Regia: Alexander Aja.
Genere: Horror/Pulp.
Sceneggiatura: Josh Stolberg & Pete Goldfinger.
Produzione: Usa (Dimension Films).
Anno: 2010.
Fotografia: John R. Leonetti.
Effetti Speciali: Howard Berger & Gregory Nicotero.
Interpreti Principali: Steven R. McQueen, Elisabeth Shue, Jessica Szhor, Jerry O'Connell, Kelly Brook, Riley Steele, Ving Rhames, Richard Dreyfuss, Eli Roth.
Durata: 88 minuti.
Commento di Matteo Mancini.
Tra un film western, una lettura di narrativa e un saggio sportivo, torno alle vecchie origini guardandomi un bel B-movie confezionato con il vecchio stile primi anni '80, ma girato con le tecniche odierne.
Ho scelto appositamente le locandine che vedete poco sopra perché rendono subito chiaro il contenuto del film di cui andrò a parlare qui di seguito. Siamo alle prese con un horror votato completamente al pulp e all'esagerazione. Uno di quei film dove la sceneggiatura è al servizio degli effetti gore e della "fauna femminile" e non viceversa. Insomma uno di quei film da cui coloro che hanno la puzza sotto il naso è bene che si tengano alla debita distanza. Ciò premesso, partiamo con la recensione.
Il film prende apparentemente le mosse come il remake del famoso Piranha girato nel 1978 da quel geniaccio che risponde al nome di Joe Dante. In realtà però Alexander Ajà da, a mio avviso giustamente, al suo film una piega completamente diversa favorita anche dal coinvolgimento di Eli Roth, che ufficialmente appare solo come attore e che tutti voi conoscerete come il regista di Hostel (2005) nonché regista della scuderia Tarantino.
Il film viene così costruito attorno a due cose: fauna femminile mozzafiato con topless a go go e qualche nudo integrale (non a caso il protagonista si troverà coinvolto nella produzione di un film porno da girare su una barca che vaga sopra il lago infestato dai piranha) ed effetti gore estremi e super splatterosi.
Ecco quindi che appaiono subito chiari i richiami alle locandine poco sopra citate. Eh sì, perché il Piranha di Ajà è tutto qui: un pizzico di erotismo (l'apice si tocca in una sequenza in cui due ragazze limonano dopo che una ha succhiato della tequila versata all'interno dell'ombelico dell'altra) e un'abbondanza di sangue e frattaglie mai vista in un film incentrato sui mostri marini (o di acqua dolce).
Ciò non dovrebbe stupire se si considera la filmografia del regista. Balzato alle cronache cinematografiche con il crudissimo low budget Alta Tensione (2003), prodotto e girato in Francia in quello che voleva essere un omaggio a Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper, Aja era sbarcato tre anni dopo negli States proprio per girare un remake di un film di un maestro horror degli anni '70 (il riferimento va a Wes Craven): Le Colline hanno gli Occhi. Con Piranha 3D il transalpino prosegue nel senso già tracciato in patria, dimostrandosi evidenemente più ispirato nel modernizzare vecchi soggetti piuttosto che portare in scena qualcosa di più innovativo.
La Dimension Films gli mette così in mano un budget (medio basso) di 25 milioni di dollari nonostante l'ottima risposta avuta al botteghino dal precedente Le Colline hanno gli Occhi, con il compito di portare in scena la mediocre sceneggiatura firmata da un duo di sconosciuti, uno dei quali addirittura regista (Josh Stolberg), provenienti dal circuito televisivo.
Aja si trova così a dover lavorare con uno script quasi del tutto assente, che si perde in citazioni (compreso Shark Rosso nell'oceano di Bava jr nonché I Delitti del Gatto Nero, ricordato in una scena in cui un piranha fuoriesce dalla bocca di una ragazza) e pesanti scopiazzature da Lo Squalo (solita festa estiva con mandrie di giovani che non escono dall'acqua), miscelate alla moda odierna di proporre pesci estinti (i piranha del film non sono quelli comuni) che ritornano a nuotare nelle nostre acque.
I due sceneggiatori pensano bene di far emergere i mostri dalle profondità di un lago funestato da un violento terremoto. Le onde d'urto infatti provocano un profondo squarcio nella crosta terrestre, facendo emergere un ulteriore lago celato negli abissi del primo (!?). Ed è proprio da questa dimensione isolata da secoli che giungono i piranha che si dimostrano subito aggressivi peraltro in una sequenza iniziale visivamente tra le più brutte del film.
Dunque, a parte qualche soluzione forzata, non si registra niente di nuovo. Aja pensa allora bene di conferire al suo film un taglio eccessivo e ultra pulp, divertito e divertente. Gli vengono in soccorso due tra i più bravi effettisti americani, Howard Berger e Gregory Nicotero, e così può spingere a fondo sul pedale dello splatter. Gli effetti sono realizzati sia in computer grafica (i piranha sono quasi tutti creati al computer) sia in vecchio stile (schiene private di lembi di pelle, volti scarnificati). Il risultato finale è di pregevole fattura, sebbene si notino i ritocchi al computer. C'è da dire che la fantasia degli effettisti viene lasciata correre a ruota libera e così si vede di tutto e di più: si va da un pene mozzato ingurgitato e poi vomitato da un piranha, a volti ridotti in scheletro, passando per gente urlante che si regge su gambe ormai completamente spolpate, teste che scoppiano (Eli Roth travolto da uno scafo), modelle in bikini divise in due e chi più ne ha più ne metta; il tutto immersi in un'acqua che diviene interamente rossa.
Dunque un taglio da B-Movie con gusto per il trash che ha la sola funzione di intrattenere gli amanti di questo genere.
Il finale, che poi tale non è (da qui il pessimo sequel Piranha 3DD), è assurdo (peraltro scollegato alla mattanza che lo precede), così come assurde sono almeno altre tre o quattro sequenze. Tra queste ultime è da citare quella in cui un poliziotto, dopo aver preso il motore di uno scafo, ne aziona l'elica e si butta in acqua in mezzo a un branco di piranha tranciandone a dozzine prima di essere lui stesso sbranato... un gesto kamikaze totalmente gratuito.
La fotografia è artificiosa e va, anche lei, a estremizzare la luminosità in modo da rendere quasi ipnotico l'azzurro del lago. L'effetto finale, seppur irrealistico, è buono. La firma un discreto mestierante come John R. Leonetti di cui ricordo altri ottimi lavori, sotto il profilo visivo, come Mortal Kombat (1995) e Dead Silence (2007), sua la fotografia anche de Il Re Scorpione (2002).
Le interpretazioni non sono malaccio. Così come nel film di Dante ci sono vari cammei-omaggio. Subito a inizio film vediamo il vecchio Richard Dreyfuss (Matt Hooper in Lo Squalo) divorato dai piranha. Nel corso del film troviamo poi Ving Rhames (il nero di Pulp Fiction) e il già citato Eli Roth.
Il ruolo di protagonista va al giovane McQueen che certo non brilla, spesso in contrasto con l'odioso Jerry O'Connell (che nel film fa il regista porno e, completamente spolpato, si preoccuperà per esser stato evirato dai piranha). Entrambi gli attori, così come buona parte del cast artistico, provengono dai serial e dai film televisivi.
Se la cavano meglio molte attrici (Kelly Brook, Riley Steele) grazie alle loro procaci grazie, meno brillante Jessica Szhor che soffre anche in confronto con le ben più eccitanti colleghe. La migliore del lotto, quanto a recitazione, è sicuramente la quasi cinquantenne Elisabeth Shue nei panni dello sceriffo nonché genitore, ancora una volta, di figli disobbedienti che invece di starsene a casa come programmato se ne vanno in gira sul lago (altro richiamo a Spielberg). La Shue appare decisa, atletica e in ottima forma fisica. Perfettamente calata nella parte.
Più che sufficiente la regia, con un ritmo tutto sommato buono e con un Aja che salva un film che altrimenti avrebbe fatto flop al botteghino, incassando a sufficienza per recuperare i capitali inevstiti e guadagnare qualche milioncino di dollari in più. Forse non il successo auspicato dai produttori, ma a sufficienza per spingerli a investire 5 milioni in un sequel (cifra comunque irrisoria).
Bocciato da molteplici critici e siti cinematografici (5,7 il voto su imdb), penso che sia un filmetto da salvare per la sua capacità di regalare un'ora abbondante di svago, tra un pizzico di erotismo e tanto splatter. Volontariamente trashoso e da vedere staccando il cervello, lo ritengo consigliabile agli amanti di prodotti pulp (specie i maschietti) che, ne sono certo, si divertiranno. Astenersi gli altri.
Voto sceneggiatura: 4
Voto effetti gore: 8.5
Voto complessivo: 6.5
Mi chiamo Matteo Mancini, sono nato a Pisa nel 1981 e abito nell'indipendentista Tirrenia. Sono un grande appassionato di B-Movie (dallo spaghetti western, passando per il "poliziottesco" e proseguendo con thriller e horror). Tra le mie tante passioni le più forti sono la narrativa specie del genere fantastico scuola weird tales e la scrittura. Nella foto mi vedete, al centro, con a dx Antonio Tentori e la "giallista" Cristiana Astori, e alla mia sx Mr.B-Movie Dainelli e Ivo Gazzarrini.
Elenco
- Cinema
- Ippica
- Narrativa
- Pubblicazioni Personali
martedì 16 luglio 2013
Recensioni Cinematografiche: PIRANHA 3D (Regia Alexander Aja, 2010)
Recensione Saggi: PILOTI, CHE GENTE (Enzo Ferrari)
Autore: Enzo Ferrari.
Editore: Conti Editore.
Anno: 1985.
Pagine: 130.
Commento Matteo Mancini
Classico da collezione e fuori catalogo della saggistica dedicata ai piloti della formula 1. Il volume è scritto dal leggendario Enzo Ferrari e le sue parti vengono sovente citate da trasmissioni e volumi a tema.
Si tratta di una divertentissima carellata di ricordi filtrati dalla lucida e ironica memoria dell'autore, il quale con passione e con una punta di commozione rievoca tutti i piloti (comprese le meteore) che hanno corso per la sua scuderia (e non solo) regalando per molti di essi curiosi aneddoti e il giudizio personale sulla loro persona e sul loro talento sportivo.
Traspare anche una vena comica che Ferrari non perde l'occasione di far emergere, talvolta con proporzioni ai limiti del grottesco. Non si risparmia neppure qualche polemica a distanza, soprattutto parlando di Fangio, Regazzoni e Lauda.
La parte dedicata ai piloti ante-guerra è molto più curata rispetto ai successivi, forse perché Ferrari si sentiva più legato a quella epoca che lo aveva visto lui stesso pilota. Così parla spesso di Targa Florio, GP di Montenero, Mille Miglia e 24 ore di Le Mans.
Oltre agli episodi, l'autore cerca anche di tracciare un rapido profilo della personalità di un pilota, sottolineandone i distinti prototipi e le diverse motivazioni che possono spingere a indossare casco e guanti e salire sui siluri su quattro ruote. Interessante anche la teoria sulla parabola discendente cui tende ad andare incontro un pilota appagato dai successi e sempre meno disposto a rischiare.
"Il campione nasce, si forma, cresce fino a quando l'ansia di superamento umano gli vieta di valutare compiutamente i rischi e i vantaggi economici connessi alla professione scelta. E' concentrato, determinato a vincere, fino a supplire con il suo apporto totale a eventuali deficenze meccaniche e a possibili contrarietà contingenti. Solo la vittoria vale per lui. L'applauso della folla è il più bel premio. Raggiunto l'apice, il campione incontra nuove necessità: prende corpo l'uomo di relazioni pubbliche, il titolare di imprese non sportive, l'ospite d'onore di tanti impegni mondani. Il campione non riesce più a vincere in pista e tende a riversarne il motivo su persone e situazioni diverse. E' cessato il combattente, il campione è ormai un comprimario, sempre più sofferto, e soltanto la sua intelligenza può risparmiargli code patetiche".
Risponde poi alla fatidica domanda "Quale è stato il pilota più forte di tutti i tempi" in modo estremamente intelligente dicendo che "le graduatorie si possono fare solo in base ai confronti diretti" e che pertanto non è possibile rispondere a una simile domanda.
Il volume ha come limite la sua estrema sinteticità tanto da rivelarsi una sorta di flash sui singoli piloti. Ha inoltre il vizio di dare per scontati una serie di aspetti con la certezza, forse giusta, di esser destinato e letto solo dagli estremi appassionati di formula 1.
A ogni buon conto si rivela scritto in modo scorrevolissimo e piacevole. Molto divertente. Immancabile nella biblioteca di un fanatico di F1.
Il libro è uscito in più versioni, una delle quale infarcita di foto tanto da essere composta da quasi 500 pagine.
Chiudo con le parole di Enzo Ferrari: "Piloti, che gente... Maestri del calcolo, campioni di cinismo, primatisti della sconsideratezza o soltanto uomini, che cercano nell'esaltante fremito della vittoria il senso della loro vita?"
lunedì 8 luglio 2013
Recensione narrativa: AI CONFINI DELL'ORRORE (AA.VV. a cura di Karl E. Wagner)
Curatore: Karl E. Wagner.
Genere: Horror.
Editore: Newton.
Anno: 1984.
Pagine: 256
Commento di Matteo Mancini
Titolo italiano dell'antologia "The Year's Best Horror Stories: Series XII" a cura di K.E.Wagner uscita nel 1984 e giunta nella nostra penisola solo nel 1999 con l'inspiegabile titolo "Ai Confini dell'Orrore".
Karl Edward Wagner, notevole autore di storie horror nonchè curatore di antologie del medesimo genere, seleziona per l'occasione quello che a suo dire dovrebbe essere il meglio della produzione anglo-americana dell'anno 1983, ovviamente nell'ambito della narrativa del terrore.
L'antologia fa dunque parte di una collezione annuale avviata nel 1973 col proposito di proporre il meglio dell'horror prodotto nell'arco dei dodici mesi di riferimento. Purtroppo solo una minima parte di questi volumi sono stati tradotti in Italia, spesso con risultati tutt'altro che esaltanti, tra questi ricordo: I Mille Volti del Terrore e L'orrore del Buio, entrambi recensiti su queste pagine.
Ai Confini dell'Orrore è probabilmente tra i volumi meno riusciti tra quelli della serie giunti nel nostro territorio. Come al solito abbiamo uno zoccolo duro di racconti di autori celebri (King, Campbell, Etchison e Schow) miscelati a un più corposo gruppo di testi di perfetti sconosciuti o comunque di scrittori meno noti come David Drake e Al Sarrantonio. La logica vorrebbe che il punto di forza dell'opera ricada sui primi e invece ciò è vero solo per il richiamo commerciale come dimostrato dai nomi che campeggiano in copertina.
Il livello medio dei soggetti delle storie è basso, al punto che si ha la sensazione che molti racconti siano stati scritti per esigenze ben definite: tipo partecipare a un concorso o strappare una facile pubblicazione. Abbondano gli stereotipi e le situazioni di dejà vù.
Così Frances Garfield (niente meno che la moglie dell'asso horror Manly W. Wellman, sebbene sconosciuta dalle nostre parti) con Invito alla Festa mette in scena una casa fantasma che appare nel bel mezzo della campagna e in cui si troveranno invischiati gli ingenui protagonisti della storia, partecipando alla festa da ballo in essa organizzata. Inutile evidenziare gli evidenti debiti con Shining, dovuti a canzoni fuori epoca e soprattutto a una fiumana di persone morte diversi anni prima ma che sembrano rivivere nella festa.
Si prosegue con una serie di personaggi che, in perfetto stile slasher movie, si comportano come nessun altro avrebbe fatto al posto loro infilandosi direttamente nelle situazioni di pericolo, come avviene, oltre che nel racconto della Garfield, in Basta Aspettare del sopravvalutato Ramsey Campbell. L'azione si sposta dalla campagna a un bosco montano, con una famiglia litigiosa (padre, madre e figlioletto) in cerca di un'area picnic. La scoperta di un pozzo che esaudisce desideri rovinerà la quiete del trio, con il bimbo che chiederà la soddisfazione del sogno della madre senza immaginare l'orrore che ne seguirà (col bosco che si anima e ingoia entrambi i genitori). Stesso discorso è da farsi per il racconto di Al Sarrantonio il quale, evidentemente appassioanto dal film La Cosa di Carpenter (uscito appena un anno prima), pensa bene di usare l'idea della creatura aliena (nella fattispecie un insettone) capace di assumere sembianze umane usando come elemento per la metamorfosi gli arti inferiori delle vittime. Ovviamente saranno proprio i due giovani protagonisti a voler entrare nella casa dello sconosciuto, avendolo scambiato per loro padre evidentemente non morto nell'incidente loro raccontato dalla madre (!?).
Poi abbiamo le marionette, in stile bradburyano che intrappolano l'anima dei bambini, riproposte da Juleen Brantingham in La Figlia del Ventriloquo. La sconosciuta scrittrice originaria della Louisiana interpreta il logoro canovaccio miscelandolo con Poe (il riferimento va a William Wilson) e Collodi (Pinocchio), ma il risultato finale è sempre il solito.
Così facciamo la conoscenza di una donna motivata a bruciare il burattino costruito dal padre svariati anni prima. La infastidisce il fatto che abbia i suoi stessi lineamenti di quando era bambina e che il padre fosse solito usare il giocattolo negli spettacoli di magia organizzati per lavoro.
Tutto ruota attorno alla convinzione della donna che il padre utilizzasse la marionetta per deriderla pubblicamente. Il fantoccio però sembra avere uno stretto legame con la donna, poiché le fiamme che bruceranno il legno faranno sentire il dolore anche nel corpo della stessa al punto che dubiterà di essere umana.
Non potevano poi mancare, a omaggiare Richard Matheson, gli oggetti ordinari che si trasformano in assurdi congegni manovrati da forze diaboliche. Così con Le 3.47 del Mattino dell'inglese David Langford (autore di terza fascia ma capace ogni tanto di sfornare qualcosa di buono) abbiamo una sveglia prodotta in Malesia con lo sfruttamento della manodopera locale che tormenta il suo possessore suscitandogli degli incubi che lo porteranno alla pazzia. L'uomo si vede crescere sul corpo dei nei da cui si contorcono dei vermi, contemporaneamente si sente esplodere tutti i denti e uscire gli occhi dalle orbite. Il testo ha dalla sua una forte componente onirica e una velata critica a certe prassi industriali tuttora vigenti, ma resta un racconto da completamento piuttosto che da prima linea.
E' risibile e confuso invece Oggetto Ricordo di Vincent McHardy, altro semisconosciuto con la passione per gli oggetti comuni (nella fattispecie giocattoli sequestrati dalla maestra di scuola) dotati di strani poteri.
Infine largo spazio per le storie incentrate sulla follia dei protagonisti. Si parte con Il Camion dello Zio Otto di King (testo inserito nell'antologia Scheletri) che vede un uomo perseguitato da un camion, si prosegue con i drammaticissimi Nomi di Jane Yolen ed Echi di Lawrence Connolly che propongono degli strascichi psicologici connessi a eventi traumatici, nel primo caso le torture dei campi di concentramento (una superstite pretende che la figlia sia rachitica in memoria dei caduti) nel secondo la morte di un figlio (i componenti della famiglia lo vedono in casa, ma tutti fanno finta di non vederlo accusando gli altri di essere affetti da vizi mentali).
Tutti questi racconti citati scorrono bene, alcuni hanno anche degli ottimi spunti ma, a parte il racconto di Langford - il migliore tra i citati - e forse quello della Brantingham, hanno una scarsa capacità di coinvolgimento. Ce l'avrebbe, e pure tanta, quello di Campbell che però rovina tutto con una chiusura grossolana dopo aver introdotto degli elementi bizzarri non di poco conto (tipo dei camerieri che vagano in mezzo al bosco a piedi nudi per servire la famiglia senza che si capisca da dove escano fuori).
Ma allora è tutto da dimenticare o comunque da sorvolare nell'antologia? Certo che no, ma non si va lontano dall'inutilità del progetto.
Sono solo due, a mio avviso, i racconti degni di esser ricordati. Il più bello è Immagini Postume scritto dallo sconosciuto inglese Malcolm Edwards che confeziona uno sci-fi originalissimp.
Il lancio di tre bombe nucleari sperimentali sganciate dai sovietici su Londra genera la nascita di una bolla surreale aperta su un muro che sprigiona strane immagini. Si tratta di un portale da cui accedere a una terza dimensione dominata da uno strano calore e da un'intensa luce in cui si avanza come sospesi nel tempo e nello spazio. Solo chi è munito di speciali lenti può sperare di non perdere la vista all'interno della bolla, ma anch'egli deve stare attento a non avvicinarsi troppo al nucleo onde evitare di esser ridotto in cenere.
Intanto l'evento influisce sul contesto ambientale. Il sole non tramonta più mentre migliaia di persone hanno abbandonato la città. Chi è restato ha mantenuto un atteggiamento fatalista perseverando a giocare a carte e a bere al bar, in attesa dell'inevitabile anche perché la bolla diviene sempre più incapace a contenere l'energia che, simile a una detonazione nucleare, avanza al suo interno per straripare sulla città.
Dunque un racconto surreale che riflette il terrore del conflitto nucleare tipico del periodo della guerra fredda. Non a caso si parla di sirene che anticipano il lancio delle bombe, di bunker, di armi nucleari e di conflitti in medio oriente. Edwards tratteggia i contorni di una storia surreale più vicina alla sci-fi che all'horror, che fa della componente visionaria il punto di forza. Purtroppo la trama non è di facile intuizione, viene lasciato al lettore il compito di ricostruire i fatti e ciò potrebbe anche essere un pregio. A mio avviso il racconto è una sorta di disastro rallentato connesso al lancio di una bomba nucleare, dove l'esplosione si materializza dapprima all'interno della bolla e poi, a poco a poco, investe l'esterno a simboleggiare un pericolo imminente che prima o poi scoppierà (per fortuna la storia ha detto altro).
Notevole è anche Elle Est Trois (La Mort) della grande Tanith Lee (a mio avviso la migliore autrice contemporanea di racconti horror). La Lee omaggia indirettamente la saga delle Tre Madri di Argento, in particolare Inferno.
Protagonisti della vicenda sono tre artisti bohemienne parigini: uno pittore, l'altro poeta, il terzo pianista. Sono accomunati dal vivere di stenti e dalla continua ricerca dell'illuminazione che li possa destare dai rispettivi blocchi.
Tutti e tre faranno la conoscenza della Morte che si presenterà loro in distinte vesti: una ladra bambina che cercherà di indurre il pittore a compiere delle acrobazie sui tetti parigini; una macellaia depezzatrice incarnatasi in un'amante respinta e desiderosa di uccidere il pianista (una sorta di Casanova); una seduttrice pronta a possedere la mano dello scrittore per fargli compiere visionari viaggi mentali. Le tre sono figlie rispettivamente di uno stato febbrile, dei fumi dell'alcool e degli effetti dell'oppio, o almeno così potrebbe sembrare. Gli artisti, come lascerà intendere l'autrice, andranno incontro alla morte senza quasi accorgersene poiché hanno osato cercarla.
Il racconto è uno spettacolo di eleganza stilistica, narrato con cura per le scenografie e con personaggi caratterizzati in modo certosino. Tre artisti caratterialmente e fisicamente molto diversi tra loro seppur allo stesso tempo simili per i modi indolenti e il voler stare fuori dagli schemi.
La Lee, come suo solito, tratteggia la storia con massicci contorni onirici e trasforma Parigi in una sorta di Londra vittoriana (nebbia, pioggia, suicidi nella Senna, notti malfamate, ubriaconi). Non mancano spruzzate di splatter in qua e in là. Senza dubbio un grande pezzo che mi sento di omaggiare con le stesse parole dell'autrice: "Lei è tre: Ladra, Macellaia, Seduttrice. Non cercatela. E' intorno a voi, dappertutto, nelle foglie portate dal vento, nella nuvola che oscura la luna, nel dolce sospiro dietro il vostro orecchio, nell'odore della terra, nel fruscio di una manica. Se deve essere vostra, verrà da voi".
Il terzo gradino del podio lo strappa Il DIpinto Murale di Roger Johnson, autore di scarsa fama ma che va sul sicuro con una storia convenzionale esaltata da un'indagine da detective dell'occulto che tiene sulle corde il lettore.
In una Chiesa viene riportato alla luce il dipinto di un santo di cui è difficile reperire informazioni. Il volto raffigurato ha una strana espressione di arroganza e punta l'indice al cielo in segno di scherno. Ai piedi, nascosto sotto il saio, compare l'ombra di una sorta di animale di cui non si vedono le forme. Un prete e il restauratore indagano sull'opera, mentre alcuni avvenimenti strani iniziano a manifestarsi e porteranno all'assurda scomparsa del restauratore letteralmente inglobato dal dipinto.
Dunque un racconto dal sapore classico che è meritevole di menzione più per lo stile accattivante che per il soggetto scopiazzato.
Carini ma nulla più Il Mistral di Jon Wynne-Tyson, che omaggia il cult cinematografico Il Bacio della Pantera riproponendo il tema della c.d. felina mannara, e Out of Africa di David Drake che invece sposta l'azione nel cuore dell'africa proponendo una battuta di caccia ai danni di un mostro sconosciuto assai simile a un Velociraptor (con tanto di unghia ad artiglio).
Risibile il resto, per inidoneo sviluppo di idee potenzialmente interessanti, tra pietre che influenzano i comportamenti umani favorendo l'asocialità (Bradfield), videogame che ripropongono la serie omicida di Jack lo Squartatore (Casper, bella l'idea ma resa male con un serial killer che si allena al computer) e omaggi al cinema horror di un tempo con film proiettati in un cinema che andrà a fuoco unitamente alle versioni inedite (in quanto dotate di misteriose scene aggiuntive) dei film in esso riproposti. (Schow)
Nel complesso si è alle prese con una lettura adatta per i tempi morti sotto l'ombrellone, con diciannove racconti da leggere tra un bagno e l'altro senza temere di essere posseduti dall'angoscia. Le storie sono depauperate da componenti esoterico/trascendentali e giocano quasi tutto sulle componenti mentali o fantascientifiche rivelandosi nella quasi totalità dei fatti inverosimili. Piuttosto che essere ai confini dell'orrore si è infatti sull'altra sponda a ricercarlo con l'utilizzo di un cannocchiale. Orrore all'acqua di rose, con qualche saltuario spunto originale. Evitabile.
mercoledì 19 giugno 2013
Recensione Narrativa: LA SOCIETA' DI LUCIFERO (AA.VV. a cura di Peter Haining)
Curatore: Peter Haining.
Genere: Horror/Grottesco/Giallo.
Editore: Longanesi.
Anno: 1972.
Pagine: 290
Commento di Matteo Mancini
Dopo “The Satanist”, antologia collettiva con all'interno racconti scritti dagli specialisti della narrativa fantastica dei primi novecento come Lovecraft, Bloch, Blackwood e altri e da noi uscita con il titolo “I Classici della Magia Nera” nel 1971, il trentaduenne Peter Haining da alle stampe quella che dal titolo potrebbe sembrare la prosecuzione della prima opera ovvero: “The Lucifer Society” da noi tradotta come “La Società di Lucifero”.
Si tratta di uno dei primi lavori del giornalista che a poco a poco si affinerà come narratore e saggista quasi sempre con un occhio di riguardo per l'orrore e il paranormale. Molteplici le antologie curate da Haining, tra esse ricordo “Al Cinema con il Mostro”, “Grandi Storie Irlandesi del Soprannaturale” e “La Maledizione del Vampiro”
Scriverà anche, oltre a una serie di romanzi, un saggio piuttosto apprezzato in patria sul leggendario assassino dell'800 Sweeney Todd cercando di provarne la reale esistenza. Interessante poi il saggio “Antichi Misteri”, un compendio sui casi e sulle architetture riconducibili, in linea teorica, a civiltà scomparse o aliene.
Orbene, al di là del titolo, “La Società di Lucifero” è un'antologia un po' atipica tra tutte quelle curate da Haining. Innanzi tutto la componente horror è quasi del tutto piegata in favore di quella surreale/grottesca, inoltre il lavoro si configura come una sfida tra narratori americani e inglesi del primo novecento, sfida di cui non fanno parte gli specialisti dell'horror. Abbiamo dodici racconti per un gruppo e altrettanti per l'altro per un totale di ventiquattro storie. Il richiamo a Lucifero è del tutto fuori luogo, così come è fuorviante l'immagine del monaco in copertina. Nel libro c'è poco spazio per il gotico, tanto che ci sono persino due racconti sci-fi mentre gli altri sono prevalentemente ambientati nei giorni nostri.
Haining vuole dare una veste chic alla sua antologia e seleziona un blasonatissimo gruppo di giallisti e di grandi firme autoriali. Troviamo addirittura coinvolti la bellezza di cinque premi nobel per la letteratura: Sinclair Lewis (1930), John Galsworthy (1932), William Faulkner (1949), Winston Churchill (1953) e John Steinbeck (1963). Penso si tratti di un caso più unico che raro per un'antologia di genere. A questi si aggiungono poi una serie di maestri assoluti sia del giallo, rappresentati da autori del calibro di Agatha Christie e Chesterton (l'autore della saga Padre Brown), sia del poliziesco con Raymond Chandler ed Ed McBain, ma anche del true crime con il grande Truman Capote, dell'horror con Patricia Highsmith e poi ancora il notevole William Maugham e il visionario William Burroughs.
Tutto lascia presagire un'antologia da non perdere, anche perché Haining – salvo qualche eccezione - pesca tra i racconti meno noti dei vari autori dando al volume una certa distintività.
Viste le premesse però si resta un po' con l'amaro in bocca. Molti dei soggetti non sono all'altezza della fama dei vari autori, alcuni addirittura sono piuttosto banali e ciò giustifica anche in parte il motivo per cui, in precedenza, non erano emersi. Ci sono tuttavia anche delle perle di rara bellezza.
Il racconto più bello è nettamente “Il Richiamo delle Ali” (The Call of Wings) di Agatha Christie, un vero e proprio masterpiece della narrativa fantastica/esoterica che sconfina per planare sul versante filosofico/esistenziale. Protagonista è un materialista legato agli agi del denaro che, improvvisamente, grazie alla musica "incantatrice" di un mendicante di strada privo di gambe (che altro non è che il Dio Pan), scopre il valore della vita spirituale. La musica infatti lo porta a entrare in contatto con un mondo che i cinque sensi non possono sondare compiutamente. La cosa turba l'uomo al punto da generargli delle crisi di astinenza una volta terminata la musica. Cade vittima di vere e proprie isterie e ha così inizio una terribile lotta interiore orchestrata da una parte dal materialismo e dall'altra dall'inafferrabile bellezza degli sfuggevoli protagonisti del mondo spirituale. "Non puoi venire con me, poiché io sono al di sopra di ogni altra cosa” gli dirà Pan, “Se segui il mio richiamo, devi rinunciare a tutto il resto e recidere le forze che ti trattengono. Soltanto i liberi, infatti, verranno ove io conduco". Così, l'uomo abbandona ogni ricchezza a favore dei poveri e si lascia andare verso il richiamo delle ali delle creature misteriose che volteggiano nell'altrove.
Il brano è dotato di un contenuto intrinseco nettamente superiore la media rispetto ai canoni del genere, tutto giocato sul rapporto tra il vivere seguendo i precetti materialisti e il vivere invece puntando il cuore verso i valori spirituali. Davvero notevole, specie se si considera che l'autrice è famosa non per i racconti fantastici ma per i gialli. Qua invece la Christie sembra essersi trasformata in Arthur Machen.
Il secondo racconto capace di affermarsi sugli altri è quello dello specialista di polizieschi Raymond Chandler. Anche lo scrittore americano, che ambienta la storia in Inghilterra, sforna un elaborato piuttosto bizzarro per le sue corde. Il suo “La Porta di Bronzo” (The Bronze Door) è un elaborato dal soggetto piuttosto classico per la narrativa dell'orrore del primo novecento (il testo risale al 1939) ma viene narrato con uno stile avvincente e con un taglio poliziesco da narrativa pulp (si noti gli ambienti degradati, la nebbia e i quartieri narrati come malfamati). La forza del testo sta soprattutto nelle descrizioni. Bellissima, al riguardo, la scena della misteriosa carrozza trainata da un cavallo che appare in mezzo al traffico automobilistico e procede invisibile per gli altri, ma non per il protagonista.
Il soggetto ruota attorno all'abusato tema dei negozi di antiquariato che vendono oggetti bizzarri (in questo caso un enorme porta di bronzo tempestata da intarsi indecifrabili) che poi si scoprirà esser dotati di poteri diabolici. La porta infatti cancella nel nulla chiunque varchi i suoi battenti. Il protagonista, un alcolizzato con un certo patrimonio, decide così di acquistarla e di tenerla in salotto, facendo a poco a poco scomparire la moglie che gli chiedeva il divorzio, il suo odioso cane e tenterà persino di fargli inghiottire l'investigatore incaricato di sbrogliare la matassa connessa alla serie di scomparse. Molto carino e scritto divinamente, anche se non originalissimo. Chandler evita di scendere a spiegazioni, cosa che permette al lettore di dare la risposta che vuole alla serie di enigmi che resteranno irrisolti.
Il terzo posto se lo contendono un poker di racconti diversi tra loro e interessanti per alcune peculiarità.
Il più bizzarro è “La Strada dell'Ira” (The Angry Street) di Chesterton, il quale propone un elaborato surreale e decisamente folle. L'inglese immagina un lavoratore quarantenne, schiavo delle abitudini, che percorre tutti i giorni una medesima strada senza alcuna curiosità e rinchiuso in un suo mondo interiore. Un bel dì l'uomo viene sconvolto dall'improvviso mutamento della via. Il rettilineo che conduce alla stazione, infatti, si è trasformato in un'irta salita proiettata verso il cielo. Un oscuro personaggio, uscito da un'abitazione, rivela all'uomo che il tutto è dovuto alla scarsa considerazione dedicata dai passanti alla strada che ora si è ribellata perché trascurata. Dunque un testo che fa della componente grottesca il suo punto di forza. Anche qua lo stile di narrativo è di qualità.
È invece un classico acclamato dell'horror, citato anche da Lucio Fulci nel film Aenigma, “L'Osservatore delle Lumache” (The Snail Watcher) scritto dall'americana Patricia Highsmith nel 1964. Il testo è sicuramente il più claustrofobico e disturbante del volume. Suscita davvero un'emozione di repulsione e disgusto, in questo la Highsmith supera tutti i colleghi raccolti da Haining. Qui a comportarsi in modo pazzesco è un facoltoso uomo di affari che un giorno, nel tempo libero, decide di studiare le modalità riproduttive delle lumache. Inizia così con pochi esemplari per proseguire allevandone in numero sempre più crescente, poiché si convince che le stesse gli portino fortuna. Da trenta esemplari finisce per averne oltre un migliaio che gli invadono il salotto al punto da rendere impossibile il recupero della stanza. Quando cercherà di contrastare l'avanzata degli animali, ormai appesi sui muri, sulla soffitta e sui mobili, finirà per esserne sormontato con tanto di occlusione degli orifizi. Senz'altro tra i testi più claustrofobici che mi sia mai capitato di leggere.
Gioca invece tutto sullo stile il grande William Somerset Maugham, di cui ho recensito alcuni mesi fa il romanzo “Il Mago”. L'anglo-francese, con “Un Uomo di Glasgow” presenta una ghost story piuttosto canonica ma dall'eccelsa atmosfera peraltro esaltata anche qua da uno stile narrativo sopraffino. Maugham struttura la vicenda con l'escamotage del dialogo tra due sconosciuti che si incontrano in una locanda spagnola e che parlano del più e del meno fino a giungere a parlare di una storia paranormale. Il narratore rivela allo straniero che nelle notti torride di luna piena una serie di risate e poi di grida giungono a destarlo impedendogli il sonno. Tutto sarebbe iniziato dopo aver visitato una casa abbandonata dove un tempo vi sarebbe deceduto uno schizofrenico. A portare il protagonista a entrare all'interno dell'abitazione sarebbero state delle risate di divertimento poi seguite da degli urli di disperazione che si sarebbero diffusi proprio dall'interno dell'edificio. Entrato però dentro l'uomo non avrebbe trovato nessuno.
Dunque una storia semplice ma decisamente sinistra e capace di regalare qualche brivido utile a esorcizzare queste calde notti estive.
La quarta storia a contendersi il gradino più basso del podio è quella del premio Nobel Sinclair Lewis che con “L'Assassinio Post Mortem” (Murder Post Mortem) sviluppa in modo estremamente coinvolgente un soggetto che altrimenti avrebbe rischiato di esser noioso.
L'espediente per tenere viva l'attenzione del lettore è quello della ricerca ossessiva messa in atto da un accademico trasformatosi in un vero e proprio detective.
Lo studioso, con velleità da romanziere, ha ricevuto da un uomo morente un lotto di poesie scritte dal padre: uno sconosciuto pescatore scomparso mezzo secolo prima. L'accademico dapprima snobba il materiale poi, una volta letto, ne resta fulminato e intende pubblicarlo non prima di aver scoperto un qualcosa di più sul suo autore. Ha così inizio un'ossessione che porta il professore a indagare e a coinvolgere nel suo studio testate giornalistiche e altri studiosi, con l'intenzione di fare dell'ignoto poeta un eroe nazionale. La realtà però era ben altra cosa, il poeta era un manigoldo di prima categoria che non aveva fatto nulla di buono nella sua vita. Nulla però sembra fermare l'accademico dai suoi propositi. Arriverà persino a commettere alcuni reati dal furto alla violazione di domicilio, fino alla violenza privata. Finalone a sorpresa.
Una spanna sotto questo poker c'è un trio di racconti comunque interessanti, in particolare “Il Caso al Numero 7 di Rue de M.” (The Affair at 7 Rue de M...) una vera e propria follia da trip mentale firmata dal premio Nobel John Steinbeck. Si tratta di un raccontino che potremmo definire alla Matheson (o alla King), in altri termini di quelli in cui dei banali oggetti quotidiani diventano degli infernali persecutori. Qua ad assurgersi in tale veste è addirittura un chewing-gum (!?) che costringe il figlio di uno scrittore a tenerselo in bocca e a masticarlo di continuo. Ogni tentativo di disfarsi dell'oggetto sembra non sortire effetto, dato che la gomma ritorna sempre a insidiare il piccolo. L'uomo dovrà rinchiuderla in una campana di vetro.
Testo dunque giocoso che pare essere un ammonimento di Steinbeck verso l'eccessivo uso delle gomme americane, non a caso lo scrittore a inizio racconto aveva proibito al figlio di farne uso in quanto urtato dal vedere ruminare il giovane durante le vacanze estive.
Si ispira invece a Isaac Asimov il quasi sconosciuto (in Italia) Paul Gallico, che con il suo “La Risposta Terribile” (The Terrible Answer) si inserisce nell'interminabile filone fantascientifico costituito dai calcolatori capaci di rispondere a qualunque domanda impartita dagli operatori.
Al riguardo, più che alla storia, è buona la caratterizzazione del protagonista dipinto come uno scienziato egoista che ha strumentalizzato affetti e amici per perseguire la sua sete di notorietà nel panorama accademico. Alla fine, pur adempiendo in modo geniale al lavoro che gli era stato commissionato dal governo in virtù del calcolatore dallo stesso creato, finirà per creare delle assurde formule matematiche per farsi rispondere dalla macchina a dei quesiti personali. In preda al delirio di onnipotenza finisce schiavo delle allucinazioni paranoiche dando delle interpretazioni sballate alle risposte della macchina che lo porteranno a suicidarsi perché convinto di esser stato superato in intelligenza dalla sua stessa creatura.
Eccezionale, vista la data di uscita (1953), il soggetto de “I Grigi” (The Grey Ones) che purtroppo John B. Priestley sviluppa in modo quasi saggistico piuttosto che romanzato. In altre parole la storia non c'è e tutto si riduce al colloquio tra uno psichiatra e un paziente con delle strane ossessioni. Davvero un peccato, perché il seme di fondo contenuto nell'opera è quello che sta alla base, a esempio, di un cult cinematografico assoluto nell'ambito dei B-Movie: Essi Vivono di John Carpenter.
Ne “I Grigi” infatti è riportata tutta la intelaiatura del film di Carpenter, solo che Priestley non ne fa una storia ma gioca tutto sulle reazioni dello psichiatra che ovviamente prenderà per pazzo il paziente.
Protagonista è un imprenditore convinto dell'esistenza di un complotto denominato il Principio Malefico. Si tratterebbe di un oscuro piano finalizzato a creare sulla terra un governo ombra che tramerebbe attraverso i suoi agenti per tramutare l'uomo in una creatura automatica e apatica, confusa nella massa, senza più individualità. Il fine del piano sarebbe quello di cancellare ogni prodigio, ogni felicità e ogni profondo sentimento. Per argomentare e provare quanto asserito, l'imprenditore svela allo psichiatra i nomi degli agenti, tra cui anche suo cognato. Questi vivrebbero attorno a noi sotto le sembianze di uomini normali.
Priestley spiega tutto nei dettagli e francamente non capisco perché abbia sprecato in questo modo un tale soggetto, quando invece avrebbe potuto utilizzarlo per scrivere una storia vera e propria piuttosto che un dialogo, peraltro lo scrittore britannico introduce anche dei bei monologhi che coinvolgono le tv e le radio usate per lanciare dei messaggi subliminali tesi a intorpidire le menti.
Ecco il passaggio interessato: “Il Principio Malefico può riuscire a ridurci simili agli insetti anche mediante un sistema radiofonico ininterrotto, che non lasci mai in pace la nostra mente e che ci dica di non tentare alcunché di nuovo, di stare sul sicuro, di non farci illusioni, di continuare nella routine, di non perdere tempo ed energie ponendoci interrogativi, cogitando, essendo fantasiosi e cosi via.” E ancora: “Lo scopo principale è quello di tramutarci in creature automatiche, in esseri confusi nella massa, senza alcuna individualità, in macchine senza anima, fatte di carne e di sangue... Siamo, né più né meno, manovrati!” Passaggi da capolavoro ma non sfruttati a dovere, peccato.
Tra gli altri racconti merita una veloce menzione “Legname” (Woods) del Premio Nobel Galsworthy per la capacità di suscitare una certa claustrofobia nonostante la limitatezza di un soggetto tutto incentrato sul peregrinare senza meta del protagonista disperso in orario notturno nella selva del suo parco.
Carino anche “L'uomo che non domandò perché” (The Man Who Asked Not Why) di Cecil S. Forester il quale stende un racconto della serie “Ai confini della Realtà” con un veggente che ha la visione della propria morte, vedendosi sofferente oltre ogni limite in ospedale. Per cercare di sfuggire ai patimenti il mago decide di tentare il suicidio non sapendo di creare proprio le condizioni per far esaudire la sua ultima visione.
Da segnalare poi il testo in salsa Poe del Nobel William Faulkner che, un po' stancamente, con “Una Rosa per Emily” (A Rose for Emily) tenta di scioccare il lettore con un finale intriso di “romantica” necrofilia inserito in una storia drammatica fatta di solitudine e isolamento. Abbiamo la classica zitella aristocratica che vive in un enorme magione ai margini del villaggio e dalle cui mure si levano degli strani odori.
Scritto molto bene il racconto firmato da Truman Capote e intitolato “Miriam”, il quale tuttavia delude un po' nel concepimento del soggetto che ha poco o nulla di originale. Abbiamo un'anziana vedova che finisce per essere molestata dalla presenza di una misteriosa bimba che pretende di stare in casa della donna.
Una nota a parte la spendo per lo sci-fi psichedelico “Qualcosa di Strano” (Something Strange) che ha la fortuna di anticipare di un anno il capolavoro di Stanislaw Lem ovvero Solaris, ma che viene penalizzato da una certa confusione nello sviluppo del soggetto e dal tentativo continuo di spiazzare il lettore specie nel finale. Scritto dalla poco conosciuta Kingsley Amis, ha comunque l'innegabile fascino di proporre quattro astronauti isolati in una base spaziale lontana anni luce dalla Terra torturati da bizzarre visioni che non riescono a comprendere se siano reali o frutto della loro immaginazione. Le visioni, dapprima, si manifestano all'esterno della loro navicella con creature umanoide deformi e poi all'interno del mezzo con granchi, insetti e quant'altro. Scopriranno pure di non essere nello spazio, ma di esser caduti vittima di un esperimento. Dunque un racconto con grande potenziale, ma non sfruttato al massimo. Comunque gradevole.
Le altre dieci storie vivacchiano, nei casi migliori, ai margini della sufficienza. Tra queste delude in modo clamoroso McBain (qua col suo vero nome Evan Hunter) di cui viene scelto un racconto piuttosto elementare di derivazione Browniana (il riferimento va a Frederic Brown).
Scialbo anche il testo dello statista inglese Winston Churchill incentrato sulla caduta in mare di un viaggiatore abbandonato in pieno oceano dal suo traghetto.
Giallo puro e convenzionale, di quelli che si leggono anche tra le pagine degli amatori con un certo talento, per un asso del calibro di Francis S. Fitzgerald (un po' poco per i miei gusti).
Brutti, ai limiti del leggibile, i racconti di Burroughs e soprattutto di John Updike che si mette a fare lo sperimentale scomodando, in chiave simbolica, i dinosauri.
Gli altri testi sono di Lawrence Durrell, Robert Graves, Graham Greene, Angus Wilson e MacKinlay Kantor.
Dunque un antologia rara da recuperare in quanto fuori catalogo, più ascrivibile al genere grottesco piuttosto che horror con un pugno di ottimi racconti e qualche idea in qua e in là geniale ma non ben sfruttata.
A proposito, a questa tornata e seppur di misura, gli inglesi battono gli statunitensi, al giudizio del Mancho.
mercoledì 29 maggio 2013
Recensione Cortometraggio HAPPY EASTER (Regia Simone Chiesa e Roberto Albanesi

Produzione: New old story film di Casalpusterlengo, 2013
Regia: Simone Chiesa & Roberto Albanesi.
Genere: Thriller/Horror.
Sceneggiatura: Davide Cazzulani.
Fotografia: Davide Cazzulani.
Colonna sonora: Armando Marchetti.
Interpreti Principali: William Angiuli,Davide Cazzulani,Ornella Vogel,Giulia Del Prete,Luigi Bassi,Marco Battaglia,Andrea Fedeli
Durata: 20 minuti circa.
Commento di Matteo Mancini
Terzo prodotto della New Old Story Film di Casalpusterlengo che dopo il corto di debutto Happy Birthday del 2011 e il successivo Diesis recensito su questo blog dal sottoscritto compie, dal punto di vista tecnico, un deciso passo in avanti virando più marcatamente verso l'horror.
Il corto si apre come una sorta di Hostel ovvero, per i più fissati, come The Torturer di Lamberto Bava da cui mutua anche il taglio di fotografia baviano (davvero eccezionale il lavoro di Cazzulani in tal senso). Si assiste così a quello che potrebbe sembrare un mero esercizio stilistico dei due registi, qua decisamente migliorati nel dirigere immagini e attori (nell'occasione più orientati al made in Italy come dimostrano certe inquadrature argentiane e come dimostra il gioco con il ricorso a immagini carpite da specchi ovvero il trucco del rumore del vento inserito in sottofondo), con torture di ogni sorta ben messe in scena con una sapiente combinazione di montaggio (di Simone Chiesa) e make up. Le scene, non certamente originali e che rievocano pellicole echeggianti gli snuff movie (sono quelle tipiche dei c.d. torture movie), sono impreziosite da un oltranzismo piuttosto disturbante (vengono cavati denti, strappati lembi di pelle e così via). Ciò che salta all'occhio, però, è l'ottimo e certosino lavoro fatto da Cazzulani con la fotografia. Le sequenze sembrano essere ambientate in una grotta (in realtà è una stanza di una casa) con un grande dispendio di faretti muniti di filtri colorati (blu, rossi, verdi e gialli) che donano un'atmosfera molto anni '60 anche grazie alla combinazione delle varie tonalità di colore ottenuta con l'inclinazione contrapposta delle luci di scena.
Dal punto di vista contenutistico, per fortuna, a circa due terzi del corto si assiste a un improvviso mutamento di rotta ed entrano in scena le tipiche tematiche care allo sceneggiatore che, come in Diesis, è Davide Cazzulani. Quest'ultimo torna ancora una volta a interrogarsi sul senso della vita, seppur in modo più velato del precedente lavoro. Ecco che viene fuori una storia perversa in cui le figure di carnefice e di vittima si confondono tra loro per ribaltare addirittura i ruoli e la tipologia di violenza (da fisica a psicologica) in una storia in cui la tortura e la violenza risuonano come volontari tributi da versare sull'altare dell'espiazione necessaria per poter riconquistare quell'innocenza perduta con il trascorrere degli anni. Ecco quindi la ragione del titolo Happy Easter ovvero Buona Pasqua da interpretare come risurrezione metaforica dall'Ade del peccato. "La purezza è sempre quello che ho sempre voluto nella vita" dice il protagonista al fratello, "ma tu mi hai fatto capire che ne ho sempre cercato la distruzione". Ed è anche in questa parte che gli attori (precedentemente limitati dall'assenza dei dialoghi) offrono il meglio di loro con recitazioni sufficienti e ottime dizioni.
Dunque si assiste alla redenzione di un voyeurista colpito dai sensi di colpa, una sorta di ex cliente che commissiona torture da riprendere con videocamera per soddisfare un desiderio morboso generato probabilmente dalla noia e della perdita dei veri valori, almeno questo è ciò che gli autori sembrano suggerire allo spettatore.
Gustosa chiusura, sui titoli di coda, con una serie di foto di scena in bianco e nero scattate con una professionalità degna di ben altri palcosceni.
Happy Easter è dunque un corto con una sceneggiatura non troppo originale, ma che evidenzia i decisi miglioramenti dell'entourage della New Old Story Film che da ora in avanti dovrà cercare di compiere quel salto in avanti anche negli script per cercare di affermarsi tra i migliori nel panorama underground italiano e non solo. Molto buono per quel che riguarda il versante tecnico. Eccelsa la fotografia, specie nella prima parte.
Il corto lo potete vedere gratuitamente al seguenti link: https://www.youtube.com/watch?v=1kD10hVwHVs
martedì 28 maggio 2013
Imola 1994: il Gran Premio maledetto nella stagione maledetta (Articolo di Matteo Mancini)

Riporto qui di seguito l'incipit di un mio ampio articolo dedicato al tragico gran premio di formula 1 corso nella stagione 1994 sull'autodromo di Imola (GP San Marino).
L'articolo, che ha avuto vari apprezzamenti, mi è stato commissionato dai gestori dello storico sito latelanera.com dove ho mosso i miei primi passi da "narratore" nell'ambito, ovviamente, della scrittura creativa.
Il testo riporta tutti gli aneddoti e le migliorie in seguito apportate per effetto degli eventi catastrofici che si verificarono in pista (morirono, lo ricordo, il grande AYRTON SENNA e il debuttante ROLAND RATZENBERGER e vi furono altresì moltissimi feriti in quello che sembra essere un vero e proprio bollettino di guerra).
Articolo di MATTEO MANCINI
Se la Formula 1 fosse un libro sarebbe uno di quei vecchi volumi, fatto di pergamene ingiallite, nascosto in una biblioteca polverosa. Pagine su pagine scritte sull'artificio della memoria per rievocare imprese sfumate nel ricordo dei saggi, ma cristallizzate nella poesia della parola.
Manovre impossibili, vittorie commoventi e successi capaci di entusiasmare interi paesi facendo del pilota una metafora, un simbolo che sconfina oltre le competizioni, un eroe dalla valenza filosofica, una leggenda. Emozioni forti, figlie inconsapevoli dell'altra faccia della medaglia di uno sport duro e pericoloso.
Una faccia cupa, triste, rappresentata da pagine che imbrigliano la gioia sotto il mantello del dramma, della tragedia, autentiche divoratrici dei sorrisi aperti sui volti sognanti dei tifosi. Eventi tanto irreparabili da tramutare il coraggio, la perseveranza e la dedizione di questi uomini in qualcosa di unico, inimitabile e al contempo didattico.
Quanti piloti hanno pagato il tributo più caro di tutti per rincorrere il sogno della loro vita. Emblematica l'intervista rilasciata da Juan Manuel Fangio in ricordo del Gran Premio di Monza del '68: "Gran bella gara. Non è morto nessuno."
Perché accettare simili rischi allora, specie se si considera la vita agiata di molti piloti? L'automobilismo (ma anche la vita) è forse uno sport che richiede degli attori pazzi o degli esaltati inconsapevoli?
No, niente di tutto questo.
Non si tratta di pazzia o di superficialità, ma di passione.
Un pilota, come pochi altri atleti, è una creatura pura, cristallina, libera da ipocrisie e falsità, poiché la velocità è un'attività che non ammette compromessi e impone un miglioramento continuo, questione di decimi. Il rischio è il compagno di avventura più costante di una vita vissuta al massimo ed è inevitabile che sia così.
I sogni, per definizione, esistono proprio perché sono resi tali dagli ostacoli disseminati lungo il percorso. Se tutto fosse piano e dovuto come si potrebbe parlare di sogni? Non esistono sogni che si possano concretizzare senza accettazione di un qualche rischio.
E così, a volte, il sogno diviene fantastica realtà mentre altre, purtroppo, evapora in chimera contro una pila di gomme o contro un muro o ancora contro gli scarichi di un avversario. O si accetta questo o si resta a casa. Il campione di rally Alen diceva: "Non è importante fare il 99% ma il 110%. Se un pilota fai il 99% arriva decimo o undicesimo, e non vince mai. Se attacca al massimo invece vince oppure fa un incidente. Questo è il modo giusto di leggere questo sport per un giovane alle prime gare. Oggi è difficile farlo, perché la macchina costa molto e tutti dicono di andare piano, ma se un pilota accetta questo è meglio che non faccia le gare internazionali: o si tira o si resta a casa".
Dunque non esistono mezze misure, non si può gareggiare senza puntare al massimo delle possibilità. Correre (vivere) significa inseguire un sogno e i sogni non accettano compromessi, fuggono più veloci dei pensieri e richiedono prontezza, dedizione e buona dose di fortuna.
Ayrton Senna era solito dire: "Se una persona non ha più sogni non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà, per me è uno dei principi della vita."
Ed ecco che gli incidenti assumono un valore diverso da quello che un comune mortale potrebbe immaginare. Non sono demoni da esorcizzare rifiutando la lotta, né freni con cui strozzare l'ardimento, ma imprevisti da cui imparare a migliorare e da studiare alla stregua di lezioni finalizzate a migliorare la sicurezza in pista senza rinunciare alla competitività.
Al riguardo mi piace riportare il link relativo al trailer dell'imminente film RUSH (regia Ron Howard) che uscirà a settembre e che ha un testo che mi trova perfettamente in linea (sebbene io abbia scritto quanto sopra prima che lo stesso fosse realizzato): http://www.youtube.com/watch?v=VdiF8naM7aE
Il resto del testo lo potrete leggere gratuitamente al seguente link:
http://www.latelanera.com/grandi-disastri-tragedie/evento-drammatico.asp?id=266
SE MI MANDI IN TRIBUNA, GODO (Ezio Vendrame)


Autore: Ezio Vendrame.
Anno: 2002.
Genere: Biografia sportiva.
Edizioni: Edizioni Biblioteca dell'Immagine.
Pagine: 150.
Prezzo: 12,00 euro.
Best seller giunto alla settima ristampa dopo esser uscito nell'ormai lontano 2002. Si tratta di uno dei libri di maggior successo dell'ex calciatore anni '70 Ezio Vendrame che qua propone uno squarcio della sua vita fatto più di aneddoti che di un percorso raccontato nei minimi dettagli.
Definito da Boniperti il Kempes italiano, Vendrame ha per certi versi sciupato il proprio talento a beneficio del divertimento e delle continue fughe amorose con donne o ragazze incontrate nei bar o per caso per strada.
Tra i grandi del calcio poteva essere "Il Grande" campeggia in quarta di copertina. Tuttavia il nostro ha sempre anteposto agli impegni sportivi quelli goliardici e ludici. Esemplificativa è fin da subito al prefazione: Il suo talento era una beffa della natura. Bestemmiato e cestinato. Da calciatore era un disadattato. Scoprì in fretta che l'essenziale era altrove. Nell'amore e nella perdizione, nelle donne e negli amici. Se mi mandi in tribuna, godo è un sincero distillato della filosofia di vita di Vendrame, il quale ammette candidamente i propri vizi e ne fa un vezzo per non dire un pregio. Lo stesso titolo dato al libro è riconducibile a un episodio maturato ai tempi in cui il nostro giocava nel Napoli; mandato in tribuna in una trasferta a Cagliari, Vendrame, senza farsi tanti problemi, ne approfittò per andare con una modella conosciuta nel viaggio di andata e presente in tribuna (da qui il godimento, consumato in modo poco romantico nei bagni dello stadio)!?
Clamoroso anche un suo discorso ai tifosi del Vicenza, quando invitato a parlare al cospetto di una folla che lo acclamava se ne venne fuori con un monologo imprevedibile che lasciò tutti sbigottiti e increduli: "Vi rigrazio per l'affetto che mi dimostrate, ma mi sembrate un po' fuori di testa. Io so soltanto tirare calci a un pallone! Chissà quante cose voi sapete fare meglio di me. Non sono un chirurgo che salva vite umane e nemmeno un operaio che si deve fare un culo così! Sono un fortunato ed è per questo che non vi capisco. Che cosa saranno mai queste partite di calcio! Inventatevi delle alternative domenicali. Andate a vedervi un bel film, leggetevi un libro, oppure restata a casa e fatevi una bella scopata! Non possiamo vivere di solo calcio!"
Il lettore può così immergersi in una lettura veloce e scorrevole fatta di imprese sportive (non molte), follie e notte brave spese tra le braccia di donne spesso libidinose o comunque di facili costumi, ma anche di gustosi aneddoti di personaggi più o meno famosi raccontati dalla lente di Vendrame. E' proprio su quest'ultimo aspetto a cui l'autore dedica le pagine più emozionanti del volume, quasi a testimoniare, forse a ragione, che le amicizie sono la cosa più importante di tutto il resto. Così a fianco di personaggi locali conosciuti da Vendrame e pochi altri, troviamo capitoletti, a volte commoventi, dedicati a grandi personaggi come il cantautore tutto genio e sregolatezza Piero Ciampi (a cui Nada, non a caso, dedicò la canzone Lui è folle), il grande capitano della nazionale campione del mondo del 1982 Dino Zoff (ricordato a inizio carriera quando stampa e tifosi lo osteggiavano), l'indimenticabile capitano giallo-rosso Agostino Di Bartolomei (di cui Vendrame ricorda l'amore morboso per le pistole, ma soprattutto per il suo caratteristico sguardo: Ci sono due occhi che non dimenticherò mai: quelli del mio amico Agostino Di Bartolomei. Ago spiccava tra tutti gli altri per quel suo sguardo cupo, introverso e sofferente), l'idolo di Verona Gianfranco Zigoni (al quale Vendrame dedicherà in seguito la biografia Dio Zigo Pensaci Tu) e ancora molti altri tra i quali Zaccheroni, il giornalista Giancarlo Dotto (che peraltro introduce il libro con una splendida prefazione), Ferlaino e via dicendo.
Le parti migliori del libro sono senza dubbio quelle dedicate alle imprese sportive, purtroppo però Vendrame le limita ai minimi termini essendo più preso dalle sue gesta spese fuori dal campo. La ragione di questa scelta è riconducibile a quanto sottolineato, in prefazione, da Dotto: Il calcio di Vendrame era godimento dell'anima ma anche del corpo. Nel corpo di Vendrame, nella sua animalesca mania di sesso e stupore, l'equazione allo stato puro tra gol e orgasmo, dribbling e libidine. La libidine dell'impresa calcistica in campo, dirompente, sfacciata, eccessiva, si combina con quella boccaccesca fuori campo.
Restano tuttavia indimenticabili, scolpiti nella memoria del lettore, gli episodi riconducibili agli ultimi anni di carriera di un Vendrame ormai sceso in C1 dopo gli anni di gloria vissuti in A con Vicenza (con il quale si permise di fare magie a San Siro con Inter e Milan, in questo caso si esibì anche con un irridente tunnell a Rivera) e Napoli (anno del secondo posto con Vinicio in panchina). L'autore ci racconta di quando pagato per perdere contro un Udinese ormai lanciata verso la promozione, decise di realizzare una doppietta (un gol addirittura direttamente da calcio d'angolo con dichiarazione gestuale prima del tiro) perchè fischiato dal pubblico avversario. Straordinario anche l'episodio in cui, per vivacizzare una partita in cui le squadre si erano accordate per il pareggio, prese palla nella metà campo avversaria e iniziò a dribblare tutti i propri compagni di squadra fino a scartare il proprio portiere e poi riprendere l'azione dalla difesa. In quest'ultima occasione un tifoso morì di infarto e Vendrame, avvicinato da un giornalista, disse: "Ci deve essere una ragione se un malato di cuore viene a vedere proprio me... Forse aveva deciso di suicidarsi!" Bello anche l'aneddoto riguardante l'ascesa del Pordenone dai dilettanti alla serie C con Vendrame, un po' in stile Marangoni protagonista del film Il Diavolo e l'Acquasanta interpretato da Tomas Milian (identico a lui nel look), pregato dai dirigenti per giocare e convinto solo quasi alla fine del campionato in quanto preso da una crisi esistenziale dovuta alla fine di un ennesimo amore (Mi accorsi che per una vita intera avevo amato solo fantasmi. Ovunque fossi mi sentivo un incomodo, soprattutto a casa mia).
Lo stile con cui l'autore sviluppa il volume è piuttosto spartano e predilige l'immediatezza degli aneddoti alla costruzione artistico/stilistica. Ne esce fuori un un volume non articolato, ma composto da tanti aneddoti ciascuno riportato in modo svincolato dagli altri in capitoli dalla lunghezza variabile da una a tre pagine.
Come già detto, Vendrame presta molta più attenzione alle conquiste femminili e alla sua fama di sesso (clamoroso un episodio in cui riuscì a farsi praticare del sesso orale all'interno di un bar aperto!! con battuta cinica del barista il quale si rivolse alla signora dicendole: Sono mille lire per il cappuccino, il cornetto alla crema invece lo offre la casa!), piuttosto che alle imprese sportive. E' pero proprio la folle (in senso positivo) narrazione soprattutto di queste ultime che salva il volume dall'insufficienza e dal cattivo gusto.
Quanto sopra però non deve far pensare a un personaggio privo di etica o di valori. Vendrame, pur essendo libertino oltre ogni limite, dimostra un innegabile attaccamento ai valori come l'amicizia e il rispetto dei meritevoli. Dotato inoltre di un estro fuori dal normale e di una sincerità che sconfina quasi nell'insolenza (bellissimo il capitolo in cui invitato da Minà alla Domenica sportiva spara a zero sui giornalisti e su Aldo Biscardi), merita un grande plauso per le sue lotte contro l'ipocrisia becera di certi ambienti.
Al riguardo riporto due passaggi significativi che ne sottolineano le doti umane.
"Quando qualcuno si espone nel sociale rimettendoci pure di tasca propria, deve difendersi quotidianamente da certe merde che non muoiono mai e che, con le loro invidie e i loro premi Nobel alla stupidità, ti remano contro sperando sempre e comunque che le cose ti vadano male".
"La parola mister è un muro di difesa costruito dagli adulti che hanno paura di confrontarsi e che io ho abolito da sempre. Pretendo che i miei ragazzi giochino con ENTUSIASMO, che aiutino i compagni, che liberino la FANTASIA rispettando ogni decisione arbitrale e, a volte, anche la stupidità degli avversari".
Nel complesso quindi siamo alle prese con una lettura spensierata che regala qualche sorriso, ma che sconcerterà i lettori puritani per l'eccesso di zelo e di sincerità dissacrante tipica del suo autore.
Ps che rende eloquente la filosofia di Vendrame: "Ho sempre detestato la Juventus, l'immagine dell'arroganza truccata da perbenismo. Per me vincere era un incidente di percorso, per loro una condanna. Basta indossare una maglia a strisce bianco-nera per non riuscire a capire la struggente bellezza della sconfitta."




