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martedì 24 ottobre 2023

Recensione Narrativa: IL PERICOLO di Dick Francis.

Autore: Dick Francis.
Titolo Originale: The Danger.
Anno: 1983.
Genere:  Poliziesco / Giallo.
Editore: Sperling & Kupfer (1988).
Pagine: 358.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Torna su queste pagine, a distanza di oltre due anni, Dick Francis, fantino in ostacoli e scrittore particolarmente in auge negli anni ottanta e novanta (qua trovate, in una mia precedente recensione, la biografia dell'autore http://giurista81.blogspot.com/2021/05/recensione-narrativa-il-cattivo-perde.html). Il romanzo di quest'oggi, The Danger, è stato pubblicato nel 1983 e proposto in Italia a ridosso degli anni novanta dalla Sperling & Kupfer.

Francis concepisce il tutto come ipotetica unione di tre racconti aventi per protagonista Andrew Douglas, un consulente/detective al soldo di un'associazione di caratura intercontinentale (la Liberty Market) specializzata nella risoluzione dei sequestri di persona. La storia si dipana in tre stati. Si parte dall'Italia (Bologna), quindi si prosegue in Inghilterra e infine a Washington. La struttura, per rendere l'idea, è quella dei serial televisivi, con vari episodi tenuti uniti da un fil rouge che ha il suo collante in Andrew e la sua relazione platonica con Alessia Cenci, una jockette (e non un'amazzone come è erroneamente riportato dalla traduzione) che ha liberato dai sequestratori a inizio romanzo. Dopo aver risolto ogni singolo caso, Douglas torna a Londra dove, passati alcuni giorni di relax in cui aiuta Alessia Cenci a recuperare dalla sindrome post-traumatica da stress, attende un nuovo incarico dalla centrale operativa della società per cui lavora. Curiosamente si troverà coinvolto, di volta in volta, in quattro casi aventi tutti a oggetto rapimenti di soggetti legati al mondo delle corse dei cavalli. Il disegno criminale, come presto comprenderà, ha una matrice comune rappresentata da un elegante individuo, che nessuno ha visto di persona ma di cui Douglas ha fornito un possibile identikit, solito ingaggiare la manovalanza criminale locale per concretizzare i suoi piani criminali.

Il taglio del romanzo è, piuttosto che giallo, poliziesco. Douglas collabora con i carabinieri, quindi con la polizia inglese e infine con quella americana, in modo da mantenere segreta la propria identità e quella della Liberty Market (vera e propria forza occulta dietro la liberazione degli ostaggi). È un esperto di tecniche di indagine e soprattutto conosce la psicologia dei malviventi. Francis da dimostrazione di essersi documentato sull'argomento, probabilmente imboccato da un consulente. Cita persino il caso Moro e le Brigate Rosse, plasmando un soggetto all'epoca molto sentito ma oggi, in tutta verità e per fortuna, decisamente passato di moda.

L'analisi delle psicologie delle vittime dei rapimenti e dei parenti di queste è il punto di forza di un testo che procede, per il resto, a sbalzi. La tensione non è crescente, ma irregolare e spalmata in tutta la narrazione. Francis parte in quarta, proponendo un'azione di polizia che non fornisce i desiderati effetti, per seguire Andrew Douglas nelle sue azioni e nella sua capacità di indirizzo e di direzione delle indagini, ma anche nei suoi rapporti interpersonali extra professionali.

Pur non essendo, in tutta probabilità, uno dei migliori romanzi dello scrittore, The Danger si rivela quadrato e ben congegnato. Pecca, è vero, di didascalismo nel precisare con puntiglio i vari aspetti legati alla piaga dei rapimenti, tuttavia si rivela convincente persino nelle scene d'azione. Non mancano blitz militareschi, sparatorie, intercettazioni ambientali, messaggi telefonici minatori, richieste di denaro difficili da assolvere e rocambolesche fughe. C'è spazio anche per le corse dei cavalli, le visite a scuderia, gli allenamenti e per un epilogo a sorpresa che non sposta comunque il romanzo dalle parti del giallo. Rispetto ad altri lavori di Francis, il riferimento al mondo dell'ippica è indiretto e non strettamente connesso al soggetto che ben avrebbe potuto essere ambientato in altro contesto. Gradevole, ma nulla più.

 
L'autore Dick Francis.
 
"E' una gran bella cosa aggiustare le ali spezzate di un uccello. Ma poi, quando lo liberi, ti porta via il cuore. Lei non avrebbe avuto bisogno di me, lo avevo sempre saputo, una volta che la sua tempesta si fosse placata. Avrei potuto tentare di trasformare la sua dipendenza in una storia d'amore, ma sarebbe stato stupido: crudele per lei, insoddisfacente per me. Lei doveva piano piano rinascere alla sicurezza e alla sua indipendenza e io mi dovevo trovare una compagna forte e simile a me. Nè aggrapparsi né lasciare che l'altro si aggrappi sono un buon fondamento per la riuscita di un rapporto a lungo termine."

sabato 18 novembre 2017

Recensione Saggi I CAVALLI DI LEONARDO... E CARLO di Carlo Abete e Leonardo Pantuosco.



Autore: Carlo Abete e Leonardo Pantuosco.
Anno: 2017.
Genere: Sportivo - Ippica.
Editore: Carmignani Editrice.
Pagine: 184.
Prezzo: 13,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Raro volume dedicato al mondo dell'ippica, acquistato la scorsa settimana insieme ad altri sette libri al Pisa Bookfestival. Tredici euro impreziosite dall'autografo di uno dei due autori, trovato per caso allo stand della Carmignani Editrice di Staffoli. "Neanche a farlo apposta, c'è qui l'autore..." il commento degli addetti allo stand nel momento in cui, senza neppur vedere la lunga serie di volumi esposti, rompo il ghiaccio al seguente proclama: "Prendo questo!". E così sul frontespizio della mia copia si legge, impresso con inchiostro a pennarello: "A Mattia, con amicizia" seguito dalla firma "Carlo" e dal disegno di un abetino. "A Mattia" dunque e non "A Matteo", un errore che evoca il mio quasi omonimo re di Piazza del Campo il cui nome veniva spesso confuso con quello di "Mattio" ovviamente Mancini, una curiosità che viene esaltata dal fatto che Carlo Abete (da non confondere con il più famoso Giancarlo, storico Presidente della FIGC), l'autore della dedica, è stato speaker per anni dell'impianto Pian delle Fornaci di Siena. "Come ti chiami?" ovviamente rispondo col mio nome ma specifico di non scrivere Mattia onde evitare di chiamare in causa un mostro sacro di certe piazze... detto fatto, con buona pace della Balivo... il refuso è presto vergato.
Un volume dunque che va a impreziosire il lato della mia biblioteca in cui trovano spazio i vari Varola, Gianoli, Castelli, il Laghat di Querci (cavallo tra l'altro allenato da Pantuosco, pur se non ricordato nel volume) e opere collettive dedicate alla Società Steeple Chase o ai 100 anni dell'ippodromo di Merano.

"Questo libro è nato dai ricordi lontani nel tempo, da scritti e lettere ormai abbandonate" è il leit motiv che sta alla base di un progetto introdotto dalla prefazione del "prezzemolone" Renzo Castelli e intitolato I Cavalli di Leonardo... E Carlo, con "Il Cavallo di Leonardo" a spiccare nella copertina in omaggio sia a Leonardo Pantuosco (il gentleman e poi allenatore che è il protagonista del volume) sia alla scultura che troneggia all'esterno dell'ippodromo di San Siro.
I due autori rendono così il loro tributo al loro passato, ma soprattutto a una lunga serie di personaggi, sia addetti ai lavori sia spettatori più o meno eccentrici, che hanno popolato le giornate degli amici dell'ippica. Ne esce fuori un libro un po' strano, con vaghe reminiscenze al Charles Bukowski che spiegava le strategie di scommessa per sbancare i totalizzatori o i picchetti. Un testo stampato nel marzo del 2017, ma già giunto alla sua seconda edizione, che cambia spesso registro, offrendo punti di vista diversi con una costruzione che non sempre è lineare ed evolutiva. Sintetico e scritto bene dal punto di vista stilistico, denota forse un'incertezza di fondo sulla piega da dare al progetto. Nasce forse come un volume biografico, legato alla genesi della passione comune ai due autori che poi raccontano in terza persona le proprie vicende personali. Da una parte Leonardo Pantuosco, un bambino romantico e sognatore che cresce in campagna nella Val di Cecina con l'amore per i cavalli da maneggio fino a tentare la via del gentleman e poi dell'allenatore; dall'altra un vivace ragazzino che ha perso da giovane il padre e che studia buttando un occhio dapprima alle partite del Livorno e poi sui programmi delle corse dei cavalli, costruendosi una discreta carriera da scommettitore prima e da giornalista di settore poi. In mezzo a questo canovaccio, forse troppo rischioso in termine di vendite, i due autori colgono l'occasione per fare una panoramica divulgativa del settore, sia sui personaggi centrali sia sui cavalli, non disdegnando a tratteggiare un generico abbozzo di profilo psicologico dei vari componenti del mondo dell'ippica. E' un libro tuttavia di emozioni (rese in modo sopraffino in alcuni punti in cui lo stile diviene addirittura struggente e melanconico), non ci si sofferma troppo, salvo alcuni casi, sul versante sportivo, ma c'è ampio spazio sulle vicende di vita con un bellissimo capitolo di un amore rimpianto per una donna, tale Ilaria, che ha acceso l'estate di un giovane Pantuosco, un sentimento trasformantosi presto in una triste metafora della vita. Vicende di vita comune che si intrecciano con gli aneddoti storico-sportivi, probabilmente i più interessanti per un lettore di settore, con dei capitoli in pillole in cui si offre uno sguardo sull'ippica italiana di un tempo, quella capace di affermarsi all'estero (i vari Grundy, Bolkonski, Wollow, Mannsfeld, Sirlad e Tony Bin) ma anche sugli allenatori e sui fantini che hanno reso magiche le serate al Caprilli di Livorno con una lunga prima parte che sembra far le veci di quel Bignami (il riferimento non va allo storico allenatore in ostacoli, bensì ai volumetti che andavano per la maggiore in ambiente liceale) dell'Ippica che mai nessuno ha avuto il coraggio di scrivere (e che noi abbiam più volte stimolato ma senza esito).

Le emozioni, abbiamo detto, anteposte alle statistiche e alle curiosità su quello piuttosto che sull'altro cavallo. Nel testo non si dice che Leonardo Pantuosco ha colto 130 vittorie da allenatore, oltre 38 ulteriori successi marcati dalla Scuderia Flery di sua proprietà prima del conseguimento del patentino (io ricordo anche un timido tentativo di approccio con le siepi col sauro Serleo). Per i due autori i freddi dati degli albi d'oro sono marginali, c'è comunque qualche aneddoto che ogni tanto spunta fuori sui vari Robereva, Gott Mit Uns o Fast Gate (cavallo capace di regalare svariate vittorie a Cagnes sur Mer e di confrontarsi addirittura a Lingfield, Inghilterra, con Frankie Dettori in sella), portacolori che hanno costituito la punta di diamante di circa venti anni di professione con due Coppe del Mare in bacheca, conseguite con un invidiabile doppio messo a segno da Robereva e Gran Gordito nel 1997 e nel 1998, ma anche una Listed a Milano (unica affermazione in pattern race del team Pantuosco) e l'Handicap Principale Galilei firmato sempre Robereva.

Un volume dunque non di facile presa commerciale che cerca di tastare i gusti dei lettori proponendo un materiale variegato che va dagli aneddoti personali gravitanti attorno alle scommesse (su cani, cavalli e casinò), passa poi sul versante sportivo e da questo alle vicende private (nonché sentimentali), senza mai dimenticare di rendere quel giusto e comprensivo tributo alle persone della giovinezza. Persone che, a loro modo, hanno condiviso passioni comuni ai due autori e hanno reso uniche giornate ormai evaporate negli anni; un mondo che forse, una persona sufficientemente sensibile, può illudersi al tocco di quel Rol (un tempo allievo di Pantuosco) di poter rivivere nell'abbandonato ippodromo del Caprilli come un magico revival dei tempi perduti liberatosi dall'oblio del tempo per una sola notte d'estate.

Ben vengano dunque libri del genere, si segnala anche Il Bimbo delle Sorgenti di Renzo Castelli uscito pochi mesi fa e relativo alla carriera di Ovidio Pessi (prima fantino e poi allenatore di successo), necessari per contribuire a sviluppare quella cultura ippica che, al di fuori dell'ambiente di riferimento, è pressoché nulla e influenzata da luoghi comuni tutt'altro che positivi. Attendiamo allora nuovi progetti da Abete o anche da Querci per portare ossigeno nel rarefatto mondo letterario dell'ippica italiana. A proposito degli alberi, ricordo che Alberelli era uno storico fantino bravo sulle siepi...specie quelle da gran premi.


"Chi vive il cavallo solo con il cuore spesso deve convivere con chi trova nel cavallo un mezzo per ostentare il suo stato economico; o chi, attraverso questi animali, vuole raggiungere fantastici, quanto improbabili, guadagni; o chi, ancora, investe i propri denari spinto da strategie economiche o per necessità di natura fiscale. Inevitabilmente, relazioni obbligate, quanto impossibili, fra generi così diversi di turfman danno origine a screzi e incomprensioni, proprio perché da una parte si decide il da farsi tenendo conto in primis della salute e dell'incolumità del purosangue, e dall'altra non esiste ragione diversa del servirsene in maniera sconsiderata e indegna."


sabato 21 novembre 2015

Recensione Saggi: 100 Anni da Ricordare, Soc. degli Steeple-Chases, AA.VV.



Autori: Renzo Castelli, Mario Fossati, Luigi Gianoli, Piero Mei e Marco Vizzardelli.
Sottotitolo: Società degli Steeple-Chases d'Italia, 1892-1992.
Genere: Sport-Ippica.
Anno: 1992.
Editore: Fabbri Editori.
Pagine: 160.
Prezzo: 15 euro (prezzo medio tra le varie offerte).

Commento di Matteo Mancini.
Volume fuori catalogo, ma rintracciabile su e-bay o presso librerie specializzate nella vendita di libri usati, pubblicato in occasione del centenario della Società degli Steeple-Chases d'Italia, un'organizzazione deputata a organizzare corse di cavalli in ostacoli o riservate alla categoria gentlemen ed amazzoni sia in piano che in ostacoli.
Si tratta quindi di uno dei rarissimi volumi italiani dedicati al mondo dell'ippica, l'unico, tra quelli da me conosciuti, incentrato sull'ostacolismo. In Italia infatti, per motivi oscuri, la realizzazione di questo tipo di volumi viene, di fatto, osteggiata dagli stessi potenziali soggetti interessati. Basti pensare che sul tema "corse dei cavalli" sono stati pubblicati circa una decina di volumi, la metà dei quali dedicati alla Razza Dormello Olgiata o scritti dal creatore della stessa: "il Mago" Federico Tesio. Non parliamo poi di ostacoli poiché, se andate a cercare al di fuori dell'ambito dei volumi dedicati all'equitazione, non troverete nulla. Un'apatia e un disinteresse che di certo non fa bene all'ambiente, interessato, evidentemente, ad aspetti ben distinti dalla cultura di settore o alla celebrazione dei cavalli, ma ai premi, al volume delle scommesse e alla fredda esecuzione di un lavoro fatto sì di sacrifici ma, per motivi incomprensibili, da lasciare confinato in una cricca di addetti ai lavori o di consumati frequentatori di ippodromi, un modo come un altro per catalogare come settario o quanto meno corporativo il settore. Per rendere ancora più evidente quanto affermato basti pensare che un volume come Il Mito di Tesio, di gran lunga il migliore tra tutti i volumi pubblicati in materia ippica in Italia, è stato pubblicato dapprima in Inghilterra e solo dopo venti anni in Italia, alla morte del suo autore, Franco Varola, per merito della piccola casa editrice Equitare. Bravi loro a proporre ai lettori italiani un testo del genere, una vergogna per tutti gli altri, dato che ricordo la pubblicità a questo volume esplicitata su riviste di settore risalenti proprio al 1984.

Veniamo al testo in questone che, in un panorama del genere, si erge quale volume imperdibile, orientativo e un vero e proprio miraggio dalla consistenza di un'oasi in pieno deserto. In prefazione non si capisce bene, ma la sensazione che ho avuto è che la Soc. Steeple-Chases di Italia abbia individuato cinque giornalisti autorevoli impegnati nel mondo dell'ippica e abbia delegato loro il compito di tracciare un personale ricordo, o comunque un lavoro di ricerca, sui 100 anni della società e sui protagonisti che hanno animato corse e hanno contribuito al miglioramento del settore. Così spiega l'editore, la prestigiosa Fabbri Editori: "La Società degli Steeple Chases di Italia compie 100 anni. La sua storia rappresenta un capitolo importante dello sport italiano. Con questo libro, abbiamo voluto ripercorrerne le tappe, riproponendo a quanti conoscono e amano i cavalli, e in particolare il mondo delle corse, una raccolta di testimonianze, di cronache, di immagini tratte dagli archivi storici e dalle collezioni degli appassionati, belle e avvincenti anche per chi di questo mondo è solo spettatore. I testi, firmati da personaggi del giornalismo che questo sport amano e seguono da tempo e da vicino, sono liberi e personali contributi: ricordi, riflessioni, interpretazioni che ci fanno rivivere, inquadrandola da diverse angolazioni, la grande, entusiasmante storia dell'ostacolismo e del galoppo amatoriale in Italia."

Dunque un volume che ha il valore di una vera e propria manna, ma che non è stato massimizzato a dovere. L'imprinting richiesto dall'editore, ovvero quello del "libero e personale contributo", determina, spesso, nel corso della lettura una sovrapposizione tra i temi toccati dai vari autori, così da creare un testo a tratti ripetitivo con buona pace delle pagine limitate che scorrono via e che sarebbero potute esser utilizzate per dire altro. Mi rendo conto che, dato il panorama pressoché nullo in cui si inserisce quest'opera, è un voler cercare il pelo nell'uovo, ma credo che sia giusto registrare le sincere impressioni di un lettore come il sottoscritto.

Al pisano Renzo Castelli, uno dei pochi in Italia a scrivere volumi sul mondo dell'ippica (quasi tutti recensiti dal sottoscritto su questo blog, a partire dal gioiellino, ormai un po' superato dagli anni, Le Cento Corse dedicato al Premio Pisa, ma anche alla città ed edito dalla Tacchi Editore), e dunque da elogiare a prescindere, spetta il compito di dare il via a questa galoppata, tra fence e muri, che si snoda fino ad attraversare fiumi di impianti morti, come il Mirabello, in un'ipotetico cross multidisciplinare come quello che si vedeva (io non ne ho memoria, ahimè) decenni fa a San Rossore, quando i cavalli andavano a sfiorare il fiume morto per solcare la soffice erba dell'anti-ippodromo, dall'altra parte delle tribune. Uno spettacolo unico, si dice, un'emozione pura!
Renzo Castelli, passione da storico, ricostruisce la nascita o meglio "le radici" dell'ostacolismo, parla di caccia alla volpe, di scuole militari d'equitazione, ma prima ancora di Nerone e poi delle primordiali point to point disputate in Inghilterra nell'anno mille, in un campo chiamato Smithfields per la precisione, al fine da spingere gli osservatori ad acquistare i cavalli più apprezzati a colpi d'asta. E da qui a risalire, fino all'arrivo negli ippodromi, alla prima edizone del Grand National di Aintree e poi in Italia, con la prima prova assoluto in in ostacoli disputata nel 1739, addirittura in una piazza di Livorno. E ancora in avanti, un po' nella disorganizzazione di un settore in ascesa ma poco regolamentato, con corse occasionali in giro per l'Italia, fino alla creazione del Jockey Club e da questo alla fuoriuscita della Società degli Steeple Chases.

Si supera il fiume, ma non il Lambro, dato che si
tratta di un dipinto inglese
(Da Etsy.com)

Si dedica invece all'aspetto burocratico/amministrativo Luigi Gianoli (scomparso qualche anno dopo l'usicta del volume, autore di molti volumi tra i quali Il Purosangue, Longanesi, 1975, nonché storico collaboratore de La Gazzetta dello Sport). Lo storico amico di Gianni Brera, rimarca e si sofferma su concetti e passaggi storici già evidenziati dal collega Castelli. Grazie al suo lavoro facciamo tuttavia la conoscenza dei nomi che stanno alla base della Soc. degli Steeple-Chases, dal conte Felice Scheibler, fondatore della società, fino al meranese Piero Richard, in una girandola di Presidenti della società che si intrecciano alle storie di altri "immortali" uomini del settore come Federico Tesio, Ranieri di Campello, Vincenzo Pollio e Mario Argenton. Una parte senz'altro necessaria, un tributo agli uomini che hanno forgiato del movimento dettandone la via maestra, ma forse noiosetta. Di certo sono più brillanti i contributi del giovane Marco Vizzardelli (giornalista dello Sportsman, a secco di pubblicazioni), che regala una parte sentita come testimonia il tocco melanconico (bella la descrizione dell'impiato Mirabello di Monza) e poetico (bella la descrizione della figura dei gentleman e delle amazzoni) che sta alla base del contributo, e di Mario Fossati (deceduto un paio di anni fa, anche lui scuola Gazzetta dello Sport) che potremmo definire concentrati rispettivamente sulla figura dei cavalieri e dei cavalli che hanno fatto la storia del settore, con descrizione di nomi e gesta sul campo.

Come secondo contributo abbiamo invece le pagine offerte da Piero Mei, giornalista targato Il Messaggero (ne è stato caporedattore) autore di vari libri sulla storia delle Olimpiadi, che opta per una via di mezzo tra quanto narrato dai colleghi. Di fatto Mei parla un po' di tutto, ma si concentra sul versante tecnico. Parla di allenamenti, allevamenti e attitudine morfologica e naturale del cavallo a saltare, vista più come una costrizione piuttosto che una predisposizione sulla scia di quanto affermava Federico Tesio. Addirittura l'autore si spinge a immaginare possibili sviluppi futuri delle corse, con ostacoli sempre più variegati e intervento degli sponsor, a suo avviso, necessari nel lungo termine per permettere al circus di autofinanziarsi (ipotesi affascinante, ma ahimè tuttora disattesa) onde evitare il collasso (come infatti si sta verificando). E' il capitolo più curioso del volume, quello che porta a riflettere e regala spunti interessanti di sviluppo e di analisi.

Quindi un testo che per gli appassionati di storia dell'ostacolismo diviene una pietra miliare, peraltro corredato degli albi d'oro dei più importanti premi (a mio avviso un po' lacunoso perché mancano gli albi di premi come Nazioni, Grande Steeple delle Capannelle e altri minori che si sarebbero potuti inserire, dato che si tratta di un volume che si pubblica in occasione di un anniversario) e da una serie interminabile di foto in bianco e nero e a colori di cavalli e cavalieri. Il formato è quello "gigante", con copertina rigida e pagine lucide stile enciclopedia. Da avere nella propria biblioteca se si è amanti dell'ìppica, ma si poteva renderlo ancora migliore, lavorando su un'armonizzazione cronologica del testo in modo da evitare di ricadere sui medesimi aspetti e sugli stessi aneddoti, di certo avrebbe potuto e dovuto costituire uno stimolo ad avviare una produzione di volumi che invece non c'è stata e di cui anche oggi, evidentemente, qualcuno non ne sente la mancanza a buona pace di chi parla di "cultura sportiva" in ambito ippico.

Passaggio da CROSS COUNTRY
(da encore-editions.com)

"Il Grand National è stato definito da Fred Winter, fantino inglese con 319 cadute a carico nella sua gloriosissima carriera, «il modo più pazzo di guadagnarsi da vivere»" (Piero Mei).

"Pazzia? Chiedete a un tifoso autentico d'automobilismo, se per lui Gilles Villenueve fosse pazzo. Vi dirà che così è, o può essere, lo sport. Nella sua accezione più nobile. Ma, anche senza arrivare a questi estremi, è straordinario che vi siano stati cavalieri dilettanti che abbiano accoppiato a una riuscita d'alto livello nel loro sport, esiti eccelsi nella loro professione. Il che, in breve, significa essere grandi uomini... In un mondo che si picca di insegnarci che nulla si fa per gratis, e si vanta d'insegnarlo, in un mondo nel quale la professionalità ha sorpassato la nozione di valore, per diventare talvolta stucchevole luogo comune, il dilettantismo ad alto livello dei gentleman riders rischia di proporsi come CONTRO-VALORE INDISPENSABILE. E' straordinario che esistano persone che, in possesso d'una regolare professionalità al di fuori dell'ippica, cioè di una normale attività lavorativa, trovino tempo e voglia per dedicarsi ai cavalli..." (Marco Vizzardelli).
  

lunedì 29 settembre 2014

Recensione Narrativa: UN BROCCO PER VINCERE di Renzo Castelli.


Autore: Renzo Castelli.
Prefazione: Alberto Giubilo (telecronista numero 1 dell'ippica di tutti i tempi)
Anno: 1978.
Genere: Narrativa sportiva.
Pagine: 150.
Editore: Malipiero.
Prezzo: 7 euro (acquistato in trattativa privata).

Commento Matteo Mancini.
Volume non facilissimo da reperire dato alle stampe nel lontano 1978 dal giornalista pisano Renzo Castelli e finito fuori catalogo (non è menzionato neppure su anobi), meritevole tuttavia di esser rispolverato dall'oblio e magari ripubblicato per esser reintrodotto sul mercato.
Autore molto prolifico, interessato soprattutto all'ippica e alla storia pisana, Renzo Castelli, per una volta, abbandona i panni di storico/giornalista per (ri)scoprirsi narratore. E' notorio l'amore di Castelli per lo sport in generale, ricordo il suo volume dedicato a Romeo Anconetani - indimenticabile presidente del Pisa Calcio - e più in particolare per i cavalli. Passione quest'ultima seminata in gioventù, quando l'adolescente Castelli frequentava il Prato degli Escoli da spettatore, sbocciata in una tesi di laurea in scienze politiche intitolata "Il Ruolo del Cavallo nell'Economia" e fiorita con articoli su giornali di caratura nazionale, conduzione di trasmissioni locali a tema, interviste e volumi specifici, tra i quali ricordo Ribot, Cavallo del Secolo e Le Cento Corse, Uomini e Cavalli in un Secolo di Storia Pisana: due opere immancabili per gli amanti del settore, specie se pisani. 

Un Brocco per Vincere è un libro diverso dai soliti di Castelli. Non siamo alle prese con un saggio né con una cronaca o un resoconto di accadimenti storici, anche se la maggiore predilezione dell'autore verso questi formati si sente e viene assorbita dal lavoro finale. Questa volta il buon Renzo vuole qualcosa di diverso, probabilmente perché cerca di superare la cortina di puristi e addetti ai lavori allo scopo (nobile) di avvicinare al mondo delle corse persone che non hanno neppure idea di cosa sia il mondo equestre. Sono emblematici, a tal riguardo, due passaggi. Il più evidente è quello costituito dall'atteggiamento assunto dal professore della ragazza che poi diverrà la fidanzata del protagonista. Quest'ultimo, pur essendo una persona colta, ignora totalmente l'ambiente al punto da credere che le uniche corse ippiche esistenti siano quelle al trotto. Il secondo riferimento, anch'esso palese, viene evidenziato dalla presenza di innumerevoli note a pie' di pagina inserite per spiegare termini gergali e altri tecnici piuttosto elementari, ma che potrebbero suonare come neologismi ai non appassionati. Dunque il nostro sceglie la via della narrativa, affidandosi a un romanzo breve ambientato nel mondo dell'ippica italiana (settore galoppo) degli anni '70, con un occhio di riguardo a Barbaricina (località posta tra Pisa e San Rossore, un vero tempio storico dell'ippica patria natale di fantini eccellenti come Regoli, Camici e Parravani) e agli storici fantini inglesi (un nome su tutti: Thomas Rook) che, di fatto, l'hanno fondata a fine '800 come dimostrano i nomi delle vie oggi a loro dedicate e i continui omaggi sparpagliati da Castelli nel testo e sintetizzati dall'origine dell'allenatore co-protagonista della storia, una sorta di Federico Tesio dei tempi moderni, ma di origine anglo-pisana.

Matteo Mancini con tre dei volumi più importanti
in ambito ippico firmati da Renzo Castelli.

Il soggetto è molto semplice, ma portato avanti con gusto e ritmo sollecito. Qualcuno, con la puzza sotto il naso, potrebbe avanzare la critica di non trovare un elemento forte che funga da catalizzatore dei fatti narrati. Difatti il filo conduttore, comunque presente, è un po' debole, sfilacciato dal cospicuo arco temporale che copre l'intera vicenda e che Castelli dilata a piacimento ricorrendo al filtro del ricordo del protagonista, come dimostra il prologo in cui si innesca il flashback del fantino intento a volare sopra l'oceano per andare a montare in una classica americana e, al contempo, a meditare sulla propria vita. Tale critica sarebbe ingiusta e soprattutto errata, in quanto dimostrerebbe che il lettore ha capito ben poco dello spirito di fondo. Quello che l'autore sembra proporsi non è tanto il raccontare una storia di fantasia, bensì utilizzare l'espediente narrativo per spiegare le mille facce del mondo dell'ippica. Ecco che sotto questa nuova luce emerge la sostanza dell'opera, un romanzo in cui i ruoli dei protagonisti vengono ad assumere una veste secondaria, fagocitati dall'intero sistema. E' il mondo ippico il vero protagonista della storia, un mondo fatto di cavalli che vanno e vengono, così come i loro fantini e gli artieri di una scuderia importante, la quale viene presentata alla stregua di un porto di mare. E allora diventano importanti le caratterizzazioni dell'elevato numero di personaggi che vanno a intrecciare le loro sorti, compito che Castelli assolve con grande maestria tracciando i profili più ricorrenti delle figure che popolano l'ambiente in questione. Così ecco che abbiamo i veri professionisti divisi in tre categorie: i romantici che rispettano l'animale e che instaurano con questo un rapporto di simbiosi psico-fisica (il protagonista ci parla addirittura); gli asettici che rispettano il cavallo senza però dimenticarsi che il fine ultimo è far vincere una scuderia nel lungo periodo, da qui la massima ben resa dall'allenatore presso il quale lavora il protagonista: "I cavalli bisogna amarli, ma guai a innamorarsi di loro. Sembra un gioco di parole, ma non è così: si tratta di due sentimenti ben distinti. Se Campione se ne va, arriveranno altri cavalli; una scuderia è come la vita: una ruota che gira e ogni giorno cambia faccia"; infine i machiavellici pronti a qualunque scorrettezza nei confronti degli avversari e a usare maniere forti nei confronti dei cavalli più problematici. Accanto a questi personaggi abbiamo poi banditi dediti alle scommesse clandestine o comunque coinvolti in un giro di usura e di estorsioni che li tiene impiccati alle decisioni altrui con tutto quello che ne deriva (sabotaggi, corse volontariamente perse, attentati mascherati da incidenti).
Molto belle poi le varie catalogazioni dei cavalli tipo, esemplificate grazie all'alto numero di soggetti che si succedono nel corso degli anni nella scuderia del duo protagonista. Non sto qui a spiegare i vari tipi di cavallo, dico solo che Castelli non delude le attese e regala passaggi da grande competente tecnico con citazioni a cavalli e personaggi realmente esistiti. Su tutti segnalo il mitico Chivas Regal, cavallo di proprietari pisani (Harry Bracci Torsi, nipote di Rook nonché Presidente dell'Ente Autonomo Tirrenia dal 1948 al 1950) trionfatore nel Gran Premio Merano del 1974, che qua è lo stallone da cui il protagonista ricava uno dei due cavalli di fantasia simbolo dell'opera (Campione, l'altro invece è Ragazzo Selvaggio) e a cui Castelli destina una sorte simile a quella che avrà, di lì a poco, il grande fuoriclasse irlandese Shergar. Esito quest'ultimo che da ulteriore valore al romanzo, il quale anticipa, a suo modo (il cavallo del romanzo si da alla fuga nel corso di un incendio doloso e scompare nel nulla per vari anni), la misteriosa scomparsa del cavallo irlandese che verrà rapito nel 1983 da un gruppo armato a seguito di un blitz in una scuderia di Dublino.


Bello poi l'aneddoto legato alle possibili attitudini di un cavallo, finito nelle grinfie dell'allenatore presso il quale lavora Silvio Carlini (questo il nome del protagonista che porta un cognome legato a un personaggio storico più volte vincitore del Gran Premio Pisa e anche del Merano, che sia un caso?), figlio dello stallone Zeddaan definito nel testo "uno stallone poco noto in Italia". In realtà mi piace sottolineare come questo stallone fosse tra i miei preferiti da bambino, quando spulciavo le pagine della rivista Il Purosangue in Italia, all'interno della quale c'erano spesso le foto e la storia di questo bellissimo esemplare grigio (mantello completamente bianco e struttura aristocratica) che sembrava essere un Purosangue Arabo. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli tributi che valorizzano un romanzo nato senza troppe pretese, ma che nella sua semplicità è un piccolo gioiellino. Castelli, pur usando un lessico che non tradisce la sua provenienza giornalistica, riesce a miscelare assai bene quel romanticismo (struggenti i ricordi di infanzia di Carlini, specie quelli legati alla vecchia cavalla da tiro che lui vedeva come un Purosangue) e quel dramma che costituiscono, purtroppo o per fortuna, il sale della vita. Vengono snocciolati successi incredibili, ma anche terribili momenti in cui verrebbe voglia di lasciare tutto. Cavalli di belle speranze che floppano, altri che vengono dati per brocchi a causa di una disarmonica morfologia e che poi volano in pista, altri ancora che guariscono da zoppie o da coliche all'apparenza letali ovvero si infortunano in modo permanente. E poi ci sono i pianti disperati: muiono persone più o meno care, ma anche cavalli, sia abbattuti in corsa sia assassinati da sconosciuti. Certo, Castelli si abbandona a tutte le concessioni tipiche della licenza creativa con qualche forzatura in qua e in là. Per dirla in termini televisivi si respira un po' quell'aria in stile La Signora in Giallo, nel senso che nella scuderia protagonista succede tutto quel campionario di eventi che potrebbero verificarsi nell'intero ambiente nel giro di una cinquantina di anni. Così abbiamo omicidi, gravi attentati delittuosi, corse truccate, soffiate che non si concretizzano e fanno perdere una fortuna agli scommettitori, un fantino che diviene il Lanfranco Dettori dell'epoca (tra l'altro Castelli anticipa anche questo, spiegando la formazione professionale di un futuro jockey di valore internazionale che compie i suoi primi passi a San Rossore), cadute che mettono a rischio la carriera, un cavallo in stile Red Arrow che nasce in campagna da una fattrice senza pretese (tanto che l'allevatore le destina come monta successiva un cavallo di un'altra razza)  e che poi vince corse di Gruppo, mentre della fattrice si perdono le tracce.

L'autore Renzo Castelli.

Lo stile è asciutto, senza virtuosismi e senza esercizi stilistici. Castelli è essenziale, più che alla forma e alla storia è interessato a caratterizzare l'ambiente. E' sempre alla ricerca del dettaglio tecnico, dell'aneddoto storico, della citazione di professionisti del settore, dei trucchi di allenamento o di monta piuttosto che delle soluzioni veterinarie che mostrino la qualifica dell'autore e allo stesso tempo non facciano scadere nell'inverosimile quanto raccontato, dando al tutto una solida e certificata base su cui cucire la parte di fantasia. Le premesse più ardite, sotto questo profilo, sono quelle legate alla psicologia dei cavalli. L'autore cura molto questo aspetto (li tretteggia come creature dotate di grandissima memoria) sia per bocca dei suoi personaggi sia per come si comportano: "Quando credi di aver capito qualcosa di un cavallo, lui ha già capito tutto di te! Lo sai che per un lavoro così sarebbero molto più adatte le donne?" spiega l'allenatore, nella parte iniziale del volume, al suo allievo. Questo aspetto è un vero cruccio di Castelli, lo testimonia anche la nota biografica dove si legge: "Fra le tante piccole manie, l'autore ne ha una più accesa: all'ippodromo, mentre i cavalli passeggiano al tondino, si diverte a cercare di capire la psicologia di ognuno di loro. E sembra ci riesca all'87 per cento!"

A chi, giunto a questo punto, dovesse chiedermi qualcosa sulla trama, ribadisco come questa sia secondaria e fuorviante per comprendere la bontà del testo. La trama infatti è incentrata sulla vita di un giovane fantino che passa dalla vita di studente svogliato a quella di ragazzo di scuderia, poi di allievo quindi, facendosi le ossa nelle corse di provincia, a quella di fantino di fama internazionale. Il tutto viene portato avanti grazie al rapporto tra il giovane e la vecchia volpe che lo tiene sotto la propria ala protettiva (un vincente allenatore di sessanta anni, che arriva a desiderarlo come quel figlio che non ha mai avuto per essersi dedicato, come Tesio, al mondo delle corse), con i periodici spostamenti della scuderia (fatta di cavalli sempre diversi, con le loro problematiche e i loro pregi) dalle Capannelle a Barbaricina, luogo dove è nato il giovane. In mezzo a tutto questo si vengono a plasmare le vicende, secondarie, del cavallino allevato dal giovane che diviene, contro ogni pronostico, un campione (di nome e di fatto) e quella dell'amore tra il giovane e una ragazza conosciuta al tondino e che lui vuol tenere lontana dall'ippodromo perché la presenza sugli spalti lo distrae psicologicamente e lo fa perdere. Un romanzo quindi riuscito, più che buono, se si considera lo spirito di fondo e l'incredibile vuoto editoriale che ruota attorno al mondo dell'ippica. Adatto a ogni tipo di pubblico soprattutto, direi, a coloro che non hanno idea di cosa sia l'ippica anche se, dalla lettura, potrebbero averne un quadro a tinte assai più fosche di quanto lo sia in realtà. Un grande plauso a Renzo Castelli per essere uno dei pochi che abbia pubblicato sull'argomento, peraltro con qualità. Resta il solo rammarico che il testo sia finito fuori catalogo e che sia di difficile reperibilità. A ogni modo resto perplesso nel constatare come in Italia si sottovaluti un movimento (quello ippico) che un tempo coinvolgeva figure come Luchino Visconti o grandi nobili e politici della storia italiana e che adesso viene trattato alla stregua di un passatempo amatoriale. Provate a cercare testi divulgativi sull'ippica italiana che non siano di Castelli o di Tesio o comunque dedicati alla Razza Dormello Olgiata... Troverete poco o nulla! Eppure l'ippica è uno sport magnifico, fatto di contenuti tecnici, di storie di uomini e cavalli e che ha (o dovrebbe avere) ben poco a che fare con l'immagine fatta di scommesse, doping e corse combinate che gli legono attorno coloro che vogliono male al settore o coloro che, sospinti da un'ignoranza che non ammettono, sparano sproloqui senza avere alcuna cognizione di causa come a dire che, in fondo, tutti possono darsi all'ippica senza aver studiato... (mai massima è stata menzoniera!).

Chiudo con un passo che è alla base di questo sport fatto di tanta passione e di tanti sacrifici e che si rispecchia in una frase che riscritta, più o meno, fa così: "donne e cavalli, gioie e dolori". Spazio però ora al passo sopra accennato, immagine della vera ippica e non riflesso mass mediatico figlio della mancanza di cultura sportiva: "Era una vita dura; francamente neppure da paragonare con la scuola, il cafféllatte alle otto del mattino, la lezione dai professori, nei casi peggiori l'interrogazione, il pranzo caldo in famiglia, il pomeriggio libero, la televisione alla sera... Qua c'era da ammazzarsi di fatica; un avvenire così, senza il miraggio di diventare fantino, non era davvero attraente!"


PS: Tributo doveroso, dalle pagine 69 e 70 di Un Brocco per Vincere, a CHIVAS REGAL cavallo di proprietà del pisano HARRY BRACCI TORSI, Presidente dell'ENTE AUTONOMO TIRRENIA dal 1948 al 1950.

"Il Principio del Mago (così era chiamato Tesio) era questo: se vuoi ottenere un buon puledro, cerca di accoppiare soggetti con attitudini differenti. Mai unire due velocisti insieme, o due fondisti; la regola è accoppiare un velocista con un fondista. Così alla tenacia si unirà lo scatto. Anna Fuscente è stata una cavalla che si è espressa soltanto in pista dritta ed è figlia di Sandorf, che era un fulmine di velocità; perciò, fra i nomi che mi hai proposto, io la accoppierei con Chivas Regal. Fra gli stalloni del deposito è quello dotato di maggior fondo e resistenza...
Il giovane volle anche documentarsi sul passato di questo stallone e apprese cose interessanti, che lo fecero ben sperare. Chivas Regal era stato un grande campione sugli ostacoli, praticamente mai battuto nella sua carriera. Una sola volta a un Gran Premio di Merano, mentre si avviava a vincere la corsa, era stato scaraventato a terra entrando in collisione con un cavallo francese, montato assai maliziosamente da un fantino che forse sperava con quella caduta di spianarsi la via al successo. Questa era stata l'unica sconfitta di Chivas Regal nella sua carriera ostacolistica. L'anno seguente era però tornato a Merano, e su quella stessa pista, in quello stesso premio, aveva vinto per dieci lunghezze. Risalendo l'albero genealogico, Silvio controllò anche i nomi dei genitori di Chivas Regal: il padre si chiamava Aggressor, la madre Cantora, una cavalla specializzata a produrre figli che poi sarebbero diventati grandi saltatori."


venerdì 26 settembre 2014

Gran Premio Merano edizione 2014 - Valutazione pre-gara a cura di Matteo Mancini.

Il sottoscritto davanti al traguardo dell'edizione del 2011.

Articolo a cura di Matteo Mancini.
L'edizione del GP MERANO 2014 rispecchia le difficoltà registrate in Italia negli ultimi anni nel versare i premi a coloro che se li sino aggiudicati sul campo. Ritardi anche di sei mesi, noie e scocciature che hanno portato i proprietari a ridurre il numero dei cavalli e soprattutto gli stranieri a dirottare i loro obiettivi in altre lande ben più fiorenti.

Così il Gran Premio Merano del 2014, classica che in passato invogliava allenatori di tutta Europa (inglesi e irlandesi compresi, per non parlare di belgi, svizzeri, tedeschi e francesi) a scegliere la tappa altoadesina come un obiettivo di primaria importanza, vede un campo di partenti piuttosto ridotto e forse meno qualitativo della media delle altre edizioni.
Dodici al via, un terzo allenati dal leader delle classifiche ostacolistiche italiane, PAOLO FAVERO, con un ulteriore cavallo (se non erro) un tempo presente nelle scuderie del trainer meranese e ora passato ad altra scuderia e affidato alla monta del giovane SATALIA (il figlio del colonnello vincitore nel servizio postato in precedenza). La metà del campo dei partenti, invece, è costituito da cavalli della temibile Repubblica Ceka (i cui montepremi in patria sono assai inferiori rispetto a quelli a credito italiani), completano il lotto un solo rappresentante della Francia (quando invece in passato c'era una vera e propria invasione transalpina) e un cavallo allenato dall'ex jockey Simone Pugnotti. 
Tra i fantini si notano le assenze di Raffaele Romano (infortunato), Dirk Fuhrmann e Kousek.


La sfilata dell'edizione 2011. Foto a cura di M.Mancini.

Veniamo ora ai partenti. Con il numero uno abbiamo il netto vincitore dello scorso anno, ALPHA TWO, che si ripresenta con ottime credenziali e la prima monta del trainer ceko Vana sr. Dovrebbe essere il favorito anche se nelle ultime uscite Dar Said gli ha dato un gran filo da torcere. A mio avviso però la forma è crescente e la distanza lo dovrebbe favorire.

Col numero due abbiamo un vecchio abbonato del gran premio, il ceko di nascita irlandese BUDAPEST che ritorna dopo due anni di assenza a confrontarsi con i 5.000 metri di Maia. Alle spalle ha piazzamenti prestigiosi proprio in questa corsa: 2° posto del 2010, 3° del 2011 e 5° nel 2012. Dopo aver passato un anno a correre con risultati mediocri in Repubblica Ceka e Slovacchia in corse non di primario livello, se si eccettua la partecipazione (caduto) nel Velka di Pardubice, tenta di rinverdire gli antichi fasti facendo leva sull'ottimo e sorprendente secondo posto ottenuto nel recente ex U.N.I.R.E., abbondantemente davanti a Frolon e alle spalle di tre lunghezze e mezzo a Dar Said. A mio avviso resta comunque un outsider, probabilmente ormai adatto ai Cross più che agli Steeple. Nota curiosa: il fantino Stromsky non l'ha mai montato in carriera.

Il numero tre è il globe trotter CORNET OBOLENSKY, cavallo irlandese cresciuto in Germania poi passato ad assaggiare gli ostacoli in Francia. Acquistato da una scuderia ceka ha debuttato a Merano con una prova incolore. In sella ha l'italiano Columbu. Nel 2014 ha corso pochissimo e senza esaltare, dovrebbe essere un estremo outsider, ma i buoni piazzamenti ottenuti a Nancy nel 2013 potrebbero portare qualcuno a tenerlo in considerazione come sorpresa.

Paolo Favero schiera come primo anti-Alpha Two DAR SAID, il numero quattro. Jozef Bartos è chiamato a sostituire il top jockey Raf Romano, ma la cosa non dovrebbe gravare più di tanto. Secondo nell'ultima edizione, molto regolare in pista e assai rodato. Dovrebbe essere il contro-favorito. Da tenere in cosiderazione.

Col numero cinque abbiamo un altro cavallo assai regolare, seppur di qualità inferiore del portacolori targato Favero: DEMON MAGIC. Come Budapest è un altro abbonato al Merano, 3° nel 2012 e 6° nel 2013, è già stato battuto per due volte nelle ultime due uscite da Dar Said e Alpha Two, ma ha dato battaglia. In linea per un piazzamento.

Il numero sei è FAFINTADENIENT, un eccellente saltatore in età giovanile rimasto poi fermo per due anni a causa di un infortunio. Le uscite al suo rientro non sono state brillanti. E' un ex Favero passato in mani Ceke, lo monta il giovane e (sulla carta) inesperto Satalia, al suo primo G.P. Merano. Estremo outsider.


Il terribile talus, letale qua per Alpha Speed.

Il numero sette è la seconda scelta di Paolo Favero ovvero FROLON della scuderia Australia. Per l'occasione il trainer meranese ha ingaggiato la monta francese di Cottin. Ha chance ed è anche lui al suo terzo Merano, dopo il deludente debutto (quando fu acquistato proprio per prendere parte a questa corsa) e il 3° dello scorso anno. Soggetto inossidabile, capace di esprimersi su buoni livelli sia in siepi che in Steeple, ma poco esaltante nelle ultime uscite. Valido per un piazzamento.

L'otto è il "ragazzo irlandese" IRISH BOY per il trainer di Simone Pugnotti che assaggia il sapore del G.P. Merano con qualche vaga possibilità di piazzamento. Non c'è Dirk Fuhrmann a montarlo come nelle ultime uscite, ma Chan. Abbastanza regolare in impegni di primo piano, potrebbe essere una sorpresa; sulla carta dovrebbe assestarsi tra Demon Magic e Budapest. Incognita della distanza: non ha mai corso sopra i 4.000 metri. Da tenere d'occhio.

C'è spazio anche per le femmine con il nove di KAMELIE. La cavalla torna in Italia dopo tre anni di assenza e lo fa in grande stile. Maturata sugli ostacoli transalpini, l'allieva di Wroblewski si ripresenta con credenziali potenziate. Vincitrice a Auteuil si candida nel ruolo di possibile sorpresa della corsa. In sella l'esperto Faltesjek. Da giocare piazzata solo a gran quota.

Col numero dieci sfila l'unico ospite francese, una vecchia conoscenza del Merano: MARTALIN, fratellastro da parte paterna di Kamelie. Caduto nel 2012 quando era stato presentato come possibile vincitore della corsa, ritenta l'avventura con la monta di Terrien. Vincitore della Grande Steeple delle Fiandre nel 2013, 3° nel 2014 a distacco abissale dal vincitore (Royal Fou altra vecchia conoscenza del G.P.Merano dove corse senza colore), il transalpino è assai discontinuo e spesso presentato sugli ostacoli bassi. Non vale più di una sorpresa.

Il numero undici è la quarta scelta di Paolo Favero, il mezzosangue UNION DU BOSC con in sella Domenik Pastuszka. Cavallo di scarsi mezzi, peraltro recentemente battuto in corse a vendere. E' il classico soggetto quotato a 100 contro 1 dai bookmakers.

Chiude il campo dei partenti il portacolori dell'avvocato di scuderia Favero, cioè Alessandra Schileo, ovvero VELOCE. Vera e propria mina vagante, arriva direttamente dall'Inghilterra ed è al debutto in Italia. Di solito questi cavalli, alle loro prime esperienze in gran premi negli ippodromi continentali, vanno incontro a evidenti difficoltà di adattamento. Nel Regno Unito, infatti, lo steeple chase è costituito da sieponi rigidi che costringono i cavalli a "saltare alto", inoltre la conformazione delle piste è circolare senza dunque le famigerate diagonali e i cambi repentini di direzione. A mio avviso soffrirà per il cambio di tracciato però le qualità dovrebbe avercele e il campo di rivali non certo stellari potrebbe portarlo a dire la sua. L'unico dubbio è costituito dalla monta, cioè Sylvain Mastain non certo un fulmine di guerra.

In conclusione il 75° Gran Premio Merano ha tutto il sapore di una rivincita rispetto alle sorti dello scorso anno con il ceko Alpha Two che dovrà vedersela con il solito Dar Said. Attenzione a Kamelie e Demon Magic per le piazze con Irish Boy possibile sorpresa e Cornet Obolensky di cui si mormora un gran bene.

Il trionfale arrivo di Chercheur d'Or nell'edizione del 2011.


lunedì 25 agosto 2014

Recensione Saggi: RIBOT - Cavallo del Secolo (di Renzo Castelli).


Autore: Renzo Castelli.
Genere: Saggistica / Ippica
Anno: 1981.
Editore: Pacini Editore.
Pagine: 220.

Commento Matteo Mancini.
Eccoci al cospetto di un mito della mia infanzia e non solo di quella, una vera e propria istituzione nel mondo dell'ippica italiana e mondiale: Ribot. Sono praticamente cresciuto con le leggende di questo cavallo invincibile (nel vero senso della parola, imbattuto in sedici uscite, tre delle quali internazionali) che negli anni '50 veniva a trascorrere gli inverni (c.d. "a svernare") a Barbaricina, nella periferia di Pisa, dove preparava i gran premi di primavera.
Chi meglio di un appassionato d'hoc di lungo corso come Renzo Castelli avrebbe potuto scrivere un libro dedicato a questo magnifico cavallo? Giornalista e storico pisano, Castelli, classe 1937, pubblica il libro nel gennaio del 1981 per conto dell'editore pisano Pacini. Il libro è praticamente da sempre presente in casa mia, essendo stato acquistato addirittura prima della mia nascita (luglio 1981). L'ho rispolverato in questi giorni e l'ho riletto ad anni e anni di distanza dalla prima volta.

Lo stile è scorrevole, il testo essenziale e asciutto. L'autore stende quella che lui definisce, a ragione, una biografia popolare di Ribot e in effetti la sinteticità dell'opera non permette approfondimenti che non vadano oltre a un'infarinatura generale. Tuttavia, nonostante la brevità del testo, circa 220 pagine inframmezzate da centoventi fotografie, Castelli mette dentro quanto necessario evitando noiose ripetizioni e soprattutto caratterizzando tutti i personaggi gravitanti attorno al cavallo imbattibile.
Così abbiamo un primo capitolo dedicato ai genitori del cavallo, Tenerani e Romanella, di cui vengono forniti i dati circa le carriere in pista e poi quelle riproduttive. Sul punto l'autore si sofferma sulla perplessità mostrata dall'allevatore del cavallo, il leggendario Federico Tesio (personaggio capace di imporsi, dal 1911 al 1954, 21 volte su 35 edizioni disputate del Derby di Roma), il quale vedeva di cattivo occhio il frutto di questa unione (nel testo non viene detto nulla circa l'eventuale fuga dello stallone che avrebbe montato la fattrice all'insaputa degli allevatori). L'occasione è poi propizia per spendere più di una parola su Tesio stesso, definito "il mago" per le incredibili intuizioni, per il bagaglio di cultura applicata alla pratica quotidiana e per la capacità di accaparrarsi la fortuna degli astri.  Personaggio di interesse trasversale, un eclettico ossessionato dalla sete di sapere e di dimostrare quanto appreso, dotato di abilità poliedriche (scrittore, pittore, appassionato di filosofia e sostenitore dell'esistenza della anima, studioso di astronomia e di astrologia) e maniaco sperimentatore di incroci genetici elaborati scrutando ore e ore i suoi cavalli. Tesio era quello che si potrebbe definire un Lombroso del mondo dell'ippica, convinto che si potesse individuare un campione sulla base della morfologia e della struttura fisica. Acerrimo nemico della psicanalisi e della burocrazia, era altresì famoso per i suoi eccessi scaramantici e per i suoi atteggiamenti rigidi e massimalistici (pretendeva il massimo da tutti: uomini e cavalli, con carichi di lavoro massacranti e spesso oltre i limiti). Dotato di una certa verve ironica miscelata a un fondo di scontrosità, soleva dire: "Solo gli uomini politici che vogliono fare carriera parlano di eguaglianza".
Si era dato all'ippica, in particolare all'allevamento equino (rivelandosi, in Italia, il più vincente con fiori all'occhiello come Nearco e Cavaliere d'Arpino), dopo una prima parte di vita un po' travagliata e dopo essersi sposato con l'aristocratica Lydia, la sua inseparabile e fidata compagna (una delle poche di cui si fidava ciecamente), con la quale aveva fondato la celebre scuderia Razza Dormello Olgiata.

Federico Tesio.

Il testo procede con una descrizione del Ribot puledro. Nato a Newmarket, Inghilterra, nel 1952 e importato in Italia per essere introdotto alla corte di Tesio, il cavallo riceve subito la bocciatura da parte del suo allevatore che non lo apprezza perché non lo ritiene conforme ai suoi canoni estetici. Il "disprezzo" è talmente forte che Tesio, il sostenitore della fisiognomica ippica, non lo iscrive neppure al Derby di Roma (classica per eccellenza nel panorama nazionale). Lo yearling viene soprannominato il piccoletto o il brutto anatroccolo, il suo allevatore ci va giù di mano pesante reputandolo a priori un brocco. Ciò nonostante decide di dargli un nome come si deve, perché una delle prerogative di Tesio è di dare ai suoi cavalli nomi d'arte. La scelta ricade sul nome di un pittore francese autore di una trentina di pregevoli acquaforti, tale Ribot Theodule.
Intanto il caporale di scuderia (sorta di tuttofare), che poi diverrà allenatore del cavallo alla morte ormai imminente di Tesio (quest'ultimo non vedrà mai correre Ribot), ovvero Vittorio U. Penco insiste con il suo superiore per portare il puledro a Barbaricina, dove la Razza Dormello torna a svernare dopo quattordici anni di assenza. Il cavallo, sebbene "verdone" (termine tecnico per definirlo tardivo) è brillante, dispettoso, persino matto, al punto che in seguito Penco gli affiancherà un gregario, Magistris, allo scopo di tranquillizzarlo. Così scrive Castelli: "Quando Ribot faceva il pazzo, Magistris, incapace di stare al gioco, restava fermo, immobile a fissarlo con uno sguardo stupito e anche pieno di deplorazione". Penco riferisce che ha margini di miglioramento e che potrebbe rivelarsi utile nel giro di poco tempo. Tesio non ne è convinto, però cede.

Ribot.

Il testo prosegue con i brevi profili del citato Penco il quale, grazie ai successi ottenuti da Ribot, otterrà il patentino onorario da allenatore per meriti sportivi, senza dover sottoporsi al prescritto esame, nonché del fantino pisanissimo Enrico Camici (capace di chiudere la carriera con 4.100 vittorie su 20.000 corse disputate) che monterà Ribot in tutte le sue sedici uscite. Al riguardo, Castelli inserisce anche una gustosa intervista al jockey toscano, ricostruendone la carriera dall'infanzia fino alla conquista dell'Arc de Triomphe di Longchamp.
Presentati tutti i protagonisti della genesi del campionissimo, l'autore passa a narrare le sedici uscite dell'allievo di casa Tesio, presentando corsa su corsa con piglio giornalistico ma senza annoiare mai. E' bene subito precisare che il mito Ribot si costruirà non tanto in virtù delle sedici vittorie ottenute in pista, ma soprattutto grazie ai tre successi internazionali e alle prove mattutine dove, ad appena tre anni, era capace di stracciare l'eccellente compagno di allenamento Botticelli (vincitore del Derby di Roma e della Gold Cup di Ascot). Nelle altre corse, salvo il leggendario Gran Criterium di Milano del 1954 dove, su un terreno paludoso, si salvò per una sola testa dal soldiano (Razza del Soldo) Gail, cavallo specialista del pesante spinto a fondo da un altro pisano d'hoc (Silvio Parravani), Ribot ebbe vita relativamente facile; molte delle corse lo videro infatti protagonista di meri canter, con un campo di partenti talvolta ridotto addirittura a due unità spesso peraltro contro compagni di colore. Delle tredici corse disputate in Italia solo una vide Ribot galoppare in un ippodromo diverso da quello di San Siro (Milano). L'occasione lo vide trionfare di sei lunghezze sulla compagna di allevamento Donata Veneziana (che lo aveva accompagnato anche nel giorno del debutto, avvenuto il 4 luglio del 1954) in quel di San Rossore, nel Premio Pisa, il 6 marzo del 1955 sotto una pioggia battente. Sul punto, lo abbiamo già specificato, il legame tra Ribot e Pisa era molto forte, essendo questo il luogo dove il campione veniva a passare i propri inverni in vista degli impegni più importanti.

La vittoria di Ribot nel premio Pisa vista dal vignettista Punch. 

Delle altre corse disputate a Milano si ricordano le rivincite contro Gail, strapazzato nel Premio Emanuele Filiberto con un distacco di dieci lunghezze, il 17 aprile del 1955, e poi il successo di un anno dopo nel Gran Premio Milano dove, sui 3.000 metri, piegò le resistenze di tutti i migliori cavalli italiani (vincitore del Derby di Roma, vincitore del Presidente della Repubblica), lasciando a distacco abissale il compagno di colori Tissot risalito dalle retrovie per il crollo fisico dei due avversari più temuti del lotto, cioè Barba Toni e Vittor Pisani (rei di aver tentato di mettere pressione al favorito).
Il mito del cavallo imbattibile, però, lo si deve al trionfo a sorpresa (quasi cento la quota al totalizzatore) nel Arc de Triomphe del 1955 e soprattutto alla vittoria, ottenuta peraltro in condizioni non ottimali, sulla pista Ascot al cospetto della Regina d'Inghilterra e di Wiston Churchill, con un vantaggio di cinque lunghezze sul cavallo della regina stessa (High Veldt). E' infine leggendaria l'ultima corsa della carriera di Ribot, con un Camici deciso a mostrare la potenza del suo pupillo spingendolo a fondo nell'Arc de Triomphe del 1956, al punto da concedersi un beffardo finale con la testa rivolta all'indietro per scrutare e beffeggiare gli altri  (tra i quali due cavalli americani giunti d'oltreoceano per confrontarsi con il miglior cavallo d'Europa) dispersi per la pista e capitanati dell'americano Talgo.
Castelli regala poi il simpatico aneddoto legato alle bizze di Ribot (disarcionò Camici dopo il palo) nell'esibizione all'ippodromo delle Capannelle di Roma, dove la Razza Dormello Olgiata concesse l'ultima uscita pubblica del suo cavallo, in compagnia del fido Magistris, prima di ritirarlo stallone.

Il volume si chiude con dei veloci capitoli dedicati alla carriera riproduttiva di Ribot. Si parla di alcuni dei suoi migliori prodotti, tra i quali Molvedo e Prince Royal II entrambi capaci di aggiudicarsi l'Arc de Triomphe (nel '61 il primo, nel '64 il secondo). Questa parte, probabilmente, si sarebbe potuta curare maggiormente, mancando quasi del tutto i riferimenti e gli aneddoti relativi alla parte finale di vita negli Stati Uniti del dormelliano (vi morirà nel 1972 a causa di una colica, aspetto quest'ultimo non indicato nel testo). Ribot infatti, dopo una prima parte di carriera stalloniera in Inghilterra e poi in Italia, fu ceduto a noleggio a un allevamento americano per cinque anni, poi prorogati per l'impossibilità di ricondurre il cavallo in Italia. Così titolerà un giornale dell'epoca: "Caro Ribot, addio! Il cavallo non può più ritornare in Italia, si ritiene che sia impazzito e un suo trasferimento potrebbe provocarne la morte."

In definitiva l'opera di Castelli è un testo sintentico, ma che contiene quanto di indispensabile ci sia da sapere su Ribot e sui personaggi che lo hanno reso un campione intramontabile. Ribot fu un cavallo eccezionale, al punto da concedersi errori di strategia e stati di forma non perfetti, grazie  a una capacità polmonare fuori dalla norma e a un'eleganza di galoppo che gli permetteva di correre senza scomporsi e senza risultare macchinoso. Poco importava poi se esteticamente non fosse un gran bel vedere, addirittura a prima vista poteva sembrare un cavallo anonimo, senza qualità apparenti e peraltro senza balzane o liste bianche sul muso a interrompere la "monotonia" del suo mantello baio. Castelli spiega bene tutto questo e plasma un volume apprezzabile anche da chi di ippica non ne capisca niente. Dunque Ribot - Cavallo del Secolo è un libro che non può mancare nella biblioteca degli appassionati del settore ma anche in quella di tutti gli studiosi dello sport tout court, per la capacità di questo cavallo di portare l'Italia sportiva sulle vette del mondo in un'epoca assai triste come quella del secondo dopo guerra.

Per coloro che siano intenzionati ad approfondire la conoscenza di Ribot segnalo Ribot. Un campione e la sua Epoca (2012) sempre di Castelli per le Edizioni Pacini, il goliardico e un po' fantastico Io Ribot. La Mia Vita da Figlio del Vento (2012) di Nicola Melillo, dove l'autore racconta la storia da un'ipotetico punto di vista del cavallo, e soprattutto il volume di quasi quattrocento pagine dedicato alla Razza Dormello Olgiata e, più in particolare, al suo ideatore Federico Tesio Il Mito di Tesio (2008) di Franco Varola, testo quest'ultimo pubblicato in più lingue ed edito in Italia da Equitare.  

L'imbarazzante epilogo dell'Arc de Triomphe del 1956.
Enrico Camici si permette il lusso di voltarsi e controllare
il distacco sugl avversari.