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mercoledì 20 marzo 2024

Recensione Cinema: RACE FOR GLORY di Stefano Mordini.

Regia: Stefano Mordini.
Anno: 2024 (Italia-Inghilterra).
Genere: Biografico / Sportivo / Azione.
Soggetto: Riccardo Scamarcio.
Sceneggiatura: Riccardo Scamarcio, Filippo Bologna e Stefano Mordini.
Attori Principali: Riccardo Scamarcio, Volker Bruch, Daniel Bruhl, Katie Clarkson-Hill.
Fotografia: Luigi Martinucci
Musiche: Venerus. 
Durata: 141 minuti.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Prendete Le Mans 66 (il finale è quasi ricalcato, così come le trovate degli italiani furbacchioni che fregano gli avversari stranieri), Rush (da cui arriva Daniel Bruhl, il cecchino di Bastardi senza Gloria), Ferrari di Michael Mann (il duello tra Walter e Mikkola che si conclude con l'uscita di strada del pilota Audi), Veloce come il Vento (la regia, i dettagli sulla componente meccanica in funzione all'interno dell'auto e il montaggio serratissimo), Driven (struttura narrativa), la serie televisiva Ferrari interpretata da Castellitto (l'intervista a Fiorio che funge da trait d'union, in cui gli si chiede se abbia rimpianti o remore nel mandare i piloti incontro a rischi che vanno oltre il calcolato) e la barzelletta sull'ispezione dei carri armati di Mussolini (difficile credere che sia avvenuta una furbata del genere), quindi shakerate bene e avrete Race for Glory.

Buon film, specie se si evidenzia che è quasi del tutto italiano (c'è una compartecipazione inglese sul versante artistico). Scamarcio ci butta i soldi in prima persona, aiutato nelle sforzo dal premio oscar Jeremy Thomas, in Italia già coinvolto in diverse produzioni affidate a Matteo Garrone e, prima ancora, a Bernardo Bertolucci. Stefano Mordini, a gran sorpresa, dirige da specialista del genere d'azione (che non è, pur essendo un pluri-candidato al David di Donatello e ai Nastro d'Argento), molto aiutato dal montaggio di Massimo Fiocchi e Davide Minotti prendendo da modello Matteo Rovere e, sull'altro versante, giocando di continuo tra primi piani (leoniani) e dettagli (mano che cambia, mano che sterza, piedi che si azionano sulla pedaliera, soggettive dell'auto in corsa e così via). Il ritmo è serratissimo, con le sequenze delle corse nettamente predominanti sul narrato. Quello che mancava nel Ferrari di Mann arriva qua, a discapito di uno sfondo narrativo. Riccardo Scamarcio, protagonista, produttore e soggettista, adatta a finalità cinematografiche il mondiale di rally del 1983 e propone, tappa su tappa, l'intera stagione di riferimento cercando di drammatizzarla e spettacolarizzarla. Il taglio, seppur non fedelmente sovrapponibile a quanto veramente accaduto, è estremamente realistico. Non sono presenti “americanate” alla Fast & Furious, né interventi della computer grafica come visto nel Driven di Renny Harlin. Ecco che la resa filmica delle "tappe" è eccellente (non direi lo stesso del sonoro, comunque valido). Manca qualcosa sul piano della scrittura, specie nei dialoghi e nelle caratterizzazioni. Si introducono domande interessanti e ricorrenti nell'ambito dello sport automobilistico (cosa si cerca nella corsa? perché si rischia la vita?), a cui si tende a evadere nelle risposte (“devo vincere” ripete in continuazione Fiorio/Scamarcio, salvo poi mitigare la questione con un epilogo non proprio riuscito sul piano filosofico) o a cercare metafore non così brillanti di caratura bellica ("sono il comandante di un'armata"). In questi aspetti, curiosamente più semplici perché frutto del lavoro al cosiddetto tavolino, Race for Glory non è all'altezza dei vari Rush, Ferrari, Veloce come il Vento (manca tutta la componente smargiassa e tamarra) e Le Mans 66. Anche l'incidente che capita al giovane pilota è telefonato e inflazionato, peraltro sottolineato da Mordini ben prima che succeda con una serie di inquadrature strette e primissimi piani sul volto del pilota nonché dettagli sulla componente meccanica. 

Al di là di questi aspetti, Race for Glory è un film che diverte gli appassionati di motor sport (non penso possa piacere a chi non è appassionato di corse), ricchissimo di adrenalina. Scamarcio, pur non brillando, tiene il ruolo e poco importa se non parli con accento torinese. Tra i migliori del cast artistico segnalerei Katie Clarkson-Hill, di gran lunga la più espressiva. Bruhl, invece, è poco sfruttato. Volker Bruch (Walter) è senza infamia e senza lode, con una curiosa quanto non sfruttata passione per l'apicoltura (buttata là tanto per). Simpaticissima comparsata di Lapo Elkann nei panni dell'avvocato. Musiche sufficienti, mentre, lo ribadisco, è notevole il montaggio (vero punto di forza del progetto ai livelli hollywoodiani). Probabili nomiantion ai Nastro d'Argento e ai David di Donatello, con montaggio in lizza a quota interessante per un premio. Di certo, è un film che si esporta anche all'estero con qualche velleità. Visto al cinema, insieme ad altri due spettatori (“il solito casino italiano” nella realtà delle sale, purtroppo, non produce un aumento nel conteggio come avviene per le 103 auto da produrre).


 

martedì 27 febbraio 2024

Recensione Saggi: IL PORTIERE DI ASTRACHAN' di Romano Lupi.

Autore: Romano Lupi.
Anno: 2019.
Genere:  Saggio Sport.
Editore: Fila 37.
Pagine: 186.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Secondo dei tre volumi, editi dalla romana Fila 37 dedicati al calcio sovietico, acquistati dal sottoscritto in occasione del Pisa Bookfestival del 2023. Scritto dal giornalista pubblicista sanremese Romano Lupi, Il Portiere di Astrachan è la biografia di un mito sportivo degli anni '80. Miglior portiere del mondo nel 1988, miglior calciatore sovietico del 1982, miglior portiere del mondiale del 1982, sei volte miglior portiere sovietico tra il 1980 e il 1988, due volte campione dell'Urss con lo Spartak Mosca, medaglia d'argento agli Europei del 1988 e medaglia di bronzo alle olimpiadi del 1980, Rinat Dasaev è un must per chi, come il sottoscritto, si è avvicinato al calcio da bimbo negli anni ottanta. Ho avuto la fortuna di vedere giocare questo portiere, all'epoca oggetto anche di critiche (come ben ricorda Lupi nel suo testo, facendo riferimento a Gianni Brera, Walter Zenga e Minà) ma, al tempo stesso, osannato dalla critica e dai preparatori dei portieri (lo posso ben dire avendo iniziato a giocare in porta nel 1989). Lupi ne sottolinea correttamente le doti, lo stile unico e tipico che ne faceva uno sperimentatore di stili e scuole calcistiche. Discepolo per corrispondenza di Harald Schumacher - numero uno della Germania Ovest dell'epoca - erede designato di Lev Yasin, ma soprattutto primo giocatore d'attacco della sua squadra. Il suo, per l'epoca, era un approccio innovativo nell'interpretare il ruolo dell'estremo difensore. Non più un solitario chiamato a interpretare un ruolo singolo all'interno di uno sport di squadra, bensi il primo elemento all'interno di un collettivo (quello dell'URSS del “colonnello” Lobanovskij) schierato con una tattica antesignana prossima a surclassare e mandare in pensione il cosiddetto gioco a uomo in favore della zona più estrema. Uno spartito di gioco basato sull'esaltazione del collettivo a discapito dell'individualità tecnica dei singoli. Talento e individualismi sacrificati sull'altare della pragmaticità e della sostanza. Tanta corsa, verticalizzazioni e una cultura votata al bene supremo non solo della squadra ma di una nazione chiamata al canto del cigno onde evitare di cedere il passo al capitalismo.

Il Portiere di Astrachan segue passo per passo le vicende di Dasaev, soprattutto quelle conosciute in occidente, parlando delle partite internazionali della sua squadra di club (lo Spartak Mosca) e in modo assai più approfondito delle competizioni mondiali ed europee dell'Unione Sovietica. Lupi descrive le azioni, le parate e i momenti salienti delle varie partite (non ci sono cenni, se non telegrafici, ai match interni del campionato sovietico). Ecco che il volume, di maggiore presa sportiva rispetto al già recensito Spartak Mosca di Mario Alessandro Curletto (vedi http://giurista81.blogspot.com/2023/10/recensione-saggi-spartak-mosca-di-mario.html), diventa un testo sulle sorti dell'ultimo decennio della nazionale sovietica, di cui Dasaev è stato pilastro e capitano. È l'Unione Sovietica degli juventini Alenikov e Zavarov, del pallone d'oro Belanov, della punta Protasov e del futuro sampdoriano Mychailychenko, oltre che di Blochin, Rats e Demianenko. Un collettivo “operaio” giostrato dai brutali allenamenti di Lobanovskij (su cui Lupi non indaga, nell'occasione, troppo), idolo assoluto di Kiev che non risparmia critiche e non entrerà mai in grande sintonia con Dasaev (probabilmente per gli ammiccamenti dell'occidente verso il portiere) pur preferendolo al “pretoriano” Chanov (portiere della Dinamo Kiev).

Il volume parte dall'importanza del ruolo del portiere nella cultura sovietica, proseguendo con gli inevitabili rimandi al mito Lev Jasin (unico portiere a vincere un pallone d'oro) per spostare progressivamente l'attenzione su Dasaev. L'attitudine al nuoto, la fede islamica, gli esordi ad Astrachan, quindi l'approdo allo Spartak e da qui la scalata verso la conquista della nazionale e della fascia da capitano fino al declino a Siviglia tra papere, incidenti stradali e il sospetto dell'alcolismo (che Lupi sconfessa). Dasaev, negli anni ottanta, incarna il ruolo del portiere moderno: “fornisce un'interpretazione innovativa del ruolo, dimostrando di essere uno dei portieri più completi della sua generazione. La capacità di far ripartire l'azione una volta catturata la sfera, diventando così l'ispiratore dei contropiede. Con lui il portiere non è più un corpo avulso dagli altri dieci giocatori, ma è parte integrante di tutta la squadra.”

Lupi parla di tutto questo, fornendo un volume nostalgico per chi quegli anni li ha vissuti. Il Portiere di Astrachan è un libro di nicchia, indirizzato ai cultori del calcio internazionale e soprattutto est europeo. Fila 37 si conferma una casa editrice interessata alle vicende sportive del mondo sovietico e offre ai suoi lettori l'opportunità di approfondire la conoscenza su un'epoca ormai lontana, eppure affascinante e molto diversa da quella patinata e viziata che siamo abituati a conoscere.

Qualche refuso in qua e in là non inficia il valore del volume, facile da leggere e sufficientemente impreziosito da interviste ed estratti estrapolati da altri volumi, giornali e siti. Per cultori. Acquisto obbligatorio per il sottoscritto.

La nazionale sovietica a matrice ucraina (quando russi e ucraini giocavano assieme)
giunta seconda negli Europei del 1988.
Dasaev, in completo giallo, è il primo da sinistra verso destra.

"Ci sono delle regole auree per i portieri: o si rimane fermi o, se si va avanti, bisogna continuare e gettarsi sul pallone."

sabato 13 gennaio 2024

Recensione Saggi: 999 LE STORIE VERE DEI CAMPIONI MANCATI di Paolo Amir Tabloni.

Autore: Paolo Amir Tabloni.
Anno: 2016.
Genere:  Saggio Sportivo - Interviste biografiche.
Editore: Edizioni Diabasis.
Pagine: 240.
Prezzo: 17.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita in gioco c'è la vita” cantava Gianni Morandi. Paolo Amir Tabloni, ex calciatore che ha militato dalla serie C2 alle categorie inferiori del calcio italiano e soprattutto giovane romanziere, dedica la propria attenzione agli altri 999 del gruppo di riferimento analizzato da Morandi ovvero coloro che avevano tutto per arrivare ma che, per motivi vari, si sono smarriti durante il percorso.

999 Le Storie Vere dei Campioni Mancati è innanzitutto un'opera autobiografica che raccoglie le esperienze di trenta calciatori che, nel corso degli anni, hanno condiviso una maglia con l'autore del romanzo. Uno spaccato di vita comune, idoneo a spingere Tabloni a ricercare e intervistare i vecchi compagni di squadra. Si tratta soprattutto di giocatori emiliani, legati in particolare alla città di Parma con una concentrazione tra i nati dal 1967 al 1985. Giovani speranze dei settori giovanili di Parma, Bologna, Reggiana, Modena, ma anche Napoli, Sampdoria e Inter. Ragazzi che hanno indossato la maglia della nazionale nelle varie under, al fianco di calciatori che, a distanza di anni, avrebbero vinto persino un mondiale mentre i vecchi compagni di gioventù sudavano nei campi polverosi e periferici tra pollai e terreni che non hanno conosciuto manti erbosi.

Attraverso il suo progetto, Tabloni ripercorre la sua stessa carriera, tra rimpianti, occasioni mancate e domande che non potranno mai trovare una risposta non essendo concesso a nessuno di noi di balzare da questo piano di realtà a uno parallelo composto da tutte le possibili alternative che avrebbero potuto delineare un diverso cammino. 999 propone un collage di trenta storie, simili tra loro, che partono all'insegna del professionismo, in alcuni casi con tanto di debutto in serie A, per sgretolarsi nel giro di qualche mese portando i protagonisti dagli allori e dai sogni alle paludi del dilettantismo. “Che cosa sarebbe successo se...” si chiedono i vari personaggi, immaginando una serie di sliding doors che avrebbero potuto offrire un futuro diverso. L'infortunio inatteso, il genitore morente, l'allenatore che crede in te esonerato sul più bello, le scelte sbagliate, lo spinello fumato durante una festa, le decisioni sentimentali anteposte alle professionali, le fughe amorose, la firma sul contratto da evitare, l'azienda di famiglia da portare avanti e gli errori di gioventù che non concedono seconde chance. Il treno passa e se ne va, lasciandoti a piedi, perché se è vero che te sei un fenomeno è altrettanto vero che di fenomeni ce ne sono tanti.

Patrocinato dalla Lega Nazionale Dilettanti, introdotto da Damiano Tommasi e concluso da una nota finale di Arrigo Sacchi, 999 è un volume intriso di malinconia, imperdibile per chi ha calcato i campionati giovanili nazionali di calcio dell'Emilia Romagna o i gironi della serie D emiliana di inizio secolo, perfetto anche per un regalo a una promessa rampante del movimento calcistico così da fungere da monito. È infatti interessante valutare, e nel mio piccolo confermo anche io che scrivo queste poche righe le confidenze dei vari giocatori intervistati, come ogni giovane calciatore esprima le medesime considerazioni: la percezione di normalità nel trovarsi nelle massime categorie, l'aspettativa del debutto in prima squadra con la convinzione di essere a un passo da quel sogno cullato fin dall'infanzia, gli allenamenti con campioni dapprima visti solo nelle figurine e poi compagni di avventura, la convinzione di non essere a di meno di chi poi esploderà, i complimenti dei giornalisti, i primi applausi, le rassicurazioni degli allenatori, le promesse dei procuratori, le ragazzine (ma anche le donne mature) che attendono in massa oltre le reti di recinzione chiedendo appuntamenti, quindi le avversità dovute a questioni diverse (infortuni, limiti caratteriali, casualità), la caduta nei dilettanti e l'incapacità di ritornare in alto fino a rendersi conto che la vita non è solo calcio e che è opportuno cercarsi un lavoro come ogni comune mortale, perché non c'è più spazio per i sogni. “Spesso nella carriera di un calciatore si finisce in una specie di purgatorio, dove trovare gli stimoli giusti diventa davvero difficile. Molti si perdono durante la discesa nelle varie categorie, perché invece di pensare che se fai bene puoi risalire, ti viene da pensare dov'eri e lo sconforto ti taglia le gambe.”

999 è un libro di sogni infranti, di speranze disattese, ma anche di chance avute e di piccoli momenti di gloria che un atleta, o meglio un uomo, porterà sempre con sé. Infatti, se è vero che il bicchiere è rimasto mezzo vuoto è altrettanto vero che per metà si è riempito, regalando emozioni indelebili che in pochi altri sono riusciti a provare.

Il lettore ben difficilmente conoscerà i vari giocatori selezionati da Tabloni (personalmente ricordo Alessandro Lupo, da me visionato più volte all'Armando Picchi, dove era un rincalzo in un Livorno che vinse il campionato di C2), sebbene vi sia anche qualche figlio d'arte come il fratello dell'attuale allenatore del Milan Stefano Pioli. Tale limite, tuttavia, è irrilevante, poiché è il contenuto a interessare e non le note biografiche.

La cura del testo è eccellente. Tabloni è accattivante e offre uno sguardo su quel mondo del calcio fatto di vera passione e mai decantato ovvero quello dilettantistico con aneddoti persino dalla terza categoria. Goal impossibili, parate decisive, galoppate che riscrivono la storia di un campionato e prodezze che addolciscono un'amarezza di fondo che non potrà più andarsene: quella di sentirsi (a torto) dei falliti o, meglio, quella di sentirsi come coloro che hanno gettato alle ortiche l'opportunità della vita.

Volume quindi di nicchia, poco commerciale per il suo gettare luce su coloro che non ce l'hanno fatta. Vero e proprio atto d'amore di Tabloni alla propria avventura calcistica e a tutti coloro che avevano i numeri per diventare campioni e che, per motivi vari, non sono esplosi. Guai però chiamare tutti questi calciatori dei falliti perché, anche se alla fine non hanno potuto beneficiare di parate, coriandoli, o contratti per reclamizzare biscotti, bibite o cerali per la colazione, dovendo solo svuotare un armadietto e rimediare un passaggio a casa, nessuno potrà cancellare le loro imprese giovanili, i dribbling e le reti marcate al cospetto di chi poi è diventato un campione. In diverso modo, il calcio ha formato ognuno di questi ragazzi e, seppur brevemente, la grandezza, le qualità e il talento un uomo li porta sempre con sé. Chissà? Magari sarebbe potuto andare diversamente... a volte il successo o il fallimento sono due facce di una stessa medaglia. Ciò che conta veramente non è ciò che si trova a termine di una corsa, ma quello che si prova mentre si corre. Applauso per ognuno dei trenta fortunati riscoperti da Tabloni.

 
L'autore, nonché portiere, PAOLO AMIR TABLONI.

Il calcio come la vita è una concausa di eventi dai quali spesso dipendiamo involontariamente, devi sempre essere l'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto.”

venerdì 17 novembre 2023

Recensione Saggi: IL PREZZO DA PAGARE di Stefano Tamburini.

Autore: Stefano Tamburini.
Anno: 2022.
Genere:  Saggio Sportivo - Antologia Biografie.
Editore: Edizioni Il Foglio.
Pagine: 216.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Trentuno storie dal 1908 a oggi, cinque continenti rappresentati, undici sport tra atletica, calcio, tennis, ciclismo, pugilato, arti marziali, arrampicata, ginnastica artistica, automobilismo, basket e persino scacchi, ma soprattutto un fil rouge che ha il suo collante nella lotta per i diritti, nella difesa del più debole e nell'affermazione della propria personalità contrapposti a regimi, pregiudizi e regole antiquate che soffocano il progresso.

Il Prezzo da Pagare è un'antologia di brevi biografie che partono dallo sport per travalicare l'ambito di riferimento e acquisire rilevanza sociale. Le storie scelte da Stefano Tamburini, direttore di una lunga sequela di quotidiani (tra cui Il Tirreno) nonché collaboratore del celebre settimanale Autosprint, sono dei veri e propri prototipi di affermazione di diritti civili; se vogliamo degli spartiacque tra quello che succedeva prima e quello che succederà dopo. Esempi eroici che delineano momenti, non sempre di gloria, sui quali le masse iniziano a prendere coscienza di una realtà a portata di mano e non più chimerica. L'azione del singolo, talvolta apparentemente temeraria e bislacca (per non definirla folle), diviene occasione di stimolo all'azione e al cambiamento. Non a caso nel libro si parla del primo pugile di colore che combatté contro uno bianco, delle prime donne impegnate in competizioni tipicamente maschili, della prima medaglia d'oro di un'atleta africana alle olimpiadi e via dicendo.

Dietro a ogni storia filtra una qualche rilevanza sociale: la lotta al razzismo, la ribellione alla persecuzione politica, l'affermazione delle pari opportunità, il diritto all'amore e all'autodeterminazione delle proprie inclinazioni sessuali, ma anche il superamento di malattie reputate ostative e la dimostrazione dell'infondatezza di supposte credenze di presunta superiorità di un sesso sull'altro.

Attraverso le vite dei vari atleti, a cui Tamburini dedica circa cinque pagine sul modello di volumi quali L'Importante è Perdere (qua la nostra recensione http://giurista81.blogspot.com/2015/04/recensione-saggi-limportante-e-perdere.html ) di Nicola Roggero, il lettore compie un vero e proprio viaggio nella storia del novecento. Dalla segregazione dei colored americani all'apartheid sudafricano, passando per i blitz partigiani contro l'invasore nazista e le lotte studentesche del '68 fino alle assurde pretese di boicottaggio messe in atto da stati accecati dall'estremismo islamico che mal tollerano i successi delle donne, senza tralasciare l'oscuro periodo della guerra fredda caratterizzato da agenti segreti, spionaggio e sacrificio di cittadini dell'Est Europa tramutati dai loro Stati in cavie destinate a vincere a ogni costo. In tutto questo non mancano le lotte per l'emancipazione della donna contro presunte pretese di esclusività avanzate di volta in volta da direzioni di gara troppo ottuse per comprendere l'importanza di momenti che avrebbero fatto storia.

Il Prezzo del Potere è un volume di uomini e donne coraggiosi, che non hanno abbassato la testa e che hanno messo in gioco la propria vita, la propria credibilità e un'esistenza di agi per consentire all'umanità di progredire. Le vittorie sul campo, comunque abbondanti, diventano allora secondarie, sacrificate a vantaggio di successi che sconfinano oltre l'ambito sportivo e trasformano il campione sportivo in un emblema sociale. Lo sport diviene occasione di divulgazione di idee, di moti di protesta e persino di fughe verso paesi più avanzati che possano garantire la libera determinazione della persona a dispetto di sistemi totalitari che pretendono di controllare tutto e tutti. Non sempre il coraggio è sufficiente, talvolta la corsa verso la libertà pretende il prezzo più alto da pagare, quello che non può concedere repliche o nuove opportunità di rivalsa. Ci sono atleti che sono morti per perseguire un'idea oppure per aiutare il prossimo da aggressioni che reputavano ingiuste.

Non ci sono mai autostrade nella corsa verso il progresso, non ci sono quasi mai porte aperte quando c'è da chiedere rispetto, eguaglianza, giustizia e libertà... c'è sempre un obolo, un pedaggio che diventa gabella per chi decide di combattere per i diritti fondamentali, quelli umani, quelli della civiltà” scrive nella premessa Tamburini.

Il Prezzo da Pagare è dunque un tributo a tutti coloro che hanno contribuito, nell'ambito dello sport, a rendere il mondo un posto migliore. Eroi che hanno combattuto ingiustizie, pregiudizi e limiti di classe senza voltarsi mai dall'altra parte e trasformandosi in simboli di lotta generalizzata a prescindere da quello che sarebbe stato il prezzo da pagare. Un volume dunque da regalare soprattutto ai più giovani, che ha il merito di non schierarsi in favore di alcun gruppo o ideologia, sposando invece quell'etica e quella filosofia che non conosce limiti di bandiera e di cultura. Da segnalare la prefazione di Rosy Bindi.

 
L'autore Stefano Tamburini.
 
"L'australiano Peter Norman sceglie di non far finta di niente, sapendo già che il prezzo della ribellione sarà una retrocessione all'inferno della vita sociale."

giovedì 19 ottobre 2023

Recensione Narrativa: LA LEGA DEI FALLITI di Bruno Majorano.

Autore: Bruno Majorano.
Anno: 2022.
Genere:  Sport / Commedia.
Editore: Homo Scrivens.
Pagine: 168.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Facciamo oggi la conoscenza di un “nuovo” editore per le pagine di questo blog. È la volta della napoletana Homo Scrivens, casa editrice indipendente estremamente interessante per gli appassionati di narrativa fantastica, grazie a un catalogo in cui sfolgorano nomi di maestri quali Gianfranco De Turris, Carmine Treanni, Max Gobbo, Luca Crovi, oltre che inediti di Edgar Rice Burroughs e Wilkie Collins per la prima volta tradotti in italiano.

Sono, al momento, sette i volumi di questo editore che sono presenti nella mia biblioteca (in un caso è presente anche un racconto dello scrivente) che, a poco a poco, presentero' e analizzero', contando anche di amplificare questo numero. Il libro di oggi non ha nulla a che fare col fantastico. La Lega dei Falliti, pubblicato nel 2022 dal giovane giornalista Bruno Majorano (redattore classe 1988 de Il Mattino di Napoli), è una cronaca sportiva - supportata da un mix di elementi autobiografici miscelati ad altri di fantasia - che segue le gesta annuali di un manipolo di ragazzi che ha deciso di prendere parte a un torneo di “calciotto”.

Majorano sceglie la via della commedia, con i suoi aneddoti sopra le righe e lo stile ampiamente scanzonato. Tra le tante bizzarrie si ricordano il gruppo di ragazze, appostate dietro la porta della squadra supportata, che alzano la maglietta mostrando la loro mercanzia per far fallire i giocatori avversari nei momenti topici della gara (un qualcosa del genere si è visto anche nel film Le Riserve). Memorabile anche il giocatore puzzolente, dall'evocativo soprannome di “Chernobyl”, che, con la sua scia nauseabonda, costringe gli attaccanti avversari a girare lontani dall'area di rigore e dunque a essere meno pericolosi. E, ancora, il padre scatenato che grida dalle tribune togliendosi giacca e cravatta o gli accompagnatori che gridano improbabili suggerimenti dalla panchina fornendo bottigliette dal misterioso contenuto rigenerante. Punto di forza sono dunque le caratterizzazioni dei personaggi, ognuno dei quali con un buffo nomignolo riconnesso a una loro particolarità di solito fisica o comportamentale (divertente “La Piaga”, una sorta di Crisantemi della Longobarda di Banfi). Si forma così la storia di un'armata Brancaleone che, da totale outsider, si scopre talmente competitiva da giungere in finale.

La nostalgia è il sentimento che spicca su tutto, allegria compresa. Il volume, che sembra esser stato scritto quale tributo di una giovinezza passata da anni e al tempo stesso quale inno di quell'amicizia che - nel giro di qualche anno - andrà sempre più a modificarsi in altro, guarda al pasato e rinverdisce i ricordi personali di quei lettori, coetanei dell'autore, che certi episodi li hanno vissuti in prima persona. Chi, tra gli appassionati di calcio nati negli anni ottanta, non ha preso parte a un torneo amatoriale di calcio a sette o calcio a cinque? Ne deriva la possibilità di rispecchiarsi nei tanti personaggi surreali che popolano le pagine, tra reti, papere, goliardate, fidanzate gelose, amori bramati e altri falliti, cene, viaggi ed esami universitari da superare. Un'epoca, forse la migliore nella vita di ogni uomo, in cui il futuro è ancora evanescente e in cui i sogni a occhi aperti consentono di affrontare la vita con una gioia e una carica che andranno presto a ridimensionarsi con le delusioni o i mancati riscontri della vita.

Lo stile è estremamente brioso, squisitamente “napoletano” per il suo modo di far colore e “caciara”. Come si potrebbe definire una squadra che va in campo col nome di “Lega dei Falliti” e le maglie sponsorizzate con la scritta “Rutto Libero”?

La Lega dei Falliti è dunque una lettura leggera, ironica, utile per passare qualche ora in distensione e rilassatezza. Poco importa se il finale non sarà quello atteso. Piacerà a chi ha disputato certi campionati amatoriali di calcio a sette o calcetto perché, pur raccontando di altri, consentirà la possibilità ai lettori di tornare indietro negli anni immedesimandosi nei panni dei bizzarri protagonisti.

Un'unica considerazione: i ragazzi che compongono la Lega dei Falliti sono presentati come degli improvvisati (molti arrivano da altri sport, qualcuno non ha mai giocato), ma in realtà, per vincere certi tornei, sono sempre stati necessari giocatori passati, quantomeno a livello giovanile, da squadre importanti. Parola di chi qualche torneo e campionato ha avuto la fortuna di vincerlo.


Ps: Majorano, a fine romanzo, suggerisce dieci libri da leggere di argomento sportivo. Mi permetto di suggerirne un undicesimo che, ne sono certo, piacerà senz'altro anche all'autore: Il Mister di Manlio Cancogni.

 

L'autore Bruno Majorano

Il calcio non è la metafora della vita. Ne è il riassunto.”

mercoledì 11 ottobre 2023

Recensione Saggi: SPARTAK MOSCA di Mario Alessandro Curletto.

Autore: Mario Alessandro Curletto.
Anno: 2020.
Genere:  Saggio Sport / Storia.
Editore: Fila 37.
Pagine: 113.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Acquistato al Pisa Book Festival 2023, durante la supervisione tra gli stand degli editori. Determinante a catturare la mia attenzione è stato un nome che per me è sinonimo di adolescenza e studio particolareggiato nonché approfondito dei calciatori degli anni novanta. Quel nome è SPARTAK, come la squadra di fantacalcio con cui detti avvio a una lega da me presieduta e risalente a trent'anni fa (la mia seconda squadra, in origine, era chiamata TORPEDO).

Pubblicato dalla casa editrice romana Fila 37 (editore molto interessato ai saggi e alla narrativa sportiva), il volume di Mario Alessandro Curletto, professore di slavistica presso l'Università di Genova, traduttore - tra gli altri - di Bulgakov e Turgenev, ma soprattutto esperto di calcio sovietico (di lui si ricordano, sempre per la Fila 37, Yasin e Futbolstrojka), pone la luce sulla nascita della celebre e titolatissima polisportiva Spartak Mosca e soprattutto sull'avvento del calcio in Russia e nell'Unione Sovietica. Un viaggio che va dal 1898 (anno in cui il football arrivò in Russia) fino alla morte di Stalin, seguendo soprattutto le sorti dei fratelli Starostin, vera e propria anima dello Spartak Mosca delle origini. Un viaggio costellato di sogni, riscatti, gloria, ma anche di paura, repressione, soprusi e invidie dovute allo strapotere della squadra (rivoluzionaria anche per aver introdotto il ruolo dell'allenatore in Unione Sovietica nonché il cambio di modulo rispetto allo scriteriato schema locale).

Il taglio espositivo è semplice e accattivante, con capitoli brevi che regalano aneddoti non solo sulle partite e sui piazzamenti dello Spartak (la cui nascita è preceduta dalla formazione di altre società), ma anche sulla società civile sovietica, sugli apparati burocratici, sulla gestione dello sport e sulle contraddizioni accompagnate dalle “follie” gestionali dei leader politici sempre più presi da favoritismi, antipatie personali e persecuzioni ad personam degne di un romanzo del calibro de Il Processo di Kafka. Giudici corrotti, capi d'imputazione totalmente inventati per far fuori rivali sportivi o politici e un atteggiamento tutt'altro che diretto a ricostruire la verità. Uno dei fratelli Starostin, dopo aver spiegato l'arguzia attraverso la quale era riuscito a smontare ogni capo di imputazione, commenta:“Una volta finiti nelle mani del NKVD non si poteva sperare di uscire assolti. Inoltre sussisteva sempre il pericolo di vedersi condannare senza processo, con un semplice provvedimento amministrativo preso dalla cosiddetta trojka.” Ed ecco quindi comparire una nuova accusa di cospirazione, per aver avanzato apprezzamenti alla società capitalistica.

Favolosa (quanto esemplificativa della mancanza di coordinazione tra gli uffici dello Stato) la parte in cui al più famoso dei fratelli Starostin, dopo aver scontato dieci anni di lavori forzati (passati, sotto copertura, ad allenare le squadre locali perché ogni generale o colonnello dei campi aveva la sua squadra di calcio e ci teneva a battere quelle dei colleghi), viene inflitto dall'NKVD il divieto di dimora a Mosca, sebbene il figlio di Stalin lo faccia costantemente rapire dai suoi uomini perché lo vuole a Mosca per allenare la sua squadra legata all'aeronautica militare. Un braccio di ferro tra Stalin jr e Berija (capo del COMMISSARIATO PER GLI AFFARI INTERNI nonché sostenitore della DINAMO MOSCA), che porterà Starostin a dormire nel letto di Stalin per diverse settimane, ma anche a essere perseguitato dalla polizia moscovita in una lotta kafkiana giunta al capezzale del dittatore.

Se i primi anni dello Spartak sono ben centrati, manca un'analisi sullo Spartak del dopo guerra. Non pensiate di trovare notizie dei campionati sovietici dal 1945 al 1992 oppure un'analisi tecnica dei vari giocatori. Curletto è interessato alle sorti dei fratelli Starostin, divisi per volontà politica e costretti a non vedersi per una dozzina di anni, così da togliere linfa allo strapotere della squadra. Vediamo sfilare personaggi che abbiamo imparato a conoscere nella Storia con la “S” maiuscola, quali Molotov (uno dei firmatari del patto di non aggressione tra Urss e Nazisti), Lenin e Stalin, tra campi di periferia, sfilate in pompa magna con lo Spartak che si esibisce in Piazza Rossa davanti a Stalin facendogli conoscere il calcio, e ancora stanze di tortura, gulag e interrogatori. Notevole la descrizione della prima partita giocata a Stalingrado, dopo lo scempio della guerra, con lo Spartak Mosca chiamato a onorare l'impegno al cospetto della squadra locale. Una partita presentata con stile sensazionalistico, con tanto di pallone della gara calato da un caccia in volo sopra lo stadio.

Non si contano gli aneddoti, si va dalla scelta del nome della squadra (tributo al ribelle schiavo romano Spartaco), ai moduli sbilanciati dei russi (3-2-5) modificati a seguito delle sconfitte patite nei confronti internazionali con squadre francesi e basche (schierate a ricordare la lettera W), alle regole (esilaranti e folli) imposte dall'alto per favorire il ruolo educativo e formativo (e non competitivo) dello sport sovietico, passando per i problemi legati al pagamento degli stipendi (nell'Unione Sovietica non era ammesso il professionismo) fino alle ingerenze della politica sempre più interessata a far vincere questa piuttosto che quell'altra squadra.

Spartak Mosca è un libro da cui emerge quella passione, quella con la “P” maiuscola oggi pressoché scomparsa, di uomini che probabilmente avrebbero voluto fare solo sport, ma che, grazie a questo, si sono trovati a combattere e vincere battaglie molto più grandi di loro, tra vere e proprie faide di palazzo orchestrate da arroganti e prepotenti uomini di potere che non ci stavano a perdere e che arrivavano persino a fare arrestare gli arbitri e i calciatori rivali (!!!) pur di far acquisire un vantaggio alla propria squadra (altro che Moggi). Una realtà, rispetto all'occidentale, altra, in cui le squadre di calcio sembravano vere e proprie contrade di quartiere chiamate a contrapporsi a colossi legati al mondo militare e della polizia. Ecco che lo Spartak Mosca, società svincolata dai palazzi, divenne presto la compagine popolare di tutta l'Unione, fondata in un quartiere di operai per tenere lontani i ragazzi dalla criminalità. Una squadra dove i giocatori si improvvisavano costruttori, erigevano le mura degli spogliatoi e degli stadi, lavoravano sul campo per poi scendervi affiliandosi ad aziende o enti territoriali con un unico proposito: salvare l'onore.


Un libro dunque piccolo, appena 113 pagine, dall'esposizione chiara ed efficace. La veste grafica e la cura dell'editing sono buone. Modesto il prezzo. Una lettura diversa dal solito e soprattutto un'occasione per interessarsi a un mondo alieno, dove lo sport diveniva sovente occasione di salvezza e di evasione da realtà mostruose nonché aberranti. Leggendo queste pagine, più di una volta, mi è venuto in mente il film Fuga per la Vittoria; non a caso, grazie alle qualità sportive dei protagonisti, i "reietti" dello Spartak hanno avuto salva la vita ricevendo trattamenti di favore così da poter giocare nelle squadre dei comandanti di turno. “Tutti i giorni a Uchta moriva non meno di una quarantina di persone. I cadaveri venivano trasportati all'obitorio. Volle il diavolo che dovessi recarmi in quel posto. Vidi montagne di corpi nudi, coperti da centinaia di topi che li divoravano.”

Arriveranno presto altre mie recensioni di volumi della Fila 37 ovvero Il Portiere di Astrachan - Voli e Cadute di Rinat Dasaev (scritto da Romano Lupi) e Jasin - Vita un Portiere (scritto da Romano Lupi e da Mario Alessandro Curletto). State in onda... ci sentiremo presto. 

 

L'autore.

A questa squadra di quartiere toccò l'ingrato compito di contrastare lo strapotere dei club militari.

domenica 27 agosto 2023

Recensione Narrativa: DOMENICA NERA di Claudio Paglieri.

Autore: Claudio Paglieri.
Anno: 2005.
Genere:  Giallo / Sport.
Editore: Edizioni Piemme.
Pagine: 365.
Prezzo: 10.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Ho acquistato questo volume in estate su una bancarella di libri usati per 2 euro, incuriosito dalla trama. Siamo infatti alle prese con un giallo ambientato nel mondo del calcio italiano, addirittura premiato nel 2005 col prestigioso Bancarella Sport.

Ottime premesse dunque, peraltro per un romanzo che ha anticipato di qualche mese lo scandalo che avrebbe condotto la Juventus in serie B e riscritto l'intera classifica del campionato di Serie A. Claudio Paglieri, giornalista del Secolo XIX di Genova, deve il proprio successo dall'aver anticipato lo scandalo che avrebbe sconquassato l'Italia sportiva. Domenica Nera infatti verte proprio sui centri di poteri oscuri che manovrano, dall'interno, il calcio, pilotando partite, risultati, designazioni arbitrali e scommesse. Ne viene fuori un testo fortemente disilluso e pessimista, dove la corruzione va oltre il contesto calcistico spingendosi fino a interessare pubblici ministeri, avvocati, carabinieri, polizia e politica. Insomma, niente di nuovo al fronte, ma virato alle più estreme conseguenze con tanto di arbitri cocainomani, puttanieri e addirittura assassini.

Non si rende conto che questo paese va avanti a forza di piccoli favori, di piccole tangenti, di piccole eccezioni alla regola, e che è inutile e ridicolo restare lì fermo come uno scoglio a cercare di fermare il mare?” afferma il Moggi di turno.

Ottimo spunto iniziale, per un giallo che prende le mosse con un misterioso suicidio di un arbitro, aspramente criticato, trovato impiccato all'interno degli spogliatoi, dopo aver concesso l'ennesimo rigore inesistente, nel corso dell'intervallo di una partita al Marassi di Genova. Il commissario Luciani, disilluso figlio di papà nonché ex promessa del calcio, si troverà a indagare, scontrandosi con un ambiente omertoso e desideroso di abbuiare il tutto in nome della felicità del popolo italiano che non può fare a meno delle partite (Paglieri legge bene anche questa situazione, basti ricordare al periodo covid).

I buoni propositi, a mio modestissimo parere (visto che il romanzo ha ricevuto molte critiche positive), finiscono qua. Pur essendo scritto in un italiano scorrevole (ci sono anche diverse citazioni colte, dalla pittura alla letteratura) e non privo di punte di ironia (gli arbitri hanno suonerie con le sigle di Lupin o La Gazza Ladra), Domenica Nera è infarcito di lunghe digressioni funzionali a caratterizzare oltremisura i personaggi. Ne è un esempio la parte (del tutto inutile) con Luciani che decide di lasciare la fidanzata o di recarsi con la stessa presso l'Ikea, per non parlare delle descrizioni delle partite di tennis che ogni settimana tiene per sviare la tensione. Lo stesso intreccio fatica a decollare e non ha sviluppi ulteriori rispetto all'evento iniziale. Si discute se si tratti di un omicidio oppure di un suicidio, posto che la scena del crimine appare con alcune discrepanze quali cellulari scomparsi, taccuini strappati, parti di penne non rivenute nella loro interezza e chiavi assenti sebbene la porta sia stata dichiarata chiusa dai testimoni. L'azione è assente, i dialoghi – dovuti alle tante escussioni testimoniali - frequenti inoltre vi è un'insistita parte erotica tendente al pornografico, tra il commissario e un'ispettrice delle assicurazioni, del tutto estranea al registro del romanzo e ai fatti di indagine.

Il protagonista, assai disturbato (persino nell'alimentazione) e in passato addirittura protagonista di un'aggressione a un arbitro (motivo questo che difficilmente lo avrebbe potuto portare a diventare commissario di polizia), ha una psicologia alquanto ipocrita: da una parte è integerrimo fino all'autolesionismo, dall'altra libidinoso, materialista e duro (si veda come liquida la propria fidanzata). Personaggio brusco, senza peli sulla lingua e privo di simpatia che costituisce la punta di un iceberg che annovera anche diversi personaggi ricalcati da altri contesti: Rebuffo, il general manager che tutto controlla e tutto dirige, è palesemente costruito su Luciano Moggi, mentre Iannece è copiato da Camilleri essendo il clone di Angelo Catarella dalla serie Montalbano.


Alla fine, viste le premesse e l'ottimo spunto iniziale, Domenica Nera delude le attese, a causa del ritmo lento e degli scarsi sviluppi della vicenda. Paglieri trasforma quello che dovrebbe essere un giallo in un qualcos'altro, una sorta di romanzo denuncia del marciume e dell'ipocrisia che pervadono la società italiana. Alla fine gli indagatori riusciranno a risalire a una verità parziale, utile a far venire a galla il tumore che pervade la società italiana e su cui tutti chiudono gli occhi pur di illudersi di credere a una realtà che tale non è. Ben si presta a introdurre la lettura il commento pubblicato su Panorama presumo nel 2006: “Lo scandalo del calcio? Per scoprirlo non ci volevano mesi di indagini e intercettazioni telefoniche. Bastava leggere Domenica Nera.”

 
L'autore Claudio Paglieri.
 
"Sono corrotti, chiaro. Non tutti, naturalmente. Ma parecchi, soprattutto tra i più famosi. E' come in molti altri mestieri: in politica, in magistratura, nel giornalismo, più sei in alto e più è facile che tu ci sia arrivato a forza di compromessi. Ogni arbitro ha il suo prezzo e non è detto che si tratti di denaro: c'è chi si accontenta di qualche bella serata al night, con hostess di lusso; chi lo fa solo per il potere e la fama e realizza i desideri del Palazzo per restare poi nell'ambiente, in qualche società, o andare in TV."