Mi chiamo Matteo Mancini, sono nato a Pisa nel 1981 e abito nell'indipendentista Tirrenia. Sono un grande appassionato di B-Movie (dallo spaghetti western, passando per il "poliziottesco" e proseguendo con thriller e horror). Tra le mie tante passioni le più forti sono la narrativa specie del genere fantastico scuola weird tales e la scrittura. Nella foto mi vedete, al centro, con a dx Antonio Tentori e la "giallista" Cristiana Astori, e alla mia sx Mr.B-Movie Dainelli e Ivo Gazzarrini.
Elenco
- Cinema
- Ippica
- Narrativa
- Pubblicazioni Personali
sabato 27 giugno 2020
Recensione Saggi: LA MENTE DEL GATTO di Bruce Fogle.
Autore: Bruce Fogle.
Titolo Originale: The Cat's Mind.
Anno: 1991.
Genere: Saggio sui gatti.
Editore: Gruppo Editoriale Armenia (1999-2005).
Pagine: 288.
Prezzo: 16,00 euro.
A cura di Matteo Mancini.
domenica 21 giugno 2020
Recensione narrativa TUTTO QUEL BUIO di Cristiana Astori.
Autore: Cristiana Astori.
Anno: 2018.
Genere: Giallo citazionista cinematografico.
Editore: Lit Edizioni Srl.
Pagine: 254.
Prezzo: 17,50 euro.
A cura di Matteo Mancini.
A distanza di quattro anni da Tutto quel Blu, torna Cristiana Astori col suo celebre personaggio Susanna Marino. Dopo aver scandagliato gli anni settanta e ottanta, la cacciatrice di pellicole perdute, una sorta di Lucas Corso italiano (il protagonista del romanzo spagnolo Il Club Dumas, esaltato dalla trasposizione cinematografica di Polanski intitolata La Nona Porta), regredisce alle origini del cinema, negli anni venti, nello sterminato e incompleto mondo del cinema muto. Si forma così un crocevia tra cinema horror dei primordi e letteratura, sviluppato, dall'ormai matura scrittrice piemontese, per effetto di un intrigo non così complesso ma sapientemente orchestrato, in un mix di giallo e narrativa del terrore. Susanna si trova a muoversi tra musiche ipnotizzanti plasmate dal lento incedere dei violini zigani, tra furti e omicidi che la vedono coinvolta e costretta a ripiegare su scantinati sotterranei che si muovono al di sotto della Budapest quotidiana, attorniata da personaggi ambigui e doppiogiochisti ma anche da apparizioni che rappresentano il graduale manifestarsi dei fantasmi delle epoche sepolte; epoche di morte, privazioni e cancellazione dei diritti umani.
La Lit Edizioni srl va così sul sicuro, scommettendo su un progetto ampiamente avviato e garantito nel suo successo dalla presenza di uno zoccolo duro di lettori pronti a fare calte false per accaparrarsi la nuova avventura di Susanna Marino (sembra tra l'altro che sia prossima l'uscita di un quinto volume). Ormai giunto al quarto capitolo, oltre un racconto pubblicato in un'antologia collettiva, la serie dedicata al cinema perduto espatria per tale via dalla Mondadori e, più specificatamente, dalla collana Il Giallo Mondadori, senza tuttavia subire battute di arresto.
Susanna si sposta in Ungheria, al soldo dell'ennesimo collezionista a caccia del gioiello perduto. Costruito su due piani temporali divergenti, uno ancorato ai tempi della pellicola ricercata e l'altro ai tempi odierni, Tutto Quel Buio si snoda nei meandri di una Budapest magica che ricorda, con i suoi ghetti ebraici e gli edifici diroccati, la Praga de Il Golem (1915) di Gustav Meyrink. Al centro della vicenda c'è un film ungherese, realizzato con maestranze austro-ungariche, ricordato quale il primo vero film tratto dal romanzo culto Dracula (1897) di Bram Stoker: Drakula Halala ovvero La Morte di Dracula. Un accostamento maledetto quello costituito tra il Dracula e il cinema. Realizzato nel 1920, il film è tuttora introvabile e oggetto di ricerche in giro per l'Europa. L'Astori ci ricama sopra e cerca di ricostruire la vita della misteriosa attrice Margit Lux, chiamata a interpretare la sposa di Dracula, vedendovi un'attrice di origine ebraica bruciata nella carriera e nella psiche da questo lavoro (non sarebbe l'unica attrice ad aver subito il fascino del male, permettendo allo stesso di insinuarsi dalla finzione alla realtà non riuscendo più a discernere tra le due e perdere così la retta via). In altri termini, la Astori ricorre alla figura di questa giovane ragazza sedicenne, che nella realtà non si sa chi fosse (secondo alcuni era uno pseudonimo di Lene Myl), per rappresentare la purezza contaminata dal male ovvero da un regista dracula (inteso però in chiave machiavellica) intenzionato ad appropriarsi della bellezza per un mero cruccio e senza valori di fondo. Tutto si muove da fatti concreti ma, ovviamente, poi si delinea in modo fantasioso. Si prende le mosse dalle due uniche fotografie sopravvissute di un film andato probabilmente distrutto nel corso dell'occupazione nazista e proiettato negli anni venti in sole due circostanze. Un destino che ha rischiato di ripetersi due anni dopo anche col Nosferatu (1922) di Murnau, ovvero il primo grande film su Dracula. Girato e realizzato in Germania, l'opera di Murnau fu predisposta sul modello proposto da Stoker senza tuttavia pagare i diritti d'autore con conseguenziale causa giudiziaria e condanna della casa di produzione, peraltro fallita a seguito della contesa, a distruggere tutte le copie messe in circolazione. Fatti e circostanze che hanno ammantato i personaggi e i film sul principe della notte di un'aura maledetta, basti pensare al destino dello stesso Murnau (trasportato cadavere sull'oceano a bordo di una nave, era morto a Tahiti, e poi tenuto per giorni in una cantina una volta sbarcato in Germania, proprio come il vampiro protagonista del suo film, oltre che esser vittima di una successiva profanazione con decapitazione del cadavere, proprio come successo a Dracula, e scomparsa definitiva della testa) o del più celebre attore che abbia mai interpretato Dracula ovvero Bela Lugosi (morto con la convinzione di essere davvero un vampiro e sepolto con gli indumenti di Dracula) o ancora Libero Samale, autore di punta col celebre pseudonimo Frank Graegorius della celebre collana italiana degli anni sessanta/settanta I Racconti di Dracula, trovato morto senza sangue nelle vene (a causa di un'emorragia interna).
"Uno degli aspetti che mi divertono" scrive l'autrice "consiste nel far sembrare reale l'immaginario e immaginario ciò che è reale." Un proposito che sembra calzare assai a pennello sia in riferimento al personaggio al centro della vicenda (Dracula) sia in riferimento all'autrice. Con Tutto quel Buio, Cristiana Astori tenta la duplice fortuna caratterizzata dal curioso miscelarsi tra finzione e realtà, così da sfidare la sorte e vedere se, nel prossimo immediato futuro, il film Drakula Halala salti davvero fuori come avvenuto nel romanzo e come effettivamente successo, con le altre pellicole interessate dall'attenzione della scrittrice nostrana (celebre anche per le traduzioni dall'inglese all'italiano di Jeffrey Deaver e Jeff Lindsay), dopo l'uscita dei precedenti romanzi. Infatti Un Dia en Lisboa e L'Autuomo, fulcri dei precedenti intrecci, sono effettivamente stati ritrovati a dimostrazione di quanto i propositi dell'Astori siano, di fatto, tutt'altro che fantasiosi.
Sul romanzo giova evidenziare la meticolosa cura nella descrizione delle scenografie ungheresi. Per esser maggiormente efficace, l'Astori ha dichiarato di aver passato svariati giorni nella capitale magiara e questo ha indubbiamente portato lustro all'opera. Budapest viene utilizzata in ogni sua parte per conferire fascino al narrato e diviene personaggio aggiuntivo col suo lungo incrocio di culture, il retaggio dei regimi contrapposti - dall'imponenza imperiale alle simpatie naziste fino alla povertà nel periodo di influenza russa - ma anche con la sua cultura e i suoi cibi. Curate le caratterizzazioni dei personaggi, forse addirittura prevalenti sul soggetto. Questo infatti ricalca un po' le precedenti avventure, se non fosse per una maggiore attenzione nella ricostruzione storica. Il contesto ambientale e le deportazioni ebraiche degli anni quaranta diventano occasione per ricordare le follie e i veri orrori che hanno funestato il novecento. Una male oscuro andato ben oltre alle fantasie dei narratori del terrore. L'Astori, con tatto e anche con importante dose di studio pregresso, penetra nel delicato contesto della memoria, tornando a esumare piaghe che hanno lasciato ferite che non possono saturarsi neppure nei passaggi di consegna generazionali.
Lo stile è un calibrato mix di eleganza e di immediatezza, così da poter esser apprezzato da diverse categorie di lettori, sia i c.d. lettori usa e getta sia quelli che ricercano un'eleganza che trascenda dalla mera narrazione. Manca forse, a livello di intrigo giallo, qualcosa nell'intreccio (la soluzione finale appare didascalica in perfetto stile film giallo all'italiana degli anni settanta e, forse, un po' forzata ed estremamente improbabile), carenza comunque ampiamente compensata dalle atmosfere e dalla cura nella descrizione ambientale e dagli usi locali. L'epilogo, all'insegna del cinismo, mostra un'Astori romantica ma, al tempo stesso, concreta e poco in linea con la società in cui si muove la sua protagonista (aspetto che era emerso in modo più marcato già in Tutto quel Blu). I collezionisti sono raffigurati, più che come appassionati e amanti del cinema, quali biechi opportunisti ed egoisti, non orientati alla divulgazione, bensì speculatori che sfruttano il lavoro altrui per fare ricchezza personale.
La parte più bella? Direi quella portata in scena al Memento Park, in mezzo alle statue decadute del comunismo.
Molte le citazioni disseminate nel testo. Le più evidenti sono quelle al sopracitato Golem di Meyrink (per la cura scenografica) e un vero e proprio plagio ovvero la morte della Novak. L'Astori costruisce la scena a immagine e somiglianza del decesso della Baronessa Kessler nel film La Nona Porta. "Io l'ho visto prima di te" affermava la nobildonna, in riferimento al diavolo; qua invece a interessare è l'altro principe della notte, il Dracula, in una girandola che vede agire, tramite cacciatori di pellicole, collezionisti intenzionati a ridurre il numero di pellicole ancora in circolazione proprio come Boris Balkam (cognome che suona alla stessa maniera del cognome della moglie di Bram Stoker, ovvero Balcombe, intenzionata a far bruciare tutte le pellicole del Nosferatu) faceva nel citato film di Polanski col volume Le Cinque Porte. Poco da dire, quando si chiama in causa Dracula si finisce sempre con il rimanere legati al fascino del male finché quanto scritto sulla carta si concretizza alla maniera di un fumo sulfureo che, a poco a poco, assume consistenza fisica e materiale bruciando quanto di innocente è rimasto. Quando questo avviene è troppo tardi per destarsi dall'incubo e svegliarsi dalla catalessi. Gli artigli della notte affondano nella carne sotto forma di due canini appuntiti, mentre tu, vittima consapevole eppure ammaliata, resti rapita da quel giallo... tutto quel giallo, che ti scruta e ti penetra nell'anima e allora urlare diviene impossibile, perché il dolore si confonde col piacere e la sanità mentale si unisce alla pazzia in un amplesso di morte. In quell'istante comprendi cosa siano paura e terrore, eppure il tuo urlo si fa muto, in tutto quel buio che cala implacabile sul palcoscenico e rende simile la vita al cinema, trasformandoti in una pellicola perduta diretta da un regista maledetto.
"La paura è immotivata, ma il terrore ha sempre un motivo."
La Lit Edizioni srl va così sul sicuro, scommettendo su un progetto ampiamente avviato e garantito nel suo successo dalla presenza di uno zoccolo duro di lettori pronti a fare calte false per accaparrarsi la nuova avventura di Susanna Marino (sembra tra l'altro che sia prossima l'uscita di un quinto volume). Ormai giunto al quarto capitolo, oltre un racconto pubblicato in un'antologia collettiva, la serie dedicata al cinema perduto espatria per tale via dalla Mondadori e, più specificatamente, dalla collana Il Giallo Mondadori, senza tuttavia subire battute di arresto.
Susanna si sposta in Ungheria, al soldo dell'ennesimo collezionista a caccia del gioiello perduto. Costruito su due piani temporali divergenti, uno ancorato ai tempi della pellicola ricercata e l'altro ai tempi odierni, Tutto Quel Buio si snoda nei meandri di una Budapest magica che ricorda, con i suoi ghetti ebraici e gli edifici diroccati, la Praga de Il Golem (1915) di Gustav Meyrink. Al centro della vicenda c'è un film ungherese, realizzato con maestranze austro-ungariche, ricordato quale il primo vero film tratto dal romanzo culto Dracula (1897) di Bram Stoker: Drakula Halala ovvero La Morte di Dracula. Un accostamento maledetto quello costituito tra il Dracula e il cinema. Realizzato nel 1920, il film è tuttora introvabile e oggetto di ricerche in giro per l'Europa. L'Astori ci ricama sopra e cerca di ricostruire la vita della misteriosa attrice Margit Lux, chiamata a interpretare la sposa di Dracula, vedendovi un'attrice di origine ebraica bruciata nella carriera e nella psiche da questo lavoro (non sarebbe l'unica attrice ad aver subito il fascino del male, permettendo allo stesso di insinuarsi dalla finzione alla realtà non riuscendo più a discernere tra le due e perdere così la retta via). In altri termini, la Astori ricorre alla figura di questa giovane ragazza sedicenne, che nella realtà non si sa chi fosse (secondo alcuni era uno pseudonimo di Lene Myl), per rappresentare la purezza contaminata dal male ovvero da un regista dracula (inteso però in chiave machiavellica) intenzionato ad appropriarsi della bellezza per un mero cruccio e senza valori di fondo. Tutto si muove da fatti concreti ma, ovviamente, poi si delinea in modo fantasioso. Si prende le mosse dalle due uniche fotografie sopravvissute di un film andato probabilmente distrutto nel corso dell'occupazione nazista e proiettato negli anni venti in sole due circostanze. Un destino che ha rischiato di ripetersi due anni dopo anche col Nosferatu (1922) di Murnau, ovvero il primo grande film su Dracula. Girato e realizzato in Germania, l'opera di Murnau fu predisposta sul modello proposto da Stoker senza tuttavia pagare i diritti d'autore con conseguenziale causa giudiziaria e condanna della casa di produzione, peraltro fallita a seguito della contesa, a distruggere tutte le copie messe in circolazione. Fatti e circostanze che hanno ammantato i personaggi e i film sul principe della notte di un'aura maledetta, basti pensare al destino dello stesso Murnau (trasportato cadavere sull'oceano a bordo di una nave, era morto a Tahiti, e poi tenuto per giorni in una cantina una volta sbarcato in Germania, proprio come il vampiro protagonista del suo film, oltre che esser vittima di una successiva profanazione con decapitazione del cadavere, proprio come successo a Dracula, e scomparsa definitiva della testa) o del più celebre attore che abbia mai interpretato Dracula ovvero Bela Lugosi (morto con la convinzione di essere davvero un vampiro e sepolto con gli indumenti di Dracula) o ancora Libero Samale, autore di punta col celebre pseudonimo Frank Graegorius della celebre collana italiana degli anni sessanta/settanta I Racconti di Dracula, trovato morto senza sangue nelle vene (a causa di un'emorragia interna).
"Uno degli aspetti che mi divertono" scrive l'autrice "consiste nel far sembrare reale l'immaginario e immaginario ciò che è reale." Un proposito che sembra calzare assai a pennello sia in riferimento al personaggio al centro della vicenda (Dracula) sia in riferimento all'autrice. Con Tutto quel Buio, Cristiana Astori tenta la duplice fortuna caratterizzata dal curioso miscelarsi tra finzione e realtà, così da sfidare la sorte e vedere se, nel prossimo immediato futuro, il film Drakula Halala salti davvero fuori come avvenuto nel romanzo e come effettivamente successo, con le altre pellicole interessate dall'attenzione della scrittrice nostrana (celebre anche per le traduzioni dall'inglese all'italiano di Jeffrey Deaver e Jeff Lindsay), dopo l'uscita dei precedenti romanzi. Infatti Un Dia en Lisboa e L'Autuomo, fulcri dei precedenti intrecci, sono effettivamente stati ritrovati a dimostrazione di quanto i propositi dell'Astori siano, di fatto, tutt'altro che fantasiosi.
TUTTO QUEL BUIO
si presenta quale quarto capitolo
delle avventure "dei colori" che hanno la cacciatrice di pellicole scomparse
Susanna Marino quale protagonista.
Lo stile è un calibrato mix di eleganza e di immediatezza, così da poter esser apprezzato da diverse categorie di lettori, sia i c.d. lettori usa e getta sia quelli che ricercano un'eleganza che trascenda dalla mera narrazione. Manca forse, a livello di intrigo giallo, qualcosa nell'intreccio (la soluzione finale appare didascalica in perfetto stile film giallo all'italiana degli anni settanta e, forse, un po' forzata ed estremamente improbabile), carenza comunque ampiamente compensata dalle atmosfere e dalla cura nella descrizione ambientale e dagli usi locali. L'epilogo, all'insegna del cinismo, mostra un'Astori romantica ma, al tempo stesso, concreta e poco in linea con la società in cui si muove la sua protagonista (aspetto che era emerso in modo più marcato già in Tutto quel Blu). I collezionisti sono raffigurati, più che come appassionati e amanti del cinema, quali biechi opportunisti ed egoisti, non orientati alla divulgazione, bensì speculatori che sfruttano il lavoro altrui per fare ricchezza personale.
La parte più bella? Direi quella portata in scena al Memento Park, in mezzo alle statue decadute del comunismo.
Molte le citazioni disseminate nel testo. Le più evidenti sono quelle al sopracitato Golem di Meyrink (per la cura scenografica) e un vero e proprio plagio ovvero la morte della Novak. L'Astori costruisce la scena a immagine e somiglianza del decesso della Baronessa Kessler nel film La Nona Porta. "Io l'ho visto prima di te" affermava la nobildonna, in riferimento al diavolo; qua invece a interessare è l'altro principe della notte, il Dracula, in una girandola che vede agire, tramite cacciatori di pellicole, collezionisti intenzionati a ridurre il numero di pellicole ancora in circolazione proprio come Boris Balkam (cognome che suona alla stessa maniera del cognome della moglie di Bram Stoker, ovvero Balcombe, intenzionata a far bruciare tutte le pellicole del Nosferatu) faceva nel citato film di Polanski col volume Le Cinque Porte. Poco da dire, quando si chiama in causa Dracula si finisce sempre con il rimanere legati al fascino del male finché quanto scritto sulla carta si concretizza alla maniera di un fumo sulfureo che, a poco a poco, assume consistenza fisica e materiale bruciando quanto di innocente è rimasto. Quando questo avviene è troppo tardi per destarsi dall'incubo e svegliarsi dalla catalessi. Gli artigli della notte affondano nella carne sotto forma di due canini appuntiti, mentre tu, vittima consapevole eppure ammaliata, resti rapita da quel giallo... tutto quel giallo, che ti scruta e ti penetra nell'anima e allora urlare diviene impossibile, perché il dolore si confonde col piacere e la sanità mentale si unisce alla pazzia in un amplesso di morte. In quell'istante comprendi cosa siano paura e terrore, eppure il tuo urlo si fa muto, in tutto quel buio che cala implacabile sul palcoscenico e rende simile la vita al cinema, trasformandoti in una pellicola perduta diretta da un regista maledetto.
DI TUTTI I COLORI:
SUSANNA NON DEVB MORIRE.
Il terrore più vivo dell'autrice CRISTIANA ASTORI
prossimo a trudursi dalla finizione in realtà.
mercoledì 10 giugno 2020
Recensione Narrativa LA DAMA DEL SUDARIO di Bram Stoker.
Autore: Bram Stoker.
Titolo Originale: The Lady of the Shroud.
Anno: 1909.
Genere: Drammatico.
Editore: Vari.
Pagine: 320.
Prezzo: 15,00 euro.
A cura di Matteo Mancini.
Penultima fatica di Bram Stoker, autore entrato nella leggenda e nell'immaginario colletivo per effetto di una sola opera: Dracula (1897). Un successo debordante, capace di dar vita a un vero e proprio sottogenere della narrativa del terrore, continuamente riproposto al teatro e al cinema, tanto da inchiodare il suo già non più giovane autore (cinquantenne) a una notorietà unicamente connessa al suo romanzo di maggior successo. In verità Abraham Stoker, recensore, scrittore e soprattutto socio dell'attore teatrale Henry Irving, ha scritto molto (peraltro quasi tutto tradotto in Italia) e non sempre incanalandosi in quella branca riconducibile alla narrativa fantastica. Autore romantico e attratto da complesse storie di amore (piuttosto che di morte), Stoker ha da sempre dimostrato il proprio interesse per l'occultismo e la narrativa fantastica, ma non se ne è fatto rapire alla maniera dei veri e propri specialisti del settore. Studioso di mesmerismo, egittologia, folklore locale e mitteleuropeo, aderente all'ordine esoterico della Golden Dawn, ha orientato la propria produzione verso l'orrore proprio in funzione dei riscontri e della notorietà accordatagli dopo l'uscita del celebre romanzo che gli ha concesso una gloria seconda a pochi. Prima di allora, e in parte anche in seguito, le sue incursioni nel fantastico erano state occasionali. Penalizzato da uno stile vetusto, assai ricco di divagazioni e tendente alla ripetizione, non è più riuscito a confermare il successo assaporato col Dracula. The Lady of the Shroud, da noi tradotto con svariati titoli a partire dal 1985 (La Dama del Sudario, La Signora del Sudario o La Vergine del Sudario), non si sottrae dai limiti della produzione dello scrittore, anzi nè è un fulgido esempio.
Stoker prova a rinnovare lo schema narrativo del Dracula, sviluppando la storia quale coacervo di estratti dai diari dei vari personaggi, articoli di giornale e corrispondenze epistolari. Ne emerge una ripetitiva riproposizione dei medesimi fatti filtrati dai diversi punti di vista. Oltre questo limite, non brilla neppure il soggetto. Stoker accenna al fantastico e lo fa strizzando l'occhio, anche nel contenuto, alla sua opera più riuscita.
Dall'Inghilterra ci si sposta ancora una volta in Est Europa, questa volta nei Balcani. Il protagonista, un giovane rampollo della nobiltà inglese, tale Rupert St Leger, riceve in eredità da uno zio una sfarzosa proprietà nell'immaginario (credo) regno delle Montagne Azzurre. Zona collocata ai confini di Dalmazia, Bulgaria, Serbia, Erzegovina e Albania in cui è presente "il più bel porto tra Gibilterra e i Dardanelli". Uno spicchio di terra che fa assai gola all'impero ottomano e che viene difeso da uno zoccolo duro di sospettosi e chiusi montanari. In questo scenario, Stoker propone la storia d'amore, all'inizio impossibile e minacciata da una malefica onta in odore di dannazione, tra l'ospite inglese e la giovane figlia del re. Quest'ultima viene portata in scena con gli stilemi tipici del romanzo gotico di primo ottocento. L'autore, tramite il suo personaggio, parla apertamente di vampiri e "non morti". La giovane difatti si manifesta di notte, scappa alla luce del giorno ed è protetta da un solo sudario bianco. Bagnata nelle vesti, pallida e fredda, offre la sensazione di essere una defunta. Non fa niente per celare la propria condizione, anzi sembra volerla caldeggiare. L'intuizione viene confermata dalle ricerche del protagonista che, penetrato nei sotterranei di una vicina Chiesa, la scorge all'interno di una bara delimitata da una lastra di vetro che consente di vedere all'interno del sepolcro. Assai d'effetto, inoltre, è il prologo del romanzo, che si apre con dei ritagli di giornale, riconducibili a una testata chiamata "Il Giornale dell'Occultismo", dove si parla di un avvistamento notturno, nel cuore dell'Adriatico, "di un'esile figura bianca di donna, che andava alla deriva in una strana corrente a bordo di una piccola imbarcazione... l'imbarcazione non era altro che una bara sopra la quale la donna stava in piedi."
Si tratta della parte più riuscita del testo. Stoker, pur se in modo assai macchinoso, crea atmosfera e mostra la predilezione per un piglio grandguignolesco che si percepirà assai meglio nell'antologia postuma fatta pubblicare dalla moglie (Dracula's Guest & Other Weird Stories). Assistiamo infatti alle premonizioni della madrina del protagonista (una studiosa di occultismo che afferma di esser dotata di una seconda vista), con descrizioni estremamente riuscite e dotate di grande gusto onirico. In particolare c'è la visione di un matrimonio in odore satanico, con cuori che pulsano e grondano sangue calpestati da monaci avvolti da tonache nere. Purtroppo la spinta fanstastica termina qua. A circa un terzo di romanzo, si scopre che di paranormale e di fantastico non c'è assolutamente niente. La dama del sudario è infatti una normalissima ragazza, figlia del Re del posto, costretta a simulare di esser morta per prendere tempo ai fini di interesse politico e strategico. Sul posto infatti grava l'imminente miaccia di un tentativo di invasione turca. Scoperto l'inghippo, St Leger convolerà a nozze e metterà a disposizione dei locali tutto il suo eroismo, tra rapimenti, liberazioni e assalti bellici con tanto di navi da guerra e aerei. Il romanzo passa così dal fantastico a un genere dapprima d'azione e poi di fantapolitica, con Stoker, ben attento a tessere lodi al ruolo dell'Inghilterra nel farsi garante delle libertà dei popoli di autodeterminarsi, che immagina di tratteggiare i futuri scenari dell'equilibrio europeo, ormai prossimo a disgregarsi proprio partendo da quelle lande da cui si muovono le vicende di The Lady of the Shroud.
Spesso presentato quale romanzo horror o comunque fantastico, La Dama del Sudario è indirizzato ai soli studiosi della narrativa di Stoker e si segnala per alcune descrizioni lievemente caricate di una sana e casta spinta erotica (anche se, a differenza del Dracula, c'è un atteggiamento più bacchettone), ma soprattutto esaltate da un'atmosfera necrofila (il protagonista dichiara amore alla sua amata anche qualora questa dovesse essere una morta) che si sviluppa negli scantinati di una Chiesa. Sensazioni e visioni che, come abbiamo detto, sfumeranno in un romanzo di ben altra natura, assai vicino a un testo fanta-politico rallentanto da pause e interi capitoli che suscitano una noia che rende assai ardimentoso il compito del lettore. Difficile arrivare al termine senza saltare le pagine. Non consigliato.
Stoker prova a rinnovare lo schema narrativo del Dracula, sviluppando la storia quale coacervo di estratti dai diari dei vari personaggi, articoli di giornale e corrispondenze epistolari. Ne emerge una ripetitiva riproposizione dei medesimi fatti filtrati dai diversi punti di vista. Oltre questo limite, non brilla neppure il soggetto. Stoker accenna al fantastico e lo fa strizzando l'occhio, anche nel contenuto, alla sua opera più riuscita.
Dall'Inghilterra ci si sposta ancora una volta in Est Europa, questa volta nei Balcani. Il protagonista, un giovane rampollo della nobiltà inglese, tale Rupert St Leger, riceve in eredità da uno zio una sfarzosa proprietà nell'immaginario (credo) regno delle Montagne Azzurre. Zona collocata ai confini di Dalmazia, Bulgaria, Serbia, Erzegovina e Albania in cui è presente "il più bel porto tra Gibilterra e i Dardanelli". Uno spicchio di terra che fa assai gola all'impero ottomano e che viene difeso da uno zoccolo duro di sospettosi e chiusi montanari. In questo scenario, Stoker propone la storia d'amore, all'inizio impossibile e minacciata da una malefica onta in odore di dannazione, tra l'ospite inglese e la giovane figlia del re. Quest'ultima viene portata in scena con gli stilemi tipici del romanzo gotico di primo ottocento. L'autore, tramite il suo personaggio, parla apertamente di vampiri e "non morti". La giovane difatti si manifesta di notte, scappa alla luce del giorno ed è protetta da un solo sudario bianco. Bagnata nelle vesti, pallida e fredda, offre la sensazione di essere una defunta. Non fa niente per celare la propria condizione, anzi sembra volerla caldeggiare. L'intuizione viene confermata dalle ricerche del protagonista che, penetrato nei sotterranei di una vicina Chiesa, la scorge all'interno di una bara delimitata da una lastra di vetro che consente di vedere all'interno del sepolcro. Assai d'effetto, inoltre, è il prologo del romanzo, che si apre con dei ritagli di giornale, riconducibili a una testata chiamata "Il Giornale dell'Occultismo", dove si parla di un avvistamento notturno, nel cuore dell'Adriatico, "di un'esile figura bianca di donna, che andava alla deriva in una strana corrente a bordo di una piccola imbarcazione... l'imbarcazione non era altro che una bara sopra la quale la donna stava in piedi."
Si tratta della parte più riuscita del testo. Stoker, pur se in modo assai macchinoso, crea atmosfera e mostra la predilezione per un piglio grandguignolesco che si percepirà assai meglio nell'antologia postuma fatta pubblicare dalla moglie (Dracula's Guest & Other Weird Stories). Assistiamo infatti alle premonizioni della madrina del protagonista (una studiosa di occultismo che afferma di esser dotata di una seconda vista), con descrizioni estremamente riuscite e dotate di grande gusto onirico. In particolare c'è la visione di un matrimonio in odore satanico, con cuori che pulsano e grondano sangue calpestati da monaci avvolti da tonache nere. Purtroppo la spinta fanstastica termina qua. A circa un terzo di romanzo, si scopre che di paranormale e di fantastico non c'è assolutamente niente. La dama del sudario è infatti una normalissima ragazza, figlia del Re del posto, costretta a simulare di esser morta per prendere tempo ai fini di interesse politico e strategico. Sul posto infatti grava l'imminente miaccia di un tentativo di invasione turca. Scoperto l'inghippo, St Leger convolerà a nozze e metterà a disposizione dei locali tutto il suo eroismo, tra rapimenti, liberazioni e assalti bellici con tanto di navi da guerra e aerei. Il romanzo passa così dal fantastico a un genere dapprima d'azione e poi di fantapolitica, con Stoker, ben attento a tessere lodi al ruolo dell'Inghilterra nel farsi garante delle libertà dei popoli di autodeterminarsi, che immagina di tratteggiare i futuri scenari dell'equilibrio europeo, ormai prossimo a disgregarsi proprio partendo da quelle lande da cui si muovono le vicende di The Lady of the Shroud.
Spesso presentato quale romanzo horror o comunque fantastico, La Dama del Sudario è indirizzato ai soli studiosi della narrativa di Stoker e si segnala per alcune descrizioni lievemente caricate di una sana e casta spinta erotica (anche se, a differenza del Dracula, c'è un atteggiamento più bacchettone), ma soprattutto esaltate da un'atmosfera necrofila (il protagonista dichiara amore alla sua amata anche qualora questa dovesse essere una morta) che si sviluppa negli scantinati di una Chiesa. Sensazioni e visioni che, come abbiamo detto, sfumeranno in un romanzo di ben altra natura, assai vicino a un testo fanta-politico rallentanto da pause e interi capitoli che suscitano una noia che rende assai ardimentoso il compito del lettore. Difficile arrivare al termine senza saltare le pagine. Non consigliato.
sabato 16 maggio 2020
Recensione Narrativa: La Gorgiera della Contessa Sanguinaria di Ivo Torello
Autore: Ivo Torello.
Anno: 2019.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy.
Pagine: 128.
Prezzo: 9,90 euro.
A cura di Matteo Mancini.
Dopo il successo commerciale ottenuto dal'innovativo e coraggioso La Casa delle Conchiglie (2018), riuscita commistione tra erotismo spinto e weird, il genovese Ivo Torello sfrutta il contesto scenografico di una Parigi di inizio secolo, si passa dal 1860 del romanzo che ne funge da spunto al 1923, per dar vita a un progetto che si inserisce nel solco tracciato dalle vicende trattate ne La Casa delle Conchiglie quale potenziale sequel della vicenda articolato in una serie di racconti lunghi: "Gli Strani Casi di Ulysse Bonamy." L'idea nasce dalla volontà di raccontare storie brevi, circa 120 pagine, strutturate attorno alle vicende di un una sorta di detective dell'occulto che, suo malgrado, si trova a dover risolvere intrighi in cui la magia e i risvolti esoterici vengono ad assumere valenza decisiva. Uomo d'azione, ma tutt'altro che muscolare. Non ricorre ad armamentari alla Carnacki né risulta dotato di poteri psichici alla John Silence, piuttosto ricorre a unguenti a base di mandragora che gli permettono di acquisire notizie utili ai casi a cui si sta dedicando. In questo ricorda un po' il celebre detective di Sax Rohmer (Morris Klaw), che era solito addormentarsi su un cuscino particolare imbevuto di polveri psicotrope. Un ingresso nel mondo del paranormale che riesce altresì a compiere, comunicando nel sogno delle persone a cui intende rivolgersi per ricevere aiuto. Catalizzatori di questi eventi sono il mentore dell'uomo Auguste Le Roux e, soprattutto, Madame Sabatiere, protagonista de La Casa delle Conchiglie, e qua ai margini della storia, eppure determinante per la risoluzione del caso sebbene abbia circa novant'anni (è una potente esoterista).
Il nuovo protagonista di Torello è un truffatore di 33 anni, una sorta di via di mezzo tra Arsenio Lupin e il Lucas Corso di Perez Reverte, amante delle ballerine e cultore dell'arte (in particolari testi magici quale il Manuale di Magia Operativa di Giulio Ettore Ferraris), che vive di espedienti, curando furti su commissione al soldo di collezionisti privi di scrupoli e a caccia di rarità legate all'occultismo.
"Era il genere di persona che non spicca in mezzo alla folla: trentatré anni, mediamente alto, moderatamente belloccio, discretamente magro, bruno, occhi scuri, il profilo alla greca con la fronte un po' troppo accentuata, ostentava lunghe basette e capelli impomatati alla moda; i suoi vestiti parevano provenire tutti dal monte di pietà, e le camicie sembravano un po' logore al colletto e ai polsini." Questa la presentazione che Torello riserva al suo personaggio: Ulysse Hilarie Bonamy.
La storia prende le mosse come un giallo che richiama alla memoria l'eleganza e le atmosfere degne della penna di Gaston Leroux. Torello è abile nel descrivere la Parigi del primo ventennio del secolo scorso, il suo talento nel prendere per mano il lettore per calarlo in un contesto curato nel minimo dettaglio storico è di straordinario tatto e costituisce, insieme ai pungenti dialoghi all'insegna dell'ironia, uno dei punti di forza del progetto. Bonamy si trova a indagare, sovvenzionato dall'amante di una ballerina di spettacoli equivoci e dal padre della stessa, in via parellela alla polizia su un caso di rapimento che suona quale messa in scena motivata da ragioni estorsive. A scomparire è infatti una stella dei music-hall parigini, tale Anastasia Gauthier, che in realtà è una viziata figlia di un facoltoso industriale.
Condotta con uno stile estremamente elegante e curato, Torello porta avanti una storia dall'intreccio non troppo elaborato eppure funzionale e ben veicolato verso una parte terminale all'insegna dell'onirico. Il tuttofare Bonamy si troverà costretto, a sua volta sotto ricatto, a introdursi in un teatro degli orrori per rubare la gorgiera della Contessa Erzebet Bathory (forse l'apice del romanzo insieme alla parte finale) così da poter consegnare l'oggetto a un crudele collezionista di reperti macabri e completamente votato al male. Quest'ultimo, l'antagonista dell'avventura, è un occultista che vive protetto da due energumeni (puntualmente messi knock out dal gracile Bonamy) e attorniato da reperti che simboleggiano il male più assoluto. Nella sua collezione spiccano il leggendario rosario di Satana e il cranio di Gilles de Rais, ma anche un coltello spacciato come quello che trafisse a morte Giulio Cesare. Torello mantiene la componente erotica, ma riduce fortemente il piglio tendente al porno che dominava nel precedente romanzo. Qua i riferimenti diventano essenziali, non più gratuiti e insistiti, e la cosa si riflette positivamente sul romanzo che, a poco a poco, si sposta sempre più dal giallo/pulp di matrice poliziesca al weird. La parte finale, all'insegna di visioni che simboleggiano l'eterna lotta tra magia bianca e magia nera, vale da sola il prezzo d'acquisto del volume (peraltro assai contenuto). Torello propone una coppia di anelli (l'anello di Desdemona e l'anello del Moro) che permettono di controllare i pensieri della persona che indossa il più piccolo dei due, inoltre ricorre a uno speciale rosario maledetto (il Rosario di Loudun) che nel 1632 avrebbe generato una possessione diabolica collettiva all'interno di un convento di suore, per dare sfogo alla sua fantasia pittorica. Ecco che la Parigi del novecento si cancella alla vista dei protagonisti e dall'indefinito prende corpo una visuale in cui arte e colori accesi si fondono per partorire orrori e violenze che hanno nella Contessa Erzebet Bathory la grande regina che muove i fili del delirio grandguignolesco. Il mix tra orrore esoterico ed erotismo si miscela bene e rende assai spassosa e coinvolgente la lettura. Il lettore si trova a divorare le pagine fino al convincente epilogo.
Torello fa rivivere, pur ammodernandolo, il magico tempo degli scrittori di inizio novecento, dando il via a una serie che promette molto bene e che, a metà 2020, conta già altri due episodi: L'Harem delle Vergini Dannate (uscito nel dicembre 2019) e Il Maledetto Paese che Puzzava di Pesce (atteso in uscita per giugno 2020). Lunga vita a monsieur Ulysse Hilarie Bonamy, mascalzone, ladro, donnaiolo e truffatore che si trova a indagare su losche faccende decisamente fuori dall'ordinario, dove il soprannaturale è all'ordine del giorno, l'orrore a un passo e il divertimento assicurato.
Il nuovo protagonista di Torello è un truffatore di 33 anni, una sorta di via di mezzo tra Arsenio Lupin e il Lucas Corso di Perez Reverte, amante delle ballerine e cultore dell'arte (in particolari testi magici quale il Manuale di Magia Operativa di Giulio Ettore Ferraris), che vive di espedienti, curando furti su commissione al soldo di collezionisti privi di scrupoli e a caccia di rarità legate all'occultismo.
"Era il genere di persona che non spicca in mezzo alla folla: trentatré anni, mediamente alto, moderatamente belloccio, discretamente magro, bruno, occhi scuri, il profilo alla greca con la fronte un po' troppo accentuata, ostentava lunghe basette e capelli impomatati alla moda; i suoi vestiti parevano provenire tutti dal monte di pietà, e le camicie sembravano un po' logore al colletto e ai polsini." Questa la presentazione che Torello riserva al suo personaggio: Ulysse Hilarie Bonamy.
La storia prende le mosse come un giallo che richiama alla memoria l'eleganza e le atmosfere degne della penna di Gaston Leroux. Torello è abile nel descrivere la Parigi del primo ventennio del secolo scorso, il suo talento nel prendere per mano il lettore per calarlo in un contesto curato nel minimo dettaglio storico è di straordinario tatto e costituisce, insieme ai pungenti dialoghi all'insegna dell'ironia, uno dei punti di forza del progetto. Bonamy si trova a indagare, sovvenzionato dall'amante di una ballerina di spettacoli equivoci e dal padre della stessa, in via parellela alla polizia su un caso di rapimento che suona quale messa in scena motivata da ragioni estorsive. A scomparire è infatti una stella dei music-hall parigini, tale Anastasia Gauthier, che in realtà è una viziata figlia di un facoltoso industriale.
Condotta con uno stile estremamente elegante e curato, Torello porta avanti una storia dall'intreccio non troppo elaborato eppure funzionale e ben veicolato verso una parte terminale all'insegna dell'onirico. Il tuttofare Bonamy si troverà costretto, a sua volta sotto ricatto, a introdursi in un teatro degli orrori per rubare la gorgiera della Contessa Erzebet Bathory (forse l'apice del romanzo insieme alla parte finale) così da poter consegnare l'oggetto a un crudele collezionista di reperti macabri e completamente votato al male. Quest'ultimo, l'antagonista dell'avventura, è un occultista che vive protetto da due energumeni (puntualmente messi knock out dal gracile Bonamy) e attorniato da reperti che simboleggiano il male più assoluto. Nella sua collezione spiccano il leggendario rosario di Satana e il cranio di Gilles de Rais, ma anche un coltello spacciato come quello che trafisse a morte Giulio Cesare. Torello mantiene la componente erotica, ma riduce fortemente il piglio tendente al porno che dominava nel precedente romanzo. Qua i riferimenti diventano essenziali, non più gratuiti e insistiti, e la cosa si riflette positivamente sul romanzo che, a poco a poco, si sposta sempre più dal giallo/pulp di matrice poliziesca al weird. La parte finale, all'insegna di visioni che simboleggiano l'eterna lotta tra magia bianca e magia nera, vale da sola il prezzo d'acquisto del volume (peraltro assai contenuto). Torello propone una coppia di anelli (l'anello di Desdemona e l'anello del Moro) che permettono di controllare i pensieri della persona che indossa il più piccolo dei due, inoltre ricorre a uno speciale rosario maledetto (il Rosario di Loudun) che nel 1632 avrebbe generato una possessione diabolica collettiva all'interno di un convento di suore, per dare sfogo alla sua fantasia pittorica. Ecco che la Parigi del novecento si cancella alla vista dei protagonisti e dall'indefinito prende corpo una visuale in cui arte e colori accesi si fondono per partorire orrori e violenze che hanno nella Contessa Erzebet Bathory la grande regina che muove i fili del delirio grandguignolesco. Il mix tra orrore esoterico ed erotismo si miscela bene e rende assai spassosa e coinvolgente la lettura. Il lettore si trova a divorare le pagine fino al convincente epilogo.
Torello fa rivivere, pur ammodernandolo, il magico tempo degli scrittori di inizio novecento, dando il via a una serie che promette molto bene e che, a metà 2020, conta già altri due episodi: L'Harem delle Vergini Dannate (uscito nel dicembre 2019) e Il Maledetto Paese che Puzzava di Pesce (atteso in uscita per giugno 2020). Lunga vita a monsieur Ulysse Hilarie Bonamy, mascalzone, ladro, donnaiolo e truffatore che si trova a indagare su losche faccende decisamente fuori dall'ordinario, dove il soprannaturale è all'ordine del giorno, l'orrore a un passo e il divertimento assicurato.
Lo scrittore IVO TORELLO, a sx,
e l'editore ANDREA VACCARO, a dx,
durante una fiera allo stand delle Edizioni Hypnos.
sabato 25 aprile 2020
Racconto del 2020 di Matteo Mancini: FRATELLI DI ITALIA
Nel giorno del 25 aprile, festa di liberazione, pubblico un mio racconto scritto nel periodo del Corona Virus. Nel testo non parlo esplicitamente del virus per evitare di rendere obsoleto il testo una volta passato il periodo. A ogni modo il riferimento all'incubo che attananglia il mondo in questo perioro è piuttosto marcato.
FRATELLI D'ITALIA
di
Matteo Mancini
Mi affaccio alla
finestra, la mia ultima visuale sul mondo... un mondo lontano,
alieno. Vorrei gridare che ci sono, che vivo ancora... ma le mie
parole si disperderebbero in un vento freddo che sferza le nubi,
facendole correre ignare di tutto e di tutti, nell'azzurro che
incastona l'intero creato. Le vedo sorvolare lassù, in alto,
indifferenti. Scivolano in quel cielo che sembra essersi dimenticato
di noi. Noi, le creature predilette dal gran Dio, sconfitte da un
nemico invisibile, che neppure si vede a occhio nudo. Un mostro da
cui non siamo riusciti a difenderci, inebriati dalla nostra
arroganza, dalla cura nella difesa del patrimonio piuttosto che della
vita. Pensiamo sempre troppo tardi a quali siano i veri beni da
difendere, poiché le posizioni di privilegio sono troni da cui è
difficile discendere. Le cose che possediamo alle fine ci possiedono
e ci conducono alla tomba con l'illusione di deliziarci.
Abbiamo violentato tutto
per anni, deforestizzato i polmoni del mondo, sostituendo l'ossigeno
con i veleni vomitati da ciminiere e tubi di scappamento e ora ne
paghiamo le conseguenze. La ribellione della natura è stata
imprevedibile, eppure in linea con i meccanismi che regolano la
catena alimentare. Ha mutato un virus che colpiva le bestie per
infettare la creatura ribelle che ha debellato il padreterno. Così è
stato introdotto un nuovo competitore dell'uomo, un avversario contro
il quale gli scienziati non sono stati capaci di vincere. Un essere
non essere che muta di continuo forma, induce a pensare di esser
stato debellato e poi ritorna più aggressivo di prima.
Che diavolo sta
succedendo? È una prova che dobbiamo superare per ascendere a
un'esistenza che rinnovi gli antichi valori, una lezione da assorbire
a caro prezzo oppure l'inizio della fine su cui i nostri pastori ci
hanno sempre voluto tenere desti.
A mio avviso è la
condanna alla nostra superbia. Una di quelle piaghe uscite dalla
Bibbia che pende dalla mensola sotto la quale prego ogni notte prima
di andare a letto, dopo essermi affacciata sull'uscio, oltre il quale
mio figlio sogna un futuro che forse non potremmo mai dargli.
Sul tavolo c'è ancora
l'ultima copia del quotidiano che ero solita leggere. Ora non escono
più i giornali, tutto è fermo. La prima pagina mi ricorda la
catastrofe. Milioni di morti in tutto l'emisfero. Per giorni fuori
hanno marciato i militari, scesi in campo a sostituire le decimate
forze di polizia. Gli ordini in corso sono tanto dolorosi quanto
inevitabili: sparare a vista contro ogni violatore dei precetti
dettati dai decreti della Presidenza del consiglio. Ogni mattina,
alle ore 11,00, un altoparlante applicato su un elicottero
dell'aeronautica ricorda gli articoli e le punizioni per i
trasgressori. La legge marziale ha debellato ogni diritto
costituzionale. Siamo in guerra, una guerra mai affrontata dall'uomo.
Una guerra nuova, una guerra batteriologica. Una situazione folle che
ha portato alla decisione di oscurare tutti i canali e persino
chiudere le comunicazioni internet. Il mondo e tutte le attività che
lo riguardavano sono state sospese, forse interrotte per sempre.
Siamo i protagonisti inattesi di una della pagine più importanti
della storia del mondo. È come se la vita avesse subito una pausa, i
giorni hanno perso il loro valore. Non esistono più festivi, né il
sabato o la domenica. Ventiquattro ore sempre uguali che si
rincorrono non più cadenzate dagli avvenimenti che erano soliti
rendere più leggera la nostra attesa della morte. Il silenzio è la
colonna sonora di questo spettacolo spettrale. La noia la fidata
compagna.
Fuori non si vedono
uomini. Gli animali selvatici hanno preso possesso di quanto un tempo
ci apparteneva. Sulla strada cinghiali, volpi e daini corrono liberi,
in un'inattesa vittoria sulla razza che li aveva soggiogati. In
cielo, oltre poiane e gabbiani, volano droni che spiano movimenti
sospetti da parte dei contravventori. Sono stati programmati in modo
da trasmettere le coordinate dell'avvistamento, così da consentire
alla pattuglia più vicina di individuare i disubbidienti e
reprimerne con la forza la violazione. Uscire significa morire, se
non per il nemico mondiale che ci attanaglia, per nostra stessa mano.
Si può solo aprire la porta per prendere i sacchetti settimanali
della spesa, pasti gentilmente offerti dallo Stato e consegnati
dall'esercito. Per il resto si deve stare in casa, a impazzire in
continui rimuginamenti mentali che si sgretolano al cospetto del
grande mistero della vita.
Leggo di continuo i nomi
di alcuni amici che ora non ci sono più. Me li sono appuntati in
un'agenda, quando ancora era possibile informarsi. Non li incontrerò
mai più, sebbene veda ancora qui davanti a me i loro sorrisi e ne
oda le voci. Per ognuno ho un ricordo, un momento speso in comune.
Tutto scorre, passa e se ne va. Sembrano le immagini di un film
felice a cui un montatore privo di senno, pressato da un produttore a
caccia di incassi, ha tagliato l'epilogo per inserirne un altro in
balia dell'orrore. Siamo sul filo di un rasoio che minaccia di
ridurci in brandelli. Cancelliamo i giorni che cadono da un
calendario in vista dell'unico appuntamento rimasto.
L'assillo di veder
riapparire sui monitor l'uomo di cui ormai noi tutti temiamo le
parole mi consuma. Pur di esorcizzare il panico, mi rifiuto di
accendere la televisione che trasmette vecchi film in sequenza. È un
incubo che non finirà più, un gorgo da cui spero di liberarmi,
insieme al mio piccolo che ora, nel sonno, corre felice tra i prati
inseguendo con gli amici una palla su un campo di gioco.
Sono stanca, distrutta
nel corpo e nella mente. Mi addormento con la testa affondata tra le
braccia e nuoto nel mondo dei sogni, la dimensione ulteriore in cui
tutto è possibile. Vengo rapita da Morfeo, trascinata da una mano
invisibile che mi afferra e mi induce a danzare seguendo le note di
un concerto di violini zigani. Sono leggera, libera. I miei piedi
staccano dall'erba e sospesi mi sostengono a mezz'aria. Poesia e
magia mi donano l'evasione che mi dona il lusso di non impazzire. È
l'amore l'emozione che mi dona minuti che non seguono le logiche
dettate dal moto del pianeta terra. Sono felice, aperta a quanto di
bello la vita abbia da offrire, ancora portatrice delle tante
aspettative che un'adolescente porta con sé. D'un tratto riapro le
palpebre e di nuovo vedo il mondo. Il sole dilaga dalla finestra del
mio salotto. Mi investe. Per un attimo sono cieca, finché in
lontananza sento un rombo che diviene sempre più forte. I vetri
iniziano a fremere, vibrano così forte che inizio a tremare.
Corro ad affacciarmi al
portale che mi ricorda di essere nella realtà. È allora che li
vedo. Il cuore mi balza in gola, le lacrime mi sgorgano dagli occhi.
Chiamo a ripetizione il nome di mio figlio. Lo faccio in modo
compulsivo. Le mie parole vengono però cancellate dal tuono che
irrompe su tutto. Gli animali scappano impazziti sulla strada, li
intravedo appena poiché la mia attenzione è rapita dalla triplice
scia che intacca l'azzurro sovrastante. Una stella fatta dai colori
verde, bianco e rosso si allarga in cielo. Sono fumogeni che
proteggono la fonte del suono.
Esco di corsa sulla
strada. Gli occhi mi bruciano dal pianto. Cerco l'abbraccio dei
vicini, la condivisione del momento, ma non vedo nessuno.
Dai fumogeni fuoriescono
sette aerei che piroettano e si capovolgono. Sono le frecce
tricolore!
Guardo allora in
direzione della città che si affaccia ai margini della campagna.
L'aria, fresca, mi accarezza i capelli che, disciolti, si perdono nel
vento. Solo ora mi accorgo, allo scemare del turbine scatenato dagli
aerei, delle note che risuonano siderali. Dalle minuscole sagome
degli stabili che si ergono nella desolazione risuona l'inno...
l'inno della speranza. Un sorriso mi si allarga sulla faccia ed è
allora che mi sento scuotere il braccio, mentre le labbra compongono
il testo che fin da piccoli ci hanno insegnato. Siamo tutti fratelli
d'Italia.
«Mamma... mamma... cosa
faremo domani?»
«Sogneremo» sussurro,
mentre sento scivolar via le mani del mio salvatore.
Aprile, 2020.
sabato 18 aprile 2020
Recensione Narrativa: LA TANA DEL SERPENTE BIANCO di Bram Stoker.
Autore: Bram Stoker.
Titolo Originale: The Lair of the White Worm.
Anno: 1911.
Genere: Horror.
Editore: Nero Press Edizioni, 2016.
Pagine: 254.
Prezzo: 10,00 euro.
A cura di Matteo Mancini.
Testamento letterario di Abraham "Bram" Stoker che lo pubblica a Londra, corredato dalle illustrazioni di Pamela Colman Smith per la Rider and Son, un anno prima di morire, inseguendo quel successo ottenuto con Dracula (1897) e non più ripetuto. Lo scrittore irlandese vi giunge dopo aver pubblicato, a partire dal 1872, una serie di racconti fantastici di matrice grandguignolesca, tra cui il famoso Dracula's Guest (L'Ospite di Dracula), e altri dodici romanzi, molti dei quali di natura fantastica. Complice la morte dell'autore, ma anche di uno stile giudicato rozzo da più lettori, tra i quali gli scrittori Les Daniels ("stile goffo") e H.P. Lovecraft, che scrive nel suo L'Orrore Soprannaturale nella letteratura che Stoker "sciupa del tutto una magnifica idea con uno sviluppo dell'intreccio quasi infantile e una tecnica scadente", il romanzo subisce da parte della Foulsham & Company una serie di pesanti tagli, quantificabili in cento pagine, tanto da uscire nel 1925 in una versione fortemente rimaneggiata, destinata anche al mercato statunitense, con una riduzione dei capitoli dai quaranta originali a ventotto. Un'edizione che amplifica lo stato confusionario di cui era già investita la versione integrale, a causa soprattutto dei tagli praticati sul finale della storia, con cinque capitoli in meno degli undici previsti, così da rendere ancor più incoerente l'epilogo. Nonostante ciò la versione rimaneggiata soppianta, sul mercato, quella originale tanto da essere, per anni, l'unica disponibile persino in Inghilterra. Solo nel 1986 viene di nuovo ristampata, col titolo Dracula and The Lair of the White Worms, la versione pubblicata nel 1911 da Bram Stoker. Una situazione di caos che testimonia i problemi di un romanzo assai ampolloso apparso fin da subito bisognoso di scremature per potersi dire sufficientemente riuscito. Da sottolineare come il critico horror RS Hadji abbia inserito The Lair of the White Worm in dodicesima posizione nella classifica degli horror meno riusciti di sempre. Nonostante tutto The Lair of the White Worm, divenuto anche spunto per la realizzazione nel 1988 di una trasposizione cinematografica (sgangherata) affidata all'irriverente regista Ken Russell, è considerato, insieme a The Jewel of Seven Stars (Il Gioiello delle Sette Stelle, 1909), una delle opere più conosciute dello scrittore.
Edito anche come The Garden of the Evil, The Lair of the White Worm è un tardo romanzo gotico presentato per la prima volta al pubblico di lettori italiani, nel 1992, col titolo de La Tana del Verme Bianco per effetto di una traduzione di Alda Carrer realizzata per conto della Garden Editoriale e più in particolare per la collana Horror Story. Un ritardo di ottanta anni, stimolato dalla ripubblicazione in Inghilterra della versione integrale, idoneo a svegliare dall'oblio più editori, giusto per sfruttare il nome di Stoker associato al capolavoro Dracula, tanto da dar seguito ad altre quattro versioni edite in un arco temporale di ventidue anni. Escono infatti, a stretto giro di posta, le traduzioni di Rosa Russo per Fanucci Editore (1994) e di Franco Basso & Stefano Giusti per Mondadori (1995). Cinque anni dopo Giugliano cura una nuova versione per la Donzelli Editore imitato nel 2016 da Sergio Vivaldi per la Nero Press Edizioni, che confeziona un'economica edizione tascabile tuttora di agevole reperibilità.
La storia prende le mosse, un po' come Dracula, da leggende popolari, questa volta inglesi per poi perdersi in discussioni di matrice darwiniana che si dilungano senza alcun supporto scientifico. "Quando il mondo era giovane, esistevano mostri di dimensioni tali da poter vivere migliaia di anni. Alcuni di loro devono essersi sovrapposti all'età cristiana. Il loro intelletto potrebbe esser miglorato nel tempo. Se tale miglioramento sia veramente stato, se avessero persino sviluppato una forma anche rudimentale di pensiero, sarebbero le creature più pericolose mai vissute... Creature di questo tipo potrebbero aver perso qualcosa della propria grandezza, rimpicciolendosi, ma potrebbero esser cresciute in altri aspetti, come l'intelligenza. Potrebbero esser diventate umane, o qualcosa di simile."
Stoker attinge dichiaratamente dalla storia del "Serpente del Castello di Lambton" e da quella della "Donna-serpente di Bamborough. La leggenda narrava di un pescatore, infastidito per non esser riuscito a pescare alcunché, punito per aver proferito a voce alta bestemmie nei confronti di Dio. Un atteggiamento che lo aveva portato a dover combattere con un animale sconosciuto, dalla forma allungata, rimasto incagliato alla lenza della sua canna da pesca e successivamente liberato in un pozzo. Qui la bestia era cresciuta a dismisura fino a non esser più contenibile, tanto da esser in grado di avvolgere col suo corpo per tre volte un colle. Ferita da più cavalieri, il verme era stato capace di ricomporsi e solo lo scontro finale con chi lo aveva pescato ne determinò la morte.
Dal folklore Stoker trasla il suo soggetto collocandolo nell'ambito dell'aristocrazia del Derbyshire, caricandolo di un substrato misterico dove trovano spazio, pur restando sempre confinati in un sottofondo funzionale a creare atmosfera, il mesmerismo, le capacità ipnotiche e persino il voodoo. Un mix di classicismo gotico ed esoticità che promette molto bene, ma di cui Stoker non sembra intravederne le potenzialità. Invece di orientare la storia sull'azione e sulla figura del serpente bianco, l'autore appesantisce il tutto con una serie di intrighi amorosi che rendono il romanzo tutt'altro che moderno e che fungono da vero cuore della vicenda. Stoker amplifica la rete amorosa su cui già si era mosso in occasione di Dracula e, pur riducendone la carica erotica, propone una lunga serie di corteggiamenti, a volte incrociati e non sempre corrisposti, che riguardano un po' tutti i personaggi della storia. Inutile dire quanto il ritmo risenta di queste decisioni che allungano il narrato, tornando più volte su loro stesse.
Protagonista è un giovane australiano di origini inglesi, che giunge nel territorio conincidente all'antica Mercia perché deve prendere possesso delle proprietà che uno zio è intenzionato a lasciargli in eredità. Qua si trova al centro di una serie di intrighi che coinvolgono un altro giovane uomo, di ritorno pure lui dall'estero per prendere possesso della più grande proprietà terriera della zona e per giunta confinante a quella dello zio del protagonista, e una vedova dai modi subdoli intenzionata ad accaparrarsi il nuovo venuto per assestare le decadute finanze di famiglia ("Questa è una donna con tutta la saggezza e l'intelligenza di una donna, unita alla spietatezza di una prostituta e alla testardaggine di una suffragetta. Ha la forza e l'impenetrabilità di un dinosauro. Non ci sarà spazio per la correttezza nella lotta che ci attende"). Nell'ambito di questo intrigo, che coinvolge anche due giovani cugine preda delle attenzioni dei nuovi arrivati, si alimentano gelosie funzionali a corrompere gli animi e a generare inamicizie. E' in questo ambito che prende sempre più piede la leggenda del serpente bianco. Una leggenda che qua si trasforma in un qualcosa che deborda dal folklore per prendere la via, ancor più inverosimile, di una sorta di licantropia o comunque assurda e ingiustificata evoluzione di specie.
La trama diviene confusionaria, molto ingenua, con i vari uomini e donne che si incontrano ripetitivamente nei salotti o nelle torri dei propri castelli sebbene non si sopportino e maledicano l'occasione. Qui si sfidano in lunghe sedute in cui, all'insegna di un'ipocrisia più sfrenata fatta da finte buone maniere e regole di bon ton, cercano di ipnotizzarsi o di resistere agli assalti mentali quasi come se si fosse in un gioco benedetto dal narcisismo e dall'egoismo personale.
Supportato da un vecchio consigliere, il protagonista si metterà a indagare insospettito dai modi della vedova. Questa infatti si muove con una agilità animale, ha un'avversione per le manguste che, non appena la vedono le saltano al collo, e, sfilando tra siepi e boschi, spia le mosse delle altre parti dando dimostrazione di essere nictalope. Di lei si innamora perdutamente il rozzo servo di colore dell'uomo che subisce la corte della donna senza esserne interessato; un individuo originario dell'Africa nera, capace di "odorare la morte" e di rendersi artefice di riti voodoo ma anche di biechi furti e scorrettezze di ogni sorta. L'africano reputa la vedova una Dea, ne intuisce qualcosa che sfugge agli altri, ma viene respinto con disprezzo e pagherà con a pelle questa sua passione. Stoker da ampia dimostrazione dell'epoca che fu, caricando di uno spiccato disvalore razziale l'uomo e riparando solo in parte con l'aggraziata descrizione della bellezza esotica della ragazza, anch'essa di colore, di cui si innamora il protagonista.
In questo clima di tranelli e agguati, inizia a diffondersi il sospetto che un'enorme creatura bianca serpentiforme dagli occhi verde smeraldo si aggiri nella zona. Il sospetto viene alimentato da una leggenda che grava proprio sulla proprietà della vedova, secondo cui, nascosto in un pozzo presente all'interno, si troverebbe il nascondiglio di un enorme essere antidiluviano simile a un serpente ed erede della fantastica stirpe dei draghi. Il sospetto assume sempre più la valenza della concretezza quando il protagonista e il suo consigliere intravedono di notte, sulle cime degli alberi, uno strano baluginio verde accompagnato da estensioni di bianco intenso e da un odore nauseabondo difficilmente comparabile ad altri olezzi. Un essere che finirà per braccarli anche in pieno oceano, nuotando in mare aperto tanto da esser confuso, da lontano, per una balena.
Anche quando il romanzo prende la via, per così dire, criptozoologica, Stoker finisce per rompere il pathos, tornando alle vicende amorose che riguardano i vari personaggi. In particolare insiste sulla figura del grande latifondista, che la vedova vorrebbe avere per sé, che viene sempre più preso, fino alla follia, dai suoi studi sul mesmerismo e sulle scienze occulte, venerando un aquilone dalla forma di falco che ha fatto issare sopra la propria terra per tenere lontani gli uccelli venuti in massa da ogni parte d'Inghilterra. Un individuo che finisce persino per citare le tentazioni bibliche cui Satana sottopose Dio e che, come ogni bestemmiatore, finirà travolto da un fulmine che distruggerà la sua onnipotenza ("Quando il Signore del male trasportò Lui in cima a una montagna e mostrò a Lui i regni della Terra, stava facendo quello che nessun altro pensava potesse fare. Si sbagliava. Si è dimenticato di Me. Vedrai. Ti invierò la luce così che tu possa vedere. La invierò fino ai bastioni del Paradiso.") unitamente alla sua proprietà e, al tempo stesso, al serpente. Una parte finale dove, nel pastone generale predisposto da Stoker, trovano spazio riferimenti esoterici allineati alla tradizione cristiana, quali quelli che associano la figura del drago-serpente a quella del demonio. Eppure Stoker sembra aver perduto il polso della situazione. Non sfrutta quanto la sua storia gli offre, ma procede imbabolato dai fatti narrati dando l'impressione di aver dato alle stampe un romanzo in fretta e furia senza sottoporlo ad adeguata supervisione mirata al dovuto perfezionamento dei tanti spunti dislocati lungo il testo.
Belle, pur se assai macabre, le descrizioni grandguignolesche, di cui Stoker aveva già dato ampia dimostrazione nei suoi validi racconti, che descrivono, con tocco pulp, la fine del serpente bianco. "L'interno aveva l'aspetto della battigia di un mare di sangue. Ognuna delle esplosioni dalle profondità aveva lanciato fuori dal pozzo, come se fosse stata la bocca di un cannone, una massa di sangue mescolato a sabbia, insieme a una melma repellente, in mezzo alla quale si trovavano grandi pezzi rossi di carne e grasso strappati. Mentre le esplosioni continuavano, altri pezzi di carne repellente venivano lanciati in alto e la loro enorme massa ricadeva pesantemente al suolo... Molti frammenti tremavano, si dibattevano, si contorcevano come se stessero ancora subendo il loro supplizio..."
Questo il contenuto di un romanzo che continua a ricevere forti critiche, persino tacciato di contenuti razzisti, ma anche di ingenuità e di una scarsa verosimiglianza. Potremmo definire The Lair of the White Worm un ultimo e tardo esempio di romanzo gotico, ormai soppiantato dall'emergere di autori quali Arthur Machen, William Hope Hodgson e Matthew P. Shiel, legato al clima positivista di fine ottocento che qua, tuttavia, prende strade che vanno oltre ogni possibile evoluzione concepibile fino a giungere ad associare una donna a un serpente preistorico. Non manca chi, analizzando il romanzo, abbia collegato la figura del serpente bianco a un passato che deve essere eliminato, perché non più in linea con il progresso, così da tramutare il mostro in veicolo attraverso il quale proporre la lotta tra la moderna società e le forze oscurantiste del passato. E' per via di tale impostazione che il valore della ricchezza, individuata nel denaro e in quanto possa costituire fonte di reddito, assurge a emblema cui ambire nell'ottica di una promozione sociale vista quale unico fine della vita moderna. Non a caso la morte del serpente coincide con la scoperta di un giacimento minerario che farà la fortuna del protagonista. "La giusta ricompensa per chi agisce in grazia di Dio" commenta, con un pizzico di sana ironia, uno dei tanti rencensori che si trovano sulla rete. Una prospettiva di analisi che attribuisce quel quid in più a un romanzo troppo spesso liquidato quale pessimo esempio di narrativa e opera da dimenticare.
"Adam non aveva mai annusato niente del genere. Lo confrontava con tutti gli odori tossici di cui aveva esperienza: il drenaggio degli ospedali di guerra, dei mattatoi, i rifiuti delle sale di vivisezione. Niente di simile, mai, pur mantenendo qualcosa di ognuno di loro, con più l'asprezza dei rifiuti chimici e gli effluvi velenosi delle acque di sentina di una nave dove erano stati affogati dei ratti."
Edito anche come The Garden of the Evil, The Lair of the White Worm è un tardo romanzo gotico presentato per la prima volta al pubblico di lettori italiani, nel 1992, col titolo de La Tana del Verme Bianco per effetto di una traduzione di Alda Carrer realizzata per conto della Garden Editoriale e più in particolare per la collana Horror Story. Un ritardo di ottanta anni, stimolato dalla ripubblicazione in Inghilterra della versione integrale, idoneo a svegliare dall'oblio più editori, giusto per sfruttare il nome di Stoker associato al capolavoro Dracula, tanto da dar seguito ad altre quattro versioni edite in un arco temporale di ventidue anni. Escono infatti, a stretto giro di posta, le traduzioni di Rosa Russo per Fanucci Editore (1994) e di Franco Basso & Stefano Giusti per Mondadori (1995). Cinque anni dopo Giugliano cura una nuova versione per la Donzelli Editore imitato nel 2016 da Sergio Vivaldi per la Nero Press Edizioni, che confeziona un'economica edizione tascabile tuttora di agevole reperibilità.
La storia prende le mosse, un po' come Dracula, da leggende popolari, questa volta inglesi per poi perdersi in discussioni di matrice darwiniana che si dilungano senza alcun supporto scientifico. "Quando il mondo era giovane, esistevano mostri di dimensioni tali da poter vivere migliaia di anni. Alcuni di loro devono essersi sovrapposti all'età cristiana. Il loro intelletto potrebbe esser miglorato nel tempo. Se tale miglioramento sia veramente stato, se avessero persino sviluppato una forma anche rudimentale di pensiero, sarebbero le creature più pericolose mai vissute... Creature di questo tipo potrebbero aver perso qualcosa della propria grandezza, rimpicciolendosi, ma potrebbero esser cresciute in altri aspetti, come l'intelligenza. Potrebbero esser diventate umane, o qualcosa di simile."
Stoker attinge dichiaratamente dalla storia del "Serpente del Castello di Lambton" e da quella della "Donna-serpente di Bamborough. La leggenda narrava di un pescatore, infastidito per non esser riuscito a pescare alcunché, punito per aver proferito a voce alta bestemmie nei confronti di Dio. Un atteggiamento che lo aveva portato a dover combattere con un animale sconosciuto, dalla forma allungata, rimasto incagliato alla lenza della sua canna da pesca e successivamente liberato in un pozzo. Qui la bestia era cresciuta a dismisura fino a non esser più contenibile, tanto da esser in grado di avvolgere col suo corpo per tre volte un colle. Ferita da più cavalieri, il verme era stato capace di ricomporsi e solo lo scontro finale con chi lo aveva pescato ne determinò la morte.
Dal folklore Stoker trasla il suo soggetto collocandolo nell'ambito dell'aristocrazia del Derbyshire, caricandolo di un substrato misterico dove trovano spazio, pur restando sempre confinati in un sottofondo funzionale a creare atmosfera, il mesmerismo, le capacità ipnotiche e persino il voodoo. Un mix di classicismo gotico ed esoticità che promette molto bene, ma di cui Stoker non sembra intravederne le potenzialità. Invece di orientare la storia sull'azione e sulla figura del serpente bianco, l'autore appesantisce il tutto con una serie di intrighi amorosi che rendono il romanzo tutt'altro che moderno e che fungono da vero cuore della vicenda. Stoker amplifica la rete amorosa su cui già si era mosso in occasione di Dracula e, pur riducendone la carica erotica, propone una lunga serie di corteggiamenti, a volte incrociati e non sempre corrisposti, che riguardano un po' tutti i personaggi della storia. Inutile dire quanto il ritmo risenta di queste decisioni che allungano il narrato, tornando più volte su loro stesse.
La copertina di un'edizione straniera
pubblicata col titolo alternativo.
Protagonista è un giovane australiano di origini inglesi, che giunge nel territorio conincidente all'antica Mercia perché deve prendere possesso delle proprietà che uno zio è intenzionato a lasciargli in eredità. Qua si trova al centro di una serie di intrighi che coinvolgono un altro giovane uomo, di ritorno pure lui dall'estero per prendere possesso della più grande proprietà terriera della zona e per giunta confinante a quella dello zio del protagonista, e una vedova dai modi subdoli intenzionata ad accaparrarsi il nuovo venuto per assestare le decadute finanze di famiglia ("Questa è una donna con tutta la saggezza e l'intelligenza di una donna, unita alla spietatezza di una prostituta e alla testardaggine di una suffragetta. Ha la forza e l'impenetrabilità di un dinosauro. Non ci sarà spazio per la correttezza nella lotta che ci attende"). Nell'ambito di questo intrigo, che coinvolge anche due giovani cugine preda delle attenzioni dei nuovi arrivati, si alimentano gelosie funzionali a corrompere gli animi e a generare inamicizie. E' in questo ambito che prende sempre più piede la leggenda del serpente bianco. Una leggenda che qua si trasforma in un qualcosa che deborda dal folklore per prendere la via, ancor più inverosimile, di una sorta di licantropia o comunque assurda e ingiustificata evoluzione di specie.
La trama diviene confusionaria, molto ingenua, con i vari uomini e donne che si incontrano ripetitivamente nei salotti o nelle torri dei propri castelli sebbene non si sopportino e maledicano l'occasione. Qui si sfidano in lunghe sedute in cui, all'insegna di un'ipocrisia più sfrenata fatta da finte buone maniere e regole di bon ton, cercano di ipnotizzarsi o di resistere agli assalti mentali quasi come se si fosse in un gioco benedetto dal narcisismo e dall'egoismo personale.
Supportato da un vecchio consigliere, il protagonista si metterà a indagare insospettito dai modi della vedova. Questa infatti si muove con una agilità animale, ha un'avversione per le manguste che, non appena la vedono le saltano al collo, e, sfilando tra siepi e boschi, spia le mosse delle altre parti dando dimostrazione di essere nictalope. Di lei si innamora perdutamente il rozzo servo di colore dell'uomo che subisce la corte della donna senza esserne interessato; un individuo originario dell'Africa nera, capace di "odorare la morte" e di rendersi artefice di riti voodoo ma anche di biechi furti e scorrettezze di ogni sorta. L'africano reputa la vedova una Dea, ne intuisce qualcosa che sfugge agli altri, ma viene respinto con disprezzo e pagherà con a pelle questa sua passione. Stoker da ampia dimostrazione dell'epoca che fu, caricando di uno spiccato disvalore razziale l'uomo e riparando solo in parte con l'aggraziata descrizione della bellezza esotica della ragazza, anch'essa di colore, di cui si innamora il protagonista.
In questo clima di tranelli e agguati, inizia a diffondersi il sospetto che un'enorme creatura bianca serpentiforme dagli occhi verde smeraldo si aggiri nella zona. Il sospetto viene alimentato da una leggenda che grava proprio sulla proprietà della vedova, secondo cui, nascosto in un pozzo presente all'interno, si troverebbe il nascondiglio di un enorme essere antidiluviano simile a un serpente ed erede della fantastica stirpe dei draghi. Il sospetto assume sempre più la valenza della concretezza quando il protagonista e il suo consigliere intravedono di notte, sulle cime degli alberi, uno strano baluginio verde accompagnato da estensioni di bianco intenso e da un odore nauseabondo difficilmente comparabile ad altri olezzi. Un essere che finirà per braccarli anche in pieno oceano, nuotando in mare aperto tanto da esser confuso, da lontano, per una balena.
Anche quando il romanzo prende la via, per così dire, criptozoologica, Stoker finisce per rompere il pathos, tornando alle vicende amorose che riguardano i vari personaggi. In particolare insiste sulla figura del grande latifondista, che la vedova vorrebbe avere per sé, che viene sempre più preso, fino alla follia, dai suoi studi sul mesmerismo e sulle scienze occulte, venerando un aquilone dalla forma di falco che ha fatto issare sopra la propria terra per tenere lontani gli uccelli venuti in massa da ogni parte d'Inghilterra. Un individuo che finisce persino per citare le tentazioni bibliche cui Satana sottopose Dio e che, come ogni bestemmiatore, finirà travolto da un fulmine che distruggerà la sua onnipotenza ("Quando il Signore del male trasportò Lui in cima a una montagna e mostrò a Lui i regni della Terra, stava facendo quello che nessun altro pensava potesse fare. Si sbagliava. Si è dimenticato di Me. Vedrai. Ti invierò la luce così che tu possa vedere. La invierò fino ai bastioni del Paradiso.") unitamente alla sua proprietà e, al tempo stesso, al serpente. Una parte finale dove, nel pastone generale predisposto da Stoker, trovano spazio riferimenti esoterici allineati alla tradizione cristiana, quali quelli che associano la figura del drago-serpente a quella del demonio. Eppure Stoker sembra aver perduto il polso della situazione. Non sfrutta quanto la sua storia gli offre, ma procede imbabolato dai fatti narrati dando l'impressione di aver dato alle stampe un romanzo in fretta e furia senza sottoporlo ad adeguata supervisione mirata al dovuto perfezionamento dei tanti spunti dislocati lungo il testo.
Belle, pur se assai macabre, le descrizioni grandguignolesche, di cui Stoker aveva già dato ampia dimostrazione nei suoi validi racconti, che descrivono, con tocco pulp, la fine del serpente bianco. "L'interno aveva l'aspetto della battigia di un mare di sangue. Ognuna delle esplosioni dalle profondità aveva lanciato fuori dal pozzo, come se fosse stata la bocca di un cannone, una massa di sangue mescolato a sabbia, insieme a una melma repellente, in mezzo alla quale si trovavano grandi pezzi rossi di carne e grasso strappati. Mentre le esplosioni continuavano, altri pezzi di carne repellente venivano lanciati in alto e la loro enorme massa ricadeva pesantemente al suolo... Molti frammenti tremavano, si dibattevano, si contorcevano come se stessero ancora subendo il loro supplizio..."
Questo il contenuto di un romanzo che continua a ricevere forti critiche, persino tacciato di contenuti razzisti, ma anche di ingenuità e di una scarsa verosimiglianza. Potremmo definire The Lair of the White Worm un ultimo e tardo esempio di romanzo gotico, ormai soppiantato dall'emergere di autori quali Arthur Machen, William Hope Hodgson e Matthew P. Shiel, legato al clima positivista di fine ottocento che qua, tuttavia, prende strade che vanno oltre ogni possibile evoluzione concepibile fino a giungere ad associare una donna a un serpente preistorico. Non manca chi, analizzando il romanzo, abbia collegato la figura del serpente bianco a un passato che deve essere eliminato, perché non più in linea con il progresso, così da tramutare il mostro in veicolo attraverso il quale proporre la lotta tra la moderna società e le forze oscurantiste del passato. E' per via di tale impostazione che il valore della ricchezza, individuata nel denaro e in quanto possa costituire fonte di reddito, assurge a emblema cui ambire nell'ottica di una promozione sociale vista quale unico fine della vita moderna. Non a caso la morte del serpente coincide con la scoperta di un giacimento minerario che farà la fortuna del protagonista. "La giusta ricompensa per chi agisce in grazia di Dio" commenta, con un pizzico di sana ironia, uno dei tanti rencensori che si trovano sulla rete. Una prospettiva di analisi che attribuisce quel quid in più a un romanzo troppo spesso liquidato quale pessimo esempio di narrativa e opera da dimenticare.
L'autore
BRAM STOKER
"Adam non aveva mai annusato niente del genere. Lo confrontava con tutti gli odori tossici di cui aveva esperienza: il drenaggio degli ospedali di guerra, dei mattatoi, i rifiuti delle sale di vivisezione. Niente di simile, mai, pur mantenendo qualcosa di ognuno di loro, con più l'asprezza dei rifiuti chimici e gli effluvi velenosi delle acque di sentina di una nave dove erano stati affogati dei ratti."
venerdì 10 aprile 2020
Recensione Saggi: RICCARDO PALETTI di Vittorio Gargiulo e Guido Schittone
Autori: Vittorio Gargiulo e Guido Schittone.
Genere: Saggio Sportivo.
Pagine: 80.
Prezzo: Fuori catalogo.
Commento a cura di Matteo Mancini.
Volume memorialistico dedicato al giovane pilota di F1 Riccardo Paletti, scomparso nel 1982 nel corso del Gran Premio del Canada, a seguito del tamponamento della Ferrari di Didier Pironi.
Guido Schittone, inviato dal 1984 al 1989 di Autosprint nonché caporedattore del gruppo Mediaset settore motori e telecronista dei Gran Premi di Formula 1 trasmessi da Italia 1, guida un gruppo di autori in quello che vuol essere un volume memorialistico, a spiccata impronta fotografica, dedicato allo sfortunato Riccardo Paletti.
Pubblicato senza finalità di lucro (non è stato destinato al mercato editoriale) con una tiratura estremamente limitata, appena 1.200 copie, il volume si presenta quale vera e propria primizia destinata a finire nelle biblioteca degli integralisti della formula 1.
Il testo ha una struttura suddivisa in tre capitoli per un totale di ottanta pagine e poco meno di 60.000 battute. Si apre con una breve introduzione sul pilota, cui segue il ricordo del padre e infine quello di svariate persone che lo hanno conosciuto. Non si sceglie la struttura del saggio convenzionale, ma si da il là a un volume che cerca la condivisione di ricordi nell'intento di destare emozioni e rinverdire momenti sfumati al decorrere del tempo, ma rimasti indelebili nei cuori e nella memoria delle persone che hanno conosciuto Riccardo.
Vengono così offerti dei flash, talvolta scollegati tra loro, da cui affiora la dolcezza, la sensibilità e la timidezza di un pilota forse atipico, vuoi per quegli occhialoni da vista che affioravano dal casco, vuoi per la compostezza e la folta chioma riccia che ne contraddistingueva la fisionomia. Ricordi di qualunque tipo. Da episodi maturati in pista, ai sogni rivelati a compagni di viaggio fino ai banali momenti privati, vissuti in un parco o in una palestra di karate, che caratterizzano la vita di ciascuno di noi. Episodi che coinvolgono nel progetto uomini del mestiere, quali il fondatore della Onyx (Mike Earle) squadra presso la quale Paletti si è distinto nella formule minori o il direttore sportivo dell'Osella (scuderia di F1 di Paletti) Gianfranco Palazzoli, ma anche giornalisti, compagni di scuola, insegnanti, colleghi di lavoro del padre e semplici amici. Il volume non si concentra sul Riccardo Paletti sportivo, né sulle cronache sportive o i risultati che lo hanno riguardato, né su un'analisi tecnica mirante a focalizzare l'attenzione sullo stile di guida del pilota. Il testo va oltre a tutto questo. Il Paletti di dominio pubblico viene scavalcato dal Paletti riservato e intimo. Il testo di Schittone, che si limita a fare il garante a una vera e propria antologia costiuita dai ricordi di molteplici co-autori, è un concentrato di brevi episodi che portano al centro dell'esame la natura umana dell'uomo pilota, i suoi sentimenti e la sua generosità, ma soprattutto la sua passione sfrenata per la velocità. "Mi ostino a cercare il successo al volante di un missile di F1, perché è ciò che di meglio so fare. Non cerco né soldi né gloria, ma cerco un mio posto nel mondo: forse è un po' colpa mia se ho imparato soltanto a guidare." Purtroppo Paletti, sebbene abbia conquistato l'olimpo che si era prefissato di scalare, vi è restato troppo poco, perdendo la vita tra le fiamme, in un sinistro all'apparenza banale, dopo poche centinaia di metri dal via e a pochi metri dalla madre giunta appositamente in pista per vederlo scattare per la prima volta dalla griglia di partenza di un gran premio di Formula 1.
La fortuna concede opportunità ma, al tempo stesso, è pronta a voltare le spalle e gettare nella polvere chi, poco prima, giocava sul velluto. E' la vita e le sue crudeli regole. Non possiamo che attenerci a questo, sperando in un disegno divino superiore che ristori di tutte le sofferenze patite in vita e trasformi in felicità ogni dolore che sfugge all'umana comprensione.
Guido Schittone, inviato dal 1984 al 1989 di Autosprint nonché caporedattore del gruppo Mediaset settore motori e telecronista dei Gran Premi di Formula 1 trasmessi da Italia 1, guida un gruppo di autori in quello che vuol essere un volume memorialistico, a spiccata impronta fotografica, dedicato allo sfortunato Riccardo Paletti.
Pubblicato senza finalità di lucro (non è stato destinato al mercato editoriale) con una tiratura estremamente limitata, appena 1.200 copie, il volume si presenta quale vera e propria primizia destinata a finire nelle biblioteca degli integralisti della formula 1.
Il testo ha una struttura suddivisa in tre capitoli per un totale di ottanta pagine e poco meno di 60.000 battute. Si apre con una breve introduzione sul pilota, cui segue il ricordo del padre e infine quello di svariate persone che lo hanno conosciuto. Non si sceglie la struttura del saggio convenzionale, ma si da il là a un volume che cerca la condivisione di ricordi nell'intento di destare emozioni e rinverdire momenti sfumati al decorrere del tempo, ma rimasti indelebili nei cuori e nella memoria delle persone che hanno conosciuto Riccardo.
Vengono così offerti dei flash, talvolta scollegati tra loro, da cui affiora la dolcezza, la sensibilità e la timidezza di un pilota forse atipico, vuoi per quegli occhialoni da vista che affioravano dal casco, vuoi per la compostezza e la folta chioma riccia che ne contraddistingueva la fisionomia. Ricordi di qualunque tipo. Da episodi maturati in pista, ai sogni rivelati a compagni di viaggio fino ai banali momenti privati, vissuti in un parco o in una palestra di karate, che caratterizzano la vita di ciascuno di noi. Episodi che coinvolgono nel progetto uomini del mestiere, quali il fondatore della Onyx (Mike Earle) squadra presso la quale Paletti si è distinto nella formule minori o il direttore sportivo dell'Osella (scuderia di F1 di Paletti) Gianfranco Palazzoli, ma anche giornalisti, compagni di scuola, insegnanti, colleghi di lavoro del padre e semplici amici. Il volume non si concentra sul Riccardo Paletti sportivo, né sulle cronache sportive o i risultati che lo hanno riguardato, né su un'analisi tecnica mirante a focalizzare l'attenzione sullo stile di guida del pilota. Il testo va oltre a tutto questo. Il Paletti di dominio pubblico viene scavalcato dal Paletti riservato e intimo. Il testo di Schittone, che si limita a fare il garante a una vera e propria antologia costiuita dai ricordi di molteplici co-autori, è un concentrato di brevi episodi che portano al centro dell'esame la natura umana dell'uomo pilota, i suoi sentimenti e la sua generosità, ma soprattutto la sua passione sfrenata per la velocità. "Mi ostino a cercare il successo al volante di un missile di F1, perché è ciò che di meglio so fare. Non cerco né soldi né gloria, ma cerco un mio posto nel mondo: forse è un po' colpa mia se ho imparato soltanto a guidare." Purtroppo Paletti, sebbene abbia conquistato l'olimpo che si era prefissato di scalare, vi è restato troppo poco, perdendo la vita tra le fiamme, in un sinistro all'apparenza banale, dopo poche centinaia di metri dal via e a pochi metri dalla madre giunta appositamente in pista per vederlo scattare per la prima volta dalla griglia di partenza di un gran premio di Formula 1.
La fortuna concede opportunità ma, al tempo stesso, è pronta a voltare le spalle e gettare nella polvere chi, poco prima, giocava sul velluto. E' la vita e le sue crudeli regole. Non possiamo che attenerci a questo, sperando in un disegno divino superiore che ristori di tutte le sofferenze patite in vita e trasformi in felicità ogni dolore che sfugge all'umana comprensione.
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