Titolo Originale: Stephen King: Uncollected, Unpublished.
Anno: 2014.
Genere: Saggio Narrativa.
Editore: Kipple.
Pagine: 600.
Prezzo: 25,00 euro.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Mi chiamo Matteo Mancini, sono nato a Pisa nel 1981 e abito nell'indipendentista Tirrenia. Sono un grande appassionato di B-Movie (dallo spaghetti western, passando per il "poliziottesco" e proseguendo con thriller e horror). Tra le mie tante passioni le più forti sono la narrativa specie del genere fantastico scuola weird tales e la scrittura. Nella foto mi vedete, al centro, con a dx Antonio Tentori e la "giallista" Cristiana Astori, e alla mia sx Mr.B-Movie Dainelli e Ivo Gazzarrini.
Quinto libro di Stephen King in ordine di pubblicazione e prima antologia assoluta apparsa sul mercato editoriale. Sebbene uscito nel 1978, Night Shift – da noi distribuito col titolo A Volte Ritornano – incarna la produzione delle origini dell'autore. Venti racconti proposti, di una lunghezza compresa da cinquantasette a sei pagine, quattro dei quali inediti e i restanti usciti su riviste dal 1968 al 1977. Contrariamente – è una mia opinione sia chiaro – da quanto si può leggere in giro, non si tratta della migliore antologia di King, imbrigliato (e per questo contenuto) da limiti di battute e dalle richieste specifiche delle riviste con cui collaborava (soprattutto Ubris e Cavalier, ma anche Penthouse). Si tratta di racconti scritti per ragioni alimentari, molti dei quali prima del successo di Carrie. I soggetti, spesso banalizzati e non approfonditi, tradiscono la mano di un autore concettualmente ancora giovane e compiacente. Manca quasi del tutto la caratteristica che connaturerà la produzione dell'autore ovvero la capacità di creare personaggi tridimensionali, in grado di uscire dalla pagina. Ciò non è dovuto al fatto che l'autore - seppur di classe - non era ancora maturato, ma deve la ragione alle costrizioni legate alle condizioni di ingaggio rappresentate da limiti di battute e da ben precisi modelli di riferimento da rispettare. In queste storie non c'è spazio per caratterizzazioni e trame ad ampio respiro. Le riviste richiedevano racconti grandguignoleschi, dal ritmo sostenuto e con una certa nota dissacrante od orientata al passato della narrativa del terrore. Ne deriva un lotto agile da leggere, brioso e capace di divertire, ma di gran lunga inferiore alla profondità delle opere del King maturo. Definire A Volte Ritornano una delle migliori opere antologiche di King è offendere la capacità dell'autore di costruire storie. Mi spiego meglio: reputare A Volte Ritornano la migliore antologia di King, significa sostenere che King lavorava meglio quando era condizionato dai committenti e, di conseguenza, sostenere che è/era incapace di strutturare in autonomia un buon racconto per il vezzo di dilatare le storie. Orbene, si deve capire che la dilatazione delle storie non è un difetto di King, ma è una sua libera scelta che, peraltro, va a caratterizzare le storie conferendogli una cifra autoriale. Racconti quali Jerusalem's Lot, l'inedito che apre A Volte Ritornano, non rappresentano la narrativa di King, ma quella di Lovecraft e di Poe. Battleground (“Campo di Battaglia”) e Trucks (“Camion”), pur se divertenti e scatenati nel ritmo, rappresentano Richard Matheson. La mano di King si intravede in racconti - seppur divertenti - abbastanza modesti come The Mangler (“Il Compressore”) e The Lawnmoverman (“La Falciatrice”), dove oggetti della vita quotidiana divengono strumenti letali in balia di demoni, oppure in racconti come Sometimes They Come Back (“A Volte Ritornano”) o Strawberry Spring (“Primavera di Fragole”), in cui si intravede un abbozzo di caratterizzazione rispettivamente dei personaggi o del posto in cui è ambientata la storia, o ancora nel drammatico e inedito The Last Rung on the Ladder ("L'Ultimo Piolo").
Pur essendo presenti perle assolute come Children of the Corn (“I Figli
del Grano”), One for the Road (“Il Bicchiere della
Staffa”), Quitters Inc, I am the Doorway (“Io sono la
Porta”), Battleground (“Campo di Battaglia”), The Last Rung on the Ladder ("L'Ultimo Piolo") e Trucks
(“Camion”), possiamo definire A Volte Ritornano un volume divertente, ma non profondo, dove King
mira a intrattenere e scioccare – talvolta con soluzioni iperboliche (macchine
industriali possedute dal demonio, camion "squali", astronauti che
divengono porte viventi da cui scrutano i venusiani, topi
mutanti che divorano una squadra di operai, macchine industriali mangia-uomini) – senza quasi mai conferire un sottotesto alle storie e
sovente scimmiottando autori famosi (emblematico Jerusalem's Lot).
Dunque, è una tipica opera giovanile, valida per una prima presa di contatto con l'autore, ma non certo
tra le migliori raccolte kinghiane. Pur perdendo qualcosa sul versante del
divertimento e del ritmo (qua privilegiati), King fornirà i suoi migliori racconti in
raccolte quali Stagioni Diverse, Quattro dopo Mezzanotte,
Scheletri e Incubi e Deliri. Ecco, allora, che A Volte Ritornano è l'antologia più impersonale tra tutte le raccolte del Re.
RECENSIONE DETTAGLIATA
Terza rilettura, a distanza di oltre sedici anni dall'ultima volta e con molteplici libri di King alle spalle (da anni, ormai, ne leggo almeno tre l'anno). Come tutte le antologie di racconti brevi di King, si tratta di una raccolta di storie eterogenee tra loro. Sebbene domini contenutisticamente (meno a livello qualitativo) l'orrore soprannaturale – tra cosmic horror, possessioni diaboliche, vampiri, body horror e riti di evocazione – non mancano (e sono tra le migliori) storie di fantascienza (Io sono la Porta e Risacca Notturna), un paio di racconti in salsa hard boiled (Il Cornicione e Quitters Inc), un paio di thriller (Il Baubau e Primavera di Fragole) e un paio di racconti drammatici (L'Ultimo Piolo e La Donna nella Stanza). Caratteristiche di tutte le storie provenienti dalle riviste sono la breve lunghezza, il ritmo serrato e la ricerca dell'intrattenimento puro. Come detto in premessa, undici racconti (oltre il 50%) arrivano da riviste spesso erotiche con donne svestite in copertina ovvero sette da Cavalier (rivista concorrenziale di Playboy, ma più di nicchia) e due (tra le migliori) da Penthouse (all'epoca sponsor persino in Formula 1). Curioso verificare come i quattro inediti siano tra i migliori assoluti del lotto.
Tra i racconti che ho rivalutato, al punto da considerarli tra i più riusciti e maturi della selezione, ci sono due dei quattro inediti: The Woman in the Room (“La Donna nella Stanza”) e The Last Rung on the Ladder (“L'Ultimo Piolo”). Si tratta di racconti che non hanno nulla a che fare col fantastico, sebbene il terrore (quello della vita reale) traspaia tra le righe. Si tratta di drammi familiari, legati alla perdita tragica delle persone più care, intrisi di malinconia, rimpianti ed evocazione di un dolce passato. The Last Rung on the Ladder è dolce nel ricordare i giochi d'infanzia tra fratello e sorella, immaginando il senso di libertà offerto da una caduta dall'alto (ripresa in chiave metaforica dal gesto finale della vittima, che cerca di rinascere attraverso la morte), peraltro suscitando ansia in chi soffre di vertigini. Amarissimo l'epilogo. King accenna alle sliding doors della vita e sottolinea l'importanza di ciò che si tende a sottovalutare (gli affetti) sempre più presi dagli impegni quotidiani. Tema principale sono il suicidio, gli strascichi e i sensi di colpa che lo stesso lascia alle spalle di chi è costretto a interfacciarsi con la scelta estrema presa da un proprio familiare. Non troppo dissimile è The Woman in the Room che affronta il tema dell'amore materno e dell'eutanasia, ancora una volta con un piglio da scrittore del terrore (i pazienti anziani di un ospedale sono paragonati, per la loro cadenza e il ritardo linguistico, agli zombi). È un racconto straziante, dove il figlio si trova a dovere fare i conti col decadimento fisico e mentale di una madre morente, sottoposta a cure palliative finalizzate solo ad allungarle la vita. Da un punto di vista della capacità di suscitare emozioni, sono di gran lunga i due migliori racconti dell'antologia, non a caso rigettati o comunque non pubblicati nelle riviste popolari.
Dietro a questi due racconti figura un gruppo di una mezza dozzina abbondante di validi racconti, spesso non caratterizzati a dovere. Il più celebre e simbolo di A Volte Ritornano è sicuramente Children of the Corn (“I Figli del Grano”), pubblicato nel 1977 su Penthouse e base di ispirazione, a partire dal celebre Grano Rosso Sangue (1984), di una saga composta da undici film. Un po' come i due precedenti racconti, King lo stende sfruttando un plot utilizzato più volte per i racconti del lotto ovvero quello del viaggio che porta alla scoperta di un paese apparentemente fantasma. Una coppia di sposini, infatti, giunge a Gatlin, villaggio campagnolo in cui tutti gli abitanti sono misteriosamente scomparsi (o così sembrerebbe). Il soggetto è pressoché identico a quello di Jerusalem's Lot (di cui parleremo in seguito), con la differenza di proporre un villaggio retto da un gruppo di ragazzini sotto i venti anni che compiono sacrifici per avere i favori di un mostro che vive tra i filari del grano. Come per Jerusalem's Lot, abbiamo la sostituzione del credo religioso, rappresentato da una chiesa di fatto sconsacrata, a favore di un nuovo e blasfemo credo pagano che contempla l'omicidio sacrificale e il dileggio dei simboli cattolici (in una sorta di inversione di quanto fatto, a suo tempo, dal cattolicesimo con le festività pagane). Pur se estremamente efficace e in grado di rapire l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima pagina, è un elaborato derivativo che pesca a piene mani da Ritual (1967) di David Pinner, trasposto sul grande schermo nel 1973 col titolo The Wicker Man, a sua volta fonte di ispirazione del romanzo Harvest Home (1973) di Thomas Tryon, da noi distribuito nel 1974 col titolo La Festa del Raccolto.
Sulla stessa lunghezza d'onda si muove il racconto che apre l'antologia: l'inedito Jerusalem's Lot. Qui King omaggia la narrativa del terrore classica, soprattutto per stile. Realizza una struttura epistolare alla Dracula di Bram Stoker, fatta di pagine di diario e di lettere, per inscenare la medesima storia di Children of the Corn, questa volta declinata in salsa cosmic horror, tra The Fall of the House of Usher (“Il Crollo di Casa Usher”, 1839) di Edgar Allan Poe e The Rats in the Wall (“I Ratti al Muro”, 1924) di Howard P. Lovecraft. Ancora una volta, una coppia di forestieri (questa volta due uomini) vagano in un villaggio fantasma (la Jerusalem's Lot che da il titolo al racconto) per finire con il visitarne la chiesa e i relativi volumi che si trovano all'interno. Probabilmente più inquietante del precedente racconto (bensì meno ritmato), per la sua capacità di suscitare paura e terrore ma, al tempo stesso, impersonale e più derivativo (tipico racconto giovanile) con tutti i cliché del sottogenere occultistico: grimori maledetti (il De Vermis Mysteriis, testo immaginato da Robert Bloch e ripreso da Lovecraft in occasione di The Haunter of the Dark, da noi tradotto come “L'Abitatore del Buio”), chiese sconsacrate, culti abominevoli, croci ribaltate, villaggi fantasma, magioni visitate da forze sconosciute e presenza di un verme millenario che emerge dalle viscere della terra per condurre alla follia il protagonista. Classico racconto che si inserisce nel cosiddetto ciclo di Cthulhu. Indubbiamente sinistro e pauroso. Non è da non considerare – contrariamente a quanto si legge in giro – parte integrante de Le Notti di Salem.
Jerusalem's Lot torna in One for the Road (“Il Bicchiere della Staffa”), uscito su Maine nel 1977. Non cambia la base del racconto: una famiglia di forestieri si perde in un villaggio fantasma. King introduce la variante della tempesta di neve e modifica la prospettiva della storia, non più narrata dal punto di vista dei forestieri o dal collage di lettere e pagine di diario, ma da quella dei soccorritori di un paesino confinante (avverrà la stessa cosa con Gray Matter). L'autore si riallaccia al suo precedente romanzo Le Notti di Salem e lo fa proponendo una sorta di piccolo sequel per dirci che, nonostante l'incendio che ha distrutto la cittadina, a Jerusalem's Lot sopravvivono i vampiri. Buon racconto del terrore, con vampiri classici (fuggono in presenza di simboli religiosi), ma nulla più. Piace l'atmosfera glaciale.
Dal terrore sovrannaturale si passa a un trittico di racconti votati all'azione dal retrogusto hard boiled, che di horror non hanno nulla. Di nuovo brilla un inedito: Quitters Inc che anticipa, di una ventina di anni, il soggetto del film di David Fincher The Game. King si diverte a escogitare la presenza di una società, priva di limiti etici, che ha brevettato un metodo infallibile per eliminare il vizio del fumo che affligge i clienti. Un gran bel racconto, tra i top del lotto, trasposto nel film a episodi L'Occhio del Gatto (1985) insieme a The Ledge (“Il Cornicione”), secondo di questo ideale terzetto. Pubblicato nel 1976 su Penthouse, The Ledge è un hard boiled, seppure atipico, a tutti gli effetti. Abbiamo un boss della mala, una moglie contesa, un sacco pieno di ventimila dollari e un protagonista sportivo (è un ex tennista) sotto minaccia di pistola, tra doppi giochi, ribaltamenti situazionali e scommesse letali. Una storia semplice, ma molto efficace e in grado di attaccare alla pagina il lettore. Torna, come in The Last Rung on the Ladder, l'orrore dell'altezza con il senso di vertigine che si trasmette al lettore, accompagnando il percorso di un uomo chiamato a coprire l'intero perimetro di un cornicione largo tredici centimetri, tra piccioni, vento e urla improvvise dell'uomo che gli ha scommesso contro.
La scena del protagonista costretto a muoversi all'esterno di un palazzo, in equilibrio sul cornicione, si ripropone nel divertentissimo e scatenato Battleground (“Campo di Battaglia”), uscito su Cavalier nel 1972. Qui King fonde l'idea dell'equilibrismo sospesi a svariate decine di metri di altezza dal suolo con quella del sicario chiamato a confrontarsi con una minaccia fantastica (idea quest'ultima che sarà alla base del successivo The Cat from Hell, 1977). Ancora una volta (come per The Ledge), lo scenario del racconto è la stanza di un albergo, ma questa volta abbiamo una squadra di soldatini in miniatura, equipaggiati di jeep, elicotteri e armi, incaricati di uccidere un sicario professionista. Grandguignol allo stato puro, azione continua e un finale ultra spassoso a farne uno dei racconti più folli e divertenti di King. Ispirato da Richard Matheson, è stato a sua volta sicura ispirazione per il film di fine anni novanta Small Soldiers di Joe Dante. Tra i miei preferiti di King.
Un altro racconto valido, tra l'altro utilizzato per illustrare la copertina della prima edizione dell'antologia, è I am the Doorway (“Io sono la Porta”), apparso nel 1971 su Cavalier. Qui Stephen King si confronta con una fantascienza ibridata dall'horror, guardando a The Crystall Egg (“L'Uovo di Cristallo”, 1897) di H.G. Wells riconvertito in chiave body horror. Un astronauta di ritorno da un viaggio attorno a Venere viene contaminato da un parassita che rimane dapprima sottotraccia e poi si rivela nella forma di centinaia di occhi che si aprono nella carne della vittima, trasmettendogli una distorta visione del mondo (probabilmente filtrata dal punto di vista alieno). Efficace l'epilogo, dove la possibilità di un delirio schizofrenico viene cancellata dai fatti.
La contaminazione tra sci-fi e horror si ripresenta con Trucks (“Camion”), pubblicato nel 1973 su Cavalier. Forse meno interessante rispetto al precedente racconto, è un action dove camion, autocarri e autotreni acquisiscono d'improvviso autonomia propria, muovendosi simili a squali attorno a un'area di servizio, pronti a travolgere chiunque appaia sulla strada. Struttura alla Howard Hawks, che sarà ripresa da King anche per il più riuscito The Mist. Apocalittico e profetico il finale, con l'uomo costretto a fare lo schiavo delle macchine. Pur se non apprezzato dai fan e base del catastrofico film Brivido (1986) diretto dallo stesso King, è a mio avviso un racconto riuscito.
Ambiguo e con struttura interessante il finto horror (a mio modo di vedere) The Boogeyman (“Il Baubau”), apparso nel 1973 su Cavalier. King porta avanti la narrazione nella forma del dialogo tra paziente e psichiatra, rivelando il passato del protagonista: un padre che ha perso tre figli per mano di una misteriosa creatura soprannaturale che si cela negli armadi. In tutta probabilità, come sembrerebbe suggerire il finale (che diversi lettori hanno frainteso, a mio modo di vedere), la narrazione – rappresentata dal punto di vista del protagonista - maschera un triplice omicidio compiuto da una personalità disturbata e affetta da una sindrome di sdoppiamento della personalità. In altre parole, King ripropone la medesima idea (quella di un uomo convinto di essere vittima di influenze esterne) di Io sono la Porta, ma la rende ambigua mostrando i fatti solo dalla prospettiva del protagonista. Buona gestione dei dialoghi e molto apprezzato dai lettori. È stato trasposto nel 2023.
Questi
undici racconti, a mio modo di vedere, formano il meglio
dell'antologia. Se andiamo a considerarli nel loro complesso
scopriamo che quasi là metà (quattro su undici) sono storie inedite
e che appena quattro sono le storie rinconducibili all'orrore
soprannaturale (Jerusalem's
Lot,
I
Figli del Grano,
Il
Bicchiere della Staffa
e Io
sono la Porta). Un dato questo che sconfessa la tesi per la quale le antologie di King sono antologie del puro terrore.
Tra i restanti nove racconti merita una menzione Sometimes They Come Back (“A Volte Ritornano”), uscito su Cavalier nel 1974, che si contraddistingue per una certa cura nella caratterizzazione del protagonista, perseguitato (un po' come quello de Il Baubau) dal passato e dai lutti che hanno colpito i propri familiari (qui il fratello). La costruzione è kinghiana (dunque personale) e questa particolarità lo distingue dal resto dei racconti dell'antologia, spesso derivativi e riconducibili all'immaginario di altri autori. La storia, purtroppo, paga un epilogo raffazzonato, con rituali demoniaci alquanto banalizzati e utilizzati per ottenere un aiuto satanico al cospetto di tre fantasmi materializzatesi e inseritesi nella vita di tutti i giorni, al punto da farsi integrare ufficialmente, al posto di altri studenti misteriosamente deceduti, nel circuito scolastico dove insegna il protagonista. Non mancano dunque i vuoti narrativi che finiscono col banalizzare un racconto a tratti inquietante per il suo traslare un incubo notturno nella realtà.
Più
quadrato Graveyard
Shift
(“Secondo Turno di Notte”), uscito su Cavalier nel 1970. Tornano
i topi di Jerusalem's Lot e gli enormi spazi sotterranei che si
perdono nel buio più pesto. Se nel racconto che apre l'antologia i
ratti sono appena percepiti nella forma di un tambureggiare che
scuoteva le mura, qua sono vividi e presenti, addirittura mutati per
effetto dell'oscurità e cresciuti di dimensioni. Nella sua
semplicità, è un racconto che inquieta, specie se si odiano i topi.
Lo scenario è quello di un sotterraneo di una fabbrica oggetto di
pulizia. Non manca lo splatter. Buono il ritmo. Resta comunque un
esercizio di stile, vuoto nei contenuti. E' stato trasposto al cinema col titolo La Creatura del Cimitero.
Kinghiano è altresì "So di cosa hai Bisogno", una storia moderna di stregonerie e amori impossibili, con un interessante sottotesto che porta il lettore a chiedersi quali siano le ragioni che innescano l'innamoramento delle persone.
Sono a mio avviso di caratura nettamente inferiore i restanti sei racconti, che oscillano tra storie, seppur dotate di spunti interessanti, abbozzate e incomplete (è il caso di Night Surf, The Man Who Loved Flowers e di Strawberry Spring) o tremende parodie che si segnalano tra le peggiori in assoluto dell'autore (The Mangler, Gray Matter, The Lawnmower Man). Vediamoli uno a uno.
Night Surf (“Risacca Notturna”), uscito su Ubris nel 1969, pare uno stralcio di un'opera di maggior respiro e, non a caso, fungerà da ispirazione per il successivo The Stand (“L'Ombra dello Scorpione”). È un survival disperato, ben rappresentato dalla visione di un gruppo ristretto di ragazzi che vagano sulla spiaggia, sentendo superstiti lanciare brani musicali da un radio privata in un mondo ormai riservato a pochi fortunati, dopo l'azione di una tremenda influenza (l'A6) che provoca gonfiamenti e morte nel delirio. Non manca una scena cruenta: un infettato viene legato a un palo e arso vivo come un tempo venivano bruciate le streghe.
Sempre da Ubris, pubblicato nel 1968, arriva Strawberry Spring (“Primavera di Fragole”) che pecca l'assenza di una struttura solida. Valido per la descrizione ambientale, in ambiente universitario, propone l'idea che diverrà marchio di fabbrica degli slasher movie: un serial killer uccide studendesse ogni tot di anni, al verificarsi della cosiddetta “primavera di fragole” ovvero un prematuro periodo di caldo invernale destinato a sfiorire in una bufera di neve. Buona la costruzione, ma storia abbozzata, con un forzatissimo twist finale che sa di scorciatoia per chiudere in tempi brevi un racconto che avrebbe avuto bisogno di maggiore distanza. Non dissimile è il più esplicito The Man Who Loved Flowers ("L'Uomo che Amava i Fiori"), dove le romantiche premesse a un incontro amoroso tra il protagonista e la sua fidanzata si trasformano nel delirio di un serial killer che, nella sua fantasia, uccide ciclicamente sempre la stessa donna.
Parodistici, seppur divertenti (staccando il cervello, sia chiaro), The Mangler (“Il Compressore”), Gray Matter (“Materia Grigia”) e The Lawnmower Man (“La Falciatrice”), apparsi su Cavalier tra il 1972 e il 1975. Qui King cerca di divertire il lettore, proponendo storie che non possono fare paura per quanto appaiono ridicole. L'autore parodizza tematiche come la possessione diabolica, le metamorfosi corporee e il paganesimo silvestre, adottando soluzioni trash che sconfinano in una comicità volontaria. Così la buona idea del macchinario industriale che divora gli operai viene bruciata dalla presenza di un demone che ha preso possesso di una pressa a seguito di una serie di concause fortuite (tra cui il sangue di vergine e particolari erbe finite inavvertitamente nella pressa), fino ad acquisire la capacità di sganciarsi dalla sede di installazione (a seguito di un esorcismo mal riuscito) e di andarsene in giro per la città a mangiare gente (forse la maggiore boiata di King).
Allo stesso modo, appare l'idea di realizzare un racconto incentrato sui cattivi effetti dell'abuso alcoolico che scade in una disgustosa metamorfosi kafkiana (per effetto di batteri alieni?) ai danni di un obeso involuto in una palla di lardo che, continuando a bere birra, si nutre di carogne di gatti.
Ancora più folle è la storia del giardiniere, ai diretti ordini del gran dio Pan (altra boiatissima), che segue come un segugio la falciatrice divorando tutto ciò che la stessa tritura (ivi compreso una talpa). Ancora una volta il trash e il senso del disgusto prevalgono e travolgono i contenuti, nell'occasione del tutto assenti.
Autore: Andrea K. Lanza.
Anno: 2026.
Genere: Post Atomico - Sci-fi.
Editore: Edikit.
Pagine: 184.
Prezzo: 15,00 euro.
Sparatorie, torture, omaggi a Rats
– Le Notti del Terrore, I Predatori dell'Anno Omega, I Guerrieri dell'Anno 2072 e
ai postatomici di Tonino Ricci, ma anche a Hercules
di Luigi Cozzi, con gli Scaravengers che si ritrovano ad attraversare
i fatiscenti studi della De Paolis rimasti al 1985 (per trovare sotto il set del sopracitato film di Bruno Mattei il tunnel che li condurrà alla casa), accompagnano la narrazione che, tuttavia, si dissocia presto dal prodotto di puro intrattenimento, Lanza costruisce
un romanzo di genere che va oltre lo stesso, cadenzato dai brani
musicali italiani e internazionali dell'epoca, per piegare verso il
prodotto di autore anti-capitalista alla Jodorowski. Il soggetto infatti è decisamente folle e richiede di essere letto più volte per essere appreso. Lodevolissimo
nelle intenzioni e assai bravo nel delineare le scenografie, Lanza
appesantisce (mia modesta opinione) la narrazione con un background
di caratterizzazioni (i personaggi sono tanti) che intralcia troppo l'azione, rendendo poco di
genere un romanzo che nasce dal genere. Troppo spesso, il fluire
narrativo viene spezzato dalle riflessioni sul passato dei
protagonisti, dal loro sentire e dagli intenti politici di chi manipola il sistema per fottere il futuro dei giovani. L'ultima
parte, in particolare, diventa volutamente ostica, labirintica e onirica, direi addirittura opposta alla narrativa popolare. A ogni modo, siamo alle prese
con un romanzo che si distingue dalla media. Curato, ambizioso, senza
buonismi o concessioni al politicamente corretto (anzi). Lanza è
coraggioso, spara strali a Silvio Berlusconi, alla cultura italiana (ivi compresa la scolastica) che fagocita i giovani illudendoli di elevarli con
un'educazione e una cultura locale funzionale a spegnerli mentalmente e prima ancora a
manipolarli. Cruento e brutale (non manca lo splatter), pur nei suoi intenti intellettuali,
La
Casa di Dio
entra nel campo dell'horror più che del fantascientifico distopico e lo fa con un tocco
italico che rende il tutto sicuramente meritevole di attenzione tra i
romanzi usciti nel 2026. Lo ripeto: non aspettatevi un romanzo
di puro intrattenimento, facile da leggere e in grado di incollarvi
alla pagina. Il ritmo non è adrenalinico e viene sovente spezzato, con continui cambi di punti di vista, quando invece ci si attenderebbe l'accelerazione. E' evidente, tuttavia, che il retaggio popolare su cui si struttura il romanzo stempera l'intento sociale e autoriale, rendendo più piacevole la lettura.
Fuorviante la copertina, anche se orientata a sottolineare uno stato di sottomissione anti-liberale. Il testo è un survival post-atomico ambientato, nella prima parte, sotto la luce del sole (con protagonisti corrotti da tumori nella pelle che vagano protetti dai nastri delle vhs avvolti sul corpo!?) e nella seconda nei sotterranei in cui si riproduce il mondo del 1985. Proprio in questa seconda parte Lanza costruisce la portata autoriale del romanzo. Non per tutti.
Autore: Alessandro Girola.
Anno: 2026.
Genere: Action pulp fantasy.
Editore: Plutonia Publications.
Pagine: 120.
Prezzo: 13.00 euro.
Novità in casa Plutonia Publications, uscita a inizio 2026 e già oggetto di un seguito (La Notte del Dungeon Master). Si tratta di una novella di circa cento pagine di genere dark fantasy, estrazione sword & sorcery, che pesca dai giochi di ruolo anni '90 come Dungeons & Dragons per delineare uno sviluppo alla Ready Player One in salsa lovecraftiana. Al centro dei fatti abbiamo una triade di amici che, a distanza di trent'anni dal loro ultimo incontro, si ritrova nel cuore di Milano per completare una vecchia partita sospesa nel settembre del 1995. La loro unione, favorita dalla presenza di una discendente di un mago ungherese (la fidanzata di uno di loro), provoca un'interazione tra la nostra realtà e una dimensione altra (il multiverso caro a Girola) dove i personaggi del gioco esistono davvero. Ne deriva una vera e propria invasione di mostri, con le vie di Milano invase da una nebbia nauseabonda in cui imperversano i mind flayer, creature antropomorfe dalla testa di polpo dotate di poteri psionici (succhiano cervelli e assumono il controllo mentale delle vittime). Per ristabilire la normalità, i nostri dovranno passare da una sorta di stargate ed entrare nel regno del gioco, che da ragazzi allietava i pomeriggi tra un sorso di coca-cola, chips, dadi lancio e Ambra Angiolini che cantava alla tv, personificando i personaggi che emulavano di rappresentare con la fantasia. Non mancano omaggi cinematografici, quali un'atmosfera alla Grosso Guaio a Chinatown o all'inizio di Gremlins nonché il gustoso cammeo di un tale Francone Braga, fantomatico villain de Lo Squartatore di Providence, costruito a immagine e somiglianza di Mario Brega.
Divertimento allo stato puro, come sempre con la Plutonia Publications, sebbene Alessandro Girola si riveli di gran lunga più bravo a trasmettere la malinconia del tempo che passa, in un'ottica nostalgica che vede – non a torto – la fine delle scuole superiori quale passaggio dall'adolescenza (momento di massima felicità) alla triste età adulta, dove i sogni sono sovente destinati a sgonfiarsi in un pragmatismo che genera insoddisfazione. Sotto questo versante, l'autore riesce a evocare molto bene colleghi di ben altra caratura, compreso l'inarrivabile Stephen King e il suo club dei perdenti. Purtroppo, a mio modo di vedere e relativamente a questa novella (altrove ho letto un Girola più attento), lo stesso non può dirsi per la parte action (preponderante), infarcita da combattimenti (ce ne sono molti) troppo ripetitivi non solo nelle descrizioni, ma anche e soprattutto nella costruzione sintattica. Molti periodi iniziano con la parola “mentre” (a mio modo di vedere è una pessima soluzione). Girola sembra non volere investire troppo tempo nel variegare gli assalti e le aggressioni, soprattutto nella scelta stilistica delle frasi. È buona invece la struttura della novella che alterna presente a flashback in modo da unire, strada facendo, i non troppi tasselli della vicenda, evitando uno sviluppo telefonato.
Per concludere, La Notte del Mind Flayer è una novella che è piaciuta a molti lettori, autore compreso che la reputa tra i suoi top. Per quel che mi riguarda non la ritengo ascrivibile al lotto di opere più riuscite di Girola (Imperial, a esempio, o Tigre Blu sono di altra categoria). L'intrattenimento, come sempre con la Plutonia, è comunque garantito.
Curatori: Luca Ortino e Giorgio Sangiorgi.
Anno: 2026.
Genere: Antologia Fantascienza.
Editore: Edizioni Scudo.
Pagine: 222.
Prezzo: 13.60 euro.
Terza antologia uscita in Italia, in appena due anni, a tema dinosauri, dopo Primordia (2025) e Il Grande Libro dei Kaiju (2025) rispettivamente per Colomò Edizioni e Spaghetti Weird. Siamo nell'ambito della narrativa italiana indipendente, anche se per questo volume si sono “scomodate” firme come il Premio Italia Luca Ortino (curatore, insieme a Giorgio Sangiorgi) e nomi di prestigio quali i veterani Franco Piccinini, Fabio Calabrese, Max Gobbo ed emergenti del calibro di Emiliano Federico Caruso. Dunque progetto sulla carta più blasonato che, tuttavia, paga proprio questo suo maggiore blasone sul piano dell'intrattenimento puro. Nonostante il titolo prometta un'antologia sui dinosauri – come in effetti lo sono le due concorrenziali sopracitate – Sotto il Segno dei Dinosauri prende una via più accademica, legata a una fantascienza classica meno votata all'avventura e soprattutto al pulp (ci sono delle eccezioni, sia chiaro). Metà antologia, dunque cinque racconti su dieci, tratta il tema dei viaggi nel tempo, in tre casi ci si interroga sulle conseguenze che potrebbero derivare nel presente da un'alterazione nel passato. Gli autori che scelgono questa via, non a caso i più ortodossi ed esperti Fabio Calabrese e Franco Piccinini, oltre l'ottimo Emiliano Federico Caruso, spostano l'attenzione da quello che dovrebbe essere il tema principale (i dinosauri) per interessarsi di un'altra tematica (quella dei cosiddetti “paradossi temporali”) peraltro ultra abusata. Si entra quindi nel solco del sottogenere più classico del filone “dinosauri” (tematica non affrontata dagli autori di Primordia), basti ricordare titoli quali Sound of Thunder (1952) di Ray Bradbury, Mastodonia (1978) di Clifford Simak e Deathbeast (“Superbestia”, 1978) di David Gerrold, a cui si aggiunge l'idea dell'asteroide che piove dal cielo e che finisce o che potrebbe finire per essere deviato (volontariamente da razze aliene in competizione con l'uomo o involontariamente dagli stessi visitatori del futuro) con stravolgimento del futuro. Quest'ultima idea richiama alla memoria il recente film 65 Fuga dalla Terra (2023) per un effetto dejà vù che non aiuta le storie in questione viste, in tutta probabilità, dai curatori quali i fiori all'occhiello del progetto.
Sceglie la via citazionistica l'ottimo Franco Piccinini (veterano classe 1954) col suo Il Grande Gioco, introducendo i lettori nel mondo di Kirk e di Star Trek, proponendo un tentativo di sabotaggio messo in atto da una razza di alieni rettiliani spostatesi indietro nel tempo per impedire che il meteorite responsabile dell'estinzione dei dinosauri colpisca la Terra. L'obiettivo è scongiurare l'avvento della razza umana. Terminator e 65 Fuga dalla Terra (2023) si fondono insieme a Star Trek per plasmare un racconto sapientemente gestito e non privo di ironia. Bella l'idea finale di non sconvolgere la convinzione generale relativa all'ipotesi che la caduta di un meteorite sia stata la causa dell'estinzione dei dinosauri, facendo in modo che l'estinzione del passato “alternativo” sia determinata dalla distruzione dell'astronave madre dei rettiliani composta proprio della medesima materia dei meteoriti. E' il più riuscito del quintetto.
Meno ironico, ma comunque simile Erpetofobia di Fabio Calabrese dove la deviazione accidentale del suddetto meteorite (a causa dell'urto tra lo stesso e la navicella degli uomini del futuro) provoca l'evoluzione dei rettili che divengono i padroni incontrastati del mondo del presente. Un effetto, quest'ultimo, ricercato – vanamente - dagli alieni di Piccinini.
Più strutturato, ma pressoché sulle medesime coordinate, Nascosti nel Tempo di Emiliano Federico Caruso (firma di lusso, più volte recensita sul queste pagine) che parte da un inizio in odore di antefatto alla Jurassic Park (studio sul DNA di piante estinte), ma lascia il campo al tradizionale viaggio nel tempo alla Sound of Thunder di Ray Bradbury con successivi riflessi nel futuro dove una razza di umanoidi rettiliani finirà col prendere il sopravvento.
Caratteristica comune di questi tre racconti è la marginalità dei dinosauri, che vengono visti di sfuggita, sbirciati mentre corrono nelle praterie senza mai entrare veramente in gioco.
Ai tre, è preferibile la novella La Piana del Drago di Marco Di Giaimo e Giuseppe Bono, che tentano di riscrivere il mito di San Giorgio e il Drago (qua un Quetzalcoatlus) con quell'atmosfera che ricorda l'inizio di Jurassic Park (paleontologi impegnati nel riportare alla luce i fossili). Purtroppo, a mio avviso, l'eccellente prima parte (la migliore dell'antologia) sconfina – di nuovo – nei salti temporali (qua ultra dimensionali). Come nei tre precedenti racconti, i dinosauri stanno ai margini della vicenda. Non mancano omaggi a Lo Squalo di Spielberg, caratterizzati dalla presenza di un odioso sindaco intenzionato a fare soldi e poco incline alle esigenze scientifiche. Valore aggiunto è l'ironia, componente che deborda nel grottesco più sfrenato con Civiltà di Giorgio Sangiorgi. In questo racconto il viaggio nel tempo è meramente “radiofonico”, un po' stile Frequency – Il Futuro è in Ascolto (2000). Sangiorgi esce dall'ortodossia per presentare un racconto allegorico, dove i dinosauri si allineano al linguaggio umano e fanno la morale alla società umana con piglio comico e altezzoso.
Di gran lunga preferibile, a mio modesto giudizio, l'altra parte dell'antologia, quella rappresentata dagli autori che hanno cercato di sganciarsi dalla scorciatoia dei viaggi del tempo per concentrarsi maggiormente su soggetti più originali. Tra questi cinque, solo in due casi i dinosauri sono i protagonisti delle storie. Carlo Menzinger con L'Uovo Nuovo segue - non credo volontariamente - alcuni esempi già proposti in Primordia (2025), umanizzando (nei pensieri, nelle condotte e nelle strategie) i dinosauri, in un confronto tra prede e predatori che vede i dinosauri quali unici ed esclusivi protagonisti (l'uomo non è presente). Non privo di una portata metaforica, in realtà un po' forzata e molto allegorica (dinosauri portatori di sentimenti), evidenzia l'evoluzionismo della specie in un'ottica collaborativa tra razze diverse.
Azione pura da pulp magazine per La Vendetta di Silas di Matteo Mancini (il sottoscritto), che mette ai margini la fantascienza (il mondo umano entra in relazione con la preistoria a causa di un disallineamento dimensionale che interconnette i dinosauri alla nostra realtà) per proporre un weird-western alla Dino-Riders, con dinosauri addestrati, altri utilizzati quali cavalli, altri come veri e propri carriarmati, tra aggressioni, sparatorie, scazzottate e vendette da compiere. Penso si possa definire il più divertente e scatenato dell'antologia, ma non sta a me giudicarlo. Di certo, insieme al racconto di Menzinger e a La Prima Profetessa di Erica Gazzoldi, compone un terzetto che mette al centro della storia gli esseri preistorici (protagonisti assoluti). Quest'ultimo racconto è un weird che ribalta i fenomeni mariani, sostituendo alla figura della Madonna quella del serpentone, portatore di profezie e rivelazioni poi divulgate da veggenti eletti (pastorelle).
Buona per atmosfera, gestione dei dialoghi (eccellente) e fascino l'indagine medioevale condotta da un inquisitore nel racconto Dente di Drago di Max Gobbo (autore fedelissimo di Gianfranco De Turris), dove il protagonista cerca di sconfessare il mito del “Diluvio Universale” con la scoperta di reperti fossili che dimostrano - nella cecità degli uomini della Chiesa intenzionati a fare di tutto per insabbiare la verità - che la creazione del mondo è assai più datata di quanto riportato dalla Bibbia. I dinosauri, a ogni modo, rimangono al margine della storia, qua nella forma di reperti fossili.
Divertentissimo Quello che non vi dicono quando acquistate un Dinosauro di Nicola Catellani (scrittore pluripremiato, conosciuto anche dai lettori Urania), dove si parte dall'idea dei dinosauri clonati (qua si fanno safari nella contemporaneità e si riducono di dimensioni colossi erbivori per consentirne la gestione) per prendersi gioco di certe pratiche truffaldine legate alla conclusione di contratti infarciti di clausole vessatorie finite inosservate dai sottoscrittori. Tra i migliori del lotto per la sua portata satirica (critica del consumismo).
CONCLUSIONE
Sotto il Segno dei Dinosauri è un'antologia forse non troppo indirizzata dal punto di vista della curatela, essendo sbilanciata sulla tematica “viaggi nel tempo”, che ha comunque il merito di proporre dieci racconti eleganti e scritti con gran classe. Autori come Piccinini, Calabrese, Gobbo e Caruso apportano cifra stilistica degna dei volumi Urania. Il libro ha due anime: da una parte la fantascienza e dall'altra l'avventura. I racconti fantascientifici si rivelano più elaborati e strutturati, probabilmente anche più professionali, ma a mio avviso meno adatti al progetto. I dinosauri sono un mero pretesto per queste storie che finiscono spesso, contenuti alla mano, per sovrapporsi tra loro. Brillano il racconto di Piccinini e quello della coppia Marco Di Giaimo e Giuseppe Bono (avrei preferito evitare la via del viaggio nel passato e sviluppare il testo in chiave fantastica). Molto più eterogeneo e, a mio avviso, interessante l'altro quintetto, proprio per la caratteristica di variegare un'antologia altrimenti indirizzata in un'unica e inflazionata via. Mancini e Menzinger scelgono l'azione, Gobbo l'indagine storica, Gazzoldi il weird, mentre Catellani un'ironia efficace dove un bambino assiste alla nascita di uno stegosauro che il padre, suo malgrado, si è trovato a dovere comprare da una società che gli spilla di continuo soldi.
Chiudo
ribadendo che in un progetto focalizzato sui “dinosauri”, la
sfida dovrebbe risiedere nel tentativo di raccontare storie diverse da quelle alla base dei maggiori riferimenti narrativi. Ben
vengano le citazioni – io stesso ho omaggiato i Dino-Riders – ma ritornare sulla tematica dell'effetto farfalla dovuta alle
interferenze col passato (letta, riletta e di nuovo riletta) non mi pare essere un'arma vincente. Ciò
detto per onestà intellettuale, sono felicissimo di avere fatto
parte di questa antologia, di un livello narrativo più che buono. Nel 2027 uscirà Primordia 2, il regno dei dinosauri continua.