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giovedì 13 maggio 2021

Recensione Narrativa: IL CUSTODE DI CHERNOBYL di Alessandro Manzetti.



Autore: Alessandro Manzetti.
Anno: 2018.
Genere:  Fantascienza / Horror.
Editore: Cut Up Publishing.
Pagine: 168.
Prezzo: 14.00 euro.

 
Commento a cura di Matteo Mancini. 

Facciamo oggi la conoscenza di Alessandro Manzetti, scrittore e soprattutto poeta apprezzato negli Stati Uniti e titolare della casa editrice Independent Legions che, dal 2016, ha sdoganato in Italia molti romanzi e antologie dei migliori scrittori horror contemporanei (Laymon, Ketchum, Barker, McCammon, Brite, Keene e via dicendo). Un impegno e una fitta serie di relazioni con il mondo dell'horror estremo americano che lo hanno portato a farsi accettare dall'ambiente gravitante attorno al prestigioso Bram Stoker Award, premio che Manzetti è riuscito a vincere addirittura due volte, come mai successo prima a uno scrittore italiano. Conosciuto e apprezzato all'estero, Manzetti non gode di altrettanta stima in Italia. Il ghost writer Flavio Troisi, scrittore facente parte dell'accademia di Manzetti e presentatore del canale youtube broken storie, ha persino scritto che Manzetti/Battiago, in Italia, non viene neppure premiato con una coccarda alla gustosa sagra del cicatiello essendo un signor nessuno. Un'espressione che è stata accolta con grande simpatia dall'autore, sempre ben disposto verso i propri lettori, insieme a tutti i suoi collaboratori, aperto alle critiche e dotato di un'ironia talmente coinvolgente da attirare sempre più lettori verso i libri proposti dal catalogo della Independent Legions. Del resto i fatti sono difficili da contestare. Per esempio, prendendo la Guida alla Letteratura Horror dell'Odoya, pubblicata nel 2014, il nome Manzetti non precede quello di Manzoni (e il riferimento non va certo all'ironico inventore della “merda d'artista”, ma a colui che ha parenti illustri che hanno dato alle stampe testi centrali per quel che concerne l'analisi pene). Nel successivo Guida ai Narratori Italiani del Fantastico, sempre dell'Odoya pubblicato nel 2018, con firme quali Andrea Vaccaro, Pietro Guarriello, Walter Catalano, Giuseppe Lippi e Gian Filippo Pizzo, il nome Manzetti riceve un'attenzione di poche righe, mentre altri scrittori sconosciuti a livello internazionale beneficiano di intere pagine. Eppure si sta parlando non certo di uno scrittore del sabato sera, ma di chi ha costretto decine e decine di lettori a interrompere le insostenibili pagine di opere quale Shanti, Naraka, I Figli di Uxor 77 e molte ancora. Opere in cui il sesso estremo, lo splatter e l'azione si uniscono in un ideale amplesso perverso, che delizia i palati di un pubblico di nicchia sempre alla ricerca dell'insostenibile, con la poesia, un connubio che genera un prodotto che possiamo definire hardcore (nulla a che fare con le porcate, sia chiaro). Una sterminata produzione capace di trasformare Sutter Kane in un ghost writer sconosciuto a tutti, persino al suo autore. Il romanzo che ci apprestiamo ad analizzare però diverge, in buona parte, dalla produzione standard di Manzetti che, non a caso, non lo firma col consueto pseudonimo Battiago.

La copertina americana del romanzo.

Candidato nel 2019 col titolo The Keeper of Chernobyl al prestigioso Bram Stoker Award, nella sezione long fiction, Il Custode di Chernobyl è un romanzo breve in cui l'autore Alessandro Manzetti da ampio sfogo alle proprie capacità stilistiche. Autore dotato di una grossa facilità di scrittura, alla ricerca di una poesia dark che in questo romanzo, unitamente alle sensazioni di angoscia e di malinconia, pervade l'intero testo, ma non sempre “chirurgico” nella narrazione dei fatti. Costruito con l'artificio narrativo del diario di un mad doctor (aspetto che amplifica il vizio di divagare), che lavora in competizione con altri colleghi su un progetto (Progetto Prometeo) finanziato dall'Unione Sovietica di metà anni sessanta, Il Custode di Chernobyl si dilunga in elucubrazioni mentali, ragionamenti introspettivi e un passato che consuma dall'interno il protagonista della vicenda, tornando spesso su aspetti già affrontati e menando il can per l'aia anche se di maltrattamenti animali non vi è traccia. Dietro la vicenda, che si potrebbe definire un cyberpunk giostrato su una fantascienza “fantastica” (dal momento che si iniettano su delle cavie umane dei fluidi a base di plutonio col fine di trovare l'alchimia per “brevettare” una serie di soldati capaci di muoversi in ambiente radioattivo), si cela la metafora del disastro nucleare di Chernobyl. Non a caso la vicenda, che prende le mosse dal poligono militare di Semipalatinsk, si sposta a Chernobyl, proprio sotto il terreno su cui sorgerà l'infausta centrale nucleare. Il progetto Prometeo, un po' come succederà nella centrale in conseguenza delle sperimentazioni di ingegneri incauti, sfuggirà di mano all'equipe di scienziati chiamati a portare in alto la nazione. “Solo noi conoscevamo ogni dettaglio... quegli incompetenti non hanno saputo interpretare i dati, diversi rispetto a tutto ciò che avevano visto prima nella loro breve carriera di ricercatori.” Il disastro viene determinato dal desiderio arrivista che porta a osare, a “spingere la biologia delle cavie all'eccesso, per scrollarsi di dosso la concorrenza il più velocemente possibile.” Un approccio questo che starà alla base anche del disastro della centrale nucleare.

È su questa metafora e sui traumi che si celano nell'animo del protagonista, che ha persino sacrificato la propria figlia per trasformarla nella prima “Eva atomica”, che ruota il fulcro dell'opera. Il senso di colpa, l'illusorio ristoro dell'alcool e la sensazione di aver tradito che riponeva fiducia sono i demoni che prolificano nell'animo di chi ha fallito. Manzetti offre la sensazione di cercare d'interpretare l'animo di coloro che hanno portato all'isolamento di Prip'jat, alla maniera di un fotografo che in una camera oscura lascia ondeggiare il fluido necessario a sviluppare un'immagine che prende, pian piano, possesso del foglio bianco all'interno del quale è intrappolata. E cosa ne esce fuori...? Semplice, ciò che prima non si poteva e non si voleva vedere.

Un romanzo sulla solitudine, sia delle cavie (costrette a stare in delle celle sotterranee contro ogni loro volontà) che dei dottori (pressati dai gerarchi e sempre sospettati di tradimento), sulla pressione psicologica (notevole la scena della tortura a cui viene sottoposto Petrov e che non comporta alcuna lesione fisica) e sulla presenza di uno stato che usa gli uomini alla stregua di pedine sacrificabili in una partita a scacchi (contro l'avversario d'oltreoceano che si cerca ora di anticipare e ora di inseguire). Inserito in questo contesto, col ruolo di fatto marginale, c'è il tema action che porta una cavia, negli anni settanta, a fuggire dai bunker di Chernobyl e a trasformarsi in un serial killer bisognoso di cibarsi di cervelli umani. Non si tratta dell'impulso proprio di un soggetto deviato, ma di un effetto collaterale delle sperimentazioni a base di plutonio. Manzetti, probabilmente rifacendosi a certe affermazioni di Che Guevara, suggerisce l'intenzione dell'Unione Sovietica di scatenare una guerra atomica o, comunque, di prepararsi ad affrontare un mondo superficiale funestato dalle radiazioni in cui poter muovere soldati immuni al plutonio e conquistare terreno. Cosa potrà mai venir fuori da un progetto del genere? Mostri, esseri geneticamente modificati (carnagione blu, crani glabri allungati, branchie, sangue blu), dotati di un visore collegato ai centri nervosi che permette di sopperire all'intervenuta cecità. Spetterà ai “pulitori” (evidente riferimento ai “liquidatori” di Chernobyl) il compito di rimediare al disastro, alla fuga di notizie e all'isolamento delle parti del bunker contaminate dai fuggitivi, il tutto senza isolare le aree esterne e senza creare il panico negli abitanti. Cosa vi ricorda...?

Manzetti realizza così il suo romanzo su Chernobyl, accennando solo marginalmente alla tragedia del 26 aprile del 1986. Ogni aspetto però rimanda a questo, in un clima di disperazione e persino di amore impossibile tra il mad doctor e le sue due uniche cavie che hanno dimostrato di aver superato l'esperimento. Il finale nella foresta rossa è di uno strazio tale che riesce a colpire lo spettatore, così come un disegno premonitore che, fin dall'inizio, aveva mostrato a tutti una fine che non si era voluto vedere alla maniera di un foto celata su una pellicola di cui nessuno vuole incaricarsi dello sviluppo.

È probabilmente l'opera più facilmente commerciabile di Manzetti, che non scivola nell'hardcore e nel volgare, assestandosi su un limite sostenibile col pregio di personalizzare un soggetto altrimenti derivativo già affrontato in molteplici letture. La leziosità stilistica e il ritornare su alcuni aspetti non aiuta il ritmo, anche se alla fine è un'opera più che sufficiente

 

L'autore ALESSANDRO MANZETTI, dai BRAM STOKER AWARDS
alla coccarda della SAGRA DEL CICATIELLO,
riconoscimento consegnatogli dalle mani di FLAVIO TROISI..

"Per questo sono diventato uno scienziato, per stanare l'impossibile, afferrare tra i polpastrelli il demonietto che è sempre a un millimetro capace di spifferare tutto e trasformare una ricerca o una sperimentazione in un fatto, in un vero cambiamento."
 
 

domenica 2 maggio 2021

Recensione Narrativa: L'ORA DEI DANNATI di Luca Tarenzi.



Autore: Luca Tarenzi.
Anno: 2020.
Genere: Fantasy Horror.
Editore: Giunti Editore, 2020.    
Pagine: 414.
Prezzo: 16,00 euro.

A cura di Matteo Mancini. 

Quasi trent'anni fa, quando alle lezioni di italiano delle scuole medie conobbi per la prima volta la Divina Commedia, restai impressionato dall'impatto scenico e dal sense of wonder garantito dalla lettura dell'inferno di Dante. Una potenza visiva resa manifesta dalle raffigurazioni del pittore ottocentesco Gustave Dorè che, tra una pagina e l'altra, rendevano ancor più sognante la lettura e allentavano le briglie della fantasia adolescenziale lasciando partire al galoppo il cavallo dell'evasione giovanile. I personaggi infernali di Dante sono infatti delineati e tratteggiati da un autore che, oltre a corredare quello che sarebbe diventato il capolavoro della letteratura italiana e poi mondiale con argomentazioni filosofiche, religiose e di riscrittura storica grazie all'utilizzo di personaggi realmente esistiti che, in varie epoche, si sono resi protagonisti del “film dell'umanità”, può essere considerato a pieno diritto un antesignano dei Grandi Maestri della Letteratura Fantastica. Se è indubbio che la Divina sia letteratura all'ennesima potenza che utilizza la scenografia dell'aldilà quale metafora per intavolare critiche sociali, politiche, filosofiche e religiose è altrettanto vero, a livello più superficiale, che si tratti di un'opera fantastica di valenza orrorifica innescata dal viaggio di Enea nell'inferno raccontato, poco prima dell'avvento di Cristo, da Virgilio e dunque non ancora "inficiato" dalla bacchettona morale cristiana. Un mondo altrove, o meglio dell'aldilà, che fin dai miei dieci anni fece sorgere in me il desiderio di raccontare una storia di mero intrattenimento ambientata nel “mondo fantastico” tratteggiato da Dante. Aspirazione che è sopravvissuta in età più matura, tanto da spingermi a scrivere nel 2008 il racconto Il Signore degli Alchimisti, palesemente ispirato (pur se non fedelmente) all'Inferno di Dante e inserito nel 2013 nell'antologia R.E.M. 13 Ore di Paura (La Mela Avvelenata Editore) con in copertina un orologio gigante indicante l'ora dei dannati. 

Bertran de Born, uno dei cinque fuggiaschi di Taranzi,
in una storica raffigurazione di Dorè.

Dopo ulteriori sette anni, finalmente, il libro che avrei voluto leggere e probabilmente scrivere fin dai tempi delle medie ha avuto sfogo sulla carta stampata, addirittura quale primo capitolo di un'annunciata trilogia...! Non potevo ovviamente non comprarlo e galeotto fu il libro e chi lo scrisse, ma soprattutto chi lo promosse, ossia Andrea Vaccaro durante una trasmissione della serie weirdiana andata in onda in diretta facebook nel dicembre del 2020. In tale occasione, infatti, sono venuto a conoscenza del progetto e dell'autore, un'uscita che ha fin da subito innescato il mio entusiasmo.

Autore del miracolo letterario è il quarantacinquenne Luca Tarenzi, poliedrico uomo di cultura, praticante di sciamanesimo, traduttore ufficiale di Douglas Preston & Lincoln Child per Rizzoli, ma soprattutto grande giocatore di ruolo ed estimatore di Caparezza, che torna ad affilare la penna dopo le numerose pubblicazioni per Alacran, Asangard, Salani, Acheron e Gainsworth. Vero e proprio specialista dell'urban fantasy, tanto da meritare la considerazione di un maestro del calibro di Alan D. Altieri che lo ha definito “il geniale autore italiano che ha portato in primo piano la variazione di genere nel genere chiamato urban fantasy”, Tarenzi guarda alla Divina Commedia quale teatro scenico in cui ambientare un action fantasy dantesco aggiornato al registro linguistico del pulp contemporaneo, esaudendo il sogno del sottoscritto e alleggerendo di gran lunga la portata culturale dell'operazione innescata dal dotto e inarrivabile testo originario. Ecco così andare in opera un vero e proprio tentativo di fuga dall'inferno dantesco orchestrato da Pier Delle Vigne, personaggio storico deceduto a Pisa, e condotto letteralmente per mano dal poeta Virgilio forte della supervisione del pisano Ugolino della Gherardesca - capace di leggere nella mente di ogni dannato dell'inferno grazie al vezzo di azzannare le teste - e del braccio armato garantito dalla potenza assicurata dal duo Filippo Argenti e Bertran de Born. Così procediamo nella lettura di un romanzo, forse lievemente ripetitivo nel proporre alcuni sviluppi di trama che si rinnovano nel giro di cento pagine, che parte dalla liberazione dei vari protagonisti dai limiti loro imposti dalle regole infernali e prosegue, nella prima parte, da quattro distinti punti di vista (quello di Virgilio, quello di Pier delle Vigne, quello di De Born e quello della Creatura senza più un nome che cerca di arginare i pellegrinaggi di Virgilio), per condurre il lettore in giro per tutto l'inferno dantesco (si va avanti e indietro e poi di nuovo avanti) fino alla lotta finale al cospetto della porta dell'Inferno in un'inversione rispetto alla Divina. A differenza dell'opera di Dante, non ci sono occasioni di scambiare parola con altri dannati. Tarenzi utilizza le pagine per descrivere piani di fuga, battaglie tra dannati e demoni e continui tentativi di ingannare il prossimo in un cinismo che fa di Pier delle Vigne il peggiore del gruppo. Impossibilitato a muoversi, per il suo esser divenuto un albero sradicato dal girone di condanna, l'organizzatore del piano, da abile scacchista, tiene all'oscuro i suoi soci circa le dinamiche della fuga e questo è il motivo che rende unito il gruppo di manigoldi.

Pur con qualche licenza, l'iconografia dantesca è rispettata sia nella “geografia” infernale delineata dal divin poeta sia nelle caratteristiche fisiche dei personaggi danteschi che qua vengono ripresi, soprattutto quelli al servizio dell'inferno. Molti i momenti che lasciano stupefatto il lettore per la loro potenza visiva. Indimenticabile la discesa al cospetto di Lucifero, una parte da leggere e rileggere. Di medesima valenza il volo sull'acheronte o sulle lande infuocate del deserto del settimo cerchio, tra miasmi e lamentele di ogni sorta che si innalzano verso il plumbeo cielo che incupisce paludi, fiumi di sangue e pareti rocciose tormentate dai turbinii del vento in un odio generale che investe gli stessi demoni che vedono in Lucifero, altrettanto dannato dell'inferno piuttosto che dominatore del regno delle tenebre, la fonte indiretta delle loro sofferenze.

"A vederlo, più di ogni altra cosa, sembrava...
un dannato, come tutti loro"

Vediamo quindi apparire il volante Gerione, i giganti dell'ottavo cerchio, quindi il giudice infernale Minosse, il traghettatore Caronte, il vorace Cerbero e infine l'innominabile Lucifero dai mille volti (non c'è traccia di Giuda, Cassio e Bruto) sepolto fino a metà ventre nel ghiaccio del centro dell'inferno e tutto il suo esercito di angeli decaduti (chiamati gli spezzati) che conservano solo in parte la perfezione e la bellezza del paradiso.

Tarenzi parte proprio laddove si era interrotto Dante, anche se il decorso del tempo nell'inferno sembra esser distorto, come si intuisce da cenni che lasciano alludere alla tematica del sequel (c'è il riferimento a una guerra mondiale con tratti che rimandano alle svastiche naziste, come se gli eventi narrati dal romanzo fossero paralleli ai sanguinosi fatti della seconda guerra mondiale). Virgilio, dopo aver condotto Dante alle porte del paradiso e aver reso un servizio ordinato “da lassù”, si ritrova a vagare per l'inferno, ormai rigettato dagli agi del limbo e preda dei demoni caduti dal cielo costretti al ruolo di “secondini” del carcere infernale. Al di là dell'intreccio, puramente fantastico, ciò che Tarenzi delinea è l'ingiustizia divina. Dio e il regno dei cieli sono tutt'altro che creature amorevoli, sono piuttosto esseri non disposti a perdonare e comprendere le debolezze della creatura uomo. Non ci sono spazio per valutazioni, la semplice violazione del precetto comporta la massima pena e poco importa se sussistano o meno cause di giustificazioni o stati di necessità. I cinque personaggi ripresi dalla penna di Dante, pur rimodulati nelle caratterizzazioni e in perenne evoluzione intrarelazionale tanto da delineare nel corso della storia un tendenziale ribaltamento dei ruoli (si veda Virgilio che da glaciale e dotto cicerone diventa un emotivo che si cura e come degli altri al punto da organizzare trappole ai soci e pensare agli interessi personali, oppure il muto Ugolino che da cannibale a cui nessuno presta fede diviene generoso uomo d'onore ), tra egoismi, ritorsioni ed estorsioni ma anche gesti di generosità, di amore e di rispetto, sono uomini che hanno subito pene crudeli per “colpe” innescate dall'altrui brutalità e per le quali non hanno beneficiato di alcuna attenuante. Oltre il lavoro sui personaggi, ammodernati con dialoghi da action movie cinematografico anni ottanta (aspetto che potrebbe far storcere il naso ai puristi), L'Ora dei Dannati è un romanzo ad ampio respiro di grandissimo intrattenimento. Tarenzi ha un lessico semplice, esaltato da periodi mai pesanti e di grande scorrevolezza. L'autore ha inoltre il pregio di rendere il testo appetibile al grande pubblico, evitando di cadere nella tentazione dell'hardcore horror. Pur andando in scena torture, continue battaglie all'arma bianca con amputazione di arti, sangue a ettolitri, cadute mortali e fratture ossee (all'inferno non si può morire e ogni ferita si rimargina così da poter dare spazio a ulteriore dolore), l'impatto visivo non è mai violentissimo. Tarenzi riesce a trovare il giusto equilibrio in grado di fare de L'Ora dei Dannati un potenziale best seller adatto a tutte le età. Un grande plauso va anche all'editore, la Giunti Editore S.p.A, che ha allestito un'elegantissima versione in copertina rigida a un prezzo irrisorio, date le 416 pagine. Il volume, infatti, costa solo 16 euro, un prezzo che lo rende estremamente appetibile.

Plauso dunque a Tarenzi e alla Giunti con appuntamento alla seconda uscita in programma per la fine del 2021. Pollice alzato e pronti all'acquisto del secondo capitolo.

 
L'autore LUCA TARENZI.
 
Tutto l'inferno alla fine è pensato come uno scherzo incredibilmente stupido”
 

domenica 11 aprile 2021

Recensione Narrativa: BUCKNER J. GRIMES - IL TORNADO DEL TEXAS di Robert Ervin Howard.


Autore: Robert Ervin Howard.
Anno: 1936.
Genere: Antologia Western.
Editore: Providence Press, 2018.    
Pagine: 112.
Prezzo: 12,90 euro.


A cura di Matteo Mancini. 

Dopo Sfida al Canyon Infernale, uscita nel 2014 per Fratini Editori qu in passato recensita, ecco la seconda raccolta western sul mercato italiano realizzata pescando dalla sterminata produzione dello scrittore texano Robert E. Howard. La propone il duo bolognese Calvitti-Ortolani, della Providence Press, che ha deciso di raccogliere il breve ciclo del pistolero combina guai Buckner J. Grimes, così da saggiare il palato dei lettori. Purtroppo, o per fortuna, il volume, pubblicato in serie limitata, è destinato a diventare da collezione. Sembra infatti che le copie siano esaurite e che non sia programmata una ristampa.

Famoso soprattutto per essere ideatore di personaggi come Conan il Barbaro o lo spadaccino puritano Solomon Kane, ma anche quale autore di narrativa del terrore che ha fatto la fortuna della rivista pulp Weird Tales, Howard ha scritto di tutto, specificando all'amico di penna Howard P. Lovecraft, qualche mese prima di suicidarsi, che avrebbe indirizzato ogni suo sforzo futuro sulla narrativa western.

Le storie western del texano, caratterizzate da azione, scazzottate, sparatorie e dialoghi fumettistici tanto da poter esser reputate delle antesignane dello spaghetti western (piuttosto che del western cinematografico americano), sono ai giorni d'oggi meno richieste sul mercato rispetto alla narrativa fantastica, ma non per questo si può pensare di trascurarle. Il trittico scelto dalla Providence Press, impreziosito da un weird western di Otis A. Kline (il manager di Howard) che poi si scoprirà essere una fandonia raccontata da un viaggiatore di un treno a un appassionato di romanzi, è tutto incentrato su Buckner J. Grimes. Si tratta di uno degli ultimi personaggi ideati da Howard, ancora piuttosto abbozzato nella caratterizzazione con uno sviluppo del personaggio, probabilmente, in divenire. Appena tre le storie che compongono la serie, due delle quali - Knife-Rivel Prodigal (Il Prodigio di Knife River) e A Man-Eating Jeopard (Il Jeopardo Mangiauomini) - strettamente correlate, non tanto per essere uscite rispettivamente nel 1937 e nel 1936 su Cowboy Stories, ma per il mostrare il protagonista durante il suo viaggio, in sella cavallo del fratello, dal Texas alla California. Scapestrato, un po' Trinità di Terence Hill, Buckner viene buttato fuori di casa dal padre (di cui lui ricorda sempre le massime), perché non ne può più delle sparatorie e delle scazzottate in cui il figlio è spesso coinvolto. A differenza di altri personaggi di Howard, Buckner non è di mole ciclopica, ma è tremendamente veloce con la pistola (porta due calibro 45 nel cinturone, oltre l'inseparabile bowie) e potente nello sferrare i pugni. Cavaliere verso le donne oltre che di indole buona e di volto onesto, finisce per trovarsi in risse e regolamenti di conti giostrati da bande di manigoldi e prepotenti che lui sembra attrarre con una certa predilezione (“ho giusto buttato le bottiglie in disparte, e che ci potevo fare se si sono tutte spaccate proprio addosso alla porta del retrobottega?”). Nella prima storia libera un paese dall'azione di una banda di bulli, trovandosi eletto sceriffo dopo aver prima oziato con la banda stessa. Un ruolo che però non vuol ricoprire, un po' come molti dei personaggi dei futuri film western, perché “pa' gli ha detto che deve raggiungere la California” e lui non può disobbedire. Nella seconda storia, sempre in viaggio verso l'indicata destinazione, si trova a fare il terzo incomodo in un paese conteso da due bande. No, niente a che fare con il Clint Eastwood de Per un Pugno di Dollari, Buckner è troppo onesto per fare il doppio gioco. Sceglie il bene (o il meno peggio) e lo fa per mero altruismo, senza utilità o tornaconti. Il Jeopardo Mangiauomoni è un testo più articolato, l'unico a esser uscito quando Howard era ancora in vita, che si conclude in modo simile al primo episodio, Buckner non può restare specie in un posto dove non si apprezza l'arte (il riferimento va a un suo disegno di un leopardo scambiato dal cattivo di turno per una puzzola!?).

È invece diverso Ring-Tailed Tornado (Il Tornado Furioso), forse il migliore del lotto, che vede Buckner partire per una missione determinata: recuperare la donna di un avversario in amore, così da accasarlo e porre fine a ogni pretesa dello stesso verso la donna sbagliata. Buckner non sa però di esser stato giocato dal rivale e si troverà pertanto vittima di un raggiro, che lo vedrà contrapposto a due gruppi distinti di spacconi. Inoltre, come in ogni storia d'amore che si rispetti, tra i due litiganti... il terzo gode.

Tratterrò nel dettaglio le varie storie, oltre a molteplici altri western scritti da Howard nell'articolo ("Robert Ervin Howard e il Western") che mi è stato commissionato da Zotique e che uscirà nel secondo volume dedicato dalla rivista all'autore texano. Posso qua aggiungere che il ciclo Buckner è intriso di una forte ironia che però non lo rende affatto una parodia. Il “nostro” è uno smargiasso e, se contrapposto ai bulli, persino provocatore, tuttavia è retto da sani principi, con una natura cavalleresca. Ci sono momenti comici, una comicità inserita in storie alla Howard, dove si spara, si mena e si muore in quantità. Intrattenimento puro, con noia esorcizzata e ritmo vorticoso dall'inizio alla fine. Un limite? Forse manca un sottotesto e uno sviluppo complesso così da andare oltre a storie orientate unicamente a creare azione con tutti gli stereotipi del settore, ivi compresi i saloon, i giocatori di poker, gli sceriffi corrotti, le colt fumanti e le lunghe galoppate attorniati da pareti rocciose. Nessuna traccia degli indiani o di ruoli femminili determinanti. Howard avrebbe di certo amato gli spaghetti western, così come gli amanti degli spaghetti western non potranno non amare le sue storie western: no story, no scenes... just killing!

 

venerdì 9 aprile 2021

Recensione Saggi: GUIDA AI MIGLIORI 150 LIBRI HORROR di Alessandro Manzetti.

 


Autore: Alessandro Manzetti.
Anno: 2021.
Genere:  Catalogo Libri Horror.
Editore: Cut Up Publishing.
Pagine: 218.
Prezzo: 16.90 euro.

 
Commento a cura di Matteo Mancini. 
Attesissima novità di Alessandro Manzetti che propone al pubblico italiano la sua Guida ai Migliori 150 Libri Horror, uscita in anteprima in un'edizione per afecionados a cura delle Independent Legions e poi, per tutti gli altri, per la Cut-Up Publishing.

Presentata come opera unica nel suo genere, addirittura non presente sul mercato editoriale americano, una volta in mano lascia perplessi i lettori più smaliziati.

La prima cosa che salta agli occhi è l'incredibile affermazione secondo la quale nessuno, e dico nessuno, negli States e negli altri paesi a lingua anglofona, abbia mai concepito un libro del genere quando, a esempio, da noi in Italia le guide alla narrativa fantastica ce ne sono e ce ne sono da tempo. Manzetti però ha la brillante idea di integrare quanto fin qui era presente sul mercato editoriale italiano, sebbene il prodotto sia spiccatamente concepito per il mercato internazionale. Decide infatti di proporre opere horror ad ampio raggio, comprendendo - nelle intenzioni - tutti i vari sottogeneri immaginabili, uscite dal 1986 in poi. La volontà di circoscrivere il periodo è un punto di forza del progetto, dal momento che la narrativa fantastica legata al periodo precedente era già stata sufficientemente (e dico sufficientemente) sviscerata anche in Italia. Giusto allora approfondire l'horror degli ultimi trentacinque anni, dalla corrente splatter-punk in poi. Si tratta infatti di un periodo poco analizzato, soprattutto alla luce di un senso di sfiducia nei lettori medi dovuto a un atteggiamento da parte di molti degli autori del settore di estremizzare il corollario legato alle storie di volta in volta proposte, infarcendole di una violenza e di una componente erotica spesso deviata che mal si concilia al grande pubblico. Inevitabile dunque il confinamento, ancor più della narrativa weird ed esoterica che avevano rispettivamente dalla loro il sense of wonder e i contenuti filosofici trascendenti, nel ghetto dei cultori di nicchia. Poche richieste poche vendite, da qui, probabilmente, la scelta di insistere sui classici piuttosto che su emeriti sconosciuti (in Italia) che propongono macellazioni, sesso perverso o visioni alternative che sono senz'altro interessanti per una piccola parte di pubblico ma "stuccano" gli altri.

Se l'idea iniziale è vincente, convince meno lo sviluppo. Manzetti ha dichiarato di aver impegnato sette anni per la realizzazione del libro, eppure dalla lettura non sembrerebbe. Più che una guida il testo appare nelle vesti di un catalogo. Manzetti indica 150 libri, dedicando per ciascuno di essi meno di mezza pagina (una pagina se si considera la copertina e l'indicazione sintetica, sulla scia di quella realizzata anche dal sottoscritto per i miei volumi dedicati allo Spaghetti Western, dei dati essenziali e del punteggio assegnato). Circa 2/3 delle opere indicate sono inedite sul mercato editoriale italiano (da qui la concezione internazionale del progetto) e molti autori sono addirittura sconosciuti in Italia.

Manzetti, pur volendo giostrare il lavoro ad ampio spettro (non più di tre testi ad autore), è legato al circuito americano e a un certo tipo di horror (l'extreme). La cosa si evidenzia nella scelta, difficile da censurare (ma senz'altro criticabile) per la soggettività delle valutazioni, di non considerare (o reputare inferiori) autori europei quali Arturo Perez Reverte (Il Club Dumas), Manuel Loureiro (Apocalisse Z), Sergej Luk'janenko (I Guardiani della Notte), Anders Fager (Culti Svedesi), Patrick Graham (Il Vangelo Secondo Satana), lasciano altresì perplessi le esclusioni di autori quali Tim Curran (abbondantemente tradotto dalla Duwich Edizioni), Brian Lumley (Necroscope), Micheal Connelly, Thomas Harris (Il Silenzio degli Innocenti), Douglas Preston (Relic), Peter Benchley (Squalo Bianco), Bret Easton Ellis (American Psycho) e ancora qualcun altro. Si tratta di titoli che hanno saputo, alcuni di essi, riscrivere le coordinate del genere o comunque conquistare un successo tale da accedere a grosse produzioni cinematografiche, assai ben oltre netflix (talvolta citata nel testo).

Alla luce di queste considerazioni, penso che un progetto lievemente più articolato avrebbe permesso al libro di guadagnare molti punti. Si sarebbe infatti potuto mantenere l'idea dei 150 migliori libri horror, inserendo a fine volume una classifica in ordine di votazione dei vari titoli, e poi fare un testo dedicato agli autori del periodo, dedicando due pagine a ognuno di loro, con un'introduzione iniziale di quaranta pagine in cui introdurre il testo e spiegare l'evoluzione dell'horror dal 1986 a oggi. Manzetti invece ha preferito un volume leggero, veloce da scrivere (forse meno da preparare), schematico che più che guida si presenta quale “catalogo annotato”. La cosa rende facilmente leggibile il testo, ma resta una proposta di acquisti. Pur rivelandosi utile per il reperimento di titoli e nomi nuovi, l'operazione lascia la sensazione di occasione un po' sprecata o non sfruttata per le potenzialità di cui Manzetti è senz'altro dotato.

Neppure una cartella (1.800 battute) a libro, nessuna considerazione generale, per ogni volume viene fatta una breve sintesi della trama, un paio di righe sono dedicate all'autore e circa sei alla recensione (media di quindici righe a volume). Una curiosità, forse in controtendenza (e la cosa mi fa piacere), è data dall'ampia considerazione dedicata alle antologie di singolo autore, che sono segnalate in modo copioso (sono tagliate, per scelta, le antologie collettive).

La veste grafica del libro è buona, così come è contenuto il prezzo. Ottima l'idea di inserire top ten personalizzate a cura di molti nomi noti, tra scrittori e antologisti del settore, che, tra una pagina e l'altra, fungono da guest star.

In conclusione è un volume, a suo modo, utile pur se indirizzato ai lettori anglofoni o a chi recuperi testi in inglese. Potrebbe altresì avere l'effetto collaterale, per una volta benefico, di spingere qualche editore a scommettere su nomi nuovi (che qui dentro sono davvero tanti). Ben vengano dunque prodotti del genere, solo che sarebbe gradita un po' più di passione e di trasporto invece che di sintesi schematiche che lasciano la sensazione di un prodotto commerciale, a cui si è dedicato molto meno tempo di quanto si è dichiarato (e lo dice chi ha impiegato nove anni per una guida sul cinema western italiano).

 


giovedì 8 aprile 2021

Recensione Narrativa: I TOPI DEL CIMITERO di Carlo Hakim De Medici.

Autore: Carlo Hakim de Medici.
Anno: 1924-27.
Genere: Esoterico / Horror.
Editore: Cliquot (2019)
Pagine: 144.
Prezzo: 18 euro.

Commento di Matteo Mancini.  

A distanza di un anno dalla riproposizione di Gomoria (1921), ripubblicato nel 2018 dalla Cliquot, esce un secondo volume ripescato dal passato di Carlo Hakim De Medici. Giornalista, occultista, disegnatore, poeta e soprattutto scrittore di narrativa macabra del primo novecento italiano SCANDALOSAMENTE ignorato per oltre un secolo dagli studiosi contemporanei del fantastico. Persino un volume come la Guida ai Narratori Italiani del Fantastico (2018) dell'Odoya, alle cui spalle vi è il lavoro di specialisti di punta quali Andrea Vaccaro (Hypnos), Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Pietro Guarriello (Dagon Press), ignorava l'esistenza e la qualità di De Medici.

I Topi del Cimitero, secondo volume riproposto dalla casa editrice romana, è addirittura il frutto di un'operazione di crowdfunding con offerte da 15 a 200 euro e una raccolta finale di 2.127 euro.

Il risultato finale è eccezionale. Copertina cartonata con raffigurazione dello stesso De Medici comparsa sulla prima edizione, carta spessa, oltre venti illustrazioni (macabre) dell'autore all'interno, quattordici racconti della raccolta originaria I Topi del Cimitero (1924), più quattro riproposti dalla raccolta Crudeltà (1927).

Un volume quindi imperdibile sotto tutti i versanti che rende onore al capillare lavoro della Cliquot, nella persona di Federico Cenci, meritevole di aver fatto emergere uno scrittore che dovrebbe ambire all'olimpo della nostra narrativa fantastica.

Contrariamente a quanto si legge in giro, più che in Gomoria, nell'antologia I Topi del Cimitero spiccano l'estro onirico e le qualità poetiche dell'autore. Potremmo persino azzardare per De Medici l'epiteto dell'Edgar Allan Poe italiano (anche se poi era di origine francese). L'influenza dello scrittore americano qua è marcatissima, più dell'apporto offerto dai decadentisti francesi (Huysmans, Merimee,Villiers de L'Isle-Adam, ma anche Gaston Leroux) determinanti per il testo di Gomoria.

Ne I Topi del Cimitero è lo stile ad acquisire importanza tanto da anteporsi al soggetto dei racconti. De Medici è più interessato a dipingere con le parole che a intessere una trama lineare. Certo, ci sono esempi di racconti classici. La Pendola anticipa di anni That Hell-Bound Train di Robert Bloch, con un protagonista che inganna il diavolo o almeno crede, stoppando l'incedere delle lancette.

La Taciturna e Maddalena rimandano a E.T.A. Hoffmann e alla sua Olimpia (personaggio del racconto Der Sandmann), automa femminile venerato dal protagonista. Il primo, dall'epilogo grandguignol, parla di un uomo infatuato del corpo femminile che perde il senno quando al corpo femminile si aggiunge il cervello. Più classico il secondo, in cui si infiltra la poetica di Poe, caratterizzato dalla presenza di un uomo disperato d'amore intento a cercare di mutuare in un simulacro lo spirito dell'amante prossima a morire. 

Il tema legato all'amore per la donna è centrale, sofferto, tribolato (si vedano Perché e L'Idolo). Per la mia Pace ribalta The Lost Valley di Algernon Blackwood proponendo un protagonista innamorato in egual misura di due sorelle, eppure mai sazio e indeciso su quale delle due scegliere. La felicità, del resto, per De Medici è un qualcosa di irraggiungibile e la paura di amare torna protagonista ne La Felicità, dove si assiste a un uxoricidio. “Quando ci illudiamo di avere raggiunto quella che nei nostri sogni e nei nostri vaneggiamenti rappresentava l'apice delle nostre aspirazioni, ci accorgiamo sempre che esiste al di là della nostra primitiva immaginazione una felicità superiore.”

Abbiamo poi sfide alla morte (Madama la Morte), elaborati che al macabro miscelano un'ironia dissacrante (Un Morso, Quel Burlone di Nane), altri di evasione dalla banalità quotidiana che domina il materialismo di cui noi tutti siamo alimentatori (Ogni Sera e Il Brigantino Grande). Non mancano poi testi più profondi, in cui De Medici cerca di penetrare il mistero dell'esistenza. Tra questi spicca Dopo, un dialogo tra due amici che porta a un gesto estremo nel tentativo di liberarsi della prigionia del corpo e permettere la terza rinascita, quella definitiva, ovvero la fusione con Dio e l'insieme che ci circonda, un cambio di status che solo la morte (ideale parto verso l'eternità) può offrire. 

Gli elaborati più inquietanti sono I Topi del Cimitero, una sorta di omaggio al racconto Chimäre di Gustav Meyrink, dove si assiste in chiave onirica al crollo della Chiesa cattolica, e Guland in cui dal firmamento brilla l'astro nero, l'astro invisibile ai mortali, l'astro di Satana, la visione che desta dalla confusione il protagonista e lo induce alla scelta definitiva. 

Un'antologia dunque notevole che pone De Medici al livello dei più grandi scrittori esoterici di fine ottocento primi novecento. Una forma di narrativa colta, elegante ed esoterica che purtroppo, in epoca moderna, è stata sostituita da una forma di “horror” spesso di grana grossa (si pensi all'extreme horror) che sposta l'attenzione dal mistero della vita spirituale per orientarsi a problematiche centrali nella vita materialista con cui ogni essere vivente, per ragioni fisiche e alimentari, deve rapportarsi. La narrativa esoterica passa però da altre coordinate, quelle che si proiettano oltre, in vista di una trascendenza dietro la quale si cela il vero e unico senso della vita (che non può essere la mera sopravvivenza e la riproduzione). Come altri della sua epoca, De Medici fugge dalla vita di tutti i giorni, tende quasi a ripudiarla (la vita è illusione, gli uomini marionette), e cerca altro, cerca la vita eterna, cerca la conquista del regno dei cieli, siano essi divini o diabolici, alla maniera di un Arthur Machen delle nostre latitudini. Non a caso nel racconto L'Amica del Poeta compare una fata, finché lo scrittore non vincerà alla lotteria divenendo così schiavo del denaro invece che della brama di entrare in relazione con le creature dell'altrove.

"Che cosa inseguono tutti questi dementi, tutti questi dannati di una bolgia in caricatura? Non lo sanno perché il fato che li trascina è muto, come sono mute tutte le povere cose che si svolgono sulla Terra. Vivono...ecco. Vivono: e sentono il bisogno di agitarsi."

 
Concludo invitando i lettori, specie gli appassionati di Maestri del calibro di Poe, Hoffmann, Machen, Blackwood, Meyrink, ad acquistare il volume, perché non ne resteranno delusi (si astengano invece i cultori di Poppy Z. Brite, Edward Lee, Charlee Jacob e altri macellatori interessati a problematiche di valenza terrena: qua si trascende). Un grosso plauso alla Cliquot e un invito: Nirvana d'Amore attende di esser riportata alla luce dalla biblioteca di Trieste. Forza ragazzi!!!
 
Essere o non essere...?
ci sei o ci fai...?
questo è il problema DE MEDICI
(Carlo Hakim De Medici).
 

La vera vita comincia solo dall'istante in cui questo spirito-vita, risoltosi in noi, riesce a liberarsi dal suo involucro di materia, come la farfalla della crisalide.”

sabato 3 aprile 2021

Recensione Narrativa: ASSEDIATI DAL DEMONIO di Max Dave (Pino Belli).



Autore: Giuseppe "Pino" Belli (Sotto lo pseudonimo di Max Dave).
Genere: Horror / Azione.
Anno: 1963.
Edizione: Editrice Romana Periodici, collana I Racconti di Dracula, I Edizione, N. 50.
Pagine: 114.
 

Commento di Matteo Mancini

In attesa dell'uscita del volume che abbiamo realizzato per Profondo Rosso interamente dedicato alla produzione narrativa horror di Libero Samale, nome anagrafico corrispondente allo pseudonimo Frank Graegorius, torniamo a immergerci nella lettura de I Racconti di Dracula. Su invito dell'amico di Sergio Bissoli, orientiamo la nostra attenzione su Max Dave. “È stato come un fantasma che mi ha ossessionato per decenni” ricorda Bissoli “l'ho cercato in tutti i posti, con tutti i mezzi senza riuscirci.”

Max Dave costituisce un caso unico per gli afecionados della serie, perché è l'unico nome dietro al quale si trinceravano ben due autori: i fratelli Carlo e Giuseppe Belli.

Entrambi militari, generale medico il primo e comandante di compagnia mobile di Pubblica Sicurezza l'altro, i Belli si alternavano nella scrittura proponendo romanzi che venivano poi dati alle stampe dall'ignaro barone Cantarella, convinto che solo Giuseppe fosse lo scrittore.

Giuseppe Belli è stato reputato da Bissoli come il miglior autore della collana dopo Libero Samale. Personaggio eclettico, sregolato nella vita privata (una moglie e due amanti), pur essendo stato forgiato all'accademia navale di Livorno, e grande amante dell'avventura. Nasce a Piacenza nel 1921 e vanta ascendenti legati alla nobiltà papalina. Conte di Chiusa della Rota, dopo un adolescenza a Vicenza segue le orme del padre, commissario prima e poi questore, costruendosi una carriera militare che lo porta ad acquisire i gradi di ufficiale. Di carattere estroverso, dalla battuta pronta e dalle intense passioni amorose, si farà sempre più prendere dagli hobby per fare degli stessi il lavoro primario. Inizia a scrivere presto, addirittura a ventisette anni dirige una rivista di fantascienza. Intanto si sposta in giro per l'Italia. Lavora a Pescara, quindi a Sondrio e infine presso il Ministero degli Interni quale addetto all'Ufficio stampa. Nel 1954, a soli trentatré anni, dopo aver cercato di lanciare una serie televisiva sul lavoro delle pattuglie della stradale, abbandona l'incarico pubblico grazie a una sceneggiatura che gli apre le porte del cinema. Va in Amazzonia dove realizza un progetto affidato alla sua stessa regia. Esce così Il Segreto della Sierra Dourada (1957), una pellicola documentaristica piuttosto estemporanea cui darà seguito con una regia della seconda unità del film Finché Dura la Tempesta (1963) e con gli adattamenti dei dialoghi in italiano di due coproduzioni italo-spagnole. Sergio Bissoli lo indica quale autore di ulteriori sceneggiature (non indicate su imdb). Si trasforma intanto in esploratore. Passa sei mesi in Mato Grosso sulle tracce della misteriosa tribù dei Bandeirientes e la cosa lo spinge a ulteriori escursioni. Avventure che lo inducono a collezionare bizzarri oggetti. Mostra ad amici e parenti campionari di frecce indios, canoe e lance africane acquistate negli innumerevoli viaggi esotici fatti in giro per il mondo.

Sul finire degli anni cinquanta, tiene a battesimo la nascita della serie I Racconti di Dracula col romanzo Uccidono i Morti? (1959), numero uno di una serie che arriverà fino agli inizi degli anni ottanta. Cantarella ha piena fiducia in lui e gli affida la direzione dell'editrice ERP, ruolo che Pino Belli eredita da Giovanni Simonelli. Scrive di tutto, dal giallo all'horror, passando per la fantascienza, i romanzi di guerra e persino il western. Alla fine, sotto una selva di pseudonimi, scriverà oltre cento romanzi di natura commerciale. Saranno trentadue i Racconti di Dracula firmati Max Dave, ventidue dei quali a opera di Giuseppe Belli. Muore non ancora cinquantenne a causa di una cirrosi epatica.

Assediati dal Demonio è reperibile all'interno della raccolta 
I CAPOLAVORI DE RACCONTI DI DRACULA VOL.4 

Assediati dal Demonio è il diciassettesimo romanzo uscito sotto la firma “Max Dave”, il settimo di Giuseppe “Pino” Belli.

È un romanzo atipico per la serie, una sorta di action horror (alla Aliens – Scontro Finale) con elementi fantascientifici legati al sotto filone dei romanzi incentrati sulle epidemie. Purtroppo la volontà di sorprendere i lettori porta a un risultato finale confusionario, che si prende beffa del lettore con un epilogo in odore di parodia che mal si concilia all'atmosfera seriosa di cui l'opera aveva dato mostra di sé nella prima parte. Sul volume La Storia di Racconti di Dracula si legge: “romanzo sospeso tra il demenziale e il delirante.” Sergio Bissoli, che conferma dubbi sul finale, lo reputa un “capolavoro” tanto da averlo incluso nel terzetto raccolto da Pietro Guarriello ne I Capolavori de I Racconti di Dracula Vol.4 e lo definisce "romanzo di grande tensione e originalità sorprendente."

Belli, qua poco visionario e non troppo incline all'esoterismo, si diverte a proporre sotto tre distinte chiavi di lettura un soggetto che ruota attorno alla comparsa di una serie di uomini rossi (la cui apparizione richiama un po' la massima romeriana de "quando all'inferno non ci sarà più posto i morti cammineranno sulla terra") che vagano nella notte completamente nudi. “Compaiono d'improvviso e poi se ne vanno. Attraversano gli oggetti solidi e non dicono una parola.” Se abbattuti si disciolgono in una poltiglia acida. Di qui il presunto titolo orginale di The Red Men, ovvero "Gli Uomini Rossi".

Apparentemente non pericolosi, questi esseri diventano letali se toccati o se si toccano superfici su cui gli stessi hanno collocato parti dei loro arti. Una problematica, quella del contagio e della necessità del mantenere le giuste distanze di sicurezza, di cui ai giorni nostri abbiamo piena contezza, ma che qua si amplifica all'ennesima potenza. Gli effetti sono immediati e conducono a una morte improvvisa tra atroci sofferenze. Le vittime, infatti, si trasformano in vere e proprie torce umane, divenendo a loro volta di colore rosso.

I fatti vanno in scena in un paesino collinare gallese (Folkenham), costruito sulle fondamenta di un convento distrutto da un incendio durante la Riforma, e più in particolare all'interno del castello (di Hires) del 1200 che svetta al di sopra del piccolo agglomerato. L'intera area è stata posta in quarantena e si presenta isolata dal resto del mondo. Ai cittadini e agli ospiti del castello è fatto espresso divieto di allontanarsi.

Belli tratta la questione per tre diverse vie. Abbiamo quella paranormale, legata all'azione di un medium che cerca di venire a capo di quella che lui pensa essere un'infestazione soprannaturale; poi abbiamo i rappresentanti di Scotland Yard che affrontano il problema armati di fucili mitragliatori con cui abbattere gli umanoidi (che si scopriranno esser dei veri e propri ritornanti, a loro modo antesignani degli zombi cinematografici, fatti di antimateria!?); e infine abbiamo gli scienziati che trattano la questione alla stregua di una malattia infettiva. Avranno ragione tutti e tre i gruppi, con Belli che predispone una sorta di effetto altalena, passando da una visione all'altra e cercando di farle coesistere tutte.

Si trovano per tale via a compartecipare all'evento la magia nera, i rituali magici dove si beve sangue di gallo, apparizioni ectoplasmatiche, patti diabolici di faustiana memoria, medium che cadono in trance, il demonio che riaffiora della segrete del castello, ma anche parti del romanzo dove si spara alla maniera dei soldati asserragliati in trincea (gli uomini rossi vengono uccisi da proiettili con codetta luminosa) e altre dove si analizza il bizzarro virus che sembra riconducibile all'azione di una pianta esotica (brasiliana) trattata in un modo determinato insegnato dagli stregoni (macumba, dunque, al posto del voodoo). L'epilogo piega in direzione del giallo, ma offre più l'idea di essere un qualcosa da interpretare quale effetto di una follia insorta a corruzione della mente dell'uomo, che ricostruisce i fatti sotto una diversa chiave di lettura rispetto alla percezione sensoriale avuta dagli altri protagonisti dell'avventura.

Romanzo dunque atipico per la serie, in cui scompare del tutto la componente erotica e persino la figura del vampiro. Potremmo addirittura azzardare il romanzo Assediati dal Demonio quale anticipazione al sottogenere zombi che avrebbe poi imperversato una decina di anni dopo al cinema e nella narrativa. Belli risponde alle direttive di Cantarella e utilizza il castello medievale con le sue atmosfere neogotiche, così come marchio di fabbrica della serie. Permangono i rituali magici legati alle invocazioni demoniache, ai cerchi protettivi da cui non fuoriuscire e ai sacrifici di galli neri da sgozzare. C'è anche l'immagine del “mostro” che fuoriesce da una tomba nelle segrete del castello, solo che qua viene spacciato per il demonio e non ha alcun canino da sfoderare dalle labbra. La sensazione finale è che si tratti di un romanzo fracassone che non si vuol prendere sul serio e gioca sull'argomento partendo dall'idea di una contaminazione virulenta che miete gli uomini senza che vi sia un vaccino o un prodotto per ostacolarla. Alti e bassi, col merito di essere in anticipo sul sottofilone zombi, di cui peraltro si differenzia per una diversa tipologia di esseri.

Per chi lo voglia recuperare, è facilmente reperibile acquistando il trittico di romanzi di Max Dave raccolti nel volume della Dagon Press intitolato I Capolavori de I Racconti di Dracula Vol.4.

 
Sotto lo pseudonimo MAX DAVE si celavano due fratelli:
Giuseppe e Carlo BELLI. 
Nella foto vediamo GIUSEPPE "PINO" BELLI
 
"Noi crediamo di sapere tutto della vita e ci spaventiamo di fronte al mistero della morte: ma è proprio sicuro che sappiamo tutto della vita e delle sue multiformi espressioni?"