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giovedì 19 febbraio 2026

Recensione Narrativa: PET SEMATARY di Stephen King.

Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Pet Sematary.
Anno: 1983.
Genere:  Horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 426.
Prezzo: 8.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Da molti reputato - insieme a It - il romanzo più pauroso nella produzione di Stephen King, Pet Sematary è stata un'opera travagliata tanto che lo stesso autore la ripose in un cassetto per anni (scrittura iniziata nel 1979) ritenendola troppo inquietante per essere pubblicata, salvo dovere poi cedere alle pressioni editoriali per non incappare in penali. In effetti, è un romanzo che ha momenti davvero blasfemi, come la profanazione della tomba di un figlio di due anni appena tumulato oppure l'idea del ritorno dalla morte dopo una lunga marcia in un bosco maledetto avvolto da nebbie e popolato da spiriti diabolici. King struttura il romanzo guardando alla propria vita privata, escamotage che non può che amplificarne, per l'autore, la portata disturbante della vicenda. Tutta la prima parte, infatti, propone situazioni accadute nella realtà, come il trasferimento di King in una casa in aperta campagna attraversata da una superstrada battuta dai camion, sul retro della quale sorgeva un cimitero di animali. Sempre dalla realtà arriva la morte del gatto della figlia dell'autore e persino la rincorsa di Stephen King per evitare che il piccolo Owen venisse travolto da un camion in corsa.

Lo sviluppo della narrazione è molto lento e la costruzione prende spunto da Cujo (1981), peraltro citato direttamente nella storia. I rapporti familiari infatti sono centrali, veicolati da una narrazione che si spalma per oltre un anno, grazie alle interazioni tra moglie e marito, ai colloqui con i vicini o i colleghi di lavoro e persino alle liti con i genitori della moglie. Cardinale è il tema della morte e dell'elaborazione del lutto. “Ciò che realmente è la morte è il punto in cui il dolore cessa e cominciano i buoni ricordi, non la fine della vita, ma la fine della sofferenza”. King parte da tali premesse per guardare al coevo Zeder (1983) diretto dal “nostro” Pupi Avati, da cui arriva l'idea dei terreni che consentono ai morti di ritornare seppur privati dell'anima, e al racconto The Monkey's Paw (1902) di William Jacobs, da cui viene presa l'idea del figlio deceduto che ritorna per desiderio dei genitori nella forma di un morto vivente. Interessante anche la componente demoniaca (si parla di Wendigo, uno spirito malevolo di cui si avvisa la minaccia sebbene non si veda davvero mai) che possiede i corpi dei ritornanti. Questi ultimi (sia nell'eccellente flashback che all'epilogo) si esprimono un po' come Pazuzu in The Exorcism (1971) di William Blatty, ovvero rivelando particolari scabrosi sulla vita privata dei vari personaggi con cui si trovano a interloquire.

Sebbene portato eccessivamente alle lunghe (non manca un certa ripetitività di scene) e con pochi avvenimenti di rilievo (la morte del gatto, gli incubi precognitivi del protagonista, la morte del bimbo, il flashback sul precedente storico, il trafugamento della salma e le ultime cinquanta pagine), il romanzo beneficia di uno tra i migliori epiloghi (seppure telefonato e prevedibile fin dall'inizio) della produzione kinghiana, sia per componente horror (tutta la parte nella foresta infestata che porta al cimitero indiano è davvero notevole) che per distacco da quelle situazioni "teenager" tipiche degli anni '80. La componente fantastica/occulta di Pet Sematary è molto più tradizionale e weird rispetto alla media dei romanzi del Maestro del Maine, delineando i connotati di un romanzo disperato e cupo (dove il bene non vince) in linea alla tradizione di Weird Tales piuttosto che al modern horror alla Richard Matheson.

Fin da subito apprezzato, ebbe una valida trasposizione cinematografica nel 1989 affidata a Mary Lambert, oltre che un sequel e un remake. Fu altresì omaggiato dal gruppo punk dei Ramones. Tra i migliori romanzi di sempre di King.


 "I gatti erano i gangster del mondo animale, vivevano come fuorilegge e spesso come tali morivano. Molti di loro non invecchiavano accanto al fuoco."

lunedì 16 febbraio 2026

Recensione Narrativa: IL VOLTO DELLA PAURA di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: The Face of Fear.
Anno: 1977. 
Genere: Thriller. 
Editore: Bompiani (1994). 
Pagine: 250. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Opera minore di Dean R. Koontz, uscita negli Stati Uniti nel 1977 sotto gli pseudonimi Brian Coffey o K.R.Dwyer, quando lo scrittore era conosciuto soprattutto in veste di autore di fantascienza ed era in cerca di conferme nel thrilling. The Face of Fear, infatti, è un vero e proprio thriller (con un paio di colpi di scena), quasi privo di elementi sovrannaturali, piuttosto breve e caratterizzato da un taglio cinematografico che punta tutto sull'azione e sull'adrenalina. La lettura scorre veloce e incolla alla pagina senza suscitare noia. Gli stessi eventi si sviluppano dalle 00.01 di un venerdì invernale alle 04.00 del sabato (dunque ventotto ore). A differenza delle opere più famose dell'autore, solito concedersi parentesi e sottotracce sovente superflue rispetto alla trama, il narrato è strettamente funzionale a un romanzo di puro ed esclusivo intrattenimento. Koontz parte dallo stesso spunto che innesca la catena di omicidi di Profondo Rosso (1975) di Dario Argento, ovvero la presenza di un medium che, durante uno spettacolo pubblico (nella fattispecie televisivo), avverte l'omicidio compiuto da un pazzo già autore di una catena di assassinii a danno di giovani donne di New York. Da qui prende avvio la caccia del killer ai danni dell'uomo che potrebbe, nelle sue visioni precognitive, riconoscerlo. Ciò è quello che percepise il lettore (ma vi è sotto un altro motivo). Il romanzo spicca in modo particolare per l'inusuale ambientazione. La storia è in buona parte inscenata all'interno di un grattacielo di quaranta piani che, data l'ora tarda e la presenza esterna di una bufera di neve, rimane del tutto isolato e senza luce. I vari piani, infatti, sono occupati da uffici commerciali e pertanto all'interno della struttura si troveranno ad agire il killer e i due protagonisti: il medium e la fidanzata. Un canovaccio che qualche decennio dopo sarà al centro di pellicole quali Panic Room (2002) o Trespass (2011), film caratterizzati da protagonisti chiusi all'interno di un edificio braccati da killer che li vogliono eliminare. Interessante inoltre l'idea del medium impiegato dalla polizia per risolvere i casi, grazie a un potere che ha sviluppato a seguito di un trauma cranico, un po' come avverrà con il Johnny Smith di The Dead Zone (“La Zona Morta”, 1979) di Stephen King di due anni dopo (romanzo di ben altra caratura). Anche la trovata del protagonista che svela in diretta tv il nome della successiva vittima del killer connesso alla serie su cui indaga la polizia rimanda ad altre opere successive, penso, in parte, a Io Uccido (2002) di Giorgio Faletti.

Koontz, come suo solito, gioca sui dettagli truci, messi in atto da un killer squartatore (chiamato, non a caso, “Il Macellaio”), e su flashback scabrosi di matrice sessuale in cui vediamo il villain intrattenere rapporti amorosi a tre che coinvolgono anche il proprio partner in crime (di sesso maschile) in una sorta di omosessualità di matrice intellettuale. Viene in gioco l'idea del doppio che, spesso e volentieri, tornerà in altre opere dell'autore. Koontz lavora abbastanza bene sulle caratterizzazioni. Delinea con cura il protagonista che dovrà farsi forza per superare le paure legate a un trauma fisico patito durante la scalata dell'Everest.

Molteplici i riferimenti alla criminologia, con menzioni a serial killer davvero esistiti: dalla “Famiglia Manson”, passando per “Lo Strangolatore di Boston” fino alla coppia Leopold e Loeb. È proprio quest'ultimo caso, degli anni venti del secolo scorso, a fungere da ispirazione del romanzo. Il movente alla base degli omicidi tuttavia è piuttosto delirante e artefatto. Koontz prova a rendere unico il romanzo, ma lo trasforma in qualcosa di inverosimile. Tira in ballo le filosofie del super-uomismo di Nietzsche e la poesia di William Blake per proporre un disegno “missionario” che intenderebbe utilizzare gli omicidi quale via rivoluzionaria per sovvertire il sistema in favore di una classe di individui superiori destinati a prendere il comando del mondo (strano che non si citi La Repubblica di Platone). L'idea di dare avvio, con due soli soggetti, a un terrore tale da sconvolgere l'ordinamento socio-politico di una città come New York è del tutto assurdo, specie se si vogliono fare passare i due villain come soggetti brillanti e intelligenti e non invece quali due individui malati di mente. È vero infatti che gli omicidi chiamano altri omicidi (per effetto dei copycat), ma è altrettanto vero che è impensabile poter pensare di generare un caos tale da sovvertire il sistema politico, pretendendo di gettare le premesse per poter poi essere eletti sindaci. Sorvolando su tali aspetti, il romanzo scorre benissimo nella sua prima metà, mentre tende a diventare roppo descrittivo nella seconda parte, tutta giocata sul tentativo di fuga esterno dal grattacielo. Koontz pare volere omaggiare quella che è una sua passione: l'alpinismo. Muniti di corda, chiodi e martelletto, i nostri ciondolano nel vuoto all'esterno di un grattacielo di quaranta piani, tra proiettili che sibilano e coltelli che tagliano le corde. La tensione, pertanto, non è certo latente e costituisce il punto di forza del progetto.

Alla fine The Face of Fear va preso per quello che è: un romanzo di intrattenimento che, se trasposto su pellicola, sarebbe un B-Movie in odore di slasher.

In Italia arrivò quindici anni dopo l'uscita americana, preceduto da opere più famose che l'autore aveva scritto successivamente e che lo consacrarono quale scrittore di best seller quali Phantoms!, Watchers (“Mostri”), Strangers, Whispers (“Sussurri”), The House of Thunder (“La Casa del Tuono”), Lightning (“Lampi”), Hideaway (“Cuore Nero”), The Voice of the Night (“La Voce della Notte”), The Bad Place (“Il Posto del Buio”) e altri, giusto per sfruttare il successo di un autore ormai da in cima alla classifica delle vendite. Ecco che The Face of Fear è un romanzo per completisti o per chi sia in cerca di una storia di tensione piuttosto veloce. Il miglior Koontz è altrove.

Di solito quando studio o tocco un oggetto direttamente collegato con l'omicidio, posso captare l'emozione, la mania, la passione che era dietro il crimine. È come saltare dentro un fiume fatto di pensieri violenti, sensazioni, immagini...