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martedì 24 marzo 2020

Recensione Narrativa: CULTI SVEDESI di Anders Fager.



Autore: Anders Fager.
Titolo Originale: Svenska Kulter.
Anno: 2009.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Edizioni Hypnos, 2019.
Collana: Modern Weird.
Pagine: 270.
Prezzo: 16,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Curiosa e accattivante nuova proposta della Hypnos di Milano che, nell'ottobre 2019, pubblica per prima sul mercato italiano lo scrittore svedese Anders Fager.
Ex ufficiale di fanteria, Fager è uno scrittore nato e residente a Stoccolma, classe 1964, legato soprattutto al mondo dei videogiochi, nella veste di game designer, e a quello dei giochi di ruolo. Proprio in virtù di questa sua passione si deve l'incontro ideologico con lo scrittore Howard Phillips Lovecraft, apprezzato da Fager per la presa visiva ma disprezzato per lo stile e i continui lirismi. Intervistato a Milano, Fager racconta di essersi imbattuto nella narrativa del solitario non grazie ai libri ma per effetto del gioco di ruolo The Call of Cthulhu. Da tale origine, tutt'altro che aulica, arriva la linfa da cui traggono origine le storie raccolte nella prima delle antologie, delle cinque previste, che costituiscono il c.d. ciclo dei Culti Svedesi.
Svenska Kulter è l'antologia, pubblicata in patria nel 2009, che ha lanciato Fager nel mondo dell'editoria. Grazie a essa, lo svedese ha ottenuto elogi che hanno portato alcuni critici a descrivere i suoi testi quale ideale punto di incontro tra la narrativa di James Ellroy e quella di H.P. Lovecraft. Pubblicato in Svezia, Finlandia, Francia e Italia, Fager si è contraddistinto per l'interesse per il genere horror, dimostrando fin dal suo debutto, bagnato con un Novellpris per il racconto Mormors Resa (Il Viaggio della Nonna) e dalla conquista della finale, in Francia, al Grand Prix de l'Imaginaire, grazie ai racconti Les Furies di Boras e Le Reine en Jaune, una marcatissima impronta votata a una contaminazione con un erotismo di matrice omosessuale sconfinante nel porno. Dunque un orrore tutt'altro che trascendente, ma finalizzato a ridimensionare sul piano realistico quanto Lovecraft proiettava su dimensioni cosmiche. In questa ottica ne deriva un orrore che mira, più che a spaventare nell'animo, a scioccare il lettore, suscitando ribrezzo. Ecco quindi lo splatter, il continuo giocare sul senso dell'olfatto richiamando gli olezzi riconducibili al sudore, allo sperma o allo sterco. Una deriva che avvicina, per certi versi, la narrativa di Fager a quella di Clive Barker, pur non essendo minimamente paragonabile sul versante della fantasia. Rispetto allo scrittore di Liverpool, Fager è concettualemente derivativo e assai più grezzo nella costruzione dei periodi. Lo stile di Fager è immediato e diretto, privo di fronzoli e virtuosismi, portato avanti con una costruzione narrativa che predilige periodi estremamente brevi a frasi d'effetto. Ne deriva una struttura linguistica frammentaria, di veloce lettura ma, al contempo, povera di poesia e poco orientata a descrizioni di valenza pittorica.
Inutile girarci intorno, il suo Culti Svedesi è una cocente delusione per questo recensore. Antologia composta da cinque novelle e da quattro brevi racconti (uno dei quali, su una piovra marina, molto carino) di cui l'autore non fornisce neppure il titolo, presentandoli quali frammenti collocati tra un testo e l'altro.
Il testo si apre con un delirio porno-horror intitolato Le Furie di Boras ("Furierna Fran Boras"). Fager cala in Svezia i miti di Cthulhu, nella fattispecie nella campagna di Underryd, al centro del triangolo formato da Varnamo, Boras e Jonkoping. Tra le cinque novelle è quella maggiormente lovecraftiana, seppur in chiave satirico-grottesca. Una congrega di moderne streghe, votate al culto di Shub-Niggurath (ovvero il Capro Nero dai Mille Cuccioli), praticano un inusuale sabba periodico nel corso del quale sacrificano al loro Dio un ragazzo (il bellone di turno) adescato nella vicina discoteca. Fager procede con volgari e idioti dialoghi, regalando schizzi più che evocare il sense of wonder. Sembra quasi leggersi, tra le righe, una condanna alla movida e alla dipendenza delle giovani generazioni ai cellulari e alle sostanze stupefacenti (viagra compreso). Su ciò si innesca un'orgia sanguinolenta che culmina con l'emersione, dal fitto del bosco, di una creatura ciclopica dotata di tentacoli e pronta a macellare coloro che non si attengono alle sue leggi. Questo perché Shub-Niggurath pretende carne non contaminata da droghe o altre sostanze e, qualora non soddisfatto, non perde tempo nello scagliarsi contro la sacerdotessa. Fager sembra qua deridere Lovecraft, dissacrandolo in modo osceno, con una storia che propone amplessi e frattaglie in un cocktail degno di uno scatenato z-movie.

Più criptico e, a suo modo, claustrofobico il successivo Il Viaggio della Nonna. Horror on road che propone l'odissea di due giovani ragazzi, che poi si scoprirà essere non umani, da Malmoe fino alla Slovenia e da qui al ritorno in patria. Al centro del viaggio c'è il recupero di una creatura contaminata da Yog Sothoth, che si nutre di carne umana. Fager miscela l'horror al noir, plasmando una storia che scorre lentamente e centellina le mostruosità di fondo evitando di fare quanto fatto nel primo racconto. Laddove ne Le Furie di Boras si sbatteva il mostro sotto l'occhio del lettore, con tanto di dovizia di particolari, qua si sfuma il tutto (cosa che aiuta il testo e stimola l'immaginazione del lettore). Si lasciano intendere mostruosità che però non vengono mai a galla nella loro completezza. I due giovani protagonisti sono due degenerati, vecchio retaggio dell'uomo che fu, nelle cui vene scorre un sangue bestiale. Sembrano quasi tratteggiati alla stregua di creature mannare e, allo stesso tempo, rievocano gli ibridi umani de L'Orrore di Dunwich. I due dovranno vedersela con una serie di malavitosi, chiamati ad aiutarli per effetto del denaro, ma presto schierati contro. Sparatorie e inseguimenti autostradali sono il leit motiv, tra fughe e accessi in stazioni di servizio per rifornirsi di acqua e salsicce. Il racconto, non da noi, è considerato uno degli apici di Fager.

Più classico, e a nostro avviso il migliore dell'antologia, Il Desiderio di un Uomo Distrutto (Den Brutne Mannens Onskan), dove l'autore retroagisce al 1718, spostando la narrazione in Norvegia, nei pressi di Trondheim. Qua si assiste all'evocazione di Ittakva, Colui che Cammina col Vento, per vendicare la distruzione praticata dall'esercito svedese ai danni dei contadini locali. Munito di uno speciale flauto, eredità di uno stregone padre della moglie, un campagnolo ormai prossimo a morire, dopo aver assistito all'omicidio della figlia e al pestaggio della suocera, risveglia il dio per consumare la sua vendetta sotto la forma di un gelo mortale che discende sui soldati in fuga.

Torna la componente sessuale, seppur non marcatissima, in Per Sempre Felici a Ostermalm (Lyckliga for Evigt pa Ostermalm), dove Fager condanna il materialismo e l'arrivismo proprio della società contemporanea.
Uomo d'affari rientra presso la propria abitazione affetto da una strana influenza e con strane ecchimosi sul corpo. La fidanzata, a lui legata per ragioni economiche, nota subito delle difformità comportamentali e una strana perdita di memoria. L'uomo, che sfodera una continua erezione, in realtà, non è il suo fidanzato, ma un qualcuno che ne ha preso le sembianze dopo averlo sodomizzato. Molto probabilmente è il datore di lavoro dell'uomo, un individuo di origine musulmana che si chiama John Kalim Aziz (cognome che richiama alla mente quel Al Azif titolo arabo del Necronomicon). Fager, attraverso un racconto estremamente lento e vagamente omaggiante Lo Strano Caso di Charles Dexter Ward, traccia la progressiva perdita della dignità umana a favore del materialismo e degli interessi economici, rappresentati da un uomo che smarrisce sé stesso pur di far carriera e una donna, di origine macedone, che fa calcoli e progetta un futuro con un figlio per mettere le mani sul patrimonio dell'amante.
Infelice, nel corso del testo, dato l'attuale caos generato dal coronavirus, la frase: "Le influenze sono roba pericolosa. Nel 1918 sono morte 25 milioni di persone per una cosa chiamata spagnola. Un'influenza assassina. Grazie, Signore, che viviamo nel duemila..."

Così come l'antologia si era avviata con un porno horror alla stessa maniera si conclude. Il Capolavoro della Signora Witt ("Froken Witts Stora Konstverk") è un lungo testo, decisamente noioso e prolisso, che parla delle mostre di fotografia artistica realizzate da una pornostar alla ricerca continua dell'estremo. Avvicinata da una donna, facente parte di una misteriosa fondazione a caccia di opere estreme (si rivia a quella Carcosa di cui alla narrativa di Chambers), la giovane protagonista cadrà vittima di un delirio che la trasformerà in un'assassina artistica. Racconto delirante, osceno e senza alcuna remora, che si muove tra arte pornografica e psicologia alienante, portando l'orrore in una dimensione prettamente terrena tra apatie e devianze.

Questo il debutto italiano di Fager. Autore coraggioso, interessato ai rapporti tra l'horror e il porno, che si muove su una dimensione squisitamente terrena e che, a nostro avviso, lo rende autore più vicino al pulp che al weird. In Fager il soprannaturale è pretestuoso, metaforico. Tutto si riconduce ai vizi e alle ambizioni terrene. Il piacere del sesso alternativo (spesso di natura omosessuale) che si mischia a un dolore estatico, ma anche la volontà di far carriera, di isolarsi da un'abitudine in cui imperversa la noia per prendere vie meno battute che portano a una degenerazione non troppo difforme da quella che è capace di offrire l'abuso di alcool e droghe. Culti Svedesi viene così a presentarsi in una veste impropria. Strizza l'occhio ai fan di Lovecraft e della narrativa classica, ma è decisamente più vicina a quegli autori pubblicati dalla Independet Legions Publishing, quali Charlee Jacob o Edward Lee. Fager non è un autore classico vecchio stampo, ma un alfiere di quello che potremmo definire Hardcore Horror.

L'autore ANDERS FAGER.

"Sei tu a decidere cosa significano queste immagini. L'arte non è quello che esibisco. E' quello che vedi tu in quello che esibisco. E' il tuo vissuto privato a definire cos'è tutto questo."

sabato 7 marzo 2020

Recensione Narrativa: L'ULTIMO CAVALIERE di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleThe Gunslinger.
Anno: 1982.
Genere:  Western Fantasy.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 223.
Prezzo: 13.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

LA STORIA EDITORIALE DEL TESTO E LE ISPIRAZIONI 

L'Ultimo Cavaliere è il primo degli otto episodi della saga La Torre Nera, caratterizzato da una lunga gestazione. Stephen King lo inizia a concepire all'ultimo anno del college, dopo aver recuperato una risma di 500 fogli verde fluorescente, e prende a elaborarlo al secondo anno di università, dopo aver letto un poema del 1855 dello scrittore inglese Robert Browning intitolato Childe Roland To The Dark Tower Came, un titolo a sua volta ripreso dal Re Lear di Shakespeare. L'opera di Browning, inserita nella raccolta Men and Women e dettata (da quanto dichiarato dall'autore) da un sogno notturno, parla di un cavaliere, tale Childe Roland, alla ricerca di una misteriosa torre nera. Browning mette in scena una vera e propria odissea, col protagonista impegnato in un viaggio disperato, attraverso un territorio ostile e desolato, in cui incontra carcasse di animali morti e altri in condizioni menomate. Roland cercherà di esorcizzare l'orrore che lo circonda, guardando dentro sé stesso, pescando ricordi dall'infanzia e, in particolare, i momenti legati alle vicende vissute assieme agli amici cavalieri Cuthbert e Gilles, entrambi morti. Il viaggio assume valenze epiche e vede coinvolto un uccello nero, tale Apollion, simboleggiante l'angelo della distruzione della tradizione ebraica, che sopraggiunge per confortare il protagonista così da spingerlo a superare il crinale della montagna che si para sul cammino dell'eroe. Browning, a differenza di quanto farà King, non spiega cosa sia la torre e questo ha spinto molti studiosi a stilare le più disparate teorie.

Questa l'intelaiatura del famoso poema del poeta inglese a cui King si aggrappa in modo evidente, mutuandone l'intera struttura. King decide di sovrapporre alla tematica cavalleresca il contenitore offerto dal genere western. Il "nostro", prima di avviare la sua epopea, guarda al capolavoro Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo di Sergio Leone, ma anche alla saga di Tolkien de Il Signore degli Anelli. Ordinate le idee, pur non sapendo dove andare a parare una volta partito, tanto che dovrà poi ritornare sul testo per adeguarlo ai successivi capitoli, parte col progetto e plasma l'opera della vita, inizialmente concepita sulla distanza delle tremila pagine, a cui l'intera e copiosa produzione successiva farà spesso indiretto riferimento. Ecco allora che il contesto ambientale in cui l'asso del Maine cala la storia viene ad assumere i tratti tipici del genere western, pur se contaminato da elementi fantascientifici di valenza post-atomica e metafisica. L'eroe kinghiano, anche lui chiamanto (non a caso) Roland, è un pistolero, forse più vicino ai personaggi di Robert Ervin Howard che a quelli di Leone (King non gioca sull'arguzia e l'ironia irriverente, ma delinea le caratteristiche di un eroe muscolare), che va in giro armato di due pistole che non disdegna a sfoderare.
L'idea di rifarsi a Browning non deve sorprendere. Già altri, prima di King, avevano guardato al celebre poema dello scrittore inglese. Il poeta americano Countee Cullen, nel 1927, aveva pubblicato il poema From The Dark Tower; Prima ancora Jack London, celebre autore di Zanna Bianca e de Il Richiamo della Foresta, in uno dei suoi racconti (Storia di un Tifone a Largo delle Coste del Giappone) aveva utilizzato un personaggio che fantasticava sulla tomba di Childe Roland pensando alla torre "oscura".

King racconta di aver scritto l'incipit, quel famoso "L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì", nel 1970 e di aver impiegato dodici anni per ultimare il primo volume, scritto tra una pausa e l'altra mentre stava componendo Le Notti di Salem e Shining. Il lavoro viene inizialmente pubblicato in patria a tappe intermedie e parziali (sei in totale), tra l'ottobre del 1978 e il novembre del 1982, sulla rivista The Magazine of Fantasy & Science Fiction. Quando esce la prima puntata, King ha già pubblicato il post-apocalittico L'Ombra dello Scorpione, preceduto da tre romanzi e da Ossessione (edito con lo pseudonimo Richard Bachman). Sebbene il buon Stephen non creda troppo nel progetto, nel 1982, dopo una cena con l'editore Donald M. Grant (interessato per lo più alla produzione weird di Robert Ervin Howard), acconsente a raccogliere l'intero materiale in un unico volume da pubblicarsi col titolo The Gunslinger (Il Pistolero) in edizione limitata per una piccola casa editrice di Providence (cosa vi ricorda il posto?). Grant decide di impreziosire il testo corredandolo con una serie di illustrazioni (a colori e in bianco e nero) realizzate da Michael Whelan, già illustratore del romanzo L'Incendiaria. Il disegnatore accetta la proposta con entusiasmo tutt'altro che smodato; racconterà di aver acconsentito per ragioni economiche e di averlo fatto in un periodo triste a seguito della recente dipartita dellla madre. La decisione dell'editore permette di pubblicare 500 copie autografate da King e da Whelan, oltre altre 10.000. L'Ultimo Cavaliere ha così una prima pubblicazione di appena 10.500 copie, un numero davvero irrisorio che scatena, tra i collezionisti, la caccia al libro. Grant ne è comprensibilmente entusiatata, trattandosi di uno dei testi di King più vicini al weird, in particolare alle tematiche e ai contenuti della produzione di Howard.
Purtroppo, nonostante le oltre 4 milioni di copie vendute da King con Shining e le uscite dei vari La Zona Morta L'Incendiaria, il romanzo passa quasi inosservato. Genere e stile sono molto diversi dalle altre opere dell'autore, così che non scatta alcuna ressa per accaparrarsene le copie. Nel 1983 King decide allora di inserire, in calce al successivo romanzo Pet Semetary, il titolo del testo nell'elenco delle opere pubblicate. La trovata si rivela decisiva a destare la curiosità dei già tanti fan del "maestro del brivido". In pochi giorni le copie rimaste vengono ordinate e acquistate, così da rendere esaurito il prodotto. King finisce bombardato da richieste continue. Si parla di oltre 3.000 lettere di fan imbestialiti per non esser riusciti a trovare una copia de L'Ultimo Cavaliere e per questo ritenutesi offesi per aver visto tradita la propria fedeltà. Grant, pur se felice, non sa come far fronte alle richieste. Ha terminato tutte le copie e non ha un accordo per rinnovare la pubblicazione. King prova a intavolare una trattativa, propone di pubblicare altre 5.500 copie, ma Grant gli risponde che sarebbe "come pisciare in un bosco in fiamme." King allora tergiversa e cerca di far fruttare il tutto per il meglio. Il prezzo dell'edizione sale alle stelle. Durante i convegni tutti chiedono de L'Ultimo Cavaliere e il volume di Grant diviene reliquia pressoché introvabile fino al 1988 ovvero fino a quando King pubblica un'edizione tascabile per il grande pubblico ed escogita un'altra grande appetibile novità per i collezionisti. Associa infatti alla pubblicazione economica, l'uscita, al prezzo di 100 dollari a copia, del suo primo audiolibro formato da 800 audiocassette di sei ore interpretate dallo stesso King. In Italia, edito da Sperling & Kupfer, il romanzo giunge solo nel 1989, dopo che King ha già pubblicato in patria il sequel (La Chiamata dei Tre), con un ritardo di sette anni rispetto alla prima edizione integrale americana. Nel 2003, dopo aver pubblicato altri quattro volumi della serie, King pubblica una nuova versione, lievemente più lunga, per adeguare il testo ai successivi volumi pubblicati.
La serie vede il suo termine, salvo l'uscita di un ulteriore volume intermedio, nel 2004, quando King decide di festeggiare il suo 57° compleanno con la pubblicazione del capitolo conclusivo della sua serie intitolato La Torre Nera.

La copertina della prima versione
pubblicata, nel 1982, da King.
Vediamo rappresentata la parte in cui
Roland e il piccolo Jake
superano, a bordo di un
carrello a trazione muscolare 
che corre sui binari, la landa
infestata dai mutanti.

ANALISI DEL TESTO
Romanzo breve, poco meno di 250 pagine, che si distingue in modo netto dalla consueta produzione di King, sia per tematica che, soprattutto, per stile e contenuti. King parte, come suo consueto, da ispirazioni derivative per poi muovere verso un qualcosa di personale. Qua l'ispirazione arriva da un testo più classico del solito, risalente al 1855. King attinge a piene mani, sia nel delineare la struttura che gli sviluppi, dal poema di Robert Browning Childe Roland To The Dark Tower Came. Riprende la struttura dinamica della storia, inframmezzata da una lunga serie di flashback che non seguono un ordine cronologico, subendo sbalzi temporali che vanno dal passato prossimo all'infanzia del protagonista. Il romanzo prende le mosse con un lungo ed estenuante inseguimento in una landa desertica, apparentemente western, che si scopre, via procedendo, di valenza post atomica. Non c'è più traccia delle città come noi le concepiamo. Abbiamo agglomerati urbani di bifolchi, guidati da superstizioni e isterismi collettivi, che pianificano la loro vita nei saloon tra prostitute e bevute. Al di fuori di queste aggregazioni, ancorate agli usi degli Stati Uniti nell'ottecento, abbiamo dei reietti isolati in baracche che tirano avanti a suon di espedienti. Il protagonista, Roland, si muove in un mondo che cela una civiltà sepolta, passata, senza che si capisca cosa sia successo. Ci sono delle zone rosse in cui nessuno sembra inoltrarsi e in cui si fionda il protagonista, intenzionato a mantenere una promessa ben precisa. Armato delle sue inseparabili pistole, ricordo del padre defunto, vuole eliminare "l'uomo in nero". Quest'ultimo è una sorta di stregone che viaggia verso la Torre Nera e che non può morire per come pensa Roland (i proiettili non servono a nulla, poiché è un essere che vive su più dimensioni). Solo alla fine si intuirà cosa sia questa torre, dopo un eroico viaggio tra deserti infestati di umanoidi mutanti dal corpo fluorescente e aggressivi come gli zombie (il rimando va alle radiazioni nucleari), stazioni di vecchie metropoli abbandonante con cadaveri mummuficati che si sfaldano al contatto dei polpastrelli, ponti cedevoli e oracoli che preannunciano tristi eventi futuri. Roland, eroe muscolare di rimembranze howardiane (si veda il ricordo in cui narra il proprio grandguignolesco rito di iniziazione, in un combattimento all'interno di un'arena che sembra ricordare templi connessi a scuole iniziatiche esoteriche, con tanto di uscite, a seconda del superamento o meno della prova, in determinati punti cardinali), accompagnato da un giovane piovuto (per effetto di un sortilegio attraverso il quale King supera l'idea di morte) dalla nostra realtà in un mondo che non conosce in quanto pedina sacrificale di un gioco orchestrato da creature superiori,  riuscirà a scalare quelle montagne oltre le quali nessuno sa cosa si celi e a raggiungere l'uomo in nero. Non ci sarà un vero duello tra i due, bensì un confronto dialettico che spiana la strada a un sequel. Una soluzione questa che farà storcere più nasi per il suo essere completamente al di fuori di ogni previsione ipotetica.
A differenza di altri romanzi, King va oltre la valenza sociale. L'Ultimo Cavaliere, in altre parole, non è una metafora per parlare di quanto ci circonda nella vita reale, ma acquisisce una natura, per certi versi, trascendente. King supera i concetti di morte e lo fa con una costruzione multi-dimensionale propria della cosiddetta teoria degli universi paralleli. I mondi, come noi li concepiamo, altro non sarebbero che piccoli granelli di universi ulteriori e non un qualcosa di inserito in un contesto delineato e finito, piuttosto un'infinita matrioska a cui non è possibile venirne a capo. I molteplici mondi non sono seperati in modo netto, ma sono attraversabili per mezzo di portali spazio-temporali. La Torre Nera e' l'elemento che accomuna tutti questi mondi, il fulcro dell'intera esistenza, compresa l'ultraterrena.
Il romanzo di King è un'opera fantastica vecchia scuola, peraltro intrisa di contenuti religiosi che evolvono in un taglio dapprima fantascientifico, quindi metafisico e infine filosofico. King parla dell'universo come di un qualcosa di infinito non a misura d'uomo. Un complesso del creato ordito da un Dio indifferente alle sorti dell'uomo, creatura ininfluente e banale nei meccanismi intergalattici alla stregua delle formiche. "Se davvero un Dio soprintende a tutto, è pensabile che dispensi giustizia per una razza di esseri infinitesimali in mezzo a un'infinità di razze analoghe? Il suo occhio vede cadere il passero quando il passero è meno di un atomo di idrogeno isolato negli abissi dello spazio?" così l'uomo in nero spiega a Roland.
Chi è l'uomo in nero? E' uno stregone (capace come Gesù di resuscitare i morti) che riconosce di essere alle dipendenze di due creature a lui superiori, lo straniero senza età e la Bestia (nome che rimanda all'apocalisse di San Giovanni) ovvero "il guardiano della torre, il precursore di tutte le teurgie... Parlare della Bestia è parlare della rovina della propria anima davanti a lei." Da notare come si menzioni una sorta di trinità diabolica che, in apparenza rovesciata di natura (come suggerisce la follia che scoppia nel paese di Tull da cui Roland riuscirà a liberarsi grazie a una sparatoria stile sfida all'O.K. Corall), ben si ricollega alle filippiche di inizio romanzo in cui una religiosa parla di anticristo e fine del mondo, individuando in Roland il figlio della perdizione. Nella versione del 2003 King sostituirà al termine Bestia quello di Re Rosso (da notare che la Bestia nell'Apocalisse di San Giovanni viene descritta come Drago Rosso).
La Torre, di cui ne L'Ultimo Cavaliere ci si limita a parlare, è un punto di congiunzione di molti universi e provoca distorsioni temporali che non seguono regole a noi conosciute. King chiude il testo in modo molto affascinante e aperto. Roland in riva al mare guarda un orizzonte senza fine, pregustando la battaglia finale che lo vedrà protagonista all'ombra della torre nera.

L'Ultimo Cavaliere ha valenza di opera introduttiva, ragione per cui alcuni personaggi restano appena sfumati e non approfonditi (aspetto che genera un po' di confusione e lascia in sospeso situazioni che, in un'opera unica, sarebbero state approfondite), sulla quale King andrà a costruire l'intera epopea supporto della sua intera produzione, con rimandi anche ad altri romanzi apparentemente disconnessi. La saga de La Torre Nera delinea il mondo kinghiano, in un'ottica trascendente e filosofica che sovente sembra sfuggire ai romanzi "più convenzionali" e di maggiore presa commerciale. Testo meno semplice del solito, caratterizzato da uno stile più ricercato, a momenti aulico, e dotato di contenuti intrinseci, addirittura di valenza simbolica, che si liberano dal tradizionale taglio commerciale. Ciò nonostante non mancano gli omaggi all'horror e a quei prodotti crudi e duri reminescenze della vecchia narrativa pulp. King non lesina in picchi di violenza, come un falco che estirpa a suon di beccate un occhio o un gruppo di mutanti a cui Roland, che corre su un carrello spinto a trazione muscolare sui binari, fa saltare le teste a suon di pistolettate.
Senz'altro un volume da leggere, definito da King hard fantasy sulla scia della produzione di Karl Edward Wagner, autore, non a caso, legato alla narrativa di Robert Ervin Howard. Consigliatissimo ai fan di quest'ultimo autore.

La copertina della prima versione
in italiano.


"Tutto nell'universo nega il nulla; ipotizzare un limite è l'unica assurdità.".

domenica 23 febbraio 2020

Recensione Narrativa: SHINING di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: The Shining.
Anno: 1977.
Genere:  Horror.
Editore: Bompiani.
Pagine: 590.
Prezzo: 14.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

INTRODUZIONE ALLA LETTURA
Dopo It (1986), Shining è probabilmente il romanzo più conosciuto firmato da Stephen King, grazie soprattutto alla trasposizione cinematografica realizzata, tre anni dopo, dal genio di Stanley Kubrick.
Il maestro del Maine lo scrive alla giovane età di trent'anni, quale suo terzo romanzo ufficiale dopo Carrie (1974) e l'omaggio stokeriano Le Notti di Salem (1975). L'idea è frutto di esperienze personali, quali il terrore del blocco dello scrittore (vero e proprio incubo, peraltro ingiustificato data la prolificità dell'autore, che fungerà da leit motiv di molti romanzi successivi) e la difficoltà di manlevarsi dal vizio dell'alcool. King converge qua molte delle sue paure intime, in un contesto familiare in cui si riversano problematiche connesse all'adolescenza e che irromperanno proprio in quella violenza che si è cercato di disinnescare a ogni costo. Non sono un mistero le interviste che l'autore rilascerà, anni dopo, in cui rivelerà di aver avuto gravi problemi d'alcool e di dipendenza da sostanze stupefacenti, tanto da spingere la moglie Tabitha a gesti estremi, come svuotare una scatola contenente coca e psicofarmaci davanti ad amici per mostrare i vizi nascosti del marito, fino a urlargli in faccia la fatidica frase "o smetti o te ne vai!"
Non a caso, King parlerà di Jack Torrance, uno dei protagonisti di Shining, quale di un suo fedele alter ego.
Se la matrice dei personaggi è legata all'intimo dell'autore, a delineare il contesto scenografico in cui ambientare la storia fu un soggiorno, avvenuto nel 1973, da parte di King presso lo Stanley Hotel (proprio nella stanza 217 che viene citata nel testo), una struttura in Colorado da 140 stanze situata in vista del Rocky Mountain National Park e chiusa nella stagione invernale. Un albergo in cui, secondo molte leggende metropolitane, sarebbero presenti attività ectoplasmatiche registrate soprattutto nella sala da ballo (proprio come avverrà nel romanzo). Dunque una concezione molto vicina all'esperienza dell'autore, bravo a trasformare in chiave fantastica quanto percepito nella vita comune. King, tuttavia, da grande cultore di cinema si ispira anche a un film uscito appena l'anno precedente: Ballata Macabra (1976) di Dan Curtis, a sua volta tratto da un romanzo di Robert Marasco intitolato Burnt Offerings. Dal film King prende l'idea della magione che irradia una crescente e sempre più marcata influenza sugli occupanti della casa, presto vittime di deliri e di stati ansiogeni, al punto da potersi considerare una sorta di creatura vivente che si nutre dell'energia degli uomini per rigenerarsi.
Originale o meno, il romanzo ha fin da subito un successo editoriale pazzesco, finendo per catturare uno Stanley Kubrick alla caccia di un prodotto commerciale da cui sollevarsi dalle perdite economiche subite con il lento Barry Lindon. La prima edizione rilegata vende 47.000 copie, mentre la prima edizione economica arriva a vendere 4 milioni di copie.
In Italia arriva nel 1978 e viene inizialmente edito col titolo UNA SPLENDIDA FESTA DI MORTE, per via del ballo fantasma (che trae linfa dal racconto La Maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, c'è anche una citazione esplicita allo scrittore inglese Algernon Blackwood che era soprannominato, per la sua abitudine di raccontare storie di fantasmi, The Ghost Man ovvero Lo Spettro) che prende piede nella parte terminale del romanzo e in cui Jack Torrance sprofonda in un delirio omicida irreversibile, parlando con esseri ectoplasmatici che ne incalzano l'ira. Si tratta di un'edizione da collezionisti, comunque acquistabile a prezzi ragionevoli, poi superata dal successo del film di Kubrick così da essere ristampata con titolo omonimo rispetto al film e con il faccione deformato di Jack Nicholson (il Jack Torrance al cinema) che urla mentre sfascia con l'ascia la porta del bagno in cui si è asserragliata la moglie. Difficile trovare persone che non conoscano il film, da alcune classifiche qualificato quale il miglior horror mai girato dopo L'Esorcista. Il romanzo, e anche il film, avrà un sequel, pubblicato nel 2013 da King, dal titolo Doctor Sleep.

La prima copertina italiana del volume
ricollegata alla frase che viene
ripetuta più volte nel romanzo:
"GIU' LA MASCHERA A MEZZANOTTE!"

LA RECENSIONE DEL ROMANZO
Romanzo complesso formato da due anime. Da una parte è una moderna ghost story, dall'altra è una contemporanea tragedia sulla disperazione e sugli orrori familiari. King è abile a caratterizzare i personaggi, a scandagliare nel loro passato, così da realizzare un'opera psicanalitica che va in scena in un ambiente chiuso che sostituisce i castelli d'impronta gotica con un hotel aperto nel periodo estivo ma in balia degli eventi atmosferici in inverno. E' qua dentro che si muovono, progressivamente, gli spiriti di coloro che, nel corso degli anni, si sono suicidati o sono stati trucidati all'interno. La struttura edilizia viene così proposta quale vera e propria creatura vivente, a caccia di energie umane per rigenerarsi. Il male comunica attraverso gli spiriti e prende possesso della mente di Jack Torrence, alimentandone le paranoie fino a indurlo a pensare di essere vittima di un complotto, ordito dalla moglie e dal figlio, per rovinarlo.
Se cambia il contesto non muta invece la passione dell'autore per la parapsicologia. Al centro della storia, infatti, c'è un piccolo bambino di sei anni (che, a momenti, parla come un adulto) dotato di quella che viene definita "la luccicanza". Si tratta di una dote che gli permette di avere poteri telepatici, di leggere nel pensiero e persino di prevedere il futuro e colpire con la forza della mente, ma anche di intravedere gli spiriti dei morti. Si tratta di caratteristiche che si ritrovano spesso nei romanzi di King, si pensi a Carrie (telecinesi), L'Incendiaria (pirocinesi) o La Zona Morta (chiaroveggenza), e che qua vengono intrecciate ad altre sottotracce. Tra queste figura la tematica dell'isolamento, nella fattispecie in mezzo a una bufera di neve che isola per mesi i tre protagonisti dal resto del mondo. Una situazione di vita che porta ad amplificare la fantasia, così da indurre un soggetto suggestionabile a discostarsi dalla realtà per cadere vittima dei deliri. In Shining tuttavia c'è altro, oltre la mera solitudine, a contribuire alla graduale discesa negli inferi della pazzia. C'è innanzi tutto una predisposizione caratteriale del protagonista Jack Torrance, un uomo che ha perduto il lavoro di professore (attività svolta dallo stesso Stephen King) per i suoi scatti d'ira e che è caduto nel vortice dell'alcool. Motivato dalla moglie, l'uomo ha deciso di ripulirsi dalle insane abitudini e di accettare la proposta di lavoro di custode dell'hotel Overlook, così da essere riabilitato e reinserito nel sistema scolastico. Purtroppo per lui finirà plagiato e contaminato dal male che pervave l'hotel. King guarda a Poe (La Maschera della Morte Rossa) e plasma una ghost story moderna, costruendo il romanzo in modo molto lento ma dalla tensione crescente. Piuttosto prolisso nella prima parte, Shining non spicca per ritmo, pur diventando sempre più interessante alla distanza in vista dell'epilogo tragico. La follia monta pian pianino. A differenza di quanto farà Kubrick nella trasposizione cinematografica, il personaggio di Jack Torrance involve da padre premuroso a folle che cerca di aggraziarsi lo spirito dell'overlook hotel (nel film tende a presentarsi fin da subito quale folle), brandendo mazze e urlando come un ossesso per gli interminabili corridoi della struttura. King è piuttosto violento e crudo. Indica fin da subito, attraverso i sogni del piccolo Danny, quello che succederà, stando ben attendo a dissiminare la storia di indizi che alla fine completeranno il puzzle di Shining. Jack Torrance prenderà a mazzate la moglie, parlerà in modo sporco e perderà completamente il controllo della ragione, tornando a bere in modo massiccio grazie all'intervento dei fantasmi dell'hotel. Il Jack Torrance che agisce però non è quello che i suoi cari conoscono, essendo piuttosto il veicolo attraverso il quale il male si serve per eseguire i suoi biechi fini. Jack Torrance diviene così una vittima travestita da carnefice.
A differenza di altri romanzi, si tratta di un testo assai quadrato, sospeso tra la follia paranoica e l'orrore soprannaturale. La distorsione mentale, all'inizio soggettiva e attribuibile a eventuali erronee valutazioni (si vedano le siepi che immortalano gli animali), lascia sempre più spazio alla concretezza dovuta all'influenza di spiriti maligni (le siepi si animano davvero e si scagliano contro chi cerca di frapporsi ai voleri dell'hotel). Siamo dunque alle prese con un horror a tutti gli effetti, pur se di una valenza metaforica che nasconde un orrore ben maggiore a quello fantastico ovvero la tragedia della violenza negli ambienti familiari e delle ragioni psicologiche (traumi adolescenziali, entrambi i genitori del piccolo Danny hanno avuto un'infanzia infelice, che si ripercuotono sui figli) che la sottendono.
La trasposizione cinematografica di Kubrick contribuirà a fare di questo romanzo uno dei capisaldi della narrativa del terrore della seconda metà del novecento. King non ne sarà troppo entusiasta, per via degli interventi in modifica operati da Kubrick. Tra questi la riduzione a mera isterica della moglie di Jack Torrance, così da renderla un personaggio secondario.

La locandina del film di
STANLEY KUBRICK
tratto dal celebre romanzo di King.

mercoledì 15 gennaio 2020

Recensioni Narrativa: CHRISTINE di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo OriginaleChristine.
Anno: 1983.
Genere:  Horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 634.
Prezzo: 12.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Ottavo romanzo di Stephen King, tredicesimo se si considerano i volumi firmati Bachman e il primo capitolo de La Torre Nera. King, pur avendolo steso tra il 1977 e il 1978, lo da alle stampe nel 1983, anche se in Italia giunge l'anno dopo. Fortissimo il legame con la cinematografia B-Movie americana. L'idea che funge da base al testo arriva da Richard Matheson ed è figlia del moderno modo di concepire l'orrore ovvero calare il male negli oggetti di tutti i giorni, piuttosto che concepire un elaborato trascendente o di valenza esoterica. Ecco che, nella fattispecie, una vecchia e decrepita Plymouth Fury del '58, vetusto modello automobilistico da destinarsi allo sfasciacarrozze, diviene il portale attraverso il quale si manifesta il male. 
Evidente lo stretto legame con Duel, racconto pubblicato da Matheson sulle pagine di Playboy nel 1971 e poi consegnato alla notorietà dalla trasposizione di Steven Spielberg, e soprattutto con il piccolo B-Movie La Macchina Nera, girato da Silverstein (regista del western revisionista Un Uomo Chiamato Cavallo) nel 1977. E' da questo film che viene mutuata l'idea di una macchina diabolica che, condotta dal male (la frase lancio del film era “il male guida la macchina nera”), va in giro senza conducente a travolgere e uccidere persone. Nonostante i forti debiti, non da ultimo il pulpissimo Convoy – Trincea di Asfalto (1978) di “Bloody Sam” Peckinpah da cui arriva il linguaggio volgare (a base di merdosi e odori di f...) che caratterizza il cattivo di turno, King riesce a mettere molto di suo. Infatti, se il soggetto è semplice, la caratterizzazione dei personaggi e il loro affrontare il passaggio dall'adolescenza alla maturità adulta è gestito con assoluta maestria.

La storia, ambientata a cavallo tra il 1978 e il 1979, vede uno sfigato diciassettenne, di nome Arnie Cunningham, invaghirsi di una vecchia auto completamente distrutta e abbandonata in un giardino con la scritta "Vendesi". Un vero e proprio colpo di fulmine, tanto improvviso quanto inspiegabile, che lo porta ad acquistare per un pugno di dollari l'auto. La cosa non viene vista di buon occhio dagli invadenti genitori, degli individui che hanno la pretesa di indirizzare ogni scelta del figlio, al punto da soffocarne ogni autonomia e con essa lo sviluppo. Neppure l'amico del cuore, Dennis Guilder, prende troppo a genio l'acquisto, specie quando apprende dei bizzarri fatti connessi al passato del vecchio proprietario, un rozzo ex militare di nome Roland LeBay che muore poco dopo la cessione. Sembra infatti che l'uomo vivesse in totale simbiosi con la macchina, al punto da darle un nome femminile (Christine). Inoltre all'interno dell'auto, in base al racconto del fratello del vecchio proprietario, sarebbero morte la figlia (strozzata da un boccone) e la moglie (suicidatasi con il tubo di scappamento) dello stesso. Arnie intanto subisce un'evidente metamorfosi, sia a livello psichico che fisico, inizialmente positiva. La faccia, colma di pustole e di acne (tanto da esser chiamato "faccia di pizza"), si libera da ogni difetto e assume l'aspetto non più da perdente. Muta anche l'atteggiamento. Arnie diviene sempre più coraggioso, resiste alle pressioni dei bulli e arriva a scagliarsi contro di essi, mettendoli in fuga. Atteggiamenti che non sfuggono a Leigh Cabot, la più bella ragazza del liceo che il giovane frequenta. Questa, per lo stupore dell'intera cittadina di Libertyville (Pennsylvania) dove si è da poco trasferita, si innamora del giovane, sebbene non sia prestante fisicamente (a differenza dell'amico del cuore Dennis, che è un giocatore di football) né sia particolarmente bello.
King è abile a intessere i dialoghi (molto giovanili e di facile presa per un pubblico di giovani lettori), a mostrare i primi approcci amorosi che caratterizzano la vita degli adolescenti liceali. Per metà del romanzo succede poco o nulla, di terrore e di fantastico non se ne intravedono le coordinate. Emerge solo il rapporto morboso che lega Arnie Cunningham alla sua macchina, la quale sembra percepire il calore e l'affetto che il giovane prova per lei. A poco a poco, con un che di magico, torna ad acquisire lo splendore di un tempo. Nessuno riesce a capacitarsi del miracolo, poiché Arnie, pur apportando alcuni interventi presso un'officina gestita da un trafficante di droga e di carichi clandestini (per il quale finirà presto col collaborare), sembra non dedicarsi troppo agli interventi, ma passa il tempo ad ascoltare vecchi pezzi rock. L'auto è alquanto strana. E' dotata di un contachilometri che scorre al contrario e salendoci sopra offre delle strane sensazioni agli occupanti. Odori di putrefazione si liberano dalla tappezzeria, impressione di muoversi in una cittadina di venti anni prima che scorre dai finestrini, occhi che affiorano dal cruscotto al posto delle spie, sono gli aspetti più ricorrenti che inducano chi vi sia salito sopra a rifiutarne ulteriori passaggi.
Arnie si impegna, cerca di fare di tutto per far accettare la sua macchina, ma vanamente. Ognuno, lui stesso compreso, guarda ai propri interessi e cerca di imporre la propria volontà agli altri. Vessato dai genitori che non gli riconoscono i meriti e si dicono preoccupati della sua gestione economica (rifiutandogli persino di parcheggiare l'auto nel vialetto di casa), infastidito dalla nuova fidanzata che arriverà a chiedergli di scegliere tra lei e la macchina (di cui è gelosa e da cui si dice convinta di esser odiata) e minacciato da un gruppo di bulli per nulla contenti del modo in cui sono stati trattati, Arnie involverà in un'altra persona. Non una qualunque, ma quel Ronald D. LeBay che gli ha venduto la macchina. Ne assumerà, inconsciamente, le abitudini lessicali, la grafia e gli acciacchi fisici. In poco tempo, il cacasotto Arnie Cunningham diventerà qualcuno di estraneo sia all'amico Dennis, ricoverato in ospedale per diversi mesi per un infortunio patito sul campo di gioco, sia alla fidanzata che, soprattutto, alla famiglia. King miscelerà così la tematica del road movie stile “La Macchina Nera” con una storia di possessione similar diabolica. In Arnie si trovano a convivere due persone.

La PLYMOUTH FURY del '58

Christine, la Plymouth del '58, si rivelerà inoltre capace di auto ripararsi. Nessun danneggiamento le sarà fatale. Ogni scontro e ogni colpo sarà riassorbito nel giro di pochi minuti. Guidata dallo spirito di LeBay, che apparirà in visione a più di un testimone col suo volto semi putrefatto o caratterizzato da un teschio, andrà a falciare tutti coloro che, a diverso titolo, hanno offeso Arnie oppure si sono rivolti contro la macchina. "Brutti Merdosi!" il grido di battaglia che guiderà ogni reazione emotiva.
King alza l'azione nella seconda parte del romanzo che si trasforma in una mattanza dall'epilogo tragico, in cui non manca il tradimento più grande che un ragazzo possa fare al suo migliore amico (come cantavano i Pooh: Non si puoooò!): il furto della ragazza (da intendersi non come rapimento). Quest'ultima, tutt'altro che seria (nonostante gli sforzi di King a farla passare per tale), dichiara amore a una serie di ragazzi, salvo poi cambiarli in continuazione (almeno tre in appena quattro anni). Ne deriva quindi, se non una giustificazione del male, una comprensione razionale dell'ira che guida lo spirito disilluso di LeBay e con lui di Arnie: due perdenti che hanno in Christine l'oggetto per presentare il loro salato conto di ristoro al male e alle vessazioni subite. LeBay, come Arnie, era stato bullizzato da bambino, deriso per i suoi modi di esporsi, deluso dall'ambiente militare di cui faceva parte e schiacciato da chi era più facoltoso di lui. Esperienze che lo hanno portato a maturare un crescente “rancore” che, per vie non descritte nel romanzo (ma comunque suggerite), era riuscito a veicolare nella sua Christine: l'unica creatura che davvero avesse amato. King sembra quasi voler richiamare, per assonanza, Anton LaVey (fondatore della Chiesa di Satana) così da far emergere una sorta di patto diabolico, a giustificazione del mistero che grava attorno all'auto soprannaturale e che non viene risolto da King ("LeBay si era reso conto di aver investito la sua Plymouth di un potere sovrannaturale") che permette all'uomo e al suo giovane “profeta” Arnie di eliminare chiunque loro desiderino, senza mai poter esser incastrati. King mette in scena le indagini della polizia, fa chiudere sempre più il cerchio attorno alla macchina, ma questa, nonostante la durezza degli scontri con le altre auto e persino con le mura di una casa, appare sempre perfettamente riparata e senza tracce ematiche. Neppure alla fine, quando il mistero sarà risolto, si potrà raccontare la vera storia... perché nessuno ci crederebbe.
L'epilogo non è troppo convincente, vede il regolamento di conti tra la macchina e Dennis, poiché Arnie ha scoperto la tresca amorosa che coinvolge la fidanzata con l'amico del cuore. Dennis, con l'ausilio di un autocisterna (detta “succhiacacca” per il suo esser destinata al recupero delle acque nere) riesce, dopo dura lotta, a distruggere l'auto o, almeno, così sembrerebbe. Il finale, difatti, lascia suggerire un eventuale sequel, che per fortuna non c'è ancora stato.

Storia dunque ben caratterizzata, giocata sull'emancipazione dall'adolescenza, che pone però l'indice anche sui cattivi effetti derivanti da un'educazione troppo asfissiante oltre che dall'inebriarsi per il fatto di possedere un qualcosa che, dal punto di vista della ideologia giovanile, permette di cambiare lo status. L'acquisto di un auto e la conquista della ragazza dei sogni diventano trampolini di lancio verso un radioso futuro, ma anche i possibili portali verso la discesa negli inferi della perdizione. In quanti si son rovinati per una relazione andata a finire male o per la passione legata a una velocità senza freni...? Donne e Motori, gioie e dolori diceva un grande saggio legato al mondo dell'automobilismo. Una massima che King sposa appieno. Il legame morboso a Christine e anche a Leigh porta alla distruzione del promettente Arnie Cunningham. Ecco che Christine si presta a essere un romanzo particolarmente gradito dai lettori adolescenti per la spiccata attitudine del testo a permettere una loro immedesimazione nei personaggi. Personalmente non mi sento troppo di condannare la diabolica Christine, senz'altro maligna, ma non macellaia. Con metodi sbagliati, interviene a danno di chi, in un certo qual senso, è responsabile di qualcosa. Da chi, in modo ipocrita (fingendo di aiutare chi si trova in difficoltà), ha rotto un'amicizia per acquisire un proprio vantaggio, a chi professa amore per poi passare da un ragazzo all'altro, a chi pretende di determinare la vita altrui come se fosse la propria, per finire a chi cerca di far valere la legge del più forte o si macchia di delitti che cerca poi di addossare ad altri. Come vedete, coloro verso i quali si muove Christine, a differenza di quanto avviene nel film La Macchina Nera, sono colpevoli e, a loro modo, dei "merdosi" come gli chiama, senza grande garbo LeBay, uno che va in giro a ripetere che non c'è odore più buono che quello di f... iat!

Stephen King tornerà, venti anni dopo, sul tema dell'auto soprannaturale con Buick 8 (2002), in cui troveremo un'altra auto dotata di vita propria e capace di auto-rigenerarsi. Sarò tra i pochi a dirlo, ma ho preferito di gran lunga questo secondo romanzo, sicuramente dotato di un epilogo più convincente e di una struttura più legata alla vecchia scuola fantastica. A differenza di Christine, Buick 8 si apre alla possibilità di un contatto tra due mondi distinti e paralleli di valenza multidimensionale. Christine sembra invece avere una valenza più da metafora che da reale racconto fantastico.

Giudicato da molti uno dei migliori romanzi di King, è stato trasposto nel giro di pochi mesi, abbastanza fedelmente pur se con modifiche necessarie a contenere la storia (lunga 630 pagine) in 110 minuti, da John Carpenter oltre che fungere da ispirazione al B-Movie Il Replicante (1986), dove si ritroverà l'auto che provocherà, per vendetta, incidenti spettacolari per poi ripararsi nel giro di un minuto e darsi la fuga, eludendo polizia e quanti intendano venire a capo del mistero. Un classico del primo Stephen King.

STEPHEN KING
siede sul cofano di una PLYMOUTH
del '58

"Questa è la storia di un triangolo d'amore. Protagonisti: Arnie Cunningham, Leigh Cabot e, naturalmente, Christine. Vorrei tuttavia che teneste presente il fatto che Christine entrò in scena per prima. E' stata il primo amore di Arnie e anche se non lo giurerei, penso tuttavia che sia stata il suo unico e vero amore. Per questo sostengo che ciò che avvenne fu una tragedia."

domenica 15 dicembre 2019

Recensione Cortometraggi DEEP SHOCK di Davide Melini.




ProduzioneLuca Vannella ("Avengers", "Thor", "Harry Potter", "Apocalypto", "In the Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick"), Alexis Continente ("Assassinio sull'Orient Express", "Transformers: The Last Knight", "Thor"), Vincenzo Mastrantonio ("Titanic", "Moulin Rouge", "La passione di Cristo", "Romeo + Giulietta"), Bobby Holland Hanton ("Il cavaliere oscuro - Il ritorno", "Game of Thrones: Il trono di spade", "Assassin's Creed", "007 - Quantum of Solace"), Ferdinando Merolla ("Troy", "Gangs of New York", "Hannibal Lecter - Le origini del male"), Roberto Paglialunga ("To Rome With Love").
Anno: UK, 2019.
Regia e Sceneggiatura: Davide Melini.
Genere: Thriller/Horror.
Colonna sonora: Giulio De Gaetano.
Fotografia: Juanma Postigo.
Montatore: Daniel Salinas.
Interpreti Principali: Muireann Bird, Francesc Pagés, George Bracebridge, Erica Prior, Luis Fernadez de Eribe.
Durata: 29 minuti circa.

Commento di Matteo Mancini
Dopo aver marcato tutti i record con l'horror dai tratti fantastici Lion (2017), divenuto il cortometraggio horror più premiato della storia del cinema mondiale con 284 premi all'attivo, il romano Davide Melini torna con un cortometraggio che promette di macinare ulteriori successi e che, a differenza del precedente, segue una strada più collaudata. Citazionista fin dal titolo, Deep Shock è un vero e proprio tributo alla cinematografia che ha formato il regista. Aiuto assistente ne La Terza Madre (2007) di Dario Argento, Melini concede il suo omaggio alla filmografia di Dario Argento e Mario Bava, ma anche ad altri registi quali Lamberto Bava e William Friedkin, realizzando un film dalla doppia traccia. Dapprima ghost story, poi omicidi alla Dario Argento e infine irruzione nel filone demoniaco in un cocktail che si presenta quale thriller deformato in horror.

Protagonista è una giovane ragazza (Sarah), interpretata dalla brava Muireann Bird (pescata dalle serie tv irlandesi), funestata da una serie di incubi scatenati dalle morti del nonno e della sorella maggiore. Melini propone una carrellata di articoli di giornali per presentare l'antefatto. La giovane, colpita da un profondo shock, vive una sorta di psicosi che la fa protendere a pensare di esser circondata da fantasmi che la inducono a imbattersi in corpi trucemente mutilati. In cura da uno psicologo e sostenuta da un prete, oltre che da una sorella, si troverà al centro di una tresca ordita da qualcuno che penserà bene di sfruttare le sue fobie per incamerarne la cospicua eredità familiare di cui è entrata in possesso.

Al grido "Il giallo all'italiana è pronto a far il suo ritorno", Melini realizza il suo prodotto più "commerciale", forse la sua perla, confermando quei continui miglioramenti già messi in atto con La Dolce Mano della Rosa Bianca (2010) e proseguiti con i successivi prodotti, forte dell'esperienza marcata quale assistente alla regia del serial anglo-americano-irlandese Penny Dreadful (2016), con attori come Josh Hartnett (lo ricordiamo, tra gli altri, in Pearl Harbor e in svariati film di Robert Rodriguez) ed Eva Green (nomination ai Golden Globe quale migliore attrice protagonista nei serial televisivi ottenuta proprio con questa serie), e del serial americano Into the Badlands (2016), infarcito di diverse star del circuito televisivo a stelle strisce.

Il film punta molto sul montaggio (notevole il movimento di raccordo tra la scena finale del prete che corre e la scena con l'assassino che si prepara a uccidere simulando un suicidio) del confermatissimo Daniel Salinas, già collaboratore del regista in Lion, e sulla regia che mantiene, pur non scandendo vorticoso ritmo, sempre alta la tensione. Melini si sbizzarrisce negli omaggi, tra Profondo Rosso (l'omicidio nella vasca da bagno, i primissimi piani sull'occhio), Tenebre (l'inizio con i guanti che stralciano fogli con il background di un focolare), Non Ho Sonno (la testa sbattuta nel muro col dettaglio dei denti che si rompono), La Casa con la Scala nel Buio (una pallina che rimbalza da una scala) e I Tre Volti della Paura (si cita l'episodio della ragazza che viene minacciata al telefono da uno sconosciuto), giocando con i cliché del genere e gli effetti sonori. Non mancano alcune inquadrature modaiole con l'ausilio dei droni, sebbene il nostro interesse ricada proprio su quegli aspetti tradizionali del tempo che fu. Così registriamo la presenza di un killer con guanti, impermeabile nero e cappello in stile L'Uccello dalle Piume di Cristallo, ma anche scene immerse in una nebbia dalla caratterizzazione onirica (visto che si maniesta in un interno) oppure sotto la pioggia, per non parlare dell'irlandese Lorna Larkin che appare a seno scoperto come una novella Edwige Fenech che esce dalla doccia. Abbiamo già fatto notare la componente horror, ascrivibile al filone satanico per effetto di croci che si capovolgono prendendo fuoco, bibbie le cui pagine scorrono vorticosamente senza esser mosse da alcun dito e poi indemoniati che parlano con voce cavernosa inducendo chi dovrebbe combatterli a una morte che evoca l'epilogo de L'Esorcista.

Melini è bravo alla regia, mai banale, ed è culturalmente preparato al genere. Armato di Red Epic Dragon a 6K, studia a tavolino le sequenze, cura il dettaglio e soprattutto muove sempre la macchina, evitando noiose riprese dal cavalletto. Notevoli almeno tre sequenze (non poche per un corto) tutte nei momenti di maggior impatto emotivo, a dimostrazione dell'attitudine del regista al genere. La sequenza più riuscita è forse l'attacco satanico al prete, in cui Melini, forte di un bellissimo primissimo piano sul volto di Bracebridge che viene illuminato da una luce satanica, lascia allo spettatore il compito di immaginare chi o cosa si sia manifestato al cospetto del religioso.

Molto bene gli effetti digitali e il make up, con momenti di gore assai disturbanti. La fotografia invece convince meno, specie negli interni. Postigo opta per un taglio cupo, dove sembrano esser stati adottati dei filtri blu che non rendono sempre pulitissima l'immagine. Interessante invece il contrasto con la parte finale (dove la luce vince le tenebre), solarissima e caratterizzata da un'esplosione di colori assai bella. Una soluzione, quest'ultima, che sembra più nelle corde dell'autore. 

Confermatissimo il cast tecnico, a partire dalla produzione (la stessa di Lion). L'unica novità di rilievo si registra alla colonna sonora dove Giulio De Gaetano, al debutto, assolve bene al compito.
Professionali le interpretazioni. Se la cavano molto bene tutti, specie George Bracebridge (nei panni del prete) e la protagonista (bravissima all'epilogo). 

Il film è stato girato in lingua inglese.

In definitiva Deep Shock è un cortometraggio che tiene in tensione e regala brividi, incollando alla visione (pur scegliendo, in alcuni frangenti, la scorciatoia del sogno che cancella quanto visto in precedenza o dell'effetto, tipico della ghost story hollywoodiana, che fa saltare sulla poltrona per l'improvvisa comparsa di un volto). Piacerà senza ombra di dubbio a tutti gli appassionati del thriller e dell'horror all'italiana, pur avendo una cura che lo avvicina più a un prodotto americano. Molto più professionale che artigianale. Essenziale nella sceneggiatura, dialoghi ai minimi termini, storia portata avanti con l'artificio del narratore/giornalista fuori campo.

Uscito a fine giugno 2019, il corto ha già conquistato 37 premi ed è in competizione ufficiale per il David di Donatello 2020. Siamo certi di poter dire che ripeterà il successo di Lion, con la speranza che possa finalmente fungere da trampolino di lancio per Melini verso la direzione di un lungometraggio.

Abbiamo sentito il regista che, in riferimento a Deep Shock, così ci ha risposto: "Ho cercato di ricreare la stessa magia degli anni 70, utilizzando peró le nuove tecniche. Perció la villa, i fantasmi, la pallina, la pioggia, la nebbia, il gatto e quasi tutti gli ingredienti che hanno reso celebre questo genere. Oltre a una semplice storia gialla, c'é di mezzo anche l'horror: sono due storie in una.."

Per chi voglia curiosare ulteriormente ecco dove rivolgersi.

- Teaser Promozionale (in 4K): https://www.youtube.com/watch?v=wJVeMjjNPfs&t=4s

- Pagina IMDB: https://www.imdb.com/title/tt2277640/?ref_=nm_knf_i3

- Facebook: https://www.facebook.com/DeepShockDavideMelini

- Twitter: https://twitter.com/DeepShock_2017

- Instagram: https://www.instagram.com/deepshockfilm
Dopo i 284 premi ottenuti da LION,
Davide Melini, tra George Bracebridge e Muireann Bird, 
confeziona il suo tributo al thriller italiano degli anni '70.


mercoledì 27 novembre 2019

Recensione Narrativa: LA COLLINA DEI SOGNI di Arthur Machen.



Autore: Arthur Machen.
Titolo Originale: The Hill of Dreams.
Anno: 1907.
Genere: Fantastico.
Editore: Il Palindromo, 2017.
Pagine: 286.
Prezzo: 18,00 euro.

A cura di Matteo Mancini.
The Hill of Dreams è il tribolato prodotto di diciotto mesi di duro lavoro e di dieci anni di lunga attesa per vedere quella luce che solo la pubblicazione può offrire a un lavoro affondato nella polvere del proverbiale cassetto. Arthur Machen lo confeziona dopo i vari Il Gran Dio Pan (1894) e I Tre Impostori (1895) che, col passare degli anni, diventeranno le opere più conosciute della sua produzione ma che, all'epoca, non ebbero immediato successo. L'obiettivo dell'autore, tacciato dalla critica di essere un imitatore di Robert Louis Stevenson, è quello di proporre un qualcosa di più personale e, se vogliamo, autoriale. Ispirato da un'introduzione di Charles Whibley al romanzo Tristam Shandy  di Laurence Sterne, Machen decide di sviluppare il tema della solitudine, dell'isolamento e del distacco dell'umanità per scrivere quello che lui definirà un "Robinson Crusoe dell'anima."

The Hill of Dreams è, innanzi tutto, un romanzo sprovvisto di una vera e propria trama, sospeso tra immaginazione e realtà, dove il fantastico è puramente mentale, prodotto di un'evasione autoindotta da un mondo che il protagonista non accetta (a ragione) come proprio. In altri termini, è una fuga mentale dalla realtà che non può che avere un epilogo tragico. Non a caso, è stato definito "il libro più decadente della lingua inglese." A differenza di Huysmans (pensiamo a Controcorrente, 1884) o a Oscar Wilde (Il Ritratto di Dorian Gray, 1891), Machen toglie del tutto la valenza esteta che dominava i romanzi manifesto dei due importanti precursori del movimento. Il suo Lucian è un personaggio che, pur lottando, non riesce a integrarsi in una società che trova corrotta dall'ipocrisia e da valori materiali che portano gli integrati a interessarsi a banalità e a giudicare quale degenerati e un po' "tocchi" tutti coloro che scelgono vie diverse. Lucian vorrebbe diventare uno scrittore e, già questo, lo porta a essere indicato dai concittadini gallesi quale un vagabondo che nella vita non otterrà niente di concreto. Essere un sognatore diviene così sinonimo di persona stramba, persino malata. Inevitabile l'isolamento a cui il giovane andrà incontro, dapprima in modo sofferto e poi, via via, accettato e subito, con l'intento mentale di dissociarsi dal grigiore quotidiano, persino della metropoli londinese, per trovare nella letteratura e, prima ancora, nei viaggi mentali il luogo in cui soddisfare il proprio animo. "Per lui le persone non erano che esseri nocivi, capaci solo di avvelenargli la vita con parole caustiche e di disprezzo."
Lucian è dunque una sorta di tossicodipendente erudito, poiché come coloro che assumono sostanze stupefacenti si abbandona ai viaggi mentali in cui vede rivivere la mitica città romana di Isca Silurum e tutti i riti connesi, in un mix che miscela paganesimo e cristianesimo, ma anche cultura celtica e romanica.

Machen sviluppa qua una metodologia narrativa, non facile da seguire, assai densa e prolissa, sicuramente non consigliabile ai lettori medi (non a caso faticò non poco a trovare un editore), su cui ritornerà in seguito, con elaborati quali Un Frammento di Vita, L'Avventura Londinese o L'Arte del Vagabondaggio Il Cerchio Verde. Tale metodologia si sostanzia in una trama assai poco delineata che trae linfa dalle emozioni provate dal protagonista nei suoi continui pellegrinaggi, ora in campagna e ora in città. Il camminare, il vedere costruzioni o boschi, diviene lo stimolo per evadere, creare mentalmente situazioni che forzano e piegano la realtà, delineando un corridoio di fuga in cui stordirsi per vincere la solitudine.

In questa evoluzione/involuzione, Lucian cerca di cogliere quel successo letterario che lo porterebbe a manlevarsi dal suo sentirsi fallito, dal suo cercare di plasmare la "grande opera". Il suo è uno stimolo che non è legato a un'affermazione economica né, tanto meno, a un riconoscimento del valore letterario (che non potrebbe mai avere perché la massa non è in grado di comprenderlo). Niente di tutto questo. Il suo è un obiettivo egoistico, di realizzazione spiriturale. Un proposito ambizioso e coraggioso che non riuscirà a centrare, idealizzando tutto, a partire dalla figura della donna, vista con una cifra poetica che si rivelerà lontana dalla realtà, tanto da assumere una connotazione da eroina salvatrice. Il principio di Lucian è tuttavia chiaro e stoico (in aperta polemica con gli editori orientati al riscontro economico e non alla qualità autoriale): "Meglio fallire cercando di raggiungere la grandezza, piuttosto che avere successo nella mediocrità; aveva giurato a sé stesso di preferire l'ultimo posto alla scuola di Cervantes invece di essere il primo all'accademia dei vari Un Brutto Ceffo da Battere o Il Matrimonio di Millicent."

Machen mette molto di sé nel testo, tanto da farne una semibiografia estremizzata nei contenuti e votata al pessimismo più nero. In The Hill of Dreams ci sono tutte le delusioni vissute dall'autore, il sogno per un amore impossibile (la delusione nel constatare la difformità tra la romantica visione della donna idealizzata e la cattiveria e crudeltà di quelle conosciute: "la lingua della donna era velenosa per natura, così come i denti della vipera; andavano evitate entrambe"), le difficoltà editoriali (che comprendono anche furti che vanno oltre al mero plagio), il ripudiare la società moderna, rimpiangendo i fasti dei tempi che furono. Soprattutto però c'è la forte critica alla contemporaneità, gli uomini moderni sono i responsabili della morte dello spirito artistico e, con esso, del decadimento della cultura umana, sempre più orientata alle frivolezze e alle banalità, con il consequenziale appiattimento generale. "Questa immonda sozzura era stata modellata in forma umana soltanto per scodinzolare e sbavare davanti ai ricchi, nella convinzione che ogni nefandezza compiuta non sia tale se benedetta dal potere costituito, e che ogni meschinità nei confronti dell'umile e dell'oppresso non sia mai abbastanza raffinata... L'Umanità spendeva le proprie energie in cose inutili; la creatività dell'uomo contemporaneo si era estrinsecata in sciocchezze... Il sapere degli antichi veniva irriso perché le persone del suo tempo non erano più in grado di leggere il significato riposto nei simboli; si fermavano alla loro apparenza."
Ecco che riaffiora il conservatorismo di Machen, il suo guardarsi alle spalle per ripescare i valori perduti e dimenticati, cancellati da un progresso illusorio essendo tale sotto il mero versante economico, ma non certo culturale. E allora ecco la frase simbolo che sottende la filosofia di Lucian: "Soltanto nel giardino di Avallaunius è possibile scoprire la vera e sublime scienza." Il vero obiettivo della vita dell'uomo non è da ricercarsi nel successo sociale, bensì nel divenire padrone delle proprie percezioni col fine di ascendere, di conquistare l'anima. Questo era l'obiettivo degli alchimisti e in questo deve decriptarsi il simbolismo alchemico dagli stessi delineato in tanti anni di storia. La trasmutazione del piombo in oro sottindendeva qualcosa di diverso e la pietra filosofale capace di trasformare in oro i metalli vili altro non simboleggerebbe che l'oro delle percezioni più raffinate. Lucian tenta di perseguire queste percezioni più raffinate attraverso la letteratura. "La letteratura è l'arte voluttuosa di evocare sensazioni sublimi con le parole." Questa è l'unica vera scienza che dovrebbe interessare l'uomo superiore. "L'Alchimista non perseguiva gli agi e i lussi di questo mondo!"

Crudissimo il finale, in cui Lucian, ormai deceduto e socialmente fallito (tanto da non avere amici e vivere da eremita, solo nella confusione londinese), viene deriso da due uomini comuni che, vedendo quanto ha lasciato sulla propria scrivania, reputano illeggibile e incomprensibili i suoi appunti, adducendo per giustificare il tutto una qualche malattia mentale o un'alterazione psicofisica riconducibile all'assunzione di una qualche droga. Viene così da sottolineare quanto non vi sia gloria e soprattutto comprensione per i sognatori e per coloro che cercano di superare il velo che separa questa triste e mediocre realtà da ciò che il mistico spera di intravedere e conquistare certo di una sola cosa nella vita: la caducità della materia e di quanto ruoti attorno a essa (potere, denaro, successo).

The Hills of Dreams diventa così una sorta di apologia alla fuga dal mondo contemporaneo, un non voler uniformarsi alla mediocrità a costo di autodistruggersi pur di rispettare se stessi. "Meglio sprofondare in una vaga malinconia, smarrirsi nei labirinti di una città maledetta da secoli, vagabondare in un miserabile deserto di rocce, pur di non destarsi nella certezza di una sofferenza insopportabile, e dover così confessare che sarebbe stato più saggio trovarsi un buon impiego, tosto che tentare un'impresa impossibile." Del resto chi ci assicura che la vita non sia davvero un sogno...? E se tale deve essere, forse, è opportuno renderlo avventuroso come solo i sogni sanno essere e non grigio e banale in ossequio alla proposta offerta da una massa che, per ricordare un vecchio adagio di Kierkegaard, non può che essere mediocre e refrattaria al senso artistico.

Capolavoro, infarcito di belle frasi e molteplici spunti riflessivi, ma indirizzato solo ai cultori e ai lettori di prodotti non commerciali. Ha di contro un alto tasso di prolissità, uno sviluppo non lineare che rende talvolta difficile mantenere alta l'attenzione.



"L'uomo comune odia l'artista per la paura istintiva di tutto ciò che devia dall'ordinario."

giovedì 14 novembre 2019

Recensione Narrativa: IL CERCHIO VERDE di Arthur Machen



Autore: Arthur Machen.
Titolo Originale: The Green Round.
Anno: 1933.
Genere: Fantastico.
Editore: Providence Press, 2018.
Pagine: 192.
Prezzo: 17,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Testamento letterario di Arthur Machen che, a settanta anni, chiude la sua carriera di narratore con un testo che si pone a metà strada tra le dissertazioni saggistiche che rievocano L'Avventura Londinese o L'Arte del Vagabondaggio (1924) e i racconti incentrati sulla tematica del piccolo popolo, avviciandosi a quel Un Frammento di Vita (1923) di recente pubblicato dalle Edizioni Hypnos di Andrea Vaccaro.
Un volume non sempre di agevole lettura, per il suo interrompere e riprendere la narrazione degli eventi alternandoli persino a studi operati dal protagonista concentrati su testi relativi al mondo delle fate (ragione per cui, probabilmente, finirà per essere perseguitato dai rappresentanti del piccolo popolo, pur pensando di esser preda di allucinazioni e di essersi immaginato tutto). Un modo di procedere in virtù del quale, grazie anche ai resoconti di uno psicologo e di altri testimoni oculari, Machen torna più volte sui medesimi fatti, quasi a forgiare un romanzo corale in grado di offrire molteplici punti di vista e che, per questo, a mio modo di vedere, non si rivela adatto a un pubblico medio. L'autore parte da una serie di commenti pubblicati in un presunto giornale relativi alle innovazioni apportate alle infrastrutture di una cittadina balneare meta di turisti, sottolineando la sua posizione di anti-progressista, per poi passare ai bizzarri accadimenti che perseguitano il protagonista, un solitario in vacanza che si sforza, per vincere un esaurimento nervoso, di diventare socievole salvo poi esser sempre più isolato dagli altri turisti. Da qui si procede in base a una serie di interrogazioni introspettive sulla potenza menzoniera del sogno e di come questo, quando realistico e ancorato ai dati reali, desti confusione nella mente di chi lo ha concepito, sempre più in difficoltà a discernere tra la realtà e il sognato. A volte però l'assurdo irrompe davvero nella realtà ed è qui che la mente umana rischia di esplodere, non più legata al confortevole mondo dell'esperienza e in balia di un occulto che, in quanto tale, assume l'emblema di un'oscurità che avvolge un viandante smarritosi dentro la propria abitazione e per questo costretto, per cercare la luce, a battere da un angolo all'altro delle proprie stanze.

Machen, in altre parole, si concentra su più argomenti e concede la sua visione filosofica per alcuno di essi. Si passa dalla capacità di suggestionare dei sogni, all'esistenza di una realtà altra a quella percepita quale unica dagli uomini comuni, un mondo evanescente e rumoroso che, pur essendo caratterizzato da un'intensa luce, può essere solo intravisto, allo stesso modo degli esseri che vi fuoriescono (delle specie di gnomi dal volto invecchiato e dalla silhouette di bambini). Creature, queste ultime, pronte a sconvolgere la tranquillità quotidiana (sembra per capriccio e dispetto). Portale d'accesso al mondo nostro, da cui tutto ha inizio nel volume oggetto di analisi, è il cerchio verde ovvero un anfiteatro naturale ricoperto di erba e fiori collocato nella cittadina balneare di Porth, in Galles. Sembra che sia uno dei tanti luoghi punto di contatto tra le due realtà. La particolarità del racconto, contrariamente ad altri simili fenomeni, sta nel fatto che gli eventi straordinari finiscono col seguire il soggetto anche una volta che questo è ritornato a casa e ha esaurito la sua vacanza, così da determinarne una nuova crisi nervosa e la fuga all'estero.

Al di là della tematica centrale, che ripetiamo è miscelata a capitoli di valenza saggistica e che non propone un grande campionario di eventi, finendo per soffermarsi su una serie di ripetuti avvenimenti che sembrano suggerire l'azione di un poltergeist, non vengono risparmiati, tra una peregrinazione e l'altra per le vie di Londra (usando come valvola di studio l'ipotetico testo A London Walk che il protagonista si ostina ad analizzare), gli strali contro lo sviluppo londinese in particolare e dell'Inghilterra in generale. Questo viene prospettato in un'ottica negativa quale deturpamento delle bellezze ambientali proprie delle origini. Una posizione che l'autore mutua anche per analizzare, con accezione negativa, il progresso scientifico. La scienza è destinata a fallire per il suo voler ricondurre tutto sotto le sue limitate conoscenze, al punto da accettare un evento e riconoscerlo come possibile solo quando è stato compreso, ignorando tutto il resto ivi compresa l'evidenza di quei fatti non spiegabili. Eloquente l'epilogo del romanzo in cui Machen, al cospetto con l'inspiegabile, opta per una soluzione sofista ovvero "credo non ci sia risposta a questo mistero, Faremmo meglio a dire: Noi non parliamo di queste cose." Una chiusura su cui l'autore conclude il suo lungo rapporto con ciò che si cela oltre i veli dell'ignoranza, quasi a voler lasciare un testimone alle nuove generazioni, suggerendo una vita orientata ad andare oltre le apparenze e a cercare la verità laddove solo gli eletti e i poeti possono spingersi, a rischio però della propria sanità mentale (immancabile monito).

Due parole in conclusione a favore della Providence Press, impegnatissima tra l'altro nell'attività di divulgatrice della narrativa del grande Robert Ervin Howard, che, per prima, ha pubblicato questo inedito in Italia, contribuendo a rendere sempre più accessibile la narrativa di un autore monumentale nel panorama fantastico e del terrore, un maestro che ha ispirato larghe schiere di scrittori, a partire da H.P.Lovecraft per giungere a Stephen King (si legga il racconto di questi, N., inserito in Al Crepuscolo o la dedica iniziale resa all'inizio del romanzo Revival).
Di spessore la postfazione dello studioso ed esperto Giacomo Ortolani, senz'altro fondamentale per la comprensione di un testo non troppo indicato a chi voglia avvicinarsi per la prima volta alla lettura di Machen e, soprattutto, ai lettori medi, ma imperdibile per gli studiosi di Arthur Machen.
Da notare l'esistenza di un volume a serie limitata sempre edito dalla Providence Press, si parla di 59 copie, contenente, in aggiunta, tre racconti inediti di Machen.

Il buon vecchio 
MACHEN.

"L'immensa lacuna delle mie conoscenze, riguardo a questo ampio cerchio di eventi, mi impedisce di accettare tali fenomeni, nonostante il loro incredibile impatto. E ciò significa che la mente scientifica è riluttante ad accettare isolati fenomeni sovrannaturali che non abbiano una qualche teoria che li sorregga, un qualche logos che li razionalizzi, un qualche schema in cui possano essere catalogati."