Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Night Shift.
Anno: 1978.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Bompiani (1988).
Pagine: 384.
Prezzo: Fuori catalogo.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Quinto libro di Stephen King in ordine di pubblicazione e prima
antologia assoluta apparsa sul mercato editoriale. Sebbene uscito nel 1978, Night Shift –
da noi distribuito col titolo A Volte Ritornano – incarna la
produzione delle origini dell'autore. Venti racconti proposti, di una
lunghezza compresa da cinquantasette a sei pagine, quattro dei quali
inediti e i restanti usciti su riviste dal 1968 al 1977.
Contrariamente – è una mia opinione sia chiaro – da quanto si può
leggere in giro, non si tratta della migliore antologia di King,
imbrigliato (e per questo contenuto) da limiti di battute e dalle richieste specifiche delle
riviste con cui collaborava (soprattutto Ubris e Cavalier, ma anche
Penthouse). Si tratta di racconti scritti per ragioni alimentari,
molti dei quali prima del successo di Carrie. I
soggetti, spesso banalizzati e non approfonditi, tradiscono la mano
di un autore concettualmente ancora giovane e compiacente. Manca quasi del tutto la
caratteristica che connaturerà la produzione dell'autore ovvero la capacità di creare personaggi
tridimensionali, in grado di uscire dalla pagina. Ciò non è dovuto al fatto che l'autore - seppur di classe - non era ancora maturato, ma deve la ragione alle costrizioni legate alle condizioni di ingaggio rappresentate da
limiti di battute e da ben precisi modelli di riferimento da rispettare. In queste storie non c'è spazio per
caratterizzazioni e trame ad ampio respiro. Le riviste richiedevano
racconti grandguignoleschi, dal ritmo sostenuto e con una certa nota
dissacrante od orientata al passato della narrativa del terrore. Ne
deriva un lotto agile da leggere, brioso e capace di divertire, ma di
gran lunga inferiore alla profondità delle opere del King maturo.
Definire A Volte Ritornano una delle migliori opere
antologiche di King è offendere la capacità dell'autore di
costruire storie. Mi spiego meglio: reputare A Volte Ritornano la
migliore antologia di King, significa sostenere che King lavorava
meglio quando era condizionato dai committenti e, di conseguenza, sostenere che è/era
incapace di strutturare in autonomia un buon racconto per il vezzo di
dilatare le storie. Orbene, si deve capire che la dilatazione delle
storie non è un difetto di King, ma è una sua libera scelta che,
peraltro, va a caratterizzare le storie conferendogli una cifra
autoriale. Racconti quali Jerusalem's Lot, l'inedito che apre A
Volte Ritornano, non rappresentano la narrativa di King, ma
quella di Lovecraft e di Poe. Battleground (“Campo di
Battaglia”) e Trucks (“Camion”), pur se divertenti e scatenati nel ritmo, rappresentano Richard
Matheson. La mano di King si intravede in racconti - seppur divertenti - abbastanza modesti come The
Mangler (“Il Compressore”) e The Lawnmoverman (“La
Falciatrice”), dove oggetti della vita quotidiana divengono
strumenti letali in balia di demoni, oppure in racconti come Sometimes
They Come Back (“A Volte Ritornano”) o Strawberry Spring
(“Primavera di Fragole”), in cui si intravede un abbozzo di
caratterizzazione rispettivamente dei personaggi o del posto in cui è
ambientata la storia, o ancora nel drammatico e inedito The Last Rung on the Ladder ("L'Ultimo Piolo").
Pur essendo presenti perle assolute come Children of the Corn (“I Figli
del Grano”), One for the Road (“Il Bicchiere della
Staffa”), Quitters Inc, I am the Doorway (“Io sono la
Porta”), Battleground (“Campo di Battaglia”), The Last Rung on the Ladder ("L'Ultimo Piolo") e Trucks
(“Camion”), possiamo definire A Volte Ritornano un volume divertente, ma non profondo, dove King
mira a intrattenere e scioccare – talvolta con soluzioni iperboliche (macchine
industriali possedute dal demonio, camion "squali", astronauti che
divengono porte viventi da cui scrutano i venusiani, topi
mutanti che divorano una squadra di operai, macchine industriali mangia-uomini) – senza quasi mai conferire un sottotesto alle storie e
sovente scimmiottando autori famosi (emblematico Jerusalem's Lot).
Dunque, è una tipica opera giovanile, valida per una prima presa di contatto con l'autore, ma non certo
tra le migliori raccolte kinghiane. Pur perdendo qualcosa sul versante del
divertimento e del ritmo (qua privilegiati), King fornirà i suoi migliori racconti in
raccolte quali Stagioni Diverse, Quattro dopo Mezzanotte,
Scheletri e Incubi e Deliri. Ecco, allora, che A Volte Ritornano è l'antologia più impersonale tra tutte le raccolte del Re.

La prima edizione italiana del libro.
La copertina omaggia "Io sono la Porta".
RECENSIONE DETTAGLIATA
Terza rilettura, a distanza di oltre sedici anni
dall'ultima volta e con molteplici libri di King alle spalle (da anni,
ormai, ne leggo almeno tre l'anno). Come tutte le antologie di racconti brevi di King, si
tratta di una raccolta di storie eterogenee tra loro. Sebbene domini
contenutisticamente (meno a livello qualitativo) l'orrore soprannaturale – tra cosmic horror, possessioni
diaboliche, vampiri, body horror e riti di evocazione – non mancano (e sono tra le migliori)
storie di fantascienza (Io sono la Porta e Risacca
Notturna), un paio di racconti in salsa hard boiled (Il
Cornicione e Quitters Inc), un paio di thriller (Il
Baubau e Primavera di Fragole) e un paio di racconti
drammatici (L'Ultimo Piolo e La Donna nella Stanza).
Caratteristiche di tutte le storie provenienti dalle riviste sono la
breve lunghezza, il ritmo serrato e la ricerca dell'intrattenimento puro.
Come detto in premessa, undici racconti (oltre il 50%) arrivano da
riviste spesso erotiche con donne svestite in copertina ovvero sette da
Cavalier (rivista concorrenziale di Playboy, ma più di
nicchia) e due (tra le migliori) da Penthouse (all'epoca
sponsor persino in Formula 1). Curioso verificare come i quattro inediti siano tra i
migliori assoluti del lotto.
Tra i racconti che ho rivalutato, al punto da
considerarli tra i più riusciti e maturi della selezione, ci sono
due dei quattro inediti: The Woman in the Room (“La Donna
nella Stanza”) e The Last Rung on the Ladder (“L'Ultimo
Piolo”). Si tratta di racconti che non hanno nulla a che fare
col fantastico, sebbene il terrore (quello della vita reale) traspaia tra le righe. Si tratta di drammi familiari, legati alla
perdita tragica delle persone più care, intrisi di malinconia,
rimpianti ed evocazione di un dolce passato. The Last Rung on the
Ladder è dolce nel ricordare i giochi d'infanzia tra fratello e sorella, immaginando il senso di libertà offerto da una caduta dall'alto (ripresa in chiave metaforica dal gesto finale della vittima, che cerca di rinascere attraverso la morte), peraltro
suscitando ansia in chi soffre di vertigini. Amarissimo l'epilogo. King accenna alle sliding doors della vita e sottolinea l'importanza di ciò che si tende a sottovalutare (gli affetti) sempre più presi dagli impegni quotidiani. Tema principale sono il suicidio, gli strascichi e i sensi di colpa che lo stesso lascia alle spalle di chi è
costretto a interfacciarsi con la scelta estrema presa da un proprio
familiare. Non troppo dissimile è The Woman in the Room che
affronta il tema dell'amore materno e dell'eutanasia, ancora una
volta con un piglio da scrittore del terrore (i pazienti anziani di
un ospedale sono paragonati, per la loro cadenza e il ritardo linguistico, agli zombi). È un racconto straziante, dove
il figlio si trova a dovere fare i conti col decadimento fisico e
mentale di una madre morente, sottoposta a cure palliative
finalizzate solo ad allungarle la vita. Da un punto di vista della capacità di suscitare
emozioni, sono di gran lunga i due migliori racconti dell'antologia,
non a caso rigettati o comunque non pubblicati nelle riviste popolari.
Dietro a questi due racconti figura un gruppo di una
mezza dozzina abbondante di validi racconti, spesso non
caratterizzati a dovere. Il più celebre e simbolo di A Volte
Ritornano è sicuramente Children of the Corn (“I Figli
del Grano”), pubblicato nel 1977 su Penthouse e base di
ispirazione, a partire dal celebre Grano Rosso
Sangue (1984), di una saga composta da undici film. Un po' come i due precedenti racconti, King lo
stende sfruttando un plot utilizzato più volte per i racconti del
lotto ovvero quello del viaggio che porta alla scoperta di un paese
apparentemente fantasma. Una coppia di sposini, infatti, giunge a
Gatlin, villaggio campagnolo in cui tutti gli abitanti sono
misteriosamente scomparsi (o così sembrerebbe). Il soggetto è
pressoché identico a quello di Jerusalem's Lot (di cui
parleremo in seguito), con la differenza di proporre un villaggio
retto da un gruppo di ragazzini sotto i venti anni che compiono
sacrifici per avere i favori di un mostro che vive tra i filari del
grano. Come per Jerusalem's Lot, abbiamo la sostituzione del credo
religioso, rappresentato da una chiesa di fatto sconsacrata, a favore
di un nuovo e blasfemo credo pagano che contempla l'omicidio
sacrificale e il dileggio dei simboli cattolici (in una sorta di
inversione di quanto fatto, a suo tempo, dal cattolicesimo con le
festività pagane). Pur se estremamente efficace e in grado di rapire
l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima pagina, è un
elaborato derivativo che pesca a piene mani da Ritual (1967) di
David Pinner, trasposto sul grande schermo nel 1973 col titolo The
Wicker Man, a sua volta fonte di ispirazione del romanzo Harvest
Home (1973) di Thomas Tryon, da noi distribuito nel 1974 col
titolo La Festa del Raccolto.
Sulla
stessa lunghezza d'onda si muove il racconto che apre l'antologia:
l'inedito Jerusalem's
Lot.
Qui
King omaggia la narrativa del terrore classica, soprattutto per
stile. Realizza una struttura epistolare alla Dracula
di Bram Stoker, fatta di pagine di diario e di lettere, per inscenare
la medesima storia di Children
of the Corn,
questa volta declinata in salsa cosmic
horror,
tra The
Fall of the House of Usher
(“Il Crollo di Casa Usher”, 1839) di Edgar Allan Poe e The
Rats in the Wall
(“I Ratti al Muro”, 1924) di Howard P. Lovecraft. Ancora una volta,
una coppia di forestieri (questa volta due uomini) vagano in un
villaggio fantasma (la Jerusalem's Lot che da il titolo al racconto)
per finire con il visitarne la chiesa e i relativi volumi che si trovano all'interno. Probabilmente più inquietante
del precedente racconto (bensì meno ritmato), per la sua capacità
di suscitare paura e terrore ma, al tempo stesso, impersonale e
più derivativo (tipico racconto giovanile) con tutti i cliché del
sottogenere occultistico: grimori maledetti (il De
Vermis Mysteriis,
testo immaginato da Robert Bloch e ripreso da Lovecraft in occasione
di The
Haunter of the Dark,
da noi tradotto come “L'Abitatore del Buio”), chiese sconsacrate,
culti abominevoli, croci ribaltate, villaggi fantasma, magioni visitate da forze
sconosciute e presenza di un verme millenario che emerge dalle
viscere della terra per condurre alla follia il protagonista.
Classico racconto che si inserisce nel cosiddetto ciclo di Cthulhu.
Indubbiamente sinistro e pauroso. Non è da non considerare –
contrariamente a quanto si legge in giro – parte integrante de Le
Notti di Salem.
Jerusalem's
Lot torna in One
for the Road (“Il
Bicchiere della Staffa”), uscito su Maine nel 1977. Non cambia la
base del racconto: una famiglia di forestieri si perde in un
villaggio fantasma. King introduce la variante della tempesta di neve
e modifica la prospettiva della storia, non più narrata dal punto di
vista dei forestieri o dal collage di lettere e pagine di diario, ma
da quella dei soccorritori di un paesino confinante (avverrà la stessa cosa con Gray Matter). L'autore si
riallaccia al suo precedente romanzo Le
Notti di Salem e
lo fa proponendo una sorta di piccolo sequel per dirci che,
nonostante l'incendio che ha distrutto la cittadina, a Jerusalem's
Lot sopravvivono i vampiri. Buon racconto del terrore, con
vampiri classici (fuggono in presenza di simboli religiosi), ma nulla più. Piace l'atmosfera glaciale.
Dal
terrore sovrannaturale si passa a un trittico di racconti votati
all'azione dal retrogusto hard
boiled,
che di horror non hanno nulla.
Di
nuovo brilla un inedito: Quitters
Inc
che anticipa, di una ventina di anni, il soggetto del film di David
Fincher The
Game.
King si diverte a escogitare la presenza di una società, priva di limiti etici, che ha brevettato un metodo infallibile per eliminare il
vizio del fumo che affligge i clienti. Un gran bel
racconto, tra i top del lotto, trasposto nel film a episodi L'Occhio
del Gatto (1985)
insieme a The
Ledge (“Il
Cornicione”), secondo di questo ideale terzetto. Pubblicato nel
1976 su Penthouse, The Ledge è un hard
boiled,
seppure atipico, a tutti gli effetti. Abbiamo un boss della mala, una
moglie contesa, un sacco pieno di ventimila dollari e un protagonista
sportivo (è un ex tennista) sotto minaccia di pistola, tra doppi
giochi, ribaltamenti situazionali e scommesse letali. Una storia
semplice, ma molto efficace e in grado di attaccare alla pagina il
lettore. Torna, come in The
Last Rung on the Ladder, l'orrore
dell'altezza con il senso di vertigine che si trasmette al lettore,
accompagnando il percorso di un uomo chiamato a coprire l'intero perimetro di un cornicione largo tredici centimetri, tra piccioni, vento e urla
improvvise dell'uomo che gli ha scommesso contro.
La
scena del protagonista costretto a muoversi all'esterno di un
palazzo, in equilibrio sul cornicione, si ripropone nel
divertentissimo e scatenato Battleground
(“Campo
di Battaglia”), uscito su Cavalier
nel
1972. Qui King fonde l'idea dell'equilibrismo sospesi a svariate
decine di metri di altezza dal suolo con quella del sicario chiamato a
confrontarsi con una minaccia fantastica (idea quest'ultima che sarà
alla base del successivo The
Cat from Hell,
1977). Ancora una volta (come per The
Ledge),
lo scenario del racconto è la stanza di un albergo, ma questa volta
abbiamo una squadra di soldatini in miniatura, equipaggiati di jeep,
elicotteri e armi, incaricati di uccidere un sicario professionista.
Grandguignol allo stato puro, azione continua e un finale ultra
spassoso a farne uno dei racconti più folli e divertenti di King.
Ispirato da Richard Matheson, è stato a sua volta sicura ispirazione per il film
di fine anni novanta Small
Soldiers di
Joe Dante. Tra i miei preferiti di King.
Un
altro racconto valido, tra l'altro utilizzato per illustrare la
copertina della prima edizione dell'antologia, è I
am the Doorway (“Io
sono la Porta”), apparso nel 1971 su Cavalier.
Qui Stephen King si confronta con una fantascienza ibridata
dall'horror, guardando a The
Crystall Egg
(“L'Uovo di Cristallo”, 1897) di H.G. Wells riconvertito in
chiave body
horror.
Un astronauta di ritorno da un viaggio attorno a Venere viene
contaminato da un parassita che rimane dapprima sottotraccia e
poi si rivela nella forma di centinaia di occhi che si aprono nella
carne della vittima, trasmettendogli una distorta visione del mondo
(probabilmente filtrata dal punto di vista alieno). Efficace
l'epilogo, dove la possibilità di un delirio schizofrenico viene cancellata dai fatti.
La
contaminazione tra sci-fi e horror si ripresenta con Trucks
(“Camion”),
pubblicato nel 1973 su Cavalier.
Forse meno interessante rispetto al precedente racconto, è un action
dove camion, autocarri e autotreni acquisiscono d'improvviso autonomia propria, muovendosi simili a squali attorno a un'area di
servizio,
pronti a travolgere chiunque appaia sulla strada. Struttura alla
Howard Hawks, che sarà ripresa da King anche per il più riuscito
The
Mist.
Apocalittico e profetico il finale, con l'uomo costretto a fare lo schiavo delle macchine. Pur se non apprezzato dai fan e base del
catastrofico film Brivido
(1986)
diretto dallo stesso King, è a mio avviso un racconto riuscito.
Ambiguo
e con struttura interessante il finto horror (a mio modo di vedere)
The
Boogeyman (“Il
Baubau”), apparso nel 1973 su Cavalier. King porta avanti la
narrazione nella forma del dialogo tra paziente e psichiatra,
rivelando il passato del protagonista: un padre che ha perso tre
figli per mano di una misteriosa creatura soprannaturale che si cela negli armadi.
In tutta probabilità, come sembrerebbe suggerire il finale (che
diversi lettori hanno frainteso, a mio modo di vedere), la narrazione
– rappresentata dal punto di vista del protagonista - maschera un
triplice omicidio compiuto da una personalità disturbata e affetta
da una sindrome di sdoppiamento della personalità. In altre parole, King ripropone la medesima idea (quella di un uomo convinto di essere vittima di influenze esterne) di Io sono la Porta, ma la rende ambigua mostrando i fatti solo dalla prospettiva del protagonista. Buona gestione
dei dialoghi e molto apprezzato dai lettori. È stato trasposto nel
2023.
Questi
undici racconti, a mio modo di vedere, formano il meglio
dell'antologia. Se andiamo a considerarli nel loro complesso
scopriamo che quasi là metà (quattro su undici) sono storie inedite
e che appena quattro sono le storie rinconducibili all'orrore
soprannaturale (Jerusalem's
Lot,
I
Figli del Grano,
Il
Bicchiere della Staffa
e Io
sono la Porta). Un dato questo che sconfessa la tesi per la quale le antologie di King sono antologie del puro terrore.
Tra
i restanti nove racconti merita una menzione Sometimes
They Come Back
(“A Volte Ritornano”), uscito su Cavalier
nel 1974, che si contraddistingue per una certa cura nella
caratterizzazione del protagonista, perseguitato (un po' come quello de Il
Baubau)
dal passato e dai lutti che hanno colpito i propri familiari (qui il
fratello). La costruzione è kinghiana
(dunque personale) e questa particolarità lo distingue dal resto dei racconti
dell'antologia, spesso derivativi e riconducibili all'immaginario di
altri autori. La storia, purtroppo, paga un epilogo raffazzonato,
con rituali demoniaci alquanto banalizzati e utilizzati per ottenere
un aiuto satanico al cospetto di tre fantasmi materializzatesi e
inseritesi nella vita di tutti i giorni, al punto da farsi integrare ufficialmente, al posto di
altri studenti misteriosamente deceduti, nel circuito scolastico dove insegna il protagonista. Non mancano dunque i vuoti
narrativi che finiscono col banalizzare un racconto a tratti inquietante per
il suo traslare un incubo notturno nella realtà.
Più
quadrato Graveyard
Shift
(“Secondo Turno di Notte”), uscito su Cavalier nel 1970. Tornano
i topi di Jerusalem's Lot e gli enormi spazi sotterranei che si
perdono nel buio più pesto. Se nel racconto che apre l'antologia i
ratti sono appena percepiti nella forma di un tambureggiare che
scuoteva le mura, qua sono vividi e presenti, addirittura mutati per
effetto dell'oscurità e cresciuti di dimensioni. Nella sua
semplicità, è un racconto che inquieta, specie se si odiano i topi.
Lo scenario è quello di un sotterraneo di una fabbrica oggetto di
pulizia. Non manca lo splatter. Buono il ritmo. Resta comunque un
esercizio di stile, vuoto nei contenuti. E' stato trasposto al cinema col titolo La Creatura del Cimitero.
Kinghiano è altresì "So di cosa hai Bisogno", una storia moderna di stregonerie e amori impossibili, con un interessante sottotesto che porta il lettore a chiedersi quali siano le ragioni che innescano l'innamoramento delle persone.
Sono
a mio avviso di caratura nettamente inferiore i restanti sei racconti, che oscillano tra storie, seppur dotate di spunti
interessanti, abbozzate e incomplete (è il caso di Night
Surf, The Man Who Loved Flowers e
di Strawberry
Spring) o tremende parodie che si segnalano tra le peggiori in
assoluto dell'autore (The
Mangler,
Gray
Matter, The Lawnmower Man).
Vediamoli uno a uno.
Night
Surf (“Risacca
Notturna”),
uscito su Ubris nel 1969, pare uno stralcio di un'opera di maggior
respiro e, non a caso, fungerà da ispirazione per il successivo The
Stand (“L'Ombra
dello Scorpione”).
È un survival
disperato, ben rappresentato dalla visione di un gruppo ristretto di
ragazzi che vagano sulla spiaggia, sentendo superstiti lanciare brani
musicali da un radio privata in un mondo ormai riservato a pochi fortunati, dopo l'azione di una tremenda influenza (l'A6) che
provoca gonfiamenti e morte nel delirio. Non manca una scena cruenta: un infettato viene legato a un palo e arso vivo come un tempo
venivano bruciate le streghe.
Sempre
da Ubris,
pubblicato nel 1968, arriva Strawberry
Spring (“Primavera
di Fragole”) che pecca l'assenza di una struttura solida. Valido
per la descrizione ambientale, in ambiente universitario, propone
l'idea che diverrà marchio di fabbrica degli slasher movie: un
serial killer uccide studendesse ogni tot di anni, al verificarsi
della cosiddetta “primavera di fragole” ovvero un prematuro
periodo di caldo invernale destinato a sfiorire in una bufera di
neve. Buona la costruzione, ma storia abbozzata, con un forzatissimo twist
finale che sa di scorciatoia per chiudere in tempi brevi un racconto
che avrebbe avuto bisogno di maggiore distanza. Non dissimile è il più esplicito The Man Who Loved Flowers ("L'Uomo che Amava i Fiori"), dove le romantiche premesse a un incontro amoroso tra il protagonista e la sua fidanzata si trasformano nel delirio di un serial killer che, nella sua fantasia, uccide ciclicamente sempre la stessa donna.
Parodistici,
seppur divertenti (staccando il cervello, sia chiaro), The
Mangler (“Il
Compressore”),
Gray Matter (“Materia
Grigia”)
e
The
Lawnmower Man (“La
Falciatrice”), apparsi su Cavalier
tra il 1972 e il 1975. Qui King cerca di divertire il lettore,
proponendo storie che non possono fare paura per quanto appaiono
ridicole. L'autore parodizza tematiche come la possessione diabolica,
le metamorfosi corporee e il paganesimo silvestre, adottando
soluzioni trash
che sconfinano in una comicità volontaria. Così la buona idea del
macchinario industriale che divora gli operai viene bruciata dalla
presenza di un demone che ha preso possesso di una pressa a seguito
di una serie di concause fortuite (tra cui il sangue di vergine e
particolari erbe finite inavvertitamente nella pressa), fino ad
acquisire la capacità di sganciarsi dalla sede di installazione (a
seguito di un esorcismo mal riuscito) e di andarsene in giro per la
città a mangiare gente (forse la maggiore boiata di King).
Allo
stesso modo, appare l'idea di realizzare un racconto incentrato sui
cattivi effetti dell'abuso alcoolico che scade in una disgustosa
metamorfosi kafkiana (per effetto di batteri alieni?) ai danni di un obeso involuto in una palla di
lardo che, continuando a bere birra, si nutre di carogne di gatti.
Ancora
più folle è la storia del giardiniere, ai diretti ordini del gran
dio Pan (altra boiatissima), che segue come un segugio la falciatrice divorando tutto ciò
che la stessa tritura (ivi compreso una talpa). Ancora una volta il
trash e il senso del disgusto prevalgono e travolgono i contenuti,
nell'occasione del tutto assenti.