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domenica 26 ottobre 2025

Recensione Narrativa: PRIMORDIA a cura di Strani Aeoni.

Autore: AA.VV. a cura di Strani Aeoni.
Anno: 2025.
Genere:  Antologia Fantastico.
Editore: Colomo' Editore.
Pagine: 224.
Prezzo: 15.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Best seller del catalogo Strani Aeoni, nome collettivo del prolifico ed effervescente Gruppo Telegram Lovecaft Italia. Dopo le antologie ispirate dalla narrativa di Howard P. Lovecraft, ultima delle quali in ordine di tempo I Tarocchi Lovecraft (qua la recensione http://giurista81.blogspot.com/2025/04/recensione-narrativa-i-tarocchi.html), le due incentrate su demoni e diavoli (Diabolos e Diavolerie) nonché le apprezzate antologie fantascientifiche (Mercuria: Per Mortem ad Vitam), Strani Aeoni lancia quella che potrebbe diventare l'antologia di maggiore successo commerciale della Colomò Editore. Sold out a Stranimondi 2025 e richiestissima in fiere e manifestazioni incentrate sulla narrativa indipendente, Primordia si qualifica quale prima antologia uscita sul mercato editoriale italiano, preceduta dal solo Dinosauri (qua la recensione http://giurista81.blogspot.com/2011/07/recensione-narrativa-dinosauri-r.html) di Ray Bradbury, dedicata alla narrativa per adulti a tema dinosauri. Il progetto fa capo allo scrittore romagnolo classe 1989 Enrico Nanni, che ha proposto di realizzare un'antologia diversa dalle tradizionali, spostando l'attenzione su quello che è stato fin dall'infanzia uno dei suoi interessi più sentiti. Il progetto ha ottenuto l'approvazione e l'adesione di Paolo Sista e di Mauro Palazzi riscuotendo entusiasmo all'interno dei membri gruppo Telegram Lovecraft Italia, vera e propria tana delle tigri (aperta a chiunque voglia iscriversi) dove, sotto la visione di tutti gli aderenti, si plasmano i racconti da inglobare nei progetti, di volta in volta, completati. Primordia ha così preso piede a inizio 2025, in parallelo al concorrenziale Il Grande Libro dei Kaiju (presto la recensione) a cura di Michele Borgogni e Andrea Berneschi, e ha visto la luce a ottobre 2025 debuttando a Milano nella kermesse principale del fantastico italiano ovvero Strani Mondi. In tale contesto, dove certo non manca l'offerta, la bancarella di Strani Aeoni è stata letteralmente presa da assedio, determinando l'esaurimento di tutte le scorte del volume predisposte per l'evento.

Quindici racconti, oltre una postfazione del curatore Enrico Nanni, per undici autori diversi, con il coinvolgimento di numerose firme note nell'ambito della narrativa indipendente di genere quali Paolo Sista (pubblicazioni, tra gli altri, con Dagon Press), Mauro Palazzi (nome di punta della Colomò Editore), Simone Ardovini (già letto su Dimensione Cosmica), Matteo Mancini (che poi sarei io, con pubblicazioni con Profondo Rosso, Dimensione Cosmica, Astonishing Fantasy Tales, Dagon Press, Homo Scrivens, Edizioni Scudo e Delos), Cesare Buttaboni (recensore, tra gli altri, su Hypnos, Dimensione Cosmica e Zothique), Sergio Natan (il veterano del gruppo, con esperienze risalenti agli anni ottanta), Debora Parisi (uscite con Fanucci e Saga Edizioni), Barbara Guarnieri (Nero Press ed Edizioni Montag) fino all'ospite internazionale Paolo De Bonis (canadese all'oscuro della lingua italiana). Il risultato finale, nel suo complesso, supera ogni più rosea aspettativa. Enrico Nanni, coadiuvato dalle professionali illustrazioni di Antonio De Maria (autore anche della copertina) e da un editing efficace (sebbene vi siano, in qua e là, refusi), riesce nel predisporre un'antologia variegata sia per generi che approcci, con pochissimi cali e qualità superiore alla media dei progetti similari. Il proposito di confezionare un'antologia integralmente dedicata ai dinosauri, in verità, risulta stemperato dalla presenza di tre racconti estranei alle attese di contenuto. Abbiamo infatti un racconto similar bellico di ambientazione futurista e due incentrati sugli uomini delle caverne (oltre un terzo che immagina un passato alternativo in cui dinosauri e uomini hanno convissuto). Il livello generale dei soggetti è omogeneo, fatta eccezione per due intermezzi assai brevi che non mi hanno convinto, oltre un racconto breve virato al romanticismo che si discosta dal registro generale. Al netto di questi sei elaborati, i restanti nove racconti rispettano in pieno i gusti di un acquirente medio attirato dal primo piano del T-Rex della copertina.

Davide Russo con Stampanti di Carne Sintetica confeziona il soggetto più originale del lotto, riportando in auge i dinosauri con gli artifici della realtà virtuale e della produzione di carne sintetica finalizzata al consumo umano. Si colloca su un versante opposto Cesare Buttaboni che omaggia, fin dal titolo, Il Mondo Perduto di Conan Doyle. Il Mondo Perduto degli Insetti ricalca infatti la struttura del celebre racconto della saga Challenger, modificandone il finale. Dominano adventure e un pulp da riviste di inizio novecento per un racconto che non potrà che trovare gli apprezzamenti degli appassionati del cinema bis. Sulla stessa lunghezza d'onda, sebbene meno articolati da un punto di vista strutturale (i soggetti sono abbozzati), i contributi del canadese De Bonis, già autore di fan fiction dedicate a Jurassic Park. De Bonis spinge sull'azione e sui ritmi indiavolati, tra attacchi di pterodattili, T-Rex (Trepasser, Beware) e Deinonychus (Prede). Preferibile Trepasser, Beware con una prima parte magistrale (molto Richard Matheson) all'interno di un aereo sotto attacco dei “mostri volanti”. A metà strada tra innovazione e tradizione si muove Matteo Mancini, col suo L'Isola delle Lucertole. Qui si cerca una prospettiva bizzarra, che mischi l'adventure (attacchi di plesiosauri, T-Rex, Raptor, ma anche pterodattili e uomini delle caverne) alla scrittura automatica di valenza medianica, così da giungere a immaginare un aldilà popolato da tutte le creature che hanno calcato la Terra, dinosauri in prima battuta (un'ottica poi non troppo lontana dalla serie The Lost Level di Brian Keene). Cover up e debunking al centro del racconto storico del curatore Enrico Nanni (L'Isola), per una storia che si dipana su un arco temporale prossimo al secolo mostrando, quale sottotraccia, il progressivo deterioramento della società umana. Nanni si prende i giusti tempi, stillando l'entrata in scena dei dinosauri (i Dimetrodon) ma, al tempo stesso, rendendone persistente la percezione fino all'attacco finale. Il racconto beneficia di uno stile estremamente professionale che sviluppa un soggetto innescato dall'ìdea alla base del Mondo Perduto di Doyle: la sopravvivenza, su un'isola della Somalia, di una specie di animali sconosciuti. Piace la degradazione sociale che dallo studio delle creature caldeggiato da Mussolini, passando per la visione imprenditoriale di Berlusoni e il proposito dei cinesi di realizzare un parco, arriva al mockumentary degli scemi di turno in cerca di visualizzazioni sui social.

Si retroagisce al basso medioevo (poco dopo, in verità) con l'eccelso (il mio preferito) Flos Mali Anno Domini di Mauro Palazzi, che guarda al Valerio Evangelisti di Picatrix (http://giurista81.blogspot.com/2010/08/recensione-narrativa-picatrix-la-scala.html) in un connubio tra superstizione, riti religiosi, interpretazioni demoniache, sparizioni di bambini e scempi di animali. Un'indagine avviata direttamente dall'Alto Clero porta alla scoperta di uno stormo di pterodattili che tiene sotto assedio un villaggio montano. Grande senso dello spettacolo, con il limite di una semplificazione della problematica (specie se si considera che si sta parlando di una zona martoriata da cento anni di attacchi) per effetto di un esito finale fin troppo semplice. Epilogo cinematografico.

Crepuscolari e disperati i contributi di Simone Ardovini e di Debora Parisi, che propongono migrazioni (di uomini il primo, di dinosauri la seconda) in vista di una salvezza che non darà segno di sé a causa di un'epoca sull'orlo dell'estinzione dei dinosauri a beneficio delle nuove creature (umani in prima battuta). Elegante e stilisticamente maturo l'elaborato di Ardovini (Foresta di Nulla) che ha il limite di un epilogo troppo prevedibile (in parte metaforico, con umani feroci tanto quanto i dinosauri), mentre convince meno (per stile) Vennero dalla Terra di Debora Parisi che opta per un taglio volutamente fanciullesco (finale comunque notevole), in un'ottica di umanizzazione degli istinti dei dinosauri (pensano, ricordano il passato, fanno deduzioni, comunicano tra loro), in parte mitigato dalla tragicità della situazione narrata (estinzione dei dinosauri) e dall'irruzione di creature mitologiche quali i draghi sputafuoco (omaggi alla pellicola Il Regno del Fuoco) fino alla metafora finale del passaggio di consegne in vista della nuova specie dominante: l'uomo.

Al fianco di questi nove racconti, tutti perfettamente intonati alla tematica e tutti meritevoli di interesse, figurano tre ulteriori ottimi contributi che, tuttavia, rischiano di lasciare un po' interdetti gli “acquirenti tipo” dell'antologia. Paolo Sista con Erodi – Eradica – Everti propone il testo meno narrativo del lotto, seppur ricco di interessati riflessioni sulla guerra e sull'istinto omicida del soldato tipo, incentrandosi sui processi psicologici della battaglia e sulle politiche espansive degli stati dominanti. Il taglio è fantascientifico, calibrato sullo sviluppo di uno studio finalizzato a creare un processo di mimetismo animale agevolato dall'ibridazione della razza umana con il DNA dei camaleonti preistorici (qualcosa del genere vi è nel B-Movie Il Migliore Amico dell'Uomo). Un eccellente spunto, perfetto per una raccolta di war stories, che privilegia tuttavia i contenuti concettuali all'azione e alla narrazione vera e propria.

Evocativi e non troppo diversi tra loro i contenuti proposti da Sergio Natan e da Barbara Guarnieri. Ci spostiamo agli albori della civiltà umana, con le prime tribù degli uomini delle caverne alle prese con lo straordinario. L'Ombra delle Stelle di Natan (notevoli alcuni passaggi scenografici) propone una profezia destinata a compiersi in modo tragico, tra oggetti piovuti dallo spazio e strane apparizioni. La Guarnieri, con Origine, rispolvera la dicotomia tra caos e ordine, yin e yang, in una continua lotta che ricorda i processi generativi idealizzati da Empedocle e qua rappresentati da una creatura extradimensionale proveniente da un multiverso alieno. Interessanti passaggi visionari di valenza, anche qua, profetica.


Di minore spessore i restanti contributi. Gioca sul romanticismo Archaeopteryx di Enrico Nanni, che propone dinosauri immaginari in un'ottica di evasione dalla realtà intrisa di toni melanconici e sognanti (sarebbe piaciuto a Ray Bradbury), tra rimpianti e poetica. Meno incisivi il sarcastico Qualcuno di più Grande di Mauro Palazzi (rapporta al mondo attuale quello preistorico con battute e giochi di parole che stonano nel contesto generale dell'antologia) e Diario di un Microraptor di Davide Russo (una doppia caccia narrata dal punto di vista di un dinosauro psicologicamente umanizzato).


In conclusione, Primordia è un'antologia di cui sono assai felice di fare parte (tra quelle in cui sono inserito, è tra le mie preferite). Perfetta per essere regalata a chi ama racconti o film sui dinosauri. Storie ben amalgamate tra loro, con rari cali di qualità e contenuti diversificati (non era affatto scontato). Un plauso speciale va dunque all'ideatore Enrico Nanni. Gli autori riescono a non poggiarsi troppo sugli stereotipi del genere (assenti, a esempio, i viaggi nel tempo su cui si fondavano romanzi cardinali, per il genere, quali Mastodonia di Clifford Simak, Superbestia di David Gerrold e il racconto Sound of Thunder di Ray Bradbury) non abbandonando del tutto, al contempo, quei contenuti (attacchi di dinosauri, isole o promontori incontaminati alla Skull Island, ibridazioni genetiche) che un lettore medio si attende di trovare in un'antologia del genere. Imperdibile, lo dico con sincerità, per tutti gli appassionati del genere. Non esiste in Italia, Il Grande Libro dei Kaiju a parte (che possiedo ma non ho ancora letto), un volume del genere. Avrà un seguito e, ne sono certo, si lascerà ricordare tra i maggiori successi firmati Strani Aeoni. Sostenete la piccola editoria indipendente, ne vedrete delle belle. Ah, the last but not the least, segnatevi il nome Antonio De Maria, valore aggiunto del progetto in veste di illustratore (ogni racconto è omaggiato dall'illustrazione della bestia di volta in volta trattata). Presto novità... non si bada a spese...

I fari guida di STRANI AEONI, da sx a dx, 
Mauro Palazzi, Barbara Guarnieri e Paolo Sista.
 
"C'era stato un tempo in cui i Grandi Rettili avevano affollato il mondo coi loro richiami mugghianti, dandosi la caccia nella foresta infinita, ma ormai della loro gloria selvaggia non rimaneva più nulla."

sabato 25 ottobre 2025

Recensione Narrativa: I MOSTRI AGLI ANGOLI DELLE STRADE di Fabio Calabrese.

Autore: Fabio Calabrese.
Anno: 2023.
Genere: Horror - Weird - Fantascienza.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 150.
Prezzo: 14,90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Ultima di sei antologie pubblicate per Dagon Press, dal 2008 al 2023, da Fabio Calabrese nel ricordo di Howard P. Lovecraft. Undici racconti, dalle trentasei pagine de Il Tempio Perduto alle tre di Sport Estremo, per quello che è in tutta evidenza (anche se io devo leggere ancora due delle precedenti antologie) il lotto meno riuscito nonché quello più estraneo alla narrativa del Solitario di Providence. Calabrese da l'impressione di scrivere diversi racconti al solo scopo di completare un lotto che fatica a delinearsi. In più di un caso escono fuori elaborati tutt'altro che spontanei. Lo scrittore si sforza di realizzare una nuova antologia tematica, sebbene le idee siano praticamente esaurite. Ne esce fuori un'antologia “annacquata” da una fantascienza assai prossima alla narrativa di Frederic Brown piuttosto che a quella di Lovecraft e al tempo stesso intrisa di riflessioni drammatiche sulle difficoltà dei rapporti familiari (in almeno tre racconti il protagonista rompe il rapporto con una moglie che, in tutta probabilità, non ha mai amato). I riferimenti a Lovecraft sono spesso meri e latenti inneschi che proseguono verso coordinate sovente più realistiche che fantastiche.


Ecco che tra gli undici racconti spicca quale migliore Libertà, un vero e proprio dramma esistenziale che non ha nulla del weird e che propone interessanti riflessioni sul condizionamento continuo e costante a cui ogni uomo è assoggettato fin dai primi insegnamenti educativi, tanto da prendere decisioni diverse da quelle effettivamente volute. Nonostante il vaghissimo rimando a The Outsider, le tematiche lovecraftiane sono del tutto assenti. Ci troviamo alle prese con un Calabrese introspettivo e riflessivo, che guarda al passato ed evidenzia che, al di là dei rimpianti, non è possibile porre rimedio a quanto ci si è lasciati alle spalle. Ne viene fuori una storia metaforica di valenza psicanalitica. Durante un'esercitazione militare, una scheggia si insinua nel cranio del protagonista mutandone gli atteggiamenti. L'uomo, in precedenza incostante e sregolato, si trasforma nel modello voluto dalla società e per questo riesce a fare fortuna (a scapito della felicità). È una sorta di burattino, non più capace di governare il proprio corpo finito sotto la direzione di un'entità aliena (che rappresenta la parte razionale e pragmatica contrapposta all'istinto e alla prospettiva del sogno). La tematica, seppur non virata al fantastico, è quella di film quali Venom (2018) con la volontà del protagonista compromessa da quella dell'ospite finché un giorno, a seguito di un incidente ferroviario, l'esito di una TAC rivelerà la presenza della scheggia. Rimosso l'oggetto estraneo, l'uomo tornerà a prendere possesso della propria vita ma la sua personalità si dimostrerà incapace di gestire quanto altri hanno deciso per lui.


Un altro racconto riuscito, sebbene di minore interesse autoriale, è Il Gatto Manul. Qui, per certi versi, Calabrese omaggia lo storico albo Diabolik, Chi sei? poi portato al cinema nel 2023 dai Manetti Bros. Durante un incontro tra un produttore cinematografico appassionato di caccia e uno sceneggiatore, il produttore mostra al suo ospite il grande felino imbalsamato che tiene celato in una stanza segreta. La visione, a poco a poco, ossessiona lo scrittore sempre più convinto di essere braccato dal felino. Calabrese suggerisce una componente sovrannaturale rappresentata da una creatura capace di aggredire nel sogno e di imprimere tracce evidenti sul corpo della vittima. L'epilogo verrà ritagliato e riproposto anche per l'assai meno riuscito L'Evocazione, dove torna l'idea della libertà perduta per effetto di un controllo asfissiante operato da un coniuge fin troppo invadente. Nell'occasione Calabrese cita l'inflazionatissimo Necronomicon per dare corpo a una creatura immaginaria personificazione delle paure dell'infanzia. Lovecraft, tuttavia, è ancora lontano.


Il Tempio Perduto è il terzo racconto a lasciarsi ricordare (bella atmosfera e affascinanti scenografie), nonostante un finale frettoloso e tutt'altro che lovecraftiano. Sword and Sorcery ben narrato e ben costruito in cui, come per L'Evocazione, c'è l'idea della materializzazione dal niente di una creatura (nella fattispecie una donna) di carne e ossa. Ingredienti tutt'altro che originali, con un mostro alieno (ovviamente un polipone) imprigionato che brama di liberarsi per vendicarsi sul mondo. Lo libererà il protagonista di turno, un aspirante stregone che ricorda assai più Indiana Jones (palese omaggio con la grotta meccanizzata che si trasforma in una specie di bocca letale) che un esperto di arti magiche. Seppure contestualizzato in un ipotetico medioevo, il plot non è troppo dissimile dal canovaccio del film The Deep Dark (2023).


Quarto e ultimo racconto degno di nota è il ritmatissimo Il Dito dell'Immortale, un curioso connubio tra il pantheon lovecraftiano (allusivo) e il mito del vampiro (esplicito) che mischia il fantastico al giallo di valenza medical thriller. Calabrese gioca bene sugli archetipi, non inventa niente ma tiene le redini della storia fino all'epilogo riuscendo in ciò che più sa fare: divertire.


Un altro racconto che finge di omaggiare Lovecraft (il riferimento va a The Hound (“Il Cane”, 1924) è L'Uomo del Cimitero. Come per Libertà, tuttavia, non vi è niente di Lovecraft e, nella fattispecie, neppure del genere fantastico. È la classica storia ottocentesca della paura dell'inumazione prematura, a cui Calabrese collega l'operato di un profanatore di tombe a caccia di gioielli e ricchezze. Storia dunque macabra, allineata alla tradizione di fine ottocento (si veda anche The Body Snatcher di Robert L. Stevenson) con un finale tanto crudele quanto prevedibile. Carino, ma fuori tempo massimo.


L'Albero del Giardino sotto Casa, Il Mostro e L'Ambasciatore sono tre microstorie di fantascienza con alieni cattivi che di lovecraftiano hanno poco o nulla. Dei tre è più interessante, per le premesse, Il Mostro dove si allude a un futuro in cui l'homo sapiens è stato soppiantato dall'homo octopus. Narrato con uno stile un po' fanciullesco, propone un epilogo in cui non è ancora stata scritta l'ultima parola nella guerra tra umani (esiliati su Marte) e alieni. Il taglio dato alla storia è alla Frederic Brown con il classico effetto del ribaltamento delle prospettive introdotto da Sentry (“Sentinella”, 1954). Sulla medesima falsa riga si muove L'Ambasciatore che cambia ambientazione (ci spostiamo dalla terra del futuro a un pianeta alieno) mantenendo l'idea dell'uomo mostro rispetto ai canoni estetici alieni. Più carino L'Albero del Giardino sotto Casa in cui ci imbattiamo in un albero dai bizzarri colori che cresce d'improvviso in un terreno, subendo strane metamorfosi ogni volta che una galla luminescente si forma al suo vertice. Che mistero ci sarà sotto? Ne farà le spese la curiosa protagonista.


Sport Estremo e Dai Culti Innominabili tentano con poco costrutto la via della parodia lovecraftiana per celare quello che in realtà sono: due modestissimi riempitivi che sembrano scritti, per contenuti, da uno scrittore alle primissime armi.


In definitiva I Mostri agli Angoli delle Strade, titolo che fa il verso alla prima raccolta di racconti di Lovecraft pubblicata in Italia (correva l'anno 1966), garantisce una lettura, fresca e leggera, all'insegna del divertimento, tuttavia si rivela di qualità inferiore rispetto alle altre antologie di Calabrese. Lo scrittore triestino spaccia il lavoro come la sua sesta antologia dedicata al Solitario, sebbene gli omaggi qui siano molto ridotti e sovente forzati. Ne viene fuori un libro trascurabile ma, allo stesso tempo, da collezionare per chi abbia già acquistato i precedenti volumi della serie. Riporto qui di seguito i link delle antologie di Calabrese da me recensite:

sabato 18 ottobre 2025

Recensione Narrativa: ASSASSIN di Shaun Hutson.

Autore: Shaun Hutson.
Anno: 1988.
Genere:  Horror / Azione.
Editore: Mondadori - Collana Inverno Horror (1993).
Pagine: 190.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Raro romanzo di Shaun Hutson arrivato in Italia, nonostante una produzione a dir poco copiosa avviata a partire nel 1982 e ancora in corso d'opera.

Scrittore inglese classe 1958, noto soprattutto per essere un precursore del sottogenere splatter-punk, in anticipo su Clive Barker e sui narratori americani (Skipp, Spector, Schow, Laymon). Indole ribelle, viene espulso da scuola e subisce una lunga serie di licenziamenti prima di fare fortuna con la scrittura. Appassionato di cinema, si ispira ai film di Sam Peckinpah e Martin Scorsese, cercando di ibridarne i contenuti con l'horror estremo e con una certa iperbolicità sbilanciata agli eccessi. Ottiene successo fin dalla sua seconda uscita, con la beast story Slugs (1983). Si tratta di una storia che narra di lumache carnivore fuoriuscite dalle fogne per aggredire e divorare gli umani. Il romanzo viene acquistato per il cinema, tanto che nel 1988 lo spagnolo Juan Piquer Simon realizza il film. Si nota fin da subito l'interesse per le scene truci e il sesso spinto. Hutson non è uno scrittore letterario, mira all'intrattenimento e cerca il pulp trash. Un'impostazione piuttosto in linea con i canoni della narrativa da edicole, di moda anche alle nostre latitudini negli anni '60 e '70. Le sue storie si interessano alla criminalità urbana, alle sparatorie tra bande di gangster senza tuttavia dimenticare gli spunti di partenza, tra feti ritornanti (Spawn, 1983), serial killer squartatori (Relics, 1986), contaminazioni frutto di mangimi destinati all'allevamento intensivo di animali (Erebus. 1984), sparatorie che scoperchiano il cranio e inconsueti inseguimenti automobilistici per respingere assalti di zombi pistoleri (Assassin, 1988). Scrive sotto pseudonimo (Nick Blake) quello che sarebbe dovuto diventare la novelization di Non Aprite quella Porta, salvo poi dover ripiegare verso un romanzo originale a causa dell'eccessivo costo dei diritti di autore. Esce così Chainsaw Terror (1984) che mantiene l'idea del serial killer armato di motosega che depezza i malcapitati. Il romanzo è tanto violento che la casa editrice impone, successivamente all'uscita, una serie di tagli che rendono la prima versione un oggetto da collezione. Esce così una seconda versione, adeguatamente sforbiciata di venticinque pagine, che viene intitolata Come the Night. Scrive inoltre la novelization del cult sci-fi Terminator, che vede la luce nel 1985 diventando un cult.

In Italia, tra il 1993 e il 1994, arrivano tre romanzi, selezionati da altrettante case editrici. La Mondadori, con la traduzione di Vittorio Curtoni, propone Assassin (1988) che, inappropriatamente, viene fatto uscire in edicola in un numero della collana Horror in coppia al cult classico La Casa degli Invasati (1959) di Shirley Jackson. L'accostamento è privo di qualsiasi tatto. I due romanzi sono agli antipodi. Classico ed elegante quello della Jackson, incentrato su un orrore psicologico sospeso tra realismo e sovrannaturale, quanto gretto e truce quello di Hutson, con un orrore marcescente e nauseabondo che parte dalla cronaca nera (ispirazione da Charles Manson e dalla sua combriccola intenzionata a eliminare i ricchi) per scivolare ben oltre l'inverosimile. Nel 1994 è la volta di Deathday (1986), dato alle stampe da Fanucci col titolo Anniversario di Morte, e di Renegades (1990), romanzo reputato da Hutson quale il suo migliore, opzionato dalla Sperling & Kupfer che lo propone quale Massacro Infernale. Tutto lascia presagire per l'irruzione sul mercato italiano di uno scrittore privo di compromessi e, per l'epoca, ultra violento, tuttavia gli approcci scoraggiano dagli investimenti: nessuna delle tre case editrici da seguito alla collaborazione. Arrivano solo due crime story, inserite nella collana della Mondadori Segretissimo, sul finire degli anni '90: Il Veleno di Belfast e Pace Armata. Hutson, intanto, continua a scrivere interessandosi anche al genere bellico e al western. Pubblica, fino al 2019, una media di un romanzo all'anno. Tra il 2011 e il 2013 scrive tre novelization di classici del genere horror quali Twins of Evil (2011), X the Unknow (2012) e The Revenge of Frankenstein (2013) rispettivamente adattamenti dei film Le Figlie di Dracula (1971), X Contro il Centro Atomico (1956) e La Vendetta di Frankensteim (1958).  Uno scrittore dunque ancora tutto da scoprire in Italia e che ben potrebbe figurare, a esempio, nel catalogo della Independent Legions Publishing.


ANALISI NEL DETTAGLIO

Quando la crime story abbraccia l'estetica dello splatter-punk (ma non i contenuti) escono romanzi come questo Assassin. Storia violentissima, cruenta, che non censura i momenti più insostenibili tendendo, piuttosto, a esaltarli. Hutson cuce tra loro tre filoni di storia intrecciandoli in modo non poi così convincente. Da una parte abbiamo un gruppo di terroristi, ricalcati sulle gesta di Charles Manson e dei suoi seguaci (vicenda a cui Hutson, nel 1999, dedicherà anche Warhol's Prophecies), che prendono a uccidere tutti i ricchi di Londra lasciando scritte di condanna col sangue e gli escrementi sui muri, dall'altra parte abbiamo la gang mafiosa di un boss londinese proprietario di bische, ristoranti e night club che, perseguitato da assalti e attentati portati a termine da individui sconosciuti, sfrutta la situazione a proprio favore per assoldare un sicario ed eliminare tutta la concorrenza delle altre gang (quando si dice mettere in atto una soluzione chirurgica!?). Tra i due gruppi si insinua un terzo blocco di soggetti, dei ritornanti zombi (che però ragionano e sparano con fucili mitragliatori) asserragliati in una villa abbandonata di Whitechapel (cosa vi ricorda?), che vogliono vendicarsi del boss londinese e si scagliano anch'essi contro lo stesso e i suoi uomini, influenzando e indirizzando la condotta dei terroristi così da provocre indirettamente la guerra tra gang (che secondo Hutson non scoppierebbe se a essere eliminati sono i boss). Dunque un soggetto da royal rumble, per utilizzare una categoria di match cara agli appassionat di wrestling. La violenza grandguignolesca connatura tutti i gruppi in azione. I personaggi di Hutson sono individui senza scrupoli e sadici. Arrivano così spiccati omaggi a film quali The Driller Killer (1979) e The Texas Chainsaw Massacre (1974), si veda la scena del trapano che schianta una rotula oppure le maschere umane estirpate dai volti e utilizzate per camuffarsi (nel 1988 usciva anche The Silence of the Lamb, da noi "Il Silenzio degli Innocenti", di Thomas Harris, palesemente omaggiato nel finale), che si incontrano con la gangster story alla Martin Scorsese. Alquanto ripetitivo nel lessico e nella descrizioni degli eventi che si susseguono, Hutson va avanti a suon di action. Non è tanto la tensione o il fascino del soprannaturale a tenere banco, bensì l'azione da grandguignol, pensate a esempio - per farvi un'idea - alla parte di The Drawing of the Three (“La Chiamata dei Tre”, 1987) di Stephen King ambientata negli ambienti malavitosi americani. Il taglio è spiccatamente cinematografico e richiama alla memoria l'hard boiled o, per chi li abbia letti, i numeri italiani della serie I Narratori Americani del Brivido, con tanto di storia d'amore imposibile tra la donna del boss e il braccio destro dello stesso. Una cosa questa che evidenzia, ancora una volta, quanto di valido ci fosse anche in Italia in questo ambito di narrativa da intratteniemento. Il plot è infatti di quella matrice e viene solo apparentemente (e inverosimilmente) virato sull'horror. La componente sovrannaturale c'è, ma è giusto un diversivo a una vera e propria mattanza fatta di regolamenti di conti, terroristi in cerca di una missione irrealizzabile e scontri per il controllo territoriale di una Londra dove la polizia, ovviamente, è connivente e surclassata dalla mala. La capitale inglese diviene così una piccola New York, tra adrenalinici inseguimenti stradali, sparatorie, scorticamenti e torture. Hutson regala dettagli censurabili, con qualche accenno persino al legal thriller con una condanna in tribunale che anticipa certe deposizioni dei delitti del Mostro di Firenze. La componente mystery tuttavia viene presto fagocitata dall'azione. Si resta impressionati dai proiettili che fanno esplodere teste, scoperchiano calotte craniche, forano stomaci da cui grondano le viscere, mentre materiale cerebrale schizza sulle pareti e inonda la faccia di malcapitati che prendono a vomitare. Questa è la cifra stilistica, che comprende anche una fellatio a beneficio di un pene avariato da cui fuoriescono vermi che scivolano in gola, tra olezzi pestilenziali e carne marcia che cade a brandelli (da sostituire con innesti estirpati dalle vittime). Come si intuisce, non ci sono velleità letterarie né la ricerca di contenuti di valenza sociale. Assassin è un puro prodotto di intrattenimento pulp figlio degli anni ottanta, intriso di azione e violenza. Pensate a uno dei primi film polizieschi con Steven Seagal o a Cobra (1986) di Pan Cosmatos e aggiungeteci la potenza visiva ed eversiva dello splatter-punk.

Inutile soffermarsi sugli inneschi della trama, abbastanza infarcita di vuoti narrativi. La componente sovrannaturale è giusto accennata all'inizio senza trovare congrua spiegazione nel prosieguo. Il boss malavitoso brama di mettere le mani sull'intera Londra eppure non si accorge che la fidanzata lo incorna col suo autista e, inoltre, si trova costretto a ingaggiare un sicario a pagamento, perché non ha nessuno in grado di compiere il lavoro sporco (come può allora pretendere di sgominare le altre bande???). Non ben congegnata neppure la scena in cui i protagonisti, di notte e con nessun altro veicolo in marcia, cercano di andare a liberare la fidanzata del boss, scommettendo di passare inosservati (come in effetti avviene) nel porsi sulle tracce delle auto impegnate nel presunto scambio di ostaggi. Stereotipate, inoltre, alcune situazioni. Bello invece il prefinale in stile Out for Justice (“Giustizia a Tutti i Costi”, 1991), pellicola che uscirà tre anni dopo sulla scia dei successi commerciali di un giovane Steven Seagal.Occhio infine all'epilogo a effetto.

Siamo dunque alle prese con un plot un po' raffazzonato, tenuto in piedi soprattutto da un'azione martellante descritta con un piglio da medico legale, in ossequio a quel pulp della narrativa da edicole dove, alla fine, sono tutti contro tutti. Davvero incredibile che il romanzo sia stato pubblicato dalla Mondadori in un numero di Horror associato a un classicone “aristocratico” come La Casa degli Invasati, accostamento che non può che essere risultato deleterio alla narrativa di Hutson per il suo modo di affrontare il genere guardando a una narrativa di impatto e di scardinamento dei canoni etici piuttosto che allinearsi agli insegnamenti della tradizione gotica. Se piacciono lo splatter-punk e l'extreme horror vale la lettura.

L'autore Shaun HUTSON.
 
"Molta gente vuole i soldi. Non capiscono che rovinerebbero la loro vita. Che li cambierebbero. E vivono le loro fantasie attraverso quei parassiti. Li guardano in televisione, ne sentono parlare sui giornali e si illudono che siano qualcosa di speciale. Qualcosa di diverso. Noi convinceremo la gente che non è vero. La morte rende tutti uguali."

domenica 12 ottobre 2025

Recensione Cinematografica: THE UGLY STEPSISTER di Emile Blichfeldt.

Produzione: Norvegia, Svezia, Danimarca e Polonia.
Genere: Horror / Dark Comedy.
Tratto: Cenerentola dei Fratelli Grimm.
Regia e Sceneggiatura: Emile Blichfeldt
Montaggio: Albin Abrahamsson.
Fotografia: Marcel Zyskind. 
Colonna Sonora: John Erik Kaada. 
Interpreti Principali: Lea Myren, Ane Dahl Torp, Thea Sofie Loch Naess, Isac Calmroth, Flo Fagerli... 
Durata: 109 min.

Commento Matteo Mancini.

Dopo film tutt'altro che raccomandabili quali Red Riding Hood (Cappuccetto Rosso Sangue, 2011) e/o Gretel e Hansel (2020), ecco uscire la fiaba di Cenerentola virata all'horror. Al centro del progetto vi è una produzione che abbraccia quasi tutta la Scandinava (Norvegia, Svezia e Danimarca) oltre alla Polonia e che scommette su una regista e sceneggiatrice esordiente dalle idee ben chiare e interessata a conferire un'impronta autoriale al suo lavoro: Emile Blichfeldt (reduce da cinque cortometraggi). Ne viene fuori una grossa sorpresa che dimostra ancora una volta come, in questi anni, il vero horror trovi residenza nel vecchio continente piuttosto che nell'edulcorata dimensione hollywoodiana dove il genere, salvo rare eccezioni, sul finire degli anni ottanta è stato annacquato, banalizzato e reso prodotto commerciale.

The Ugly Stepsister è un film alieno ai compromessi, che non lesina nel mostrare (forse anche oltre il dovuto) e che, soprattutto, evidenzia una marcata critica sociale a una società interessata alle apparenze e ai costumi sociali piuttosto che ai contenuti e ai sentimenti che dovrebbero supportare le decisioni da intraprendere. La donna torna a essere (e lo fa con vanto ricorrendo al fascino femminile quale arma di conquista sociale) un corpo da acquistare e la bellezza si riduce a unico valore di selezione, in un contenitore generale in cui l'ipocrisia dilagante si trincera dietro alle buone maniere e all'eleganza per celare la grettezza dell'effettiva realtà allo sguardo poco attento del cittadino assuefatto dalle regole del bon ton (recepito senza comprensione). Ecco allora l'indugiare sulle pratiche di chirurgia estetica (alquanto crude e ben rappresentate), sulla decisione di ricorrere a soluzioni folli per agevolare il dimagrimento a scapito della salute (che è un po' quello che avviene alle modelle per restare ancorate al canone di bellezza definito dall'alta moda) così come il duro insistere sul ballo e sulle movenze da tenere e da assumere per conquistare il cuore degli uomini abbienti un po' come si potrebbe “indottrinare” un cavallo da impiegare nel dressage. Utilizzo il parametro del cavallo non a caso, in quanto vi è una sequenza piuttosto centrale del film in cui le più belle ragazze di corte vengono proposte alla stregua di animali da destinare alla vendita ai nobili allupati (e gretti) subito pronti ad avanzare le loro offerte dopo aver ascoltato descrizione, genealogia e attitudini di impiego della giovane di turno. Non importa poi chi sia il nobile che viene a chiedere la mano, basta che abbia soldi e potere (un po' come succede oggi in certi contesti più o meno virtuali, penso a only fans e similari). La debuttante Emile Blichfeldt, regista e sceneggiatrice del film, sembra agire svincolata dal guinzaglio della produzione. Non ha remore di sorta nell'evidenziare la propria denuncia e il marcio (continuamente rappresentato dai vermi che si contorcono per tutti il film), tanto evidente quanto non esplicitamente dichiarata (allo spettatore il compito di unire i punti). Utilizza la parabola del brutto anatroccolo rappresentato da Elvira (l'ottima Lea Myren) che si tramuta in cigno (lo stesso lo farà Cenerentola), seppure attraverso soluzioni truffaldine che la ragazza, influenzata dalla cinica madre (eccelsa Ane Dahl Torp), intraprende pur di avere per sé il bel principe (personaggio, in realtà, alquanto idiota e privo di spessore). Pur perdendo il senno, Elvira è l'unico personaggio veramente animato da un qualcosa di profondo. Ama la poesia (certamente non scritta da chi lei pensa), si commuove nel valutare il bello e si interroga sul senso delle metafore utilizzate dalle parole che legge con un'ingenuità di fondo che fa tenerezza. Incarna, per certi versi, la bambina che non viene plasmata dal genitore ovvero la materia prima rovinata da mani che mirano a ottenere altro che il bene della giovane. Se ci si pensa bene è quello che avviene oggi con i modelli e gli insegnamenti offerti da certe trasmissioni televisive. In tutto il film, Elvira è l'unico soggetto che non ha mire materialistiche. Gli altri ragionano in ossequio alla bramosia del potere, alla sete del denaro e al richiamo della lussuria. Interessante come la Blichfeldt, mantenendo inalterata l'apparenza della fiaba dei Grimm, sposti il ruolo morale che sta alle base delle fiabe invertendo la centralità della vicenda dalla protagonista (Cenerentola) alla sua sorellastra cattiva (Elvira). Non è la parabola di Cenerentola a fungere da strumento di insegnamento, bensì quella della sorellastra Elvira che paga a caro prezzo la sua ossessione per il risultato finale.

Inutile dire che il film, pur ispirandosi a una fiaba, non è certo indirizzato ai bambini. La Blichfeldt riesce nel tentativo di combinare l'eleganza di un film in costume (che viene parodiato) con i due generi più censurati della settima arte ovvero il porno (un pene in primissimo piano e un altro paio di momenti abbastanza espliciti) e l'horror splatter che si spinge, in due scene, a omaggiare Lucio Fulci (penso alle torture sull'occhio o alla scena del vomito di Paura nella Città dei Morti Viventi). Il proposito, di certo ardito e in parte figlio di pellicole quali Poor Things (“Povere Creature”, 2023) e Barbie (2023) a cui The Ungly Sister è nei contenuti debitore, consente alla pellicola di spiccare e di brillare in un panorama horror inquinato dal conformismo hollywoodiano. Eleganza e grettezza vanno così a braccetto, tanto da essere sintetizzate da almeno un paio di scene che costringono lo spettatore più sensibile a spostare la testa dal grande schermo. Un film dunque che non si scorda e che riesce ad abbinare leggerezza e ilarità alla cattiveria e all'aspra critica sociale. La fiaba dunque mantiene il senso morale ma ribalta il messaggio di fondo: il mondo incantato è un'illusione rappresentata da una falsità sotto la quale regna la meschinità e l'opportunismo. Epilogo in puro stile europeo contrapposto al rassicurante messaggio dei prodotti commerciali d'oltreoceano. A Hollywood un film del genere non lo avrebbero prodotto. Ben vengano dunque queste produzioni europee che dovrebbero essere incoraggiate e premiate dal pubblico, ivi compreso quello americano cresciuto con gli horror dei vari Carpenter (omaggiato dalla carrellata laterale sulla tavola imbandita), Cronenberg, Craven, Yuzna (si veda Society) e compagnia.

Bene il cast artistico, con Lea Myren (perfetto il passaggio da bruttina a super top) e l'autoritaria Ane Dahl Torp che brillano su tutti e tutte. Un po' pesce lesso il principe interpretato da Isac Calmroth.

Da un punto di vista tecnico, il film beneficia di una fotografia fredda e glaciale che rimanda ai film horror di impronta gotica di Jess Franco (pianure con carrozze trainate da cavalli che galoppano nella nebbia). Notevole anche la colonna sonora composta da temi che rimandano al Luis Bacalov ripescato e riproposto da Quentin Tarantino. Cadenzato il montaggio con ottimi stacchi ritmati da cambi di registro musicale. Notevole il trucco. 

Evidente fin da subito l'apprezzamento della critica. Candidato come miglior film al Sitges Festival, al Fangoria Chainsaw Awards e al Neuchatel International Fantatic Film Festival (dove ha ottenuto il premio al miglior regista, riconoscimento bissato al Boston Underground Film Festival), vincitore in Norvegia del premio per la migliore attrice emergente (Lea Myren) e per il miglior trucco.

Visionato per caso e in anteprima al FI-PI-LI Horror Festival 2025, è stata una piacevole scoperta che potrete visionare al cinema a partire dal 30 ottobre. Andatelo a vedere. Promosso a pieni voti.

 
La regista Emile Blichfeldt.
 
"Se la scarpetta non calza..."


sabato 11 ottobre 2025

Recensione Narrativa: IL LIBRO BLASFEMO DI CTHULHU a cura di Pietro Guerriello e Roberto Del Piano.

Autore: AA.VV.
Curatori: Roberto Del Piano e Pietro Guarriello.
Anno: 2025.
Genere: Porno Horror.
Editore: Dagon Press.
Pagine: 260.
Prezzo: 18,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Tentativo coraggioso di Roberto Del Piano e Pietro Guarriello che fiutano il periodo propizio per fondere il fantastico classico con un erotismo che sconfina nella pornografia. Film come Povere Creature! (2023) e The Ugly Stepsister (2025) dimostrano che il tempo per supportare l'operazione è maturo. Prova allora a battere il ferro, probabilmente non con troppa convinzione, la Dagon Press, casa editrice fino a oggi assai poco interessata all'erotismo (siamo, si badi bene, lontani dal sottogenere Hardcore Horror). Sicuramente molto più ortodosso di Roberto Del Piano, Guarriello si lascia convincere a intraprendere la deriva verso la blasfemia lovecraftiana per effetto dei buoni risultati conseguiti dall'inusuale Gli Appetiti di Trnt-Asy'Hh e Altre Strane Vicende Lodigiane (qua la recensione http://giurista81.blogspot.com/2025/04/recensione-narrativa-gli-appetiti-di.html) e, prima ancora, dai Culti Svedesi di Anders Fager (qua le recensioni: https://giurista81.blogspot.com/2020/03/recensione-narrativa-culti-svedesi-di.html e https://giurista81.blogspot.com/2021/08/recensioni-narrativa-relazioni.html). Sono queste antologie, oltre al crescente interesse verso una certa narrativa imparentanta con la pornografia (si veda la febbre Edward Lee o anche, nel nostro piccolo, le scelte editoriali intraprese negli ultimi due anni da Alessandro Balestra del sito Scheletri con l'uscita di novelle quali Mia, Lovecantropia e La scolopendra d'Oro), ad aprire le porte a Il Libro Blasfemo di Cthulhu. I buoni propositi e le grandi aspettative della vigilia, tuttavia, sforiscono presto. Da una parte un bacino di potenziali acquirenti (quelli della Dagon) poco avvezzi alle novità e troppo legati alla tradizione, e dall'altra una curatela permissiva nel lasciare libero campo agli autori selezionati finiscono col trasformare il progetto in un inatteso flop. Il principale limite del complesso dei racconti sta in una perseverante ripetitività delle situazioni rappresentate. L'erotismo viene percepito da quasi tutti gli autori quale sinonimo di amplessi, più o meno consenzienti, e sempre tutt'altro che romantici, con divinità femminili che finiscono col ridurre in schiavitù gli uomini o, ancora, divinità mostruose tipiche del ciclo lovecraftiano bisognose di trovare donne attraverso le quali rinnovare la propria vigoria. Sviluppi dunque costanti che si associano a tematiche anch'ese ripetitive (il grimorio che svela la via per accrescere il potere, le divinità che risalgono dai pozzi o dal mare, l'ineluttabità del destino). Se Roberto Del Piano era stato bravo, nel suo racconto di punta (Trnt-Asy'-hh) contenuto nell'antologia pilota del progetto, a distaccarsi da Lovecraft per proporre qualcosa di originale, satirico e irriverente, i quindici autori qua selezionati faticano a emularne le gesta. Interpretano l'ingaggio cercando di virare al porno (più che all'erotico) i contenuti della storie lovecraftiane e cedendo troppo spesso alla tentazione del linguaggio esplicito e volgare ereditato dai film pornografici. Tutto questo, oltre a una serie di prime recensioni non certo incoraggianti all'acquisto, ha contribuito a decretare l'insuccesso commerciale de Il Libro Blasfemo di Cthulhu (titolo che fa il verso a The Big Book of Blasphemy - Il Grande Libro Blasfemo: qua la mia recensione http://giurista81.blogspot.com/2022/09/recensioni-narrativa-il-grande-libro.html) con appena venticinque copie vendute in quattro mesi. Un'inezia che lo ha trasformato nel titolo meno venduto dalla casa editrice. Un insuccesso che ha indotto Pietro Guarriello a dichiarare di essere intenzionato a ritirare l'antologia dal mercato (per cui chi ne è interessato si affretti ad acquistarla).

Eppure, nonostante lo scarso interesse mostrato dagli acquirenti, l'idea alla base del progetto non è deprecabile. C'è davvero qualcosa di inedito da raccontare nel mondo lovecraftiano, inoltre il fortunato accostamento tra horror ed erotismo risale a oltre cento anni fa, basti ricordare Dracula e certe rappresentazioni cinemtografiche del mito del vampiro (basti vedere i film di Jess Franco o Jean Rollin). “Il Sesso è il motore di molte storie di H.P. Lovecraft, anche se non viene mai rappresentato esplicitamente” scrive nell'introduzione Bobby Derie. Ecco quindi l'idea di squarciare il velo della pudicizia e di sbirciare oltre, dimenticando tuttavia l'insegnamento per il quale è erotico ciò che si intravede tra le righe (o meglio tra le vesti) e che, proprio per questo, attiva la fantasia del voyeur. Non eccita per lungo tempo ciò che viene sbattuto in bella mostra, poiché l'attesa e la brama di vedere sono presto soddisfatte. Poco calibrata è infine la disposizione dei racconti. Si sparano subito le opere più riuscite a inizio antologia, provocando un effetto che porta, al procedere della lettura, l'antologia a spegnersi. Per fortuna ho letto il libro secondo un ordine inverso rispetto a quello proposto trovandomi così in un crescendo che ha smorzato la delusione iniziale.


RECENSIONE NEL DETTAGLIO


Tra tutti i racconti brilla Finirà Male, Mia Dolce Signora, un racconto erotico dai contenuti revenge e da un'originalità di fondo che lo porta a essere di gran lunga il miglior della selezione. Lo presenta il bravo Emiliano Federico Caruso, già recensito su queste pagine (si veda l'eccellente Il Guardiano dell'Abisso: http://giurista81.blogspot.com/2025/07/recensione-narrativa-il-guardiano.html), che qua si abbandona a una storia da rivista spicy (tanto sesso) senza tuttavia dimenticare la struttura e la quadratura del cerchio. Non è certamente uno dei racconti migliori dell'autore, per il suo virare decisamente al piccante, a ogni modo sorprende come Caruso passi con uguale efficacia da un'impostazione da vero e proprio evocatore di sense of wonder a un'impostazione da specialista di storie in odore di love story o di vecchi romanzi da edicole degli anni sessanta e settanta con alcuni cliché quali, a esempio, lo chalet isolato tra i boschi in cui trascorrere, alle spalle del marito cornuto, un'infuocata settimana. Il racconto beneficia di una struttura da giallo, con strani avvistamenti che verranno giustificati e chiariti al procedere dei fatti, tra piste false che portano il lettore a dedurre successivi sviluppi che poi (per fortuna) verranno disattesi e un epilogo in odore di David Cronenberg (si veda a esempio The Brood o Rabid) piuttosto che di Howard P. Lovecraft. L'omaggio al Solitario arriva infatti solo all'epilogo con l'introduzione di un “nuovo” grimorio (il Carmina Necroforum) la cui comprensione e lettura consente di instillare negli esseri umani un desiderio sessuale senza limiti. Curiosa la modalità attraverso la quale il villain maledice la moglie traditrice e il suo amante, rendendosi protagonista di un vero e proprio delitto perfetto. Dimenticate gli studi e le sperimentazioni di Aleister Crowley e dei cultori della magia rossa, qua si piega sul versante del pulp ironico esaltato da un finale che richiama la controindicazione del restare incastrati durante un amplesso. Vaghi echi a Gerald's Game (“Il Gioco di Gerald”, 1993) di Stephen King, per uno dei pochi racconti del lotto (non l'unico) a essere originale.


Un altro testo capace di distinguersi è Oldann, Ulthar e le Vacanze dei Mi-Go firmato da tale Kaman-Thah (probabile, per stile e irriverenza satirica, pseudonimo di Roberto Del Piano). Pur non beneficiando di una struttura particolarmente elaborata (il testo è breve), ruota attorno all"idea più originale e onirica dell'antologia. Viene immaginata una dimensione sospesa tra la realtà e l'aldilà, cui si accede attraverso il sogno, in cui i Grandi Antichi assumono sembianze umane per poter beneficiare dei piaceri della carne a scapito, ovviamente, degli uomini. Finale disgustoso dal retrogusto matrixiano con accenno a una pornografia dissacrante ampiamente ironica e di matrice omosessuale.


Gli ortodossi apprezzeranno L'Erezione di Juan Romero, forse il racconto più capace di suscitare tensione, con una marcatissima impronta lovecraftiana. Porta la firma di uno scrittore stilisticamente molto dotato sebbene trincerato dietro lo pseudonimo Wilbur Whateley. Caratterizzato da espliciti inserti di erotismo omosessuale (qui non volgari), rappresentati da un azteco a cui piace ostentare l'erezione del proprio membro e da un protagonista eterossessuale che tuttavia subisce il fascino maschile, mantiene l'intelaiatura classica dei racconti del Maestro e si chiude in ossequio a uno stile che sarebbe piaciuto ai lettori di Weird Tales. Il soggetto, a ogni modo, è ultra collaudato: un'esplosione apre una falla in una miniera e da essa risale uno strano richiamo riconducibile a una creatura innominabile. L'anello che il protagonista (legato al divinità Shub-Nggurath) calza al dito pare assumere una certa incidenza sui fatti. 

 

Letture vietate ai minori di anni 18.

Un altro racconto valido e rispettoso dei canoni lovecraftiani è L'Altra Vita (Madre Oscura) di Mariano D'Anza, a cui va l'onore e l'onere di aprire l'antologia. Scrittore elegante, con trascorsi alla corte delle Edizioni Hypnos, D'Anza mischia la crisi di mezz'età di un'ultra quarantenne al rituale di rinnovazione della vigoria del Guardiano della Soglia. D'Anza utilizza archetipi di sicura presa, quale il Baphomet, la stregoneria medievale e i rimandi al Dictionnaire Infernal di Collin De Plancy. Tutti ingredienti funzionali a creare un pastone in grado di suscitare l'apprezzamento dei lettori classici. Il lessico è curato e ben cadenzato. Convincono assai meno certi passaggi obbligati intrapresi per connettere la prima parte all'ultima (il rituale nella chiesa sconsacrata), con l'amico del protagonista che capisce quanto sta per avvenire senza che le premesse vengano adeguatamente introdotte (punto debole della storia). Finale telefonato, ma di buona presa visiva.


Più quadrato Yola di Taylor Blackfire (nome collettivo dietro al quale si nascondono due varesini) che compensa l'assenza del blackground occulto (forte nel testo di D'Anza) con una struttura solida, tra pagine di diari e flashback che, a poco a poco, risolvono il mistero della morte di un uomo solitario e soprattutto dell'identità della compagna che ne ha allietato l'ultimo periodo di vita. Aumenta la componente sessuale, piuttosto spinta, così come le torture e gli assassini a sfondo rituale. Finale di nuovo abbastanza prevedibile.


Pietro Guarriello resta ancorato a Lovecraft (anche per il lessico antiquato) trasformando Dagon in un racconto erotico (non volgare) dal titolo Nel Ventre del Mare Oscuro. Elegantissimo (forse anche troppo) nella resa stilistica, con un lirismo che tende a prevalere sui contenuti estremamente onirici, plasma un incubo che si sovrappone a poco a poco alla realtà fino alla metamorfosi del protagonista in una “regressione” (o “ascesi”, a seconda dei punti di vista) da umano a ibridazione ittica. Spiccati rimandi al mondo delle sirene e soprattutto alle evoluzioni corporee tanto da trasfomare  il testo in un potente body horror. La natura derivativa del soggetto penalizza il risultato finale, ma resta una valida prova. Da segnalare un omaggio, non so quanto voluto, a Calcutta Lord of Nerves (da noi conosciuto come “Calcutta Horror”) di Poppy Z. Brite per la parte in cui il protagonista precipita nel buco rappresentato dal sesso della divinità antica che lo ha stregato.

 

La raffigurazione più bella tra le oltre quaranta che llustrano l'antologia.

Questo, a mio avviso, lo zoccolo duro dell'antologia che tende a spegnersi a mano a mano che si procede nella lettura. Quattro dei sei racconti citati sono infatti stati proposti tra i primi sei elaborati dell'indice. Tra gli altri nove racconti è da segnalare La Violenza di Cthulhu attribuito a un tale Tzimon Yliaster e addirittura ripescato dal dark web (!?). L'autore sarebbe stato un vero occultista sparito nel nulla a metà anni '90 e conosciuto negli Stati Uniti con il soprannome Dracthyus. Autore di saggi sull'occulto e frequentatore di ordini esoterici. Insomma un bel biglietto da visita che, purtroppo, non trapela dalla lettura del racconto privo di riferimenti iniziatici. Pur partendo bene, grazie ai rimandi a uno sconosciuto libello definito “completamento del Necronomicon” (il Deus ex Lexicon) contenente le “procedure per diventare un essere di grande potere”, la storia si perde presto in una serie di abusati cliché, quali il pericolo rappresentato dagli appuntamenti al buio, l'inopportunità di accettare passaggi automobilistici dagli sconosciuti, fino al telefonatissimo stupro (accompagnato dal linguaggio sporco e gretto) in riva al mare in attesa dell'emersione del Grande Antico di turno. Yliaster aggiunge l'elemento della traslazione nel corpo umano dell'essenza del dio antico che, sotto altre spoglie, si muove sulla Terra a caccia di vittime. Abbastanza ridicoli i dialoghi e il comportamento dei personaggi durante la fase che introduce la violenza fisica. Bella invece la parte della deflagrazione fisica del villain in vista della sua rinascita. Pressoché identico, seppure molto meno sviluppato nella trama, Bella Figura di Michele Borgogni. Due giovani (questa volta a essere adescato è il maschio) copulano sulla spiaggia in attesa dell'emersione di Cthulhu (il perché si cerchi l'evocazione, a differenza di Yliaster e di D'Anza, non viene specificato). Efficace nello stile e capace di toccare le giuste corde emotive, Borgogni paga dazio sul versante del soggetto. L'elemento fantastico fa capolino giusto giusto nella parte terminale e appare quale diversivo per caratterizzare una narrazione da rivista pornografica/scandalistica. Buono comunque il ritmo e la salsa spicy, anche se alla fine si ha l'impressione di leggere un capitolo di un qualcosa di più ampio, così da qualificare il lavoro quale mero ed esclusivo esercizio di stile.


Ho trovato molto meno interessanti gli altri sei racconti. Sviluppato nelle premesse ma non nelle conclusioni (alquanto frettolose) Aldilà della Soglia di Enrico Del Piano (fratello del curatore Roberto) che confina forzatamente la parte erotica sul finire della storia, preferendo dilungarsi nelle descrizioni di una casa dall'architettura che sfugge a ogni logica e che custodisce al suo interno una torre in apparenza inaccessibile per non avere un'entrata visibile a colpo d'occhio. Cosa si nasconderà all'interno della torre? Questo il motivo di attrazione del racconto. Buona la scrittura, buona la capacità di evocare mystery con sicura presa dell'interesse del lettore salvo poi scoprire una rivelazione finale non certo incisiva. Anche qua (come in Yola), al centro di tutto, c'è una divinità antica che si presenta nelle forme di una seducente giovane che promette una vita di piacere. Omaggio evidente a The Dreams in the Witch House (“La Casa Stregata”, 1932) con una casa dagli angoli e dalle proporzioni non euclidee che sfidano le leggi della geometria tradizionale e che permettono il passaggio tra mondi e tempi diversi (bella la visione offerta da Del Piano su una città aliena).


A tratti interessante (l'inizio) e particolare (la visione dei morti ritornanti) Il Kamasutra dei Morti di Daniele Corradi che, tuttavia, sceglie un lezioso e verbosissimo (a mio modo di vedere, sia chiaro) stile che uccide il piacere della lettura a favore di elucubrazioni che soffocano la dinamicità della storia. Poco visivo e molto più intellettuale.


Creature innominate che risalgono dagli abissi le ritroviamo in Il Richiamo di Zangal di Enrico Teodorani. Storia dall'inizio interessante che si perde strada facendo in una trama priva di spunti fino al telefonatissimo epilogo che vorrebbe fungere da sorpresa. Abbastanza mediocre. Deludente anche Il Culto degli Adoratori del Seme dei Coniugi Mezzanotte. Qui si torna sul pornografico, accompagnato dal lessico esplicito e volgare, con un amplesso di gruppo al servizo di un racconto privo di sfondo weird e solo “prestato” alla causa lovecraftiana.


La Vita Sessuale di Lovecraft di Francesco Zanolla è in odore di oltraggio, portando in scena Lovecraft e le sue avventure sessuali spalmate nel corso della vita. Tra queste scene si ricorda Lovecraft adulto che si accoppia con la moglie mentre legge un libro (stile Verdone con la Pivetti in Viaggi di Nozze).


Risibile il brevissimo fumetto, ben raffigurato da Bruno Farinelli, basato su una microstoria di Enrico Teodorani.


Oltre i quindici racconti, quale valore aggiunto del libro, sono da segnalare le numerose raffigurazioni interne, la maggior parte delle quali realizzate (credo di poter dire) con intelligenza artificiale. Anche per queste raffigurazioni si sceglie la via dell'erotismo pornografico di grana grossa. Dimenticate la muscolosità e il senso di avventura tipico delle muse o dei modelli raffigurati da Boris Vallejo. Qua si protende per la componente sessuale esplicita, con pubi e tette in bella mostra e persino falli tentacolari che confluiscono in bocca o in altri buchi. La mia raffigurazione preferita è quella inserita a pagina 170 per la firma di Stephen Fabian. Divertenti le copertine finali alternative, tra cui una volontariamente colma di refusi e un'altra in cui compare la scritta "V.M. 18".


CONCLUSIONI

Occasione in buona parte persa, probabilmente per effetto di una selezione non bilanciata tra una storia e l'altra. Troppi racconti simili e non sviluppati, gli autori appaiono più interessati a soffermarsi sulle descrizioni dei rapporti sessuali – sovente con la scorciatoia del linguaggio volgare e gretto – che nello sviluppare i soggetti. Ravviabile un'evidente carenza generalizzata di originalità nei soggetti. Non mancano tuttavia, come abbiamo illustrato, alcuni racconti riusciti. Dunque una lettura lovecraftiana diversa che, con una maggiore severità e un'attenzione più scrupolosa nella scelta dei racconti, avrebbe potuto ambire a maggiori consensi. Lodevole il tentativo di impreziosire il testo con una massivo impiego di disegni. Più che valido l'editing. Acquisto consigliato ai lovecraftiani inappagabili e agli appassionati di spicy stories. Attenzione: non è una lettura hardcore horror.

 Copertina abortita.