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lunedì 29 settembre 2014

Recensione Narrativa: UN BROCCO PER VINCERE di Renzo Castelli.


Autore: Renzo Castelli.
Prefazione: Alberto Giubilo (telecronista numero 1 dell'ippica di tutti i tempi)
Anno: 1978.
Genere: Narrativa sportiva.
Pagine: 150.
Editore: Malipiero.
Prezzo: 7 euro (acquistato in trattativa privata).

Commento Matteo Mancini.
Volume non facilissimo da reperire dato alle stampe nel lontano 1978 dal giornalista pisano Renzo Castelli e finito fuori catalogo (non è menzionato neppure su anobi), meritevole tuttavia di esser rispolverato dall'oblio e magari ripubblicato per esser reintrodotto sul mercato.
Autore molto prolifico, interessato soprattutto all'ippica e alla storia pisana, Renzo Castelli, per una volta, abbandona i panni di storico/giornalista per (ri)scoprirsi narratore. E' notorio l'amore di Castelli per lo sport in generale, ricordo il suo volume dedicato a Romeo Anconetani - indimenticabile presidente del Pisa Calcio - e più in particolare per i cavalli. Passione quest'ultima seminata in gioventù, quando l'adolescente Castelli frequentava il Prato degli Escoli da spettatore, sbocciata in una tesi di laurea in scienze politiche intitolata "Il Ruolo del Cavallo nell'Economia" e fiorita con articoli su giornali di caratura nazionale, conduzione di trasmissioni locali a tema, interviste e volumi specifici, tra i quali ricordo Ribot, Cavallo del Secolo e Le Cento Corse, Uomini e Cavalli in un Secolo di Storia Pisana: due opere immancabili per gli amanti del settore, specie se pisani. 

Un Brocco per Vincere è un libro diverso dai soliti di Castelli. Non siamo alle prese con un saggio né con una cronaca o un resoconto di accadimenti storici, anche se la maggiore predilezione dell'autore verso questi formati si sente e viene assorbita dal lavoro finale. Questa volta il buon Renzo vuole qualcosa di diverso, probabilmente perché cerca di superare la cortina di puristi e addetti ai lavori allo scopo (nobile) di avvicinare al mondo delle corse persone che non hanno neppure idea di cosa sia il mondo equestre. Sono emblematici, a tal riguardo, due passaggi. Il più evidente è quello costituito dall'atteggiamento assunto dal professore della ragazza che poi diverrà la fidanzata del protagonista. Quest'ultimo, pur essendo una persona colta, ignora totalmente l'ambiente al punto da credere che le uniche corse ippiche esistenti siano quelle al trotto. Il secondo riferimento, anch'esso palese, viene evidenziato dalla presenza di innumerevoli note a pie' di pagina inserite per spiegare termini gergali e altri tecnici piuttosto elementari, ma che potrebbero suonare come neologismi ai non appassionati. Dunque il nostro sceglie la via della narrativa, affidandosi a un romanzo breve ambientato nel mondo dell'ippica italiana (settore galoppo) degli anni '70, con un occhio di riguardo a Barbaricina (località posta tra Pisa e San Rossore, un vero tempio storico dell'ippica patria natale di fantini eccellenti come Regoli, Camici e Parravani) e agli storici fantini inglesi (un nome su tutti: Thomas Rook) che, di fatto, l'hanno fondata a fine '800 come dimostrano i nomi delle vie oggi a loro dedicate e i continui omaggi sparpagliati da Castelli nel testo e sintetizzati dall'origine dell'allenatore co-protagonista della storia, una sorta di Federico Tesio dei tempi moderni, ma di origine anglo-pisana.

Matteo Mancini con tre dei volumi più importanti
in ambito ippico firmati da Renzo Castelli.

Il soggetto è molto semplice, ma portato avanti con gusto e ritmo sollecito. Qualcuno, con la puzza sotto il naso, potrebbe avanzare la critica di non trovare un elemento forte che funga da catalizzatore dei fatti narrati. Difatti il filo conduttore, comunque presente, è un po' debole, sfilacciato dal cospicuo arco temporale che copre l'intera vicenda e che Castelli dilata a piacimento ricorrendo al filtro del ricordo del protagonista, come dimostra il prologo in cui si innesca il flashback del fantino intento a volare sopra l'oceano per andare a montare in una classica americana e, al contempo, a meditare sulla propria vita. Tale critica sarebbe ingiusta e soprattutto errata, in quanto dimostrerebbe che il lettore ha capito ben poco dello spirito di fondo. Quello che l'autore sembra proporsi non è tanto il raccontare una storia di fantasia, bensì utilizzare l'espediente narrativo per spiegare le mille facce del mondo dell'ippica. Ecco che sotto questa nuova luce emerge la sostanza dell'opera, un romanzo in cui i ruoli dei protagonisti vengono ad assumere una veste secondaria, fagocitati dall'intero sistema. E' il mondo ippico il vero protagonista della storia, un mondo fatto di cavalli che vanno e vengono, così come i loro fantini e gli artieri di una scuderia importante, la quale viene presentata alla stregua di un porto di mare. E allora diventano importanti le caratterizzazioni dell'elevato numero di personaggi che vanno a intrecciare le loro sorti, compito che Castelli assolve con grande maestria tracciando i profili più ricorrenti delle figure che popolano l'ambiente in questione. Così ecco che abbiamo i veri professionisti divisi in tre categorie: i romantici che rispettano l'animale e che instaurano con questo un rapporto di simbiosi psico-fisica (il protagonista ci parla addirittura); gli asettici che rispettano il cavallo senza però dimenticarsi che il fine ultimo è far vincere una scuderia nel lungo periodo, da qui la massima ben resa dall'allenatore presso il quale lavora il protagonista: "I cavalli bisogna amarli, ma guai a innamorarsi di loro. Sembra un gioco di parole, ma non è così: si tratta di due sentimenti ben distinti. Se Campione se ne va, arriveranno altri cavalli; una scuderia è come la vita: una ruota che gira e ogni giorno cambia faccia"; infine i machiavellici pronti a qualunque scorrettezza nei confronti degli avversari e a usare maniere forti nei confronti dei cavalli più problematici. Accanto a questi personaggi abbiamo poi banditi dediti alle scommesse clandestine o comunque coinvolti in un giro di usura e di estorsioni che li tiene impiccati alle decisioni altrui con tutto quello che ne deriva (sabotaggi, corse volontariamente perse, attentati mascherati da incidenti).
Molto belle poi le varie catalogazioni dei cavalli tipo, esemplificate grazie all'alto numero di soggetti che si succedono nel corso degli anni nella scuderia del duo protagonista. Non sto qui a spiegare i vari tipi di cavallo, dico solo che Castelli non delude le attese e regala passaggi da grande competente tecnico con citazioni a cavalli e personaggi realmente esistiti. Su tutti segnalo il mitico Chivas Regal, cavallo di proprietari pisani (Harry Bracci Torsi, nipote di Rook nonché Presidente dell'Ente Autonomo Tirrenia dal 1948 al 1950) trionfatore nel Gran Premio Merano del 1974, che qua è lo stallone da cui il protagonista ricava uno dei due cavalli di fantasia simbolo dell'opera (Campione, l'altro invece è Ragazzo Selvaggio) e a cui Castelli destina una sorte simile a quella che avrà, di lì a poco, il grande fuoriclasse irlandese Shergar. Esito quest'ultimo che da ulteriore valore al romanzo, il quale anticipa, a suo modo (il cavallo del romanzo si da alla fuga nel corso di un incendio doloso e scompare nel nulla per vari anni), la misteriosa scomparsa del cavallo irlandese che verrà rapito nel 1983 da un gruppo armato a seguito di un blitz in una scuderia di Dublino.


Bello poi l'aneddoto legato alle possibili attitudini di un cavallo, finito nelle grinfie dell'allenatore presso il quale lavora Silvio Carlini (questo il nome del protagonista che porta un cognome legato a un personaggio storico più volte vincitore del Gran Premio Pisa e anche del Merano, che sia un caso?), figlio dello stallone Zeddaan definito nel testo "uno stallone poco noto in Italia". In realtà mi piace sottolineare come questo stallone fosse tra i miei preferiti da bambino, quando spulciavo le pagine della rivista Il Purosangue in Italia, all'interno della quale c'erano spesso le foto e la storia di questo bellissimo esemplare grigio (mantello completamente bianco e struttura aristocratica) che sembrava essere un Purosangue Arabo. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli tributi che valorizzano un romanzo nato senza troppe pretese, ma che nella sua semplicità è un piccolo gioiellino. Castelli, pur usando un lessico che non tradisce la sua provenienza giornalistica, riesce a miscelare assai bene quel romanticismo (struggenti i ricordi di infanzia di Carlini, specie quelli legati alla vecchia cavalla da tiro che lui vedeva come un Purosangue) e quel dramma che costituiscono, purtroppo o per fortuna, il sale della vita. Vengono snocciolati successi incredibili, ma anche terribili momenti in cui verrebbe voglia di lasciare tutto. Cavalli di belle speranze che floppano, altri che vengono dati per brocchi a causa di una disarmonica morfologia e che poi volano in pista, altri ancora che guariscono da zoppie o da coliche all'apparenza letali ovvero si infortunano in modo permanente. E poi ci sono i pianti disperati: muiono persone più o meno care, ma anche cavalli, sia abbattuti in corsa sia assassinati da sconosciuti. Certo, Castelli si abbandona a tutte le concessioni tipiche della licenza creativa con qualche forzatura in qua e in là. Per dirla in termini televisivi si respira un po' quell'aria in stile La Signora in Giallo, nel senso che nella scuderia protagonista succede tutto quel campionario di eventi che potrebbero verificarsi nell'intero ambiente nel giro di una cinquantina di anni. Così abbiamo omicidi, gravi attentati delittuosi, corse truccate, soffiate che non si concretizzano e fanno perdere una fortuna agli scommettitori, un fantino che diviene il Lanfranco Dettori dell'epoca (tra l'altro Castelli anticipa anche questo, spiegando la formazione professionale di un futuro jockey di valore internazionale che compie i suoi primi passi a San Rossore), cadute che mettono a rischio la carriera, un cavallo in stile Red Arrow che nasce in campagna da una fattrice senza pretese (tanto che l'allevatore le destina come monta successiva un cavallo di un'altra razza)  e che poi vince corse di Gruppo, mentre della fattrice si perdono le tracce.

L'autore Renzo Castelli.

Lo stile è asciutto, senza virtuosismi e senza esercizi stilistici. Castelli è essenziale, più che alla forma e alla storia è interessato a caratterizzare l'ambiente. E' sempre alla ricerca del dettaglio tecnico, dell'aneddoto storico, della citazione di professionisti del settore, dei trucchi di allenamento o di monta piuttosto che delle soluzioni veterinarie che mostrino la qualifica dell'autore e allo stesso tempo non facciano scadere nell'inverosimile quanto raccontato, dando al tutto una solida e certificata base su cui cucire la parte di fantasia. Le premesse più ardite, sotto questo profilo, sono quelle legate alla psicologia dei cavalli. L'autore cura molto questo aspetto (li tretteggia come creature dotate di grandissima memoria) sia per bocca dei suoi personaggi sia per come si comportano: "Quando credi di aver capito qualcosa di un cavallo, lui ha già capito tutto di te! Lo sai che per un lavoro così sarebbero molto più adatte le donne?" spiega l'allenatore, nella parte iniziale del volume, al suo allievo. Questo aspetto è un vero cruccio di Castelli, lo testimonia anche la nota biografica dove si legge: "Fra le tante piccole manie, l'autore ne ha una più accesa: all'ippodromo, mentre i cavalli passeggiano al tondino, si diverte a cercare di capire la psicologia di ognuno di loro. E sembra ci riesca all'87 per cento!"

A chi, giunto a questo punto, dovesse chiedermi qualcosa sulla trama, ribadisco come questa sia secondaria e fuorviante per comprendere la bontà del testo. La trama infatti è incentrata sulla vita di un giovane fantino che passa dalla vita di studente svogliato a quella di ragazzo di scuderia, poi di allievo quindi, facendosi le ossa nelle corse di provincia, a quella di fantino di fama internazionale. Il tutto viene portato avanti grazie al rapporto tra il giovane e la vecchia volpe che lo tiene sotto la propria ala protettiva (un vincente allenatore di sessanta anni, che arriva a desiderarlo come quel figlio che non ha mai avuto per essersi dedicato, come Tesio, al mondo delle corse), con i periodici spostamenti della scuderia (fatta di cavalli sempre diversi, con le loro problematiche e i loro pregi) dalle Capannelle a Barbaricina, luogo dove è nato il giovane. In mezzo a tutto questo si vengono a plasmare le vicende, secondarie, del cavallino allevato dal giovane che diviene, contro ogni pronostico, un campione (di nome e di fatto) e quella dell'amore tra il giovane e una ragazza conosciuta al tondino e che lui vuol tenere lontana dall'ippodromo perché la presenza sugli spalti lo distrae psicologicamente e lo fa perdere. Un romanzo quindi riuscito, più che buono, se si considera lo spirito di fondo e l'incredibile vuoto editoriale che ruota attorno al mondo dell'ippica. Adatto a ogni tipo di pubblico soprattutto, direi, a coloro che non hanno idea di cosa sia l'ippica anche se, dalla lettura, potrebbero averne un quadro a tinte assai più fosche di quanto lo sia in realtà. Un grande plauso a Renzo Castelli per essere uno dei pochi che abbia pubblicato sull'argomento, peraltro con qualità. Resta il solo rammarico che il testo sia finito fuori catalogo e che sia di difficile reperibilità. A ogni modo resto perplesso nel constatare come in Italia si sottovaluti un movimento (quello ippico) che un tempo coinvolgeva figure come Luchino Visconti o grandi nobili e politici della storia italiana e che adesso viene trattato alla stregua di un passatempo amatoriale. Provate a cercare testi divulgativi sull'ippica italiana che non siano di Castelli o di Tesio o comunque dedicati alla Razza Dormello Olgiata... Troverete poco o nulla! Eppure l'ippica è uno sport magnifico, fatto di contenuti tecnici, di storie di uomini e cavalli e che ha (o dovrebbe avere) ben poco a che fare con l'immagine fatta di scommesse, doping e corse combinate che gli legono attorno coloro che vogliono male al settore o coloro che, sospinti da un'ignoranza che non ammettono, sparano sproloqui senza avere alcuna cognizione di causa come a dire che, in fondo, tutti possono darsi all'ippica senza aver studiato... (mai massima è stata menzoniera!).

Chiudo con un passo che è alla base di questo sport fatto di tanta passione e di tanti sacrifici e che si rispecchia in una frase che riscritta, più o meno, fa così: "donne e cavalli, gioie e dolori". Spazio però ora al passo sopra accennato, immagine della vera ippica e non riflesso mass mediatico figlio della mancanza di cultura sportiva: "Era una vita dura; francamente neppure da paragonare con la scuola, il cafféllatte alle otto del mattino, la lezione dai professori, nei casi peggiori l'interrogazione, il pranzo caldo in famiglia, il pomeriggio libero, la televisione alla sera... Qua c'era da ammazzarsi di fatica; un avvenire così, senza il miraggio di diventare fantino, non era davvero attraente!"


PS: Tributo doveroso, dalle pagine 69 e 70 di Un Brocco per Vincere, a CHIVAS REGAL cavallo di proprietà del pisano HARRY BRACCI TORSI, Presidente dell'ENTE AUTONOMO TIRRENIA dal 1948 al 1950.

"Il Principio del Mago (così era chiamato Tesio) era questo: se vuoi ottenere un buon puledro, cerca di accoppiare soggetti con attitudini differenti. Mai unire due velocisti insieme, o due fondisti; la regola è accoppiare un velocista con un fondista. Così alla tenacia si unirà lo scatto. Anna Fuscente è stata una cavalla che si è espressa soltanto in pista dritta ed è figlia di Sandorf, che era un fulmine di velocità; perciò, fra i nomi che mi hai proposto, io la accoppierei con Chivas Regal. Fra gli stalloni del deposito è quello dotato di maggior fondo e resistenza...
Il giovane volle anche documentarsi sul passato di questo stallone e apprese cose interessanti, che lo fecero ben sperare. Chivas Regal era stato un grande campione sugli ostacoli, praticamente mai battuto nella sua carriera. Una sola volta a un Gran Premio di Merano, mentre si avviava a vincere la corsa, era stato scaraventato a terra entrando in collisione con un cavallo francese, montato assai maliziosamente da un fantino che forse sperava con quella caduta di spianarsi la via al successo. Questa era stata l'unica sconfitta di Chivas Regal nella sua carriera ostacolistica. L'anno seguente era però tornato a Merano, e su quella stessa pista, in quello stesso premio, aveva vinto per dieci lunghezze. Risalendo l'albero genealogico, Silvio controllò anche i nomi dei genitori di Chivas Regal: il padre si chiamava Aggressor, la madre Cantora, una cavalla specializzata a produrre figli che poi sarebbero diventati grandi saltatori."


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