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domenica 4 ottobre 2026

Recensione Narrativa: SELEZIONE ARPIONA IL KRAKEN a cura di Fabio Larcher.

 

Autore: AA.VV.
Anno: 2026.
Genere: Antologia Fantastico / Horror / Fantasy.
Editore: Kraken Edizioni.
Pagine: da definire.
Prezzo: in stampa.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Quella che sto per stendere è una recensione preventiva, ovvero il commento su una serie di racconti pubblicati sul sito krakenedizioni.it gestito da Fabio Larcher. La ristrettezza dei termini concessi dal bando ha, in tutta probabilità, determinato un'adesione assai limitata. Solo tredici autori hanno risposto alla chiamata, con nomi però piuttosto conosciuti nell'ambiente. Tra tutti figura l'adesione di Claudio Foti, penna che non ha bisogno di presentazione tra gli addetti dell'underground italiano legati al fantastico. Soggetto eclettico di lungo corso (classe 1967): scrittore, traduttore, editore e saggista. Foti ha concesso la possibilità agli appassionati di leggere per la prima volta in italiano romanzi di alcuni dei Maestri del fantastico, come L'Accordo Umano di Algernon Blackwood, oppure il saggio Scrittori Maledetti della Golden Dawn. Pubblicato in antologie di editori quali Weird Book (antologia weird western Sangue Selvaggio) e Strani Aeoni (Cthulhu Savoia), ha all'attivo molteplici riconoscimenti. Accanto all'esperto factotum romano, figurano nomi in forte ascesa come la prolifica e versatile Carlotta Leone (plurivincitrice nella stagione di una lunga serie di concorsi apicali sia in ambito fantastico che giallo, finalista all'Urania Short, vincitrice nel Garfagnana in Giallo e in Abissi Lovecraft a cura di Ese-Scifi), il pisano lovecraftiano Flavio Deri (selezionato da Roberto Del Piano per l'antologia Fantascienza Resistente – Segnali di Luce, pluripubblicato nella collana Innsmouth della Delos Digital, recentemente dato alle stampe da Saga Edizioni e da Strani Aeoni con i romanzi Untold Empire – Storie di Malavita nei Miti e Codex Eclipse), la rivelazione della stagione Paolo Soli (vincitore di svariati concorsi e piazzato in altrettanti), il saggista e narratore Matteo Mancini (firma di Profondo Rosso e Foglio Letterario, curatore di molti saggi per Dagon Press, pluriselezionato da Gianfranco De Turris, vincitore del Toscana in Giallo curato da Lucio Nocentini e Luigi Pachì e doppio finalista al NeRoma Noir True Crime) nonché il saggista Cesare Buttaboni (presenza di antica memoria per gli appassionati di weird, di tanto in tanto misuratosi con la scrittura creativa e finito selezionato da Gianfranco De Turris, Andrea Vaccaro e Pietro Guarriello, oltre che dal gruppo Strani Aeoni). Altri autori interessanti sono rappresentati dai fratelli Ornella e Andrea Di Sabatino, già apprezzati su queste pagine in occasione della recensione dell'antologia Garfagnana in Giallo, Tiziano Solignani (artefice di sontuosa prova romantico-malinconica) e Matteo Valenti Piovasco che propone un racconto di evoluzione-involuzione a trazione psicologica con tanto di metamorfosi corporea del protagonista.

Colpiscono, dato il formato della selezione (rivolta a chiunque) e il contenutissimo numero di partecipanti, la versatilità delle storie e soprattutto la cura e l'eleganza media dei testi. Scordatevi quasi del tutto il pulp, comunque presente, e il weird tradizionale e preparatevi ad affrontare una rosa di storie più di matrice letteraria (sebbene fantastica). Gli autori, pressoché in maggioranza, hanno interpretato il bando con una piega ascetica / religiosa, estrinsecata da una ricercatezza stilistica, sebbene caratterizzata da due scuole di pensiero (gli intrattenitori contrapposti ai lirici), e da una capacità di cadenzare la storia molto qualitativa, peraltro proponendo un ventaglio di soluzioni ad ampio raggio: dalla storia dal sapore cinematografico al quasi poetico. E' stato un esperimento narrativo decisamente sopra la media, per tipologia di selezione e totale assenza di editing (qui tutti hanno fatto da soli). Non sono presenti, a parte il racconto di Cesare Buttaboni (non me ne voglia, ma credo di essere obiettivo ed equilibrato, nonostante i dieci voti ottenuti e l'esternazione di un selezionatore come Maurizio Cometto che lo ha considerato in pubblico e con leggerezza il migliore del lotto), racconti banali (giocoso quello di Paolo Soli, scrittore che a me è piaciuto molto di più in altri contesti). Forma dunque curatissima e brillante, in molti casi persino anteposta al soggetto. Le varianti del Mostro (ovviamente acquatico, che sia marino o di lago non ha importanza) ricordano sovente il leviatano (curiosa l'interpretazione di Foti, a cui va riconosciuto il premio per il miglior prologo, in perfetta tradizione weird, aspetto poi non riproposto nel prosieguo del testo), ma per approccio stilistico e sfumatura prendono strade assai diverse (pregio della selezione, ma problema per chi cerca storie da intrattenimento popolare). Possiamo addirittura dire che ogni storia è giostrata da un punto di vista diverso dalle altre (dato anche questo curioso, visto che non c'è stato un coordinatore alle spalle degli autori). Visionario (La Marea dei Nomi di Flavio Deri), psicologico (La Rosa di Sale e di Sangue di Matteo Valenti Piovasco), classico alla Melville (Il Fiordo, Carlotta Leone), pulp (Il Kraken nel Bicchiere, di Paolo Soli), denuncia sociale alla Dylan Dog circa la vera natura del mostro (Il Custode di Max Mazzoni), truculenza (L'Uomo Squalo di Matteo Mancini e I Tredici Nodi di Ornella Di Sabatino), fantasy (La Palude di Afal di Andrea Di Sabatino), cinematografico con il gruppo di scienziati che sondano l'abisso (Una Stagione sotto l'Abisso di Antonio Di Lallo), enciclopedico (Codex Inquisitorum: ciò che il mare custodisce di Giuseppe Cerniglia), romantico (La Strada che il Mare Nasconde di Tiziano Solignani) e infine riscritture originali dei Miti di Cthulhu (Prima che Dio ci Riconosca di Foti) e altre nel solco della tradizione più trita (Il Guardiano di Abyssus di Cesare Buttaboni) incarnano il DNA del progetto. Per come sono state presentate e per il ventaglio di soluzioni proposte, proporrei la pubblicazione di tutte le storie candidate. A ogni modo, per il pubblico i vincitori dovrebbero essere: Soli, Leone, Buttaboni e Mancini. Al di là di tali giudizi, peraltro espressi a gara ancora in corso, con probabile clientelarismo e soprattutto totale assenza di motivazioni e di confronto, credo che l'ordine di arrivo sarà molto diverso da quello proposto e che solo la Leone potrà davvero ambire al podio.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Procediamo ora per gioco a stillare la classifica, premettendo la grossa difficoltà nello stenderla, vista la diversità stilistica delle opere. Procederò cercando di essere il più obiettivo (difficile esserlo del tutto), così da proporre un ordine di arrivo che non indica necessariamente i racconti che mi sono piaciuti di più, ma quelli che, nel complesso, a mio modo di vedere, possono avere maggiore qualità ed equilibrio.


13° Classificato.

Codex Inquisitorum di Giuseppe Cerniglia. Scrittore classe 1989, già apparso in ebook nelle selezioni Esecranda e pubblicato nell'antologia Streghe e Vampiri della Giovane Holden. Non manca la fantasia, ma prende una via sperimentale poco premiante (a mio modo di vedere) sulla falsariga di Cronache dalla Val Lemuria di Cristiano Demicheli (che invece vinse il Premio Hypnos). Il format del racconto lascia spazio a una sorta di lemma enciclopedico incentrato sulla vita, gli usi e le credenze di una città nota come Gadeira, un'isola situata al di là delle colonne d'Ercole. Presenza di qualche “d” eufonica e qualche piccola ripetizione di termini (venialità). Componente fantastica molto sfumata, elemento del Kraken marginale. L'ulteriore limite è il fatto che si arriva in fondo commentando: “e allora?”. Difficile che venga selezionato nella top ten.


12° Classificato.

Il Guardiano di Abyssus di Cesare Buttaboni, notissimo recensore e commentatore di volumi weird. Ha l'onore di aprire la selezione, rubare dieci voti dal pubblico (annebbiato da rapporti di amicizia) e classificarsi in modo del tutto incomprensibile al terzo posto nella votazione popolare. La storia prende la via del plot lovecraftiano senza apportare niente di innovativo, metaforico o personale. Un turista italiano, in giro per Londra, acquista una pietra da un antiquario. L'oggetto lo condurrà in un'altra dimensione, dove un faro e un kraken disconnetteranno il protagonista dalla realtà imprigionandolo in una dimensione altra, mentre il corpo nella realtà finirà ricoverato in una clinica psichiatrica. Niente di nuovo, una buona atmosfera iniziale, uno stile sufficiente, ma manca l'ingrediente principale per fare funzionare una storia: la cifra dello scrittore. Maurizio Cometto, curatore Delos Digital, lo ha eletto a racconto migliore della selezione. Penso che il giudizio del “collega” si commenti da solo. Impossibile centrare la top ten.


11° Classificato.

Il Custode di Max Mazzoni. Con questo racconto si comincia a salire di livello, determinando una rosa di storie, a mio modo di vedere, non troppo distanziate tra loro. Concittadino del sottoscritto, Mazzoni è autore di una lunga sequela di volumi autopubblicati. Dimostra innegabilmente un'ottima tecnica e capacità di intrattenere. Il racconto è scritto molto bene, proponendo un inizio al cardiopalma (un immigrato di colore braccato da una gruppo di squadristi razzisti). La storia in sé funziona (col mostro non mostro che arriva a salvare dal linciaggio il povero colored). La qualità è sopra la sufficienza. Il sottotesto di denuncia sociale apporta qualche punto al soggetto. C'è un refuso evidente (“chi i”), ma è un peccato venialissimo. A mio modo di vedere manca la caratterizzazione del mostro, un po' buttato là, e un limite nel non osare sul versante dei cattivi: un manipolo di neo nazi che diventano i veri mostri della vicenda (sarebbero stati più efficaci un gruppo di perbenisti e benpensanti). Target massimo: centrare la top ten.


10° Classificato.

Una Stagione sotto l'Abisso di Antonio Di Lallo. Altro autore con una lunga sequenza di autopubblicazioni. Come per Mazzoni, si tratta di un racconto capace di intrattenere e lasciarsi leggere con fluidità e semplicità fino alla fine. Paga uno stile e una tecnica troppo semplificate, al punto da dare l'idea di una sceneggiatura piuttosto che di un racconto. Dialoghi in sequenza, stile narrativo un po' povero a togliere fascino alla vicenda. Una spedizione di scienziati sonda l'abisso, rilevando la presenza di un idolo sotto il quale si muove un qualcosa in grado di impossessarsi degli scienziati. Scorre molto fluido, sacrificando la componente letteraria a beneficio della cinematografica. Siamo dalle parti di The Abyss, per intenderci, o Sfera sostituendo l'incubo col sogno. Incisivo il finale. Da salvare la qualifica nella top ten.


9° Classificato.

La Marea dei Nomi di Flavio Deri. Scrittore in ascesa, approdato di recente alla corte di Saga Edizioni, pluripiazzato a Esecranda, selezionato nel concorso Fantascienza Resistente e presenza fissa nelle antologie del gruppo Strani Aeoni. Qui il livello si alza ancora un po' e diventa sempre più difficile selezionare. Testo potente dal punto di vista visivo, specie all'epilogo. Complica troppo sullo stile, piazza due o tre termini ricercati in modo pomposo come “solipsista” (qui un lettore popolare ti manda a fanculo senza tentennamenti). Un buon racconto, nell'ambito della narrativa di genere, lo si vede nel semplificare lo stile per potenziare i sottotesti, non nel fare gli stilisti per farsi belli al cospetto dei letterati (da sempre nemici dell'intrattenimento). Provate a leggere i racconti (le traduzioni sarebbe il caso di dire) dei vari King, Leiber, Bradbury, Bloch e via dicendo per vedere se trovate espressioni pompose. Tenetevi alla larga dai presuntuosi che inquinano il genere con soluzioni letterate (non mi riferisco a Deri, naturalmente, ma a certi presunti maestri/selezionatori). Buona la componente visiva, tira a mio avviso troppo il “can per l'aia” nella parte centrale del testo. L'idea del mare che restituisce dapprima le cose dei morti e poi di quelli che moriranno è valida. Troppe le descrizioni, che definirei preponderanti rispetto al soggetto. È comunque un racconto che ha un suo spessore. Non dovrebbe avere problemi a mantenere la qualifica.


8° Classificato.

Il Kraken nel Bicchiere di Paolo Soli. Scrittore prolifico, impegnato dallo scorso anno in molti concorsi, ha dimostrato fin dal suo avvento un'apprezzabile facilità nell'andare in selezione in concorsi gialli e fantastici, vincendone già alcuni e trovando sfogo nell'antologia personale Tagli Obliqui. Qui non offre una delle sue migliori opere, a mio modo di vedere, ma mantiene lo stile accattivante richiesto dal genere. Il racconto, in sé e per sé, è simpatico (forse il più simpatico del lotto) ma presenta due problemi uno dei quali meno evidente per chi non sia specialista del genere. L'inizio brillante, col piccolo di polpo che viene soccorso dal ragazzino, è assai carino. L'idea poi che questo polpo cresca a dismisura divorando quanto gli venga offerto come cibo, fino a diventare una sorta di kaiju, rende derivativo il racconto, debitore di storie meno famose come Hydra Vulgaris (2016) di Flavio Regazzoli (piazzato nel Premio Hypnos e inserito nell'antologia Strane Visioni), e altri celebri come Slime (1953) di John Payne Brennan e il successivo Blob Il Fluido che Uccide. Anche il successivo brainstorming di generi che si innesca, mutando di continuo il riferimento del racconto (che tocca anche gli omicidi, gli esperimenti militari, il fiabesco e una prospettiva di epilogo in salsa mostro che banchetta in una regata), non è originale. Io stesso, peraltro proprio sulla rivista della Kraken Edizioni (Astonishing Fantasy Tales), ho pubblicato una simile sperimentazione col racconto Masters & Slaves che, tuttavia, aveva anche un sottotesto qua del tutto assente. È il vincitore della giuria popolare. Non dovrebbe avere problemi a tenersi sopra il livello limite.


7° Classificato.

L'Uomo Squalo di Matteo Mancini. È il mio racconto. Non sta a me parlarne, lo colloco qua perché penso che i racconti che seguono siano scritti meglio ed effettuino in modo migliore un bilanciamento tra trama, capacità di intrattenere e sottotesto (in questo caso il più irriverente del lotto). Spero di qualificarlo.


6° Classificato.

La Rosa di Sale e di Sangue di Matteo Valenti Piovasco. Qui la selezione si fa sempre più complessa (da qui in avanti non ci sono dubbi di qualifica), accorciando il gap tra i vari racconti. Horror stilistico con motore a trazione psicologica, scritto bene, con componente visiva non disprezzabile. È una storia sulla maturazione del protagonista (seppure in chiave involutiva) circa la presa coscienza di sé stessi. L'abbattimento della morale etica a favore dello sviluppo del proprio io. Molto bella la parte subacquea sotto lo stretto di Messina (si poteva tuttavia ricercare maggiormente il sense of wonder) e soprattutto l'epilogo (tra i migliori del lotto). Si perde nella parte centrale, pagando lo scotto del narrato rispetto al mostrato. Buona la caratterizzazione del protagonista, perseguitato da una parte oscura che, a poco a poco, tenderà a emergere. Probabilmente più adatto per una distanza superiore. Presenza di qualche piccolo refuso (“La vita quotidiana era permeata una tensione” oppure la non perfetta “guardandosi allo specchio al suo riflesso non era più lui”). Premiato per la matrice psicologica: non sempre la vita sociale e la formazione di una famiglia fanno la fortuna di chi ha, nella sua anima, un'altra matrice.


5° Classificato.

La Palude di Afal di Andrea Di Sabatino. Scrittore un po' sottovalutato e dal curriculum destinato ad arricchirsi, è una presenza fissa nelle antologie dell'Historica Edizioni. Azione e taglio popolare fanno volare il racconto, in realtà semplice e non presuntuoso. Una spedizione cavalleresca da cavalieri della Tavola Rotonda parte per debellare un mostro che infesta un lago. Perfetto per essere pubblicato in una rivista griffata Kraken.


4° Classificato.

La Strada che il Mare Nasconde di Tiziano Solignani. Bel prologo (mi ricorda la scena di Shelley Winters in Tentacoli al rientro dell'infausta regata), contenuto ultra-visionario (il più di tutti), gestione della trama effettuata con innegabile maestria. La scrittura è eccelsa. È una sorta di viaggio nell'ade, solo che qua non si tratta dell'inferno ma dell'abisso dove la donna amata del protagonista è misteriosamente custodita (è morta davvero). Il mostro ricorda molto il Lucifero di Coppo di Marcovaldo, poi ripreso da Dante. Tra i top della selezione, ma l'happy end finale mi fa un po' incazzare.


3° Classificato.

Prima che Dio ci Riconosca di Claudio Foti. È il racconto che ho votato e, sebbene di lunghezza da squalifica (è più lungo dei limiti concessi), si tratta di un elaborato perfetto per le selezioni di Larcher. Foti (a differenza di Buttaboni) riscrive i miti di Cthulhu e lo fa sia dal versante stilistico, che passa dall'impronta weird classica (il prologo è il più bello della selezione) a un taglio moderno (pieno zeppo di dialoghi, presenza dell'AI e semplificazione stilistica), che da quello contenutistico. Cthulhu non è più il mostro lovecraftiano, ma diventa un qualcosa di molto più arcaico, una memoria collettiva di una sorta di setta di semi-immortali. Molte idee originali, spostamento del nichilismo del Solitario sul campo religioso, paga una certa lentezza e un bombardamento di dialoghi non sempre efficaci.


2° Classificato.

I Tredici Nodi di Ornella Di Sabatino, sorella di Andrea e con curriculum pressoché simile. Qua regala un pezzo che, ne sono sicuro, sarà apprezzato da Fabio Larcher. Intrattenimento, eleganza stilistica (senza troppo pompare) e soprattutto azione, sangue e sense of wonder. La Cosa di John Carpenter (una creatura mutaforma protagonista e una citazione marcatissima della sequenza in cui i superstiti analizzano il loro sangue per scoprire se il mostro si è celato tra loro sotto una parvenza da impostore) incontra Moby Dick di Melville (un pescatore menomato fisicamente ossessionato dalla caccia al mostro) per un racconto che, ne sono certo, centrerà il podio.


1° Classificato.

Il Fiordo di Carlotta Leone. Rivelazione della stagione, vincitrice in un solo anno di quanto gli altri riescono a mettere in cascina in decine di anni, dimostra di non sbagliare un colpo. Stile secco e non ampolloso (l'opposto di Deri, per esempio), dialoghi cinematografici, ma grandissima gestione della storia, con presenza dapprima suggerita del mostro che compare solo alla fine dopo che il lettore lo ha più volte inquadrato in qualcosa che poi non si è dimostrato tale. Maestria in atmosfera. Impossibile non metterlo al podio.


domenica 20 settembre 2026

Recensione Saggi: STEPHEN KING - LE OPERE SEGRETE DEL RE di Rocky Wood.

Autore: Rocky Wood.
Titolo Originale: Stephen King: Uncollected, Unpublished.
Anno: 2014.
Genere: Saggio Narrativa.
Editore: Kipple.
Pagine: 600.
Prezzo: 25,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
PROSSIMAMENTE

mercoledì 16 settembre 2026

Recensione Narrativa: A VOLTE RITORNANO di Stephen King.

Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Night Shift.
Anno: 1978.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Bompiani (1988).
Pagine: 384.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Quinto libro di Stephen King in ordine di pubblicazione e prima antologia assoluta apparsa sul mercato editoriale. Sebbene uscito nel 1978, Night Shift – da noi distribuito col titolo A Volte Ritornano – incarna la produzione delle origini dell'autore. Venti racconti proposti, di una lunghezza compresa da cinquantasette a sei pagine, quattro dei quali inediti e i restanti usciti su riviste dal 1968 al 1977. Contrariamente – è una mia opinione sia chiaro – da quanto si può leggere in giro, non si tratta della migliore antologia di King, imbrigliato (e per questo contenuto) da limiti di battute e dalle richieste specifiche delle riviste con cui collaborava (soprattutto Ubris e Cavalier, ma anche Penthouse). Si tratta di racconti scritti per ragioni alimentari, molti dei quali prima del successo di Carrie. I soggetti, spesso banalizzati e non approfonditi, tradiscono la mano di un autore concettualmente ancora giovane e compiacente. Manca quasi del tutto la caratteristica che connaturerà la produzione dell'autore ovvero la capacità di creare personaggi tridimensionali, in grado di uscire dalla pagina. Ciò non è dovuto al fatto che l'autore - seppur di classe - non era ancora maturato, ma deve la ragione alle costrizioni legate alle condizioni di ingaggio rappresentate da limiti di battute e da ben precisi modelli di riferimento da rispettare. In queste storie non c'è spazio per caratterizzazioni e trame ad ampio respiro. Le riviste richiedevano racconti grandguignoleschi, dal ritmo sostenuto e con una certa nota dissacrante od orientata al passato della narrativa del terrore. Ne deriva un lotto agile da leggere, brioso e capace di divertire, ma di gran lunga inferiore alla profondità delle opere del King maturo. Definire A Volte Ritornano una delle migliori opere antologiche di King è offendere la capacità dell'autore di costruire storie. Mi spiego meglio: reputare A Volte Ritornano la migliore antologia di King, significa sostenere che King lavorava meglio quando era condizionato dai committenti e, di conseguenza, sostenere che è/era incapace di strutturare in autonomia un buon racconto per il vezzo di dilatare le storie. Orbene, si deve capire che la dilatazione delle storie non è un difetto di King, ma è una sua libera scelta che, peraltro, va a caratterizzare le storie conferendogli una cifra autoriale. Racconti quali Jerusalem's Lot, l'inedito che apre A Volte Ritornano, non rappresentano la narrativa di King, ma quella di Lovecraft e di Poe. Battleground (“Campo di Battaglia”) e Trucks (“Camion”), pur se divertenti e scatenati nel ritmo, rappresentano Richard Matheson. La mano di King si intravede in racconti - seppur divertenti - abbastanza modesti come The Mangler (“Il Compressore”) e The Lawnmoverman (“La Falciatrice”), dove oggetti della vita quotidiana divengono strumenti letali in balia di demoni, oppure in racconti come Sometimes They Come Back (“A Volte Ritornano”) o Strawberry Spring (“Primavera di Fragole”), in cui si intravede un abbozzo di caratterizzazione rispettivamente dei personaggi o del posto in cui è ambientata la storia, o ancora nel drammatico e inedito The Last Rung on the Ladder ("L'Ultimo Piolo").

Pur essendo presenti perle assolute come Children of the Corn (“I Figli del Grano”), One for the Road (“Il Bicchiere della Staffa”), Quitters Inc, I am the Doorway (“Io sono la Porta”), Battleground (“Campo di Battaglia”), The Last Rung on the Ladder ("L'Ultimo Piolo") e Trucks (“Camion”), possiamo definire A Volte Ritornano un volume divertente, ma non profondo, dove King mira a intrattenere e scioccare – talvolta con soluzioni iperboliche (macchine industriali possedute dal demonio, camion "squali", astronauti che divengono porte viventi da cui scrutano i venusiani, topi mutanti che divorano una squadra di operai, macchine industriali mangia-uomini) – senza quasi mai conferire un sottotesto alle storie e sovente scimmiottando autori famosi (emblematico Jerusalem's Lot). Dunque, è una tipica opera giovanile, valida per una prima presa di contatto con l'autore, ma non certo tra le migliori raccolte kinghiane. Pur perdendo qualcosa sul versante del divertimento e del ritmo (qua privilegiati), King fornirà i suoi migliori racconti in raccolte quali Stagioni Diverse, Quattro dopo Mezzanotte, Scheletri e Incubi e Deliri. Ecco, allora, che A Volte Ritornano è l'antologia più impersonale tra tutte le raccolte del Re.

La prima edizione italiana del libro.
La copertina omaggia "Io sono la Porta".

 RECENSIONE DETTAGLIATA

Terza rilettura, a distanza di oltre sedici anni dall'ultima volta e con molteplici libri di King alle spalle (da anni, ormai, ne leggo almeno tre l'anno). Come tutte le antologie di racconti brevi di King, si tratta di una raccolta di storie eterogenee tra loro. Sebbene domini contenutisticamente (meno a livello qualitativo) l'orrore soprannaturale – tra cosmic horror, possessioni diaboliche, vampiri, body horror e riti di evocazione – non mancano (e sono tra le migliori) storie di fantascienza (Io sono la Porta e Risacca Notturna), un paio di racconti in salsa hard boiled (Il Cornicione e Quitters Inc), un paio di thriller (Il Baubau e Primavera di Fragole) e un paio di racconti drammatici (L'Ultimo Piolo e La Donna nella Stanza). Caratteristiche di tutte le storie provenienti dalle riviste sono la breve lunghezza, il ritmo serrato e la ricerca dell'intrattenimento puro. Come detto in premessa, undici racconti (oltre il 50%) arrivano da riviste spesso erotiche con donne svestite in copertina ovvero sette da Cavalier (rivista concorrenziale di Playboy, ma più di nicchia) e due (tra le migliori) da Penthouse (all'epoca sponsor persino in Formula 1). Curioso verificare come i quattro inediti siano tra i migliori assoluti del lotto.

Tra i racconti che ho rivalutato, al punto da considerarli tra i più riusciti e maturi della selezione, ci sono due dei quattro inediti: The Woman in the Room (“La Donna nella Stanza”) e The Last Rung on the Ladder (“L'Ultimo Piolo”). Si tratta di racconti che non hanno nulla a che fare col fantastico, sebbene il terrore (quello della vita reale) traspaia tra le righe. Si tratta di drammi familiari, legati alla perdita tragica delle persone più care, intrisi di malinconia, rimpianti ed evocazione di un dolce passato. The Last Rung on the Ladder è dolce nel ricordare i giochi d'infanzia tra fratello e sorella, immaginando il senso di libertà offerto da una caduta dall'alto (ripresa in chiave metaforica dal gesto finale della vittima, che cerca di rinascere attraverso la morte), peraltro suscitando ansia in chi soffre di vertigini. Amarissimo l'epilogo. King accenna alle sliding doors della vita e sottolinea l'importanza di ciò che si tende a sottovalutare (gli affetti) sempre più presi dagli impegni quotidiani. Tema principale sono il suicidio, gli strascichi e i sensi di colpa che lo stesso lascia alle spalle di chi è costretto a interfacciarsi con la scelta estrema presa da un proprio familiare. Non troppo dissimile è The Woman in the Room che affronta il tema dell'amore materno e dell'eutanasia, ancora una volta con un piglio da scrittore del terrore (i pazienti anziani di un ospedale sono paragonati, per la loro cadenza e il ritardo linguistico, agli zombi). È un racconto straziante, dove il figlio si trova a dovere fare i conti col decadimento fisico e mentale di una madre morente, sottoposta a cure palliative finalizzate solo ad allungarle la vita. Da un punto di vista della capacità di suscitare emozioni, sono di gran lunga i due migliori racconti dell'antologia, non a caso rigettati o comunque non pubblicati nelle riviste popolari.


Dietro a questi due racconti figura un gruppo di una mezza dozzina abbondante di validi racconti, spesso non caratterizzati a dovere. Il più celebre e simbolo di A Volte Ritornano è sicuramente Children of the Corn (“I Figli del Grano”), pubblicato nel 1977 su Penthouse e base di ispirazione, a partire dal celebre Grano Rosso Sangue (1984), di una saga composta da undici film. Un po' come i due precedenti racconti, King lo stende sfruttando un plot utilizzato più volte per i racconti del lotto ovvero quello del viaggio che porta alla scoperta di un paese apparentemente fantasma. Una coppia di sposini, infatti, giunge a Gatlin, villaggio campagnolo in cui tutti gli abitanti sono misteriosamente scomparsi (o così sembrerebbe). Il soggetto è pressoché identico a quello di Jerusalem's Lot (di cui parleremo in seguito), con la differenza di proporre un villaggio retto da un gruppo di ragazzini sotto i venti anni che compiono sacrifici per avere i favori di un mostro che vive tra i filari del grano. Come per Jerusalem's Lot, abbiamo la sostituzione del credo religioso, rappresentato da una chiesa di fatto sconsacrata, a favore di un nuovo e blasfemo credo pagano che contempla l'omicidio sacrificale e il dileggio dei simboli cattolici (in una sorta di inversione di quanto fatto, a suo tempo, dal cattolicesimo con le festività pagane). Pur se estremamente efficace e in grado di rapire l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima pagina, è un elaborato derivativo che pesca a piene mani da Ritual (1967) di David Pinner, trasposto sul grande schermo nel 1973 col titolo The Wicker Man, a sua volta fonte di ispirazione del romanzo Harvest Home (1973) di Thomas Tryon, da noi distribuito nel 1974 col titolo La Festa del Raccolto.


Sulla stessa lunghezza d'onda si muove il racconto che apre l'antologia: l'inedito Jerusalem's Lot. Qui King omaggia la narrativa del terrore classica, soprattutto per stile. Realizza una struttura epistolare alla Dracula di Bram Stoker, fatta di pagine di diario e di lettere, per inscenare la medesima storia di Children of the Corn, questa volta declinata in salsa cosmic horror, tra The Fall of the House of Usher (“Il Crollo di Casa Usher”, 1839) di Edgar Allan Poe e The Rats in the Wall (“I Ratti al Muro”, 1924) di  Howard P. Lovecraft. Ancora una volta, una coppia di forestieri (questa volta due uomini) vagano in un villaggio fantasma (la Jerusalem's Lot che da il titolo al racconto) per finire con il visitarne la chiesa e i relativi volumi che si trovano all'interno. Probabilmente più inquietante del precedente racconto (bensì meno ritmato), per la sua capacità di suscitare paura e terrore ma, al tempo stesso, impersonale e più derivativo (tipico racconto giovanile) con tutti i cliché del sottogenere occultistico: grimori maledetti (il De Vermis Mysteriis, testo immaginato da Robert Bloch e ripreso da Lovecraft in occasione di The Haunter of the Dark, da noi tradotto come “L'Abitatore del Buio”), chiese sconsacrate, culti abominevoli, croci ribaltate, villaggi fantasma, magioni visitate da forze sconosciute e presenza di un verme millenario che emerge dalle viscere della terra per condurre alla follia il protagonista. Classico racconto che si inserisce nel cosiddetto ciclo di Cthulhu. Indubbiamente sinistro e pauroso. Non è da non considerare – contrariamente a quanto si legge in giro – parte integrante de Le Notti di Salem.


Jerusalem's Lot torna in One for the Road (“Il Bicchiere della Staffa”), uscito su Maine nel 1977. Non cambia la base del racconto: una famiglia di forestieri si perde in un villaggio fantasma. King introduce la variante della tempesta di neve e modifica la prospettiva della storia, non più narrata dal punto di vista dei forestieri o dal collage di lettere e pagine di diario, ma da quella dei soccorritori di un paesino confinante (avverrà la stessa cosa con Gray Matter). L'autore si riallaccia al suo precedente romanzo Le Notti di Salem e lo fa proponendo una sorta di piccolo sequel per dirci che, nonostante l'incendio che ha distrutto la cittadina, a Jerusalem's Lot sopravvivono i vampiri. Buon racconto del terrore, con vampiri classici (fuggono in presenza di simboli religiosi), ma nulla più. Piace l'atmosfera glaciale.


Dal terrore sovrannaturale si passa a un trittico di racconti votati all'azione dal retrogusto hard boiled, che di horror non hanno nulla. Di nuovo brilla un inedito: Quitters Inc che anticipa, di una ventina di anni, il soggetto del film di David Fincher The Game. King si diverte a escogitare la presenza di una società, priva di limiti etici, che ha brevettato un metodo infallibile per eliminare il vizio del fumo che affligge i clienti. Un gran bel racconto, tra i top del lotto, trasposto nel film a episodi L'Occhio del Gatto (1985) insieme a The Ledge (“Il Cornicione”), secondo di questo ideale terzetto. Pubblicato nel 1976 su Penthouse, The Ledge è un hard boiled, seppure atipico, a tutti gli effetti. Abbiamo un boss della mala, una moglie contesa, un sacco pieno di ventimila dollari e un protagonista sportivo (è un ex tennista) sotto minaccia di pistola, tra doppi giochi, ribaltamenti situazionali e scommesse letali. Una storia semplice, ma molto efficace e in grado di attaccare alla pagina il lettore. Torna, come in The Last Rung on the Ladder, l'orrore dell'altezza con il senso di vertigine che si trasmette al lettore, accompagnando il percorso di un uomo chiamato a coprire l'intero perimetro di un cornicione largo tredici centimetri, tra piccioni, vento e urla improvvise dell'uomo che gli ha scommesso contro.


La scena del protagonista costretto a muoversi all'esterno di un palazzo, in equilibrio sul cornicione, si ripropone nel divertentissimo e scatenato Battleground (“Campo di Battaglia”), uscito su Cavalier nel 1972. Qui King fonde l'idea dell'equilibrismo sospesi a svariate decine di metri di altezza dal suolo con quella del sicario chiamato a confrontarsi con una minaccia fantastica (idea quest'ultima che sarà alla base del successivo The Cat from Hell, 1977). Ancora una volta (come per The Ledge), lo scenario del racconto è la stanza di un albergo, ma questa volta abbiamo una squadra di soldatini in miniatura, equipaggiati di jeep, elicotteri e armi, incaricati di uccidere un sicario professionista. Grandguignol allo stato puro, azione continua e un finale ultra spassoso a farne uno dei racconti più folli e divertenti di King. Ispirato da Richard Matheson, è stato a sua volta sicura ispirazione per il film di fine anni novanta Small Soldiers di Joe Dante. Tra i miei preferiti di King.


Un altro racconto valido, tra l'altro utilizzato per illustrare la copertina della prima edizione dell'antologia, è I am the Doorway (“Io sono la Porta”), apparso nel 1971 su Cavalier. Qui Stephen King si confronta con una fantascienza ibridata dall'horror, guardando a The Crystall Egg (“L'Uovo di Cristallo”, 1897) di H.G. Wells riconvertito in chiave body horror. Un astronauta di ritorno da un viaggio attorno a Venere viene contaminato da un parassita che rimane dapprima sottotraccia e poi si rivela nella forma di centinaia di occhi che si aprono nella carne della vittima, trasmettendogli una distorta visione del mondo (probabilmente filtrata dal punto di vista alieno). Efficace l'epilogo, dove la possibilità di un delirio schizofrenico viene cancellata dai fatti.


La contaminazione tra sci-fi e horror si ripresenta con Trucks (“Camion”), pubblicato nel 1973 su Cavalier. Forse meno interessante rispetto al precedente racconto, è un action dove camion, autocarri e autotreni acquisiscono d'improvviso autonomia propria, muovendosi simili a squali attorno a un'area di servizio, pronti a travolgere chiunque appaia sulla strada. Struttura alla Howard Hawks, che sarà ripresa da King anche per il più riuscito The Mist. Apocalittico e profetico il finale, con l'uomo costretto a fare lo schiavo delle macchine. Pur se non apprezzato dai fan e base del catastrofico film Brivido (1986) diretto dallo stesso King, è a mio avviso un racconto riuscito.


Ambiguo e con struttura interessante il finto horror (a mio modo di vedere) The Boogeyman (“Il Baubau”), apparso nel 1973 su Cavalier. King porta avanti la narrazione nella forma del dialogo tra paziente e psichiatra, rivelando il passato del protagonista: un padre che ha perso tre figli per mano di una misteriosa creatura soprannaturale che si cela negli armadi. In tutta probabilità, come sembrerebbe suggerire il finale (che diversi lettori hanno frainteso, a mio modo di vedere), la narrazione – rappresentata dal punto di vista del protagonista - maschera un triplice omicidio compiuto da una personalità disturbata e affetta da una sindrome di sdoppiamento della personalità. In altre parole, King ripropone la medesima idea (quella di un uomo convinto di essere vittima di influenze esterne) di Io sono la Porta, ma la rende ambigua mostrando i fatti solo dalla prospettiva del protagonista. Buona gestione dei dialoghi e molto apprezzato dai lettori. È stato trasposto nel 2023.


Questi undici racconti, a mio modo di vedere, formano il meglio dell'antologia. Se andiamo a considerarli nel loro complesso scopriamo che quasi là metà (quattro su undici) sono storie inedite e che appena quattro sono le storie rinconducibili all'orrore soprannaturale (Jerusalem's Lot, I Figli del Grano, Il Bicchiere della Staffa e Io sono la Porta). Un dato questo che sconfessa la tesi per la quale le antologie di King sono antologie del puro terrore.


Tra i restanti nove racconti merita una menzione Sometimes They Come Back (“A Volte Ritornano”), uscito su Cavalier nel 1974, che si contraddistingue per una certa cura nella caratterizzazione del protagonista, perseguitato (un po' come quello de Il Baubau) dal passato e dai lutti che hanno colpito i propri familiari (qui il fratello). La costruzione è kinghiana (dunque personale) e questa particolarità lo distingue dal resto dei racconti dell'antologia, spesso derivativi e riconducibili all'immaginario di altri autori. La storia, purtroppo, paga un epilogo raffazzonato, con rituali demoniaci alquanto banalizzati e utilizzati per ottenere un aiuto satanico al cospetto di tre fantasmi materializzatesi e inseritesi nella vita di tutti i giorni, al punto da farsi integrare ufficialmente, al posto di altri studenti misteriosamente deceduti, nel circuito scolastico dove insegna il protagonista. Non mancano dunque i vuoti narrativi che finiscono col banalizzare un racconto a tratti inquietante per il suo traslare un incubo notturno nella realtà.


Più quadrato Graveyard Shift (“Secondo Turno di Notte”), uscito su Cavalier nel 1970. Tornano i topi di Jerusalem's Lot e gli enormi spazi sotterranei che si perdono nel buio più pesto. Se nel racconto che apre l'antologia i ratti sono appena percepiti nella forma di un tambureggiare che scuoteva le mura, qua sono vividi e presenti, addirittura mutati per effetto dell'oscurità e cresciuti di dimensioni. Nella sua semplicità, è un racconto che inquieta, specie se si odiano i topi. Lo scenario è quello di un sotterraneo di una fabbrica oggetto di pulizia. Non manca lo splatter. Buono il ritmo. Resta comunque un esercizio di stile, vuoto nei contenuti. E' stato trasposto al cinema col titolo La Creatura del Cimitero.

Kinghiano è altresì "So di cosa hai Bisogno", una storia moderna di stregonerie e amori impossibili, con un interessante sottotesto che porta il lettore a chiedersi quali siano le ragioni che innescano l'innamoramento delle persone.

Sono a mio avviso di caratura nettamente inferiore i restanti sei racconti, che oscillano tra storie, seppur dotate di spunti interessanti, abbozzate e incomplete (è il caso di Night Surf, The Man Who Loved Flowers  e di Strawberry Spring) o tremende parodie che si segnalano tra le peggiori in assoluto dell'autore (The Mangler, Gray Matter, The Lawnmower Man). Vediamoli uno a uno.


Night Surf (“Risacca Notturna”), uscito su Ubris nel 1969, pare uno stralcio di un'opera di maggior respiro e, non a caso, fungerà da ispirazione per il successivo The Stand (“L'Ombra dello Scorpione”). È un survival disperato, ben rappresentato dalla visione di un gruppo ristretto di ragazzi che vagano sulla spiaggia, sentendo superstiti lanciare brani musicali da un radio privata in un mondo ormai riservato a pochi fortunati, dopo l'azione di una tremenda influenza (l'A6) che provoca gonfiamenti e morte nel delirio. Non manca una scena cruenta: un infettato viene legato a un palo e arso vivo come un tempo venivano bruciate le streghe.


Sempre da Ubris, pubblicato nel 1968, arriva Strawberry Spring (“Primavera di Fragole”) che pecca l'assenza di una struttura solida. Valido per la descrizione ambientale, in ambiente universitario, propone l'idea che diverrà marchio di fabbrica degli slasher movie: un serial killer uccide studendesse ogni tot di anni, al verificarsi della cosiddetta “primavera di fragole” ovvero un prematuro periodo di caldo invernale destinato a sfiorire in una bufera di neve. Buona la costruzione, ma storia abbozzata, con un forzatissimo twist finale che sa di scorciatoia per chiudere in tempi brevi un racconto che avrebbe avuto bisogno di maggiore distanza. Non dissimile è il più esplicito The Man Who Loved Flowers ("L'Uomo che Amava i Fiori"), dove le romantiche premesse a un incontro amoroso tra il protagonista e la sua fidanzata si trasformano nel delirio di un serial killer che, nella sua fantasia, uccide ciclicamente sempre la stessa donna.


Parodistici, seppur divertenti (staccando il cervello, sia chiaro), The Mangler (“Il Compressore”), Gray Matter (“Materia Grigia”) e The Lawnmower Man (“La Falciatrice”), apparsi su Cavalier tra il 1972 e il 1975. Qui King cerca di divertire il lettore, proponendo storie che non possono fare paura per quanto appaiono ridicole. L'autore parodizza tematiche come la possessione diabolica, le metamorfosi corporee e il paganesimo silvestre, adottando soluzioni trash che sconfinano in una comicità volontaria. Così la buona idea del macchinario industriale che divora gli operai viene bruciata dalla presenza di un demone che ha preso possesso di una pressa a seguito di una serie di concause fortuite (tra cui il sangue di vergine e particolari erbe finite inavvertitamente nella pressa), fino ad acquisire la capacità di sganciarsi dalla sede di installazione (a seguito di un esorcismo mal riuscito) e di andarsene in giro per la città a mangiare gente (forse la maggiore boiata di King).

Allo stesso modo, appare l'idea di realizzare un racconto incentrato sui cattivi effetti dell'abuso alcoolico che scade in una disgustosa metamorfosi kafkiana (per effetto di batteri alieni?) ai danni di un obeso involuto in una palla di lardo che, continuando a bere birra, si nutre di carogne di gatti.

Ancora più folle è la storia del giardiniere, ai diretti ordini del gran dio Pan (altra boiatissima), che segue come un segugio la falciatrice divorando tutto ciò che la stessa tritura (ivi compreso una talpa). Ancora una volta il trash e il senso del disgusto prevalgono e travolgono i contenuti, nell'occasione del tutto assenti.

martedì 8 settembre 2026

Recensione Narrativa: LA CASA DI DIO di Andrea K. Lanza.

Autore: Andrea K. Lanza.
Anno: 2026.
Genere: Post Atomico - Sci-fi.
Editore: Edikit.
Pagine: 184.
Prezzo: 15,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
Andrea K. Lanza, deus ex machina della Edikit Edizioni, torna su queste pagine con quello che è, in tutta probabilità, il suo progetto più ambizioso. Rispetto al Fottuto Quarto Reich, qua recensito qualche mese fa, La Casa di Dio compie un deciso passo in avanti soprattutto a livello di cura stilistica. La prosa è estremamente elegante. Lanza lavora sui dialoghi e compone un lessico ricercato che plasma periodi variegati. Siamo nell'ambito del survival post-apocalittico, con un soggetto alquanto curioso e originale che sposa l'intelaiatura degli z-movie cinematografici per poi prendere una via assai più ambiziosa di matrice socio-politica. Piace e molto il substrato prettamente italico, vera e propria firma dell'autore. Lanza immagina un passato alternativo dove nel 1985, proprio mentre sta per essere lanciato il folle progetto cinematografico di Adriano Celentano intitolato Joan Lui (dove il molleggiato interpreta nientemeno che Cristo di ritorno sulla Terra), scoppia a Gaeta la bomba atomica. Bellissimo il prologo, dove viene narrata nel dettaglio la detonazione e gli effetti che l'esplosione provoca nell'immediato a Roma, dove Lucio Fulci e Aristide Massaccesi stanno discutendo del prossimo film da produrre. Da qui si va in avanti di 87 anni, con un gruppo di otto teppisti – gli Scaravengers (nome geniale, storpiatura di scavengers ovvero gli sciacalli) – che vagano nelle terre contaminate sparando ai celentaneidi alla ricerca delle sedicenti case di dio, dei bunker sotterranei dove si dice abbondino cibo, donne, medicine e benessere (in realtà sono luoghi di culto usati per sacrifici umani). La progressione del drappello, composto da bizzarri soggetti, tra cui un personaggio non munito di gambe che cita di continuo l'uomo ragno, viene inframezzato dal reality “il collegio” che va in scena proprio nella Casa di Dio, dove nuove divinità meccanizzate hanno preso il posto della religione convenzionale facendo del Joan Lui interpretato da Celentano il profeta di un nuovo credo che ha in Afrodite la dea per eccellenza.

Sparatorie, torture, omaggi a Rats – Le Notti del Terrore, I Predatori dell'Anno Omega, I Guerrieri dell'Anno 2072 e ai postatomici di Tonino Ricci, ma anche a Hercules di Luigi Cozzi, con gli Scaravengers che si ritrovano ad attraversare i fatiscenti studi della De Paolis rimasti al 1985 (per trovare sotto il set del sopracitato film di Bruno Mattei il tunnel che li condurrà alla casa), accompagnano la narrazione che, tuttavia, si dissocia presto dal prodotto di puro intrattenimento, Lanza costruisce un romanzo di genere che va oltre lo stesso, cadenzato dai brani musicali italiani e internazionali dell'epoca, per piegare verso il prodotto di autore anti-capitalista alla Jodorowski. Il soggetto infatti è decisamente folle e richiede di essere letto più volte per essere appreso. Lodevolissimo nelle intenzioni e assai bravo nel delineare le scenografie, Lanza appesantisce (mia modesta opinione) la narrazione con un background di caratterizzazioni (i personaggi sono tanti) che intralcia troppo l'azione, rendendo poco di genere un romanzo che nasce dal genere. Troppo spesso, il fluire narrativo viene spezzato dalle riflessioni sul passato dei protagonisti, dal loro sentire e dagli intenti politici di chi manipola il sistema per fottere il futuro dei giovani. L'ultima parte, in particolare, diventa volutamente ostica, labirintica e onirica, direi addirittura opposta alla narrativa popolare. A ogni modo, siamo alle prese con un romanzo che si distingue dalla media. Curato, ambizioso, senza buonismi o concessioni al politicamente corretto (anzi). Lanza è coraggioso, spara strali a Silvio Berlusconi, alla cultura italiana (ivi compresa la scolastica) che fagocita i giovani illudendoli di elevarli con un'educazione e una cultura locale funzionale a spegnerli mentalmente e prima ancora a manipolarli. Cruento e brutale (non manca lo splatter), pur nei suoi intenti intellettuali, La Casa di Dio entra nel campo dell'horror più che del fantascientifico distopico e lo fa con un tocco italico che rende il tutto sicuramente meritevole di attenzione tra i romanzi usciti nel 2026. Lo ripeto: non aspettatevi un romanzo di puro intrattenimento, facile da leggere e in grado di incollarvi alla pagina. Il ritmo non è adrenalinico e viene sovente spezzato, con continui cambi di punti di vista, quando invece ci si attenderebbe l'accelerazione. E' evidente, tuttavia, che il retaggio popolare su cui si struttura il romanzo stempera l'intento sociale e autoriale, rendendo più piacevole la lettura.

Fuorviante la copertina, anche se orientata a sottolineare uno stato di sottomissione anti-liberale. Il testo è un survival post-atomico ambientato, nella prima parte, sotto la luce del sole (con protagonisti corrotti da tumori nella pelle che vagano protetti dai nastri delle vhs avvolti sul corpo!?) e nella seconda nei sotterranei in cui si riproduce il mondo del 1985. Proprio in questa seconda parte Lanza costruisce la portata autoriale del romanzo. Non per tutti.