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giovedì 17 ottobre 2024

Recensione Narrativa: UN CASTELLO NEI CARPAZI di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Anno: 2024.
Genere:  Horror.
Editore: Mannarino Edizioni.
Pagine: 100.
Prezzo: 10.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Squadra che vince non si cambia” dice un vecchio adagio, a cui Maurizio Bianciotto sembra non volersi discostare. Lo scrittore torinese rinnova così il sodalizio con la Mannarino Editore e, dopo La Sanguinaria Dama della Magione Oscura – Orrore (2023) dello scorso anno, torna sul mercato con una nuova novella (in realtà un racconto lungo) in odore Hammer: Un Castello nei Carpazi.

Novanta pagine abbondanti che sintetizzano appieno la narrativa di Bianciotto, richiamandone tutti i topos: l'ambientazione est europea, il tema del viaggio di avvicinamento dalla campagna verso un antico castello, il protagonista che è un soldato, la presenza di un nobile dai tratti che richiamano Dracula, la graduale entrata in scena di un orrore compenetrato da avvenimenti legati alla grande storia dell'umanità (qui del novecento, più spesso dell'ottocento) e un marcato senso d'azione dove trovano spazio le armi da fuoco. Un Castello nei Carpazi non deroga a questo. Bianciotto confeziona l'ennesimo racconto classico legato agli insegnamenti della narrativa dell'orrore di inizio novecento e lo fa con una padronanza ormai divenuta un marchio di fabbrica.

Narratore provetto, Bianciotto ha costruito una comfort zone in cui riesce a destreggiarsi con tecnica professionale, stentando però a discostarsene per cercare un qualcosa di più personale e rivoluzionario. Le sue sono storie quadrate, gestite con una costruzione dei tempi assai calibrata e un'interessante analisi psicologica dei protagonisti. Nell'occasione porta in scena una spedizione ordinata nientemeno che da Himmler, al fine di scoprire la via attraverso la quale un Conte rumeno (tale Mircea Codrescu) ha vinto la morte. Niente di originale dunque, ma ben narrato, specie nell'introspezione dei personaggi, tra i quali un ufficiale della wehrmacht (un uomo ossessionato dal suo ruolo e incapace di vedere la realtà per quello che è) che si duole per essere stato distolto dal fronte russo per accompagnare uno strampalato professore dedito allo studio del soprannaturale.

L'epilogo è un po' telefonato, ma l'idea di ribaltare il tutto facendo passare i mostri per un qualcosa di meno diabolico degli umani attribuisce al progetto (derivativo) un qualche punto in più. Finale grandguignolesco, tra vampiri, licantropi e streghe, con un uomo che ricorda un po' il Tony Montana di Scarface.

Si annota la totale assenza dell'erotismo, altrove presente nelle storie di Bianciotto. Consigliato, come sempre, ai cultori di un orrore legato alla Hammer e ai romanzi derivativi del Dracula di Bram Stoker.

 

L'autore Maurizio Bianciotto.
 
Che tipo di uomo era colui che sino alla fine non aveva accettato la verità ed era andato incontro alla morte vomitando tutto il proprio odio e la propria rabbia?

mercoledì 2 ottobre 2024

Recensione Narrativa: RACCONTI D'INCUBO a cura di Gabriele La Porta.

Autore: AA.VV..
Curatore: Gabriele La Porta.
Anno: 1988.
Genere:  Horror / Onirico.
Editore: Newton Compton.
Pagine: 304.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Seconda di due antologie curate nell'arco di dodici mesi (1987/88) dal critico letterario - e soprattutto famosissimo giornalista RAI – Gabriele La Porta per la Newton Compton Editori. Evidente il tentativo di rendere letterario il fantastico proponendo qualcosa di diverso dai racconti anglofoni. È interessante notare, più ancora della prima delle due antologie (Racconti di Tenebra), il coinvolgimento di nomi che col fantastico – in apparenza - hanno poco da spartire. Vengono meno firme di specialisti quali Marco De Franchi e Riccardo Reim, mentre pullulano giornalisti, attrici, conduttori e dirigenti legati al mondo della Rai. Spiccano le firme di celebrità del fantastico quali Gianfranco De Turris e di scrittori che si sono fatti un nome col genere quali Roberto Genovesi e Stanislao Nievo, ma in particolar modo compaiono molti outsider tra cui sorprendono le firme dell'attrice Maria Rosaria Omaggio e del cantautore Mario Castelnuovo, assai più conosciuti in altro ambito.

Ecco che ne viene fuori un lotto di venticinque racconti piuttosto eterogenei che guardano, perlopiù, a un orrore edulcorato di matrice onirica. Il titolo dell'antologia, Racconti d'Incubo, rappresenta molto bene il contenuto del testo. Molti dei racconti, infatti, danno sostanza a incubi notturni, talvolta prodotto di veri e propri sogni pesanti. Vi sono anche alcuni gialli, una storia realmente accaduta rimodulata in chiave narrativa (la tragedia di Vermicino filtrata dalla poetica di Stanislao Nievo e il suo Il Pozzo), una satira che lancia strali assai velenosi e polemici sul mondo dei concorsi narrativi e della critica letteraria (il graffiante Francesco Grisi con Lunga Vita alla Poesia) e persino un racconto fantascientifico. La maggior parte dei racconti, tuttavia, verte su ghost stories, storie di demoni, streghe, assassini e persino uno spiccato omaggio (Il Dottor Faust e il Mistero della Casa Blu) alla figura del golem. 

Gabriele La Porta sembra chiedere ai suoi autori una cifra autoriale, un quid che renda i vari contributi un qualcosa di diverso rispetto all'ordinaria narrativa commerciale. In altre parole, si respira un tentativo di creazione “letteraria” piuttosto che narrativa, dove lo stile tende ad avere un ruolo paritetico, se non prevalente, sui contenuti. Tutto ciò non deve sorprendere, visto l'elevato numero di intellettuali coinvolti nel progetto

La Porta, scomparso nel 2019, è stato uno dei volti più popolari della Rai. In servizio per quarantadue anni con ruoli apicali -direttore di Rai 2, primo direttore di Rai Notte e conduttore di trasmissioni culturali - è stato definito “il più longevo dirigente della storia della televisione pubblica italiana”.

Cultore di esoterismo, ha pubblicato saggi quali La Magia (1998), Storia della Magia (2001), Dizionario dell'Inconscio e della Magia (2008). Ha inoltre condotto speciali televisivi come Edgar Allan Poe e Alla Ricerca di Dracula (1992). Proprio questa passione per il fantastico lo ha spinto a provare la via della curatela di antologie interamente composte da scrittori italiani presi in prestito da altri contesti. Un apporto di esperienze diverse che ha portato a plasmare un lotto sperimentale, a tratti curioso, che sarebbe stato bene promuovere anche se, in tutta probabilità, a suo tempo (figurarsi oggi) respinto dal pubblico di lettori abituati a un certo tipo di narrativa.

Personalmente, ho apprezzato almeno una decina di racconti, mentre ho trovato deludenti gli altri, vuoi perché più concentrati sullo stile o perché non troppo convincenti per trama. A ogni modo, la costante per tutte le storie è l'eleganza e la dotta padronanza di cui si fanno portatori tutti i coinvolti nel progetto, ivi compreso il diciottenne (Michele La Porta) figlio del curatore che, pur non scrivendo un racconto memorabile, sfoggia un invidiabile lessico (specie se si valuta la giovanissima età).

RECENSIONE SPECIFICA

Due sono le perle raccolte.

Pierfelice Bernacchi, giornalista Rai studioso di religioni e di esoterismo, presenta uno dei racconti più di “genere” del lotto: Astarte: il Genio del Venerdì. Sette sataniche, diavoli, viaggi in cunicoli sotterranei tra topi e pipistrelli, braccati da cani famelici. Questo e altro per una storia a suo modo anticipatrice, per tematiche e costruzione, dei romanzi di Dan Brown – con tanto di antefatto in linea con quello attraverso il quale si aprirà Il Codice da Vinci. Bernacchi miscela molto bene mystery, azione e orrore, attingendo dal suo know out in campo esoterico e di storia delle religioni. Ne deriva un'ottimo elaborato che guarda alla parte finale di Phenomena di Dario Argento (fuga nei cunicoli infestati da teschi, fango, topi e blatte) e, al tempo stesso, gioca attorno a un tentativo di decriptazione della rivelazione dell'Apocalisse di San Giovanni. Chi è l'anticristo? Molto affascinante, adatto a un pubblico appassionato di gotico moderno.

Più letterario, ma non di caratura inferiore, Da Lucia del dirigente Eni Paolo Andreocci. Qui si assiste al tentativo di rendere letterari gli stereotipi del patto diabolico e della ghost story, al fine di proporre un omaggio alla narrativa vista come un qualcosa in grado di rendere immortali i suoi protagonisti: gli scrittori. “Leggere è solo dialogare. Un libro è la parola cristalizzata di un uomo come noi, che come noi ha sofferto ed amato, sperato e costruito. Non mi meraviglia affatto che qualcuno passi la vita a colloquiare con i propri simili. Sono morti? E che fa? Uomini sono, dai quali soltanto ci dividono il luogo e il tempo... Gli uomini possono comunicare tra loro anche attraverso i secoli. Il tempo non esiste!” Una conclusione che porta a negare, insieme al tempo, la morte. Racconto molto bello, impreziosito da una seconda sottotraccia: l'idea delle letture parallele. Un cultore di narrativa ha pensato bene di utilizzare i suoi libri per estrapolare frasi che, decontestualizzate, danno vita a un'opera nuova da “(ri)montare” attraverso il ricorso di una specifica chiave di lettura. Tanto romanticismo e nostalgia, per un racconto che propone un interessante momento onirico e una buona dose di mystery.


Sprigiona potenza visiva lo sfuggevole La Nave dei Dannati del critico cinematografico Franco Valobra, un racconto che lascia molto all'immaginazione dei lettori limitandosi a tratteggiare un contesto apocalittico in cui tutto resta sfumato. Un naufrago ha smarrito la memoria e non sa capacitarsi della sua presenza su un'isola deserta e bersagliata da un tifone e dalla caduta di un astro di fuoco che incendia tutto. Rimasto solo in compagna di una pecorella che sembra assisterlo, vaga tra animali che corrono nel bosco in cerca di una via di fuga. L'idea che ho avuto è quella di essere alle prese con una parabola simile a quella dell'estinzione dei dinosauri (sebbene qua gli animali siano quelli comuni), in cui sembra alludersi alla situazione esistenziale degli esseri viventi in balia dei giochi di creature superiori (qua rappresentati dai militari di un battello che giunge a salvare i superstiti). La presenza di una villa porterà il protagonista a pensare di essere una cavia di un qualche esperimento. Alla fine tutto resta sospeso in ossequio a una matrice freudiana di valenza metaforica.


Non può poi non brillare il “Maestro” Gianfranco De Turris con un omaggio lovecraftiano (Il Segno) sviluppato e gestito in maniera personale. Una vacanza estiva con moglie e figli si trasforma, per un intraprendente turista appassionato di immersioni subacquee, in un'occasione di scoperta di una “realtà” diversa, sebbene adiacente alla “nostra”. Ottima la gestione, tra suggestioni, intuizioni, sogni e realtà, fino alla rivelazione dell'impronta umana palmata riscontrata sul fondale marino.


Sorprende Maria Rosaria Omaggio con un racconto (Non Dire Solite Donne) sullo stile di quelli di Maurice Renard; un giallo dai risvolti horror che miscela il tema delle maledizioni demoniache a quello dell'amore impossibile. Che mistero si cela dietro al rapporto che una nota pittrice intrattiene con i suoi sette alani? Una fiaba contemporanea dal nefasto epilogo.


Prende la via bradburiana Roberto Genovesi con Fermata a Richiesta, un giallo che sposa la via dell'horror prendendo l'abbrivio da un'indagine impossibile in cui un poliziotto indaga su un bizzarro incidente stradale dove, pur non sapendolo, è deceduto lui stesso. Bello il finale, in cui un autobus impazzito condotto da un autista fantasma finisce per piombare in un dirupo.


Tra i racconti più articolati vi è quello del curatore, Il Dottor Faust e il Mistero della Casa Blu, che riporta in scena la figura del Golem, seppur contaminata dal mito di Frankenstein (ovvero l'archetipo della creatura assemblata con pezzi di cadavere trafugati dai cimiteri). La struttura segue gli stilemi del giallo, caratterizzato da un'indagine che ruota attorno alla scomparsa di una serie di ragazze prossime a convolare a nozze. Siamo nella Praga di inizio novecento, in un clima di odio verso gli ebrei che si scopriranno essere vittime dei piani di un alchimista che agisce per finalità esistenzialiste. Ottimo l'onirico inizio, di matrice labirintica, meno invece il movente del folle che ha riportato in vita il golem. La Porta propone un villain nichilista che, per certi versi, ricorda il prete di Non si Sevizia un Paperino di Lucio Fulci. “La vita è dolore, non osservi che gli uomini passano da un affanno all'altro. Non rifletti sul dolore di guadagnarsi il pane, di crescere i figli e poi gli spasmi delle malattie, delle carestie, delle miserie della guerra? Si, questa è quella che tu chiami vita: una successione inarrestabile di afflizioni.” Il villain vede così nell'amore un'illusione nonché la benzina che consente alla vita di andare avanti mentre, a suo dire, l'unica salvezza è la morte.


Un interessante giallo, tutto gestito nella forma di un monologo che un imputato rende al giudice istruttore, è La Garanzia di Massimo Rendina (direttore del primo telegiornale Rai) che propone un ménage à trois incentrato su un contratto (che sarebbe nullo nella realtà) avente a oggetto l'impegno di un nullatenente di sacrificarsi, a richiesta, per fornire gli organi necessari al riccone a cui ha garantito, in cambio di benessere immediato, l'eventualità di disporre del proprio corpo per salvare la propria vita. Finale beffardo.


Mostra infine una grande tecnica espositiva Annibale Paloscia, capo redattore dell'Agenzia Ansa, che con eleganza plasma Le Porte della Notte, un'avventura ambientata nella giungla. Sembra uno di quei racconti ambientati in Asia che Gustav Meyrink scriveva per Simplicissimus. Sciamanesimo e reincarnazione degli spiriti dei trapassati negli animali sono il leitmotiv.


Questo, a mio modesto parere, il top dell'antologia che, per il resto, si snoda tra ghost story e gialli. Tra le prime si segnala Velcha di Mario Castelnuovo, una storia stile Edgar Allan Poe dislocata su tre periodi temporali, che cadenzano l'inesorabile approssimarsi di una morte umanizzata nei contorni di una donna emersa dalle nebbie di un paesino agreste. Su coordinate simili si muove Michele Giammarioli con La Nebbia, storia abbastanza prevedibile che ripropone l'idea (già letta con Genovesi) dell'uomo morto in un incidente stradale che continua a muoversi tra i vivi non rendendosi conto di essere deceduto.


Killer e balli carnevaleschi sono al centro di Arlecchino all'Inferno di Paolo Mosca (propone una festa in maschera libertina e perversa dove tutti si lasciano andare alle tentazioni meno una donna vestita da suora che, per sottrarsi al dileggio e a un tentativo di stupro, ucciderà arlecchino) e di Il Sogno, Il Sangue e L'Amore di Gianni Biasich, dove entra in gioco il tema dell'adolescenza, rappresentata da un ragazzino un po' trascurato dai genitori che assiste, scioccato, all'assassinio della baby sitter salvo poi scoprire che è stato tutto un gioco, forse...


Vittorio Sozzi, sul modello de Il Settimo Sigillo, propone Gioco senza Fine un racconto freudiano (da cui viene tratta l'idea della copertina) che combina il tema del labirinto con quello della partita a scacchi tra un uomo e un'entità superiore. Interessante l'epilogo in cui il giocatore si ritrova all'interno del campo di gioco.


Tra i più perversi e inquietanti figura La Maga di Dario Bellezza, racconto in cui lo stile tende a prevalere sui contenuti. Un buon epilogo, venature erotiche malate che ruotano attorno a una maga, versione vecchia befana, che costringe giovani ragazzi a intrattenere rapporti sessuali con lei.


Si va dalle parti del giallo con lo sperimentale Verde da Morire di Anna Mirabile (elaborato di denuncia che cambia di continuo registro, passando dall'incubo all'artificio letterario che si traduce nella concretezza della realtà) e il modesto A Morte i Ciclisti di Mario Lunetta, un'indagine su una catena di omicidi a danno di ciclisti abbattuti dai colpi di una carabina.


Troppo intricato Identikit di una Notte di Italo Moscati, costruito su un tradimento che si deforma in una visione allucinata che distorce gli accadimenti proprio come avverrebbe in un incubo. Contorto anche Nascita Eterna di Maurizio Persiani che gioca su un bambino che vive simultaneamente più esistenze dislocate tra presente, passato e futuro.


Tra i meno riusciti citerei Il Viaggio di Serena Caramitti, sia per non essere originale sia per non essere ben gestito. Il riferimento è La Sentinella di Frederic Brown ma, a differenza del capolavoro dello scrittore americano, gli indizi disseminati nel testo non sono onesti verso il lettore. L'idea è quella di proporre la discesa di una coppia di alieni – venusiani – che si imbattono in un mondo futuro terrestre, dominato dallo smog, e dai veicoli che vengono erroneamente e ingenuamente (visto che si parla di un popolo dotato di astronavi più evolute delle nostre) reputati animali. Modesto.


Tra i peggiori (per contenuto, non certo per stile), Un Bel Racconto, del figlio del curatore che fornisce la sensazione di menare il cane per l'aia – come peraltro dice lui stesso all'interno del testo – per presentare un racconto senza bussola. Simpatico per l'autoironia metaletteraria, ma nulla più.


Interessante ma non ascrivibile al rango di racconto Il Pozzo che, con stile giornalistico, ripropone la tragedia del Vermicino (la caduta di Alfredino nel pozzo). Scelgono la via della satira invece Lunga Vita alla Poesia di Francesco Grisi e I Miracolati, attraverso il quale Franco Cuomo propone un Gesù ritornato dalla morte ma deluso della reazione dei soggetti che hanno goduto dei suoi miracoli.


In conclusione un'antologia di racconti prevalentemente fantastici che riscrivono il genere in un'ottica italica, cercando di rendere letteraria la narrativa di intrattenimento. Un progetto che si sarebbe dovuto incentivare ma che, ahimé, è naufragato per un numero non esaltante di copie vendute (così deduco e immagino). Da notare il forte coinvolgimento del personale Rai. Ad avercene, oggi.

 
Il curatore Gabriele La Porta.
 
"La Verità, come la Libertà e la Virtù, non si concede, ma deve essere ricercata e conquistata. Qui sta la Sapienza. Chi ha intendimento calcoli e trovi il numero!"

mercoledì 25 settembre 2024

Recensione Narrativa: I CAMPIONI DELL'INFERNO di Andrea Gualchierotti.


 

Autore: Andrea Gualchierotti.
Anno: 2024.
Genere:  Fantastico sottogenere Sword and Sorcery.
Editore: Edizioni Il Ciliegio.
Pagine: 224.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Freschissima uscita per le Edizioni Il Ciliegio, sul mercato dall'1 ottobre 2024, di cui vi forniamo in anteprima la recensione (penso di essere il primo). Andrea Gualchierotti, penna di punta del weird italico (più volte intervistato dalla Rai) e ospite fisso di Dimensione Cosmica, torna con un nuovo contributo al sword and sorcery legato alla tradizione classica. Spada e magia dunque, nel solco delle storie di Robert Ervin Howard sebbene traslato nel mondo greco-romano. Dopo gli ottimi La Stirpe di Herakles (2020) e soprattutto I Principi del Mare (2022) - qua la nostra recensione http://giurista81.blogspot.com/2023/10/recensione-narrativa-i-principi-del.html - Gualchierotti sposta l'ambientazione delle sue storie dalla Grecia del mito omerico alla Roma del 110 d.c., in pieno periodo di spettacoli in arena dove si inneggiano atleti che provocano la morte di altri. Immaginate dunque Il Gladiatore di Ridley Scott imparentato all'epopea della tradizione omerica posticipata al primo secolo del dopo Cristo. Gli dei che interferiscono con le vicende e i "giochi" degli umani. Sacro e profano dunque, dove il primo è legato al paganesimo e allo scontro tra gli dei e dove dei cristiani non vi è ancora traccia. Lo spunto parte dal fantastico ovvero dall'idea che ogni 15.000 anni, nel giorno in cui gli astri tornano nella posizione che avevano al principio del tempo (idea lovecraftiana), gli dei gareggiano per il governo del mondo. Anziché scontrarsi tra loro, i tre figli generati da Kronos (Zeus, Ade e Poseidone) pensano bene di darsi battaglia per interposta persona. Individuano infatti tre dannati caduti sul campo di battaglia delle arene e li riportano sulla Terra con la promessa, a chi dei tre rimarrà in vita, di essere liberato dal legame con la morte e di tornare così definitivamente in vita. Ognuno dei tre rappresenterà uno dei tre dei. I "nostri", tutti guidati da desideri personali di vendetta, dovranno vedersela contro creature infernali (echi de L'Armata delle Tenebre di Sam Raimi) e altri più convenzionali, spesso in condizione di svantaggio avendo come unici conforti lo scudo, l'elmo e il gladio.

Trama dunque meno epica delle precedenti di Gualchierotti e più votata al grandguignol e all'intrattenimento. Domina infatti l'azione e vengono meno i rimandi classicisti. L'autore denota comunque una grande cultura in materia, ha studiato il mondo dei gladiatori e riesce a riproporlo in ogni sua particolarità. Viene curato ogni aspetto, dall'alimentazione agli indumenti e alle armi, passando per gli allenamenti, le punizioni per i rivoltosi (reclusione in celle scavate nel tufo) fino alla considerazione che simili soggetti avevano in una Roma truce e crudele sempre assetata di sangue. In altre parole, i gladiatori erano molto simili a quello che oggi sono i cavalli da corsa. Proprietà di appassionati che investivano soldi per farsi belli negli appuntamenti importanti, oltre che boia chiamati a eseguire pene capitali a danno di criminali a cui veniva offerta l'illusione di potersi difendere al cospetto di una folla di spettatori drogata dallo spettacolo.

I Campioni dell'Inferno è una sorta di Rollerball del passato, in cui si inseriscono molti momenti fantastici funzionali a creare grande evocazione scenografica all'insegna del sovrannaturale. Abbiamo parti ambientate nell'Ade, altre tra le rovine di Ercolano fino alla ricostruzione di una battaglia navale avvenuta tre secoli prima e riproposta quale spettacolo all'interno del Colosseo (spettacolare descrizione delle varie fasi). Lo stile è elegante, ricercato al punto giusto, con latinismi e grande padronanza della materia trattata. La storia è weird con contaminazioni horror e, se mi permettete, intrisa di marcato gusto da spaghetti western (personaggi smargiassi, irriverenti persino verso gli dei, in continua ricerca del duello al punto da sfidare la morte e chi li attenderà oltre essa), tuttavia il vero centro del romanzo è il mondo dei gladiatori. Gualchierotti da la sensazione di voler soprattutto parlare di questi eroi del tempo che fu, del loro mondo e dei loro usi. Schiavi al servizio di perversi proprietari, talvolta persino oggetto di inconfessabili desideri sessuali di natura omosessuale. Da questo, probabilmente, nasce lo spunto del testo. Ecco che il contenitore fantastico funge da mero pretesto per rendere più accattivante una storia che lo sarebbe stata anche a prescindere. Protagonista assoluto, più che della storia, è il retaggio storico e la verosimiglianza dei fatti calibrati al periodo in cui è inscenata la vicenda.

Tra le parti più riuscite, oltre al pirotecnico finale degno di un kolossal alla Ben-Hur, vi è tutta la prima parte. Il prologo in cui assistiamo al naufragio di un'imbarcazione che si trova a passare laddove si danno appuntamento i tre figli di Kronos è forse il momento più bello del testo, superato dalla parte ambientata nell'Ade dove i prescelti si trovano a dover respingere un'orda di zombie. Bella è inoltre la scena nella villa alle porte di Ercolano, per non parlare del viaggio su un'imbarcazione che ricorda, per come sono tenuti gli schiavi, i treni colmi di ebrei in viaggio verso Auschwitz.

La parte centrale, cuore del romanzo, è invece dedicata al mondo dei gladiatori, analizzato in ogni sua particolarità (ivi compresa la pratica delle scommesse e dei baccanali che precedevano l'inizio dei giochi). Qui, forse, Gualchierotti tende a essere un po' ripetitivo in alcuni scontri (ma è anche inevitabile) e inizia a introdurre snodi narrativi che ricordano lo spaghetti western leoniano. I personaggi entrano in contrasto tra loro, poi si alleano salvo tradirsi e ricorrere ai doppi giochi. Non sono da meno gli dei, che tradiscono la parola data e non accettano che le loro pedine facciano altrettanto. Gustosi alcuni momenti di raccordo, come il viaggio da Napoli verso Roma, in cui vengono mostrate le "lucciole" che attirano i clienti presso i cimiteri affacciati sulle arterie di collegamento tra una città e l'altra. Durante questa tappa di avvicinamento si assiste altresì allo scempio di uomini impiccati e crocefissi lungo la via come monito esemplare per dissuadere i rivoltosi o chi volesse tentare di ribaltare lo status quo.

Epilogo in grande stile, con un numero di morti da fare invidia agli spaghetti western. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura.

Dunque un romanzo che conferma le doti di Gualchierotti, ormai certezza del genere, ma che, a differenza dei precedenti romanzi, si orienta maggiormente al grandguignol piuttosto che al classico della tradizione ellenico/romanica. Diverso altresì dalle storie weird d'oltreoceano per la volontà di non tradire le origini storiche, che fungono da sfondo non certo marginale alla vicenda. Potremmo dunque definirlo con un'etichetta che pensiamo gradita all'autore del testo ovvero un “sword & sorcery mediterraneo” in piena regola. Manifesto di un sottogenere tutto italico.

 

 L'autore.

C'è un solo posto capace di ingoiare tante vite, chiedendone di nuove senza posa. Un luogo che brama sangue come noi la libertà, e dove si dice abbiano dimora anche gli dei. Ancora non l'hai capito, ragazzo? Siamo diretti a Roma!


 

lunedì 16 settembre 2024

Recensione Narrativa: LA NOTTE DEL DEMONIO di J. Michael Straczynski.

Autore: Joseph Michael Straczynski.
Titolo originale: Demon Night.
Anno: 1988.
Genere:  Horror.
Editore: Sperling & Kupfer (1990).
Pagine: 385.
Prezzo: Fuori catalogo.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Nome che ai più risulterà sconosciuto, Joseph Michael Straczynski è un mito degli anni ottanta e novanta, soprattutto in ambito televisivo e fumettistico. Vera e propria scommessa della Sperling & Kupfer, al traino dei successi ottenuti da Stephen King. La casa editrice, forte degli incassi ottenuti dal “Re”, negli anni ottanta e primi novanta, tentò (unitamente a Bompiani) di proporre ai lettori una serie di scrittori celebrati negli States nel campo della narrativa del terrore. Così furono tradotti testi di maestri quali Ramsey Campbell, Richard Laymon, Robert MacCammon, Charles L. Grant, Clive Barker, Dean Koontz e alcune nuove proposte. L'obiettivo era pescare un secondo King. Tra questi “nuovi nomi” figura J. Michael Straczynski che la casa editrice milanese ingaggiò proponendo al pubblico italiano il romanzo di debutto, Demon Night (1988), finito in nomination (insieme ad altri cinque autori) quale migliore opera prima al Bram Stoker Award del 1988. Il romanzo giunse in Italia due anni dopo la sua uscita, quando l'autore stava dando alle stampe il successivo romanzo: l'horror Otherside (1990), che la Sperling proporrà nel 1992 col titolo Sul Filo del Terrore.

Dunque premesse importanti per Straczynski che si presentò al pubblico dei lettori italiani col crisma del predestinato ma che, di lì a poco, avrebbe cambiato la propria strada diventando un nome tra i più importanti nell'ambito delle sceneggiature delle graphic novel

L'AUTORE 

Classe 1954, di origini polacche seppur cresciuto nel New Jersey, pluri-laureato (psicologia e sociologia), Straczynski si forma in ambiente teatrale per passare a scrivere svariate opere radiofoniche. Giornalista, collabora – tra gli altri - per il Los Angeles Times, il San Diego Magazine, il San Diego Reader, il Los Angeles Herald-Examiner e la rivista People. A metà anni ottanta passa a lavorare per il circuito televisivo. Diventa uno degli autori principali di molte serie di successo, ivi comprese quelle animate. Scrive episodi per He Man e i Dominatori dell'Universo (1984-85), She-Ra, La Principessa del Potere (1985) e The Real Ghostbusters (1986-90) nonché dodici episodi della serie televisiva Ai Confini della Realtà (1986-89) e quattordici della mitica serie fantascientifica post-apocalittica Capitan Power (1987-88).

Co-conduttore del talk show radiofonico Hour 25, intervista a fine anni ottanta una lunga serie di scrittori e registi legati al mondo del fantastico, quali John Carpenter, Ray Bradbury, Neil Gaiman, Harlan Ellison e altri. Da qui prova ad approdare alla narrativa horror, due tentativi di discreto successo (faranno seguito nel 2000 l'horror Tribulations e due raccolte horror), per trovare la definitiva affermazione negli anni novanta in altro settore. Scrive a scappa tempo episodi per Walker Texas Ranger (1993) e La Signora in Giallo (1991-93), trovando i riconoscimenti della critica con la serie televisiva fantascientifica Babylon 5 (1993-98), di cui è ideatore e sceneggiatore. Centodieci episodi in gran parte scritti dallo stesso Straczynski, spalmati in cinque stagioni, che gli valgono, tra il 1996 e il 1999, due Hugo Award e un Bradbury Award e un Saturn Award.

Nel nuovo secolo si afferma nei fumetti e nel decennio successivo al cinema. Firma oltre trecento albi della Marvel, tra Spiderman, Fantastici 4, Silver Surfer, Thor, finendo sotto contratto anche per la Dc Comics per cui firma albi di Superman, Wonder Woman e altri. Un successo che lo lancia al cinema dove viene coinvolto in produzioni dal grosso budget e dall'altrettanto successo al botteghino. Firma i copioni di World War Z (2013), Ninja Assassin (2009), Underworld Awakening (2012), Thor (2011) e Changeling (2008) per la regia di Clint Eastwood.

Vincitore di numerosi premi, quali Hugo (due affermazioni), Saturn Award, Emmy Award, BAFTA Award, Straczynski è un mito che, pur non avendo permesso alla Sperling di riscuotere la scommessa a suo tempo fatta, ha dimostrato negli anni di essere una delle più importanti firme nel mondo del fantastico dimostrando una poliedricità in grado di consentirgli di figurare in tutti i settori (narrativa, fumetto, cartoni animati, serie televisive e cinema) della creatività narrativa. 

La copertina originale del romanzo.
 
IL ROMANZO

Demon Night è stato da molti definito un'opera derivativa accostata a Salem's Lot (“Le Notti di Salem”, 1975) di Stephen King, sebbene le differenze tra i due romanzi non siano poche, a partire dalla totale assenza dei vampiri.

Premesso quanto sopra, è comunque evidente il tentativo di Straczynski di emulare la struttura dei romanzi di King. Non a caso la storia è ambientata nel Maine, terra natia del “Re” e Stato solitamente interessato dalle sue avventure. Ci troviamo infatti a Dredmouth Point, località di fantasia, dove un uomo, a distanza di anni dall'incidente stradale in cui persero la vita i genitori, ritorna per ripercorrere le vie in cui è cresciuto. Fin dal suo arrivo, sente di essere stranamente attratto dalle grotte locali, avviando così una ricerca sulle stesse presso la biblioteca cittadina. Scoprirà per tale via che all'interno di tali siti si sono verificati molti episodi strani, tra suicidi e scomparse. Che mistero c'è sotto? La pista sovrannaturale incombe.

Straczynski conferisce al romanzo una struttura corale, rappresentata da una numerosa pletora di personaggi dietro ai quali, di volta in volta, si muove il narratore per sviluppare la trama. Ne viene fuori un romanzo che, seppur debitore delle stile di King (meno per i contenuti), anticipa per certe soluzioni romanzi successivi quali Needful Things (“Cose Preziose”, 1991) e Sleeping Beauties (2017). Comune a Salem's Lot è la presenza di una co-protagonista scrittrice e di un male silente e arcaico che attende nelle grotte in attesa di essere liberato. I lavori conseguenti a uno scavo archeologico (come avverrà per La Terza Madre) fungeranno da detonatore e provocheranno la fuga di demoni liberi di manifestarsi sulla cittadina alla stregua di un virus contaminante che provoca omicidi, suicidi, atti sacrileghi e distruzione. Contrapposto a tutto questo vi è Eric, il protagonista giunto in paese dopo anni di assenza. Straczynski usa l'archetipo della figura dell'eletto, ovvero un "ignaro" sensitivo dotato del potere di dominare con la mente gli spiriti e di influenzare gli uomini. Suo malgrado viene a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, incarnando l'emblema della divina provvidenza contro la quale si infrangono i disegni delle tenebre. Straczynski ruba idee da Firestarter (“L'Incendiaria”, 1982):  il suo personaggio, a costo di sofferenze fisiche, ha la capacità di muovere gli oggetti con la mente e di manovrare gli uomini.

Pur se debitore di King, occorre dare il merito a Straczynski di riconnettersi a un orrore più classico. Laddove King tende a distorcere il sovrannaturale plasmandone uno del tutto personale di natura essoterica (con due “s”), Straczynski occhieggia al weird (richiama l'alchimia e la mitologia indiana), cercando persino di intavolare – in alcuni dialoghi – un discorso comparato sulle forze maligne ultraterrene e come queste siano sempre le stesse di religione in religione, acquisendo un valore assoluto (e non relativo come invece suggerirebbe la religione cattolica) che prescinde dal libero arbitrio e dalla volontà degli uomini. Il demonio, rappresentato nella sua classica forma di dragone, sarebbe un'entità spiritica in grado di condurre legioni di demoni che, per agire, espellono le anime dei comuni mortali e ne rubano i corpi al fine di compiere il male.

Immaginate dunque un romanzo che fonde King, L'Esorcista (il crocefisso più volte spostato dalla sua collocazione) e La Maledizione di Damien (i disegni demoniaci nelle grotte), con sottotracce che uniscono al tema principale quello di una Chiesa eretta nel segno del peccato (un omicidio) e quello della tradizione indiana (tribù degli Algonchini) che prevede l'esistenza di singoli eletti chiamati - di generazione in generazione - a vigilare sulla porta degli inferi. Lo sviluppo è lento e graduale, portato avanti da capitoli dedicati, di volta in volta, ai singoli personaggi. La caratterizzazione di questi è buona, così come sono notevoli i momenti prettamente horror. L'atmosfera che Straczynski riesce a costruire nelle grotte o nei sotterranei della Chiesa è eccezionale. Tra i momenti migliori vi sono la scoperta del disegno che immortala il drakon, la scena in cui il demone si libera dalla sua prigionia e l'assalto finale dei demoni all'interno della Chiesa. Queste parti divergono da quelle tipiche di King, avvicinandosi alla tradizione horror cristiano-centrica. Discorso diverso invece è da farsi sulla parte (più debole) in cui il male si diffonde su Dredmouth Point, con gli omicidi e la sostituzione, stile Invasione degli Ultracorpi, dei cittadini contaminati dal male. In queste parti, infatti, gli echi da King sono forti.

Un romanzo dunque finito fuori catalogo, ma che piacerà agli amanti di King e agli appassionati dei romanzi demoniaci, collocandosi a metà strada tra i due distinti approcci. Carino, ma forse troppo lungo nella prima parte e un pizzico troppo derivativo di King nella struttura.

 
J. Michael Straczynski ai tempi dell'uscita del romanzo.
 
 "Il disegno che catturò l'attenzione di Sam, che lo costrinse a inspirare profondamente nel vano tentativo di calmare i nervi, fu quello centrale. Il suo primo pensiero fu: Jung aveva ragione. Deve esistere un inconscio collettivo. A una prima occhiata, le immagini che aveva davanti dovevano risalire a un periodo precedente i primi insediamenti di coloni, eppure eccolo lì: Quadricornutus Serpens. Il serpente a quattro corna. Identico a certi disegni degli alchimisti del sedicesimo secolo. Simbolo di Mercurio, noto agli antichi greci come drakon. "

giovedì 12 settembre 2024

Recensione Narrativa: CORINA - INCUBO SUL MAR NERO di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Audio Libro: Letto da Marcello Monti e Linda Gallotta.
Anno: 2024.
Genere:  Horror Gotico.
Editore: Ibbor Ob.
Minuti: 43 minuti.
Prezzo: Gratis su youtube.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Dopo Fausto Marchi, eccoci alle prese con un'opera di Maurizio Bianciotto, altro amico del blog più volte recensito (http://giurista81.blogspot.com/2023/03/recensione-narrativa-trilogia.html - http://giurista81.blogspot.com/2023/03/trilogia-dellincubo-ii-il-ritorno-di.html - http://giurista81.blogspot.com/2023/06/recensione-narrativa-la-sanguinaria.html) e intervistato (http://giurista81.blogspot.com/2023/05/intervista-maurizio-bianciotto.html). Abile soprattutto nella dimensione del racconto breve, Bianciotto – oltre a essere un esperto di cinema di genere e di cinema russo - è uno specialista con la “s” maiuscola di racconti dell'orrore gotico, di racconti western e di storie di guerra ambientati nel passato senza tralasciare una certa predilezione per l'erotismo. Componenti, sovente, miscelate tra loro, guardando a Bram Stoker e agli horror della Hammer.

Corina – Incubo sul Mar Nero, pubblicato su youtube in versione audiolibro, è un tipico esempio della narrativa dell'autore.

Quarantacinque minuti scarsi di audio libro, che fungono da apripista al romanzo Un Castello nei Carpazi (Mannarino Editore, 2024) disponibile da pochi giorni sul mercato editoriale sempre per la firma di Bianciotto; un'opera che, presto, recensiremo su queste pagine. Si torna nei territori dell'Est Europa, in Romania (città di Costanza), con quelle atmosfere ottocentesche alla Bram Stoker di cui Bianciotto è abile emulatore disponendo di una maestria e di una gestione dei tempi della tensione che non hanno nulla da invidiare a nessuno. Cultore dei film Hammer, del gotico e della Grande Storia, Bianciotto è fortemente legato a questo modo di raccontare storie. Elegante, grande evocatore di un terrore classico che monta progressivamente fino alla rivelazione finale e sempre con quel tocco figlio degli insegnamenti lasciati dai grandi maestri della prima metà del novecento. Con Bianciotto l'horror si è fermato là, senza subire le influenze del post weird tales. Nelle sue opere non c'è traccia dei vari Ray Bradbury, Richard Matheson e Stephen King, per non parlare dello splatter-punk e via fino all'extreme horror e derivati. Non si parla dell'orrore nella vita di tutti i giorni, ma si lascia correre il sense of wonder verso l'orrore del folclore, delle leggende e delle tradizioni soprattutto est europee.

Corina – Incubo sul Mare rispecchia tutto questo, con una prima parte (un viaggio di calesse) che strizza l'occhiolino ai primi capitoli di Dracula (1897) sfiorando quasi il plagio, con tanto di protagonista avvocato ammonito dal cocchiere circa la presenza del “Male”. Il "nostro" si reca nella magione di un conte, suo vecchio compagno d'armi, richiamato dallo stesso in quanto caduto in disgrazia. Bianciotto introduce i rimandi storici a una guerra combattuta dai romeni in Bulgaria contro i turchi e incentra il tutto su un passato di orrori che sembrerebbero aver coinvolto persino il poeta latino Ovidio. Le celebri poesie d'amore dell'artista romano, infatti, non sarebbero state dedicate a Giulia, bensì a una creatura diabolica e usurpatrice che si comporta alla stregua di un'arrampicatrice sociale interessandosi alla dimensione spirituale degli uomini piuttosto che agli averi terreni. Villain di turno, infatti, è un'affascinante strega-vampiro che succhia l'energia vitale degli uomini, al fine di strappar loro l'anima e provocare in essi un inesorabile e accelerato invecchiamento fisico che porta all'insorgere di quelli che vengono valutati dagli uomini come disturbi psichici.

Dunque un racconto derivativo, un po' come tutta la produzione di Bianciotto che ha, in questa caratteristica, la sua croce e la sua delizia. È comunque evidente a tutti i veri intenditori che siamo al cospetto di uno scrittore dotato di grandissima classe. Bianciotto, lo avevamo già detto in occasione delle recensioni delle sue due “Trilogie dell'Incubo”, è tra i migliori scrittori horror italiani del fantastico che guardano alla tradizione gotica, eppure non lo conosce quasi nessuno. C'è poco di dilettantesco nelle sue storie, persino la forma è molto curata ed è al livello di firme internazionali. Le storie sono d'ambientazione passata, tra la prima metà del novecento e l'ottocento, e in esse trovano campo i grandi mostri esaltati dalla Hammer: vampiri, licantropi, fantasmi e streghe.

Come per Fausto Marchi, purtroppo, non è un autore adeguatamente distribuito e celebrato, difetto che lo relega nell'anonimato. Non più giovanissimo, infatti, non frequenta gruppi di appassionati horror e non mendica alla porta di quei cinque/sei editori indipendenti che fanno il genere in Italia, dettando il bello e il cattivo tempo, oltre chi si debba leggere e chi si debba ignorare (con lettori assuefatti che faticano a guardare oltre, verso editori ancora più piccoli), ma vi assicuro che questo è un cavallo vincente che, nel suo campo d'elezione, teme pochi e forse nessun collega di penna.

L'idea di aver provato la via dell'audio libro, peraltro in una versione sontuosa curata da Marcello Monti e Linda Gallotta per Ibbor Ob, è stata sicuramente un'ottima intuizione per cercare di smuovere dell'attenzione verso uno scrittore da valutare quanto meriterebbe.

Da non perdere per tutti gli amanti dell'orrore delle origini di cui Bianciotto è un magistrale prosecutore.

Qua potete ascoltare GRATUITAMENTE il racconto: https://www.youtube.com/watch?v=t55yPsW8-Bk