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venerdì 24 aprile 2026

Recensione Cinema: THE LONG WALK (2025) di Francis Lawrence.

Produzione: Francis Lawrence, Roy Lee, Cameron MacConomy e Steven Schneider (2025).
Soggetto: Stephen King, tratto dall'omonimo romanzo del 1979.
Sceneggiatura: JT Mollner.
Regia: Francis Lawrence.  
Montaggio: Mark Yoshikawa e Peggy Eghbalian. 
Fotografia: Jo Willems. 
Colonna Sonora: Jeremiah Fraites.
Interpreti Principali: David Jonsson, Cooper Hoffman, Mark Hamil, Garrett Wareing, Charlie Plummer, Ben Wang...
Durata: 108 min.


Commento Matteo Mancini.

A distanza di cinque mesi dall'uscita italiana di The Running Man (2025) di Edgar Wright (qua la mia recensione http://giurista81.blogspot.com/2025/11/recensione-cinema-running-man-2025-di.html), arriva nei nostri cinema, peraltro con colpevole ritardo rispetto agli Stati Uniti (dove è uscito a settembre 2025), la trasposizione dell'altro distopico in odore Hunger Games scritto sotto pseudonimo negli anni settanta da Stephen King: The Long Walk. Se il soggetto del precedente film pescava a piene mani dalla produzione narrativa di Robert Sheckley, si pensi soprattutto a The Seventh Victim (“La Settima Vittima”, 1953), questo è debitore del romanzo They Shoot Horses, Don't They? (“Non si Uccidono così anche i Cavalli?, 1935) di Horace McCoy poi reso celebre dalla trasposizione dal titolo omonimo diretta da Sydney Pollack.

Gli ingredienti per tirare fuori un buon prodotto spiccano già nella lettura del cast tecnico. Dietro al progetto si muove il newyorkese Roy Lee (venuto alla ribalta a inizio secolo con gli horror asiatici più celebri), già artefice della produzione di alcuni dei migliori film, degli ultimi dieci anni, legati alla produzione di King e destinati a diventare culto quali l'horror del “pagliaccio” per antonomasia It (2017-2019) di Andres Muschietti e Doctor Sleep (2019), seguito di “redrum” Shining, per la regia di Mike Flanagan. Se già questo non bastasse, costituisce ulteriore rafforzativo il coinvolgimento alla regia di quello che forse è il regista più indicato per un prodotto del genere ovvero Francis Lawrence, connazionale (di nascita) di Arnold Schwarzenegger, meglio noto per aver diretto – tra gli altri - l'intera saga di Hunger Games. The Long Walk può infatti essere considerato un vero e proprio spin-off della celebre serie. Lawrence viene coinvolto dopo che, nel tempo, registi apicali nella storia della cinematografia kinghiana, quali George A. Romero o Frank Darabont, e altri meno noti come André Ovredal avevano rinunciato all'impegno. Mettere in scena un film su un soggetto come quello di The Long Walk (qua la recensione del romanzo presente su questo blog: http://giurista81.blogspot.com/2016/10/recensione-narrativa-la-lunga-marcia-di.html) risultava infatti concettualmente molto difficile, per ritmo e capacità di mantenere viva l'attenzione, rientrando in una di quelle sfide folli in cui King piaceva misurarsi ovvero scrivere una storia in continuo movimento giostrata tutta sui dialoghi e senza spaziare di contesto scenografico e senza ricorrere a particolari colpi di scena. Lawrence sale a bordo della giostra, asciugando ai minimi termini i contorni. Le scenografie sono naturalistiche e campagnole, con un taglio registico fatto di campi lunghissimi su autostrade deserte che ricordano molto le sequenze di spostamento di Civil War (2024) di Alex Garland (film recensito, a suo tempo, su queste pagine) o anche del primo 28 Giorni Dopo. La fotografia è glaciale e quasi privata dei colori. Sembra di assistere a una corsa di animali lanciati al macello, come sottolineano alcuni abbattimenti con l'effetto sonoro dei cavalli che nitriscono, da spettatori, al di là degli steccati. Lawrence snellisce, defalca i costi di produzione e fornisce un prodotto che definirei complementare allo sfarzoso e assai più ricco The Running Man. Rispetto al lavoro di Wright, questo è molto più riflessivo, ad ampio respiro, con fiammate di fredda brutalità che stordiscono lo spettatore soprattutto per quell'alchimia che arriva direttamente dalla penna di King. Qui non sono lo spettacolo e l'adrenalina a farla da padroni, ma sono la tensione e la disperazione di chi è coinvolto in una specie di roulette russa, dove chi assiste lo fa in modo distaccato alla stregua di un giudice di gara assassino o che accetta quale normalità la giustizia sommaria di chi ha infranto le regole del gioco (si evocano i gerarchi nazisti). Lo sceneggiatore JT Mollner, sull'esempio del Maestro del Maine, definisce i personaggi, li caratterizza nel dettaglio e fa in modo che fraternizzino tra loro e, allo stesso tempo, con lo spettatore. E' proprio questa l'arma vincente sia del romanzo che del film. Molto curate sono altresì le dinamiche della marcia, con tutte le problematiche del caso che vanno dalle variazioni meteorologiche, alla caduta degli alimenti, ai litigi, agli infortuni che rendono impossibile la prosecuzione, all'insorgere della follia dovuta dagli abbagli della stanchezza, ai cambi di dislivello della strada fino all'impellenza delle esigenze fisiologiche. Il clima spensierato e festoso del pregara si trasforma così in un inferno di dannazione interminabile dove la linea del traguardo è determinata dalla morte dell'ultimo possibile contendente alla vittoria. Non ci sono piazzamenti remunerati, si deve solo vincere. Il film, così come il romanzo, è una marcia a eliminazione continua in stile Battle Royale (“ne resterà solo uno”) con la differenza che qua i partecipanti si aiutano a vicenda, giusto per allietare l'attesa della morte e sentirsi meno soli, con una solidarietà che è tipica dei soldati spediti al fronte in una missione dove sanno che non ne usciranno vivi. E tutto questo per cosa? Per il divertimento di altri o per dare un esempio a una società addormentata e spenta con la promessa di un premio finale che non ci si potrà mai godere, perché si è visto morire tutti i propri compagni di marcia e forse ci si sente anche responsabili per questo avendo contribuito indirettamente alla loro morte.

Cinquanta volontari (tutti maschi), dotati di numero di gara e di dispositivo per verificare l'andatura di marcia (non si deve scendere sotto una data velocità). Chi sbaglia viene dapprima ammonito e poi eliminato con un colpo di mitra. Il regolamento prevede tutta una serie di meccanismi per il recupero punti o per l'acquisizione di acqua e cibo. Il ritmo è lento, ma il film non ne risente. Gli attori, tutti giovani, sono molto bravi. Spicca David Jonsson, già visto il Alien: Romolus, che calamita l'attenzione del pubblico, rubando la scena al protagonista Cooper Hoffman (dieci anni più giovane). Molto bene anche Charlie Plummer, nei panni di uno schizzato preda del rimorso, Ben Wang (il nerd asiatico) e quindi il veterano Mark Hamil nei panni del maggiore, con i suoi dialoghi militaristi carichi di retorica. La morte aleggia costante in quella che potrebbe essere una metafora della vita. Non importa quanto si viva, l'importante è il presente, è rendere più confortevole e divertente l'adesso, anche se sappiamo che probabilmente non arriveremo mai a fine corsa e, se invece lo faremo, saremo soli senza più il sostegno di chi ci ha accompagnato al successo.

Questi gli ingredienti, con il background accennato del passato di una guerra mondiale che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti. Il taglio visivo anni settanta, i costumi retrò e le telecamere che sembrano quelle che si usavano nel quaranta, forse, suggeriscono una correlazione con un dato periodo storico (l'epoca dei regimi di estrema destra nel continente europeo). La diretta tv della corsa (a differenza di The Running Man) è marginale, così come lo sono le interferenze del pubblico che assiste quasi distaccato alla mattanza. Un horror psicologico socialmente fantascientifico, con effetti splatter che costano al film il divieto ai minori di anni 14. Forte l'eco del “Club dei Perdenti”  di King basato sull'importanza della fratellanza e del mutuo soccorso. L'epilogo è lievemente diverso rispetto al romanzo, smarrendo quell'alone indefinito e sfumato che King aveva lasciato al termine della sua opera. Lawrence piazza un omaggio, forse non a caso, a Full Metal Jacket in un'ottica antimilitarista, che rende forse un po' di giustizia in una storia che si regge su valori impazziti. Definirei in un'unica parola The Long Walk, pensando anche alle competizioni animali: brutale. Da vedere al cinema. Nella sala, alla proiezione serale del primo spettacolo andato in scena a Pisa, erano presenti appena cinque spettatori. La gente deve imparare a riscoprire il cinema di genere, quello dei Maestri, invece che appiattirsi sui reality show e sulla monnezza che gira in televisione.

 
Da sx a dx, il regista Francis Lawrence, il co-protagonista David Jonsson 
e l'antagonista Mark Hamil.
 

mercoledì 22 aprile 2026

Recensione Narrativa: ULTIMA ARMADA di Miguel de Bellota.

Autore: Miguel de Bellota.
Anno: 2025.
Genere: Action pulp fantasy.
Editore: Plutonia Publications.
Pagine: 114.
Prezzo: 10.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini
PROSSIMAMENTE
 
Miguel de Bellota, l'autore, non può mostrarsi al pubblico
per ragioni di sicurezza.
 
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giovedì 16 aprile 2026

Recensione Narrativa: IL CAVALIERE E L'UNICORNO di Alessandro Girola.

Autore: Alessandro Girola.
Anno: 2024.
Genere: Sword & Sorcery.
Editore: Plutonia Publications.
Pagine: 92.
Prezzo: 9.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Graditissimo ritorno sulle pagine del blog, dopo i vari Cocagne, Imperial, Tigre Blu e Il Guerriero Bestia (in realtà non direttamente riconducibile all'autore), di Alessandro Girola, che ci propone il secondo capitolo del ciclo de “Il Cavaliere. Siamo nell'ambito di una sword & sorcery che definirei, pur essendo contestualizzata in un secondary world, prossima al cosiddetto Fantastico Mediterraneo, vuoi per i suoi rimandi all'ade (che qua si chiama Intramundum), vuoi per le divinità pagane personificate da creature antropomorfe o, ancora, per le scenografie isolane tra nebbie e creature zoomorfe. Pur essendo riconnesso a un'iconografia medievale, con rimandi alla peste, saltano infatti alla memoria certi romanzi di Andrea Gualchierotti, quali I Principi del Mare (http://giurista81.blogspot.com/2023/10/recensione-narrativa-i-principi-del.html) o I Campioni dell'Inferno ( https://giurista81.blogspot.com/2024/09/recensione-narrativa-i-campioni.html?m=1). Girola, pur muovendosi da un genere all'altro, si conferma un poliedrico specialista dell'intrattenimento. La sua è una scrittura per immagini, sprovvista di momenti morti o di appesantimenti lirici. Stile essenziale, ritmo veloce, frequenti scene d'azione in cui furoreggiano esseri magici quali unicorni parlanti, folletti, creature ittiche, sortilegi alchemici di ogni tipo e un epilogo proiettato verso nuove avventure da affrontare nei successivi capitoli. Protagonista assoluto è Sir Lionel di Costanza, un cavaliere errabondo che combatte occasionalmente in favore di chi gli offre un ingaggio. Soggetto muscolare, abile sciabolatore ed eccezionale seduttore. Incarna il modello perfetto dell'eroe capace di superare ogni prova (ma non di salvare l'eroina).

Il plot è collaudatissimo: abbiamo una missione suicida riservata a un manipolo variegato di mercenari appositamente assoldati a inizio novella da un ingenuo Capitano. L'obiettivo è catturare un unicorno letale che si narra essere presente su un'isola disabitata. Niente di più classico per un'avventura convenzionale ma fascinosa. Ho trovato più riuscita e interessante la prima parte, per effetto di una tensione costante e della voglia di scoprire i misteri della spettrale isola di Svenkka (non mancano pericoli e creature di ogni sorta). La seconda parte è molto meno da scoprire. Tutto appare già definito. Si combatte all'arma bianca in mare aperto in una resa dei conti non proprio all'insegna dell'happy end. Alla fine è una novella che non introduce niente di nuovo ma, al contempo, diverte e intrattiene, confermando le spiccate doti da intrattenitore di Alessandro Girola. Divertente.

 
L'autore Alessandro Girola.
 
 

sabato 11 aprile 2026

Recensione Narrativa: DI NOTTE, LA STRADA di Luca Pivetti.

Autore: Luca Pivetti.
Anno: 2025.
Genere: Horror.
Editore: Indipendente.
Pagine: 96.
Prezzo: 10.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Prima recensione dedicata a Luca Pivetti, che tornerà su queste pagine prossimamente. Scrittore milanese self publishing, presente con i suoi libri a fiere apicali del fantastico italiano quali Strani Mondi (dove al momento non è ancora consentito esporre agli indipendenti e dove viene richiesto il pagamento di un biglietto di ingresso) e Marginalia dove, il suo La Notte prima del Caos, è stato premiato con il conferimento de La Chiave d'Argento per la migliore opera Self-published del 2024. La sua è una narrativa a prevalente trazione horror (anche se ha trattato altresì il dark fantasy), che si sviluppa su distanze medio lunghe e che sfoggia qualità superiori alla media. È un autore che, per capacità di intrattenimento, potremmo annoverare al fianco di colleghi quali Alessandro Girola o Andrea Berneschi (già recensiti su queste pagine), sia per il suo tenersi distaccato dall'editoria sia per l'essere legato al cosiddetto mainstream del genere, con spiccati rimandi, a seconda delle varie opere, a Stephen King, Clive Barker (forse prevalente) e Howard P. Lovecraft (serie Priest of Pazuzu). In altre parole, Pivetti tiene viva l'attenzione dalla prima all'ultima pagina e lo fa con vivacità. Non è ridondante, i dialoghi sono freschi e mantengono il lettore incollato alla pagina. Brillante e colorito nello stile, evita la pomposità letteraria senza perdere di eleganza. Abile nel tratteggiare scenari visionari e onirici, non disdegna di penetrare negli spazi di uno splatterpunk che potremmo definire metafisico e multidimensionale. Non di marginale aspetto è la componente psicologica e traumatica dei suoi personaggi, sovente caratterizzati pescando dal background professionale legato alla professione di psicoterapeuta con una specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale. Un cocktail di punti di forza che hanno contribuito a farne un autore molto seguito dagli appassionati del genere (basti vedere l'entità delle numerose recensioni presenti su amazon), nonostante la decisione di autopubblicarsi.

Ne facciamo la conoscenza in occasione della lettura di Di Notte, La Strada, una novella abbastanza rappresentativa della sua narrativa ma non ascrivibile tra le sue opere manifesto (tra le quali si menziona anche il folk horror "Il Gregge"). Si tratta comunque di un'ottima lettura che fonde Riding the Bullet (2000) di Stephen King e Clive Barker, con una prima parte (kinghiana) notturna on the road che vede un camionista marciare su una sorta di Route 66 in compagnia di un bizzarro passeggero salito a bordo chissà dove. La sensazione, fin da subito, è che si tratti di un viaggio su una lingua di asfalto similar fiume Acheronte (con tanto di anime dannate ai lati). Pivetti costruisce infatti una personalizzata e lenta discesa all'inferno di un uomo, di cui scopriremo alla fine la vera identità, che si troverà catapultato in una dimensione "altra" di pura matrice barkeriana (vaghi echi anche a Hellraiser). Gli ingredienti sono costituiti da demoni rappresentati in forma originale, estasi del dolore, segreti innominabili cui si deve porre rimedio col sacrificio, deflagrazione della carne e soprattutto una componente onirica e delirante ben rappresentata dalla stessa copertina del libro. Piacerà ai fan di King e di Barker, con presenza di creature ectoplasmatiche (la scena nella stazione di servizio è puro King) e di un vago riferimento a soggetti quali RIPD – Poliziotti dall'Aldilà (2013) che lascia aperta la porta a un eventuale seguito. Lodevoli i dialoghi e il substrato di critica sociale all'uomo “civilizzato”. Interessante infine il ribaltamento dei ruoli: i buoni a volte non sono quelli che potrebbero sembrare e celano scheletri nei loro armadi (qui in realtà rappresentati da altri contenitori). Consigliato.

 
L'autore Luca Pivetti.
 
"Di notte la strada è un fiume d'inchiostro che cancella il passato e sovrascrive il presente... Di notte, puoi indossare l'oscurità come una maschera. Puoi diventare qualsiasi cosa, essere chiuque. Persino te stesso."

mercoledì 8 aprile 2026

Recensione Narrativa: ESECRANDA Vol.11 - Tomo 1 a cura di Circolo Culturale Esescifi.

Autore: AA.VV. a cura di Circolo Culturale Esescifi.
Anno: 2026.
Genere: Horror.
Editore: Indipendente.
Pagine: 272.
Prezzo: 14.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Torna l'antologia annuale Esecranda, a cura del Circolo Culturale Esescifì, giunta all'undicesima edizione. Si tratta, in tutta probabilità, del concorso di narrativa horror al momento più importante in Italia. L'edizione XI, terminata il 31 dicembre 2025, ha visto il record di iscritti, con oltre cento partecipanti tra i quali firme del calibro del vincitore del Premio Urania Claudio Vastano (che ha presentato, violando il bando, un racconto già edito e già pubblicato sulla antologia "best seller" Notte Horror '80 di Acheron Books). Molte firme dell'Underground hanno accettato la sfida, faticando non poco a entrare nell'antologia dei finalisti dove, a ogni modo, si registra la presenza di quattro autori della Hall of Fame (sono inclusi nella Golden Edition della storia decennale del concorso) del concorso ovvero Orfeo Patranel (poi vincitore dell'edizione), Enrico Ravasio, Cristiano Fighera e Matteo Mancini (il sottoscritto). Tra i non qualificati, oltre il sopracitato Vastano, spiccano i nomi di Carlotta F. Leone (fresca finalista all'Urania Short e finita nel secondo tomo) e i vari Paola Viezzi (vincitrice Premio Kipple), Emanuele Arciprete (vincitore Premio Rill), Federica Milella (finalista Visioni dal Futuro 2025), Mattia De Pascali (autore dell'eccellente 5 Biglietti per un Drive In, edito da Cut-Up Edizioni), Paolo Bertoglio (pubblicazioni con Independent Legion Publishing), Carmine Cantile (pubblicazioni con Weird Book), Cesare Buttaboni (noto recensore horror) e altri, tutti inseriti nella versione ebook.

La selezione finale non mi ha del tutto convinto, così come l'ordine di arrivo. La redazione ha deciso di strutturare la pubblicazioni in tre parti: un primo tomo con i migliori quattordici racconti, un secondo con ulteriori sedici e un'infinita extended version in ebook formata dai trenta racconti selezionati più ventinove ulteriori per un totale di cinquantanove storie.

In questo primo tomo, figurano almeno sei ottimi racconti, tre ulteriori validi, un racconto intermedio e quattro che non mi hanno convinto. L'orrore non è sempre predominante. Ci sono almeno due thriller grandguignoleschi (Fabrizio Raccis e Guido Del Giudice), uno dei quali con elementi fantastici, e due fiabe nere (Enrico Ravasio e Andrea Pupeschi), di cui una virata al war movie (Ravasio), mentre i restanti racconti trattano di apocalisse demoniaca (Cristiano Fighera e Matteo Mancini), Folk horror (Emanuele Di Filippo, Andrea Ravasio e in parte il già citato Raccis), ghost stories atipiche (Federico Biuso, Michele Nanni, Valeria Lipoma e Alessio Monni) e contaminazioni organiche determinate dalla presenza di parassiti nel corpo umano (Orfeo Patranel e Daniele Baiardi). Dunque, da come si può intuire e a differenza di quanto si è letto, non si tratta di un'antologia poi così variegata, rintracciandosi una certa impronta identificativa. I racconti, infatti, possono raggrupparsi in sei sottogruppi.

Il livello generale è buono anche se, a dispetto della classifica finale, vi sono almeno tre racconti (non me ne vogliate) non all'altezza di un'antologia super selezionata. Spiegherò di seguito questa mia impressione.

Sei sono i racconti, a mio modo di vedere, che spiccano, quattro dei quali per narrazione e scelte strutturali non lineari e più "impolpate" rispetto a tutte le altre. I quattro racconti migliori e più complessi di scrittura (e dunque anche più difficili da scrivere) sono Cavallo Cieco di Orfeo Patranel, Seme di Guido Del Giudice, L'Ultima Volta di Enrico Ravasio e La Bestia che Sale dal Mare di Matteo Mancini. Dietro questi quattro racconti brillano, seppure meno strutturati e meno caratterizzati, Il Principe di Cristiano Fighera e Lemure di Michele Nanni. Il mio vincitore e le relative menzioni personali (spero gradite) passano da questa rosa. Vediamo singolarmente i singoli racconti.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO: ATTENZIONE SPOILER

Cavallo Cieco di Orfeo Patranel, autore che avevo già indicato come mio personale vincitore in Esecranda IX, ha conquistato il primo gradino del podio. Senza ombra di dubbio, è un racconto estremamente elegante e tecnico, per non dire onirico. Patranel è un autore di grande classe, sebbene meno titolato di altri. Qui prende ispirazione da storie che rimandano a film quali L'Alieno (“The Hidden”, 1987) di Jack Sholder o Slither (2006) o Il Demone sotto la Pelle (1975), con un insettone alieno (anche se si allude alla sua presenza da sempre sulla Terra) che assume il controllo a tempo determinato del protagonista per compiere azioni delittuose in giro per il mondo. La storia è volutamente non ben definita, appare sfumata e sospesa tra sogno lucido e delirio. Alcuni passaggi rimangono confusi (il teletrasporto) e tra questi vi è il finale. È innegabile che Patranel riesca ad accattivare la lettura, ma a mio modo di vedere non è una storia perfetta. Può comunque valere il primo posto e io stesso ne confermo il piazzamento.


La Bestia che Sale dal Mare è il mio racconto (Matteo Mancini) e questo mi genera un po' di imbarazzo nel parlarne, in quanto dovrebbero farlo altri (ma quando si tratta di fare recensioni rispondono i soliti due gatti). È una storia che nasce da lontano, pesca dall'Apocalisse di San Giovanni, dalla Bibbia e dalla filosofia, cercando di fare critica sociale (condanna del materialismo e della conduzione di una vita priva di spiritualità) e al contempo omaggia la narrativa di genere rappresentata da romanzi quali La Notte del Demonio (“Demon Knight”, 1988) di Joseph Straczynski, Il Popolo Bianco (“The White People”, 1904) di Arthur Machen, L'Esorcista (“The Exorcism”, 1971) di Peter Blatty e Il Presagio (“The Omen”, 1976) di David Seltzer, incrociandola col mondo dei fumetti proprio di Hulk e di Devilman. Strutturato su cinque piani temporali diversi che vanno dalle peregrinazioni di San Pietro, alla nascita di un ipotetico ordine religioso (di fantasia) passando per il passato dei tre protagonisti principali della storia (un esorcista, un prete di paese e un uxoricida resuscitato). L'obiettivo era miscelare il tutto, plasmando un racconto capace di divertire con un piglio cinematografico che richiede una narrazione continua dove i fatti accadono rigo per rigo (e non dove si "mena il can per l'aia" o si allunga il brodo). Alcuni lettori hanno riconosciuto delle similitudini con la recente serie Midnight Mass (2021) che io però non conosco. Non nascondo che, al di là della felicità per essere stato incluso nel primo tomo, sono rimasto molto deluso del piazzamento (quattordicesimo) specie dopo aver letto gli altri. Penso che valesse molto di più, soprattutto se rapportato a racconti quali Welcome to Deadbrook, Quel Fradicio Settembre, Il Faro e il Custode, Mantra, La Torre dell'Ascensore e C'era una Volta che, secondo me, sono nettamente meno riusciti.


Strettamente correlato a La Bestia è Il Principe di Cristiano Fighera (terzo classificato), che utilizza i medesimi ingredienti e propone scene (il mezzo che ha un incidente, il demone rinchiuso in un furgonato, il veicolo con la targa del vaticano) e personaggi similari (l'esorcista dannato, il demonio che prende il controllo del mondo, la resa dei Carabinieri), riprendendo il plot già visto del camion che non si può arrestare se non per pochi minuti e che è condannato a viaggiare pena l'ira del misterioso carico che resta nascosto o comunque mai descritto per tutto il corso della narrazione. Un'idea questa pressoché identica al racconto Tir Blu Klein di Matt Briar, selezionato al Premio Rill 2024 e contenuto nell'antologia Si Riparano Macchine del Tempo (Acheron Books, 2024). Le caratterizzazioni non sono curate, inoltre l'esorcista assume condotte assurde decidendo arbitrariamente (perché altrimenti le conseguenze sarebbero peggiori) di giustiziare ragazzini e soggetti di passaggio, così da tenere buono il demone (in realtà avverrà l'opposto). Un errore quest'ultimo, perché in contrasto – se non altrimenti motivato – con il ruolo di un prete (che si rimetterebbe al volere di Dio). A ogni modo, è un racconto che mi è piaciuto e l'ho letto molto volentieri, pur trovandolo privo della profondità de La Bestia che Sale dal Mare e per questo, secondo me, peggiore (mi verrebbe da dire che è migliore il mio). Da evidenziare comunque il finale cupissimo, dove viene sgretolato anche quel barlume di speranza lasciato da La Bestia che sale dal Mare con cui completa un ottimo dittico.


L'Ultima Volta di Enrico Ravasio è il racconto che più mi ha divertito. L'ho letto due volte, perché nella prima occasione sono rimasto un po' disorientato. Vale il discorso fatto per La Bestia: incomprensibile che sia tredicesimo dietro a una serie di racconti che sono palesemente inferiori. Dal punto di vista delle scenografie e della fauna è il racconto migliore. Ravasio omaggia in versione B-Movie Alice nel Paese delle Meraviglie (e Viaggio al Centro della Terra) con una sottotraccia che segue i cliché di Apocalypse Now. Un manipolo di militari si incarica di recuperare in un contesto fatato un Generale impazzito (affetto dal cancro), muovendosi in un reame sotterraneo tra vegetazione aliena (funghi luminosi) e animali antropomorfi parlanti. La struttura, anche qua, non è lineare. La sensazione è di leggere una sorta di sequel di un qualcosa di precedente e infatti, in corso d'opera, si delineano tutti gli antefatti. Ravasio narra dall'inizio alla fine, costruendo una storia in cui le caselle vanno a riempirsi strada facendo. L'iniziale atmosfera da fiaba per adulti (dialoghi graffianti e ironici) si trasforma presto in un incubo in odore da cannibal movie anni '70 (sodomizzazioni, soggetti sventrati e appesi), con trovate da war movie. Tutto carino e di pregevole fattura, se non fosse per i marcatissimi debiti con il romanzo Il Livello Perduto (“The Lost Level”, 2015) di Brian Keene, in precedenza già marcatamente saccheggiato da Cocagne (2018) di Alessandro Girola (da cui arriva l'idea del soggetto malato che si rifugia nell'oltremondo).


Un altro racconto dall'interessante struttura è Seme di Guido Del Giudice, nome in ascesa nell'underground ma ancora sottovalutato (piazzamenti a Darkest Matter, Abissi e Torre Crawford). Più un thriller fantastico che un horror, si tratta di una storia che sintetizza due racconti in uno utilizzando quale leitmotiv un terzo racconto costituito da un'entità aliena piovuta sulla terra che funge da ispiratrice degli eventi, spostandosi avanti e indietro nel tempo. Lo stile sperimentale, punto di forza del progetto, ha in tutta probabilità penalizzato il risultato finale (undicesimo posto, anche questo dietro a racconti notevolmente inferiori). È di gran lunga il racconto più complesso da scrivere per effetto di una costruzione sperimentale, che abbandona la linearità per cercare una via più qualificante. La traccia del lontano passato (il 1973) procede in modo lineare, intervallata da una traccia più avanti nel tempo e “montata” in modo deflagrato come in film quali Rapina a Mano Armata (1957) di Kubrick o Pulp Fiction (1994) di Tarantino. La ragione di ciò sta nel fatto che la storia è narrata dalla prospettiva del 1973 con rimandi, quali visioni, a eventi futuri, in una costruzione (tipica di una certa scifi) in cui il futuro si è già delineato nonostante non si sia ancora verificato. Vendetta, rinascita, serial killer e momenti horror che rimandano alle fusioni corporali di certi film di Brian Yuzna, penso a Society (1989) o Faust (2001), sono gli ingredienti base.


Chiude la rosa dei miei migliori l'estremamente inquietate Lemure di Michele Nanni (autore, a differenza dei sopracitati, che non conoscevo), che propone la triste vicenda di un uomo perseguitato, fin dall'infanzia, da una creatura ectoplasmatica di sesso maschile e nuda che gli impedisce di avere rapporti sessuali e, al tempo stesso, determina la morte di tutte le donne che abbiano cercato di instaurare una relazione amorosa col ragazzo. Tra i migliori in assoluto dell'antologia, ma di struttura lineare e dal minore coefficiente di difficoltà. Quarto classificato.



Dietro questo lotto di racconti si assestano tre elaborati validi, ma inferiori dei sopramenzionati. Scannaporco di Emanuele Di Filippo, secondo classificato, è la copia italiana di Candyman (1992) da cui poco si discosta e quando lo fa, curiosamente, offre le parti più riuscite della storia, grazie a una buona contaminazione col folk-horror. La narrazione, a ogni modo, è quadrata e ben definita, col merito di evocare ottimi momenti splatter con punte di tensione, tra i migliori dell'antologia (la scena del porcile con i maiali che placano il loro grugnire). Purtroppo il boogeyman è ricalcato dalla pellicola di riferimento e non ha nulla di proprio. Come nel citato film, è possibile evocare Scannaporco pronunciando per cinque volte il suo nome e, sempre come nel film, quest'ultimo, armato di uncino scanna chi lo evoca per vendicare la morte truce e ingiusta che gli è stata riservata quando un tempo era un umano (caratteristica ancora una volta mutuata dal film, anche se qui si parla di omosessualità anziché di razzismo). Finale interessante, ma troppi debiti. Secondo posto immeritato.


Verte sul thriller grandguignolesco La Iena di San Giorgio di Fabrizio Raccis (quinto classificato) che, come Scannaporco, parte da una leggenda locale su un killer di periferia (siamo in Piemonte) per dipanarsi in un'indagine sulle bizzarre pietanze che vengono servite in un ristornate che annovera senatori, comandante della polizia e noti imprenditori tra i propri clienti. Si cerca la via allegorica con una serie di dialoghi ambiziosi che non centrano pienamente l'obiettivo. Non mancano tuttavia dei buoni momenti (la scoperta del camion con frattaglie umane). Presenza massiva di metafore, alcune delle quali forzate. A ogni modo, intrattiene.


Mantra di Daniele Baiardi tratta il dramma del cancro e della solitudine con un impianto drammatico che, nell'ultima pagina e mezzo, vira all'horror alla Alien, col tema del parassita che si ciba di carne umana. Visto qualcosa del genere, di recente, anche nel film Blood. Elegante lo stile (eccetto i periodi che iniziano col “mentre”), ma la narrazione latita e lascia più campo alla disperazione introspettiva.


Sul livello dei tre racconti appena analizzati si assesta C'era una Volta di Andrea Pupeschi, ben scritto e in odore di fiaba nera, sebbene un po' confuso e troppo legato ai racconti infantili (della serie: se non ti addormenti arriva l'uomo nero). Narrazione a corrente alternata. Pur faticando a carburare, regala qualche momento di tensione all'interno di una sorta di manicomio infantile dove, ogni sera, una strega sale a divorare pezzo per pezzo i bambini che non dormono.


I restanti quatto racconti non mi hanno convinto. La Torre dell'Ascensore di Federico Biuso e Il Faro e il Custode di Valeria Lipoma, pur se ben scritti, hanno un ritmo lentissimo che porta alla noia e in cui sembra non succedere mai niente. Il primo sembra una variante della serie di racconti stile tredicesimo piano, l'altro invece è un racconto di atmosfera sulla solitudine e su una specie di genius loci che risiede all'interno di un faro.


Quel Fradicio Settembre di Andrea Ravasio è un racconto riempitivo. Sviluppo lineare e semplice, con un evento meteorologico violento (un acquazzone) che porta il protagonista a prendere una strada alternativa che lo porterà in un casolare abbandonato dove gli verrà narrata la storia di una creatura metà donna e metà rettile (variazione del tema "sirene"). Manca di fantasia e non riesce a graffiare all'epilogo, dove il presunto colpo di scena lascia indifferenti i lettori. Niente a che fare con La Tana del Serpente Bianco di Bram Stoker.


Simile a Il Faro e il Custode di Valeria Lipoma è Welcome to Deadbrook di Alessio Monni. Si tratta di un'altra storia in cui il protagonista diviene prigioniero di un luogo e impossibilitato a ritornare alla vita comune. Nella fattispecie siamo in Scozia, in un villaggio off limits, dove le anime dei trapassati persistono a vagare per le vie urbane. Pur se più intrigante e definito rispetto alle storie della Lipoma e di Biuso, grazie alla struttura tipica del racconto d'indagine, pecca di stile e di costruzione narrativa. Monni adotta periodi frammentari, spezzati e minimalisti. I dialoghi sono da teenager (il protagonista che litiga col tassista oppure telefona a un noleggiatore fancazzista), per non parlare di tutta la prima parte di racconto (finché non si arriva a nel villaggio fantasma) che fa “brodo” e che si potrebbe tranquillamente tagliare. Buona l'idea di Deadbrook, poco definita la spiegazione sull'entità che domina la città e che pare far rivivere il passato (il tema del ricordo, sebbene meno caratterizzato, c'è anche nel racconto della Lipoma) oscuro del protagonista.


CONCLUSIONI

Progetto da sostenere. Prezzo, questa volta, economico (circa 15.00 euro) che vale l'acquisto. Leggerò anche il secondo tomo, a caccia di racconti da rivalutare. Particolare nota di merito per le raffigurazioni, dedicate a tutti i racconti, a firma dell'immancabile Lellinux. Carinissima (soprattutto per i disegni) la graphic novel finale dedicata all'eroina Falena Nera di Teodorani e Zano con contenuto alla Kriminal (maschilismo di fondo in stile anni '60).


LA MIA CLASSIFICA

1 PATRANEL

2 MANCINI

3 RAVASIO E.

4 DEL GIUDICE (menzione)

5 NANNI (menzione)

6 FIGHERA (menzione)

7 DI FILIPPO

8 RACCIS

9 BAIARDI

10 PUPESCHI

sabato 4 aprile 2026

Recensione Saggi: BEYOND THE GATES di Chaus Balun.

Autore: Chaus Balun.
Titolo Originale: Beyond the Gates.
Anno: 1996.
Genere:  Saggio Cinematografico.
Editore: Edikit (2026).
Pagine: 92.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Ripescaggio della Edikit del critico Andrea K. Lanza che, in occasione del trentennale della morte del regista Lucio Fulci, importa in Italia il primo saggio dedicato dalla critica americana al “Terrorista dei Generi” o, come lo chiamavano in America, al “The New Godfather of Gore”. Beyond the Gates venne infatti pubblicato nel 1996 dal critico cinematografico, scomparso nel 2009, Chaus Balun, pochi mesi dopo la morte del regista, diventando presto cimelio da collezione tra i cultori statunitensi del cinema di genere.

Si tratta di un testo snello (una trentina circa di pagine, al netto delle introduzioni e delle immagini), ricco di foto di scena, manifesti e locandine, che compie un rapido excursus sulla cinematografia thriller e soprattutto horror del regista (i western e le commedie non sono neppure citate) dal punto di vista del pubblico americano. Interessanti sono gli spunti memorialistici e introduttivi di personaggi quali Shawn Smith, Tom Rainone e Antonella Fulci, così come gli aneddoti legati alla produzione del film La Fattoria Maledetta che vide coinvolto anche Fulci (non ricordavo questo particolare). Altro aspetto gradevole, sono le citazioni, nel corso della lettura, di alcue risposte fornite da Fulci durante la sua apparizione americana, nel gennaio del 1996, presso il festival Fangoria di New York.

Tutto ciò premesso, tuttavia, non si può non considerare che Beyond the Gates giunge troppo tardi sul mercato italiano, non riuscendo a fornire al cultore del regista qualcosa di nuovo (se non la percezione personale del pubblico americano e i ricordi delle visioni presso drive in e grindhouse). La materia, nel corso degli anni, è stata trattata, tra gli altri, dal monumentale Il Terrorista dei Generi di Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore, senza contare i vari Filmare la Morte di As Chianese e Gordiano Lupi o Lucio Fulci: Le Origini dell'Horror di Francesco Basso. Resta comunque un volume per completisti del regista acquisendo valore da collezionismo per essere stato il primo saggio dedicato al Maestro romano.

 
Il regista Lucio Fulci.
 
"Se lo conoscevi davvero, imparavi presto l'unico modo per compiacerlo: dovevi resistere quando ti prendeva di mira."

domenica 29 marzo 2026

Recensione Narrativa: IL MIRACOLO DI GORDON PASCIA' di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Anno: 2026.
Genere: Storico / Bellico.
Editore: Book Sprint.
Pagine: 212.
Prezzo: 19,90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Abbiamo recensito più volte Maurizio Bianciotto sulle pagine di questo blog, sempre nel ruolo di scrittore di racconti brevi o di novelle di impronta gotica. Lo ricordiamo, tra le varie opere (Un Castello nei Carpazi per Mannarino Editore, https://giurista81.blogspot.com/2024/10/recensione-narrativa-un-castello-nei.html, o la serie Trilogia dell'Incubo per Santi Editore, https://giurista81.blogspot.com/2023/03/trilogia-dellincubo-ii-il-ritorno-di.html), tra gli autori italiani inclusi nella serie periodica Weird della Dagon Press (qua la recensione del racconto: https://giurista81.blogspot.com/2025/06/recensione-narrativa-weird-4-di-aavv.html). Confinarlo tuttavia in un genere sarebbe riduttivo. Bianciotto ha scritto storie western, war movie ambientati in terra nipponica durante la seconda guerra mondiale, erotici commistionati all'horror, dimostrando una versatilità degna da specialista delle riviste della prima metà del novecento. Vi è, a ogni modo, una matrice comune che assimila le tante facce della sua narrativa ed è la spiccata predilezione per il racconto storico e per gli episodi bellici, vuoi che si tratti della guerra di secessione americana o degli scontri tra nordisti e indiani (Il Giorno in cui Morirono le Giacche Blu) vuoi che si tratti di conflitti tra esponenti dell'Impero Austro-Ungarico e forze rivali. Il Miracolo di Gordon Pascià è l'emblema di questa matrice che qua divora il resto, passando da contorno della vicenda a traccia principale. Bianciotto accantona il fantastico e l'erotico (talvolta presente nelle sue storie) per intavolare un racconto bellico calato nel contesto coloniale britannico. Siamo infatti nel 1885, in Sudan, durante una serie di scontri tra la milizia egiziana supportata dagli europei e i locali agli ordini di un integralista islamico. Gli scontri sono furibondi, resi più devastanti dal caldo, dall'uso di scimitarre e dagli spazi aperti in pieno deserto.

L'ispirazione arriva dal film Khartoum (1966) diretto da Basil Dearden, candidato all'oscar per la migliore sceneggiatura originale (firmata da Robert Ardrey). Bianciotto tributa la pellicola, confezionando una sorta di novelization. Il risultato finale, edito dalla Book Sprint Edizioni, è altamente professionale e, in tutta probabilità, costituisce la migliore prova dell'autore. Lo scrittore torinese sfoggia un talento da fare invidia a molti degli scrittori italiani che si leggono sulle pagine di Segretissimo, collana in cui, a nostro avviso, Bianciotto avrebbe dirito di misurarsi. L'impianto narrativo è visivo, sviluppato da un registro narrativo leggero (ma non banale), accattivante, che lascia in tribuna i leziosismi e le presunzioni letterarie a vantaggio dell'efficacia e dell'azione. I toni sono epici, da tragedia greca, con personaggi eroici che antepongono la riuscita della loro missione a tutto il resto. La cura nei dettagli e la definizione dei personaggi sono eccellenti, così come lo sono i dialoghi, le descrizioni di costumi, armi, strategie militari e la descrizione degli assalti alla baionetta. Esemplificativi sono il superlativo prologo e l'infernale epilogo. Il romanzo parte subito in quarta per poi concentrarsi sul duello, dapprima psicologico e poi sul campo di battaglia, tra il Generale inglese Gordon Pascià, nominato Governatore Generale del Sudan, e Mohammed Ahmed detto “Il Mahdi – L'atteso”, uno dei tanti estremisti religiosi convinto di essere benedetto da Allah per sconfiggere gli infedeli. Battaglie violentissime, oscure trame politiche londinesi, avventura, scenografie desertiche affascinanti che si dipanano dalla piana di Giza - all'ombra delle piramidi - fino al Sudan, risalendo lungo il letto del Nilo (tra agguanti e cannoneggiamenti). Il lettore, tra una scaramuccia e l'altra, cadenzata dai lavori di potenziamento delle difese naturali di Khartoum destinata a essere assaltata come un fortino in un western, resta in attesa di un finale che, a differenza del Deserto dei Tartari, non si farà attendere. Duecentodieci pagine che scorrono veloci, con un occhio a Salgari e uno ai pulp magazine americani degli anni '30. Bianciotto si conferma tra i migliori intrattenitori della carta stampata italiana. Purtroppo, un po' il genere non troppo accattivante per un pubblico giovanile e un po' la ridotta visibilità che garantiscono i piccoli editori con cui l'autore è solito colaborare, il nome "Bianciotto" fatica a emergere, quando invece qualche “osservatore” delle major interessate alla narrativa di intrattenimento dai risvolti storico/bellici dovrebbe valutare l'eventualità di importarlo nella propria factory.

Se siete alla ricerca di un'avventura epica da risvolti bellici e dagli scenari avventurosi, Il Miracolo di Gordon Pascià non vi deluderà. Personaggi vividi, in grado di coinvolgere il lettore facendolo sentire parte integrante della narrazione, ritmo serrato, dialoghi graffianti e scontri all'ultimo sangue. Non trovo un difetto al volume. Promosso con lode.

La locandina del film che ha ispirato il romanzo