Elenco

  • Cinema
  • Ippica
  • Narrativa
  • Pubblicazioni Personali

giovedì 29 gennaio 2026

Recensione Narrativa: SEGNALI DI LUCE a cura di Laura Coci & Roberto Del Piano.

Curatore: Laura Coci & Roberto Del Piano.
Anno: 2025.
Genere: Antologia di AA.VV. Sci-fi.
Editore: Delos Digital.
Pagine: 104.
Prezzo: 13,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.  
PROSSIMAMENTE

martedì 13 gennaio 2026

Recensione Narrativa: GHOSTS / BLACK PHONE di Joe Hill.

Autore: Joe Hill.
Titolo Originale: 20th Century Ghosts.
Anno: 2005.
Genere: Antologia Horror.
Editore: Sperling & Kupfer (2022).
Pagine: 393.
Prezzo: 20,80 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Ghosts è il primo volume (il secondo ad arrivare in Italia) dato alle stampe da Joe Hill, all'anagrafe Joseph Hillstrom King ovvero il secondogenito di Stephen King. Si tratta di una raccolta di racconti uscita negli States nel 2005 col titolo 20th Century Ghosts, arrivata in Italia quattro anni dopo per essere ripubblicata nel 2022 col nuovo titolo Black Phone – Mai Parlare con gli Sconosciuti, al fine di sfruttare il clamoroso successo dell'omonimo film tratto nel 2022 da uno dei sedici racconti proposti. Delle sedici storie, scritte tra il 1999 e il 2005, solo tre sono inedite.

La prima edizione italiana del volume è divenuta un vero e proprio cimelio da collezione. Nonostante Hill goda di un discreto stuolo di estimatori, i suoi libri – tutti distribuiti in italiano da Sperling & Kupfer con eccezione dell'ultima uscita (edita da Piemme) – sono diventati presto delle gemme rare che hanno raggiunto cifre ragguardevoli nel mercatino dell'usato. La Sperling & Kupfer, piuttosto inspiegabilmente, non ha ristampato i volumi, facendoli uscire quasi tutti di catalogo. Titoli quali NOS4A2 (2013), La Scatola a Forma di Cuore (2007) e La Vendetta del Diavolo (2010) hanno acquisito l'alone di culto, venendo peraltro considerati romanzi all'altezza delle opere di Stephen King. Sulla scia del padre, infatti, Hill ha deciso di legarsi al perturbante sebbene dimostri, fin da questo suo debutto, una marcata affinità alle tematiche del comune vivere, soprattutto ancorate ai ricordi adolescenziali, piuttosto che a prediligere sviluppi più squisitamente fantastici. Se il padre è un debitore di scrittori quali Howard P. Lovecraft, Richard Matheson, Robert Sheckley e altri scrittori di fantascienza, il Joe Hill di Ghosts non è interessato al sense of wonder ne alle truculenze alla Clive Barker nè al new horror, optando pòer un'impronta più drammatica incentrata sul disagio, sulle difficoltà relazionali tra genitori e figli (tema prevalente che ritorna in almeno metà dei racconti), sul bullismo, sui disturbi comportamentali e sulla malattia mentale. Ne deriva una profondità che affonda le mani direttamente nelle problematiche della vita di tutti i giorni e che rende l'antologia un qualcosa di molto diverso rispetto alle prime opere del padre, legandosi assai di più a quelle del King del nuovo secolo. Ghost stories, dramma di impronta realistica e crime story si alternano a un terzetto di storie surreali, di valenza allegorica, che prendono la via del grottesco con impostazioni assai originali. Un leitmotiv del progetto è la vena nostalgica legata agli amori e alle amicizie dell'adolescenza e al passato, con spiccati omaggi a film quali Zombi di George A.Romero, Superman di Richard Donner, ma anche ai vecchi cinema, alle videoteche, al baseball, ai giochi di carte e al mondo editoriale con una contrapposizione tra l'orrore di un tempo e l'attuale extreme/hardcore horror. Un'ulteriore caratteristica, presente in diverse storie, è il gusto per l'allegoria e per le allusioni, con racconti lasciati in sospeso o volutamente non spiegati nei minimi dettagli così da costringere il lettore ad avere un ruolo attivo nel completare i tasselli mancanti utilizzando gli indizi lasciati nel testo così da personalizzare i finali.

Alla fine ne esce fuori un'antologia non pienamente soddisfacente per chi ama il terrore classico, vuoi perché solo alcuni racconti sono ascrivibili al genere, vuoi  perché le storie non sono votate all'intrattenimento tipico delle riviste pulp, ma che riesce a lasciare traccia nel lettore e in chi predilige impostazioni mainstream.

RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Tra i quindici racconti più della metà sono stati di mio gradimento. Il più particolare e bizzarro è senza ombra di dubbio Pop Art (2001), una short stories tipicamente kinghiana che parla in modo surreale dell'amicizia tra un bullo e un ragazzo gonfiabile vittima di abusi dei compagni di classe. Storia estremamente empatica e struggente, con un finale poetico e triste (accenni all'eutanasia) che conferisce al soggetto valenza di formazione. Hill struttura il racconto proponendo la vicenda in flashback, così da colorarla di una spiccatissima malinconia. 

Sullo stesso argomento si muove Voluntary Committal ("Ricovero Volontario", 2005), una novella (la più lunga delle selezione) molto kinghiana che parla dell'amicizia adolescenziale tra il protagonista e un bullo, tra primi approcci sessuali, giochi più o meno delinquenziali, esperienze scolastiche e un fratello schizofrenico capace di costruire un vero e proprio mondo alternativo di natura labirintica in cui è possibile scomparire. Non avrebbe sfigurato in un'antologia di Stephen King. 

Un altro racconto che gioca con le metafore e il surreale è il kafkiano You Will Hear the Locust Sing (Il Canto della Locusta, 2004) che prende vagamente spunto da La Metamorfosi di Kafka e dall'Esperimento del Dottor K (citato nel testo), passando dalla zoofagia di Renfield in Dracula e dagli strani effetti provocati dagli esperimenti nucleari degli anni cinquanta, per intessere un'altra storia sul mondo dell'adolescenza e della scuola. Meno riuscito di Pop Art e di Voluntary Committal, ma più horror e tamarro col mostro gigante che vaga per le vie urbane (si allude, ai fini della metamorfosi, all'incidenza avuta dalle radiazioni e dalla bizzarra alimentazione seguita dal ragazzo). Alla fine è una metafora sull'incomunicabilità familiare che genera soggetti deviati e bullizzati che scaricano la loro frustrazione provocando stragi in ambiente scolastico. Buona idea di partenza, ma troppo miscelata ad altri argomenti (avrei tagliato la parte delle radiazioni) e trasformata in una carnevalata surreale che rimanda a Godzilla.

Un altro racconto surreale e allusivo è il fiabesco e criptico My Father's Mask (“La Maschera di mio Padre”) che parla di famiglia, strani giochi di carte, apparizioni misteriose, sentieri in boschi in cui è facile perdersi, personaggi onniscienti e un epilogo tra i più inquietanti dell'antologia. Hill, che gioca a essere Lewis Carroll, suggerisce sviluppi che vengono lasciati alla libera interpretazione dei lettori, non completando la storia così che possa essere perfezionata dal lettore. È un racconto molto strano, che si fa leggere più volte e che, ancora una volta, parla della relazione e della scarsa comunicabilità tra figli e genitori. È uno dei miei racconti preferiti dell'antologia.

Altri racconti abbandonano la via del surreale e dell'allegoria, ma si mantengono sulla tematica della formazione e dei rapporti tra giovani e genitori. Emblematico è Abraham's Boys (“I Ragazzi Van Helsing”, 2004), uno spin-off del Dracula di Bram Stoker che immagina un Van Helsing emigrato negli Stati Uniti e divenuto paranoico, alle prese con l'educazione dei due figli avuti con la vedova Mina Harker. Hill propone dettagli sugli eventi che hanno seguito l'uccisione di Dracula, in particolare la morte di Jonathan Harker e il successivo matrimonio tra Mina e Van Helsing. Buona atmosfera, ma decisamente più drammatico che sovrannaturale con l'autore che si concentra sulla follia di Van Helsing che cerca di avviare i figli alla carriera di ammazzavampiri. Regole ferree di educazione e castrazione delle libertà personali portano alla ribellione finale dei figli. L'orrore (qua il fantastico è allusivo), ancora una volta, è veicolo per parlare di realtà e di rapporti in famiglia.

Genitori e figli al centro del thriller In the Rundown (“Tra due Basi”, 2005), un altro dei racconti – a mio avviso – più riusciti. Protagonista è un ragazzo, guarda caso, problematico, con alle spalle scatti d'ira e difficoltà nell'instaurare durevoli rapporti sociali. Licenziato da una videoteca per motivi disciplinari e violenza verbale a danno di una collega, si ritrova suo malgrado testimone di un omicidio. Qui Joe Hill è bravo a utilizzare il background psicologico del personaggio per costruire un racconto volutamente incompleto, alludendo a un quadro d'insieme che finirà per ritorcersi contro il protagonista nonostante sia innocente e abbia scelto il giusto comportamento da tenere (a differenza di chi dovrebbe incarnare il modello sociale). Il tema è quello delle stragi familiari e dell'infanticidio. Descrizioni macabre e un finale gestito con maestria, nonostante il soggetto sia semplice e canonico, elevano il racconto. Spicca per gestione dei tempi e soprattutto per le modalità attraverso le quali il giovane finirà (secondo la mia interpretazione) incastrato dalle autorità.

I rapporti tra figli e genitori tornano in Better Than Home (“Meglio che a Casa”, 1999), dove Hill mostra tutta la sua passione (come il padre) per il baseball. È una delle storie estranee alla speculative fiction. Sebbene sia il racconto vincitore del premio A.E. Coppard Long Fiction, è una short stories narrata senza alcuna concessione alla tensione o al fantastico che affronta, non senza salti temporali, i problemi psicologici (forse autismo) di un ragazzino e, al tempo stesso, il suo rapporto col padre, un giocatore di baseball alquanto fumantino. Non mancano dei buoni passaggi ma è fuori contesto in un'antologia del genere.

Altro racconto fuori contesto è The Widow's Breakfast (“La Colazione della Vedova”, 2002) dove si parla della generosità di una giovane vedova che offre colazione e vestiti a un clochard terrorizzato dai racconti su alcuni poliziotti violenti. Hill predilige di nuovo una presa realistica che getta il lume sui drammi umani degli emarginati.

È fuori contesto anche Bobby Convoy Comes Back from the Dead (“Bobby Convoy Ritorna dal Mondo dei Morti”, 2005) che parla del ricongiungimento tra due ex fidanzati sul set del film Zombi di George A.Romero, rimpiangendo ciò che sarebbe potuto essere e che invece non è stato. Divertente per i dialoghi, che vedono le partecipazioni straordinarie e alquanto ironiche di George Romero e Tom Savini, nonché per il backstage della sequenza con gli zombi che prendono d'assedio il centro commerciale. Al di là di questo, la storia tende a non decollare.

 

Prende la via del thriller, con vaghi echi in salsa ghost stories, The Black Phone (“Il Telefono Nero”), poi traslato al cinema da Scott Derrickson. Nonostante il successo avuto dal film, è un racconto abbozzato (Derrickson lo migliorerà di gran lunga, introducendo la maschera da giullare e inserendo ulteriori personaggi nonché omaggi a It) incentrato su un pedofilo obeso che – a volto scoperto - rapisce, modalità Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti (a sua volta ripreso da Ted Bundy), un ragazzino per tenerlo in uno scantinato in cui è presente un telefono nero. Il telefono sarà il collegamento tra il giovane prigioniero e le anime delle precedenti vittime. Buone premesse ma la storia è abbozzata e non è certo una delle migliori dell'antologia.

Lo zoccolo duro di racconti rientranti nella speculative fiction di presa horror è costituito da “appena” cinque racconti. Il migliore, probabilmente, è Best New Horror (2005), pur non essendo ascrivibile al fantastico ed essendo ancora una volta interessato dal tipico modo di narrare di Hill per allusioni. È un racconto metaletterario che riesce a fare saggistica all'interno di una narrazione strutturata nella forma del racconto nel racconto. Joe Hill parla dell'extreme horror e, in maniera più velata, dell'hardcore horror prendendone le distanze e dipingendo gli autori del sottogenere come dei depravati che vivono realtà non dissimili da quelle dei propri racconti. Vaghi omaggi a pellicole quali Non Aprite quella Porta o Le Colline hanno gli Occhi. Mi è piaciuto molto soprattutto per il coraggio di fare critica (bello il dialogo in un festival della narrativa horror tra il protagonista, un editor, e un titolare di una rivista di extreme horror).

Sceglie la via della malinconia poetica 20th Century Fox (“Un Fantasma del Ventesimo Secolo”, 2002), racconto che da il titolo all'antologia. Lo scenario si sposta in un vecchio cinema infestato dallo spirito di una ragazza di diciannove anni deceduta per emorragia cerebrale durante la proiezione de Il Mago di Oz. Un regista di successo, cresciuto sulle poltroncine del cinema, salva la sala dalla chiusura rilevandola dal vecchio proprietario che muore, poco dopo, in sala abbracciato dallo spettro della ragazza. Un altro bel racconto.

A metà strada tra fantastico e problematiche familiari legate alla relazione di coppia è The Cape (“Il Mantello”, 2005), un racconto che ho amato soprattutto per i sogni ricorrenti avuti fin dall'infanzia dove mi vedo fluttuare in aria con la costante preoccupazione di precipitare nel vuoto. È un originale omaggio ai supereroi volanti, con la particolarità di far emergere la componente malvagia del protagonista che scopre di poter volare facendo ricorso a un vecchio mantello legato alla sua infanzia (Hill omaggia le collezioni di fumetti e le contrappone quali baluardi allo sviluppo da adolescente ad adulto, rifiutando di fatto la maturità). Presente un palese omaggio alla scena del Superman di Richard Donner con Christopher Reeve che, dopo essere stato intervistato, tiene Margot Kidder sospesa nel vuoto in volo sulla città. Mi è piaciuto.

Classico e forse l'unico vero racconto del terrore narrato secondo i crismi del genere, un po' sulla scia di quelli di A Volte Ritornano, è Last Breath (“Ultimo Respiro”, 2004) dove una famiglia (moglie, marito e figlio) si reca in visita a uno speciale museo dove sono esposti dei barattoli contenenti l'ultimo respiro delle personalità storiche di volta in volta indicate dalla guida. Finale previdibilissimo, ma in linea agli insegnamenti classici. Perfetto racconto didattico da laboratorio di scrittura. 

Sulla stessa linea si muove Scheherazade's Typewriter (“La macchina da Scrivere di Sherazade”, 2005), una ghost stories inserita da Joe Hill in chiusura dell'antologia lasciando alludere che l'intero lotto di racconti sia il frutto di un morto che, ogni sera, batteva sui tasti della propria vecchia macchina da scrivere racconti diversi poi raccolti dalla figlia in un'antologia destinata a un piccolo editore.

Fantasmi in azione anche nell'insulso Dead Wood (“Il Bosco Fantasma”, 2005), un abbozzo di una pagina e mezzo che ipotizza (senza sviluppare la questione) l'esistenza di alberi fantasma. Peggiore elaborato dell'antologia.

CONCLUSIONE

Ghosts è un'interessante antologia, a mio modo di vedere sopravvalutata da diversi lettori e soprattutto non allineata al genere fantastico/horror delle riviste pulp, essendo molto più orientata a tematiche di vita comune, seppur sovente trattate in via allegorica o metaforica. Hill punta a far riflettere i lettori, piuttosto che a intrattenerli o impaurirli riuscendo quasi sempre a mantenersi su buoni standard. Non sono presenti veri e propri capolavori, anche se non mancano i buoni racconti. Tra questi segnalo La Maschera di mio Padre, Il Mantello, Tra due Basi, Best New Horror, Un Fantasma del Ventesimo Secolo, Pop Art, L'Ultimo Respiro e Ricovero Volontario.

L'autore Joe Hill.

 

domenica 11 gennaio 2026

Recensione Narrativa: TUTTI I RACCONTI 1947-1953 DI PHILIP K.DICK.

Autore: Philip K. Dick
Anno: 1947-1953.
Genere: Antologia di Fantascienza.
Editore: Fanucci Editore (2006).
Pagine: 604.
Prezzo: 10,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Trentatré racconti che segnano il debutto letterario di Philip K. Dick, un ventitreenne dipendente di un negozio di dischi musicali che a inizio anni ottanta, veicolato dal potere trainante e straripante del cinema, diverrà una delle più grandi leggende della fantascienza, grazie a pellicole quali Blade Runner (1982), Atto di Forza (1990) e poi Minority Report (2002) e Paycheck (2003) per regie di maestri del calibro di Ridley Scott, Paul Verhoeven, Steven Spielberg e John Woo. Autore di poco meno di cinquanta romanzi, scritti tra il 1955 e il 1981, con cult assoluti consegnati alla memoria degli appassionati presenti e futuri come The Man in High Castle (“La Svastica sul Sole”, 1962), The Three Stigmata of Palmer Eldritch (“Le Tre Stigmate di Palmer Eldritch”, 1965), Dr. Bloodmoney, or How we Got Along After the Bomb (“Cronache del Dopobomba”, 1965), Do Androids Dream of Electric Sheep? (“Il Cacciatore di Androidi”, 1968), Ubik (1969) e Deus Irae (1976), Philip K. Dick inizia la propria carriera quale autore di short stories che scrive, prevalentemente, per pagarsi le bollette e vincere la castrazione di una realtà che non sente propria (nonostante le mogli che cambia per motivi anche assurdi, come non starlo a sentire mentre spiega passaggi del criptico Joyce). Stende il suo primo racconto nel 1947, ancora diciannovenne, e riesce a uscire sulla carta stampata (sulla rivista Magazine of fantasy and Science Fiction diretta da Anthony Boucher) nel 1953, dopo aver completato un pugno di racconti (appena cinque, quattro dei quali nel 1952). Spronato da Anthony Boucher, che diventa il suo mentore, evolve in una fucina prolifica di idee. Sulla macchina da scrivere è un lampo (riusciva a battere con un ritmo doppio rispetto alle capacità della media, del tutto impossibilitata a stargli dietro) e gli spunti non gli mancano. Fin dai primi approcci ha una gestione autoriale delle storie. Sceglie la via della scrittura popolare, ma non è un mero narratore né, tanto meno, uno spocchioso stilista che si diletta nel far vedere i muscoli delle proprie capacità linguistiche. Scrive a getto continuo tanto che, tra il 1953 e il 1954, consegna ai posteri cinquantotto racconti (di cui trenta scritti nel 1953) piazzandoli, solo nel 1953, in quindici riviste diverse (tra cui Astounding, Galaxy, If e Planet Stories). Per sostenere i carichi di lavoro ed esorcizzare gli stati depressivi, assume anfetamine che è lo stesso psichiatra, che lo ha in cura, a prescrivergli per curare una lieve forma di schizofrenia.

In queste prime esperienze emergono fin da subito i temi che ne caratterizzeranno l'intera carriera: l'ossessione per un Pianeta Terra destinato a crollare sotto l'effetto delle bombe nucleari, la minaccia di un futuro in cui l'uomo non saprà più distinguere se il suo vicino di casa è stato replicato da un androide o da un alieno, il colonialismo interplanetario (sia nel sistema solare che al di là dello stesso), la dipendenza dell'uomo dalla guerra, la malattia mentale di soggetti che si credono al centro di complotti (tematica rappresentata dai modesti The King of the Elves ed Expendable), la persecuzione per mano dei rappresentanti del sistema (militari, poliziotti e burocrati) a danno di antieroi costretti alla fuga (Paycheck, Stability, The Variable Man, The Hanging Stranger), il mistero legato alla creazione del mondo (fulcro di The Trouble with Bubbles e di Project: Earth) e poi la tematica dei viaggi nel tempo affrontata da diverse prospettive fin dal primo racconto scritto (il visionario Stability) e che arriva a contemplare quella che diverrà un'ossessione dell'autore convinto davvero che si possa modificare il passato per alterare il presente (The Skull e soprattutto The Commuter). Non mancano poi racconti fantastici che sconfinano in un orrore kinghiano (la vecchietta di The Cookie Lady che assorbe energia vitale da un ragazzino che le legge i libri nel tempo libero) o in un surreale condito da punte di black humor (il folle Out in the Garden, che parte da una poesia di William B. Yeats per realizzare una metafora sul tradimento sessuale della donna). La lettura è sempre accattivante, le trame coinvolgenti e sviluppate sulla breve distanza, adatte anche a chi si distinteressi delle sottotrame. Solo due racconti superano le trenta pagine e lo fanno all'insegna dell'azione, tra inseguimenti polizieschi, colpi di scena, trovate thrilling (nel caso di Paycheck) o bombardamenti, esplosioni e consultazioni di computer che anticipano quanto negli anni ottanta si vedrà in film come Wargames (nel caso di The Variable Man). Quindi è palese la natura autoriale di Philip K. Dick che funge da scuola per gli autori successivi, così come avverrà al cinema con la cosiddetta New Hollywood negli anni settanta grazie all'ascesa dei maestri dell'horror John Carpenter, George A. Romero e David Cronenberg, veri artisti non al servizio del sistema e spesso costretti a ripiegare sul cinema indipendente per proseguire la loro arte. Non si scrive e non si lavora per fare soldi, ma lo si fa per comunicare, destare le masse dal sonno e proporre alternative di pensiero nuove. Dick intrattiene, diverte, coinvolge senza velleità letterarie, senza lirismi o ricercati giochi di parole ma, allo stesso tempo, veicola idee di denuncia sociale, sociologica e si schiera in favore di un approccio anticapitalista tanto che l'occhio inquisitorio del maccartismo finirà per interessarsi a lui. Dick è un conservatore, sogna un'America di provincia che si regge sul genio artistico di piccoli artigiani e self made man solitari contrapposti alle politiche di gruppo ed espansionistiche (rappresentante in via metaforica dall'esplorazione spaziale), alle avidità volute dal finto benessere (The Cosmic Poachers) e dalla sete di potere delle multinazionali e dei militarismi che ingannano l'umanità di un progresso che porta alla distruzione e alla soggezione alle macchine verso l'involuzione culturale e l'incapacità di sapere prendere decisioni in autonomia. Evidenti i rimandi profetici che ipotizzano l'ascesa dell'intelligenza artificiale (si veda The Great C o The Variable Man). Dick condanna le guerre, il più delle volte motivate dalla dipendenza da materiali di cui ormai l'umanità non sa più fare a meno e che, in realtà, costituiscono aspetti tranquillamente trascurabili (è il caso di Some Kinds of Life). Dunque un autore che riconosce la natura distruttiva dell'uomo e che pare muoversi proprio dall'assunto hobbesiano dell'homo homini lupus. Vediamo ora qui di seguito i racconti che definirei più rappresentativi di un'antologia che ha davvero pochissime uscite a vuoto: l'insulso The Eyes Have It (un noioso divertissment in stile commedia degli equivoci), Roog (primo racconto pubblicato da Dick, in cui l'autore cerca di entrare nella testa di un cane che reputa minacciosi i netturbini che vengono a prelevare l'immondizia dei padroni), The Indefatigable Frog (incentrato sulle tesi del filosofo greco Zenone e sul duello tra due insegnanti narcisisti), i già indicati The King of the Elves ed Expendable, nonché i carini, ma in verità modesti, Beyond Lies the Wub e Piper in the Woods che, a differenza dei precedenti, sono ambientati nello spazio e hanno il pregio di divertire per la presenza di entità aliene alquanto sarcastiche e per epiloghi a sorpresa nello stile di Frederic Brown.


La locandina del film PAYCHECK 
diretto da John Woo.

LA RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Il racconto simbolo di questa antologia, a mio modo di vedere, è l'eccellente Paycheck (1953), tradotto in italiano con i titoli I Labirinti della Menteo “Previdenza”. Dick miscela action, thriller, critica al sistema capitalistico americano, distopia, cancellazione della memoria e sottotraccia legata alla presenza di macchine industriali che consentono di guardare nel futuro (spionaggio industriale) e di conseguenza modificare gli eventi, con un adrenalinico piglio cinematografico che, non a caso, verrà sfruttato da Hollywood e dal regista di azione John Woo. Tutto ruota attorno a un tecnico, di ritorno da un lavoro di due anni al servizio dela Rethrick Construction di cui non ricorda niente perché gli sono stati asportati i relativi ricordi. L'uomo viene braccato dalla polizia intenzionata ad acquisire notizie utili per avviare un'indagine per spionaggio industriale a carico proprio della Rethrick Construction. Nel futuro distopico di Dick le società infatti godono di una sorta di immunità e non possono subire controlli diretti da parte della polizia. Ha così inizio una fuga, scandita da oggetti all'apparenza inutili, che l'uomo si troverà a dover utilizzare al posto dei 50.000 dollari che gli sarebbero spettati quale compenso per l'attività prestata e che lui stesso, prima di farsi espiantare la memoria, ha rifiutato in favore della consegna di chiavi, stralci di biglietti e fili di ferro. Prende così piede una doppia indagine (da parte del protagonista e dall'altra della polizia), piena zeppa di colpi di scena, fino alla ricostruzione del mistero legato al ruolo della Rethrick Construction: una società che trama nell'ombra per sovvertire il sistema capitalistico.

Il racconto gioca su contesti scenografici e tematiche che erano già al centro del primo elaborato scritto da Dick ovvero Stability (1947), un mix di fantascienza (per il contesto urbano futuristico) e sorcery alla Abraham Merritt (penso a Il Vascello di Ishtar). L'autore immagina una società del XXV secolo giunta al punto di massimo sviluppo economico, così da decidere di interrompere ogni possibile nuova scoperta rivoluzionaria. Un giorno, un inventore propone uno strano macchinario di cui viene rigettato il brevetto. L'oggetto è infatti il tramite per accedere in una dimensione parallela in cui è stata confinata una città malvagia e tutti i suoi abitanti finiti imprigionati in una bolla di cristallo. Già in questo racconto compare il tema della memoria perduta, visto che il protagonista non ricorda di aver realizzato il macchinario, e della caccia della polizia a un uomo (antieroe) che è costretto a nascondersi e a fuggire per venire a capo dei misteri che il sistema vorrebbe sotterrare. Il risveglio della città condurrà di nuovo l'umanità alla schiavitù. Si tratta di un racconto estremamente visionario, impressionante se si considera che è stato scritto da un ragazzo di diciannove anni. Sei anni dopo, Dick riproporrà l'idea delle sfere di vetro che racchiudono un microcosmo vivente con The Trouble with Bubbles (1953). Qui l'uomo gioca a fare Dio, creando piccoli mondi racchiusi all'interno di ampolle che poi si diverte a distruggere a discapito delle creature che si sono sviluppate all'interno. Capiterà qualcosa di simile anche sulla Terra e da qui sorgerà il dubbio del protagonista circa il senso della vita (creazione da parte di un'entità superiore che ammazza la noia divertendosi a creare mondi per sfidare i propri simili in concorsi o similari).


Se Paycheck è il racconto migliore dell'antologia, per ragioni simili, The Variable Man (1953), da noi tradotto come “L'Uomo Variabile”, conquista il mio ideale argento. Domina ancora l'azione, legata alla sottotraccia “macchine del tempo” (questa volta viene abdotto, per sbaglio, un uomo dal ventesimo secolo, mentre viene studiata l'epoca della prima guerra mondiale). Dick conferma la sua sfiducia nel futuro, vede una New York rasa al suolo, tra cumuli di cenere e foreste artificiali, dove la natura viene calpestata da una società militaresca che pensa solo all'espansionismo nello spazio fino a valutare di intraprendere una guerra interplanetaria con i Centuriani (di Alpha Centauri) colpevoli di impedire l'espansionismo in quello che una volta si sarebbe definito il far west. L'arrivo dell'uomo del ventesimo secolo sconquasserà le previsioni dell'intelligenza artificiale (costantemente interpellata alla stregua di un oracolo) e delle ipotetiche previsioni sul conflitto influenzate da variabili di volta in volta proposte e su cui gli uomini si basano prima di intraprendere la guerra (come avverrà nel film Wargames). L'uomo del passato si rivelerà determinante per perfezionare un'astronave supersonica che consentirà di evitare lo scontro con i Centuriani superandone le relative barriere d'ostacolo per effetto della velocità. Prima di riuscire nell'impresa però l'uomo del passato, unico in grado di riparare gli oggetti danneggiati (in un futuro in cui il consumismo ha abituato ad acquistare sempre prodotti nuovi a discapito dei vecchi e delle riparazioni), verrà braccato (tema ritornante) dal sistema, sfuggendo a bombardamenti, attentati e sparatorie. Il villain è un ottuso militare schiavo dei responsi dell'intelligenza artificiale. La riuscita dell'uomo del passato porterà alla destituzione del militare e all'elaborazione di un sistema politico rivoluzionario in grado di reggersi sulla volontà del popolo e non più sulle decisioni di un'oligarchia militare.

 

Grande qualità anche dalle parti di The Defenders (1953), in Italia “I Difensori della Terra”, dove automezzi robotici, utilizzando l'inganno e la divulgazione di video e immagini artefatte (argomento alquanto contemporaneo oggi con le fake news), riducono all'inerzia l'uomo, rintanato a decine di metri sottoterra e convinto dai telegiornali che in superficie vi siano radiazioni e conflitti tra robot che hanno proseguito la guerra tra Usa e Urss. Dick fa le prove generali per Cronache del Dopobomba tratteggiando il rischio di un futuro in balia della distruzione e delle radiazioni, dove la guerra continua per il tramite della macchine. Il colpo di scena finale conferisce al testo un valore che va oltre il mero intrattenimento, mostrando – per una volta – robot più umani dei terrestri, tanto che anziché distruggersi tra loro hanno ripristinato il pianeta a beneficio degli animali e della natura. L'immagine infernale e nefasta di un ipotetico conflitto nucleare arriva invece con The Impossible Planet (1953) e Planet for Transients (1953) caratterizzati da una visione morente del pianeta, in cui l'uomo ormai è divenuto alieno, già emigrato su altri pianeti nel primo caso o costretto a pianificare la fuga (dopo essersi rintanato sottoterra) nella seconda proposta. Altre creature sorgeranno al posto dell'uomo, creature umanoidi adattatesi al fallout fino diventare la nuova razza dominante sul pianeta.


Altri racconti eccellenti, dopo i tre testi che abbiamo collocato sul nostro ipotetico podio, sono quelli incentrati sul camaleontismo di androidi o creature aliene capaci di sostituirsi agli uomini o prendere la forma degli oggetti di cui l'uomo si serve, così da utilizzare l'inganno per loro specifici obiettivi.

Strepitoso, a mio modo di vedere, è The Hanging Stranger (1953), “L'Impiccato”, che ha il grosso merito di anticipare di un anno The Body Snatcher di Jack Finney, da cui Don Siegel, nel 1956, trarrà il film capolavoro sci-fi “L'Invasione degli Ultracorpi”, ma anche Eight O'Clock in the Morning (1963) di Ray Nelson da cui John Carpenter trarrà Essi Vivono (1988). Qui si respira tutta la paranoia di Dick, la convinzione dell'esistenza di un governo ombra e di un complottismo che mette alla berlina i dissidenti e, al tempo stesso, addormenta le menti e atrofizza i cittadini modello (sono dei dormienti, incapaci di vedere la realtà), in un clima di indifferenza cittadina in cui i passanti negano l'evidenza (la presenza di un uomo impiccato in bella vista nel cuore della città) per accusare di pazzia mentale chi, in realtà, è l'unico savio della storia. Una razza di mosconi volanti, che richiamano la fisionomia dei demoni della Bibbia, ha preso di fatto possesso degli uomini. Dick anticipa molti topoi, tra i quali è da ricordare altresì The Midwich Cuckoos (1957) di John Wyndham da noi noto come “I Figli dell'Invasione” o, al cinema, come “Il Villaggio dei Dannati” (altro grande cult di John Carpenter, che ne curerà un remake). Bellissima la scena del municipio corrotto dall'alto da creature demoniache (emblema di corruzione dei valori). “Si impadroniscono di una zona per volta. Partono dall'alto, dai massimi livelli di autorità. Poi scendono gradualmente... La Bibbia è un resoconto delle loro disfatte... Non riescono a soggiogare tutti e non hanno soggiogato gli ebrei. Gli ebrei hanno trasmesso il messaggio al mondo intero.


La relazione tra John Carpenter e Philip K. Dick viene ancor più evidenziata da Colony (1953). Questa volta è Dick a prendere ispirazione da colleghi e dai film. L'idea arriva da John W. Campbell e dal celebre Who Goes There? (1938) portato al cinema da Howard Hawks come “La Cosa da un Altro Mondo” (1951) che, negli anni ottanta, sarà riproposto da Carpenter come "La Cosa". Dick concepisce infatti un racconto derivativo, spostando la scenografia (dalla terra) in un pianeta alieno, una sorta di eden da Giardino delle Delizie (rimando al trittico di Bosch) su cui gli esploratori umani programmano di esportare inquinamento e distruzione. Una sconosciuta specie aliena riesce però a replicare gli oggetti inanimati e, in tale veste, attacca gli umani. Cinematografica la scena in cui, attraverso la propagazione di uno speciale acido, verranno messe alla berlina le creature. Sorge così la paura di importare sulla Terra le creature. Pertanto, prima di abbandonare il pianeta, gli esploratori superstiti penseranno di giocare di astuzia: chiameranno un'astronave di appoggio e, completamente nudi, si appresteranno a rientrare a casa, ma gli alieni sono più furbi e hanno già capito che a finire colonizzata sarà proprio la Terra.

 

Stupidità e arroganza umana al centro anche di The Cosmic Poachers (1953) ovvero “Pirati Cosmici” dove, questa volta, gli alieni sono passivi, vittime delle incomprensioni degli umani che si sono erroneamente convinti di aver depredato un cargo alieno pieno di ricchezze e diamanti quando invece, in realtà, si apprestano a importare sulla terra le uova di una razza aliena insettoide.Vaghi accenni anticipatori ad Alien.


In Impostor (1953), che verrà traslato al cinema nel 2002 da Gary Felder (regista, tra gli altri, de Il Collezionista e La Giuria), assistiamo a un anticipo della tematica che sarà al centro di Blade Runner con androidi che non sono consci del loro stato e pensano di essere umani e, dall'altra parte, umani che dubitano delle informazioni trasmesse dallo spionaggio e mettono a rischio la sicurezza dell'intero pianeta per la paura di condannare a morte un innocente. Dunque se ne La Cosa di Carpenter è in azione un impostore conscio del suo stato, qua l'impostore pensa di essere davvero umano, con tanto di ricordi fasulli impiantati (come avverrà nel film Dark City di Alex Proyas del 1998). Entra in ballo la difficoltà di prendere la decisione giusta, in carenza di prove certe e di indizi contrastanti. Finale magistrale. Posizione numero cinque nella mia classifica.


Il giovane Dick ispira anche un altro celebre classico della cinematografia fantascientifica anni ottanta: Terminator (di cui si ricorda il teschio, quale emblema della locandina de Il Giorno del Giudizio). Nel racconto The Skull (1952), “Il Teschio”, un sicario accetta, con la promessa di avere condonata la propria pena (non vi ricorda Jena Plissken?), una missione ben specifica: tornare a metà novecento e far fuori colui che darà vita a una nuova chiesa. Munito del teschio dell'uomo, il sicario tornerà nel passato ma scoprirà di essere lui stesso l'uomo che è stato incaricato di uccidere in un'incongruenza non troppo dissimile da quella in cui si vedrà coinvolto Kyle Reese nel celebre film di lancio di James Cameron che nessuno, prima dell'arrivo della Orion, voleva produrre. Posizione numero sei.


Precursori delle idee che saranno poi integrate nel prosieguo da Dick sono altri due racconti germinali. Il primo è The Commuter (1953), “Il Pendolare”, storia narrata dal punto di vista di un capostazione che indaga sulle strane apparizioni di passeggeri che chiedono di acquistare biglietti per un villaggio non esistente che, a poco a poco, prenderà ad apparire tra la nebbia. Qui Dick parla di viaggi del tempo in modo indiretto, mostrando le conseguenze nel presente di una modifica effettuata nel passato e che provoca progressive ripercussioni sulla quotidianità. Avverrà qualcosa del genere nel film Sound of Thunder (2005) di Peter Hyams ispirato dall'omonimo racconto di Ray Bradbury del 1952. L'altro racconto, non privo di ironia, è The World She Wanted (1953), “Il Mondo che lei Voleva”, in cui l'autore filosofeggia sia sul rapporto familiare di un uomo zerbino della futura moglie, sia su una concezione della realtà caratterizzata da tanti mondi paralleli in cui per ogni individuo della realtà corrisponde un mondo dove lo stesso è protagonista, mentre negli altri è mero figurante. Epilogo a sorpresa con ribaltamento, in ossequio allo stile di molti racconti dell'epoca.


Questi sono, a mio modo di vedere, le storie caratterizzanti di un'antologia che offre altri ottimi esempi, anticipando Matheson, con racconti quali The Little Movement (1952), una sorta di Small Soldiers, film anni '90 diretto da Joe Dante, con giocattoli animati dotati di un'autocoscienza e bellicosi nei confronti di altri giocattoli. Un racconto che genererà un vero e proprio sottogenere basti pensare ai Gremlins o al racconto Campo di Battaglia incluso nell'antologia kinghiana A Volte Ritornano. Soggetti in miniatura in azione anche in Project: Earth in cui Dick propone una bizzarra e aliena creazione di una nuova razza uomana (il creatore è un alieno). Altro racconto tra Matheson e King è The Cookie Lady (1953) che propone, un po' come Art Pupil (“Un Ragazzo Sveglio” di King), il rapporto tra un ragazzino delle elementari e una signora anziana che si fa leggere brani di libro in cambio di biscotti. A differenza di King, la signora trae un beneficio fisico dagli incontri perché assorbe la vitalità del ragazzo per ringiovanire a discapito del giovane che non riesce a sganciarsi per la ghiottoneria che lo spinge a divorare i biscotti.


Bello anche Tony and the Beetles (1953), una sorta di metafora sul colonialismo espansionista britannico, con Dick che ben rappresenta i rapporti tra umani e indigeni con questi ultimi stanchi di servire e pronti alla ribellione. Un racconto in cui l'autore propone un razzismo invertito in un'ottica che ricorda quanto poi avverrà in Sud Africa con gli invasori vittima di razzismo dopo aver sfruttato i locali per anni.


Tra gli altri racconti si ricorda l'ironia graffiante di Beyond Lies the Wub (1952), un racconto metaforico che piacerebbe molto agli animalisti e che ruota attorno a una creatura marziana, una specie di maiale parlante (si capirà poi il motivo), che finisce per essere uccisa e cucinata dagli astronauti di ritorno sulla Terra nonostante manifesti un'intelligenza tale da leggere nel pensiero degli stessi. Esilarante l'epilogo. Altro testo molto carino è Mr Spaceship che sposta la narrazione dalla Terra nello spazio, con un'astronave condotta da un cervello di uno scienziato estirpato dal suo corpo di origine. Interessanti i ragionamenti (al centro anche di un mio racconto finito su un ebook del concorso Esecranda) sull'individualità umana, con la celebre frase cartesiana cogito ergo sum, così come un'impostazione che richiama la genesi di un nuovo mondo a misura di uomo generato dalla prole di un novello Adamo e una novella Eva, chiamati a dar vita a una nuova stirpe, isolata in un pianeta vergine, così da uccidere il “tumore” della guerra (si conferma l'idea di una genesi di origine extraterrestre).


Di caratura inferiore, a mio modo di vedere, la restante dozzina di racconti, tra cui valgono una menzione il folle The Preserving Machine (1953) che ruota attorno a una speciale macchina capace di materializzare gli spartiti dei maggiori componimenti di musica classica nella forma di animali; e il concettuale Some Kinds of Life (1953) nel quale la dipendenza dell'uomo dalle materie prime, da recuperare negli svariati pianeti del sistema solare, genera guerre continue e con esse la morte, in un clima in cui la ricerca del benessere e dei vizi determina la scomparsa della razza umana sul pianeta Terra su cui gli alieni attendono il ritorno dell'uomo. Interessante infine The Infinites (1953) che propone una space opera in cui l'equipaggio di un'astronave viene investito dalle radiazioni rilasciate da un asteroide sconosciuto. Le radiazioni hanno la particolarità di accelerare gli sviluppi evolutivi delle specie. Scopriamo così il futuro della razza umana, cieca e mutante, modificata nel corpo ma non nell'animo, ancora assuefatto di potere e malvagità. Andrà meglio con gli animali che si dimostreranno eticamente superiori all'uomo.


Dunque un'antologia magnifica di un giovane autore, ancora lontano dai capolavori dei romanzi, ma già da prendere di riferimento per chiunque voglia fare fantascienza. Bradbury, Dick, Ballard, Asimov, Sheckley e altri, risiede in questi autori la fantascientifica con la F maiuscola, non altrove con sperimentalismi ed esercizi di stile che si dimenticano della trama, del divertimento e del coinvolgimento di chi apprezza la speculative fiction. La buona narrativa di genere intrattiene, mandando messaggi, non appesantisce con i messaggi o i lirismi e solo eventualmente intrattiene. La Fanucci realizzerà altre tre antologie di racconti di Dick, tutte imperdibili.


 Un giovane Philip K. Dick.

"Condizioni simili non possono durare a lungo. La gente non può vivere così, sballottata di qua e di là dal potere economico e da quello politico. I governi e le grandi potenze industriali continuano a trattare la gente come formiche, a servirsene per i loro bisogni. Prima o poi nascerà una resistenza, una resistenza forte e disperata, formata non da persone importanti, potenti, ma da quelle piccole, insignificanti. Autisti, droghieri, operatori Tv, camerieri. Ed ecco dove interverrà la compagnia" (da Paycheck).