Elenco

  • Cinema
  • Ippica
  • Narrativa
  • Pubblicazioni Personali

mercoledì 15 giugno 2011

Parole al Passo del 27 gennaio, 2010. Verso la fine intervengo radiofonicamente


Ho un po' "scartabellato" per la rete e ho ritrovato un'intevista radiofonica che rilasciai il 27 gennaio del 2010 alla radio romana RADIO IMAGO.

Nel corso del programma "Parole al passo" intervengono prima l'amico editore GORDIANO LUPI, poi l'amica Maria Silvia Avanzato e, infine, io che parlo de "Il raggio di Halloween" (racconto incluso nell'antologia "Racconti Sepolti" edita dal Foglio Editore e di cui curai l'editing) e della mia piccola antologia personale "La lunga ascesa dal mare delle tenebre" (edita da GDS Edizioni, Milano). In redazione c'è anche il mio amico e sostenitore emotivo Alessandro Napolitano.

Qua trovate il link dove potrete ascolare l'intera puntata, tra musica e narrativa di scrittori emergenti. Per sentirmi lasciate caricare il file e poi portatevi quasi alla fine dello stesso. Buon ascolto.

http://www.radioimago.org/archivio/2010/Parole36.mp3

domenica 12 giugno 2011

Recensione cortometraggio "La Dolce Mano della Rosa Bianca" (Regia Davide Melini)


Produzione: Ita-Spa, 2010

Regia: Davide Melini.

Soggetto e Sceneggiatura: Davide Melini.

Fotografia: José Antonio Crespillo.

Colonna sonora: Christian Valente e Ivan Novelli

Interpreti Principali: Carlos Bahos (Marco), Natasha Machuca (Rosa Bianca), Leocricia Sabán (Maria)

Durata: 16 minuti circa.

Trama:

Giovane un po' depresso guida la propria auto in piena campagna, quando, infastidito dal continuo squillare del cellulare, decide di rispondere. Dalla parte opposta, intanto, sta sopraggiungendo una bambina in sella alla sua bici...

Commento di Matteo Mancini:

Dopo “The Puzzle”, “La dolce mano della rosa bianca” è il secondo lavoro che visiono dell'amico Davide Melini. Già collaboratore di Dario Argento né “La terza madre”, Melini si è trasferito da anni in Spagna dove ha deciso di tentare la scalata per diventare un regista affermato.

Con questo cortometraggio l'autore romano compie un netto passo in avanti rispetto ai suoi precedenti lavori. Il merito va alle indubbie doti personali del trentaduenne, ma anche a un cast artistico e soprattutto tecnico in splendida forma capace di sopperire al budget risicato con una disinvoltura che lascia stupiti.

Ciò detto scendiamo nel merito della pellicola.

L'opera, eccetto il bellissimo e poetico epilogo, ruota attorno a un soggetto (dello stesso Melini) che non brilla per particolare originalità (ho visto qualcosa di simile in un altro corto italiano girato in bianco e nero un paio di anni fa). Abbiamo un giovane ragazzo che vaga in un cimitero, a causa di un terribile incidente stradale che l'ha visto coinvolto a seguito di una banale disattenzione. La sceneggiatura non lo spiega, tuttavia sembra (almeno nel ricordo dell'uomo) che dopo lo scontro il ragazzo si sia dato alla fuga e che in un secondo momento, morso dai sensi di colpa, abbia deciso di rendere omaggio alla giovane che ha travolto e ucciso. Ciò che il giovane non sa è che nel cimitero lo attende un'amara sorpresa. L'innovazione di Melini sta nell'aver optato per una conclusione in cui l'amarezza e la sconfitta evolvono in dolcezza e trionfo dell'amore sulla morte. Ecco che il finale diviene qualcosa di eccelso in cui l'autore imprime a fuoco una netta impronta, evitando quelle soluzioni telefonate di cui invece già si sentiva l'odore a causa di una serie di citazioni e di soluzioni visive fin troppo inflazionate (si vedano le ombre che, d'improvviso, passano da una parte all'altra della telecamera o la scena, in omaggio all'argentiano “Tenebre” e a “Doppia personalità” di Brian De Palma, in cui la bambina appare alle spalle del protagonista). Il nostro però non si ferma qua, oltre alle già menzionate, ripropone le fronde degli alberi riprese dal basso verso l'alto che si muovono per effetto del vento (in stile “Phenomena”), i primissimi piani di una luna investita dalle nubi, ma anche l'inquadratura iniziale di un teschio di plastica illuminato di arancione (molto “Halloween”) sospeso accanto alle gambe di una ballerina in una sequenza iniziale che farebbe impazzire Robert Rodriguez (penso all'inizio di “Planet Terror”) e ancora la scena in bianco e nero (in stile “Schindler's List” o “Sin City”) con la bambina riversa a terra e il sangue rosso che scende piano piano sull'asfalto in modo da rendere netto il contrasto di colori (effetto che non può non colpire lo spettatore).

La regia di Melini è molto pimpante e fumettistica tanto da dare l'idea di tradurre in immagini le tavole di un ipotetico storyboard. Moltissimi i primi piani, poche le riprese in campo lungo (quelle, bellissime, che immortalano il preludio del sinistro). Appropriate, perché a mio avviso aumentano il realismo del film, le scelte di dirigere alcune scene partendo da un qualcosa di specifico e poi scivolare di lato fino a riprendere il personaggio protagonista che da fuori campo entra in azione.

I momenti migliori del corto sono soprattutto i titoli di apertura, anche per merito di un montaggio eccezionale e di un'ottima colonna sonora, e la sequenza nella cripta (forse la più sinistra dell'intera opera, con quell'atmosfera tipica degli spaghetti thriller anni '70). Non è altresì inferiore la parte ambientata nel cimitero, anche se tende a perdere di pathos dal momento in cui Bahos vede chiudersi alle spalle il corridoio da cui era passato. Dopo questa scena, infatti, c'è una parte, preludio dell'ottimo epilogo, che, a mio avviso, doveva esser scritta in modo più personale (nella scelta del look della bambina, tra l'altro, ci sono velate citazioni agli horror giapponesi).

Degna di nota la fotografia di José A. Crespillo che, su richiesta di Melini, rende le immagini oniriche e lo fa con colori vivacissimi (specie nella parte ambientata al cimitero). Ne discende una fotografia lussuosa per un prodotto semi-professionale che sarebbe capace di rivaleggiare tranquillamente con quelle di prodotti sulla carta più ambiziosi. Dunque davvero una prova eccezionale quella di Crespillo.

Ottimo lavoro anche per l'accoppiata Valente-Novelli sia per la colonna sonora sia per i curatissimi effetti sonori.

In palla Bahos e la piccola Machuca (classe 1998) che non cadono nell'apatia tipica che contraddistingue gli aspiranti attori, ma riescono a recitare senza far storcere il naso dei più esigenti. Bravo, nella loro direzione, Melini anche per l'intuito di diminuire le difficioltà di recitazione, ricorrendo all'escamotage delle voci fuori campo (che sostituiscono quasi del tutto i dialoghi). Ruolo da comprimari per tutti gli altri attori.

In definitiva un bel prodotto. Non a caso “La dolce mano della rosa bianca” è risultato finalista in svariati Festival italiani, spagnoli, americani e sud africani e recensito da testate e siti dei medesimi Stati. Indubbiamente buono, soprattutto sotto il profilo tecnico. Melini è un regista da tenere sott'occhio, parola di Matteo Mancini alias giurista81.

Intervista rilasciata dal sottoscritto


Posto qui di seguito il link dove potrete leggere una lunga intervista rilasciata dal sottoscritto in occasione dell'uscita della mia antologia "Sulle rive del crepuscolo" edita da GDS Edizioni. Buona lettura. In alto una mia recente foto.

http://strepitesti.blogspot.com/search/label/matteo%20mancini

Ps: continua intanto la lavorazione sul saggio sugli spaghetti western (dovrebbe uscire per la casa editrice IL FOGLIO EDITORE), è in fase di revisione la novella "Il Vampiro del Terzo Millennio" che uscirà per GDS Edizioni nella collana "I Cigni". Sono in attesa dei disegni per l'antologia fantastica a puntate semestrali "L'occhio sul crepuscolo", di cui sarò curatore e che sarà dedicata in modo particolare agli autori emergenti (nel primo numero avranno spazio Francesco Borrasso, Alessandro Napolitano, Vincenzo Barone Lumaga e Patrizia Birtolo).

A settembre inoltre darò il via al progetto "Ultimo Giro" dedicato agli eroi della F1 che hanno pagato con la propria vita o comunque a caro prezzo la loro passione per la velocità. Il libro sarà scritto con un taglio teso a sottolineare più il lato umano e, in molti casi, filosofico di questi eroi, piuttosto che quello prettamente sportivo.




Recensione narrativa - IL GIOCO DI GERALD (S.King)




Autore: Stephen King
Anno di uscita: 1992
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 368
Commento
Romanzo, a metà strada tra l'erotico (malato) e l'horror, firmato da colui che - a torto (ovviamente è un mio parere) - viene definito il re dell'incubo, cioè Stephen King.
Nell'occasione lo scrittore statunitense propone una storia altamente drammatica che ruota attorno a un soggetto piuttosto striminzito. Abbiamo una coppia di coniugi che, per stimolare le prestazioni sessuali dell'elemento maschile, decide di dar vita a un gioco perverso in cui la donna viene ammanettata alla spalliera del letto. Durante il rapporto però, a causa di un ripensamento della moglie, nasce una colluttazione nel corso della quale il marito, un noto avvocato, cade preda di un attacco cardiaco che lo porterà a una morte immediata.Ha così inizio l'incubo della moglie che resta bloccata a letto, incapace di muoversi e di chiamare aiuto. La casa in cui si trova, infatti, è isolata in aperta campagna. Intanto un cane randagio penetra nell'abitazione e inizia a cibarsi del cadavere dell'uomo, mentre una bizzarra sagoma oscura farà capolino al crepuscolo assumendo un'espressione di derisione e mantenendosi sempre ai margini della vicenda.Questo, in sintesi, è il succo del contesto che King va a tracciare per analizzare la psiche della protagonista e i suoi orrori trascorsi.
Non è la storia, né la volontà di dar vita a una parabola a interessare l'autore, ma l'analisi introspettiva della protagonista; un'analisi che, probabilmente, risulterà interessante per un pubblico femminile, ma credo si rivelerà assai noiosa per un pubblico maschile. Siamo dunque alle prese con un romanzo in cui sono le paranoie e i complessi mentali della protagonista a elevarsi al ruolo di protagonisti e non una serie di accadimenti funzionali a creare una vera e propria storia.
King scende nella psiche della donna, riporta alla luce traumi infantili che ruotano attorno al cattivo rapporto con la madre, all'ammirazione per il padre che poi si tramuta in un qualcosa di malato, ma soprattutto alle prime esperienze sessuali (è stata molestata dal padre e poi dal fratello) e lo fa in modo ripetitivo e talvolta con cattivo gusto. Alcune descrizioni, seppur efficaci, sono eccessive, anche in considerazione del fatto che si sta parlando di una bambina di dieci anni (penso alla descrizione della piccola che assaggia lo sperma del padre). Altre invece vengono inserite tanto per fare brodo e si rivelano del tutto gratuite (penso al cane necrofago).
Tutto questo da vita a un'opera basata su un soggetto ottimo per un racconto, ma non certo per un romanzo di quasi 400 pagine. L'autore, difatti, appesantisce il testo con una moltitudine di azioni che occupano interi capitoli (la donna che cerca di bere; la donna che cerca di cacciare il cane; la donna che cerca di liberarsi dalle manette) e pensieri ripetitivi che assillano la prigioniera (inizia persino a parlare con una serie di voci di personaggi immaginari che le torturano la mente). Le cose non migliorano con lo scorrere delle pagine, anzi tendono a peggiorare con un pessimo epilogo. Penso che in pochi potrebbero qualificare il finale se non come un epilogo posticcio. King, come spesso avviene nei suoi romanzi, prima cade negli stereotipi del genere (la figura del baubau, la donna che scappa e vede apparire alle sue spalle, d'improvviso, nello specchietto retrovisore il mostro da cui sta scappando), poi uccide quella poca atmosfera che dava modo al lettore di fantasticare (la figura della morte che vaga con i gioielli era molto romantica) e lo fa per l'impulso di giustificare a tutti costi ciò che viene dato in pasto al lettore. La spiegazione, tra l'altro, viene data in un modo che vorrebbe risultare originale e scioccante, ma che invece non lo è affatto. King non fa altro che riproporre pari pari un personaggio conosciutissimo in ambito criminologico (i riferimenti vanno a Ed Gein), senza caratterizzarlo con trovate innovative.
Ciò detto mi sovviene una frase che Clint Eastwood soleva dire a Sergio Leone e che calza, a mio avviso, a pennello per "Il Gioco di Gerald": “In un'opera di serie B si dice ogni cosa a ogni spettatore. In una vera opera di serie A si lascia che il pubblico pensi!”. Tutto questo per dire che “Il gioco di Gerald”, pur beneficiando di alcuni buoni momenti (su tutti il primo ingresso in scena del baubau e la descrizione del rapporto sessuale durante l'eclisse) è molto lontano da essere un'opera di serie A. Voto: 5,5

PS: AGGIUNTA DEL 6 NOVEMBRE 2011

Spulciando nelle mie numerose antologie di narrativa fantastica ho scoperto un'altra opera che il sopravvalutato (non mi stancherò mai di dirlo e lo è per via della scarsa conoscenza del genere di buona parte dei suoi lettori) STEPHEN KING ha spudoratamente copiato. Sto parlando de "IL GIOCO DI GERALD", il cui soggetto è stato ripreso pari pari dal racconto "La Vasca" - "The Tub" (inserito nell'antologia "EROTIC HORROR") scritto da Richard Laymon nel 1991.

Nel testo di Laymon ci sono tutti gli elementi che caratterizzeranno il successivo romanzo di King (uscito appena un anno dopo) e questo ridimensiona il genio di King. Protagonista della storia è una donna che resta intrappolata (nella fattispecie in una vasca sotto il peso del compagno culturista) durante un amplesso che culmina con la morte per infarto del partner. Comuni al romanzo di King sono tutti i tentativi bislacchi della donna di liberarsi ma anche l'alternanza del giorno con la notte, ed evidenti parallelismi nelle location e nelle paranoie(abitazione isolata, porte di ingresso lasciate aperte con conseguente timore di voyeuristi pervertiti che spiano nel buio). Dunque il soggetto è pressoché identico, manca solo il background familiare della donna e il cane idrofobo e poi ci siamo.

mercoledì 4 maggio 2011

recensione narrativa: ""RACCONTI AGGHIACCIANTI" Gustav Meyrink




RACCONTI AGGHIACCIANTI


Autore: Gustav MEYRINK

Anno di uscita: 1993

Casa editrice: Newton

Collana: 100 pagine, 1000 lire

Pagine: 100


Commento di Matteo Mancini

Collage di perle nato dal genio criptico/esoterico di Meyrink proposto dalla Newton nell'indimenticabile collana “100 pagine, 1000 lire” vero e proprio Olimpo per gli amanti della narrativa con la N maiuscola (ricordo testi di genere di scrittori del calibro di Kipling, Hawthorne, Stevenson, tanto per citarne alcuni). Questa, in estrema sintesi, è la presentazione che il sottoscritto Matteo Mancini ritiene di fare di “Racconti agghiaccianti”, il cui unico difetto risiede forse in un titolo piuttosto banale.

L'accoppiata Gianni Pilo – Sebastiano Fusco opta per undici racconti dello scrittore nato a Vienna nel lontano 1868, pescando dalla sua produzione gotica, dall'orrore cosmico e dalla fantascienza satirica spesso finalizzata alla derisione dell'esercito tedesco. Così ci imbattiamo in undici racconti variegati, ma uniti da un tratto comune che può esser facilmente compreso analizzando la risposta che Meyrink soleva dare a chi gli chiedeva il senso della sua narrativa: “la mia narrativa non è destinata tanto a raccontare quanto, piuttosto, a rivelare in forma allegorica e romanzata le vie e i mezzi per raggiungere uno stato e una conoscenza d'ordine superiore. Una via di risveglio che permetta all'adepto/lettore di superare, in vita, la condizione umana e riaccendere la scintilla divina presente all'interno di ogni uomo”.

Grande studioso di Kabbalah e filosofia, con alle spalle un passato burrascoso che lo portò sull'orlo del suicidio, Meyrink proietta i suoi studi nei racconti e lo fa con un taglio visionario e un gusto dell'orrore che trascina il lettore amante del bizzarro in un gorgo di emozioni che ha molto del misterioso e tutto dell'affascinante e che richiede una lettura attenta e scrupolosa per poterne carpire i segreti più importanti. Dunque un autore non di pronta soluzione e con un talento che è assai raro incontrare nella narrativa di genere.

Famoso soprattutto per aver dato alle stampe nel 1915 il romanzo “Il golem”, Meyrink offre il meglio di sé nella narrativa breve e il libro in questione né è, seppur in minima parte, una testimonianza tangibile.Abbiamo infatti autentiche gemme della narrativa horror, con vette degne di esser catalogate tra i più bei racconti mai confezionati in questo genere (e non solo).

Tra i racconti più meritevoli non si può non citare “Il gabinetto delle figure di cera”, un autentico orrore claustrofobico in cui Meyrink – come si intuisce dal titolo - parla di un museo apparentemente di statue di cera e di creature umane vittime di scherzi della natura (abbiamo una sorta di essere composto da due bambini di otto anni uniti tra loro da un cordone invisibile che li rende inseparabili). La particolarità dell'attrazione, tuttavia, sta nel fatto che il titolare - una sorta di stregone egizio capace di influenzare gli altri con la forza della mente - utilizza cavie per eseguire esperimenti esoterici tesi a scomporre l'uomo in tanti elementi mantenendo in vita ciascuno di essi staccato dal corpo originario. Un trio di coraggiosi cercherà di arrestare il depravato mago, svelando al pubblico ignorante (da tradurre come la massa del popolo) la vera natura del teatrino grandguignolesco.

Favoloso poi è “L'anello di Saturno”, in cui è ancora l'esoterismo a farla da padrone. Qui abbiamo un gruppo di adepti riuniti in un osservatorio astronomico pronti ad assistere al tentativo del loro maestro di imprigionare all'interno di una sfera di vetro l’anima di una beghina dispersa nell'universo. L’uomo inizia così un esorcismo, ma ottiene un risultato imprevisto poiché le ombre degli abitanti dell’abisso si staccano dai muri perimetrali dell'osservatorio, mentre dei ragni precipitano silenziosamente dalla soffitta aggredendo i presenti. In preda alla follia, il maestro si suicida con un coltello, mentre gli adepti intervengono in suo soccorso impedendo alle forze del male, che si dissolvono nel nulla, di sottrargli l’anima e di far imputridire l’intero laboratorio. Un racconto dunque incredibile capace di evocare un'angoscia che solo i più grandi artisti hanno il pregio di trasmettere.

Eccezionale è anche il gotico “L'urna di S. Gingolph”. Nell'occasione Meyrink opta per un taglio più semplice e realizza un racconto alla Frederick Benson per intenderci. Protagonista è un viandante in cerca di riposo in un panorama che ha molto dell'Irlanda. L'uomo si reca in una verde vallata costellata di macerie, restando sorpreso dalla presenza di un’urna intatta. Addormentatosi di fronte all'oggetto e ai cipressi che lo proteggono dalle intemperie, l’uomo rivive in sogno i fatti che hanno portato alla distruzione del castello che torreggiava in quei luoghi e scopre che all’interno dell’urna è conservato il corpicino di un bimbo che vi fu rinchiuso vivo. Racconto dunque molto bello, ma meno criptico e forse, per questo, più gradito ai più.

Sulla falsa riga di questo racconto, seppur qualitativamente inferiori, sono “La maschera di gesso” e “Il segreto del castello di Hathaway”. Il primo testo (un po' ironico) parla, ancora una volta, di un gruppo di adepti di una setta riuniti per festeggiare il centenario della morte del loro maestro. A tenere banco è una profezia secondo la quale la setta sarebbe sul punto di scomparire per la stupidità di un loro adepto (da notare la critica metaforica di Meyrink per la superficialità che caratterizza alcuni uomini). Più classico il secondo racconto, forse il peggiore della raccolta. Meyrink nara del solito castello, infestato da fantasmi, in cui pare gravare una maledizione che colpisce tutti i primogeniti della famiglia una volta raggiunti i 21 anni (ovvero la maggiore età), mandandoli in disgrazia. L'autore impreziosisce il testo con una grande componente sarcastica rappresentata dalla figura del fantasma (un bachiere che rivela i conti di famiglia); trovata che salva il racconto dall'insufficienza e che getta un forte velo di polemica nei riguardi delle famiglie nobiliari.

Costituiscono invece un viaggio nell'onirico e nel bizzarro più estremo “Le piante orribili” e “Danza macabra”. In entrambi i casi, si assiste a storie dove le descrizioni scenografiche raggiungono apici visionari ragguardevoli (nel secondo caso giustificati dal fatto che i protagonisti hanno ingerito dei funghi allucinogeni). Non si tratta però di esercizi di stile peraltro garantito da un lessico sempre ricercato, ma di un quid messo al servizio di un esoterismo più o meno marcato (nel primo caso abbiamo un egittologo alle prese con una statua di un demone che pare evocare strane forze, nel secondo testo, invece, entra in scena una confraternita composta da uomini perennemente in catalessi).

Particolare e gustosissimo è il racconto “Il bramino” dove due ricercatori restano infatuati da una scultura immersa nella palude. L'opera, per un maleficio, li trasforma in insetti destinati a fungere da cibo per una salamandra millenaria che esce dal bosco pronta ad avvilupparli con la linga.

Sono infine satirici e grotteschi i restanti due testi, entrambi con elementi fantascientifici e col fine ultimo di mettere in ridicolo i graduati dell'esercito (visti come scimmie stupide). I racconti si intitolano “I cervelli” e “Castroglobina”. Nel primo caso, come si evince dal titolo, si parla di uno scienziato che riesce a ricreare cervelli umani e ambisce a generare un uomo in laboratorio non riuscendo però a farlo ragionare, ma attirando comunque l'interesse dei militari che si interessano alle doti fisiche piuttosto che all'intelligenza degli uomini. Nel secondo, invece, abbiamo un altro scienziato questa volta alle prese con un virus capace di aumentare il senso patriottico dei soldati, ma con la controindicazione di istupidire le cavie all'aumentare del patriottismo.

Dunque un raccolta brevissima caratterizzata da un stile ricercato, elegante e calibrato di cui è consigliatissima la lettura, specie per chi è alla ricerca di opere capaci di distaccarsi dall'appiattimento generale tipico della narrativa commerciale spesso finalizzata all'esclusivo ed effimero intrattenimento. Ad avviso del recensore sono questi gli autori da approfondire se si vuol scrivere una narrativa di genere qualitativa, non certo altri che scimmiottano logiche cinematografiche e che vengono definiti, a torto, i "re dell'orrore". Eccelso. Voto: 8,5

martedì 19 aprile 2011




INCUBI – NUOVO HORROR ITALIANO


Autore: AA. VV.

Curatore: Raul Montanari

Anno di uscita: 2007

Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai Editore

Pagine: 340


Commento di Matteo Mancini

Come si evince dal titolo, “Incubi” è un'antologia dedicata alla narrativa horror. Il lettore viene preso per mano da tredici racconti, nati da un connubio di specialisti del genere e di scrittori provenienti dal mondo del noir e del giallo all'italiana, per essere condotto sugli impervi sentieri della paura... o almeno questa dovrebbe essere l'intenzione.

Realiazzato nel 2007 da Raul Montanari - il curatore dell'opera (non so se parente del Gianni Montanari che negli anni '70 presentava romanzi e antologie fantastiche per lo più edite dalla Mondadori) – si tratta di un progetto molto variegato svincolato da trait d'union particolari. Ciò che unisce i tasti è un onirismo che traspare in misura più o meno marcata da testo a testo.Dando un'occhiata alla copertina spiccano subito nomi altisonanti del nostro panorama di settore, tra essi Andrea G. Pinketts, Tiziano Sclavi, Gianfranco Nerozzi, Vittorio Curtoni e Chiara Palazzolo (pare sia saltato all'ultimo Carlo Lucarelli per diverbi tra editori).Purtroppo, salvo qualche caso isolato, la quasi totalità degli autori raccolti sono specialisti del romanzo e questo si rispecchia in modo netto nei testi. Per lo più, infatti, si ha a che fare con romanzi brevi travestiti da racconti. Sarebbe interessante disquisire sulla differenza che c'è tra un romanzo e un racconto, differenza che, ad avviso di questo recensore, non risiede nella lunghezza di un testo (come, nel mondo del cinema, si è soliti dire per differenziare un cortometraggio da un lungometraggio) ma in qualcosa di molto più profondo, sospeso a metà strada tra la prosa e la poesia.Tuttavia non si deve fare di tutta un'erba un fascio.

Ci sono alcuni elaborati che sfuggono all'equivoco evidenziato e si tratta di testi davvero geniali per la loro particolarità e per la necessità di essere riletti più volte per poterne intravedere le potenzialità. Tra essi spicca in modo netto “La caduta di casa Pusher ovvero l'inquilino della Torre del Dettatore” del folle Andrea G. Pinketts.

Lo scrittore milanese trasmette al testo quella personalità goliardica, benedetta da un istrionismo appeso sul limite che separa la follia dal genio, che lo caratterizza. La sua è una storia allucinata che vede protagonista un vecchio maestro delle elementari murato all'interno di una torre. L'uomo, con un passato di violenze e perversioni, influenza le sorti del mondo provocando calamità e distruzioni. Un individuo che fa della perfezione la sua croce e delizia decide di sfidare la sorte entrando laddove nessuno ha fatto più ritorno: la torre del Dettatore. Come già anticipato, si tratta di un racconto geniale, anche se con alcuni momenti volgari (si parla di masturbazioni senza peli sulla lingua), diluiti da un alto tasso di ironia e da momenti visionari unici (tutti concentrati nell'epilogo). Pinketts non si limita a raccontare, ma chiama il lettore a un lavoro di decriptazione del testo spingendolo a vedere quanto la perfezione conduca all'infelicità, poiché l'essere perfetto è frutto di un ossessione che, alla lunga, porterà all'inevitabile rovina (guarda caso il perfezionista si sostituirà al maestro, continuando la sua opera). Bizzarrissima la parte finale con una creatura costituita da un ammasso di sperma che va incontro al protagonista. Un testo davvero memorabile. Presenti inoltre, come si intuisce dal titolo, molte citazioni esplicite alla narrativa di Edgar Allan Poe.

Sullo stesso piano di Pinketts si pone Aldo Nove con “Non c'è nulla di più vivo dei cadaveri”. Anche qui siamo alle prese con un testo all'apparenza delirante e sconclusionato, ma che invece racchiude un'idea di fondo lucida e precisa. I fatti ruotano attorno alle piastrelle di un salotto che ogni giorno cambiano posizione. Ad accorgersi del fenomeno sono una donna arteriosclerotica e suo nipote di sette anni. I due collegano l'episodio alla dipartita del padrone di casa: il marito della donna. Nove da vita a una storia distorta, vista dagli occhi di un bimbo che ha una visione ribaltata della realtà. Fulcro della vicenda sono le mutazioni che si manifestano all'interno di un corpo deceduto da intendere quale microcosmo all'interno del quale si sviluppano una serie di eventi. In “Non c'è nulla di più vivo dei cadaveri” quel microcosmo è la realtà in cui tutti noi viviamo. Al di là di questi due racconti con la “R” maiuscola troviamo un breve e intelligente canovaccio di Tiziano Sclavi,un paio di interessanti romanzi travestiti da racconti e un'accoppiata di malinconici drammi familiari in chiave onirico/fantastica. Gli altri sei racconti vanno dal mediocre al sufficiente. Procediamo però con ordine partendo dal testo di Sclavi, cioè “Mannaia”.

Si tratta di un testo piuttosto truculento basato su un ottimo spunto iniziale (la critica della moda e di come questa trasformi in mostri le modelle), sviluppato però in maniera sbrigativa. Sclavi porta in scena un serial killer di modelle che vive contornato da teste e da arti penzolanti dal soffitto. Il killer, una donna deforme, depezza le vittime per spedire il tutto agli stilisti dalla stessa considerati i veri assassini. Breve e sottile il ragionamento che deve fare il lettore per collegare la follia dell'assassino alla realtà governata dall'esaltazione dell'immagine che porta le persone a non accettarsi alimentando gesti come quello estremizzato da Sclavi. Un testo dunque eccellente sotto il profilo dell'impulso iniziale, ma che rimane troppo embrionale.

Di livello, per la sua capacità di coinvolgere e di inquietare il lettore con scene concepite in stile spielberghiano (il mostro, come ne “lo squalo” rimane occultato – in questo caso nella nebbia - senza apparire alla vista del lettore) è “Vertigine nera” di Mauro Boselli. Sceneggiatore della Bonelli Editore, Boselli confeziona un racconto di intrattenimento intriso di adrenalina e ambientato sulle pareti rocciose delle Dolomiti. Durante la scalata di un monte maledetto, tre escursionisti se la dovranno vedere con un orrore celato in una fitta nebbia levatasi dal nulla. Dunque un testo che non ha alcuna pretesa intellettuale, ma che riesce a intrattenere sebbene il soggetto, a parte la location, non brilli di quella originalità che si potrebbe pensare a prima vista.

Su buoni livelli si assesta anche “Farfalle rosse” di Gianfrano Nerozzi, seppure si tratti di un vero e proprio romanzo peraltro stereotipato e caratterizzato con piglio cinematografico. Nerozzi porta in scena il classico sfigato detective privato hollywoodiano, con alle spalle delusioni amorose e sensi di colpa dovuti a un figlio finito in coma per le disattenzioni del padre. L'uomo viene ingaggiato per ritrovare una studiosa di fenomeni connessi alle esperienze pre-morte scomparsa nel nulla. La ricerca porta il detective a perdersi in una dimensione sospesa alle porte dell'inferno, una sorta di limbo dove sono imprigionate le anime di coloro che sono sospesi tra la vita e la morte. Qui ritrova la ragazza scomparsa, ma anche il figlio e la moglie defunta che si manifesta attraverso il corpo della giovane. I pregi del racconto sono gli sprazzi poetici (a partire dal titolo del racconto) e alcuni momenti onirici di grande impatto (discesa nel limbo). Certo è che siamo dalle parti del racconto commerciale, seppur condito da uno spesso velo di malinconia.

La malinconia torna a farla da padrona con “La nonna è morta” di Andrea Carraro e “Gli invisibili” di Nicoletta Vallorani (altra autrice di un certo blasone tanto da essere tradotta anche in Francia). La fatica di Carraro ha un inizio lento e poco interessante che mette in scena un amore smisurato di un vecchio per la propria moglie defunta, un amore che vorrebbe sconfiggere la morte ma che non può arrestare il lavoro della putrefazione. A poco a poco, Carraro riesce a trasmettere, col filtro degli occhi del piccolo nipote dell'uomo, la disperazione del vecchio fino a un epilogo che non può che lasciare il lettore sensibile piegato in due come se avesse subito un cazzotto nello stomaco. Bella la similitudine metaforica tra il vecchio disperato e il cane abbandonato e legato a una catena che il vecchio e il nipote osservano ogni giorno dalla finestra. Un racconto semplice, ma giostrato con grande talento. Senz'altro più che buono.

Più classico e con un soggetto di stampo ottocentesco (mi viene in mente soprattutto Joseph S. LeFanu) il lavoro della Vallorani. Qui abbiamo un regista affetto da una malattia infettiva che ritorna nella casa dell'infanzia dove era stato schiavo di un padre despota. Nel luogo, da cui l'uomo è scappato ancora bambino, sembrano aleggiare i fantasmi dei genitori e delle sorelle morte. Il racconto, piuttosto ambiguo, ha uno sviluppo lento e propone gli ultimi giorni di vita di un uomo morto fin dall'infanzia, come si evince dalle ultime righe, a causa dell'educazione castrante di un padre autoritario. Il senso di claustrofobia che si avverte nella lettura cresce alla distanza e raggiunge il suo apice in un finale in cui la realtà si mischia al sogno e viceversa.

Degli altri sei racconti merita una segnalazione approfondita “L'ultimo metrò” di Gianni Biondillo. Biondillo pare voler citare Clive Barker e, per una buona metà del testo, riesce anche a convincere adottando una struttura già sperimentata da altri autori (penso a Gordiano Lupi nel suo “Il Palazzo”), cioè quella di inserire molti personaggi in un ambiente chiuso (nella fattispecie un vagone della metrò) e poi raccontare un medesimo fatto filtrandolo dai diversi punti di vista. Nello sviluppo del soggetto, Biondillo si sbizzarrisce soprattutto quando entra in scena l'orrore che, di volta in volta, viene miscelato al pulp, al porno-feticista e all'onirico più puro. Il grosso limite del testo sta nell'incapacità di Biondillo di trovare una conclusione capace di andare oltre all'intrattenimento e di comunicare un qualcosa di profondo. Peraltro l'idea del treno avvolto dai gas allucinogeni ha la controindicazione di travolge l'intelaiatura metaforica creata forse inconsciamente e da sfruttare in un epilogo articolato in cui lasciare al lettore il compito di ragionare su quanto letto (piuttosto che spiegare tutto dando una giustificazione scientifica). Peccato perché l'idea della morte che arrivava per mano di personaggi diversi in base alle caratteristiche delle vittime era davvero un'idea eccellente.

Deludano il veterano Vittorio Curtoni (il suo “Io mordo per primo” è uno sci-fi horror che propone simbolicamente la vendetta degli indiani di America contro i discendenti dei visi pallidi, puniti mediante confinamento in una sorta di parco divertimenti), reo di voler riportare in scena creature classiche dell'immaginario orrorifico – quali vampiri, licantropi, frankenstein - piuttosto che scegliere una via personale, e soprattutto Chiara Palazzolo con il suo noiosissimo “Alia” (altro romanzo travestito da racconto, con interminabili battute a vuoto).

Il testo della Palazzolo, infatti, è assai dispersivo e troppo femminile. Abbiamo una professoressa di lettere ossessionata dall'immagine di una giovane che precipita da una scogliera. L'evento fa nascere una serie di dissidi familiari tra la donna e il marito, fino a un finale dove entra in scena una Dea che rinasce dal mare. Qui si inizia a sperare che il testo possa decollare (c'è anche una buona scena erotica) e invece il tutto crolla con un epilogo bruttissimo dove il mito costituito dalle leggende diviene squallida realtà contemporanea.

Insufficienti, anche se per motivi diversi, gli altri tre testi.Tra i tre il migliore è “Utero” di Gianluca Morozzi che presenta un frullatone di cattivo gusto che cerca di disgustare il lettore piuttosto che impressionarlo. Morozzi ricerca solo l'intrattenimento e infarcisce il soggetto con parti superflue (vedi la prima parte ambientata al centro commerciale) e tante scopiazzature da pellicole del calibro de “L'esorcista” (mutazione fisica della donna posseduta dal demone) e “Il tocco del male” (demone che si impossessa dell'uomo più vicino a quello morto di cui aveva da poco preso il controllo). Lo stile è scorrevole, ma il contenuto è superficiale e poco personale. Scritto con impegno tecnico, ma con poco cuore.

Addirittura inferiori “La mungitura” della sceneggiatrice di Dylan Dog Paola Barbato e “Carlo è fuori di testa” di Marcello Fois che opta per uno stile sperimentale (a tratti sceneggiatura, a tratti prosa) forgiato su un thriller truccato da horror che attinge dagli insegnamenti di matrice depalmiana non riuscendo a liberarsi da banalità che irromperanno nell'inverosimile finale.

Citazionista (il profilo strutturale attinge a piene mani da “Blair witch project” da cui mutua il taglio documentaristico portandolo su carta) è anche il testo della Barbato. Come per Fois anche il lavoro della Barbato ruota su un soggetto scarso (reporter a caccia di un documentario esclusivo in un luogo teatro di un triplice omicidio consumato in un'area su cui vive una mandria di mucche maledette) che si perde in un confuso epilogo dove fantasmi e maledizioni si miscelano in modo tutt'altro che convincente.

Nel complesso un'antologia che si legge velocemente per la facilità dei testi, quasi tutti commerciali, e che regala qualche punta interessante. Tra alti e bassi. Voto: 6

sabato 9 aprile 2011

I miei eroi dello sport da cui ho imparato e a cui sono legato per la loro valenza metaforica (qui si va oltre alle vittorie, al tifo e ai soldi)

Dedico questa pagina un po' per tributo e un po' per piacere personale ad alcuni atleti che vanno oltre lo sport. La loro vita, le loro imprese assumono una valenza metaforica che va oltre al contesto in cui operavano. Si tratta di soggetti che, per alcuni versi, insegnano molto se si è sensibili a sufficienza per andare oltre all'apparenza per scendere nel profondo del loro essere. Si impara molto più da questi soggetti che da altri (di qualunque settore essi siano) individuati come "maestri", perché sono personaggi semplici spesso giovanissimi e scomparsi prematuramente. E della giovinezza hanno la follia e il continuo senso di sfida senza frenarsi al cospetto di paure. Uomini onesti, corretti, ma mai disposti a soccombere.

Personalmente, nel mio piccolo, ho un debito con ognuno di loro e ho appreso lezioni che cerco sempre di ricordare e trasmettere nei miei scarabocchi e nel mio modo di relazionarmi.

MARCO PANTANI

http://www.youtube.com/watch?v=B-Vc_lIZWRQ


NIGEL MANSELL

http://www.youtube.com/watch?v=YTqI2Ox3_38&feature=related


GILLES VILLENEUVE


http://www.youtube.com/watch?v=_v-G-_Bd8rQ&feature=related


AYRTON SENNA

http://www.youtube.com/watch?v=MAAbvJGa5mg&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=nVLZIxht55c

http://www.youtube.com/watch?v=VJwqMwG1f4g&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=bzR1hLKz9Ns&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=CdBKoDWNmJE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=q9p-3HGWU8E&feature=related


STEFAN BELLOF

http://calciorusso.forumfree.it/?t=31579360

http://www.youtube.com/watch?v=e5ISuwIoPLE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=azBDl-sF6pY


BRUCE LEE

http://www.youtube.com/watch?v=g46gJ9x70GY&feature=related