuto. Non si sceglie la struttura del saggio convenzionale, ma si da il là a un volume che cerca la condivisione di ricordi nell'intento di destare emozioni e rinverdire momenti sfumati al decorrere del tempo, ma rimasti indelebili nei cuori e nella memoria delle persone che hanno conosciuto Riccardo.
Vengono così offerti dei flash, talvolta scollegati tra loro, da cui affiora la dolcezza, la sensibilità e la timidezza di un pilota forse atipico, vuoi per quegli occhialoni da vista che affioravano dal casco, vuoi per la compostezza e la folta chioma riccia che ne contraddistingueva la fisionomia. Ricordi di qualunque tipo. Da episodi maturati in pista, ai sogni rivelati a compagni di viaggio fino ai banali momenti privati, vissuti in un parco o in una palestra di karate, che caratterizzano la vita di ciascuno di noi. Episodi che coinvolgono nel progetto uomini del mestiere, quali il fondatore della Onyx (Mike Earle) squadra presso la quale Paletti si è distinto nella formule minori o il direttore sportivo dell'Osella (scuderia di F1 di Paletti) Gianfranco Palazzoli, ma anche giornalisti, compagni di scuola, insegnanti, colleghi di lavoro del padre e semplici amici. Il volume non si concentra sul Riccardo Paletti sportivo, né sulle cronache sportive o i risultati che lo hanno riguardato, né su un'analisi tecnica mirante a focalizzare l'attenzione sullo stile di guida del pilota. Il testo va oltre a tutto questo. Il Paletti di dominio pubblico viene scavalcato dal Paletti riservato e intimo. Il testo di Schittone, che si limita a fare il garante a una vera e propria antologia costiuita dai ricordi di molteplici co-autori, è un concentrato di brevi episodi che portano al centro dell'esame la natura umana dell'uomo pilota, i suoi sentimenti e la sua generosità, ma soprattutto la sua passione sfrenata per la velocità. "Mi ostino a cercare il successo al volante di un missile di F1, perché è ciò che di meglio so fare. Non cerco né soldi né gloria, ma cerco un mio posto nel mondo: forse è un po' colpa mia se ho imparato soltanto a guidare." Purtroppo Paletti, sebbene abbia conquistato l'olimpo che si era prefissato di scalare, vi è restato troppo poco, perdendo la vita tra le fiamme, in un sinistro all'apparenza banale, dopo poche centinaia di metri dal via e a pochi metri dalla madre giunta appositamente in pista per vederlo scattare per la prima volta dalla griglia di partenza di un gran premio di Formula 1.
La fortuna concede opportunità ma, al tempo stesso, è pronta a voltare le spalle e gettare nella polvere chi, poco prima, giocava sul velluto. E' la vita e le sue crudeli regole. Non possiamo che attenerci a questo, sperando in un disegno divino superiore che ristori di tutte le sofferenze patite in vita e trasformi in felicità ogni dolore che sfugge all'umana comprensione.

mercoledì 8 aprile 2020

Recensione Narrativa: LA BAMBINA CHE AMAVA TOM GORDON di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleThe Girl Who Loved Tom Gordon.
Anno: 1999.
Genere:  Drammatico con elementi horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 300.
Prezzo: 9.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Opera minore nella produzione di Stephen King assai vicina, per tipologia di costruzione e sviluppo, a Il Gioco di Gerald. I due romanzi presentano molte analogie, a partire dal periodo in cui sono state scritti. King pubblica Il Gioco di Gerald nel 1992 dando seguito, sette anni dopo, a The Girl Who Loved Tom Gordon, a sua volta preceduto da otto romanzi e una raccolta. E' un King molto prolifico quello del periodo e la cosa si riflette nel testo. Alla stessa maniera de Il Gioco di Gerald, l'autore offre la sensazione di scrivere senza una bussola orientativa, lasciandosi prendere la mano nelle descrizioni scenografiche. Parte da un mero accadimento, una bambina che, stanca dei litigi tra il fratello e la madre, si perde in un bosco ai confini tra il Maine e il New Hampshire durante una gita fuori porta (dopo essersi appartata per fare la pipì), e porta avanti il tutto immaginandosi cosa potrebbe succedere. Da qui King immagina il vagare nel bosco, per giorni, della piccola protagonista, una bambina di nove anni infatuata del baseball e più in particolare del lanciatore Tom Gordon, asso dei Red Sox, da cui viene rapita per il vezzo di indicare il cielo prima che i compagni gli saltino addosso all'epilogo di ogni partita vinta.
Questo è La Bambina che Amava Tom Gordon, una disperata odissea in modalità point to point, tra le mille insidie che può offrire un bosco, tra paludi in cui si sprofonda, animali selvatici e nugoli di insetti che ronzano attorno alla testa e dispensano pinzi e punture. Se ne Il Gioco di Gerald King mostrava tutti i tentativi della protagonista nel liberarsi dalle manette che la serravano alla base del letto, qua descrive la lotta per la sopravvivenza della piccola Trisha, costretta a cibarsi di bacche, felci e frutti di bosco, abbeverandosi nei torrenti (con crampi e vomito a fungere da controindicazioni) per poter mantenere accesa la luce della vita. La piccola, invece di fermarsi in un dato punto del bosco, prende come punto di riferimento un ruscello e lo segue, soluzione che la porterà ad allontanarsi sempre più dal centro abitato. Da Il Gioco di Gerald arriva anche il riferimento al c.d. uomo nero pronto ad approfittare delle difficoltà del momento. Qua viene rappresentato da una strana creatura inizialmente assente, quindi vagamente percepita e poi sempre più pressante in vista del confronto finale. King utilizza i deliri dettati dalla febbre che, a poco a poco, investe la piccolina per sfumare e rendere più credibile "il mostro." Il suo "uomo nero" qua viene ad assumere le vesti di un orso percepito dalla protagonista quale creatura criptozoologica. Alcuni recensori hanno impropriamente associato tale essere al Wendigo, sebbene le due creature abbiano poco o nulla in comune. Laddove il wendigo si ricollega a una creatura di matrice divina collegata alla tradizione indiana, il mostro del romanzo ha poco di ultraterreno e molto invece di naturale. La percezione di essere un qualcosa di diverso è dovuta all'immaginazione infantile della piccola protagonista, peraltro vittima di una forte situazione di stress.

L'aspetto più interessante del romanzo è l'accenno che King fa all'affidamento al divino che persino il non credente tende a fare quando è travolto da circostanze che vanno oltre l'ordinario. Purtroppo si tratta di un mero cenno, senza troppo approfondire la questione. King percorre una via personale. Supera il concetto del Dio antropomorfo che benedice le sue creature con la sua compassione e la sua protezione, in favore di una soluzione più legata all'istinto naturalistico della sopravvivenza. Per tale via arriva a teorizzare l'esistenza del Subudibile. "Io non credo in nessun Dio veramente pensante che prenda nota della caduta di ogni uccello in Australia e ogni insetto in India, un Dio che registra tutti i nostri peccati in un librone d'oro e ci giudica quando moriamo... non voglio credere in un Dio che crei, volontariamente persone cattive e poi volontariamente le spedisca ad arrostire all'inferno che ha creato lui. Questo no... Credo piuttosto a una misteriosa forza insensata e rivolta al bene... La forza che evita agli adolescenti ubriachi di schiantarsi in automobile quando rientrano a casa dal ballo di fine anno o dal loro primo grande concerto rock... C'è qualcosa che ci impedisce di mollare anche quando vorremmo: il subudibile."
Ecco che il tema dell'essere superiore a cui rivolgersi funge quale ancora di salvezza della povera Trisha. Una speranza che procede di pari passo alle passioni. Trisha non perde infatti la passione per le cronache delle partite dei Red Sox, che ascolta grazie al walkman che ha con sé. La voce dei commentatori e le imprese dei propri paladini tengono in vita la piccola, offrendole l'illusione di mantenere un legame col mondo. Sono queste le colonne portanti della resistenza. Trisha immagina altresì di essere accompagnata da amici immaginari, tra i quali lo stesso Tom Gordon, che le suggeriscono le decisioni e, soprattutto, non la fanno sentire sola nella desolazione più estrema che può trasmettere la fitta boscaglia. 

L'apice del testo si raggiunge nella scena in cui Trisha immagina di incontrare, nel cuore del bosco, tre individui avvolti da sai che li rendono simili a sacerdoti. Il primo rappresenta il Dio di Tom Gordon, "quello che indica il cielo quando salva la partita", ed è il Dio onniscente proprio delle religioni convenzionali, un Dio che non può scendere in aiuto dei comuni mortali, perché ha troppo da fare. "Di regola non interviene nelle questioni umane, anche se è un appassionato di sport." Il secondo è il Subudibile, ma anche lui dichiara alla piccola Trisha di non poterla aiutare. Infine c'è il Dio dei Perduti, a differenza degli altri due ha sembianze meno rassicuranti e un volto costituito da "un grumo deforme di vespe che si arrampicano, l'una sull'altra, spingendosi a vicenda e ronzando." Questo Dio sembra quello ad avere più attenzioni nella vicenda, sebbene non si tratti di attenzioni protettive. King, per suo tramite, rappresenta la paura, il vero demone dell'uomo. Veicolata da creature e da situazioni sfavorevoli, la paura è un impulso esterno che agisce sulle corde emotive dell'uomo inducendolo ad assumere scelte comportamentali scellerate che portano  alla morte. La paura diviene allora il motore che determina la morte, ma non la mera causa di essa. La causa resta soggettiva ed è attribuibile alla scorretta gestione che ne fa colui che viene attinto dalla paura ovvero dalle insidie che la vita propone sul cammino di ognuno di noi. King invita prima a guardare dentro di noi stessi, se vogliamo confidare in un aiuto esterno e non fare viceversa. E' il vecchio proverbio dell'"aiutati che Dio ti aiuta." Trisha sconfiggerà il nemico non grazie all'intervento divino, ma al suo sangue freddo e alla sua determinazione nel non voler mollare mai. E' dunque un King che invita alla battaglia quello de La Bambina che Amava Tom Gordon, un King che ti dice di giocare la tua partita e di non farti prendere dalla disperazione, perché la tua unica chance di vittoria è la calma. Trisha si adatta all'ambiente, non si lascia piegare dallo sconforto e, dimostrando una maturità anni luce superiore a quella tipica dei bambini della sua tenera età, affronta faccia a faccia il nemico, evitando di dargli le spalle ed evidenziando così la codardia del male. Il male ti può nuocere solo se glielo consenti. Questa è la via attraverso la quale confidare nel successivo 'aiuto di un Dio superiore, un Dio che nella fattispecie si sostanzia nelle vesti di un cacciatore armato di fucile che giunge solo dopo che Trisha ha superato la prova. Il messaggio finale è estremamente ottimista e all'insegna dell'happy end caro alle major editoriali e cinematografiche americane.

In definitiva La Bambina che Amava Tom Gordon è un esercizio di stile, già praticato in precedenza da King in occasione de Il Gioco di Gerald (che gli è superiore), diluito in modo da evolvere da semplice racconto a romanzo breve. Denso di descrizioni e motivi anche di scarso interesse, promette di decollare ma non lo fa mai, tenendosi in uno stato di tensione continua che non cambia mai registro. Presenti alcune pennellate gore, con cervi decapitati e altri animali morti, ma alla fine resta una storia drammatica con vaghe reminescenze horror. A ogni modo King è sempre King e, alla fine, del buono si trova sempre. Di certo, è tra i romanzi di minor impatto, anche se lo potremmo definire un romanzo di formazione che segna il passaggio dall'adolescenza alla maturità.

STEPHEN KING
grande tifoso dei RED SOX
dedica il suo romanzo a un lanciatore della squadra del cuore.


"Io non credo in nessun Dio veramente pensante che prende nota della caduta di ogni uccello in Australia e ogni insetto in India, un Dio che registra tutti i nostri peccati in un librone d'oro e ci giudica quando moriamo... non voglio credere in un Dio che crei volontariamente persone cattive e poi volontariamente le spedisca ad arrostire nell'inferno che ha creato lui. Questo no. Però credo che ci debba essere qualcosa."

martedì 24 marzo 2020

Recensione Narrativa: CULTI SVEDESI di Anders Fager.



Autore: Anders Fager.
Titolo Originale: Svenska Kulter.
Anno: 2009.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Modern Weird.
Pagine: 270.
Prezzo: 16,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Curiosa e accattivante nuova proposta della Hypnos di Milano che, nell'ottobre 2019, pubblica per prima sul mercato italiano lo scrittore svedese Anders Fager.
Ex ufficiale di fanteria, Fager è uno scrittore nato e residente a Stoccolma, classe 1964, legato soprattutto al mondo dei videogiochi, nella veste di game designer, e a quello dei giochi di ruolo. Proprio in virtù di questa sua passione si deve l'incontro ideologico con lo scrittore Howard Phillips Lovecraft, apprezzato da Fager per la presa visiva ma disprezzato per lo stile e i continui lirismi. Intervistato a Milano, Fager racconta di essersi imbattuto nella narrativa del solitario non grazie ai libri ma per effetto del gioco di ruolo The Call of Cthulhu. Da tale origine, tutt'altro che aulica, arriva la linfa da cui traggono origine le storie raccolte nella prima delle antologie, delle cinque previste, che costituiscono il c.d. ciclo dei Culti Svedesi.
Svenska Kulter è l'antologia, pubblicata in patria nel 2009, che ha lanciato Fager nel mondo dell'editoria. Grazie a essa, lo svedese ha ottenuto elogi che hanno portato alcuni critici a descrivere i suoi testi quale ideale punto di incontro tra la narrativa di James Ellroy e quella di H.P. Lovecraft. Pubblicato in Svezia, Finlandia, Francia e Italia, Fager si è contraddistinto per l'interesse per il genere horror, dimostrando fin dal suo debutto, bagnato con un Novellpris per il racconto Mormors Resa (Il Viaggio della Nonna) e dalla conquista della finale, in Francia, al Grand Prix de l'Imaginaire, grazie ai racconti Les Furies di Boras e Le Reine en Jaune, una marcatissima impronta votata a una contaminazione con un erotismo di matrice omosessuale sconfinante nel porno. Dunque un orrore tutt'altro che trascendente, ma finalizzato a ridimensionare sul piano realistico quanto Lovecraft proiettava su dimensioni cosmiche. In questa ottica ne deriva un orrore che mira, più che a spaventare nell'animo, a scioccare il lettore, suscitando ribrezzo. Ecco quindi lo splatter, il continuo giocare sul senso dell'olfatto richiamando gli olezzi riconducibili al sudore, allo sperma o allo sterco. Una deriva che avvicina, per certi versi, la narrativa di Fager a quella di Clive Barker, pur non essendo minimamente paragonabile sul versante della fantasia. Rispetto allo scrittore di Liverpool, Fager è concettualemente derivativo e assai più grezzo nella costruzione dei periodi. Lo stile di Fager è immediato e diretto, privo di fronzoli e virtuosismi, portato avanti con una costruzione narrativa che predilige periodi estremamente brevi a frasi d'effetto. Ne deriva una struttura linguistica frammentaria, di veloce lettura ma, al contempo, povera di poesia e poco orientata a descrizioni di valenza pittorica.
Inutile girarci intorno, il suo Culti Svedesi è una cocente delusione per questo recensore. Antologia composta da cinque novelle e da quattro brevi racconti (uno dei quali, su una piovra marina, molto carino) di cui l'autore non fornisce neppure il titolo, presentandoli quali frammenti collocati tra un testo e l'altro.
Il testo si apre con un delirio porno-horror intitolato Le Furie di Boras ("Furierna Fran Boras"). Fager cala in Svezia i miti di Cthulhu, nella fattispecie nella campagna di Underryd, al centro del triangolo formato da Varnamo, Boras e Jonkoping. Tra le cinque novelle è quella maggiormente lovecraftiana, seppur in chiave satirico-grottesca. Una congrega di moderne streghe, votate al culto di Shub-Niggurath (ovvero il Capro Nero dai Mille Cuccioli), praticano un inusuale sabba periodico nel corso del quale sacrificano al loro Dio un ragazzo (il bellone di turno) adescato nella vicina discoteca. Fager procede con volgari e idioti dialoghi, regalando schizzi più che evocare il sense of wonder. Sembra quasi leggersi, tra le righe, una condanna alla movida e alla dipendenza delle giovani generazioni ai cellulari e alle sostanze stupefacenti (viagra compreso). Su ciò si innesca un'orgia sanguinolenta che culmina con l'emersione, dal fitto del bosco, di una creatura ciclopica dotata di tentacoli e pronta a macellare coloro che non si attengono alle sue leggi. Questo perché Shub-Niggurath pretende carne non contaminata da droghe o altre sostanze e, qualora non soddisfatto, non perde tempo nello scagliarsi contro la sacerdotessa. Fager sembra qua deridere Lovecraft, dissacrandolo in modo osceno, con una storia che propone amplessi e frattaglie in un cocktail degno di uno scatenato z-movie.

Più criptico e, a suo modo, claustrofobico il successivo Il Viaggio della Nonna. Horror on road che propone l'odissea di due giovani ragazzi, che poi si scoprirà essere non umani, da Malmoe fino alla Slovenia e da qui al ritorno in patria. Al centro del viaggio c'è il recupero di una creatura contaminata da Yog Sothoth, che si nutre di carne umana. Fager miscela l'horror al noir, plasmando una storia che scorre lentamente e centellina le mostruosità di fondo evitando di fare quanto fatto nel primo racconto. Laddove ne Le Furie di Boras si sbatteva il mostro sotto l'occhio del lettore, con tanto di dovizia di particolari, qua si sfuma il tutto (cosa che aiuta il testo e stimola l'immaginazione del lettore). Si lasciano intendere mostruosità che però non vengono mai a galla nella loro completezza. I due giovani protagonisti sono due degenerati, vecchio retaggio dell'uomo che fu, nelle cui vene scorre un sangue bestiale. Sembrano quasi tratteggiati alla stregua di creature mannare e, allo stesso tempo, rievocano gli ibridi umani de L'Orrore di Dunwich. I due dovranno vedersela con una serie di malavitosi, chiamati ad aiutarli per effetto del denaro, ma presto schierati contro. Sparatorie e inseguimenti autostradali sono il leit motiv, tra fughe e accessi in stazioni di servizio per rifornirsi di acqua e salsicce. Il racconto, non da noi, è considerato uno degli apici di Fager.

Più classico, e a nostro avviso il migliore dell'antologia, Il Desiderio di un Uomo Distrutto (Den Brutne Mannens Onskan), dove l'autore retroagisce al 1718, spostando la narrazione in Norvegia, nei pressi di Trondheim. Qua si assiste all'evocazione di Ittakva, Colui che Cammina col Vento, per vendicare la distruzione praticata dall'esercito svedese ai danni dei contadini locali. Munito di uno speciale flauto, eredità di uno stregone padre della moglie, un campagnolo ormai prossimo a morire, dopo aver assistito all'omicidio della figlia e al pestaggio della suocera, risveglia il dio per consumare la sua vendetta sotto la forma di un gelo mortale che discende sui soldati in fuga.

Torna la componente sessuale, seppur non marcatissima, in Per Sempre Felici a Ostermalm (Lyckliga for Evigt pa Ostermalm), dove Fager condanna il materialismo e l'arrivismo proprio della società contemporanea.
Uomo d'affari rientra presso la propria abitazione affetto da una strana influenza e con strane ecchimosi sul corpo. La fidanzata, a lui legata per ragioni economiche, nota subito delle difformità comportamentali e una strana perdita di memoria. L'uomo, che sfodera una continua erezione, in realtà, non è il suo fidanzato, ma un qualcuno che ne ha preso le sembianze dopo averlo sodomizzato. Molto probabilmente è il datore di lavoro dell'uomo, un individuo di origine musulmana che si chiama John Kalim Aziz (cognome che richiama alla mente quel Al Azif titolo arabo del Necronomicon). Fager, attraverso un racconto estremamente lento e vagamente omaggiante Lo Strano Caso di Charles Dexter Ward, traccia la progressiva perdita della dignità umana a favore del materialismo e degli interessi economici, rappresentati da un uomo che smarrisce sé stesso pur di far carriera e una donna, di origine macedone, che fa calcoli e progetta un futuro con un figlio per mettere le mani sul patrimonio dell'amante.
Infelice, nel corso del testo, dato l'attuale caos generato dal coronavirus, la frase: "Le influenze sono roba pericolosa. Nel 1918 sono morte 25 milioni di persone per una cosa chiamata spagnola. Un'influenza assassina. Grazie, Signore, che viviamo nel duemila..."

Così come l'antologia si era avviata con un porno horror alla stessa maniera si conclude. Il Capolavoro della Signora Witt ("Froken Witts Stora Konstverk") è un lungo testo, decisamente noioso e prolisso, che parla delle mostre di fotografia artistica realizzate da una pornostar alla ricerca continua dell'estremo. Avvicinata da una donna, facente parte di una misteriosa fondazione a caccia di opere estreme (si rivia a quella Carcosa di cui alla narrativa di Chambers), la giovane protagonista cadrà vittima di un delirio che la trasformerà in un'assassina artistica. Racconto delirante, osceno e senza alcuna remora, che si muove tra arte pornografica e psicologia alienante, portando l'orrore in una dimensione prettamente terrena tra apatie e devianze.

Questo il debutto italiano di Fager. Autore coraggioso, interessato ai rapporti tra l'horror e il porno, che si muove su una dimensione squisitamente terrena e che, a nostro avviso, lo rende autore più vicino al pulp che al weird. In Fager il soprannaturale è pretestuoso, metaforico. Tutto si riconduce ai vizi e alle ambizioni terrene. Il piacere del sesso alternativo (spesso di natura omosessuale) che si mischia a un dolore estatico, ma anche la volontà di far carriera, di isolarsi da un'abitudine in cui imperversa la noia per prendere vie meno battute che portano a una degenerazione non troppo difforme da quella che è capace di offrire l'abuso di alcool e droghe. Culti Svedesi viene così a presentarsi in una veste impropria. Strizza l'occhio ai fan di Lovecraft e della narrativa classica, ma è decisamente più vicina a quegli autori pubblicati dalla Independet Legions Publishing, quali Charlee Jacob o Edward Lee. Fager non è un autore classico vecchio stampo, ma un alfiere di quello che potremmo definire Hardcore Horror.

L'autore ANDERS FAGER.

"Sei tu a decidere cosa significano queste immagini. L'arte non è quello che esibisco. E' quello che vedi tu in quello che esibisco. E' il tuo vissuto privato a definire cos'è tutto questo."

sabato 7 marzo 2020

Recensione Narrativa: L'ULTIMO CAVALIERE di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleThe Gunslinger.
Anno: 1982.
Genere:  Western Fantasy.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 223.
Prezzo: 13.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

LA STORIA EDITORIALE DEL TESTO E LE ISPIRAZIONI 

L'Ultimo Cavaliere è il primo degli otto episodi della saga La Torre Nera, caratterizzato da una lunga gestazione. Stephen King lo inizia a concepire all'ultimo anno del college, dopo aver recuperato una risma di 500 fogli verde fluorescente, e prende a elaborarlo al secondo anno di università, dopo aver letto un poema del 1855 dello scrittore inglese Robert Browning intitolato Childe Roland To The Dark Tower Came, un titolo a sua volta ripreso dal Re Lear di Shakespeare. L'opera di Browning, inserita nella raccolta Men and Women e dettata (da quanto dichiarato dall'autore) da un sogno notturno, parla di un cavaliere, tale Childe Roland, alla ricerca di una misteriosa torre nera. Browning mette in scena una vera e propria odissea, col protagonista impegnato in un viaggio disperato, attraverso un territorio ostile e desolato, in cui incontra carcasse di animali morti e altri in condizioni menomate. Roland cercherà di esorcizzare l'orrore che lo circonda, guardando dentro sé stesso, pescando ricordi dall'infanzia e, in particolare, i momenti legati alle vicende vissute assieme agli amici cavalieri Cuthbert e Gilles, entrambi morti. Il viaggio assume valenze epiche e vede coinvolto un uccello nero, tale Apollion, simboleggiante l'angelo della distruzione della tradizione ebraica, che sopraggiunge per confortare il protagonista così da spingerlo a superare il crinale della montagna che si para sul cammino dell'eroe. Browning, a differenza di quanto farà King, non spiega cosa sia la torre e questo ha spinto molti studiosi a stilare le più disparate teorie.

Questa l'intelaiatura del famoso poema del poeta inglese a cui King si aggrappa in modo evidente, mutuandone l'intera struttura. King decide di sovrapporre alla tematica cavalleresca il contenitore offerto dal genere western. Il "nostro", prima di avviare la sua epopea, guarda al capolavoro Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo di Sergio Leone, ma anche alla saga di Tolkien de Il Signore degli Anelli. Ordinate le idee, pur non sapendo dove andare a parare una volta partito, tanto che dovrà poi ritornare sul testo per adeguarlo ai successivi capitoli, parte col progetto e plasma l'opera della vita, inizialmente concepita sulla distanza delle tremila pagine, a cui l'intera e copiosa produzione successiva farà spesso indiretto riferimento. Ecco allora che il contesto ambientale in cui l'asso del Maine cala la storia viene ad assumere i tratti tipici del genere western, pur se contaminato da elementi fantascientifici di valenza post-atomica e metafisica. L'eroe kinghiano, anche lui chiamanto (non a caso) Roland, è un pistolero, forse più vicino ai personaggi di Robert Ervin Howard che a quelli di Leone (King non gioca sull'arguzia e l'ironia irriverente, ma delinea le caratteristiche di un eroe muscolare), che va in giro armato di due pistole che non disdegna a sfoderare.
L'idea di rifarsi a Browning non deve sorprendere. Già altri, prima di King, avevano guardato al celebre poema dello scrittore inglese. Il poeta americano Countee Cullen, nel 1927, aveva pubblicato il poema From The Dark Tower; Prima ancora Jack London, celebre autore di Zanna Bianca e de Il Richiamo della Foresta, in uno dei suoi racconti (Storia di un Tifone a Largo delle Coste del Giappone) aveva utilizzato un personaggio che fantasticava sulla tomba di Childe Roland pensando alla torre "oscura".

King racconta di aver scritto l'incipit, quel famoso "L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì", nel 1970 e di aver impiegato dodici anni per ultimare il primo volume, scritto tra una pausa e l'altra mentre stava componendo Le Notti di Salem e Shining. Il lavoro viene inizialmente pubblicato in patria a tappe intermedie e parziali (sei in totale), tra l'ottobre del 1978 e il novembre del 1982, sulla rivista The Magazine of Fantasy & Science Fiction. Quando esce la prima puntata, King ha già pubblicato il post-apocalittico L'Ombra dello Scorpione, preceduto da tre romanzi e da Ossessione (edito con lo pseudonimo Richard Bachman). Sebbene il buon Stephen non creda troppo nel progetto, nel 1982, dopo una cena con l'editore Donald M. Grant (interessato per lo più alla produzione weird di Robert Ervin Howard), acconsente a raccogliere l'intero materiale in un unico volume da pubblicarsi col titolo The Gunslinger (Il Pistolero) in edizione limitata per una piccola casa editrice di Providence (cosa vi ricorda il posto?). Grant decide di impreziosire il testo corredandolo con una serie di illustrazioni (a colori e in bianco e nero) realizzate da Michael Whelan, già illustratore del romanzo L'Incendiaria. Il disegnatore accetta la proposta con entusiasmo tutt'altro che smodato; racconterà di aver acconsentito per ragioni economiche e di averlo fatto in un periodo triste a seguito della recente dipartita dellla madre. La decisione dell'editore permette di pubblicare 500 copie autografate da King e da Whelan, oltre altre 10.000. L'Ultimo Cavaliere ha così una prima pubblicazione di appena 10.500 copie, un numero davvero irrisorio che scatena, tra i collezionisti, la caccia al libro. Grant ne è comprensibilmente entusiatata, trattandosi di uno dei testi di King più vicini al weird, in particolare alle tematiche e ai contenuti della produzione di Howard.
Purtroppo, nonostante le oltre 4 milioni di copie vendute da King con Shining e le uscite dei vari La Zona Morta L'Incendiaria, il romanzo passa quasi inosservato. Genere e stile sono molto diversi dalle altre opere dell'autore, così che non scatta alcuna ressa per accaparrarsene le copie. Nel 1983 King decide allora di inserire, in calce al successivo romanzo Pet Semetary, il titolo del testo nell'elenco delle opere pubblicate. La trovata si rivela decisiva a destare la curiosità dei già tanti fan del "maestro del brivido". In pochi giorni le copie rimaste vengono ordinate e acquistate, così da rendere esaurito il prodotto. King finisce bombardato da richieste continue. Si parla di oltre 3.000 lettere di fan imbestialiti per non esser riusciti a trovare una copia de L'Ultimo Cavaliere e per questo ritenutesi offesi per aver visto tradita la propria fedeltà. Grant, pur se felice, non sa come far fronte alle richieste. Ha terminato tutte le copie e non ha un accordo per rinnovare la pubblicazione. King prova a intavolare una trattativa, propone di pubblicare altre 5.500 copie, ma Grant gli risponde che sarebbe "come pisciare in un bosco in fiamme." King allora tergiversa e cerca di far fruttare il tutto per il meglio. Il prezzo dell'edizione sale alle stelle. Durante i convegni tutti chiedono de L'Ultimo Cavaliere e il volume di Grant diviene reliquia pressoché introvabile fino al 1988 ovvero fino a quando King pubblica un'edizione tascabile per il grande pubblico ed escogita un'altra grande appetibile novità per i collezionisti. Associa infatti alla pubblicazione economica, l'uscita, al prezzo di 100 dollari a copia, del suo primo audiolibro formato da 800 audiocassette di sei ore interpretate dallo stesso King. In Italia, edito da Sperling & Kupfer, il romanzo giunge solo nel 1989, dopo che King ha già pubblicato in patria il sequel (La Chiamata dei Tre), con un ritardo di sette anni rispetto alla prima edizione integrale americana. Nel 2003, dopo aver pubblicato altri quattro volumi della serie, King pubblica una nuova versione, lievemente più lunga, per adeguare il testo ai successivi volumi pubblicati.
La serie vede il suo termine, salvo l'uscita di un ulteriore volume intermedio, nel 2004, quando King decide di festeggiare il suo 57° compleanno con la pubblicazione del capitolo conclusivo della sua serie intitolato La Torre Nera.

La copertina della prima versione
pubblicata, nel 1982, da King.
Vediamo rappresentata la parte in cui
Roland e il piccolo Jake
superano, a bordo di un
carrello a trazione muscolare 
che corre sui binari, la landa
infestata dai mutanti.

ANALISI DEL TESTO
Romanzo breve, poco meno di 250 pagine, che si distingue in modo netto dalla consueta produzione di King, sia per tematica che, soprattutto, per stile e contenuti. King parte, come suo consueto, da ispirazioni derivative per poi muovere verso un qualcosa di personale. Qua l'ispirazione arriva da un testo più classico del solito, risalente al 1855. King attinge a piene mani, sia nel delineare la struttura che gli sviluppi, dal poema di Robert Browning Childe Roland To The Dark Tower Came. Riprende la struttura dinamica della storia, inframmezzata da una lunga serie di flashback che non seguono un ordine cronologico, subendo sbalzi temporali che vanno dal passato prossimo all'infanzia del protagonista. Il romanzo prende le mosse con un lungo ed estenuante inseguimento in una landa desertica, apparentemente western, che si scopre, via procedendo, di valenza post atomica. Non c'è più traccia delle città come noi le concepiamo. Abbiamo agglomerati urbani di bifolchi, guidati da superstizioni e isterismi collettivi, che pianificano la loro vita nei saloon tra prostitute e bevute. Al di fuori di queste aggregazioni, ancorate agli usi degli Stati Uniti nell'ottecento, abbiamo dei reietti isolati in baracche che tirano avanti a suon di espedienti. Il protagonista, Roland, si muove in un mondo che cela una civiltà sepolta, passata, senza che si capisca cosa sia successo. Ci sono delle zone rosse in cui nessuno sembra inoltrarsi e in cui si fionda il protagonista, intenzionato a mantenere una promessa ben precisa. Armato delle sue inseparabili pistole, ricordo del padre defunto, vuole eliminare "l'uomo in nero". Quest'ultimo è una sorta di stregone che viaggia verso la Torre Nera e che non può morire per come pensa Roland (i proiettili non servono a nulla, poiché è un essere che vive su più dimensioni). Solo alla fine si intuirà cosa sia questa torre, dopo un eroico viaggio tra deserti infestati di umanoidi mutanti dal corpo fluorescente e aggressivi come gli zombie (il rimando va alle radiazioni nucleari), stazioni di vecchie metropoli abbandonante con cadaveri mummuficati che si sfaldano al contatto dei polpastrelli, ponti cedevoli e oracoli che preannunciano tristi eventi futuri. Roland, eroe muscolare di rimembranze howardiane (si veda il ricordo in cui narra il proprio grandguignolesco rito di iniziazione, in un combattimento all'interno di un'arena che sembra ricordare templi connessi a scuole iniziatiche esoteriche, con tanto di uscite, a seconda del superamento o meno della prova, in determinati punti cardinali), accompagnato da un giovane piovuto (per effetto di un sortilegio attraverso il quale King supera l'idea di morte) dalla nostra realtà in un mondo che non conosce in quanto pedina sacrificale di un gioco orchestrato da creature superiori,  riuscirà a scalare quelle montagne oltre le quali nessuno sa cosa si celi e a raggiungere l'uomo in nero. Non ci sarà un vero duello tra i due, bensì un confronto dialettico che spiana la strada a un sequel. Una soluzione questa che farà storcere più nasi per il suo essere completamente al di fuori di ogni previsione ipotetica.
A differenza di altri romanzi, King va oltre la valenza sociale. L'Ultimo Cavaliere, in altre parole, non è una metafora per parlare di quanto ci circonda nella vita reale, ma acquisisce una natura, per certi versi, trascendente. King supera i concetti di morte e lo fa con una costruzione multi-dimensionale propria della cosiddetta teoria degli universi paralleli. I mondi, come noi li concepiamo, altro non sarebbero che piccoli granelli di universi ulteriori e non un qualcosa di inserito in un contesto delineato e finito, piuttosto un'infinita matrioska a cui non è possibile venirne a capo. I molteplici mondi non sono seperati in modo netto, ma sono attraversabili per mezzo di portali spazio-temporali. La Torre Nera e' l'elemento che accomuna tutti questi mondi, il fulcro dell'intera esistenza, compresa l'ultraterrena.
Il romanzo di King è un'opera fantastica vecchia scuola, peraltro intrisa di contenuti religiosi che evolvono in un taglio dapprima fantascientifico, quindi metafisico e infine filosofico. King parla dell'universo come di un qualcosa di infinito non a misura d'uomo. Un complesso del creato ordito da un Dio indifferente alle sorti dell'uomo, creatura ininfluente e banale nei meccanismi intergalattici alla stregua delle formiche. "Se davvero un Dio soprintende a tutto, è pensabile che dispensi giustizia per una razza di esseri infinitesimali in mezzo a un'infinità di razze analoghe? Il suo occhio vede cadere il passero quando il passero è meno di un atomo di idrogeno isolato negli abissi dello spazio?" così l'uomo in nero spiega a Roland.
Chi è l'uomo in nero? E' uno stregone (capace come Gesù di resuscitare i morti) che riconosce di essere alle dipendenze di due creature a lui superiori, lo straniero senza età e la Bestia (nome che rimanda all'apocalisse di San Giovanni) ovvero "il guardiano della torre, il precursore di tutte le teurgie... Parlare della Bestia è parlare della rovina della propria anima davanti a lei." Da notare come si menzioni una sorta di trinità diabolica che, in apparenza rovesciata di natura (come suggerisce la follia che scoppia nel paese di Tull da cui Roland riuscirà a liberarsi grazie a una sparatoria stile sfida all'O.K. Corall), ben si ricollega alle filippiche di inizio romanzo in cui una religiosa parla di anticristo e fine del mondo, individuando in Roland il figlio della perdizione. Nella versione del 2003 King sostituirà al termine Bestia quello di Re Rosso (da notare che la Bestia nell'Apocalisse di San Giovanni viene descritta come Drago Rosso).
La Torre, di cui ne L'Ultimo Cavaliere ci si limita a parlare, è un punto di congiunzione di molti universi e provoca distorsioni temporali che non seguono regole a noi conosciute. King chiude il testo in modo molto affascinante e aperto. Roland in riva al mare guarda un orizzonte senza fine, pregustando la battaglia finale che lo vedrà protagonista all'ombra della torre nera.

L'Ultimo Cavaliere ha valenza di opera introduttiva, ragione per cui alcuni personaggi restano appena sfumati e non approfonditi (aspetto che genera un po' di confusione e lascia in sospeso situazioni che, in un'opera unica, sarebbero state approfondite), sulla quale King andrà a costruire l'intera epopea supporto della sua intera produzione, con rimandi anche ad altri romanzi apparentemente disconnessi. La saga de La Torre Nera delinea il mondo kinghiano, in un'ottica trascendente e filosofica che sovente sembra sfuggire ai romanzi "più convenzionali" e di maggiore presa commerciale. Testo meno semplice del solito, caratterizzato da uno stile più ricercato, a momenti aulico, e dotato di contenuti intrinseci, addirittura di valenza simbolica, che si liberano dal tradizionale taglio commerciale. Ciò nonostante non mancano gli omaggi all'horror e a quei prodotti crudi e duri reminescenze della vecchia narrativa pulp. King non lesina in picchi di violenza, come un falco che estirpa a suon di beccate un occhio o un gruppo di mutanti a cui Roland, che corre su un carrello spinto a trazione muscolare sui binari, fa saltare le teste a suon di pistolettate.
Senz'altro un volume da leggere, definito da King hard fantasy sulla scia della produzione di Karl Edward Wagner, autore, non a caso, legato alla narrativa di Robert Ervin Howard. Consigliatissimo ai fan di quest'ultimo autore.

La copertina della prima versione
in italiano.


"Tutto nell'universo nega il nulla; ipotizzare un limite è l'unica assurdità.".

domenica 23 febbraio 2020

Recensione Narrativa: SHINING di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: The Shining.
Anno: 1977.
Genere:  Horror.
Editore: Bompiani.
Pagine: 590.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE ALLA LETTURA
Dopo It (1986), Shining è probabilmente il romanzo più conosciuto firmato da Stephen King, grazie soprattutto alla trasposizione cinematografica realizzata, tre anni dopo, dal genio di Stanley Kubrick.
Il maestro del Maine lo scrive alla giovane età di trent'anni, quale suo terzo romanzo ufficiale dopo Carrie (1974) e l'omaggio stokeriano Le Notti di Salem (1975). L'idea è frutto di esperienze personali, quali il terrore del blocco dello scrittore (vero e proprio incubo, peraltro ingiustificato data la prolificità dell'autore, che fungerà da leit motiv di molti romanzi successivi) e la difficoltà di manlevarsi dal vizio dell'alcool. King converge qua molte delle sue paure intime, in un contesto familiare in cui si riversano problematiche connesse all'adolescenza e che irromperanno proprio in quella violenza che si è cercato di disinnescare a ogni costo. Non sono un mistero le interviste che l'autore rilascerà, anni dopo, in cui rivelerà di aver avuto gravi problemi d'alcool e di dipendenza da sostanze stupefacenti, tanto da spingere la moglie Tabitha a gesti estremi, come svuotare una scatola contenente coca e psicofarmaci davanti ad amici per mostrare i vizi nascosti del marito, fino a urlargli in faccia la fatidica frase "o smetti o te ne vai!"
Non a caso, King parlerà di Jack Torrance, uno dei protagonisti di Shining, quale di un suo fedele alter ego.
Se la matrice dei personaggi è legata all'intimo dell'autore, a delineare il contesto scenografico in cui ambientare la storia fu un soggiorno, avvenuto nel 1973, da parte di King presso lo Stanley Hotel (proprio nella stanza 217 che viene citata nel testo), una struttura in Colorado da 140 stanze situata in vista del Rocky Mountain National Park e chiusa nella stagione invernale. Un albergo in cui, secondo molte leggende metropolitane, sarebbero presenti attività ectoplasmatiche registrate soprattutto nella sala da ballo (proprio come avverrà nel romanzo). Dunque una concezione molto vicina all'esperienza dell'autore, bravo a trasformare in chiave fantastica quanto percepito nella vita comune. King, tuttavia, da grande cultore di cinema si ispira anche a un film uscito appena l'anno precedente: Ballata Macabra (1976) di Dan Curtis, a sua volta tratto da un romanzo di Robert Marasco intitolato Burnt Offerings. Dal film King prende l'idea della magione che irradia una crescente e sempre più marcata influenza sugli occupanti della casa, presto vittime di deliri e di stati ansiogeni, al punto da potersi considerare una sorta di creatura vivente che si nutre dell'energia degli uomini per rigenerarsi.
Originale o meno, il romanzo ha fin da subito un successo editoriale pazzesco, finendo per catturare uno Stanley Kubrick alla caccia di un prodotto commerciale da cui sollevarsi dalle perdite economiche subite con il lento Barry Lindon. La prima edizione rilegata vende 47.000 copie, mentre la prima edizione economica arriva a vendere 4 milioni di copie.
In Italia arriva nel 1978 e viene inizialmente edito col titolo UNA SPLENDIDA FESTA DI MORTE, per via del ballo fantasma (che trae linfa dal racconto La Maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, c'è anche una citazione esplicita allo scrittore inglese Algernon Blackwood che era soprannominato, per la sua abitudine di raccontare storie di fantasmi, The Ghost Man ovvero Lo Spettro) che prende piede nella parte terminale del romanzo e in cui Jack Torrance sprofonda in un delirio omicida irreversibile, parlando con esseri ectoplasmatici che ne incalzano l'ira. Si tratta di un'edizione da collezionisti, comunque acquistabile a prezzi ragionevoli, poi superata dal successo del film di Kubrick così da essere ristampata con titolo omonimo rispetto al film e con il faccione deformato di Jack Nicholson (il Jack Torrance al cinema) che urla mentre sfascia con l'ascia la porta del bagno in cui si è asserragliata la moglie. Difficile trovare persone che non conoscano il film, da alcune classifiche qualificato quale il miglior horror mai girato dopo L'Esorcista. Il romanzo, e anche il film, avrà un sequel, pubblicato nel 2013 da King, dal titolo Doctor Sleep.

La prima copertina italiana del volume
ricollegata alla frase che viene
ripetuta più volte nel romanzo:
"GIU' LA MASCHERA A MEZZANOTTE!"

LA RECENSIONE DEL ROMANZO
Romanzo complesso formato da due anime. Da una parte è una moderna ghost story, dall'altra è una contemporanea tragedia sulla disperazione e sugli orrori familiari. King è abile a caratterizzare i personaggi, a scandagliare nel loro passato, così da realizzare un'opera psicanalitica che va in scena in un ambiente chiuso che sostituisce i castelli d'impronta gotica con un hotel aperto nel periodo estivo ma in balia degli eventi atmosferici in inverno. E' qua dentro che si muovono, progressivamente, gli spiriti di coloro che, nel corso degli anni, si sono suicidati o sono stati trucidati all'interno. La struttura edilizia viene così proposta quale vera e propria creatura vivente, a caccia di energie umane per rigenerarsi. Il male comunica attraverso gli spiriti e prende possesso della mente di Jack Torrence, alimentandone le paranoie fino a indurlo a pensare di essere vittima di un complotto, ordito dalla moglie e dal figlio, per rovinarlo.
Se cambia il contesto non muta invece la passione dell'autore per la parapsicologia. Al centro della storia, infatti, c'è un piccolo bambino di sei anni (che, a momenti, parla come un adulto) dotato di quella che viene definita "la luccicanza". Si tratta di una dote che gli permette di avere poteri telepatici, di leggere nel pensiero e persino di prevedere il futuro e colpire con la forza della mente, ma anche di intravedere gli spiriti dei morti. Si tratta di caratteristiche che si ritrovano spesso nei romanzi di King, si pensi a Carrie (telecinesi), L'Incendiaria (pirocinesi) o La Zona Morta (chiaroveggenza), e che qua vengono intrecciate ad altre sottotracce. Tra queste figura la tematica dell'isolamento, nella fattispecie in mezzo a una bufera di neve che isola per mesi i tre protagonisti dal resto del mondo. Una situazione di vita che porta ad amplificare la fantasia, così da indurre un soggetto suggestionabile a discostarsi dalla realtà per cadere vittima dei deliri. In Shining tuttavia c'è altro, oltre la mera solitudine, a contribuire alla graduale discesa negli inferi della pazzia. C'è innanzi tutto una predisposizione caratteriale del protagonista Jack Torrance, un uomo che ha perduto il lavoro di professore (attività svolta dallo stesso Stephen King) per i suoi scatti d'ira e che è caduto nel vortice dell'alcool. Motivato dalla moglie, l'uomo ha deciso di ripulirsi dalle insane abitudini e di accettare la proposta di lavoro di custode dell'hotel Overlook, così da essere riabilitato e reinserito nel sistema scolastico. Purtroppo per lui finirà plagiato e contaminato dal male che pervave l'hotel. King guarda a Poe (La Maschera della Morte Rossa) e plasma una ghost story moderna, costruendo il romanzo in modo molto lento ma dalla tensione crescente. Piuttosto prolisso nella prima parte, Shining non spicca per ritmo, pur diventando sempre più interessante alla distanza in vista dell'epilogo tragico. La follia monta pian pianino. A differenza di quanto farà Kubrick nella trasposizione cinematografica, il personaggio di Jack Torrance involve da padre premuroso a folle che cerca di aggraziarsi lo spirito dell'overlook hotel (nel film tende a presentarsi fin da subito quale folle), brandendo mazze e urlando come un ossesso per gli interminabili corridoi della struttura. King è piuttosto violento e crudo. Indica fin da subito, attraverso i sogni del piccolo Danny, quello che succederà, stando ben attendo a dissiminare la storia di indizi che alla fine completeranno il puzzle di Shining. Jack Torrance prenderà a mazzate la moglie, parlerà in modo sporco e perderà completamente il controllo della ragione, tornando a bere in modo massiccio grazie all'intervento dei fantasmi dell'hotel. Il Jack Torrance che agisce però non è quello che i suoi cari conoscono, essendo piuttosto il veicolo attraverso il quale il male si serve per eseguire i suoi biechi fini. Jack Torrance diviene così una vittima travestita da carnefice.
A differenza di altri romanzi, si tratta di un testo assai quadrato, sospeso tra la follia paranoica e l'orrore soprannaturale. La distorsione mentale, all'inizio soggettiva e attribuibile a eventuali erronee valutazioni (si vedano le siepi che immortalano gli animali), lascia sempre più spazio alla concretezza dovuta all'influenza di spiriti maligni (le siepi si animano davvero e si scagliano contro chi cerca di frapporsi ai voleri dell'hotel). Siamo dunque alle prese con un horror a tutti gli effetti, pur se di una valenza metaforica che nasconde un orrore ben maggiore a quello fantastico ovvero la tragedia della violenza negli ambienti familiari e delle ragioni psicologiche (traumi adolescenziali, entrambi i genitori del piccolo Danny hanno avuto un'infanzia infelice, che si ripercuotono sui figli) che la sottendono.
La trasposizione cinematografica di Kubrick contribuirà a fare di questo romanzo uno dei capisaldi della narrativa del terrore della seconda metà del novecento. King non ne sarà troppo entusiasta, per via degli interventi in modifica operati da Kubrick. Tra questi la riduzione a mera isterica della moglie di Jack Torrance, così da renderla un personaggio secondario.

La locandina del film di
STANLEY KUBRICK
tratto dal celebre romanzo di King.