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giovedì 14 maggio 2026

Recensione Saggi: SETTE SATANICHE di Mastronardi, De Luca e Fiori.

Autori: Vincenzo Mastronardi, Ruben De Luca e Moreno Fiori.
Anno: 2006.
Genere: Saggio Criminologico.
Editore: Newton Compton Editori.
Pagine: 446.
Prezzo: 19.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Preso appena uscì in libreria e riletto a distanza di venti anni dalla prima volta, Sette Sataniche resta il migliore libro mai pubblicato in Italia d'impronta criminologica sull'argomento satanico. È opportuno premettere che non si tratta di un libro sul diavolo nella religione, nell'arte e nel cinema, come Il Grande Libro di Satana (2022) di Danilo Arona edito da Mondadori né di un saggio antropologico come Il Diavolo (Newton & Compton) di Alfonso Di Noia, ma di un'applicazione della branca satanica alla criminalità. Sebbene risulti firmato a sei mani, l'anima del progetto è senza dubbio da individuare in Ruben De Luca, all'epoca già il migliore ricercatore di criminologia (per valore divulgativo) che sia mai stato presente in Italia. Ricordo che nel 2003/04 mio zio, sapendo che ero alla ricerca del volume (un capolavoro assoluto) Anatomia del Serial Killer 2000 (Giuffré Editore), girò tutte le librerie di Pisa per ricercare il libro salvo poi rivolgersi direttamente alla rivendita autorizzata dell'editore in città perché (all'epoca) certi volumi erano considerati accademici e Feltrinelli declinava l'ordine. I saggi criminologici di De Luca non sono mai stati derivativi, ma si sono sempre caratterizzati per un impulso innovativo e personalizzato, in altre parole si distinguevano dalla massa e non solo per la quantità di materiale debordante persino rispetto ai volumi provenienti dall'estero. A quei tempi recuperai un numero infinito di questi saggi (ne avevo più io che la facoltà di Giurisprudenza di Pisa), tra i quali Delitti Rituali (Centro Scientifico Editore) di Angelo Zappalà e Criminal Profiling (McGraw Hill) di Massimo Picozzi. Ebbene, nessuno riusciva a raggiungere il livello dei volumi di De Luca, sempre attento ad adottare un linguaggio e una delineazione della materia che restasse a metà strada tra l'accademico e il popolare, così da rendere popolare senza banalizzare la materia. Non a caso il suo approccio ha finito con l'interessare un editore “commerciale” come la Newton & Compton. Sette Sataniche, quando uscì, peraltro con la collaborazione del professore Vincenzo Mastronardi (psichiatra e direttore della cattedra di Psicopatologia forense presso La Sapienza Università di Roma), fu un qualcosa di mai visto in Italia. Un volume magnifico, come lo sono i volumi di De Luca (purtroppo, poi, allontanandomi dalla criminologia non ne ho più seguito la carriera ma, come si dice in C'era una volta in America,un cavallo vincente si vede alla partenza”), che affronta la tematica con un mix vincente tra cronaca nera (la seconda parte è interamente dedicata al Mostro di Firenze) e approccio più squisitamente saggistico con definizioni e classificazioni. Il satanismo viene spulciato da ogni punto di vista, soprattutto in una modalità congeniale al tema d'interesse che è l'applicazione sul versante criminologico (ma non solo). Il taglio espositivo è pratico, valido per un lettore comune ma anche per gli operatori di polizia con suggerimenti di indagine e collegamenti ai reati del codice penale di solito commessi dagli aderenti delle sette. Non manca una rapida panoramica sulle varie sette assimilabili alle sataniche che operano nel mondo (dal vudù alla santeria, passando per macumba, palo mayombe e via dicendo) senza mai dimenticare il collegamento diretto con i fatti e la casistica offerta dalla cronaca nera. Una parte, probabilmente a cura di Moreno Fiori (dottore in teologia e demonologo), di matrice occulta è persino dedicata alla stregoneria e ai suoi riti.

Un libro magnifico che non può mancare nella libreria dei cultori di criminologia, anche per la sua particolarità applicata al satanismo. A ogni modo, quando vedete un saggio criminologico che porta la firma Ruben De Luca, non abbiate dubbi: vale sempre l'acquisto.

 
Ruben De Luca,
l'anima del progetto.
 

sabato 4 aprile 2026

Recensione Saggi: BEYOND THE GATES di Chaus Balun.

Autore: Chaus Balun.
Titolo Originale: Beyond the Gates.
Anno: 1996.
Genere:  Saggio Cinematografico.
Editore: Edikit (2026).
Pagine: 92.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Ripescaggio della Edikit del critico Andrea K. Lanza che, in occasione del trentennale della morte del regista Lucio Fulci, importa in Italia il primo saggio dedicato dalla critica americana al “Terrorista dei Generi” o, come lo chiamavano in America, al “The New Godfather of Gore”. Beyond the Gates venne infatti pubblicato nel 1996 dal critico cinematografico, scomparso nel 2009, Chaus Balun, pochi mesi dopo la morte del regista, diventando presto cimelio da collezione tra i cultori statunitensi del cinema di genere.

Si tratta di un testo snello (una trentina circa di pagine, al netto delle introduzioni e delle immagini), ricco di foto di scena, manifesti e locandine, che compie un rapido excursus sulla cinematografia thriller e soprattutto horror del regista (i western e le commedie non sono neppure citate) dal punto di vista del pubblico americano. Interessanti sono gli spunti memorialistici e introduttivi di personaggi quali Shawn Smith, Tom Rainone e Antonella Fulci, così come gli aneddoti legati alla produzione del film La Fattoria Maledetta che vide coinvolto anche Fulci (non ricordavo questo particolare). Altro aspetto gradevole, sono le citazioni, nel corso della lettura, di alcue risposte fornite da Fulci durante la sua apparizione americana, nel gennaio del 1996, presso il festival Fangoria di New York.

Tutto ciò premesso, tuttavia, non si può non considerare che Beyond the Gates giunge troppo tardi sul mercato italiano, non riuscendo a fornire al cultore del regista qualcosa di nuovo (se non la percezione personale del pubblico americano e i ricordi delle visioni presso drive in e grindhouse). La materia, nel corso degli anni, è stata trattata, tra gli altri, dal monumentale Il Terrorista dei Generi di Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore, senza contare i vari Filmare la Morte di As Chianese e Gordiano Lupi o Lucio Fulci: Le Origini dell'Horror di Francesco Basso. Resta comunque un volume per completisti del regista acquisendo valore da collezionismo per essere stato il primo saggio dedicato al Maestro romano.

 
Il regista Lucio Fulci.
 
"Se lo conoscevi davvero, imparavi presto l'unico modo per compiacerlo: dovevi resistere quando ti prendeva di mira."

mercoledì 25 marzo 2026

Recensione Saggi: L'ASSASSINIO COME UNA DELLE BELLE ARTI di Thomas de Quincey.

Autore: Thomas de Quincey.
Titolo Originale: Murder Considered as One of the Fine Arts.
Anno: 1827.
Genere: Saggio.
Editore: Robin Edizioni (2009).
Pagine: 130.
Prezzo: 12.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini
PROSSIMAMENTE

sabato 14 dicembre 2024

Recensione Saggi: DREAMS - IL GENIO DI BORIS VALLEJO commentato da Nigel Suckling.


Autore: Nigel Suckling.
Titolo originale: Dreams - The Art of Boris Vallejo.
Anno: 1999.
Genere:  Arte.
Editore: Logos Art (2001).
Pagine: 130.
Prezzo: 23 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Uscito in Italia nel 2001 per Logos Art, Dreams è una collezione con copertina rigida di formato grande (carta lucida) che raccoglie oltre centoventi dipinti tutti a colori del pittore e illustratore peruviano Boris Vallejo. Firma di spessore del pulp, conosciuto in Italia soprattutto per le copertine degli anni '80 dei volumi di racconti e di romanzi della Fanucci dedicati al fantasy o all'horror, ma anche per le copertine di gruppi metal, videogiochi o per le locandine di film hollywoodiani sempre legati al mondo del fantastico.

Artista con una passione smodata per il culturismo, come si vede da quasi tutti i suoi lavori, Vallejo mostra una predilezione per mostri mitologici (draghi, centauri, sirene), a cui unisce quella per i dinosauri e gli scenari avventurosi dove mette in scena barbari e eroine seminude muniti di scimitarre, lance o armi fantasiose contrapposti ad avversari di altre epoche o dimensioni. Evidente l'attenzione per i nudi femminili, riconducibili ai corpi di modelle realmente esistenti pitturate nel suo studio (tra cui la compagna Julie Bell che vediamo anche nella copertina della raccolta) e immortalate in modo da esaltarne l'erotismo prettamente muscolare. Le donne di Vallejo, pur se provocanti, sono personaggi dominanti, eroici e incarnano l'ideale di una donna forte che, tuttavia, non perde quel sex appeal da playboy legato alle fantasie dell'immaginario maschile. Sono figure giunoniche, formose, curvilinee, con seni abbondanti e glutei sodi, riproducendo quel mix richiesto dai pulp magazine degli anni '30. A differenza di altri artisti, le donne di Vallejo non sono vittime o damigelle aggredite da entità soprannaturali, ma incarnano la combattività e un piglio tale da parificarle se non anteporle alla potenza tipicamente maschile.

L'opera è corredata dalle note di Nigel Suckling che per ogni dipinto, tutti rigorosamente intitolati e dotati di data di uscita, indica la genesi, le ispirazioni, i committenti e le vicissitudini del caso.

Dreams è dunque un'opera visiva, incentrata sui dipinti piuttosto che sui contenuti saggistici (minimi). La copia italiana è divenuta negli anni oggetto di collezione in quanto finita fuori catalogo. Un must per gli appassionati di fantastico/pulp. Non di semplice reperimento, salvo rivolgersi all'edizione americana.

 
Boris Vallejo e la compagna, nonché musa, Julie Bell, anch'essa pittrice.
 

giovedì 2 maggio 2024

Recensione Saggi: CHERNOBYL 01:23:40 di Andrew Leatherbarrow.

Autore: Andrew Leatherbarrow.
Titolo Originale. Chernobyl 01:23:40.
Anno: 2016.
Genere: Saggio Storico.
Editore: Salani Editore.
Pagine: 212.
Prezzo: 15.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Fino all'uscita di Mezzanotte a Cernobyl (2019), recensito su questo blog qualche settimana fa, Chernobyl 01:23:40 (2016) è stato il miglior saggio per una lettura semplificata, ma non per questo superficiale, dei fatti che hanno portato alla catastrofe di Chernobyl e, più in generale, alle tragedie legate alle radiazioni. Lo scozzese Andrew Leatherbarrow infatti, piuttosto che come un giornalista o un tecnico, si presenta come un appassionato genuino del tema. Non a caso, nel 2022, sempre per Salani Editore ha pubblicato anche un secondo saggio sui disastri nucleari, questa volta incentrato sulla tragedia di Fukushima, intitolato Fukushima. Il Sole si Scioglie. 

Leatherbarrow non è uno scrittore d'inchiesta. Il suo è un lavoro di ricerca che si basa, per lo più, su altri testi. Nonostante ciò il volume ha beneficiato del traino della miniserie tv Chernobyl (2019) diretta da Johan Renck che ha indicato, tra gli altri, Chernobyl 01:2:40 quale fonte di ispirazione per il copione. Eppure, rispetto a Higginbotham, Leatherbarrow non sceglie la via della ricostruzione romanzata, ma rimane nei confini del saggio con il chiaro intento (ben riuscito, c'è da dire) di semplificare gli aspetti tecnici al fine di renderli facilmente comprensibili ai lettori inesperti in materia. Altra caratteristica fondamentale è la scelta personalissima di procedere a rimbalzo tra passato e “presente”. La struttura del testo alterna, di capitolo in capitolo, la cronaca del disastro e gli interventi per contenerne gli effetti con le esperienze personali dell'autore. Leatherbarrow ci parla del suo interesse per le tragedie ambientali, delle sue passioni per videogiochi (tipo Stalker) e per romanzi apocalittici (tipo Io Sono Leggenda), fino ad arrivare a parlare del suo viaggio a Prypjat nel corso del 2011. Indica per filo e per segno le varie tappe effettuate, dal decollo dalla Scozia ai pernottamenti a Slavutich (la città che ha sostituito Prypjat). Questa parte, circa metà del volume, prende la forma di un vero e proprio diario di viaggio, corredato da numerose foto, tanto da acquisire rilevanza distintiva del volume. Ecco che la cronaca del disastro, specie se si considera che il libro ha una lunghezza inferiore alle 200 pagine (contro le 500 di Mezzanotte a Cernobyl), viene decisamente diluita.

La lettura è snella ed efficace, di presa saggistica. Interessante il capitolo 1 sulla “Breve storia dell'energia nucleare” dove l'autore si focalizza sugli incidenti precedenti a Chernobyl (compresa la storia di inizio novecento legata alla realizzazione di dentifrici e sigarette al radio) dedicando alla questione svariate decine di pagine. Molto buona è anche la spiegazione dei vari passaggi che hanno portato allo scoppio del reattore di Chernobyl, con una delucidazione chiara e di facile comprensione del funzionamento dei reattori RBMK e dei motivi che ne hanno innescato la potenza. L'uscita di Mezzanotte a Cernobyl ha indubbiamente penalizzato questo volume che, lo possiamo dire, è stato superato dal saggio di Higginbotham per approfondimenti e capacità di coinvolgimento dei lettori tanto da poter definire il libro di Leatherbarrow un compendio di quello di Higginbotham.

Alla luce di quanto sopra espresso, per chi fosse interessato alla materia, consiglio l'acquisto di Mezzanotte a Cernobyl limitando, in via subordinata, l'acquisto di questo volume solo a chi voglia leggere un diario di viaggio sull'attuale Prypjat (parte molto interessante e non trattata da Higginbotham) o a chi cerchi un volume sul disastro di Chernobyl essenziale senza scendere troppo nei dettagli.

A ogni modo, un testo piacevole da leggere.

 
Lo scozzese Andrew Leatherbarrow.

giovedì 25 aprile 2024

Recensione Saggi: MEZZANOTTE A CERNOBYL

Autore: Adam Higginbotham.
Titolo Originale. Midnight in Chernobyl
Anno: 2019.
Genere: Storico.
Editore: Mondadori.
Pagine: 552.
Prezzo: 18.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Saggio a dir poco eccezionale, valutato dal New York Times tra i migliori diciannove libri usciti nel 2019. Lo firma il giornalista inglese Adam Higginbotham, autorevole penna del The New Yorker, che si vede riconoscere, per Midnight in Chernobyl, il William E. Colby Award e la Andrew Carneige Medal. Quattrocentododici pagine, più circa ottanta pagine di note, compongono quello che è il più completo studio sul disastro di Chernobyl, sulle sue premesse e sugli effetti a lungo termine. Higginbotham scandaglia tutti gli aspetti dell'argomento. Si dilunga sulla realizzazione di quella che sarebbe dovuta essere la città dei sogni dell' Unione Sovietica (la bellissima e verde Prypjat), sulle autorità burocratiche che ne indirizzavano lo sviluppo, sulle caratteristiche dei quartieri e sulla vita dei cittadini convinti di trovarsi in un vero e proprio paradiso terrestre dove il tenore di vita era di gran lunga migliore rispetto alle altre città dell'unione. Dalla visione gaudente della città dei fiori, come era definita questa atomgrad di 50.000 abitanti (con prospettiva di arrivare a 200.000) collocata a 13 chilometri dal villaggio di Chernobyl e a tre dalla celeberrima centrale, si passa alla presentazione delle problematiche su scala mondiale del nucleare e sull'importanza assunta nello scacchiere economico dell'energia nucleare per scopi civili, una corsa al progresso che vedeva Mosca in apparente avanguardia sui rivali statunitensi. Higginbotham accenna agli incidenti precedenti a Chernobyl, ivi compreso quello di Three Mile Island, e spiega nel dettaglio il funzionamento dei reattori e, in particolare, del modello RBMK 1000 delucidando i difetti di progettazione oggigiorno tristemente noti.

Il punto forte, ovviamente, non poteva che essere il capitolo dove, minuto su minuto, vengono scanditi i tempi del disastro di quel maledetto 26 aprile 1986. Higgimbotham adotta uno stile a metà strada tra il saggio e il romanzo. I dialoghi tra gli operatori, tutti indicati per nome con un flash sul loro passato e sulle loro passioni, sono spesso diretti, soluzione che conferisce alla lettura una potenza traumatica che arriva a scuotere i lettori. L'esplosione del reattore, l'inadeguatezza delle procedure di sicurezza e l'incertezza di operatori non ancora consci del disastro avvenuto e dei difetti del reattore, tanto da indurre le già poco reattive autorità politiche sovietiche a ritardare (colpevolmente) l'evacuazione della città di trentasei ore senza neppure avvertire la popolazione dei rischi connessi.

Higginbotham compie un'indagine minuziosa. Trasporta il lettore nelle sale riunioni dei politici dove, tra urla e scontri, si cercano di adottare le soluzioni tampone, soprattutto al cospetto della prospettiva di quella che era definita “la sindrome cinese” ovvero il rischio di un inquinamento delle falde acquifere per effetto della progressiva discesa del nocciolo del reattore. L'ansia e la lotta contro le lancette degli orologi è percepibile, così come lo è l'eroismo degli operai e dei vigili del fuoco chiamati a scongiurare una seconda detonazione, oltre che dei militari che successivamente si troveranno a dover bonificare l'area lottando contro un ambiente in balia di radiazioni ben superiori allo scempio di Hiroshima. Tutto questo mentre la nube radioattiva cala il suo carico sull'Europa, costringendo persino l'evacuazione dei bambini da Kiev e lo spargimento in cielo di sostanze chimiche per scongiurare l'arrivo delle polveri a Mosca. Gorbachev deve sudare non poco per indirizzare il partito a rivelare il disastro, contro ogni tentativo di insabbiamento e ridimensionamento.

Gli effetti delle radiazioni prendono presto a manifestarsi sui superstiti. Si tentanto trapianti di midollo ma tutto sembra vano. Muoiono in tanti tra atroci sofferenze, sebbene lo stato affermi esserci stati solo trentuno decessi connessi (arriveranno in seguito a non riconoscere i sintomi del male per evitare di corrispondere indennizzi). Si opta per la realizzazione di un sarcofago, preceduto da un lavoro sotterraneo finalizzato a contrastare l'eventuale discesa del nocciolo. Alla fine gli eroi di Chernobyl vincono la battaglia, ma una circoferenza di sessanta chilometri di diametro subisce in modo intenso gli effetti del disastro. Le foreste si colorano di rosso, gli animali assumono morfologie mutanti, interi villaggi vengono sotterrati. Prypjat viene ufficialmente “dichiarata morta” a inizio 1987, sebbene si conceda ai vecchi residenti l'opportunità di recuperare gli oggetti non troppo contaminati (sciacalli permettendo) ancora conservati nelle abitazioni. Si opta per la realizzazione di una nuova città, Slavutych, anche perché gli esuli di Prypjat tendono a essere isolati dagli altri cittadini che temono di venire contagiati dalle radiazioni.

Un disastro senza precedenti, liquidato in fretta e furia da processi diretti a colpire un gruppo ristretto di operatori senza guardare ai difetti del reattore. La popolazione insorge, protesta contro il nucleare, mentre si diffondono notizie di salsicce radiattive e di raccolti contaminati, per non parlare di allevamenti devastati e rilievi che evidenziano una forte radiottività persino a 300 chilometri da Chernobyl. La fiducia del popolo sovietico viene meno e inizia a minare la stabilità delle fondamenta dell'Unione Sovietica.

Un volume dunque eccezionale che, insieme a Preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievic, è la “bibbia” per chiunque voglia approfondire la questione. Scritto in modo accattivante, diviso in venti capitoli e dotato di foto e raffigurazioni, scorre via senza intoppi e senza troppi tecnicismi (a parte quelli strettamente legati ai processi di funzionamento del reattore), riuscendo a scuotere chi legge come se fosse alle prese con un romanzo. Higginbotham, infatti, evita di adottare uno stile distaccato e divulgativo tipico dei saggi per utilizzare il materiale delle proprie ricerche al fine di far (ri)vivere tutti i protagonisti della vicenda e il cuore pulsante della loro sfortunata quanto bella città. Semplicemente un capolavoro. Per chi fosse interessato al tema: imperdibile.

 
L'autore Adam HIGGINBOTHAM
 
"L'avanzamento in molte carriere politiche, economiche e scientifiche era garantito soltanto a quanti reprimevano le proprie opinioni personali, evitavano il conflitto ed esibivano ubbidienza incondizionata ai loro superiori... Questo cieco conformismo aveva soffocato le capacità decisionali individuali a tutti i livelli della macchina dello Stato e del partito, infettando non soltanto la burocrazia ma anche i settori delle discipline tecniche ed economiche."

martedì 27 febbraio 2024

Recensione Saggi: IL PORTIERE DI ASTRACHAN' di Romano Lupi.

Autore: Romano Lupi.
Anno: 2019.
Genere:  Saggio Sport.
Editore: Fila 37.
Pagine: 186.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Secondo dei tre volumi, editi dalla romana Fila 37 dedicati al calcio sovietico, acquistati dal sottoscritto in occasione del Pisa Bookfestival del 2023. Scritto dal giornalista pubblicista sanremese Romano Lupi, Il Portiere di Astrachan è la biografia di un mito sportivo degli anni '80. Miglior portiere del mondo nel 1988, miglior calciatore sovietico del 1982, miglior portiere del mondiale del 1982, sei volte miglior portiere sovietico tra il 1980 e il 1988, due volte campione dell'Urss con lo Spartak Mosca, medaglia d'argento agli Europei del 1988 e medaglia di bronzo alle olimpiadi del 1980, Rinat Dasaev è un must per chi, come il sottoscritto, si è avvicinato al calcio da bimbo negli anni ottanta. Ho avuto la fortuna di vedere giocare questo portiere, all'epoca oggetto anche di critiche (come ben ricorda Lupi nel suo testo, facendo riferimento a Gianni Brera, Walter Zenga e Minà) ma, al tempo stesso, osannato dalla critica e dai preparatori dei portieri (lo posso ben dire avendo iniziato a giocare in porta nel 1989). Lupi ne sottolinea correttamente le doti, lo stile unico e tipico che ne faceva uno sperimentatore di stili e scuole calcistiche. Discepolo per corrispondenza di Harald Schumacher - numero uno della Germania Ovest dell'epoca - erede designato di Lev Yasin, ma soprattutto primo giocatore d'attacco della sua squadra. Il suo, per l'epoca, era un approccio innovativo nell'interpretare il ruolo dell'estremo difensore. Non più un solitario chiamato a interpretare un ruolo singolo all'interno di uno sport di squadra, bensi il primo elemento all'interno di un collettivo (quello dell'URSS del “colonnello” Lobanovskij) schierato con una tattica antesignana prossima a surclassare e mandare in pensione il cosiddetto gioco a uomo in favore della zona più estrema. Uno spartito di gioco basato sull'esaltazione del collettivo a discapito dell'individualità tecnica dei singoli. Talento e individualismi sacrificati sull'altare della pragmaticità e della sostanza. Tanta corsa, verticalizzazioni e una cultura votata al bene supremo non solo della squadra ma di una nazione chiamata al canto del cigno onde evitare di cedere il passo al capitalismo.

Il Portiere di Astrachan segue passo per passo le vicende di Dasaev, soprattutto quelle conosciute in occidente, parlando delle partite internazionali della sua squadra di club (lo Spartak Mosca) e in modo assai più approfondito delle competizioni mondiali ed europee dell'Unione Sovietica. Lupi descrive le azioni, le parate e i momenti salienti delle varie partite (non ci sono cenni, se non telegrafici, ai match interni del campionato sovietico). Ecco che il volume, di maggiore presa sportiva rispetto al già recensito Spartak Mosca di Mario Alessandro Curletto (vedi http://giurista81.blogspot.com/2023/10/recensione-saggi-spartak-mosca-di-mario.html), diventa un testo sulle sorti dell'ultimo decennio della nazionale sovietica, di cui Dasaev è stato pilastro e capitano. È l'Unione Sovietica degli juventini Alenikov e Zavarov, del pallone d'oro Belanov, della punta Protasov e del futuro sampdoriano Mychailychenko, oltre che di Blochin, Rats e Demianenko. Un collettivo “operaio” giostrato dai brutali allenamenti di Lobanovskij (su cui Lupi non indaga, nell'occasione, troppo), idolo assoluto di Kiev che non risparmia critiche e non entrerà mai in grande sintonia con Dasaev (probabilmente per gli ammiccamenti dell'occidente verso il portiere) pur preferendolo al “pretoriano” Chanov (portiere della Dinamo Kiev).

Il volume parte dall'importanza del ruolo del portiere nella cultura sovietica, proseguendo con gli inevitabili rimandi al mito Lev Jasin (unico portiere a vincere un pallone d'oro) per spostare progressivamente l'attenzione su Dasaev. L'attitudine al nuoto, la fede islamica, gli esordi ad Astrachan, quindi l'approdo allo Spartak e da qui la scalata verso la conquista della nazionale e della fascia da capitano fino al declino a Siviglia tra papere, incidenti stradali e il sospetto dell'alcolismo (che Lupi sconfessa). Dasaev, negli anni ottanta, incarna il ruolo del portiere moderno: “fornisce un'interpretazione innovativa del ruolo, dimostrando di essere uno dei portieri più completi della sua generazione. La capacità di far ripartire l'azione una volta catturata la sfera, diventando così l'ispiratore dei contropiede. Con lui il portiere non è più un corpo avulso dagli altri dieci giocatori, ma è parte integrante di tutta la squadra.”

Lupi parla di tutto questo, fornendo un volume nostalgico per chi quegli anni li ha vissuti. Il Portiere di Astrachan è un libro di nicchia, indirizzato ai cultori del calcio internazionale e soprattutto est europeo. Fila 37 si conferma una casa editrice interessata alle vicende sportive del mondo sovietico e offre ai suoi lettori l'opportunità di approfondire la conoscenza su un'epoca ormai lontana, eppure affascinante e molto diversa da quella patinata e viziata che siamo abituati a conoscere.

Qualche refuso in qua e in là non inficia il valore del volume, facile da leggere e sufficientemente impreziosito da interviste ed estratti estrapolati da altri volumi, giornali e siti. Per cultori. Acquisto obbligatorio per il sottoscritto.

La nazionale sovietica a matrice ucraina (quando russi e ucraini giocavano assieme)
giunta seconda negli Europei del 1988.
Dasaev, in completo giallo, è il primo da sinistra verso destra.

"Ci sono delle regole auree per i portieri: o si rimane fermi o, se si va avanti, bisogna continuare e gettarsi sul pallone."

sabato 13 gennaio 2024

Recensione Saggi: 999 LE STORIE VERE DEI CAMPIONI MANCATI di Paolo Amir Tabloni.

Autore: Paolo Amir Tabloni.
Anno: 2016.
Genere:  Saggio Sportivo - Interviste biografiche.
Editore: Edizioni Diabasis.
Pagine: 240.
Prezzo: 17.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita in gioco c'è la vita” cantava Gianni Morandi. Paolo Amir Tabloni, ex calciatore che ha militato dalla serie C2 alle categorie inferiori del calcio italiano e soprattutto giovane romanziere, dedica la propria attenzione agli altri 999 del gruppo di riferimento analizzato da Morandi ovvero coloro che avevano tutto per arrivare ma che, per motivi vari, si sono smarriti durante il percorso.

999 Le Storie Vere dei Campioni Mancati è innanzitutto un'opera autobiografica che raccoglie le esperienze di trenta calciatori che, nel corso degli anni, hanno condiviso una maglia con l'autore del romanzo. Uno spaccato di vita comune, idoneo a spingere Tabloni a ricercare e intervistare i vecchi compagni di squadra. Si tratta soprattutto di giocatori emiliani, legati in particolare alla città di Parma con una concentrazione tra i nati dal 1967 al 1985. Giovani speranze dei settori giovanili di Parma, Bologna, Reggiana, Modena, ma anche Napoli, Sampdoria e Inter. Ragazzi che hanno indossato la maglia della nazionale nelle varie under, al fianco di calciatori che, a distanza di anni, avrebbero vinto persino un mondiale mentre i vecchi compagni di gioventù sudavano nei campi polverosi e periferici tra pollai e terreni che non hanno conosciuto manti erbosi.

Attraverso il suo progetto, Tabloni ripercorre la sua stessa carriera, tra rimpianti, occasioni mancate e domande che non potranno mai trovare una risposta non essendo concesso a nessuno di noi di balzare da questo piano di realtà a uno parallelo composto da tutte le possibili alternative che avrebbero potuto delineare un diverso cammino. 999 propone un collage di trenta storie, simili tra loro, che partono all'insegna del professionismo, in alcuni casi con tanto di debutto in serie A, per sgretolarsi nel giro di qualche mese portando i protagonisti dagli allori e dai sogni alle paludi del dilettantismo. “Che cosa sarebbe successo se...” si chiedono i vari personaggi, immaginando una serie di sliding doors che avrebbero potuto offrire un futuro diverso. L'infortunio inatteso, il genitore morente, l'allenatore che crede in te esonerato sul più bello, le scelte sbagliate, lo spinello fumato durante una festa, le decisioni sentimentali anteposte alle professionali, le fughe amorose, la firma sul contratto da evitare, l'azienda di famiglia da portare avanti e gli errori di gioventù che non concedono seconde chance. Il treno passa e se ne va, lasciandoti a piedi, perché se è vero che te sei un fenomeno è altrettanto vero che di fenomeni ce ne sono tanti.

Patrocinato dalla Lega Nazionale Dilettanti, introdotto da Damiano Tommasi e concluso da una nota finale di Arrigo Sacchi, 999 è un volume intriso di malinconia, imperdibile per chi ha calcato i campionati giovanili nazionali di calcio dell'Emilia Romagna o i gironi della serie D emiliana di inizio secolo, perfetto anche per un regalo a una promessa rampante del movimento calcistico così da fungere da monito. È infatti interessante valutare, e nel mio piccolo confermo anche io che scrivo queste poche righe le confidenze dei vari giocatori intervistati, come ogni giovane calciatore esprima le medesime considerazioni: la percezione di normalità nel trovarsi nelle massime categorie, l'aspettativa del debutto in prima squadra con la convinzione di essere a un passo da quel sogno cullato fin dall'infanzia, gli allenamenti con campioni dapprima visti solo nelle figurine e poi compagni di avventura, la convinzione di non essere a di meno di chi poi esploderà, i complimenti dei giornalisti, i primi applausi, le rassicurazioni degli allenatori, le promesse dei procuratori, le ragazzine (ma anche le donne mature) che attendono in massa oltre le reti di recinzione chiedendo appuntamenti, quindi le avversità dovute a questioni diverse (infortuni, limiti caratteriali, casualità), la caduta nei dilettanti e l'incapacità di ritornare in alto fino a rendersi conto che la vita non è solo calcio e che è opportuno cercarsi un lavoro come ogni comune mortale, perché non c'è più spazio per i sogni. “Spesso nella carriera di un calciatore si finisce in una specie di purgatorio, dove trovare gli stimoli giusti diventa davvero difficile. Molti si perdono durante la discesa nelle varie categorie, perché invece di pensare che se fai bene puoi risalire, ti viene da pensare dov'eri e lo sconforto ti taglia le gambe.”

999 è un libro di sogni infranti, di speranze disattese, ma anche di chance avute e di piccoli momenti di gloria che un atleta, o meglio un uomo, porterà sempre con sé. Infatti, se è vero che il bicchiere è rimasto mezzo vuoto è altrettanto vero che per metà si è riempito, regalando emozioni indelebili che in pochi altri sono riusciti a provare.

Il lettore ben difficilmente conoscerà i vari giocatori selezionati da Tabloni (personalmente ricordo Alessandro Lupo, da me visionato più volte all'Armando Picchi, dove era un rincalzo in un Livorno che vinse il campionato di C2), sebbene vi sia anche qualche figlio d'arte come il fratello dell'attuale allenatore del Milan Stefano Pioli. Tale limite, tuttavia, è irrilevante, poiché è il contenuto a interessare e non le note biografiche.

La cura del testo è eccellente. Tabloni è accattivante e offre uno sguardo su quel mondo del calcio fatto di vera passione e mai decantato ovvero quello dilettantistico con aneddoti persino dalla terza categoria. Goal impossibili, parate decisive, galoppate che riscrivono la storia di un campionato e prodezze che addolciscono un'amarezza di fondo che non potrà più andarsene: quella di sentirsi (a torto) dei falliti o, meglio, quella di sentirsi come coloro che hanno gettato alle ortiche l'opportunità della vita.

Volume quindi di nicchia, poco commerciale per il suo gettare luce su coloro che non ce l'hanno fatta. Vero e proprio atto d'amore di Tabloni alla propria avventura calcistica e a tutti coloro che avevano i numeri per diventare campioni e che, per motivi vari, non sono esplosi. Guai però chiamare tutti questi calciatori dei falliti perché, anche se alla fine non hanno potuto beneficiare di parate, coriandoli, o contratti per reclamizzare biscotti, bibite o cerali per la colazione, dovendo solo svuotare un armadietto e rimediare un passaggio a casa, nessuno potrà cancellare le loro imprese giovanili, i dribbling e le reti marcate al cospetto di chi poi è diventato un campione. In diverso modo, il calcio ha formato ognuno di questi ragazzi e, seppur brevemente, la grandezza, le qualità e il talento un uomo li porta sempre con sé. Chissà? Magari sarebbe potuto andare diversamente... a volte il successo o il fallimento sono due facce di una stessa medaglia. Ciò che conta veramente non è ciò che si trova a termine di una corsa, ma quello che si prova mentre si corre. Applauso per ognuno dei trenta fortunati riscoperti da Tabloni.

 
L'autore, nonché portiere, PAOLO AMIR TABLONI.

Il calcio come la vita è una concausa di eventi dai quali spesso dipendiamo involontariamente, devi sempre essere l'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto.”

sabato 30 dicembre 2023

Recensione Saggi: GUIDA AL CINEMA HORROR - Dalle origini del genere agli anni settanta.

Testi: Roberto Azzara, Stefano Di Marino, Roberto Chiavini, michelino tetro..
Anno: 2021.
Genere: Critica Cinematografica.
Editore: Odoya.
Pagine: 476.
Prezzo: 25.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Saggio che completa il precedente Guida al Cinema Horror – Il New Horror dagli Anni 70 a Oggi dato alle stampe nel 2015 e (purtroppo) misteriosamente finito fuori catalogo nel giro di un paio di anni (ufficialmente perché esaurito). Nel volume oggetto di esame, infatti, viene analizzato con profondità e grande cura espositiva il genere cinematografico horror dagli albori (muto compreso) all'uscita nel 1968 de La Notte dei Morti Viventi e Rosemary's Baby. L'esposizione non è americano-centrica, ma parte dall'espressionismo tedesco per focalizzarsi sulle case di produzione inglesi, il gotico italico e quello ancora più economico spagnolo, senza tralasciare visioni sulla Francia e la Svezia e, ovviamente, su Hollywood dalle major al circuito indipendente dei vari Ed Wood ed Herschell Gordon Lewis.

Rispetto al precedente volume si nota, a mio modo di vedere in modo assai più efficace, una variazione dei criteri d'esposizione. Laddove il primo volume sposava un approccio più commerciale trattando la materia attraverso una divisione dei film per sottogeneri (demoni, fantasmi, streghe, vampiri, zombi e via dicendo) dedicando a ciascuno di essi un distinto capitolo, in quest'opera, uscita sei anni più tardi, si sceglie di procedere per case di produzione e, più in generale, per periodi temporali. Una suddivisione che permette di affrontare la materia, senza farsi prendere da voli pindarici di valenza filosofica, con un taglio, se vogliamo, più accademico, ovvero un'impostazione fondamentale per prendere cognizione dell'evoluzione del genere.

Trame, curiosità, giudizi e aneddoti si susseguono in un'esposizione chiara ed estremamente accattivante, merito anche delle numerose illustrazioni e di un'impaginazione per la quale l'Odoya è ormai marchio di garanzia assoluto.

Un volume, a dir poco magistrale, ultra consigliato per chi voglia approfondire le radici del cinema horror. Una lettura fondamentale sia per aumentare le proprie conoscenze sia, soprattutto, per reperire film che, sovente, sono alla base di quanto oggi circola nei cinema. Perfetto per un regalo. Tra le migliori guide Odoya.Vale le 25 euro.

domenica 24 dicembre 2023

Recensione Saggi: MONSTER MASTERS di Alessandro Manzetti.

Autore: Alessandro Manzetti.
Anno: 2015.
Genere:  Interviste / Antologia Horror.
Editore: Cut-Up.
Pagine: 360.
Prezzo: 16.00 euro (Serie Limitata di 199 copie).

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Primo degli attuali quattro saggi pubblicati da Alessandro Manzetti, Monster Masters ovvero “Padroni di Mostri” è prevalentemente una raccolta di interviste ai grandi maestri del genere che porta con sé le stigmate dell'opera saggistica successiva del suo autore. Fin da questa prima opera, pubblicata da Cut-Up nel 2015, saltano agli occhi tutte le caratteristiche tipiche dei volumi di Alessandro Manzetti nell'ambito del suo impegno divulgativo relativo alla narrativa horror. Interviste (circa una trentina), quattro racconti per la prima volta pubblicati in italiano, classifiche (nella fattispecie dei 66 migliori libri horror mai scritti), estratti da altri testi (proposto un intero capitolo del saggio Le Opere Fantasma di Stephen King scritto da Rocky Wood) e soprattutto un approccio internazionale alla materia. A differenza di tutti gli altri divulgatori presenti sul mercato editoriale italiano, Manzetti, fin da questo volume (farà altrettanto con i successivi Guida ai 150 Migliori Libri Horror, Squisite Diavolerie e Horror Guru), tratta gli argomenti con un'apertura totale sul genere, poco interessandosi del fatto che gli autori e i libri citati siano stati o meno distribuiti in Italia. Il punto di riferimento è la narrativa del terrore anglo-americana. Ne esce fuori un libro, per l'epoca della pubblicazione, innovativo e mai letto fino ad allora che segnerà le coordinate per la nascitura Molotov, rivista periodica della Independent Legions Publishing che avrebbe visto la sua prima uscita nel giugno del 2020.

Il pezzo forte del volume, che come abbiamo premesso è molto variegato, sono le interviste realizzate dallo stesso Manzetti (ne ritroveremo altre nel successivo Horror Guru). Concepite in due format distinti, uno dei quali identico per tutti gli intervistati e l'altro personalizzato e incentrato sulla produzione specifica dello scrittore di volta in volta incontrato, vediamo sfilare nomi luminari quali Ramsey Campbell, Joe Lansdale, Peter Straub, Graham Masterton, Brian Keene e Jack Ketchum a cui si associano emergenti e altri nomi non noti sul mercato italiano, ma comunque mattatori ai Bram Stoker Awards. Ne esce fuori un materiale molto ghiotto per i super appassionati del genere che troveranno chicche che faranno al caso loro, con indicazione di trame, aneddoti, spunti memorialistici, consigli e curiosità.

Non meno interessante, ma già pubblicato altrove, il capitolo sulla narrativa fantasma di Stephen King. Una rassegna discorsiva dei titoli dei racconti e/o dei romanzi che non hanno mai visto la luce, con tanto di indicazione della trama o degli elementi essenziali che erano alla base degli stessi.


Discorso a parte per i quattro racconti, tutti introdotti da un'elaborata analisi di Manzetti (solitamente assai più conciso), che occupano centosedici delle trecentosessanta pagine totali, quindi poco meno di un terzo del libro. Si tratta di racconti inediti di pregevole fattura, sebbene almeno tre di essi siano fortemente derivativi. Spicca soprattutto The Voice of the Beach (“La Voce della Spiaggia”, 1982) di Ramsey Campbell. Più autoriale e contorto degli altri tre racconti, riesce a evocare un orrore onirico di presa cosmica che sfrutta la capacità di Campbell di generare un malatissimo sense of wonder. Ambientato ai margini di una spiaggia su cui nessuno sembra voler mettere piede e su cui si manifestano strane ombre, viene sviluppato lentamente in vista di un orrore che è prettamente allusivo e sfumato dagli stati d'alterazione dei due protagonisti. Fortissima la componente lovecraftiana, sebbene Campbell decida di seguire la strada psicologica piuttosto che una concreta ed esplicita. Tutto giostra sull'attesa della materializzazione di un essere che si identifica nella spiaggia stessa. Fondamentali le descrizioni ambientali.


Gli altri tre racconti si rivelano meno autoriali e, al contempo, meno originali. Graham Masterton, col criticatissimo Eric the Pie (“Sei Quello che Mangi”, 1991), sviluppa un soggetto che sembra esser stato ispirato dalla vicenda di Renfield, personaggio all'apparenza marginale del Dracula di Bram Stoker. Seguiamo infatti le vicende di un ragazzino, che poi diventerà adulto, ossessionato dalla frase della madre “sei quello che mangi” al punto da diventare uno zoofago alla stessa maniera del Renfield del citato romanzo. Testo brutale ed eccessivo (ci sono violenze, persino uno stupro, a danno di animali che si sarebbero potute omettere), antesignano dell'attuale hardcore horror. Un racconto salito agli onori delle cronache per esser costato all'epoca della sua uscita il ritiro di tutti i numeri della rivista su cui era stato pubblicato per oltraggio e oscenità.


Richard Laymon con Into the Pit (“Nella Fossa”, 1999), forse il meno interessante per contenuti (non certo per stile evocativo), va sul sicuro proponendo un racconto in terra di Egitto che tratta, in un certo senso, la tematica del sepolto vivo. Un giovane studioso viene infatti gettato in un pozzo dal padre di due sensuali gemelle, che lo hanno adescato con i loro giochi erotici, e sepolto in compagnia di una serie di scheletri in diverso grado di decomposizione. Il buio, squarciato da capi di vestiario incendiati col ricorso di fiammiferi, la disperazione e la presenza delle spoglie mortali di altri soggetti finiti nelle grinfie del killer porteranno il protagonista a delirare fino a sentirsi artigliare dagli scheletri stessi. Il lettore resta col dubbio che quanto descritto sia davvero accaduto o sia frutto della perdita di senno del protagonista.


Più elaborato, ma comunque non del tutto originale, We Now Pause for Station Identification (“Radio Zombie”, 2005) di Gary Braunbeck, che propone un'apocalisse zombi filtrata dalla trasmissione radiofonica di un cronista rimasto isolato in un palazzo. Braunbeck dichiara di essersi ispirato a Brian Keene (“The Rising”), ma in realtà deve molto a Tigh Little Stitches in a Dead Man's Back (“Piccoli Punti Stretti nella Schiena di un Morto”, 1986) di Joe Lansdale, da cui arriva l'idea del morto vivente da cui germoglia una vegetazione aliena pronta a conquistare il mondo. Punto di forza del testo, che ha il merito (non da poco) di anticipare L'Estate dei Morti Viventi (2008) dello svedese John A. Lindqvist, è l'idea di giostrare il tema facendo tornare i morti viventi presso le loro abitazioni e i loro cari. Braunbeck riprende da Romero l'idea del pensiero radicato nella mente dei ritornanti (nel film caratterizzato dal desiderio di comprare), rendendolo tuttavia cosciente e liberando gli zombi dall'impulso di cibarsi di carne umana. Un novità, quest'ultima, che non scongiurerà la piaga epidemica (chi tocca gli zombi vede marcire i propri arti). Non di secondaria importanza sono i risvolti filosofici, ripresi in seguito anche da Simon Clark (“Quando Giaci Urlando nella Tomba”), autore famoso soprattutto per La Notte dei Trifidi (incentrato su una vegetazione aggressiva che cerca di conquistare il mondo), in base ai quali il ritorno dei morti viventi dimostrerebbe l'inesistenza del paradiso (e del diavolo) in quanto l'anima dei deceduti è rimasta imprigionata nelle tombe insieme agli stessi, togliendo di fatto di senso all'esistenza. Aspetti che elevano di qualità il racconto, facendo di esso un punto di riferimento per altri autori.


Monster Masters diviene così un'ottima occasione per fare la conoscenza con gli autori del genere horror contemporaneo, cercando di guardare al di là del sipario e apprendendo cosa si nasconda dietro la genesi di un testo. È inoltre un'occasione per conoscere un mondo non ancora sufficientemente divulgato in Italia. Grazie ai suoi legami con gli Stati Uniti, Manzetti presenta ai lettori, attraverso la voce diretta dei singoli scrittori, nomi non sempre conosciuti al grande pubblico delle nostre latitudini. Il capitolo sulle opere fantasma di Stephen King e i quattro racconti inediti costituiscono quel quid che certo non guasta. Probabilmente, Monster Masters è il volume più riuscito dei quattro saggi di Manzetti. Sontuose la veste grafica e le illustrazioni di Vincent Chong (personalmente più commerciali e apprezzabili di quelle più astratte di Cardoselli). Consigliato agli studiosi del genere e a chi non si accontenta della lettura dei racconti, ma vuol conoscere il dietro le quinte dei medesimi.