Elenco

  • Cinema
  • Ippica
  • Narrativa
  • Pubblicazioni Personali

giovedì 31 dicembre 2020

Recensione Narrativa: RACCONTO VENEZIANO. PASSIONE di Stefan Grabinski.

 

Autore: Stefan Grabinski.
Titolo Originale: Namietnosc.
Genere: Fantastico / Sentimentale.
Anno: 1930.
Edizione: Ester, 2020.
Collana: Cronache dall'Insolito.
Prezzo: 14,00 euro.


Commento di Matteo Mancini   

Bella prova di esordio dei traduttori Michols Magnolia e Massimo Barberini che propongono sul mercato italiano un inedito di Stefan Grabinski, lo scrittore definito dal critico Karol Irzykowski “l'Edgar Allan Poe Polacco”. 

Novella piuttosto breve, composta da cinquantacinque pagine, risalente all'ultimo periodo della produzione dell'autore che la stende qualche anno dopo il suo primo e unico viaggio a Venezia. Proprio nella città veneta è ambientata la storia. Grabisnki attinge probabilmente dalla propria vicenda personale, dall'incontro con la connazionale Stefania Kalinowksa che lo indusse a passare un'intera estate tra le calle dell'antica Repubblica Marinara, perché probabilmente preso dalla sua bellezza. Ed è proprio nell'intera stagione estiva che si snoda la storia d'amore che investe il protagonista, un turista polacco, che vive nella città italiana una passione travolgente per una sconosciuta vedova spagnola di origini nobiliari. Quest'ultima, solita frequentatrice di Venezia, si propone di fare da cicerone al nuovo arrivato e avvia con lo stesso una relazione d'amore travolgente. 

La poetica in prosa di Grabinski è eccezionalmente resa dai due traduttori. Eleganza e stile si antepongono al taglio fantastico, plasmando un ritmo lento ma dall'intensità progressiva allo scorrere della lettura. La visione del polacco è votata a un realismo dal sapore documentaristico, attraverso il quale viene reso uno spiccato omaggio alla città di Venezia, con i suoi quartieri, i suoi musei, i suoi palazzi, le sue calle ingoiate dalle tenebre e i suoi cimiteri monumentali. Proprio in uno di questi, nel cimitero dell'isola di San Michele, Grabisnki inserisce il primo tassello di un puzzle che conferirà alla storia un background fantastico. Definito “l'isola dei morti”, il luogo ospita la sede di sepoltura del marito della giovane vedova. Quest'ultimo si sarebbe suicidato per dimostrare alla propria compagna il suo immenso amore, certo di non poter più raggiungere un apice di passioni ed emozioni tali, così da rendere inutile il resto dell'esistenza. Un suicidio, dunque, su cui però si allunga il sospetto di un avvelenamento praticato dalla donna, una lettrice avida di volumi che legano il sesso alla morte (è proprio grazie a un volume di questo genere che i due protagonisti del romanzo fanno la loro prima conoscenza). Sulla tomba infatti si erge una scultura che rappresenta i due amanti, con la donna intenta a offrire all'uomo un calice, con un sorriso stampato in faccia “che cela un accenno di inganno e di crudeltà” e una daga veneziana tenuta nell'altra mano dietro la schiena. Lo stesso protagonista fa menzione al sospetto che la coppa contenesse veleno. 

In realtà, penso di poter dire che la scultura rappresenti una metafora della passione d'amore. Si potrebbe infatti sostenere che, alla stregua di un forte alcolico, l'amore, se vissuto in dosi di intensità eccessiva, possa minare l'integrità mentale di chi vi venga attinto portando lo stesso ad assumere condotte equiparabili a quelle di un ubriaco o di un pazzo. La coppa allora, che l'uomo si appresta a bere, contiene dunque l'amore per un donna che è predisposta al tradimento (da qui la daga nascosta dietro alla schiena). Un evento che può arrivare ad uccidere un uomo e, al tempo stesso, soddisfare il narcisismo femminile. Non è forse un caso che la protagonista, anziché mostrare disperazione e rimpianto per il perduto amore, si dimostri invece entusiasta per quanto accaduto, al punto da mostrare gli esiti delle sue conquiste come si potrebbe fare con una collezione di grande valore. “Morì per me e a causa mia. Non è stupendo?” chiede al polacco. Allo stesso modo si rivela assai irrispettosa nel condurre al cospetto della tomba del defunto marito la sua nuova e probabilmente ennesima conquista. Un personaggio che richiama alla mente la donna della canzone La Ballata dell'Amore Cieco di Fabrizio De Andrè (nella scultura l'uomo, guarda caso, viene definito come “accecato” dall'amore). 

Emerge pertanto il pessimismo romantico dello scrittore verso l'amore, atteggiamento peraltro stimolato dalle esperienze personali (la moglie lasciò Grabinski dopo cinque anni di matrimonio), su cui però si innesca la vendetta del defunto. Le scappatelle dei due protagonisti vengono, a poco a poco, disturbate da una misteriosa donna, tale Donna Rotonda, entrata empaticamente in contatto mentale proprio col defunto marito della protagonista. Ce lo dice un pittore locale, realmente esistito, capace di entrare in contatto con l'aldilà per lasciarsi guidare dagli spiriti, al fine di mettere su tela visioni del futuro. L'artista, al secolo Luigi Bellotti, traccia l'ideale luogo di incontro, rappresentato da un ponte che mette in relazione il mondo dei vivi con quello dei morti. L'immagine, ben rappresentata da Giada Morganti per la realizzazione della copertina del libro, è la conclusione di un patto tra il defunto e la pazza donna che vaga disperata per le vie di Venezia perché abbandonata dal suo amore. “Entrambi vittime di un'immensa passione, siamo uniti nella fratellanza dell'angustia.” 

A determinare l'inizio della parabola che condurrà al tragico finale è, ancora una volta, il tradimento. La curiosità spinge il protagonista polacco, a poco a poco preso dalla misteriosa donna rotonda, a pedinarla e scoprire che, in realtà, è una magnifica rappresentante del gentil sesso, distrutta nella mente dal perduto amore. “Non era più Donna Rotonda l'inquietante, la macabra apparizione per i bambini, il triste e spregevole spettro di un'assopita laguna; era Gina Vamparone, la sfortunata figlia di Venezia, che sbocciava nel rifugio del disabitato palazzo in una donna bellissima, impazzita per amore.” Rapito dal richiamo della carne e pur amando la giovane nobildonna, spagnola, il polacco cade nelle maglie della passione, passando una notte con la sconosciuta. Assimilabile a uno stupro per effetto di un errore di persona, la scappatella andrà ad avviare il dramma di gelosia che porterà la povera disperata a scagliarsi contro la rivale d'amore, fino al tragico epilogo. 

Racconto Veneziano rappresenta così, al contempo, l'omaggio di Grabinski alla città di Venezia, reso sia con le calibrate descrizioni cittadine sia col ricorso di personaggi storici e locali realmente esistiti, e, al tempo stesso, la sublimazione del pessimismo dell'autore verso l'amore, visto quale passione che unisce la gioia sfrenata per poi scemare nella disperazione più assoluta (romantico il viaggio finale verso il cimitero) a delineare un “falso racconto fantastico” che pende sul versante dell'allegoria. La speranza è che possa essere la prima delle opere ancora inedite in italiano a esser riproposte, nella nostra lingua, dal duo Magnolia-Barberini che ha dichiarato il proposito di sdoganare l'intera produzione dell'autore polacco, fino a oggi conosciuto soprattutto grazie alle antologie Il Villaggio Nero (2012) e Il Demone del Moto (2015) pubblicate rispettivamente da Hypnos (e anche Mondadori) e da Stampa Alternativa.


L'autore STEFAN GRABINSKI

"Nella vita capita che dopo un periodo di monotonia e comune realtà seguano una serie di episodi eccezionali."

Recensione Narrativa: L'HAREM DELLE VERGINI DANNATE di Ivo Torello.




Autore: Ivo Torello.
Anno: 2019.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy.
Pagine: 142.
Prezzo: 9,90 euro.

Commento Matteo Mancini.
Secondo episodio (dei quattro al momento presentati) della serie Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy ideata nel 2019 dallo scrittore genovese, classe 1974, Ivo Torello. 
La storia si inserisce nel solco tracciato dal precedente La Gorgiera della Contessa Sanguinaria (2019), mutuandone i cliché temporali e tematici. Ci troviamo ancora nella Parigi del 1923 a seguire gli inusuali casi del detective dell'occulto Ulysse Bonamy, un furfante dai modi garbati e dai gusti sessuali non proprio raccomandabili, abile nell'utilizzare unguenti a base di mandragora per acuire le percezioni e trovare i giusti sviluppi di indagine. “Avete una vaga idea di chi sia questo uomo!?” dirà nel corso del testo uno dei personaggi di Torello “Uno dei peggiori mascalzoni di tutta Francia! Un truffatore in grado di ingannare pure il Padreterno! Costui è, tanto per capirci, il protetto della strega del bordello di Montmartre, Dauphine Sabatiere.”

A differenza dell'episodio pilota, l'azione si sposta dalla capitale francese alla campagna, a Villers-Cotterêts, presso il collegio femminile denominato Ecole des Filles Gertrude de Greve dove sulle mura spiccano blasfeme rappresentazioni del Cristo in croce (la passione sembra evocare l'estasi erotica). Qui Bonamy, che si presenta sotto mentite spoglie, riesce a farsi assumere come inserviente. Il suo fine è far luce su uno scandalo che ha inondato le pagine dei giornali parigini ed è costato la caccia all'uomo ai danni di un professore del collegio, nel frattempo rifugiatosi nella casa dell'amico indagatore. Quest'ultimo, tale Maurice Jollain, è un letterato famoso, nell'editoria semi-clandestina, con lo pseudonimo di Jules Jukes quale autore di libri di argomento erotico. L'uomo, ad avviso della polizia, sarebbe al centro di una serie di abusi sessuali, a danno delle minorenni della scuola, praticati indossando la maschera di un caprone cornuto così da poterle circuire inducendone il silenzio. Le indagini tuttavia sono state traviate a sommo scopo dal vicedirettore della struttura, il vero responsabile dei delitti, intenzionato ad assurgere al ruolo di Grande Maestro di un Ordine Esoterico fondato a inizio secolo e solito riunirsi in un luogo denominato il Tempio di Anin-Horsan. Il collegio infatti altro non è che la sede occulta dell'ordine, un luogo protetto dall'omertà delle più alte cariche nazionali, a conoscenza degli strani riti che si consumano tra le mura della scuola.

Tra suggestioni lovecraftiane (si inneggia a Shub-Niggurath, ossia il capro nero dei boschi dai mille cuccioli), grimori al soldo di santoni di origine persiana dai nomi che rievocano il pantheon lovecraftiano (Abdul Ben Azel), sostanze psicotrope che fondono in sé stesse i principi del sodio penthotal (“Lucifero favorisce l'emersione dei nostri pensieri più reconditi, abbattendo ogni forma di autocontrollo, ci costringe a dire solo la verità”) e, al tempo stesso, liberano gli istinti animali dell'uomo, vengono a delinearsi i contorni di un giallo presto sconfinante in un weird in odore di pulp magazine. Pur se elegante e tecnicamente forbito (non mancano alcune scivolate nel volgare), il contenitore di Torello va sempre più a tracciare le coordinate seguite da quei romanzi frivoli da edicola che, negli anni sessanta e settanta, fecero la fortuna di serie quali I Racconti di Dracula. L'autore genovese si limita ad accennare al paranormale, miscelandolo a un erotismo che tocca punte di pornografia (limitate al sesso orale) in modo da sfumarlo e lasciarlo in background; tuttavia, il male c'è ed è reale, lo si capisce nei dettagli di cui il romanzo è intriso. Sedicenti ex satanisti, riqualificatesi alla vita di eremiti (alla Huysmans), ammoniscono dal proseguire su certi cammini e lo fanno alludendo a visioni capaci di frantumare la sanità mentale. Non mancano poi rivelazioni inaspettate rese da uomini che non possono essere depositari di certe notizie, così come si percepiscono odori bestiali al culmine dei riti che rimandano direttamente a un mondo altro che sovrasta la realtà per come noi la conosciamo. Torello cala il tutto in un contesto argentiano che richiama alla memoria il capolavoro Suspiria (a noi salta in mente anche l'horror L'Ultimo Mago della serie I Racconti di Dracula), anche se si tratta di un cliché che ha fatto la fortuna di una serie di sottogeneri cinematografici precedenti (si pensi al nunsploitation, in cui si cambiava il contesto collegiale in quello monacale), e, al tempo stesso, mette in scena, in chiave moderna, orgie sabbatiche che attingono dall'immaginario iconografico di Francisco Goya (si veda il dipinto a olio su tela Il Grande Caprone completato nel 1798 e che raffigura una capra in posizione eretta) per mettere alla berlina l'ipocrisia del mondo borghese. Giudici, militari, politici e personaggi insospettabili sono i componenti di una setta che utilizza il sesso quale via per trascendere, salvo poi piegarsi a piaceri ben più materiali (“il mio anelito più alto è il piacere della carne”) senza ambire ad altro di superiore. Spunti di riflessione non certo privi di precedenti sviluppi, si pensi, tra gli altri, a molta della narrativa dell'orrore di Frank Graegorius (alias Libero Samale) che, su tale tematica, ha costruito la sua carriera letteraria relativamente al suo versante gotico. Evidente la parte in cui il perbenismo della società parigina da una parte condanna le pratiche sessuali e, dall'altra, contribuisce al successo di chi narri i fatti a essi connessi con tanto di dettagli e aneddoti, a dimostrazione di una sussistenza di una bramosia interiore repressa dall'incapacità di esternare l'animale che vive nel profondo dell'essere.

Torello è un autore diretto, il perfetto contrario di un bacchettone, ben lontano da ipocrisie di sorta, alla stessa maniera in cui lo sono i personaggi dei romanzi fin qui dati alle stampe. “Non è innocente che sogna certe cose senza avere il coraggio di farle... Mettete persone del genere nella certezza assoluta dell'impunità, e vedrete com'è davvero la natura umana” asserisce l'antagonista, quasi a voler dimostrare che quanto l'ordine esoterico mette in pratica altro non è che la concretizzazione dei sogni della maggior parte delle persone che costituiscono la società di cui tutti noi facciamo parte. Un modo di porsi che condanna l'intera società e, forse in maniera più calibrata, la natura stessa dell'uomo (perverso e "maiale" per natura). Attraverso riti di magia rossa, in cui sono coinvolte le ragazze dell'istituto (idea ripresa in precedenza dal regista underground Lorenzo Bianchini, regista de Radice Quadrata di Tre e di Custodes Bestiae, rispettivamente del 2001 e del 2004), si giunge così alla soluzione finale che vedrà Bonamy risolvere il caso, coinvolgendo direttamente la polizia francese grazie all'arroganza del vicedirettore della struttura, un uomo sempre più spinto dalla volontà di assurgere al ruolo di Gran Maestro, fino a fidarsi dei perfetti sconosciuti e di cadere in balia dello spirito di Satana.

Curiosamente, il romanzo non ha riscosso giudizi entusiastici, addirittura stroncato da alcuni lettori con l'accusa di non proporre niente di interessante o di essersi volutamente invischiato in “paludi letterarie di matrice pulp e lovecraftiana con punte di pseudo porno.” Commenti da cui ci distraiamo per allinearci all'opinione dell'amico Cesare Buttaboni che ne ha esaltato le atmosfere e lo stile, trovando nell'epilogo una suspence tale da promuovere a pieni voti l'autore.

Notevole il ritmo, veloce la lettura. L'Harem delle Vergini Dannate è un libro che si legge in un paio di giorni, facile da seguire e portato in scena in un mix di eleganza e pulp. Consigliatissimo a coloro che cercano quelle contaminazioni tra erotico spinto e horror che fecero la fortuna della narrativa da edicole degli anni settanta e, al tempo stesso, a chi cerchi quell'orrore paranormale legato alla tradizione cristiano centrica.
 
Il Grande Caprone (1798)
di Francisco Goya.
 
"La natura umana non è in nulla diversa da quella delle altre bestie, che prendono ciò che vogliono per diritto, con prepotenza, senza rispondere a nessuna legge al di fuori di quella dei propri appetiti."

lunedì 14 dicembre 2020

Recensione Narrativa: GOMORIA di Carlo H. De Medici.


Autore: Carlo Hakim de Medici.
Anno: 1921.
Genere: Esoterico / Patti Diabolici.
Editore: Cliquot (2018)
Pagine: 236.
Prezzo: 20 euro.

Commento di Matteo Mancini.  

Grande operazione di recupero firmata Cliquot Edizioni. La casa editrice romana rispolvera dall'oblio un interessante romanzo “tardo decadentista” pubblicato nel 1921 da un autore di lingua italiana. Stiamo parlando di Gomoria, opera “satanica” di debutto di Carlo Hakim De Medici, misterioso scrittore esoterista (non è dato sapere neppure la data di morte) degli anni venti scomparso nel nulla e cancellato dai radar narrativi per un secolo, al punto da essere totalmente ignorato dai blasonati autori della Guida ai Narratori del Fantastico Italiano (Odoya, 2018). Eppure, facendo una piccola e minimale ricerca sui cataloghi disponibili su internet (fantascienza.com), il nome De Medici salta fuori e sconfessa i malpensanti, convinti di un'operazione truffaldina orchestrata dalla casa editrice per abbindolare il pubblico di lettori e studiosi avidi di rinvenire nel passato italico perle di una narrativa perduta. 

 

Guido Andrea Pautasso lo presenta quale “romanzo esoterico legato alla diffusione, attraverso la finzione diegetica, di segreti custoditi dalle scienze magiche e di significati occulti che parrebbero destinati a essere recepiti da un gruppo ristretto di iniziati in grado di comprendere i messaggi a loro indirizzati.” Si tratta di una valutazione forse fin troppo entusiastica, Gomoria è infatti un evidente romanzo derivativo fortemente legato alla corrente decadentista che ha in Karl Huysmans e i suoi Au Rebour ("Controcorrente", 1884) e La-Bas ("Laggiù", 1891) i fari illuminanti, attingendo poi anche da Oscar Wilde (The Picture of Dorian Gray, 1894) e da Gaston Leroux (L'Homme Qui a Vu Le Diable) con il background offerto da Le Diable Amoreux ("Il Diavolo Innamorato", 1772) di Jacques Cazotte. Questi gli ingredienti non troppo segreti di un testo che fa sfoggio di una notevole eleganza stilistica, attento alle descrizioni ambientali e alle caratterizzazioni dei personaggi. De Medici si dimostra abile narratore, ma non troppo geniale tessitore di trame. Il suo romanzo, a tratti sfilacciato, si poggia su un soggetto piuttosto classico che non rompe gli schemi e si inserisce nel solco tracciato dai grandi maestri del genere. 


Un nobile dandy, annoiato dalla vita e in contrasto aperto sia con la società contemporanea (rea di non sviluppare adeguatamente l'intelligenza e di essersi imbruttita esteticamente) sia con i bacchettoni che vedono nel libertinaggio la decadenza dell'uomo (De Medici, sulla scia di Wilde, traccia una vera e propria apologia dell'estetismo, ribaltando la visione dominante di presa cattolica in favore de l'oro dei sensi e del gusto alle sperimentazioni più sfrenate), si rinchiude, a poco a poco, nel proprio sfarzoso palazzo contornato di ricchezze di ogni specie (quadri, sculture, statue, arredamenti). A differenza però del protagonista di Au Rebours, cerca di combattere l'apatia, dimostrando tuttavia la totale mancanza di costanza. Pur se amante delle donne, che si diverte a condurre sul cammino della perdizione, è un uomo incapace di amare, approcciandosi al gentil sesso quale oggetto di soddisfazione dei piaceri carnali, piuttosto che ricercare quella complicità mentale degna del vero amore. È altresì del tutto alieno al vivere comune (non ha la concezione del lavoro), barcamenandosi in un'esistenza fatta di esagerazioni, orge e uscite di gran gala. Per ricercare il brivido decide così di arrischiarsi in ardimentose imprese, fino a dissipare, per noia, la sua profonda ricchezza sui tavoli da gioco. Caduto in disgrazia, si ritira nella sua unica proprietà rimasta: un castello diroccato nella maremma toscana, in una località maledetta. Qui prende piede la seconda parte del romanzo. Accompagnato da una zingara, raccolta per strada a Napoli (città in cui era ambientato Le Diable Amoreux di Cazotte), accarezza propositi suicida sfuggendovi sull'orlo ormai del baratro, grazie al sapere esoterico appreso nella biblioteca rinvenuta in loco e appartenuta a un avo. 

 

Tutta la scienza nera, tutto lo scibile macabro dell'antichità erano rappresentati in quella biblioteca: dai più oscuri visionari e astrologi ai più entusiasti alchimisti.” De Medici da sfogo ai suoi profondi studi in materia di occultismo, magia bianca e magia nera, che lo avevano indotto, tra il 1911 e il 1915, a scrivere tre saggi sull'argomento, per stendere un vero e proprio catalogo di testi magici. Il romanzo propone infatti una serie di pagine riempite di titoli e autori, tra i quali anche il fantomatico Cosimo Ruggeri, astrologo di Caterina Dei Medici e autore dello pseudobiblia Sathan, un grimorio rilegato in pelle di bimbo morto senza battesimo. Attraverso lo studio di questi testi e alla collaborazione della zingara, una giovane chiamata Zimzerla, Gaetano Trevi, questo il nome del nobile decaduto, viene iniziato al satanismo. Ecco che viene in gioco La-Bas di Huysmans, romanzo che De Medici tradurrà dal francese nel 1929 proponendolo per la prima volta al pubblico italiano. Se nel romanzo di Huysmans, una sorta di saggio-romanzo sulla demonologia, era proposta per la prima volta in narrativa la descrizione di una messa nera, De Medici propone la ritualità di un'evocazione satanica, con una potenza tale da lasciare il segno. La descrizione degli ingredienti e delle formule magiche è capziosa, mentre il senso del terrore è adeguatamente suscitato, fin al culmine costituito dall'uccisione di un gatto nero. Trevi, sempre lasciato libero di scegliere, riesce per tale via, trascinato dagli insegnamenti della sua musa (con cui ha un amplesso in odore di battesimo infernale nel cuore del bosco), a concludere un patto diabolico di faustiana memoria. De Medici è abile nel non cadere nel ridicolo. Suggerisce ma non mostra mai, fa comprendere senza sbandierare soluzioni macchiettistiche. Il diavolo c'è, si capisce, ma non emerge mai. Nonostante la copertina (dello stesso De Medici), scordatevi visioni degne della tradizioni folkloristica. Non siamo in un romanzo pulp, piuttosto in un'opera che guarda alla letteratura classica pur se orientata sul versante esoterico. L'acquisizione di un braccialetto magico è la via attraverso la quale risollevarsi dai fondali del disastro economico. Da quel giorno in poi, come per il protagonista de L'Homme Qui a Vu Le Diable (“L'Uomo che Vide il Diavolo”) di Leroux, ha inizio la risalita economica di Trevi, incapace di perdere al gioco. Dapprima nelle bische, poi nelle case da giuoco italiane e infine nei grandi casinò d'Europa. Trevi diventa famoso nell'ambiente quale giocatore imbattibile, una situazione che lo porta a essere avvicinato da donne amanti dei portafogli. È solo una parvenza di ripresa, l'uomo intende vendicarsi sull'umanità, tiene condotte in cui porta alla rovina i soggetti con cui si trova a incrociare il destino, ma presto comprenderà che la vera ricchezza che si possa possedere è l'anima. Timoroso di ardere nelle fiamme dell'inferno, ha luogo la terza fase del romanzo, la redenzione, il desiderio di riportarsi sulla retta via. Un po' come avvenuto in vita a Huysmans, Trevi si genuflette al cospetto del crocifisso, invoca la Beata Vergine Maria, rifugge ai vantaggi diabolici. Si converte, in altri termini, alla fede cattolica. Zimzerla, che si scoprirà poi essere Gomoria (il demone che, sotto le sembianze di donna, aiuta i disperati nella ricerca dei tesori nascondi indicando la formula che fa vincere a tutti i giochi), gli sta sempre vicino, evidenziandogli i vantaggi materiali. Non contenta porta il caos nella periferia grossetana, complici i modi barbari e retrogradi di un volgo definito “demente” dall'autore, con un epilogo che ricorda molto il finale de La Notte di Valpurga (1917) di Meyrink.

Dunque un romanzo poco originale, ma narrato in modo sfarzoso, aulico, eppure di facile lettura e anticipatore di soluzioni che si rivedranno ne Il Club Dumas (1993), quali la biblioteca satanica, il libro rilegato in pelle umana e la presenza di una giovane donna demone, che funge da mentore e seduttrice di un uomo che è sul cammino della perdizione, oltre che il finale purificatore tra le fiamme. De Medici dimostra attitudine al genere fantastico, ma anche all'erotico d'autore. Gaetano Trevi è una sorta di suo alterego. Sembra che il crollo finanziario che lo conduce nelle maglie dell'occultismo sia simile a quello che colpì De Medici, titolare di un'Impresa di concimi catalitici dichiarata fallita. Interessante il racconto della distruzione di un villaggio di campagna maremmano per mano dell'ira divina, discesa per punire i libertini cittadini dediti a sedute collettive di sesso sfrenato. Plauso quindi alla Cliquot che, due anni dopo, ha dato alle stampe anche l'antologia I Topi del Cimitero – Racconti Crudeli, collage di quattordici racconti firmati De Medici e dati alle stampe nel 1924, proseguendo in un'azione di recupero che è, a dir poco, lodevole. Si spera che operazioni del genere, si ricorda anche la recente uscita de Il Vampiro. Storia Vera (1869) di Franco Mistrali per la casa editrice Arcoiris (collana La Biblioteca di Lovecraft, 2020), possano essere utili a spingere al recupero di una narrativa esoterica sepolta che, nella prima parte del novecento e nel tardo ottocento, era particolarmente florida in Italia.


Vignetta di Carlo H. De Medici, disegnatore oltre che
saggista e scrittore.

"Egli non ammetteva che si potesse considerare un essere come Uomo se non vagliando lo sviluppo della sua intelligenza. Tutti coloro che non avevano saputo trasformare quella materia grigia da volgare cervello in mentalità; tutti quelli che si pretendevano evoluti e coscienti senza capire che la coscienza non si acquista che dopo una vita di studio, di meditazione e di sforzi necessari per affinare la mentalità in una genialità, non erano che feti vegetanti, creature ignorabili e nulle degne solo di essere sfruttate come un bove."