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domenica 12 giugno 2016

Recensione Narrativa: IL GOLEM di Gustav Meyrink.




Autore: Gustav Meyrink.
Anno: 1915.
Genere: Narrativa ermetico/esoterica

Pagine: 270



Commento di Matteo Mancini.

Testo complesso che potremmo definire iniziatico o comunque ad alto contenuto esoterico, che fa perno sulla Kabbalah ebraica per dare la risposta alla domanda su cui ruotano un po' tutte le religioni: Qual'è il significato della vita dell'uomo?
Proposito dunque nobile, complesso, oserei dire di natura religiosa. Sbagliato allora elencare Il Golem nell'ambito della narrativa del terrore, anche se è innegabile una certa atmosfera terrorifica, riduttivo persino comprimerlo nell'alveo della narrativa fantastica. Che genere è allora Il Golem? Semplice, è letteratura con la L maiuscola. 

Gustav Meyrink, appassionato di esoterismo a 360° gradi da quando decise di dirottare la propria vita verso la conoscenza dell'altrove, porta il lettore nelle atmosfere cupe e claustrofobiche del ghetto di Praga dei primi del novecento. E lo fa con un romanzo dalla struttura irregolare, caratterizzato da dilatazioni temporali, ma soprattutto da continui passaggi dal sogno alla realtà che sembrano quasi suggerire quel brain-storming visto, in certi ambienti, come condizione imprescindibile per abbattere il legame al mondo materiale e spingere l'iniziato o aspirante tale alla brama ardente di infinito. Meyrink racconta tutto questo con una serie di personaggi sospesi tra la pazzia e la genialità visionaria, soggetti che rientrano nella quadri-partizione sciorinata da Arthur Machen ne Il Grande Dio Pan ovvero peccatori (spinti da una grande forza d'animo e dedizione nello studio, che ricorrono a qualunque mezzo per trascendere ed entrare nelle più alte sfere ricorrendo a mezzi proibiti col fine di conquistare la sapienza degli angeli), santi (che cercano di recuperare la felicità degli uomini prima del peccato originale senza andare oltre), persone comuni (atteggiamento passivo verso la vita oltre la morte) e i geni (via di mezzo tra il santo e il peccatore per il fine che perseguitano e dunque combattuti circa la via da intraprendere per la salvezza). È proprio su questa ripartizione che gioca Meyrink che propone quattro soggetti cardinali attorno ai quali ruota la storia. Abbiamo un protagonista che rivive per interposta persona (elemento di contatto un cappello) il cammino iniziatico di un uomo che, molto probabilmente, innescherà a sua volta il cammino iniziatico dell'altro; un rigattiere materialista a cui va tutto male perché ha basato la propria esistenza in vista di un materialismo terreno (con ricchezze che perderà finendo in eredità di altri, proprio come le anime non adeguatamente sviluppate), un rabbino che lavora in municipio e che dona il patrimonio ai bisognosi in quanto superfluo (il santo) e due assassini studiosi (i peccatori) che sperano di redimersi cancellando l'onta che li han portati a uccidere consapevoli comunque della vera natura dell'esistenza e dunque peccatori doppiamente dolosi (potrebbero incarnare quelle creature impure ma, a loro modo, superiori alla persona comune, cui Meyrink fa cenno quando parla dell'Armilos ovvero una sorta di corrispondente anticristo della tradizione cristiana che potrebbe nascere dall'unione di questi esseri con l'anima corrotta).

Ma prima di scendere nel dettaglio vediamo di capire chi era Meyrink poiché, contrariamente a quello che mi capitava di leggere spesso in certi ambienti, la vita e il background di uno scrittore/autore sono fondamentali per tentare di capirne l'opera. Meyrink, al secolo Gustav Meyer, nasce quale figlio giuridicamente non riconosciuto di un politico dello stato del Wurttemberg e di un'attrice di teatro. Vede la luce nel lontano 1868, a Vienna, ma si forma in Germania e in Repubblica Ceca (all'epoca impero austroungarico) dove decide di trasferirsi completati gli studi. Di origini ebraiche, riceve una formazione che potremmo definire, oggi, commerciale. Ha un'interessante inizio di carriera, dapprima quale impiegato in un'azienda di esportazione poi come banchiere. Fonda una banca tutta sua in quel di Praga, contrae matrimonio con la figlia del banchiere della concorrenza e pone le basi per un futuro florido. Ha una prima parte di vita come molti suoi coetanei benestanti. Ama le donne, gli scacchi e il canottaggio, poi d'improvviso muta orientamento filosofico. Il motivo principale è il proprio status: lui non è un nobile, pur avendo ricevuto tutto quelle che serve, e ciò non lo aiuta a fare il salto decisivo. Non viene accettato dall'alta società. Il matrimonio si sgretola presto, si trova costretto a sfidare a duello un rivale che però non decide di battersi con lui poiché Meyrink non è un nobile e dunque non è degno di scontrarsi con lui. È l'inizio di un male oscuro che inizia a consumare il futuro scrittore. Meyrink non da modo di farlo vederlo all'esterno, dato che la sua posizione nella società civile si accresce, ma è sull'orlo di una crisi di nervi, sta per cedere al richiamo dell'aldilà. Delusioni amorose, una felicità che non riesce a trovare e un atteggiamento di sfida verso la società borghese che non vuole accettare, un po' per via del suo antimilitarismo, del suo odio per il mondo militare (composto da persone ree di eseguire ordini senza interrogarsi sulla natura degli stessi, simili ad automi) ma anche del suo genio ribelle e non convenzionale inviso ai potenti. Appassionato di satira, pubblica nel 1901, sul giornale Simplicissimus (di cui diventerà fervente collaboratore), il racconto Il Soldato in Fiamme. Atteggiamenti che lo portano presto a essere bollato quale scrittore grottesco, umoristico, dotato di un'ironia caustica che non risparmia nessuno. Insomma qualcuno da non prendere sul serio, ma comunque scomodo e irriverente. Finisce sotto l'occhio del ciclone di politici e bulletti locali, che fanno di tutto per togliergli credibilità e rispetto. Meyrink è trasparente nel lavoro, serio, eppure viene accusato di strozzinaggio, persino di furto. Lui non si tira indietro, non ci sta a vedere infangato il proprio onore e reagisce sfidando a duello tutti gli ufficiali del reggimento di stanza a Praga. Viene comunque incarcerato, ma al processo vende cara la pelle dimostrando l'infondatezza delle accuse. Una vergogna per Praga, ma tutti fanno finta di nulla. Viene rimesso in libertà. Meyrink ormai ha ventitré anni, è ancora giovane tuttavia comincia ad accarezzare la possibilità di fuggire da un mondo che non riconosce come proprio. Una sera, che per lui diventerà fondamentale, si trova in un albergo con in mano una pistola che ha recuperato in giro per la città. Nella mente mille pensieri contrastanti, una meditazione però che sembra aver preso una piega decisa (avverrà qualcosa di simile anche per il protagonista de Il Golem). A un certo punto, proprio mentre sta immaginando di far pressione sul grilletto, nota passare sotto la porta della camera in cui alloggia un opuscolo. "Che strano" pensa. Senza quasi accorgersene posa la rivoltella, l'appoggia sul comò per liberarsi le mani. Col palmo in cui prima teneva la pistola si accarezza i capelli, un veloce passare sul cranio come l'HILLEL che guarirà la coscienza del protagonista del suo futuro Golem. "Cosa diavolo sarà?" È curioso, vuol vedere cosa gli ha riservato il fato, cosa è passato sotto la base del portale che aveva pensato di non dover più aprire... Si alza, titubante, fa qualche passo, poi si ferma... Ha la bocca impastata, la lingua che spinge sui denti serrati. Un tentativo inconscio di sputare fuori parola, ma niente... Quel "Chi sei?" non esce fuori. L'ombra di chi ha lasciato il foglio si sta allungando sotto il pertugio, il silenzio viene scacciato dal rumore di passi che si allontanano, veloci, scattanti, come lo schioccare di zoccoli che battono su un selciato di sampietrini. E' caldo, maledettamente caldo, eppure non dovrebbe esserlo, data l'altitudine e il freddo che discenderà nel romanzo Il Golem quando il protagonista sarà in preda al Bagatto, la prima carta dei tarocchi, il suo perfetto doppio. Gustav si ferma, resta in ascolto. Scende di nuovo il silenzio, l'ondata di calore si placa, si raffredda. Allora il giovane ventitreenne si piega sulle ginocchia, guarda, e cosa ti vede? Un depliant, un semplice e banale depliant di una casa editrice che tratta temi legati al mondo dell'occultismo. Le dita, avide, scorrono le poche pagine e gli occhi cadono su titoli che vertono sullo Yoga, ma anche sulla magia, lo spiritismo e la stregoneria. Argomenti che non lo avevano mai interessato, ma che gli fanno scoccare una scintilla che fa di nuovo ardere la fiamma della vita e ruotare la chiave in una serratura che mai il pragmatico Meyrink si sarebbe immaginato di far scattare. 

Il giovane GUSTAV MEYRINK.

Da quel famoso giorno Meyrink inizia a frequentare ambienti più o meno legati all'esoterismo, restandone però poco impressionato. Predilige allora la lettura, la conoscenza immortalata nella carta stampata, ma anche qua finisce con diventare preda della confusione. Comprende allora, come suggerirà il filosofo Krishnamurti, che bisogna trovare l'illuminazione dentro sé stessi, non all'esterno o in terze persone. Una visione antropocentrica. Il suo approccio all'esoterismo diventa così introspettivo, da intendersi quale metodo di sviluppo della “vista interiore” (il famoso terzo occhio, ndr) contrapposta alla menzognera vista legata al principe dei cinque sensi che ha nell'occhio il suo strumento (si badi di cosa è specialista il figlio dell'antagonista e che tipo di operazioni vada a fare ai suoi clienti, ndr). Accumulati dati e saperi esoterici, ma soprattutto elaborata una propria filosofia di stampo esoterico trascendente che lo porterà a fondare una sua loggia, loggia della stella blu, dieci anni dopo l'evento che lo aveva salvato dal gesto estremo, prende una decisione drastica: sposa la causa artistica della scrittura e si ritira dalla carriera lavorativa. Gli inizi non sono facili. Vive grazie ai proventi che gli arrivano dall'attività di traduttore. Lavora soprattutto sui testi di Dickens, dando poi alle stampe una raccolta di racconti, La Raccolta delle Figure di Cera (1913), che spara a zero sulla borghesia dell'epoca e che è il risultato della serie di pubblicazioni su Semplicissimus. Nel 1915 però spiazza tutti, facendo uscire a rate quello che oggi è ricordato come il suo principale romanzo, primo di cinque, e che è Il Golem. Il successo, piuttosto sorprendentemente data la complessità del testo, è immediato. Da allora su Meyrink s'è scritto di tutto. Chi lo considera uno scrittore illuminato (Julius Evola), chi un alto esponente di gruppi filo massonici, chi addirittura un vero mago e chi, infine, lo reputa un burlone che si è divertito a giocare con l'esoterismo. Si comprende dunque fin da qui quanto sia controversa l'opera di Meyrink, uno scrittore che non ricercava tanto il riscontro del suo pubblico ma dichiarava di voler fare un uso veicolare della narrativa, quale mezzo per rivelare, in forma allegorica e romanzata, le vie e gli strumenti per raggiungere uno stato e una conoscenza di ordine superiore. La base della narrativa di Meyrink passa tutta da questo suo passaggio: “La vita normale è sonno; ciò che noi chiamiamo agire e imparare altro non è che il frutto automatico di azioni meccaniche, che si dipanano sul piano strettamente materiale; chi limita sé stesso a condursi su questo piano, si logora e consuma come fa un meccanismo, che alla fine si rompe, e rimane materia inerte. Invece, l'uomo risvegliato grazie alla sapienza esoterica, rompe il guscio dell'animalità e fa ascendere la sua coscienza fino ai piani superiori dell'essere; sveglio durante la vita, resterà tale anche dopo la morte fisica: sua, e soltanto sua, sarà l'eternità.” Ne Il Golem Meyrink dice che è difficile parlare di queste tematiche alla gente comune, a un pubblico non preparato, non veramente motivato, perché la risposta sarebbe una sola: “Sei malato, non capisco cosa stai dicendo, cosa hai fumato?”. Queste persone, a detta dell'autore, “trascorrono come una corrente, simili a erba che a breve appassirà” sprecando la loro vita in modo passivo e improduttivo, simili a bestie che si occupano solo dei bisogni fisiologici senza sapere guardare oltre, senza interrogarsi sul loro ruolo nel complesso disegno divino (bellissimo il passaggio dove Meyrink mette in scena la figlia del rabbino, tale Miriam, che parla di sognare di sposarsi specificando però con chi o cosa).

GUSTAV MEYRINK maturo.

Dunque un'analisi e una filosofia diretta a superare il materialismo che domina la vita sociale per acquisire quelle conoscenze (esoteriche in quanto elitarie) funzionali alla conquista di quella salvezza che prende il nome di vita ultraterrena. Una via come un'altra finalizzata a rispondere alla domanda che attanaglia tutte le coscienze illuminate che cercano di trovare il segreto della vita attraverso la risoluzione di un quesito all'apparenza semplice, "qual'è il significato della mia vita?", a cui diventa alquanto difficile dare una risposta oggettiva e incontrovertibile. Ancora una volta si può dire tutto e il contrario di tutto, ma almeno in apparenza. Ed è su questi temi che ruota il romanzo Il Golem, un'opera che cela sotto la parvenza di romanzo un testo onirico che è quasi un saggio incentrato sulla Kabbalah ebraica, sul tema del doppio e sull'inconscio, a simboleggiare un cammino di risveglio che porta alla conquista dello status di Ermafrodito ovvero l'evoluzione spirituale in grado di superare il limite della morte. “Chi non va verso lo spirito con ogni atomo del suo corpo non potrà contemplare i segreti di Dio” spiega uno dei personaggi cardinali del romanzo; e lo spiega al cospetto di un individuo, un burattinaio, che personifica l'uomo comune che vorrebbe ogni cosa spiegata e di pronta soluzione, così da non dover ragionare e non metterci del proprio. Fa poi seguito una critica implicita agli approcci religiosi essoterici (quelli tipici delle religioni standard, diciamo così, in quanto rivolte alle masse): “Guarire tutti gli uomini con un unico metodo è privilegio della medicina soltanto. Colui che domanda riceve la risposta di cui ha bisogno... Ciascuno ha il dovere di trovarsi da solo le vocali segrete che gli dischiudano il senso a lui e a solo lui destinato.” Ne deriva la necessità di un lavoro attivo, come uno studente che deve proporre un suo metodo a un professore, un suo approccio personale, ragionato e calibrato, che non può copiare dalle esperienze altrui, ma che deve trovare da solo la via, nei labirinti oscuri dell'esistenza, che lo porti a imboccare quell'unico corridoio che sfocia nel sentiero della luce, vincendo paure, apatie, stasi e soprattutto facendo scelte decisive e pericolose. Illuminante, al riguardo, il percorso nei sotterranei praghesi che farà il protagonista, a rischio di morire, fino a notare una botola a forma di stella (simbolo determinante in certa narrativa), da cui filtra luce, che lo immette nella stanza del golem. Il golem di Meyrink, che tornerebbe a funestare le vie di Praga del quartiere ebraico ogni 33 anni (altra cifra simbolica molto forte), non è quello della tradizione folkloristica. Per intenderci meglio, non ha nulla a che fare con l'apatica creatura d'argilla generata da un rabbino esperto di Kabbalah come invece avviene nel successivo Il Golem di Frank Graegorius (Libero Samale, altro grosso studioso di esoterismo) recentemente proposto col titolo Sinfonia del terrore (recensito su questo portale). Assume infatti, a mio avviso, una natura metaforica. Esso non è tanto un fantasma, come suggeriscono alcune interpretazione di altri lettori, ma incarna la natura base dell'uomo “dormiente”. Non a caso dorme risvegliandosi solo al completamento dei 33 anni (quasi a simboleggiare il culmine del cammino che porta al risveglio, non credo sia casuale), tornando così in vita facendolo però in modo funesto poiché privo di anima ed essendo così costretto a ritornare sempre in vita, ciclicamente, senza possibilità alcuna di trascendere. Fino ad allora però è spento, confinato in un palazzo sacro inaccessibile, sprovvisto di porte, che può esser raggiunto solo da chi intraprendi un labirinto sotterraneo nascosto, pieno di insidie. Il golem, così caratterizzato, simboleggia lo spauracchio della condizione umana, il rischio di non trovare se stessi, di non sviluppare il proprio io celato in una dimensione apparentemente inaccessibile, con il rischio di emulare la triste sorte del golem, ovvero di tornare di nuovo in vita, perdendo così il proprio tempo in un sonno inconscio che prende la piega di un circolo vizioso da cui non c'è via di uscita se non quella della pazzia o dell'incoscienza. Bisogna comprendere come riuscire a fecondare la propria anima (da qui il libro che viene portato in casa dell'artista, proprio come quell'opuscolo trovato da Meyrink e che lo smuove creandogli una supernova di visioni, e che si dischiude sul capitolo intitolato Ibbur) e farlo nel modo adeguato, non è possibile altrimenti recuperare dagli errori. La memoria, da leggersi quale precedente esperienza di vita vissuta culminata con la morte, finisce preda della nebbia, alla stregua delle anime raccontate nella mitologia greca e costrette a bere dalle acque del fiume Lete prima di riessere messe in circolo. Niente più rimane della precedente vita (non a caso Meyrink, prima della morte, aderirà alla filosofia buddista, ndr) se non un quaclosa di atavico, sbiadito e confuso. Non a caso il protagonista della storia, un artista (soggetto maggiormente portato a staccarsi dal materialismo un po' come il religioso o il matto), non ricorda il proprio passato, vive svariati sdoppiamenti di personalità che passano dalla realtà al sogno e si sovrappongono tra loro: “Mi avevano sottoposto all'ipnosi, avevano murato la stanza che metteva in comunicazione quei compartimenti del mio cervello e fatto di me un individuo senza patria in mezzo alla vita che mi circonda.” Non è forse lo specchio della condizione del golem raccontato da Meyrink? Per vincere la morte è necessario evocare e purificare il proprio doppio, il c.d.Habal Garmin (il soffio delle ossa). Meyrink mette in scena questa figura in modo materiale, con taglio da ghost story, ma ancora una volta si tratta di un simbolo. Penso di poter dire che lo scrittore austriaco parli dell'anima, come una creatura cui dar vita, sviluppare e a cui unirsi per creare un vero corpo completo, rappresentato dalla figura dell'ermafrodito che incarna tutte le caratteristiche dell'uomo e della donna a indicare l'essere perfetto, la completa realizzazione cui è diretta la vita terrena, il vero “miracolo” dell'esistenza. Così si legge: “La meta ultima è la fusione di due esseri in quello che può essere simboleggiato dall'Ermafrodito, l'unione magica dei generi maschile e femminile in un semidio, principio di una vita nuova, eterna.” Forse non a caso quando si parla di angeli si parla di esseri asessuati, ma si potrebbe forse dire anche l'esatto contrario a indicare la completezza degli elementi. 

Il non superare l'ostacolo della vita, ovvero non comprenderne il vero senso, porta alla moltiplicazione degli Io e al sempre più continuo contrasto interno con conseguenziale stato di confusione. È esemplificativo il passaggio che il protagonista del romanzo fa, in sogno, quando si trova attorniato da una serie di persone che simboleggiano i suoi “io ereditari”, al cospetto di un essere privo di testa che lo invita a compiere una scelta con un momento che fa sorgere, al lettore moderno, la sequenza con MORPHEUS (il dio del sogno) che invita Neo a scegliere tra la pillola blu o la pillola rossa nel famoso Matrix.. Ogni persona porterebbe in sé i resti psichici dei propri progenitori. “L'anima non ha nulla di singolo, ha da diventarlo, e ciò si chiama allora immortalità, ma prima di allora è composta da molti Io in conflitto.

Testo dunque difficile, non per tutti, dove la trama, la storia, è secondaria rispetto ai contenuti intrinseci. È persino poco interessante parlare della sinossi, dal momento che si tratta di un romanzo onirico, claustrofobico, che non vuole raccontare una storia, piuttosto smuovere le coscienze dei lettori e portarli a farsi delle domande. Posso solo dire che, a livello superficiale e immediato, trapela una grande descrizione e un'ottima atmosfera della Praga del primo novecento. Il ghetto ebraico viene tratteggiato in modo claustrofobico, quale un microcosmo da cui diventa difficile liberarsi. Interessante anche la puntata di critica sull'amministrazione ceca, con un protagonista ingiustamente incarcerato per anni prima di scoprire che era innocente. Si tratta però di tematiche strumentali a portare in scena una visione trascendente che segna l'inizio di un cammino che l'autore Meyrink è riuscito a sviluppare nel corso della sua narrativa e su cui ha improntato tutta la propria esistenza. 

Il successo del romanzo ha ispirato vari film dell'espressionismo tedesco che hanno comunque utilizzato la figura del golem della tradizione ebraica, piuttosto che scegliere la via battuta da Meyrink o proporre una (difficile) trasposizione cinematografica del testo dell'autore viennese. A ogni buon conto, si tratta di un testo che deve esser presente nelle biblioteche di ogni vero appassionato di narrativa fantastica, ma che non piacerà ai lettori medi. Volume di nicchia, vero e proprio capolavoro e fonte di riflessioni e discussioni grazie alle diverse chiavi di letture con cui si può cercare di scardinarne il senso. Da quel che ho letto è da non perdere l'edizione a cura della TRE EDITORI, corredata di un'ottima prefazione e di note di margine che purtroppo non ho avuto la fortuna di leggere.

Scene de IL GOLEM COME VENNE AL MONDO
diretto nel 1920 dal duo tedesco
Carlo Boese e Paul Wegener.  

Anche questa partita a scacchi io l'ho calcolata sino all'ultima mossa... Non c'è mossa cui io non sappia rispondere, sino alla fine, e lasciando il segno. Io le dico che chi con me si lascia attirare in un gambetto d'alfiere, quello è già penzoloni in aria come una marionetta attaccata a fili invisibili, fili che sono io a tirare, e a quello non gli resta più altro da volere... A questo mondo tutto è un gioco di scacchi.

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