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domenica 23 maggio 2021

Recensione Narrativa: LA GIOVANE VAMPIRA e Altri Misteri di J. H. Rosny


Autore: J. H. Rosny ainé.
Anno: 1895-1923.
Genere: Horror/Fantastico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2020.
Collana: Impronte.
Pagine: 230.
Prezzo: 15,90 euro.

Commento Matteo Mancini.

Uscito nell'ottobre del 2020, La Giovane Vampira e altri Misteri costituisce il giusto tributo a un autore clamorosamente ignorato da molti saggisti italiani. J. H. Rosny ainé, pseudonimo del belga naturalizzato francese Joseph-Henri Boex, trova la sua giusta dimensione grazie alla Hypnos Edizioni e al lavoro della curatrice e traduttrice candidata al Premio Italia 2021 Elena Furlan.

L'AUTORE

Scrittore in auge sul finire dell'ottocento e in opera fino agli anni quaranta, con oltre cinquanta pubblicazioni all'attivo, Rosny ainé, ovvero “il vecchio” per differenziarsi dal fratello che si firmava J.H Rosny con l'aggettivo jeune (“il giovane”), è stato definito in Francia “il fondatore della fantascienza moderna” e valutato, da alcuni, superiore persino a Jules Verne1. Cresciuto sotto gli insegnamenti di Emile Zola e della corrente del naturalismo, modificò a poco a poco la propria impostazione in vista di un fantastico, anticipatore di quel weird che avrebbe poi preso campo negli Stati Uniti, che prese il nome di merveilleux scientifique. Rosny ricorre alla scienza per cercare di sciogliere gli enigmi di un soprannaturale accettato e studiato dai suoi personaggi, compresi medici e scienziati, perché in esso si celano possibilità di progresso. "Ci furono uomini e donne che seppero guarire non con l'aiuto di formule e semplici, ma per non so quale divinazione sottile e quale uso geniale delle forze minuscole che i nostri fisiologi cominciano appena a sospettare." Autore molto pragmatico e, al contempo, di mentalità aperta, capace di immedesimarsi nel diverso fino a calarsi nei panni del mostro che diviene da nemico da combattere a vittima da comprendere e metabolizzare in vista di un'accettazione che non ammette confini. Rosny ha una visione dell'uomo quale essere arrogante che pretende di avere tutto sotto controllo, quando invece è una mera pedina di un "gioco" molto più grande di lui. I sensi umani sono limitati, ciò che si vede non è l'effettiva integralità di quanto davvero ci circonda, ma solo una risultanza parziale. Rosny intuisce l'esistenza di più piani di realtà, popolati da esseri che talvolta riescono a entrare in relazione con l'uomo (si veda La Jeune Vampire) e talaltra non sono compatibili a esso (risultando invisibili) pur coesistendo su un medesimo piano esistenziale (così in Un Autre Monde). L'autore sembra tuttavia essere interessato alla compenetrazione tra l'uomo e gli esseri dell'altrove, un'impostazione che sembra derivare da Arthur Machen (si veda The Great God Pan, 1895, o The Green Round, 1933) volgendo però il tutto dal pessimismo all'ottimismo. Le relazioni interrazziali del francese generano "mostri buoni", che cercano di accettare sé stessi, conquistare l'amore dell'uomo e, al tempo stesso, farsi comprendere dalla scienza. Così avviene ne La Jeune Vampire (1911), ma anche in Un Autre Monde (1898) o ne L'Enfant de la Naiade (1904). Le creature dell'altrove non sono malefiche, sono semplicementi altri esseri. Non sempre Rosny è chiaro nel portarle in scena. Spesso l'interferenza avviene senza che sia presentata solida giustificazione, aspetto che pare essere un limite di gestione dell'autore. Ne La Jeune Vampire si assiste a una sorta di possessione spirituale per mano di un essere, proveniente da un mondo di dolore, che si ritrova nel corpo della protagonista dopo che questa era stata dichiarata morta, riportando così in vita il corpo con il nuovo vezzo di suggere sangue alla maniera di una sanguisuga e un pallido colorito sul volto. "Non sono cattiva, sono disgraziata" rivela la vampiressa, costretta a nutrirsi col sangue umano per non morire. Così come lo spirito è penetrato all'interno del corpo, però, alla stessa maniera ritorna nella sua dimensione, gettando nella confusione la giovane donna, di nuova tornata all'interno del proprio corpo, e lasciando il tutto in sospeso tra paranormale e delirio psichico. Interessante anche l'atteggiamento di coloro che si trovano alle prese con la vampiressa. Questi, infatti, non cercano di uccidere l'essere o di liberare il corpo, non giudicano la vampiressa e non cadono vittima delle superstizioni, anzi accettano l'evento come dato di fatto e cercano di prestare soccorso e studiare il fenomeno per comprendere i misteri.

In Un Autre Monde l'insorgere del paranormale resta misterioso anche per il protagonista, che nasce diverso rispetto a tutti gli uomini, con la sua pelle violetta e gli occhi così neri da offrire agli interlocutori la sensazione di essere alle prese con un cieco. Più veloce nel pensare e nel muoversi, eppure impacciato e indaffarato nel parlare e nello scrivere, l'essere si ritrova capace di vedere in modo diverso al punto da intravedere un mondo altro popolato da strane creature immateriali e dominato da colori inimmaginabili all'uomo. Diventerà oggetto di studio. Ne L'Enfant de la Naiade l'ibrido deriva dall'unione tra un uomo e una ninfa che, ogni sera, esce dalle spume di un lago per abbracciare il suo amore umano. Rosny è tutt'altro che bacchettone. Il prodotto dell'interazione con gli esseri dell'altrove non conduce alla perdizione o al vizio, né vi è traccia di peccato o ammonimento. Ciò che spicca è il forte desiderio di integrazione, la volontà di fuggire dalla solitudine e farsi accettare. La diversità diviene un qualcosa che punta a trasformarsi in valore aggiunto e non in un orrore da esorcizzare. "Che me ne facevo del mistero dei viventi, e persino della dualità di due sistemi vitali che si attraversavano a vicenda senza conoscersi? Quelle cose avrebbero potuto inebriarmi, riempirmi di entusiasmo e di ardore, se avessi potuto comunicarle o condividerle in qualche modo" sostiene il protagonista de Un Autre Monde. Rosny è ottimista, vede nella scienza e negli scienziati degli amici del diverso, individui pronti al soccorso e alla comprensione in vista di un progresso che possa apprendere dal soprannaturale senza preconcetti e posizioni cristallizate dall'incontestata fede nel dato empirico.

Massimo Del Pizzo, grande studioso di Rosny, parla dell'autore quale “il più visionario dei naturalisti e il più naturalista dei visionari.2”

Eppure in Italia il nome Rosny è stato del tutto ignorato dagli studiosi. Allo stesso modo del Dizionario dell'Orrore di Gianni Pilo, le guide Odoya ignorano del tutto lo scrittore, ivi comprese quella della Letteratura dell'Orrore (2014) e quella della Letteratura di Fantascienza (2013), così come lo aveva ignorato la Guida della Longanesi degli anni settanta. Per trovare dei cenni all'autore si deve ricorrere al volume di derivazione francese Les Maitres de l'Étrange (1981), tradotto in Italia nel 1983 dall'Edipem, e a un articolo panoramico sulla narrativa fantastica francese firmato da Cesare Buttaboni3 che individua Rosny quale precursore lovecraftiano.

La ragione del disinteresse è alquanto oscura e incomprensibile, dal momento che la prima traduzione italiana dell'autore risale al lontano 1905, quando la Sonzogno dette alle stampe Il Milionario. Proprio la casa editrice milanese, insieme alla Delta (Il Testamento Rubato) e alla Bietti (La Cortigiana Appassionata), nei primi anni del novecento, ha proposto numerose opere di Rosny ainé, tra cui L'Eredità, Il Vello d'Oro, L'Altra Donna, Amore Etrusco, Vamireh, La Donna Scomparsa e soprattutto La Guerre du Feu (1909), romanzo d'avventura tra i più famosi dell'autore grazie anche alla trasposizione cinematografica del 1981 di Jean-Jacques Annaud, poi ristampato nel corso degli anni, sempre da Sonzogno, nel 1932 e nel 1959, oltre che da Bompiani (1982) ed Editrice Nord (2000). Anche L'Etonnant Voyage de Hareton Ironcastle è stato pubblicato, sotto il titolo Terra Inesplorata, da Sonzogno nel 1937 e nel 1960. Interessante poi l'antologia Altri Mondi curata dall'Editrice Nord che, nel 1988, ha pubblicato quattro racconti lunghi, tra cui il celebre Les Hipehuz, indicato quale la prima opera fantascientifica in cui sono concepite intelligenze estranee all'umanità che pensano in modo non umano, e La Mort de la Terre, dove si narra l'avventura dell'ultimo uomo sulla terra.

L'interesse verso l'autore belga è di nuovo esploso negli ultimi dodici mesi. La Palindromo, casa editrice di Palermo, nel marzo del 2020 ha pubblicato, corredando il tutto con valido apparato saggistico, Les Navigateurs de l'Infini (I Navigatori dell'Infinito) e Les Astronauts (Gli Astronauti), due racconti lunghi al centro della produzione fantascientifica dell'autore. Sette mesi dopo, la Hypnos, tramite Elena Furlan, ha cercato di completare il campo offrendo uno sguardo sulla narrativa del terrore o comunque macabra dell'autore, proponendo per la prima volta in italiano il classico La Jeune Vampire, rivisitazione in chiave originale del vampirismo, seguito da altri quattordici racconti sospesi tra fantastico e realismo macabro con punte grandguignolesche. A undici mesi dalla pubblicazione della Palindromo, le Edizioni Profondo Rosso hanno completato l'offerta proponendo Gli Orrori dell'Inferno Verde, a corredo di una trilogia che comprende anche I Navigatori dell'Infinito e La Forza Invisibile.

È pertanto non del tutto corretto sostenere, come fatto da Ivo Torello nella dotta analisi pubblicata al termine del volume Hypnos, che solo recentemente, grazie alla Palindromo, i lettori nostrani hanno potuto avvicinarsi alla produzione di questo autore. I romanzi editi dalla Sonzogno nel primo ventennio del novecento, infatti, sono facilmente acquistabili sul mercato dell'usato, ma nonostante ciò i saggisti italiani sembrano essersi dimenticati dell'autore che, riproposto di recente sul versante fantascientifico e fantastico, resta in Italia non ancora adeguatamente approfondito per quanto concerne la produzione avventurosa. Rosny è infatti famoso oltralpe per i “romanzi preistorici”, tra cui Le Felin Geant (1918) e Helgvor du Fleuve (1930), opere da cui emerge una visione della creazione non antropocentrica, essendo l'uomo una mera creatura, emersa dal grande magma dell'universo, destinato a regnare nell'immensità della creazione per una breve e risibile parentesi. Un'impostazione, questa, in anticipo sulla cosmogonia di Lovecraft ma, a differenza del solitario di Providence, caratterizzata da uno spiccato romanticismo non minato dal pessimismo e dall'ineluttabilità della condizione umana. Rosny è pertanto uno scrittore particolarmente moderno rispetto agli anni che lo vedevano in opera, allineato su valori che fanno dell'integrazione e del rispetto della natura i capisaldi di un artista che riconduce l'uomo nella dimensione di semplice componente di una realtà assai più vasta, un universo su cui non può certo ergersi a dominatore incontrastato.

 
Il dittico proposto dalle Edizioni Palindromo.
 

La recensione dell'antologia

La Giovane Vampira e Altri Misteri propone quindici racconti, scelti da Elena Furlan, scritti tra il 1885 e il 1923, così da allestire un campionario variegato utile a rappresentare in modo onnicomprensivo l'anima nera di Rosny ainé. Troviamo, in prevalenza, racconti brevissimi, in aggiunta a tre novelle di lunghezza compresa tra le cinquanta e le trenta pagine circa, che spaziano da un fantastico che guarda a un soprannaturale su cui la scienza cerca di comprenderne gli enigmi a una tipologia di racconto nero di impronta realistica vicino a quel naturalismo che rientra nel solco tracciato da Emilé Zola. Inutile sottolineare la maggiore qualità della prima tipologia di racconti. Rosny ha il merito di cercare di liberarsi dalle maglie del gotico ottocentesco. I suoi racconti fantastici tentano di riscrivere il genere metabolizzando figure archetipiche quale il mostro, il vampiro o il doppelganger, per riproporle sotto una diversa luce. Interessante, per l'apporto apparentemente innovativo, è Un Autre Monde (1898), in cui Rosny immagina l'esistenza di una serie di creature invisibili agli occhi umani, ma non a quelli del protagonista, che convivono senza saperlo al mondo in cui noi stessi viviamo. Si tratta di un'idea che, nel periodo, era stata accennata da Arthur Machen, autore gallese che qualche anno dopo espliciterà il concetto in modo poi non troppo dissimile da Rosny. Se però Machen intravede una possibilità, seppur remota, di interrelazione (nefasta) tra i due mondi coesistenti, Rosny tende a escluderla. Inoltre il mondo occulto del francese è estremamente originale, estraneo al folklore e persino incomprensibile alle limitate conoscenze umane. Un aspetto che viene ripreso anche da quello che è il vero e proprio capolavoro dell'antologia: La Jeune Vampire (1911), un racconto molto allusivo, che lascia tanto all'immaginazione del lettore.. Qui Rosny parte dalla tradizione vampiresca portata al successo definitivo da Bram Stoker, ma già in auge in Inghilterra e Francia, per riscriverla in un'ottica del tutto nuova. Il vampiro, o meglio la vampiressa, viene liberato da ogni carica di corruzione sessuale e da ogni caratterizzazione negativa, prendendo la veste del diverso da aiutare e comprendere. La vampiressa è una disgraziata, un essere costretto a cibarsi di sangue per sopravvivere, che brama l'amore puro e casto. Se Van Helsing e i suoi collaboratori praticavano iniezioni di sangue, qua il dottore protagonista porta cavie umane che si prestano a farsi succhiare la linfa vitale guidati da una solidarietà che ha del commovente. I morsi del vampiro infatti non condannano alla dannazione, rispondendo più a un desiderio animale che satanico. Pur se cadaverica nel colorito, la vampiressa non sfodera i tradizionali canini ma tende a suggere il sangue alla maniera di una sanguisuga, aspirandolo senza infliggere ferite lacero contuse. Ogni riferimento religioso viene cancellato, resta soltanto il riferimento a un mondo altrove, un'esistenza sfuggevole agli umani, incomprensibile, dove la sofferenza è di casa e da cui le anime possono fuggire (non si spiega né come né perché) per prendere possesso di corpi liberati dalle anime trapassate. Rosny introduce una sua riflessione sull'amore, tendendo a riconoscerlo nella passione e nell'attrazione della carne piuttosto che nel cosiddetto coinvolgimento cerebrale. Il protagonista si innamora del corpo della donna, al punto da seguirla anche nell'eventuale dannazione, poco importando chi sia l'essere interiore che guida la stessa. In questo ricorda molto il protagonista di Lady of the Shroud (La Dama del Sudario, 1909) di Bram Stoker. Quando il corpo subisce il cambiamento dell'anima, dovuto dal passaggio dello spirito del vampiro e poi al ritorno dell'originale anima che guidava la macchina umana, il protagonista persiste nel nutrire i medesimi sentimenti, non gli importa chi sia realmente la persona che ha davanti. Ciò che conta è il corpo. Valore aggiunto al testo è l'unione carnale tra l'uomo e l'essere mostro, una trovata che, partendo da The Great God Pan (1895) di Machen, anticipa di anni il capolavoro Rosemary's Baby (1967) di Ira Levin, proponendo l'amore incondizionato dei genitori verso il figlio “mostro”. Machen tuttavia ammiccava al peccato, alla trasgressione e alla liberazione degli impulsi animali. Rosny no, il francese è un poeta guidato dall'ottimismo e dalla fiducia sia nel diverso che nello sconosciuto, un artista che suggerisce la fusione tra creature diverse in vista del progresso (approccio assai diverso da Lovecraft). Temi già presenti in Un Autre Monde, ma qua resi in modo più manifesto. Segue la medesima via, pur se più convenzionale e allineata alla produzione di Algernon Blackwood, L'Enfant de la Naiade (1904). Rosny ipotizza l'esistenza, in tempi remoti, di creature quali satiri, oreadi e naiadi. “Mi domando se questa terra che abitiamo non sia stranamente cambiata negli ultimi tre o quattromila anni... Se per esempio non siano realmente esistite oreadi, satiri e naiade.” Il racconto, ovviamente, suggerisce una risposta positiva. Il protagonista narra una serie di incontri amorosi intrattenuti con una ninfa, “vestita solamente del suo manto di capelli bluastri”, emersa per un'intera estate dalla spuma delle acque di un lago. Come ne La Giovane Vampira dall'unione con la creatura fantastica nasce una figlia che, ovviamente, incarna caratteristiche sovrumane. Ancora una volta però non vi è traccia di condanna sessuale o di perversioni da cui è bene tenersi lontani.

Un quarto racconto che prende le mosse dalla tradizione fantastica, questa volta legata a E.T.A. Hoffmann e ad E.A. Poe, è L'Assassin Surnaturel (1923), dove la tematica dei delitti delle camere chiuse si incontra con quella del doppelganger. Rosny, più abile che altrove nel creare un'atmosfera opprimente, intesse un intreccio giallo che tiene in costante tensione il lettore (aspetto non presente negli altri testi). Da questo punto di vista è di gran lunga l'elaborato migliore dell'antologia, grazie a una trama gialla che, a poco a poco, scivola in un fantastico che ammoderna i più tradizionali cliché utilizzati. Il doppelganger diviene effettivo e caratterizzato da una sua autonomia rispetto alla fonte originaria. La morte del doppio, per intenderci, non porta alla morte dell'altro, come ne Il Ritratto di Dorian Gray o in William Wilson. Esso infatti è una concreta emanazione dell'uomo, un qualcosa che acquisisce indipendenza (si veda certa narrativa di Stephen King) e costituisce la materializzazione della lotta che un animo inquieto fa con sé stesso. Interessante la caratterizzazione fisica, senza peso specifico, che il doppio ha, tradendo una natura che di umano ha il solo involucro esterno. Una particolarità che getta nello sconforto i poliziotti chiamati a indagare sul caso e il tradizionale scienziato rosnyano subito pronto ad accettare il sovrannaturale per permettere alla scienza di compiere progressi. Un bel racconto, poco da dire.

Un quinto racconto degno di nota è La Plus Belle Mort (1912), breve testo in cui Rosny riprende le tematiche care ad Ambrose Bierce trasformando però ancora una volta in una prospettiva positiva l'evento tragico con cui chiude il narrato. Ambientato sul teatro di scontro della guerra di secessione, la storia propone l'amore tra due giovani innamorati che, durante un pausa tra una battaglia e l'altra, si concedono il loro primo bacio, venendo nell'esatto istante della congiunzione delle labbra decapitati da una cannonata. “Non restarono che due corpi allacciati, due corpi decapitati da cui il sangue sgorgava a fiotti.” Rosny parla del momento quale apice massimo nella vita di un uomo, in una prospettiva che trasforma il sarcasmo macabro dell'autore de Il Dizionario del Diavolo in un romanticismo tipico della penna del francese. Romanticismo che si ripropone, in tonalità più strazianti, nel poetico Le Jardin de Mary (1895), in cui si parla degli attimi immediatamente precedenti alla dipartita della persona amata.

Questi sono, di gran lunga, gli elaborati più riusciti. Per il resto, l'antologia è formata da testi rapidi, scritti in modo immediato e non troppo elaborato. Rosny fornisce spesso la sensazione di non sviluppare a dovere le sue trame, limitandosi a brevi cenni narrati da un personaggio a un altro, alla maniera di leggende metropolitane. Storie spesso drammatiche, imbevute da toni macabri se non addirittura grandguignol. Omicidi brutali, in alcuni casi compiuti da bambini più o meno consapevoli delle loro azioni (“Le Pendu”, “Le Clou”, “Le Hanneton” e “Le Dormeur” ), eventi tracciati da un destino ineluttabile a cui, nel bene o nel male, non si può sfuggire (“Mystere”) e storie di accennata licantropia, più mentale che fattuale ma non per questo meno concreta (“Le Lion et le taureau”), si alternano. Non mancano racconti sarcastici che giocano sulla superstizione (“Le Mouvais Oeil”) o testi in cui la superstizione dimostra di avere basi solide che superano la scienza (“Le Mage Rustique”).

Questo il mondo macabro di Rosny che le Edizioni Hypnos finalmente propone, rendendo giustizia a un autore che meritava di esser sdoganato in Italia oltre alla dimensione fantascientifica fin qui divulgata. Testo forse non per tutti, talvolta un po' datato, più adatto agli studiosi di fantastico che a coloro che sono alla ricerca del mero intrattenimento. Elegante il formato tascabile garantito dall'appartenenza alla collana Impronte. Perfetta la traduzione di Elena Furlan.

1Così ne Maestri della Letteratura Fantastica, Edipem, 1983, p. 78.

2Massimo Del Pizzo, Il più visionario dei naturalisti e il più naturalista dei visionari, in La Guerra del Fuoco, 2000, Editrice Nord.

3Cfr Cesare Buttaboni, La Letteratura del Terrore in Francia, in Hypnos 10, Hypnos, Autunno 2019, p.92-93.

 
L'autore J. H. Rosny ainé
 
"Il giorno in cui dovessimo ottenere nozioni precise sui fatti dell'Aldilà, non ci sembrerebbero più sorprendenti del prodigio del nostro corpo, o dei milioni di fibre nervose che coordinano le rivelazioni del mondo esterno. Sono quasi certo che innumerevoli esseri invisibili si muovano attorno a noi; l'universo così mi sembrerebbe molto più logico e coerente che se supponessi degli spazi vuoti di energia e di vita."

martedì 18 maggio 2021

Recensione Graphic Novel: CERNOBYL LA ZONA di Francisco Sanchez e Natacha Bustos


Autore: Francisco Sànchez & Natacha Bustos.
Anno: 2011.
Genere:  Graphic Novel drammatica
Editore: Tunué s.r.l., 2016.
Pagine: 176.
Prezzo: 16.90 euro.

 
Commento a cura di Matteo Mancini. 

Graphic novel proveniente dalla Spagna, pubblicata dalle Ediciones Glénat Espana nel 2011 a firma Francisco Sànchez e Natacha Bustos. Ex redattore al debutto nel fumetto il primo (classe 1962), autrice dei disegni la seconda (venti anni più giovane), Cernobyl è la prima uscita sul mercato italiano della coppia. Decretato miglior fumetto all'Imaginamàlaga Festival 2011, biglietto da visita che ne ha agevolato l'esportazione e il successo in Francia, ad Angouleme, al FIBD aggiudicandosi il Prix Tournesol 2012, il volume è arrivato in Italia nel 2016, in occasione del trentesimo anniversario della catastrofe di Cernobyl. A credere nel progetto è stata la Tunué srl, per la collana Prospero's Books. Un'uscita quanto mai calibrata e in anticipo di tre anni sulla mini-serie televisiva anglo-americana che ha fatto incetta di riconoscimenti nel mondo, conquistando, tra gli altri, due Golden Globe, tre Emmy e un Grammy Award riaccendendo di fatto l'interesse sulla cittadina di Prip'yat, la città fantasma che sorge a tre chilometri dal reattore, e alimentando il giro turistico che da anni porta curiosi da ogni angolo del mondo a passeggiare, sotto le istruzioni degli stalker (le guide), nelle vie fagocitate da una natura così forte da vincere quelle radiazioni che persisteranno nella zona per ancora 100.000 anni.

Sanchez, con pochi dialoghi e molte immagini, sceglie come struttura narrativa la via del punto di vista dei cittadini e propone il disastro dalla prospettiva delle tre generazioni di una famiglia immaginaria (nonni, genitori e figli). La graphic novel si apre nelle campagne limitrofe a Prip'yat, mostrando la desolazione e la disperazione di una coppia di coniugi che vivono grazie ai prodotti del terreno e del loro allevamento, preoccupati delle conseguenze che potrebbero derivare dall'esplosione a cui hanno assistito. La sensazione di disperazione e di malinconia è resa ancor più manifesta dall'attenzione ai dettagli. Calendari, quadri di Lenin appesi laddove noi teniamo quadretti sacri, ma soprattutto foto di famiglia, matrioske, orsacchiotti e animali che brucano l'erba, disinteressati al disastro. Ci spostiamo poi a Prip'yat, alcuni giorni prima dell'evento. Qui facciamo la conoscenza della famiglia della figlia dei coniugi anziani. La giovane è in dolce attesa ed è felice per il parto, anche perché è previsto per l'1 maggio, una data simbolo per la società sovietica. Proprio in quel giorno è prevista anche l'inaugurazione del parco giochi. “Se ti comporti bene, andremo all'inaugurazione” assicura la madre al primo figlio. Questo, piccoletto, vede il poster pubblicitario affisso in un muro e lo guarda con espressione sognante, alla stregua di un evento straordinario. Non sta nella pelle. Appena trova il nonno, gli indica le nuove attrattive e pretende di farsi immortalare con lui, la nonna e la mamma sotto la ruota. Il click è il ritratto della felicità. 

Prip'yat è un fiore all'occhiello della società sovietica, il cuore pulsante dell'impero russo. È qui che sorge la più grande centrale nucleare della federazione ed è qui che è installata un'antenna militare di settecentocinquanta metri di lunghezza e centocinquanta di altezza che dovrebbe garantire l'intercettazione di ogni segnale missilistico americano. Vivere a Prip'yat è un onore, in città c'è tutto quello che altrove, in Unione Sovietica, non ci si può neppure immaginare. Sono trascorsi solo sedici anni da quanto è stato murato il primo mattone. Una città sorta dal nulla, in mezzo a una palude vicino alla quale sorge il fiume che ha dato il nome alla città stessa. Il centro urbano, bellissimo e spazioso dalle visioni aeree, è in continua espansione, con un'età media di ventisei anni, i lunghi viali, i palazzoni grigi di sedici piani, il cinema, un centro commerciale, una discoteca, murales, e una piscina olimpica in cui vengono ad allenarsi atleti da ogni parte della Russia e dell'Ucraina. Il verde domina incontrastato tanto che la città è anche detta la “città dei fiori” o “la città del futuro”. Ed il futuro è tutto dalla parte di Prip'yat prossima a diventare il brillante dell'ingegneria sovietica, un modello di riferimento per tutte le altre città ma, c'è un ma... un mostro silente, che non ha ancora palesato la sua vera natura e che si innalza ad appena tre chilometri di distanza; è visibile da ogni angolo della città, eppure venerato alla maniera di una divinità a cui portare doni per benedirne la sua stessa esistenza. E' il King Kong di Skull Island o il Godzilla che dorme sotto le coperte del mare nipponico, solo che questo essere è di cemento, grafite e uranio; è la grande bestia di Holocaust 2000 di Alberto De Martino. Il mostro è fonte di denaro, benessere, la ragione stessa che ha generato la vita a Prip'yat: la città atomica. Laggiù lavora la quasi totalità degli abitanti. La città è una atomgrad (città atomica), ogni abitante vive in funzione della centrale. Direttamente o meno, tra chi è ingegnere, chi vigile del fuoco, chi maestro o professore (i bimbi in città sono un numero spropositato) e chi esercita le attività lavorative fondamentali per il funzionamento della città. Servono infatti giardinieri, commessi, poliziotti, autisti, burocrati e via dicendo. “Anche suo marito lavora alla centrale?” si legge nel testo. “C'è qualcuno che non lo fa?” commenta la giovane madre.

Non può succedere niente a Prip'yat, tutto è stato previsto perché in Unione Sovietica non può succedere un disastro. E così la felicità continua a persistere anche dopo l'incidente. Le autorità non comunicano cosa è successo, sfruttano la fiducia del popolo per non far scoppiare il panico. “Se fosse grave ci avrebbero avvisato, non crede?” si commenta per le strade, mentre i ragazzini giocano a pallone, scorrazzando come niente fosse. Il mostro è là, sullo sfondo, libero da trappole contenitive e completamente fuori controllo. Eppure la paura e l'incertezza continuano a essere precluse dalla dedizione totale dei cittadini verso chi detiene il potere. Anche quando in città si cominciano a vedere soldati e poliziotti con mascherine e attrezzature di rilevamento radioattivo la paura non serpeggia. Probabilmente è un'esercitazione... niente di serio.

Intanto, a tre chilometri e lontano da occhi indiscreti, la mattanza prosegue. I pompieri cadono a decine, preda di vomito e di strane ustioni. La morte è quasi immediata, in una deformazione e trasformazione fisica che ha del malefico. Occorre celare, nascondere oltre ogni possibilità. Quello che succede non sta succedendo. La pelle brucia, cambia di colore, si riempie di paghe che rendono glabri i crani. Che diavolo si sta combattendo? Si decide il trasferimento a Mosca dei primi contaminati, ma ai parenti si dice che va tutto bene. È tutto sotto controllo. In Unione Sovietica le cose non possono andare storto, mica siamo in un paese capitalistico. Il fuoco però divampa, rilascia uno strano colore nel cielo. Uno spettacolo di morte così eloquente da indurre i cittadini ad ammirarlo di notte dai ponti, alla stregua di una manifestazione pirotecnica. Nessuno comprende cosa stia succedendo. Il nucleare è sicuro, lo hanno detto fior fiori di luminari ed è fonte di benessere e di privilegi, non può essere un nemico. Neppure 36 ore dopo, quando arriva l'ordine di evacuazione, si intuisce il disastro. “Sarete evacuati per appena tre giorni” ripetono i megafoni che echeggiano in città. Un infinito schieramento di bus giunge da ogni parte della Russia. È una misura precauzionale, soprattutto per il benessere dei bimbi ma, sia chiaro, niente per cui preoccuparsi. Almeno, così dicono e se lo dicono loro, c'è da stare tranquilli, si è pur sempre cittadini di una super potenza. L'evacuazione è tuttavia imposta, prima a Prip'yat e poi nelle campagne limitrofe. Gli animali non possono esser portati, giusto per non creare confusione e stressarli inutilmente. 47.000 sfollati, solo a Prip'yat, ma per un gita di qualche giorno e poi, cascasse il mondo, tutti potranno fare ritorno. Sanchez non è sensazionalista, come potreste pensare leggendo queste righe, anzi. Calibrato, essenziale ed efficace. Mostra quanto è sufficiente per delineare la portata della tragedia e lo fa portando il lettore a immedesimarsi. Protagonisti sono i cittadini costretti ad abbandonare le proprie case, i propri effetti personali. Si vede una ragazzina che tiene stretto al petto il suo cagnolino. Non vuol separarsene. "Non me ne andrò senza di lui." Un militare però le garantisce che penserà lui ad accudirlo. E' gentile, ha persino una ciotolina. Mentre il bus si avvia sul cammino verso Kiev, l'animaletto viene abbattuto dal militare dietro un'abitazione. “Non ne deve rimanere vivo nessuno. Trasportano le radiazioni nel pelo” la sentenza è eseguita. 

È tempo dei liquidatori, giovani uomini costretti a salvare il salvabile in una gara contro il tempo e contro un mostro che minaccia di rivoluzionare la vita, non solo dell'Unione, ma di tutto il mondo. Compiere l'impresa equivale a una sentenza di morte, ma molti ancora non lo sanno e anche se lo sapessero non avrebbero scelta. Siamo in Unione Sovietica, non nel paese del bengodi. Qui non si pensa o si crede, qui si eseguono gli ordini. Su Prip'yat la radioattività tocca un livello cinquecento volte superiore a quello abituale. È una maledizione invisibile, letale e insapore che ferma anche i robot, pizzica la pelle dando la sensazione di tramutasi in gocce d'acqua vomitate da un cielo plumbeo che osserva imparziale la disfatta della scienza. Il tempo continua a scorrere, implacabile. A ogni ora la porta dell'inferno si fa più vicina, imminente, perché il nocciolo scende e va giù, sempre più giù, nel ventre della Terra. Il seme infetto pronto a generare morte, concependo l'aberrazione in uno stupro non tollerato dalla natura. Le falde acquifere sono minacciate e anche l'intera centrale rischia di saltare in aria. Hiroshima e Nagasaki diventano bazzecole al cospetto di quanto potrebbe succedere.Le poltrone a Mosca scottano.

Il sacrifico è l'unica via. Il miracolo, per i limiti del possibile e sotto lo sguardo dell'intero mondo, viene compiuto, a un prezzo incalcolabile in termini di vite umane. Tumori, deformazioni, cambiamenti di vita non sono quantificabili. Il governo però è categorico: i morti sono 32 ed è il mostro è imbrigliato. Omettono però di dire che sia vinto. La battaglia è solo rimandata. L'arroganza dell'uomo è stata tale da aver partorito un qualcosa la cui potenza è sfuggita di mano. È la fine di un sogno, la morte di una città che avrebbe dovuto brillare nella gioielleria del regime ed è anche il crollo dell'Unione Sovietica. I giochi sono finiti e il rimpianto e il dolore sono i fedeli compagni della malinconia. Gli Stati Uniti hanno vinto. La guerra fredda è finita.

La parte terminale della graphic novel è dedicata al ritorno nei luoghi dell'adolescenza e in quelli in cui si sarebbe dovuti nascere e vivere. Una prospettiva di vita cancellata da una sliding door che ha decretato la morte di un luogo che tutti avrebbero indicato quale astro nascente dell'Unione. Ciò che era stato sovietico ora è terra Ucraina, una sorta di museo a cielo aperto. La centrale è dismessa, ma il mostro è sempre là. Silente, ma ancora cattivo e pronto a fare morti. Vediamo il ragazzo, un tempo bimbo, portare la sorella, nata alcuni giorni dopo del disastro, in ciò che resta del loro appartamento. A distanza di venti anni, il ragazzo entra nella casa in cui ha passato l'infanzia. Dentro c'è ancora qualcosa di quel lontano passato. Un disegno, qualche oggetto. Il passato torna a vivere, purtroppo solo nella mente. E poi la visita sotto quella ruota simbolo di una felicità stroncata sul più bello. La lacrima scende a solcare i volti, a testimonianza di un dolore che strozza il cuore nel momento in cui si apre la pagina dell'ultimo ultimo disegno. In formato gigante, vediamo il contenuto di una scatola consegnata ai due ragazzi dai vicini dell'abitazione in cui erano a ritornati a vivere i nonni, anni dopo la tragedia. Dentro c'è il ricordo della spensieratezza dei giorni felici, di una vita che non è stata e soprattutto c'è una foto... la foto di famiglia sotto quella ruota panoramica pronta a entrare in funzione. L'anima di Prip'yat non c'è più, della città resta il solo scheletro.

Che dire... Cernobyl – La Zona è una graphic novel da regalare a un pubblico molto giovane, un'occasione per cercare di spingere le nuove generazioni a documentarsi sull'evento. Un modo per ricordare e non dimenticare, una lettura da cui partire per documentarsi in modo più approfondito. Non ci sono pretese autoriali, non c'è un'attività di indagine per ricostruire i motivi che hanno portato al disastro. Al centro ci sono i cittadini, le conseguenze che hanno dovuto subire e il dolore di aver perduto tutto. Il sogno si è tramutato in un incubo da cui, ogni giorno, Prip'yat spera di risvegliarsi, aprendo gli occhi al sorgere del sole, per rivedere i suoi ordinati viali alberati curati dai giardinieri, le auto divorare l'asfalto,i bimbi che giocano per le vie e quella ruota che volteggia tra applausi e risate sopra la pista dell'autoscontro. In una vita alternativa, ne siamo certi, Prip'yat vive. 

I due autori.

 

giovedì 13 maggio 2021

Recensione Narrativa: IL CUSTODE DI CHERNOBYL di Alessandro Manzetti.



Autore: Alessandro Manzetti.
Anno: 2018.
Genere:  Fantascienza / Horror.
Editore: Cut Up Publishing.
Pagine: 168.
Prezzo: 14.00 euro.

 
Commento a cura di Matteo Mancini. 

Facciamo oggi la conoscenza di Alessandro Manzetti, scrittore e soprattutto poeta apprezzato negli Stati Uniti e titolare della casa editrice Independent Legions che, dal 2016, ha sdoganato in Italia molti romanzi e antologie dei migliori scrittori horror contemporanei (Laymon, Ketchum, Barker, McCammon, Brite, Keene e via dicendo). Un impegno e una fitta serie di relazioni con il mondo dell'horror estremo americano che lo hanno portato a farsi accettare dall'ambiente gravitante attorno al prestigioso Bram Stoker Award, premio che Manzetti è riuscito a vincere addirittura due volte, come mai successo prima a uno scrittore italiano. Conosciuto e apprezzato all'estero, Manzetti non gode di altrettanta stima in Italia. Il ghost writer Flavio Troisi, scrittore facente parte dell'accademia di Manzetti e presentatore del canale youtube broken storie, ha persino scritto che Manzetti/Battiago, in Italia, non viene neppure premiato con una coccarda alla gustosa sagra del cicatiello essendo un signor nessuno. Un'espressione che è stata accolta con grande simpatia dall'autore, sempre ben disposto verso i propri lettori, insieme a tutti i suoi collaboratori, aperto alle critiche e dotato di un'ironia talmente coinvolgente da attirare sempre più lettori verso i libri proposti dal catalogo della Independent Legions. Del resto i fatti sono difficili da contestare. Per esempio, prendendo la Guida alla Letteratura Horror dell'Odoya, pubblicata nel 2014, il nome Manzetti non precede quello di Manzoni (e il riferimento non va certo all'ironico inventore della “merda d'artista”, ma a colui che ha parenti illustri che hanno dato alle stampe testi centrali per quel che concerne l'analisi pene). Nel successivo Guida ai Narratori Italiani del Fantastico, sempre dell'Odoya pubblicato nel 2018, con firme quali Andrea Vaccaro, Pietro Guarriello, Walter Catalano, Giuseppe Lippi e Gian Filippo Pizzo, il nome Manzetti riceve un'attenzione di poche righe, mentre altri scrittori sconosciuti a livello internazionale beneficiano di intere pagine. Eppure si sta parlando non certo di uno scrittore del sabato sera, ma di chi ha costretto decine e decine di lettori a interrompere le insostenibili pagine di opere quale Shanti, Naraka, I Figli di Uxor 77 e molte ancora. Opere in cui il sesso estremo, lo splatter e l'azione si uniscono in un ideale amplesso perverso, che delizia i palati di un pubblico di nicchia sempre alla ricerca dell'insostenibile, con la poesia, un connubio che genera un prodotto che possiamo definire hardcore (nulla a che fare con le porcate, sia chiaro). Una sterminata produzione capace di trasformare Sutter Kane in un ghost writer sconosciuto a tutti, persino al suo autore. Il romanzo che ci apprestiamo ad analizzare però diverge, in buona parte, dalla produzione standard di Manzetti che, non a caso, non lo firma col consueto pseudonimo Battiago.

La copertina americana del romanzo.

Candidato nel 2019 col titolo The Keeper of Chernobyl al prestigioso Bram Stoker Award, nella sezione long fiction, Il Custode di Chernobyl è un romanzo breve in cui l'autore Alessandro Manzetti da ampio sfogo alle proprie capacità stilistiche. Autore dotato di una grossa facilità di scrittura, alla ricerca di una poesia dark che in questo romanzo, unitamente alle sensazioni di angoscia e di malinconia, pervade l'intero testo, ma non sempre “chirurgico” nella narrazione dei fatti. Costruito con l'artificio narrativo del diario di un mad doctor (aspetto che amplifica il vizio di divagare), che lavora in competizione con altri colleghi su un progetto (Progetto Prometeo) finanziato dall'Unione Sovietica di metà anni sessanta, Il Custode di Chernobyl si dilunga in elucubrazioni mentali, ragionamenti introspettivi e un passato che consuma dall'interno il protagonista della vicenda, tornando spesso su aspetti già affrontati e menando il can per l'aia anche se di maltrattamenti animali non vi è traccia. Dietro la vicenda, che si potrebbe definire un cyberpunk giostrato su una fantascienza “fantastica” (dal momento che si iniettano su delle cavie umane dei fluidi a base di plutonio col fine di trovare l'alchimia per “brevettare” una serie di soldati capaci di muoversi in ambiente radioattivo), si cela la metafora del disastro nucleare di Chernobyl. Non a caso la vicenda, che prende le mosse dal poligono militare di Semipalatinsk, si sposta a Chernobyl, proprio sotto il terreno su cui sorgerà l'infausta centrale nucleare. Il progetto Prometeo, un po' come succederà nella centrale in conseguenza delle sperimentazioni di ingegneri incauti, sfuggirà di mano all'equipe di scienziati chiamati a portare in alto la nazione. “Solo noi conoscevamo ogni dettaglio... quegli incompetenti non hanno saputo interpretare i dati, diversi rispetto a tutto ciò che avevano visto prima nella loro breve carriera di ricercatori.” Il disastro viene determinato dal desiderio arrivista che porta a osare, a “spingere la biologia delle cavie all'eccesso, per scrollarsi di dosso la concorrenza il più velocemente possibile.” Un approccio questo che starà alla base anche del disastro della centrale nucleare.

È su questa metafora e sui traumi che si celano nell'animo del protagonista, che ha persino sacrificato la propria figlia per trasformarla nella prima “Eva atomica”, che ruota il fulcro dell'opera. Il senso di colpa, l'illusorio ristoro dell'alcool e la sensazione di aver tradito che riponeva fiducia sono i demoni che prolificano nell'animo di chi ha fallito. Manzetti offre la sensazione di cercare d'interpretare l'animo di coloro che hanno portato all'isolamento di Prip'jat, alla maniera di un fotografo che in una camera oscura lascia ondeggiare il fluido necessario a sviluppare un'immagine che prende, pian piano, possesso del foglio bianco all'interno del quale è intrappolata. E cosa ne esce fuori...? Semplice, ciò che prima non si poteva e non si voleva vedere.

Un romanzo sulla solitudine, sia delle cavie (costrette a stare in delle celle sotterranee contro ogni loro volontà) che dei dottori (pressati dai gerarchi e sempre sospettati di tradimento), sulla pressione psicologica (notevole la scena della tortura a cui viene sottoposto Petrov e che non comporta alcuna lesione fisica) e sulla presenza di uno stato che usa gli uomini alla stregua di pedine sacrificabili in una partita a scacchi (contro l'avversario d'oltreoceano che si cerca ora di anticipare e ora di inseguire). Inserito in questo contesto, col ruolo di fatto marginale, c'è il tema action che porta una cavia, negli anni settanta, a fuggire dai bunker di Chernobyl e a trasformarsi in un serial killer bisognoso di cibarsi di cervelli umani. Non si tratta dell'impulso proprio di un soggetto deviato, ma di un effetto collaterale delle sperimentazioni a base di plutonio. Manzetti, probabilmente rifacendosi a certe affermazioni di Che Guevara, suggerisce l'intenzione dell'Unione Sovietica di scatenare una guerra atomica o, comunque, di prepararsi ad affrontare un mondo superficiale funestato dalle radiazioni in cui poter muovere soldati immuni al plutonio e conquistare terreno. Cosa potrà mai venir fuori da un progetto del genere? Mostri, esseri geneticamente modificati (carnagione blu, crani glabri allungati, branchie, sangue blu), dotati di un visore collegato ai centri nervosi che permette di sopperire all'intervenuta cecità. Spetterà ai “pulitori” (evidente riferimento ai “liquidatori” di Chernobyl) il compito di rimediare al disastro, alla fuga di notizie e all'isolamento delle parti del bunker contaminate dai fuggitivi, il tutto senza isolare le aree esterne e senza creare il panico negli abitanti. Cosa vi ricorda...?

Manzetti realizza così il suo romanzo su Chernobyl, accennando solo marginalmente alla tragedia del 26 aprile del 1986. Ogni aspetto però rimanda a questo, in un clima di disperazione e persino di amore impossibile tra il mad doctor e le sue due uniche cavie che hanno dimostrato di aver superato l'esperimento. Il finale nella foresta rossa è di uno strazio tale che riesce a colpire lo spettatore, così come un disegno premonitore che, fin dall'inizio, aveva mostrato a tutti una fine che non si era voluto vedere alla maniera di un foto celata su una pellicola di cui nessuno vuole incaricarsi dello sviluppo.

È probabilmente l'opera più facilmente commerciabile di Manzetti, che non scivola nell'hardcore e nel volgare, assestandosi su un limite sostenibile col pregio di personalizzare un soggetto altrimenti derivativo già affrontato in molteplici letture. La leziosità stilistica e il ritornare su alcuni aspetti non aiuta il ritmo, anche se alla fine è un'opera più che sufficiente. 

 

L'autore ALESSANDRO MANZETTI, dai BRAM STOKER AWARDS
alla coccarda della SAGRA DEL CICATIELLO,
riconoscimento consegnatogli dalle mani di FLAVIO TROISI..

"Per questo sono diventato uno scienziato, per stanare l'impossibile, afferrare tra i polpastrelli il demonietto che è sempre a un millimetro capace di spifferare tutto e trasformare una ricerca o una sperimentazione in un fatto, in un vero cambiamento."
 
 

domenica 2 maggio 2021

Recensione Narrativa: L'ORA DEI DANNATI di Luca Tarenzi.



Autore: Luca Tarenzi.
Anno: 2020.
Genere: Fantasy Horror.
Editore: Giunti Editore, 2020.    
Pagine: 414.
Prezzo: 16,00 euro.

A cura di Matteo Mancini. 

Quasi trent'anni fa, quando alle lezioni di italiano delle scuole medie conobbi per la prima volta la Divina Commedia, restai impressionato dall'impatto scenico e dal sense of wonder garantito dalla lettura dell'inferno di Dante. Una potenza visiva resa manifesta dalle raffigurazioni del pittore ottocentesco Gustave Dorè che, tra una pagina e l'altra, rendevano ancor più sognante la lettura e allentavano le briglie della fantasia adolescenziale lasciando partire al galoppo il cavallo dell'evasione giovanile. I personaggi infernali di Dante sono infatti delineati e tratteggiati da un autore che, oltre a corredare quello che sarebbe diventato il capolavoro della letteratura italiana e poi mondiale con argomentazioni filosofiche, religiose e di riscrittura storica grazie all'utilizzo di personaggi realmente esistiti che, in varie epoche, si sono resi protagonisti del “film dell'umanità”, può essere considerato a pieno diritto un antesignano dei Grandi Maestri della Letteratura Fantastica. Se è indubbio che la Divina sia letteratura all'ennesima potenza che utilizza la scenografia dell'aldilà quale metafora per intavolare critiche sociali, politiche, filosofiche e religiose è altrettanto vero, a livello più superficiale, che si tratti di un'opera fantastica di valenza orrorifica innescata dal viaggio di Enea nell'inferno raccontato, poco prima dell'avvento di Cristo, da Virgilio e dunque non ancora "inficiato" dalla bacchettona morale cristiana. Un mondo altrove, o meglio dell'aldilà, che fin dai miei dieci anni fece sorgere in me il desiderio di raccontare una storia di mero intrattenimento ambientata nel “mondo fantastico” tratteggiato da Dante. Aspirazione che è sopravvissuta in età più matura, tanto da spingermi a scrivere nel 2008 il racconto Il Signore degli Alchimisti, palesemente ispirato (pur se non fedelmente) all'Inferno di Dante e inserito nel 2013 nell'antologia R.E.M. 13 Ore di Paura (La Mela Avvelenata Editore) con in copertina un orologio gigante indicante l'ora dei dannati. 

Bertran de Born, uno dei cinque fuggiaschi di Taranzi,
in una storica raffigurazione di Dorè.

Dopo ulteriori sette anni, finalmente, il libro che avrei voluto leggere e probabilmente scrivere fin dai tempi delle medie ha avuto sfogo sulla carta stampata, addirittura quale primo capitolo di un'annunciata trilogia...! Non potevo ovviamente non comprarlo e galeotto fu il libro e chi lo scrisse, ma soprattutto chi lo promosse, ossia Andrea Vaccaro durante una trasmissione della serie weirdiana andata in onda in diretta facebook nel dicembre del 2020. In tale occasione, infatti, sono venuto a conoscenza del progetto e dell'autore, un'uscita che ha fin da subito innescato il mio entusiasmo.

Autore del miracolo letterario è il quarantacinquenne Luca Tarenzi, poliedrico uomo di cultura, praticante di sciamanesimo, traduttore ufficiale di Douglas Preston & Lincoln Child per Rizzoli, ma soprattutto grande giocatore di ruolo ed estimatore di Caparezza, che torna ad affilare la penna dopo le numerose pubblicazioni per Alacran, Asangard, Salani, Acheron e Gainsworth. Vero e proprio specialista dell'urban fantasy, tanto da meritare la considerazione di un maestro del calibro di Alan D. Altieri che lo ha definito “il geniale autore italiano che ha portato in primo piano la variazione di genere nel genere chiamato urban fantasy”, Tarenzi guarda alla Divina Commedia quale teatro scenico in cui ambientare un action fantasy dantesco aggiornato al registro linguistico del pulp contemporaneo, esaudendo il sogno del sottoscritto e alleggerendo di gran lunga la portata culturale dell'operazione innescata dal dotto e inarrivabile testo originario. Ecco così andare in opera un vero e proprio tentativo di fuga dall'inferno dantesco orchestrato da Pier Delle Vigne, personaggio storico deceduto a Pisa, e condotto letteralmente per mano dal poeta Virgilio forte della supervisione del pisano Ugolino della Gherardesca - capace di leggere nella mente di ogni dannato dell'inferno grazie al vezzo di azzannare le teste - e del braccio armato garantito dalla potenza assicurata dal duo Filippo Argenti e Bertran de Born. Così procediamo nella lettura di un romanzo, forse lievemente ripetitivo nel proporre alcuni sviluppi di trama che si rinnovano nel giro di cento pagine, che parte dalla liberazione dei vari protagonisti dai limiti loro imposti dalle regole infernali e prosegue, nella prima parte, da quattro distinti punti di vista (quello di Virgilio, quello di Pier delle Vigne, quello di De Born e quello della Creatura senza più un nome che cerca di arginare i pellegrinaggi di Virgilio), per condurre il lettore in giro per tutto l'inferno dantesco (si va avanti e indietro e poi di nuovo avanti) fino alla lotta finale al cospetto della porta dell'Inferno in un'inversione rispetto alla Divina. A differenza dell'opera di Dante, non ci sono occasioni di scambiare parola con altri dannati. Tarenzi utilizza le pagine per descrivere piani di fuga, battaglie tra dannati e demoni e continui tentativi di ingannare il prossimo in un cinismo che fa di Pier delle Vigne il peggiore del gruppo. Impossibilitato a muoversi, per il suo esser divenuto un albero sradicato dal girone di condanna, l'organizzatore del piano, da abile scacchista, tiene all'oscuro i suoi soci circa le dinamiche della fuga e questo è il motivo che rende unito il gruppo di manigoldi.

Pur con qualche licenza, l'iconografia dantesca è rispettata sia nella “geografia” infernale delineata dal divin poeta sia nelle caratteristiche fisiche dei personaggi danteschi che qua vengono ripresi, soprattutto quelli al servizio dell'inferno. Molti i momenti che lasciano stupefatto il lettore per la loro potenza visiva. Indimenticabile la discesa al cospetto di Lucifero, una parte da leggere e rileggere. Di medesima valenza il volo sull'acheronte o sulle lande infuocate del deserto del settimo cerchio, tra miasmi e lamentele di ogni sorta che si innalzano verso il plumbeo cielo che incupisce paludi, fiumi di sangue e pareti rocciose tormentate dai turbinii del vento in un odio generale che investe gli stessi demoni che vedono in Lucifero, altrettanto dannato dell'inferno piuttosto che dominatore del regno delle tenebre, la fonte indiretta delle loro sofferenze.

"A vederlo, più di ogni altra cosa, sembrava...
un dannato, come tutti loro"

Vediamo quindi apparire il volante Gerione, i giganti dell'ottavo cerchio, quindi il giudice infernale Minosse, il traghettatore Caronte, il vorace Cerbero e infine l'innominabile Lucifero dai mille volti (non c'è traccia di Giuda, Cassio e Bruto) sepolto fino a metà ventre nel ghiaccio del centro dell'inferno e tutto il suo esercito di angeli decaduti (chiamati gli spezzati) che conservano solo in parte la perfezione e la bellezza del paradiso.

Tarenzi parte proprio laddove si era interrotto Dante, anche se il decorso del tempo nell'inferno sembra esser distorto, come si intuisce da cenni che lasciano alludere alla tematica del sequel (c'è il riferimento a una guerra mondiale con tratti che rimandano alle svastiche naziste, come se gli eventi narrati dal romanzo fossero paralleli ai sanguinosi fatti della seconda guerra mondiale). Virgilio, dopo aver condotto Dante alle porte del paradiso e aver reso un servizio ordinato “da lassù”, si ritrova a vagare per l'inferno, ormai rigettato dagli agi del limbo e preda dei demoni caduti dal cielo costretti al ruolo di “secondini” del carcere infernale. Al di là dell'intreccio, puramente fantastico, ciò che Tarenzi delinea è l'ingiustizia divina. Dio e il regno dei cieli sono tutt'altro che creature amorevoli, sono piuttosto esseri non disposti a perdonare e comprendere le debolezze della creatura uomo. Non ci sono spazio per valutazioni, la semplice violazione del precetto comporta la massima pena e poco importa se sussistano o meno cause di giustificazioni o stati di necessità. I cinque personaggi ripresi dalla penna di Dante, pur rimodulati nelle caratterizzazioni e in perenne evoluzione intrarelazionale tanto da delineare nel corso della storia un tendenziale ribaltamento dei ruoli (si veda Virgilio che da glaciale e dotto cicerone diventa un emotivo che si cura e come degli altri al punto da organizzare trappole ai soci e pensare agli interessi personali, oppure il muto Ugolino che da cannibale a cui nessuno presta fede diviene generoso uomo d'onore ), tra egoismi, ritorsioni ed estorsioni ma anche gesti di generosità, di amore e di rispetto, sono uomini che hanno subito pene crudeli per “colpe” innescate dall'altrui brutalità e per le quali non hanno beneficiato di alcuna attenuante. Oltre il lavoro sui personaggi, ammodernati con dialoghi da action movie cinematografico anni ottanta (aspetto che potrebbe far storcere il naso ai puristi), L'Ora dei Dannati è un romanzo ad ampio respiro di grandissimo intrattenimento. Tarenzi ha un lessico semplice, esaltato da periodi mai pesanti e di grande scorrevolezza. L'autore ha inoltre il pregio di rendere il testo appetibile al grande pubblico, evitando di cadere nella tentazione dell'hardcore horror. Pur andando in scena torture, continue battaglie all'arma bianca con amputazione di arti, sangue a ettolitri, cadute mortali e fratture ossee (all'inferno non si può morire e ogni ferita si rimargina così da poter dare spazio a ulteriore dolore), l'impatto visivo non è mai violentissimo. Tarenzi riesce a trovare il giusto equilibrio in grado di fare de L'Ora dei Dannati un potenziale best seller adatto a tutte le età. Un grande plauso va anche all'editore, la Giunti Editore S.p.A, che ha allestito un'elegantissima versione in copertina rigida a un prezzo irrisorio, date le 416 pagine. Il volume, infatti, costa solo 16 euro, un prezzo che lo rende estremamente appetibile.

Plauso dunque a Tarenzi e alla Giunti con appuntamento alla seconda uscita in programma per la fine del 2021. Pollice alzato e pronti all'acquisto del secondo capitolo.

 
L'autore LUCA TARENZI.
 
“Tutto l'inferno alla fine è pensato come uno scherzo incredibilmente stupido”