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domenica 5 marzo 2023

TRILOGIA DELL'INCUBO II - IL RITORNO di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Edizione: e-book kindle.
Anno: 2019.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Santi Editore.
Pagine: 128.
Prezzo: 2.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

La difficoltà nella scrittura, così come in qualunque aspetto della vita comune, non sta nel creare qualcosa di buono, ma nel riconfermarsi dopo aver lasciato intravedere delle qualità che possano offrire la sensazione di essere al cospetto di un potenziale crack. Dopo aver pubblicato l'interessante Trilogia dell'Incubo (2018), a meno di un anno di distanza, Maurizio Bianciotto torna alla carica con un nuovo progetto che segue, in tutto e per tutto, il primo trittico di storie dedicate alla narrativa del terrore.

Trilogia dell'Incubo II, infatti, è l'ideale sequel, una sorta di remake, se vogliamo, dell'opera attraverso la quale, dopo una serie di storie western, lo scrittore torinese si era approcciato all'horror. Il rischio di ripetersi, l'eventualità di non essere capace di superare quanto già proposto e la paura di aver sparato i colpi migliori viene sorprendentemente spazzata via da un lotto di storie che, se vogliamo, supera in qualità la prima antologia ed evidenzia il profilo di un grande intrattenitore dotato di uno stile maturo che ben figurerebbe in contesti di maggior prestigio.

Bianciotto ha ben poco da invidiare ai professionisti. Gli manca forse il coraggio per sganciarsi dai collaudati schemi del genere ma, quanto ad abilità narrative, è indubbiamente un narratore di razza.

Si conferma la cifra stilistica funzionale a commistionare la storia contemporanea a quell'orrore germinale legato alla tradizione e al folklore degli albori del genere. Vampiri, zombie, licantropi e streghe sono i protagonisti delle storie e vengono proposti in ossequio al gusto classico, figlio degli insegnamenti dei grandi autori di fine ottocento e dei primi del novecento.

Abile nello scandire i tempi narrativi, Bianciotto ricorre a una prosa estremamente scorrevole, depurata da leziosismi o da fronzoli estetici finalizzati a imbellettare i contenuti. Lo stile è essenziale, eppure perfetto a generare le giuste atmosfere. Notevoli e curati i dialoghi, così come le caratterizzazioni. I racconti sono perfette macchine per intrattenere un pubblico di massa, così da fare di Bianciotto un degno erede dei narratori italiani che negli anni sessanta e settanta furoreggiavano nelle edicole. Non sorprende che i testi, secondo quanto ci ha riferito l'autore stesso, siano stati apprezzati dallo sceneggiatore (tra gli altri del regista Lucio Fulci) Dardano Sacchetti. Fa dunque specie vedere uno scrittore di tale caratura sepolto in un underground che difficilmente potrà offrirgli la visibilità che meriterebbe. Dal mio punto di vista, non posso pertanto che invitare i miei pochi lettori ad acquistare gli ebook di Bianciotto, peraltro facilmente acquistabili anche su Amazon a un prezzo pressoché nullo.

I RACCONTI NEL DETTAGLIO



I Vampiri di Cerna Gora. Weird War story degna erede dei racconti alimentati da The Bowmen di Arthur Machen e, prima ancora, dalle storie belliche intrise di contenuti soprannaturali pubblicate nell'ottocento da Ambrose Bierce, attraverso la quale Maurizio Bianciotto si dimostra un narratore poliedrico a suo agio in ogni componente e sfaccettatura della narrativa di genere.

Siamo nel corso della seconda guerra mondiale, in Jugoslavia, con i nazisti alle prese con i partigiani agli ordini di Tito. Ancora una volta troviamo impiegati in cammei personaggi realmente esistiti (nella prima antologia avevamo avuto, tra gli altri, Himmler), quali il leader dei fascisti croati Ante Pavelic. Alla stessa maniera si conferma la cura del contesto storico in cui si muovono i personaggi dell'immaginazione. Bianciotto cita i nomi dei gruppi in azione (gli Ustascia croati) denotando una vera e propria passione per la storia contemporanea e un interesse sugli atteggiamenti psicologici tenuti dai membri dei distinti eserciti orientati al reciproco disprezzo.

Ammoniti circa la maledizione gravante su un promontorio costantemente avvolto dalle nebbie, gli uomini agli ordini dell'arrogante tenente Manfred Bolke, ufficiale SS, intendono sconfessare le superstizioni e conquistare la vetta del monte Cerna Gora, letteralmente la “Montagna Nera”. Dovranno vedersela contro un nemico ultraterreno rappresentato da un'orda di soldati caduti in precedenti battaglie che si muovono, all'incombere delle tenebre, sotto le vestigi di passati eserciti, vuoi che siano turchi o austro-ungarici. Una caratterizzazione, questa, che ricorda il romanzo da edicole degli anni sessanta Il Destino e la Strage pubblicato a firma Max Dave (in realtà di Carlo Belli) all'interno della serie I Racconti di Dracula.

Ne esce fuori una storia costruita su un doppio binario costituito, da una parte, dall'indagine della Gestapo finalizzata a comprendere lo stato mentale del Tenente Bolke - unico superstite di un manipolo di uomini trucidati in battaglia - e, dall'altro lato, dal diario dello stesso militare che racconta di un conflitto intrapreso contro esseri a metà strada tra i vampiri e gli zombi.

Le doti dello scrittore sono di nuovo il piatto forte dell'elaborato. Bianciotto è un abile intrattenitore, in grado di miscelare immagini cinematografiche alla tradizione letteraria di inizio novecento. Nella fattispecie si affida a un immaginario che rimanda alla serie cinematografica dei “Resuscitati Ciechi” di Amando De Ossorio e, al tempo stesso, ripropone l'idea del male ultraterreno di estrazione stokeriana ovvero una pestilenza potenzialmente in grado di diffondersi dalla periferia dell'Europa per sconvolgere gli equilibri e la pace del cuore della civiltà. Probabilmente il miglior racconto del lotto.

L'Eccentrico Sir Williams. Storia classica alla weird tales, in cui torna in gioco la figura del licantropo seppure in una chiave di condanna (nella prima antologia si parlava di una setta di licantropi divenuti tali per rivoluzionare l'ordine costituito). Scandito con classe e capacità linguistiche invidiabili, sconta un soggetto che non è né vuole essere originale. L'autore pesca a piene mani dai film dell'Hammer e, soprattutto, dai racconti pulp di Robert Ervin Howard (anche se non ammesso).

Sul versante della struttura, L'Eccentrico Sir Williams è un elaborato condotto su un doppio binario temporale. Da una parte le rivelazioni in esclusiva di un ex ufficiale dell'esercito inglese che ha invitato - presso la sua villa ai margine del bosco - un vecchio commilitone per svelare il proprio segreto, dall'altro il flashback sugli scontri del 1898 avvenuti nel cuore del Sudan ai tempi in cui i due erano impegnati sul campo di battaglia. È infatti proprio dal passato che giunge la soluzione del mistero che avvolge la vita del maggiore Williams, un uomo che si è isolato da tutto e da tutti e che è stanco della vita. Ecco che, a differenza di Lycanthropus (racconto presente nella prima antologia), le capacità soprannaturali sono il prodotto di una maledizione che squalifica dalla vita comune, assumendo la valenza di un'infezione potenzialmente epidemica orchestrata da un nemico maligno quale via attraverso la quale condurre a morte l'avversario nella sua lontana madre patria. Imprigionato dai sudanesi, l'ex ufficiale viene costretto a combattere corpo a corpo in un'arena di fortuna contro un mostro dai tratti licantropici. Vincente nello scontro, il giovane inglese non avrà tempo per gioire. La morte, infatti, avrebbe reso ben più gaudio lo spirito, poiché il morso subito sarà il motivo per il quale i dervisci provvederanno alla liberazione del poveretto con la speranza maligna che possa essere ricondotto nella lontana Inghilterra. Evidentemente, non sempre vincere un confronto è la soluzione migliore per l'anima di un uomo.

Racconto privo di sottotracce di valenza critica, eppure molto maturo da un punto di vista tecnico tanto da fare di Bianciotto un nome da appuntare sul taccuino dei nomi da ricordare.

La Diva dell'Hard. Racconto che evoca le spicy story di Ed Wood contenute nell'antologia Splatter, con Bianciotto che riprende l'argomento dal precedente Il Ritratto della Contessa (inserito nella prima trilogia) per proporlo sotto un'ottica più moderna e meno legata al gotico.

Penalizzato da un'eccessiva dilatazione nella prima parte di elaborato, dove l'autore trova il modo di omaggiare titoli western tra cui l'italiano La Preda e L'Avvoltoio, la storia entra in lenta carburazione con gli artifici tipici del genere, quali il sogno premonitore. Centrale l'elemento del sesso che viene trattato con una certa intelligenza e un alone prettamente malinconico. Bianciotto non è un aderente alla “moderna” corrente dell'hardcore horror. Il lessico non è mai volgare, salvo un paio di espressioni. I momenti piccanti, pur se presenti, non scadono in sproloqui da bettola. Emerge, di converso, una sottotraccia molto interessante che conferisce valore alla storia. L'attrazione fisica da una parte e la voglia di corrompere i valori della morale dall'altra. La prima è personalizzata da un giovane italiano che scopre che vicino alla sua abitazione è giunta in vacanza una famosa attrice hard. Comunista convinto e un po' bigotto, il giovane, pur manifestando lo sdegno per il mondo peccaminoso del sesso promiscuo, non riesce a resistere al richiamo della carne e viene attirato dalla bella strega che vuole solo divertirsi e rubargli la vita (nel testo si parla di sangue, ma si farebbe meglio a parlare di cervello). Il giovane incarna i valori del ragazzo modello (“educato, gentile e timido, non avrei potuto fare una scelta migliore”) ed è questo a stimolare il desiderio predatorio della donna. L'attrice ama il controllo, una sensazione di sfrenata emozione che la rende simile a una divinità che modera piacere e dolore. ”Plasmare gli altri, farne degli oggetti nelle tue mani, è una cosa a dir poco inebriante. Soprattutto quando sono gli altri che si illudono di dominarti e di possederti.” È un personaggio, un po' come la protagonista del film Ecstasy interpretato da Moana Pozzi, che ha tutti gli uomini ai suoi piedi e che, tuttavia, non riesce a sentirsi completa poiché i partners sono fusti che non le scuotono la mente essendo presi dalle sue forme tanto da farne un oggetto di piacere. Ecco delinearsi un dramma che vedrà soccombere entrambi i personaggi, vittime di una tragedia in cui neppure la dimensione del sogno illusorio potrà conferire ristoro. Quando, dopo l'amplesso, la donna chiede al giovane se è felice lui risponde: “se l’appagamento fisico può dare la felicità, allora sono felice”. Il condizionale è d'obbligo, perché l'appagamento fisico è solo una parte della problematica legata al rapporto amoroso. A spiccare infatti sono i contenuti intrinseci di cui si fa portatore il testo, in particolare l'idea della vacuità dell'amore, quando lo stesso viene ricercato nei corpi e nella soddisfazione fisica piuttosto che nella complicità mentale e nell'unione spirituale cui devono tendere due anime veramente gemelle chiamate a intraprendere quel percorso di felicità che conduce all'ideale ermafrodita simbolo della perfetta unione alchemica.

Bianciotto usa il classico della pronuncia del vero nome della strega per portare alla morte dell'attrice che, in realtà, è già stata arsa sul fuoco, ma il sogno menzognero di un amore impossibile persiste anche oltre la morte: “Nei suoi amplessi onirici con Vanessa Scott e poi in quelli reali aveva realizzato i propri desideri ed appagato ogni sua fantasia ma ora si rendeva pienamente conto che quello non significava essere felici. La felicità era passeggiare per Praga con una splendida ragazza che lo amava per ciò che lui era, sinceramente, senza calcoli o secondi fini. E poiché questa condizione perfetta si realizzava soltanto in sogno, cominciò a desiderare la notte, il magico momento in cui sarebbe potuto fuggire da una realtà che non gli apparteneva per vivere, sia pure solo in modo onirico, attimi bellissimi ed appaganti.” Questo per dire che la bellezza del corpo è una chimera cui un comune mortale non può ambire, se non per un'esclusiva seduta di sesso estremo dietro cui si nasconde la vuotezza dei contenuti.

CONCLUSIONI

Maurizio Bianciotto è uno scrittore da recuperare, caldamente consigliato a chi sia appassionato del fantastico delle origini - quello figlio di Bram Stoker, dei prodotti della Hammer, dell'erotismo dei romanzi italiani del terrore delle edicole (Racconti di Dracula e KKK) - e a chi ama leggere storie che mischiano i grandi protagonisti della storia contemporanea (vuoi che siano nazisti, soldati austro-ungarici o militari inglesi dell'epoca vittoriana) ai grandi archetipi dell'orrore quali licantropi, vampiri, streghe e zombi. Dotato di uno stile leggero e mai pesante, le sue storie sono perfette per la massa essendo strutturate su un grande senso di intrattenimento. Trovate su amazon i suoi ebook a 2,00 euro. Qua per l'acquisto: https://www.amazon.it/Trilogia-dellincubo-ritorno-Maurizio-Bianciotto-ebook/dp/B07PW493Y4

giovedì 2 marzo 2023

Recensione Narrativa: TRILOGIA DELL'INCUBO di Maurizio Bianciotto.

Autore: Maurizio Bianciotto.
Edizione: e-book kindle.
Anno: 2018.
Genere:  Antologia Horror.
Editore: Santi Editore.
Pagine: 144.
Prezzo: 2.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.

PRESENTAZIONE AUTORE E ANALISI GENERALE

Maurizio Bianciotto è una novità assoluta che arriva direttamente dal panorama underground delle pubblicazioni digitali senza aver trascorsi o segnalazioni in concorsi apicali nell'ambito del fantastico e del weird. Cultore, più che mero appassionato, di storia e soprattutto di quel cinema commerciale legato ai grandi capolavori inglesi griffati Hammer, ma anche alle produzioni di genere italiane degli anni sessanta e settanta e a un mondo sommerso e sconosciuto fatto di pellicole russe mai giunte nella nostra landa e visionate dall'autore in lingua originale, grazie alle pubbliche relazioni intrattenute negli uffici del piacere con le burocrati e funzionarie che mai un savio di mente si sognerebbe di incontrare negli alti piani dell'amministrazione pubblica.

Torinese, classe 1970, autore di molteplici e-book legati soprattutto al genere western e al bellico, con Trilogia dell'Incubo, messa in vendita (anche su amazon) a partire dall'ottobre del 2018, ha dato avvio al suo tributo al genere dell'orrore figlio degli insegnamenti della prima metà del novecento. Le sue storie, pur se derivative, spiccano sempre per la capillare attenzione nella delineazione delle caratterizzazioni (vezzi caratteriali, armi, divise, abitudini locali), dei contesti ambientali spesso legati al folklore dell'Est Europa (Ungheria soprattutto) e dei riferimenti storici riportati sempre in abbondanza. L'erotico, il giallo e l'azione vengono, di volta in volta, a impreziosire canovacci legati ai grandi archetipi dell'orrore della tradizione, trasformando un semplice racconto fantastico in altro. Il vampiro, il licantropo e lo zombi sono i grandi protagonisti del trittico qua oggetto di esame realizzato per la distribuzione dalla Santi Editore.

Il livello dei racconti è qualitativo, specie per i dialoghi (notevoli per la "categoria") e la gestione dei tempi narrativi. Manca un po' di originalità, talvolta latente per un approccio citazionista così evidente da essere sottolineato dai continui rimandi a scrittori, registi, film e persino fumetti italiani degli anni settanta. Bianciotto non vuole rivoluzionare il genere, ma regalare il suo atto d'amore per un mondo che, evidentemente, adora. Ecco allora lo sguardo proiettato verso la tradizione piuttosto che in direzione di quell'orrore contemporaneo fatto di splatter o di una traslitterazone in chiave quotidiana o sociale delle grande paure dell'uomo moderno. Per tale via arrivano i cammei di personaggi realmente esistiti quali la contessa Bathory (ribattezzata sotto altro nome) e persino Himmler, così come le ambientazioni sono sovente nel passato, tra il 1880 e il 1943.

In vendita al modico prezzo di due euro (qua il link per l'acquisto https://www.amazon.it/Trilogia-dellincubo-Maurizio-Bianciotto-ebook/dp/B07JC46Z4V/ref=sr_1_10?qid=1677790544&refinements=p_27%3AMaurizio+Bianciotto&s=books&sr=1-10), La Trilogia dell'Incubo è un'antologia di circa 140 pagine molto scorrevole e ben scritta, tanto da dare la sensazione che dietro alle storie vi sia la mano di un narratore esperto. Al di là della superficie delle storie, emerge un atteggiamento di sfavore nei confronti della religione e delle dittature (vuoi che siano politiche che religiose), nelle quali l'autore tende a vedere la matrice e la ragione di ogni male.

Vediamo nel dettaglio i racconti.

 
ANALISI DETTAGLIATA

Il Ritratto della Contessa è un dichiarato ed evidente tributo al sottogenere del vampirismo classico. Bianciotto mischia Dracula (soprattutto la parte iniziale con Harker ospitato presso il castello del Conte) alla contessa sanguinaria Erszebet Bathory (la vampiressa del racconto è costruita sul modello della nobildonna ungherese), in un continuo rimando di citazioni che strizzano l'occhiolino ai prodotti cinematografici della Hammer, passando per i romanzetti da edicola calibrati su un connubio fatto di sesso e terrore (citata la serie Terror, ma è individuabile una matrice comune anche a I Racconti di Dracula). Non si contano gli omaggi, per un soggetto che è fedele alla tradizione di inizio novecento, per contesto scenografico (ambientazione est europea, a trecento chilometri da Budapest, in un castello isolato) e atmosfere (bufere di pioggia, tra fulmini e tuoni), ma che, al contempo, si abbandona alla contemporaneità rappresentata da un protagonista che racconta la storia in prima persona con tutte le ingenuità del giovane moderno, tanto da rendere partecipe il lettore dei suoi pensieri (non certo filosofici) incentrati su una valutazione della bellezza femminile filtrata dai modelli spinti del cinema hardcore. Una visione, questa, da cui si lascia corrompere (“In fondo, in una donna l'aspetto esteriore è sempre quello che conta di più...”). Tra le scene più piccanti vi è una sorta di riproduzione della scena di Harker sedotto da una vampiressa, che fu poi la prima scena che venne in mente a Bram Stoker. La corruzione dei valori genera un dolore che svanisce e si tramuta in perverso piacere (“Non provo nessun timore quando mi attira a sè. Fremo di gioia quando le sue labbra si avvicinano al mio collo e la mia felicità è al culmine quando i suoi canini straziano la mia gola.”), ideale via attraverso il quale la perversione viene lasciata figliare altrove (forse è questo il motivo per cui la contessa lascia scappare la sua preda).

Bianciotto dimostra di essere un ottimo narratore, soprattutto nella costruzione dei dialoghi. Opta per un romanzo scritto in prima persona, che perde qualcosa nei pensieri libidinosi del protagonista e nel continuo ammiccamento circa la vera natura dell'ospite, un approccio questo che rende prevedibile il successivo sviluppo del testo dai risvolti un po' telefonati.

Le stigmate del vampirismo d'autore, tuttavia, ci sono. La corruzione dei valori e il progressivo allontanamento dalle fede (“ho sempre trovato difficile affidarmi ad un dio che predica la rassegnazione ed il perdono”), rappresentato da un'abiura espressa dal protagonista al cospetto di una donna seducente che alla fine si rivelerà essere quella che tutti aspettavano fosse, incarnano la matrice comune alle origini. Ecco che Il Ritratto della Contessa è un elaborato classico, caratterizzato da venature erotiche mai volgari, e da qualche momento di tensione rappresentato soprattutto dalla forza evocativa di una serie di quadri che propongono momenti di tortura e di morte che rapiscono l'attenzione del protagonista. Piacerà ai puristi del genere allineati ai vecchi stilemi.


Lycanthropus. Racconto nella tradizione del folklore legato all'archetipo del licantropo (ci sono alcune innovazioni, tipo le metamorfosi scandite dall'assunzione di pastiglie scatenanti) su cui Bianciotto ricama con classe, lavorando sul background e sulle caratterizzazioni a corollario dell'intreccio. La storia è lineare, gestita senza colpi di scena tanto che il finale giunge telefonato. Ciò detto, lo stile, i dialoghi e la gestione dei tempi sono eccellenti. Bianciotto ha evidenti qualità e sa essere ottimo narratore, anche se forse è un po' troppo legato ai contenuti classici. Appassionato di arte, gioca di nuovo sugli elementi pittorici rappresentati da quadri dai soggetti evocativi (qua il ritratto di un licantropo). Allo stesso modo torna l'artificio letterario del sogno/incubo svelatore e del viaggio. A tratti onirico, Lycanthropus segue per il resto gli stilemi del giallo, partendo da una strana lettera da cui poi si innescherà un sanguinoso omicidio su cui il protagonista e un poliziotto si troveranno a indagare.

Punto di forza sono l'ambientazione e lo studio che l'autore fa, in relazione all'impero austro-ungarico e alle differenze tra austriaci e ungheresi che si guardano, rispettivamente, con sospetto e reciproca superiorità. Siamo ancora in Ungheria, questa volta nel 1880 nella cittadina di Gyor. Bianciotto lavora sulla tradizione, parla del tempio romano presente in città, del culto di Mitra e della repressione per mano cristiana consequenziale all'Editto di Teodosio del 391 d.c.. Proprio questa è la sottotraccia su cui si struttura il testo. L'autore opera una feroce critica della religione cristiana, vedendone la matrice di mali in origine assenti. Alla stessa maniera dei cattolici, i seguaci di Mitra erano in legati al culto dell'anima salvo poi trasformarsi in individui votati alla perpetrazione della carne in quanto perseguitati e costretti con la forza ad abiurare ai propri credi. Ecco così assumere la qualità di rivoltosi (una posizione che può accomunarsi, se vogliamo, a quella legata alla caccia di Satana dal paradiso), tanto da sposare gli insegnamenti dei negromanti e mutuare, per tale via, la propria esistenza nel tempo.
“Trasformarono il loro credo da religione della luce a religione delle tenebre”.
Emerge ancora una volta una visione di stampo materialista, che porta con sé una critica che lascia trapelare la supposizione, peraltro evidenziata da studiosi del calibro di Marx, di un approccio manipolatorio e ottenebrante operato della religione cattolica sulla mente degli uomini. “Quale migliore vendetta nei confronti dei cristiani e del loro inutile dio, che non è in grado di salvarti dalla morte e pretende una fede incondizionata in cambio di...di cosa? Della vita ultraterrena, quando sappiamo benissimo che la vera vita è un fatto esclusivamente materiale e composto di bisogni primari? Mangiare, respirare, accoppiarsi, non porsi nessun assurdo limite morale. Questa è la vera esistenza e per rappresentarla non vi è nessuna creatura più degna del lupo. Invincibile, libero, spietato”.


SS Campo 5 – Protocollo Apocalisse. Dopo il vampiro e il licantropo, è il turno di un altro grande archetipo dell'orrore classico: lo zombi.

Forse ispirato dal fake trailer di Rob Zombi Werewolf Women of the S.S., inserito nel progetto Grindhouse del duo Tarantino-Rodriguez, arriva un altro bizzarro esperimento nazista diretto a creare dei soldati invincibili e, al tempo stesso, scatenare un virus letale a danno degli avversari americani e russi impegnati nel secondo conflitto mondiale. Prendendo le mosse dalla tradizione haitiana e da film come Ho Camminato con uno Zombi, uscito nel medesimo anno in cui è ambientata la storia, ovvero il 1943, Bianciotto miscela gli stilemi del sottogenere ricorrendo alle soluzioni romeriane (colpo in testa per uccidere i non morti e l'inconveniente del cannibalismo). A gestire l'operazione vi è un manipolo di ufficiali SS e di soldati chiamati a operare un ordine di insabbiamento richiesto da Himmler, anch'esso presente nella storia.

Eccellenti i dialoghi e le caratterizzazioni, così come la cura nel delineare gli armamenti, le divise e la gestione dei campi. Eloquente infine la brutalità dei modi nazisti, così come non mancano densi stralci intrisi di un'azione da war movie con inserti gore in stile La Notte dei Morti Viventi. Il grande Reich, o forse i sistemi politici in generale, non amano gli uomini pensanti. “Purtroppo lei è un ottimo soldato ma un pessimo nazista. La Germania di Adolf Hitler non ha bisogno di gente come lei. Gente che si pone domande, che non crede incondizionatamente, che porta in sè il seme del dubbio e di conseguenza della disfatta. No, mi creda, nel nostro glorioso Reich non sappiamo che farcene di gente del suo livello” 

 

La successiva trilogia del terrore
pubblicata da Maurizio Bianciotto.

"Apprezzo gli uomini che non sentono il bisogno di ostentare i propri meriti."

giovedì 9 febbraio 2023

Recensione Narrativa I FIGLI DEL BUIO AA.VV. a cura di Alessandro Manzetti.

Curatore: Alessandro Manzetti.
Edizione: Collection a serie limitata.
Anno: 2022.
Genere:  Antologia AA.VV. Horror.
Editore: Independent Legions.
Pagine: 454.
Prezzo: 17.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Pubblicata nell'aprile del 2022, a circa due mesi dallo scoppio del conflitto bellico tra Ucraina e Russia, Figli del Buio è una miscellanea di racconti radunati e selezionati da Alessandro Manzetti con finalità umanitarie. Tutti i compensi ricavati, infatti, saranno destinati all'assistenza umanitaria per i bambini ucraini. Dunque non si tratta di un progetto studiato a tavolino, con un suo fil rouge predefinito o un suo contenuto omogeneo, ma di una pronta risposta a un evento socio-politico e umanitario che ha scosso il mondo occidentale e non solo quello. Manzetti ha deciso di rendere più appetibile l'operazione, dando un valore aggiuntivo alla stessa. Sono state infatti pubblicate solo 399 copie del volume che, pertanto, è divenuto un vero e proprio oggetto da collezione tuttora acquistabile, a esaurimento scorte, a soli 17,90 euro sul sito dell'editore. Oltre 450 pagine di lettura, tra racconti compresi tra le trenta e le due pagine, per un livello medio più che apprezzabile.

Trentadue autori hanno risposto alla chiamata del curatore, che ha pescato tra un lotto di storie pubblicate tra il 1986 e il 2022. Un periodo, questo, caro a Manzetti che lo ha preso spesso di riferimento quale forbice temporale per i suoi saggi sulla letteratura del terrore dell'epoca moderna, si pensi alla Guida ai 150 Migliori Libri Horror (2021), Squisite Diavolerie (2022) e Horror Guru (2023).

Nascono subito grandi aspettative dalla lettura dei nomi coinvolti, con la gustosa novità di alternare i maestri del genere anglo-americani a molte delle migliori espressioni autoctone. Manzetti riesce a rappresentare cinque nazioni e addirittura quattro continenti (manca la sola Africa). Sedici scrittori americani, dieci italiani (quindi quasi un terzo dell'antologia), tre inglesi e un slot a testa per Nuova Zelanda e Pakistan. Non si contano i premi letterari rappresentati e aggiudicati dai soggetti coinvolti nel progetto, si va da un'interminabile serie di statuette del Bram Stoker Award, passando per il Grand Prix de l'Imaginarie, il World Fantasy Award, il British Fantasy Award, lo Splatterpunk Award, lo Shirley Jackson Award fino al “nostro” Premio Hypnos (di cui vanta una menzione anche il sottoscritto Matteo Mancini).

Tra i nomi rappresentati, al fianco dei colossi del genere, quali Ramsey Campbell, Joe Lansdale, David J. Schow, Poppy Z. Brite, Richard Laymon e Richard C. Matheson, e dei sempre più conosciuti in Italia (soprattutto grazie all'Independent Legions che ha pubblicato diversi loro lavori) Philip Fracassi, Owl Goingback, Charlee Jacob, Brian Keene, Gweldolyn Kiste e Priya Sharma (pubblicata anche dalle Edizioni Hypnos di Andrea Vaccaro) figurano una serie di nuove proposte sul mercato editoriale italiano: Allyson Bird, Usman Malik, Jeff Strand, Gene O'Neill, John Everson, Lucy Snyder, Benjamin K. Ethridge e Tim Waggoner. Tra i nostri connazionali brillano i decani Danilo Arona, Nicola Lombardi, Paolo Di Orazio, Caleb Battiago (alias di Alessandro Manzetti), Alda Teodorani a cui si aggiungono gli altrettanto qualitativi Stefano “El Brujo” Fantelli, Samuel Marolla e gli emergenti di lusso Luigi Musolino e Lucio Besana (entrambi di recente pubblicati dalle Edizioni Hypnos).

Ecco che viene a formarsi un progetto multiforme, aperto a una visione del racconto del terrore che affronta a trecentosessanta gradi le varie sfaccettature della tematica, pur se orientandosi in via prioritaria su temi quali la paura della morte, l'ineluttabilità del tempo che passa e l'orrore della guerra e degli effetti collaterali provocati da armi di distruzione di massa come quelle nucleari (un tema che è tornato di moda dopo che sembrava essere archiviato nei cassetti della memoria). Manzetti rinuncia quasi del tutto alla sua passione per l'extreme horror, amalgamando un lotto di storie adatto alla più ampia fetta possibile di lettori. Alcuni racconti, addirittura, sfiorano il romanticismo (Fracassi, Bird e Schow), altri il sociale rappresentato dalle violenze in famiglia (Sharma e O'Neill), ci sono avventure drammatiche del tutto prive di elementi soprannaturali (Laymon, Keene) o tese a rappresentare le paure della vita di tutti i giorni (Matheson e Morton) oppure di riscrivere episodi legati ai grandi classici (Everson, Kiste e Strand) piuttosto che rappresentare sotto un'altra luce le tematiche di scrittori celebri quali H.P. Lovecraft (Jacob ed Ethridge). Non mancano infine alcune avventure surreali (Fantelli e Goingback) e persino fantascientifiche (Snyder) o omaggianti il cinema di Quentin Tarantino (Battiago). Insomma, ce ne è per tutti i gusti e questo fa de I Figli del Buio un'occasione per conoscere nomi nuovi e, al contempo, ritrovare vecchie firme da anni lontane dal genere (Lansdale) o recentemente scomparse (Jacob e Laymon) alternando il tutto a letture di maestri italiani troppo spesso sottovalutati dal pubblico nostrano. Il limite del progetto è costituito dal fatto che molti dei racconti proposti non sono inediti, essendo già apparsi in altre antologie offerte sul mercato editoriale del bel paese.

APPROFONDIMENTO.

Il livello generale è apprezzabile, sebbene vi siano pochi racconti in grado di assurgere al rango di capolavoro. Colpisce Joe Lansdale con una breve novella (trenta pagine) che ben avrebbe potuto dar vita a un romanzo. Pubblicata nel lontanissimo 1986 e inclusa nell'epocale Maneggiare con Cura, Tigh Little Stitches in a Dead Man's Back (Piccoli Punti Stretti nella Schiena di un Morto) è un elaborato completo che potremmo definire contenitore. In esso sono raccolti più generi, dal dramma familiare alla fantascienza post-apocalittica, passando per l'azione, il distopico e infine il soprannaturale. Legato agli orrori nucleari figli degli anni ottanta, è una storia che riscrive le coordinate del terrore della terza guerra mondiale unendole a una nuova e originale forma di zombie. Libero dall'ironia tipica dell'autore, è un elaborato tragico infarcito di sensi di colpa e di una visione onirica molto sviluppata (balene mutanti che strisciano sulla sabbia, mare evaporato come in Dagon di Lovecraft) e forse alimentata da Il Giorno dei Trifidi di Wyndham. L'umanità, dopo venti anni di chiusura all'interno di una città sotterranea (dove si sviluppano condotte devianti e omicidi che ricordano l'esperimento condotto sui topi negli anni sessanta e settanta da John B. Calhoun), tenta di prendere di nuovo possesso della superficie, ma ad attenderla vi sarà un mondo diverso, flagellato dalle radiazioni e infestato da nuove creature, tra cui una forma di vegetazione particolarmente aggressiva in grado di prendere possesso dei corpi umani e muoverli alla stregua di marionette. Spassosissimo e privo di ironia.

L'orrore delle radiazioni è al centro di un altro gioiello tra i trentadue proposti: l'eccezionale Da Cieli Infetti... una perla di rara potenza visiva regalata dall'eccelso Luigi Musolino. Un mix tra dolore esistenziale, malattia, onirismo e incubo nucleare, in un una campagna piemontese che assume in contorni di una novella Chernobyl, tra aironi deformi, cielo infuocato e un rimpianto che bussa da lontano a estendere sull'ambiente un cancro capace di debordare dai confini della carne e rendere percepibile dai sensi l'orrore proposto da una tela dipinta da un artista amatoriale. L'arte pittorica si miscela e si compenetra alla realtà. Indimenticabile la scena degli aironi che si cibano della carcassa di una lepre, al cospetto di un protagonista rintanato nella propria autovettura. Tra i migliori in assoluto dell'antologia.

Sempre il nucleare aleggia, questa volta sotto una diversa forma, in Nariko, firmato Caleb Battiago (pseudonimo di Alessandro Manzetti), dove la componente horror lascia spazio all'azione. Seppur estraneo all'universo Naraka (fortemente richiamato dal nome del “nuovo” personaggio), è una storia dai contenuti legati alle tematiche di Manzetti (di cui ricordiamo, tra gli altri, anche Il Custode di Chernobyl). Venature erotiche, forte impronta onirica, stile oscillante tra l'aulico e il volgare (anche se meno del solito), esaltazione dei colori sgargianti e presenza di eroine marziali implacabili e in cerca di vendetta. Ambientato a dieci anni dall'esplosione dell'atomica di Nagasaki, vede in azione una sorta di danzatrice guerriera giapponese (una sorta di fantasma) a caccia di tutti i responsabili dello sgancio della bomba che ha chiuso le sorti del secondo conflitto mondiale. Evidente e gradito omaggio a Quentin Tarantino (riproposte le scenografie di Kill Bill V.1 del combattimento tra la Thurman e O-Ren, oltre che presenza di una tipa che agita la catena alla maniera di una delle componenti del gruppo degli “88 pazzi”) per una storia sì fantastica (perché i morti vedono il passato dall'inferno), ma molto più action e orientata a fornire un'aperta condanna della guerra. Ideale a fungere da racconto manifesto dell'antologia è tuttavia l'elaborato di Alda Teodorani, che da tutta l'idea di esser stato scritto appositamente per questo progetto. Fantasmi di Guerra è infatti un elaborato metaletterario in cui il protagonista è uno scrittore che tiene corsi ad aspiranti colleghi e che è stato contattato da un certo Alessandro per scrivere un racconto da destinare a un'antologia contro la guerra. Sensibilizzato dall'argomento e dalla lettura di riviste a tema, lo scrittore finisce per essere visitato nelle ore notturne dalle vittime dei conflitti armati. Bambini, donne e uomini semi bruciati, grondanti sangue che lo guardano persi e disperati, a ricordargli che mentre lui vive una vita tranquilla altrove si muore. Un orrore continuo che porta il protagonista a declinare all'invito e a sentirsi in colpa per la morte di ciascuno dei fantasmi che giungono a visitarlo e ad abbracciarlo. Tutti sono responsabili quando vi è un conflitto, nessuno è davvero innocente e niente rende davvero ragionevole l'esplosione di un conflitto che non potrà far altro che uccidere tutti i coinvolti. Ce lo ribadisce, in via metaforica e fantastica, Benjamin K. Ethridge, a cui piace giostrare il ragionamento da distinte prospettive. L'autore prende Frederic Brown (La Sentinella) e lo mixa con Lord Dunsany (Gli Dei di Pegana) e Howard P. Lovecraft (quello de La Chiave d'Argento). Scritto con uno stile ipnotico, in seconda persona, Il Dio Caduto in Mare è una short story estremamente visionaria, attraverso la quale si cerca di immedesimare il lettore nel protagonista, al fine di stimolargli tutti i sensi in modo da spiazzarlo in un epilogo in cui il contesto ambientale, palesemente alieno (è forse il paradiso?), si rivelerà essere animale, così da fare del protagonista una nullità dispersa nell'universo ovvero una creatura paragonabile a un acaro, così come tali sono gli esseri definiti quali gli Dei che hanno fatto di quel campo il teatro dei loro conflitti (peraltro eliminandosi a vicenda). Chi siamo davvero e chi sono le nostre divinità? Ethridge sembra suggerirci una risposta tutt'altro che accomodante. Non valiamo più di un insetto e il nostro Dio, quello della guerra, è morto. Ottimo racconto, nulla da dire.

Ruota sul tema delle violenze in famiglia Bestie Favolose di Priya Sharma, altro racconto di punta dell'antologia. A metà strada tra sociale e fantastico, propone una forma di licantropia assai particolare, sviluppatasi in via naturale e genetica dall'adolescenza fino alla maturità della protagonista. Sharma sembra omaggiare The Lair of the White Worm (1911) di Bram Stoker, con una costruzione in crescendo che si chiude all'insegna del mostruoso (o del diverso) personalizzato da due donne serpente per le quali il lettore finisce per patteggiare, poiché i veri mostri sono gli umani (i normali).

Sempre dall'adolescenza e dalle piccole crudeltà di gioventù arriva la storia di Richard Laymon. Un Bel Posto Segreto (A Good Secret Place, 1992) è un racconto cattivissimo ed estremamente scorrevole, del tutto privo di elementi soprannaturali sostituiti dalle prime pulsioni sessuali e dalla cattiveria dei giovani. Una storia che riporta ai giochi e allo spensierato clima degli anni delle superiori, con bravate che potrebbero costare care e che qua hanno effetti devastanti virati dall'autore all'ironia (uno stupro diviene occasione di iniziazione ai piaceri della vita!?). Ricorda un po' il King de Bad Little Kid (contenuto ne I Bazar dei Brutti Sogni). Finale beffardo e ironico per un'atipica storia di formazione di valenza iniziatica.

Idioti in azione anche in Xenofobia, elaborato a cui è affidato il compito di aprire l'antologia. Lo firma una Poppy Z. Brite di inizio carriera che omaggia, non so quanto volontariamente, Bal Macabre di Gustav Meyrink, tra erotismo e visioni frutto dell'assunzione (inavvertita) di funghi allucinogeni. Due amici in visita nel quartiere a luci rosse di Chinatown approfittano della veglia di una salma di una giovane cinese per verificare se è vero che le orientali hanno la vagina orizzontale. Pubblicato nel 1990, è portatore di molti temi su cui si forgerà la narrativa della scrittrice (poi uomo) ma non ancora dell'extreme horror.

L'extreme horror, versante hardcore, irrompe invece nelle storie di altre due scrittrici: la semisconosciuta in Italia Lucy Snyder e la star queen dell'hardcore Charlee Jacob, già letta in occasione dell'uscita dell'antologia I Giorni della Bestia (Independent Legions). La prima propone un racconto che potremmo definire ultra manzettiano (siamo certi che sia uno dei preferiti del curatore) per il suo essere interessato da disturbanti atmosfere sci-fi versante distopico e splatter. Intitolato Magdala Amigdala, si tratta di un'avventura ambientata in un imprecisato futuro, un'epoca in cui la razza umana è stata modificata da un'epidemia che ha provocato dei gravi cambiamenti sulla genetica degli uomini e, per reazione, sul sistema sociale, trasformatosi da democrazia a dittatura orientata a controllare e abbattere le categorie di soggetti che hanno sviluppato certe modifiche. Abbiamo infatti soggetti che sono diventati dei vampiri (niente a che vedere con Bram Stoker) e altri che sono presi da impulsi tesi a spingerli ad alimentarsi sbranando cervelli umani. Colpisce e inorridisce la presenza di un omaggio a una delle scene finali di Hannibal di Thomas Harris, con una donna che si lascia scoperchiare il cranio per consentire all'amica di deliziarsi passando la lingua sul suo cervello (una sorta di evoluzione del rapporto sessuale del futuro). Racconto, pur nel suo essere estremizzato, moderno nei contenuti nonostante sia stato scritto nel 2011.

Trasformazione della Jacob, inserito nell'antologia Brutal 2 (Independent Legions), è un omaggio reso, alla sua maniera, da Charlee Jacob al mito dei grandi antichi di Howard P. Lovecraft. Assai meno originale della storia della Snyder, propone un grande inizio, tra spiaggiamenti di tentacoli di piovre ciclopiche, sette dedite a culti di ignote divinità e allusioni erotiche (che poi diventeranno esplicite), che scade (qui insurrezione popolare degli estimatori) in un trip allucinato e allucinante all'insegna dell'hardcore, con una commistione linguistica tra eleganza stilistica e ridondanza di aggettivi ricercati e linguaggio da bettola. Un cocktail dove le scene forti e violente sono esposte senza filtri. Al centro dell'intreccio vi è una squillo, precedentemente stuprata e che ha ucciso svariati uomini nel piacere dell'amplesso (una sorta di Alraune di H.H. Ewers), che attende di mettere al mondo un ibrido (forse l'anticristo) figlio delle creature del mare (non poi così originale).

Vicino all'hardcore è anche il fulmineo e di cattivo gusto Dark Music Box attraverso il quale il neozelandese Lee Murray ribalta la morale, vedendo in una condotta necrofila e oltraggiosa del riposo dei defunti un atto caritatevole verso i medesimi che si trovano imprigionati nelle tombe senza alcuna speranza di ambire a un aldilà. Idea oltraggiosa, a suo modo proponibile e innovatrice, per una storia priva di mordente e dove i morti persistono a bramare rapporti sessuali.

Non resteranno delusi i nostalgici del romanticismo, rappresentato da diversi elaborati. Un Lungo Velo Nero di David Schow e Morte, Il Mio Miglior Amico di Philip Fracassi sono due racconti estremamente malinconici che sottolineano l'ineluttabile passare delle stagioni fino all'inevitabile evento finale che conclude l'esistenza di ogni vita. In entrambi i casi ha un ruolo centrale l'amore per una donna, coniugale nel caso di Fracassi, adultero in quello di Schow. Se Fracassi segue la via del romanticismo, Schow si orienta verso una storia di tradimenti e regolamenti di conti. In entrambi i casi, tuttavia, la morte rende meno amaro il trapasso consentendo al dipartito di rivivere il momento più bello della sua vita, come a dire che l'amore sopravvive alla morte.

Non troppo dissimile è In Profondità di Allyson Bird che ha la particolarità di essere ambientato nelle profondità marine. Un palombaro a caccia di ostriche resta sprovvisto di ossigeno e muore senza accorgersi del momento del trapasso. Per lui si apre una nuova vita di coppia nel cuore dell'oceano.

Un amore che va oltre la morte è anche quello del pakistano Usman Malik, che con Ishq (già apparso nell'antologia ebook Un Battito di Ali Nere) parla di un'antica leggenda del suo paese natale. Una storia di un amore diverso, tra una giovane affetta da poliomielite e un giovane commerciante muscoloso bramato da tutte le donne del circondario, su cui si innesta la tragedia di una grave inondazione che mette soqquadro una stretta via di un borgo popolare musulmano. Un po' pesante, ma con momenti interessanti e tragici, sia a livello umano (la sorella della defunta che cerca di rubare il fidanzato alla stessa) che visivo per una ghost story piuttosto originale e malata.

Non riesce più a vivere il protagonista di La Fine di Ogni Cosa di Brian Keene, uno straziante diario di un padre di famiglia che ha perduto il figlio e la moglie e pertanto spera di morire senza avere la forza di compiere l'ultimo gesto, al punto da desiderare ogni giorno l'arrivo di una calamità naturale diversa che possa spazzare l'intera umanità. Pur firmato da Brian Keene, non è un racconto fantastico ma un dramma umano e, forse per questo, delude un po' le attese.

Gioca la carta dell'ironia Owl Goingback col suo Sigillato con un Bacio (presente nell'antologia Tribal Screams), una sorta di apocalisse che vede in azione un Satana gigante che vaga per la campagna della Georgia ad accalappiare uomini con la sua lingua serpentiforme di svariati chilometri di lunghezza. Interessante l'inizio che ricorda L'Acchiappasogni di Stephen King con tutta una serie di animali che scappano a gran corsa lasciandosi alle spalle un'oscura tempesta. Memorabile anche l'epilogo, strettamente legato all'inizio, con cui Satana suggella l'acquisizione dell'anima del protagonista facendogli dono di una birra gelata.

Demoni ancora protagonisti in Ognissanti di Samuel Marolla, che propone una variazione al tema classico delle tentazioni demoniache. Un prete, reo di aver messo incinta una fedele debitamente sposata, viene visitato ogni nove anni da un demone in carne e ossa che gli offre di rispondere a una domanda a ogni visita in cambio di un favore che sarà rivelato al momento opportuno. Grande tecnica e capacità evocative, soprattutto nelle parti in cui il demone fa la sua comparsa, al punto da ricordare gli episodi vissuti da Padre Pio al cospetto di Satana. Meno brillante, invece, sul profilo dei contenuti. A ogni modo, un eccellente esercizio di stile che sa inquietare e tenere il lettore inchiodato alla pagina.

Legato all'inevitabile e invisibile trascorrere degli anni è l'inquietante Il Vecchio Crudele di Ramsey Campbell. Un automobilista, in cerca di un albergo in cui ripararsi dall'intensa pioggia, si ritrova ospite di una strana e malandata struttura ricettiva che riflette la vecchiaia di cui lo stesso protagonista finisce per divenire preda, tra amori perduti e memoria vacillante. Alimenti scadenti, ospiti malati di mente, condizioni ambientali degradate e strani giochi in cui si inneggia alla violenza plasmano un vero e proprio incubo a occhi aperti da cui non vi sarà via d'uscita neppure quando interverrà la polizia. Un'inquietante e claustrofobica metafora sulla crudeltà della vecchiaia.

Farsesco è il folle Su Quella Volta che Traslocai nel Gomito di Stefano Fantelli, in cui l'abbandono di una fidanzata porta il protagonista a perdere progressivamente peso e, al tempo stesso, a veder crescere le dimensioni del proprio gomito. Sarà proprio in questa inusuale parte del corpo che si concentrerà il pensiero della ragazza perduta. Folle, semplicemente folle.

Brillante è In Bilico di un Danilo Arona che ci conduce in un piccolo paesino dell'Appennino Ligure, dove un cacciatore di storie è alla ricerca di un trapezista americano dal sesso promiscuo che, secondo alcune fonti e contrariamente alla voce ufficiale, non si sarebbe suicidato ma vivrebbe isolato a oltre mille metri di quota. Atmosfere in stile La Casa dalle Finestre che Ridono per una storia allusiva che strizza l'occhio al mondo del circo, ai freaks e a una strana setta satanica gestita da un parroco androgino. Molte allusioni e tanto lasciato alla libera interpretazione del lettore. Ottimo.

Qualità, soprattutto per lo stile di narrazione e la capacità di suscitare angoscia, dalle parti de Il Mare di Atlante di Christian Matheson, una vera e propria cronaca, alquanto truce, della caduta di un aereo visto dalla prospettiva dei passeggeri.

Mezzi di trasporto inquietanti anche per Nicola Lombardi, Lisa Morton e Jeff Strand. Il Vecchio e il ragno di Nicola Lombardi propone un bizzarro incontro presso una stazione di treni con un mendicante, corroso dall'interno da un ragno pronto a cambiare ospite, intento a mendicare al cospetto di un passeggero delle ferrovie. Elaborato sulla follia, ben gestito e trattato. Sottocoperta è un chiaro e brevissimo omaggio di Jeff Strand alla parte del Dracula di Bram Stoker in cui il conte uccide, uno a uno, i componenti dell'equipaggio della nave che, in gran segreto, lo sta trasportando in Inghilterra. Decisamente superiore ai due è Messo alla Prova della Morton, che mette in scena un incidente stradale provocato da una bestia, non meglio precisata (forse un essere criptozoologico), che si trova ad attraversare la strada in uno sperduto sentiero di montagna. Ferito a seguito dell'urto, il conducente dovrà far fondo al proprio coraggio per allontanare la bestia e proteggere la moglie. Racconto strutturato su due livelli di lettura. Sotto la superficie della storia (una sorta di Razorback), infatti, si cela un significato più profondo ovvero quello della relatività della paura e quanto questa possa sgretolarsi e svanire (darsi alla fuga) se guardata in faccia e affrontata.

Orrore esistenziale per Lucio Besana e il suo Ultra, un racconto che definirei psicanalitico, ambientato in un imprecisato tempo dove lo spazio e il tempo si piegano a logiche estranee alla quotidianità. Capacità narrative e tecniche ragguardevoli, per un testo, tuttavia, che fornisce la sensazione (peraltro voluta e ricercata) di non giungere ad alcuna conclusione trascinandosi, così come la protagonista, a una deriva rappresentata da una vita senza programmi, obiettivi e traguardi (sfuggevoli al punto che chi prova a perseguirne qualcuno finisce per essere ingoiato dall'oceano).

Si orienta al gotico rurale Claudio Vergnani, elegantissimo nello stile (scritto nella forma di un verbale di un interrogatorio condotto dalla forze dell'ordine che indagano su un omicidio) ma meno originale del solito nei contenuti. Il suo Una Luce è un omaggio a Eraldo Baldini, tra viottoli di campagna, madonnine sataniche e una mietitrebbia che si attiva da sola e attira, alla stregua della luce per le zanzare, le vittime designate.

Piacciono meno i restanti sei racconti. Frammenti, di Gene O'Neill rappresenta la parabola discendente di una cantante emula di Janis Joplin, prodotto di un'infanzia difficile, tra la dipendenza dall'alcool e un rapporto amoroso rovinato dall'eroina vero demone impossibile da esorcizzare per il fidanzato. Racconto lontano anni luce dall'orrore soprannaturale.

Provano a riscrivere scene di romanzi classici La Vendetta di Ligeia e Le Otto Persone che mi hanno Assassinato. Il primo è una storia modesta, con cui John Everson omaggia il celebre personaggio di Poe (solo nel titolo) e, soprattutto, la figura della sirena della mitologia col suo canto ammaliante. Uno stupro ai danni di una giovane donna abbandonata su un'isola diviene l'antefatto di un vero e proprio rape & revenge.

Le Otto Persone che mi hanno Assassinato è una riscrittura/rilettura dell'episodio di Lucy contenuto all'interno del romanzo Dracula di Bram Stoker, visto dalla prospettiva della stessa Lucy (che si sente oppressa dalle attenzioni della madre e da un lotto di aspiranti fidanzati). Racconto estremamente femminile, incentrato sulla volontà e sul bisogno di indipendenza della donna, firmato da Gwendolyn Kiste.

Deludente Cervello o Scherzetto di Paolo Di Orazio che abbandona i contenuti dell'horror estremo per presentare, un po' alla Bradbury, una storia ambientata durante la notte di halloween che sembra diretta a un pubblico di giovani lettori, con tanto del manichino contenente gli organi da asportare nel gioco dell'allegro chirurgo.

Parla di crisi di panico Tim Waggoner con Terrore in Superficie, che si perde in un deludente epilogo dopo un'interessante premessa caratterizzata dall'incertezza circa le profondità delle pozzanghere alimentate dall'intenso nubifragio sotto il quale si trova a muoversi il protagonista.

CONCLUSIONI

Tanti racconti, un po' per tutti i gusti, per un acquisto a coronamento di una causa nobile. Almeno una quindicina gli elaborati dal buono a salire. Altri cinque sufficienti e una dozzina un po' deludenti. Di Lansdale il racconto più qualitativo. Perle proposte da Luigi Musolino e Sharma. Ottimi, per ragioni diverse, gli elaborati di Goingback (divertente), Matheson (incalzante), Brite (allucinato), Lombardi (estraniante), Arona (misterioso), Campbell (claustrofobico) ed Ethridge (filosofico).

Qualità, con qualche ma, dalle parti di Fracassi (romantico), Laymon (crudele), Malik (disperato), Marolla (pauroso), Manzetti (citazionista), Morton (motivazionale) e Snyder (disturbante). Piacciono meno gli altri, con le delusioni offerte da Brian Keene (dramma esistenziale alieno al genere) e Murray (cattivo gusto) a chiudere la nostra modesta scala delle opinioni.


"Allora ti rendi conto con tristezza che tutta la moda, la cultura, la pubblicità, ogni maledetta cosa che vedi o senti ogni giorno si basa su una singola nota: l'attrazione sessuale. E' un software genetico più antico del primo cavernicolo. Oltre la necessità di nutrirsi e ripararsi, oltre il riflesso di attacco o fuga, e nonostante tutte le nostre pretese di civiltà, tutto si basa ancora sull'essere adatti all'accoppiamento. Sulle tue capacità da animale da riproduzione. Su che tipo di caverna potrai offrire. E se sei predatore o preda. "

sabato 14 gennaio 2023

Recensione Narrativa: IO UCCIDO di Giorgio Faletti.

Autore: Giorgio Faletti.
Anno: 2002.
Genere:  Thriller.
Editore: Baldini Castoldi Dalai Editore.
Pagine: 682.
Prezzo: 16.00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
L'età ormai non più giovanile fa considerare venti anni un periodo relativamente breve, quando un tempo sembravano una vita. Ricordo molto bene quando, ai tempi in cui frequentavo legge, Io Uccido usci, suscitando un clamore e un passaparola tale da far vendere 4 milioni di copie all'improbabile e pur efficace romanziere. Un best seller grandguignolesco, dall'inusuale ambientazione nel Principato di Monaco, per un successo editoriale pazzesco, inatteso e del tutto insospettabile. Del resto il background culturale dell'autore, fin lì accostato al genere comico e alla musica leggera, non lasciava certo presagire a un thriller alla Thomas Harris. Giorgio Faletti all'epoca, per i giovani cresciuti negli anni ottanta, era l'indimenticabile Vito Catozzo del Drive In, varietà cabarettistico che andava in onda sulle reti mediaset nel 1985, quando lo scrivente si apprestava ad andare alle elementari, o, ancora, il cantautore impegnato del brano musicale (Minchia) Signor Tenente, clamorosamente classificato secondo al Festival di Sanremo, dieci anni dopo l'esperienza del Drive In e prima ancora al mitico Derby di Milano (che nei suoi romanzi diventa Ascot, in un'assonanza del tutto ippica) fucina di talenti quali Abatantuono, Beruschi, Claudio Biso, Massimo Boldi, Renato Pozzetto, Paolo Rossi (ma non quello che era un ragazzo come noi) e altri. Un talento poliedrico come ben pochi, capace di passare dalle battute in odore di volgarità al dramma della strage di Capaci, rigenerandosi a ogni esperienza alla stregua del killer "Dente di Fata" di Red Dragon impressionando e crescendo ogni volta in tutti i settori artistici. Un estro in evoluzione capace di stupire sempre la critica e di sfuggire ogni volta a etichettature e catalogazioni. Giurista, comico, cantante, cultore del giallo e dell'horror, paroliere, attore, sceneggiatore, pittore, pilota di rally in prove ufficiali del campionato mondiale, freelance per la rivista di sport motoristici Autosprint e, non da ultimo, inatteso romanziere di thriller e avventurosi dal retrogusto horror. Apprezzato dall'asso del thriller americano Jeffrey Deaver, indimenticabile interprete del professore di italiano di Notte Prima degli Esami (2006), Faletti è stato altresì autore di canzoni di cantanti di grido quali Milva, Mina, Masini e Branduardi. Un outsider capace di conquistare ogni branca dello spettacolo, variando sempre genere e contesto, fino ad affermarsi nella letteratura quale autore di grosso rilievo commerciale. Io Uccido è il manifesto del successo dell'autore, poi artefice, prima dell'improvvisa e prematura morte, di un'antologia e di altri sette romanzi a presa prevalentemente gialla.
Faletti se n'è andato a 64 anni non ancora compiuti, con un epitaffio firmato dall'amico Jeffrey Deaver che ne riassume bene l'importanza: "Uno come Faletti, dalle mie parti, si definisce uno che diventerà leggenda!"

La Graphic Novel tratta dal romanzo nel 2022.


Il Commento al Romanzo

Io Uccido è un thriller afferente alla branca serial killer che Giorgio Faletti, al suo debutto narrativo, decide di ambientare a Montecarlo, dopo aver visto una statistica relativa alla geografia degli assassini seriali in cui figurava lo zero nella casella dello stato del Principato di Monaco.

L'occasione si fa propizia per delineare le strade, i percorsi del circuito cittadino di Formula 1 e quanto rientra nell'immaginario del posto. C'è da ricordare che Faletti è stato un grosso cultore di automobilismo e ha, altresì, preso parte al Rally di Montecarlo del 1998. In Io Uccido confluisce l'amore per questo sport, tanto che il romanzo si apre proprio con un giro d'auto lungo le curve e i falsi rettilinei del tracciato monegasco del mondiale F.I.A.. La prima vittima è proprio un campione del mondo di Formula 1, mentre un artificiere - determinante per penetrare nel bunker del killer - prende il cognome dal pilota (Gachot) che spianò indirettamente l'accesso di Michael Schumacher nella Formula 1.

Ma di cosa tratta il romanzo? Si tratta di un thriller che si snoda su un buon soggetto che prende spunto dal caso Zodiac (serial killer narcisista in sfida con la polizia) e propone uno sviluppo che, due anni dopo, sarà palesemente ripreso da Dario Argento per Il Cartaio (si sostituisce la sfida musicale alla radio con quella del poker al computer). Un misterioso assassino, che asporta la pelle delle facce alle vittime (alla Hannibal Lecter nella fuga dalla prigionia de Il Silenzio degli Innocenti) firmando la scena del delitto con la scritta a sangue “IO UCCIDO” riprodotta con una sorta di grande normografo, preannuncia i suoi omicidi facendo degli indovinelli musicali presso una trasmissione radiofonica di Radio Montecarlo. Il folle interloquisce con il deejay che cura la rubrica, sfidando le forze dell'ordine ad anticiparlo nell'azione. Un eccellente sviluppo iniziale, molto debitore del caso Zodiac, il killer che sfidava la polizia a San Francisco tra il 1968 e il 1974 scrivendo lettere siglate da un cifrario da decriptare. Gli indizi, celati dietro brani musicali, album e riferimenti cinematografici da interpretare per comprendere le generalità della vittima designata, sono reali e possono effettivamente permettere agli indagatori di impedire l'azione delittuosa. Il killer, che parla attraverso uno strumento che ne modifica la voce e copre la fonte delle sue telefonate attraverso una protezione che impedisce agli esperti di rilevarne la provenienza, si definisce “Uno e Nessuno”; un vezzo che porta la stampa e la polizia a battezzarlo col nome Nessuno. Faletti, visti i capitoli intitolati “Carnevale” - dove viene mostrato il punto di vista (o la soggettiva) del killer - e l'abitudine dello stesso di asportare facce (ovvero le maschere con cui gli uomini si presentano nella vita di tutti i giorni), omaggia Luigi Pirandello che a Montecarlo aveva ambientato parte del suo Il Fu Mattia Pascal. Inutile ricordare come il romanzo fosse incentrato su un giocatore divenuto nessuno (per esser riuscito a smarrire la propria identità, così da evadere dalla non gradita vita di tutti i giorni). Sempre a Pirandello si deve inoltre il romanzo Uno, Nessuno e Centomila e il concetto delle maschere sociali.

Gli omaggi di Faletti non si fermano qua, ma sono continui e spalmati su tutto il testo, dalla passione per l'automobilismo a quella per la musica (tra i citati figura Santana) e per il cinema. Arriva persino a omaggiare Lo Squalo di Spielberg, con un memorabile primo omicidio compiuto da un sub che dalle profondità risale ad artigliare la preda (una campionessa di scacchi) che nuota in superficie.

Lo stile narrativo non è troppo leggero. Faletti infarcisce la storia di trame e sotto trame. Al fianco del tema principale (quello del serial killer), vi è una storia che propone un incesto familiare tra un generale e sua figlia nonché una seconda traccia vertente su una coppia di malavitosi americani in combine con le autorità militari statunitensi. Faletti cuce il tutto, facendo interagire (anche forzatamente) e compenetrare i vari personaggi, così da legare le rispettive sorti. Le caratterizzazioni sono esasperate. Persino le vittime hanno una cura nella delineazione delle loro peculiarità molto approfondita, ben oltre a quanto necessario ai fini della storia. Il ritmo, a tratti, è lento, frenato da paragrafi spiccatamente descrittivi che menano il “can per l'aia”.

Tra i difetti più difficili da perdonare, a mio avviso, vi sono alcune incongruenze, quale la capacità del killer di uccidere pur trovandosi sotto l'osservazione della polizia (e non dico altro per non spoilerare) senza che poi si giustifichi la cosa. Scricchiola il profilo finale dell'assassino che Faletti prova a delineare in un epilogo didascalico dove, in una riunione tra poliziotti e psichiatra, si spiegano movente e sviluppo formativo del killer. Una ricostruzione che non collima con lo spirito narcisistico iniziale, dove traspare la volontà di sfidare la polizia per amplificare un autostima verosimilmente latente piuttosto che mettere sul piatto della bilancia un atteggiamento finalizzato a rivelare un'effettiva e irrazionale volontà di essere fermato. La conclusione in stile Psyco, col killer in cella che parla al suo doppio, sembra suggerire uno stato di schizofrenia dissociativa che mal si concilia alla freddezza dell'uomo e alla disinvoltura con cui lo stesso era riuscito a inserirsi con successo nella società. Manca inoltre l'elemento scatenante che porta “Nessuno” ad avviare, a distanza di anni dal primo omicidio, la catena delittuosa su cui ruota la storia.

Faletti cura pertanto aspetti secondari, con un approfondimento sul passato dei poliziotti (tutti decadenti e con un dolore nel passato), introduce una storia d'amore che avvicina soggetti che hanno traumi da superare facendo forza su un comune proposito di riscatto esistenziale, ma poi si perde nella traccia principale. Gli omicidi sono violenti, resi con ottimo estro onirico e questo sorprende per un autore come Faletti, che mai aveva lasciato intuire un certo talento alla Robert Bloch o alla Jeffrey Deaver. Si parla persino di snuff movies, profanazioni di tombe, parafilie in odore di una necrofilia che rimanda al serial killer Ed Gein, altrimenti detto “Il Macellaio di Plainfield” (o a Psyco, si pensi al corpo mummificato con cui convive Norman Bates). Dopo la commissione di un assassinio di un uomo legato a una poltrona, c'è persino un inchino del killer in direzione dalle telecamere che non può che rimandare al film Hannibal, quando Lecter saluta verso le telecamere dopo aver sventrato Pazzi, il poliziotto interpretato da Giannini che gli dava la caccia.

In definitiva, siamo alle prese con un romanzo interminabile, non sempre agile e con diversi momenti di stanca che, a mio avviso, sarebbe stato preferibile contenere, se non tagliare (la storia d'amore dell'agente dell'FBI, la presenza del generale militare e del suo sgherro, la parte della regata sono tutte parti che riempiono oltre il dovuto il tema centrale). Ciò detto, piace il soggetto di base e soprattutto lo spunto grandguignolesco di un autore fin lì conosciuto per altro. Molto buone le scene d'azione, specie quella finale col corpo a corpo tra il killer e uno sgherro che gli da la caccia (e che rimanda un po' a quelli che, disgiuntamente dalla polizia, intenderebbero far fuori Hannibal Lecter). Un debutto sicuramente interessante, ma con qualche limite dovuto alla bulimia creativa e a una non perfetta calibrazione della psicologia del killer, ora narcisista e abile stratega e ora affetto da disturbo dissociativo della personalità.


 
L'autore GIORGIO FALETTI
 
 
"Quelle erano persone ordinarie, piagnucolose, con un'intelligenza al di sotto della norma, perlopiù costrette ad agire in quel modo da una forza più forte di loro e che accettavano le manette quasi come un sollievo. Lui no, lui era qualcosa di diverso... Nella sua mente si agitavano senz'altro pensieri che avrebbero fatto rabbrividire anche il più corazzato degli psicoterapeuti...Era forte, astuto, preparato, addestrato alla lotta."

lunedì 9 gennaio 2023

Recensione Saggi: SQUISITE DIAVOLERIE di Alessandro Manzetti.

Autore: Alessandro Manzetti.
Anno: 2022.
Genere:  Saggio / Antologia Hardcore Horror.
Editore: Independent Legions.
Pagine: 192.
Prezzo: 15.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini. 

Al di là dei riconoscimenti internazionali, tre volte vincitore del Bram Stoker Award e dell'Elgin Award, il romano Alessandro Manzetti è un nome che in questi ultimi anni si è imposto (anche con lo pseudonimo Caleb Battiago) all'attenzione degli appassionati italiani della narrativa del terrore in veste di scrittore, poeta e soprattutto editore, proponendo una lunga serie di romanzi e antologie che hanno coinvolto i più famosi nomi internazionali del genere ancora in attività, con ben poche esclusioni. Autorità quali Clive Barker, Ramsey Campbell, Joe Lansdale, Richard Christian Matheson e persino Stephen King sono stati ospiti delle pagine della Independent Legions. Il cruccio di Manzetti, autore anche di saggi tra cui la Guida ai 150 Migliori Libri Horror (2021), Monster Master (2016) e l'ormai in uscita Horror Guru (2023), è lo sdoganamento sul mercato italiano, a suo dire cristallizzato e atrofizzato su sottogeneri ormai sorpassati, delle nuove frontiere dell'horror. Ecco così la proposta, a varie tappe, di racconti e romanzi dei vari Edward Lee, Charlee Jacob, Ryan Harding e molti altri ancora. Una forma di terrore nuova, diversa, figlia di quello splatterpunk ideato a fine anni ottanta dal binomio Skipp-Spector ed esaltato successivamente da Clive Barker, Richard Laymon e Poppy Z. Brite, un orrore lontano dalle atmosfere gotiche ed esoteriche dell'ottocento e del primo novecento e sempre più ancorato a espliciti contenuti sessuali e, al contempo, a un tripudio grandguignolesco di sangue e budella, con torture, martiri, eviscerazioni, stupri e cannibalismo sempre più al centro delle narrazioni. Dunque un prodotto di nicchia all'interno di un insieme (la narrativa del terrore) a sua volta di nicchia, quindi sulla carta difficile da vendere. Ed è qui che prende piede la scommessa di Manzetti, quale editore e rappresentante del genere, ovvero lanciare le nuove frontiere dell'horror, extreme e hardcore, nell'ambito dei confini italiani dove, prima dell'avvento della Independent Legions, erano praticamente del tutto sconosciute, così da cercare di creare un folto numero di lettori interessati alla materia. Squisite Diavolerie è uno dei primi strumenti per tentare di andare a fare saltare il banco degli scommettitori, avendo la sostanza di una guida/catalogo e, al tempo stesso, anche esempio di proposta. L'obiettivo è quindi di dare una rapida e sintetica bussola orientativa ai lettori più estremi o più curiosi. Il volume infatti, uscito in una tiratura limitata (499 copie acquistabili sul sito della casa editrice), non può che essere indirizzato allo zoccolo più duro degli appassionati e, in alternativa, agli studiosi del panorama letterario legato al mondo dell'horror. Difficile, se non impossibile, dirottarlo verso un lettore medio, anche perché la materia proposta è assai particolare e tutt'altro che commerciale.

Manzetti apre il volume con una calibrata e chiara introduzione in cui delinea le differenze, storiche e contenutistiche, tra splatterpunk, extreme horror e hardcore horror, sottogeneri spesso confusi tra loro, se non sovrapposti, a seguito della carica brutale che hanno in comune, pur essendo portatori di sfumature distinte e caratterizzanti che ne determinano una specifica catalogazione. La guida in questione si orienta proprio verso la corrente più di nicchia tra le tre proposte ovvero quella meno conosciuta dell'hardcore, un genere che accoglie il proibito per eccellenza (sesso e violenza), vale a dire un sottogenere che spaventa psicologi, ipocriti e ben pensanti, ma che, in verità, appare anche (qualche volta) un po' troppo contemplativo, mirante a provocare repulsione nel lettore sano o a offrirgli un divertimento pericoloso in quanto potenzialmente in grado, su menti meno sane, di concedere gratificazioni alquanto distorte e devianti governate da sadismo e da parafilie di ogni tipo che potrebbero portare a traviare i contenuti. Manzetti si presenta quale profeta di questo genere, ne esalta i successi oltreoceano e in alcuni paesi europei, lanciandosi con entusiasmo e buona fede in una proposta assai delicata. L'hardcore, infatti, è un genere in cui la componente truculenta e deviante non è al servizio dei contenuti intrinseci che (quando ci sono) intende veicolare, ma assurge a un ruolo trainante lasciando ai contenuti un'eventuale valenza complementare. In altri termini, la componente violenta prevale sul contenuto.


Ma qual'è allora il senso di questo sottogenere e perché alcuni scrittori decidono di trattarlo? Lo spiega, o prova a farlo, Edward Lee cui Manzetti dedica un'inedita e breve intervista. Si tratta di uno scrittore hardcore che va oltre il pulp e che, spesso, tende a stemperare la violenza delle immagini che propone con caratterizzazioni farsesche che piegano il genere verso il grottesco. Lee risponde a una ventina scarsa di domande, attraverso le quali Manzetti ripercorre la carriera dello scrittore, stimola la rivelazione di qualche aneddoto e cerca di far emergere il senso del sottogenere svelandone fini, propositi e contenuti.


Dopo questa prima parte, entra in campo il cuore del volume ovvero la guida/catalogo all'hardcore horror. Manzetti ricalca la struttura del precedente Guida ai 150 Migliori Libri Horror presentando, con brevi commenti (una ventina di righe) e la media voto godreads, quelli che a suo avviso sono i cinquanta migliori libri hardcore horror. Si tratta di una ricerca e di una rassegna totalmente inedita in Italia, tanto che la quasi totalità dei libri non sono stati ancora tradotti in Italia. Alle celebrità Clive Barker, Richard Laymon, Poppy Z. Brite e Jack Ketchum si aggiungono nomi che gli appassionati della casa editrice hanno imparato a conoscere, quali Charlee Jacob, Edward Lee, Brian Keene, Alessandro Manzetti, Paolo Di Orazio, nonché altri totalmente sconosciuti al pubblico italiano e di cui nessuno aveva mai fatto menzione. Ne viene fuori una panoramica, pur se sintetica, molto utile, in particolar modo a chi non disdegna la lettura in inglese, per recuperare testi e autori nuovi, ma soprattutto viene centrato uno degli obiettivi rincorsi da Manzetti ovvero quello di gettare luce su una parte dell'horror internazionale che in Italia era completamente sconosciuto.

A differenza della Guida ai 150 Migliori Libri Horror (non vi erano racconti allegati) e rifacendosi alla struttura di Monster Master (Cut Up Edizioni), il volume prosegue con la proposta di quattro racconti, tutti già editi in altri volumi della casa editrice, funzionali a dare un'esemplificazione dei temi e dello stile proprio del sottogenere.

Manzetti propone due autori italiani e due stranieri, individuandoli tra i più rappresentativi dei due distinti gruppi. Dall'America arrivano Edward Lee e Charlee Jacob, due autori profondamente diversi e al contempo simili, tanto che la Jacob cita palesemente Lee (riferimento va a Mr.Torso). Il quartetto viene aperto da Miss Torso, una storia farsesca, volontariamente inverosimile ed eccessiva, che gioca con presunta presa realistica a stemperare la violenza delle immagini con battute giullaresche e situazioni da film comico. Due idioti sono incaricati di girare e interpretare un film porno con un'ex modella, a cui un boss della mala ha fatto amputare i due avambracci per punizione. Non riusciranno nell'intento a causa delle provocazioni della donna che si diverte a deridere la scarsa virilità (dovuta all'abuso di droghe e a traumi infantili non superati) di coloro che dovrebbero accopparsi con lei, provocandone reazioni violente. Dialoghi sopra le righe, lessico volgare, gore spiccato, ma meno estremo rispetto ad altre opere dell'autore. Riesce a divertire plasmando una sorta di racconto alla Tarantino versione hardcore.

Di ben altra pasta e di caratura superiore è I Giorni della Bestia della recentemente scomparsa Charlee Jacob. Testo complesso, sia per contenuti che per stile, da leggere più volte per apprenderne il senso. A differenza di Lee, che sceglie il taglio pulp e il divertimento politicamente scorretto, la Jacob è una sperimentatrice che miscela stili narrativi molto diversi. Da un lato il lirismo, dall'altro la volgarità da bettola (nei dialoghi) ma anche un approccio da horror classico legato a culti antichi con vaghi rimandi lovecraftiani. Dietro alla violenza visiva e all'insistere su aspetti sessuali, tra sadomasochismo e perversioni di ogni tipo, si celano contenuti esistenziali e filosofici che fungono da condanna a quel mondo che il testo, a una lettura superficiale, sembrerebbe esaltare. Lo potremmo definire un racconto discendente, così da poterlo contrapporre alle storie trascendenti. Ecco che il racconto della Jacob diviene un anti-erotico costruito sull'erotico, dove trovano campo parolacce volgari, falli, organi genitali in bella mostra e, al tempo stesso, citazioni colte a scrittori e filosofi quali Camus, Kierkegaard, Nietzsche e Sartre. Eleganza e volgarità vanno a braccetto alla maniera di una coppia di amanti curiosamente assortita per i modi contrapposti dei due soggetti. Notevoli alcuni capitoli, tra cui uno scavo in Persia che rimanda alla narrativa di Lovecraft (per stile), uno squarcio indietro nel tempo nella Francia del XIV secolo flagellata dalla peste (che ricorda un po' lo stile di Ivo Torello e, se vogliamo, la Milano di Manzoni martellata dalla peste) e la presenza di un grande antico di natura femminile a spasso nel tempo che, alla maniera dei cenobiti di Barker, apre la porta a chi è in cerca del piacere estremo, salvo condannarlo a un inferno fatto di escrementi e sangue. Racconto non comune, difficilmente dimenticabile.

Dopo i due scrittori americani eccoci ad affrontare gli italiani. Manzetti propone il suo Fiori di Carne, una sorta di sci-fi distopica dai contenuti estremi e violenti che, nello stile, fa un po' il verso alla Jacob (non a caso scrittrice cara a Manzetti). Lo stile, rispetto all'autrice americana, diventa ancora più lirico e ricercato nel lessico. L'importanza della forma prevale sulla sostanza, con una cifra espositiva che ricorda un po' i tecnicismi del cyberpunk. Non di facile lettura, vanta un'eccellente potenza visiva (indubbio punto di forza di Manzetti anche in altri testi) che evoca l'estro pittorico di un grande artista della tela. Convince assai meno nei contenuti. Al di là del contesto di una Roma apocalittica ben tratteggiata e che gioca con la blasfemia e il ribaltamento dei valori, si trova poco di interessante sotto il versante del messaggio. Anche qua gli omicidi, le torture e i depezzamenti sono al centro dell'intreccio e culminano con una nuova offerta di carne che rimanda agli scempi di Fritz Haarmann (“Il Lupo di Hannover”), celebre serial killer del novecento realmente esistito.

Chiude l'antologia il notevole L'Incubatrice di Paolo Di Orazio. Dei quattro, è il racconto più proponibile a un pubblico “vergine”. Di Orazio è più legato alla tradizione e non scende nel volgare né sugli attributi sessuali femminili, pur parlando di un originale stupro e dei terrori delle donne, soprattutto quelli legati alla paura del parto e ai rischi connessi alla salute del figlio che sta per nascere. Il suo è una matrioska di incubi che tali sembrerebbero e che invece sono visioni dilatate della realtà. Un racconto onirico, visionario, ambientato in una strana clinica (o è un'astronave? Un laboratorio alieno?) dove le donne vengono condotte a partorire degli ibridi mostruosi. Il bello di questo racconto sta, tra le altre cose, di non essere definito, lasciando ai lettori il compito di completarlo come meglio credono.


Squisite Diavolerie è così un volume diviso in quattro parti assai distinte, rappresentando una promozione di un sottogenere non ancora diffuso in Italia e assai controverso per stile e contenuti proposti, portato avanti da quattro distinti versanti. Da una parte abbiamo un mini saggio divulgativo (introduzione), da un altro l'intervista ai diretti interessati (intervista a Lee), quindi una rassegna di libri da recuperare (guida) e infine quattro racconti, più o meno brevi, nella loro versione integrale. Siamo dunque al cospetto di una base di partenza per chi intenda avvicinarsi o conoscere l'hardcore horror e saperne di più. Ottima veste grafica, qualche refusetto nel testo (errori di battuta). Simpatica la copertina versione ghost rider, senza chiamare in causa il Troisi di Broken Stories. Si attende, a giorni, l'uscita del saggio Horror Guru.



Il tre volte vincitore del prestigioso Bram Stoker Award,
ALESSANDRO MANZETTI
propone la sua più grande scommessa.