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mercoledì 4 maggio 2011

recensione narrativa: ""RACCONTI AGGHIACCIANTI" Gustav Meyrink




RACCONTI AGGHIACCIANTI


Autore: Gustav MEYRINK

Anno di uscita: 1993

Casa editrice: Newton

Collana: 100 pagine, 1000 lire

Pagine: 100


Commento di Matteo Mancini

Collage di perle nato dal genio criptico/esoterico di Meyrink proposto dalla Newton nell'indimenticabile collana “100 pagine, 1000 lire” vero e proprio Olimpo per gli amanti della narrativa con la N maiuscola (ricordo testi di genere di scrittori del calibro di Kipling, Hawthorne, Stevenson, tanto per citarne alcuni). Questa, in estrema sintesi, è la presentazione che il sottoscritto Matteo Mancini ritiene di fare di “Racconti agghiaccianti”, il cui unico difetto risiede forse in un titolo piuttosto banale.

L'accoppiata Gianni Pilo – Sebastiano Fusco opta per undici racconti dello scrittore nato a Vienna nel lontano 1868, pescando dalla sua produzione gotica, dall'orrore cosmico e dalla fantascienza satirica spesso finalizzata alla derisione dell'esercito tedesco. Così ci imbattiamo in undici racconti variegati, ma uniti da un tratto comune che può esser facilmente compreso analizzando la risposta che Meyrink soleva dare a chi gli chiedeva il senso della sua narrativa: “la mia narrativa non è destinata tanto a raccontare quanto, piuttosto, a rivelare in forma allegorica e romanzata le vie e i mezzi per raggiungere uno stato e una conoscenza d'ordine superiore. Una via di risveglio che permetta all'adepto/lettore di superare, in vita, la condizione umana e riaccendere la scintilla divina presente all'interno di ogni uomo”.

Grande studioso di Kabbalah e filosofia, con alle spalle un passato burrascoso che lo portò sull'orlo del suicidio, Meyrink proietta i suoi studi nei racconti e lo fa con un taglio visionario e un gusto dell'orrore che trascina il lettore amante del bizzarro in un gorgo di emozioni che ha molto del misterioso e tutto dell'affascinante e che richiede una lettura attenta e scrupolosa per poterne carpire i segreti più importanti. Dunque un autore non di pronta soluzione e con un talento che è assai raro incontrare nella narrativa di genere.

Famoso soprattutto per aver dato alle stampe nel 1915 il romanzo “Il golem”, Meyrink offre il meglio di sé nella narrativa breve e il libro in questione né è, seppur in minima parte, una testimonianza tangibile.Abbiamo infatti autentiche gemme della narrativa horror, con vette degne di esser catalogate tra i più bei racconti mai confezionati in questo genere (e non solo).

Tra i racconti più meritevoli non si può non citare “Il gabinetto delle figure di cera”, un autentico orrore claustrofobico in cui Meyrink – come si intuisce dal titolo - parla di un museo apparentemente di statue di cera e di creature umane vittime di scherzi della natura (abbiamo una sorta di essere composto da due bambini di otto anni uniti tra loro da un cordone invisibile che li rende inseparabili). La particolarità dell'attrazione, tuttavia, sta nel fatto che il titolare - una sorta di stregone egizio capace di influenzare gli altri con la forza della mente - utilizza cavie per eseguire esperimenti esoterici tesi a scomporre l'uomo in tanti elementi mantenendo in vita ciascuno di essi staccato dal corpo originario. Un trio di coraggiosi cercherà di arrestare il depravato mago, svelando al pubblico ignorante (da tradurre come la massa del popolo) la vera natura del teatrino grandguignolesco.

Favoloso poi è “L'anello di Saturno”, in cui è ancora l'esoterismo a farla da padrone. Qui abbiamo un gruppo di adepti riuniti in un osservatorio astronomico pronti ad assistere al tentativo del loro maestro di imprigionare all'interno di una sfera di vetro l’anima di una beghina dispersa nell'universo. L’uomo inizia così un esorcismo, ma ottiene un risultato imprevisto poiché le ombre degli abitanti dell’abisso si staccano dai muri perimetrali dell'osservatorio, mentre dei ragni precipitano silenziosamente dalla soffitta aggredendo i presenti. In preda alla follia, il maestro si suicida con un coltello, mentre gli adepti intervengono in suo soccorso impedendo alle forze del male, che si dissolvono nel nulla, di sottrargli l’anima e di far imputridire l’intero laboratorio. Un racconto dunque incredibile capace di evocare un'angoscia che solo i più grandi artisti hanno il pregio di trasmettere.

Eccezionale è anche il gotico “L'urna di S. Gingolph”. Nell'occasione Meyrink opta per un taglio più semplice e realizza un racconto alla Frederick Benson per intenderci. Protagonista è un viandante in cerca di riposo in un panorama che ha molto dell'Irlanda. L'uomo si reca in una verde vallata costellata di macerie, restando sorpreso dalla presenza di un’urna intatta. Addormentatosi di fronte all'oggetto e ai cipressi che lo proteggono dalle intemperie, l’uomo rivive in sogno i fatti che hanno portato alla distruzione del castello che torreggiava in quei luoghi e scopre che all’interno dell’urna è conservato il corpicino di un bimbo che vi fu rinchiuso vivo. Racconto dunque molto bello, ma meno criptico e forse, per questo, più gradito ai più.

Sulla falsa riga di questo racconto, seppur qualitativamente inferiori, sono “La maschera di gesso” e “Il segreto del castello di Hathaway”. Il primo testo (un po' ironico) parla, ancora una volta, di un gruppo di adepti di una setta riuniti per festeggiare il centenario della morte del loro maestro. A tenere banco è una profezia secondo la quale la setta sarebbe sul punto di scomparire per la stupidità di un loro adepto (da notare la critica metaforica di Meyrink per la superficialità che caratterizza alcuni uomini). Più classico il secondo racconto, forse il peggiore della raccolta. Meyrink nara del solito castello, infestato da fantasmi, in cui pare gravare una maledizione che colpisce tutti i primogeniti della famiglia una volta raggiunti i 21 anni (ovvero la maggiore età), mandandoli in disgrazia. L'autore impreziosisce il testo con una grande componente sarcastica rappresentata dalla figura del fantasma (un bachiere che rivela i conti di famiglia); trovata che salva il racconto dall'insufficienza e che getta un forte velo di polemica nei riguardi delle famiglie nobiliari.

Costituiscono invece un viaggio nell'onirico e nel bizzarro più estremo “Le piante orribili” e “Danza macabra”. In entrambi i casi, si assiste a storie dove le descrizioni scenografiche raggiungono apici visionari ragguardevoli (nel secondo caso giustificati dal fatto che i protagonisti hanno ingerito dei funghi allucinogeni). Non si tratta però di esercizi di stile peraltro garantito da un lessico sempre ricercato, ma di un quid messo al servizio di un esoterismo più o meno marcato (nel primo caso abbiamo un egittologo alle prese con una statua di un demone che pare evocare strane forze, nel secondo testo, invece, entra in scena una confraternita composta da uomini perennemente in catalessi).

Particolare e gustosissimo è il racconto “Il bramino” dove due ricercatori restano infatuati da una scultura immersa nella palude. L'opera, per un maleficio, li trasforma in insetti destinati a fungere da cibo per una salamandra millenaria che esce dal bosco pronta ad avvilupparli con la linga.

Sono infine satirici e grotteschi i restanti due testi, entrambi con elementi fantascientifici e col fine ultimo di mettere in ridicolo i graduati dell'esercito (visti come scimmie stupide). I racconti si intitolano “I cervelli” e “Castroglobina”. Nel primo caso, come si evince dal titolo, si parla di uno scienziato che riesce a ricreare cervelli umani e ambisce a generare un uomo in laboratorio non riuscendo però a farlo ragionare, ma attirando comunque l'interesse dei militari che si interessano alle doti fisiche piuttosto che all'intelligenza degli uomini. Nel secondo, invece, abbiamo un altro scienziato questa volta alle prese con un virus capace di aumentare il senso patriottico dei soldati, ma con la controindicazione di istupidire le cavie all'aumentare del patriottismo.

Dunque un raccolta brevissima caratterizzata da un stile ricercato, elegante e calibrato di cui è consigliatissima la lettura, specie per chi è alla ricerca di opere capaci di distaccarsi dall'appiattimento generale tipico della narrativa commerciale spesso finalizzata all'esclusivo ed effimero intrattenimento. Ad avviso del recensore sono questi gli autori da approfondire se si vuol scrivere una narrativa di genere qualitativa, non certo altri che scimmiottano logiche cinematografiche e che vengono definiti, a torto, i "re dell'orrore". Eccelso. Voto: 8,5

martedì 19 aprile 2011




INCUBI – NUOVO HORROR ITALIANO


Autore: AA. VV.

Curatore: Raul Montanari

Anno di uscita: 2007

Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai Editore

Pagine: 340


Commento di Matteo Mancini

Come si evince dal titolo, “Incubi” è un'antologia dedicata alla narrativa horror. Il lettore viene preso per mano da tredici racconti, nati da un connubio di specialisti del genere e di scrittori provenienti dal mondo del noir e del giallo all'italiana, per essere condotto sugli impervi sentieri della paura... o almeno questa dovrebbe essere l'intenzione.

Realiazzato nel 2007 da Raul Montanari - il curatore dell'opera (non so se parente del Gianni Montanari che negli anni '70 presentava romanzi e antologie fantastiche per lo più edite dalla Mondadori) – si tratta di un progetto molto variegato svincolato da trait d'union particolari. Ciò che unisce i tasti è un onirismo che traspare in misura più o meno marcata da testo a testo.Dando un'occhiata alla copertina spiccano subito nomi altisonanti del nostro panorama di settore, tra essi Andrea G. Pinketts, Tiziano Sclavi, Gianfranco Nerozzi, Vittorio Curtoni e Chiara Palazzolo (pare sia saltato all'ultimo Carlo Lucarelli per diverbi tra editori).Purtroppo, salvo qualche caso isolato, la quasi totalità degli autori raccolti sono specialisti del romanzo e questo si rispecchia in modo netto nei testi. Per lo più, infatti, si ha a che fare con romanzi brevi travestiti da racconti. Sarebbe interessante disquisire sulla differenza che c'è tra un romanzo e un racconto, differenza che, ad avviso di questo recensore, non risiede nella lunghezza di un testo (come, nel mondo del cinema, si è soliti dire per differenziare un cortometraggio da un lungometraggio) ma in qualcosa di molto più profondo, sospeso a metà strada tra la prosa e la poesia.Tuttavia non si deve fare di tutta un'erba un fascio.

Ci sono alcuni elaborati che sfuggono all'equivoco evidenziato e si tratta di testi davvero geniali per la loro particolarità e per la necessità di essere riletti più volte per poterne intravedere le potenzialità. Tra essi spicca in modo netto “La caduta di casa Pusher ovvero l'inquilino della Torre del Dettatore” del folle Andrea G. Pinketts.

Lo scrittore milanese trasmette al testo quella personalità goliardica, benedetta da un istrionismo appeso sul limite che separa la follia dal genio, che lo caratterizza. La sua è una storia allucinata che vede protagonista un vecchio maestro delle elementari murato all'interno di una torre. L'uomo, con un passato di violenze e perversioni, influenza le sorti del mondo provocando calamità e distruzioni. Un individuo che fa della perfezione la sua croce e delizia decide di sfidare la sorte entrando laddove nessuno ha fatto più ritorno: la torre del Dettatore. Come già anticipato, si tratta di un racconto geniale, anche se con alcuni momenti volgari (si parla di masturbazioni senza peli sulla lingua), diluiti da un alto tasso di ironia e da momenti visionari unici (tutti concentrati nell'epilogo). Pinketts non si limita a raccontare, ma chiama il lettore a un lavoro di decriptazione del testo spingendolo a vedere quanto la perfezione conduca all'infelicità, poiché l'essere perfetto è frutto di un ossessione che, alla lunga, porterà all'inevitabile rovina (guarda caso il perfezionista si sostituirà al maestro, continuando la sua opera). Bizzarrissima la parte finale con una creatura costituita da un ammasso di sperma che va incontro al protagonista. Un testo davvero memorabile. Presenti inoltre, come si intuisce dal titolo, molte citazioni esplicite alla narrativa di Edgar Allan Poe.

Sullo stesso piano di Pinketts si pone Aldo Nove con “Non c'è nulla di più vivo dei cadaveri”. Anche qui siamo alle prese con un testo all'apparenza delirante e sconclusionato, ma che invece racchiude un'idea di fondo lucida e precisa. I fatti ruotano attorno alle piastrelle di un salotto che ogni giorno cambiano posizione. Ad accorgersi del fenomeno sono una donna arteriosclerotica e suo nipote di sette anni. I due collegano l'episodio alla dipartita del padrone di casa: il marito della donna. Nove da vita a una storia distorta, vista dagli occhi di un bimbo che ha una visione ribaltata della realtà. Fulcro della vicenda sono le mutazioni che si manifestano all'interno di un corpo deceduto da intendere quale microcosmo all'interno del quale si sviluppano una serie di eventi. In “Non c'è nulla di più vivo dei cadaveri” quel microcosmo è la realtà in cui tutti noi viviamo. Al di là di questi due racconti con la “R” maiuscola troviamo un breve e intelligente canovaccio di Tiziano Sclavi,un paio di interessanti romanzi travestiti da racconti e un'accoppiata di malinconici drammi familiari in chiave onirico/fantastica. Gli altri sei racconti vanno dal mediocre al sufficiente. Procediamo però con ordine partendo dal testo di Sclavi, cioè “Mannaia”.

Si tratta di un testo piuttosto truculento basato su un ottimo spunto iniziale (la critica della moda e di come questa trasformi in mostri le modelle), sviluppato però in maniera sbrigativa. Sclavi porta in scena un serial killer di modelle che vive contornato da teste e da arti penzolanti dal soffitto. Il killer, una donna deforme, depezza le vittime per spedire il tutto agli stilisti dalla stessa considerati i veri assassini. Breve e sottile il ragionamento che deve fare il lettore per collegare la follia dell'assassino alla realtà governata dall'esaltazione dell'immagine che porta le persone a non accettarsi alimentando gesti come quello estremizzato da Sclavi. Un testo dunque eccellente sotto il profilo dell'impulso iniziale, ma che rimane troppo embrionale.

Di livello, per la sua capacità di coinvolgere e di inquietare il lettore con scene concepite in stile spielberghiano (il mostro, come ne “lo squalo” rimane occultato – in questo caso nella nebbia - senza apparire alla vista del lettore) è “Vertigine nera” di Mauro Boselli. Sceneggiatore della Bonelli Editore, Boselli confeziona un racconto di intrattenimento intriso di adrenalina e ambientato sulle pareti rocciose delle Dolomiti. Durante la scalata di un monte maledetto, tre escursionisti se la dovranno vedere con un orrore celato in una fitta nebbia levatasi dal nulla. Dunque un testo che non ha alcuna pretesa intellettuale, ma che riesce a intrattenere sebbene il soggetto, a parte la location, non brilli di quella originalità che si potrebbe pensare a prima vista.

Su buoni livelli si assesta anche “Farfalle rosse” di Gianfrano Nerozzi, seppure si tratti di un vero e proprio romanzo peraltro stereotipato e caratterizzato con piglio cinematografico. Nerozzi porta in scena il classico sfigato detective privato hollywoodiano, con alle spalle delusioni amorose e sensi di colpa dovuti a un figlio finito in coma per le disattenzioni del padre. L'uomo viene ingaggiato per ritrovare una studiosa di fenomeni connessi alle esperienze pre-morte scomparsa nel nulla. La ricerca porta il detective a perdersi in una dimensione sospesa alle porte dell'inferno, una sorta di limbo dove sono imprigionate le anime di coloro che sono sospesi tra la vita e la morte. Qui ritrova la ragazza scomparsa, ma anche il figlio e la moglie defunta che si manifesta attraverso il corpo della giovane. I pregi del racconto sono gli sprazzi poetici (a partire dal titolo del racconto) e alcuni momenti onirici di grande impatto (discesa nel limbo). Certo è che siamo dalle parti del racconto commerciale, seppur condito da uno spesso velo di malinconia.

La malinconia torna a farla da padrona con “La nonna è morta” di Andrea Carraro e “Gli invisibili” di Nicoletta Vallorani (altra autrice di un certo blasone tanto da essere tradotta anche in Francia). La fatica di Carraro ha un inizio lento e poco interessante che mette in scena un amore smisurato di un vecchio per la propria moglie defunta, un amore che vorrebbe sconfiggere la morte ma che non può arrestare il lavoro della putrefazione. A poco a poco, Carraro riesce a trasmettere, col filtro degli occhi del piccolo nipote dell'uomo, la disperazione del vecchio fino a un epilogo che non può che lasciare il lettore sensibile piegato in due come se avesse subito un cazzotto nello stomaco. Bella la similitudine metaforica tra il vecchio disperato e il cane abbandonato e legato a una catena che il vecchio e il nipote osservano ogni giorno dalla finestra. Un racconto semplice, ma giostrato con grande talento. Senz'altro più che buono.

Più classico e con un soggetto di stampo ottocentesco (mi viene in mente soprattutto Joseph S. LeFanu) il lavoro della Vallorani. Qui abbiamo un regista affetto da una malattia infettiva che ritorna nella casa dell'infanzia dove era stato schiavo di un padre despota. Nel luogo, da cui l'uomo è scappato ancora bambino, sembrano aleggiare i fantasmi dei genitori e delle sorelle morte. Il racconto, piuttosto ambiguo, ha uno sviluppo lento e propone gli ultimi giorni di vita di un uomo morto fin dall'infanzia, come si evince dalle ultime righe, a causa dell'educazione castrante di un padre autoritario. Il senso di claustrofobia che si avverte nella lettura cresce alla distanza e raggiunge il suo apice in un finale in cui la realtà si mischia al sogno e viceversa.

Degli altri sei racconti merita una segnalazione approfondita “L'ultimo metrò” di Gianni Biondillo. Biondillo pare voler citare Clive Barker e, per una buona metà del testo, riesce anche a convincere adottando una struttura già sperimentata da altri autori (penso a Gordiano Lupi nel suo “Il Palazzo”), cioè quella di inserire molti personaggi in un ambiente chiuso (nella fattispecie un vagone della metrò) e poi raccontare un medesimo fatto filtrandolo dai diversi punti di vista. Nello sviluppo del soggetto, Biondillo si sbizzarrisce soprattutto quando entra in scena l'orrore che, di volta in volta, viene miscelato al pulp, al porno-feticista e all'onirico più puro. Il grosso limite del testo sta nell'incapacità di Biondillo di trovare una conclusione capace di andare oltre all'intrattenimento e di comunicare un qualcosa di profondo. Peraltro l'idea del treno avvolto dai gas allucinogeni ha la controindicazione di travolge l'intelaiatura metaforica creata forse inconsciamente e da sfruttare in un epilogo articolato in cui lasciare al lettore il compito di ragionare su quanto letto (piuttosto che spiegare tutto dando una giustificazione scientifica). Peccato perché l'idea della morte che arrivava per mano di personaggi diversi in base alle caratteristiche delle vittime era davvero un'idea eccellente.

Deludano il veterano Vittorio Curtoni (il suo “Io mordo per primo” è uno sci-fi horror che propone simbolicamente la vendetta degli indiani di America contro i discendenti dei visi pallidi, puniti mediante confinamento in una sorta di parco divertimenti), reo di voler riportare in scena creature classiche dell'immaginario orrorifico – quali vampiri, licantropi, frankenstein - piuttosto che scegliere una via personale, e soprattutto Chiara Palazzolo con il suo noiosissimo “Alia” (altro romanzo travestito da racconto, con interminabili battute a vuoto).

Il testo della Palazzolo, infatti, è assai dispersivo e troppo femminile. Abbiamo una professoressa di lettere ossessionata dall'immagine di una giovane che precipita da una scogliera. L'evento fa nascere una serie di dissidi familiari tra la donna e il marito, fino a un finale dove entra in scena una Dea che rinasce dal mare. Qui si inizia a sperare che il testo possa decollare (c'è anche una buona scena erotica) e invece il tutto crolla con un epilogo bruttissimo dove il mito costituito dalle leggende diviene squallida realtà contemporanea.

Insufficienti, anche se per motivi diversi, gli altri tre testi.Tra i tre il migliore è “Utero” di Gianluca Morozzi che presenta un frullatone di cattivo gusto che cerca di disgustare il lettore piuttosto che impressionarlo. Morozzi ricerca solo l'intrattenimento e infarcisce il soggetto con parti superflue (vedi la prima parte ambientata al centro commerciale) e tante scopiazzature da pellicole del calibro de “L'esorcista” (mutazione fisica della donna posseduta dal demone) e “Il tocco del male” (demone che si impossessa dell'uomo più vicino a quello morto di cui aveva da poco preso il controllo). Lo stile è scorrevole, ma il contenuto è superficiale e poco personale. Scritto con impegno tecnico, ma con poco cuore.

Addirittura inferiori “La mungitura” della sceneggiatrice di Dylan Dog Paola Barbato e “Carlo è fuori di testa” di Marcello Fois che opta per uno stile sperimentale (a tratti sceneggiatura, a tratti prosa) forgiato su un thriller truccato da horror che attinge dagli insegnamenti di matrice depalmiana non riuscendo a liberarsi da banalità che irromperanno nell'inverosimile finale.

Citazionista (il profilo strutturale attinge a piene mani da “Blair witch project” da cui mutua il taglio documentaristico portandolo su carta) è anche il testo della Barbato. Come per Fois anche il lavoro della Barbato ruota su un soggetto scarso (reporter a caccia di un documentario esclusivo in un luogo teatro di un triplice omicidio consumato in un'area su cui vive una mandria di mucche maledette) che si perde in un confuso epilogo dove fantasmi e maledizioni si miscelano in modo tutt'altro che convincente.

Nel complesso un'antologia che si legge velocemente per la facilità dei testi, quasi tutti commerciali, e che regala qualche punta interessante. Tra alti e bassi. Voto: 6

sabato 9 aprile 2011

I miei eroi dello sport da cui ho imparato e a cui sono legato per la loro valenza metaforica (qui si va oltre alle vittorie, al tifo e ai soldi)

Dedico questa pagina un po' per tributo e un po' per piacere personale ad alcuni atleti che vanno oltre lo sport. La loro vita, le loro imprese assumono una valenza metaforica che va oltre al contesto in cui operavano. Si tratta di soggetti che, per alcuni versi, insegnano molto se si è sensibili a sufficienza per andare oltre all'apparenza per scendere nel profondo del loro essere. Si impara molto più da questi soggetti che da altri (di qualunque settore essi siano) individuati come "maestri", perché sono personaggi semplici spesso giovanissimi e scomparsi prematuramente. E della giovinezza hanno la follia e il continuo senso di sfida senza frenarsi al cospetto di paure. Uomini onesti, corretti, ma mai disposti a soccombere.

Personalmente, nel mio piccolo, ho un debito con ognuno di loro e ho appreso lezioni che cerco sempre di ricordare e trasmettere nei miei scarabocchi e nel mio modo di relazionarmi.

MARCO PANTANI

http://www.youtube.com/watch?v=B-Vc_lIZWRQ


NIGEL MANSELL

http://www.youtube.com/watch?v=YTqI2Ox3_38&feature=related


GILLES VILLENEUVE


http://www.youtube.com/watch?v=_v-G-_Bd8rQ&feature=related


AYRTON SENNA

http://www.youtube.com/watch?v=MAAbvJGa5mg&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=nVLZIxht55c

http://www.youtube.com/watch?v=VJwqMwG1f4g&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=bzR1hLKz9Ns&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=CdBKoDWNmJE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=q9p-3HGWU8E&feature=related


STEFAN BELLOF

http://calciorusso.forumfree.it/?t=31579360

http://www.youtube.com/watch?v=e5ISuwIoPLE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=azBDl-sF6pY


BRUCE LEE

http://www.youtube.com/watch?v=g46gJ9x70GY&feature=related

giovedì 10 marzo 2011

AYRTON & STEFAN, geni della velocità col casco benedetto dal giallo e una signora in nero alle calcagne



Nella foto di sinistra: Stefan Bellof.

Nella foto di destra: Senna (in piedi) e Bellof all'interno dell'autovettura, credo durante un provino con la McLaren.


Posto il link di questo stralcio di documentario su SENNA. La sintesi di una corsa straordinaria dove, alla guida di una macchina mediocre, Senna mette tutti in riga in una specie di sceneggiatura crepuscolare dove il campione del mondo in carica (Nelson Piquet) si ritira mestamente a bordo pista, mentre i più blasonati campioni (Prost, Lauda, Mansell, Arnoux, Rosberg) sono in crisi. Prost vince grazie all'intervento dei commissari, mentre Senna alza il pugno al cielo anche se è arrivato secondo perché si considera il vincitore morale della competizione.

Nel video non si vede, ma terzo - sempre alla guida di una macchina mediocre (la Tyrrell) e anche lui debuttante nella stagione e alla sesta gara in formula 1- era arrivata un'altra grande stella morta troppo presto (a soli 27 anni), STEFAN BELLOF (detiene ancora il record del giro più veloce sul vecchio tracciato del Nurbruring).

Peccato non ci sia l'immagine di quell'epico podio dove piccoli grandi uomini misero sotto il blasone e la potenza economica dei colossi dell'automobilismo. Quando la classe supera la forza del soldo.



Qua il video.

http://www.youtube.com/watch?v=CdBKoDWNmJE&feature=related


Qua invece la rimonta di Bellof fino al terzo posto

http://www.youtube.com/watch?v=uIbaDM0Qfs8



mercoledì 9 marzo 2011

Recensione antologia "I mille volti del terrore"



I MILLE VOLTI DEL TERRORE

Autore: AA. VV.

Curatore: Gerald W. Page

Anno di uscita: 1978

Casa editrice: Newton

Pagine: 245


Commento di Matteo Mancini

Ennesima antologia horror uscita negli Stati Uniti nel 1978 col titolo “The Year's Best Horror Stories. Serie VI” e da noi pubblicata col titolo “I mille volti del terrore”. L'opera, predisposta dall'antologista Gerald W. Page - che aveva curato anche la V serie della collana da noi edita col titolo “La stirpe della tomba” - raccoglie quattordici racconti scritti, tra il 1976 e il 1978, da autori per lo più di blasone.

I testi raccolti possono esser catalogati in tre grandi gruppi. Il primo di questi coinvolge racconti vicini alla Sword & Sorcery e altri vicini all'orrore tipico di maestri del calibro di Lovecraft e Robert E. Howard. In questo gruppo, senz'altro il più appassionante e fascinoso dell'opera, rientrano i racconti di Manly W. Wellman, Karl E. Wagner, Tanith Lee e la piacevole sorpresa costituita da un autore che non conoscevo, cioè William S. Home.

Un secondo gruppo di testi, invece, utilizza l'horror come metafora per parlare dei disguidi familiari o di malesseri che coinvolgono l'intera società. Si tratta di un complesso di lavori abbastanza qualitativi tra cui spiccano i testi di Stephen King e David Compton subito seguiti, in termine di valore, da quelli di Russell Kirk e Charles L. Grant.

I restanti testi rielaborano il genere in una prospettiva moderna senza lasciare segni indelebili anche a causa di stili votati all'efficacia piuttosto che all'eleganza.

Procediamo però nel dettaglio.La palma per il migliore racconto dell'antologia va a Stephen King e al suo cavallo di battaglia “I figli del grano” (testo inserito nell'antologia “A volte ritornano”). Al centro della vicenda abbiamo una coppia di automobilisti che ha la sventura di sconfinare in una desolata cittadina governata da adolescenti. I due si troveranno al cospetto di ragazzi che si suicidano prima di diventare adulti in onore di un demone chiamato "Colui che Cammina tra i Filari". Ha così inizio una caccia all'adulto organizzata da un paese che rifiuta la maturità quasi a evidenziare l'insicurezza che pervade la gioventù moderna al cospetto delle responsabilità tipiche della vita adulta. Si tratta di un testo molto valido sia per i contenuti metaforici che per la cura nella descrizione delle scenografie e per la capacità di creare un tasso di tensione e di coinvolgimento che non ha nulla da invidiare ai capisaldi del genere. Senz'altro tra i migliori cinque racconti dell'intera produzione kinghiana.

Gli adolescenti tornano protagonisti in “In fondo al giardino” di David Compton e in “Se arriva Damon” di Charles Grant. Entrambi gli elaborati hanno in comune la sofferenza che si riflette sui minori a causa della superficialità di genitori più interessati ai bisogni propri piuttosto che al sostegno morale dei figli. Assai qualitativo, anche se dal taglio grottesco e burlone, il testo di Compton. Compton narra la storia di una bambina che racconta ai genitori, senza solleticarne l'interesse, di aver conosciuto una ragazzina con i denti pelosi che compie miracoli. Nell'apatia di padre e madre, la bambina viene aiutata dall'amica aliena a superare i propri complessi grazie a interventi con i quali l'aliena sistema l'arcata dentaria della piccina e le promette di risolverle le frequenti emicranie.I genitori però si ostinano a credere a ciò che fa loro comodo senza dar credito alle spiegazioni della figlia. L'ottusità degli adulti porterà alla morte della piccola e alla scomparsa dell'aliena. Un testo dunque che evidenzia i problemi di comunicazione tra genitori e figli, con conseguenze tragiche e irrecuperabili.

Decisamente meno fantastico è il racconto di Grant. In “Se arriva Damon” (racconto peraltro inserito nella gigantesca antologia “Il colore del male”) è la separazione dei genitori a destabilizzare il giovane protagonista della storia. Se la matrice del malessere è diversa rispetto a quella della vicenda narrata da Compton, non cambia il risultato finale che culmina pur sempre con la morte del piccolo e con i sensi di colpa dei genitori. Nella fattispecie, il padre finisce col credere di esser perseguitato dal fantasma del figlio. Siamo dunque alle prese col racconto più triste del lotto e forse quello che, seppur poco coinvolgente, presenta i migliori spunti di riflessione.

Molto Kinghiano è il testo di Russel Kirk, autore poco conosciuto in Italia ma molto appoggiato in America. “La lunga, lunga strada” è un autentico cavallo di battaglia dell'autore, tanto da esser inserito in più antologie (“Il colore del male” e “Racconti senza respiro”) e da aggiudicarsi il World Fantasy Award del 1977. Si tratta di una ghost story che si sviluppa molto lentamente, al punto da rievocare certi racconti di Algernon Blackwood (penso a “I salici” e forse non è un caso se anche nel testo di Kirk ci sia un gruppo di alberi a farla da padrone: gli aceri) e “Shining” di Stephen King (uscito nello stesso anno) da cui mutua l'idea della grande casa (nel romanzo era un hotel) abbandonata in cui riemergono orrori passati - con tanto di assassini armati di asce che sbattono sulle porte per uccidere donne e bambini – e da cui è impossibile scappare perché isolata da una bufera di neve. Rispetto a King, Kirk introduce una serie di riflessioni su purgatorio e inferno e sull'anima di uno spirito dannato. L'anima viene infatti vista come un'essenza che resta imprigionata nei luoghi in cui è morto il corpo senza alcuna coscienza del proprio stato e con la tortura di rivivere ciclicamente in terza persona gli episodi finali che ne hanno segnato la fine.

Non meritano invece più di un breve cenno “Io sento il buio” di Dennis Etchison (autore ancora una volta deludente nonostante la presenza pressoché costante in questo tipo di antologie) e “Ricordo di un amore” di Martin Bishop (autore più ferrato nella sci-fi). Entrambi i testi sono piuttosto noiosi e di scarso interesse. Il primo, peraltro scritto in modo da rendere faticosa la lettura, parla di un uxoricidio con la moglie della vittima che cerca di farsi aiutare da amici per camuffare il delitto come giustificato da una legittima difesa. Il secondo, leggermente più brioso, verte sulla vendetta di un ragazzo nei confronti della donna che gli ha rubato il padre. Il giovane, rappresentante di articoli caratteristici, avvicina la donna con l'intento di rifornirle il negozio con dei prodotti innovativi. La donna non sa di avere davanti il figlio della vecchia e indimenticata fiamma, lo scoprirà solo in seguito dopo che il giovane confezionerà una trovata commerciale che ricorda alla donna un fatto tristissimo della sua vita.

Entriamo nell'orrore esoterico con il lotto dei testi presentati da Karl Wagner, Tanith Lee, William S. Home e Manly W. Wellmann. Non si tratta di testi trascendentali, né dotati di una certa originalità, ma di storie scritte in modo elegante e capaci di intrattenere a dovere lo spettatore regalandogli più di un brivido.Più in particolare i primi due autori di questo poker propongono storie riconducibili al sottogenere sword & sorcery,mentre gli altri si orientano verso un genere che richiama alla memoria la narrativa di Howard P. Lovecraft.

Wagner, in “Kane, il maledetto”, mette in scena uno dei suoi personaggi più ricorrenti, cioè Kane (una sorta di Conan in chiave ribaltata). Kane è un immortale mago dedito alla negromanzia, abile con la spada e la magia nera. L'uomo tiene sotto sortilegio una giovane donna di cui è innamorato. La giovane, però, non lo ricambia e fa di tutto per ordire dei tentativi di assassinio ai suoi danni, tradendolo con uomini della più disparata specie. Kane ucciderà uno a uno i vari pretendenti, fino a cedere al cospetto di un marinaio che trasporterà via mare la giovane non sapendo di avere a che fare con un corpo deceduto molti anni prima e tenuto in vita solo grazie agli infusi di Kane. Il testo è scritto in modo magistrale, impreziosito dai trucchi di un Wagner che nasconde nell'ombra rapaci e stilla una magia esoterica che è palpabile a ogni pagina.

Sulla scia di Wagner è “Bianco inverno” di Tanith Lee. Qui protagonista è un guerriero medievale che, circondato dai suoi uomini e dalle amanti, razzia e distrugge villaggi. A rovinare l'egemonia dell'uomo sarà un flauto, con una gemma incastonata al suo interno, che il guerriero raccoglierà in una delle tante razzie. L'organo, infatti, libera lo spettro di una donna diafana che segue il guerriero in ogni spostamento, facendo imbizzarrire i cavalli. Crovak, questo il nome del guerriero, finirà col violentare la donna – che peraltro non viene vista da nessun altro - mettendola incinta e finendo a poco a poco con l'impazzire con conseguente deperimento nel fisico e relativo confinamento in una baracca.

Più convenzionali gli altri due racconti con il maestro Wellmann che, con “La custode”, propone un personaggio decisamente stereotipato. Protagonista del racconto, infatti, è il classico americano in visita in una vecchia magione della campagna inglese appartenuta in passato a un antenato dell'uomo. All'interno della struttura c'è un demone nero a cui viene impedito di uscire all'aperto grazie a una lingua morta conosciuta solo dalla custode deputata a tenerlo a bada.

William S. Home, invece, confeziona una storia (“Una ragnatela di vene pulsanti”) che verte su una profanazione di una tomba al cui interno è custodita una strana creatura alata. Home, autore per sfortuna poco tradotto in Italia, da sfoggio di uno stile che abbonda in aggettivi e mira al colpo a effetto, fino a cadere nel lezioso, grazie a una scelta accurata delle parole. Il racconto parte molto bene, con un'atmosfera claustrofobica e sinistra. Purtroppo si affloscia un po' sul finale, con un epilogo non all'altezza delle aspettative.

Tra i restanti racconti, merita una segnalazione “I signori dei cavalli” di Lisa Tuttle. Il testo (inserito anche nell'antologia “Terrore!”) ha per oggetto vecchie maledizioni indiane che si manifestano sotto forma di possessioni diaboliche. Degna di particolare nota è la descrizione in flashback del massacro compiuto da dei cavalli carnivori a causa dell'influenza degli spiriti maligni.

I restanti racconti non brillano per genialità. Tra questi troviamo: “L'adescamento” del sopravvalutatissimo Ramsey Campbell (qui con un racconto leggermente superiore alla sua media) il quale ricorre a un ragno che tesse ragnatele che sembrano crepe schiantate sui muri di una casa; e due racconti dal soggetto trito e ritrito cioè “Il colmo della fortuna” di David Drake (carina solo la trovata finale in cui, in una giungla del Vietnam, si fa morire il licantropo grazie a una moneta d'argento lanciata nelle ferite aperte sul petto della bestia) e “Urlando per uscire” di Janet Fox il quale, curiosamente, ha la stessa idea di base (donna abulica che assorbe l'uomo che la corteggia, per poi trasformarsi in un verme che scompare sotto terra) di “Cibo” di Thomas Tessier presente nell'antologia “In principio era il male” (uno dei due scrittori ha copiato l'altro). In definitiva siamo al cospetto di un'antologia di pronta lettura che propone qualche testo di ottimo spessore e molti altri di mero intrattenimento. Tra alti e bassi. Voto: 6,5

venerdì 4 marzo 2011

Recensione della mia antologia "SULLE RIVE DEL CREPUSCOLO" (GDS Edizioni)"


Al seguente link potrete leggere la recensione di PATRIZIA BIRTOLO della mia antologia "Sulle rive del crepuscolo"


http://braviautori.blogspot.com/2011/03/recensione-sulle-rive-del-crepuscolo.html


Nella foto il sottoscritto in mezzo alle sue due antologie "La lunga ascesa dal mare delle tenebre" e "Sulle rive del crepuscolo" entrambe edite da GDS Edizioni di Milano.

domenica 30 gennaio 2011

I Libri letti nell'anno 2010


Il 2010, causa corsi vari e impegni di lavoro, è stato un anno in cui ho letto molto meno del solito, anche se, oltre ai libri di cui sotto ho iniziato una grande quantità di antologie non ancora completate e libri di varia natura. Tutti i libri sotto riportati sono stati oggetto di recensioni specifiche, molte delle quali apparse anche su questo forum.
Vediamo nell'ordine di lettura i libri che ho letto.

1. Una terribile eredità di Gordiano Lupi (Edizioni Perdisa). Romanzo molto interessante ambientato a Cuba che miscela assai bene horror (si parla di cannibali) e orrori della guerra (nella fattispecie di Angola). Penso sia il miglior romanzo scritto dall'autore piombinese.

2. Veleno di AA.VV (Foglio Editore). Antologia non perfettamente riuscita a metà strada tra il pulp e l'erotico. Ci sono alcune perle e altri racconti meno riusciti, a penalizzare però è l'eccessiva eterogeneità dei racconti.

3. Mastodonia di Clifford Simak (Mondadori - Urania). Romanzo fantascientifico un po' deludente per esser stato scritto da Simak, ma con ottime trovate e un pizzico di critica sociale. Il tema verte sull'argomento "macchine del tempo".

4. Le città che ci aspettano di AA. VV. (Mondadori - Urania). Antologia ben amalgamata che, come si evince dal titolo, propone società future e possibili sviluppi spesso tendenti a visioni di carattere pessimistico. Tra alti e bassi.

5. I più terrificanti racconti del terrore di AA. VV. (Newton Editore). Ottima antologia, con il limite di proporre racconti straconosciuti di maestri horror di fine '800 - primi '900. Consigliata a chi non conosce bene il genere.

6. L'Incrinarsi di una persistenza di Maurizio Cometto (Il Foglio Editore). Al momento è l'antologia "underground" più bella che mi sia capitato di leggere. Racconti che oscillano tra il fantastico più puro fino all'orrore (ma sempre di classe). Consigliata.

7. Le paludi dell'inferno di P.A. Chapdelaine (Mondadori - Urania). Romanzo sci-fi con ambientazione aliena. Ha il merito di dipingere scenari assai crepuscolari (anche se ripetitivi), per poi diventare presto noioso. Interessante, ma non troppo sviluppato, il tema dello sfruttamento ed estinzione delle popolazioni indigene (evidente la critica a un certo colonialismo).

8. Pistolero fuori tempo di AA. VV. (Mondadori - Urania). Antologia eterogenea che miscela sci-fi a horror. Tra alti e bassi.

9. La morte in pentola di Gaia Conventi. Racconto lungo che miscela giallo classico al comico, facendolo con molto mestiere.

10. Terrore! di AA. VV. (Newton). Splendida antologia horror. Tra quelle che raccolgono testi di autori del secondo '900 è la migliore che mi sia capitato di leggere. Divertimento e brividi assicurati.

11. Picatrix di Valerio Evangelisti (Mondadori). Romanzo sospeso tra l'esoterico e la sci-fi, con affascinanti atmosfere. Bello.

12. Vedremo domani di AA. VV. (Mondadori - Urania). Raccolta puramente sci-fi qualitativamente superiore rispetto alle antologie Urania sopra elencate.

13. Nero tropicale di Gordiano Lupi (Edizioni Il Foglio). Raccolta interessante di racconti esoterici ambientati a Cuba. Presenti un paio di thriller con elementi horror, il resto sono fantastici.

14. Five fingers di Luca Barbieri (Edizioni Il Foglio). Una delle più belle antologie delle Edizioni Il Foglio che miscela western (all'americana) all'horror. Molto fumettistico.

15. In principio era il male di AA. VV. (Mondadori). Pessima antologia horror che propone un paio di racconti interessanti e molti altri insulsi. Evitare.

16. Le lune nere di Lucio Fulci (Granata Press). Antologia semi-introvabile scritta da Lucio Fulci. Assolutamente da non perdere per gli amanti del regista (anche se ci sono alcuni racconti non trascendentali).

17. La reliquia di James Herbert (Mondadori - Urania). Romanzo che sicuramente sarà amato da Dan Brown per il suo mischiare storia a esoterismo (nella fattispecie c'è anche una puntina di horror). Il romanzo verte sul nazismo magico.

18. HSF di Marco Milani (Prospettiva editrice). Antologia piuttosto eterogenea che propone buoni racconti alternandoli con altri meno esaltanti. Tra sci-fi e horror.

19. La maschera d'oro di Giovanni Buzi (Il Foglio Editore). Romanzo dalle fortissime tinte erotiche (rese in modo magistrale da Buzi) che strizza l'occhio al thriller commerciale (questa parte è meno interessante).