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giovedì 15 agosto 2024

Recensione Narrativa: SPEDIZIONE VERSO IL NIENTE di Dean R. Koontz

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Warlock.
Anno: 1972. 
Genere: Post-Apocalittico - Survival. 
Editore: Mondadori, collana Urania (1977). 
Pagine: 168. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  
A circa quindici anni dalla mia ultima lettura di un romanzo di Dean Koontz (ne ho letti due), durante una passeggiata per il mercato cittadino, mi è capitato di imbattermi in un lotto economicamente assai vantaggioso di romanzi di questa celebre penna del thrilling, negli anni novanta addirittura reputato il rivale numero uno di Stephen King. Non ho potuto dunque trattenermi dal mettere a segno un acquisto di cinque volumi (prendendo molte delle sue opere fondamentali) e di andare a ripescare in giro per la rete le mie due vecchie recensioni a lui dedicate.

Vediamo prima di fare un breve profilo dell'autore.

Scrittore estremamente prolifico (si parla di oltre cento opere in un cinquantennio di carriera), pressoché coetaneo del “Re” (un anno di differenza), con una lunga gavetta alle spalle prima di “esplodere” come fenomeno editoriale (non che prima fosse un misconosciuto, sia chiaro). Koontz ha firmato quasi quaranta romanzi (molti dei quali disconosciuti), tra il 1968 e il 1980, prima di diventare uno scrittore affermato in grado di vedere decine di milioni di copie per volume per un totale che, a oggi, supera le cinquecento milioni di copie vendute nell'arco di tutta la carriera.

Cresciuto in una famiglia problematica, vittima di abusi continui di un padre alcolizzato, si è dato alla scrittura appena ventenne grazie alla moglie che gli ha permesso di vivere da mantenuto per cinque anni, consentendogli di licenziarsi dalla professione di insegnante di inglese così da vedere se avesse o meno la stoffa per diventare uno scrittore professionista. Trincerato dietro a decine di pseudonimi, prende l'abbrivio per ragioni meramente alimentari. Il giovane Koontz scrive di tutto, persino una trentina di romanzi pornografici (Koontz non conferma), arrivando a pubblicare otto romanzi all'anno nell'ambito della narrativa pulp. È la fantascienza, però, il suo campo d'azione. Fin dagli inizi, si notano le caratteristiche che diventeranno il suo marchio di fabbrica ovvero la propensione per gli intrecci contaminati, che usano la sci-fi ma la miscelano a componenti orrorifiche e soprattutto a impostazioni thrilling, dove inizieranno sempre più a farsi strada la parapsicologia e personaggi dotati di poteri soprannaturali (caratteristica questa in comune con King).

Sebbene non sia inizialmente uno scrittore di successo, i romanzi di Koontz arrivano subito all'estero, a dimostrazione di un qualità generale anche delle prime opere non proprio trascurabile. In Italia giunge già nel 1969, ad appena un anno di carriera, con la pubblicazione all'interno della collana Urania del suo romanzo d'esordio: Star Quest (“Jumbo 10 Il Rinnegato”). Proprio sull'Urania confluiscono sei delle sue prime opere, una di queste (The Long Sleep, 1975, tradotta come “Sogno dentro Sogno”) sotto lo pseudonimo John Hill. In questo gruppo iniziale brilla soprattutto Phantoms! (1983), apparso nelle edicole nel 1985, uno sci-fi che lascia sempre più campo all'orrore cosmico. In Italia è un autore che piace fin da subito. Interessate alla sua produzione sono la Collana Galassia della Casa Editrice La Tribuna, la Delta Fantascienza Eroica e soprattutto la "storica" Editrice Nord (due pubblicazioni) e la Fanucci. Queste ultime due pubblicano, rispettivamente, due delle opere principali dell'inizio carriera dell'autore: A Darkness in my Soul (“Sonda Mentale”, 1972) e Demon Seed (“Generazione Proteus”, 1973), forse la più celebre tra tutte le opere del primo decennio di produzione.

Negli anni ottanta Koontz diventa sempre più mainstream, in particolare con l'uscita del thriller con elementi horror Whispers (1980), che in Italia arriverà solo nel 1990 grazie a Sonzogno. Il romanzo consente all'autore di scalare le classifiche delle vendite e  di cambiare il suo registro. Si ridimensiona la fantascienza, mentre si amplifica l'interesse per il thriller contaminato, dove sono sempre più frequenti le figure dei serial killer, dei veggenti e dei complotti governativi. Finisce così nel mirino, nel nostro mercato editoriale, della Sperling & Kupfer e della Bompiani, in quei tempi interessate all'horror delle grandi firme contemporanee (King, Barker, Campbell e via dicendo). In due decenni, tra metà anni ottanta e fine anni novanta, Koontz diventa una celebrità in America e oltreoceano, Italia compresa dove i suoi romanzi vengono regolarmente tradotti e venduti nelle librerie delle città. Proprio in questo ventennio si trovano i suoi “capolavori”. Romanzi quali Wathcers (“Mostri”, 1987), Strangers (1986), Twilight Eyes (“Là Fuori, Nel Buio, 1985), Lightning (“Lampi”, 1988) fino a Intensity (1995) e Odd Thomas (“Il Luogo delle Ombre”, 2003) diventano dei cult reputati tra i migliori del genere, quest'ultimo persino citato da Alessandro Manzetti nel suo catalogo dedicato ai migliori 150 horror dal 1986 a oggi.

Un successo che porta l'autore, pur se con scarso successo, a sbarcare anche a Hollywood. Sua la novelization The Funhouse (“Il Tunnel dell'Orrore”, 1980), uscita prima dell'omonimo horror diretto da quel geniaccio di Tobe Hooper. Un romanzo quest'ultimo inizialmente pubblicato sotto pseudonimo (Owen West), a dimostrazione di quanto il nome Koontz non fosse ancora forte, sebbene già trasposto in due occasioni con pellicole quali la produzione franco-italiana Les Passagers (1977) dal thriller Shattered (“In un Incubo di Follia”, 1973), interpretata dalla star Jean Louis Trintignant, e il più famoso Generazione Proteus di Donald Cammell. Dagli anni '80 fino al 2013 arriveranno altre sei pellicole cinematografiche, altrettanti film televisivi e un paio di sequel. Tra i film più conosciuti (niente di particolare successo) citiamo Alterazione Genetica (1988, da Watchers), il thriller Premonizioni (1995, da Hideaway - “Cuore Nero”) con Jeff Goldblum, Phantoms (1998) con Ben Affleck e Il Luogo delle Ombre (2013 da Odd Thomas) diretto dal regista de La Mummia Stephen Sommers.

Possiamo definire Koontz uno scrittore altalenante, che si muove a cavallo tra fantascienza, thriling e horror parapsicologico. Attivo da circa cinquant'anni, ancora sulla cresta dell'onda, ha dato il suo meglio tra la metà degli anni '80 e la metà dei '90. Vanta una larga schiera di fan, ma non troppi premi lettterari: quattro nomination ai Bram Stoker Award per i romanzi Midnight ("Mezzanotte", 1989), Hideaway ("Cuore Nero", 1992) e Fear Nothing ("L'Uomo che Amava le Tenebre", 1998).

La copertina originale del romanzo.

Quest'oggi analizziamo un'opera della sua prima parte di produzione, un romanzo finito nell'oblio e mai citato nelle classifiche di gradimento dei lettori.

Si tratta della mia prima lettura a firma Koontz, acquistato, credo nel 2006, per 1 euro in un bazar dell'usato di Livorno, dove si vendeva di tutto. Sto parlando di Spedizione verso il Niente, pubblicato in origine nel 1972 col titolo Warlock. Siamo lontani anni luce, per tematiche e contenuti, dal Koontz che avrebbe riscosso successo interplanetario, ma già si nota la sua capacità di miscelare molto bene generi diversi.

Abbiamo una prima parte thrilling sulla scia di Dieci Piccoli Indiani, sebbene alle ambientazioni claustrofobiche di Agatha Christie si sostituiscano spazi aperti in un’atmosfera medievale che, analizzata a posteriori, ricorda molto la seconda parte del film Doomsday (2008) di Neil Marshall. Ed è proprio nel filone di questa tipologia di film che si inserisce Warlock (nulla a che fare con l'omonimo film horror di inizio anni novanta con Julian Sands), che dal thriller passa a una parte centrale fantastica per concludersi nel post-atomico vero e proprio.

Al centro dell'intreccio vi è una spedizione (appiedata) di soldati intenti a scalare dirupi e catene montuose alla caccia dei leggendari veicoli di cui si suppone fossero state dotate le antiche civiltà che hanno vissuto nell’ignota landa denominata “il Niente”. Lo scopo della marcia è quello di evitare all’esercito rivale di impossessarsi dei mezzi in questione per costringerli a una facile resa.

La spedizione però sarà tutt’altro che agevole. Gli uomini, guidati da un Maestro dotato di poteri telepatici (già si nota la cifra kinghiana di Koontz, che non era ancora apparso sulla scena editoriale), dovranno vedersela con il clima glaciale e soprattutto con due assassini che si mescolano tra loro, facendo strage di soldati. Superate le montagne dovranno inoltre addentrarsi in una foresta di cristallo (echi ballardiani) dove strani volti umani sveleranno di essere intrappolati in quel luogo da secoli. Ma i pericoli non finiranno qui, strani apparecchi sorvoleranno i cieli sputando fuoco e fiamme sui viandanti finché questi ultimi si imbatteranno in ciò che rimane dell’antica civiltà: veicoli distrutti, treni infarciti di scheletri, creature mutanti pronte a palesarsi agli occhi dei superstiti. Insomma un contesto scenografico ben in aticipo sulla saga di King meglio nota sotto il titolo de La Torre Nera.

In buona sostanza, ci troviamo al cospetto di un’opera che evolve passando di livello in livello, tra ambientazioni e problematiche distinte. Dean Koontz regala alcuni momenti descrittivi visionari difficilmente dimenticabili. Su tutti citerei la descrizione della foresta di cristallo, ma anche le “scene” in cui vengono lanciati nel cielo gli uccelli “strillatori” (animali che volano in ricognizione e poi riferiscono al loro istruttore ciò che hanno visto). Intelligente, anche se non certo un’innovazione filosofica di Koontz, la riflessione finale sulle conseguenze che è capace di generare una guerra “a distanza” (con i soldati che non si rendono conto di uccidere, perché non sentono le grida e non vedono tutto l’orrore che ne consegue) rispetto alla guerra corpo a corpo tipica degli scontri dell'ottocento.

Warlock, da noi Spedizione verso il Niente, è un libro assai scorrevole di cui conservo un buonissimo ricordo (ripeto, l'ho letto quindici anni fa) non ancora scritto con quel taglio commerciale che caratterizzerà diversi romanzi successivi di Koontz. Purtroppo non è stato più ristampato. E' comunque facilmente recuperabile su ebay. A mio avviso è da rivalutare. Imperdibile per gli amanti dei post-atomici, essendo, sull'argomento, tra i migliori Urania che ho letto. Penso che difficilmente uscirà dalla mia top ten dell'autore.

 L'autore Dean R. Koontz.

 

martedì 6 agosto 2024

Recensione Narrativa: QUATTRO DOPO MEZZANOTTE di Stephen King.


Autore: Stephen King.
Titolo originale: Four Past Midnight
Anno: 1990.
Genere:  Antologia Horror / Fantastico / Drammatico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 848.
Prezzo: 13.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Seconda raccolta di novelle pubblicata da Stephen King, la più corposa tra tutte quelle realizzate in quasi cinquant'anni di onorata carriera. Non è infatti un caso se l'opera, nel corso degli anni, sia stata distribuita anche in due volumi, così come alcune delle avventure che la compongono sono state pubblicate autonomamente.

Il progetto vede la luce nel 1990 e, come per il precedente Different Seasons (“Stagioni Diverse”, 1982), viene costituito da quattro novelle. Si tratta di storie che potremmo tranquillamente definire dei romanzi veri e propri, in virtù di una lunghezza media di circa duecento pagine a novella. King si dilunga sulle caratterizzazioni dei personaggi, ivi compresi i secondari, e delinea descrizioni come si potrebbe fare in un vero e proprio romanzo, andando per tale via a diluire soggetti che, in realtà, si sarebbero potuti proporre su formati più ridotti.

Il contenuto del volume è molto diverso da quello della precedente raccolta di novelle. Se Different Seasons era apparso un volume “anomalo” rispetto alla narrativa orrorifica di King, in virtù di una componente drammatica soverchiante rispetto a quella sovrannaturale, Four Past Midnight sposa a pieno titolo quella narrativa grandguignolesca e di grana grossa che porta l'orrore (piuttosto surreale) nella vita di tutti i giorni. Aumentano i contenuti truculenti, ma, soprattutto, si tende a perdere quel taglio drammatico che aveva caratterizzato la precedente raccolta in favore di un qualcosa di molto più commerciale.

Ciò premesso, Four Past Midnight è un libro molto amato dagli estimatori della penna del Maine, sebbene, a vederla fino in fondo, non possa certo definirsi originale. Delle quattro storie, giusto un paio hanno una parvenza di novità, mentre le altre due hanno forti richiami alla precedente narrativa dello scrittore.

Almeno due storie sono derivative, una addirittura autocitazionista. Partiamo proprio da queste nell'analisi delle singole novelle.

 


SECRET WINDOW, SECRET GARDEN (“Finestra Segreta, Giardino Segreto”), seconda novella in ordine di presentazione, nasce da una costola di The Dark Half (“La Metà Oscura”, 1989) per prendere ispirazioni da precedenti romanzi di King quali Misery (1987) e The Shining (“Shining”, 1977). Comune a tutte queste opere è la presenza di uno scrittore, a caccia di nuove idee per scrivere il suo nuovo romanzo, che finisce preda della follia di un visitatore indesiderato (il redneck John Shooter) che lo accusa di plagio e pretende di avere, quale ristoro, un nuovo racconto scritto dal collega più famoso. Ecco che la pressione esterna, da una parte, i problemi familiari dall'altra (un matrimonio naufragato) e il lento affiorare della follia alla Shining si combinano in una miscela che guarda anche alla produzione cinematografica di Brian De Palma (si veda Dressed to Kill, 1980) e al celebre Psycho (1960) di Alfred Hitchcock. Da quest'ultimo film, non a caso, arriva un personaggio secondario che si chiama come l'attore protagonista della pellicola (Perkins). Da un punto di vista strutturale la storia è molto quadrata e solida (la migliore dell'antologia su questo versante), seppur prolissa e tendente a ritornare sui medesimi concetti. Alcuni dettagli sparsi in tutto il testo, soprattutto legati ai nomi delle città e dei personaggi, forniscono al lettore fin da subito la natura dell'orrore (assai terreno) di cui si sta parlando.

Non mancano alcuni momenti crudi e duri, quale l'uccisione brutale di un gatto (scena davvero cattiva), l'incendio di una villa che porta all'indagine di un'investigazione assicurativa, alcuni omicidi e l'aggressione ai danni di una donna che ricorda molto le esplosioni di ira di Jack Torrance.

Il punto debole della storia è costituito dall'assenza di spunti innovativi. L'incubo del plagio, fobia tipica degli scrittori in erba (e accusa in passato mossa allo stesso King), non basta a rendere memorabile la storia. King probabilmente ne è consapevole e prova a rimescolare le carte all'epilogo per riscrivere il tutto da un'altra ottica. Introduce così l'elemento soprannaturale, fin lì assente. La soluzione però appare forzata finalizzata a rivitalizzare un thriller dai toni fortemente drammatici incentrato su tematiche su cui l'autore si era già soffermato nel corso della sua carriera. Dunque un buon racconto, se analizzato in via autonoma, ma dal sapore della minestra riscaldata se letto con una visione estesa al resto della produzione dell'autore (e non solo). Nonostante i limiti, Secret Window, Secret Garden ha comunque beneficiato di una trasposizione cinematografica nel 2004, per la direzione di David Koepp (sceneggiatore mathesoniano nonché fedelissimo di Steven Spielberg e, guarda un po', di Brian De Palma), che ha visto il coinvolgimento nei panni del protagonista di Johnny Depp e in quelli di antagonista di John Turturro. Niente male.


Piace meno, in quanto totalmente inverosimile e confusionario, THE LIBRARY POLICEMAN (“Il Poliziotto della Biblioteca”), addirittura mosso da uno spunto comico legato al terrore di Owen King per lo spauracchio del poliziotto della biblioteca. Al di là dell'idea iniziale, si vira sull'horror più cupo e disturbante da divieto ai minori di anni diciotto. Qui le ispirazioni vengono da It (1986), in virtù di un mostro alieno che minaccia direttamente i bambini e di una costruzione che ha la forma di una contro-fiaba (non a caso si cita Cappuccetto Rosso).

Il punto di forza della novella, probabilmente la meno quadrata del lotto, è costituito da momenti (interessanti) alquanto inusuali per King intrisi di un erotismo perverso e malato che arriva a comprendere scene descritte nel dettaglio di violenza sessuale a carico di minori (con la descrizione di una sodomizzazione perpetrata da un pedofilo). King parte da una buona idea ovvero quella di un poliziotto soprannaturale, con marcato difetto vocale, sguinzagliato da una bibliotecaria per punire coloro che non consegnano i libri nei termini prestabiliti. Ottimo il lavoro di caratterizzazione dei personaggi, con un background storico che attribuisce una dimensione a tutti i soggetti coinvolti. I traumi infantili e i problemi legati all'abuso di sostanze alcoliche costituiscono la base su cui si dipana la storia che, come tradizione kinghiana, vede i reietti ergersi a protagonisti contro un male alieno poco definito. King ruba l'idea da film quali The Hidden (“L'Alieno”, 1987) di Jack Sholder, a sua volta ispirato al romanzo Needle (“Strisciava sulla Sabbia”, 1949) di Hal Clement, per proporre una creatura libidinosa, che ama il sesso e si nutre della paura dei bambini come un vampiro farebbe del sangue delle sue vittime. Il mostro sopravvive in simbiosi ad altri organismi, insidiandosi in essi e ricevendo ospitalità, nutrimento e locomozione per periodi di tempo prestabiliti, oltre i quali si rende necessario il cambio di corpo. Niente di nuovo dunque, basti vedere la narrativa fantascientifica anni cinquanta. La novella procede a sbalzi, con lunghi flashback (il meglio della novella), faticando a spiegare come il passato narrato entri in relazione col presente. Ci sono, in altri termini, evidenti vuoti narrativi che penalizzano una storia che culmina in un memorabile quanto surreale conflitto finale, tra i “nostri” (il bene) e una creatura (il male) che muta forma alla maniera di certi personaggi di Arthur Machen: penso a The Novel of the White Powder (“La Storia della Polvere Bianca”, 1895). Bruttino il finale che chiama in causa il sotto tema delle possessioni similar diaboliche. Delle quattro novelle, a mio avviso, è quella meno strutturata.


Di gran lunga più originali sono le novelle che aprono e chiudono l'antologia, intrecciate in modo inverso nel loro rapporto tra realtà e altre dimensioni. In entrambi i casi si assiste a passaggi dimensionali, ma mentre in un caso sono gli umani ad andare al di là dei confini della realtà, nell'altro caso succede l'esatto opposto. Se The Langoliers (“I Langolieri”) è la più celebre e, a mio avviso, la migliore di tutta l'antologia, assai meno nota è la novella THE SUN DOG (“Il Fotocane”). È un King con meno fronzoli, assai più efficace e sollecito nel delineare la storia. “Appena” centocinquanta pagine per parlare di una macchina fotografica diabolica (una Polaroid Sun 660) che sviluppa sempre il medesimo soggetto: un cane idrofobo pronto per saltare verso l'autore dello scatto, al culmine di una sequenza di circa settanta scatti. Un countdown dunque, sempre più nitido e chiaro. È probabile che Stephen King si sia ispirato al film The Omen (“Il Presagio”, 1976) di Richard Donner, dove una serie di scatti fotografici mostrano, di foto in foto, l'approssimarsi di un evento traumatico sempre più definito.

La trama di King è semplicissima senza dare troppe spiegazioni. Non è dato sapere da dove venga la bestia (sembra un cane infernale dato che erutta fuoco dalle narici), intuiamo solo che, prima o poi, verrà al mondo provenendo da una realtà bidimensionale che viene mostrata in sogno. Epilogo splatter degno di Brian Yuzna. Tutto qua, con una caratterizzazione molto gustosa del villain di turno, uno strozzino sporco e avido. L'uomo cercherà di far fruttare la speciale macchina fotografica, rubata in virtù di una serie di raggiri a un ragazzino intenzionato a distruggerla, per tirare un bidone ai collezionisti del soprannaturale (chiamati “I Cappellai Matti”). Da sottolineare il profilo che King traccia di questi ultimi, con un taglio retro fortemente ironico. Da un punto di vista del soggetto, è probabilmente il racconto minore della raccolta, ma la resa finale non è così male e offre un giusto mix tra originalità e quadratura. Le citazioni a Cujo e l'ambientazione a Castle Rock forniscono valore aggiunto. Piacerà agli amanti del weird.


Il vero pezzo forte della raccolta è, di gran lunga, THE LANGOLIERS, di cui fu, fin da subito, tratto l'omonimo film tv per la regia di quel Tom Holland citato nel racconto The Library Policeman (dove si menziona e si mostra Chucky – La Bambola Assassina). Abbiamo già recensito su questo blog la novella e rinviamo al link di riferimento ( http://giurista81.blogspot.com/2021/10/autore-king.html ). Basti qua ricordare come il racconto sia l'unico, dei quattro, dotato di sense of wonder e di un'atmosfera mistery. Altra dote fondamentale è la novità, sebbene King si muova da Richard Matheson (Nightmare at 20.000 Feet) e da Rod Serling (The Odyssey of Flight 33) finisce questa volta lui per esser citato da altre opere, quali il film Left Behind e il tamarro Snakes on a Plane.

Torna il tema dei passaggi dimensionali. A differenza di The Sun Dog, sono i protagonisti, per uno strano evento atmosferico, a penetrare in un'altra dimensione, in tutto e per tutto uguale alla nostra ma insidiata da strane creature capaci di destrutturare la materia. Costruzione point to point con quella natura corale tanto cara a King. Perla.


CONCLUSIONI

Vista la mole delle storie, Four Past Midnight è una raccolta di novelle che tiene impegnati nella lettura per diversi giorni, ma non si segnala tra le migliori in assoluto dello scrittore. Al suo interno abbiamo un gioiello capace di meravigliare i lettori, una novella surreale in salsa weird e due novelle con elementi interessanti ma, per motivi diversi, non riuscite del tutto. Il lotto subisce senza appello il confronto con la precedente Different Seasons che, sebbene sia stata pubblicata otto anni prima, si rivela molto più matura e più verosimile rispetto a un quartetto che, a parte Secret Window, Secret Garden, richiede ai lettori una forte sospensione dell'incredulità. Piacerà ai lettori di King.

"Forse Shooter era davvero uno scrittore. Rispondeva a entrambi i requisiti principali: raccontava una storia stimolando in te il desiderio di sentire come andava a finire anche quando avevi già un'idea meno che approssimativa della probabile conclusione, e spandeva tanta merda che faceva rumore di sciacquio "

martedì 30 luglio 2024

Recensione Narrativa: L'ORA DEL DIAVOLO di Fernando Pessoa.

Autore: Fernando Pessoa.
Anno: ?.
Genere: Filosofeggiante / Fantastico.
Editore: Albatros (2019).
Pagine: 46.
Prezzo: 3,50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Possiamo definire L'Ora del Diavolo, più che un racconto fulmineo, una riflessione nella forma di un dialogo dalla valenza di monologo, in quanto uno dei due personaggi coinvolti funge da spalla dell'altro. Testo decisamente frastagliato, mero veicolo di riflessioni filosofico-esistenziali. Esce postumo, per effetto del recupero operato da alcuni studiosi, pubblicato in svariate edizioni ciascuna delle quali diversa dalle altre per una serie di interpretazioni, tagli e aggiunte dovute a un testo da ricostruire tramite un montaggio da gestire con frasi e battute riportate in maniera non organica.

Pessoa immagina un dialogo tra una giovane donna incinta, reduce da un ballo in maschera, e un individuo tutto vestito di rosso che dichiara di essere il diavolo. Prende così piede una vera e propria apologia del signore degli inferi, presentato in una veste piuttosto originale. Il diavolo sarebbe la componente lunare di Dio, l'altra faccia di una medesima medaglia. Dio e diavolo non sarebbero impegnati in una lotta tra loro, ma sarebbero entrambi esponenti minori di un Ordine di cui loro stessi ignorano i componenti superiori. Un'idea, questa, che verrà ripresa, per esempio, da Stephen King per Insomnia (1994). Il diavolo pertanto non è in contrapposizione a Dio, ma ne è uno strumento di affermazione da centrare attraverso una negazione che lo sostenga.

Pessoa fa parlare il suo signore della notte per continui contrasti che ricordano la natura dell'ossimoro, delineando quella che potrebbe apparire una grande supercazzola che, in realtà, rispecchia il modo di parlare per enigmi che è tipico degli iniziati (il diavolo si definisce "un ironista"). Quando la donna che lo ascolta gli dice di non capirlo e che deve farsi intendere, lui, senza fare una piega, le risponde: “Non capisce, allora ascolti. Altri capiranno.”

È l'ironia l'arma dialettica che il Mefistofele di Pessoa sfrutta per fare breccia. Punta il dito su quanti lo hanno indicato nelle loro opere (Milton, Goethe, Shakespeare), lamentandosi per la cattiva pubblicità che gli è stata affibbiata.

Non si salvano dagli strali neppure le religioni, ciascuna delle quali accusata di contendersi la superiorità sulle altre fedi senza rendersi conto di parlare tutte la medesima lingua (“sono come la stessa frase pronunciata in varie lingue”).

L'esotersimo non è a misura d'uomo. Pessoa muove il suo personaggio da novello Socrate che è saggio perché sa di non sapere. “La mia comprensione è imperfetta, come lo è della Cabbala, che i maestri della Dottrina Segreta conoscono meglio di me.” Un dialogo dunque sofista e sofisticato che rispetta i grandi insegnamenti della scuola di Protagora. Chi dice di sapere, ivi compresi gli alti gradi della Massoneria, i cabalisti e i Maestri esoterici, mente spudoratamente addentrandosi in territori dove non si può trovare risposta perché questa sfugge persino alle creature superiori. La verità è un punto centrale che viene ricercato percorrendo continuamente la circonferenza di un cerchio. Attenzione però a non cadere in errore: Pessoa non è un materialista, ma è un intellettuale ascetico, che guarda oltre alla banale quotidianità.

Ne viene fuori un profilo del diavolo romantico e decadente, costituito da una lunga serie di aforismi, che rispecchiano la natura dell'artista. L'ironia è persistente e continua figlia di una sagacia che dileggia i presunti detentori delle grandi verità, di qualsiasi gruppo o grado essi siano. “Sono il Dio dell'immaginazione, perduto perché non creo. Sono lo spirito che crea senza creare.” Siamo nel campo della filosofia più sfuggevole eppure sempre geniale.

Corrompo perchè faccio immaginare. Ma Dio è peggiore, in un certo senso, perché ha creato il corpo corruttibile." Così il diavolo parla di sè. Sono la negazione assoluta, l'incarnazione del nulla. Quello che si desidera e non si può avere, quello che si sogna perché non può esistere, di questo è costituito il mio regno nullo e li sta vacante il trono che non mi fu mai dato. Quello che avrei potuto essere, quello che avrei potuto avere, quello che la Legge o la Sorte non mi hanno dato, l'ho passato all'anima umana.”

Testo dunque per gli appassionati della filosofia di Pessoa, per chi vuol riflettere su ciò che si cela oltre i limiti della materia nonché per i cultori dell'esoterismo di qualità. Il testo, imperfetto e frammentario, riflette la sua origine che certo non può definirsi studiata e voluta a tavolino, ma risultante di un recupero postumo orchestrato da studiosi della produzione dell'autore. Fernando Pessoa è stato un grande letterato, a cui il Premio Nobel per la letteratura Josè Saramago ha interamente dedicato il romanzo L'Anno della Morte di Riccardo Reis, grande cultore di occultismo nonché celebre poeta portoghese divenuto oltremodo famoso per la simulazione di suicidio orchestrata, nel 1930, dall'occultista e scrittore Aleister Crowley – membro di spicco di una serie di ordini esoterici nonché sostenitore della magia rossa - in una località, dove tutt'oggi una lastra ricorda l'evento, il cui nome era già tutto un programma: Boca do Inferno.

Curiosamente nato nell'anno di fondazione della Golden Dawn (1888) e nel giorno del compleanno del Grande Maestro di tale rito para-massonico nonché altro poeta cultore di occultismo, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura e vera e propria antitesi di Crowley, quale appunto era William Butler Yeats, Pessoa strinse una fitta collaborazione con “La Bestia” a partire dal 1925 e per effetto di un refuso contenuto in un libro di Crowley. Fece infatti notare alla “Bestia” la presenza di un errore, in un libro esoterico vertente sul tema astrologico (passione sottaciuta di Pessoa) scritto da Crowley, relativo all'indicazione dell'orario della sua nascita. Un substrato comune che indusse Pessoa e Crowley a tenere una fitta corrispondenza, alimentata dalle passioni tutt'altro che segrete del poeta, oltre che alla traduzione in portoghese di Hymn to Pan curata proprio da Pessoa. Traduttore dall'inglese al portoghese, per effetto di una formazione che lo aveva visto laurearsi in Sud Africa, di testi di teosofia, nonchè gnostico convinto e appassionato dell'opera di Aleister Crowley che non poteva certo che dirsi lusingato da una simile amicizia, Pessoa era una personalità di spicco a Lisbona, sebbene vivesse con i proventi di una società di import & export. Un legame che, immaginiamo, fu preso con simpatia dall'ironico Maestro portoghese che dette manforte al provocatore dei provocatori sostenendo le sue follie, ivi compresa la notizia di suicidio che allertò medici e polizia, con frasi secondo le quali il fantasma di Crowley sarebbe apparso per Lisbona in due occasioni generando subbuglio peraltro già scardinato dai litigi di Crowley, personalità legata al consumo di droghe, alle espulsioni dagli hotel, alle voci di strupro e ai persistenti litigi con fidanzata isteriche che cambiava con la velocità delle salviette usa e getta.

Al di là di questo episodio, la produzione di Pessoa, che muore per colica epatica nel 1935, è soprattutto legata alla poesia e all'introspezione, poco interessandosi degli aspetti del comune vivere vedendo il vero obiettivo dell'uomo superiore nelle necessità di indagare sul vero senso della vita.

In una lettera a un amico scrisse: “Credo nell'esistenza di mondi superiori al nostro e di abitanti di questi mondi, in esperienze di diversi gradi di spiritualità, che si assottigliano fino ad arrivare a un ente supremo che presumibilmente ha creato questo mondo. Può essere che ci siano altri Enti che abbiamo creato altri universi, e che questi universi coesistano con il nostro... Date queste scale di esseri, non credo nella comunicazione diretta con Dio ma, secondo il nostro affinamento spirituale, potremo pervenire alla comunicazione con esseri sempre più alti.”

Per concludere potremmo definire questo L'Ora del Diavolo una sorta di frammento sull'esempio del ben più corposo Libro dell'Inquietudine, altra opera postuma, reputato un vero e proprio capolavoro della letteratura mondiale, da cui viene mutuata la forma frammentaria e il taglio riflessivo sostituendo a una struttura che richiama l'idea del diario a matrice esistenzialista (si è parlato di "diario dell'anima") quella del dialogo in cui un uomo parla e chi lo ascolta nulla capisce, sebbene tutti gli altri comprendano il senso dell'opera. Una caratteristica, questa, tipica dell'autore, impegnato in un gioco continuo sfruttando una lunga serie di eteronimi (identità poetiche immaginarie chiamate a svolgere un'attività artistica tutta loro e distinta dall'autore originale) utili a frammentare una personalità alquanto poliedrica e, come conviene con tutti i Grandi Maestri, derisoria nei confronti di chi pensa di sapere e poi vede tutto stravolto.

Tra i testi che consigliamo di recuperare dell'autore segnaliamo la raccolta esoterica Rosea Cruz, inserita - a esempio - in Pagine Esoteriche (Edizioni Adelphi). Garanzia.

L'autore Fernando Pessoa.

Tutto vive perché si oppone a qualcosa. I sono colui a cui tutto si oppone.”

sabato 27 luglio 2024

Recensioni Narrativa: ABISSI DEL TEMPO E DELLO SPAZIO di Andrea Berneschi.

Autore: Andrea Berneschi.
Anno: 2024.
Genere: Horror.
Editore: Indipendente.
Pagine: 154.
Prezzo: 14,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Autoproduzione del “veterano” underground Andrea Berneschi, scrittore con una lunga trafila maturata al servizio di concorsi narrativi, oltre che qualcosa come settanta racconti alle spalle disseminati tra riviste e antologie. Un'evoluzione che lo ha portato a essere di recente ammesso all'accademia dell'Independent Legions presieduta da Alessandro Manzetti. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano la selezione di un racconto per la blasonata e internazionale Horror Academy Vol.1 (2021) nonché il ciclo Tenoch (2019-20) dato alle stampe con Delos Digital.

Abissi del Tempo e dello Spazio è un'antologia horror a forte trazione sarcastica con la quale l'autore, non certo scevro da ironie, omaggia a modo suo la figura di Howard P. Lovecraft. Le ambientazioni sono quasi tutte toscane, troppo spesso interessate dall'azione di sette o di culti che rimandano alle divinità stellari proclamate al rango di miti dalla penna del Solitario di Providence. Lo stesso Lovecraft diviene protagonista di alcune storie, in un caso (anche se non dichiarato) in forma spiritica tanto da assumere, alla maniera di Get Out – Scappa (2017), il controllo del corpo di un ambulante nigeriano (della serie ironia portami via, vista l'avversione dello scrittore americano verso i colored).

Undici racconti, sette dei quali inediti, sviluppati su una lunghezza compresa dalle ventidue pagine e mezzo alle quattro e mezzo. L'intrattenimento è garantito. In alcuni casi, le storie si imprmono nella memoria legittimando l'acquisto del volume. A voler trovare un neo, forse, si ravvede la mancanza, tra gli inediti, di racconti in grado di duellare con i testi "storici" dell'autore già apparsi per l'ormai defunta Dunwich Edizioni.

Lo stile è leggero, salvo un paio di racconti psichedelici, eppure calibrato e frutto di anni e anni di gavetta. Berneschi scrive da quasi vent'anni e la cosa si riflette nei suoi testi. Manca un po' di sense of wonder, piegato in favore di un pungente sarcasmo che non disdegna la critica sociale e gli ammiccamenti in favore di un approccio filo-anarchico. Nelle storie di Berneschi le autorità, sia che siano agenti dell'FBI o Carabinieri, vengono caratterizzate con accezioni negative e castranti della libera determinazione altrui. L'autore le mostra con una punta di antipatia che eleva a protagonisti i reietti, vuoi che siano tossici o dei commercianti abusivi.

Punto di forza delle storie sono la gestione dei personaggi e dei dialoghi. Un aspetto questo che contrasta rispetto allo stile lovecraftiano, che riduceva i personaggi a meri burattini. Berneschi ricostruisce bene gli ambienti, attinge dall'esperienza personale quale incaricato all'assistenza di malati psichiatrici. L'autore è un appassionato flemmatico, dall'atteggiamento umile e dalla cadenza verbale giostrata sui bassi toni. Ho avuto l'occasione di incontrarlo presso il festival La Serra Trema, dove ci ritrovammo a paralre sul palco insieme a due sceneggiatori di Dylan Dog (Ruju e Cavaletto) e allo scrittore di casa Ivo Gazzarrini. I suoi toni pacati si innalzano di volume quando vengono espressi dalla penna.

In Abissi del Tempo e dello Spazio offre una prova indubbiamente valida. Bastano tre racconti ad attiragli consensi e attenzione e lo dico senza rapporti di amicizia o simpatie personali. Il pezzo forte del progetto è Californyathep che sposta, a differenza delle altre storie, la narrazione dall'Italia agli States dei tempi della cultura hippie, sostituendo il culto degli antichi ai deliri pseudo demoniaci della famiglia di Charles Manson (con tanto di omaggio ad Helther Skelter).

È un Berneschi versione Tim Burton. Pur con le sue differenze, mi ha fatto venire in mente il film Mars Attacks. A differenza di altre storie, convince dalla prima all'ultima riga delineando un racconto da vero maestro che attinge da HPL per riscriverlo su altre coordinate. Un manipolo di disadattati fa cadere un satellite sulla Terra, con l'intenzione di riprogrammarlo e  rimetterlo in orbita per lanciare messaggi che possano resettare le menti dei telespettatori del circuito televisivo e allineare i cervelli in vista del ritorno di Nyarlathotep.

Davvero un gran bel racconto, sulla manipolazione mentale, con la solita ottima gestione dei personaggi, l'ironia graffiante e un horror che lascia il campo a una fantascienza fortemente ibridata dalla parodia. Extraterrestri mutuati da Lovecraft, raggi laser che sciolgono in poltiglie i corpi umani tipo le vittime del film Colpi di Luce (1985) di Enzo G. Castellari. Si arriva addirittura a una farsesca asportazione cerebrale che fa pendere la bilancia verso un taglio che prende la via del comico (intelligente). Tra i momenti indimenticabili vi è l'uccisione di due agenti dell'FBI, tra i quali uno che cerca di addormentare a chiacchiere gli officianti del nuovo culto stellare. Più fantascientifico che horror, con un soggetto molto strutturato. Il racconto era apparso nel 2016 nell'antologia della Dunwich Edizioni Ritorno a Dunwich 2. Tanta roba. Pulpissimo.

Di ben altro tenore, ma comunque sarcastico e ironico, l'eccelso Dante Incontra Nyarlathotep. Si tratta di un altro racconto edito da Dunwich Edizioni, nella fattispecie nel 2013. Un Dante Alighieri non ancora autore della Commedia si imbatte, in uno dei tanti galoppi in giro per l'Italia, in un verme gigante che emerge da un abisso, corrompendo tutto ciò che incontra. L'erba a contatto della bava della creatura marcisce, mentre gli alberi si seccano. Berneschi omaggia, forse, The Lair of White Worm di Bram Stoker, ma lo fa senza freni e soprattutto presentando un Dante che sembra uscito dalla Gerusalemme Liberata. La creatura che si trova a fronteggiare ha il dono della parola, proferisce frasi nella lingua precedente all'episodio biblico della Torre di Babele e richiama il solito “sciame” di adepti che accorrono a venerarla. Dante è sbigottito, vorrebbe spodestare l'ignominia armato di spada ma alla fine preferisce darsi alla fuga meditando sulla falsità di un Dio a misura di uomo. Eccellente lo stile, di gran lunga il migliore del testo. Berneschi “invecchia” il modo di parlare del protagonista, nel tutt'altro che agevole compito di far parlare Dante. La storia, infatti, è narrata in prima persona e ricorre ad alcuni anacronismi lessicali. Altro grande testo con barlumi di riflessione esistenziale.

Piace, seppure meno dei precedenti, l'inedito La Cometa, dove Berneschi cambia ancora stile e registro. Al sarcasmo di Californiathep e alle riflessioni di Dante Incontra Nyarlathotep subentra un testo folle e psichedelico alla William Burroughs, che ricorda un po' anche The Ballad of the Flexible Bullet di Stephen King, con tutte le vecchie macchine da scrivere che si animano e iniziano a battere testi oscuri cadenzati da una cometa sospesa attorno al pianeta Terra senza più possibilità di allontanarsi. Body horror a tutti gli effetti, quasi cronenberghiano con una velata parodia che gioca sulle difficoltà di comunicazione tra moglie e marito. Indubbiamente il più onirico e visionario dell'antologia.

Classico per contenuti onirici e un certo estro visionario Ali nella Notte, spiccato omaggio alla figura dei cosiddetti magri notturni che funestavano i sogni del piccolo Howard P. Locecraft, vero e proprio protagonista del racconto. Niente di eccezionale o di originale, ma ben gestito e già pubblicato dalla Dunwich Edizoni nel 2015.

Forse un po' troppo diluito, ma comunque valido, Gli Streghi, dove gli omaggi a Lovecraft calano drasticamente. Qua Berneschi attinge dalla sua esperienza al servizio dei malati psichiatrici. Piace ancora una volta nella caratterizzazione dei personaggi e nella descrizione degli ambienti, evidentemente da lui conosciuti. Ci troviamo all'interno di una clinica di ricovero per gli anziani, tra straordinari non richiesti, pazienti deliranti, tentativi falliti di uscire a cena con infermiere colleghe e imprevisti inattesi. L'horror irrompe nelle ultime pagine e lo fa anche piuttosto bene, tuttavia si sconta uno sviluppo che si concentra troppo sulle vicende dei personaggi lasciando al fantastico il risvolto finale. Assenti i Grandi Antichi sostituiti da globi fluttuanti a caccia di energia vitale.


Questo, a mio modo di vedere, il buono dell'antologia. I restanti sei racconti hanno momenti di interesse ma, per motivi diversi, non hanno convinto appieno questo recensore.

Promette molto Follonica, Gemellata con Innsmouth che prova ad ampliare il circolo dei Miti di Cthulhu, presentando l'idea di un'isola (Zanara) sprofondata davanti alla località balneare di Follonica. Lo sviluppo però delude, sia per il taglio parodistico sia per il tentativo di elevare al rango di eroi alcuni venditori ambulanti provenienti dalla Nigeria che diventano improbabili eroi. I personaggi sono troppi, l'idea della setta che si raduna in piscina e invoca l'emersione delle divinità marine ricorda troppo alcuni racconti di Antonio Tentori inseriti nell'antologia La Bestia Dentro (Profondo Rosso Edizioni). L'epilogo è la parodia di The Call of Cthulhu, tra adepti in fuga, pistolettate dei poliziotti sopraggiunti in spiaggia e uomini che si trasformano in piovroni. Fracassone. Strettamente legato a questo racconto è Il Ritornante, che ne mutua l'ambientazione e sfrutta di nuovo personaggi nigeriani. La magia africana si schiera contro la maledizione stellare e riuscirà ad avere la meglio. Meno farsesco e con qualche momento di tensione, sicuramente preferibile all'altro, eppure non convincente nonostante il beffardo colpo di scena finale che rinchiude lo spirito di Lovecraft nel corpo di un colored.

Si torna in spiaggia con Ti Porto al Mare che attinge al mito del richiamo delle sirene, ma lo fa cambiando la natura dell'essere soprannaturale e del soggetto richiamato. Protagonista è un bambino maltrattato a parole dal padre. Berneschi evidenzia qua più che altrove la critica di fondo verso l'immagine dell'autorità, rappresentata da un severo carabiniere in vacanza al mare col figlio preda di un richiamo che arriva direttamente dalle profondità marine (una sorta di via di fuga dalla realtà che acquisisce valenza evolutiva). Ancora una volta, però, il fantastico è marginale rispetto alla gestione dei personaggi.

Lo stesso può dirsi per Bar Italia, dove dominano le caratterizzazioni e i dialoghi tra i clienti di un bar dello sport. Berneschi offre un piccolo squarcio su un ambiente che ricorda molto la struttura e i contenuti del romanzo episodico L'Anno delle Volpi (2022) di Cristiano Demicheli. Manca il colpo di coda finale, dal momento che il colpo di scena è fortemente derivativo. L'idea del bar ai limiti dell'universo non è originale, ricordando certi momenti dei film Nirvana (scena in cui Abatantuono mostra alla Sandrelli che il mondo finisce dentro un armadio) e Dark City (idea della città che vaga per lo spazio). Di nuovo il fantastico viene relegato a un ruolo marginale soverchiato dalla buona e divertente caratterizzazione dei personaggi.

Non esalta neppure il racconto di apertura, L'Amore di un Ghoul, che umanizza la creatura del ghoul immaginando un sotterraneo litigio tra esseri necrofagi che si contendono il cadavere di una donna. Quest'ultima, divenuta oggetto di sentimenti amorosi, ha smarrito ogni natura di persona in favore di una mera carrozzeria cui deliziarsi. Berneschi ironizza dunque su certi amori umani legati alla componente corporea piuttosto che a quella che dovrebbe essere la vera essenza di un essere umano: l'anima, non a caso assente in un cadavere.

Convenzionale Case Stregate che gioca sugli scherzi architettonici di una casa stregata che, all'interno delle sue mura, cambia di continuo d'aspetto spiazzando il protagonista e, con lui, il lettore tanto che, alla fine, il narratore non sa più distinguere ciò che è davvero reale da ciò che ha immaginato essere tale. Insomma, un'evidente melaggiata o, se preferite, presa di fondelli.


Dunque un'antologia formata da un lotto di racconti interessanti, dai quali spiccano almeno due perle e un altro terzetto di buoni racconti per delineare quella che è un'ottima occasione per sostenere uno scrittore in possesso dei colpi giusti per sorprendere. Dominano, sul weird e la tensione, l'ironia e il sarcasmo. Può piacere.

 
L'autore Andrea Berneschi.