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giovedì 29 ottobre 2026

Recensione Narrativa: RELIC di Douglas Preston & Lincoln Child.

Autori: Douglas Preston & Lincoln Child.
Anno: 1995.
Genere: Horror / Thriller.
Editore: Sonzogno.
Pagine: 378.
Prezzo: 10,85 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
PROSSIMAMENTE
 
Douglas Preston & Lincoln Child.
 
 
 

mercoledì 28 ottobre 2026

Recensione Narrativa: MIA di Debora Parisi.

Autrice: Debora Parisi.
Anno: 2023.
Genere: Erotic Horror.
Editore: Scheletri Ebook.
Pagine: 76.
Prezzo: 7,30 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
PROSSIMAMENTE

lunedì 26 ottobre 2026

Recensione Narrativa: AQUILE DI SANGUE di Andrea Gualchierotti.

Autore: Andrea Gualchierotti.
Anno: 2026.
Genere:  Storico / Fantastico sottogenere Sword and Sorcery.
Editore: Edizioni Il Ciliegio.
Pagine: 168.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Rispetta la cadenza di un romanzo ogni due anni il buon Andrea Gualchierotti, tra i massimi rappresentanti del “fantastico mediterraneo”, che torna su queste pagine - dopo le precedenti recensioni de I Principi del Mare ( http://giurista81.blogspot.com/2023/10/recensione-narrativa-i-principi-del.html) e I Campioni dell'Inferno (https://giurista81.blogspot.com/2024/09/recensione-narrativa-i-campioni.html) – con un nuovo romanzo. È infatti in rampa di lancio Aquile di Sangue, in uscita a novembre 2026, capitolo a metà strada tra il romanzo storico e la sword & sorcery. Nell'occasione lo scrittore romano sposta più a nord le ambientazioni delle sue avventure. Siamo infatti in Gallia, nel 486 d.c., ai tempi della caduta dell'Impero romano d'occidente. Gualchierotti parte dai personaggi storici realmente vissuti e dai luoghi delle battaglie tra i romani e le truppe barbare. Protagonisti sono due fratelli romani, signori di Durocortorum (l'attuale Reims), di vedute assai diverse rispetto all'espansione dei franchi. Cinico ed egoista Arrio, generoso e stoico Clodio. Lo scrittore li propone come due facce di una stessa medaglia rappresentante la città di Roma. La loro caduta assume quindi una valenza metaforica, strettamente correlata all'odio fratricida che aveva portato alla genesi di Roma. Così come era nata, Roma crolla (bello e a tratti poetico l'epilogo del testo). Il romanzo ha dunque una marcata impronta tragica e decadente, che si estrinseca in un'atmosfera cupa, tenebrosa, tra templi fatiscenti, incendi, esecuzioni sommarie, violenze e barbarie. La componente fantastica, seppur presente, ha un impatto inferiore rispetto ai precedenti romanzi dell'autore ed è rappresentata da una legione di soldati romani caduti nell'ignominia per essere fuggiti, quando erano in vita (nel 9 d.c.), al cospetto del pericolo nella battaglia di Teutoburgo. A essi affida il proprio proposito di vendetta Clodio, tradito dal fratello doppiogiochista e costretto alla cecità per aver tentato di ribellarsi all'egemonia franca. Fuggito dalla schiavitù cui era stato sottoposto e riconquistata la vista per effetto di un diabolico sortilegio correlato al mondo degli inferi, il romano avrà la sua vendetta, ma dal gusto amaro quanto inutile. Il vexillum a forma di lupa a lui concesso da Numonio Vala (altro personaggio realmente esistito), Generale delle forze degli inferi, gli consentirà di vendere cara la pelle, in un'eroica quanto sterile resa dei conti finale, utile solo a ricevere onori e rispetto post mortem dai truci avversari.

Elegantissimo e forbito il lessico, molto attento a tratteggiare scenografie e usi dell'epoca. Gualchierotti si conferma estimatore del periodo storico e narra con il piglio del saggista. Forse meno di genere rispetto ai sopracitati romanzi, Aquile di Sangue colpisce per la sua tragicità e la totale assenza di ironia, oltre ovviamente per la cura storica. È un romanzo cupo, che getta luce su un mondo disperato giunto al suo capolinea. Consigliatissimo per chi cerchi romanzi di ambientazione tardo-romana. Di occasione il prezzo del libro: appena 14 euro.

mercoledì 21 ottobre 2026

Recensione Cinema: STREET FIGHTER (2026) di Kitao Sakurai.

Produzione: Mary Parent (2026).
Soggetto: Capcom.
Sceneggiatura: Dalan Musson.
Regia: Kitao Sakurai.  
Montaggio: Luke Lynch. 
Fotografia: Ken Seng. 
Interpreti Principali: Andrew Koji, Noah Centineo, Callina Liang, David Dastmalchian, Cody Rhodes, Roman Reigns, Eric Andrè, Alexander Volkanovski...
Durata: 120 min.
 

Commento Matteo Mancini.
 
INTRODUZIONE.
Negli anni ottanta (e buona parte degli anni novanta) vi erano luoghi dove un ragazzino si sentiva nel paese delle meraviglie. Erano tempi diversi da quelli odierni. Non c'erano cellulari, televisioni con cento canali, non c'erano social network e non c'era youtube. Eppure erano tempi in cui era più facile sognare e in cui era possibile divertirsi semplicemente uscendo di casa, tra un pallone da calciare in un aia polverosa, una bicicletta che diventava una monoposto di formula 1 con cui sfidare gli amici, ritrovi più o meno privati in cui simulare una partita di calcio prendendo a ditate delle sagome di giocatori o immaginando battaglie militari su scala mondiale da condurre a colpi di dadi o magari fingendo di essere i gestori di un albergo di alto lusso attraverso il quale spillare le casse di chi aveva la sventura di fermarvisi in un'evoluzione del gioco dell'oca. E poi c'era il non plus ultra del divertimento: le sale giochi, piene zeppe di videogame di ogni genere: azione, fantasy, sport, wrestling, picchiaduro a scorrimento, inseguimenti stradali, battaglie aeree, battaglie terrestri, biliardi, strip poker, avventura... insomma, era impossibile non trovare la dimensione in cui evadere dalla realtà quotidiana per entrate in mondi immaginari che offrivano grafiche e velocità di gioco inarrivabili per le consolle dell'epoca (Atari, Sega Master System, Sega Mega Drive, Nintendo, Commodore e Amiga). I cabinati, così venivano chiamate le postazioni dove era possibile giocare (accomodandosi persino su sedili muniti di volante, pedaliera e cambio), erano vere e proprie attrazioni a basso costo per ragazzini e adolescenti non troppo maturi che si accalcavano come api sul miele, sia per fulminare la mancietta settimanale (dapprima 200 lire a partita, poi 400 e infine 500) sia per vedere gli altri giocare e apprendere mosse segrete o soluzioni innovative. Nel 1992, con Street Fighter II e Mortal Kombat, rispettivamente del 1991 e del 1992, arrivò una vera e propria rivoluzione nei videogiochi. Cartoonesco il primo, tridimensionale e più realistico il secondo. Calamitarono l'interesse dei ragazzini, proponendo sfide brutali uno contro uno alla meglio dei tre round. Colpi proibiti, mosse segrete e sangue a fiumi (soprattutto in Mortal Kombat) rappresentavano una nuova forma di videogioco che suscitò anche quale protesta sollevata dalle associazioni dei genitori. Niente più lo scorrimento (comunque rappresentato da capolavori assoluti quali Final Fight, Vendetta, Cadillac 'N Dinosaurs e Streets of Rage), ma un torneo in cui scegliere il proprio eroe (su otto proposti) e progredire di sfida in sfida (contro gli altri sette) verso il livello successivo dove attendevano i quattro combattenti non selezionabili dal giocatore (lo diventeranno con Street Fighter II ½). Un format dunque ispirato dal cinema, dai film di Van Damme che in quegli anni imperversava con pellicole quali Kickboxer (1989) e Lionheart (1990), che ispirerà a sua volta altri videogame come, a esempio, Tekken (1994). Il successo fu subito immediato. Street Fighter II in particolare dilagò nelle sale giochi, nei bar (non ce n'era uno che non avesse almeno un cabinato) e soprattutto negli stabilimenti balneari. Furono realizzate versioni per consolle e computer che vennero rese disponibili per tutte le principali case. Ricordo che avevo Mortal Kombat sul Gamegear della Sega, mentre un mio amico aveva Street Fighter II su Super Nintendo. Hollywood fu subito interessata al successo, sebbene veicolato da un contenitore forse troppo fantasy per funzionare davvero sul grande schermo. Pur se preceduti dall'insuccesso di Super Mario Bros (1993), in appena due anni uscirono Street Fighter (1994) e Mortal Kombat (1995), diretti da due registi promettenti quali Steven E. De Souza (che arrivava dall'aver scritto i copioni di action cult quali 48 Ore, Commando e soprattutto Die Hard e relativo seguito) e il non ancora trentenne Paul W. Anderson che, di lì a poco, avrebbe girato interessanti B-Movie quali Punto di non Ritorno, Resident Evil, Alien vs Predator e Deathrace. Per la produzione di Street Fighter si arrivò a ingaggiare il migliore attore che si potesse prendere per un film del genere: Jean Claude Van Damme. Le buone intenzioni di De Souza si scontrarono tuttavia in una lunga serie di vicissitudini contrarie che culminarono col tumore che avrebbe portato alla morte di Raul Julia (scelto per il villain) e i deliri cocainomani di Van Damme (nel ruolo di protagonista). Nonostante tutto i due film si comportarono bene al botteghino, incassando circa 100 milioni di dollari a testa a fronte dei 30 e dei 18 milioni di dollari investiti. Un successo non più replicato nè dai sequel né dai reboot. La percezione che ebbe il pubblico, infatti, fu deludente, tanto che il sequel di Mortal Kombat si rivelò un mezzo fiasco incassando meno della metà del primo capitolo e poco più del budget impiegato. L'aura di culto però, come spesso avviene, non ha tardato a manifestarsi, alimentata dai manga e dal continuo evolversi dei videogiochi da consolle. Così, a distanza di trent'anni, è iniziata l'era dei reboot. Nel 2021 è stato realizzato il nuovo Mortal Kombat, seguito proprio quest'anno dal sequel (con incassi inferiori rispetto alla pellicola di Anderson), mentre in questi giorni è uscito l'atteso reboot di Street Fighter che andiamo ora ad analizzare.

RECENSIONE DEL FILM

Sono passati oltre trent'anni dai magici anni novanta. Le sale giochi e i cabinati sono morti da decenni. La magia di quegli anni è evaporata, vuoi per il trascorrere degli anni, vuoi per i crescenti impegni della vita comune, quali il lavoro, le bollette da pagare o la famiglia da accudire. Eppure, in un angolo del cervello o dell'anima (come mi piacerebbe più ipotizzare), certe scintille sono difficili da spegnersi e ciò che un tempo regalava emozioni e divertimenti è sempre pronto a rivivere, stoccato come una riserva a cui attingere nei momenti più tristi della vita. Ecco allora prendere piede le operazioni nostalgia, magari affidate proprio a chi ha vissuto una certa epoca. Dopo Masters of the Universe (qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2026/06/recensioni-cinema-masters-of-universe.html), arriva un altro prodotto atteso da chi è nato negli anni '80 ma che, probabilmente, nulla dirà alle nuove generazioni per l'incapacità di adeguare il prodotto ai tempi moderni. Il punto di forza di queste operazioni, infatti, non risiede nello script o in una regia particolarmente ispirata, ma nella capacità di risvegliare memorie assopite, così da fare rivivere periodi lontani e con loro tutta una serie di ricordi correlati. È in questa ottica, seppure limitante, che deve essere assorbito un film come il nuovo Street Fighter. Da un punto di vista tecnico, è inutile girarci intorno, è più di una mezza delusione, sebbene i tentativi di farne un film di successo siano percepibili, come si evince dal finale aperto proiettato verso un eventuale sequel (il film non ha un vero epilogo). Non mancano i meriti. In prima battuta viene ripresa l'atmosfera del videogame, con tutti i personaggi di Street Fighter II, le loro mosse speciali, le musiche del videogame e le parole urlate dai combattenti nel mettere in atto i loro colpi secreti. Fin qui tutto bene, grazie anche all'ottima caratterizzazione guascona di Ken Masters (l'attore Noah Centineo ruba la scena a tutti dando una buona impressione sia fisica che recitativa), contrapposto a un medidativo e all'apparenza più equilibrato Ryu (abbastanza scialbo Andrew Koji), e a una Chun Li in versione bomba sexy (brava l'attrice Callina Liang, artefice di duro allenamento per sviluppare certe caratteristiche fisiche), a cui vengono esaltate le cosce (persino nelle battute dei personaggi) proprio come avveniva tra i commentatori/giocatori del videogioco. Funzionano anche il Dhalsim interpretato dall'ottimo Vidyut Jammwal, in vena di movimenti da contorsionista (è mancata la mossa segreta dello sputa fuoco), e la continua ironia che imperversa per tutto il corso del film e che contamina tutti i personaggi (forse in questo si è esagerato, perché tale soluzione tende ad appiattire i personaggi su un medeismo schema comportamentale). La nota dolens è la totale mancanza di idee in scrittura. Dalan Musson, lo sceneggiatore (Captain America: Brave New World), scopiazza l'impostazione del primo Mortal Kombat e appiccica un lungo flashback tarantiniano (si veda Kill Bill) in animazione (toni alla Kenshiro), diluito per tutto il corso del film, sulla preparazione comune avuta da Ryu (caratterizzazione dark e quasi monastica) e Ken nonché sullo scontro che ha portato alla morte del loro Maestro per mano del fratello di quest'ultimo divenuto demone (cliché che più rivisto non si può). Un altro leitmotiv è l'incapacità di Ken, a differenza di Ryu, di “sbloccare” l'hadoken (la palla di fuoco), motivo che ha portato alla depressione l'atleta americano (vera e propria altra faccia della medaglia di Ryu). Dunque action alla Kickboxer o alla Lionheart, con l'abusato tema del torneo tra gli otto migliori del mondo che si sfidano per la corona (con la presenza di un tale Joe, versione Ric Flair, che non si è capito chi sia), e fantasy alla Mortal Kombat (interferenza di demoni e presenza di un villain organizzatore del torneo che ricerca finalità egoistiche anziché lo spettacolo) si intrecciano in un polpettone che parte bene ma fatica a decollare, peraltro appiattendosi in sviluppi narrativi ripetitivi (il rapimento dell'eroe, la "vampirizzazione" dell'energia vitale, il confronto interminabile tra Ryu e Ken) banalizzati da rapporti interpersonali fanciulleschi e dalla totale mancanza di profondità psicologica dei personaggi. Emblematico il ruolo del presentatore del torneo, interpretato dal simpatico Eric André, che pare uscito da Scemo e più Scemo. 
Kitao Sakurai (arriva dalle serie Tv) alla regia ce la mette tutta. Prova a cadenzare le sequenze, chiede e ottiene un montaggio vivace, ma non può fare miracoli. Fotografia e scenografie tengono il gioco, mancano invece le idee in scrittura ed è questo il problema principale del film, che prova a mascherare i deficit con larghe dosi di ironia e comicità talvolta esasperata. Mr Bison è freddo e inespressivo (anonima prova di David Dastmalchian completamente annichilito dal predecessore Raul Julia), fissato con l'idea di rubare l'energia a tutti i migliori combattenti del globo per sprigionarla in colpi devastanti (altro movente banale). Blanka sembra un orsacchiottone dolce che cerca la mamma e che muta opinione sul suo padrone non appena gli viene suggerito che Mr Bison è un bugiardo. Vega, Zangiff, Honda e Balrog si limitano a ruoli da comparse, del tutto privi di un cenno di caratterizzazione (mentre si propone per dozzine di minuti i flashback del Maestro di Ken e Ryu). Guile (protagonista del film di De Souza) e Dhalsim sono appena abbozzati e pare di capire che stessero conducendo un'indagine su Mr Bison in ricordo delle missioni di pace che li avevano visti collaborare anni prima. Sagat addirittura è limitato al prologo in versione animata. Limitatissimo il sangue, sebbene i fighter si pestino all'inverosimile, con rallenty sui volti attinti dai pugni come avveniva nella saga Rocky. I combattimenti non vengono esaltati come nei film di Van Damme, ma appaiono freddi ed emotivamente appiattiti. Non si cerca l'epica né l'adrenalina tanto che, pur essendo ricco di azione, il film tende ad annoiare. Alla fine ne viene fuori un cartone animato che niente aggiunge e nulla lascia, se non una punta di malinconia suscitata dal richiamo alle musiche (belle), alle mosse (ben messe in scena) e ad alcune scenografie esaltate dai movimenti di macchina di Sakurai (si veda la carrellata in alto sul palazzo di Bison che omaggia la sigla iniziale del gioco). Se non si è stati giocatori del videogame negli anni '90, è un film che non può essere apprezzato. Se invece siete stati giocatori, probabilmente, qualche corda emotiva Street Fighter potrebbe smuoverla, ma non a sufficienza per farvi amare il film. Occasione persa.
 

 
 

sabato 17 ottobre 2026

Recensione Saggi: GLI OSCURI SEGRETI DI ALEISTER CROWLEY di William Seabrook.

 
Autore: William Seabrook.
Titolo Originale: Astounding Secrets of the Devil Worshippers' Mystic Love Cult.
Anno: 1923.
Genere:  Saggio Biografico.
Editore: Edizioni Arcoiris - Biblioteca di Lovecraft (2024).
Pagine: 256.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
Continua il lavoro di recupero di Aleister Crowley operato dagli amici fiorentini della Biblioteca di Lovecraft. Dopo le raccolte di racconti I Racconti della Bestia, Le Indagini di Simon Iff e I Ramoscelli d'Oro arriva il primo saggio incentrato sulla controversa figura del mago inglese. Genio o folle? Ciarlatano o Mago? Filantropo o Misantropo? Chi era davvero Aleister Crowley? Ce lo prova a dire, con una serie di dodici articoli apparsi su The Indianapolis Star tra l'1 aprile e il 17 giugno del 1923 e raccolti nel 2022 dall'editore Snuggly Books col titolo Astounding Secrets of the Devil Worshippers' Mystic Love Cult, il giornalista e scrittore suo conoscente diretto William Seabrook, famoso soprattutto per il saggio The Magic Island (di prossima uscita per la collana La Biblioteca di Lovecraft). Ne esce fuori un volumetto atipico per la collana La Biblioteca di Lovecraft, qua ancora edita da Edizioni Arcoiris, ascrivibile alla categoria dei saggi biografici. Il libro viene articolato in tre parti, di cui la seconda più sostanziosa. Si inizia con una retrospettiva, curata da Gabriele Scalessa, sulla vita e sulla produzione letteraria di Aleister Crowley. L'introduzione, abbastanza lunga, non è accattivante quanto la parte portante del volume ovvero i dodici articoli di Seabrook. Tende infatti ad assumere una piega saggistica, sorvolando su molti aspetti della filosofia crowleyana. Di ben altra presa il lavoro di Seabrook, succo del volume. Lo scrittore americano non prende la via del saggio accademico, ma racconta con dovizia di particolari molti episodi della vita comune che lo hanno visto testimone oculare delle vicende legate a Crowley. Rituali magici, partite a scacchi, mostre pittoriche, passeggiate per le vie di New York, fustigazione di donne accondiscendenti e raccoglimenti meditativi di oltre un mese in riva a un lago. In questo e altro fu coinvolto Crowley. Si tratta di eventi verificatesi nei primi anni venti, periodo in cui il mago era residente negli Stati Uniti. Ne esce fuori un profilo contraddittorio, fatto di opposti sintetizzati in un'unica quanto orignale figura. Personaggio estremo (“credeva che la suprema elevazione spirituale si potesse ottenere o per mezzo di una vita estrema o per mezzo di digiuni, mutilazioni e mortificazione della carne"), connaturato da un'altissima dose di autoironia, capace di vette monastiche come di bassezze sfrenate. Il culto delle droghe e della magia rossa contrapposti all'astensionismo dai piaceri e alla castità eremitica. Sperimentatore folle, conoscitore di psicologia, cultore di quello che oggi definiremmo "mentalismo" e, al tempo stesso, evocatore di atmosfere soprannaturali condotte seguendo rituali orientali ed egizi. Seabrook, a sua volta personalità tutt'altro che comune (racconta di aver degustato carne umana), non si sbilancia nel giudizio sul personaggio (è comunque percepibile una certe dose di stima). Sceglie la via del testimone a conoscenza dei fatti piuttosto che quella dello studioso o del calunniatore, senza nascondere perplessità e dubbi circa la reale capacità di Crowley di avere poteri magici. Da una parte elogia la filosofia dell'amico alla base del credo da lui stesso inventato (“Fai tutto ciò che vuoi sarà la tua unica legge”), dall'altra ritiene la stessa inapplicabile per l'uomo medio, ad avviso di Seabrook troppo bisognoso di una guida e incapace di autogestirsi a fronte delle continue tentazioni che Crowley si dilettava a rendere disponibili ai suoi fedelissimi (a esempio, intendeva curare la dipendenza dalle droghe, mettendo a disposizione dei suoi adepti ogni forma di droga).

La portata degli articoli è leggera, di presa commerciale e resa con un piglio narrativo lontano dai toni accademici. Il mago è ben caratterizzato e, nonostante le nefandezze di cui si rende partecipe (uccisione di un gatto, marchiatura a fuoco delle sue donne, adepti crocifissi o frustati a sangue, uso massiccio di droghe), finisce con l'apparire simpatico e burlone, addirittura capace di affascinare persone di diversa estrazione sociale, grazie all'interloquire forbito, all'aplomb britannico e alla smisurata cultura letteraria.

“Egli ritiene che ciascuno debba cercare di realizzare il proprio destino individuale sopra ogni altra cosa, scoprendo ciò che intende fare della vita, ciò che davvero vuole fare, e debba dunque conquistare la più alta guida e restarvi del tutto fedele”.

La seconda parte del volume si conclude con l'esperimento sociale condotto da Crowley per circa due anni a Cefalù, con la fondazione di una piccola comunità, da lui retta, del tutto isolata dalla società civile e cadenzata dagli insegnamenti del suo credo. Non manca lo spazio riservato agli scandali (editoriali e non) che raggiungono l'apice con la morte di un adepto di Crowley (a quanto pare per cause naturali) e con l'espulsione dello stesso dall'Italia come persona non gradita.

La terza parte del libro (abbastanza inutile), ripresa da un successivo articolo dello stesso Seabrook, è un riassunto della seconda che non aggiunge niente rispetto a quanto sia stato detto dalle precedenti pagine.

Dunque Gli Oscuri Segreti di Aleister Crowley è un simpatico e agile libricino con cui avvicinarsi allo studio dell'oscura figura del mago inglese, scandito dal piglio dell'indagine narrativa, piuttosto che con approccio accademico. Fondamentale, a tal fine, il fatto che si tratti di una raccolta di articoli pensati e usciti a puntate per i lettori di un periodico da edicole. Curatissima l'edizione, ricca di illustrazioni, ritagli di giornale dell'epoca e foto. Appetitoso il prezzo. Per chi voglia approfondire l'argomento segnalo Le Nozze Alchemiche di Aleister Crowley di Franco Pezzini per Odoya Edizioni.


L'autore William Seabrook.


“Crowley era una tale sconcertante miscela di bene e di male che non era mai prudente prevedere le sue azioni...”

domenica 11 ottobre 2026

Recensione Narrativa: VOCI DAL PROFONDO - Tributo a Lucio Fulci a cura di Andrea K. Lanza.


Autore: AA.VV. a cura di Andrea K. Lanza.
Anno: 2026.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Edikit Editore.
Pagine: 376.
Prezzo: 22.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
A trent'anni dalla morte del regista Lucio Fulci, dopo aver già pubblicato Il Fottuto Quarto Reich di Andrea K. Lanza (qua la nostra recensione: https://giurista81.blogspot.com/2026/03/recensione-narrativa-il-fottuto-quarto.html) e il saggio Beyond the Gates di Chaus Balun (qua la nostra recensione: https://giurista81.blogspot.com/2026/04/recensione-saggi-beyond-gates-di-chaus.html), la Edikit di Andrea K. Lanza completa il suo tributo con la terza uscita stagionale dedicata al Maestro romano, probabilmente la più attesa: l'antologia collettiva Voci dal Profondo. Il volume arriva a coronamento di un progetto, avviato a inizio 2026, frutto del connubio tra i racconti dei più qualitativi autori della casa editrice e una selezione (tra circa 150 proposte) di "wild card" invitate pubblicamente a proporre un proprio racconto ispirato alle atmosfere dei film di Fulci, conosciuto anche come “Il Terrorista dei Generi” o “The Godfather of Gore”. Ne è uscito fuori un volume poderoso, già andato a ruba alla sua prima uscita pubblica (si parla di 100 copie vendute a Stranimondi), unico a livello mondiale e portato in porto con una perizia tecnica tale da renderlo di valore altamente professionale, sebbene non vi siano nomi di particolare appeal pubblicitario. Pulito in editing e corredato dalle illustrazioni di Roberta Guardascione (una a racconto, più una per ognuna delle cinque sezioni in cui è articolato il volume). Il parco autori è assai conosciuto dagli appassionati e comprende organizzatori di festival internazionali (Davide Staffiero e Corrado Artale), saggisti enciclopedici di cinema e narrativa di genere (Mario Gazzola, Andrea K. Lanza e Matteo Mancini), sceneggiatori di film cult del circuito indipendente horror (Ivo Gazzarrini, Vincenzo Pandolfi, Filippo Santaniello e Morgan Wiederhorn), il vincitore della selezione racconti Master of Horror della Universal (Samuele Fabbrizzi) nonché una lunga serie di vincitrici di concorsi (tra i quali Samuele Berselli, Sara Ronco, Alessandro Schumperlin e Silvia Robutti), oltre a molti scrittori con all'attivo romanzi di genere e al recensore "genuino", capace di smuovere pletore di lettori entusiasti, Cesare Buttaboni. Dei trenta autori proposti, solo uno è alla prima esperienza narrativa, motivo per cui la lettura diviene ghiotta occasione per ampliare la propria conoscenza della "geografia" del fantastico italiano (troppo spesso limitata a un pugno di editori). Dunque, non appeal da major editoriali, ma gruppo solido di esperti e mestieranti nel genere.

Ciò che piace del libro è il suo volere essere cinematografico, privo di fronzoli o sperimentalismi letterari. Qui si respira la magia del cinema di genere e il lettore appassionato di Fulci non viene tradito da personalismi o da tentativi di mutare il contenitore di partenza. Ogni racconto omaggia il Maestro, talvolta proponendosi quale sequel di un suo film (Sangue di Miele di Ettone) talaltra come una riscrittura dagli esiti alternativi (La Madonna dei Cenci di Samuele Berselli) o ancora quale vero e proprio prequel (Ocron – Il Tempo dei Lupi di Domenico Maria Burzi) o ancora remake (Il Rogo di Beatrice Cenci di Cesare Buttaboni). Ci sono poi racconti in cui Fulci appare quale protagonista della storia, a esempio nel corso di una seduta psicanalitica dagli esiti opposti rispetto al suo Un Gatto nel Cervello (L'Incontro di Alberto Groppelli), oppure quale sadico sperimentatore che realizza film all'insaputa dei suoi stessi collaboratori (il musicista Keith Emerson), utilizzati quali attori in balia di eventi apparentemente inspiegabili (Note in Nero di Mario Gazzola) o infine presenza spettrale dietro le quinte pronto a scatenare un'epidemia zombie a danno delle attricette da quattro soldi del suo Zombi 3 (Le Fottute Zombi 3 di Lia Bachman). Più spesso però si tratta di racconti che assimilano le atmosfere o le sequenze di alcuni film del maestro (ritornante è l'immagine del prete che si impicca di Paura nella Città dei Morti Viventi o la nebbia avvolgente dell'epilogo de L'Aldilà) per plasmare soggetti originali, tra zombie, vampiri in cerca della donna con cui fare figli (l'ottimo e simpatico L'Eredità Nicosia di Corrado Artale), streghe cattive contrapposte a streghe buone (L'Elefantessa di Morgan Wiederhorn e Una Bionda Rosso Sangue di Sara Ronco), sceneggiatori autori di copioni in odore di plagio non autorizzato (Il Silenzio delle Porte di Vincenzo Pandolfi), filmaker stanchi di non essere mai selezionati nei concorsi di cinema indipendente (Lo Squaratore di Prenestino di Filippo Santaniello), adolescenti impegnati in social challenge (Due Rane nel Cervello di Samuele Fabbrizzi) o prove iniziatiche (La Casa della Vecchia Madjorie di Ivan Scarabocchio) che li portano a compiere violazioni di domicilio nelle case sbagliate e molto altro ancora, tra horror, western, fantasy, fantascienza distopica in salsa action (bellissimi i contributi di Roberto Piccinini con La Gladiatrice e di Marco Figoni con La Stramilano dell'Anno 2072), thrilling e tocchi noir. Non mancano infine racconti in cui la componente fulciana è appena accennata (il black humor di Tutte le cose di Mark di Silvia Robutt). Ce n'è davvero per tutti i gusti (manca la commedia di Franco & Ciccio, il musicarello e le commedie di inizio carriera), anche se l'ingrediente horror grandguignolesco proiettato nell'aldilà appare dominante. Su quest'ultimo versante spicca il racconto lovecraftiano di Roberta Guardascione Shadowplay (tra i più inquietanti del lotto), mentre commistionano Fulci con Clive Barker (omaggiato dal regista romano nei credits del film Voci dal Profondo) Luca Sorsoli col suo 24mila Baci e Matteo Mancini (il sottoscritto) con l'anti-lovecraftiano Il Mare delle Tenebre citato dal curatore Lanza come "l'unico avente una chiusura solare". Più fedele al maestro, ma nel medesimo solco del film L'Aldilà, il già citato racconto di Pandolfi e Terror dello sceneggiatore Ivo Gazzarrini. Chiude l'antologia il curatore Andrea K. Lanza con un omaggio a I Quattro dell'Apocalisse e al regista Jodorowski estrinsecato dal racconto New Eden. Atmosfere e scene da Paura nella Città dei Morti Viventi per Good Morning, Darling! di Ilaria Oliviero e La Collina di Evag Nori. Questo giusto per fare un sintesi, peraltro neppure esaustiva. Trenta racconti per un'antologia che sarà sicuramente un successo e che centra appieno il suo intento, evidenziando l'ottimo lavoro di selezione operato dal curatore, bravo anche a rendere omogeneo (per stile, contenuti e atmosfere) il gruppo di storie, senza cedere a personalismi, riscritture alternative e approcci finalizzati ad allontanarsi dalla matrice costituita dal cinema di genere italiano degli anni '60, '70 e '80. Se amate Fulci, non perdetevi questa perla.
 
TUTTI I RACCONTI ANALIZZATI NEL DETTAGLIO: ATTENZIONE SPOILER

Antologia imponente, ben diretta da Andrea K. Lanza che propone più della metà degli autori della propria scuderia, ovvero scrittori già pubblicati da Edikit, e potenzia il tutto pescando wild card con il format della selezione aperta a tutti. Almeno 150 racconti pervenuti per circa una dozzina di posti, per il gruppo degli ospiti. Ampio il ventaglio di generi di film rappresentati, anche se l'horror tende a essere prevalente. Notevole il risultato finale, soprattutto per la capacità del progetto di rispettare la fonte iniziale di ispirazione. Almeno metà dell'antologia è composta da racconti memorabili, con l'altra metà comunque rappresentata da storie interessanti e ben intonate all'argomento. Tra tutti brilla Ocron – Il tempo dei Lupi di Domenico Maria Burzi, scrittore e collaboratore Edikit nonché traduttore del saggio Beyond the Gates. Si tratta di un sword & sorcery estremamente violento e brutale che si pone quale ideale prologo di Conquest. L'autore modella con maestria la storia, scandisce il ritmo con piglio pulp e pennella un'atmosfera cupa e disperata superiore alla pellicola di Fulci. Una gran bella prova, molto particolare all'interno del lotto. Adoro il finale fulcianissimo, con la piccola strega divenuta donna (Sabrina Siani interpreterà il ruolo nel film di Fulci).


Piegano sulla sci-fi distopica, guardando a I Guerrieri dell'Anno 2072, La Gladiatrice e La Stramilano dell'Anno 2072. Il primo, firmato dall'eccellente Roberto Piccinini, è un action di ambientazione pseudo-romanica (in realtà siamo a Grosseto) ambientato in un'arena riservata a combattimenti tra amazzoni armate di gladio e di altre strumentazioni futuristiche. Siamo infatti nel futuro, con triceratopi concepiti dall'ingegneria genetica utilizzati come fiere da spettacolo, violenza e un'atmosfera alla Gladiatore 2. Notevole e ultra divertente, un racconto perfetto per una rivista pulp che non avrebbe affatto sfigurato sui magazine americani di inizio secolo scorso. Più debitore del King versione Richard Bachman il secondo racconto, firmato da Marco Figoni, che propone una Lunga Marcia in salsa picchiaduro, inscenata in una Milano soffocata dall'inquinamento e percorsa da bande di punkettoni dove l'intelligenza artificiale governa al posto degli uomini. Cattivissimo il finale. A differenza del precedente racconto, non vi è gloria per i vincitori. Figoni inserisce, ed è uno dei pochi a farlo, una marcatissima satira finale (epilogo un po' movente di M. Bison nell'ultimo Street Fighter, tra l'altro). Molto bello anche se, a mio avviso, migliorerebbe allungandogli la distanza. Come per Burzi, si tratta di due autori della scuderia Edikit. Sull'argomento, la Edikit ha pubblicato di recente un romanzo fiume intitolato Gli Ultimi Campioni di Giovanni Cozza che, ovviamente, ho già nella mia biblioteca.

Un quarto racconto che ho trovato eccellente è l'horror lovecraftiano Shadowplay dell'illustratrice Roberta Guardascione (altra collaboratrice Edikit nonché illustratrice dell'intero volume) che riesce a coinvolgere e a inquietare, plasmando forse la storia più paurosa dell'antologia. Evoca un po' certe atmosfere alla I Vendicatori di Stephen King (la parte ambientata nella miniera), rimanda a Lovecraft e a un racconto di Luigi Musolino vincitore del Premio Hypnos (Nere Colline del Supplizio) con degli scavi che portano alla luce un'antica necropoli da cui si libera una divinità pagana che riduce alle tenebre la cittadina. Finale apocalittico e presenza di un artista performativa alla caccia di un numero artistico senza precedenti. Notevole.

Sceglie la via del western trascendente Andrea K. Lanza con New Eden, una storia tragica (si parla di abusi subiti da una giovane ragazza che poi diviene donna) che riprende i nomi dei protagonisti de I Quattro dell'Apocalisse, ma prende una via tutta sua, tra sacro e profano, per miscelare Lucio Fulci a Jodorowski e plasmare un racconto autoriale abbastanza onirico, culminante in un'aldilà lanzaniano dove il paradiso deflagra in un inferno di disperazione. Molto particolare.

Un altro racconto diverso dagli altri è Sangue di Miele di Ettone, al secolo Fabio Cecconello, ideale sequel sia del film Opera di Dario Argento sia de Il Miele del Diavolo di Fulci. L'autore parte dal fatto che le attrici chiamate a interpretare le protagoniste dei due film erano le sorelle Marsillach per fare metacinema, immaginando che anche i due distinti personaggi fossero sorelle. La matrice argentiana, sia per trama che per stile visionario/cinematografico, prevale su quella di Fulci. Il racconto infatti segue lo schema di Opera riproponendone il soggetto e persino un omicidio. Buono lo stile narrativo.

Ricorda vagamente Luca il Contrabbandiere l'inizio di Oltreconfine dello svizzero Davide Staffiero, un'altra eccelsa prova stilistica che passa da un genere all'altro chiudendo con un tributo a Paura nella Città dei Morti Viventi. Il racconto non va oltre l'intrattenimento, ma funziona ed è perfettamente calibrato al tenore del progetto. Grande penna, autore di diversi volumi per Edikit come l'antologia Pruriti e il romanzo complottista Loggia K. Acquisterò suoi volumi.

Punta all'onirismo metacinematografico l'esperto Mario Gazzola con Note in Nero, un thriller dove il musicista Keith Emerson diviene vittima del sadismo di Lucio Fulci che lo rende protagonista inconsapevole del suo film. Una sorta di scherzi a parte in salsa thrilling. Di spessore il prologo (forse il più bello del volume) in cui viene tributato Una Lucertola con la Pelle di Donna. Delirante al punto giusto, con dialoghi sul cinema fulciano e un omaggio a quella che sarebbe dovuta essere la trilogia della musica avviata da Murderock. Non manca poi tutto un discorso sulla musica quale chiave d'accesso ai mondi ulteriori.

Bello anche il kinghiano L'Elefantessa dell'americano Morgan Wiederhorn, che omaggia più Carrie che Aenigma. Una ragazza obesa è vittima degli scherzi dei compagni di scuola e, più in particolare, dell'amica super figa. Apparentemente innocua, la giovane è in realtà una strega capace di vendicarsi e di tramutarsi in una bella ragazza. Buono lo sviluppo, mi convince meno l'epilogo metaforico con autocannibalismo.

Verte sulla comicità L'Eredità Nicosia dell'esperto Corrado Artale che propone il sequel de Il Cav. Costante Nicosia Demoniaco ovvero: Dracula in Brianza e, al tempo stesso, col sottotitolo “Nastro Rosso in Brianza”, parodizza Rosemary's Baby (qui il bimbo che nasce è clamorosamente umano), riscrivendo le caratteristiche dei vampiri e proponendo la storia di un padre che cerca di spingere il figlio a dargli un nipote copulando con un psicologa sadica che sa come tenere a bada l'indole aggressiva di un vampiro. Black comedy. 

Tra i racconti particolari c'è anche il mio Il Mare delle Tenebre, forse un po' didascalico nei dialoghi, che parte dall'epilogo de L'Aldilà per cercare di trovare “nel mare delle tenebre” uno spiraglio di luce che possa consentire di non vivere nel terrore e di trovare in questa vita la chiave per scongiurare quello che definiremmo l'inferno. Filosofia da intrattenimento e qualche piccolo omaggio a Hellraiser.

Elegante omaggio a Murderock Uccide a Passo di Danza per Luigi Pellini e Imago 1973. Insieme a Lanza, si tratta di un racconto più intellettuale rispetto agli altri, con qualche vago omaggio a La Casa di Dio dello stesso Lanza. Ci troviamo in una scuola di danza di ambientazione futuristica. A suggerirlo è l'intelaiatura distopica che propone una sfida tra una serie di candidate ignare del fatto che la vincente non troverà la gloria nel mondo dello spettacolo, ma rimpiangerà i tempi in cui veniva giudicata una buona a nulla. Dialoghi studiati, flashback e tratto poetico.

Tra i tanti racconti horror ho trovato assai inquietante La Chiesa dalle Orbite Vuote di Alessandro Schumperlin che si concentra sulle torture sull'occhio, tipiche della cinematografia di Fulci, ma anche sul restauro di un dipinto maledetto e di un'ambientazione un po' alla La Casa dalle Finestre che Ridono. Inquietante.

Mi è infine piaciuto particolarmente il western, abbastanza classico, I Quattro della Redenzione di Andreina Grieco, che tratta il genere con una sensibilità maschile da esperta di storie pulp. Personaggi ben definiti (simpatico il baro che lancia carte da gioco, così come la ballerina del saloon con il vizio della piromania), omaggi a I Quattro dell'Apocalisse caratterizzati dallo scorticamento del personaggio interpretato da Robledo e dall'inizio in cella, sparatorie e continui tradimenti provocati dalla bramosia di mettere le mani sul bottino di dollari rubati da un noto bandito chiamato “Il Contabile” (è un po' il plot de Per Qualche Dollaro in Più). Non può non piacere ai fan degli spaghetti western.

Concludo il primo gruppo di quindici racconti con il perverso Una Bionda Rosso Sangue di Sara Ronco, un mix tra horror stregonesco e atmosfere thrilling non troppo fulciane (a parte forse a qualche vago rimando a Non si Sevizia un Paperino e alla Barbara Bouchet corruttrice di ragazzini). A ogni modo, il racconto funziona più come fiaba nera che come giallo all'italiana con serial killer in azione. Il sottotesto di critica ai preconcetti (non sempre il brutto è sinonimo di malvagità) e il tentativo di ipotizzare una collaborazione tra sacro e profano finalizzata ad arginare il male apportano punti nel carniere. Incisivo e cattivissimo l'epilogo (la cosa migliore del racconto).

E dietro questi racconti, ci sono storie meno riuscite? Ni. Persistiamo a trovare racconti funzionali alla causa, talvolta buoni, talaltra un filino ridondanti se letti nel complesso dell'antologia. Tra gli elaborati più riusciti vi è sicuramente L'Incontro di Alberto Groppelli, a cui Lanza concede giustamente l'onore e il privilegio di aprire l'antologia. Groppelli propone una seduta/tortura psicanalitica che porta a galla il sadismo di Lucio Fulci, vittima e protagonista della vicenda, in una sorta di ribaltamento de Un Gatto nel Cervello.

Particolare il tarantiniano (per i dialoghi sullo stile de Le Iene, quando Steve Buscemi parla delle mance) Le Fottute Zombi 3 di Lia Bachman che, su idea dello stesso Lanza, immagina una realtà parallela alla nostra dove, nelle Filippine, le attricette di Zombi 3 finiscono col trasformarsi effettivamente in zombi dopo aver assunto, per sbaglio, una medicina di Fulci fornitagli da un santone voodoo per farlo ingiovanire e perdere peso. Delirante e in vena di omaggi allo stesso Lanza e al suo Il Fottuto Quarto Reich.

Mattanza splatter nel divertente Lo Squartatore di Prenestino che, più che omaggiare Fulci, tributa Demoni di Lamberto Bava. Ben strutturato in capitoli, propone la vendetta di due filmaker stanchi di essere respinti in tutti i concorsi che li hanno visti partecipare. Travestiti da Freudstein (il mad doctor de Quella Villa Accanto al Cimitero) e da Paperino, i due registi mancati decidono di compiere un mattanza la notte di Halloween, mentre è in corso la proiezione di Zombi 2 al Fulci Horror Festival. Sangue a go go. Finale beffardo e presenza di personaggi con i nomi storpiati legati alla cinematografia horror italiana, tra cui lo stesso Lanza. Simpatico il finale.

Va sul remake di Beatrice Cenci, Cesare Buttaboni col suo Il Rogo di Beatrice Cenci. Storia non troppo interessante per ¾ (ripropone le vincende del film), ma chiusa piuttosto bene. Nota dolens una serie di espressioni (tipo “l'odore della paura”) e una costruzione di frasi tipiche dell'intelligenza artificiale (soprattutto la struttura tripartita tipo “Per la prima volta da mesi, pregò davvero. Non per la salvezza. Per la fine” oppure la negazione seguita dall'affermazione tipo “non era quello, ma era questo”). Il soggetto gira fluido ma senza grandi guizzi. L'epilogo pessimista che immagina la prosecuzione delle violenze anche nell'aldilà gli conferisce qualche punticino. Resta comunque un racconto tutt'altro che genuino, lo definirei confezionato senza cuore e senza anima. Sarà sicuramente il preferito tra i lettori del fan club Buttaccioni (inutile dire che non è una corsa di somari, questa, come direbbe qualcuno che riceve riconoscimenti al Premio Italia).

Chi invece il cuore ce l'ha è il protagonista di Tutte le Cose di Mark, firmato da Silvia Robutti. Meno intonato rispetto ad altri alla tematica fulciana, soffre un plot piuttosto abusato (si veda anche il recente film Blood Star), ma ha il merito di chiudersi in salsa black humor. Un infermiere che ha perso tutto si imbatte, suo malgrado, in una coppia di serial killer che espongono nella loro casetta i trofei delle vittime. Avete mai pensato a che valore potrebbero avere le protesi e gli innesti medici?

Ideale sequel del racconto di Buttaboni è La Madonna dei Cenci di Samuele Berselli, che confeziona un racconto di ben altro livello rispetto al compitino del collega. Qui il tentativo di parricidio ordito da Beatrice Cenci non è andato a buon fine, delineando quindi una riscrittura alternativa della vicenda. L'aldilà riserva alla giovane la possibilità di vendicarsi e così, in forma ectoplasmatica, Beatrice ucciderà, uno per volta, tutti coloro che hanno arginato il suo piano. Epilogo con omaggio, non so quanto volontario, alla morte del prete de Il Presagio. Tarantino apprezzerebbe.

Inquietante e ricco di tensione Terror di Ivo Gazzarrini (sceneggiatore di Ivan Zuccon e scrittore Edikit) che omaggia l'anti-finale de L'Aldilà, con l'idea della casa maledetta infestata da oscure presenze e dei due protagonisti attorniati da spettri che sussurrano i loro nomi. Stilistico.

24 Mila Baci di Luca Sorsoli è un mix di omaggi, da Il Mostro di Firenze, passando per Hellraiser (che trovo preponderante) e L'Aldilà. Lo stile è buono, il gore marcato. L'omaggio a Celentano e alla canzone scritta da Fulci sono giusto un omaggio (nel caso del Mostro si trattava de La Tramontana di Antoine, ma senza St. John), il racconto è un horror duro. Non originale, ma ben gestito.

Sfocia ne L'Aldilà anche Il Silenzio delle Porte di Vincenzo Pandolfi che immagina una serata in una sorta di pub in cui uno scrittore presenta l'ultima sceneggiatura destinata a Fulci mai realizzata e da lui stesso riadattata per confezionare il sequel de Le Porte del Silenzio. Il palesarsi del reale sceneggiatore – in verità la morte stessa (così la mia interpretazione) – determina un contrasto alquanto violento tra lo scrittore e lo stesso che culmina in un passaggio dimensionale che non potrà altro che essere l'accesso ne “il mare delle tenebre”. Interessante.

Piuttosto simili sono i contributi di Samuele Fabbrizzi e Ivan Scarabocchio, che vanno sul body horror immaginando violazioni di domicilio a danni di soggetti tutt'altro che raccomandabili. In Due Rane nel Cervello di Samuele Fabbrizzi una social challenger porta due ragazzini a penetrare nell'abitazione di due giovani sposini che hanno perso da poco il loro figlio. Delirio necrofilo e voodoo. La Casa della Vecchia Madjorie di Ivan Scarabocchio è un horror che osa un po' meno e guarda a Quella Villa accanto al Cimitero, seguendo un plot simile a quello di Fabbrizzi: una prova di coraggio (entrare nella casa della donna più stramba del paese) si trasforma in un orrore sotterraneo da cui non è ammesso ritorno. Ho notato qualche vago rimando a Phenomena.

Necrofilia alla Stevenson (penso a Il Ladro dei Cadaveri) per Il Convivio di Valerio De Santis, che plasma una storia dall'ottima atmosfera in cui l'incertezza di quello che potrebbe succedere serpeggia per tutto il testo salvo poi palesarsi all'ultima riga nell'atteso finale. Funziona più per atmosfera che per trama.

Ancora cimiteri protagonisti in Good Morning, Darling di Ilaria Oliviero, una prova stilistica che occhieggia alla scena delle sepoltura prematura di Paura nella Città dei Morti Viventi, proponendo la fuoriuscita di uno zombi cosciente del suo stato e affamato.

Ghost story che ribalta le impressioni iniziali La Tara della Famiglia Barrett di Andrea Torniamenti, dove i rimandi a Fulci sono marginali.

La scena del prete impiccato e dei morti viventi che ritornano dall'inferno viene proposta anche ne La Collina – Sguardi di Sangue dall'Aldilà della debuttante Evarg Nori che fornisce valida prova, orientata decisamente in salsa splatter.
 
CONCLUSIONI.
Se siete fan di Fulci e del cinema di genere italiano, soprattutto l'horror (anche se qua trovate eccellenti esempi di sci-fi alla Sheckley o alla Bachman/King, un solido action western, un eccellente sword & sorcery al femminile, esperimenti di meta-cinema e altro), non lasciatevi scappare questa antologia che ha tutti i crismi per sopravvivere nel tempo e diventare cimelio da collezione. Compratela, non ne resterete delusi.

giovedì 8 ottobre 2026

Recensione Narrativa: CTHULHU SAVOIA - Racconti di Fantarcheologia Lovecraftiana. A cura di Strani Aeoni.


Autore: AA.VV. a cura di Strani Aeoni.
Anno: 2026.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Colomo' Editore.
Pagine: 142.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Cthulhu Savoia, del prolifico gruppo Strani Aeoni, è il classico libro che un appassionato della narrativa weird va cercando. A differenza di progetti "aristocratici" o sperimentalisti, Cthulhu Savoia offre esattamente ciò che va promettendo: divertimento, rispetto dei classici, coinvolgimento e sense of wonder. L'antologia è composta da cinque racconti, tre dei quali uniti dal periodo storico (anni 'venti del secolo scorso) e dal medesimo protagonista: l'escursionista italiano Giuseppe Tucci (specializzato nel Tibet e ribattezzato col nome di Giuseppe Tocci). I Miti di Cthulhu vengono rimodulati in un'ottica tutta italiana, con l'aggiunta del periodo fascista a connaturare ulteriormente i soggetti. Mauro Palazzi e Davide Russo ci portano sull'Altopiano di Leng (Tibet), mentre l'esperto Claudio Foti affronta la tematica nel cuore di Torino, sotto il Palazzo Reale sabaudo, dove strani patti con divinità ctonie veicolano la sorte dell'Italia e dei Savoia.

Si trata di tre racconti riuscitissimi, al netto di qualche refuso (presenti soprattutto nei racconti di Mauro Palazzi e di Davide Russo), che rendono l'antologia tra le più memorabili nel panorama italiano di derivazione lovecraftiana.

Mauro Palazzi apre l'antologia con Spedizione sul Leng, un mix tra Stanley G. Weinbaum (penso a Parasite Planet) e Der Violette Tod (“La Morte Viola”) di Gustav Meyrink. Azione, sense of wonder, mostri, templi perduti, scenari montani mozzafiato, sparatorie, pseudobiblia e addirittura una finzione metaletteraria che fa apparire il racconto come un testo recuperato in una biblioteca e uscito negli anni venti a firma Mao Palaj per l'inesistente casa editrice Il Faro di Imperia Edizioni. Palazzi immagina una missione suicida che vede Tocci guidare un plotone di militari selezionati (la “Legio Ur”) verso un altopiano off limits, dove nessuno mette più piede e su cui circolano spaventose leggende. L'ispirazione, non so quanto volontariamente, arriva dal sopracitato racconto di Meyrink, anch'esso caratterizzato dalla presenza di un escursionista in missione nelle valli himalayane, con l'obiettivo di scoprire se era davvero esistente un misterioso popolo dotato di poteri occulti (nel racconto di Palazzi, Mussolini cerca accordi con entità superiori). Le condizioni proibitive del viaggio rendono fascinoso il racconto, che pesca ancora da Meyrink, ma anche da Weinabaum, con una lunga marcia che sfocerà nello scontro con esseri alieni e con uno strano personaggio (probabilmente un Grande Antico) in grado di muoversi in giro per il mondo sotto mentite spoglie. Notevole la parte sotterranea all'interno di una sorta di anfiteatro alieno.

È addirittura superiore per qualità Il Kukri Nero del Leng di Davide Russo, che si inserisce nel medesimo solco di Palazzi, ma lo fa da un versante investigativo, con un binario alternato cadenzato dall'inseguimento condotto da un ispettore della polizia italiana (convinto di dare la caccia a un ladro) e dalla fuga di uno studente universitario posseduto dallo spirito del Kukri oggetto della sua tesi di laurea. Cala l'azione, ma non il fascino. Più trascendentale e onirico rispetto al racconto di Palazzi, conferma l'ambientazione sull'altopiano di Leng (nella fattispecie confinato al di là della realtà). Qua l'ispirazione sembra arrivare da racconti come The Old Man of Visions (“Il Vecchio delle Visioni”) di Algernon Blackwood. Russo non si concentra troppo sul viaggio, pur dettagliando usi e consuetudini dell'india di inizio novecento. Il suo è un racconto ascetico, che porta il protagonista a imbattersi in un millenario decrepito capace di vedere il mondo che si trova oltre il proverbiale velo, così da mostrare ciò che si cela oltre l'apparenza. Come per il racconto di Blackwood, si è alle prese con “un abitante di mondi più elevati”, che rivela al protagonista la battaglia in corso sulla soglia tra il nostro mondo e quello dei grandi antichi ostacolati dalla magia degli iniziati. Dominano la magia e il viaggio astrale.

Più convenzionale (e probabilmente minore) è il testo di Claudio Foti, Il Diario Perduto di Giuseppe Tocci, che ipotizza la sussistenza di un patto diabolico tra i Savoia e Cthulhu, così da fare di Torino la futura R'lyeh e dell'Italia una nazione maledetta dall'ignominia. Spetterà Tocci scongiurare l'ascesa di Cthulhu e salvare l'Italia.

Accanto a questi tre ottimi racconti, il curatore Paolo Sista, aggiunge la perla Gli Eredi della Scimmia Bianca di Flavio Deri, vero e proprio sequel di Arthur Jermyn (“La Verità sul Defunto Arthur Jermin e la sua Famiglia”) di H.P. Lovecraft. Ambientato nella giungla congolese, il racconto si sviluppa nei sotterranei di un'antica civiltà ai primordi della razza umana e propone il tema dell'ibridazione interrazziale. Si tratta di un testo che avrebbe fatto la sua bella figura su weird tales. Deri è in forma come non mai (è il suo migliore racconto, tra quelli che ho letto). Narra in modo elegante, ma non altezzoso, stilla la tensione e lo fa da perfetto allievo di Lovecraft (che avrebbe apprezzato). Il racconto è addirittura superiore a quello del Maestro e si chiude in un crescendo che sfocia nell'orrore. Grosso racconto davvero, incastonato in un lotto molto qualitativo.

Il quinto e ultimo racconto, L'Alfier Nero di Arrigo Boito, è un ripescaggio dal periodo della scapigliatura, che propone una partita a scacchi tra un giocatore professionista americano e un ereditiero africano. Un incontro-scontro che si carica di messaggi metaforici anti-razzisti e anti-colonialisti.

Fotografie, disegni e comparto saggistico completano il volume, così da farne un agevole libro che mi sento di consigliare a tutti gli estimatori della narrativa lovecraftiana. Sebbene non perfetto sul versante editing, è superiore a diversi volumi Dagon Press e, penso di poter dire, merita di essere annoverato tra i migliori progetti italiani sull'argomento. Bravi davvero a tutti i partecipanti. Apprezzerà anche De Turris.

 

"Hai capito ora che razza di battaglia per la salvezza di tutti gli esseri senzienti sta combattendo questo tempio?"