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giovedì 30 aprile 2026

ESECRANDA V.11 - LA MIA CLASSIFICA DEI TRENTA FINALISTI.

 
 
A cura di Matteo Mancini

Il Premio Esecranda, per gli estimatori dell'horror e del weird, si conferma quale realtà in costante crescita e soprattutto palcoscenico che offre una visibilità assai più ampia di quella offerta da qualsiasi altro concorso. Nell'undicesima edizione, completata a inizio 2026, sono stati pubblicati su cartaceo trenta autori – con discutibile decisione di realizzare due tomi, io ne avrei fatto uno solo da venti autori così da tenere alta la qualità – e altri ventinove aggiuntivi in ebook. Cinquantanove racconti per altrettanti autori disponibili per essere visionati e commentati da appassionati (pochi) ed editori di settore (che attendono che si bussi alla loro porta, invece di dimostrare di conoscere il panorama).

Partecipare al Premio Esecranda, proprio per quella visibilità che non viene minimamente concessa da premi più importanti quali Urania Short, Rill, Neroma Noir, Hypnos e altri, consente di visionare i non selezionati, rapportare tecnica e approccio al genere e comprendere quali siano i parametri di giudizio dei selezionatori. Non bisogna infatti dimenticare che ogni concorso finalizzato all'uscita di un'antologia – a mio modo di vedere – non è una valutazione sulle qualità tecniche dell'autore (che certamente hanno un loro ruolo), ma è prima di tutto una selezione che necessita un giudizio sul racconto e su come questo si cali nel contesto ricercato dal selezionatore. Immaginatevi Gabriele D'Annunzio o Giovanni Verga che mandano un racconto tipico della loro produzione a Weird Tales. Secondo voi, la redazione li avrebbe presi? Io non credo e non certo perché in giuria c'erano degli incompetenti, ma perché i criteri di selezione non sono quelli della Letteratura o della poetica, bensì quelli dei pulp magazine. La sfida sta nel riprendere l'intelaiatura del pulp magazine e inserire un sottotesto (di qualunque contenuto sia) così da personalizzare il prodotto. Quando realizzai la tetralogia sullo spaghetti western, mi accorsi che i western più interessanti e bizzarri erano proprio quelli diretti e scritti da autori che venivano da altri contesti (Giulio Questi, Tinto Brass, Cesare Canevari, Mario Lanfranchi o Gianni Puccini). Questo avveniva non perché, con supponenza, tali autori (che dovevano sottostare alle richieste del produttore) entravano nel genere per accantonarne gli elementi costitutivi (che ci devono essere perché altrimenti i fruitori del prodotto lanciano l'alta letteratura nel focolare) e proporre la loro visione, ma perché ne mutuavano gli elementi (così da accontentare i produttori e gli spettatori) e, al contempo, mettevano dentro del loro con strutture, elementi o scene del tutto aliene al genere e per questo capaci di elevarlo dalla media appiattita sui cliché standardizzati.

Ecco che il Premio Esecranda consente di fare molte considerazioni. La prima, la più evidente (resa ancor di più dai curriculum dei coinvolti che sono tutt'altro che degli improvvisati) e ancora più marcata in conseguenza del fatto che non hanno partecipato tutta una serie di autori, è che in Italia di scrittori bravi nel genere ce ne sono assai di più della ventina di acclamati (che sovente evitano come la peste i confronti). La seconda considerazione è che la classifica non rispecchia il valore degli autori, ci sono qua alcuni scrittori (penso Zecca, Scarfò, Russolillo) che, in tutta probabilità, sono più abili di molti posizionati più in alto nella mia classifica, tuttavia non hanno conseguito un risultato all'altezza delle loro previsioni. È importante questo? No, è importante quello che loro pensano. Serve allora conoscere i nomi di chi è in giuria per inscenare una valutazione sulla qualità e la competenza di chi esprime pareri e giudizi? No. Serve in primis leggere gli altri, capire il contesto e cercare di comprendere quali sono i criteri di scelta. Se viene selezionato il ritmo, il sense of wonder, il sovrannaturale, un certo tipo di horror (quello legato all'intrattenimento, piuttosto che il dramma sociale o educativo o, ancora, l'hardcore horror) ecco che, forse, si comincia a intuire perché si è arrivati in basso. L'Esecranda non è un concorso sulla bravura dell'autore, ma una selezione di racconti finalizzati a un'antologia che non ricerca il riscontro economico ma che ha un carattere quasi da associazione senza fini di lucro. L'obiettivo è divertirsi (lasciate perdere i patiti di marketing o quelli che dicono che vi devono pagare), confrontarsi e contribuire, nel piccolo, a migliorare il settore. Un concorso altamente qualitativo nobilita anche gli esclusi. Io personalmente preferisco avere un concorso che delinea una classifica, con piccola motivazione, sui primi cinquanta selezionati (con ordine di arrivo), che concorsi come Urania Short o Rill in cui, se non sei tra i selezionati, nulla viene detto e dove non puoi neppure misurarti con gli altri, perché non si conosce il livello generale (poco mi frega poi sapere chi c'era in commissione).

Quindi più scrittori esprimono opinioni calibrate e più scrittori manifestano le loro opinioni (senza ragionamenti utilitaristici) più migliora il concorso, aumenta il divertimento e si rende più ambita la partecipazione. Se invece ognuno è interessato solo a sé stesso, questi progetti (lodevolissimi) a nulla servono se non per andare a bussare alla porta di chi dovrebbe essere il primo a vigilare su quanto di buono c'è in giro (e dunque cercare di ingaggiare gli autori con proposte serie) per andare a mercanteggiare banali contratti di promozione editoriale (se permettete metto davanti il divertimento).


Veniamo ora, per divertimento, alla mia classifica.


Parametri di giudizio personali, dal più importante al meno importante:

  1. il racconto mi deve intrattenere e divertire (siamo nell'ambito della narrativa di genere non della letteratura o della poesia);

  2. presenza di un sottotesto che consenta al racconto di superare il mero esercizio di stile;

  3. Struttura del racconto: siamo alle prese con una storia lineare (coefficiente di scrittura più basso) oppure ha più piani temporali o un “montaggio” particolare.

  4. Capacità di suscitare sense of wonder (non siamo nel thriller o nella fantascienza), il sense of wonder è un'arma potente.

  5. Ritmo della storia. Uno sviluppo crescente non porta al medesimo risultato di uno sviluppo che ti getta pronti via in una storia lanciata. Meglio operare con flashback che fare uno sviluppo lineare, spesso inizialmente lento e soporifero.

  6. Stile narrativo ovvero la padronanza linguistica dell'autore (dialoghi compresi).

  7. Quadratura del soggetto e assenza di parti messe là tanto per caricare la storia.


La mia classifica.


  1. PATRANEL – CAVALLO CIECO. Patranel è un autore che apprezzai moltissimo in Esecranda V.9. È specializzato nell'onirico e qua lo conferma facendo una storia sul sogno lucido. Il coefficiente di difficoltà del racconto, per struttura, non è basso. Cambia di registro, tra giallo, spy story, fantascienza e horror. Ha gusto di genere e propone momenti visionari. Non convince appieno, ma è indubbiamente un racconto in linea al bando. Autore presente nella Golden Edition del premio.

  2. MANCINI MATTEO – LA BESTIA CHE SALE DAL MARE. Non starebbe a me giudicarlo e soprattutto è chiaro che assuma una posizione alta, dal momento che i parametri del mio giudizio sono stati propedeutici alla presentazione del racconto. Il coefficiente di difficoltà della struttura non è basso. Gioca su cinque piani temporali diversi, eppure cerca di cucirli tra loro con uso massivo dei flashback (velocizzano il testo). Ha contenuto di fondo, costituito da riferimenti storici, simbolici e culturali. Passa dall'horror al fantasy dei supereroi, utilizzando gli ingredienti classici ma, al contempo, cercando un sottotesto filosofico finalizzato a una marcatissima critica sociale (credo sia il migliore dell'antologia in questo). Probabilmente non semplice da seguire in prima lettura e meno elegante di registro linguistico rispetto ad altri, ma sicuramente personalizzato pur nel suo essere derivativo. Autore presente nella Golden Edition del premio.

  3. RAVASIO E. - L'ULTIMA VOLTA. Valgono molte considerazioni fatte per la Bestia. Non è di certo tra i più eleganti per stile, tuttavia è di gran lunga tra i più divertenti nel suo veicolare Alice nel Paese delle Meraviglie in un horror che cambia di continuo declinazione, passando dal bellico all'action fino al cannibalico (riferimento ai film italiani anni '70). Anche qua la struttura, seppur meno complessa, accantona la linearità per usare il trucco del flashback, una soluzione che garantisce ritmo e rende viva la narrazione. Paga il debito con The Lost Level di Brian Keene, sebbene gli spunti consapevoli (penso di dire) siano più Apocalypse Now (o se preferite Cuore di Tenebra di Conrad) e Viaggio al Centro della Terra di Verne. Da notare il registro linguistico da pulp magazine puro e non da accademia. Presenza di sense of wonder. Autore presente nella Golden Edition del premio.

  4. DEL GIUDICE – SEME. Il soggetto è meno interessante di altri racconti, per il suo essere più un thriller fantascientifico che un horror (lo è il finale alla Yuzna), tuttavia beneficia di un coefficiente di difficoltà piuttosto alto nella architettura della struttura con una main track lineare alternata a una deflagrata che eleva il tutto rispetto ad altri racconti. Interessante e stimolante nella lettura (l'ho letto in due modi diversi). Più tecnico che di contenuto.

  5. NANNI – LEMURE. Storia breve, sviluppata in modo lineare. Il coefficiente di difficoltà della struttura è basso, ma l'idea alla base del racconto è forte, così come lo sono alcune scene tra le più inquietanti dell'intero lotto. Nanni fa apparire semplice ciò che non lo è e questo forse è un grosso pregio. Il racconto è breve, ma funziona dannatamente bene e fa paura. Bello.

  6. FIGHERA – IL PRINCIPE. Racconto gemello de La Bestia, seppure più virato all'horror che ai contenuti di sottotesto (che ci sono). È tra i miei quattro preferiti per gusto personale ovvero quelli che avrei comprato io (Mancini – Ravasio E - Nanni e Fighera). La struttura del testo è semplice, un convenzionale point to point, ma la gestione è da specialista del genere. Pochi fronzoli, poche concessioni stilistiche, si entra subito nel vivo del racconto. Ritmo e coinvolgimento nella lettura alto. Il mostro non viene mai descritto, eppure è costantemente sotto gli occhi di tutti così da renderlo più pauroso di quanto sarebbe stato con una descrizione minuziosa (è la vecchia lezione di Spielberg nella prima parte de Lo Squalo). Finale ancora più apocalittico de La Bestia. Bravissimo. Autore presente nella Golden Edition del premio (sarà un caso che tutti e quattro i premiati storici siano alti in questa mia classifica?).

  7. FARAMONDI – PATTON E IKE. Proveniente dal secondo tomo. Tra Stephen King e Joe Hill, lavora bene sulle caratterizzazioni e soprattutto sullo stile linguistico. L'epilogo, perfetto e ben calibrato, gli offre punti ulteriori. Il contenuto è una metafora sull'elaborazione del lutto e sfrutta un doppio elemento soprannaturale (uno dal film Patrick e l'altro da Joe Hill), il secondo dei quali un po' fumoso ma di effetto. È un racconto per appassionati kinghiani.

  8. DI FILIPPO – SCANNAPORCO. È il secondo classificato del premio. Paga fortissimi debiti col film Candyman da cui riprende il soggetto per poi adattarlo a un contesto folk horror italiano (ambientazione riuscitissima). Al di là dei debiti (che gli agevolano di parecchio il lavoro), Di Filippo conosce il mestiere, evoca tensione (bella la scena del porcile) e suscita interesse negli appassionati. Non sarà stilisticamente eccelso, ma gli horror si scrivono così.

  9. SOLI – IL RE DEI BURATTINI. Altro racconto intonato al genere. Un body horror, dalla trama classica e dalla struttura lineare, che attrae gli appassionati, anche per via della sua affascinante ambientazione tardo vittoriana. Niente di innovativo, ma chiuso bene. Validissimo.

  10. RACCIS – LA IENA DI SAN GIORGIO. Criticato dietro i paraventi da alcuni lettori per l'eccessivo utilizzo di metafore ricercate, è un thriller con anima horror. Piace il tentativo di dotare la storia, che segue gli stilemi del racconto d'indagine, di un sottotesto di critica sociale. Lo sviluppo è lineare ma beneficia di una tensione che è continua. Anche qua si parte lanciati e non mancano scene efficaci (il ritrovamento della tizia macellata). Stilisticamente non elegantissimo ma, siamo alle solite: non è un concorso di bellezza stilistica questo, lasciamo tale ambito ai concorsi di poesia.

  11. DI GANGI – I TRAGICI DI LAUGERI LA BELLA. Con questo racconto, a mio modo di vedere, si entra nella fase dei racconti non finalisti del concorso. Aumenta di gran lunga la padronanza linguistica. Racconto impostato con maestria, in una contaminazione tra storia italica e orrorre gotico (creature licantropiche). Racconto quadrato a progressione crescente. Cala il pulp, il ritmo e soprattutto tarda a innescarsi il genere ricercato. È un racconto non riuscito? Tutt'altro. Di Gangi, come altri che seguono, ha tutto per poter vincere, ma deve rendere più calibrata la storia ai parametri di riferimento.

  12. LEMMI – ESMERALDA. Uno dei racconti più maturi del lotto. Affronta il tema dell'ineluttabilità della morte. Struttura lineare e andamento crescente. Il soggetto è derivativo, ma le riflessioni sul concetto della bellezza e gli inserti erotici gli conferiscono punti. Finale ottimista. È poco horror e molto più fantastico. Apprezzo e lo premio con una bella posizione, ma il target era diverso.

  13. PANCOTTI – NON E' MAI SUCCESSO. L'ho alzato rispetto alla mia posizione iniziale di classifica perché, a differenza degli altri, ha colto l'animo del concorso. La sua è una storia weird, con scene disturbanti e una costruzione centrale da finalista. L'epilogo, seppure calibrato, è frettoloso e lascia in sospeso quello che sarebbe potuto essere. Come Fighera, la lettura concede molto alla fantasia dei lettori e ciò, come abbiamo detto, può rivelarsi anche un pregio.

  14. PUPESCHI – C'ERA UNA VOLTA. È un altro racconto che, una volta letta l'intera antologia, ha guadagnato posizioni. Non raccordato alla perfezione tra le sue distinte anime e decisamente più orientato alla fiaba nera, ha il merito di sposare il senso del bando proponendo momenti horror riusciti. Lo stile narrativo è meno elaborato di altri che ho posizionato più in basso ma lo ripeto: non è una gara sulle capacità tecniche degli autori, ma sui racconti e sulla loro capacità di adeguarsi a quanto ricercato.

  15. SCARFO' – E' UN PAGLIACCIO CATTIVO E IO LO UCCIDERO. Altro racconto che denota grande tecnica e soprattutto grande qualità nella gestione dei dialoghi e dei personaggi. Scarfò è un potenziale crack, ma il racconto presentato non può andare oltre questa posizione perché l'orrore è altro rispetto a quello proposto. Qui siamo alle prese con un poliziesco impiantato in un racconto fantascientifico, dove gli elementi soprannaturali sono marginali alla vicenda. Ha comunque piglio di genere e per questo lo colloco nella prima metà della selezione.

  16. SCUBLA – IL COMPAGNO OSCURO. Vale un po' quello detto per Scarfò, nonostante sia più in linea al bando. L'anima di fondo è il romance, ma l'autrice lo miscela al filone demoniaco per narrare la storia di un amore impossibile. Finale drammatico. Di orrore si respira poco, ma lo stile e i dialoghi sono tali da mantenere in alto il racconto.

  17. BAIARDI – MANTRA. È un buon racconto, soprattutto per la componente drammatica iniziale che divora letteralmente il finale un po' posticcio in salsa Alien. Paga una struttura troppo lineare, senza anticipazioni, dando la sensazione di essere un racconto preparato per distanze più brevi. Alla fine è una valida metafora sul cancro e la malattia, ma sa un po' di occasione sprecata. Più riuscita la componente drammatica e questo, per il contesto, non è un bene.

  18. TREU – HOPE. Più o meno vale quello detto per Baiardi. Rape & Revenge, meno horror rispetto a Mantra (con però l'anticipazione), ben gestito ma più adatto a distanze più brevi.

  19. ZECCA – TOMMY. Ne premio lo stile perché è un racconto scritto dalla mano di un giovane autore che ha tecnica da vendere e tutto per sognare in grande. Il riferimento è Black Phone di Joe Hill, ma la costruzione è troppo accademica, mai sporca e soprattutto non pulp. Dialoghi magistrali, capacità evocativa idem. Se fosse un giudizio sull'autore sarebbe nella top five ma, ripeto, si valutano i racconti e il contesto in cui questi devono essere inseriti.

  20. LIPOMA – IL FARO E IL CUSTODE. Ultimo racconto dell'ideale antologia unica del concorso. Per essere l'ultimo racconto, con altri dietro che hanno comunque argomenti validi, è un racconto che evidenzia in chiave positiva la qualità generale delle storie. Grande atmosfera (tra le migliori dell'antologia), componente weird presente (motivo per cui è giusto premiarlo), ma ritmo lentissimo e tendenza alla ripetitività di situazioni già proposte. Storia sulla solitudine.

  21. LEFAY – L'ARCHIVISTA DELLE PERCEZIONI. Mi piace meno rispetto ad altri che ho messo dietro, ma lo premio perché ha contenuti legati al genere e una costruzione, seppur abbastanza lineare, senza fronzoli. È tuttavia un racconto che scalerebbe la classifica se proposto a un pubblico di giovani, spesso alla ricerca di emozioni epidermiche. Cerca l'immedesimazione del lettore e lo fa adottando una narrazione in seconda persona. Alla fine resta un esercizio di stile versione torture.

  22. BIUSO – LA TORRE DELL'ASCENSORE. Ha degli aspetti interessanti e anche originali, tuttavia manca qualcosa nella caratterizzazione di questa sorta di demone che cerca di provocare malori all'interno di un ascensore. Buona la costruzione ma alla fine si resta perplessi. L'ispirazione forse arriva da Devil (2010) prodotto da M. Night Shyamalan.

  23. RUSSOLILLO – ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA. Ottimo stile e discreta capacita di suscitare una sensazione di estraniamento. Lo sviluppo lento non lo aiuta e sebbene sia più elegante del racconto di Pancotti non ha quel passo da tipico racconto horror riscontrabile nei soggetti vincenti nella storia del premio. Dopo questo racconto la qualità cala ancora e si entra nel terzo livello dell'antologia.

  24. RAVASIO A. - QUEL FRADICIO SETTEMBRE. Racconto convenzionale senza infamia e senza lode, che rientra nel campo di riferimento del bando, grazie all'impiego di archetipi del genere (la donna serpente). Purtroppo non aggiunge nulla e cilecca il twist finale, incapace di scuotere (come invece dovrebbe).

  25. SECCHIERO – IL FUOCO DENTRO. In linea al genere ricercato, pecca di struttura e di stile. Privilegia le vie più brevi senza riuscire a incidere a dovere.

  26. LEONE - LA CASA AL CIVICO 31/10. Scritto da una finalista dell'ultimo Urania Short. Segue la via della tematica delle case maledette senza alcun contenuto ulteriore. Trama abbastanza lineare, assenza di sottotesti, ritmo basso. Noiosetto.

  27. MONTANARI – LA MADRE DELLE INVENZIONI. Costruito su un finale non troppo dissimile da quello de Il Re dei Burattini, non ha la forza di coinvolgere il lettore nella prima parte del racconto dove è lentissimo. Arriva stancamente all'epilogo.

  28. BERTI - IL VAMPIRO DEL LAGO. Racconto ultra derivativo che propone la classica storia di vampirismo di inizio novecento. Esercizio di stile senza niente di personale.

  29. MONNI – WELCOME TO DEADBROOK. Bel soggetto e in linea alla tematica del bando, purtroppo penalizzato da una gestione frammentaria dei periodi narrativi e da dialoghi infantili.

  30. FACCIOLI – NON DISISTALLARMI. Ghost story tecnologica narrata con uno stile semplificato e poco armonico. Più adatto a racconti sulla breve distanza. Manca di fascino.


Lode finale ai fumetti e alle tavole di Lellinux. Veri e propri valori aggiunti.

domenica 26 aprile 2026

Recensione Narrativa: ESECRANDA Vol.11 Tomo 2 a cura di Circolo Culturale Esescifi.

Autore: AA.VV. a cura di Circolo Culturale Esescifi.
Anno: 2026.
Genere: Horror.
Editore: Indipendente.
Pagine: 272.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Secondo tomo dei racconti finalisti all'undicesima edizione del concorso Esecranda. Sedici racconti su trenta selezionati, gli altri quattordici (tra cui i tre vincitori e i tre menzionati) sono nel primo volume.

Lotto molto omogeneo, stilisticamente più elegante rispetto al primo ma, al tempo stesso e in media, meno divertente (forse sta in questo la chiave giusta per interpretare le scelte della giuria). A livello generale, calano ritmo, l'intrattenimento pulp (comunque presente in alcuni racconti) e soprattutto tende a sparire il sense of wonder. Gli autori scelgono, in via prevalente, approcci più realistici dove, talvolta, il soprannaturale è addirittura assente. Al netto di questo, sarebbe tuttavia ingiusto considerare questa antologia il lato B del concorso. In primis ci sono diversi racconti da top quindici assoluta, uno dei quali, a mio modo di vedere, da considerare quantomeno nel lotto dei racconti meritevoli di menzione. Quello che tende a cambiare, rispetto al tomo 1, è l'approccio, con molti autori, peraltro tecnici ed eleganti, che forniscono la sensazione di provenire da altri contesti e di essersi misurati con un genere non loro.

Tra i nomi coinvolti si segnalano Carlotta Leone (finalista al Premio Urania Short 2026), Matteo Scarfò (filmaker molto conosciuto nel circuito indipendente soprattutto legato alla scifi), Paolo Soli (quarto al Terni Horror e secondo all'Abruzzo Horror Festival), Oliverio Zecca (laurea magistrale in Cinema e Media all'Università di Torino e lunga trafila presso la Scuola Giovane Holden), Francesco Di Gangi (finalista Premio Odissea e Premio Kipple), Giada Venturini alias Abigail Lefay (arriva dalla Rudis Edizioni, presso la quale è uscita nel 2025 l'antologia Genius Loci a cura di Gianfranco De Turris, vincitrice del Premio Fantascienza all'8° Concorso Nazionale Book Tribù, terza alla seconda edizione del concorso internazionale Fantastici Mondi), Daniele Treu e Simone Pancotti (specialisti sulla breve distanza nella disciplia horror, già apparsi su Scheletri Ebook e Esecranda) nonché altri eccelsi profili. Tra i non finalisti nella top trenta (NP certificati) si nota la presenza di menzionati al Premio Solinas, vincitori Kipple, vincitori Rill, vincitori del Premio Urania (non lo short), piazzati alla Paura fa 90 del FiPiLi Horror Festival, esponenti seriali delle Edizioni Scudo, docenti di lettere, finalisti al Torino Horror Festival, Abisso e Visioni del Domani (Tabula Fati), appartenenti all'Accademia Independent Legion Publishing del tre volte vincitore al Bram Stoker Award Manzetti e vincitori del Premio della Critica al Premio Giovane Holden. Questo per sottolineare le categorie a confronto (pressoché le apicali del panorama italiano legato al mondo dei concorsi horror) e l'importanza del premio nonché la serietà della giuria che non guarda in faccia nessuno (a prescendere da opinioni più o meno condivisibili).


In questo lotto, manco a farlo apposta e visti i curriculum dei più titolati compagni di avventura, brilla Francesca Faramondi, una correttrice di bozze e ghost writer che definirei di lusso. Il suo Patton e Ike (il titolo nel testo è errato e indicato quale “Pattone”) affronta in modo malinconico e magistrale il tema dell'elaborazione del lutto. Il piglio è decisamente kinghiano o, meglio ancora, ricorda per certi versi Voluntary Committal (Ricovero Volontario, 2005) inserito nell'antologia 20th Century Ghosts di Joe Hill (figlio del Maestro del Maine). Forse troppo ampolloso in struttura, con caratterizzazioni troppo dettagliate, ma esaltato da una gestione della storia degna di una scrittrice di grande classe. Eccezionale padronanza linguistica, per un nome sicuramente da appuntare sui taccuini (se esistessero nel contesto di riferimento editori degni di chiamarsi tali). L'elemento soprannaturale è presente e assume valenza metaforica. Il tema è quello dei viaggi astrali, in chiave Patrick (1978) di Richard Franklin rimodulato nell'ottica dell'amore di un marito per la moglie e i figli che va oltre la morte. La sensibilità femminile è marcatissima, tocca corde emotive nel finale più emozionante di tutta l'antologia (compreso il primo tomo). Davvero bello, complimenti. A mio avviso, è da top ten assoluta del concorso con possibilità di avere singoli giudizi da potenziale vittoriosa.


Dietro Patton e Ike, secondo la modestissima opinione del sottoscritto nettamente superiore rispetto agli altri, brilla Il Re dei Burattini di Paolo Soli. Scrittore veterano, classe 1966, non appartenente al genere di riferimento e proveniente dal mondo della poesia (quattro raccolte all'attivo). È uno dei pochi racconti del lotto a possedere un'anima pulp. Siamo nell'ambito del body horror da museo delle maschere di cera. Ambientato in un'Inghilterra tardo vittoriana, si muove sulle coordinate tipiche degli spettacoli freak (viene citato Merrick) per sviluppare una trama che innovativa certo non è (si veda Der Albino di Meyrink) ma che funziona dannatamente bene. Ottima e dannatamente pulp la chiusura. È un racconto che non ha il passo per vincere in questo contesto, ma che è perfetto per essere messo a supporto di storie più strutturate e più originali. Da top ten assoluta.


Un altro racconto che prende le mosse da soggetti classici e ultra-abusati (il viaggio inconsapevole con la morte) è Esmeralda di Pier Luigi Lemmi, una storia molto sensibile sul tema dell'ineluttabilità della morte. Lo firma l'autore più maturo del concorso, dall'alto dei suoi settantaquattro anni (i miei complimenti per essersi misurato). Bel ritmo, dialoghi capaci di tenere costantemente desta l'attenzione e una punta di erotismo che non guasta e che è assente negli altri ventinove racconti. Piace la sensibilità, che definirei femminile, con un protagonista ormai stanco di vivere e alla deriva al punto da intraprendere un viaggio su un bus verso una destinazione ignota. L'uomo, durante il viaggio, si invaghisce di una passeggera bruttina, ma in grado di conquistargli la mente. Racconto riflessivo e molto maturo (cosa è la bellezza?), ben trattato, nonostante una primissima parte dove pecca (a mio modo di vedere) di un eccesso di descrizioni superflue. Epilogo ottimista. È perfetto per fungere da racconto riempitivo. Assai più fantastico che horror. Bello.


Sfoggia grande classe stilistica Francesco Di Gangi, non a caso mattatore al Premio Odissea e al Kipple, col suo I Tragici di Laugeri La Bella – Una Storia di Guerra, una sorta di racconto alla Maurizio Bianciotto che intreccia storia (sbarco dei mille in Sicilia), battaglia e horror in salsa gotica. Spaccato dello sbarco dei Mille in Sicilia che abbraccia l'horror per la presenza di creature autoctone licantropiche. Niente novità, ma molto ben narrato e costruito. Meritava il primo volume.


Non sfrutta appieno le potenzialità offerte dal bando Simone Pancotti, specialista del concorso, col suo Non è mai Successo. Weird puro che allude molto, lasciando volontariamente in sospeso molti dei possibili sviluppi che la trama potrebbe avere. Costruito in funzione del finale, perfettamente coordinato col titolo, propone due paralleli piani della realtà col presente che cambia il passato e rimodula il presente stesso. Horror puro, uno dei rari dell'antologia, con un buon inizio e un eccellente sviluppo centrale che lascia in attesa di una parte finale in crescendo (si parla di un villaggio maledetto presso il quale si sta dirigendo il protagonista e dove tutti si suicidano). L'epilogo, frettoloso, seppure congeniale alla vicenda, lascia un po' di amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere. Presenti alcuni momenti horror tra i più efficaci dell'intero lotto dei trenta. Bravo Pancotti.


Piega sul rape & revenge non sovrannaturale Daniele Treu che sviluppa Hope con una sensibilità femminile che deborda in un granguignolesco finale. Poco orrore e molta drammaticità. Propone il tema dell'elaborazione del lutto, la morte di un padre funge da leitmotiv, miscelandolo a quello dello stupro in vista della vendetta finale. Non in grado di sconquassare le giurie, anche perché molto breve, eppure ben impostato e meritevole di pubblicazione.


A metà strada tra Non è mai Successo e Hope si assesta Allontanarsi dalla Linea Gialla di Matteo Russolillo, che brilla soprattutto per tecnica narrativa ed eleganza espositiva nella costruzione delle frasi. Il tema dello stupro si fonde a quello del viaggio su un treno fantasma. L'onirismo di Pancotti si miscela con la paradigmaticità di Treu tuttavia, nonostante Russolillo dimostri maggiore padronanza nel registro linguistico, il racconto funziona meno rispetto agli altri due e non tiene sempre viva l'attenzione del lettore. Necessiterebbe di qualche taglio e qualche scossone centrale.


Un altro racconto scritto in modo magistrale è Tommy del giovane Oliviero Zecca (classe 1998). Scrittore di grande talento e dal curriculum in evoluzione che qua concede troppo alla tecnica e all'impronta drammatica, di gran lunga superiore alla concretezza e alle fiammate tipiche dello specialista horror. La base è chiaramente Black Phone di Joe Hill anche se i dialoghi, mai banali e sempre ben costruiti, ne personalizzano la resa. Non l'avrei messo nei top venti, ma l'autore ha tutta la mia ammirazione per l'invidiabile stile. Avanti così.


Non è da meno Matteo Scarfò che, tuttavia, dimostra di essere più a suo agio con la narrativa di genere (per ritmo e coinvolgimento), muovendosi tra scifi (decisamente prevalente), giallo d'indagine e parapsicologia kinghiana. Il suo È un Pagliaccio Cattivo e io lo Ucciderò è un bel racconto, forse non calibrato sul bando, dal momento che non può definirsi un horror. Notevole gestione dei personaggi, con dialoghi eccellenti. Squisiti omaggi nei nomi (da Derletti a De Pascali). Manca un po' di cattiveria. Lo sviluppo crescente non aiuta a tenere in tensione il lettore. A ogni modo e per il contesto, è un altro scrittore di classe.


Una storia ad alto tasso di sensibilità femminile è Il Compagno Oscuro di Valentina Scubla che riporta i lettori sulle coordinate dell'orrore demonologico, già affrontato nel primo volume da Fighera e Mancini. Pur riprendendo elementi dalla tradizione cinematografica horror quali il coltello particolare che può uccidere un demone (stile i coltelli di Bugenhagen in Omen – Il Presagio), la confraternita che vuol uccidere il diavolo (stile Giorni Contati) o la capacità del diavolo di prendere possesso dei corpi di persone diverse per presentarsi e avanzare offerte alla protagonista (molto stile Il Tocco del Diavolo), la storia prende la via (a pericolo esclusione dal lotto) del demoniac romance mostrando un'evidente anima femminile di fondo. Non è dunque una storia da pulp magazine e probabilmente non guadagna punti in una valutazione prettamente “maschile”, ma è stata giustamente selezionata e conquista la mia personale top twenty. Valentina Scubla è un altro nome da appuntare sui taccuini degli infingardi editori. Forse più adatta per il romance fantasy.


Questo secondo me è il meglio dell'antologia, di livello indubbiamente buono, soprattutto stilisticamente. A parte, Faramondi, Pancotti e Soli, manca - lo ripeto - il passo pulp, cattivo o capace di tenere sulle spine.


Gli altri sei racconti non sfigurano ma, a mio modo di vedere, sono inferiori. Più in linea rispetto a molti altri col genere, Abigail LeFay (al secolo Giada Venturini) con L'Archivista delle Percezioni. Racconto breve, narrato in seconda persona, stile librogame, allo scopo di calare il lettore nel corpo della vittima di un serial killer torturatore. Torture in piena regola, col tema della mutilazione carnale che potrebbe favorire l'approvazione di un pubblico di lettori giovanili, anche perché la storia è ordinata e soprattutto priva di fronzoli (ma anche di struttura). Potrebbe valere l'inserimento nella top twenty anche se soffre di originalità. Io gli preferisco altri racconti, ma è gusto personale.


La Madre delle Invenzioni di Cristiano Montanari, a mio avviso, perde il confronto con Il Re dei Burattini, con cui condivide la tematica finale sulla quale viene sviluppato il resto. Prima parte troppo lenta e poco coinvolgente, diluita da una serie di descrizioni sacrificabili. Presenza di qualche refusetto, ma ci si passa sopra. D'effetto il finale, probabilmente spunto di partenza dell'intero racconto. Più adatto a un concorso sulla breve distanza.


La Casa al Civico 31/10 di Carlotta Leone è stata una delle mie delusioni. La scrittura è valida, del resto qua si ha a che fare con una finalista (al momento) all'Urania Short. Il tema è quello delle case infestate o, meglio ancora, di una casa abbandonata che acquista vitalità a sé stante. Non colpisce e non intrattiene stimolando divertimento e/o coinvolgimento.


Il Vampiro del Lago di Giuseppe Berti è un puro omaggio al Dracula di Bram Stoker nella parte relativa alle indagini di Van Helsing. Il riferimento va dalla cura di Lucy Westerna fino alla sua uccisione con un paletto di frassino piantato nel cuore. Epilogo in stile Nosferatu per un racconto ben scritto e ben gestito, che guarda anche all'episodio di Donald Sutherland nel film Le Cinque Chiavi del Terrore. Ben scritto quanto trito e ritrito.


Possiede un'anima horror Il Fuoco Dentro di Samuele Secchiero senza tuttavia spiccare né per stile né per elaborazione trama. Un'apprendista paga sulla propria pelle i segreti del maestro artigiano che, in realtà, è un alchimista che intrappola le anime delle proprie vittime nelle zucche che confeziona per essere vendute quali abat-jour. Carino ma, nei trenta, si trova contrapposto a “rivali” agguerriti: da una parte i tecnici, dall'altra gli intrattenitori e nel mezzo... troppo pericoloso.


Non Disinstallarmi di Roberto Faccioli è una ghost story caratterizzata dalla variante tecnologica. A mio modo di vedere, è il più debole del lotto.

Nel prossimo post pubblicherò le mie conclusioni sull'intero concorso e sull'importanza che gli autori si esprimino sul lavoro dei colleghi, invece di dire: "o perché lo devo fare io...? la vita è breve... non sta mica a me...? Io mi annoio a leggere gli altri. Sei presuntuoso e devi rispettare le opinioni degli altri". Io intanto le opinioni le manifesto, gli altri un mucchio di discorsi poi sono i primi - nei fatti - a disprezzare il movimento di cui fanno parte e i lavori degli altri, interessandosi solo dei propri piazzamenti per cercare di vendersi per 50 euro al migliore offerente.

venerdì 24 aprile 2026

Recensione Cinema: THE LONG WALK (2025) di Francis Lawrence.

Produzione: Francis Lawrence, Roy Lee, Cameron MacConomy e Steven Schneider (2025).
Soggetto: Stephen King, tratto dall'omonimo romanzo del 1979.
Sceneggiatura: JT Mollner.
Regia: Francis Lawrence.  
Montaggio: Mark Yoshikawa e Peggy Eghbalian. 
Fotografia: Jo Willems. 
Colonna Sonora: Jeremiah Fraites.
Interpreti Principali: David Jonsson, Cooper Hoffman, Mark Hamil, Garrett Wareing, Charlie Plummer, Ben Wang...
Durata: 108 min.


Commento Matteo Mancini.

A distanza di cinque mesi dall'uscita italiana di The Running Man (2025) di Edgar Wright (qua la mia recensione http://giurista81.blogspot.com/2025/11/recensione-cinema-running-man-2025-di.html), arriva nei nostri cinema, peraltro con colpevole ritardo rispetto agli Stati Uniti (dove è uscito a settembre 2025), la trasposizione dell'altro distopico in odore Hunger Games scritto sotto pseudonimo negli anni settanta da Stephen King: The Long Walk. Se il soggetto del precedente film pescava a piene mani dalla produzione narrativa di Robert Sheckley, si pensi soprattutto a The Seventh Victim (“La Settima Vittima”, 1953), questo è debitore del romanzo They Shoot Horses, Don't They? (“Non si Uccidono così anche i Cavalli?, 1935) di Horace McCoy poi reso celebre dalla trasposizione dal titolo omonimo diretta da Sydney Pollack.

Gli ingredienti per tirare fuori un buon prodotto spiccano già nella lettura del cast tecnico. Dietro al progetto si muove il newyorkese Roy Lee (venuto alla ribalta a inizio secolo con gli horror asiatici più celebri), già artefice della produzione di alcuni dei migliori film, degli ultimi dieci anni, legati alla produzione di King e destinati a diventare culto quali l'horror del “pagliaccio” per antonomasia It (2017-2019) di Andres Muschietti e Doctor Sleep (2019), seguito di “redrum” Shining, per la regia di Mike Flanagan. Se già questo non bastasse, costituisce ulteriore rafforzativo il coinvolgimento alla regia di quello che forse è il regista più indicato per un prodotto del genere ovvero Francis Lawrence, connazionale (di nascita) di Arnold Schwarzenegger, meglio noto per aver diretto – tra gli altri - l'intera saga di Hunger Games. The Long Walk può infatti essere considerato un vero e proprio spin-off della celebre serie. Lawrence viene coinvolto dopo che, nel tempo, registi apicali nella storia della cinematografia kinghiana, quali George A. Romero o Frank Darabont, e altri meno noti come André Ovredal avevano rinunciato all'impegno. Mettere in scena un film su un soggetto come quello di The Long Walk (qua la recensione del romanzo presente su questo blog: http://giurista81.blogspot.com/2016/10/recensione-narrativa-la-lunga-marcia-di.html) risultava infatti concettualmente molto difficile, per ritmo e capacità di mantenere viva l'attenzione, rientrando in una di quelle sfide folli in cui King piaceva misurarsi ovvero scrivere una storia in continuo movimento giostrata tutta sui dialoghi e senza spaziare di contesto scenografico e senza ricorrere a particolari colpi di scena. Lawrence sale a bordo della giostra, asciugando ai minimi termini i contorni. Le scenografie sono naturalistiche e campagnole, con un taglio registico fatto di campi lunghissimi su autostrade deserte che ricordano molto le sequenze di spostamento di Civil War (2024) di Alex Garland (film recensito, a suo tempo, su queste pagine) o anche del primo 28 Giorni Dopo. La fotografia è glaciale e quasi privata dei colori. Sembra di assistere a una corsa di animali lanciati al macello, come sottolineano alcuni abbattimenti con l'effetto sonoro dei cavalli che nitriscono, da spettatori, al di là degli steccati. Lawrence snellisce, defalca i costi di produzione e fornisce un prodotto che definirei complementare allo sfarzoso e assai più ricco The Running Man. Rispetto al lavoro di Wright, questo è molto più riflessivo, ad ampio respiro, con fiammate di fredda brutalità che stordiscono lo spettatore soprattutto per quell'alchimia che arriva direttamente dalla penna di King. Qui non sono lo spettacolo e l'adrenalina a farla da padroni, ma sono la tensione e la disperazione di chi è coinvolto in una specie di roulette russa, dove chi assiste lo fa in modo distaccato alla stregua di un giudice di gara assassino o che accetta quale normalità la giustizia sommaria di chi ha infranto le regole del gioco (si evocano i gerarchi nazisti). Lo sceneggiatore JT Mollner, sull'esempio del Maestro del Maine, definisce i personaggi, li caratterizza nel dettaglio e fa in modo che fraternizzino tra loro e, allo stesso tempo, con lo spettatore. E' proprio questa l'arma vincente sia del romanzo che del film. Molto curate sono altresì le dinamiche della marcia, con tutte le problematiche del caso che vanno dalle variazioni meteorologiche, alla caduta degli alimenti, ai litigi, agli infortuni che rendono impossibile la prosecuzione, all'insorgere della follia dovuta dagli abbagli della stanchezza, ai cambi di dislivello della strada fino all'impellenza delle esigenze fisiologiche. Il clima spensierato e festoso del pregara si trasforma così in un inferno di dannazione interminabile dove la linea del traguardo è determinata dalla morte dell'ultimo possibile contendente alla vittoria. Non ci sono piazzamenti remunerati, si deve solo vincere. Il film, così come il romanzo, è una marcia a eliminazione continua in stile Battle Royale (“ne resterà solo uno”) con la differenza che qua i partecipanti si aiutano a vicenda, giusto per allietare l'attesa della morte e sentirsi meno soli, con una solidarietà che è tipica dei soldati spediti al fronte in una missione dove sanno che non ne usciranno vivi. E tutto questo per cosa? Per il divertimento di altri o per dare un esempio a una società addormentata e spenta con la promessa di un premio finale che non ci si potrà mai godere, perché si è visto morire tutti i propri compagni di marcia e forse ci si sente anche responsabili per questo avendo contribuito indirettamente alla loro morte.

Cinquanta volontari (tutti maschi), dotati di numero di gara e di dispositivo per verificare l'andatura di marcia (non si deve scendere sotto una data velocità). Chi sbaglia viene dapprima ammonito e poi eliminato con un colpo di mitra. Il regolamento prevede tutta una serie di meccanismi per il recupero punti o per l'acquisizione di acqua e cibo. Il ritmo è lento, ma il film non ne risente. Gli attori, tutti giovani, sono molto bravi. Spicca David Jonsson, già visto il Alien: Romolus, che calamita l'attenzione del pubblico, rubando la scena al protagonista Cooper Hoffman (dieci anni più giovane). Molto bene anche Charlie Plummer, nei panni di uno schizzato preda del rimorso, Ben Wang (il nerd asiatico) e quindi il veterano Mark Hamil nei panni del maggiore, con i suoi dialoghi militaristi carichi di retorica. La morte aleggia costante in quella che potrebbe essere una metafora della vita. Non importa quanto si viva, l'importante è il presente, è rendere più confortevole e divertente l'adesso, anche se sappiamo che probabilmente non arriveremo mai a fine corsa e, se invece lo faremo, saremo soli senza più il sostegno di chi ci ha accompagnato al successo.

Questi gli ingredienti, con il background accennato del passato di una guerra mondiale che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti. Il taglio visivo anni settanta, i costumi retrò e le telecamere che sembrano quelle che si usavano nel quaranta, forse, suggeriscono una correlazione con un dato periodo storico (l'epoca dei regimi di estrema destra nel continente europeo). La diretta tv della corsa (a differenza di The Running Man) è marginale, così come lo sono le interferenze del pubblico che assiste quasi distaccato alla mattanza. Un horror psicologico socialmente fantascientifico, con effetti splatter che costano al film il divieto ai minori di anni 14. Forte l'eco del “Club dei Perdenti”  di King basato sull'importanza della fratellanza e del mutuo soccorso. L'epilogo è lievemente diverso rispetto al romanzo, smarrendo quell'alone indefinito e sfumato che King aveva lasciato al termine della sua opera. Lawrence piazza un omaggio, forse non a caso, a Full Metal Jacket in un'ottica antimilitarista, che rende forse un po' di giustizia in una storia che si regge su valori impazziti. Definirei in un'unica parola The Long Walk, pensando anche alle competizioni animali: brutale. Da vedere al cinema. Nella sala, alla proiezione serale del primo spettacolo andato in scena a Pisa, erano presenti appena cinque spettatori. La gente deve imparare a riscoprire il cinema di genere, quello dei Maestri, invece che appiattirsi sui reality show e sulla monnezza che gira in televisione.

 
Da sx a dx, il regista Francis Lawrence, il co-protagonista David Jonsson 
e l'antagonista Mark Hamil.