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giovedì 24 marzo 2022

Recensione Narrativa: LA PESTE di Albert Camus.

Autore: Albert Camus.
Titolo Originale: La Peste.
Anno: 1947.
Genere: Drammatico.
Editore: Bompiani (2017).
Pagine: 336.
Prezzo: 13.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

La Peste è un'ideale conclusone di un percorso avviato nel 1349 dal Decameron di Boccaccio, proseguito nel 1722 da The Journal of the Plague Year di Daniel Defoe e un secolo dopo da I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni; un percorso che ha visto un progressivo affrancamento della tematica peste dalla realtà fenomenica che ha investito le sorti dell'umanità verso una narrativa di pura ideazione artistica. L'opera di Camus costituisce l'apice di questa evoluzione sebbene l'autore, che dieci anni dopo sarà insignito del Premio Nobel (per la letteratura), vi giunga, forse, un po' fuori tempo massimo, pubblicando il romanzo quando la malattia era scomparsa da secoli dall'Europa. Lo scrittore francese abbandona ogni proposito di ricostruzione storica (si parla di un'ondata di peste realistica ma di totale invenzione) e plasma un'opera narrativa a tutto campo. La peste, presente con le caratteristiche già indicate dagli autori sopramenzionati (sia in forma bubbonica che polmonare), colpisce una prefettura francese della costa algerina (Orano) e qui viene isolata e contenuta. L'inizio lascia intendere un romanzo dal discreto ritmo e dalle tonalità macabre. Una strage di topi funge da preludio all'arrivo della malattia che, sulle prime, si cercherà di nascondere con quella sorta di “trufferia di parole” che racconta Manzoni nei Promessi Sposi. A poco a poco il lettore si rende però conto che le attenzioni dell'autore si concentrano sulla condizione dell'uomo quale essere vivente, in un'ottica che vada al di là della mera valutazione materialistica. La malattia, pertanto, pur essendo costantemente al centro della narrazione in quella che è una sorta di cronaca di fantasia attraverso la quale presentare il progressivo diffondersi del contagio, funge da metafora di altro. Se Manzoni, da perfetto cattolico, confidava sulla divina provvidenza, Camus, che invece era un ateo, sembra non schierarsi in favore di nessun orientamento, quasi fosse un sofista che non accetta trovare risposte univoche al cospetto di ciò che non è a misura d'uomo.

Il background di filosofo dell'autore emerge all'ennesima potenza nella caratterizzazione dei tanti personaggi e soprattutto nei dialoghi tra questi (vero punto di forza del romanzo). La religione, il concetto di Dio, la violenza, la pace, l'eroismo, la separazione dalle persone amate e soprattutto l'amore, inteso quale unico sentimento per il quale si dovrebbe morire, divengono la vera ragione che sta a fondamento del romanzo. La peste, degna rappresentante del male nel mondo, è allora occasione di riflessione, un qualcosa che sospende i ritmi abitudinari, impone una pausa e spezza quel ciclo giornaliero che rende cieco l'uomo e gli fa intuire che le supposte verità in cui esso confida sono fragili e tendenti al falso. In questo consiste l'allontanamento dell'uomo dal sacro. Non è sufficiente pregare o andare a messa per essere investiti dal sacro, una condizione a cui si può tendere anche senza ammettere l'esistenza di un Dio, suggerisce Camus.

Qual'è allora il senso della vita? Camus dimostra il suo genio non tanto nell'intreccio, che avrebbe anche qualche sbavatura (i ristoranti, i bar, i cinema e i teatri restano aperti per tutto il corso della peste, da aprile a gennaio), bensì nel proporre le tante sfaccettature della questione. Lo fa impiegando personaggi ben distinti, dal medico Rieux per il quale la vita è una continua lotta contro il male a prescindere da ciò che si celi oltre, al gesuita Paneloux che invece vede nel male un'occasione di elevazione attraverso la quale imboccare la via verso l'eternità in un'ottica per la quale il male non va combattuto ma accettato quale volontà divina. In mezzo a queste due posizioni estreme si colloca Tarrou, che ambisce a diventare santo a prescindere dall'esistenza di un Dio, ripudiando la violenza in ogni sua forma e vedendo in essa la vera peste che flagella l'uomo e che porta lo stesso ad acconsentire alla morte di suoi simili trovando per buone le ragioni e i principi da cui la stessa è derivata. Un'ottica per la quale il senso della vità diverrebbe la conoscenza e dunque il superamento dei limiti umani che portano sempre al male.

Posizioni diverse che trovano la giusta alleanza in una situazione contingente in cui è indispensabile fare fronte comune.

Camus è un pacifista, evidenzia il suo no alla guerra e ai totalitarismi, tanto che più di un critico ha visto nel romanzo una metafora della piaga del nazismo.

Si intuisce pertanto la natura autoriale del romanzo, a tratti pesante e tendente a ripetere alcuni concetti, quali quello della separazione, del ripudio della morte e dell'ingiustizia di un Dio che si scaglia sugli innocenti (i bambini). La conclusione a cui sembra giungere Camus è che “l'uomo non sia più capace di amore” anche se il romanzo termina con la conclusione, un po' ottimista, per la quale “ci sono negli uomini più cose da ammirare che cose da disprezzare” e che, pur non potendo ambire a essere santi e rifiutando di accettare i flagelli, “tutti gli uomini si sforzano di essere medici”, intendendo con quest'ultimo sostantivo coloro che lottano contro il male che contamina, prima di tutto, l'amore degli uomini e li rende, per questo, pestilenziali e contagiosi (violenza genera violenza). Alta letteratura quindi per un romanzo che necessita più di una lettura per essere compreso in ogni suo substrato.

 
L'autore ALBERT CAMUS

Ne ho abbastanza di gente che muore per un'idea. Non credo all'eroismo, so che è fin troppo facile e che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano.”

lunedì 14 marzo 2022

Presentazione letteraria: DECAMEROVIRUS a cura di Gianfranco De Turris


Presentazione a cura di Matteo Mancini.

Dopo Il Ritorno dei Grandi Antichi (2020), antologia strutturata su due volumi e dedicata alla narrativa di Howard P. Lovecraft, il Maestro Gianfranco De Turris torna a proporre una nuova antologia ispirandosi al Decameron di Boccaccio e, soprattutto, alla pestilenza del nuovo millennio. Un occhio dunque al passato e uno al presente con venti autori, molti dei quali noti ai lettori della narrativa fantastica italiana e del Giallo Mondadori, chiamati a raccogliere la sfida presso il castello di un conte friulano mentre fuori imperversa il covid-19. A giostrare i fili di questo immaginario teatrino c'è il “più quotato” curatore italiano ancora in vita dedito al fantastico poiché, senza andare a pescare nella sua sterminata produzione del secolo scorso, basta ricordare alcune delle più riuscite antologie interamente italiane degli ultimi anni che propongono il fantastico in una varietà di temi tali da rendere imperdibile ogni uscita. L'impegno del Gianfranco De Turris curatore è passato dal giallo fantascientifico offerto dall'antologia Sul Filo del Rasoio (trovate nel blog la recensione), edita nel 2010 sulle pagine della serie Giallo Mondadori, all'ucronia italica rappresentata dall'imperdibile antologia Fantafascismi (Bietti Edizioni, 2018), al tributo felino costituito da Il Libro dei Gatti Immaginari (Jouvence, 2016), al catastrofico sulla scia della profezia Maya Apocalissi 2012 (Edizioni Bietti, 2012) fino a toccare l'orrore e a riproporre autori dimenticati della proto-fantascienza italiana in modo da riportarli in auge grazie a Le Aeronavi dei Savoia (Edizioni Nord, 2001).
 
Preceduto da questa lunga serie di antologie, il 10 marzo è arrivato nelle librerie di tutta Italia Decamerovirus, edito da Homo Scrivens (Napoli). Il volume sarà presentato ufficialmente mercoledì 23 marzo, alle ore 17.00, presso la Libreria San Paolo, in Piazza San Giovanni in Laterano, a Roma. Saranno presenti alcuni autori, il direttore editoriale Aldo Putignano e soprattutto Gianfranco De Turris. Un'occasione dunque unica per tutti gli amanti del fantastico italiano che potranno incontrare di persona gli artefici di questo progetto. 

De Turris, del resto, è un nome che non ha bisogno di presentazioni nell'ambito della letteratura fantastica. Saggista, scrittore, giornalista, vice-caporedattore del Giornale Radio Rai per la cultura, ideatore del programma di Rai Radio 1 L'Argonauta, consulente editoriale per le Edizioni Mediterranee, direttore di molteplici riviste di critica fantascientifica e/o fantastica e presidente del Premio J.R.R. Tolkien per tutto l'arco temporale in cui lo stesso è stato vigente (1980-1992). Queste sono solo alcune delle innumerevoli cariche e attività tenute nel corso degli anni da De Turris, conosciuto anche quale esperto di storia delle religioni, mitologia, filosofia ed esoterismo. A lui si deve lo sdoganamento in Italia di autori quali Howard P. Lovecraft (pubblicato per la prima volta in Italia da Fruttero & Lucentini), Tolkien e Gustav Meyrink (già in precedenza proposto sul mercato italiano dal filosofo estremista Julius Evola, anch'esso oggetto di studio approfondito da parte di De Turris). De Turris non si è limitato a proporre i grandi maestri della letteratura, ma ne ha offerto una rilettura coraggiosa e all'epoca rivoluzionaria, del tutto distaccata dalle opinioni di colleghi ancorati su visioni decisamente superficiali. A inizio anni settanta, per la Fanucci Editore, De Turris (insieme a Sebastiano Fusco) è stato il primo che ha “innalzato” la letteratura fantastica dal basso rango di letteratura di mero intrattenimento a cui era stata ridotta dalla critica ufficiale e dai giornali. In quegli anni, e in parte anche oggi, il fantastico era considerato materia per ragazzini frustrati. De Turris e Fusco, contrariamente ai colleghi ancorati su posizioni meno rischiose e convenzionali, operarono una revisione dei testi al fine di portare alla luce da essi una versione moderna del Mito. Il fantastico avrebbe pertanto avuto una forte radice collegata a un profondo passato (la cosiddetta “storia sacra delle origini”) e non sarebbe pertanto stato il frutto della prima Rivoluzione industriale.

Undici volte vincitore del prestigioso Premio Italia sia come curatore, che scrittore (ha pubblicato svariati romanzi e racconti), saggistista e autore di articoli pubblicati su riviste, De Turris è stato uno dei principali divulgatori del fantastico in Italia, una figura monumentale eppur non tributata a dovere a causa di una critica politicizzata (orientamento di sinistra) mirante a ridurne l'importanza per le simpatie destrorse che De Turris, se è vero che siamo in una democrazia, ha manifestato in più di un'occasione. Al di là delle critiche, resta oggettivo che il sapere di De Turris sia tale da renderlo un'enciclopedia vivente del fantastico, uno studioso appassionato e appassionante che si porta dietro un aspetto che funge da collante a tutte le sue molteplici iniziative: la qualità.

domenica 13 marzo 2022

Recensione Narrativa: DIARIO DELL'ANNO DELLA PESTE di Daniel Defoe

Autore: Daniel Defoe.
Titolo Originale: A Journal of the Plague Year.
Anno: 1722.
Genere: Drammatico / Cronaca / Storico.
Editore: Elliot (2014).
Pagine: 210.
Prezzo: 17.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Pubblicato nel 1722, a oltre cinquant'anni dalla “Grande Peste di Londra”, A Journal of the Plague Year dimostra, in tempi di covid 19, quanto ancora sia attuale il testo e quanto l'indole dell'uomo non cambi al passare dei secoli.

Daniel Defoe, reduce dal romanzo Robinson Crusoe (1719) che gli avrebbe concesso l'immortalità nel mondo letterario tanto da farne “il padre del romanzo moderno”, lo stende per ragioni economiche. L'occasione arriva quando a Marsiglia, nel 1720, arriva l'ultima grande ondata europea della “Peste Nera”, una tremenda epidemia apparsa a fine medioevo, nel 1346, e ancora operativa nel vecchio continente.

Defoe si trasforma nel Tucidide dell'epoca moderna, il celebre storico greco che, per la prima volta, nel 400 a.c. descrisse nel suo La Guerra del Peloponneso gli effetti sulla società di un'epidemia altamente infettiva, guardando anche alla cornice del Decameron di Boccaccio. Dal primo arriva la supposta ragione che sottende la stesura del volume (permettere a coloro che verranno dopo di farne tesoro qualora dovessero ritrovarsi in occasioni simili), mentre dal secondo viene ripresa la descrizione dello scoramento collettivo e della progressiva perdita del senso etico.

Pur non essendo stato testimone diretto degli eventi della “Grande Peste di Londra”, che imperversò quando Defoe aveva appena sei anni, l'autore si cala negli immaginari panni di un ispettore chiamato a vigilare sull'osservanza delle ordinanze sindacali emesse nell'anno 1665 per far fronte al male. Attraverso il ricordo di questo personaggio, che narra i fatti in prima persona, Defoe ricostruisce nel dettaglio l'anno della peste. Lo fa però in un modo più prossimo al saggio che al diario o al racconto di narrativa, sebbene vi siano aneddoti all'interno presentati a mo' di racconto. Lo stile e il lessico sono semplici e piuttosto moderni, nonostante l'autore torni troppo spesso su alcuni concetti, rendendo in più parti ripetitiva la lettura.

Aneddoti, documenti d'epoca e probabilmente resoconti raccolti per le vie di Londra si mischiano in un volume che ricostruisce in ogni sua componente la Londra del 1665. Rileggendo le pagine di questo volume tornano alla memoria i mesi appena trascorsi. Defoe focalizza l'attenzione sul tema degli asintomatici, per sottolineare che nessuna misura può essere idonea a bloccare l'epidemia quando non è possibile comprendere chi siano i malati. Tornano poi i temi del coprifuoco notturno (dopo le ore 21) con chiusura di birrerie, bar e locande, ma anche delle quarantene imposte a carico di malati e di chi ha avuto contatti con gli stessi, e persino la previsione di forme primordiali di green pass (per uscire dalla città) e di proposte di tamponi per verificare il buon stato di salute dei cittadini. Defoe loda di continuo sindaco e apparato burocratico ma, al contempo, delinea un quadro apocalittico in cui si percepisce l'orrore della morte, la disperazione e il delirio dei contaminati nonché le proteste dei cittadini che non tollerano le misure restrittive. Il taglio artistico-letterario viene sacrificato in favore dell'immediatezza e della cronaca storica, soluzione quest'ultima che rende agevole la lettura.

Leggere A Journal of the Plague Year è dunque un'occasione per tuffarsi in un lontano passato che permette di guardare i nostri tempi con un occhio che ci fa comprendere quanto, alla fine dei conti, le cose non cambino mai, con buona pace del progresso e della scienza.

 
DANIEL DEFOE
 
La peste è simile a un grande incendio: se dove si verifica ci sono poche case contigue, può bruciare solo quelle poche case o, se si appicca a una singola casa isolata, può bruciare solo quella in cui è cominciato, ma se si appicca a una città costruita con gli edifici l'uno attaccato all'altro nel propagarsi la sua furia aumenta e si abbatte su tutta la zona devastando tutto quello che riesce a raggiungere.”
 

sabato 5 marzo 2022

Recensione Narrativa: IL RITORNO DEI GRANDI ANTICHI - PARTE SECONDA a cura di Gianfranco De Turris.

Autore: AA.VV..
Curatore: Gianfranco De Turris.
Anno: 2020.
Genere:  Horror tributo Lovecraft.
Editore: Delos.
Pagine: 240.
Prezzo: 15,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

Seconda parte, in rigoroso ordine alfabetico per autore, dell'antologia Il Ritorno dei Grandi Antichi, a cura di Gianfranco De Turris. Abbiamo già presentato e analizzato il primo volume e, pertanto, rinviamo a quanto già scritto circa la natura del progetto e gli obiettivi che ne stanno alla base.

Quattordici racconti proseguono la prima parte senza che vi sia, rispetto a essa, una cronologia di stesura o di divisione per tematica. Autori noti, per esser stati letti anche sulle pagine Mondadori, quali Giulio Leoni, Nicola Lombardi, Pierfrancesco Prosperi, Errico Passaro, Nicola Verde e Antonio Tentori, si alternano ad altri conosciuti nel panorama meno commerciale del fantastico italiano e a qualche nuova proposta (tra cui il sottoscritto). Un mix che si presenta piuttosto omogeneo e che propone il mito dei grandi antichi lovecraftiani in un'ottica sociale dai risvolti profetici, col suo suggerire contaminazioni, sovversioni politiche e persino esplosioni di quelle che parevano essere improbabili guerre in contesto europeo. La trasfigurazione dei corpi, la corruzione sociale, l'aumento esponenziale del crimine e il governo ombra sono altre sottotracce che fungono da trait d'union tra i tanti autori, i più dei quali orientati ad ambientare le loro storie in scenari italici.

Tra tutti i racconti spicca Cireneo Fauno del giornalista RAI Adriano Monti-Buzzetti, al quale va il nostro ideale premio per il miglior racconto dell'antologia. La tradizione papalina del 1514 si intreccia alla contemporaneità con una scoperta, dagli scavi vaticani, che riporta alla luce il corpo di una bestia simile a un elefante pronta a liberarsi definitivamente e a corrompere l'umanità partendo direttamente dalla benedizione del papa. Monti-Buzzetti accenna a Papa Leone X, ai due elefanti che gli furono donati, uno dei quali amatissimo dal pontefice mentre l'altro, rapito dallo Sri Lanka dove era venerato alla stregua di una divinità (alla King Kong), odiatissimo per il suo atteggiarsi a creatura assetata di sangue e capace di assumere il controllo delle menti degli uomini. Atmosfere alla Dan Brown e omaggi a Frank-Belknap Long per un racconto di primissimo livello, ben gestito fino al terrificante epilogo.

Il male che non muore mai è ripreso da Giulio Leoni e dal suo Il Segreto del Tassidermista. Un'operazione di restauro di un'abitazione semi-abbandonata porta alla scoperta di misteri che sarebbe stato bene non sciogliere, primo tra i quali quello legato alla misteriosa scomparsa di un bizzarro conte che era stato in contatto epistolare con Lovecraft. L'uomo, un collezionista di strani animali pervenutegli da ogni parte del mondo per essere imbalsamati, viene rinvenuto privo di vita in una stanza segreta dell'edifico in compagnia di un essere solo in apparenza deceduto e che lo stesso aveva tentato di imbalsamare.

Molto interessanti La Carne Yiigssh del sempre bravo Luigi Musolino e Il Suono delle Tenebre dell'emergente Jiri Padoan. Entrambi piuttosto convenzionali per soggetto, si rivelano ben gestiti con punte di orrore puro centellinato grazie a una sapiente gestione della tensione. In particolare Luigi Musolino ricorda certe storie di Robert Ervin Howard miscelato a Lovecraft e alla tematica del pericolo giallo rappresentato dalla Cina. Ambientato in un contesto campestre piemontese, la perdizione dell'uomo parte dal vizio della gola e da questa conduce alla disgregazione del comune vivere fino alla trasformazione corporea in creature “nuove”, serpentiforme, destinate ad annullarsi nel grande uno. “È un cambiamento immane che passa da un cibo che corrompe mente e corpo annullando tutto ciò che ci identifica.”

Padoan sposta l'orrore nel mondo delle musica ipnotica, infarcita di formule magiche e suoni studiati su testi occulti così da permettere ai grandi antichi di svegliarsi e condurre il mondo alla fine dei tempi. Giostrato con una serie di flashback e il tentativo di un recensore di condurre un'intervista al leader di un gruppo di heavy metal, Il Suono delle Tenebre si chiude in crescendo apocalittico che sfocia in un eccelso epilogo, allusivo (un po' alla James Blish di Black Easter), che suggerisce lo scoppio di una guerra che, in questi giorni, non appare poi così lontana. Segue la via della diffusione massmediatica che porta alla corruzione delle menti Nicola Lombardi con L'Ultimo Show. Testo satirico sulla deriva televisiva di questi ultimi anni, tra reality show e personaggi pubblici decaduti per problemi d'amore e vizi del gioco che vengono risollevati dalla tv e non perdono occasione per promuovere il loro ultimo libro nei varietà popolati da vallette e tuttologi. In tale contesto, va in scena un'invocazione in diretta tv agli antichi ormai prossimi a tornare nella nostra dimensione.

Non troppo dissimile è Il Risveglio del Dio del Caos di Nicola Verde in cui si immagina un sotterraneo, sepolto sotto un cumulo, nella campagna sarda. Là sotto attende l'idolo di un demone, associato al Belzebù della tradizione cristiana ma in realtà legato a esseri molto antichi, pronto a muoversi nel “nostro” mondo per sostituire l'umanità con una nuova progenie di creature antropomorfe (e dotate di un terzo occhio). Sulla stessa tematica, ma meno incisivo, Sotto le mura di Morteschio del critico cinematografico e letterario scuola “Profondo Rosso” Ivo Scanner. Bella la costruzione iniziale e l'ambientazione (ancora campestre) al servizio di un soggetto che fila bene fino al deludente finale. Scanner gioca con la storia politica italiana (siamo poco dopo la morte dell'onorevole Moro), i complotti e un'intelaiatura thrilling che paga un epilogo non all'altezza del resto del racconto. Tutto si “risolve” con un omicidio sacrificale che apre un canale diretto tra Arkham e l'Italia. Un'idea, quest'ultima, simile a quella di Nicola Verde che parla di “tunnel che collega il nostro spazio-tempo con il non spazio-non tempo dei Moloch, che possono attraversarlo soltanto se invocati con un sacrificio praticato attraverso un loro avatar terreno.”

Sotterranei misteriosi anche per Il Signore del Tempo di Pierfrancesco Prosperi, che immagina un sottosuolo del Louvre in cui burocrati e rappresentanti politici si ritrovano per trasmettere le energie rubate ai cittadini, costretti a perdere tempo e forze negli intrecci amministrativi (anima satirica di fondo), a un dio malvagio che attende seduto su un trono. Qual'è, allora, il mistero dietro cui si cela la burocrazia? Chi si nutre del tempo perso dai cittadini? Chi governa davvero il mondo?

Non mancano gli orrori acquatici rappresentati da Oltre la Torre di P Town di Matteo Mancini (il sottoscritto) in cui l'anniversario dei quattrocento anni dallo sbarco dei padri pellegrini in America (avvenuto nel 1620) si appresta, con tematiche ambientalistiche, per essere festeggiato da un nuovo arrivo dal mare dove, dei rumori registrati dai sonar sottomarini, sembra essersi risvegliato un essere non meglio precisato pronto a approdare nel nuovo mondo per ribaltare i valori.

Massimiliano Prandini col suo Octopus mette in scena un parco acquatico popolato da strane creature che mirano a sovvertire l'ordine sociale agendo direttamente sui ragazzini delle elementari, mentre i sacerdoti del culto tramano nell'ombra per modificare la percezione umana e fare dell'uomo un ignaro servo dei grandi antichi ormai prossimi a prendere il controllo del mondo.

Esseri microscopici evolvono rapidamente ne Il Seme degli Antichi e portano, un po' come in altri racconti (tra i quali Oltre la Torre di P Town, Cireneo Fauno, La Carne Yiigssh e Il Signore del Tempo), alla degenerazione dell'uomo che muta in qualcosa di alieno (e, nella fattispecie, antropofago). La trasfigurazione dei corpi è il tema anche de La Maschera di Cthulhu dello sceneggiatore (di Lucio Fulci, Bruno Mattei e Dario Argento) Antonio Tentori, che parla di un grandguignolesco rituale di invocazione, sul modello satanico, che prende una piega inattesa per l'officiante.

Fattrici di Dei di Errico Passaro è una sorta di Rosemary's Baby in salsa lovecraftiana. Tra realtà e psicosi, con l'idea, anche qua, del governo ombra retto da una razza ibridata. “I figli dei grandi antichi occupavano le cariche che contavano e, da quei posti di comando, stavano mandando il mondo allo sfacelo, ad un apparente autodistruzione: il politico che negava il riscaldamento globale e la rovina ecologica, il circolo di finanzieri che decideva nelle segrete stanze le sorti di cittadini e imprese, lo stregone di internet che falsava le elezioni con l'arma delle fake news e mandava al potere i suoi lubrichi sodali.”

Chiudiamo l'analisi col più complesso e aulico racconto, un mix di filosofia, metafisica, aspetti religiosi e tematiche junghiane, presentato da Enrico Rulli col suo Schiacciami L'Anima. Tornano l'idea del caos (inteso come annullamento delle polarità contrapposte) e la donna illustrata già al centro del “maledetto” ma eccelso Le Chiavi del Caos (scritto a quattro mani con Gianluca Casseri, poi spree-killer a Firenze), un volume di cui Rulli sembra portarsi dietro la follia con un protagonista vittima di una specie di sortilegio (liberato da uno strano reperto contenente la pergamena del Necronomicon) che lo porta a divenire un assassino e, più in generale, un agente che scatenerà il caos sulla terra facendo emergere la realtà e scacciando la menzogna costruita dalla presunzione dell'uomo.

Si completa così l'antologia su due volumi curata da Gianfranco De Turris. Un progetto indirizzato agli appassionati della narrativa del Solitario di Providence che coglie l'occasione per proporre il meglio del weird italiano, cercando di inserire nel contesto un piccolo gruppo di autori emergenti e nuove proposte. Colpisce per una certa omogeneità nel livello dei racconti con qualche punta in alto e poche in basso, a dimostrazione di una selezione che non ha tralasciato il valore dell'opere limitandosi ad accogliere quanto veniva proposto.

 


L'universo è parte di qualcosa di più complesso della menzogna in cui vive l'uomo. Tutto è retto dagli Dei esterni, supremamente indifferenti a questo universo, alle sue leggi e ancor più alle miserie umane.”

venerdì 25 febbraio 2022

Recensione Cinematografica: OCCHIALI NERI di Dario Argento

Regia: Dario Argento.
Anno: 2022.
Genere: Drammatico / Thriller.
Attori Principali: Ilenia Pastorelli, Xinyu Zhang, Asia Argento, Andrea Gherpelli, Gennaro Iaccarino.
Fotografia: Matteo Cocco.  Musiche: Arnaud Rebotini. Effetti speciali: Sergio Stivaletti.
Durata: 86 minuti.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Il grande ritorno di Dario Argento non sfocia nell'auspicato colpo di coda che i fan attendono dai tempi de Il Cartaio. La filmografia del Maestro, in evidente calo qualitativo dopo i fasti degli anni settanta e ottanta, non riesce così a tornare ai livelli di guardia degni del talento di chi ha diretto film come Profondo Rosso e Phenomena. Occhiali Neri sembra seguire la via (nefasta) dettata da Giallo, contaminando il thriller col drammatico. Pur supportato da Franco Ferrini, che torna a collaborare col Maestro per un prodotto cinematografico dopo quasi venti anni, Dario Argento si perde, in scrittura, in tutti i difetti tipici della sua produzione. I dialoghi hanno degli scivoloni clamorosi (tipo il medico che saluta una paziente divenuta cieca e traumatizzata, congedandosi con un “a rivederla”), alcune scene sono fuori contesto (si veda la Pastorelli che annuncia la morte della madre del bimbo cinese nel momento più inadatto di tutto il film), l'assassino non viene minimamente caratterizzato (Argento lo usa solo come inseguitore e non dice niente di lui) arrivando a suggerire un movente che suscita ilarità (uccide perché puzza, cosa peraltro vera). Evidenti problemi anche di collegamento tra le sequenze, con Darione che ricorre al trucchetto delle dissolvenze per cucire le sequenze e tagliare parti di storia. C'è poi un ritmo irregolare che rende poco accattivante la storia, anche perché la scelta di giocare il tutto sul versante della drammaticità porta a un evidente calo dell'interesse negli spettatori. Che dire poi del comportamento dei poliziotti? La semplice visione di un comunissimo furgone bianco che gira a Roma getta nello scompiglio tutti i protagonisti, al punto che i poliziotti sparano pure a casaccio su un mezzo che avanza banalmente verso di loro, salvo poi tergiversare e disinteressarsi del potenziale assassino dopo che un collega è stato investito mortalmente e ha sparato contro il conducente che persiste a restare sul posto in bella evidenza a bordo del veicolo. Da notare anche l'elemento della targa del mezzo (registrata dalle telecamere di sorveglianza) di cui non è dato sapere niente, cioè se si tratti di un veicolo effettivamente oggetto di furto oppure (ipotesi da scartare per ovvie ragioni) se il furgone circoli per volontà del suo proprietario. Se la seconda ipotesi è facilmente scartabile, resta comunque incongruente il fatto che il soggetto non si liberi del mezzo ma preferisca cambiargli colore continuando a muoversi per giorni invece di disfarsene e rubarne un altro.

La storia è semplice e vede un serial killer pedinare e tentare di uccidere una ragazza rimasta ferita in una precedente aggressione dallo stesso tentata e conclusa a seguito di un incidente automobilistico. Inseguimenti stradali, fughe per il bosco con la protagonista che, stoltamente e inverosimilmente, urla per tutto il tempo dando un involontario aiuto all'inseguitore per instradarlo e metterlo sulle sue tracce, e una pineta romana che si trasforma in una giungla filippina con tanto di famelici serpi pronte ad avvinghiare in massa la Pastorelli modalità boa constrictor.

Dunque molti problemi, incomprensibili (se non ci fossero già stati i vari Dracula 3D e Giallo) per un film scritto e diretto da un Grande Maestro. Problemi che non sono certo riconducibili a difficoltà tecniche o a carenza di budget. Peccato davvero, perché la Pastorelli interpreta in modo convincente il suo personaggio, pur plasmandolo di quella romanità tamarra che caratterizza (con simpatia) i suoi personaggi. Argento le chiede anche due topless a cui l'attrice non si sottrae. Asia Argento convince meno, piazza due o tre espressioni durante l'inseguimento stradale che la vede pressata dal killer che lasciano alquanto perplessi e suscitano risatine in sala (ovviamente non ricercate nei propositi). Inespressivo il ragazzino cinese, che si incarta (lui o il doppiatore) anche nel proferire alcune battute. Le interpretazioni del resto degli attori non sono certo memorabili, ma neppure censurabili. Cammeo (tra i più inutili che mi sia mai capitato di vedere) per Antonio Tentori, scrittore e sceneggiatore di Lucio Fulci, Bruno Mattei (tra cui i due zombie movie di fine carriera) e Dario Argento (Dracula 3D), a cui viene riservata una battuta che sembra esser stata inserita a casaccio durante la lavorazione, magari sfruttando una visita di saluto alla produzione.

Veniamo ora alle note di merito. Notevole la fotografia di Matteo Cocco, già premiato con Globo d'Oro e David di Donatello (per la fotografia di Volevo Nascondermi). L'immagine è sempre nitida e chiara e tende a esaltarsi nelle condizioni più difficili, cioè in condizione di intensa oscurità.

Ben utilizzate anche le musiche di Rebotini, giocate sul ritmo piuttosto che sulla melodia e, pur non ai livello dei Goblin, idonee a caricare le sequenze ad alta tensione.

Interessante, a tratti, la regia di Dario Argento. Le inquadrature sono strette, si privilegiano primissimi piani particolarmente stretti, con volti non centrati e lasciati ai margini dello schermo con messa a fuoco sfuocata nella profondità di campo non occupata dal soggetto in evidenza. La mano del Maestro si vede in alcuni movimenti di macchina (c'è una carrellata in basso che ricorda Non Ho Sonno e alcuni movimenti sulla facciata di un albergo che rimandano a Inferno) e soprattutto nella brutalità di alcuni omicidi che portano al divieto ai minori di anni 14. Il film, infatti, dopo un prologo affascinante ma inutile (sequenza di una Roma periferica dove i cittadini guardano il sole durante un'eclissi), entra in azione con uno tra gli omicidi più brutali messi in campo da Dario Argento. Una morte, sicuramente, degna di entrare in una galleria argentiana. Lo spettatore inizia così a pensare che la pellicola possa davvero costituire un importante colpo di coda nella produzione del “nostro”. Invece, un po' come già avvenuto ne La Terza Madre, è un fuoco di paglia, sebbene si cerchi di restare su un piano più safe (senza innovazioni o sperimentalismi) provando, forse nelle intenzioni, a intavolare un soggetto quadrato e più sicuro. Si portano così in scena le difficoltà di recupero psicologico di due vittime di un intenso trauma. Il personaggio della Pastorelli deve metabolizzare un handicap che le rivoluziona la vita. Il bimbo cinese, invece, è alle prese con il trauma della morte dei genitori dopo uno spettacolare sinistro stradale (ben rappresentato da Argento). I due arriveranno a legare tra loro, nonostante i tentativi della polizia di ricondurre il bimbo presso l'istituto in cui è ricoverato e da cui è fuggito, trovando ospitalità dalla Pastorelli. Una scelta di copione questa che toglie linfa vitale all'intreccio thriller e orienta il tutto verso il drammatico. La parte finale, quasi action, finisce col rovinare le premesse, a causa delle tante incongruenze e della mancanza di pathos nel copione. Tutto viene demandato all'interpretazione della Pastorelli, costantemente in campo (in un ruolo peraltro non facile), e all'estro visionario di Dario Argento. L'epilogo, di nuovo brutale e innescato da semplificazioni intollerabili (un cane che si libera da una gabbia di un accalappia cani), è frettoloso e privo di trovate intellettuali.

In conclusione, resta la sensazione di un soggetto, anche interessante, sviluppato male, con fretta e con una certa svogliatezza, demandando la soluzione dei problemi a Sergio Stivaletti (bravo come sempre) e a qualche sequenza da brivido diretta da un Argento non più brillante come un tempo. Un po' poco per lodare il prodotto finale che, comunque, è superiore ai vari Giallo e Dracula 3D ma non risale troppo nella classifica della produzione del nostro fermandosi sotto Il Cartaio (superiore per costruzione e cast artistico).

Una nota finale per la locandina clamorosamente ricalcata su quella di Essi Vivono di John Carpenter, senza che vi sia una ragione di compatibilità tra le due pellicole.

 



giovedì 3 febbraio 2022

Recensione Narrativa: CERIMONIALE NOTTURNO di Thomas Owen.

Autore: Thomas Owen.
Titolo Originale: Cérémonial Nocturne et Autres Contes Insolites.
Anno: 1966.
Genere: Horror.
Editore: Agenzia Alcatraz, 2021.
Pagine: 256.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 
Prosegue la galoppata dell'Agenzia Alcatraz nel riproporre i grandi classici della collana Marabout Fantastique. È la volta del belga Thomas Owen, nome d'arte di Gérald Bertot, asso di punta del fantastico belga.

Scrittore versatile fin dall'adolescenza, prende le mosse quale cronista e critico nel primo ventennio del secolo scorso, collaborando con svariati quotidiani. Firma sotto lo pseudonimo Stéphane Rey numerosi articoli di critica d'arte, fondando addirittura alcune riviste per giovani lettori e una casa editrice.

Viaggiatore infatuato dal Mare del Nord, appassionato di soprannaturale e laureato in legge, dopo una breve e poco convinta carriera da avvocato si dedica a tirare avanti un'impresa di una certa importanza nel campo della lavorazione del grano. La sua vera passione, però, è la scrittura che affronta da ogni prospettiva. Compie il grande passo per ragioni economiche, quando, nel 1941, lo scrittore di noir Stanislas-André Steeman lo convince a darsi alla scrittura di romanzi polizieschi. Pubblica i suoi primi due romanzi trincerato sotto lo pseudonimo Stéphane Rey, prima di lasciarsi convincere dall'amico collega ad adottare uno pseudonimo inglese. Sceglie così il nome Thomas Owen, mutuando il nome del commissario protagonista del suo secondo romanzo (Ce Soir, 8 Heures). Debutta col nuovo pseudonimo nel 1942 dando alle stampe il poliziesco Destination Inconnue da cui vira subito in direzione del fantastico e del grandguignol, trovando la dimensione di elezione nel racconto breve a sfondo macabro/fantastico. Una passione quest'ultima che lo porta a stringere amicizia col connazionale e leggendario Jean Ray, con cui entra in affari e da cui viene lodato in prefazioni e presentazioni. Nel 1943, con Les Chemins Entranges (1943), esce la sua prima antologia seguita da La Cave Aux Crapauds (1945). La consacrazione arriva grazie alla collaborazione con la collana Marabout Fantastique che gli permette, nei paesi di lingua francofona, di poter affiancare il proprio nome a quello dei più grandi maestri del fantastico inglese. Sbarca nel 1963 sulle pagine dell'importante collezione belga con la riproposizione dell'antologia La Cave Aux Crapauds (a cui viene accorpata anche la precedente antologia Les Chemins Entranges) seguita da Cérémonial Nocturne: et Autres Contes Insolites (1966) e da altre quattro antologie (tra cui La Truie e Le Rat Kavar).

Pur se tradotto nelle più impensabili lingue (ebraico, arabo e indostano) e inserito tra i centoventi autori presentati nel volume Maestri della Letteratura Fantastica (da noi pubblicato nel 1983 dalle Edizioni Edipem), in Italia resta pressoché sconosciuto fino all'uscita dell'antologia Le Dimore Inquietanti (1994) della Panozzo Editore, preceduta dalla pubblicazione di un unico racconto (La Présence Désolée) selezionato da La Cave Aux Crapauds per mano di Gianfranco De Turris, nel lontanissimo 1964, e inserito nell'antologia collettiva Interplanet Europa 5 delle Edizioni dell'Albero. Solo di recente, grazie all'interessamento delle Edizioni Hypnos e della Dagon Press (Rivista Zothique), che gli hanno tributato uno speciale nelle rispettive riviste, sul nome Owen è iniziato a circolare un grande interesse nel circuito degli incalliti lettori di fantastico del bel paese.

Dotato di vita particolarmente longeva, Owen si è spento a novantadue anni nel 2002 e la sua produzione è ancora tutta da scoprire per noi italiani.

 
Copertina di una ristampa del 1986
che omaggia il racconto LA TENTAZIONE DI SANT'ANTONIO.
 

ANALISI GENERALE

Sedici fulminei racconti e una strana novella scritti tra il 1952 e il 1966, questo è il contenuto di Cerimoniale Notturno, seconda antologia in assoluto a firma Thomas Owen comparsa in Italia e prima per la sempre più apprezzata e corposa Bizarre dell'Agenzia Alcatraz. Il termine bizarre è forse quello che più si adatta per descrivere le storie di Owen. Diciamo subito che, probabilmente, non si tratta della migliore antologia pubblicata dal belga. Solo in alcuni casi si toccano quelle vette di sense of wonder che possono rendere memorabile un racconto. Il macabro/fantastico, talvolta accompagnato da una cinica ironia se non da una vera e propria satira che ricorda il Jonathan Swift de I Viaggi di Gulliver, la fa da padrone, ma lo fa, spesso e volentieri, dando mostra di sé - o suggerendo una sua presenza allusiva - solo all'epilogo dei racconti. Il soprannaturale, o comunque l'elemento di disturbo, si insinua lentamente nella vita di tutti i giorni, a poco a poco la modifica fino a distorcerla, facendo di Owen un autore vicino a quella nuova corrente horror che sarebbe poi esplosa con Matheson e successivamente con Stephen King. A differenza di un Claude Seignolle, infatti, manca la componente del folklore agreste e la predisposizione al gotico. La lunghezza delle storie impedisce uno studio approfondito dei personaggi, portando sovente l'autore a miscelare tra realtà e sogno a occhi aperti, così da rendere evanescente la prima a beneficio del secondo che, non di rado, si concretizza sovrapponendosi alla realtà stessa. Lo stile è alleggerito da inutili orpelli e rende la lettura di facile digestione collettiva. Da segnalare la presenza, a introduzione di ogni racconto, di una citazione d'autore (Jean Ray, Ambrose Bierce, Guy de Maupassant, Claude Seignolle e altri) non sempre ben articolata alla storia che segue.


ANALISI NEL DETTAGLIO

Delle diciassette storie proposte solo un terzo può definirsi di particolare valore, mentre le altre, pur assestandosi su livelli apprezzabili, non riescono a rimanere impresse nel lungo periodo.

Owen gioca infatti su alcuni stilemi inflazionati, quali quelli del morto che si presenta davanti ad alcuni conoscenti - o comunque testimoni oculari - senza che questi si rendano conto di avere a che fare con uno spirito. Di questo gruppo di racconti il più riuscito è Le Grand Amour de Madame Grimmer (“Il Grande Amore della Signora Grimmer”), una ghost story piuttosto classica (dialogo tra un avvocato e una cliente che poi si scoprirà esser già deceduta) ma ben caratterizzata nello studio dei personaggi. Owen sposta l'attenzione dalla componente fantastica al black humor giostrato sulle caratterizzazioni dei personaggi, in particolare quella dell'avvocato Stieglitz, un soggetto tanto cinico e asettico nei sentimenti da impressionarsi per la metamorfosi della poltrona riservata ai clienti involuta da oggetto di lusso a vecchia e consunta seduta dopo che vi è morto il marito della vecchia cliente vista alcune settimane prima.

Similare, ma orientato al grandguignol, è La Fille de la Pluie (“La Ragazza della Pioggia”) che vede, durante un giorno di intensa pioggia, un passante svogliato e solitario fare un incontro per la strada con una ragazza dalle mani insanguinate (e che ironizza sulla questione allineandosi, almeno a parole, alle convinzioni di Erszebet Bathory relative alle qualità rinfrescanti del sangue). Desideroso di portare il proprio aiuto, l'uomo viene adescato dalla sconosciuta che lo convince a seguirla verso una villa abbandonata. All'interno delle mura della casa verrà a galla una terribile realtà consumatasi, ma lo si scoprirà solo alla fine, anni prima. Interessanti le ultime quattro righe della storia che potrebbero ribaltare il narrato svestendolo dell'elemento fantastico per riconsegnarlo alla dimensione reale. Owen suggerisce un ritorno sul luogo del delitto di un uomo che ha cancellato l'evento dalla memoria (altrimenti non avrebbe senso la domanda che l'uomo si pone, a fine racconto, chiedendosi dove fosse cinque anni prima nel giorno del delitto), ma non in modo sufficiente da sfuggirne al richiamo. Da notare i curiosi nomi dei due protagonisti che rimandano all'idea del fantasma o comunque dell'inconsistenza corporea. I due si chiamano infatti Doppelganger (doppio, sovente di immaginazione e maligno) e Lamie (la lamia, nella mitologia greca, era un fantasma seduttore che adescava giovani uomini per nutrirsi di sangue).

L'idea del ritorno di un'ossessione dal passato si ripete in molteplici racconti di Owen. È il caso di La Soirée du Baron Swenbeck (“La Serata del Barone Swenbeck”) e di Wohim am Abend? (titolo non tradotto in italiano e che significa “Dove Andare la Sera?). Questo secondo racconto riprende l'idea della camminata solitaria in mezzo ad un agglomerato urbano che muta continuamente forma alla maniera di Brazil di Terry Gilliam. Più allucinato e inquietante de La Ragazza della Pioggia, Owen si immerge del tutto nel fantastico, dando vita a un loop che tortura il povero protagonista depositario, probabilmente, di una colpa e di un rimorso da cui non riesce a liberarsi. Si realizza così un orrore urbano che affonda le proprie radici in un oscuro passato di cui non vengono definiti i contorni. L'orrore della guerra, rappresentato dai rimandi alle divise grigie (forse naziste, visto che la storia è ambientata a Brema), la sensazione di brain storming che pervade il protagonista, convinto di visitare luoghi in cui ha la sensazione di esser già stato ma senza carpirne i dettagli indispensabili a ricomporre un quadro che resta sfuggevole, e poi lui... il diavolo, che si diverte a ricreare, in tempi e luoghi diversi, sempre la stessa scena, alla maniera di uno strizzacervelli sadico. Prende così piede la morte per emorragia interna della donna del protagonista che si ripropone, per mezzo di altre donne caratterizzate da un'inquietante somiglianza, quale corrispettivo di un aiuto prestato durante la guerra dal demonio. Piccoli indizi in qua e in là, volutamente incompleti al fine di rendere più misterioso e spiazzante il racconto.

Il passato torna a bussare come un macigno anche nel più convenzionale, e a tratti edgarallanpoeniano, La Soirée du Baron Swenbeck, dove un vecchio barone, seduto a una tavola imbandita e al cospetto dei suoi tanti ospiti, è costretto a rivivere il suicidio del fratello che torna a morire ogni anno tra le mura del castello. Solo il tempestivo intervento di un ospite riuscirà a interrompere la serie di suicidi, liberando il barone dalla maledizione a costo però della morte improvvisa con un inspiegabile segno di cappio stretto al collo.

Aderente a questa tipologia di racconto è infine Elna 1940, una storia che funge da ideale sintesi tra La Fille de la Pluie e Wohim am Abend?. Si rinnova l'idea del passato della guerra (in questo caso la prima guerra mondiale) cucito su un'ambientazione ancorata ai fatti dell'occupazione del Belgio per mano dei nazisti. In questa cornice si muovono personaggi che ricordano quelli del racconto La Fille de la Pluie. Due soldati tedeschi trovano rifugio nella casa di proprietà di una giovane orfana concepita, in conseguenza di uno stupro per mano di un soldato tedesco, durante la prima guerra mondiale. Senza che la giovane lo sappia, uno dei due ospiti è proprio quel soldato tedesco di cui ignora nome e fattezze. Il finale, ancora una volta, sconvolge il senso del narrato e lascia quasi suggerire che uno dei due soldati, in realtà, era solo uno spirito. Questa conclusione è suffragata dalla presenza di un cadavere decomposto e ridotto in scheletro, con vicino una divisa e il documento, proprio nella stanza in cui è stato fatto ricoverare la sera prima il più anziano dei due.

Diverso dai precedenti cinque racconti, ma comunque ascrivibile al rango delle ghost story, è Cérémonial Nocturne (“Cerimoniale Notturno”). Atipica storia che sembra scritta per spaventare gli adolescenti al fine di farli obbedire agli ordini impartiti dai genitori. Il tentativo di un neo maggiorenne di interrompere l'usanza di avvertire i genitori al suo arrivo, dopo una scorribanda notturna, viene impedito da un'oscura presenza incontrata sulle scale di casa. L'ombra percorre in senso opposto le scale, sfiora con una mano gelida il ragazzo e bussa alla porta del padre, così da rispettare l'ordine che lo stesso aveva dato al figlio. Da quel giorno, il protagonista non disubbidirà più agli inviti dei genitori.

Simpaticissimo e veramente bizzarro è infine Le Petit Fantome (“Il Piccolo Fantasma”), una vera e propria parodia del sottogenere. È un Owen votato all'ilarità che gioca sull'immagine tradizionale del fantasma fluttuante che si muove all'interno di un lenzuolo mosso dal vento. Solo che qua a evocare lo spettro non è un omicidio violento né l'intervento di un medium, ma l'adesione a una Federazione Internazionale delle Associazioni Soprannaturali che si impegna, su chiamata, a infestare magioni e castelli. La morte del titolare del castello in questione, che poi si scoprirà essere una villa trasandata, e la confidenza instaurata tra il fantasma e lo scapestrato figlio di un chirurgo mandato all'interno della casa per punizione a causa dei suoi continui scherzi porteranno alla decisione della Federazione di revocare l'invio del fantasma. Insieme alla lettera di spiegazioni arriverà anche quella del fantasma che sfrutterà quanto appreso dalla piccola peste facendogli pervenire un dissacrante biglietto di saluti che costerà al piccolo una nuova punizione (il padre penserà infatti a uno scherzo dallo stesso orchestrato).

Abbiamo dunque analizzato sette ghost story (oltre 1/3 dell'opera) che costituiscono il collante di un'antologia che sa però prendere anche altre vie. Tra queste vi è quella del racconto macabro di impronta realistica. Owen inserisce infatti due racconti molto diversi tra loro che non hanno nulla di fantastico. Bagatelles Douces (“Dolci Sciocchezze”) è il più interessante e, al tempo stesso, più insignificante. La storia, pur ben scritta, sembra un racconto di narrativa rosa, con una vecchia allettata che cerca di mettere assieme (costituendo una nuova coppia) il suo giovane ospite con una giovane e timida parente. Piuttosto insignificante fino alla fine, il racconto si riscatta nelle ultimissime righe, con un paio di dialoghi che suggeriscono che la morte dell'anziana non è affatto un suicidio ma un vero e proprio omicidio perpetrato dalla giovane parente, così da liberarsi dalle pressioni della donna e non mettersi insieme col pupillo di lei. “(La sua morte) è una vera liberazione” è la frase cardinale da sciogliere per comprendere il testo.

Grandguignolesco e intriso di black humor è La Passagère (“La Passeggera”). Durante un autentico nubifragio, un automobilista offre un passaggio a un'autostoppista che gli chiede di condurla davanti a un dato palazzo. Il conducente, pur sorpreso dal luogo desolato in cui ha caricato la donna, cerca di instaurare un dialogo con la sconosciuta che gli rivela di essere una manicurista. Scesa la donna e ritornato presso la propria abitazione, l'uomo scopre che la sconosciuta ha lasciato sulla sua vettura una valigetta con gli strumenti del mestiere... La sorpresa e il senso di disgusto irrompono nelle ultime righe, all'apertura del bagaglio. Sembra il prologo di un film di Dario Argento, poiché che la donna si occupi di mani è l'unica certezza del caso...  ma altre domande sorgono spontanee.
 
Copertina alternativa 

Abbastanza nutrito è il gruppetto di racconti “demonologici”. Tra di essi spicca il famoso Au Cimetière de Bernkastel (“Al Cimitero di Bernkastel”) in cui Thomas Owen rende omaggio al “socio” Jean Ray, contribuendo a consolidare l'aura del mito attorno a questo fantastico personaggio. Ormai sessantenne, Ray, che è personaggio trainante del racconto, viene presentato come una sorta di avventuriero a caccia di storie soprannaturali, impavido, profanatore di tombe maledette, abile ipnotizzatore e caratterizzato da un alone di mistero che lo fa muovere con circospezione e poca propensione alla chiacchiera, acquisendo informazioni grazie alle indubbie doti manipolatorie. “Molto presto una rete di informazioni diaboliche sparirà con lui, con grande danno di chiunque voglia conoscere meglio quel mondo misterioso a cui siamo collegati a nostra insaputa e che l'ignoranza ci impedisce di percepire.”Owen riporta l'episodio secondo il quale Ray riuscì a entrare in un recinto di tigri riuscendo a tenerle a bada con il suo aplomb. Qui, alla stessa maniera, lo scrittore/avventuriero riesce a esorcizzare una donna indemoniata e a scoprire la tomba di una vampiressa sepolta in un cimitero tedesco. Più che il soggetto, a spiccare è la caratterizzazione del protagonista, con Owen che cerca di spacciare il tutto per una storia accaduta nella realtà.

Più convincente è il folle La Tentation de Saint Antoine che propone il più spiazzante, folle e imprevedibile epilogo che permette al “presunto” santo di liberarsi da una tentazione satanica. Asserragliato in una grotta, il poveretto resiste a una marcia di corpi putrefatti (forse appestatati), ma traballa al cospetto di una donna nuda che gli si fa incontro invitandolo all'accoppiamento. Antonio saprà liberarsi dalla tentazione in un modo decisamente originale e tutt'altro che casto... La purezza spirituale è salva (si noti l'ironia dissacrante di Owen e la sua critica al pudico senso religioso).

Molto buono è Un Beau Petit Garçon (“Un Bel Bambino”) che ricorda alcuni racconti di Arthur Machen. È un tipico racconto demonologico che diviene atipico per la particolare caratterizzazione del soggetto tentatore. Chi mai potrebbe essere più innocuo di un bambino dall'incommensurabile bellezza che si relaziona solo con altri bambini, fornendo loro caramelle e dolciumi? Ebbene, diffidare sempre dalle apparenze. Owen sembra quasi alludere alla forza corruttrice delle sostanze stupefacenti, dal momento che le persone adescate dal misterioso bimbo, incapaci di comprendere il gesto di vendere la propria anima, assumono condotte devianti che le portano a macchiarsi di delitti atroci. La polizia e un gruppo di studiosi di demonologia si metteranno a indagare sul caso, ma del bambino satanico spariranno le tracce...

Molto particolare è Les Lectures Dangereuses (“Letture Pericolose”) attraverso il quale Owen sembra sfruttare il tema “grimori maledetti che inducono alla pazzia” per lasciare un monito teso a scongiurare il rischio che la finzione letteraria si sovrapponga (nella mente del debole) alla realtà e generi mostri. Un piccolo libro di ventidue pagine, intitolato Vie et Survie du Vampire, diviene così portale di accesso e di fuga di strani personaggi che rendono il testo vivo e capace di generare nuove pagine intrise di dettagli in precedenza assenti, ma anche di liberare corpi pronti a lasciar cadere la loro mannaia sullo stordito protagonista. Confermata la caratterizzazione del grimorio indistruttibile e non aggredibile dalle fiamme.

L'idea della sovrapposizione tra finzione e realtà viene proposta anche ne La Dame de Saint-Petersbourg (La Dama di San Pietroburgo). Erotismo allusivo, col sogno perverso di una giovane donna che si trasforma in realtà grazie all'incontro con un'elegante dama di San Pietroburgo (una seduttrice accalappia donne) incontrata durante una camminata in pieno centro.

Mutation (Mutazione) è la versione ribaltata che sta alla base del film di Renato Pozzetto “Da Grande”. Qui Owen vede nell'unione matrimoniale la tomba dei sogni di gioventù. Solo un ritorno al passato può portare quell'allegria e spensieratezza che la vecchiaia ha spazzato via. Racconto dunque disilluso e nostalgico, col protagonista che, in camera da letto, torna a essere piccolo gettando nello sconforto la moglie.

Le Chasseur (“Il Cacciatore”) lavora sul ribaltamento situazionale, mutando il rapporto preda-predatore proprio quando i ruoli sembravano definiti. È una variante del classico racconto incentrato sui cacciatori di vampiri. Owen introduce l'elemento della storia d'amore e del ribaltamento finale che porta l'uomo sedotto e già vampirizzato a sorprendere la vampira prossima a nutrirsi della sua ultima goccia di sangue.

Un discorso a parte deve essere fatto per Étranger à Tabiano (“Straniero a Tabiano”) che sembra un elaborato a metà strada tra Abraham Merrit e Bulwer-Lytton, penso a storie come Il Vascello di Ishtar o La Razza che Verrà. Owen descrive da zero una società con i suoi usi politici, burocratici e di svago, plasmando un misto tra un trattato di fantasia e un racconto. Dietro al progetto si muove un'evidente satira che richiama i lavori di Jonathan Swift ma anche un tentativo di vincere la morte in una modalità che proietta il defunto in una nuova realtà in cui si continua a soffrire e morire. Il protagonista (un avventuriero), non si sa bene come, supera la dimensione terrestre, avvolto da un oceano di nebbia, e approda in un mondo altro, da cui cercherà di fuggire senza riuscirvi. Owen orchestra un incubo in cui, alla violenza dell'immagine e ai giochi cruenti della società dell'altrove, non manca l'ironia dissacrante che vede funzionari inetti trasformati in professori universitari o l'emanazione di norme che vietano l'allattamento di adulti (!?) nei parchi pubblici al fine di poter proteggere il mercato delle bevande (che altrimenti subirebbe un danno economico) e persino la sepoltura di maghi lasciati con i crani scoperti dal suolo e su cui la capigliatura cresce furente. Al grottesco fa comunque seguito una parte dotata di una potenza onirica percepita, a tali vertici, solo ne La Tentation de Saint Antoine. Distese desertiche in terre abbandonate dagli animali e dalla vegetazione contrastano, solo apparentemente, con l'inizio su di un mare che non da traccia di sé essendo avvolto da una nebbia impenetrabile. La speranza è un'illusione, poiché non vi è possibilità di evasione (tremenda la scena dello sgozzamento della ragazza, ma anche la battaglia mortale tra due tori). La violenza è presenza costante, in un mondo dominato da un regime presso il quale il protagonista è un ospite inizialmente gradito e poi temuto.

Lo stile è decisamente più pesante dei restanti racconti a causa di una struttura sfilacciata che assume la veste del racconto solo nella primissima parte e nell'ultimo terzo di storia, suggerendo per il resto la forma di un breve trattato. La parte centrale, infatti, è una serie di appunti scollegati e frammentari che danno l'idea dei Mondo Movie che riscuotevano successo al cinema (“Mondo Cane” è del 1962), cioè quei film incentrati su scene di violenza e bizzarrie registrate in giro per il mondo per mostrare una diversa faccia della civiltà umana. Sembra quasi che Owen si sia ispirato a questi film per scrivere il suo mondo movie letterario. 
 
CONCLUSIONI

Ennesima ottima proposta dell'Agenzia Alcatraz che non muta la squadra vincente. Luca Fassina traduce con perizia. Max Baroni introduce la lettura con dieci paginette che descrivono la vita e la narrativa dell'autore (“Thomas Owen, Perturbatore”). A parte la novella finale, un vero e proprio gioiello (pur se a tratti pesante e concepito in modo sperimentale per il suo essere un compromesso tra un trattato di una società di fantasia e un racconto), si tratta di un fantastico che è ancorato alla vita di tutti i giorni, motivo per cui qualcuno ha parlato di "realismo". Se Seignolle è narratore di avventure contadine, Owen ambienta le sue storie nella città, guardando a paure e rimorsi passati che tornano a rivivere e cercando sempre di scuotere il lettore con spiazzanti righe finali. Si nota una certa predilezione per l'ironia, il black humor e il grandguignol a cui l'autore ricorre a seconda dei casi. Il livello complessivo è sufficiente, con almeno quattro piccole perle molto diverse tra loro: Un Bel Bambino, Straniero a Tabiano, Il Piccolo Fantasma e Al Cimitero di Bernkastel.

Si fa infine notare l'incomprensibile assenza dei titoli originali dei racconti (cosa che fa innervosire gli studiosi del genere ed è del tutto suprflua per gli altri). La copertina è quella originale, mentre il titolo è stato alleggerito togliendo “e altri racconti insoliti”.

 
Lo scrittore Thomas Owen.
 
"Si dice che a volte certi spariscano dopo aver superato il limite del luogo e del tempo, oramai perduti per i loro simili (ma senza dubbio ricominciano una nuova vita in un altro mondo che li ha assorbiti. E' il momento della compenetrazione. Quello in cui due mondi momentaneamente vicini - o meglio sovrapposti - mischiano per qualche ora la loro orbita, come due cerchi che si intesecano. Il doppio segmento così formato, che appartiene al tempo stesso a entrambi, è la zona della nebbia."