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martedì 26 ottobre 2010

"Anteprima demo" da inserire nell'eventuale saggio sullo "Spaghetti western" che conto di pubblicare probabilmente per le edizioni "Il Foglio"

UNA PISTOLA PER CENTO BARE

Un film di Umberto Lenzi.
Con Piero Lulli, Peter Lee Lawrence, John Ireland, Franco Pesce, Andrea Scotti, José Jaspe, Raf Baldassarre, Calisto Calisti, Consalvo Dell’arti
Durata 95 min.
Italia 1968.
Jim Slade (Lee Lawrence), soldato pacifista sudista, dopo aver scontato una condanna ai lavori forzati per essersi rifiutato di combattere sul fronte, scopre che la sua famiglia è stata sterminata da un gruppo di quattro delinquenti. Il ragazzo, del tutto inabile nel maneggio delle pistole a causa della sua fede religiosa (è testimone di Geova) che lo porta a ricusare armi e alcol, decide di imparare a sparare e di mettersi sulle tracce dei quattro. Nel giro di poco tempo, trova e uccide tre dei quattro elementi, mentre del quarto sa solo che si chiama Corbett (Piero Lulli). Determinato a uccidere anche l’ultimo uomo, Slade vaga di paese in paese per consultare le foto segnaletiche mostrate dagli sceriffi. Nessuno però sembra conoscere Corbett, finché un giorno, casualmente, mentre si trova a bere un bicchiere d’acqua in un saloon, il ricercato appare alla guida di una banda intenzionata a rapinare la banca del paese. Il proposito criminale non va in porto, perché il bottino (200.000 dollari) che Corbett pensava di poter rubare non è stato ancora depositato presso la banca. Il delinquente decide così di rinviare il colpo, non prima però di aver ucciso lo sceriffo locale. Slade, intenzionato a completare la sua vendetta, coglie al volo l’occasione. Si fa assoldare dal sindaco per proteggere la banca e, aiutato da un predicatore forestiero (John Ireland) e da un vecchio becchino (Franco Pesce), si prepara per la resa dei conti finale. Le sorprese per Slade però sembrano non finire, perché in realtà a sterminare la sua famiglia sono stati cinque uomini e il quinto è qualcuno di cui il giovane si fida ciecamente…
Presentato con un titolo poco appropriato (può erroneamente lasciar pensare che il protagonista debba uccidere cento persone), “Una pistola per cento bare” è una pellicola che analizzata superficialmente sembrerebbe non aggiungere niente a quanto già offerto dal panorama western.Sceneggiata da XXX, la storia propone un’idea di base piuttosto classica (tema della vendetta) e inserisce personaggi e scene già viste soprattutto nei film di Sergio Leone, ma anche in “Django” (epilogo in un cimitero in mezzo alle croci) e “I giorni dell’ira” (il protagonista è un giovane inabile alle armi, ma che vuol imparare a usarle e alla fine diventa un abile pistolero paladino della giustizia).Più in particolare viene citato “Per un pugno di dollari” (verso l’epilogo, il protagonista si mette a fare il doppio gioco; in più abbiamo la simpatica figura del vecchio becchino del paese che gioisce a ogni morte, perché potrà così lavorare), “Per qualche dollaro in più” (protagonista pestato dalla banda dei criminali che ridono come forsennati, finché il loro capo non sospende il pestaggio; il bottino della banca viene sottratto dalla sua cassa all’insaputa dei criminali e nascosto dal protagonista all’interno di una tomba) e “Il buono, il brutto e il cattivo” (delinquente salvato dall’impiccagione con la corda tagliata da colpi di pistola).Nonostante quanto detto, il film acquisisce una valenza degna di nota, pur non segnalandosi tra i masterpiece del genere. Prima di tutto vede dietro alla macchina da presa uno dei maggiori registi di azione (e non solo) del cinema italiano di genere, cioè Umberto Lenzi. Classe 1931, Lenzi era reduce da film (prevalentemente “spy story”) non di grande successo e valore artistico, a parte il film di guerra “Attentato ai tre grandi”, ed è proprio dopo aver diretto i suoi due unici western (l’altro è il fiacco “Tutto per tutto” con John Ireland), entrambi prodotti nel 1968, che il regista grossetano dette inizio a una serie di film che lo avrebbero fatto decretare maestro prima del “thriller borghese”, quindi del cinema di guerra e infine del “poliziottesco”.In seconda battuta, vengono introdotte alcune idee che potremmo definire embrionali, per non essere state sfruttate a dovere. Infatti, forse introdotte per un mero scopo dilatatorio e senz’altro poco coordinate al tema principale, vengono proposte una serie di scene che vedono protagonisti un gruppo di matti rinchiusi in un carcere/manicomio. Il gruppo, nel corso della storia, riuscirà anche a evadere dalla cella e a mettere a ferro e fuoco il paese, con momenti che rievocano atmosfere horror (con atti incendiari e uccisioni provocate da colpi di accetta). Da questo punto di vista, è interessante il finale dove si assiste a una sorta di resurrezione del leader dei pazzi (il bravo Eduardo Fajardo) che si avvinghierà al collo di uno dei due protagonisti (scena che da “Halloween” di John Carpenter in poi diverrà un classico del cinema slasher movie, ma che qui era già stata introdotta seppure in forma confusa e poco calibrata).Al di là di quanto ricordato e di una girandola di colpi di scena finali, resta poco altro da segnalare se non le bizzarre caratterizzazioni del protagonista e del co-protagonista. Il primo è un testimone di Geova che lotta contro i suoi ideali per vendicare la famiglia, fino a stravolgere la sua stessa personalità (amara la battuta finale, quando Slade dirà: “Ormai non posso più bere acqua”). Davvero bizzarri i momenti in cui al saloon, anziché ordinare whisky come tutti i pistoleri degni di rispetto, beve bicchieri di acqua. Il secondo è un falso predicatore che va in giro a leggere passi della bibbia, per poi uccidere senza tanti ripensamenti (soggetto precursore, anch’esso in forma molto embrionale, del Jules Winnfield interpretato da Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino).Da un punto di vista tecnico, Lenzi gira con mano sicura pur non evitando una certa frammentazione nella prima parte (troppe scene di raccordo) e qualche inverosimiglianza verso l'epilogo attribuibile a un difetto di sceneggiatura (il modo in cui il protagonista finge di passare dalla parte dei banditi è, per come è stato messo in scena, del tutto inverosimile).Qualitativo il cast artistico con un trio di attori (Lulli, Ireland e Lee Lawrence) non di primissimo piano, ma abili caratteristi del genere. Colonna sonora non tra le migliori, fotografia non eccelsa ma neppure mediocre. Nel complesso un western poco originale, ma con idee embrionali che saranno sviluppate in altri contesti fino a diventare dei veri e propri tormentoni (il pazzo che, una volta creduto morto, riappare con tutta la sua violenza in un estremo tentativo di averla vinta nei confronti del protagonista).
Per gli amanti delle citazioni, segnalo la seguente battuta:
Che significa “una pistola”? Si dice Colt, Smith & Wesson, Derringer. Chiedere “una pistola” è come chiedere “un quadrupede”: può essere un cane, un gatto, un cavallo…

mercoledì 20 ottobre 2010

Recensione narrativa: HSF(M.Milani)




Autore: Marco Milani
Anno di uscita: 2005
Casa editrice: Prospettiva Editrice
Pagine: 168
Prezzo: 8.00
Commento Matteo Mancini
Antologia prevalentemente di genere horror che porta la firma di Marco Milani. Nato nel 1964 in quel di Como, ma residente nella provincia di Rovigo, Milani dimostra con questo testo di possedere un indubbio talento nel descrivere situazioni oniriche al limite del grottesco. Alcuni racconti propongono degli squarci visionari davvero eccezionali descritti con cura nella scelta delle parole.Se questo è l’aspetto positivo che emerge dalla lettura, non mancano, tuttavia, alcuni punti dove – ad avviso di questo recensore – si dovrebbe intervenire per migliorare l’opera.In prima battuta, dei tredici racconti proposti solo sette o otto hanno un’impronta tale da renderli omogenei per esser inseriti in un’antologia comune, i restanti, invece, sono delle sorte di freddure o delle fulminee riflessioni mascherate da racconto.In secondo luogo, salvo alcune eccezioni, molti racconti hanno delle prime parti notevoli in cui ci si aspetta chissà che cosa e poi evaporano via via che si giunge all’epilogo.Dopo queste premesse di carattere generale, passiamo ai singoli racconti.L’antologia si apre con quello che ritengo il miglior racconto del lotto: “In Nomine Patris”. Si tratta di un’opera che rievoca le atmosfere dell’Eymerich evangelistiano (conquistadores spagnoli portano il cattolicesimo nel Messico degli indio), ma lo fa con un'impronta personale da cui trapela una sfumatura dissacrante nei confronti della Chiesa cattolica. Tale sfumatura tocca il suo apice nell’ottimo finale in cui si assiste a un ribaltamento dei ruoli grazie all’intervento di un archetipo del genere prettamente fantastico. Un testo davvero ben congegnato e articolato, con un Milani generoso di scene altamente crudeli(terribile quella del soldato che uccide un neonato) mirate a sortire un effetto ben centrato (che non è meramente quello di scioccare il lettore, ma di farlo riflettere su certe incongruenze perpetrate nella storia da chi professava con fanatismo un certo credo).Si prosegue con il racconto più lungo della serie, quasi cinquanta pagine, cioè “Chi ha paura del gatto nero?”. Qui Milani offre delle visioni intrise di una poetica onirica unica, con un gatto nero che si siede sulla luna e poi, via via, la fa a fette con ripercussioni negative sul protagonista della storia. L’idea è a dir poco geniale, ma messa disposizione di un soggetto poco originale (siamo alle prese con il classico patto diabolico con un protagonista che si è arricchito grazie a esso e si trova costretto a offrire la preziosa contropartita tanto cara agli dei degli inferi). Quest’ultima riflessione penalizza un testo che ha dei margini per evolvere in un qualcosa di notevole.Seguono due racconti che non mi sono piaciuti molto e che hanno in comune una prima parte molto bella che poi evapora in un epilogo non all’altezza delle premesse.Primo dei due racconti è l’onirico “Tanti auguri”, in cui un uomo di ritorno da una festa si ritrova catapultato in un contesto che sembra appartenere a un’altra dimensione. La prima parte del testo tiene incollati nella lettura, con descrizioni dal grande impatto visivo. Nel secondo frangente si scivola nel grottesco più assurdo con ripercussioni anche sullo stile che diventa sporco e poco seducente.Discorso simile vale per “Ho visto una nuvola che somigliava a un’ala di un angelo”, anche se in questo testo emerge una certa ironia (potrebbe pure sembrare una critica al vetriolo) sul modo in cui gli scrittori di genere sviluppano le loro idee, ciò nonostante l’epilogo non è paragonabile all’affascinante inizio.L’antologia si risolleva con i due successivi lavori, in modo particolare con il folle (in senso positivo) “Il tema di Pierino”. In esso si assiste agli effetti provocati da un meteorite caduto su Stienta, con bizzarre mutazioni comportamentali nei cittadini. Più classico, invece, “La casa vicino a Firenze” che omaggia esplicitamente Lovecraft e il Necronomicon. Piccolo neo di quest’ultimo testo, comunque più che godibile, sta in un epilogo in cui serpeggia un velo di confusione.Seguono tre mini racconti che paiono scritti di getto e non hanno molto da offrire, se non riflessioni travestite in forma narrativa.Si giunge poi all’ottimo “Il canto della sirena” che ripropone quel Milani tanto bravo nel dipingere l’onirismo poetico. Testo che ricorda vagamente un racconto di Conan Doyle (mi pare che il titolo fosse “La stella polare”), si tratta di un testo fantastico che chiama in causa la figura della sirena e si chiude in modo eccezionale avendo come scenario i mari del nord. Davvero un ottimo racconto.Meno qualitativo, ma comunque con buone descrizioni è “Notte chiara”; anche in questo caso l’intera costruzione onirica tende a non sbocciare in un qualcosa di unico causa un escamotage finale già stato letto e riproposto con piglio poco personale.Gli altri due racconti sono uno una specie di breve gioco di parole, l’altro affronta il tema del suicidio.In definitiva una raccolta che svela un interessante talento dell’autore nel districarsi col genere fantastico, con due o tre perle, diversi testi di completamento e altri promettenti ma ancora acerbi (in genere a causa di finali deludenti). Voto: 6+

domenica 10 ottobre 2010

Recensione narrativa: La reliquia (J.Herbert)




Autore: James Herbert
Anno di uscita: 1978
Casa editrice: Urania/Mondadori
Pagine: 222
Commento di Matteo Mancini
Romanzo scritto nel 1978 dal prolifico autore inglese James Herbert - conosciuto per thriller dalle atmosfere orrorifiche (“Nebbia”, “Il Superstite”) – e pubblicato in Italia nel 1980 sulle pagine della collana Urania (n.862).Nonostante sia stato inserito nella collana sci-fi della Mondadori, il romanzo non può dirsi fantascientifico, difatti siamo alle prese con una spy story strutturata come giallo e impreziosita con venature horror (si parla di magia, di resurrezione dei cadaveri con un certo gusto per il macabro).Protagonista del libro è un detective privato, con trascorsi nei servizi segreti israeliani, impegnato nel gettare luce sulla scomparsa di un agente segreto del Mossad e sui misteri che gravitano attorno alla figura di un fabbricante di armi da guerra.Il detective resterà così coinvolto in una serie di omicidi che vedono come mandanti i membri di un’organizzazione segreta, retta da personaggi influenti, avente come finalità la ricostituzione del reich nazista. Ma i fatti non si limitano a questo, perché tale organizzazione, votata alla magia nera e alla filosofia della razza superiore, è in possesso dell’antica lancia che trafisse il costato di Gesù e questa avrebbe permesso al cadavere di Himmler di risorgere attingendo l’energia vitale dai corpi di uomini rapiti.Come si evince dalla breve sinossi, si tratta di una storia con una scheletratura forte (per intenderci, l’autore non scrive di getto ma segue uno schema ben chiaro) che anticipa di qualche decennio i romanzi di Dan Brown. Interessanti alcuni personaggi con l’introduzione, persino, di un transessuale.Ciò che è però chiaro fin dai primi capitoli, e costituisce limite del libro, è che Herbert punta a vendere il maggior numero di copie e lo fa sacrificando lo stile. Ne deriva un testo essenziale e poco virtuoso che, tuttavia, non riesce a evitare qualche battuta a vuoto. Herbert, infatti, propone alcuni capitoli in cui eccede con le descrizioni degli scontri fisici che coinvolgono i vari personaggi (capitoli dilatati in pagine su pagine di descrizioni). Non manca qualche colpo a sorpresa, ma, alla “fine della fiera”, tutto si sviluppa come sarebbe stato lecito attendersi.Ne deriva un romanzo di mero intrattenimento che segue una via ben tracciata, ma lo fa senza cuore. Sufficiente. Voto: 6

giovedì 7 ottobre 2010

Pubblicazioni di ottobre di Matteo Mancini

L'APPETITO VIEN MANGIANDO







Il mese è appena iniziato, ma cominciano ad arrivare le buone notizie sul fronte della narrativa. In breve, a oggi, è successo questo:


1. "Bunker 15" racconto fantascientifico ambientato nei lager nazisti è finalista alla seconda edizione del concorso Fantastic Zen indetto dalla Edizione Diversa Sintonia (Rovigo);


2. La mia antologia "Sulle Rive del crepuscolo" ha subito l'ultimo editing e dovrebbe esser prossima all'uscita per la GDS Edizioni (Milano).


3. La mia intervista a Sergio Martino, con relativa recensione al film "Tutti i colori del buio" è prossima a uscire sulla rivista telematica "Braviautori - Il Foglio letterario".


4. Il mio racconto iper blasfemo intitolato "I Signori del grande Inganno" è stato selezionato per l'antologia "Orrori Sepolti" edita da Il Foglio Letterario (Piombino). L'opera sarà presentata al Pisa Book Festival. Nella foto la copertina dell'amico e bravo Jean Louis Foddai.


5. Il racconto "Miraggio Tropicale", giunto tra i finalisti del concorso "Streghe e Vampiri" è stato selezionato per l'antologia "La Notte di Valpurga" che sarà presentata dalle edizioni Giovane Holden (Viareggio) al prossimo Pisa Book Festival.


6. Il racconto "Terribili Lucertole" è finalista del concorso "Il Signore delle Isole" indetto da Del Bucchia Editore e sarà inserito nell'omonima antologia che forse sarà anch'essa presente al Pisa Book Festival.
7. Il racconto "Omicidio senza assassino" è stato selezionato per la votazione finale per decretare il vincitore del concorso "La sindrome di Stoccolma".


Sono sempre in attesa dell'esito di altri concorsi...

mercoledì 29 settembre 2010

Recensione narrativa: Il Mondo Sommerso / aka Deserto d'acqua (J.G.Ballard)




Autore: James Graham Ballard

Anno di uscita: 1963

Casa editrice: Feltrinelli

Prezzo: euro 7.50


Commento di Matteo Mancini

“The drowned world” segna il debutto dello scrittore inglese James Graham Ballard (i più lo ricorderanno per “L’impero del sole” e per “Crash”, opere portate sul grande schermo rispettivamente da Steven Spielberg e David Cronenberg) nella stesura di romanzi.

Prima di scendere nel merito del libro qui oggetto di attenzione, ritengo opportuno ricordare che James G. Ballard è un autore con la "A" maiuscola, uno dei pochi del secolo passato. Inglese, con un'adolescenza turbolenta, Ballard era solito ricorrere alla fantascienza come mero pretesto per confezionare opere profonde dall'alto contenuto metaforico e simbolico. Starordinari molti suoi racconti che sono recuperabili nella trilogia edita dalla Fanucci dedicata alla sua intera "opera breve".

"The drowned world" ha visto la luce nel 1963 ed è arrivato in Italia sulle mitiche pagine della collana Urania col titolo “Deserto d’acqua”. Di recente, per la “Feltrinelli editore”, è stato riproposto col titolo “Il mondo sommerso”.

Ci troviamo al cospetto del primo dei quattro romanzi apocalittici proposti da Ballard (“Il Vento dal nulla”, “Terra bruciata” e “Foresta di cristallo” sono gli altri tre). Si tratta di un’opera non adatta a un lettore che cerca il mero intrattenimento o la pura azione. Ballard, infatti - come suo solito - intesse un soggetto metaforico (il mare come memoria del pianeta, l’acqua quasi come sangue organico portatore di ossigeno al cervello, il sole come impulso che richiama gli uomini allo stato originario da cui erano partiti, liberi da preconcetti e da vincoli) infarcito di passaggi scenografici prodigiosi per la loro poetica decadente. Sotto quest’ultimo punto di vista, memorabili e avveniristiche (per la predizione relativa al costante surriscaldamento della Terra, con relativo scioglimento dei ghiacciai) le molteplici descrizioni relative a una Londra sommersa da paludi infernali (le temperature superano i 50 gradi) e regredita, per le particolari radiazioni solari, a uno stato preistorico (i rettili sono tornati i padroni incontrastati delle giungle tropicali che avvolgono gli edifici in rovina).Interessante il continuo riferimento alle paure “genetiche” di cui l’uomo e le altre creature sembrano essere, inconsciamente, portatrici dall’alba dei tempi (vedi il terrore per i rettili). Certo, il ritmo con cui si susseguono i fatti è molto lento e, in taluni punti, pesante, tuttavia non è al divertimento a cui punta l’opera. Per quanto sopra premesso, consiglio la lettura, ma vi avviso di prepararvi a vivere una storia allucinata dove ogni aspetto è funzionale a un’analisi psicologica dell’uomo. Non adatto ai lettori amanti delle opere di genere commerciale. Voto: 6.5

venerdì 17 settembre 2010

Recensione narrativa: Le Lune Nere (Lucio Fulci)




Autore: Lucio Fulci
Anno di uscita: 1992
Casa editrice: Granata Press
Pagine: 146
Prezzo: acquistabile, con un po' di pazienza nella ricerca, ai mercati dell'usato o su e-bay (il prezzo di copertina è 16.000 lire).
Commento di Matteo Mancini
Chi non conosce Lucio Fulci come regista di film di genere? Giusto coloro che non si interessano minimamente ai c.d. B-Movie, gli altri non sarebbero giustificati. Ma quanti tra coloro che apprezzano i B-Movie hanno letto i racconti di Fulci? Credo in pochi.
Ebbene eccomi qui per cercare di invogliarvi a colmare questa vostra lacuna.“Le Lune Nere” è la prima delle due antologie pubblicate dal “terrorista dei generi”. Edita nel 1992 dalla ormai fallita Granata Press di Bologna, l’opera di Fulci è pervasa da una grossa componente ironica che sconfina spesso nel grottesco volontario. I racconti raccolti sono dieci e sono tra loro assai diversi, sia come temi che come stile. Alcuni sono scritti da vero autore di narrativa, altri, invece, sembrano provenire dalla mano di un principiante. Probabilmente il tutto risente dal fatto che i testi sono stati redatti in un diverso periodo di tempo.
Dopo questa brevissima premessa, passo subito ad analizzare nello specifico i racconti meritevoli di attenzione. Tra tutti almeno cinque sono di ottima fattura.
Il migliore del lotto, ad avviso di questo recensore, è “Contestazione”. Si tratta di un elaborato che richiede una certa apertura mentale del lettore, perché Fulci mette in scena un feto pensante che riesce a comprendere le voci del mondo esterno alla sua placenta e a indispettirsi per essere trattato senza che nessuno prenda in considerazione i suoi pensieri. Superata questa base di partenza, che potrebbe far storcere il naso a coloro che sono strettamente ancorati alla realtà, il testo assume una valenza altamente metaforica e dissacrante. Fulci critica con intelligenza quel materialismo di certe persone (i genitori del bimbo parlano continuamente di soldi e di bellezza fisica) che spazza via ogni forma poetica che dovrebbe impreziosire la vita e trasforma in mostri le persone. Da quest’ultimo punto di vista, è magistrale l’epilogo del racconto con il bimbo che mentre prende la prima poppata dal seno della madre… beh, conoscete Fulci, credo che non occorra che vada avanti.
Assai claustrofobico è “Porte del nulla” (dal racconto sarà tratto l’omonimo film), con un automobilista ossessionato da un carro funebre che gli ostruisce continuamente il suo passaggio. Se fosse un film si potrebbe definire un c.d. road movie, con una tensione sempre più crescente, perché il protagonista scopre, via via, particolari che lo legano sempre più alla bara presente nel veicolo. Insomma, un testo che rievoca atmosfere di bradburiana memoria (penso al racconto “La folla”).
Assolutamente provocatorio, fin dal titolo, è “In assenza di Dio”. Qui un immigrato slavo, sfuggito alla polizia doganale, viene raccolto da una giovane e portato in una struttura dove viene servito e riverito. Il ragazzo non sa però che è stato arruolato per ricoprire il ruolo di Gesù in una sorta di rappresentazione della Passione di Cristo. La particolarità della recita, però, è che la medesima viene eseguita senza trucchi scenici… Da segnalare l’inserimento di qualche elemento eretico (rapporto sessuale tra Maddalena e Gesù).
Forse un po’ inferiori, ma comunque buoni sono “Voci dal profondo” e “Buoni sentimenti”. Il primo (anch’esso trasposto su pellicola) è una storia un po’ malinconica, con Fulci che utilizza un paio di frasi d’effetto (“i morti possono camminare con noi solo attraverso il ricordo e l’amore”) degne della mano di un grande scrittore. L’opera è incentrata sul rapporto tra i morti e le persone care rimaste in vita. Più in particolare, siamo alle prese con un omicidio perpetrato per ragioni economiche e svelato solo grazie alla caparbietà della figlia del defunto, guidata dai sogni in cui il padre parla del destino dei morti.
Col secondo racconto, invece, si ritorna a quell’ironia tanto cara a Fulci, con un testo che è una chiara protesta contro l’atteggiamento di una certa critica che demonizza i film horror, ma lascia che i bambini vengano “rincitrulliti” da certi cartoni animati (al giorno d’oggi questo aspetto sarebbe ancora più amplificato, a mio parere). La bambina protagonista della storia, infatti, finisce preda di incubi originati dai cartoni e da antiche fiabe, fino a un epilogo drammatico.
Se questi cinque racconti fanno dell’antologia un ottimo prodotto, gli altri cinque non sono all’altezza della situazione. Qualcuno ha degli aspetti positivi ma è scritto in modo non ottimale, come il visionario “I Testimoni” (cliente di un albergo vede riflessi sugli specchi fatti successi nel passato); qualcun altro ha una geniale idea di partenza ma si perde con una narrativa poco coinvolgente, come l’ironico “Uomo di guerra” (stratega militare in pensione simula le guerre nel suo salotto); “Trio” (donna ama personaggio della tv senza neppure conoscerlo) è carino ma non brilla per originalità e si chiude in modo prevedibile; gli altri due, entrambi incentrati su rapporti di famiglia (“Gourmet” e “Attesa”), sono, a mio avviso, grezzi e non sviluppati a dovere.
Nel complesso un’antologia con buoni momenti e qualche racconto che si sarebbe potuto sostituire con qualcosa di più incisivo. Non siamo al livello del Fulci super onirico dei film (né tanto meno furioso fino agli eccessi), ma è comunque un’antologia che, nel complesso, raggiunge la sufficienza e presenta una cinquina di racconti tra il buono e il discreto. Consigliabile. Voto: 6.5

sabato 11 settembre 2010

Recensione narrativa: In Principio era il Male (AA.VV)




Autore: AA.VV.
Anno di uscita: 1990
Casa editrice: Oscar Mondadori
Pagine: 346
Commento di Matteo Mancini
“In principio era il male” credo sia l’antologia che ho letto più volte tra tutte quelle che fanno parte della mia piccola biblioteca privata.Questo potrebbe far pensare che io abbia gradito in modo speciale questa fatica messa in piedi dal curatore Douglas E. Winter e invece non è così. Ho impiegato molti mesi per terminarla, perché dopo ogni racconto mi deprimevo al punto da accantonare il libro preferendogli altre antologie. Convinto, poi, di non aver compreso appieno il contenuto di vari elaborati, mi sono costretto a rileggerli sforzandomi di rivalutarli, ma questo non è avvenuto quasi mai.Eppure gettando uno sguardo nell’indice si leggono nomi (King, Barker, Etchison, Straub, Campbell) che dovrebbero garantire una qualità eccelsa, ma nell’occasione diversi mostri sacri deludono oltre ogni più pessimistica previsione. Tra l’altro, non di secondaria importanza, è la constatazione che in molti testi l’atmosfera orrorifica latita a vantaggio di un umorismo nero (penso ai racconti di Hazel e Etchison) o di una valenza esclusivamente drammatica e perversa, con decisi elementi erotici piuttosto che fantastici (Harrison e Straub).
Ciò premesso, ci sono alcuni racconti interessanti come enucleerò qui di seguito.
Il libro parte in quarta con “Il succhiatore volante” per la firma di Stephen King. Pur non essendo un grosso ammiratore del Re, l’opera (che verrà riproposta nell’antologia “Incubi e Deliri”) è di gran lunga la migliore del lotto. Propone una detective story profondamente horror con un reporter di una rivista dedicata all’occulto che cerca di scoprire l'identità del serial killer che, a bordo di un Cessna, vola di aeroporto in aeroporto mietendo vittime. La firma dell'assassino è costituita dalla presenza di due fori, grandi come se fossero stati inferti da una zanna, sul collo dei defunti. L’approccio con cui l’omicida abborda le vittime è così amichevole da lasciar pensare che le abbia affascinate. Epilogo da vero maestro del genere.
Dopo una partenza al fulmicotone, giusto per invogliare il lettore, Winter spara due colpi fiacchi: “Una donna a pranzo” del semi sconosciuto Paul Hazel e “Bacio di sangue” dell’apprezzato Dennis Etchison. Nel primo caso abbiamo un soggetto che fa dell’umorismo e dell’ambiguità la sua unica arma, con qualche strizzatina d’occhio, seppur velata, all’erotismo. L’idea che sta alla base del tutto, però, è troppo povera e si limita nel mettere in scena una donna, assunta in un consiglio di amministrazione di soli uomini, che cerca di farsi accettare da un manipolo di colleghi maschilisti. Gli sforzi della poveretta falliscono miseramente e, dopo alcune imbarazzanti uscite a pranzo con i nuovi compagni di avventura, sfoceranno in un omicidio da risvolti cannibalici.
Non riesce meglio il prodotto di Etchison (che peraltro lo riproporrà, tre anni dopo l’uscita di “In principio era il male”, anche nell’antologia “Il ritorno degli zombi”). L’autore Californiano tenta di montare una storia che abbia al suo interno un’altra storia, legando il tutto tracciando un parallelo tra il rapporto tra i personaggi di entrambe le storie (che sono sempre un regista e una donna che in un caso ricopre il ruole di attrice di un film, mentre nell'altro di sceneggiatrice). Etchison punta sugli equivoci e riserva per il lettore un duplice finale beffardo. Se dunque i colpi di coda di Etchison convincono, la narrazione avanza senza coinvolgere a dovere e, al di là, delle sorprese finali c’è ben poco.
Delude anche Clive Barker con il suo kinghiano “Addio al passato” (di sicuro il peggior racconto che mi sia capitato di leggere dello scrittore inglese), tutto incentrato sui ricordi di una donna ritornata nel paese natale per partecipare al funerale della madre. A inquietare la donna è un lungo sentiero sospeso su un dirupo delimitato da un fragile muretto. Al di là del muro pare vi sia un’entità che invita i passanti a gettarsi nel vuoto.
Qualche sprazzo interessante nel racconto “Cibo” di Thomas Tessier. Anche qui però la narrazione è troppo diluita e tutto si concentra sull’onirico e folle (in senso positivo) finale. Protagonista della vicenda è un cinquantenne che si innamora di una ventenne bulica, condannata a starsene a letto 24 ore su 24. L’uomo cerca di far di tutto per convincere la giovane a sottoporsi a una dieta restrittiva, ma ogni tentativo fallisce. Infine, una notte, la disgraziata si trasforma in una sorta di verme gigante che assorbe l’uomo, prima di scomparire sotto terra lasciandosi alle spalle una lunga striscia di bava. In definitiva Tessier spende quindici pagine per un soggetto che ne avrebbe necessitate poco più di cinque.
Si piomba nel mediocre, invece, con “Il grande Dio Pan” di M. John Harrison (altro autore che non vanta, per lo meno in Italia, schiere di fan). Il titolo potrebbe evocare ricordi di macheniana memoria, ma in realtà la storia si sviluppa in modo tutt’altro che fantastico. Il ruolo di protagonista viene affidato a un’epilettica ossessionata da disagi che paiono connessi a un evento oscuro ancorato a un passato lontano; un episodio in cui quattro ragazzi hanno evocato una sorta di Dio, per avanzare delle richieste non specificate da Harrison. L’elemento fantastico è limitato ai minimi termini e costituito da due creature di colore bianco, dall’aspetto umanoide, che appaiono fuori dall’abitazione della donna, come prede della ragnatela di un ragno. Epilogo frettoloso e deludente.
Con David Morrell e il suo “L’angoscia è arancione, la follia è blu” si torna a respirare un può di sana narrativa dell’orrore con la “o” maiuscola. Non che il soggetto brilli per originalità, ma si rivela ben gestito e offre spunti filosofici / narrativi interessanti. Il tema base è l’estro geniale dei pittori e, più in particolare, di Van Dorn (leggi Van Gogh). A cercare di far luce sull’argomento è un critico d’arte convinto che i quadri di Van Gogh nascondano un segreto che rende, a livello subliminale, più inquietanti le raffigurazioni. L’idea diviene presto un’ossessione che porta l’uomo a isolarsi e a vivere disinteressandosi della propria persona. Pare che tutti i critici, attenti ai particolari non convenzionali della produzione di Van Gogh, siano impazziti e si siano strappati gli occhi a colpi di forbice per cercare di risolvere il mistero. Piano piano, il critico inizia a capire. Scoprirà che nei 38 quadri originali dell’ultimo anno di attività di Van Gogh, celati in modo metaforico, ci sono dei volti urlanti che paiono anime dannate dell’inferno. Deciso a verificare l’intuizione, il critico parte per La Verge, cittadina francese in cui Van Gogh ha vissuto il suo ultimo anno di carriera. L’ossessione porta il critico a ripercorrere l’esperienza del pittore, emulandone abitudini e comportamenti. Scoprirà così, a prezzo della propria salute mentale che l’estro di Van Gogh non era dovuto a una genialità innata, ma a un episodio paranormale connesso alla caduta di un meteorite. Il corpo celeste, da quel che si dice, avrebbe aperto una falla nell’inferno e sarebbe proprio la visione di questa falla ad aver fatto impazzire Van Gogh e tutti coloro che hanno cercato di scoprire il mistero dei suoi quadri. La vista dei dannati, infatti, renderebbe i malcapitati schiavi di forti emicranie che si placano solo attraverso il disegno, un disegno compulsivo in cui vengono riprodotte le immagini dell’orrore vissuto, come se tale esperienza si sovrapponesse a qualunque soggetto di vita reale. In definitiva un testo che, al di là dello stile, rievoca i più brillanti lavori del solitario di Providence.
A metà antologia, dunque, si inizia a sperare in un finale in crescendo anche perché scorrendo le pagine si incontra niente meno che Peter Straub (conosciuto soprattutto per le sue collaborazioni con Stephen King) e il suo “Il ginepro”. La speranza evapora subito. Straub propone una storia di pedofilia con marcatissimi riferimenti erotici, ma lo fa dando vita a una mattonata senza capo né coda, dando l’idea di scrivere di getto senza bussola alcuna. La prima parte, iper drammatica, è interessante e si lascia leggere con curiosità (seppure assai cruda nei particolari). In tale frangente vengono narrati gli incontri sessuali tra un bambino di sette anni, appassionato di cinema, e un vecchio. Teatro dell’oscenità è un vecchio cinema di quarto ordine. Straub regala citazioni cinematografiche a go go e descrizioni puntigliosi di masturbazioni e altre perversità, poi, d’un tratto, il testo si disunisce, con uno sbalzo temporale di circa quaranta anni, per capitolare con un finale del tutto scollegato al resto. Ancora una volta, infine, si registra la quasi assenza degli elementi fantastici.
La delusione prosegue con il fiacco “Raccontami una storia” di un altro autore che avrebbe dovuto garantire una certa qualità, cioè Charles L. Grant. Grant dimostra grande talento nel narrare i fatti, ma stringi stringi la sua storia è vuota e pare esser stata scritta in mezza giornata. Abbiamo un uomo che racconta una serie di storie assurde che vedono per protagonisti personaggi della storia o delle narrativa, ma nonostante questo il nostro pretende di venderle al figlio come se fossero vere. Alla fine si scopre che l’uomo cerca di imparare a convincersi della veridicità di fatti che non sono mai accaduti, per superare un trauma terribile. In definitiva buona l’idea di base, noioso lo sviluppo.
Non invertono il trend negativo Thomas Ligotti (“L’ultima avventura di Alice”) e il veterano Ramsey Campbell (“Imparerete a conoscermi”). I due, infatti, presentano altrettante storie anonime (specie quella di Ligotti).
Gli ultimi due testi (Whitley Striber con “La piscina” e Jack Cady, con il romanzo breve “La nemesi delle tenebre”), invece, si guadagnano il diritto di essere letti con piacere, ma ormai è troppo tardi per salvare l’opera da un giudizio estremamente negativo. In particolare “La piscina” di Strieber ha il notevole pregio di inquietare il lettore e di restare impresso nella mente. Strieber mette in scena un bambino particolarmente dotato che vede, all’interno degli specchi d’acqua, i volti delle persone defunte e fa di tutto, alla fine riuscendoci, per suicidarsi. Il bambino afferma, infatti, che i morti vogliono il suicidio delle persone altrimenti scateneranno le forze della natura per punire l’uomo.
Per concludere non posso che esprimere un giudizio negativo dal momento che su tredici racconti solo quattro posso definirsi buoni, mentre gli altri vanno dal mediocre al pessimo. Davvero deludente. Voto: 4.5