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domenica 5 luglio 2026

Recensione Narrativa: TERRORI E MAGIE di Fabio Calabrese.

Autore: Fabio Calabrese.
Anno: 1976-2021.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Edizioni Scudo (2021).
Pagine: 92.
Prezzo: 5.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Torna su queste pagine il triestino Fabio Calabrese, da noi più volte analizzato, con un'antologia edita nel 2021 da Edizioni Scudo giunta a completamento della precedente Incubi e Prodigi (presto sarà anch'essa recensita facendo già parte della mia biblioteca). Si tratta di un lotto di dodici racconti, a tema "aldilà e post-mortem", per un totale di ottantotto pagine (comprese le illustrazioni per ogni racconto elaborate da una computer grafica antiquata), e un periodo di riferimento di circa “mezzo secolo di produzione”. Due racconti (Notte a Rio e Il Funerale del Grand'Uomo) arrivano dagli esordi dell'autore, essendo usciti nel 1976 sul celebre numero 1 della rivista Il Re in Giallo che Calabrese curava insieme al compianto Giuseppe Lippi.

La lettura, come accade sempre con Calabrese, è fluida e di immediata comprensione. Lo scrittore ha il dono di rendere semplici cose che altri complicano e questo rende i suoi racconti sempre piacevoli da leggere per gli appassionati delle storie del terrore di impronta classica. Il limite della sua narrativa – penso sia una valutazione abbastanza oggettiva – tende a essere sempre lo stesso ovvero l'attitudine a riproporre schemi e contenuti narrativi che nel 2021 (anno di uscita del volume) sono già stati ultra abusati. Ne è un esempio smaccato Tredici Dicembre, un vero e proprio plagio che ricalca lo schema tipico del racconto gotico (viandante sorpreso da un nubifragio che lo costringe a riparare in una magione isolata in piena campagna gestita da un individuo che ricorda molto il Conte Dracula) e che copia l'epilogo da una storia parallela tra le varie proposte all'interno del romanzo The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner (“Le Confessioni di un Peccatore Eletto”, 1824) di James Hogg, con la particolarità di sostituire alla figura del diavolo quella del fantasma. Un racconto quindi ben oliato (a parte qualche ridondanza stilistica iniziale) in grado di impressionare il lettore meno acculturato, ma che perde inevitabilmente tutti i punti di favore una volta letto il romanzo di Hogg.

Sullo stesso esempio si muove Il Patto, ennesimo racconto sul tema relativo ai patti tra uomo e Satana finalizzati a consentire al primo di acquisire vantaggi personali in cambio della cessione dell'anima. Calabrese, ancora una volta, pare dover scrivere il racconto più per una ragione contrattuale che per un effettivo impulso interno. Non inventa nulla, segue l'esempio di stuoli di narratori succedutesi dopo il celebre Faust di Goethe (citato dal racconto) con nomi quali quali Robert Bloch e il suo The Hellbound Train fino al divertente Il Diavolo e L'Alchimista (1995) di Antonio Bellomi, per inserirsi nel filone giocando sulle sembianze del demone e sul twist finale in cui, per una volta, è l'umano a fregare il diavolo.


Un altro racconto che segue il filone ultra classico e abusato è Il Funerale del Grand'Uomo col diavolo, munito di bombetta in testa (per celare le corna), che giunge in Chiesa, durante il funerale di un politico, per strappare l'anima al defunto. Simpatica, nel frangente, la verve ironica attorno al mondo dei potenti tutti collusi col diavolo.Un racconto simpatico che "puzza" di dejà vù.


L'Inquisitore sposta la rivelazione più avanti, direttamente nell'aldilà, dove un religioso convinto di aver fatto il bene della religione (torna la tematica di The Private Memoirs and Confessions of a Justified Sinner) scopre invece di essere finito all'inferno proprio per effetto delle sue decisioni. Una versione più articolata de L'inquisitore è rappresentata da Hot Hell che ripropone il medesimo soggetto ma da un punto di vista laico, immaginando un'anticamera dell'inferno dove il protagonista (che non sa di essere morto) comprende quali siano le vere pene dell'inferno, cioè la perdita dei sapori e dei piaceri per un'esistenza in cui il dolore sarà l'unica sensazione che il corpo riuscirà a percepire. Sicuramente tra i migliori del lotto e con qualche venatura erotica.


Prende la via della parodia Al di là, pubblicato negli anni 70 sulla fanzine Ubik, che utilizza di nuovo l'idea dell'anticamera dell'inferno, nella fattispecie burocratico, per mostrare Minosse e Caronte con un'accezione dantesca virata in una farsa in cui l'inferno, in realtà, è un posto popolato di mattacchioni in cui ci si diverte.


Due racconti pressoché identici sono L'Incredulo e Un Uomo Tranquillo, caratterizzati dalla presenza di un uomo che vaga per la città scoprendo di essere divenuto un fantasma. Più breve e conciso il primo. In Un Uomo Tranquillo, peraltro, torna la scena del feretro esposto in chiesa e l'arrivo dello spirito che riconosce sé stesso nella bara.


I tre racconti migliori sono a mio avviso Il Paese Incantato, da evidenziare per una visione della morte dolce e nostalgica in cui il protagonista ritorna nei luoghi preferiti dell'infanzia; Sandor, ghost story piuttosto classica con la presenza dell'animale fantasma rimasto sulla Terra per eseguire un dato compito (proteggere il padrone dai lestofanti); e Notte a Rio, una crime story tropicale vista dal punto di vista di un uomo trapassato che parla della sua filosofia di vita (parte tagliabile) e della sua morte.


Coydog, già apparso su Short Stories, è un racconto sul disagio mentale, più drammatico che fantastico e forse fuori contesto.


CONCLUSIONI

Devo ammettere che Fabio Calabrese è un autore che, pur essendo poco originale, riesce sempre a regalarmi ore di piacevole lettura. Il suo stile leggero e la sua capacità di semplificare il registro linguistico e la costruzione dei periodi ne fanno un autore di puro intrattenimento. Piuttosto che un “soggettista” alla ricerca di una certa autorialità o di soluzioni originali, Calabrese è un narratore che si diverte a rimodulare i topoi del genere (evidenti le cinque antologie che ha dedicato a Lovecraft). È come un regista cinematografico che lavora su storie altrui senza sperimentare o proporre qualcosa di nuovo. Terrori e Magie conferma i pregi e i difetti della sua produzione, per effetto di un lotto di dodici racconti dove il leitmotiv è la risposta al quesito: cosa succede dopo la morte? Ben dieci racconti su dodici affrontano la questione, in quattro casi si cerca di gettare luce sull'aldilà (tre volte focalizzandosi sull'inferno). La lettura non è indicata per chi cerchi l'horror di tensione, il grandguignol o gli sperimentalismi tecnici, mentre diventa apprezzabile per i cultori del terrore anni cinquanta caratterizzato da diavoli, fantasmi, paradiso, inferno, patti diabolici e anime dannate. Al netto dei difetti (che ci sono), Fabio Calabrese continuerà a essere tra le mie letture e i miei acquisti. Perché, vi chiederete voi? Semplice: mi intrattiene senza fronzoli, con nostalgia e, talvolta, verve ironica. Da notare il prezzo del cartaceo: appena 5,00 euro (lode alle Edizioni Scudo che tengono sempre prezzi bassissimi)!

 
L'autore Fabio Calabrese.
 
"Una delle domande più cruciali che gli uomini si pongono da sempre é se con la morte, con la cessazione della nostra esistenza fisica, smettiamo completamente di esistere o se la nostra mente, l'anima in qualche modo, sopravvive."

 

domenica 28 giugno 2026

Recensione Narrativa: TAGLI OBLIQUI di Paolo Soli.

Autore: Paolo Soli.
Anno: 2026.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Planet Book.
Pagine: 236.
Prezzo: 14.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Debutto editoriale del modenese Paolo Soli, tra le rivelazioni del 2025 nei concorsi narrativi incentrati sul tema horror. Piazzato al Terni Horror, al Premio Esecranda, al Garfagnana in Giallo, all'Abruzzo Horror, vincitore nelle selezioni griffate Racconti dal Profondo, è approdato alla narrativa molto tardivamente (alle porte dei sessant'anni) – a suo dire – senza avere mai pensato di tramutare la propria passione per il cinema e la letteratura del terrore in una personale produzione. Spronato da Carlotta Federica Leone, finalista all'Urania Short nel 2025, Soli ha scritto nel 2025 qualcosa come quaranta racconti brevi (numero pazzesco), decidendo poi di realizzare un'antologia personale. Il risultato è quanto mai sorprendente, per la capacità di intrattenere grazie a un piglio da main stream che è garanzia di apprezzamento generalizzato. Soli parte da soggetti derivativi e questo gli consente di non deludere le attese di chi decide di acquistare un'antologia di genere per cercare rimodulazioni personali senza azzardi o deliri onirici. Tagli Obliqui non mostra i tradizionali limiti dei narratori degli esordi. Le storie sono narrate con uno stile asciutto, essenziale, privo di lirismi, appesantimenti e sperimentalismi tecnici. La lettura, pur condita da un granduguignol marcato e pressoché sempre presente (senza diventare volgare né tendere al compiacimento), è leggera e immediata, rendendo tutte le storie di pronta e facile comprensione. Al di là dello stile, colpisce la media qualitativa dei racconti. Soli garantisce uno standard estremamente costante e di gran lunga superiore alla media delle antologie dei colleghi. Sono veramente rari i racconti poco convincenti. L'autore prende sovente le mosse da personaggi storici realmente esistiti (Jack lo Squartatore, Artemisia Gentileschi, Caravaggio, Mozart, i Romanov, Mussolini, Mengele, le olimpiadi di Berlino 1936) o da topoi del genere (il vampiro, il licantropo, i cavalieri dell'apocalisse, il wendigo, il museo delle cere, il Golem, i Grandi Antichi, le bambole killer) per introdurre varianti di fantasia innestate su storie reali (è il caso de Il Colore del Sangue e di Jack) oppure adottare soluzioni finalizzate a ribaltare i topoi per contrapporre dei villain ad altri villain in una sorta di royal rumble dove alcuni cattivi sono meno cattivi di altri (evidente in questo caso La Casa delle Bambole). Spiccatissima l'attitudine per le storie di cronaca nera (si veda Il Lupo Uomo o Carne Morta) qua presenti in discreta quantità, a farne un potenziale specialista di true crime e di thriller. Tra le proposte non mancano un paio di parodie (una delle quali assai esilarante su Mussolini versione vampiro: Mussolini non Vuole Morire), un paio di fiabe riscritte e uno sci-fi di routine (Al3x). Si evidenzia infine una certa passione per le storie di ambientazione storica, specie con atmosfere vittoriane che rimandano a certi racconti di Louis Robert Stevenson come The Strange Case of Doctor Jekyll & Mr Hyde o The Body Snatcher (si veda l'ottimo Il Sacco).

ANALISI NEL DETTAGLIO

Vediamo ora di individuare tra i ventuno racconti proposti (sorvolo le tre proposte fulminee) le storie più qualitative.

Almeno metà dell'antologia gode di una qualità superiore alla media di settore, non è infatti un caso se Soli, di giuria in giuria, sia sempre riuscito a convincere e a conquistare piazzamenti e vittorie.

La mia storia preferita è Emet, una vera e propria perla tarantiniana, che porta in scena la non troppo sfruttata figura del golem, veicolata da una storia che inizia durante le Olimpiadi di Berlino del 1936 (echi di Jesse Owen e del film Race). Dopo l'antefatto, il tutto si sviluppa in un campo di concentramento nazista con un ex pugile chiamato a uccidere, di volta in volta, prigionieri ebrei da massacrare sul ring con la prospettiva, in caso di vittoria, della libertà. Finale super splatteroso con evidente omaggio, sebbene virato al pulp, ai film dell'espressionismo tedesco sulla figura del golem.


Quasi una biografia Il Colore del Sangue con cui Soli propone la storia dell'abuso sessuale subito nel seicento da Artemisia Gentileschi, con cammei di Caravaggio e intervento (fantasioso) del fratello dello stesso pittore per mettere in atto la vendetta della donna. Belli i passaggi sulla pittura e sul celebre capolavoro Giuditta e Oloferne. Più dramma che horror.


Piacciono molto per le atmosfere vittoriane un terzetto di racconti tutti di eccelsa fattura. Jack rimodula il caso irrisolto legato alla figura di Jack lo Squartatore, proponendo la scia di sangue di Whitechapel in una versione nuova rimodulata da un inedito movente. Il Re dei Burattini, in cui viene citato Merrick (il celebre elephant man raccontato anche da Lynch), è una potente variante sul tema del museo delle maschere di cera. Qui Soli offre un bel saggio delle proprie qualità, riuscendo a inquietare e a chiudere il racconto con un epilogo calibrato tra i più disturbanti dell'intera antologia. È ambientato in Austria, ma molto simile per atmosfere a Il Ladro di Cadaveri di Stevenson, Il Sacco, un'altra perla necrofila dell'antologia, dove lo spettro di Mozart trova una via alquanto grandguignolesca (e un po' frankesteiniana) per vendicare la propria amata.


Sono intrise da un tocco kinghiano Il Computer dei Luoghi Comuni e La Casa delle Bambole. Il primo è un evidente omaggio a Word Processor Dei (contenuto in Scheletri) con un computer diabolico che influisce sulla realtà trasformando banali modi di dire in beffardi omicidi che si verificano il giorno successivo dalla rivelazione del computer. La Casa delle Bambole mischia Richard Matheson e King (si pensi a racconti come Campo di Battaglia) alla cinematografia horror costituita da film quali Amityville Horror e soprattutto dalla saga Chucky – La Bambola Assassina. Entrambe le storie reggono il confronto con i ben più celebri riferimenti.


Altro elaborato di primaria fascia è Il Lupo Uomo, ambientato in Sardegna, che riscrive il mito del licantropo senza mettere in campo l'effettivo uomo lupo, ma un serial killer affetto da una malattia che lo induce a uccidere più per rabbia che per effettivo impulso sadico e un commissario trasmigrato nel corpo di un lupo che pone fine alla catena di omicidi. Sicuramente tra i migliori del lotto e fulgido esempio dell'attitudine di Soli per le crime novel dai toni macabri. Appartengono al medesimo sottogenere Carne Morta e Margherita con Guanciale che estremizzano possibili casi di cronaca nera, tra caporalato e pizzo. Nel primo caso, un bengalese finisce prigioniero di un macellaio impazzito che ne sfrutta la presenza per costringerlo a lavorare a zero euro. Nell'altro caso un pizzaiolo trova la maniera per eliminare gli estorsori e, al contempo, realizzare ghiotte pizze impreziosite dall'utilizzo di ingredienti segreti. Una grandguignolesca gangster story che, seppur prevedibile, risulta gestita in modo magistrale col sotto tema della culinaria cannibalesca (vaghi echi al sadismo di Albert Fish).


Efficace, sebbene meno qualitativo, Il Wendigo, che ricorda una certa narrativa alla Ambrose Bierce, per effetto di un protagonista ex sudista che non accetta la sconfitta dei confederati e promette omicidi nella sua nuova forma mostruosa.


A tratti molto interessante Il Maresciallo Venuto da Fuori, un giallo che si trasforma in un horror giustizialista, con la figura dell'Angelo Sterminatore che ripristina la giustizia sotto le mentite spoglie di un carabiniere. Soli si diverte a commistionare i generi, usando gli elementi del giallo deduttivo per spostare infine il racconto sul versante fantastico. Simpatici riferimenti scenografici con ambientazione a Torino in un hotel che sorge davanti alla piazza dove troneggia la statua di Lucifero. Interessante altresì il vago retrogusto di critica verso i giovani cantanti che fanno successo improvviso proponendo dubbi valori.


Cercano e trovano la parodia Mussolini non Vuole Morire, riscrittura in chiave vampiresca dell'epilogo del duce e della sua amante (il finale ricorda molto il film Sono Tornato), e Una Famiglia Perfetta, dove rivivono sotto mentite spoglie i Grandi Antichi di Lovecraft presi di mira da un gruppo di satanisti destinati a una brutta fine.


In parte parodistico anche Apocalisse, un breve racconto sull'attesa dell'avvento dei quattro cavalieri dell'apocalisse in una Terra ormai in balia della paura e dell'attesa della fine. Soli si allinea alla tradizione di San Giovanni, per poi prendersene gioco, mettere in ridicolo i cavalieri e dubitare altresì delle modalità attraverso le quali vengono individuati i 144.000 giusti. Forte retrogusto satirico, interconnesso a eventi della storia contemporanea.


Torna l'interesse per i personaggi storici con Profumo Anastasija, dove la vicenda dello sterminio dei Romanov diviene motivo di una violenta ghost story contemporanea incentrata sulla vendetta e su un profumo preludio di morte per tutti gli eredi di coloro che trucidarono la famiglia dello zar.


La Gattara è una rivisitazione, in chiave femminile e con qualche lieve differenza (furto in abitazione), della vicenda romana di er canaro.


Varianti fiabesche sono offerte da La Cassetta di Mele (in modalità giallo e forse peggiore racconto del lotto) e dal ben più incisivo Cappuccetto Bianco, una storia fatta di doppi giochi e rimodulazione in chiave negativa dei vari personaggi della fiaba di Grimm che forse, si immagina all'epilogo, si sono ispirati proprio a questa storia per scrivere il loro Cappuccetto Rosso.


Al3ex è una breve parentesi sci-fi, ben gestita ma non certo originale che parla del rapporto tra gli umani e gli androidi e di come l'amore possa superare il concetto di specie.


Il Papa Blasfemo è una riflessione sul male nel mondo e sulla reazione di Dio (anche questo è un racconto debole).


CONCLUSIONI

Tagli Obliqui è un ottimo biglietto da visita, un'antologia a tema macabro (non tutto è horror) che evidenzia – qualora ce ne fosse bisogno – la qualità dell'underground italiano legato alla specultative fiction. Soli intrattiene, omaggia, propone temi e personaggi classici, eppure non palesa alcun limite dell'autore proveniente dal circuito dei concorsi narrativi. Lettura piacevole, prezzo economico e cospicuo ventaglio di proposte. L'intrattenimento è garantito, la noia scongiurata.

mercoledì 10 giugno 2026

Recensioni Cinema: MASTERS OF THE UNIVERSE (2026) di Travis Knight.

 

Produzione: Todd Black, Jason Blumenthal, Steve Tisch e Robbie Brenner (2026).
Soggetto: Mattel.
Sceneggiatura: Chris Butler, Aaron e Adam Nee, Dave Callaham.
Regia: Travis Knight.  
Montaggio: Paul Rubell. 
Fotografia: Fabian Wagner. 
Colonna Sonora: Daniel Pemberton.
Interpreti Principali: Nicholas Galitzine, Jared Leto, Camilla Mendes, Idris Elba, Alison Brie, Sam C. Wilson, Dolph Lundgren...
Durata: 141 min.
 

Commento Matteo Mancini.

Potevo mancare alla proiezione del film incentrato sui giocattoli che mi hanno accompagnato per tutta l'infanzia (scuola compresa con astucci, zaini e gomme) e qualcosa oltre? Ovviamente no, tappa d'obbligo. Presente in sala, insieme ad altri sei stoici spettatori, a dare il cambio ai sette spettatori in uscita dalla sala (quanto erano magici gli anni ottanta).

Prodotto commerciale, inutile girarci intorno, ma nostalgico e rispettosissimo dei tempi che furono. A fungere da traino dell'operazione, nel tentativo di rinverdire gloriosi fasti (operazione commovente per coefficente di difficoltà, poiché le generazioni di oggi non sono più quelle di una volta), è stato il ben più autoriale Barbie (veicolato nel 2023 al successo dall'eccellente intuizione di Margot Robbie e dalla regia di Greta Gerwig, ma anche dal produttore Robbie Brenner che si ritrova qui a capo di Master of the Universe). Un clamore tanto forte da spingere la Mattel a superare la lunga serie di fallimenti produttivi in cui era incorso Masters of the Universe, a partire dal primo deficitario approccio al cinema, nel lontano 1987, con il non poi così pessimo I Dominatori dell'Universo (finito bistrattato dal botteghino).

Ci muoviamo in un universo - fantasy-scifi - nato sulle orme di Conan il Barbaro nei primi anni ottanta e di Star Wars, inizialmente orientato solo sul versante ludico con una catena di action figure muscolose e carnevalesche messe sul mercato dei giocattoli e successivamente reclamizzate dalla produzione di una serie di cartoons (tra cui la parallela She-Ra e Le Principesse Guerriere) finalizzate proprio alla vendita dei prodotti. Una decisione imprenditoriale di una forza tale da  determinare un vero e proprio caso mondiale, al punto da arrivare a influenzare il mondo del Wrestling degli anni ottanta e primi novanta con combattenti sempre più muscolosi e in costumi sgargianti. Un'onda in grado di calamitare il mercato dei giocattoli per circa un decennio per poi estinguere la propria spinta al volgere a termine del secolo. A distanza di quarant'anni dal precedente capitolo cinematografico, la Mattel decide di rispolverare il marchio ormai naufragato nel dimenticatoio, avviando l'ennesima campagna di restyling sul versante giocattoli e intraprendendo una via assai coraggiosa. Il merchandising legato ai Masters è figlio dei lontani anni '80, quando il mito dell'uomo muscolare e grezzo attecchiva sulle generazioni, si pensi ai vari modelli rappresentati da Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Carl Wheaters, Hulk Hogan, Mr T, Jean Claude Vandamme e lo stesso Dolph Lundgren (che fu poi scelto nel 1987 per interpretare He-Man, grazie alla prova offerta nei panni di Ivan Drago in Rocky IV). Ciò rende estremamente rischiosa l'operazione, peraltro per effetto di uno script che, a differenza di serie cinematografiche quali Transformers o G.I. Joe, non si discosta dal cartone animato rendendo spassosa la visione per chi ha vissuto quei tempi (in tal senso sono magistrali i contributi dopo i titoli di coda, pieni zeppi di citazioni). D'altro canto, investire 200 milioni di dollari in un'operazione nostalgia ben incastonata in un dato periodo storico, non può che essere un azzardo (al momento non premiato). Non credo che le nuove generazioni apprezzeranno un film del genere, come invece potrebbero fare gli attuali quarantenni o cinquantenni se non fosse che, salvo nerd o nostalgici, molti di questi adolescenti del tempo che fu si saranno allontanati dalle coordinate che prediligevano quando erano bambini. La maturazione (o supposta tale) uccide sovente il bambino che fu, in favore di qualcosa di più amorfo e spento.

Ecco che non posso che concedere un grande plauso alla Mattel in primis, per aver voluto tributare un periodo storico confermando quell'intelligente ironia che già caratterizzava Barbie, così da non prendersi troppo sul serio (ma al tempo stesso non “sbracare”). In seconda battuta è dovuto un plauso in favore degli sceneggiatori (tentativo di nobilitare un fumettone con contenuti antibellici, in un'epoca dove la guerra e la mancanza di dialogo la fanno da padroni), del regista Travis Knight (per l'alto senso dello spettacolo) e dell'intero cast artistico. 

Il mitico logo della serie Mattel.

Masters of the Universe è un film leggero, con una trama che originale certo non è, in grado però di sfruttare la nostalgia (gustoso cammeo anche di Dolph Lundgren), rispecchiando le caratterizzazioni dei personaggi originali. Adam è un damerino che occhieggia a Clark Kent (come lui viene spedito da ragazzino sulla terra insieme all'arma che gli conferisce il potere e come lui è un dipendente imbranato che rischia costantemente il licenziamento); Skeletor (interpretato da Jared Leto, già Joker in Suicide Squad) ride in modo sguaiato e sembra lui stesso non prendersi troppo sul serio; Man at Arms (qua colored personificato da Idris Elba, anche lui reduce dalla squadra di pazzi di Margot Robbie in Suicide Squad – Missione Suicida) è un simpatico ubriacone; e poi i vari Trap Jaw (favoloso), Moss Man (che diventa un praticello), Fisto, Beast Man, Tri-Klops (in verità diverso dall'originale), Evil-Lynn (interpretata in modo notevole da Alison Brie, forse la migliore dell'intero cast), Ram Man, Cringer (manca Panthor) e altri.

Una sword & sorcery carnevalesca ad alto rischio pagliacciata che, tuttavia, evita di scadere nella demenzialità mantendo lo spirito del cartone, l'etica e il "sano" divertimento (non c'è traccia di sangue).

Che dire poi delle scenografie ricreate in computer grafica? Il castello di Greyskull, la trasformazione da Adam in He-Man ricalcata alla perfezione sul cartoons e poi la colonna sonora rockeggiante con la main theme del cartoons che d'un tratto subentra, tra i rallenty di montaggio calibrato a spettacolarizzare le sequenze, conferiscono il dovuto valore aggiunto ai combattimenti (anche con astronavi e duelli aerei). In una parola: spettacolo. Il miglior film tratto da un cartone animato. Certo, non ha la profondità di Barbie, sebbene tenti di imprimere un contenuto moralistico attraverso un'insistita serie di dialoghi finalizzati a stemperare il clima bellico in favore della via della comunicazione e dell'empatia, con tanto di commento finale (come avveniva nel cartoon).

La fotografia (di Fabian Wagner, già ammirato in Justice League e Venom) è coloratissima, il ritmo serrato e la noia assente. A mio modo di vedere, si mangia parecchi dei film tratti dai fumetti Marvel. Plauso inoltre per l'epica soundtrack originale Eternia firmata da Daniel Pemberton (nomination agli oscar con Il Processo ai Chicago 7) e Brian May (non occorrono presentazioni).

Nicholas Galitzine è perfetto nel ruolo di protagonista e sorprende nel suo continuo atteggiarsi alla Clark Kent. È un perdente, effeminato (un po' alla Diego De la Vega, ovvero l'altra faccia della medaglia di Zorro), ma si scopre d'improvviso, un po' come il SuperFantozzi munito di Excalibur,  il campione di Greyskull. Divertente, al riguardo, il siparietto con Skeletor che, strappata la spada all'avversario, e dopo aver recitato la formula magica, si rivolge un po' spiazzato alla sua maga: “ma perché non funziona?

Se siete stati fan dei giocattoli e della serie cartoons, andate a vederlo al cinema: non ne resterete delusi.

Per chi volesse approfondire l'universo He-Man consiglio il volume La Storia dei Masters – Il Gioco più forte dell'Universo di Emiliano Santalucia e Alessandro Apreda (il link per l'acquisto: https://www.amazon.it/storia-dei-Masters-gioco-forte/dp/8833552047).

Personalmente ho omaggiato il merchandising battezzando la mia gatta, nata nel 2020, col nome Cringer e nel 2024 ho scritto un racconto alternativo intitolato MASTERS & SLAVES, senza poter ricorrere ai nomi dei personaggi (in quanto tutelati dal copyright), nel rispetto dell'anima del cartoons e dei giocattoli. Lo potete trovare pubblicato sulla rivista Astonishing Fantasy Tales, numero 4, per Kraken Edizioni (marchio di Fabio Larcher), insieme – tra gli altri - a un contributo di Andrea Gualchierotti che in quell'anno pubblicò l'eccelso I Campioni dell'Inferno (qua la mia recensione: http://giurista81.blogspot.com/2024/09/recensione-narrativa-i-campioni.html dalla cui copertina potete vedere l'ossessione per la Sword and Sorcery). Concludo chiamando Cringer, accingendomi a pronunciare la fatidica frase: Per la forza di Greyskull... a me il potere...! (qui il mago del lago mi deve aver bidonato: ma l'ho pronunciata bene?).

 

L'esistenza è una serie di assurdità che conducono al nulla infinito.”.

 

lunedì 25 maggio 2026

Recensione Narrativa: DELITTI IN GIALLO a cura di Franco Forte.

Autore: AA.VV. a cura di Franco Forte.
Anno: 2015.
Genere: Giallo.
Editore: Mondadori.
Pagine: 370.
Prezzo: 6.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Uscita undici anni fa in edicola, Delitti in Giallo è una vera e propria vetrina di scrittori italiani sul “libro paga” della Mondadori, sezione gialli da edicola. Dodici autori, di cui due conosciuti di persona (con uno ho diviso persino un palcoscenico), uno con cui ho collaborato e uno coinvolto col sottoscritto in un intreccio di “sportellate”.

Interessante il progetto, ordito dal prefatore e ispiratore Franco Forte, che si propone di radunare gli autori del catalogo per spingerli a scrivere un racconto avente per protagonista il loro indagatore seriale. Immaginate così un'antologia, con le debite proporzioni, dei vari Sherlock Holmes, Arsenio Lupin, Auguste Dupin, Hercule Poirot e Mario Rossi dei vari autori. Così ecco tornare due dei miei indagatori preferiti del contesto: la cacciatrice di pellicole rare Susanna Marino (di cui possiedo l'intera produzione, trovate sul blog quattro su cinque romanzi da me recensiti) ideata da Cristiana Astori e l'illusionista e indagatore razionale di occultismo Bas Salieri (apprezzai moltissimo Il Palazzo dalle Cinque Porte: qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2014/04/recensione-narrativa-il-palazzo-dalle.html) di Stefano Di Marino. Due personaggi (sempre di Marino si tratta) che valevano, per il sottoscritto, il prezzo del biglietto. Per motivi variegati, tuttavia, non acquistai a suo tempo l'antologia. Solo in occasione dell'uscita de Il Grido del Capricorno (fumetto Oltretomba ispiratore di Profondo Rosso riproposto in edicola lo scorso maggio) ho recuperato l'antologia, riapparsa magicamente in un espositore di un'edicola della stazione ferroviaria di Pisa a prezzo intero, come se fosse nuova. Mi sono così messo a leggerla incuriosito soprattutto dalle storie dei miei due personaggi preferiti.

L'idea base, indubbiamente, è molto interessante, sia perché offre una panoramica del periodo storico (prima decade del nuovo secolo) sia perché consente ai vari scrittori (magari non conosciuti dal singolo lettore) di mettersi in mostra in un progetto di sicuro richiamo per i collezionisti e fan dei singoli personaggi (come il sottoscritto appassionato di Marino e Salieri, ma sono presenti altri solidi personaggi quali Monsignor Attilio Verzi, Angela Garzya e via dicendo). 

Purtroppo il tallone di achille di un'antologia gialla è, a mio modesto modo di vedere, spesso da rintracciare nella ripetitività della strutture narrative e dei topoi del genere. Quasi tutti i racconti sono interessati dallo “spiegone” finale, tipico di una certa narrativa o cinematografia, funzionale a consentire ai lettori meno attenti o preparati di riuscire a tirare le fila di quanto letto e quindi essere convinti dall'intreccio così da evitare la fatidica frase: non c'ho capito niente (e peggio per te!). Ciò, secondo me, è un limite. Il lettore deve riuscire capire con la narrazione senza che lo scrittore sia costretto a spiegare cosa sia successo con due pagine didascaliche. Un altro limite, sovente, è da rintracciare nei soggetti delle storie che faticano a brillare per originalità e che si salvano solo per la tecnica dell'autore o per la robustezza delle caratterizzazioni dei personaggi. Alla fine ne esce un'antologia non certo memorabile, anche se idonea a intrattenere, con qualche sfumatura pulp (Cristiana Astori), action (Carlo Parri), storica (Ilaria Tuti), cinematografica (Massimo Lunati) e persino horror (Stefano Di Marino).


RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Il racconto più completo e, a mio modo di vedere, migliore è l'hitchcockiano La Finestra dell'Hikikomori che Massimo Lunati tratteggia con gusto argentiano, lavorando in modo magistrale sia sulla caratterizzazione dei personaggi sia sull'intreccio, così da coinvolgere dall'inizio alla fine il lettore in quella che è una vera e propria caccia a un serial killer che scarnifica le vittime. Lunati approfondisce i personaggi, tutti posseduti da demoni interiori ma con reazioni che inducono ad affrontare il male di vivere con piglio diverso. Come si evince dal titolo, la protagonista è affetta da una delle nuove malattie del secolo, una sorta di agorafobia che costringe chi ne è affetto a restare chiuso in casa. Da qui la soluzione in stile La Finestra sul Cortile (1954), con la giovane Hiromi che assiste, dalla sua abitazione, a un delitto riuscendo a scorgere, forse, l'assassino in fuga. Da qui la dura scelta tra tacere o rivelare, attraverso una serie di schermature digitali, dettagli alla polizia. A indagare si muove il Commissario Soliani sorpreso a inizio racconto in un momento di crisi profonda. Prende così le mosse un orrore che smuove i tarli e  induce i protagonisti a superare i loro demoni. L'autore, Massimo Lunati, come curiosamente spesso succede in queste antologie era uno (biografia alla mano) tra i meno blasonati per curriculum del lotto. L'ennesima dimostrazione che il colpo singolo del K.O. attende tra le mani di molti autori e non è dunque prerogativa dei soliti noti.


Un altro racconto che riesce a tratteggiare un'indagine coinvolgente e serrata è il tragico Il Terzo Testimone di Marzia Musneci, che rispolvera l'investigatore privato Matteo Montesi con cui aveva trionfato nel Premio Tedeschi del 2012. Bell'intreccio che affonda nel sensibile tema della pedofilia e della prostituzione minorile, con un sottofondo revenge che determina una spirale di violenza in cui il carnefice non sarà il solo a farne le spese. Protagonista un indagatore alla Dario Argento che si trova testimone oculare di un omicidio di cui non è riuscito a intravedere l'assassino. Finale tragico.


Colpisce, soprattutto per contesto storico e utilizzo di un personaggi realmente esistiti, L'Ultimo Volo dell'Aquila di Ilaria Tuti, vincitrice del Gran Giallo Città di Cattolica 2014. Giallo deduttivo dall'ambientazione e dal contesto insolito. L'autrice ci porta nel campo di concentramento di Dachau e da qui al Castello di Kransberg, dove il Fuhrer teme essere stato commesso un omicidio mascherato da suicidio, col sospetto di una macchinazione per attentare alla sua vita. Narrativamente interessante, con i cammei di una Eva Braun commovente e di un bastardissimo Goebbels. Convince meno sul versante della verosimiglianza, con Hitler (e gli arroganti gerarchi) che affidano il compito di svolgere l'indagine a un professore confinato in un campo di concentramento per motivi politici. A ogni modo, per come si giunge alla soluzione finale, attraverso l'interpretazione di tutti i dettagli della vicenda, è uno dei migliori dell'antologia.


Dietro questi tre racconti, sempre secondo la mia opinione, di gran lunga i migliori del lotto, mi sono piaciuti a corrente alternata altri tre o quattro storie.


Il Bruto di Vallelunga del compianto Stefano Di Marino è magistrale per il contesto scenografico in odore di folk horror, con una spettacolarizzazione degli omicidi (di apparente matrice esoterica) e una serie di personaggi fascinosi quali operatori occulti e illusionisti. Il protagonista Bas Sileri, già al centro di intrecci assai più articolati sulle pagine de I Gialli Mondadori, è uno studioso (razionale) di occultismo e si trova a muoversi in una serie di omicidi che lasciano supporre la presenza di un homunculus comandato a distanza da una strega. Tutto molto bello e orrorifico, fino all'epilogo prevedibile. A ogni modo, è il mio quarto racconto preferito.


Memorabile, per i personaggi e il gusto pulp, ma meno per l'intreccio, lo scatenatissimo Tutto quel Pulp con cui Cristiana Astori si lascia trasportare dal divertimento mascherando, sotto nomi di copertura, personaggi reali riconducibili all'universo di Quentin Tarantino, col regista oggetto di contesa tra una moglie pomposa (Salma Hayek) e un'amante più fredda (Uma Thurman). Calibrata l'ambientazione, nel museo del cinema di Torino (all'interno della Mole Antonelliana), dove Susanna Marino (ricercatrice freelance di pellicole scomparse) si trova a dover fronte a un omicidio alquanto scomodo e grottesco e alla scomparsa della katana di Kill Bill. Simpaticissimo per il taglio sopra le righe, meno per l'epilogo finale. L'Astori, qua, si diverte e punta a divertire (riuscendoci) confezionando una caricatura dei personaggi più cari degli appassionati del cinema pulp tarantiniano.


A corrente alternata, con momenti action assai riusciti, Maria Cardosa di Carlo Parri (ex montatore, tra gli altri, di Carlo Lizzani, vincitore del Premio Tedeschi 2012) che ha il ritmo e il piglio giusto del noir alla Izzo (scazzottate, inseguimenti stradali, indagini, sparatorie) ma, al tempo stesso, si perde in un finale poco incisivo, in cui tutto ruota attorno alla tematica del testimone scomodo da eliminare a ogni costo. A corrente alternata, ma in grado di intrattenere.


Lentissimo e ultra dilatato L'odore del Gelo di Andrea Franco che gioca sull'handicap passeggero (lo stato influenzale e il forte raffreddore) che argina la dote principale del suo indagatore seriale (al centro di numerosi gialli della serie Il Giallo Mondadori), qua impossibilitato per ¾ di storia a ricorrere al suo sviluppatissimo olfatto. Non appena l'impasse viene superato il “nostro”, ovvero Monsignor Attilio Verzi, verrà a capo della vicenda. Buono lo spunto iniziale e l'epilogo, ma noioso per chi non è un fan del personaggio e con buona parte del racconto incentrata sui rimedi e le cure dello stato influenzale di Verzi. Diciamo che il racconto è più un focus sul personaggio che uno studio su un nuovo caso.

I sette indicati sono i miei preferiti. Veniamo ora ai restanti cinque.

Fatica, per intreccio, Donne al Buio di Enrico Luceri, altro mattatore delle pagine Giallo Mondadori. L'autore conosce i tempi giusti, ma ricicla un soggetto visto e rivisto che sembra ricalcare certi plot di Franco Ferrini. Il racconto, incentrato su una vendetta che va in scena venti anni dopo rispetto al prologo, ricorda – non certo per i toni – il film Delitti e Profumi (1988). Lineare nello sviluppo, prevedibile negli sviluppi (a parte per il Procuratore della Repubblica che suppone che i primi due omicidi, relativi a due donne con un passato comune, potrebbero essere frutto di una coincidenza) si rivela tra i più prevedibili del lotto. Diverte e intrattiene per l'intelaiatura ultra collaudata, senza sorprendere.


Una bella prima scena dark, seppure introdotta da una lunga premessa da commedia, si trova nel grandguignolesco Le Dita del Diavolo di Marco Philip Massai, terzo racconto (inseme a quello di Tuti e Franco) storico, che promette bene con un inizio dal retrogusto western, salvo afflosciarsi alla distanza.


Le Inutili Attese di Manuela Costantini è un whodunit che si distingue per la vividezza dei personaggi, proponendo una rosa di possibili assassini, un indagatore privato (avvocato) che collabora con un poliziotto e una serie di individui, tra creditori, amanti e parenti inviperiti, che gravitano attorno a un uomo che deve soldi a parecchie persone e sembra non intenzionato a pagare. Manca di appeal, anche se è ben gestito il comportamento del sospettato che consente al protagonista di individuarlo quale assassino.


Sulla stessa falsa riga, ma meno interessante (con l'eccezione del flashback spalmato per tutto il corso del racconto che mostra gli ultimi istanti di vita di un uomo che poi si scoprirà avere un'attinenza ai fatti) è La Donna Cannone di Annamaria Fassio. Anche qua poco appeal, personaggi meno vividi e identica costruzione con una rosa di sospetti per un whodunit nel mondo della scuola superiore. Vittima una professoressa acidella.


Quadrato – sebbene senza scossoni - La Signora Silvana di Diego Lama che ricorda un po' il sottogenere dei delitti della camera chiusa, con una soluzione finale intuibile a metà lettura. Della serie: il diavolo fa le pentole, ma non i coperti.

giovedì 14 maggio 2026

Recensione Saggi: SETTE SATANICHE di Mastronardi, De Luca e Fiori.

Autori: Vincenzo Mastronardi, Ruben De Luca e Moreno Fiori.
Anno: 2006.
Genere: Saggio Criminologico.
Editore: Newton Compton Editori.
Pagine: 446.
Prezzo: 19.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Preso appena uscì in libreria e riletto a distanza di venti anni dalla prima volta, Sette Sataniche resta il migliore libro mai pubblicato in Italia d'impronta criminologica sull'argomento satanico. È opportuno premettere che non si tratta di un libro sul diavolo nella religione, nell'arte e nel cinema, come Il Grande Libro di Satana (2022) di Danilo Arona edito da Mondadori né di un saggio antropologico come Il Diavolo (Newton & Compton) di Alfonso Di Noia, ma di un'applicazione della branca satanica alla criminalità. Sebbene risulti firmato a sei mani, l'anima del progetto è senza dubbio da individuare in Ruben De Luca, all'epoca già il migliore ricercatore di criminologia (per valore divulgativo) che sia mai stato presente in Italia. Ricordo che nel 2003/04 mio zio, sapendo che ero alla ricerca del volume (un capolavoro assoluto) Anatomia del Serial Killer 2000 (Giuffré Editore), girò tutte le librerie di Pisa per ricercare il libro salvo poi rivolgersi direttamente alla rivendita autorizzata dell'editore in città perché (all'epoca) certi volumi erano considerati accademici e Feltrinelli declinava l'ordine. I saggi criminologici di De Luca non sono mai stati derivativi, ma si sono sempre caratterizzati per un impulso innovativo e personalizzato, in altre parole si distinguevano dalla massa e non solo per la quantità di materiale debordante persino rispetto ai volumi provenienti dall'estero. A quei tempi recuperai un numero infinito di questi saggi (ne avevo più io che la facoltà di Giurisprudenza di Pisa), tra i quali Delitti Rituali (Centro Scientifico Editore) di Angelo Zappalà e Criminal Profiling (McGraw Hill) di Massimo Picozzi. Ebbene, nessuno riusciva a raggiungere il livello dei volumi di De Luca, sempre attento ad adottare un linguaggio e una delineazione della materia che restasse a metà strada tra l'accademico e il popolare, così da rendere popolare senza banalizzare la materia. Non a caso il suo approccio ha finito con l'interessare un editore “commerciale” come la Newton & Compton. Sette Sataniche, quando uscì, peraltro con la collaborazione del professore Vincenzo Mastronardi (psichiatra e direttore della cattedra di Psicopatologia forense presso La Sapienza Università di Roma), fu un qualcosa di mai visto in Italia. Un volume magnifico, come lo sono i volumi di De Luca (purtroppo, poi, allontanandomi dalla criminologia non ne ho più seguito la carriera ma, come si dice in C'era una volta in America,un cavallo vincente si vede alla partenza”), che affronta la tematica con un mix vincente tra cronaca nera (la seconda parte è interamente dedicata al Mostro di Firenze) e approccio più squisitamente saggistico con definizioni e classificazioni. Il satanismo viene spulciato da ogni punto di vista, soprattutto in una modalità congeniale al tema d'interesse che è l'applicazione sul versante criminologico (ma non solo). Il taglio espositivo è pratico, valido per un lettore comune ma anche per gli operatori di polizia con suggerimenti di indagine e collegamenti ai reati del codice penale di solito commessi dagli aderenti delle sette. Non manca una rapida panoramica sulle varie sette assimilabili alle sataniche che operano nel mondo (dal vudù alla santeria, passando per macumba, palo mayombe e via dicendo) senza mai dimenticare il collegamento diretto con i fatti e la casistica offerta dalla cronaca nera. Una parte, probabilmente a cura di Moreno Fiori (dottore in teologia e demonologo), di matrice occulta è persino dedicata alla stregoneria e ai suoi riti.

Un libro magnifico che non può mancare nella libreria dei cultori di criminologia, anche per la sua particolarità applicata al satanismo. A ogni modo, quando vedete un saggio criminologico che porta la firma Ruben De Luca, non abbiate dubbi: vale sempre l'acquisto.

 
Ruben De Luca,
l'anima del progetto.