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mercoledì 31 dicembre 2025

I POST PIù LETTI DEL BLOG NEL 2025

Post di chiusura 2025 dedicato alle recensioni più lette, in questi dodici mesi, nel blog. Nel 2025 sono apparsi 50 nuovi post per un totale di 479 recensioni di libri, di cui 413 dedicate alla narrativa. 51.600 sono stati gli accessi con un afflusso quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno, quando erano stati 28.400. Il 20 novembre 2025 la punta di accessi giornalieri di 951 visualizzazioni contro l'apice di 508 marcato il 13 luglio 2024. 12.207 l'apice mensile, marcato ad agosto 2025, contro i corrispettivi 4.642 del giugno 2024 e 6.447 del maggio 2023. 1.661 visualizzazioni a marzo 2025 quale minimo mensile stagionale contro il record negativo di 1.114 marcato nel gennaio 2024. Dunque valori tutti in netto incremento.


Vediamo la classifica dei top 50, con la sorpresa di quattro evergreen nella top four, per un totale di 14 evergreen nella top 50.

  1. La Dolce Mano della Rosa Bianca (recensione corto 2011) regia di Davide Melini, 510 visualizzazioni.

  2. Il Custode di Chernobyl (recensione 2021) di Caleb Battiago, Cut-Up Edizioni, 461 v.

  3. Guida alla Letteratura Esoterica (recensione saggio 2017), a cura di Claudio Asciuti, Odoya Edizioni, 442 v.

  4. Il Giocatore (recensione 2016) di Dostoevskij, 426 v.

  5. Nosferatu (recensione cinema) regia di Eggers, 220 v.

  6. Il Lato Sinistro del Cuore (recensione antologia) di Carlo Lucarelli, Einaudi, 214 v.

  7. I Tarocchi Lovecraft (recensione antologia), a cura Strani Aeoni, Colomò Editore, 190 v.

  8. Notte Horror 90 (recensione antologia), a cura Sartirana, Acheron Books, 184 v.

  9. Il Mio Nome è Che Guevara (recensione saggio 2013), di Torreguitart, Il Foglio Letterario, 169 v.

  10. Racconti Italiani Gotici e Fantastici – Esperimenti, AA.VV., Black Dog Edizioni, 165 v.

  11. Cerimoniale Notturno (recensione 2022) di Thomas Owen, Agenzia Alcatraz, 165 v.

  12. Primordia (recensione antologia), a cura Strani Aeoni, Colomò Editore, 160 v.

  13. Tempo di Delitti, AA.VV, Newton & Compton, 153 v.

  14. Varchi sull'Abominio, di Matthew Bartlett, La Nuova Carne, 142 v.

  15. Parasite Planet, di Stanley Weinbaum, Black Dog Edizioni, 142 v.

  16. Il Libro Blasfemo di Cthulhu, a cura di Pietro Guarriello, Dagon Press, 141 v.

  17. I Vendicatori, Stephen King, Sperling & Kupfer, 131 v.

  18. Cocagne, Alessandro Girola, Plutonia Publications, 130 v.

  19. Alieni Cattivi, a cura di Alessandro Balestra, Scheletri ebook, 125 v.

  20. Il Diavolo è Femmina, Robert E. Howard, Elara Edizioni, 124 v.

  21. Presentazione racconti Matteo Mancini 2025, 120 v.

  22. Schiavi dell'Inferno (recensione 2018), di Clive Barker, Bompiani, 120 v.

  23. Speciale Dario Argento, 116 v.

  24. Weird 4, a cura di Pietro Guarriello, Dagon Press, 115 v.

  25. Il Guardiano dell'Abisso, di Emiliano F. Caruso, Dagon Press, 114 v.

  26. Ritualis (recensione 2021) di Daniele Vacchino e Rosso, Il Foglio Letterario, 113 v.

  27. Gli Appetiti di Trnt-Asy'hh e altre Stravaganti Vicende Lodigiane, a cura di Del Piano, Dagon Press, 111 v.

  28. Il Club Dumas (recensione 2018) di Arturo Perez-Reverte, 110 v.

  29. The Outsider di Stephen King, Sperling & Kupfer, 109 v.

  30. Un Posto Chiamato Dagon, di Gorman, Dagon Press, 107 v.

  31. Pasqua Nera (recensione 2017) di James Blish, Edizioni Nord 107 v.

  32. Il Monaco (recensione 2014) di Matthew G. Lewis, 107 v.

  33. Demoni, Uomini, Dei (recensione 2018) di Lord Dunsany, 107 v.

  34. La Sfera del Buio, di Stephen King, Sperling & Kupfer, 106 v.

  35. Jurassic World – La Rinascita (recensione cinema) regia di Gareth Edwards, 104 v.

  36. Incubi e Deliri (recensione 2013) di Stephen King, Sperling & Kupfer 102 v.

  37. Il Posto del Buio, di Dean R. Koontz, Sperling & Kupfer, 101 v.

  38. Il Guerriero Bestia, di M.J. Arcade, 101 v.

  39. Sussurri, di Dean R. Koontz, Sperling & Kupfer, 101 v.

  40. Horror Movies '70-'80, a cura di Alessandro Balestra, Scheletri ebook, 100 v.

  41. Progenie degli Abissi, di Fabio Calabrese, Dagon Press, 97 v.

  42. Il Livello Perduto, di Brian Keene, Lettere Elettriche, 96 v.

  43. Assassin, di Shaun Hutson, Mondadori, 96 v.

  44. L'Orecchio della Civetta, Chatrian-Erckmann, Agenzia Alcatraz, 95 v.

  45. Ciak si Muore!, a cura di Lucio Nocentini e Luigi Pachì, Delos Digital, 95 v.

  46. I Presocratici (recensione saggio 2013) Luciano De Crescenzo, Mondadori, 91 v.

  47. Black Flag, di Valerio Evangelisti, Einaudi, 91 v.

  48. 28 Anni Dopo (recensione cinema) regia di Danny Boyle, 87 v.

  49. La Bestia dalle cinque Dita e Altri Racconti (recensione 2018) di William F. Harvey, Hypnos Edizioni, 82 v.

  50. I Mostri agli Angoli delle Strade, di Fabio Calabrese, Dagon Press, 78 v.


Tra le “delusioni” in fatto di visualizzazioni si segnalano La Città Proibita (recensione cinematografica) 77 v., Mastodon (Independent Legions) 74 v., La Settimana di Passione (Ghimenti, Dream Books) 73 v., Antracite (Valerio Evangelisti, Mondadori), 72 v, F1 (recensione cinematografica) 69 v. e Imperial (Alessandro Girola, Plutonia Publications) 64 v.

venerdì 26 dicembre 2025

Recensione Narrativa: LE LACRIME DEL DRAGO di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Dragon Tears.
Anno: 1993. 
Genere: Horror. 
Editore: Sperling & Kupfer (1994). 
Pagine: 316. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Sesto romanzo di Dean R. Koontz da me letto, probabilmente quello che, al momento, preferisco, pur non essendo esente da difetti. Pubblicato nel 1993, raccoglie l'eredità di numerosi romanzi precedenti dell'autore. Koontz, molto più di Stephen King, fatica a staccarsi dai temi e dalle sottotracce che ne caratterizzano la produzione, preferendo agire in una comfort zone fatta da un connubio di hard boiled e di un fantastico incentrato sulla parapsicologia. Come suo solito Koontz propone false piste poliziesche che vedono i protagonisti alla caccia di un terrorista cultore di Elvis Presley che poi si scoprirà del tutto estraneo alla vicenda principale del romanzo. La sensazione, peraltro amplificata da un continuo sfogo dell'autore verso la decadenza della società degli anni novanta (“questi sono gli anni Novanta: il festino di fine millennio, il nuovo Medioevo, dove tutto può succedere e di solito succede, dove l'impensabile non solo è pensato ma anche accettato, dove a ogni miracolo della scienza corrisponde un atto di barbarie umana davanti al quale nessuno batte ciglio. A ogni brillante realizzazione tecnologica si contrappongono mille atrocità fatte di odio e stupidità. Per ogni scienziato che cerca una cura contro il cancro ci sono cinquemila delinquenti pronti a ridurre in pappa il cranio di una vecchia solo per gli spiccioli che tiene in borsa”), è quella di un tentativo di ampliare le pagine per diluire un soggetto forse più indicato per una novella. Tale aspetto viene altresì confermato da inserimenti che talvolta spezzano il ritmo, come la prospettiva di un cane che ricorda il suo passato quando ormai la vicenda ha raggiunto il momento apicale e dunque viene temporaneamente sospesa da capitoli superflui.

Domina la tematica kinghiana dei poteri parapsicologici alla Carrie (1974) o alla Firestarter (1980), già affrontata da Koontz in romanzi quali The Door of December (“Incubi”, 1985) o The Bad Place (“Il Posto del Buio”, 1991); qua, tuttavia, lo scrittore si scatena regalando momenti memorabili (anche per grandguignol), specie nella seconda parte dove la componente fantastica irrompe in modo definitivo. Bellissimo il momento in cui il villain - un ventenne dotato di poteri mentali che assommano la telecinesi, la pirocinesi, la capacità di compiere voli astrali, teletrasportare con la mente oggetti e persino di modellare e animare creature fatte di fango o di topi - blocca il decorrere del tempo e costringe i protagonisti a muoversi in un mondo paralizzato dove gli altri sembrano tanti manichini, un po' come faranno i cosiddetti “accordatori” nella pellicola Dark City (1998) di Alex Proyas. Convincente inoltre il finale, solitamente tallone di Achille dell'autore, con omaggi sia alla casa degli orrori del luna park che a I Tre dell'Operazione Drago (1973), in virtù di una villa piena di specchi che amplificano lo smarrimento dei personaggi. Questo il buono di Dragon Tears che, per il resto, ripropone per l'ennesima volta personaggi dall'infanzia tribolata come in Whispers (“Sussurri”, 1980) col background formativo di un villain a suo tempo figlio non voluto di una ragazza madre, a cui si aggiunge la tematica del bimbo demoniaco che ambisce al ruolo di anticristo preparandosi all'apocalisse (come in Funhouse, “Il Tunnel dell'Orrore”, 1980), per non parlare della dote di teletrasportare con la mente oggetti o materializzarsi all'interno di banche per rubare soldi (come già visto in The Bad Place, “Il Posto del Buio”, 1991). Tipica è altresì la struttura della storia, un vero e proprio thriller a matrice poliziesca connaturato dalla presenza di un serial killer, collezionista di occhi, dotato di poteri soprannaturali riconducibili, un po' come in Firestarter di Stephen King, a una serie di esperimenti a base di droghe e allucinogeni somministrati alla madre durante la gravidanza (“Quel piccolo mostro era Jeffrey Dahmer incrociato con Superman, John Wayne Gacy con gli incantesimi e le magie di uno stregone... tutti gli psicopatici omicidi della leggenda racchiusi in uno, dotato di capacità paranormali al di là di ogni misura).

Questo il succo di un soggetto che si sviluppa in appena dodici ore, con una struttura inizialmente corale, proponendo più soggetti “stalkerizzati” dal villain, che, a poco a poco, lascerà spazio all'indagine a alle vicissitudini di una coppia di poliziotti aggrediti, a cadenze temporali costanti, da un serial killer che si scoprirà agire per il tramite di golem da lui spiritualmente posseduti e plasmati dal fango o composti da sciami di ratti.

Koontz offre molti momenti a effetto, come la morte di un ex poliziotto aggredito da un groviglio di serpi (scena che ricorda certi momenti del B-Movie Snakes on a Plane, 2006), oppure la scena in cui il villain strappa un braccio a una ragazza durante un rave party dove i partecipanti sono ridotti al rango di veri e propri manichini, oppure una delle sequenze iniziali che vedono i due poliziotti duellare con un terrorista bombarolo che comunica gridando i titoli delle canzoni di Elvis Presley.

Dunque un romanzo horror dall'intelaiatura poliziesca che non lesina elucubrazioni sulla decadenza della società americana degli anni novanta e che cerca altresì di proporre domande sul mistero e sul senso della vita, arrivando a dire che “il senso della vita lo si può trovare in una scodella di zuppa. La zuppa comincia sempre con un qualche genere di brodo e questo è come il liquido fluire dei giorni che costituisce le nostre vite. Talvolta nel brodo c'è della pasta, talvolta verdure, pezzetti di bianco d'uovo, frammenti di pollo o di gamberetti, funghi, magari riso... Prima che la zuppa sia mangiata ha un suo valore e un suo scopo. Dopo è senza valore per tutti, tranne che per colui che l'ha consumata. E nel realizzare la sua finalità, cessa di esistere. Ciò che rimane sarà solo la scodella vuota. Il che può simboleggiare o desiderio e aspirazione, o la sgradevole aspettativa di altre zuppe a venire.” Indubbiamente, penso di poter dire, Dragon Tears è da annoverare tra i romanzi migliori di Koontz.

 L'autore Dean R. Koontz.

Oggigiorno, se la tua vita va a puttane, se non mantieni i tuoi impegni con la famiglia e gli amici, non è mai colpa tua. Sei un ubriacone? Bè, forse è una predisposizione genetica. Sei un maniaco dell'adulterio, hai un centinaio di partner diverse all'anno? Bé, forse da bambino non ti sentivi amato, forse i tuoi genitori non ti hanno dato le coccole di cui avevi bisogno... Hai appena fatto saltare la testa di un bottegaio o hai ammazzato di botte una vecchietta per venti dollari? Bé, tu non sei cattivo, no, non è colpa tua! La colpa è dei tuo genitori, dei tuoi insegnanti, la colpa è della società, di tutta la cultura occidentale, ma tua no, tua mai, che rozzezza suggerire una cosa del genere, che insensibilità, che irrecuperabile arretratezza mentale... Puttanate, dalla prima all'ultima.”

martedì 16 dicembre 2025

Recensione Narrativa: CIAK SI MUORE! a cura di Luigi Pachì & Lucio Nocentini.

Curatore: Luigi Pachì & Lucio Nocentini.
Anno: 2025.
Genere: Antologia di AA.VV. Giallo.
Editore: Delos Digital.
Pagine: 384.
Prezzo: 23,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Raccolta del meglio del Premio Toscana in Giallo 2025 organizzato dal Comune di Castiglion Fiorentino (Arezzo) con l'ausilio – in veste di curatori dell'antologia - di firme del Giallo Mondadori ovvero il braccio destro di Franco Forte, Luigi Pachì, e lo scrittore indigeno (pur se residente a Milano) di romanzi gialli, soprattutto per la serie di apocrifi dedicata a Sherlock Holmes che compare mensilmente in Edicola per Mondadori, Lucio Nocentini. Tema della selezione 2025 è il cinema ovvero una selezione di storie, perlopiù di genere giallo (ci sono anche un paio di horror e qualche poliziesco), ambientate nel mondo del cinema (o delle riprese amatoriali). Tutti i racconti, che presentano firme più o meno note nell'ambito dei concorsi narrativi, hanno la caratteristica di essere inscenate in terra Toscana, così da adempiere alla seconda specifica richiesta del bando.

Ventuno racconti scelti, più della metà (dodici, con uno di questi interessato da entrambe le categorie) strutturati su due tipologie di plot: da una parte i racconti su un set cinematografico, più o meno professionale, dove improvvisamente scompare, vittima di omicidio (in alcuni casi di incidenti o di messe in scena), un componente della troupe, vuoi che sia l'attore (Paternò, Violi) o l'attrice protagonista (Biolcati, Boccuni), piuttosto che il regista (De Pascali) o una comparsa (Toona) con gli indagatori che dovranno venire a capo del mistero; dall'altra i racconti in cui a dirimere il mistero sarà il responso offerto dalla visione della registrazione di una telecamera o di un cellulare, con alcuni casi in cui il malfattore di turno cercherà di crearsi degli alibi manipolando la tecnologia video per ingannare chi sarà chiamato a risolvere il caso.

Queste due tipologie di costruzioni finiscono col rendere l'antologia ripetitiva nei suoi sviluppi, nonostante gli altri otto racconti cerchino di prendere vie diversificate, con due di questi, Insetti di Stefano Milighetti e C'era una Volta a... Tirrenia di Matteo Mancini (ovvero il sottoscritto), che rompono gli schemi classici del giallo per abbracciare la dimensione fantastica dell'orrore.

Se il punto debole del progetto è una certa riproposizione di alcuni schemi narrativi, il punto forte è la maturità stilistica degli autori, quasi tutti veterani della penna. Le storie sono, chi più e chi meno, di qualità eccelsa, soprattutto in termini di caratterizzazione dei personaggi e di cura dei contesti storici (in alcuni casi) e/o geografici. L'editing è molto buono, il valore dei racconti sopra la media rispetto a progetti similari. Una mezza dozzina i racconti sono magistrali tra questi, a quanto pare, c'è anche il mio C'era una Volta a... Tirrenia premiato con il riconoscimento del Premio Les Fleurs du Mal conferito da Barbara Anderson, quale presidente di giuria (terzo come migliore trama). Un premio che, visto il valore degli altri racconti, mi inorgoglisce e che, probabilmente, è stato determinato dal fatto che si tratta di un racconto lontano dalla struttura degli altri. La storia è un vero e proprio omaggio al cinema di genere che fu plasmato negli Studios Pisorno/Cosmopolitan a Tirrenia, dagli anni trenta al finire dei sessanta, con tanto di menzione di alcuni film effettivamente girati in quei luoghi e che rivivono nel corso dell'indagine tesa a recuperare una pellicola perduta. Ecco delinearsi un plot (l'unico che non prende le mosse da un ipotesi di omicidio) che trasla un soggetto in odore de La Nona Porta in una dimensione italica dove il tempo si distorce e dove il cinema diventa una vera e propria arma in grado di rapire il pubblico per condurlo e intrappolarlo in un'altra dimensione: quella della settima arte.

Su coordinate simili, quanto a proporre uno spaccato della storia del nostro cinema, si orienta lo scrittore fiorentino classe 1962 Mario Pieri, grazie a Il Cantante Pazzo che segnalo quale mio racconto preferito. Molto più convenzionale di C'era una Volta a... Tirrenia ma, al tempo stesso, diverso dagli altri per il suo fungere da saggio sviluppato per effetto di un soggetto poliziesco che trasforma gli studi alla base della storia in pura narrativa poliziesca (non mancano l'azione e le sparatorie). Ci troviamo in epoca fascista, all'alba dell'avvento del sonoro, una peculiarità che rivoluzionerà il cinema e si porterà dietro tutta una serie di implicazioni, non da ultima la possibilità per il duce di veicolare la propaganda per il tramite del cinema, un'eventualità che gruppi di rivoltosi cercheranno di bloccare colpendo direttamente i titolari dei cinema. Privo di colpi di scena e carente sul versante giallo (come detto è un poliziesco), riesce a compensare quelle che potrebbero apparire come mancanze (ma non lo sono), grazie a una cura eccellente del periodo storico e a un vero e proprio studio del cinema, con tanto di citazioni di personaggi dell'epoca (come avviene in C'era una Volta a... Tirrenia) essenziali per evolvere il racconto in una perla da veri cinefili. I miei più sinceri complimenti all'autore. Bravo!


Un'altra storia calata negli anni venti che mi è piaciuta a dismisura e che è anch'essa molto diversa dalle due strutture predominanti all'interno nell'antologia è Gli è Tutta Roba Finta del duo Riccardo Parigi e Massimo Sozzi (vincitori del Gran Giallo Città di Cattolica, pubblicati da Hobby & Work, Mondadori e Fanucci). La coppia di autori, tra i più titolati dell'antologia, costruisce un soggetto sullo stile di quello di Pieri concentrandosi, tuttavia, sull'ormai tramontato mondo del circo. Qui la componente gialla è presente, mentre la piega poliziesca viene del tutto sostituita da un substrato drammatico in cui un giovane circense cerca di liberarsi dal controllo di un nonno despota e da una vita (quella da circense) che ne soffoca le aspirazioni. Ecco che il delitto, immortalato dalle telecamere di due documentaristi interessati a filmare le peripezie circensi, diviene occasione per conquistare la bramata libertà. Centrale, oltre all'analisi storica dedicata al circo con tanto di impiego della terminologie tecniche, è la modalità attraverso la quale il protagonista riesce a sfruttare la collaborazione di una tigre per trasformare un vero e proprio delitto in una morte archiviata quale incidente dettato dalla negligenza. Memorabili e divertenti il prologo e l'epilogo. Molto bello, mi ha ricordato un piccolo racconto letto su Weird 4 (Dagon Press). Anche qua i miei complimenti ai due autori.


Altro racconto capace di distinguersi nel lotto è il ritmatissimo e coinvolgente L'Avventura dell'Assassinio Filmato, uno Sherlock Holmes apocrifo strutturato come un dramma teatrale dal veterano Enrico Solito (definito “il più grande scrittore italiano di apocrifi di Sherlock Holmes) che pianifica la storia sullo stile di un Ellery Queen che sfida i lettori a capire chi sia l'assassino prima dell'ultimazione del racconto. Struttura classica, ad orologeria, plasmata da un maestro del genere che riesce a ribaltare l'indagine per effetto di efficaci espedienti (una telecamera che filma il delitto in modo indiretto ovvero per il tramite di uno specchio, così da ribaltare tutte le deduzioni del caso). Sulle stesse coordinate (per quanto riguarda il filmato che consente di dirimere il mistero legato a un omicidio) si muove un'altra firma d'elite ovvero il giallista Mondadori Lucio Nocentini, col suo La Storia del Lupo, della Pecora, del Cavolo e pure del Cinghiale, che concepisce un solido racconto (il mio quarto preferito) della serie Philippa Sinclair (personaggio seriale della sua produzione) che tributa Agatha Christie (grande amore dello scrittore) e, al tempo stesso, offre uno squarcio folkloristico di Castiglion Fiorentino. Finale giustizialista che bypassa il codice penale in favore di una forma più impulsiva di giustizia così da giustificare un omicidio premeditato. Non privo di ironia.

Se nella storia di Nocentini il ricorso alle immagini immortalate nel corso della realizzazione di un documentario è bene spiegato così da debellare il mistero, nel racconto Mara di Claudia Mancini (mio quinto racconto preferito, secondo classificato nel premo per stile) manca qualche raccordo nel finale dove, ancora una volta, la visione di un video (nella fattispecie un filmino domestico degli anni sessanta) permetterà di scoprire l'identità del pirata della strada che ha provocato involontariamente la morte di una giovane ragazza. A mio avviso, manca la spiegazione per la quale questo mistero – al tempo dovuto - non è stato rivelato alle autorità dall'autore del filmato. Si sarebbe potuto introdurre un qualche legame (magari una storia d'amore) tra il padre della protagonista e il pirata della strada, così da giustificare la copertura. Peccato, perché la delineazione dei personaggi e l'elaborazione del lutto personale che vive la protagonista, chiamata suo malgrado e per l'interferenza di un vecchio carabiniere in pensione a indagare sulla morte di una giovane ragazza tumulata nei pressi del loculo del padre, sono eccellenti.


Come mio sesto racconto preferito segnalo l'elegantissimo La Finestra sul Fienile di Enrico Chiarugi che, pur lavorando su un movente estremamente banale (l'invidia di uno sceneggiatore vincitore del Premio Oscar verso un attore anch'esso vincitore del Premio Oscar), costruisce uno dei migliori racconti per caratterizzazione dei personaggi e per i dialoghi, in un lotto che definirei di primaria qualità. Qui protagonisti sono i divi hollywoodiani e le loro proprietà immobiliari nel cuore della campagna volterrana, personaggi non poi così ben visti dai cacciatori autoctoni. Chiarugi propone il rinvenimento di un cadavere con susseguente indagine che contrappone due poliziotti reietti, rimasti marcati per aver denunciato i colleghi durante gli abusi del G8 di Genova, ai presuntuosi delegati dal Ministro dell'Interno. Classico canovaccio degli indizi tutti orientati contro un capro espiatorio innocente fino alla decriptazione di tracce apparentemente secondarie disseminate da un assassino in vena di citazioni hitchcockiane e che vuole farsi scoprire per realizzare un piano superiore e spettacolarizzato. Molto buono, con il limite di non aver trovato un epilogo realistico preferendone uno fumettistico. È stato comunque premiato per lo stile.


Dietro questo lotto di 6/7 racconti, a mio modo di vedere molto qualitativi (i primi tre li definirei eccellenti), segnalo per i toni dark virati sull'horror La Morte Solitaria di Mario Malatesta di Stefano Milighetti che, pur proponendo il rinvenimento di un cadavere in avanzato stato di decomposizione con vicino la telecamera che consentirà di fare luce sulla vicenda, porta la lettura sul versante di una ghost story dai particolari macabri e dall'innegabile tensione (peculiarità bypassata dagli altri autori). Forse un finale più ambiguo avrebbe beneficiato. È stato premiato col terzo posto per migliore trama, se non ricordo male. Milighetti ha altresì proposto un secondo racconto, Insetti, questa volta sbilanciato del tutto sul fantastico tanto da proporre l'idea di un cinema che uccide i suoi maleducati spettatori concretizzando nella realtà i villain dei film che vengono in esso proiettati. Il fatto poi che si tratti degli adattamenti cinematografici di alcuni dei film tratti dai più famosi romanzi di Stephen King conferisce quel quid in più che non guasta. Ha il merito di rompere gli abusati schemi dell'antologia.


Brillante e ironico Mattia De Pascali, di cui segnalo l'antologia 5 Biglietti per un Drive-In (Cut-Up Edizioni). Lo scrittore/regista salentino si muove su coordinate abusate nell'antologia (indagine su un membro di una troupe cinematografica scomparso dal set), sebbene il suo Crepa Regista che il Film va Bene! cerchi un'originalità di fondo caratterizzata dalle difficoltà realizzative dei prodotti amatoriali (realtà che l'autore ben conosce, essendo un filmaker) e, al tempo stesso, proponendo un epilogo folle e alquanto imprevedibile dove si supera ogni possibile ipotesi di coinvolgimento dei sospettati a beneficio di un cinico epilogo in cui la morte diviene motivo di traino pubblicitario del film.

Contesto similare per L'Ombra dell'Anima di Claudio Boccuni (duplice vincitore dello Sherlock Magazine Award, tanto da finire pubblicato sul Giallo Mondadori) che prende anch'egli le mosse da un personaggio connesso alla realizzazione di un film dal basso budget, questa volta il regista, che si lancia alla ricerca dell'attrice protagonista non presentatasi sul set. Premessa pressoché identica al racconto di De Pascali (e della Biolcati, come vedremo), ma intreccio più complesso e misterioso. L'epilogo, piuttosto a sorpresa, rivelerà un movente ribaltato rispetto a quanto ci si potrebbe attendere. Ha il limite piuttosto evidente di chiedere troppo all'indagatore che innesca tutte le condizioni determinanti per la delineazione del macchinoso piano ordito dal villain. Interessante il ribaltamento dei ruoli, ma reputo l'innesco e lo sviluppo forzati.


Non manca qualità a Marcello Monti, non a caso ha vinto il primo premio per trama, il quale tuttavia – a mio modesto e irrilevante parere – si fa prendere la mano divertendosi a mischiare continuamente la carte in gioco nel suo Florence Fiction. Un'ottima prima parte strutturata su un intreccio molto più elaborato della media dei racconti dell'antologia e che trova la sua linfa vitale nel desiderio di vendetta di un uomo ingiustamente incarcerato per l'omicidio di una donna. Tre personaggi in tutto, con colpi di scena continui fino a un finale dove realtà e finzione si mischiano mettendo in discussione quanto in precedenza supposto. Avrei preferito che si chiudesse col prefinale, poiché poi Monti propone un mitragliamento di epiloghi e contro-epiloghi che rendono il tutto una farsa.


Omicidio sul set al centro del drammatico Il Mistero di San Pancrazio con cui Mario Antonio Paternò scommette, più che sull'intreccio, sul movente dell'assassino, coprendo una vendetta con un finto delirio omicida dettato dai traumi giovanili vissuti da un ottantenne che ha visto sterminare la propria famiglia per mano dei nazisti. Notevoli (per crudele realismo) gli inserti drammatici legati a un eccidio nazista.


Piuttosto convenzionale il racconto della quotata Cristina Biolcati (Ciak, si Muore), credo premiata dalla giuria per lo stile, che, partendo dall'abusato plot dell'omicidio avvenuto su un set cinematografico, si muove sulle coordinate del giallo classico, rappresentato da un Commissario e relativo aiutante che sottopongono a interrogatorio tutti i coinvolti della produzione per risalire, scartate le ipotesi impossibili, all'identità del killer. Una Biolcati minore rispetto a quanto ci ha abituati, ricordiamo infatti che si tratta di una vincitrice del Writers Magazine Italia, pubblicata, tra gli altri, in appendice al Giallo Mondadori.


Va sul classico (da fiction televisiva, mi verrebbe da dire) Daniele Tartaglia, sebbene il collegamento al tema del bando del concorso qua sia il più flebile e marginale (direi irrilevante) tra tutti i testi, con Pellicola di Sangue, un racconto incentrato su un giro di droga che determina la morte di un trans e il rapimento della donna del protagonista: un carabiniere in vacanza ad Orbetello. Grande padronanza circa l'attività d'indagine.


Cerca gli sperimentalismi Lo Strano caso sulla Vista sulla Camera, del Macchinista quasi Morto e del Papavero Assassinato di Tommaso Jardella dove la forma (che riproduce il parlare di un ragazzino) prevale sui contenuti, per effetto di uno studiato insistere in ripetizioni di vocaboli, cambi repentini di argomento e divagazioni. Ha il suo perché, ma potrebbe anche indisporre.


Mi sono piaciuti meno i restanti quattro, tra i quali ha qualche arma in più, sebbene penalizzato da un epilogo in cui la volontà di ricercare un colpo a sorpresa finisce col rendere inverosimile il tutto, Morte al Castello Montecchio di Manuela Violi. Abbiamo di nuovo l'abusato plot dell'attore protagonista che muore (o così sembrerebbe) nelle pause della lavorazione di un film, con la polizia chiamata a indagare su un mistero che si articola in modo più approfondito, a esempio, delle storie di De Pascali e della Biolcati. La ricerca del killer, infatti, è più elaborata con almeno tre possibili moventi (mariti gelosi, debiti di gioco, alcool) che potrebbero avere innescato l'omicidio. Buoni i dialoghi tra il carabiniere  e la bellona di turno. Purtroppo un finale, a modestissimo parere del sottoscritto, caciarone e sfilacciato - dove niente è più come sembrava e dove l'indagatore trova l'amore della sua vita dopo un anno dai fatti – penalizzano lo sforzo compiuto.


Fino all'Ultimo Respiro del versiliese classe 1940 Bob Toona segue medesimo cliché, pur lavorando a ritroso con un tocco malinconico rappresentato da un nonno che narra al nipote un episodio avvenuto su un vero set degli anni settanta, quando Laura Antonelli rischiò di finire tra le indagate di un omicidio ai danni di una comparsa. Senza infamia e senza lode. Grandi attrici del passato sono al centro del fulmineo L'Omino dei Panini al Lampredotto di Luigino Pandolfi che concentra il suo interesse sulle passioni per le scarpe fiorentine di Greta Garbo e sul fascino dell'attrice, così appariscente da determinare un black out mentale nei presenti e da consentire un omicidio di cui nessuno è in grado di riferire dettagli utili. Niente di originale, basti pensare alle tecniche adottate dai prestigiatori durante un numero di magia, con gli sguardi degli spettatori che si concentrano in un dato punto e l'effetto truffaldino che si consuma sul versante opposto.

Ai limiti del bando Delitto d'Essai di Angelo Donadeo che propone una sorta di omicidio preterintenzionale senza troppo coinvolgere.

Tra i meno riusciti, soprattutto per effetto di uno stile un po' troppo stringato e per una certa carenza nel suscitare tensione emotiva, L'Ultimo Sorso a Montepulciano del canadese David Merrill che ha comunque il merito di trovare un finale assai beffardo e pertinente che ridefinisce la psicologia dei personaggi principali.


Dunque un'antologia più che valida per un concorso, in programma anche per il 2026, che promette di crescere di anno in anno, grazie al coinvolgimento di firme autorevoli e di un parco autori navigato. Se siete appassionati dei gialli e se vi piace scrivere, buttate un occhio a questa antologia (nonché alle precedenti) e tuffatevi da protagonisti nella prossima edizione: il bando scade il prossimo 15 aprile. Lucio.Nocentini vi aspetta, affrettatevi!

Il curatore Lucio Nocentini.

"Congratuliamoci, amici miei, con i lettori di questa antologia. Che abbiano capito la conclusione esatta o meno, che abbiano vinto i premi o meno, hanno comunque partecipato a qualcosa di importante. E con questi chiari di luna, non è cosa da poco."