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martedì 28 luglio 2026

Recensione Narrativa: L'ULTIMA NOTTE DI EDWARD HYDE di Maurizio Bianciotto

Autore: Maurizio Bianciotto.
Anno: 2026.
Genere:  Horror.
Editore: Mannarino Edizioni.
Pagine: 160.
Prezzo: 12.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Maurizio Bianciotto e la Mannarino Edizioni, dopo La Sanguinaria Dama della Magione Oscura – Orrore (2023) e Un Castello nei Carpazi (2024), già analizzati su questo blog (https://giurista81.blogspot.com/2023/06/recensione-narrativa-la-sanguinaria.html e https://giurista81.blogspot.com/2024/10/recensione-narrativa-un-castello-nei.html), tornano al genere horror con un dittico tipico della produzione dell'autore. Spicca L'Ultima Notte di Edward Hyde, vera e propria rimodulazione di The Strange Case of Doctor Jekyll & Mister Hyde (1886), cui funge da complementare Il Sogno, un racconto di lunghezza breve che ripropone il tema della seducente donna vampiro che attira le prede nel bosco.

L'Ultima Notte di Edward Hyde pare la novelization di un copione teatrale di discreto successo scritto da uno scrittore di un certo tenore e già questa è una lode. Bianciotto parte dal soggetto di The Strange Case of Doctor Jekyll & Mister Hyde (qua la mia recensione: https://giurista81.blogspot.com/2018/03/recensione-narrativa-lo-strano-caso-del.html) per rimodulare l'intera storia di Stevenson in un vero e proprio reboot con molte libere concessioni (su tutte la fine di Jekyll). Vengono riproposti i personaggi principali della storia, a cui si aggiungono Sherlock Holmes (qua la mia presentazione del personaggio nel suo romanzo di esordio: https://giurista81.blogspot.com/2016/12/recensione-narrativa-uno-studio-in.html) e, all'epilogo, Dorian Gray (qua la mia recensione del romanzo di riferimento: https://giurista81.blogspot.com/2016/01/recensione-narrativa-il-ritratto-di.html). Ne esce fuori un cosiddetto Sherlock Holmes apocrifo dove però non sono né il mystery né l'intreccio giallo a prevalere (solo gli ospiti di Jekyll continuano a interrogarsi su chi sia l'assassino che sta funestando la tranquillità di un quartiere benestante di Londra), bensì una riflessione filosofica sulla duplice natura umana, sui preconcetti sociali tra ricchi e poveri e sul fascino corruttivo e appestante del male (eloquente l'epilogo alla Nosferatu di Murnau, col male che si diffonde sull'Europa in vista dello scoppio della prima guerra mondiale). L'intreccio infatti è prevedibile e lineare. Tutti i fatti vanno come devono andare fin dalla prima pagina, non ci sono grossi colpi di scena né vengono ricercati. È il contorno, dunque, a differenziare il testo dalla base di riferimento. Bianciotto vuole filosofeggiare (e fa bene, poiché aggiunge sostanza), segue gli insegnamenti di Thomas Hobbes e di Empedocle (la vita come un perenne equilibrio tra bene e male, entrambi necessari alla natura umana), individua nell'etica e nelle regole i freni indispensabili tolti i quali si scatenerebbe una libertà assoluta che porterebbe al caos. L'interesse su tali aspetti è evidenziato dai magistrali (punto di forza della novella) dialoghi che accompagnano l'intero racconto e che tendono a prevalere sui fatti, comunque ben narrati con omicidi cruenti perpetrati da Hyde e dal suo immancabile bastone da passeggio (che sfonda crani e libera la materia cerebrale). Perfettamente in linea alla destinazione teatrale anche la scelta di ridurre le location. L'intera storia si svolge in spazi interni ovvero tra le mura della casa del Doctor Jekyll, soluzione che rende adattabilissimo e di poco costo la riduzione teatrale del testo per uno spettacolo.

Lo stile narrativo di Bianciotto ormai è consolidato e lo pone tra i migliori narratori di intrattenimento italiano, pur se autolimitato dai soggetti derivativi che sceglie sovente di proporre e che, a mio avviso, ne impediscono l'ascesa. Il dittico in questione non si distingue da tale vezzo. È comunque interessante il lavoro di rimodulazione operato sulla novella di Stevenson, generando un vero e proprio reboot che parte dalla medesima idea (il tentativo, peraltro riuscito, del Dottor Jekyll di separare le due anime umane, lo sdoppiamento del personaggio, gli esperimenti in laboratorio, la pozione chimica e la furia omicida) arrivando a conclusioni diverse, peraltro con uno Sherlock Holmes cinico e giustizialista come non mai (emblema di una politica repressiva che non può garantire la totale libertà dell'individuo per paura di danneggiare il bene collettivo). Da sottolineare anche il contesto storico in cui viene ambientata la storia, spostato poco dopo la catena di omicidi di Jack Lo Squartatore che funge da oggetto dei dialoghi dei personaggi (qua la mia recensione del romanzo di Robert Bloch: https://giurista81.blogspot.com/2021/08/recensione-narrativa-jack-lo.html), così da tributare un po' tutti i pilastri del fantastico vittoriano (manca giusto il vampiro). Bianciotto ne approfitta per fare intavolare ai suoi personaggi, tutti ospiti e invitati dal Dottor Jekyll, una discussione socio-politica che tocca anche alcuni temi della criminologia primordiale sdoganata da Cesare Lombroso, immaginando che le persone colte e nobili siano incorruttibili dal male, un'impostazione a cui si oppone Holmes (“Il male non ha preferenze ed è un'entità assai democratica: può albergare in chiunque”) senza che gli altri riescano a comprenderne le ragioni: “Lei è un genio, perché come sempre è riuscito a creare un'estrema confusione e a tirare fuori argomentazioni talmente astruse che il suo avversario finisce con il non capirci più nulla. Sherlock Holmes non è poi così rivoluzionario, ma incarna alla perfezione la filosofia di Thomas Hobbes: “E stato il mio mestiere che mi ha portato a essere così e la scarsa fiducia negli individui e nelle loro motivazioni ha fatto si che il passo successivo fosse il più totale pessimismo”.

Pur se derivativo, dunque, L'Ultima Notte di Edward Hyde si segnala tra i migliori lavori di Bianciotto, soprattutto per il tentativo (riuscito) di intellettualizzare il testo aggiungendo ai contenuti psicanalitici (presenti) di Stevenson quelli sociologici, filosofici e politici di un'epoca bigotta che vedeva solo all'esterno di sé stessa i pericoli che avrebbero potuto deflagrarla (la tematica al centro del cosiddetto imperial gothic, basti solo citare Dracula).

Di spessore inferiore Il Sogno, un racconto standard che definirei di completamento. Forse un po' frettoloso all'inizio, costruisce bene l'attesa dell'evento apicale attraverso una serie di sogni premonitori che annunciano al protagonista (il classico militare russo dei racconti di Bianciotto) l'incontro con una splendida donna che, in realtà, è una lamia di epoca romana pronta a vampirizzarlo. Ben scritto ed efficace, ma incentrato su tematiche ampiamente già trattate dall'autore.


Ogni individuo è un miscuglio di bene e di male, di impulsi positivi e negativi che si compensano a vicenda. Anzi è proprio sul loro equilibrio che si regge l'intera esistenza. Quali potevano essere le reali intenzioni di Henry Jekyll? Annientare il male e dare vita a un'umanità fatta solo di santi e di asceti?


mercoledì 22 luglio 2026

Recensione Narrativa: UN'OMBRA NELL'OMBRA di Pier Carpi.

Autore: Pier Carpi.
Anno: 1974.
Genere: Horror / Occulto.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2026.
Pagine: 294.
Prezzo: 17.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

INTRODUZIONE

Con Un'Ombra nell'Ombra torna sul mercato un autentico capolavoro dimenticato della narrativa horror esoterica italiana, un sottogenere assai scarsamente frequentato dagli scrittori nostrani e che trovava invece forte presa nell'Inghilterra della prima metà del novecento (Arthur Machen, Dennis Wheatley, Aleister Crowley, Dion Fortune, William Butler Yeats e via dicendo). Lo firma il poliedrico e discusso Pier (Arnaldo) Carpi, che attinge a piene mani dalla propria esperienza personale, da conoscenze dirette e indirette legate a certi riti iniziatici e soprattutto dai suoi saggi Storia della Magia (1968), Le Società Segrete (1968), I Mercanti dell'Occulto (1973) e Abracadabra (1974).

Cresciuto in un orfanotrofio maschile di Reggio Emilia (si registrano echi in Un'Ombra nell'Ombra), Carpi sviluppa un background fortissimo, fatto di passione e studio, che sfocia nel romanzo qui in esame, edito nel 1974 dalla mitica Editrice Nord nella collana Arcano, casa specializzata in fantascienza, poi trasposto al cinema (abbastanza fedelmente) nel 1979 dallo stesso Carpi. Un'opera che definirei cardinale nell'assai poco sviluppato e osteggiato mondo dell'horror e del magico italiano, tanto da non essere stata reputata sufficiente dagli autori del saggio Guida ai Narratori Italiani del Fantastico (Odoya) – saggio che, si badi bene, si è aggiudicato il Premio Italia - per dedicare una specifica scheda all'autore (citato solo in un capitolo in cui si polemizza beceramente su Gianfranco De Turris, in un'ottica di improduttivo campanilismo politico). A distanza di oltre cinquant'anni, l'Agenzia Alcatraz, reale perla dell'editoria italiana legata all'horror europeo del novecento, ripropone il volume corredato dalla prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini, autori del pregevole (e ovviamente poco celebrato) saggio Fantastico Pier Carpi! (2025) edito dalla piccola Yorick, e dalla postfazione del dominus di Nocturno Davide Pulici. Un'uscita dunque doverosa e meritoria di essere plaudita e premiata, che arriva a ventisei anni dalla prematura morte dell'autore, scomparso a sessant'anni nel giugno del 2000.

Pier Carpi è stato un autore poliedrico e discusso, dapprima giornalista e satirico, nonché scrittore di racconti per Intrepido e Monello, poi divenuto popolare tra i cultori di fumetti, grazie alle sue collaborazioni per Topolino, Superman, Batman, Diabolik, Martin Mystère, Zona X e molti altri. Ha altresì creato personaggi quali Zakimort e Teddy Bob poi protagonisti di specifiche collane. Vignettista umoristico per le serie Mondadori dei gialli e per Segretissimo, fu tra i fondatori nel 1970 del mensile di cinema e fumetti Horror. Un curriculum che delinea il profilo di un grande specialista di cultura popolare italiana, che ha altresì tentato la via della regia cinematografica, dirigendo tra il 1975 e il 1979 due film, e della regia teatrale. Al suo attivo vanta numerosi premi (tra cui il Bancarella), sia per il giornalismo che per le fiabe, oltre che per i saggi. Autore di quattro romanzi, tra cui il qui presente Un'Ombra nell'Ombra, oltre di Romanzo di Diabolik (1969) e di racconti come La Morte del Duce, inserito in Fanta-Italia (1972) a cura di Gianfranco De Turris, Vittorio Curtoni e Gianni Montanari.

Nel 1977 finisce sulle pagine di tutti i giornali per l'avvistamento di un UFO, creando un polverone che induce giornalisti internazionali a recarsi sul posto, seguiti dalle forze dell'ordine.

Un nome dunque molto in vista nelle edicole, che trova tuttavia la sua linfa da un mondo assai più oscuro e culturalmente “oligarchico”. La sua vera passione e vocazione, infatti, risiede nella ricerca nell'occultismo e nell'esoterismo, con presa critica diretta a smascherare i ciarlatani, facendone – probabilmente – una delle figure più preparate in Italia nella seconda metà del novecento. Un'ossessione che lo portò ad avvicinarsi o a essere avvicinato da certi mondi esoterici, tanto da diventare grande amico di Licio Gelli, il Maestro Venerabile della Loggia Massonica P2, di cui Carpi dichiarò di non farne parte (e infatti non fu coinvolto negli strascichi giudiziari). Fu membro di società teosofiche, dando vita a un gruppo Teosofico da lui presieduto che aveva sede a Reggio Emilia. Amicizie e rapporti che finirono (vergognosamente) con il decretarne la messa al bando. Penalizzato oltremisura e non più messo in condizione di pubblicare, fu vittima di un ostracismo che ne comportò l'emarginazione dagli ambienti dell'intellighenzia. La figura di Carpi esce dai radar dopo lo scandalo P2, periodo in cui l'autore pubblica uno sparuto numero di saggi sui maestri venerabili, P2, oltre i saggi Il Diavolo: I Riti, I Sabba, Gli Esorcismi, Tutti i Segreti e i Patti Satanici (1988) e Gesù Contro Cristo: tra magia e mistero, il romanzo che svela i segreti del Vangelo (1997). Deceduto per attacco cardiaco, le sue opere finiscono con l'acquisire l'alone di culto divenendo preda di collezionisti e cultori.

Di lui i prefattori del libro scrivono: “Pier Carpi non era uno scrittore come gli altri. La sua figura sfugge alle classificazioni lineari: autore pop e insieme elusivo, narratore capace di muoversi tra fumetto, cinema, giornalismo e narrativa. Carpi costruì nel tempo un personaggio pubblico che sembrava un riflesso delle sue stesse storie”.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Penso di poter definire Un'Ombra nell'Ombra uno dei romanzi più inquietanti e solfurei che mi sia capitato di leggere, dove la presenza del maligno avvolge l'intera narrazione senza mai palesarsi in modo troppo esplicito. Siamo nel solco dei romanzi di Dennis Wheatley (penso a The Devils Rides Out) o di Arthur Machen (penso a The White People), ma anche di opere come Alraune di H.H. Ewers o The Omen di David Seltzer (che è successivo). Carpi confeziona una potente storia sulla stregoneria nella Milano contemporanea, infarcita di simbolismi, rituali derivanti dai manuali di magia, rimandi alchemici (evidente la presenza dell'ermafrodito) e autobiografici (la parte ambientata nel collegio, l'isolamento nella società della streghe, la dannazione del soggetto dotato di “qualifiche” superiori) che portano il lettore a interrogarsi sul significato dell'esistenza in un'ottica di contrapposizione tra bene e male, visti però in un accezione macheniana molto diversa dalla definizione comune e in un'ottica ascetica di ricerca dell'emancipazione dal ruolo di schiavo tipico dell'uomo “normale” verso uno sviluppo spirituale che conduca a un qualcosa di superiore. In altre parole, è un classico romanzo massonico, dove si assiste a una lotta intestina all'interno di una coven di streghe.

Carpi opta per una struttura atipica, che si sviluppa in modo blando tra momenti di vita quotidiana a Milano e con interruzioni (talvolta oniriche) che spezzano le parti più squisitamente horror e forniscono un andamento non lineare alla vicenda. Non si tratta pertanto di un romanzo del terrore di valenza commerciale. Carpi fa filosofia per tramite di personaggi bizzarri (la figura del giovane professore o del prete che ha smarrito la fede e redarguisce un gruppo di fedeli che inneggiano alla Chiesa dei poveri) ricercando finalità nobili ed elevate. Il suo è un romanzo dedicato ai perdenti, malinconico e antieroico. Non si rivolge ai ragazzini né si ispira alla narrativa americana scuola Blatty (penso a The Exorcist), da cui pure attinge (lotta madre e figlia, esorcismi qua pagani). Le ispirazioni, per impostazione e contenuti, arrivano dalla narrativa inglese di inizio novecento, quella creata dagli autori scuola Golden Dawn o società affiliate. Un'operazione che Carpi gestisce in modo magistrale, regalando un mix di erotismo blasfemo (tanti nudi femminili) in cui si assiste a un'originale compenetrazione tra sacro e profano impreziosita da momenti filosofici e da una visione “positiva del male” quale chiave di lettura per ritrovare la fede perduta (il romanzo può anche essere letto come un atipico romanzo religioso). Non mancano prese di posizioni sulla magia, con superamento della dicotomia tra magia bianca e magia nera. "Non ci sono più roghi per noi; ma la società ha sostituito, in gran silenzio, ai roghi, la morte civile. La nostra stessa natura ci isola. La gente ci evita, ci odia. Ogni tipo di amore, ci è precluso. Non è una scelta nostra, è una scelta degli altri."

Un'Ombra nell'Ombra è dunque un autentico capolavoro di valenza internazionale, specie se si valuta nell'ambito della narrativa del terrore italiana. Pochi romanzi nostrani di genere possono tenerne il passo (francamente lo definirei il migliore in assoluto nel genere). Carpi qui fa paura e lo fa con una ragazzina diabolica che anticipa di due anni l'ideazione del Damien cinematografico (vedere le parti a scuola, riprese da La Maledizione di Damien) con continue allusioni sataniche (il diavolo c'è e come ed è l'ombra nell'ombra) fatte di urli, berci, poteri sovrannaturali e mosche portatrici di vita e, al contempo, di morte. Al di là di quanto detto, il romanzo è altresì carico di una valenza che potremmo definire legata alla figura della new woman (tema caro a certi autori del blocco Golden Dawn, basti citare Bram Stoker), in un'ottica capovolta. La dicotomia tra madre e figlia, ovvero le due protagoniste contrapposte del romanzo, evidenzia il superamento della donna sottomessa e abbandonata a sé stessa, in favore di un modello combattivo, egoistico, che rigetta la coppia vedendo nella solitudine la via per l'evoluzione nella consapevolezza di sé stessi e dei propri poteri. La bambina posseduta qua non è vittima del demonio, ma ne diviene emblema di potenza e di affermazione. Si supera quindi l'impostazione mariana della donna coraggiosa che vince il male in nome della famiglia, rendendosi quale forza trainante del gruppo, a beneficio di un'impostazione nichilista (da evidenziare il monologo che il professore fa al cospetto delle prostitute).

A chi è dunque consigliata la lettura? Sicuramente agli amanti della narrativa del terrore di serie A, ovvero quello "esoterico" e letterario che cerca di andare oltre il genere e di interrogarsi sui grandi misteri spirituali dell'uomo. Interessante anche per gli estimatori di un certo erotismo blasfemo o per chi ricerchi romanzi diabolici. Si tengano alla larga coloro che, invece, apprezzano l'esclusivo intrattenimento o un'impostazione pulp, poichè lo troverebbero insulso e pesante non potendone apprezzare i contenuti iniziatici.  

L'autore Pier Carpi.

"Avete cercato di possedere certe cose solo per inserirvi in questo mondo, per trovare spazio tra la gente che suda e vi odia, che vi emargina e vi uccide. Voi avete scelto di essere vittime, io sarò carnefice. Io non voglio entrare tra la gente. Non voglio essere emarginata. Mi rendo solitaria e forte. Non voglio essere colpita, colpirò. E prima di tutti te e quelle come te."

lunedì 13 luglio 2026

Recensione Narrativa: Antologia Criminale di AA.VV a cura di Fabio Mundadori.

Curatore: Fabio Mundadori.
Anno: 2026.
Genere: Antologia Giallo, Crime, Poliziesco.
Editore: Tralerighe Libri Editore.
Pagine: 286.
Prezzo: 20.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Appuntamento annuale con l'Antologia Criminale del Garfagnana in Giallo, selezione dei migliori racconti giunti alla XVIII Edizione del premio. Concorso importante nel campo della narrativa crime, in parte sponsorizzato dal Giallo Mondadori (presenti alla premiazione Franco Forte e Fabio Mundadori) con una pletora di premi – dai romanzi inediti, ai romanzi editi, passando per le autopubblicazioni e i romanzi storici – che hanno nella sezione narrativa breve il loro fiore all'occhiello, essendo questo l'unico volume sponsorizzato dal concorso a uscire con i loghi dello stesso. Ventinove racconti di altrettanti autori, nessuno dei quali agli esordi. Molte crime story, qualche hard boiled e noir, alcuni rari esempi di horror e di action e poi i gialli, non troppi per la verità, e una marcata spruzzata di dramma sociale. Pirati della strada, indagini giornalistiche, delitti dal passato che riemergono, regolamenti di conti, serial killer, sicari imbranati, presenze ectoplasmatiche, boss mafiosi, pestaggi, suicidi spettacolarizzati, gialli culinari e chi più ne ha più ne metta. Tra le firme di maggiore spicco si segnalano Claudio Secci (curatore di collana per Delos Digital), Giuseppe Mallozzi (giornalista di cronaca de Il Messaggero), Enrico Ruggiero (vincitore di AG Noir e Giallo Milanese nel 2025, secondo nel Giallo Fiorentino e nel Lucca Noir), Roberto Ripastella (pluripiazzato a Nebbia Gialla, Giallo Festival e Thriller Cafè) e lo scrittore di lungo corso livornese Glauco Ballantini, oltre che la vincitrice uscente (peraltro riconfermata nell'edizione 2026) Beatrice Fiaschi.

La lettura è universalmente piacevole. Devo dire che il livello generale, dopo un quarto di secolo di sfide continue, ha raggiunto livelli apprezzabili, tali da consentire la realizzazione di volumi che meriterebbero maggiore considerazione da parte del pubblico. Lo confermano i racconti meno riusciti, poiché – come dico sempre – la buona resa di un'antologia è determinata dai racconti considerati inferiori. Gli organizzatori si sono limitati a decretare il podio del concorso, rilasciando poi attestati di partecipazione a tutti gli altri. L'esito finale, con vittoria andata a Beatrice Fiaschi davanti a Claudio Secci e Glauco Ballantini (tre, curriculum alla mano, tra i più conosciuti) è molto discutibile ma, a onor del vero, c'è da dire che, nell'occasione, stilare una classifica di merito era molto difficile tanto che io stesso ho incontrato molte difficoltà. Il livello complessivo è infatti omogeneo e si mantiene tale fino alla fine. Se è vero che vi siano alcuni autori stilisticamente più maturi rispetto ad altri, con punte di qualità “stilistica” rappresentate dalle prove di Tommaso Sala (elegantissimo), Glauco Ballantini (revisionista), Claudio Secci (mestierante che sa sfumare tutta la storia inducendo il lettore a vedervi cose che non sono scritte) ed Enrico Ruggiero (perfetta la prima parte nella definizione dei rapporti tra un avvocato e il suo cliente) e punte di minore cura rappresentate dai vari Angela Potente (eccessivo uso di metafore, alcune delle quali sballate, nella prima parte, con un incomprensibile gioco di specchi) e Lee La Bella (alcuni periodi contorti, uno dei quali di cinque righe con una sola virgola utilizzata), altri autori riescono a compensare con grande senso del ritmo e coinvolgimento risultando quindi molto più divertenti e specializzati nella narrativa di genere come Alessandro Denci Niccolai, Alessandro Cirillo, Paolo Soli, Simone Clementi, Andrea Monacelli e – penso di poter dire – il sottoscritto Matteo Mancini, mentre altri ancora, quali Ornella e Andrea Di Sabatino, Alice Testa, Giuliano Fontanella e Simona Conte, più inclini al thrilling con storie che si dipanano lentamente in vista della spiazzante rivelazione finale (bello, a riguardo, il racconto di Andrea Di Sabatino). L'autrice che ha presentato, a mio modo di vedere, il racconto più quadrato e completo in ogni sua componente è Silvia Zanolli (già edita da Montag) con La Bagnante Involontaria, a cui va il mio primo premio, per avere realizzato uno dei pochi gialli classici (spiegone finale compreso, non che sia un pregio) presenti nell'antologia, cadenzato da una serie di incastri, colpi di scena e moventi giustificati calati in un contesto familiare alto-borghese assai marcio.

Capite dunque la difficoltà di individuare i soggetti da premiare, specie se non risulta chiaro il criterio di preferenza. Avendo scelto, per gioco e divertimento, di analizzare tutti i racconti provando a stilare una mia classifica, ritengo quindi opportuno definire quelli che – a mio modo di vedere – sono stati i miei criteri di scelta per un concorso che si presenta – nella sua veste e nel suo tributare personaggi del mondo pulp – quale concorso “di genere”. Ho pertanto dato preminenza, piuttosto che allo stile e alla padronanza linguistica (comunque valutate), alle storie che, da un punto di vista ipotetico, verrebbero acquistate da una rivista di intrattenimento che ha come obiettivo quello di coinvolgere, divertire e scioccare i lettori (ecco giustificata la penalizzazione di Ballantini). Si tratta ovviamente di opinioni personali e dunque da prendere come tali. Un secondo aspetto è legato alla verosimiglianza della storia (motivo per cui troverete penalizzata Beatrice Fiaschi, peraltro nell'occasione meno elegante di stile rispetto a molti colleghi qua presenti), mentre un terzo è legato all'originalità della trama. Ripeto: si tratta di un gioco.


RECENSIONE NEL DETTAGLIO:

1° Posto. L'ho già anticipato: mi è piaciuto molto La Bagnante Involontaria di Silvia Zanolli, già edita da Montag. Racconto quadrato, con una trama studiata a tavolino (non si scrive una storia del genere di getto) caratterizzata da inneschi ben calibrati, incastri e moventi che trovano ragion d'essere nel passato. Ottime le caratterizzazioni dei personaggi (a parte forse la poliziotta che conduce le indagini). È un vero e proprio giallo, nello stile classico dei Gialli Mondadori di metà novecento, di ambientazione borghese, dove si indaga sulla morte di un componente della famiglia. L'autrice mostra una discreta capacità di intrattenimento e una buona gestione della storia, in un intrigo fatto di ricatti e tornaconti personali dove tutti hanno qualcosa da nascondere e dove di innocenti (vittima compresa) non ve ne sono.

2° Posto. Sebbene non sia tra i mie preferiti per contenuto, devo ammettere che Umami di Tommaso Sala, scrittore premiato in svariati concorsi (conosciuto nel fantasy), presenta un bel mix di eleganza e struttura. In parte ispirato ai gialli di Andrea Franco, per effetto di un indagatore dall'olfatto molto sviluppato, spicca in modo netto sul versante tecnico ed è connotato da una certa maturità nell'introdurre, tra culinaria e veleni, il lettore nel mistero della morte della moglie di un boss. Più drammatico che giallo, con una digressione sui sapori del gusto che prevale sulla componente crime. Tra i più eleganti del lotto.


3° Posto. Pur avendo un grosso limite concettuale, mi è piaciuto molto per tecnica e capacità di intrattenere Sul Treno Quasi Vuoto di Simone Clementi (trovate in rete il suo blog con i racconti). Qui brillano ritmo e struttura narrativa al servizio di una crime story ambientata al tempo del lockdown e narrata, non con cadenza temporale lineare, dai quattro distinti punti di vista dei quattro personaggi principali. Un'efficace gestione narrativa, purtroppo penalizzata dalla location e dai rapporti tra i soggetti coinvolti. Mi spiego meglio: la scelta di pianificare e fare consumare un delitto all'interno di un treno è in totale contrasto con la presenza delle telecamere nelle stazioni e, al tempo stesso, con la scarsa presenza di passeggeri nel dato periodo storico. Tali aspetti porterebbero all'individuazione immediata di tutti i presenti e, di conseguenza, dei coinvolti nel delitto, specie se uno di questi, come dichiarato nel racconto, è in stretto rapporto di parentela con un noto mafioso legato al traffico degli stupefacenti. Sorvolando su questo limite, il racconto funziona molto bene e presenta dialoghi calibrati e un'impostazione cinematografica. Molto bravo questo Clementi.


4° Posto. Non è stilisticamente perfetto, ma diverte molto per taglio pulp Rumore di Fondo di Andrea Monacelli (l'autore più oscuro del lotto, non avendo trovato notizie). Si entra nel campo dell'hard boiled, nella Chicago degli anni '30 omaggiata dall'edizione del concorso (oltre a Monacelli, anche il sottoscritto e Angela Potente si sono attenuti al tema). Protagonista è un investigatore privato che cercherà di mettere le mani sui libri contabili che inchioderebbero alle sue responsabilità il boss locale (nella fattispecie Sal Torrino, al posto di Al Capone). In un clima di collusione (i poliziotti che guardano altrove) e corruzione (sindaci che fanno le foto col boss), il reietto di turno sfiorerà l'impresa, ma a costo della morte dei clienti e degli informatori con cui si troverà a collaborare. Finale cinico e spietato. È l'altra faccia della medaglia del mio I Bastardi del Tesoro. Sono questi i racconti che verrebbero comprati dalle riviste di settore, non quelli eleganti e stilistici che accantonano l'azione per le descrizioni delle sensazioni emotive.


5° Posto. Altro hard boiled, questa volta di ambientazione italiana ma di anima americana, è King Kong con cui l'illustratore e fumettista Alessandro Denci Niccolai (quattro antologie noir alle spalle) trasla nella realtà criminale la parabola della bella e la bestia. L'empire state building lascia il posto a un banale tetto di una discoteca di quarto ordine. Citazione finale, non so quanto voluta, al prologo di Piedone a Hong Kong. Più dramma che giallo, con un “montaggio” non so quanto vantaggioso in cui (nel secondo capitolo) si anticipa già la fine. Interessante nel complesso, tra incontri di boxe truccati, boss, scommesse, prostitute e reietti. Anche questo è un racconto che finirebbe subito sulle riviste pulp, se esistessero in Italia.


6° Posto. Un altro grande intrattenitore, che si è di recente affacciato con un certo successo nei concorsi (vi consiglio la sua antologia Tagli Obliqui), è Paolo Soli che qua presenta il curioso La Stanza del Trentaduesimo Piano, un racconto di ambientazione giapponese che ribalta Conan Doyle e la celebre massima “eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità” (che diviene “eliminate le soluzioni ovvie, la verità è sempre la cosa più improbabile”), cita Dickson Carr (romanzo Le Tre Bare) ed Edgar Allan Poe (I Delitti della Rue Morgue) per inscenare un'indagine grandguignolesca dall'intelaiatura gialla che sfocerà nel fantastico (epilogo probabilmente penalizzante in un concorso come il Garfagnana in Giallo). Bella l'ambientazione giapponese, all'interno di un hotel infestato dallo spirito di una ragazzina defunta anni prima. La soluzione finale arriva, non so quanto volontariamente, da Il Fantasma dell'Opera di Gaston Leroux, per un giallo che rientra a pieno titolo nella sotto categoria dei “delitti delle camere chiuse” (di cui, a proposito di Leroux, ricordiamo anche Il Mistero della Camera Gialla). Con un epilogo razionale, avrebbe potuto giocarsi il podio.


7° Posto. Metto il mio I Bastardi del Tesoro, che rientra nell'hard boiled e presenta affinità col già indicato Rumore di Fondo. È un western urbano ambientato nella Chicago degli anni '30, ispirato a Gli Intoccabili di De Palma, ma trattato in salsa tarantiniana, con un occhio di riguardo alla narrativa di Robert Ervin Howard. Azione, scazzottate e inseguimenti stradali con un finale meno cupo del racconto di Monacelli, ma comunque nichilista e filosofico. È tra i pochi racconti del lotto, che prova a costruire attorno alla storia principale (che certo non è innovativa e in questo trova il suo limite) uno studio su musiche, sigarette, eventi sportivi, auto, armi e caratterizzazione dei personaggi contestualizzate al periodo storico di riferimento così da rendere più verosimile la storia che ha un'impostazione da true crime fumettistico.


8° Posto. Peccato Mortale di Andrea Di Sabatino (autore pubblicato, come il sottoscritto, da GDS Edizioni) che propone una cinica e diabolica satira (ricorda certi racconti col diavolo provocatore che induce in tentazione il protagonista per spingerlo al peccato mortale) sull'ipocrisia degli uomini e, più nello specifico, degli uomini di Chiesa. Un parroco riceve nel confessionale un ex collega di seminario che gli rivelerà di essere un serial killer “missionario” (uccide i soggetti, a suo dire, non meritevoli di vivere in quanto peccatori). Prevedibile nel primo innesco, il racconto guadagna punti nel finale quando il protagonista, con la sua condotta, finirà indirettamente con giustificare l'omicidio sconfessando quanto fin lì professato (nessuno si può irrogare il diritto di eliminare un altro umano). Bella la chiusura col segno della croce, coordinata alla perfezione all'apertura, con cui il protagonista saluta Dio come se nulla fosse successo pensando bene di tutelarsi al cospetto della legge (e non certo di Dio visto anche il luogo in cui si è consumato il delitto). Siamo poi davvero sicuri che il serial killer sia un effettivo assassino...? La cosa resta in una zona d'ombra. Tra i migliori, ma meno appariscente di altri.


9° Posto lo sperimentale Sotto la Soglia di Claudio Secci, un racconto molto onirico e allusivo che ben è sintetizzato dalla frase conclusiva: “E in quel motivo capii. Non tutto. Ma abbastanza”. Un incubo verosimilmente dettato dall'interferenza soprannaturale di una setta (si intuisce per l'accenno ai rituali e alle parole in latino), una scomparsa, la relativa indagine di un uomo che ricorda un evento di un lontano passato e un epilogo stile la ricerca di Hemmings nella villa abbandonata di Profondo Rosso. Tutto resta sfumato, vago e indefinito. Secci, che è uno dei più esperti del lotto (tanto da essere curatore per Delos), usa la tecnica del giocatore delle tre carte: dice ma non dice, lasciando al lettore il compito di completare un racconto che resta volutamente indefinito ai limiti della truffa. Immaginate, una volta terminata la lettura, di doverne curare una rappresentazione cinematografica: cosa fareste? A ogni modo, inquietante (forse il più inquietante).


10° Posto. Non Sono Jason Bourne di Alessandro Cirillo, con cui si torna a premere il pedale su ritmo e azione. L'autore, non a caso, arriva dalle riviste per le forze armate e dai racconti action. Tutto giocato sulla tensione, con una narrazione in prima persona attraverso la quale un poliziotto, che si risveglia su una scena del crimine tra colleghi uccisi e proiettili esplosi, cerca di riconquistare la memoria chiedendosi se il killer che ha compiuto lo scempio si trovi ancora all'interno dell'appartamento. Niente è come sembra. Alla fine è un esercizio di stile che sa intrattenere.


11° Posto. Ha problemi di stile, specie nelle prime due pagine, con metafore sballate e insistite, Ballando Veloci di Angela Potente (curiosamente è un editor) che, tuttavia, guadagna campo alla distanza. È il quarto e ultimo hard boiled della classifica, a cui è stato riservato l'onore di aprire l'antologia. A differenza di Monacelli e Mancini non si cita la Chicago degli anni '30, ma le atmosfere (sale da poker) sono quelle così come lo sono i contenuti (inseguimenti stradali, sparatorie). Non manca il tocco femminile con una sorta di Bonnie & Clyde che funge da leitmotiv della storia. Ottima gestione dei tempi, action invidiabile per una ragazza e bel twist finale (il migliore di tutta l'antologia). Paga un soggetto non innovativo e una prima parte da rivedere sotto il profilo tecnico. Lo premio per il gusto del genere.


12° Posto. La Zona d'Ombra di Ornella Di Sabatino. Sviluppo lento ma anima thriller, con un vecchio, che ha smarrito la memoria, chiamato dal fato a misurarsi con un passato scomodo e pesante. Il ritrovamento dello scheletro del figlio, in un dirupo montano, aprirà la via a una verità difficile da digerire. Si verte più sul dramma che sul genere, ma la gestione è giusta. Buone le ambientazioni.


13° Posto. Hannibal the Cannibal versione femminile con Resti tra Noi di Giuliano Fontanella che tributa, in salsa familiare, il prologo di Red Dragon. Curioso che l'autore, oltre a essere uno specialista del giallo, sia un violinista internazionale e dunque collega del tipo finito macellato da Hopkins nel citato film di cui sopra. Elegante, ma molto molto lento.


14° Posto. Killing Harlequin di Beatrice Fiaschi, giornalista pubblicista e insegnante di scrittura creativa (nonché vincitrice uscente del concorso). Non meritava la vittoria. Il testo ha dei problemi di verosimiglianza ed è presentato come se fosse un sequel di un precedente episodio. La Fiaschi lavora bene sul movente della protagonista e sulla componente psicologica alimentata da un evento traumatico confinato nel periodo dell'adolescenza, ma non convince nella costruzione della trama e nella gestione della storia. Il serial killer, non starò a dire chi sia, gode della copertura di chi dovrebbe fermarlo, inoltre si assiste a una duplice indagine che, vista dalla prospettiva del rapimento della minorenne oggetto della storia, mal si bilancia al resto. Non maturo lo stile narrativo, sovente frammentario e non armonico nella coordinazione dei periodi. Molti dei racconti che qua metto sotto gli sono, a mio avviso, superiori, preferisco tuttavia questo perché prova la via dell'intrattenimento di genere.


15° Posto POV Cecilia Serbelloni di Alice Testa, vincitrice del Premio Le Stanze della Libertà, prova a costruire un whodunit attorno a un'indagine ristretta e telefonata (la morte di una nobile ritrovata nella fontana nel giardino della sua magione), con comportamenti assurdi dei vari personaggi. Bello il finale e lo stile, non la trama che non coinvolge come dovrebbe.


16° Posto. Gemello del racconto di Alice Testa è Il Gelo di Ettore di Simona Conte, autrice vincitrice di concorsi e pubblicata da Delos Digital, che prova la via del whodunit con un omicidio di uno strozzino rinvenuto in una cella frigorifera. Manca di verve e di coinvolgimento.


17° Posto. Forse il peggiore per scrittura (c'è persino un periodo di cinque righe senza punteggiatura), con più di un passaggio da sottoporre a revisione (motivo per cui non è più in alto in questa graduatoria), ma con piglio giusto e graffiante verve satirica: In Questa Economia di Lee La Bella, una crime story caratterizzata dalla marcata black humor. Divertente e rocambolesca, ironizza sull'imprenditoria balneare tra lavoro nero, sfruttamento della manodopera e totale illegalità. Forzate alcune soluzioni, simpaticamente assurdo il protagonista. Con un po' di editing, guadagnerebbe posizioni.


18° Posto. Candeggina di Giuseppe Mallozzi (tra i migliori per curriculum) è una storia di camorra, con una titolare di una lavanderia costretta a ripulire dalle macchie di sangue gli abiti usati per commettere delitti. Non ben definito (tutto ruota su un bottone), lascia al lettore il compito di completare il quadro della vicenda. Molto elegante in scrittura, ma nei concorsi e soprattutto nelle riviste di intrattenimento questo potrebbe non bastare. Ha il limite di non giocare sull'azione e, per i parametri che abbiamo indicato, è penalizzante.


19° Posto. Quadrato, seppure prevedibile, Ragazzo Fortunato di Cecilia Zonta (già finalista al Garfagnana in Giallo) che prova a intrecciare una critica che fonde i soprusi della polizia ai luoghi comuni sugli extracomunitari nati e cresciuti in Italia, tra sogni infranti e crudele realtà. Ordinato e ben cadenzato dai dialoghi, non graffia finendo col giungere a un epilogo telefonato.


20° Posto. Nessuno ha Visto di Enrico Ruggiero, specialista del genere e pluripremiato nei maggiori concorsi per narrativa gialla. Un bell'inizio, con dialoghi magistrali che, peraltro, ben caratterizzano il rapporto tra avvocato e cliente (avendo fatto quel lavoro lo so bene), che sfuma in una seconda parte introspettiva dove il protagonista realizza che, in fin dei conti, la differenza tra lui e i banditi che difende non è poi così marcata. È un buon racconto, ma cozza con i parametri che abbiamo messo a inizio votazione: manca l'intrattenimento di genere


GLI ALTRI.

Niente classifica per gli altri nove, perché sarebbe troppo antipatica, anche perché ci sono molti racconti ben scritti e ben presentati come La Historia Oficial del veterano e apprezzatissimo Glauco Ballantini (terzo classificato dalla giuria), un'indagine storica attraverso la quale si riscrive il passato di un presunto eroe della resistenza che, in realtà, era persona ben diversa da quella passata alla storia del paese. Racconto metafora, probabilmente, di alcuni casi davvero accaduti, ma totalmente privo di azione. La Morte all'Improvviso di Roberto Rapastella (specialista dei gialli) è un horror piuttosto classico sul tema della personificazione della morte che qua mal si adatta al bando.

La Verità non Serve e La Verità Rende Liberi, rispettivamente di Marco Notari e di Maria Angela Maretti (professoressa a suo agio con racconti di impronta drammatica e lo dimostra  anche qua), appaiono contrapposti nei titoli, ma in realtà sono molto simili. Tra i due preferisco la costruzione de La Verità non Serve e l'epilogo di La Verità Rende Liberi. Entrambi, pur se eleganti e ben scritti, soffrono – a mio modesto parere – di una struttura troppo lineare per un giallo, in cui non succede niente in grado di sconvolgere il lettore se non il terribile finale della storia della Maretti (ma è un incidente). Più drammatico il secondo, più satirico il primo. Alla fine sono storie drammatiche. Un Natale con i Baffi di Lorenzo Iannelli è un whodunit culinario incentrato sulla ricerca dell'individuo (ma alla fine i responsabili saranno altri) che ha mangiato prima del tempo i dolcetti natalizi. Divertissement super edulcorato che potrebbe trovare estimatori, specie tra i bimbi.

Un Sussurro nella Mente di Roberta Dall'Osto (scrittrice di fiabe), è un giallo ordinato e scritto abbastanza bene che, tuttavia, non decolla, proponendo una storia di stalking e amori contesi. Onirismo al centro di Conta di Chiara Cassanelli (autrice di curriculum, seconda al Nabokov Crime 2026 e apprezzata al Garfagnana in Giallo), concentrato sulla scena del delitto di un serial killer che ha l'abitudine di gettare le vittime nelle pattumiere. Un sensitivo alla Morris Klaw (detective di Sax Rohmer) aiuta gli indagatori, cadendo in catalessi per cercare di vedere l'assassino e scorgerne l'identità. Buona idea iniziale, meno convincente il confusionario epilogo. Poco caratterizzato il protagonista.

Gambergris alla Rilke di Liliana Gatto è un giallo culinario, narrato con uno stile non proprio coinvolgente che paga la scelta di rinunciare ai dialoghi, finendo con l'appesantire la narrazione satura di descrizioni che tendono ad annoiare il lettore. Simile, per costruzione, I Nastrini Colorati di Quintinio Botrugno, con un'intelaiatura di storia più adatta a un drammatico che a un crime di intrattenimento.


CONCLUSIONE.

Antologia valida, che dimostra per l'ennesima volta la qualità dell'underground legato alla narrativa di genere e come, spesso, non sempre chi abbia maggiore curriculum e maggiore tecnica sia anche colui che presenta le storie migliori sul versante dell'intrattenimento e del coinvolgimento dei lettori. Il lotto è molto omogeneo con scrittori con caratteristiche diverse, che potrebbero portare anche a “classifiche” di apprezzamento radicalmente ribaltate. Rimango stupito che, per due anni, si sia conferito il primo premio al medesimo soggetto. Allo stesso modo, non sono allineati all'entertainment né il secondo classificato (più horror che giallo nel suo essere totalmente indefinito) e soprattutto il terzo (ben scritto e con una buona idea di fondo, ma abbastanza modesto di trama). Sarebbe interessante, senza polemica, capire i parametri seguiti dai giurati, tenendo presenti il target del concorso (che è pulp, basti vedere le locandine) e il genere richiesto da certi lettori.

La vincitrice del concorso Beatrice Fiaschi, 
con Killing Harlequin.