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domenica 23 aprile 2023

Recensione Narrativa I MAGHI DEL BRIVIDO della serie Alfred Hitchcock presenta

 
 
Autore: AA.VV. (a cura di Alfred Hitchcock) 
Curatore: Alfred Hitchcock & Robert Arthur.
Titolo Originale: Spellbinders in Suspense. 
Anno: 1967. 
Genere:  Antologia Giallo / Horror. 
Editore: Rizzoli / Amica (1980-1990). 
Pagine: 278. 
Prezzo: Fuori catalogo


Commento a cura di Matteo Mancini.
Spellbinders in Suspense, da noi più semplicemente “I Maghi del Brivido”, è una delle tante antologie messe in commercio sotto la firma “Alfred Hitchcock”. Un modo come un altro per sponsorizzarne l'uscita e tentare di incrementarne le vendite. Hitchcock, in realtà, si limita a donare una paginetta di prefazione dove parla della suspense (vera protagonista della selezione), lasciando di fatto (ma non in apparenza) al fidato Robert Arthur il compito di mettere assieme il lotto assortito di racconti.

Pubblicata in origine nel 1967, Spellbinders in Suspense è giunta alle nostre latitudini tredici anni dopo grazie a Rizzoli, che ne ha pubblicato una seconda edizione nel 1988 e una terza nel 1990 data in omaggio, quale supplemento al numero 5 del periodico Amica del 29 gennaio 1990.

Ci troviamo al cospetto di tredici racconti, di autori anglo-americani, pubblicati tra il 1924 e il 1965 e aventi in comune il gusto per il mystery. Prevale di gran lunga la componente gialla, talvolta miscelata all'umorismo, ma vi sono anche un paio di racconti del terrore e alcuni di azione che hanno acquistato nel corso degli anni particolare importanza.

Almeno tre i racconti famosi, così come si nota la presenza di assoluti maestri del genere quali Agatha Christie, Sax Rohmer, Edgar Wallace, Robert Bloch e Daphne du Maurier.

Brilla tra tutti il racconto The Birds (1952) portato alla notorietà dalla trasposizione cinematografica diretta nel 1963 da Alfred Hitchcock. Si tratta di un celebre racconto, in precedenza già apparso in Italia in cinque pubblicazioni a partire dall'apparizione nel 1954 in appendice ai romanzi Urania. Lo firma l'inglese Daphne du Maurier che guarda da una parte a The Terror (1917) di Arthur Machen, dall'altra a The War of the Worlds (1938) di Herbert G. Wells e per tali vie spiana la strada al nascente filone zombie che sarà avviato da George A. Romero nel 1968. “Gli Uccelli” costituisce una metafora sull'inadeguatezza delle istituzioni a far fronte a problematiche improvvise. A fungere da spunto è la pazzia degli uccelli, forse suscitata dalle tempeste del nord, ma si ipotizzano anche soluzioni batteriologiche ordite dai russi contro l'occidente. Si respira, in altri termini, una vera e propria rivolta animale verso l'uomo e la sua inclinazione guerrafondaia (si vedano i cannoneggiamenti dal mare della marina militare, i tentativi dei caccia di far fronte alla vicenda e l'insistenza con cui si chiede l'intervento delle forze armate). Gli stessi attacchi delle sule e dei gabbiani ricordano i bombardamenti degli stukas tedeschi. “Allora li vide. I gabbiani. Laggiù, che cavalcavano le onde. Ciò che in un primo momento aveva creduto che fossero le creste bianche delle onde, erano gabbiani. Centinaia, migliaia, decine di migliaia... Si sollevavano e ricadevano nei solchi del mare, con la testa in direzione del vento, in tutto simili a una potente flotta all'ancora che attende l'alta marea. A est, e a ovest, c'erano gabbiani. Si stendevano a perdita d'occhio, in formazioni compatte, riga su riga. Se il mare fosse stato calmo, avrebbero coperto la baia come una nuvola bianca, testa contro testa, corpo contro corpo. Solo il vento dell'est, fustigando il mare e suscitando i cavalloni, li nascondeva a chi li guardava dalla costa.
Ambientato nella campagna inglese, suggerisce una contaminazione estesa anche sul resto del mondo fungendo da ideale prologo di un survival tutto da scrivere. Non a caso il protagonista si barrica in casa anticipando il corrispettivo de La Notte dei Morti Viventi. Finale aperto in cui tutto è lasciato alla libera interpretazione del lettore. Un'autentica perla del terrore.

Non meno noto è Yours Truly, Jack the Ripper (1943), Cordialmente, Jack lo Squartatore, di un altro scrittore portato all'apice da Hitchcock: Robert Bloch. L'autore di Psyco, fornisce qua un'altra prova incentrata su una serie di omicidi, chiamando in causa nientemeno che Jack lo Squartatore. Bloch tornerà sulla questione col romanzo Night of the Ripper (1984), che sarà ambientato proprio nel quartiere di Whitechapel all'epoca dei delitti. Qua, invece, sceglie una via fantastica ed esoterica strutturata sull'idea che Jack lo Squartatore sia una sorta di alchimista che abbia trovato nell'assassinio la via per mantenersi giovane. Braccato da un improbabile ambasciatore britannico, il killer sarebbe sbarcato in incognito a Chicago (città in cui Bloch ambienterà il celebre American Gothic) e ucciderebbe donne a cadenze regolari e secondo schemi rituali. Poco importa se sono trascorsi oltre cinquant'anni dalla catena omicida di partenza. Secondo il suo cacciatore, infatti, l'assassino avrebbe compiuto una lunga scia di delitti in giro per il mondo, spostandosi di volta in volta da un posto all'altro. 
Si dice che in cambio dell'offerta di sangue, le divinità infernali concedono benefici, se l'offerta di sangue viene fatta quando la luna e le stelle si trovano nella giusta posizione e con le cerimonie appropriate.” Basato su un'ottima premessa e su descrizioni ambientali che rievocano le atmosfere di Whitechapel, il racconto si perde in un finale dove Bloch forza la storia con un colpo di coda all'insegna della sorpresa. Anche questo racconto era già apparso in due precedenti antologie.

Un altro celebre elaborato, più volte trasposto al cinema ed evidente ispirazione per la narrativa dello scrittore fantascientifico Robert Sheckley, è The Most Dangerous Game (1924) dello sceneggiatore pulp (due nomination agli Oscar) Richard Connell. Tradotto come "La Preda Pericolosa" (ma anche come “La Partita più Pericolosa”, “La Selvaggina più Pericolosa”, “La Preda Umana” e ”Lo Sport più Pericoloso”) e già proposto in Italia in quattro precedenti uscite, tra cui l'antologia 25 Racconti del Terrore (Vietati alla Tv), si tratta di un racconto che fonde l'orrore gotico con quello marinaresco e l'azione, anticipando di molti anni pellicole quali Rambo II e soprattutto Predator. Per l'anno di uscita, è un piccolo capolavoro d'azione che risente delle atmosfere di romanzi come Dracula. Un celebre cacciatore in viaggio verso i mari del sud si ritrova, naufrago, su un'isola dove trova ad accoglierlo un generale russo di nome Zaroff. Quest'ultimo è l'unico abitante dell'isola, se si eccettua il suo maggiordomo muto. Zaroff ha costruito sull'isola una reggia dove si diletta nel suo passatempo preferito, la caccia alla preda più pericolosa: l'uomo. Ha infatti escogitato una maniera per fare incagliare le imbarcazioni di passaggio al cospetto dell'isola, così da costringere i marinai ad approdare sulla terra ferma e qui cacciarli, non prima di averli forniti di armi e aver dato tempo loro di nascondersi. Insomma, un antesignano di serial killer quali Robert Hansen e Ivan Milat. Braccato dal generale, il protagonista venderà cara la pelle con trappole e soluzioni in largo anticipo sulla successiva esperienza vietnamita.

Un altro racconto famoso, trasposto nel 1960 nella serie televisiva Alfred Hitchcock Presenta (con le interpretazioni di Steve McQueen e Peter Lorre) ma soprattutto ispirazione per l'ultimo episodio del film Four Rooms (1995) diretto da Quentin Tarantino, è Man from South (1948) dello scrittore e sceneggiatore inglese Roald Dahl. Si tratta di un altro nome importante, sceneggiatore di Agente 007 – Si vive solo due volte (1967) e soprattutto autore di romanzi quali La Fabbrica di Cioccolato, Il GGG e Le Streghe poi portati al cinema rispettivamente da Tim Burton, Steven Spielberg e Robert Zemeckis.
Con L'Uomo del Sud Dahl offre ai lettori un divertissement sulla febbre del gioco d'azzardo. In un'isola caraibica, un uomo attempato sfida un giovane americano a una bizzarra scommessa. Se il giovane riuscirà ad accendere per dieci volte di fila il proprio acciarino senza alcun flop, l'altro si impegnerà a cedergli a titolo gratuito la sua Cadillac. Caso contrario il giovane subirà l'amputazione del mignolo. Bel ritmo e ottimi dialoghi, con un finale sarcastico che sarà modificato da Tarantino.

Spiccano inoltre per qualità due racconti incentrati sulla magia occulta e su quella da show. Il curatore dell'antologia Robert Arthur, autore di diverse sceneggiature della serie Ai Confini della Realtà e Alfred Hitchcock Presenta, regala col suo Eyewitness (1939), Testimone Oculare, il racconto più adrenalinico dell'antologia. Un mentalista ante litteram fornisce l'aiuto decisivo per permettere alla polizia di arrestare un attore di Hollywood che ha approfittato di un blackout cittadino per uccidere e occultare il cadavere della moglie. Notevole seconda parte, giocata sulla pressione psicologica messa in atto dal mentalista a carico del principale sospettato, con uno studio sul linguaggio corporeo di quest'ultimo utilizzato per individuare il luogo di occultamento del cadavere e far cadere in trappola il killer. Bella la parte finale all'interno di un villaggio cinematografico, tra set western e ricostruzioni di ambientazioni egizie. “Esiste sempre un testimone oculare” afferma il mentalista: l'assassino.

Un altro mago da palco protagonista lo troviamo nel racconto Black Magic (1938), Magia Nera, scritto da Sax Rohmer (l'ideatore del Fu Manchu). Si tratta di un elaborato estremamente interessante, in quanto al centro dell'indagine vi è un personaggio palesemente costruito su Aleister Crowley (qua chiamato Servius Jerome). Si parla infatti di un truffatore (“uno dei più astuti criminali viventi”) espulso dalla Sicilia, dopo la morte di alcuni suoi accoliti avvenuta in un tempio (“di Adone”) dedicato a una religione di ideazione del manigoldo (il riferimento va a Cefalù e all'Abbazia di Thelema). “In cambio di somme molto considerevoli, iniziava le sue vittime a strani riti. La rovina e, in tre casi, la morte aveva segnato il suo passaggio in Europa.” Jerome è un seduttore che calibra ogni azione sugli altri. Nella fattispecie ha adescato la figlia di un milionario, convincendola di volerla sposare. In realtà ha messo in piedi una farsa al fine di estorcere denaro alla famiglia della giovane così da non sposarla in cambio di soldi. Sax Rohmer, che con Crowley aveva fatto parte dell'Ordine Esoterico della Golden Dawn, si allinea a quanto fatto in precedenza da colleghi quali Somerset Maugham (The Magician, 1908) e Dennis Wheatley (The Devil Rides Out, 1935) per fornire un'immagine laida e subdola di Crowley.
È la magia la grande protagonista della storia, in una sorta di scontro tra operatore occulto e illusionista da spettacolo (tale Bazarada). Prevalerà il secondo, nonostante le apparenze iniziali, con un colpo di scena finale di grande effetto. “La magia è il potere di controllare il prossimo.”


Sceglie la strada del divertimento Percival Wilde col suo P.Moran, Diamond Hunter (1947). Pur essendo lo scrittore meno noto del lotto, Wilde fornisce un'esilarante parodia del genere, utilizzando quale protagonista un imbranato indagatore che si vanta di aver preso 60/100 alla seconda lezione per divenire detective. Il disgraziato proverà a venire a capo del mistero legato alla scomparsa di un lotto di diamanti dall'abitazione di un facoltoso collezionista. Quest'ultimo, intenzionato a recuperare il maltolto, ha congelato lo stato dei luoghi così da consentire a chi di dovere di capire dove siano finiti i diamanti, dando per scontato che nessuno dei suoi ospiti della sera appena trascorsa
(tutti collezionisti) li abbia occultati su sé stesso. Sarà la giovane fidanzata dell'indagatore, grazie ad acute capacità di osservazione e alla presenza di oggetti estranei rivenuti a terra, a risolvere l'arcano. Prima di ciò però andrà in scena la distruzione di molti degli oggetti di valore del proprietario della casa, con l'improvvisato indagatore che si dirà, ogni volta, certo di aver compreso il mistero citando uno scrittore di volta in volta diverso e specialista del giallo. Siamo nell'ambito del giallo comico.

Pur se gradevoli da leggere, piacciono meno gli altri cinque soggetti, senz'altro meno dotati sul versante della tensione. The Man Who Knew How (1933) di Dorothy Sayers è probabilmente il migliore ed è giocato sulla suggestione che è capace di sfociare in una vera e propria paranoia. La convinzione che un misterioso individuo conosciuto in treno sia l'autore di una serie di decessi, archiviati quali morti naturali dovute ad arresto cardiaco, trasforma una banale persona in assassino. Al centro della convinzione vi è uno strano scambio di battute avuto con il soggetto stesso (un burlone che si diletta nel sconcertare il prossimo), che, nel corso di un bizzarro scambio di battute, si è detto certo di aver ideato una modalità di assassinio in grado di sfuggire alle indagini degli inquirenti. La Sayers gioca sul fatto che un'idea, una volta penetrata nella mente di una persona, può divenire così catalizzante da indurre la stessa a pensare che ogni cosa gravi attorno a tale idea, così da tramutarsi in un'ossessione. “È davvero curioso come una particolare serie di circostanze, quando ha richiamato la nostra attenzione, sembri ossessionarci. Abbiamo l'appendicite: immediatamente, i giornali si riempiono di articoli dedicati a uomini politici che soffrono di appendicite, e a persone che ne muoiono...

The Chinese Puzzle Box di Agatha Christie mette in luce le abilità del celebre Hercule Poirot, indagatore protagonista di tanti romanzi di culto (citiamo Assassinio sull'Orient Express). L'indagatore è chiamato a offrire il suo aiuto a una damigella che afferma di essere ricattata da un estorsore. Niente di più facile per il nostro. Farà in modo di liberare dal giogo la giovane, ma i motivi che hanno spinto la donna a rivolgersi all'indagatore nascondono un'altra verità che non sfugge all'occhio attento dell'uomo. Piuttosto simile è The Treasure Hunt (1965) del maestro Edgar Wallace che, tuttavia, propone un indagatore decisamente provocatore e manipolatore. Odiato dai truffatori finiti in galera a seguito delle sue ricostruzioni, l'indagatore di Wallace riesce a risolvere il caso che gli è stato assegnato (la scomparsa di una donna) utilizzando a proprio vantaggio i propositi di un bandito che vorrebbe assassinarlo per vendetta e sottrargli il leggendario gruzzolo di denaro che, secondo le voci di corridoio, l'investigatore occulterebbe in un posto segreto. Una storia, dunque, dove la caratterizzazione e l'acume del protagonista assumono valenza superiore rispetto al valore della storia.

Puzzle for Poppy (1946) di Patrick Quentin è il classico giallo con al centro un animale domestico (qua un cane). Il timore di una tutrice circa il rischio che l'animale, un San Bernardo destinatario dell'eredità della padrona deceduta, possa venire ucciso dagli altri potenziali eredi trova conferma nei fatti. Un'attrice e suo marito, vicini di casa della donna, riusciranno a salvare il cane e a far scattare le manette per tentato omicidio, associazione a delinquere e detenzione illecita di sostanze tossiche agli aggressori. Questi ultimi, convinti di aver avvelenato il mangiare del San Bernardo sulla base di una semplice deduzione, finiranno per attentare alla vita della tutrice, perché non hano tenuto conto al fatto che la signora tiene più all'animale che a sé stessa. Racconto un po' ironico che segue la struttura del whodunit, tra una girandola di sospettati ed errori di valutazione determinanti ai fini della salvezza dell'animale.

Fiacco Treasure Trove (1928) di Tennyson Jesse che non è neppure un giallo. Il rinvenimento di un pugno di monete, dissotterrate da un terreno agricolo, è motivo di litigio tra due contadini che si sono sempre considerati fratelli, finché i soldi non si sono messi di mezzo. Lo scontro è così acceso da portare all'assassinio di uno dei litiganti. Parabola sulla valenza diabolica del denaro, a cui si ricollega un episodio biblico. Recuperato il malloppo, il narratore avverte uno strano flusso proveniente dalla monete. Si tratta di oggetti discoidali che riportano delle effigi romane, sono d'argento e... sono proprio trenta denari! Che sia il compenso di Giuda?

Dunque un'antologia vecchia, con racconti che hanno quasi cento anni e che, letta oggi, appare un po' superata e prevedibile. Molti racconti sono stati antologizzati più volte. Per l'epoca, tuttavia, era sicuramente una buona lettura e tuttora si presta per essere regalata a un giovane lettore che si appresta per addentrarsi nell'infinito mondo della narrativa mystery. Gradevole da leggere.

mercoledì 12 aprile 2023

Recensione Narrativa: IL BACIO DEL CRISANTEMO di Fausto Marchi.

Autore: Fausto Marchi.
Anno: 2023.
Genere:  Giallo.
Editore: Susil Edizioni.
Pagine: 200.
Prezzo: 18.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Terzo romanzo dello scrittore romano Fausto Marchi, ex adepto dell'Ordo Templis Orientis, che abbiamo già incontrato in occasione delle recensioni dell'horror lovecraftiano La Vestale di Dagon (2018) e della raccolta di tre sillogi di liriche intitolate Rime Gotiche (2021). Fausto Marchi è inoltre un nostro amico di penna intervistato, in esclusiva qui sul blog, nel corso del marzo 2021.

A distanza di due anni, lo ritroviamo in rampa di lancio quale autore del giallo ibridato da più generi che ha dato alle stampe, nel febbraio del 2023, col titolo Il Bacio del Crisantemo. Duecento pagine che hanno trovato nella Susil Edizioni lo sbocco per il mercato editoriale.

Marchi riparte laddove era giunto La Vestale di Dagon, di cui vengono meno le componenti erotiche, blasfeme e per certi versi horror, ma si confermano le ambientazioni, l'amore per sirene e altre creature marine rappresentate dall'estro pittorico di qualche artista maledetto, i piccoli ristoranti periferici in cui si degustano specialità ittiche e, soprattutto, l'ombra e la minaccia di un culto innominabile figlio della veneazione di divinità degli abissi acquatici. Si torna dunque a Roma, in quartieri più o meno ideati dalla fantasia dell'autore e legati ad antiche storie preromane, in cui si narra di idoli di derivazione fenicia e siriaca dedicati a Dagon e ad Atargatis. Si ripresentano quindi gli echi di Howard P. Lovecraft, ma anche l'evidente passione per le creature fantastiche del mare (sirene, kraken, piovre e via dicendo) e soprattutto torna a spiccare la passione per la pittura dark. Quadri, sculture e coltelli rituali sono gli elementi che conferiscono linfa al mistero su cui si troveranno a indagare due comuni cittadini che uniranno le forze per motivi diversi. Il protagonista, uno scrittore di romanzi gialli che viene costantemente pressato dal suo editore, cerca di trovare l'assassino di un caro amico, muovendosi sui pochi indizi dallo stesso rivelategli poche ore prima della misteriosa morte. L'altra, una giovane ragazza dai modi sbarazzini e dall'atteggiamento psicologico borderline nonché più volte finita nei guai per spaccio di sostanze stupefacenti e commercio internazionale di opere d'arte, si unisce all'indagine in quanto convinta dell'esistenza di un rebus che possa portarla a scoprire tre statuette di incommensurato valore legate a culti pagani. Al centro dell'intreccio, infatti, vi sono una serie di opere di un pittore russo, che potremmo definire bohémien e maledetto, per i suoi modi anticonformisti, la passione per l'occultismo, l'uso smodato di alcool e oppio, il gusto per il bizzarro, le frequentazioni in locali equivoci e soprattutto un odio smodato verso la società perbenista di inizio novecento. Proprio attorno a questo personaggio, Ivan Ostrosky il suo nome, si dipana un intrigo che dal fantastico lovecraftiano si sviluppa verso altri lidi, quelli del vero e proprio giallo all'italiana.

Tutto ha inizio con un omicidio, di cui il lettore viene informato a fatto già compiuto (il romanzo inizia durante un funerale). Marchi gestisce il soggetto guardando da un lato alla narrativa hard boiled dei pulp americani degli anni trenta legati alla produzione di Mike Spillane e Dashiell Hammett, dall'altro alla cultura decadentista francese, senza dimenticare l'organizzazione di storia sullo stile dei gialli di Dario Argento, quest'ultima fondamentale nella costruzione e nella presentazione del prodotto. Dalla prima corrente arrivano i dialoghi sporchi di alcuni personaggi, il vero e proprio culto per l'alcool, a cui spesso i protagonisti ricorrono degustando cocktail la cui realizzazione viene spiegata al dettaglio; sempre legato all'hard boiled è la scelta di lasciare in un ruolo marginale la polizia, rappresentata da un burbero commissario che finisce costantemente superato dagli indagatori amatoriali. L'anima decadentista, invece, viene incarnata da una coprotagonista esperta d'arte (echi di Huysmans) che, un po' come Sherlock Holmes, ricorre all'oppio e all'eroina da fumare pur dimostrandosi sveglia e intelligente nei momenti apicali della vicenda. Un personaggio quest'ultimo ambiguo, su cui, fino alla fine, Marchi lascia un velo di sospetto, nella sua costruzione sullo stile del cosiddetto whodunit. Il tutto, come abbiamo anticipato, viene tenuto unito da un'organizzazione di storia che sposa uno schema prettamente argentiano, caratterizzato da un continuo oscillare tra momenti di tensione e altri di rilassamento, con due soggetti che ricordano per il loro rapporto Daria Nicolodi e David Hemmings nel film Profondo Rosso. Anche qua abbiamo infatti un operatore dell'ingegno, nella fattispecie uno scrittore, che indaga per conto proprio scavalcando la polizia e mantenendosi con i pochi proventi che gli arrivano dai romanzi pubblicati. Su tale canovaccio, Marchi monta un ulteriore elemento di sviluppo della vicenda ovvero quello della caccia a un tesoro nascosto, seguendo uno stilema che da Stevenson, il riferimento va a Treasure Island (“L'Isola del Tesoro”, 1883), si muove verso quegli spaghetti western legati all'idea di mappe più o meno immaginarie riprodotte e spalmante su diversi supporti (nella fattispecie quadri e manici di coltelli cerimoniali), quasi a voler innescare un gioco dagli esiti tragici e burloneschi che strizza l'occhio alla vicenda dei falsi d'autore di Modigliani e, al contempo, propone un antiquario perverso che rievoca il Kazanian di Inferno (1980) di Dario Argento.

Da sottolineare infine alcuni capitoli in cui Marchi parla dei viaggi appiedati del suo protagonista per le vie di Roma, dei pellegrinaggi senza meta che ricordano molto da vicino L'Arte del Vagabondaggio (1924) di Arthur Machen, con quartieri reali che appaiono sotto una diversa ottica grazie a particolari che sfuggono ai passanti impegnati nella frenesia della vita di tutti i giorni.

L'approccio è quello del giallo cinematografico. Il Bacio del Crisantemo, infatti, ben potrebbe essere trasposto, anzi sembra proprio essere la traduzione narrativa di una sceneggiatura per il cinema o la fiction televisiva, giocando su contenuti non violenti o spinti. I dialoghi, infatti, sono molto presenti, così come il gusto per l'immagine.

Veniamo ora ai difetti o, comunque, agli aspetti che potrebbero far storcere il naso a qualche lettore. Sebbene il romanzo goda di uno stile di scrittura molto agile e flessibile, peraltro indirizzato a un pubblico di qualsiasi età, si notano molti piccoli refusi, che non inficiano la lettura ma denotano alcune disattenzioni e che saranno eliminati nella seconda edizione. Tra queste vi è l'indicazione della presenza di una sicura (modello semi-automatica) su un revolver di marca Colt (che credo proprio esserne sprovvisto) o il vezzo di alimentare un gatto con del latte (prodotto solitamente intollerante a un felino) riscaldato e, per giunta, ben zuccherato (lo zucchero è un prodotto da evitare!!!).

Il ritmo è buono, ma forse troppo spesso rallentato. Marchi, infatti, lavora soprattutto sulle caratterizzazioni dei personaggi coinvolti nella vicenda. I suoi "attori" non sono dei semplici fantocci ma hanno, ognuno di loro, caratteristiche fisiche, comportamentali e psicologiche assai diverse. Vi è persino chi è affetto da malformazioni che lo portano a sviluppare veri e propri deliri paranoici. Marchi centra in pieno l'obiettivo di creare personaggi credibili, delineando degli evidenti stacchi psicologici tra un individuo e l'altro; uno sforzo, tuttavia, su cui tende a insistere troppo. In altre parole, vi sono scene simili, in cui vediamo i personaggi farsi la doccia (un'attività che qua è pressoché continua), prepararsi cocktail, amoreggiare tra loro o degustare cibi più o meno esotici. Un vezzo questo che rievoca certe lungaggini che hanno portato più di un critico a puntare l'indice su un romanzo come The Night Land ("La Terra dell'Eterna Notte", 1912) di William H. Hodgson accusato di eccessiva verve descrittiva.

L'epilogo, infine, è un evidente omaggio al giallo delle edicole degli anni cinquanta e sessanta, modalità poi ripresa dai thriller cinematografici italiani del ventennio successivo, con il protagonista che spiega all'assassino come abbia capito il mistero, mentre questo finge di essere innocente salvo sbottare nel momento della rivelazione finale.


Il Bacio del Crisantemo è dunque un giallo che prende le mosse dal weird per piegare all'hard boiled all'insegna di quegli intrecci, penso a romanzi come Attento alle Rosse, Berty (1968) della serie I Gialli dell'F.B.I. a firma George Simeon (pseudonimo di Pino Belli, più noto con lo pseudonimo Max Dave), In The Frame (pubblicato nella serie I Gialli Mondadori col titolo "Una Tela Rosso Fuoco", 1976) di Dick Francis o il racconto presente nell'antologia The Dark Side (Einaudi, 2006) intitolato Herbert in Motion (1996) di Ian Rankin, che ruotano attorno a indagini su quadri rubati, falsi d'autore e che, per questo, si legano alla passione per l'arte, delineando un vero e proprio sotto filone del giallo. Dunque un romanzo particolare, forse non superiore a La Vestale di Dagon ma, indubbiamente, più originale e personalizzato, con un coinvolgimento del lettore che resta per tutto il corso della lettura garantito.
 
 
"Tu sei trasgressiva per natura, un'autentica borderline; le situazioni torbide ti attraggono come il polline per le api; anzi, aggiungo che tante cose le fai per puro divertimento, senza una reale necessità economica."

mercoledì 29 marzo 2023

Recensione Saggi: STORIA DEI LICANTROPI di Luca Barbieri.



Autore: Luca Barbieri.
Anno: 2011.
Genere:  Saggio.
Editore: Odoya.
Pagine: 380.
Prezzo: 20.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
Bibbia assoluta sui licantropi e, più in generale, sui mutaforma di tutte le tradizioni del mondo.

Luca Barbieri, redattore della Sergio Bonelli Editore, cultore della tradizione western nonché autore dell'antologia weird western Five Fingers, regala qua un libro diverso rispetto alle tematiche di cui è solito interessarsi. Ricordiamo infatti l'ottimo saggio Storie di Pistoleri (Odoya, 2010) per non parlare delle sceneggiature per i fumetti Tex, Zagor, Martin Mystere e Dragonero. Luca è stato altresì vincitore del Premio Rill e terzo classificato al Giovane Holden. Il suo Storia dei Licantropi è un qualcosa di molto diverso, sebbene il marchio dell'autore trapeli nell'interesse continuo per il western che non manca di palesarsi. Siamo infatti alle prese con un lungo e articolato viaggio nel mondo dei licantropi, tra leggenda, religione, criminologia, mito e cultura di massa. Barbieri, che conosco da quasi venti anni avendolo avuto da narratore in antologie da me curate (I Bastardi senza Storia, 2012) oltre che ad aver condiviso con lui l'editore dei primi passi (Il Foglio Letterario di Piombino), mette al servizio del lettore tutto il suo talento. Supportato dall'accattivante veste grafica che solo l'Odoya riesce a garantire, lo scrittore ligure presenta la materia con una semplicità tale da non rendere mai pesante la lettura e, al tempo stesso, senza tralasciare l'importanza dei contenuti. Lo studio, mai banale, prende l'abbrivio dalla mitologia e dal confronto col vampiro (talvolta promiscuo e coincidente, talaltra subordinato), per proseguire col folklore, l'antropologia, le distinte morfologie secondo i vari resoconti, gli usi dei guerrieri (soliti vestirsi con pelli di lupo o di orso) in cerca di stimolare l'istinto e l'ardore bestiale. Non da ultimo l'atteggiamento dell'inquisizione, annebbiata dalla convinzione di vedere nel mito licantropico la mano di satana o la maledizione di Dio. Ecco così i verbali di confessioni più o meno estorte o rese da invasati dediti all'uso di sostanze psicotrope, caratteristica legata anche alle pratiche di sciamanesimo da cui il mito del licantropo prende avvio. Quindi il lato psicotico, clinico, la relazione con malattie quali la rabbia, la porfiria o l'ipertricosi e di come queste abbiamo influito sulle azioni di criminali convinti di tramutarsi in mostri e in tale veste andare in giro a fare scempi e omicidi. Ma non c'è solo questo... Dalla realtà alla finzione il passo è breve e, al tempo stesso, inevitabile, in quanto niente che faccia parte del mito è scevro dall'essere rimasticato, rinnovato e riproposto dalla cultura moderna dall'ottocento a oggi. Ecco allora il licantropo nella letteratura, nel fumetto, nel cinema e persino nei videogiochi, basti ricordare il celebre Altered Beast della casa di produzione giapponese Sega. Barbieri non tralascia niente e non si limita a una panoramica, cerca, piuttosto, di approfondire i vari aspetti e di farlo in un ordine cronologico, così da mostrare lo sviluppo delle tematiche attorno alla figura del licantropo. Il lupo, tuttavia, non è il solo animale in cui l'uomo, a quanto pare, può trasformarsi al palesarsi dei certi elementi propedeutici. Barbieri indaga sui mutaforma dell'Africa, del Sud America e dell'estremo oriente, in una visione a trecentosessanta gradi dove niente viene lasciato addietro. Aneddoti, cronache, leggende, sguardi sul mondo western con particolare attenzione alle credenze dei pellerossa e ai romanzi di Valerio Evangelisti (che è anche prefattore). Vengono sconfessati miti (quello del morso che infetta o delle trasformazioni legate al sorgere della luna piena), confermati luoghi comuni sulla figura (quali la necessità delle pallottole d'argento o di altre armi legate a questo particolare metallo per uccidere la bestia), rivelate dicerie, convinzioni, tra trame di libri e film che si prestano per dare vita a flash su dietro le quinte e curiosità, tra registi, attori, sceneggiatori e addetti agli effetti speciali. C'è inoltre una lunga parte concentrata sulle leggende italiche, proposte regione per regione, correlate ai mutaforma. Quali bonus track vi sono omaggi a creature criptozoologiche come il chupacabras e il wendigo  che col licantropo hanno poco da spartire.
Trecentocinquanta pagine illustrate per venti euro di prezzo. Una sola parla in conclusione: imperdibile.
 
La dedica sulla mia copia.
 
"Sciamano intossicato dagli allucinogeni, guerriero in preda a una rabbiosa furia, malato di mente ossessionato dai propri deliri, bracciante che si abbandona a sfrenata estasi, assassino che lega i propri istinti criminali ai moti della luna, ostile e schivo misantropo che cerca la solitudine di boschi e foreste, profano dell'occulto affiliato a qualche antica fratellanza, professionista di erbe e pozioni perseguitato dal Sistema, sfortunato essere umano colpito da una malattia devastante e rarissima... in queste forme il licantropo esiste."

sabato 25 marzo 2023

Recensione Narrativa: E IL SUO SORRISO ESPANDERA' L'UNIVERSO di Gwendolyn Kiste.


 
 
Autore: Gwendolyn Kiste.
Titolo Originale: And Her Smile Will Untheter the Universe.
Anno: 2017.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Independent Legions (2022).
Pagine: 168.
Prezzo: 21.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Primo libro in assoluto a essere presentato in italiano della giovane americana Gwendolyn Kiste, che l'anno successivo all'uscita della presente antologia And Her Smile Will Untheter The Universe (2017) vincerà il Bram Stoker Award col romanzo The Rust Maidens (2018) e lo bisserà in altre due occasioni.

Alessandro Manzetti la presenta in anteprima sul numero 3 della rivista Molotov per poi dare alle stampe, nel maggio 2022, il suo primo volume in lingua italiana.

Recensitrice teatrale presso il Pittsburgh City Paper nonché regista indipendente, Kiste è un'autrice dark fantasy che dimostra di avere a cuore il mondo femminile, i diversi e la lotta contro i soprusi di qualunque natura essi siano, lasciando intendere di esserne stata lei stessa vittima in adolescenza. Cresciuta nel segno dell'horror, sua grande passione, con E il Tuo Sorriso Espanderà l'Universo traccia le coordinate di un'antologia anti-fiabesca dove al centro di tutto sono le donne e le ragazze, lasciando ai margini la figura degli uomini (sia che siano padri, educatori o fidanzati) visti come irrispettosi, egoisti e intenzionati a relazionarsi con la donna quali padroni che seguono unicamente i loro propositi.

Quattordici racconti, tra cui quello che da il titolo al volume, per una lunghezza complessiva di 167 pagine e con estremi costituiti da racconti di quindici pagine contrapposti ad altri di tre abbondanti.

Prevale una componente psicanalitica e metaforica, all'insegna del surreale e del grottesco. Kiste cerca di stimolare la componente emotiva del lettore, meglio se femminile per una più agevole immedesimazione nei personaggi di volta in volta funestati da problemi, minacce o incomprensioni. La struttura dell'intreccio va in secondo piano, così come i contesti di riferimento restano quasi sempre sfumati. Assistiamo a fatti incomprensibili senza che se ne capisca la ragione, come una madre che genera uccelli venendo per questo isolata da tutti ma non dalle sue creature (Qualcosa Preso in Prestito. Qualcosa di Blu) o come un gruppo di donne costrette di continuo a ricoprire i propri scheletri con la pelle estirpata al prossimo, così da muoversi liberamente in società (Pelle come Miele e Pizzo). In altre parole non vengono spiegate le premesse né le conclusioni dei casi bizzarri che tengono viva l'attenzione. Il lettore viene lanciato al cospetto di un fantastico sovente iperbolico, dando tutto per scontato o, in alternativa, subendo la cosa senza indagare al riguardo. Così assistiamo a storie distopiche dove si intuisce esser successo qualcosa che ha modificato la società e i sistemi educativi. In Dieci Cose da Sapere sulle Dieci Domande una sconosciuta epidemia porta all'improvvisa e progressiva smaterializzazione di tutti coloro che si sentono inadeguati. Invece di far luce sul fenomeno, i medici e i professori della scuola pensano a proporre dei test psicologici in grado di scoprire ed emarginare quali “devianti” coloro che sono destinati a finire preda dell'insolito virus. Qualcosa di simile avviene in Campo Estivo, dove un centro ludico si trasforma in lager (rimandi velati ai forni crematori) di educazione distorsiva dei futuri cittadini, attraverso un lavaggio del cervello che passa dalla proposizione di una serie di immagini legate al culto della violenza, a cui i ragazzini, pena supplizio, devono reagire sorridendo e divertendosi. Qui la Kiste, riprendendo la saga filmica de La Notte del Giudizio, accenna ai “Giorni Rossi” quale eventi straordinari previsti dal calendario in cui è concesso dar sfogo, durante l'anno, alla violenza repressa (eppure alimentata in gran segreto).

Atmosfere distopiche e fantascientifiche anche per Pelle come Miele di Pizzo, forse il miglior racconto dell'antologia. Qui la Kiste affonda nell'extreme horror proponendo una forma evoluta (o involuta) di umanità, alternativa alla “normale”, che è rimasta priva di carne e pelle e che se ne va in giro in forma scheletrica, salvo coprire il "corpo" con la pelle estirpata ai “normali” in modalità Buffalo Bill ne Il Silenzio degli Innocenti. Bello il finale dove si muove una critica all'apparenza del corpo per esaltare l'importanza di ciò che sta sotto. L'amore infatti è un altro dei temi centrali dell'antologia e tocca il suo apice nel visionario La Sposa di Lazzaro, in cui si ribadisce il pessimismo dell'autrice che vede l'amore quale un incendio che brucia tutto nell'immediato per trasformarsi in qualcosa di morto dopo la passione iniziale, poiché non si può pretendere di controllare e modificare chi ci sta al fianco. Anche qua abbiamo una situazione surreale rappresentata da una donna che, per motivi imprecisati, prende fuoco ogni notte e si incenerisce salvo rinascere dalla cenere a ogni risveglio. 
Rappresenta l'incubo della gravidanza Qualcosa Preso in Prestito. Qualcosa di Blu che ricorda molto da vicino il più qualitativo L'Incubatrice di Paolo Di Orazio, con una donna vittima di un loop di gravidanze misteriose che la portano a partorire, invece di ibridi alieni, degli uccelli.

Si indirizzano verso l'anti-fiabesco racconti come Tutte le mele rosse sono appassite diventando grigie e Le Principesse della Torre. Nel primo si ribalta la fiaba de La Bella Addormentata. Un campo fatato (o maledetto) diviene motivo di speranza e di sogno (su cui altri lucrano) delle famiglie che hanno in casa una giovane ragazza. Le ragazze che mangiano una mela del campo, infatti, cadono preda di una narcolessia da cui potranno riprendersi solo col bacio dell'atteso principe azzurro. Risvegliate all'insegna dei festeggiamenti, si troveranno schiave di una vita nuziale che non sarà come si sarebbero aspettano, poiché non avranno alcuna voce in capitolo sulle scelte da fare. L'altro racconto è molto più originale e propone, senza che se ne spieghi la ragione, un misterioso sortilegio per il quale alcune bambine di dieci anni sviluppano, d'improvviso, una corazza (una sorta di burka metallico che lascia scoperti solo dei buchi per alimentare e recuperare i bisogni fisiologici) che le avvolge da capo a piedi portandole a essere viste come fenomeni da baraccone (ovviamente da isolare) e, al contempo, quali esseri protetti da un guscio invalicabile da bulli e potenziali stupratori. Kiste è brava a costruire sotto questa traccia una storia d'amore saffico tra una normale e una diversa che, ovviamente, porterà la famiglia della protagonista a prendersela con la stessa, accusandola di essere malata e vedendola quale colpevole persino di un tentativo di stupro operato nei suoi confronti da un manipolo di compagni di scuola.

Non mancano i racconti horror più classici. L'Uomo nel Ripostiglio è una sorta di omaggio a I Ratti nel Muro di Lovecraft, giostrando il tutto con l'idea dell'amico immaginario; Audrey di Notte è una ghost story abbastanza convenzionale incentrata sulla vendetta mossa da una giovane suicida contro il fidanzato che l'ha tradita unendosi con la sua migliore amica; Attraverso la Terra e il cielo propone i malefici di una strega che intende perseguitare il marito della sorella reputandolo responsabile della morte della stessa; Il Requiem della vasca con i piedini parla di ingerenze familiari e della follia di una ragazza che non accetta il suicidio della sorella rifiutandosi di ripulire la vasca dove questa si è tagliata le vene; Trovami Mamma invece fa leva sul dolore di una madre che ha perduto per malattia la giovane figlia, ma si convince che questa giochi ancora a nascondino in casa (venendo per questo abbandonata dal marito); E il suo sorriso espanderà l'universo, infine, propone l'ossessione di un cinefilo convinto di poter entrare in relazione empatica con un'attrice deceduta cinquant'anni prima, guardando i cinque film che l'hanno vista protagonista (ci sono rimandi al film Videodrome e all'omicidio cui fu vittima Sharon Tate).


Alla fine esce fuori un quadro dedicato agli emarginati e ai diversi, attraverso il quale Kiste scarica tutta la sua ira sugli insensibili, sugli egoisti e su chi vorrebbe rendere omogeneo il genere umano. Le tante protagoniste femminili, tutti i racconti propongono donne nel ruolo di protagoniste, sono contornate da soggetti insensibili, esseri pronti ad abbandonare chi è in difficoltà (sia che sia una figlia, un'amante o un'estranea) e a non comprendere i diversi punti di vista. Se ci sono dei complici questi non possono che essere altre donne (solo in due casi abbiamo il concorso di masch). La realtà che sembra emergere è quella di un mondo che propone due alternative: o si scende a patti con la società o si viene isolati. Nelle storie della Kiste, però, arriva sempre il moto di ribellione. E così ecco l'universo esplodere (E il suo sorriso espanderà l'universo), il terreno fatato prendere fuoco (Tutte le mele rosse sono appassite diventando grigie), gli infelici accedere a quarte dimensioni (L'Uomo nel Ripostiglio) o i cattivi morire per effetto di malefici.

Piacerà moltissimo alle ragazze mentre, a mio avviso, sarà meno apprezzato dai maschi per il voler puntare troppo sulla componente emotiva a danno degli intrecci (non più che accennati).

Da un punto di vista editoriale. Si fa notare che l'edizione è un'hardcover, dunque copertina rigida, non proprio economica e non scevra da refusetti (niente di irresistibile). Può piacere e, a quanto pare, ha venduto piuttosto bene.
 
L'autrice Gwendolyn Kiste.
 
 
"Non puoi domare il fuoco. Puoi provare a contenerlo o estinguerlo del tutto, ma se lo neghi, neghi l'essenza di ciò che lo fa accendere, ciò che lo rende selvaggio, ciò che ci fa amare le cose che non possiamo controllare."

lunedì 20 marzo 2023

Recensione Narrativa: LA STREGA DEL RITANO di Daniele Vacchino.

Autore: Daniele Vacchino.
Anno: 2022.
Genere:  Giallo.
Editore: Novilunio Stampe Amatoriali.
Pagine: 292.
Prezzo: 15.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
La Strega del Ritano è un giallo dalla sostanza estremamente tragica che ci permette di incontrare di nuovo lo scrittore vercellese, classe 1982, Daniele Vacchino. Penna elegante e colta che, per motivi personali, predilige muoversi nell'ambito dell'editoria indipendente se non, come in questo caso, delle autoproduzioni.

Già letto e recensito in occasione del dittico di racconti (uno di Davide Rosso) ricompreso sotto il titolo Ritualis, edito da Il Foglio Letterario di Piombino, Vacchino presenta qua un romanzo dalla struttura solida, che getta luce sul mondo rurale della provincia piemontese (i fatti vanno in scena a Sallugia) e sul periodo oscuro degli anni venti del secolo scorso (rappresentati dal clima di sospetto verso i dissidenti del regime fascista). Cadenzato dal lento imporsi del fascismo (c'è una sorta di parallelismo col delitto Matteotti e le falsità che stanno alla base della ricostruzione dell'omicidio), il romanzo procede lentamente a ritroso, seguendo l'indagine condotta da un investigatore privato improvvisato. Matteo Comisso, guardiano di chiusa sul fiume Dora Baltea, si trova, suo malgrado, a cercare di far luce sulla scomparsa di una giovane ragazza che ha visto, in lontananza, passare di notte sul ponte prospicente alla sua abitazione. Una sagoma evanescente seguita, a distanza, da un uomo. Visto con sospetto dai carabinieri della vicina Livorno Ferraris, in quanto cacciato da Torino dall'insegnamento per idee politiche non allineate all'emergente movimento di Mussolini (e solo per questo considerato un potenziale delinquente), Comisso riuscirà a superare le superstizioni locali e i sospetti per venire a capo del mistero.

Tutto ruota sui sospetti che insistono sulle posizioni di quattro distinti personaggi. Dietro i contorni gialli, in aggiunta, vi è un substrato da ghost story (a inizio romanzo prevalente) fatto di credenze e rimedi popolari adottati per arginare l'azione di un presunto spirito a caccia di vendette (chiamato “La strega del Ritano”). "La violenza subita dalla giovane l'aveva imprigionata in un limbo di rabbia. Il torto patito aveva impedito alla sua anima di migrare sulle spiagge del paradiso e il suo fantasma reclamava vendetta. Un'invidia nei confronti dei vivi agitava le membra dello spirito stregato: era sua intenzione trascinare nelle tenebre dell'isola altre persone, per scaricare su di loro il male."
La storia si apre infatti con la scomparsa di una giovane vista misteriosamente penetrare nell'isola del Ritano, un luogo evitato da tutti i campagnoli in quanto teatro di un feroce omicidio avvenuto nei primi del novecento, senza averne più fatto ritorno. L'evento si verifica proprio in corrispondenza dell'apertura della tomba della ragazza che il paese ha ribattezzato “La Strega del Ritano” e che è la vittima dell'assassinio che ha portato all'abbandono dell'isola. Vacchino mette in dubbio la soluzione del primo omicidio. Forse l'assassino incarcerato dai carabinieri non era l'effettivo autore del delitto. Emergono infatti strane analogie, elementi ritornanti e atti di un vandalismo sacrilego che, in apparenza, sembrerebbero tutti ascrivibili a una medesima matrice. Lo sviluppo dell'indagine, a ritroso, è lento e riflessivo (Comisso torna spesso a radunare gli elementi raccolti così da interrogarsi sul loro significato e, al contempo, permettere ai lettori di metabolizzare con calma il tutto e tirare le fila del mistero). Nel romanzo non avvengono fatti, ma si lavora su quanto è già successo. Vacchino dimostra di possedere una profonda sensibilità (gli ultimi due capitoli sono addirittura commoventi) nel delineare i profili psicologici dei personaggi, ciascuno dei quali morso da un dolore profondo che ne tortura l'anima e che, di conseguenza, alimenta un possibile movente (gelosia, invidia, frustrazione e volontà di nascondere un evento che potrebbe sconvolgere la vita privata). Ne esce fuori un giallo colto, giocato sull'introspezione dei personaggi e dunque assai distinto dai meccanismi del pulp e del giallo popolare per il suo essere giostrato sulle coordinate della tragedia e del dramma umano piuttosto che sull'azione, sulla tensione e sul grandguignol. Al centro della storia infatti vi è un dolore che produce ulteriore disperazione, sebbene i soggetti si muovano tutti con nobiliari intenzioni, nonché un pessimismo che non si libera neppure nel finale, in un certo senso, ristoratore. L'attenzione per la cura delle ambientazioni è un altro dei punti di forza. Vacchino fa rivivere la Sallugia degli anni venti del novecento, con gli usi, le superstizioni e i passatempo dell'epoca. Emerge inoltre un'impostazione da cui si evince l'innegabile qualità di osservatore dei comportamenti umani posseduta da Vacchino. I personaggi si muovono a seconda di un linguaggio corporeo che, sovente, lascia trapelare meccanismi di difesa che vengono adottati per cercare di proteggersi dalle domande più imbarazzanti o per cercare di celare segreti destinati a essere scoperti. A poco a poco, infatti, trapelano dettagli che consentono a Matteo Comisso di comprendere sempre più il mistero su cui cerca di venire a capo. Lui stesso ha visto qualcosa, ma solo alla fine riuscirà a mettere a fuoco la visione. All'epilogo tutto diventa chiaro e logico in un romanzo in cui a spiccare, più che il soggetto, è lo stile aulico e curato di Vacchino, un autore meritevole di frequentare i salotti più alti del giallo italiano.

Il volume, dopo circa 270 pagine, in appendice, si chiude con la proposta di un ulteriore racconto, Rebus Notturno con Nebbia, che propone un omicidio commesso da due distinti soggetti agenti che si scoprirà poi essere, con l'artificio un po' forzato di una seduta spiritica, indotto e pianificato dalla vittima stessa.
In conclusione La Strega del Ritano è un giallo fruibile da lettori di ogni estrazione culturale e che potrebbe persino partecipare a selezioni extra-genere. La sua cura per il folklore campagnolo, per la delineazioni dei contorni di una società non più esistente e per il suo concentrarsi sui drammi che corrodono la psiche umana (vuoi per la perdita di un figlio, vuoi per l'impossibilità di poter manifestare un proprio credo o per non riuscire a trovare quella voglia di vivere che solo un amore può offrire) rendono il testo un volume non ascrivibile alla lettura di intrattenimento puro. La Strega del Ritano è un qualcosa di più elevato e in grado di smuovere la sensibilità del lettore. Il senso di amarezza e di tristezza, alla fine, prevalgono su tutto e lasciano l'idea di una visione disillusa della vita, dove il vero amore persiste a restare una chimera. A ogni buon conto, regge anche l'intelaiatura gialla. 

L'autore Daniele Vacchino.

"Era forse il senso di ridare linfa a un corpo dissanguato ad avere spinto all'azione Matteo? Donare animo a un cuore senza battiti poteva in fondo essere l'ultimo tentativo per infondere una spinta anche al suo, di cuore?"

sabato 18 marzo 2023

Recensione Narrativa: 5 BIGLIETTI PER UN DRIVE-IN di Mattia De Pascali.

Autore: Mattia De Pascali.
Anno: 2022.
Genere:  Antologia Horror / Grottesco / Satirico.
Editore: Cut-Up.
Pagine: 130.
Prezzo: 16.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Sfolgorante debutto in narrativa del regista/sceneggiatore indipendente Mattia De Pascali, dottore magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale e attualmente docente. Sebbene De Pascali sia conosciuto soprattutto nel circuito underground del direct to video (mondo dei dvd), grazie alla regia di film quali McBetter e Il Tuo Sepolcro... La Mia Alcova, la sua parentesi narrativa rischia di offuscare quella che dovrebbe essere la sua dimensione prediletta. De Pascali arriva alla narrativa per il tramite del cinema, più per necessità che per una scelta autoriale. L'impossibilità di trasferire sul digitale (una volta avremmo detto su pellicola) le sue idee, lo porta ad adattare per la carta stampata una serie di soggetti pronti a essere tramutati in sceneggiature per il cinema. È del resto notoria l'estrema difficoltà, persino per soggetti affermati, di realizzare un film, specie in materie, come quelle amate dall'autore, incentrate sul fantastico e sull'horror.
Per una porta che si chiude, però, ce n'è (quasi) sempre una che si apre, talvolta un vero e proprio portone. Grazie all'approdo alla Cut-Up, piccola casa editrice indipendente di La Spezia dotata di un catalogo dedicato al fantastico di assoluto rispetto dove trovano spazio Maestri quali Danilo Arona, Moreno Burattini, Stefano Fantelli, Paolo Di Orazio e Alessandro Manzetti, il novello scrittore di origini salentine ha messo in mostra al grande pubblico tutto il suo talento. Senza timore di smentite, 5 Biglietti per un Drive-In è uno dei debutti più promettenti, nell'ambito dell'editoria italiana di genere, che mi sia capitato di leggere negli ultimi venti anni. Si badi bene, scrivo questa affermazione libero da qualsiasi tipologia di legame con l'autore e l'editore.

Dieci storie, proposte quali immaginari dittici di un gruppo di cinque appuntamenti cinematografici da trasmettere in un ipotetico drive-in dedicato agli z-movie. Avventure scanzonate, talvolta violente e talaltra più allegre, ma tutte capaci di far riflettere i lettori senza mai dimenticare la necessità di intrattenere. Attraverso uno stile narrativo estremamente asciutto ed efficace, dietro al quale non può che nascondersi un lungo lavoro di revisione e di snellimento, De Pascali plasma avventure intrise di un'ironia dissacrante che si aggiunge all'iperbolicità delle situazioni proposte. La comicità si unisce alla narrativa di genere. Poco importa se lo stilema, di volta in volta seguito, sia legato alla fantascienza, all'horror, al poliziesco, al thriller, al peplum o al western. Dietro l'ilarità, De Pascali cela il dramma, l'amarezza per una società malata sotto ogni suo versante. Dunque un approccio estremamente maturo dietro l'apparenza della leggerezza e dello scanzonato. La lezione cinematografica offerta da registi quali John Carpenter e George A. Romero (citati indirettamente dai racconti) è manifesta e torna in auge in una generazione che sembra aver dimenticato l'importanza di un certo modo di fare cinema, cioè quello di sfruttare il genere per parlare di aspetti concreti dell'attualità. De Pascali è un innamorato del cinema di intrattenimento, dell'horror e dei momenti grandguignol, ma, al contempo, ha uno stile autoriale. In altre parole, predispone storie su più livelli di apprendimento. La superficie di genere, con ritmo spesso vorticoso e con situazioni accattivanti, è strutturata su un telaio dai contorni e dalle tonalità opposte a quell'ilarità percepibile a una prima lettura. Ecco che al lettore arriva un malessere, una feroce critica verso un mondo che probabilmente l'autore (difficile dargli torto) non reputa ottimale. Politica locale, politica internazionale, religione, scuola, democrazia, mondo medico sono solo alcune delle ispirazioni che fanno affondare i soggetti nel grottesco e, se vogliamo, nella satira. 5 Biglietti per un Drive-In diviene pertanto contenitore di generi e di argomenti, capace di intrattenere e per buona parte dei racconti (non tutti) regalare risate ai lettori, ma di quelle risate che alla fine svaniscono e si trasformano in altro, riflettendo bene su cosa si è riso, così da interpretare di nuovo il tutto, guardandosi attorno e notando che si sta ridendo di quanto noi stessi rappresentiamo quale parte integrante di una certa società. Va in scena la morte di noi stessi, della nostra anima rappresentata da quei sogni che avevamo da bambini, dalle idologie, dai credi religiosi e dalle aspirazioni poi tradite col passaggio in età adulta. Intuiamo dunque quanto siamo stati vittime delle manipolazioni mentali giostrate dai sistemi educativi, siano essi rappresentati dalla famiglia, dalla scuola o dalla religione. Stiamo così ridendo della nostra parte più intima, violentata e stuprata senza che noi si sia fatto nulla per preservarla e aiutarla a crescere. Ecco che 5 Biglietti per un Drive-In diviene un'antologia meritevole di ricevere riconoscimenti come il Premio Italia, quale migliore opera prima (e non solo).

APPROFONDIMENTO CON SPOILER
Premesso che siamo al cospetto di un lotto di dieci racconti tutti di livello estremamente qualitativo, sia per stile che per contenuto, è opportuno spendere alcune parole per ognuno di essi.

Il Punto più Basso nella Vita del Signor Massimo è probabilmente il capolavoro (si, avete capito bene) dell'antologia. Un delirio kafkiano che prende le mosse alla stregua del romanzo Dalle nove alle nove dello scrittore ceco Leo Perutz per ripiegare dalle parti di Lovecraft. Un nano che non riesce a trovare posto nel mondo del lavoro, di passaggio davanti a una scuola, si trova scambiato dalle bidelle quale fanciullo destinato al primo anno delle elementari. Condotto a forza nell'aula, scoprirà una realtà impazzita, dove i bimbi subiscono lavaggi del cervello condotti da professori alieni che tradiscono le loro sembianze umane. Echi di Essi Vivono di Carpenter, ma anche di Lovecraft, Kafka e Perutz si miscelano a forgiare una perla di rara potenza.
Gestito in modo maestrale è il western parodistico, ma con azione e momenti di tensione da vigore tarantiniano, Spara il Prossimo Tuo, col quale De Pascali omaggia il cinema di serie z (vuol essere un complimento) dei vari Mario Caiano (la protagonista è a caccia del cinese Shangai John, chiaro rimando allo Shangai Joe di cui al film), Demofilo Fidani (un personaggio si chiama Miles Deem) e Ferdinando Baldi (regista di Odia il Prossimo Tuo). Cadenzato da un soggetto folle oltremisura e incentrato sulla morte di un ragazzone nero intenzionato a ridurre le dimensioni del proprio pene per non essere troppo penetrante per il suo amante omosessuale, Spara il Prossimo Tuo è degno dei racconti western più comici della saga Brekinridge Elkins di Robert Ervin Howard. Protagonista è una donna dal nome alquanto evocativo (Squirt Evans) e in perfetta linea per l'epilogo caratterizzato da un'esplosione di acqua. Geniali, ma da saper cogliere, i costanti ammiccamenti dell'autore. Notevolissimi, come anche in altri racconti, i dialoghi cadenzati secondo i ritmi cinematografici.
Un altro racconto divertente come pochi altri mi sia capitato di leggere è Maciste contro i figli di Puulana (i giochi di parole sono ovviamente voluti). Qui a cadere sotto la lente deformante dell'autore è il peplum, a cui viene cucita addosso una critica sociale dell'odierna democrazia che in origine non competeva al genere. In azione abbiamo il vanitoso Maciste, un energumeno che vaga per lande romaniche per aiutare coloro che hanno bisogno del suo aiuto o che lui crede necessitino un suo intervento. Tutto forza e muscoli, ma niente cervello (tanto che gli rubano tutto) finisce vittima di un popolo (gli Ommemer, ovvero gli “uomini di merda”) che lo rinchiude fraudolentemente in una fogna dopo che ha compiuto l'ennesima idiozia. Esilarante il commento sulla democrazia, vista quale governo di un popolo attraverso l'espressione di una maggioranza dove tra i più pullulano i deficienti. Parodia allo stato puro, anche piuttosto estrema, eppure intelligente. Gli americani direbbero: funny.

Molto buoni, ma con un substrato tragico dove il divertimento non riesce a trapelare sono Il Deludente Caso del (quasi) Dottor Pontini e La mia Luna, i tuoi Farò. In diverso modo, si tratta di racconti che evidenziano il fallimento dei sogni dell'infanzia e, al tempo stesso, la chiusura mentale della periferia campagnola italiana o, più verosimilmente, del paesello meridionale. Tragico e disperato il primo, una sorta di riscrittura del mostro di Frankenstein (il mostro diviene tale per via del rigetto dell'umanità e non per una sua natura) filtrato da Lo Strano caso del Dottor Jekyll & Mr. Hyde (con colpo di scena finale), quanto melanconico, nostalgico e persino commovente il secondo (una vera e propria perla che ricorda una sequenza del film Keoma di Castellari). In entrambi i casi si registra il ritorno al paese di origine di un ragazzo che ha cercato l'affermazione nel mondo “civile” della città ma che, tuttavia, si accorge che non si può sfuggire dalle proprie origini sia per quanto riguarda i pregi che i difetti. Funge da unione dei due testi Non Tornerà, un thriller parodistico che parte dalla crisi economica che determina la chiusura dei bar per giungere a un attacco alla deriva della violenza sempre più invocata quale arma di difesa da delitti o presunte aggressioni (in realtà di scarsa sostanza).

Da evidenziare l'attenzione dell'autore sull'idiozia umana (bassezza di contenuti e valori) di dare lustro alla superficie delle cose, al culto del corpo contrapponendo tali aspetti alla dimensione interna e umana ovvero all'anima che contraddistingue (o che dovrebbe) un individuo dall'altro. Della serie bello è buono e brutto è cattivo. Eloquente è Il Regno dei Morti giocato sulla bella e viziata figlia di papà che si lamenta perché non può fare la vacanza che sognava e che si muove convinta e compiaciuta dal fatto che tutti le osservino il fondo schiena su cui ha lavorato per tutto l'anno. Un'egoista che non è poi troppo diversa dai vicini bagnanti che parlano, a suon di luoghi comuni, del fenomeno dell'immigrazione e sul fatto che certe popolazioni sanno solo lamentarsi, perché è nella loro natura vivere male e non migliorare. L'ironia beffarda di De Pascali giunge all'epilogo, quando un'invasione di zombi, intenti a camminare sul fondale marino (citazione a La Terra dei Morti Viventi di George A. Romero), si appresta a conquistare proprio quel mondo che è destinato a soccombere perché retto da lamentosi incapaci di vivere bene e propensi solo alla lamentela (leitmotiv della produzione dell'autore).

L'antologia viene poi completata da quattro ulteriori racconti, tra cui il fantascientifico Brain Runner, che si muove sulle coordinate offerte dal film Dreamscape (1984) dileggiando il fenomeno dei mammoni, della meritocrazia (assente) e dei politici inetti (da evidenziare i dialoghi volutamente sgrammaticati con cui si esprime il primo ministro), e il bellico Buck in Emant chiara parodia dell'intervento statunitense nella guerra del golfo (di cui il petrolio diviene l'unica ragione) con i soldati statunitensi destinati a diventare da potenziali stupratori a materiale di rifornimento per astronavi aliene (!?).

Forse meno riuscito è Il Ghigno, un delirio splatter intriso di ironia attraverso il quale viene suggerita una critica alla piaga della pedofilia che coinvolge i parroci, ma in cui non si salvano neppure i medici e il loro modo criptico di esprimersi dietro al quale, suggerisce l'autore, si nasconde l'incapacità di cogliere la vera natura del problema.


Per concludere, consiglio a gran voce l'acquisto di 5 Biglietti per un Drive-In. Un'antologia capace di intrattenere, divertire e, al contempo, lasciar trapelare evidenti critiche alla società contemporanea. Apprezzata dal regista Lamberto Bava, che ha curato una breve recensione, è composta da poco meno di centotrenta pagine per il modico prezzo di 16,90 euro. Da marzo 2023, disponibile anche su Amazon. Imperdibile.
 
L'autore Mattia De Pascali.
 
"Ma se avete questa possibilità di scelta, perché dunque vivete così male?
"Perché in questa città abbiamo qualche saggio ma anche tanti scemi. E' la maggioranza, straniero."

mercoledì 8 marzo 2023

Bando/Proposta per realizzazione di un'antologia dedicata alle SPICY HORROR STORIES a cura di Matteo Mancini.


SPICY HORROR STORIES
 
Selezione di racconti aperta a tutti




A cura di Matteo MANCINI.

Spicy Horror Stories è un progetto che ho avviato a metà marzo 2023, stimolato dalle letture di una serie di amici scrittori particolarmente capaci nel miscelare all'erotismo l'orrore della tradizione letteraria di fine ottocento/primi novecento e l'impulso cinematografico degli anni sessanta generato dai prodotti griffati Hammer, guardando, al contempo, al tentativo di ammodernamento operato dalle riviste pulp americane degli anni trenta e, successivamente, da quelle italiane degli anni sessanta e settanta, facendo riferimento, in particolare, alle serie KKK e I Racconti di Dracula. Potrebbe essere un'idea, giusto per comprendere il genere, pensare ai film di Jess Franco, Jean Rollin o alle copertine di Boris Vallejo (proposto nella foto scelta sopra). 

Mi è sorta così l'idea, a distanza di oltre dieci anni dalla mia ultima curatela (I Bastardi senza Storia, pubblicata nel 2012 da Il Foglio Letterario), di organizzare un nuovo progetto antologico. 

L'intenzione è quella di predisporre un'antologia, composta da un numero variabile di racconti ciascuno dei quali presentato da un autore diverso, dedicata alle SPICY HORROR STORY. Il proposito è quello di proporre una tipologia di horror caratterizzato da forti contenuti erotici (resi con stile elegante e non col ricorso della “scorciatoia” dell'hardcore) che ben si distingua dall'attuale corrente dell'hardcore horror. Non si ricerca l'estremo, ma si richiedono, in altri termini, dei racconti horror (ma potrebbero andar bene anche fantastici in senso più ampio del termine, fino a comprendere la fantascienza) aventi le seguenti caratteristiche:

- devono essere possibilmente legati (soprattutto per atmosfere e stile narrativo finalizzati a creare il c.d. sense of wonder nel lettore) alla tradizione del genere fantastico, anche se questo non vuol dire dover utilizzare per forza di cose gli archetipi tradizionali; 

- si deve evitare di utilizzare un linguaggio fatto di termini volgari (perché, a mio avviso, distruggono l'atmosfera e rendono povera la lettura), questo non vuol dire che non vi devono essere scene hot, anzi... 

- devono esserci contenuti di fondo che siano centrati sul tema erotico, in altri termini, la parte erotica non deve essere una sfumatura fine a sé stessa, ma deve avere una valenza caratterizzante all'interno di un racconto fantastico e attraverso la quale lo scrittore intende comunicare un qualcosa di suo; 

- pur se spicy devono comunque essere storie fantastiche o, comunque, legate a un thriller tendente all'horror (che non vuol dire, per forza di cose, splatter o violenza, anzi...) che abbia una finalità non di colpire allo stomaco il lettore generando raccapriccio o ribrezzo, quanto, piuttosto, meravigliarlo, inquietarlo o farlo riflettere.

 

Lunghezza della storie: non è tassativa. Direi di utilizzare come riferimento il limite massimo della 60.000 battute.

Dead Line di consegna: non è tassativa. Mi piacerebbe avere il materiale per novembre 2023, così da poter cercare un editore (si accettano candidature o proposte).

Compensi: non posso garantire niente, se non di fare in modo che il progetto, se andrà in porto, sia pubblicato su volume antologico cartaceo.

Destinatari della proposta: selezionerò una serie di autori su invito, tra scrittori conosciuti che hanno già pubblicato racconti del genere e altri scrittori con cui ho collaborato con le esperienze con Profondo Rosso, Gianfranco De Turris e Il Foglio Letterario. Ben vengano inoltre proposte da parte di altri scrittori interessati al progetto. Contattatemi, se interessati, qua nei commenti o su facebook (nome MATTEO MANCINI) così che vi possa dare in privato la mia email.