Titolo Originale: Pet Sematary.
Anno: 1983.
Genere: Horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 426.
Prezzo: 8.50 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Da molti reputato - insieme a It - il romanzo più pauroso nella produzione di Stephen King, Pet Sematary è stata un'opera travagliata tanto che lo stesso autore la ripose in un cassetto per anni (scrittura iniziata nel 1979) ritenendola troppo inquietante per essere pubblicata, salvo dovere poi cedere alle pressioni editoriali per non incappare in penali. In effetti, è un romanzo che ha momenti davvero blasfemi, come la profanazione della tomba di un figlio di due anni appena tumulato oppure l'idea del ritorno dalla morte dopo una lunga marcia in un bosco maledetto avvolto da nebbie e popolato da spiriti diabolici. King struttura il romanzo guardando alla propria vita privata, escamotage che non può che amplificarne, per l'autore, la portata disturbante della vicenda. Tutta la prima parte, infatti, propone situazioni accadute nella realtà, come il trasferimento di King in una casa in aperta campagna attraversata da una superstrada battuta dai camion, sul retro della quale sorgeva un cimitero di animali. Sempre dalla realtà arriva la morte del gatto della figlia dell'autore e persino la rincorsa di Stephen King per evitare che il piccolo Owen venisse travolto da un camion in corsa.
Lo sviluppo della narrazione è molto lento e la costruzione prende spunto da Cujo (1981), peraltro citato direttamente nella storia. I rapporti familiari infatti sono centrali, veicolati da una narrazione che si spalma per oltre un anno, grazie alle interazioni tra moglie e marito, ai colloqui con i vicini o i colleghi di lavoro e persino alle liti con i genitori della moglie. Cardinale è il tema della morte e dell'elaborazione del lutto. “Ciò che realmente è la morte è il punto in cui il dolore cessa e cominciano i buoni ricordi, non la fine della vita, ma la fine della sofferenza”. King parte da tali premesse per guardare al coevo Zeder (1983) diretto dal “nostro” Pupi Avati, da cui arriva l'idea dei terreni che consentono ai morti di ritornare seppur privati dell'anima, e al racconto The Monkey's Paw (1902) di William Jacobs, da cui viene presa l'idea del figlio deceduto che ritorna per desiderio dei genitori nella forma di un morto vivente. Interessante anche la componente demoniaca (si parla di Wendigo, uno spirito malevolo di cui si avvisa la minaccia sebbene non si veda davvero mai) che possiede i corpi dei ritornanti. Questi ultimi (sia nell'eccellente flashback che all'epilogo) si esprimono un po' come Pazuzu in The Exorcism (1971) di William Blatty, ovvero rivelando particolari scabrosi sulla vita privata dei vari personaggi con cui si trovano a interloquire.
Sebbene portato eccessivamente alle lunghe (non manca un certa ripetitività di scene) e con pochi avvenimenti di rilievo (la morte del gatto, gli incubi precognitivi del protagonista, la morte del bimbo, il flashback sul precedente storico, il trafugamento della salma e le ultime cinquanta pagine), il romanzo beneficia di uno tra i migliori epiloghi (seppure telefonato e prevedibile fin dall'inizio) della produzione kinghiana, sia per componente horror (tutta la parte nella foresta infestata che porta al cimitero indiano è davvero notevole) che per distacco da quelle situazioni "teenager" tipiche degli anni '80. La componente fantastica/occulta di Pet Sematary è molto più tradizionale e weird rispetto alla media dei romanzi del Maestro del Maine, delineando i connotati di un romanzo disperato e cupo (dove il bene non vince) in linea alla tradizione di Weird Tales piuttosto che al modern horror alla Richard Matheson.
Fin
da subito apprezzato, ebbe una valida trasposizione cinematografica
nel 1989 affidata a Mary Lambert, oltre che un sequel
e un remake. Fu altresì omaggiato dal gruppo punk dei Ramones. Tra i migliori romanzi di sempre di King.
"I gatti erano i gangster del mondo animale, vivevano come fuorilegge e spesso come tali morivano. Molti di loro non invecchiavano accanto al fuoco."



