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mercoledì 21 ottobre 2026

Recensione Cinema: STREET FIGHTER (2026) di Kitao Sakurai.

Produzione: Mary Parent (2026).
Soggetto: Capcom.
Sceneggiatura: Dalan Musson.
Regia: Kitao Sakurai.  
Montaggio: Luke Lynch. 
Fotografia: Ken Seng. 
Interpreti Principali: Andrew Koji, Noah Centineo, Callina Liang, David Dastmalchian, Cody Rhodes, Roman Reigns, Eric Andrè, Alexander Volkanovski...
Durata: 120 min.
 

Commento Matteo Mancini.
 
INTRODUZIONE.
Negli anni ottanta (e buona parte degli anni novanta) vi erano luoghi dove un ragazzino si sentiva nel paese delle meraviglie. Erano tempi diversi da quelli odierni. Non c'erano cellulari, televisioni con cento canali, non c'erano social network e non c'era youtube. Eppure erano tempi in cui era più facile sognare e in cui era possibile divertirsi semplicemente uscendo di casa, tra un pallone da calciare in un aia polverosa, una bicicletta che diventava una monoposto di formula 1 con cui sfidare gli amici, ritrovi più o meno privati in cui simulare una partita di calcio prendendo a ditate delle sagome di giocatori o immaginando battaglie militari su scala mondiale da condurre a colpi di dadi o magari fingendo di essere i gestori di un albergo di alto lusso attraverso il quale spillare le casse di chi aveva la sventura di fermarvisi in un'evoluzione del gioco dell'oca. E poi c'era il non plus ultra del divertimento: le sale giochi, piene zeppe di videogame di ogni genere: azione, fantasy, sport, wrestling, picchiaduro a scorrimento, inseguimenti stradali, battaglie aeree, battaglie terrestri, biliardi, strip poker, avventura... insomma, era impossibile non trovare la dimensione in cui evadere dalla realtà quotidiana per entrate in mondi immaginari che offrivano grafiche e velocità di gioco inarrivabili per le consolle dell'epoca (Atari, Sega Master System, Sega Mega Drive, Nintendo, Commodore e Amiga). I cabinati, così venivano chiamate le postazioni dove era possibile giocare (accomodandosi persino su sedili muniti di volante, pedaliera e cambio), erano vere e proprie attrazioni a basso costo per ragazzini e adolescenti non troppo maturi che si accalcavano come api sul miele, sia per fulminare la mancietta settimanale (dapprima 200 lire a partita, poi 400 e infine 500) sia per vedere gli altri giocare e apprendere mosse segrete o soluzioni innovative. Nel 1992, con Street Fighter II e Mortal Kombat, rispettivamente del 1991 e del 1992, arrivò una vera e propria rivoluzione nei videogiochi. Cartoonesco il primo, tridimensionale e più realistico il secondo. Calamitarono l'interesse dei ragazzini, proponendo sfide brutali uno contro uno alla meglio dei tre round. Colpi proibiti, mosse segrete e sangue a fiumi (soprattutto in Mortal Kombat) rappresentavano una nuova forma di videogioco che suscitò anche quale protesta sollevata dalle associazioni dei genitori. Niente più lo scorrimento (comunque rappresentato da capolavori assoluti quali Final Fight, Vendetta, Cadillac 'N Dinosaurs e Streets of Rage), ma un torneo in cui scegliere il proprio eroe (su otto proposti) e progredire di sfida in sfida (contro gli altri sette) verso il livello successivo dove attendevano i quattro combattenti non selezionabili dal giocatore (lo diventeranno con Street Fighter II ½). Un format dunque ispirato dal cinema, dai film di Van Damme che in quegli anni imperversava con pellicole quali Kickboxer (1989) e Lionheart (1990), che ispirerà a sua volta altri videogame come, a esempio, Tekken (1994). Il successo fu subito immediato. Street Fighter II in particolare dilagò nelle sale giochi, nei bar (non ce n'era uno che non avesse almeno un cabinato) e soprattutto negli stabilimenti balneari. Furono realizzate versioni per consolle e computer che vennero rese disponibili per tutte le principali case. Ricordo che avevo Mortal Kombat sul Gamegear della Sega, mentre un mio amico aveva Street Fighter II su Super Nintendo. Hollywood fu subito interessata al successo, sebbene veicolato da un contenitore forse troppo fantasy per funzionare davvero sul grande schermo. Pur se preceduti dall'insuccesso di Super Mario Bros (1993), in appena due anni uscirono Street Fighter (1994) e Mortal Kombat (1995), diretti da due registi promettenti quali Steven E. De Souza (che arrivava dall'aver scritto i copioni di action cult quali 48 Ore, Commando e soprattutto Die Hard e relativo seguito) e il non ancora trentenne Paul W. Anderson che, di lì a poco, avrebbe girato interessanti B-Movie quali Punto di non Ritorno, Resident Evil, Alien vs Predator e Deathrace. Per la produzione di Street Fighter si arrivò a ingaggiare il migliore attore che si potesse prendere per un film del genere: Jean Claude Van Damme. Le buone intenzioni di De Souza si scontrarono tuttavia in una lunga serie di vicissitudini contrarie che culminarono col tumore che avrebbe portato alla morte di Raul Julia (scelto per il villain) e i deliri cocainomani di Van Damme (nel ruolo di protagonista). Nonostante tutto i due film si comportarono bene al botteghino, incassando circa 100 milioni di dollari a testa a fronte dei 30 e dei 18 milioni di dollari investiti. Un successo non più replicato nè dai sequel né dai reboot. La percezione che ebbe il pubblico, infatti, fu deludente, tanto che il sequel di Mortal Kombat si rivelò un mezzo fiasco incassando meno della metà del primo capitolo e poco più del budget impiegato. L'aura di culto però, come spesso avviene, non ha tardato a manifestarsi, alimentata dai manga e dal continuo evolversi dei videogiochi da consolle. Così, a distanza di trent'anni, è iniziata l'era dei reboot. Nel 2021 è stato realizzato il nuovo Mortal Kombat, seguito proprio quest'anno dal sequel (con incassi inferiori rispetto alla pellicola di Anderson), mentre in questi giorni è uscito l'atteso reboot di Street Fighter che andiamo ora ad analizzare.

RECENSIONE DEL FILM

Sono passati oltre trent'anni dai magici anni novanta. Le sale giochi e i cabinati sono morti da decenni. La magia di quegli anni è evaporata, vuoi per il trascorrere degli anni, vuoi per i crescenti impegni della vita comune, quali il lavoro, le bollette da pagare o la famiglia da accudire. Eppure, in un angolo del cervello o dell'anima (come mi piacerebbe più ipotizzare), certe scintille sono difficili da spegnersi e ciò che un tempo regalava emozioni e divertimenti è sempre pronto a rivivere, stoccato come una riserva a cui attingere nei momenti più tristi della vita. Ecco allora prendere piede le operazioni nostalgia, magari affidate proprio a chi ha vissuto una certa epoca. Dopo Masters of the Universe (qua la mia recensione https://giurista81.blogspot.com/2026/06/recensioni-cinema-masters-of-universe.html), arriva un altro prodotto atteso da chi è nato negli anni '80 ma che, probabilmente, nulla dirà alle nuove generazioni per l'incapacità di adeguare il prodotto ai tempi moderni. Il punto di forza di queste operazioni, infatti, non risiede nello script o in una regia particolarmente ispirata, ma nella capacità di risvegliare memorie assopite, così da fare rivivere periodi lontani e con loro tutta una serie di ricordi correlati. È in questa ottica, seppure limitante, che deve essere assorbito un film come il nuovo Street Fighter. Da un punto di vista tecnico, è inutile girarci intorno, è più di una mezza delusione, sebbene i tentativi di farne un film di successo siano percepibili, come si evince dal finale aperto proiettato verso un eventuale sequel (il film non ha un vero epilogo). Non mancano i meriti. In prima battuta viene ripresa l'atmosfera del videogame, con tutti i personaggi di Street Fighter II, le loro mosse speciali, le musiche del videogame e le parole urlate dai combattenti nel mettere in atto i loro colpi secreti. Fin qui tutto bene, grazie anche all'ottima caratterizzazione guascona di Ken Masters (l'attore Noah Centineo ruba la scena a tutti dando una buona impressione sia fisica che recitativa), contrapposto a un medidativo e all'apparenza più equilibrato Ryu (abbastanza scialbo Andrew Koji), e a una Chun Li in versione bomba sexy (brava l'attrice Callina Liang, artefice di duro allenamento per sviluppare certe caratteristiche fisiche), a cui vengono esaltate le cosce (persino nelle battute dei personaggi) proprio come avveniva tra i commentatori/giocatori del videogioco. Funzionano anche il Dhalsim interpretato dall'ottimo Vidyut Jammwal, in vena di movimenti da contorsionista (è mancata la mossa segreta dello sputa fuoco), e la continua ironia che imperversa per tutto il corso del film e che contamina tutti i personaggi (forse in questo si è esagerato, perché tale soluzione tende ad appiattire i personaggi su un medeismo schema comportamentale). La nota dolens è la totale mancanza di idee in scrittura. Dalan Musson, lo sceneggiatore (Captain America: Brave New World), scopiazza l'impostazione del primo Mortal Kombat e appiccica un lungo flashback tarantiniano (si veda Kill Bill) in animazione (toni alla Kenshiro), diluito per tutto il corso del film, sulla preparazione comune avuta da Ryu (caratterizzazione dark e quasi monastica) e Ken nonché sullo scontro che ha portato alla morte del loro Maestro per mano del fratello di quest'ultimo divenuto demone (cliché che più rivisto non si può). Un altro leitmotiv è l'incapacità di Ken, a differenza di Ryu, di “sbloccare” l'hadoken (la palla di fuoco), motivo che ha portato alla depressione l'atleta americano (vera e propria altra faccia della medaglia di Ryu). Dunque action alla Kickboxer o alla Lionheart, con l'abusato tema del torneo tra gli otto migliori del mondo che si sfidano per la corona (con la presenza di un tale Joe, versione Ric Flair, che non si è capito chi sia), e fantasy alla Mortal Kombat (interferenza di demoni e presenza di un villain organizzatore del torneo che ricerca finalità egoistiche anziché lo spettacolo) si intrecciano in un polpettone che parte bene ma fatica a decollare, peraltro appiattendosi in sviluppi narrativi ripetitivi (il rapimento dell'eroe, la "vampirizzazione" dell'energia vitale, il confronto interminabile tra Ryu e Ken) banalizzati da rapporti interpersonali fanciulleschi e dalla totale mancanza di profondità psicologica dei personaggi. Emblematico il ruolo del presentatore del torneo, interpretato dal simpatico Eric André, che pare uscito da Scemo e più Scemo. 
Kitao Sakurai (arriva dalle serie Tv) alla regia ce la mette tutta. Prova a cadenzare le sequenze, chiede e ottiene un montaggio vivace, ma non può fare miracoli. Fotografia e scenografie tengono il gioco, mancano invece le idee in scrittura ed è questo il problema principale del film, che prova a mascherare i deficit con larghe dosi di ironia e comicità talvolta esasperata. Mr Bison è freddo e inespressivo (anonima prova di David Dastmalchian completamente annichilito dal predecessore Raul Julia), fissato con l'idea di rubare l'energia a tutti i migliori combattenti del globo per sprigionarla in colpi devastanti (altro movente banale). Blanka sembra un orsacchiottone dolce che cerca la mamma e che muta opinione sul suo padrone non appena gli viene suggerito che Mr Bison è un bugiardo. Vega, Zangiff, Honda e Balrog si limitano a ruoli da comparse, del tutto privi di un cenno di caratterizzazione (mentre si propone per dozzine di minuti i flashback del Maestro di Ken e Ryu). Guile (protagonista del film di De Souza) e Dhalsim sono appena abbozzati e pare di capire che stessero conducendo un'indagine su Mr Bison in ricordo delle missioni di pace che li avevano visti collaborare anni prima. Sagat addirittura è limitato al prologo in versione animata. Limitatissimo il sangue, sebbene i fighter si pestino all'inverosimile, con rallenty sui volti attinti dai pugni come avveniva nella saga Rocky. I combattimenti non vengono esaltati come nei film di Van Damme, ma appaiono freddi ed emotivamente appiattiti. Non si cerca l'epica né l'adrenalina tanto che, pur essendo ricco di azione, il film tende ad annoiare. Alla fine ne viene fuori un cartone animato che niente aggiunge e nulla lascia, se non una punta di malinconia suscitata dal richiamo alle musiche (belle), alle mosse (ben messe in scena) e ad alcune scenografie esaltate dai movimenti di macchina di Sakurai (si veda la carrellata in alto sul palazzo di Bison che omaggia la sigla iniziale del gioco). Se non si è stati giocatori del videogame negli anni '90, è un film che non può essere apprezzato. Se invece siete stati giocatori, probabilmente, qualche corda emotiva Street Fighter potrebbe smuoverla, ma non a sufficienza per farvi amare il film. Occasione persa.
 

 
 

sabato 17 ottobre 2026

Recensione Saggi: GLI OSCURI SEGRETI DI ALEISTER CROWLEY di William Seabrook.

 
Autore: William Seabrook.
Titolo Originale: Astounding Secrets of the Devil Worshippers' Mystic Love Cult.
Anno: 1923.
Genere:  Saggio Biografico.
Editore: Edizioni Arcoiris - Biblioteca di Lovecraft (2024).
Pagine: 256.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
Continua il lavoro di recupero di Aleister Crowley operato dagli amici fiorentini della Biblioteca di Lovecraft. Dopo le raccolte di racconti I Racconti della Bestia, Le Indagini di Simon Iff e I Ramoscelli d'Oro arriva il primo saggio incentrato sulla controversa figura del mago inglese. Genio o folle? Ciarlatano o Mago? Filantropo o Misantropo? Chi era davvero Aleister Crowley? Ce lo prova a dire, con una serie di dodici articoli apparsi su The Indianapolis Star tra l'1 aprile e il 17 giugno del 1923 e raccolti nel 2022 dall'editore Snuggly Books col titolo Astounding Secrets of the Devil Worshippers' Mystic Love Cult, il giornalista e scrittore suo conoscente diretto William Seabrook, famoso soprattutto per il saggio The Magic Island (di prossima uscita per la collana La Biblioteca di Lovecraft). Ne esce fuori un volumetto atipico per la collana La Biblioteca di Lovecraft, qua ancora edita da Edizioni Arcoiris, ascrivibile alla categoria dei saggi biografici. Il libro viene articolato in tre parti, di cui la seconda più sostanziosa. Si inizia con una retrospettiva, curata da Gabriele Scalessa, sulla vita e sulla produzione letteraria di Aleister Crowley. L'introduzione, abbastanza lunga, non è accattivante quanto la parte portante del volume ovvero i dodici articoli di Seabrook. Tende infatti ad assumere una piega saggistica, sorvolando su molti aspetti della filosofia crowleyana. Di ben altra presa il lavoro di Seabrook, succo del volume. Lo scrittore americano non prende la via del saggio accademico, ma racconta con dovizia di particolari molti episodi della vita comune che lo hanno visto testimone oculare delle vicende legate a Crowley. Rituali magici, partite a scacchi, mostre pittoriche, passeggiate per le vie di New York, fustigazione di donne accondiscendenti e raccoglimenti meditativi di oltre un mese in riva a un lago. In questo e altro fu coinvolto Crowley. Si tratta di eventi verificatesi nei primi anni venti, periodo in cui il mago era residente negli Stati Uniti. Ne esce fuori un profilo contraddittorio, fatto di opposti sintetizzati in un'unica quanto orignale figura. Personaggio estremo (“credeva che la suprema elevazione spirituale si potesse ottenere o per mezzo di una vita estrema o per mezzo di digiuni, mutilazioni e mortificazione della carne"), connaturato da un'altissima dose di autoironia, capace di vette monastiche come di bassezze sfrenate. Il culto delle droghe e della magia rossa contrapposti all'astensionismo dai piaceri e alla castità eremitica. Sperimentatore folle, conoscitore di psicologia, cultore di quello che oggi definiremmo "mentalismo" e, al tempo stesso, evocatore di atmosfere soprannaturali condotte seguendo rituali orientali ed egizi. Seabrook, a sua volta personalità tutt'altro che comune (racconta di aver degustato carne umana), non si sbilancia nel giudizio sul personaggio (è comunque percepibile una certe dose di stima). Sceglie la via del testimone a conoscenza dei fatti piuttosto che quella dello studioso o del calunniatore, senza nascondere perplessità e dubbi circa la reale capacità di Crowley di avere poteri magici. Da una parte elogia la filosofia dell'amico alla base del credo da lui stesso inventato (“Fai tutto ciò che vuoi sarà la tua unica legge”), dall'altra ritiene la stessa inapplicabile per l'uomo medio, ad avviso di Seabrook troppo bisognoso di una guida e incapace di autogestirsi a fronte delle continue tentazioni che Crowley si dilettava a rendere disponibili ai suoi fedelissimi (a esempio, intendeva curare la dipendenza dalle droghe, mettendo a disposizione dei suoi adepti ogni forma di droga).

La portata degli articoli è leggera, di presa commerciale e resa con un piglio narrativo lontano dai toni accademici. Il mago è ben caratterizzato e, nonostante le nefandezze di cui si rende partecipe (uccisione di un gatto, marchiatura a fuoco delle sue donne, adepti crocifissi o frustati a sangue, uso massiccio di droghe), finisce con l'apparire simpatico e burlone, addirittura capace di affascinare persone di diversa estrazione sociale, grazie all'interloquire forbito, all'aplomb britannico e alla smisurata cultura letteraria.

“Egli ritiene che ciascuno debba cercare di realizzare il proprio destino individuale sopra ogni altra cosa, scoprendo ciò che intende fare della vita, ciò che davvero vuole fare, e debba dunque conquistare la più alta guida e restarvi del tutto fedele”.

La seconda parte del volume si conclude con l'esperimento sociale condotto da Crowley per circa due anni a Cefalù, con la fondazione di una piccola comunità, da lui retta, del tutto isolata dalla società civile e cadenzata dagli insegnamenti del suo credo. Non manca lo spazio riservato agli scandali (editoriali e non) che raggiungono l'apice con la morte di un adepto di Crowley (a quanto pare per cause naturali) e con l'espulsione dello stesso dall'Italia come persona non gradita.

La terza parte del libro (abbastanza inutile), ripresa da un successivo articolo dello stesso Seabrook, è un riassunto della seconda che non aggiunge niente rispetto a quanto sia stato detto dalle precedenti pagine.

Dunque Gli Oscuri Segreti di Aleister Crowley è un simpatico e agile libricino con cui avvicinarsi allo studio dell'oscura figura del mago inglese, scandito dal piglio dell'indagine narrativa, piuttosto che con approccio accademico. Fondamentale, a tal fine, il fatto che si tratti di una raccolta di articoli pensati e usciti a puntate per i lettori di un periodico da edicole. Curatissima l'edizione, ricca di illustrazioni, ritagli di giornale dell'epoca e foto. Appetitoso il prezzo. Per chi voglia approfondire l'argomento segnalo Le Nozze Alchemiche di Aleister Crowley di Franco Pezzini per Odoya Edizioni.


L'autore William Seabrook.


“Crowley era una tale sconcertante miscela di bene e di male che non era mai prudente prevedere le sue azioni...”

domenica 11 ottobre 2026

Recensione Narrativa: VOCI DAL PROFONDO - Tributo a Lucio Fulci a cura di Andrea K. Lanza.


Autore: AA.VV. a cura di Andrea K. Lanza.
Anno: 2026.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Edikit Editore.
Pagine: 376.
Prezzo: 22.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
A trent'anni dalla morte del regista Lucio Fulci, dopo aver già pubblicato Il Fottuto Quarto Reich di Andrea K. Lanza (qua la nostra recensione: https://giurista81.blogspot.com/2026/03/recensione-narrativa-il-fottuto-quarto.html) e il saggio Beyond the Gates di Chaus Balun (qua la nostra recensione: https://giurista81.blogspot.com/2026/04/recensione-saggi-beyond-gates-di-chaus.html), la Edikit di Andrea K. Lanza completa il suo tributo con la terza uscita stagionale dedicata al Maestro romano, probabilmente la più attesa: l'antologia collettiva Voci dal Profondo. Il volume arriva a coronamento di un progetto, avviato a inizio 2026, frutto del connubio tra i racconti dei più qualitativi autori della casa editrice e una selezione (tra circa 150 proposte) di "wild card" invitate pubblicamente a proporre un proprio racconto ispirato alle atmosfere dei film di Fulci, conosciuto anche come “Il Terrorista dei Generi” o “The Godfather of Gore”. Ne è uscito fuori un volume poderoso, già andato a ruba alla sua prima uscita pubblica (si parla di 100 copie vendute a Stranimondi), unico a livello mondiale e portato in porto con una perizia tecnica tale da renderlo di valore altamente professionale, sebbene non vi siano nomi di particolare appeal pubblicitario. Pulito in editing e corredato dalle illustrazioni di Roberta Guardascione (una a racconto, più una per ognuna delle cinque sezioni in cui è articolato il volume). Il parco autori è assai conosciuto dagli appassionati e comprende organizzatori di festival internazionali (Davide Staffiero e Corrado Artale), saggisti enciclopedici di cinema e narrativa di genere (Mario Gazzola, Andrea K. Lanza e Matteo Mancini), sceneggiatori di film cult del circuito indipendente horror (Ivo Gazzarrini, Vincenzo Pandolfi, Filippo Santaniello e Morgan Wiederhorn), il vincitore della selezione racconti Master of Horror della Universal (Samuele Fabbrizzi) nonché una lunga serie di vincitrici di concorsi (tra i quali Samuele Berselli, Sara Ronco, Alessandro Schumperlin e Silvia Robutti), oltre a molti scrittori con all'attivo romanzi di genere e al recensore "genuino", capace di smuovere pletore di lettori entusiasti, Cesare Buttaboni. Dei trenta autori proposti, solo uno è alla prima esperienza narrativa, motivo per cui la lettura diviene ghiotta occasione per ampliare la propria conoscenza della "geografia" del fantastico italiano (troppo spesso limitata a un pugno di editori). Dunque, non appeal da major editoriali, ma gruppo solido di esperti e mestieranti nel genere.

Ciò che piace del libro è il suo volere essere cinematografico, privo di fronzoli o sperimentalismi letterari. Qui si respira la magia del cinema di genere e il lettore appassionato di Fulci non viene tradito da personalismi o da tentativi di mutare il contenitore di partenza. Ogni racconto omaggia il Maestro, talvolta proponendosi quale sequel di un suo film (Sangue di Miele di Ettone) talaltra come una riscrittura dagli esiti alternativi (La Madonna dei Cenci di Samuele Berselli) o ancora quale vero e proprio prequel (Ocron – Il Tempo dei Lupi di Domenico Maria Burzi) o ancora remake (Il Rogo di Beatrice Cenci di Cesare Buttaboni). Ci sono poi racconti in cui Fulci appare quale protagonista della storia, a esempio nel corso di una seduta psicanalitica dagli esiti opposti rispetto al suo Un Gatto nel Cervello (L'Incontro di Alberto Groppelli), oppure quale sadico sperimentatore che realizza film all'insaputa dei suoi stessi collaboratori (il musicista Keith Emerson), utilizzati quali attori in balia di eventi apparentemente inspiegabili (Note in Nero di Mario Gazzola) o infine presenza spettrale dietro le quinte pronto a scatenare un'epidemia zombie a danno delle attricette da quattro soldi del suo Zombi 3 (Le Fottute Zombi 3 di Lia Bachman). Più spesso però si tratta di racconti che assimilano le atmosfere o le sequenze di alcuni film del maestro (ritornante è l'immagine del prete che si impicca di Paura nella Città dei Morti Viventi o la nebbia avvolgente dell'epilogo de L'Aldilà) per plasmare soggetti originali, tra zombie, vampiri in cerca della donna con cui fare figli (l'ottimo e simpatico L'Eredità Nicosia di Corrado Artale), streghe cattive contrapposte a streghe buone (L'Elefantessa di Morgan Wiederhorn e Una Bionda Rosso Sangue di Sara Ronco), sceneggiatori autori di copioni in odore di plagio non autorizzato (Il Silenzio delle Porte di Vincenzo Pandolfi), filmaker stanchi di non essere mai selezionati nei concorsi di cinema indipendente (Lo Squaratore di Prenestino di Filippo Santaniello), adolescenti impegnati in social challenge (Due Rane nel Cervello di Samuele Fabbrizzi) o prove iniziatiche (La Casa della Vecchia Madjorie di Ivan Scarabocchio) che li portano a compiere violazioni di domicilio nelle case sbagliate e molto altro ancora, tra horror, western, fantasy, fantascienza distopica in salsa action (bellissimi i contributi di Roberto Piccinini con La Gladiatrice e di Marco Figoni con La Stramilano dell'Anno 2072), thrilling e tocchi noir. Non mancano infine racconti in cui la componente fulciana è appena accennata (il black humor di Tutte le cose di Mark di Silvia Robutt). Ce n'è davvero per tutti i gusti (manca la commedia di Franco & Ciccio, il musicarello e le commedie di inizio carriera), anche se l'ingrediente horror grandguignolesco proiettato nell'aldilà appare dominante. Su quest'ultimo versante spicca il racconto lovecraftiano di Roberta Guardascione Shadowplay (tra i più inquietanti del lotto), mentre commistionano Fulci con Clive Barker (omaggiato dal regista romano nei credits del film Voci dal Profondo) Luca Sorsoli col suo 24mila Baci e Matteo Mancini (il sottoscritto) con l'anti-lovecraftiano Il Mare delle Tenebre citato dal curatore Lanza come "l'unico avente una chiusura solare". Più fedele al maestro, ma nel medesimo solco del film L'Aldilà, il già citato racconto di Pandolfi e Terror dello sceneggiatore Ivo Gazzarrini. Chiude l'antologia il curatore Andrea K. Lanza con un omaggio a I Quattro dell'Apocalisse e al regista Jodorowski estrinsecato dal racconto New Eden. Atmosfere e scene da Paura nella Città dei Morti Viventi per Good Morning, Darling! di Ilaria Oliviero e La Collina di Evag Nori. Questo giusto per fare un sintesi, peraltro neppure esaustiva. Trenta racconti per un'antologia che sarà sicuramente un successo e che centra appieno il suo intento, evidenziando l'ottimo lavoro di selezione operato dal curatore, bravo anche a rendere omogeneo (per stile, contenuti e atmosfere) il gruppo di storie, senza cedere a personalismi, riscritture alternative e approcci finalizzati ad allontanarsi dalla matrice costituita dal cinema di genere italiano degli anni '60, '70 e '80. Se amate Fulci, non perdetevi questa perla.
 
TUTTI I RACCONTI ANALIZZATI NEL DETTAGLIO: ATTENZIONE SPOILER

Antologia imponente, ben diretta da Andrea K. Lanza che propone più della metà degli autori della propria scuderia, ovvero scrittori già pubblicati da Edikit, e potenzia il tutto pescando wild card con il format della selezione aperta a tutti. Almeno 150 racconti pervenuti per circa una dozzina di posti, per il gruppo degli ospiti. Ampio il ventaglio di generi di film rappresentati, anche se l'horror tende a essere prevalente. Notevole il risultato finale, soprattutto per la capacità del progetto di rispettare la fonte iniziale di ispirazione. Almeno metà dell'antologia è composta da racconti memorabili, con l'altra metà comunque rappresentata da storie interessanti e ben intonate all'argomento. Tra tutti brilla Ocron – Il tempo dei Lupi di Domenico Maria Burzi, scrittore e collaboratore Edikit nonché traduttore del saggio Beyond the Gates. Si tratta di un sword & sorcery estremamente violento e brutale che si pone quale ideale prologo di Conquest. L'autore modella con maestria la storia, scandisce il ritmo con piglio pulp e pennella un'atmosfera cupa e disperata superiore alla pellicola di Fulci. Una gran bella prova, molto particolare all'interno del lotto. Adoro il finale fulcianissimo, con la piccola strega divenuta donna (Sabrina Siani interpreterà il ruolo nel film di Fulci).


Piegano sulla sci-fi distopica, guardando a I Guerrieri dell'Anno 2072, La Gladiatrice e La Stramilano dell'Anno 2072. Il primo, firmato dall'eccellente Roberto Piccinini, è un action di ambientazione pseudo-romanica (in realtà siamo a Grosseto) ambientato in un'arena riservata a combattimenti tra amazzoni armate di gladio e di altre strumentazioni futuristiche. Siamo infatti nel futuro, con triceratopi concepiti dall'ingegneria genetica utilizzati come fiere da spettacolo, violenza e un'atmosfera alla Gladiatore 2. Notevole e ultra divertente, un racconto perfetto per una rivista pulp che non avrebbe affatto sfigurato sui magazine americani di inizio secolo scorso. Più debitore del King versione Richard Bachman il secondo racconto, firmato da Marco Figoni, che propone una Lunga Marcia in salsa picchiaduro, inscenata in una Milano soffocata dall'inquinamento e percorsa da bande di punkettoni dove l'intelligenza artificiale governa al posto degli uomini. Cattivissimo il finale. A differenza del precedente racconto, non vi è gloria per i vincitori. Figoni inserisce, ed è uno dei pochi a farlo, una marcatissima satira finale (epilogo un po' movente di M. Bison nell'ultimo Street Fighter, tra l'altro). Molto bello anche se, a mio avviso, migliorerebbe allungandogli la distanza. Come per Burzi, si tratta di due autori della scuderia Edikit. Sull'argomento, la Edikit ha pubblicato di recente un romanzo fiume intitolato Gli Ultimi Campioni di Giovanni Cozza che, ovviamente, ho già nella mia biblioteca.

Un quarto racconto che ho trovato eccellente è l'horror lovecraftiano Shadowplay dell'illustratrice Roberta Guardascione (altra collaboratrice Edikit nonché illustratrice dell'intero volume) che riesce a coinvolgere e a inquietare, plasmando forse la storia più paurosa dell'antologia. Evoca un po' certe atmosfere alla I Vendicatori di Stephen King (la parte ambientata nella miniera), rimanda a Lovecraft e a un racconto di Luigi Musolino vincitore del Premio Hypnos (Nere Colline del Supplizio) con degli scavi che portano alla luce un'antica necropoli da cui si libera una divinità pagana che riduce alle tenebre la cittadina. Finale apocalittico e presenza di un artista performativa alla caccia di un numero artistico senza precedenti. Notevole.

Sceglie la via del western trascendente Andrea K. Lanza con New Eden, una storia tragica (si parla di abusi subiti da una giovane ragazza che poi diviene donna) che riprende i nomi dei protagonisti de I Quattro dell'Apocalisse, ma prende una via tutta sua, tra sacro e profano, per miscelare Lucio Fulci a Jodorowski e plasmare un racconto autoriale abbastanza onirico, culminante in un'aldilà lanzaniano dove il paradiso deflagra in un inferno di disperazione. Molto particolare.

Un altro racconto diverso dagli altri è Sangue di Miele di Ettone, al secolo Fabio Cecconello, ideale sequel sia del film Opera di Dario Argento sia de Il Miele del Diavolo di Fulci. L'autore parte dal fatto che le attrici chiamate a interpretare le protagoniste dei due film erano le sorelle Marsillach per fare metacinema, immaginando che anche i due distinti personaggi fossero sorelle. La matrice argentiana, sia per trama che per stile visionario/cinematografico, prevale su quella di Fulci. Il racconto infatti segue lo schema di Opera riproponendone il soggetto e persino un omicidio. Buono lo stile narrativo.

Ricorda vagamente Luca il Contrabbandiere l'inizio di Oltreconfine dello svizzero Davide Staffiero, un'altra eccelsa prova stilistica che passa da un genere all'altro chiudendo con un tributo a Paura nella Città dei Morti Viventi. Il racconto non va oltre l'intrattenimento, ma funziona ed è perfettamente calibrato al tenore del progetto. Grande penna, autore di diversi volumi per Edikit come l'antologia Pruriti e il romanzo complottista Loggia K. Acquisterò suoi volumi.

Punta all'onirismo metacinematografico l'esperto Mario Gazzola con Note in Nero, un thriller dove il musicista Keith Emerson diviene vittima del sadismo di Lucio Fulci che lo rende protagonista inconsapevole del suo film. Una sorta di scherzi a parte in salsa thrilling. Di spessore il prologo (forse il più bello del volume) in cui viene tributato Una Lucertola con la Pelle di Donna. Delirante al punto giusto, con dialoghi sul cinema fulciano e un omaggio a quella che sarebbe dovuta essere la trilogia della musica avviata da Murderock. Non manca poi tutto un discorso sulla musica quale chiave d'accesso ai mondi ulteriori.

Bello anche il kinghiano L'Elefantessa dell'americano Morgan Wiederhorn, che omaggia più Carrie che Aenigma. Una ragazza obesa è vittima degli scherzi dei compagni di scuola e, più in particolare, dell'amica super figa. Apparentemente innocua, la giovane è in realtà una strega capace di vendicarsi e di tramutarsi in una bella ragazza. Buono lo sviluppo, mi convince meno l'epilogo metaforico con autocannibalismo.

Verte sulla comicità L'Eredità Nicosia dell'esperto Corrado Artale che propone il sequel de Il Cav. Costante Nicosia Demoniaco ovvero: Dracula in Brianza e, al tempo stesso, col sottotitolo “Nastro Rosso in Brianza”, parodizza Rosemary's Baby (qui il bimbo che nasce è clamorosamente umano), riscrivendo le caratteristiche dei vampiri e proponendo la storia di un padre che cerca di spingere il figlio a dargli un nipote copulando con un psicologa sadica che sa come tenere a bada l'indole aggressiva di un vampiro. Black comedy. 

Tra i racconti particolari c'è anche il mio Il Mare delle Tenebre, forse un po' didascalico nei dialoghi, che parte dall'epilogo de L'Aldilà per cercare di trovare “nel mare delle tenebre” uno spiraglio di luce che possa consentire di non vivere nel terrore e di trovare in questa vita la chiave per scongiurare quello che definiremmo l'inferno. Filosofia da intrattenimento e qualche piccolo omaggio a Hellraiser.

Elegante omaggio a Murderock Uccide a Passo di Danza per Luigi Pellini e Imago 1973. Insieme a Lanza, si tratta di un racconto più intellettuale rispetto agli altri, con qualche vago omaggio a La Casa di Dio dello stesso Lanza. Ci troviamo in una scuola di danza di ambientazione futuristica. A suggerirlo è l'intelaiatura distopica che propone una sfida tra una serie di candidate ignare del fatto che la vincente non troverà la gloria nel mondo dello spettacolo, ma rimpiangerà i tempi in cui veniva giudicata una buona a nulla. Dialoghi studiati, flashback e tratto poetico.

Tra i tanti racconti horror ho trovato assai inquietante La Chiesa dalle Orbite Vuote di Alessandro Schumperlin che si concentra sulle torture sull'occhio, tipiche della cinematografia di Fulci, ma anche sul restauro di un dipinto maledetto e di un'ambientazione un po' alla La Casa dalle Finestre che Ridono. Inquietante.

Mi è infine piaciuto particolarmente il western, abbastanza classico, I Quattro della Redenzione di Andreina Grieco, che tratta il genere con una sensibilità maschile da esperta di storie pulp. Personaggi ben definiti (simpatico il baro che lancia carte da gioco, così come la ballerina del saloon con il vizio della piromania), omaggi a I Quattro dell'Apocalisse caratterizzati dallo scorticamento del personaggio interpretato da Robledo e dall'inizio in cella, sparatorie e continui tradimenti provocati dalla bramosia di mettere le mani sul bottino di dollari rubati da un noto bandito chiamato “Il Contabile” (è un po' il plot de Per Qualche Dollaro in Più). Non può non piacere ai fan degli spaghetti western.

Concludo il primo gruppo di quindici racconti con il perverso Una Bionda Rosso Sangue di Sara Ronco, un mix tra horror stregonesco e atmosfere thrilling non troppo fulciane (a parte forse a qualche vago rimando a Non si Sevizia un Paperino e alla Barbara Bouchet corruttrice di ragazzini). A ogni modo, il racconto funziona più come fiaba nera che come giallo all'italiana con serial killer in azione. Il sottotesto di critica ai preconcetti (non sempre il brutto è sinonimo di malvagità) e il tentativo di ipotizzare una collaborazione tra sacro e profano finalizzata ad arginare il male apportano punti nel carniere. Incisivo e cattivissimo l'epilogo (la cosa migliore del racconto).

E dietro questi racconti, ci sono storie meno riuscite? Ni. Persistiamo a trovare racconti funzionali alla causa, talvolta buoni, talaltra un filino ridondanti se letti nel complesso dell'antologia. Tra gli elaborati più riusciti vi è sicuramente L'Incontro di Alberto Groppelli, a cui Lanza concede giustamente l'onore e il privilegio di aprire l'antologia. Groppelli propone una seduta/tortura psicanalitica che porta a galla il sadismo di Lucio Fulci, vittima e protagonista della vicenda, in una sorta di ribaltamento de Un Gatto nel Cervello.

Particolare il tarantiniano (per i dialoghi sullo stile de Le Iene, quando Steve Buscemi parla delle mance) Le Fottute Zombi 3 di Lia Bachman che, su idea dello stesso Lanza, immagina una realtà parallela alla nostra dove, nelle Filippine, le attricette di Zombi 3 finiscono col trasformarsi effettivamente in zombi dopo aver assunto, per sbaglio, una medicina di Fulci fornitagli da un santone voodoo per farlo ingiovanire e perdere peso. Delirante e in vena di omaggi allo stesso Lanza e al suo Il Fottuto Quarto Reich.

Mattanza splatter nel divertente Lo Squartatore di Prenestino che, più che omaggiare Fulci, tributa Demoni di Lamberto Bava. Ben strutturato in capitoli, propone la vendetta di due filmaker stanchi di essere respinti in tutti i concorsi che li hanno visti partecipare. Travestiti da Freudstein (il mad doctor de Quella Villa Accanto al Cimitero) e da Paperino, i due registi mancati decidono di compiere un mattanza la notte di Halloween, mentre è in corso la proiezione di Zombi 2 al Fulci Horror Festival. Sangue a go go. Finale beffardo e presenza di personaggi con i nomi storpiati legati alla cinematografia horror italiana, tra cui lo stesso Lanza. Simpatico il finale.

Va sul remake di Beatrice Cenci, Cesare Buttaboni col suo Il Rogo di Beatrice Cenci. Storia non troppo interessante per ¾ (ripropone le vincende del film), ma chiusa piuttosto bene. Nota dolens una serie di espressioni (tipo “l'odore della paura”) e una costruzione di frasi tipiche dell'intelligenza artificiale (soprattutto la struttura tripartita tipo “Per la prima volta da mesi, pregò davvero. Non per la salvezza. Per la fine” oppure la negazione seguita dall'affermazione tipo “non era quello, ma era questo”). Il soggetto gira fluido ma senza grandi guizzi. L'epilogo pessimista che immagina la prosecuzione delle violenze anche nell'aldilà gli conferisce qualche punticino. Resta comunque un racconto tutt'altro che genuino, lo definirei confezionato senza cuore e senza anima. Sarà sicuramente il preferito tra i lettori del fan club Buttaccioni (inutile dire che non è una corsa di somari, questa, come direbbe qualcuno che riceve riconoscimenti al Premio Italia).

Chi invece il cuore ce l'ha è il protagonista di Tutte le Cose di Mark, firmato da Silvia Robutti. Meno intonato rispetto ad altri alla tematica fulciana, soffre un plot piuttosto abusato (si veda anche il recente film Blood Star), ma ha il merito di chiudersi in salsa black humor. Un infermiere che ha perso tutto si imbatte, suo malgrado, in una coppia di serial killer che espongono nella loro casetta i trofei delle vittime. Avete mai pensato a che valore potrebbero avere le protesi e gli innesti medici?

Ideale sequel del racconto di Buttaboni è La Madonna dei Cenci di Samuele Berselli, che confeziona un racconto di ben altro livello rispetto al compitino del collega. Qui il tentativo di parricidio ordito da Beatrice Cenci non è andato a buon fine, delineando quindi una riscrittura alternativa della vicenda. L'aldilà riserva alla giovane la possibilità di vendicarsi e così, in forma ectoplasmatica, Beatrice ucciderà, uno per volta, tutti coloro che hanno arginato il suo piano. Epilogo con omaggio, non so quanto volontario, alla morte del prete de Il Presagio. Tarantino apprezzerebbe.

Inquietante e ricco di tensione Terror di Ivo Gazzarrini (sceneggiatore di Ivan Zuccon e scrittore Edikit) che omaggia l'anti-finale de L'Aldilà, con l'idea della casa maledetta infestata da oscure presenze e dei due protagonisti attorniati da spettri che sussurrano i loro nomi. Stilistico.

24 Mila Baci di Luca Sorsoli è un mix di omaggi, da Il Mostro di Firenze, passando per Hellraiser (che trovo preponderante) e L'Aldilà. Lo stile è buono, il gore marcato. L'omaggio a Celentano e alla canzone scritta da Fulci sono giusto un omaggio (nel caso del Mostro si trattava de La Tramontana di Antoine, ma senza St. John), il racconto è un horror duro. Non originale, ma ben gestito.

Sfocia ne L'Aldilà anche Il Silenzio delle Porte di Vincenzo Pandolfi che immagina una serata in una sorta di pub in cui uno scrittore presenta l'ultima sceneggiatura destinata a Fulci mai realizzata e da lui stesso riadattata per confezionare il sequel de Le Porte del Silenzio. Il palesarsi del reale sceneggiatore – in verità la morte stessa (così la mia interpretazione) – determina un contrasto alquanto violento tra lo scrittore e lo stesso che culmina in un passaggio dimensionale che non potrà altro che essere l'accesso ne “il mare delle tenebre”. Interessante.

Piuttosto simili sono i contributi di Samuele Fabbrizzi e Ivan Scarabocchio, che vanno sul body horror immaginando violazioni di domicilio a danni di soggetti tutt'altro che raccomandabili. In Due Rane nel Cervello di Samuele Fabbrizzi una social challenger porta due ragazzini a penetrare nell'abitazione di due giovani sposini che hanno perso da poco il loro figlio. Delirio necrofilo e voodoo. La Casa della Vecchia Madjorie di Ivan Scarabocchio è un horror che osa un po' meno e guarda a Quella Villa accanto al Cimitero, seguendo un plot simile a quello di Fabbrizzi: una prova di coraggio (entrare nella casa della donna più stramba del paese) si trasforma in un orrore sotterraneo da cui non è ammesso ritorno. Ho notato qualche vago rimando a Phenomena.

Necrofilia alla Stevenson (penso a Il Ladro dei Cadaveri) per Il Convivio di Valerio De Santis, che plasma una storia dall'ottima atmosfera in cui l'incertezza di quello che potrebbe succedere serpeggia per tutto il testo salvo poi palesarsi all'ultima riga nell'atteso finale. Funziona più per atmosfera che per trama.

Ancora cimiteri protagonisti in Good Morning, Darling di Ilaria Oliviero, una prova stilistica che occhieggia alla scena delle sepoltura prematura di Paura nella Città dei Morti Viventi, proponendo la fuoriuscita di uno zombi cosciente del suo stato e affamato.

Ghost story che ribalta le impressioni iniziali La Tara della Famiglia Barrett di Andrea Torniamenti, dove i rimandi a Fulci sono marginali.

La scena del prete impiccato e dei morti viventi che ritornano dall'inferno viene proposta anche ne La Collina – Sguardi di Sangue dall'Aldilà della debuttante Evarg Nori che fornisce valida prova, orientata decisamente in salsa splatter.
 
CONCLUSIONI.
Se siete fan di Fulci e del cinema di genere italiano, soprattutto l'horror (anche se qua trovate eccellenti esempi di sci-fi alla Sheckley o alla Bachman/King, un solido action western, un eccellente sword & sorcery al femminile, esperimenti di meta-cinema e altro), non lasciatevi scappare questa antologia che ha tutti i crismi per sopravvivere nel tempo e diventare cimelio da collezione. Compratela, non ne resterete delusi.

giovedì 8 ottobre 2026

Recensione Narrativa: CTHULHU SAVOIA - Racconti di Fantarcheologia Lovecraftiana. A cura di Strani Aeoni.


Autore: AA.VV. a cura di Strani Aeoni.
Anno: 2026.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Colomo' Editore.
Pagine: 142.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Cthulhu Savoia, del prolifico gruppo Strani Aeoni, è il classico libro che un appassionato della narrativa weird va cercando. A differenza di progetti "aristocratici" o sperimentalisti, Cthulhu Savoia offre esattamente ciò che va promettendo: divertimento, rispetto dei classici, coinvolgimento e sense of wonder. L'antologia è composta da cinque racconti, tre dei quali uniti dal periodo storico (anni 'venti del secolo scorso) e dal medesimo protagonista: l'escursionista italiano Giuseppe Tucci (specializzato nel Tibet e ribattezzato col nome di Giuseppe Tocci). I Miti di Cthulhu vengono rimodulati in un'ottica tutta italiana, con l'aggiunta del periodo fascista a connaturare ulteriormente i soggetti. Mauro Palazzi e Davide Russo ci portano sull'Altopiano di Leng (Tibet), mentre l'esperto Claudio Foti affronta la tematica nel cuore di Torino, sotto il Palazzo Reale sabaudo, dove strani patti con divinità ctonie veicolano la sorte dell'Italia e dei Savoia.

Si trata di tre racconti riuscitissimi, al netto di qualche refuso (presenti soprattutto nei racconti di Mauro Palazzi e di Davide Russo), che rendono l'antologia tra le più memorabili nel panorama italiano di derivazione lovecraftiana.

Mauro Palazzi apre l'antologia con Spedizione sul Leng, un mix tra Stanley G. Weinbaum (penso a Parasite Planet) e Der Violette Tod (“La Morte Viola”) di Gustav Meyrink. Azione, sense of wonder, mostri, templi perduti, scenari montani mozzafiato, sparatorie, pseudobiblia e addirittura una finzione metaletteraria che fa apparire il racconto come un testo recuperato in una biblioteca e uscito negli anni venti a firma Mao Palaj per l'inesistente casa editrice Il Faro di Imperia Edizioni. Palazzi immagina una missione suicida che vede Tocci guidare un plotone di militari selezionati (la “Legio Ur”) verso un altopiano off limits, dove nessuno mette più piede e su cui circolano spaventose leggende. L'ispirazione, non so quanto volontariamente, arriva dal sopracitato racconto di Meyrink, anch'esso caratterizzato dalla presenza di un escursionista in missione nelle valli himalayane, con l'obiettivo di scoprire se era davvero esistente un misterioso popolo dotato di poteri occulti (nel racconto di Palazzi, Mussolini cerca accordi con entità superiori). Le condizioni proibitive del viaggio rendono fascinoso il racconto, che pesca ancora da Meyrink, ma anche da Weinabaum, con una lunga marcia che sfocerà nello scontro con esseri alieni e con uno strano personaggio (probabilmente un Grande Antico) in grado di muoversi in giro per il mondo sotto mentite spoglie. Notevole la parte sotterranea all'interno di una sorta di anfiteatro alieno.

È addirittura superiore per qualità Il Kukri Nero del Leng di Davide Russo, che si inserisce nel medesimo solco di Palazzi, ma lo fa da un versante investigativo, con un binario alternato cadenzato dall'inseguimento condotto da un ispettore della polizia italiana (convinto di dare la caccia a un ladro) e dalla fuga di uno studente universitario posseduto dallo spirito del Kukri oggetto della sua tesi di laurea. Cala l'azione, ma non il fascino. Più trascendentale e onirico rispetto al racconto di Palazzi, conferma l'ambientazione sull'altopiano di Leng (nella fattispecie confinato al di là della realtà). Qua l'ispirazione sembra arrivare da racconti come The Old Man of Visions (“Il Vecchio delle Visioni”) di Algernon Blackwood. Russo non si concentra troppo sul viaggio, pur dettagliando usi e consuetudini dell'india di inizio novecento. Il suo è un racconto ascetico, che porta il protagonista a imbattersi in un millenario decrepito capace di vedere il mondo che si trova oltre il proverbiale velo, così da mostrare ciò che si cela oltre l'apparenza. Come per il racconto di Blackwood, si è alle prese con “un abitante di mondi più elevati”, che rivela al protagonista la battaglia in corso sulla soglia tra il nostro mondo e quello dei grandi antichi ostacolati dalla magia degli iniziati. Dominano la magia e il viaggio astrale.

Più convenzionale (e probabilmente minore) è il testo di Claudio Foti, Il Diario Perduto di Giuseppe Tocci, che ipotizza la sussistenza di un patto diabolico tra i Savoia e Cthulhu, così da fare di Torino la futura R'lyeh e dell'Italia una nazione maledetta dall'ignominia. Spetterà Tocci scongiurare l'ascesa di Cthulhu e salvare l'Italia.

Accanto a questi tre ottimi racconti, il curatore Paolo Sista, aggiunge la perla Gli Eredi della Scimmia Bianca di Flavio Deri, vero e proprio sequel di Arthur Jermyn (“La Verità sul Defunto Arthur Jermin e la sua Famiglia”) di H.P. Lovecraft. Ambientato nella giungla congolese, il racconto si sviluppa nei sotterranei di un'antica civiltà ai primordi della razza umana e propone il tema dell'ibridazione interrazziale. Si tratta di un testo che avrebbe fatto la sua bella figura su weird tales. Deri è in forma come non mai (è il suo migliore racconto, tra quelli che ho letto). Narra in modo elegante, ma non altezzoso, stilla la tensione e lo fa da perfetto allievo di Lovecraft (che avrebbe apprezzato). Il racconto è addirittura superiore a quello del Maestro e si chiude in un crescendo che sfocia nell'orrore. Grosso racconto davvero, incastonato in un lotto molto qualitativo.

Il quinto e ultimo racconto, L'Alfier Nero di Arrigo Boito, è un ripescaggio dal periodo della scapigliatura, che propone una partita a scacchi tra un giocatore professionista americano e un ereditiero africano. Un incontro-scontro che si carica di messaggi metaforici anti-razzisti e anti-colonialisti.

Fotografie, disegni e comparto saggistico completano il volume, così da farne un agevole libro che mi sento di consigliare a tutti gli estimatori della narrativa lovecraftiana. Sebbene non perfetto sul versante editing, è superiore a diversi volumi Dagon Press e, penso di poter dire, merita di essere annoverato tra i migliori progetti italiani sull'argomento. Bravi davvero a tutti i partecipanti. Apprezzerà anche De Turris.

 

"Hai capito ora che razza di battaglia per la salvezza di tutti gli esseri senzienti sta combattendo questo tempio?"

domenica 4 ottobre 2026

Recensione Narrativa: SELEZIONE ARPIONA IL KRAKEN a cura di Fabio Larcher.

 

Autore: AA.VV.
Anno: 2026.
Genere: Antologia Fantastico / Horror / Fantasy.
Editore: Kraken Edizioni.
Pagine: da definire.
Prezzo: in stampa.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Quella che sto per stendere è una recensione preventiva, ovvero il commento su una serie di racconti pubblicati sul sito krakenedizioni.it gestito da Fabio Larcher. La ristrettezza dei termini concessi dal bando ha, in tutta probabilità, determinato un'adesione assai limitata. Solo tredici autori hanno risposto alla chiamata, con nomi però piuttosto conosciuti nell'ambiente. Tra tutti figura l'adesione di Claudio Foti, penna che non ha bisogno di presentazione tra gli addetti dell'underground italiano legati al fantastico. Soggetto eclettico di lungo corso (classe 1967): scrittore, traduttore, editore e saggista. Foti ha concesso la possibilità agli appassionati di leggere per la prima volta in italiano romanzi di alcuni dei Maestri del fantastico, come L'Accordo Umano di Algernon Blackwood, oppure il saggio Scrittori Maledetti della Golden Dawn. Pubblicato in antologie di editori quali Weird Book (antologia weird western Sangue Selvaggio) e Strani Aeoni (Cthulhu Savoia), ha all'attivo molteplici riconoscimenti. Accanto all'esperto factotum romano, figurano nomi in forte ascesa come la prolifica e versatile Carlotta Leone (plurivincitrice nella stagione di una lunga serie di concorsi apicali sia in ambito fantastico che giallo, finalista all'Urania Short, vincitrice nel Garfagnana in Giallo e in Abissi Lovecraft a cura di Ese-Scifi), il pisano lovecraftiano Flavio Deri (selezionato da Roberto Del Piano per l'antologia Fantascienza Resistente – Segnali di Luce, pluripubblicato nella collana Innsmouth della Delos Digital, recentemente dato alle stampe da Saga Edizioni e da Strani Aeoni con i romanzi Untold Empire – Storie di Malavita nei Miti e Codex Eclipse), la rivelazione della stagione Paolo Soli (vincitore di svariati concorsi e piazzato in altrettanti), il saggista e narratore Matteo Mancini (firma di Profondo Rosso e Foglio Letterario, curatore di molti saggi per Dagon Press, pluriselezionato da Gianfranco De Turris, vincitore del Toscana in Giallo curato da Lucio Nocentini e Luigi Pachì e doppio finalista al NeRoma Noir True Crime) nonché il saggista Cesare Buttaboni (presenza di antica memoria per gli appassionati di weird, di tanto in tanto misuratosi con la scrittura creativa e finito selezionato da Gianfranco De Turris, Andrea Vaccaro e Pietro Guarriello, oltre che dal gruppo Strani Aeoni). Altri autori interessanti sono rappresentati dai fratelli Ornella e Andrea Di Sabatino, già apprezzati su queste pagine in occasione della recensione dell'antologia Garfagnana in Giallo, Tiziano Solignani (artefice di sontuosa prova romantico-malinconica) e Matteo Valenti Piovasco che propone un racconto di evoluzione-involuzione a trazione psicologica con tanto di metamorfosi corporea del protagonista.

Colpiscono, dato il formato della selezione (rivolta a chiunque) e il contenutissimo numero di partecipanti, la versatilità delle storie e soprattutto la cura e l'eleganza media dei testi. Scordatevi quasi del tutto il pulp, comunque presente, e il weird tradizionale e preparatevi ad affrontare una rosa di storie più di matrice letteraria (sebbene fantastica). Gli autori, pressoché in maggioranza, hanno interpretato il bando con una piega ascetica / religiosa, estrinsecata da una ricercatezza stilistica, sebbene caratterizzata da due scuole di pensiero (gli intrattenitori contrapposti ai lirici), e da una capacità di cadenzare la storia molto qualitativa, peraltro proponendo un ventaglio di soluzioni ad ampio raggio: dalla storia dal sapore cinematografico al quasi poetico. E' stato un esperimento narrativo decisamente sopra la media, per tipologia di selezione e totale assenza di editing (qui tutti hanno fatto da soli). Non sono presenti, a parte il racconto di Cesare Buttaboni (non me ne voglia, ma credo di essere obiettivo ed equilibrato, nonostante i dieci voti ottenuti e l'esternazione di un selezionatore come Maurizio Cometto che lo ha considerato in pubblico e con leggerezza il migliore del lotto), racconti banali (giocoso quello di Paolo Soli, scrittore che a me è piaciuto molto di più in altri contesti). Forma dunque curatissima e brillante, in molti casi persino anteposta al soggetto. Le varianti del Mostro (ovviamente acquatico, che sia marino o di lago non ha importanza) ricordano sovente il leviatano (curiosa l'interpretazione di Foti, a cui va riconosciuto il premio per il miglior prologo, in perfetta tradizione weird, aspetto poi non riproposto nel prosieguo del testo), ma per approccio stilistico e sfumatura prendono strade assai diverse (pregio della selezione, ma problema per chi cerca storie da intrattenimento popolare). Possiamo addirittura dire che ogni storia è giostrata da un punto di vista diverso dalle altre (dato anche questo curioso, visto che non c'è stato un coordinatore alle spalle degli autori). Visionario (La Marea dei Nomi di Flavio Deri), psicologico (La Rosa di Sale e di Sangue di Matteo Valenti Piovasco), classico alla Melville (Il Fiordo, Carlotta Leone), pulp (Il Kraken nel Bicchiere, di Paolo Soli), denuncia sociale alla Dylan Dog circa la vera natura del mostro (Il Custode di Max Mazzoni), truculenza (L'Uomo Squalo di Matteo Mancini e I Tredici Nodi di Ornella Di Sabatino), fantasy (La Palude di Afal di Andrea Di Sabatino), cinematografico con il gruppo di scienziati che sondano l'abisso (Una Stagione sotto l'Abisso di Antonio Di Lallo), enciclopedico (Codex Inquisitorum: ciò che il mare custodisce di Giuseppe Cerniglia), romantico (La Strada che il Mare Nasconde di Tiziano Solignani) e infine riscritture originali dei Miti di Cthulhu (Prima che Dio ci Riconosca di Foti) e altre nel solco della tradizione più trita (Il Guardiano di Abyssus di Cesare Buttaboni) incarnano il DNA del progetto. Per come sono state presentate e per il ventaglio di soluzioni proposte, proporrei la pubblicazione di tutte le storie candidate. A ogni modo, per il pubblico i vincitori dovrebbero essere: Soli, Leone, Buttaboni e Mancini. Al di là di tali giudizi, peraltro espressi a gara ancora in corso, con probabile clientelarismo e soprattutto totale assenza di motivazioni e di confronto, credo che l'ordine di arrivo sarà molto diverso da quello proposto e che solo la Leone potrà davvero ambire al podio.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Procediamo ora per gioco a stillare la classifica, premettendo la grossa difficoltà nello stenderla, vista la diversità stilistica delle opere. Procederò cercando di essere il più obiettivo (difficile esserlo del tutto), così da proporre un ordine di arrivo che non indica necessariamente i racconti che mi sono piaciuti di più, ma quelli che, nel complesso, a mio modo di vedere, possono avere maggiore qualità ed equilibrio.


13° Classificato.

Codex Inquisitorum di Giuseppe Cerniglia. Scrittore classe 1989, già apparso in ebook nelle selezioni Esecranda e pubblicato nell'antologia Streghe e Vampiri della Giovane Holden. Non manca la fantasia, ma prende una via sperimentale poco premiante (a mio modo di vedere) sulla falsariga di Cronache dalla Val Lemuria di Cristiano Demicheli (che invece vinse il Premio Hypnos). Il format del racconto lascia spazio a una sorta di lemma enciclopedico incentrato sulla vita, gli usi e le credenze di una città nota come Gadeira, un'isola situata al di là delle colonne d'Ercole. Presenza di qualche “d” eufonica e qualche piccola ripetizione di termini (venialità). Componente fantastica molto sfumata, elemento del Kraken marginale. L'ulteriore limite è il fatto che si arriva in fondo commentando: “e allora?”. Difficile che venga selezionato nella top ten.


12° Classificato.

Il Guardiano di Abyssus di Cesare Buttaboni, notissimo recensore e commentatore di volumi weird. Ha l'onore di aprire la selezione, rubare dieci voti dal pubblico (annebbiato da rapporti di amicizia) e classificarsi in modo del tutto incomprensibile al terzo posto nella votazione popolare. La storia prende la via del plot lovecraftiano senza apportare niente di innovativo, metaforico o personale. Un turista italiano, in giro per Londra, acquista una pietra da un antiquario. L'oggetto lo condurrà in un'altra dimensione, dove un faro e un kraken disconnetteranno il protagonista dalla realtà imprigionandolo in una dimensione altra, mentre il corpo nella realtà finirà ricoverato in una clinica psichiatrica. Niente di nuovo, una buona atmosfera iniziale, uno stile sufficiente, ma manca l'ingrediente principale per fare funzionare una storia: la cifra dello scrittore. Maurizio Cometto, curatore Delos Digital, lo ha eletto a racconto migliore della selezione. Penso che il giudizio del “collega” si commenti da solo. Impossibile centrare la top ten.


11° Classificato.

Il Custode di Max Mazzoni. Con questo racconto si comincia a salire di livello, determinando una rosa di storie, a mio modo di vedere, non troppo distanziate tra loro. Concittadino del sottoscritto, Mazzoni è autore di una lunga sequela di volumi autopubblicati. Dimostra innegabilmente un'ottima tecnica e capacità di intrattenere. Il racconto è scritto molto bene, proponendo un inizio al cardiopalma (un immigrato di colore braccato da una gruppo di squadristi razzisti). La storia in sé funziona (col mostro non mostro che arriva a salvare dal linciaggio il povero colored). La qualità è sopra la sufficienza. Il sottotesto di denuncia sociale apporta qualche punto al soggetto. C'è un refuso evidente (“chi i”), ma è un peccato venialissimo. A mio modo di vedere manca la caratterizzazione del mostro, un po' buttato là, e un limite nel non osare sul versante dei cattivi: un manipolo di neo nazi che diventano i veri mostri della vicenda (sarebbero stati più efficaci un gruppo di perbenisti e benpensanti). Target massimo: centrare la top ten.


10° Classificato.

Una Stagione sotto l'Abisso di Antonio Di Lallo. Altro autore con una lunga sequenza di autopubblicazioni. Come per Mazzoni, si tratta di un racconto capace di intrattenere e lasciarsi leggere con fluidità e semplicità fino alla fine. Paga uno stile e una tecnica troppo semplificate, al punto da dare l'idea di una sceneggiatura piuttosto che di un racconto. Dialoghi in sequenza, stile narrativo un po' povero a togliere fascino alla vicenda. Una spedizione di scienziati sonda l'abisso, rilevando la presenza di un idolo sotto il quale si muove un qualcosa in grado di impossessarsi degli scienziati. Scorre molto fluido, sacrificando la componente letteraria a beneficio della cinematografica. Siamo dalle parti di The Abyss, per intenderci, o Sfera sostituendo l'incubo col sogno. Incisivo il finale. Da salvare la qualifica nella top ten.


9° Classificato.

La Marea dei Nomi di Flavio Deri. Scrittore in ascesa, approdato di recente alla corte di Saga Edizioni, pluripiazzato a Esecranda, selezionato nel concorso Fantascienza Resistente e presenza fissa nelle antologie del gruppo Strani Aeoni. Qui il livello si alza ancora un po' e diventa sempre più difficile selezionare. Testo potente dal punto di vista visivo, specie all'epilogo. Complica troppo sullo stile, piazza due o tre termini ricercati in modo pomposo come “solipsista” (qui un lettore popolare ti manda a fanculo senza tentennamenti). Un buon racconto, nell'ambito della narrativa di genere, lo si vede nel semplificare lo stile per potenziare i sottotesti, non nel fare gli stilisti per farsi belli al cospetto dei letterati (da sempre nemici dell'intrattenimento). Provate a leggere i racconti (le traduzioni sarebbe il caso di dire) dei vari King, Leiber, Bradbury, Bloch e via dicendo per vedere se trovate espressioni pompose. Tenetevi alla larga dai presuntuosi che inquinano il genere con soluzioni letterate (non mi riferisco a Deri, naturalmente, ma a certi presunti maestri/selezionatori). Buona la componente visiva, tira a mio avviso troppo il “can per l'aia” nella parte centrale del testo. L'idea del mare che restituisce dapprima le cose dei morti e poi di quelli che moriranno è valida. Troppe le descrizioni, che definirei preponderanti rispetto al soggetto. È comunque un racconto che ha un suo spessore. Non dovrebbe avere problemi a mantenere la qualifica.


8° Classificato.

Il Kraken nel Bicchiere di Paolo Soli. Scrittore prolifico, impegnato dallo scorso anno in molti concorsi, ha dimostrato fin dal suo avvento un'apprezzabile facilità nell'andare in selezione in concorsi gialli e fantastici, vincendone già alcuni e trovando sfogo nell'antologia personale Tagli Obliqui. Qui non offre una delle sue migliori opere, a mio modo di vedere, ma mantiene lo stile accattivante richiesto dal genere. Il racconto, in sé e per sé, è simpatico (forse il più simpatico del lotto) ma presenta due problemi uno dei quali meno evidente per chi non sia specialista del genere. L'inizio brillante, col piccolo di polpo che viene soccorso dal ragazzino, è assai carino. L'idea poi che questo polpo cresca a dismisura divorando quanto gli venga offerto come cibo, fino a diventare una sorta di kaiju, rende derivativo il racconto, debitore di storie meno famose come Hydra Vulgaris (2016) di Flavio Regazzoli (piazzato nel Premio Hypnos e inserito nell'antologia Strane Visioni), e altri celebri come Slime (1953) di John Payne Brennan e il successivo Blob Il Fluido che Uccide. Anche il successivo brainstorming di generi che si innesca, mutando di continuo il riferimento del racconto (che tocca anche gli omicidi, gli esperimenti militari, il fiabesco e una prospettiva di epilogo in salsa mostro che banchetta in una regata), non è originale. Io stesso, peraltro proprio sulla rivista della Kraken Edizioni (Astonishing Fantasy Tales), ho pubblicato una simile sperimentazione col racconto Masters & Slaves che, tuttavia, aveva anche un sottotesto qua del tutto assente. È il vincitore della giuria popolare. Non dovrebbe avere problemi a tenersi sopra il livello limite.


7° Classificato.

L'Uomo Squalo di Matteo Mancini. È il mio racconto. Non sta a me parlarne, lo colloco qua perché penso che i racconti che seguono siano scritti meglio ed effettuino in modo migliore un bilanciamento tra trama, capacità di intrattenere e sottotesto (in questo caso il più irriverente del lotto). Spero di qualificarlo.


6° Classificato.

La Rosa di Sale e di Sangue di Matteo Valenti Piovasco. Qui la selezione si fa sempre più complessa (da qui in avanti non ci sono dubbi di qualifica), accorciando il gap tra i vari racconti. Horror stilistico con motore a trazione psicologica, scritto bene, con componente visiva non disprezzabile. È una storia sulla maturazione del protagonista (seppure in chiave involutiva) circa la presa coscienza di sé stessi. L'abbattimento della morale etica a favore dello sviluppo del proprio io. Molto bella la parte subacquea sotto lo stretto di Messina (si poteva tuttavia ricercare maggiormente il sense of wonder) e soprattutto l'epilogo (tra i migliori del lotto). Si perde nella parte centrale, pagando lo scotto del narrato rispetto al mostrato. Buona la caratterizzazione del protagonista, perseguitato da una parte oscura che, a poco a poco, tenderà a emergere. Probabilmente più adatto per una distanza superiore. Presenza di qualche piccolo refuso (“La vita quotidiana era permeata una tensione” oppure la non perfetta “guardandosi allo specchio al suo riflesso non era più lui”). Premiato per la matrice psicologica: non sempre la vita sociale e la formazione di una famiglia fanno la fortuna di chi ha, nella sua anima, un'altra matrice.


5° Classificato.

La Palude di Afal di Andrea Di Sabatino. Scrittore un po' sottovalutato e dal curriculum destinato ad arricchirsi, è una presenza fissa nelle antologie dell'Historica Edizioni. Azione e taglio popolare fanno volare il racconto, in realtà semplice e non presuntuoso. Una spedizione cavalleresca da cavalieri della Tavola Rotonda parte per debellare un mostro che infesta un lago. Perfetto per essere pubblicato in una rivista griffata Kraken.


4° Classificato.

La Strada che il Mare Nasconde di Tiziano Solignani. Bel prologo (mi ricorda la scena di Shelley Winters in Tentacoli al rientro dell'infausta regata), contenuto ultra-visionario (il più di tutti), gestione della trama effettuata con innegabile maestria. La scrittura è eccelsa. È una sorta di viaggio nell'ade, solo che qua non si tratta dell'inferno ma dell'abisso dove la donna amata del protagonista è misteriosamente custodita (è morta davvero). Il mostro ricorda molto il Lucifero di Coppo di Marcovaldo, poi ripreso da Dante. Tra i top della selezione, ma l'happy end finale mi fa un po' incazzare.


3° Classificato.

Prima che Dio ci Riconosca di Claudio Foti. È il racconto che ho votato e, sebbene di lunghezza da squalifica (è più lungo dei limiti concessi), si tratta di un elaborato perfetto per le selezioni di Larcher. Foti (a differenza di Buttaboni) riscrive i miti di Cthulhu e lo fa sia dal versante stilistico, che passa dall'impronta weird classica (il prologo è il più bello della selezione) a un taglio moderno (pieno zeppo di dialoghi, presenza dell'AI e semplificazione stilistica), che da quello contenutistico. Cthulhu non è più il mostro lovecraftiano, ma diventa un qualcosa di molto più arcaico, una memoria collettiva di una sorta di setta di semi-immortali. Molte idee originali, spostamento del nichilismo del Solitario sul campo religioso, paga una certa lentezza e un bombardamento di dialoghi non sempre efficaci.


2° Classificato.

I Tredici Nodi di Ornella Di Sabatino, sorella di Andrea e con curriculum pressoché simile. Qua regala un pezzo che, ne sono sicuro, sarà apprezzato da Fabio Larcher. Intrattenimento, eleganza stilistica (senza troppo pompare) e soprattutto azione, sangue e sense of wonder. La Cosa di John Carpenter (una creatura mutaforma protagonista e una citazione marcatissima della sequenza in cui i superstiti analizzano il loro sangue per scoprire se il mostro si è celato tra loro sotto una parvenza da impostore) incontra Moby Dick di Melville (un pescatore menomato fisicamente ossessionato dalla caccia al mostro) per un racconto che, ne sono certo, centrerà il podio.


1° Classificato.

Il Fiordo di Carlotta Leone. Rivelazione della stagione, vincitrice in un solo anno di quanto gli altri riescono a mettere in cascina in decine di anni, dimostra di non sbagliare un colpo. Stile secco e non ampolloso (l'opposto di Deri, per esempio), dialoghi cinematografici, ma grandissima gestione della storia, con presenza dapprima suggerita del mostro che compare solo alla fine dopo che il lettore lo ha più volte inquadrato in qualcosa che poi non si è dimostrato tale. Maestria in atmosfera. Impossibile non metterlo al podio.