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venerdì 27 maggio 2016

Anteprima del cortometraggio LION per la regia di DAVIDE MELINI





Regia e Sceneggiatura: Davide Melini.
Anno di uscita: UK, 2016.
Produzione: Luca Vannella, Alexis Continente, Vincenzo Mastrantonio, Bobby Holland, Ferdinando Merolla e Roberto Paglialunga.
Fotografia: Juanma Postigo.
Musiche: Francesco Tresca.
Interpreti principali: Pedro Sanchez, Micheal Segal e Tania Mercader.
Genere: Horror.

Frase di Lancio: La paura più grande dell'uomo è pronta a tornare.

Commento Matteo Mancini
Il ruggito dell'amico Davide Melini torna a squarciare il silenzio con un'intesità mai sentita. Il cieneasta romano, dopo qualche difficoltà incontrata nonostante i buoni risultati riscossi su scala intercontinentale da La Dolce Mano della Rosa Bianca (2010), irrompe in questa stagione con una serie di novità e un doppio appuntamento da leccarsi i baffi. Dopo i grossi problemi legati alla realizzazione di Deep Shock - arrivato quasi al punto di esser accantonato per disguidi con parte del cast artistico e parte di quello tecnico e poi ripreso grazie a un cambio di produzione dell'ultima ora - Davide ha trovato le giuste motivazioni prendendo parte, in veste di assistente alla regia, alla serie americana Penny Dreadful, girata negli storici set dell'Almeria. Qui ha conosciuto nuovi artisti, coinvolti nuovi personaggi che hanno fatto scoccare quella scintilla necessaria a far vivere la giusta fiamma indispensabile per far prender fuoco alla passione. Dunque un cassetto che si apre, un copione che ne esce per il conseguenziale allestimento di una nuova troupe, peraltro enorme per quel che riguarda il cast tecnico, col trasferimento a Malaga per trasformare in realtà cinematografica un doppio progetto steso su carta. Otto giorni di lavorazione, muniti di macchina Red Epic Dragon con l'ultima evoluzione a 6 K, per girare il tribolato Deep Shock (con attori irlandesi) e altri due per il secondo prodotto, che veniamo qua a presentare, intitolato Lion. 
Così Davide ci spiega la trama di questo suo ultimo corto: "C'è uno chalet isolato in una foresta innevata, c'è un uomo accecato dall'alcool e c'è una donna incapace di ribellarsi, ma c'è anche un bambino di otto anni, con un viso cupo e due occhi oscuri. Un mix che porterà la quiete della notte a esser frustata da una serie di grida che daranno l'inizio all'incubo." Non so voi, ma a noi viene subito in mente Shining di King.

Quello che possiamo dirvi per certo è che Melini, già in evidente crescita, pare aver compiuto quel deciso miglioramento su cui confidava dai tempi di The Puzzle, ormai otto anni fa, quando su queste pagine parlammo di questo suo primo corto dopo le esperienze da assistente ne La Terza Madre (2007) di Dario Argento. Una lunga gavetta passata dalla sofferenza di lasciare l'Italia, patria che non aiuta mai i propri rampolli, spesso fa ironia e quasi sempre intralcia i lavori, e la decisione di emigrare in Spagna. Un'atmosfera più accomodante, professionisti pronti a girare cortometraggi e un deciso progresso, pur se non privo di ostacoli e di delusioni. Alla fine però eccoci qua a parlare di un progetto che vede coinvolta una produzione da urlo che ha sede in Inghilterra ma che annovera molti personaggi italiani. Vediamoli uno a uno con le loro relative esperienze. Luca Vannella, hair stylist di Hemsworth (che io ricordo nella veste di Hunt in Rush di Howard) in Thor 2 (2013), medesimo ruolo nella saga Harry Potter, presente addirittura sul set di War Horse di Spielberg; poi abbiamo il collega di Vannella, Alexis Continente che arriva dai serial televisivi di Gomorra (2014); il veterano Vincenzo Mastrantonio, makeup artist in film monumentali, è il caso di dire, del calibro di Titanic (1997), Moulin Rouge (2001), La Passione di Cristo (2004); e ancora con lo stuntman Bobby Holland Hanton che ha preso parte a pellicole quali Inception (2010), Harry Potter, I Pirati dei Caraibi, addirittura controfigura di Batman ne Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno (2012); l'esperto e blasonato hair stylist Ferdinando Merolla da oltre trentacinque anni nel mondo del cinema con partecipazioni in kolossal quali Troy (2004), Gangs of New York (2002) e Hannibal Lecter - Le Origini del Male (2007); e infine il debuttante Roberto Paglialunga. Nel ruolo della produttrice esecutiva figura invece la spagnola Fabel Aguilera da sempre fedele sostenitrice di Melini.

Il protagonista MICHEAL SEGAL

Dunque nomi da cui traspira la massima esperienza nel cinema con la "C" maiuscola e accanto ai quali Melini, già di per se bravo, non può che aver trovato la convinzione e quella giusta cattiveria per cercare di fare il salto qualitativo. Lui stesso non ci nasconde la propria soddisfazione quando ci scrive: "Abbiamo fatto le cose per bene e girato il tutto senza problemi!"

Cast artistico ridotto all'essenziale con un nome di rilievo quale Michael Segal, apparso nel lungo e bellissimo film tv Ferrari (2003) interpretato da Castellitto dove ricopre il ruolo di giornalista, ma che abbiamo visto più volte nei corti di Ivan Zuccon, tra i quali L'Altrove (2000) e Colour from the Dark (2008) quest'ultimo scritto dall'amico Ivo Gazzarrini (che cogliamo l'occasione di salutare), oltre quelli di moltissimi altri registi che vivono sotto la sottile linea dell'underground, compreso il bientinese (patria origniaria del padre del celebre John Polidori) Francesco Picone in Age of the Dead (2015). E' al secondo corto la giovane Tania Mercader, mentre debutta il bimbo Pedro Sànchez. Dunque un cast artistico agevole e poco incline alla c.d. puzza sotto il naso, che non  dovrebbe aver creato problemi a Melini, evitando le noie avute col primo Deep Shock.

Lancio poi di Francesco Tresca alla colonna sonora, pescato dalla serie tv Italian Horror Story (2016) e subito avviato verso una serie di progetti; fotografia dello spagnolo Juanma Postigo (nomination al Premio Goya per la miglior fotografia col film El Violin de Piedra diretto da Emilio Ruiz), montaggio del debuttante Daniel Salinas.

Dunque un mix di professionisti che hanno lavorato con nomi quali Steven Spielberg, Scorsese, Dario Argento, James Cameron, Christopher Nolan e altri, alla produzione, combinato a un gruppo di nuove proposte con l'esperienza di Segal messa al servizio di un Melini combattivo fin dal titolo e dalla copertina del prodotto, che immortala un Leone, il Re della Foresta. Non ci resta che attendere l'uscita di questo prodotto, annunciato per Halloween 2016, girato in lingua inglese, cui farà seguito, nel 2017, l'uscita di Deep Shock. Intanto su youtube potete già vedere un piccolo trailer. Ai prossimi aggiornamenti con un Melini sempre più lanciato su scala internazionale.


Queste le pagine utili per approfondimenti:

1. Pagina IMDB: http://www.imdb.com/title/tt5480036/?ref_=nm_ov_bio_lk5

2. Pagina web ufficiale: http://davidemelini.com/LION

3. Facebook: https://www.facebook.com/Lion-Film-982262008522129/

4. Twitter: https://twitter.com/Lion_Film2017


Il regista DAVIDE MELINI

sabato 21 maggio 2016

Recensione Narrativa: VAMPIRI! a cura si Stephen Jones.




Autore: AA.VV.
Curatore: Stephen Jones.
Anno: 1992
Editore: Grandi Tascabili Economici Newton.
Pagine: 474.
Prezzo: 7.900 lire

Commento Matteo Mancini.
Ventotto racconti più una poesia formano questa corposa raccolta messa in piedi nel 1992 dall'eccelso antologista Stephen Jones, allora quarantunenne. Stiamo parlando di un grande maestro nel campo della narrativa fantastica, conosciuto anche quale consulente e sceneggiatore, e che non ha bisogno di presentazioni. Ricordiamo qua solo i suoi numerosi successi al Fantasy World Award e al Bram Stoker Award, per non parlare delle numerose finali conquistate al British Fantasy Award e all'Hugo Award.
Nell'occasione Jones presenta il suo omaggio alla figura del vampiro, come si capisce dall'eloquente titolo Vampiri!, nell'ambito di un progetto a più ampio raggio che ha portato all'uscita anche di analoghi omaggi ai più marcati stereotipi del genere horror, quali i licantropi piuttosto che gli automi sulla scia di Frankenstein.
Il volume vede la presenza di molti autori inglesi che coprono un vasto periodo temporale, con qualche autore americano a completamento. Si va dagli immancabili classici, quali Ligeia (1838) di Edgar Allan Poe e L'ospite di Dracula (1914) di Bram Stoker ovvero La Stanza nella Torre (1912) di Benson piuttosto che Il sangue della Vita (1911) di Francis Crawford (scrittore nato in Toscana ma di nazionalità statunitense), a racconti contemporanei compresi tra gli anni '70 e il 1992. 
Il livello qualitativo dei racconti è medio, la lunghezza breve, salvo tre racconti lunghi di lunghezza compresa tra le 40 e le 60 pagine. Potremmo dividere i vari racconti in quattro grandi categorie. Da una parte i classici, cinque racconti, che si trovano un po' dovunque con scrittori come Stoker, Montague James, Poe, Crawford e Benson; quindi i racconti che introducono la figura del vampiro in un contesto storico ben definito caratterizzando una società dove i vampiri convivono con gli umani e sono inseriti nel tessuto sociale; segue poi una più corposa parte in cui la figura del vampiro viene utilizzata per trame intrise di venature erotiche incentrate sull'adescamento e la successiva aggressione della vittima (parte peggiore dell'antologia), infine una parte più libera di racconti dove gli autori tentano di dar vita a un qualcosa di più originale.

Vediamo di analizzare ciascuna di queste categorie. Per la prima siamo molto veloci, poiché si tratta di testi conosciutissimi, peraltro Jones ne sceglie qualcuno, come Un Episodio della Storia di una Cattedrale (1919) di Montague James, piuttosto debole. Nella fattispecie si assiste al racconto di un restauro di una vecchia cattedrale nelle cui fondamenta, rinchiuso in un sepolcro su cui compare la scritta Ibi Cubavit Lamia, si scoprirà esser intrappolato un essere umanoide imprecisato che fuggirà durante i lavori. Meglio la storia di Benson, forse la migliore di questo gruppo unitamente all'immortale racconto di Stoker, in cui un uomo ossessionato da un incubo vede lo stesso materializzarsi durante una notte passata all'interno di una torre.

Più interessante e qualitativo il secondo gruppo di storie del quale fa parte, probabilmente, il miglior testo dell'antologia: L'Uomo che amava la vampira (1988). Lo firma un autore minore, tale Brian Stableford, e proietta il lettore nella Londra del 1623. La scenografia e i costumi sono quelli, cambia chiaramente il rilievo storico caratterizzato quasi fosse un qualcosa di parallelo rispetto alla Londra del tempo. Dico questo perché nel racconto di Stableford vampiri e uomini convivono, con i primi che governano Londra tenendo in rapporto di subordinazione gli umani. Nell'oscurità, tuttavia, trama una fratellanza segreta che cerca di sovvertire l'ordine al fine di debellare i vampiri dalla faccia della terra. In palio c'è la libertà di pensiero e di studio. I vampiri infatti hanno dato vita a un governo ombra che ostacola il progresso, in modo da evitare ogni potenziale rischio alla loro salute. La conoscenza potrebbe di fatti esser utilizzata contro i vampiri e quindi favorire la ribellione. Protagonista della storia è un meccanico che ha ideato e perfezionato lo strumento del microscopio al fine di studiare le acque del Tamigi e più in generale i batteri che potrebbero portare le malattie. Questo almeno in apparenza, la realtà è che lo strumento viene utilizzato per studiare il sangue per individuare i punti deboli dei vampiri e attaccarli in un qualche modo. L'uomo è stato fidanzato proprio con una vampira nobile e cerca di donare il prodotto alla dinastia della stessa. L'omaggio è però solo una scusa per riavvicinare la propria fiamma e trasmetterle, con un rapporto sessuale che ruota attorno alla suzione di sangue, una malattia letale che si è diffusa in Africa e di cui i topi ne sono portatori sani. Per perseguire lo scopo, l'uomo ha bevuto il sangue di topi infetti e si è così sacrificato alla causa da perfetto kamikaze (sorta di rilettura dell'AIDS spostata indietro nel tempo). 
Dunque un racconto molto interessante, si dice prologo di un romanzo intitolato L'Impero della Paura, che mischia l'erotismo a una qualche reminiscenza di filosofia politica (i vampiri cercano di governare con la logica del terrore e dell'ignoranza e si battono per ostacolare il progresso e la conoscenza). Breve, ma molto carino, sicuramente una delle sorprese dell'antologia.

La cover della seconda edizione.

Sceglie una via molto simile il più famoso Kim Newman, il quale ricalca l'idea della società retta dai vampiri in cui vivono gli umani, spostando però il periodo storico al 1888 ovvero all'anno degli omicidi di Jack lo Squartatore. E' proprio il celebre assassino, che qua viene individuato nell'identità, a ricoprire la veste del protagonista di questo Il Regno Rosso (1992). Si tratta di un racconto piuttosto lungo, circa una cinquantina di pagine, strumentale a rendere omaggi a personaggi della vita reale (Jack lo Squartatore, vittime dell'assassino, nomi dei sospettati) e ad altri di creazione letteraria (Sherlock Holmes, Van Helsing, Carnacki, Dracula, Dottor Jekyll & Mister Hide). La Whitechapel raccontata da Newman, così come la Londra di Stableford, è un sobborgo di un mondo parallelo dove Dracula ha sconfitto Van Helsing (la testa del medico olandese è infilzata sulla sbarra di un cancello di un palazzo governativo) e si è unito alla Regina d'Inghilterra (anch'essa vampirizzata). Il Dottor Seward, disturbato dalla morte di Lucy da cui era attratto (si rinvia al Dracula di Bram Stoker), è rimasto così disturbato che se ne va in giro armato di bisturi d'argento (unico materiale capace di infliggere delle ferite inguaribili ai vampiri) a squartare le prostitute vampire che vendon il proprio corpo per denaro o schizzi di sangue. Conduce le indagini un detective di un'organizzazione segreta (Il Club Diogene), accompagnato da una vampira di cui finirà per innamorarsi. 
Racconto tipico della penna di Newman che rilegge in chiave fantastica la vicenda dello Squartatore di Whitechapel, ricostruendone il periodo storico, i veri nomi dei sospettati e il modus operandi. Cambia, chiaramente, la dimensione della storia, che potremmo definire parallela quale risultato di una compenetrazione tra la realtà e la finzione letteraria figlia delle penne di Stoker e di Stevenson. Così capiamo che Newman ha dato un finale diverso a Dracula, il principe della notte non è fuggito da Londra (finale alquanto mediocre, continuo a ribadirlo) ma ha sfidato e sconfitto Van Helsing, infilzandone la testa sul cancello di un palazzo reale (vera e propria inversione rispetto alla chiusura di Stoker). Non solo, ha anche assunto il controllo di Londra, popolandola di vampiri con ghetti riservati a cavie e a soggetti destinati ad alimentare i vampiri il tutto in perfetta legalità. E per le vie della città girano, oltre i vampiri, anche i vari Dottor Jekyll, Carnacki e Sherlock Holmes. Vampiri e umani convivono così in una società infettata dove il marciume comincia a dilagare, mentre Dracula, messo in scena con caratterizzazione luciferina, se ne sta tutto nudo a banchettare nel palazzo reale in compagnia di una regina costretta a sottostare ai suoi capricci e a quelli dei suoi discepoli. Bellissimo il finale, un vero e proprio delirio da girone dantesco, all'interno dei palazzi governativi dove sesso, assassinii e blasfemie non si contano. Un racconto senz'altro discreto, così come non è da disprezzare la via di mezzo tra questo e Io Sono Leggenda di Matheson. Sto parlando de La Messa di Mezzanotte (1990) dell'autore sci-fi Paul Wilson. Ancora una volta viene tratteggiata una società, questa volta del futuro, dove vampiri e umani convivono, anche se in questo caso i primi non sono poi così inseriti nel tessuto sociale come invece negli altri due racconti. Spicca in modo particolare lo stile pulp della storia, quanto a caratterizzazioni e dialoghi. Protagonisti sono un prete derelitto irlandese, dedito all'alcool, e un rabbino che si interroga se la relagione ebraica sia poi quella veramente eletta da Dio. I due riprendono possesso di una piccola Chiesa finita nella mani di un reverendo (originario di Napoli!?) ormai vampirizzato e dedito ad atti sacrileghi (praticamente evira le vittime all'interno della Chiesa e ha fatto scempio degli oggetti sacri della casa del Signore). Wilson si diverte a sfaccettare il protagonista quale antieroe redento, così abbiamo questo prete che dice le parolacce, beve alcolici e ritorna ad avere fede riprendendosi da una parabola discendente imboccata a causa di un'ingiusta accusa per pedofilia. A spingerlo a riprendere possesso delle proprie qualità è un rabbino che ha dovuto riconoscere la superiorità dei simboli cattolici, in primis il crocefisso (interessante sottotrama religiosa nel rapporto tra cristianesimo e ebraismo). I due, in un'Irlanda invasa dai vampiri dove di giorno non circola anima viva, lottano con fucili, acqua santa e croci per riprendere possesso della vecchia chiesetta divenuta sede degli atti sacrileghi del reverendo votato al male. Wilson, tra umani e vampiri, introduce una terza figura di soggetti che sono gli umani che hanno deciso di servire le creature della notte in cambio di protezione. A sbrogliare la matassa saranno il crocefisso, un sangue di cristo di fortuna rappresentato dalla coca-cola benedetta (!?) e il sacrificio da martire del rabbino. Testo curioso per le implicazioni religiose.

Un altro racconto di stampo metastorico è quello di Howard Waldrop intitolato Der Untergang des Abendlandesmenschen (1976), tradotto dal tedesco “Il declino della popolazione occidentale”. Si tratta di un testo sperimentale che vede due cowboy giungere in Germania per dar manforte a un gruppo di intellettuali, che poi si scopriranno essere i vertici del nazismo nascente, al fine di uccidere dei vampiri, rappresentati come il Nosferatu di Murnau, che vengono bollati come ebrei. L'epilogo vede soccombere il vampiro, crivellato con proiettili di legno e gettato in pasto ai disoccupati e ai reduci dalla prima guerra mondiale. L'ultima immagine del testo sono le sinagoghe e la città in fiamme, forse a rispolverare l'avvento del nazismo con la presa del Reichtstag. A dare l'inizio al tutto, quasi come se Dracula fosse sbarcato in Germania anziché in Inghilterra, è l'arrivo di un uomo, su una nave privata dell'intero equipaggio e col solo capitano superstite, ma legato al timone e privato di tutto il sangue. Racconto strano, da leggere forse quale metafora dell'avvento del nazismo in Germania con i vampiri, riconosciuti quali ebrei dai tedeschi, a rappresentare il capro espiatorio della crisi tedesca e più in generale ad assumere il ruolo delle banche relazionate alla figura del vampiro per aver dissanguato le casse statali. I cowboy americani invece, rappresentati come degli idioti faciloni nonché amanti delle armi, vengono usati quali complici involontari dell'avvento del nazismo per aver sottovalutato la questione. Il vampiro che arriva dal mare può esser interpretato, oltre che come omaggio a Bram Stoker, quale male decretato dai patti conclusi con gli americani a termine della prima guerra mondiale
Questo il gruppo di racconti che mischiano la figura del vampiro con la storia dell'umanità in una piacevole compenetrazione tra realtà e fantasia letteraria. A mio avviso si tratta del lotto migliore dell'opera, dato che deludono non poco i racconti che giocano sul tema dell'adescamento e della successiva vampirizzazione, vuoi romantica e dovuta a sentimenti amorevoli (Nebbia Gialla di Les Daniels, grande atmosfera ma storia debole), vuoi alimentare o puramente sessuale. Tra gli autori di questi racconti figura l'inglese Clive Barker col suo Resti Umani (1984),elaborato che propone una figura atipica e aliena di vampiro. Niente a che vedere con la figura tipicamente orientale, piuttosto una creatura capace di copiare le sembianze degli uomini e di rubarne persino l'anima trasformando la vittima in un automa ed evolvendo di qualità e perfezione grazie ai bagni di sangue. Deludono non poco, in questo gruppo, Brian Lumley (con una storia, Necros, ambientata sulla spiaggia ligure), Robert Bloch (Rapsodia Ungherese), Frances Garfield, Ramsey Campbell (La Nidiata), Etchison e Schow, tutti alle prese con storie decisamente mediocri. 

Meritano invece un accenno, per la qualità, altri quattro racconti. Per le atmosfere, tipicamente hodgsoniane, è da citare Stragella (1932) di Hugh B. Cave. Questa la sinossi: due naufraghi di un piroscafo affondato nell'oceano indiano vagano alla deriva sulle acque. Un giorno si imbattono in un'enorme nave avvolta dalla nebbia e decidono di saltare sopra per verificare la presenza di cibo. Sull'imbarcazione troveranno ossa di ogni specie animale (tigri, bertucce, leopardi) e strane piante cresciute proprio all'interno della nave che si presenta in pessime condizioni di conservazione. Sul pavimento sono presenti inoltre molti scheletri umani. Solo allo scendere dell'oscurità il duo capirà cosa è successo all'interno della nave. Tutto è collegato a tre bare al cui interno sono custoditi i cadaveri di tre serbi che altro non sono che dei vampiri. 
Racconto dalla grande atmosfera, scritto con lo stile pomposo proprio degli inizi dell'ottocento. Perde qualche punto quando entra nel vivo della vicenda, con questo trio di vampiri responsabili della moria di bordo, ma al di là di tale sviluppo telefonato resta un ottimo esempio di orrore marino, con tanto di serpenti di mare che seguono i due disperati durante il loro peregrinare sull'oceano.

Mischia la tradizione fantastica alle patologie psichiche, anche per deformazione professionale (dato che era psichiatra), il grande Karl Edward Wagner col suo Oltre Misura (1982). Siamo alle prese con un'interessante storia di trentasette pagine che cade nel dejà vù solo nella parte terminale. A ergersi protagonista è una studentessa californiana residente a Londra in compagnia di una connazionale con cui intrattiene una relazione amorosa. Funestata da strani e ricorrenti incubi, decide di sottoporsi alle sedute di ipnosi di uno psicologo, fervente sostenitore della metempsicosi, orientato a dimostrare l'esistenza dell'anima e della sua reincarnazione in altri corpi nel corso della vita degli uomini. Intanto la compagna le realizza un ritratto che viene poi acquistato da una sconosciuta dama solita organizzare feste sfarzose a base di sesso e coca. Sempre più impaurita dagli esiti delle sedute, la ragazza cerca di interrompere i suoi appuntamenti con lo psicologo che le sta facendo ricordare una vita passata, risalente agli inizi del novecento, incentrata su una storia di sepoltura prematura e di successiva morte apparente. Un omicidio arriva però a sconvolgere i piani. La compagna della protagonista viene infatti ritrovata dissanguata nel bagno con due fori al collo, e alcuni tagli sulla giugulare e sui polsi. Scotland Yard inizia a indagare, mentre la giovane si trova al cospetto di una donna che ha il suo stesso corpo... Si tratta della nobil donna che ha comprato il quadro e che altro non è che il vampiro che ha rubato l'anima all'antenata della protagonista della storia. “Un vampiro perde la propria anima quando diviene un non morto, ma l'anima è immortale; continua a vivere, anche quando la sua incarnazione precedente è diventata un demone senza spirito.” Questa la base centrale su cui ruota la storia, un racconto horror pluripremiato impreziosito dalle venature erotiche di tendenza saffica, ma anche dalle decise sottotrame poliziesche, con cui Wagner da sfogo alle sue passioni lavorative e a quelle ludiche. Omaggi alla psicanalisi, all'occultismo (si cita spesso Crowley), ma soprattutto alla narrativa di Poe (William Wilson su tutti, ma anche La Sepoltura Prematura) e al cinema con strizzatine d'occhio da Hitchcock (Psyco) al Rocky Horror Picture Show

Un altro racconto che omaggia la grande narrativa, nella fattispecie Il ritratto di Dorian Gray, è Il Laird di Dunain (1992) dell'autore splatter Masterton. Si passa allo splatterpunk miscelato al racconto gotico di stampo classico. Una pittrice è chiamata a realizzare un ritratto a un laird scozzese, ovvero un proprietario terriero, da cui si sente attratta. La donna ce la mette tutta, ma non riesce a trovare il colore giusto per pitturare il carnato dell'uomo. Un giorno, per caso, si ferisce a una mano e col sangue che schizza sui colori nota di aver trovato il giusto impasto per dare colore all'opera. Per motivi però assurdi il quadro, trascorse alcune ore, assorbe i colori e torna a essere cinereo, mutando inoltre la propria espressione. La donna, all'insaputa del nobile che pare divertito dalla cosa, inizia a ferirsi per miscelare il sangue alla tela, finché non scopre di non aver più sangue in corpo sventrandosi e tirandosi fuori le interiora. Il nobile, divertito, apprende la notizia della morte alcune ore dopo, ma andrà anche lui incontro a una morte orribile. Una collega della pittrice infatti, presa dalla gelosia, stralcerà il quadro provocando il simultaneo smembramento dell'uomo. Dunque una sorta de Il Ritratto di Dorian Gray in chiave splatter, miscelato a qualche tocco di erotismo. 

L'ideale palma del racconto più originale la conquista, per noi, Ronald Chetwynd-Hayes e il suo onirico Il Labirinto (1974). La storia prende piede in modo convenzionale, si potrebbe quasi dire fiabesco, con una coppia di sposini che si perde nella brughiera inglese e chiede rifugio a una vecchietta intenta a bere del the all'interno di una magione gigantesca. I due scopriranno che la donna abita in tale costruzione assieme a un sordomuto dalla mole statuaria che le fa da maggiordomo. La vecchia sulle prime è gentile e premurosa, ma ciò che le interessa è convincere i due a pernottare nella magione. I due, costretti ad accettare per l'incombere della notte, scopriranno a loro spese di esser finiti in un'abitazione che è un vero e proprio organismo vivente, nato quale prodotto del sotterramento del marito della donna, un vampiro ucciso nel corpo (per un paletto infilato nel cuore), ma non nella mente. Costretti a vagare per i labirintici corridoi della costruzione dovranno vedersela con zombie sdentati, cani rabbiosi e infine col volto gigante del vecchio vampiro che controlla la casa dalle fondamenta in cui è imprigionato. Testo surreale piuttosto originale, con una specie di castello vivente formato da pareti assimilabili a tessuti muscolari in cui si troveranno ingoiati i due protagonisti alla disperata ricerca di una via d'uscita.

Poco altro da aggiungere sugli altri testi, deludono Basil Copper (che si affida a un testo con doppio colpo di scena finale), Richard Cristian Matheson (figlio di Richard Matheson) che opta per un testo sperimentale (semi-illeggibile), Peter Tremayne (testo claustrofobico ma nulla più) e altri minori. Chiusura con una poesia malinconica di Neil Gaiman.

In definitiva un'antologia che diverte, offrendo almeno una dozzina di buoni racconti pur senza disporre di masterpiece, e che offre una carrellata di ventinove autori funzionale a fungere da vetrina per la scoperta di scrittori magari non conosciuti a chi legge sebbene molti di essi siano dei maestri del settore. Volume indicato per un regalo a un amante di racconti horror, magari qualche giovane Stephen King dipendente e che poi ignora tutto il resto. Lettura semplice e veloce, con qualche racconto da bollino rosso.

Il curatore Stephen Jones.

martedì 3 maggio 2016

Speciale: Angelo Di Noia film-maker amatoriale



IL REGISTA ITALIANO DELLE BAMBOLE: DA MANCINI A GORDON, UNA PASSIONE CHE RISALE ALL'INFANZIA


A Cura di Matteo Mancini.


Torniamo a interessarci di underground cinematografico con un regista lucano che ci ha contattato per indicarci la sua produzione video. Stiamo parlando di Angelo Di Noia, trentaduenne con la passione per le bambole. Si, avete capito bene, un vero e proprio collezionista che non perde occasione per incentrare i suoi cortometraggi, circa una trentina tra gli studio e gli effettivi, attorno a bambolotti, bambole e giocattoli ovviamente tutti votati al male. Sono lontani i tempi dei vari Chucky, quando Don Mancini, niente a che fare con il sottoscritto, scrisse il soggetto de La Bambola Assassina (1988) poi portato sul grande schermo da Tom Holland, cosceneggiato dal mestierante Lafia, e in seguito giunto a sei episodi gli ultimi due dei quali diretti proprio da Mancini. Un successo preceduto dal più qualitativo ma meno conosciuto film prodotto da Brian Yuzna e diretto da Stuart Gordon, intitolato Dolls (1987). Siamo lontani sì, ma per niente appagati, evidentemente, da questo sottofilone che trova le sue radici più profonde nei racconti di Stephen King e soprattutto di Richard Matheson e che ha coinvolto le più grandi produzioni in occasione delle uscite dello spielberghiano Small Soldiers (1998) di Joe Dante o del sinistro Dead Silence (2007) di James Wan. E' in questo sottogenere che si inserisce Di Noia raccogliendo, nel mondo dell'underground italiano, l'eredità di Fabrizio Spurio forse il primo a parlare, nei suoi deliranti corti, di giocattoli assassini, nella fattispecie i Masters, della saga trash Toys Killer.

Invogliato dai concorsi organizzati da Alex Visani, Di Noia ha preso parte a varie edizioni del Reign of Horror Short Movie debuttandovi nel 2013 con The Evil Doll, dallo stesso scritto e diretto, con l'aiuto di Vito Fullone al montaggio. I corti di Di Noia vertono tutti su bambolotti malvagi che, per ragioni varie, risultano posseduti da spiriti infernali che inducono a commettere omicidi o li commettano senza aiuto umano. Lo stesso Di Noia confessa di credere alla possibilità che siano esistite o che esistano delle vere bambole possedute. La cosa lo affascina e riverlare questa sua credenza non gli crea alcuna vergogna. Nel suo primo corto la protagonista, una brava Incoronata Rinelli (non perfetta la pulizia audio), si vede recapitare a casa una scatola contenente un sinistro bambolotto. Il pacco porta la firma del vecchio fidanzato che risulta morto da due anni. Fin qui Di Noia gira piuttosto bene, evita problemi di fotografia optando per un bianco nero sgranato, dal master volontariamente rovinato a emulare un prodotto degli anni dell'espressionismo (anche se non vengono utilizzate a dovere le luci, in modo da allungare all'inverosimile le ombre). La soluzione è una carta vincente (compreso la scelta di applicare dei filtri che riducono la visuale), poiché dal punto visivo il corto, poco meno di otto minuti, regge molto bene. Purtroppo ci sono buchi narrativi e una certa incertezza sugli atteggiamenti della protagonista, prima spaventata poi sessualmente attratta infine sull'orlo della pazzia. Di Noia inserisce infatti delle vaghe venature erotiche, difficili da registrare in questi prodotti, che invece ci stanno come il cacio sui maccheroni. A mio avviso avrebbe dovuto abbondare su questo versante invece il corto sconfina in un epilogo che sa di dejà vù. La sceneggiatura è povera di idee, strumentale solo a portare in scena una bambola killer. Si cade nell'omicidio perpetrato, non si capisce bene se dalla bambola o se dalla progagonista, ai danni della coinquilina di quest'ultima. La messa in scena dell'assassinio è fredda, poco inventiva. Di Noia fa muovere la bambola con delle semisogettive, riuscendo nel tentativo di rendere credibile il personaggio di plastica, ma non va oltre. Buona l'atmosfera, ma resta un mero esercizio di stile, peraltro scomposto nella parte terminale. Comunque un debutto interessante.

La saga trash di Fabrizio Spurio.

Il regista si ripete un anno dopo con 666 (2014), corto dal titolo piuttosto brutto e banale. Una volta si diceva che il titolo era il 50% di un film, qua si parte subito male. Si tratta di un repeat sulla tematica bambole assassine. Questa volta la protagonista riceve un bambolotto su cui uno stregone ha compiuto un maleficio facendovi entrare uno spirito demoniaco (delirante, ma di effetto, l'inquadratura fissa dove vediamo un essere con una maschera sul volto agitare mani e testa per richiamare gli spiriti dei morti). Bella e ben girata la sequenza che vede animarsi il bambolotto (bel gioco di luci con le ombre giuste), azionato manualmente in modo da non mostrare le dita umane intente a dar moto al bambolotto. Lo vediamo camminare per la casa, aprire un mobile e afferrare un coltello. La seconda parte del corto, anche questo di otto minuti, piega sul versante L'Esorcista, con un prete, lo stesso Di Noia, intento a compiere un esorcismo (poco incisivo) e a invocare di esser posseduto al posto del bambolotto (!?). Poco comprensibile, se non con intento citazionista, la comparsa della scritta "Help Me" sul vestito del bambolotto. Sequenze dilatate, deriva molto più trash del primo prodotto, che aveva intelligenti soluzioni atte a sopperire la scarsità di mezzi a disposizione. Brutta la scena del suicidio del prete che si recide con un coltello la gola. Di Noia piazza un primo piano, poi cambia inquadratura mostrando un lavandino dove spruzza sangue finto. Soluzione ultra amatoriale e poco inventiva. Nel complesso un lieve passo indietro.
In entrambi i corti brutti i titoli di testa, sarebbe bastato poco per renderli più incisivi e dar un tono più professionale ai lavori.

Questi sono i due prodotti più conosciuti, nell'ambito underground di Di Noia, apprezzato dal regista Albanesi che lo ha voluto per un cammeo nel suo primo lungometraggio ufficiale intitolato Non Nuotate in quel Fiume (2016). Per quel che ci riguarda possiamo dire che si tratta di un regista grammaticalmente chiaro nella messa in scena e nella direzione degli attori, ma che deve lavorare sulle sceneggiature (appena abbozzate) e sulla messa in scena degli omicidi (freddissimi e impersonali). Latita infatti il make up e anche quella visione onirica determinante per far compiere un deciso balzo in avanti a un prodotto, distinguendolo dalla media. 
Molto il materiale che potete trovare su internet, youtube compreso, con Di Noia che parla di un suo lavoro sperimentale, Freak Show, in cui ha montato scene da lui stesse girate ad altre di repertorio reperite in giro, una via di mezzo tra un corto e uno spettacolo di marionette. Per la realizzazione di questo prodotto, Di Noia parla di aver acquistato un lotto di burattini da un venditore su internet che li definiva suoi figli. Influenzato da tutto questo, e suggestionato forse dai temi dei propri corti, Di Noia ha rivelato di aver udito il rumore di sedie intente a muoversi, il cigolare di porte e ha riscontrato inspiegabili difficoltà di messa a fuoco della telecamera nell'atto di inquadrare le marionette. Atmosfere alla poltergeist dunque, che potrebbero far pensare a un film maledetto e magari fungere da ispirazione per un nuovo corto con un sottofondo musicale che fa: "tu mi fai girar... tu mi fai girar... come se fossi una B... No, ragazzo, no... tu non mi metterai tra le dieci Bambole che non ti piaccion più" e via col massacro ai danni del regista, attaccato dalle bambole impazzite che gli si lanciano contro disubbidendo ai dettami della sceneggiatura. 

sabato 2 aprile 2016

Recensione Cinematografica: RACE - IL COLORE DELLA VITTORIA di Stephen Hopkins



Produzione: Karsten Bruenig, Luc Dayan, Stephen Hopkins, Kate Garwood, Jean-Charles Levy, Nicolas Manuel, Louis-Philippe Rochon e Domenique Seguin.
Anno: Canada, Germania e Francia, 2016.
Soggetto e Sceneggiatura: Joe Shrapnel e Anna Waterhouse.
Regia: Stephen Hopkins.
Montaggio: John Smith.
Colonna Sonora: Rachel Portman.
Interpreti Principali: Stephan James, Jason Sudeikis, Jeremy Irons, Carice van Houten, William Hurt, Shanice Banton, David Kross, Barnaby Metschurat, John MacLaren.
Durata: 134 min.

Commento Matteo Mancini.

Grandissimo film distribuito in Italia il giorno dell'anniversario della scomparsa di Jesse Owens, venuto a mancare il 31 marzo di trentasei anni fa.
Race, il Colore della Vittoria si candida quale uno dei migliori film della stagione 2016, di certo sul versante sportivo ma a mio avviso anche oltre il contesto di riferimento. È un'opera che sa miscelare senso del ritmo, gusto per lo spettacolo e la regia ma soprattutto fa leva su una sceneggiatura, per il tema affrontato, notevole. Scritto dai promettenti sceneggiatori in erba (curriculum scarno) Joe Shrapnel e Anna Waterhouse, già insieme in occasione di Frankie e Alice (2010) e ai box da sei anni, Race è un contenitore di sotto trame e temi che vanno dalla storia, ai rapporti umani, ivi compresi tematiche quali antisemitismo, razzismo, pari opportunità, corruzione, manipolazione massmediatica, senza mettere in secondo piano la componente sportiva, i valori olimpici e le gare. Funzionale a tutto questo sono le Olimpiadi del 1936 (le ultime prima dello scoppio della seconda Guerra mondiale, si dovranno poi attendere dodici anni), ma soprattutto le performance di un atleta da considerarsi un vero e proprio eroe della pista, dotato di un fascino e una potenza, alimentate da un atteggiamento ostracista sia in patria che sul campo di gara (la Germania Nazista), che ne fecero un simbolo assoluto di rivalsa e di affermazione dei giusti valori contro il razzismo americano, la logica del superuomismo ariano nazista e la segregazione ebraica. Dunque uno sportivo che ha valicato il confine dello sport per entrare nella storia con la “S” maiuscola, riuscendo in questo semplicemente facendo quello che più riusciva a fare: correre e saltare. Quattro medaglie, record su record mondiali e imprese che non riuscì a oscurare neppure la pesante mano del genio del male dell'informazione massmediatica Joseph Goebbels (il ministro della propaganda nazista dal '33 fino alla caduta), costretto, suo malgrado, a sottostare in compagnia di Adolf Hitler, alle vittorie di un afroamericano che dimostrava, dati alla mano, la scelleratezza di certe basi ideologiche e culturali presentate come incontestabili, in chiaro stile pitagorico ipse dixit, dal regime locale.

Il film però non è solo questo. Non si limita alla storia e alle difficoltà incontrate da Jesse Owens, ma va oltre. Parla soprattutto di quelle Olimpiadi di Berlino, che sono da considerare tra le Olimpiadi più bizzarre della storia della competizione, vuoi per la magnificenza ricercata (e centrata in pieno) dai tedeschi, vuoi per il clima surreale che aleggiava attorno ai campi gara (con i rastrellamenti ai danni degli ebrei, sottolineati anche nel film), vuoi per la spinta di usare lo sport come strumento di carattere politico, quasi come antipasto della futura guerra, atto a dimostrare la supremazia di una nazione sull'altra. Situazione paradossale che portò gli Stati Uniti a minacciare di disertare la manifestazione (come faranno poi in Unione Sovietica, e come in quell'occasione fecero, per motivi diversi, Unione Sovietica e Spagna) per poi prendervi parte, a ranghi ridotti, dopo una soffertissima votazione con un voto decisivo a evitare un pazzesco ex aequo (tutto mostrato nel film). Decisione questa a sua volta spaccata all'interno della squadra olimpica, con ulteriori sotto votazioni messe in atto da atleti (colored ed ebrei) anch'essi combattuti tra il prendere parte o meno al fine di dissociarsi dall'ideologia del regime tedesco e da quel poco di notizie che giungevano oltreoceano dall'Europa (farà altrettanto il calciatore tedesco di vedute socialiste Breitner ai Mondiali di Argentina 1978, restando a casa per protesta contro il locale regime fascista dei colonnelli). Una situazione, questo il film non lo dice, che porterà al trionfo della squadra nazista capace di vincere 33 ori contro i 24 dei fin lì dominatori americani (8 oro per gli italiani, quarti nel medagliere generale, con la prima medaglia oro in assoluto ottenuta da un'atleta, nella nostra storia, ovvero Ondina Valla primatista negli 80m ostacoli), però a entrare nella storia saranno questi ultimi grazie a Owens, indicato da tutti come l'uomo copertina dell'edizione.

Il film parla poi di metacinema, con la storia della coraggiosa Leni Riefenstahl (pupilla del Fuhrer) che convinse il sagace Goebbels (grande bastardo, ma sempre sulla breccia in fatto di astuzia nel manovrare le informazioni) a sfruttare l'occasione per essere il primo a divulgare nel mondo le immagini di un'Olimpiade. Le fu così commissionato dal Fuhrer in persona il diritto di girare un film sulle olimpiadi del '36 e che uscirà col titolo Olympia (attualmente considerato uno dei migliori film dedicati allo sport). Personaggio monumentale, anche questo, nella promozione dell'ideale nazista ma capace di resisterne al crollo, per il fatto di esser votata alla ricerca di un certo realismo artistico nella ripresa, nella fattispecie dell'evento sportivo piuttosto che a ricercare valenze politiche, teso a esaltare l'eroicità dei gesti, la magnificenza dei contesti ambientali o la superiorità atletica dei campioni della pista. Spesso in contrasto con le intromissioni di Goebbels, che tentò di censurare nelle olimpiadi del '36 i successi degli indesiderati (come, a esempio ordinare di non riprendere la finale dei 200 metri dove Owens era il grande favorito), riuscì a salvare la propria opera per la libertà datale dal Fuhrer in persona e così vediamo Owens in tutto il suo splendore e cogliamo addirittura un'espressione di scoramento del Fuhrer in persona nella storica gara di salto in lungo con il fortissimo Luz Long.

Lo SPORT OLTRE POLITICA E IDEOLOGIE
lo scambio di complimenti tra LONG e OWENS
sopra gli attori KROSS e JAMES, sotto gli originali.

Queste sono le tre anime su cui gli sceneggiatori muovono la storia del film. La storia inizia nel '33 con l'arrivo del giovane Jesse Owens all'Università dell'Ohio. Famiglia povera, come quasi tutte quelle di origine afroamericana, ma orgogliosa. Grande dedizione alla fatica, una figlia piccola da mantenere e una fidanzata lontana che fa la parrucchiera per sbarcare il lunario. Lo studio come speranza per manlevarsi da una situazione difficile, anche perché a Columbus i colored non vanno troppo a genio alla popolazione. A dare però la grande occasione al ragazzo è un allenatore un po' matto (allena con la musica, abitua i propri ragazzi alla pressione, è insensibile alle critiche stolte dei colleghi) che, qualche anno prima, ha perduto la possibilità di prender parte alle olimpiadi per una stupidata e ora cerca di rifarsi cercando campioni in erba. Gli studenti che ha per le mani gli danno risultati scadenti e così gli passa sotto gli occhi la scheda di un nuovo ragazzo su cui sono appuntati i tempi in gara. Lo va a vedere in allenamento, lo fa convocare e lo mette sotto allenamento. Ha così inizio il fortunato sodalizio tra Jesse Owens e Larry Snyder. Un rapporto all'inizio spigoloso, per i modi autoritari del trainer, ma che poi diventerà via via amichevole, alla fine persino fraterno con l'allenatore che andrà a sue spese in Germania per seguirlo in quanto escluso dalla squadra olimpica e poi riammesso per le difficoltà di adattamento di Owens con i trainer titolari (succederà qualcosa del genere anche al trainer di Mennea). I successi però minano la tranquillità del ragazzo, che finisce preda delle tentazioni figlie della notorietà crescente. Rischia di rompere con la fidanzata storica per un flirt con una appariscente ballerina da night che lo tenta non poco, alla fine però prevale il valore della famiglia e può così partire per Berlino dopo aver ragionato sull'opportunità o meno di prendere parte all'Olimpiade (sarà decisivo il rivale di colore che lo ha battuto in più di un'occasione in America, ma che si è infortunato prima dell'evento chiudendo la carriera: “Devi andare a Berlino per spaccare il culo a Hitler per tutti noi! Io, ormai, ho chiuso...”). Segue la storia a Berlino, tra accordi più o meno taciti tra i rappresentanti della delegazione Americana e Goebbels. Rapporti accesi, filtrati da interpreti diplomatici che smussano i contenuti al vetriolo di entrambe le parti. Terribile la battuta di Goebbels quando Brundage, presente ai lavori funzionali all'ultimazione dell'enorme stadio di Berlino, manifesta il rischio che gli Stati Uniti, che rappresenta, non partecipino a causa dell'operato della Germania. Il ministro dai modi freddi e distaccati (mostruosa interpretazione del berlinese Barnaby Metschurat, sebbene sia un attore prevalentemente televisivo, bravo a simulare la freddezza omicida e apatica di questo uomo dai modi degni di uno squalo bianco, specie quando, senza scomporsi, dice alla regista: "La rendo forse nervosa?") replica: “Forse, agli americani, non piacciono i nostri bagni...?” Un'espressione che vuol equiparare gli ebrei e le c.d. razze inferiori a un qualcosa finalizzato a esser scaricato... Davvero un'espressione forte che caratterizza il personaggio, ripeto interpretato in modo favoloso da Metschurat. Emergono poi i tentativi di corruzione operati sulle autorità estere, la pretesa di escludere gli ebrei dalle squadre altrui (cosa che andrà a segno, con Brundage che, minacciato dai tedeschi per via degli accordi presi, farà escludere i due ebrei della nazionale americana dalla 4 per 100), il tentativo platonico (inteso che deriva dalla Repubblica di Platone) di fare accoppiare gli atleti migliori con le donne migliori raccontato da Luz Long, con le femmine utilizzate alla stregua di fattrici del regime. Su tutti poi, per fortuna, ci sarà il responso della pista a ricordare la vera essenza dello sport, una dimensione libera da ogni ingerenza, dove (almeno in apparenza, si veda la prima finale di coppa del mondo vinta dalla Germania ai danni dell'Ungheria) non contano poteri, razze e arbitri, ma solo sé stessi, le proprie gambe e la propria mente (come spiega il trainer a Owens, si vince prima nella propria testa ed è un insegnamento che sta alla base dell'attuale PNL applicata in ambito sportivo). Tra i passaggi più belli del film è grandioso l'atteggiamento del tedesco Long (gli da corpo il freddo David Kross, già visto nello spielberghiano War Horse), campionissimo europeo di salto in lungo, che agevola il salto dell'avversario indicandogli il punto dove staccare e poi lo esorta a migliorare la prestazione, dopo che i due si sono superati a suon di record battuti l'uno dall'altro in serie (un duello che ricorda certe sfide Bubka vs Vigneron, che saltavano però con l'asta), per la felicità dell'aristocratica Leni Riefenstahl (la perfetta olandesona van Houten lanciata dal connazionale Paul Verhoeven e già ammirata, quale moglie di Cruise, in Operazione Valchiria) che riprende ben contenta simil spettacolo tale da scuotere le corde emozionali persino di Goebbels e Hitler in tribuna. Finale da vero spirito sportivo, commentato in questo modo dai gerarchi nazisti: “Cosa sta facendo Luz: vuol rovinarsi la carriera?” Il tedesco, felice di esser stato battuto da chi ha piazzato un record mondiale (capisce da lungimirante di aver preso parte a una finale storica), peraltro piazzato su suo invito dopo che ormai aveva già perso la gara (rendendo apparentemente inutile l'ultimo salto dell'avversario), decide di fare un giro d'onore con il forte avversario. La cosa costerà cara al tedesco, ma non importa: i veri uomini si vedono dai gesti che hanno compiuto in vita e ancora oggi Long viene applaudito per questo (ci vogliono GRANDI PALLE per far quello che ha fatto e che era giusto da fare... tanto di cappello al signor Luz Long). Divertente la scena con Owens che si presenta a fine gara nella stanza del rivale con una cassa di Coca-Cola: “A me hanno mandato queste dagli Stati Uniti” per festeggiare, l'altro un po' frastornato invece replica: “A me hanno mandato una donna nella stanza che voleva accoppiarsi con me, penso che gli abbiano ordinato di farsi mettere incinta!”



Questo il contenuto del film messo nelle mani di Stephen Hopkins, un regista tutt'altro che stellare solitamente specializzato negli horror di seconda fascia, ma che qua, al suo undicesimo film, offre il meglio di sé scandendo un ritmo serrato e avendo un grande gusto per lo spettacolo (senza tralasciare, come abbiamo detto, i contenuti che sono omogenei e completi). Una sequenza su tutte è costituita dal piano sequenza che vede Jesse Owens entrare nello stadio di Berlino. Hopkins opta per un'inquadratura circolare attorno al protagonista Stephan James per esaltare la magnificenza dell'impianto e, vi assicuro, ottiene un effetto che visto al cinema è da Sindrome di Stendahl, cioè da vertigini. Davvero una prova sopra le aspettative, quanto meno le mie, per Hopkins che ricordo in sequels horror quali Nightmare 5 (1989) o Predator 2 (1990), o per la nomination alla Palma d'Oro di Cannes con Tu Chiamami Peter (2004), piuttosto che il modaiolo Lost in Space (1998). Assente dal cinema da circa dieci anni (in favore dei serial televisivi), va ricordato dietro alla macchina da presa nella prima serie del fortunato serial 24 (2001). Prossimamente uscirà Houdini & Doyle opera che approfondirà il grande rapporto tra il mago di origine ungherese e il dottore ideatore, tra gli altri, del personaggio letterario Sherlock Holmes. E' Hopkins stesso ad autofinanziarsi (lo aveva già fatto in passato), mettendo però su una squadra infinita di coproduttori (qualcuno pure al debutto) che coinvolgono ben tre nazioni.

Da sx a dx
Sudeikis, Irons e James.

Il ruolo del protagonista, dopo la rinuncia del designato John Boyega (impegnato in Star Wars: Il Risveglio della Forza), viene dato al canadese Stephan James, classe 1993 alle prime esperienze e al suo primo ruolo importante. Curiosamente arriva da un film come il premiatissimo Selma – La Strada per la Libertà (2014) che tratta il tema del razzismo e che ruota attorno alla figura di Martin Luther King. Il ventitreenne non se la cava affatto male. Regge bene il peso di essere il protagonista, pur subendo il maggior carisma della spalla costituita dal comico Daniel Sudeikis (nei panni di Snyder) qua in un azzeccato ruolo dai tratti disillusi e per nulla comici (infatti ha rinunciato ad avere una famiglia diversa da quella costituita dalla squadra di atleti che allena).
Nel cast figurano poi i nomi illustri di Jeremy Irons (è il Capo del Comitato Olimpico degli States) e William Hurt (è il rappresentante dei politici contrapposti a Irons che vorrebbero boicottare le olimpiadi) in ruoli di contorno. I due incarnano le due scelte da prendere in  presenza di un fenomeno come quello nazista: o andare e cercare di lottare contro il nemico ("porteremo in Germania ebrei, neri e anche marziani se hanno la cittadinanza americana!") oppure ignorare il tutto non presentandosi e lasciando campo aperto alla follia teutonica. Prevaleranno, per fortuna, i primi, con Owens spinto sempre più avanti dal suo allenatore perché per lui non ci sarà alcuna Next Time. Pettorina 733 e in pista a far vedere i sorci verdi a chi pensava di essere imbattibile! Dunque un cast non stellare, quanto a curriculum, ma che non fa rimpiangere nomi di grosso richiamo, anzi è più bello anche per questo.

Nel cast tecnico molti fedelissimi del regista, a partire da Peter Levy, già in sodalizio con Hopkins dai tempi di Nightmare, ma anche nomi nuovi per lui come la prima donna a vincere un premio Oscar per la colonna sonora ovvero Rachel Portman vincente con Emma (1997) e autrice delle musiche di altri apprezzati film quali Le Regole della Casa del Sidro (1999), Chocolat (2000) e Oliver Twist (2005). Notevole invece la ricostruzione scenografica con auto, costumi e costruzioni, in buona parte presumo realizzate in computer grafica (ma non si nota molto), che lasciano senza fiato e costituiscono quel quid in più che fa del film, a mio avviso, un capolavoro nel settore sport specie se si considera il budget. Davvero sopra ogni mia più rosea aspettativa. Lieto di esser stato presente in sala al primo spettacolo in assoluto in quel di Pisa, Cinema Isola Verde, unico in sala (non mi era mai capitato). Applausi in solitaria e complimenti sentiti a produzione, regista, cast artistico e tecnico. Un film didattico che si dovrebbe far vedere anche nelle scuole per i veri valori olimpici dello sport, per i valori della giusta competizione, per i giusti riconoscimenti che devono esser dati a chi dimostra, con i fatti, il proprio valore. Riconoscimenti che Owens ha avuto solo in tarda età. Hitler, secondo alcune leggende e secondo il film, lasciò la tribuna (secondo altre fece un cenno, ridacchiando, a Owens), Goebbels rifiutò di stringergli la mano e si operò per ostacolarne la diffusione visiva delle sue gesta. Poco diverso l'atteggiamento negli States dove non si poteva elogiare pubblicamente un nero, neppure fare la doccia con loro al termine di un allenamento, arrivando fino al punto da costringerli a entrare in sale e teatri dalle porte secondarie (certo meglio dei nazisti, perché con loro non si entrava neppure, però vergognoso comunque). Grande elogio qua a Hopkins (forse non a caso è Australiano) e agli sceneggiatori per non esser caduti, a esempio come avvenuto con The Program il film su Lance Armstrong, nella demonizzazione dei nazisti ignorando poi il contorno che era sì migliore, ma di certo censurabile sul piano etico e sociale. Commovente il finale dove un bimbo bianco (a sottolineare l'innocenza e la purezza scevra da influenzamenti dettati da culture faziose di stampo fideistico) si avvicina a Owens e consorte (“Lei è Jesse Owens, vero?”) chiedendo un autografo. Questo è il vero sport, al di là del tifo e delle preferenze, questi sono i veri uomini! Un film che fa bene alla cultura sportiva dei giovani di oggi e che serve a ricordare certi periodi neri.


"In pista non esiste bianco o nero, ma solo veloce o lento. Non conta nient'altro, né il colore né il denaro e neanche l'odio. In quei dieci secondi sei completamente libero!"

martedì 29 marzo 2016

Genesi, curisità e leggende sulla figura del diavolo nella cinematografia. A cura di Matteo Mancini


Vengo qui di seguito a pubblicare il primo quarto di articolo che confezionai su richiesta di Luca Guardabascio per un volume che sarebbe dovuto uscire con la MONDARORI o, in alternativa, le EDIZIONI PAOLINE e che poi, purtroppo, non ha visto luce. Pubblico così questa prima parte, riservandomi di pubblicare il resto in seguito. 

GENESI, CURIOSITA' E LEGGENDE SULLA

FIGURA DEL DIAVOLO NELLA CINEMATOGRAFIA 


A cura di MATTEO MANCINI

In questo capitolo viene affrontata una delle parti più affascinanti, ma anche più spaventose, della religione cristiana. Il conflitto tra le forze del male e quelle del bene, un confronto determinante e indispensabile per il bene stesso, poiché in assenza del dolore e dell'odio non si potrebbe apprezzare l'amore e la pace. Lo stesso Vaticano, contrariamente ad altri, ha espresso la massima secondo la quale “l'esistenza del diavolo non è opinabile e che chiunque affermi che il diavolo non esista, non possiede autentica e piena fede cattolica”. Non è compito di questa trattazione, anche per esigenze di spazio, entrare nel merito della discussione filosofico-religiosa, spetterà ad altri affrontare la tematica. Qua interessa solo analizzare il riflesso cinematografico di tali studi, poiché, come ogni cosa della vita, anche il diavolo è stato impresso nella celluloide. Del resto il re dei narcisisti non poteva certo esimersi dal farsi immortale dalla settima arte. Dunque ecco entrare nel mondo del cinema la figura del diavolo, dapprima proposto come nobile tentatore e poi, via via, sempre più mostruoso e volgare, interessato a consumare le prede spingendole alle più bieche condotte fino a portarle all'omicidio. A contrastare l'influsso del Principe delle Tenebre non appare mai Dio, né i santi, il bene interviene sempre per interposta persona, in una sorta di antitesi al narcisismo diabolico. Se il diavolo si mostra, il bene si nasconde, ma è onnipresente, pronto a togliere la linfa mortale che ottenebra le menti e che porta ad amare valori materiali. Il personaggio prediletto dai registi è quasi sempre incarnato da vecchi esorcisti che compiono sforzi sovrumani, spesso pagati con la vita, pur di ostacolare l'azione distruttrice del diavolo. Uomini che si lanciano in una lotta senza quartiere che farebbe tremare il più specializzato dei soldati e che farebbe perdere il senno al più qualificato degli psichiatri. Specialisti di quella cortina che si apre oltre la realtà di tutti i giorni e che sconfina nell'occulto più oscuro, una tenebra dove le regole scientifiche vengono stralciate da valori alieni a quelle conoscenze su cui gli accademici sarebbero pronti a mettere la mano sul fuoco. I comportamenti demoniaci rispondono sempre alle stesse logiche, manifestandosi attraverso convulsioni, forza fisica insospettabile, alterazione dei cinque sensi, chiaroveggenza, glossolalia (ovvero la capacità di parlare fluentemente lingue diverse ivi compreso le arcaiche), stigmate e scritture oltraggiose comparse a mo' di tatuaggi temporanei sulla pelle.


La filmografia italiana ha fatto scuola in questo genere, in virtù di una produzione copiosa e talvolta superiore alle opere hollywoodiane di riferimento. Il filone, presente fin dall'inizio, si è sviluppato lentamente nel corso degli anni, esplodendo alla fine degli anni '70 grazie all'uscita di un film che si può definire un vero e proprio spartiacque tra la vecchia concezione orrorifica e la nuova strada tutt'oggi praticata negli Stati Uniti. È opportuno precisare che il legame religione-horror era già forte e ben instaurato nella letteratura fantastica. Autori come William Butler Yeats o Arthur Machen, per non parlare degli indagatori dell'occulto nati dalla penna di scrittori del calibro di William Hope Hodgson, Seabury Quinn e Gustav Meyrink, si erano già fatti promotori, anche per via dell'underground esoterico da cui erano provenienti, di tali tematiche. L'Italia, contrariamente a quanto si è soliti leggere e sentire in giro, è sempre stata molto recettiva a sfruttare la corrente in questione, basti pensare alle collane di letteratura horror nate negli anni '60 e spacciate per romanzi di autori stranieri (due serie su tutte: KKK e I Racconti di Dracula). Purtroppo, a causa di assurdi atteggiamenti culturali che affliggono il nostro bel paese in ogni suo campo, per superare la perplessità di lettori e spettatori al cospetto di lavori di connazionali, registi e scrittori hanno sempre dovuto celarsi dietro nomi stranieri. A ogni modo l'Italia è stata una delle patrie dell'horror, sia narrativo che cinematografico. Celebri romanzi quali Dracula e Frankenstein hanno radici innegabili nella nostra penisola, essendo il primo stato ispirato dal racconto Il Vampiro di William Polidori (autore inglese originario di Bientina, paese nella campagna toscana, nonché medico di fiducia di Lord Byron) e il secondo da una leggenda collegata agli studi di un medico sempre della campagna pisana. Sullo stesso piano si è confermato il cinema, plasmando un sottogenere, quello del Gotico Italiano, assai qualitativo in virtù dell'opera di registi del calibro di Riccardo Freda, Antonio Margheriti, Mario Bava e Mario Caiano. Prima di loro però il signore delle tenebre aveva già fatto capolino nella nostra cinematografia. Risalgono addirittura alla prima decade del novecento i primi film italiani incentrati sulla figura del demonio. Il primo dei due ha un titolo subito emblematico: Satana (1913) di Luigi Maggi. L'analisi sui film incentrati sul principe delle tenebre non poteva partire in modo migliore. Si tratta infatti di un film muto, a episodi, affidato alle mani di uno specialista dell'epoca e basato su due poemi classici: Il Paradiso Perduto (1667) di John Milton e Messiade (1748) di Friedrich Gottlieb Klopstock. Maggi traccia un'ipotetica evoluzione del diavolo sulla terra, dalla sua cacciata dal paradiso fino ai primi del '900, passando per le tentazioni di Cristo e la corruzione spirituale di alcuni monaci di un convento medievale. Dunque è una pellicola ambiziosa e di buon livello che ruota attorno alla tematica costante della distruzione di tutti coloro che si lasciano convincere dalla necessità di vivere una vita dissoluta, mentre lui, il diavolo, si bea della rovina altrui facendo nascere propositi delittuosi e peccati carnali di ogni sorta. Il maligno viene quindi presentato quale fonte di ogni male, un soggetto che contrappone i fratelli seminando zizzania e promettendo un benessere caduco al solo intento di contaminare la purezza dell'uomo. Non è quindi un caso se il sottotitolo scelto per l'opera è Il Dramma dell'Umanità, a sottolineare il tumore costituito dal demonio, rappresentato quale cancro che attanaglia le anime dei peccatori. Curioso il nome della casa produttrice, Ambrosio, che richiama alla mente il protagonista del romanzo Il Monaco (1797) di Matthew G. Lewis, finito anch'egli preda e vittima delle tentazioni demoniache. Nei panni di Satana figura il futuro regista Mario Bonnard, maestro, tra gli altri, di Sergio Leone. Un film dunque da ricordare e da recuperare soprattutto in considerazione dell'epoca e dello sforzo scenografico messo in atto dalla produzione.

Mario Bonnard
il primo Satana del cinema italiano

Appena due anni dopo esce uno dei film più importanti della produzione italiana dell'epoca, peraltro recentemente riproposto nel Centenario del Colossal del cinema muto Cabiria: Rapsodia Satanica (1915) di Nino Oxilia (giornalista e scrittore che perirà in trincea nella prima guerra mondiale a soli ventotto anni) e con musiche di Pietro Mascagni (aspetto innovativo per i montaggi dell'epoca). Ancora una volta a fungere da elemento cardinale sono le opere classiche della letteratura, nella fattispecie viene rivisitato il Faust di Goethe. La protagonista Lydia Borelli (star del cinema muto), un po' come il Dorian Gray di Wilde, stringe un patto diabolico con Mefisto per mantenere la giovinezza; il prezzo che deve pagare però è dei più cari, dovendo rinunciare all'amore. Chiaramente contravverrà ai patti, tra l'altro facendo suicidare un amante respinto, credendo di poterla fare franca, ma Mefisto giungerà a toglierle la bellezza lasciandola in balia delle rughe e degli acciacchi della vecchiaia. Opera dunque di impronta letteraria, peraltro con una certa cura per le scenografie tese a evidenziare la decadenza aristocratica figlia del tramonto dell'ottocento.

Per attendere un terzo film italiano sull'argomento bisogna attendere circa trent'anni. È il 1940 quando l'ex direttore della fotografia Alfono Frenguelli (cresciuto alle spalle di Riccardo Freda) debutta alla regia con L'Arcidiavolo, commedia di scarso livello che vede un diavolo giungere in mezzo agli uomini per tentarli. Il film ha scarso successo, tanto da spingere il regista a riprendere il vecchio ruolo di direttore della fotografia. La commedia sembra l'unica valvola di sfogo per recepire le peripezie diaboliche, anche perché i generi stentano ad affermarsi nella nostra penisola. Così Mario Camerini propone L'Angelo e il Diavolo (1946), introducendo, a livello embrionale, degli elementi che ritroveremo in un famoso film di Roman Polanski. Anche Camerini però non ha fortuna, e il film passa quasi inosservato. Protagoniste sono due coppie, con una di queste, formata da un coniuge rappresentante del bene e l'altro del male, che influenza l'altra. La sceneggiatura ha pertanto un interessante spunto iniziale, ma il risultato finale non è tra i più brillanti, neppure per la filmografia del regista. La deriva comica si compie con un doppio Totò, per le firme di Mario Mattioli, Totò al Giro d'Italia (1949), e di Camillo Mastrocinque, Totò all'Inferno (1954). Nel primo episodio l'attore napoletano interpreta un ciclista impegnato al Giro d'Italia (ci sono anche Fausto Coppi e Gino Bartali, oltre Walter Chiari) che stringe un patto col diavolo per vincere la competizione e avere la mano della sua amata. Indubbiamente più surreale e divertente l'altro capitolo, con Totò che vaga all'inferno innamorato perso di Cleopatra, suscitando l'ira di un Satana ingelosito dal rapporto tra i due. Si tratta di film che sono da menzionare per completamento, avendo ben poco a che fare con la materia qui oggetto di esame, alla stregua di Maciste all'Inferno (1962) di Riccardo Freda che ripropone la discesa agli inferi del protagonista, nella fattispecie il muscolare Kirk Morris (al secolo Adriano Bellini).

Siamo però alle porte di un avvenimento epocale che segna il genere. Esce difatti il vero e proprio antesignano del filone esorcistico, guarda caso proprio in Italia. Contrariamente a quanto si è soliti dire, L'Esorcista (1973) di Friedkin non è il primo film a proporre lo scontro tra Satana e un esorcista. Ad anticipare tutti è una coproduzione italo-francese uscita dieci anni prima rispetto alla più famosa opera hollywoodiana. La pellicola in questione è Il Demonio (1963), portata in scena da Brunello Rondi, un regista d'autore che non tornerà più a confrontarsi col cinema di genere, preferendo i drammi erotici e opere in cui metterà gli studi psicanalitici dei personaggi in primo piano rispetto alle storie raccontate. Per Rondi è il debutto alla regia, prima di allora aveva codiretto un film nel 1962, anche se questo non deve lasciare pensare che si trattasse di uno sprovveduto. Già inserito nel mondo del cinema da circa un ventennio, aveva collaborato in veste di assistente e di sceneggiatore con molti registi di grido (soprattutto Roberto Rossellini, ma anche Vittorio De Sica, Luciano Salce, Manolo Bolognini), incarichi, peraltro, che continuerà a ricoprire anche in seguito nonostante un'attività di regista in proprio ben avviata. In particolare è da ricordare il lunghissimo sodalizio (quasi trent'anni) con Federico Fellini, oltre che nei panni di aiuto regia e di sceneggiatore, anche in quelli di collaboratore artistico, per un totale di nove film tra i quali i cult La Dolce Vita (1959), 8 e ½ (1962) e Prova d'Orchestra (1978). Dunque un uomo di cinema di una certa esperienza lanciato alla regia da una coproduzione che vede il debutto di uno dei più grandi produttori di cinema di genere italiano ovvero Luciano Martino, fratello maggiore del futuro regista Sergio Martino (anch'egli presente e debuttante nel ruolo di aiuto regista). Rondi scrive il soggetto e mette subito in chiaro quello che sarà il marchio della sua produzione registica. Il film, infatti, è incentrato soprattutto sullo studio psicologico dei personaggi e, più in particolare, sulle reazioni popolari al cospetto delle superstizioni e degli estremismi religiosi di carattere essoterico (termine che si contrappone a esoterico, a simboleggiare quelle credenze involgarite destinate alle masse piuttosto che a uno stuolo limitato di studenti e illuminati).

Ci troviamo nel meridione, in una Matera ancora legata alle tradizioni contadine e alle credenze medievali con rimasugli figli della cultura pagana (adorazione del sole). Protagonista è una giovane innamorata di un uomo che non la corrisponde (il futuro caratterista di spaghetti western Frank Wolff), in quanto in paese tutti la reputano una fattucchiera portatrice di catastrofi. La poveretta, in effetti, si diletta nelle arti magiche (realizza intrugli ed elisir) e finisce per cadere vittima di possessioni diaboliche, oltre che di uno stupro perpetrato da un fantasma che le lascia ferite da artiglio sui polsi. Trova inoltre giovamento nell'andare in giro a dire che parla e che vede i diavoli (Rondi accenna ai problemi legati alla schizofrenia poi sviluppati da altri in seguito), dichiarazioni che sembrano peraltro veritiere viste certe scene (su tutte quella dello stupro e quella in cui la donna interagisce con un bimbo morto). A dar corpo al personaggio troviamo la bellissima e bravissima Daliah Lavi, attrice di origini ebraiche pretesa dai coproduttori francesi e proveniente dal cinema transalpino. Seppur brava, non avrà una grande carriera. Sarà protagonista ne La Frusta e il Corpo (1963) di Mario Bava, ritrovandosi presto destinata a ruoli secondari con punte quali Dieci Piccoli Indiani (1965) di George Pollock e James Bond 007 – Casino Royale (1967). Negli anni '70 intraprenderà, con buon successo, la carriera di cantante in Germania, incidendo svariati album. Ne Il Demonio, tuttavia, la prova della ventunenne è notevole, soprattutto in considerazione di un ruolo tutt'altro che facile. È chiamata a cambiare varie volte lo stato d'animo, a mostrarsi trasandata nei modi di fare ma al contempo dotata di una forte carica erotica e anche ad assumere espressioni da assassina (tenterà di strangolare una suora). Inoltre la vediamo aggirarsi sopra i massi, in campo lungo, come una lupa solitaria che studia da lontano le pecorelle che passano sotto e che sono costituite dall'uomo che ama e dalla donna che lo stesso ha deciso di sposare, con i relativi parenti al seguito. Rondi, coadiuvato da Sergio Martino, gira queste sequenze con gusto western. La donna, anziché sparare, pronuncia a denti stretti anatemi di ogni sorta. Purtroppo il ritmo non è sempre adeguato, il film paga un'incertezza di fondo piuttosto evidente. Rondi non si interessa allo sviluppo della trama, è interessato a mostrare il campionario di riti scaramantici e di una serie di procedure finalizzate a liberarsi dal malocchio. Vediamo così sfilare ciarlatani, truffatori, presunti santoni (si suggerisce uno stupro fatto passare come rito purificatorio) e preti, tutti votati, più o meno onestamente, a combattere il male. Nel mostrare ciò, il regista perde l'orientamento della storia che a tratti prende la piega dell'horror (riti esorcistici e atteggiamenti blasfemi), poi torna sul drammatico a tinte neorealiste, quindi offre squarci dal sapore documentaristico e poi torna sul dramma d'amore, senza che si capiscano bene i passaggi. A quest'ultimo riguardo, prima del tragico epilogo, vi è un enorme buco di sceneggiatura caratterizzato dalla mancata spiegazione relativa alla fuga della protagonista dal convento dove si era rifugiata. Nonostante la confusione di fondo, viene introdotto tutto quanto andrà a fare da base al nascente sotto filone esorcistico. In prima battuta viene anticipato William Friedkin, mostrando, durante un esorcismo in chiesa, la famosa spider-walk dell'indemoniata. La Lavi, difatti, cammina su quattro arti con la schiena e la testa inarcata all'indietro, alla stregua di un ragno, mentre il prete la benedice lanciandole spruzzi di acqua benedetta e chiedendole più volte chi essa sia (curiosa menzione, poi, di una serie di nomi di diavoli). A differenza di quanto farà il collega americano, Rondi non cerca la spettacolarizzazione, ma si limita a far parlare la sua protagonista in lingue diverse. Non vi è traccia di splatter, né si ricorre a un make up invasivo (il volto della Lavi non viene deformato). Sempre sul versante paranormale si registra il già citato stupro a opera di un'entità fantasma (sarà omaggiato dall'horror The Entity del 1981), elemento ricorrente da Rosemary's Baby (1968) in poi. Viene quindi anticipato Non si Sevizia un Paperino (1972) di Lucio Fulci, in tutta la parte relativa all'odio popolare verso la maga, costretta a subire ogni forma di oltraggio fino a vedersi scagliare contro sassi e minacce di messa a rogo.
Sul versante tecnico sono degne di nota la fotografia in bianco e nero di Carlo Bellero (al suo terzultimo film, dopo una lunga collaborazione con Francesco De Robertis e Domenico Paolella), bravo nei contrasti luce-ombra oltre che nel rendere sinistre le soleggiate ambientazioni lucane, e le aristocratiche musiche di Piero Piccioni.
Dunque una pellicola più votata al drammatico che all'horror, concentrata su valori di stampo storico-sociale piuttosto che commerciale, ma di grande importanza per la genesi del sotto filone esorcistico. Di certo il film sulle possessioni diaboliche più autoriale tra quelli italiani.


Un altro film di particolare interesse, seppur misterioso sia per la sua genesi che per la sua origine, è Sfida al Diavolo (1963) diretto in bianco e nero dallo sconosciuto Giuseppe Veggezzi (l'aiuto è Roberto Sciarretta, che ricomparirà una sola volta, nel 1976, quale operatore di Mario Landi ne Le Impiegate Stradali). Il film, pur avendo come protagonista il mitico Christopher Lee (il quale si esibisce in un lungo e interessante monologo, con un ruolo oscuro che trama dietro le quinte, essendo proprio lui il diavolo), esce con il titolo Katarsis il 9 giugno nel 1963 (data anch'essa sinistra, se si legge con ottica macabra) restando solo per pochi giorni nei cinema. Il motivo sembra riconducibile all'improvvisa morte del produttore, tale Belotti, anch'esso uno sconosciuto che non ha altri film all'attivo. Due anni dopo, probabilmente per la presenza di Lee, il prodotto viene riproposto da Ulderico Sciarretta (attore sconosciuto presente nell'opera, già produttore di Crimine a Due di Romano Ferrara) col titolo con cui oggi lo conosciamo, allo scopo di raggranellare qualche lira. Si tratta di un'opera misteriosa e, dato il soggetto, la si potrebbe anche definire inquietante e adatta a costituire lo spunto di partenza di un romanzo dell'orrore. Il regista è, di fatti, un cineasta sconosciuto; lo studioso e ricercatore Roberto Poppi, nel suo monumentale Dizionario del Cinema Italiano – I Registi, lo definisce “cineasta occasionale di cui non si sa nulla.” La definizione di Poppi non è fuori luogo, di Veggezzi, accreditato Joseph Vegh, non si sa davvero niente; dirige e scrive questo film senza alcun curriculum e senza dar seguito alla professione. La trama è legata agli stilemi gotici e poggia su una premessa iniziale (il dialogo tra un prete e una donna che ha rubato dei documenti scottanti connessi a un intrigo internazionale) sulla quale, per mezzo dello artificio cinematografico del flashback, si innesca la storia delirante che ha condotto un giovane uomo (Piero Vida) a convertirsi alla vita religiosa dopo una vita di baldorie. La prima frazione di film, la meno interessante, è portata avanti con un'atmosfera sospesa tra spy-story e noir brillante (con taglio musicale da serial televisivo americano scanzonato), a poco a poco però si plana dalle parti di quei prodotti legati a soggetti del calibro della novella L'Uomo che Vide il Diavolo di Gaston Leroux, ovvero opere costruite attorno a tre cardini ben definiti: il gruppo di giovani sbandati (dediti all'alcool e alle corse automobilistiche clandestine), la presenza di un vecchio castello disperso nel nulla e la figura del vecchio padrone di casa che ha visto il diavolo e gli ha venduto l'anima, con tutte le conseguenze che ne derivano. Il ritmo è lento (appesantito da circa dieci minuti di balletti e canzoncine con la rotonda Alma de Rio, che chiude qui la carriera interpretando se stessa), la messa in scena è piuttosto classica ma ha dei risvolti dall'innegabile gusto orrorifico pur penalizzati da una sceneggiatura sfilacciata. Il risultato finale, quasi un mediometraggio (la durata è appena settantacinque minuti assai diluiti), non è da sottovalutare. Inevitabile il collegamento con le case del terrore che si trovano nei luna park, dovendo i protagonisti vagare lungo un percorso carico di insidie, seppur alquanto spoglio. Il direttore della fotografia riesce a giocare bene con le luci, a mascherare i limiti del budget e della scenografia ricostruendo un tono onirico strumentale alla lenta caduta nella follia dei giovani. Alla fine, nonostante la scarsezza di mezzi, la fatica di Veggezzi strappa la sufficienza dagli utenti di imdb.com.
Le interpretazioni non sono memorabili. Oltre a Lee, abbiamo Giorgio Ardisson (ruolo isterico e sopra le righe, forse troppo) che poi farà fortuna nello spaghetti western di seconda serie. Musiche di Berto Pisano, con una main theme da musicarello intitolata Ti hanno Visto, cantata da tale Sonia, accreditata quale “stella della canzone argentina” (inutile sottolineare che si tratta di un'altra sconosciuta totale).
Nel complesso è considerato (con una certa generosità) un culto, pur non essendo al livello dei film dei maestri del genere, soprattutto per l'alone misterioso che lo circonda. A mio avviso si tratta di un film diretto da un ghost director che, per ragioni varie, ha rifiutato di riconoscere il prodotto (non mi saprei spiegare la ragione, essendo il tutto sufficientemente quadrato). Peccato, perché si anticipano taluni gotici nostrani, soprattutto quelli di Antonio Margheriti incentrati sulla caccia di tesori o sulla presenza di dame fantasma imprigionate in castelli maledetti. Vedibile.

Il 1963 è l'anno in cui diviene evidente il minimo comun denominatore del nascente horror all'italiana. Il genere aveva mosso i suoi primi passi per scommessa, nel 1957, con I Vampiri di Riccardo Freda, il quale aveva raccolto una sfida prospettatagli da dei produttori con cui poi era entrato in contrasto, lasciando al direttore della fotografia, Mario Bava, il compito di chiudere la pellicola. Il film, pur essendo oggi considerato un capolavoro, non ebbe successo (gli spettatori italiani non reputavano, a priori, i registi connazionali idonei a fare horror) e non dette avvio ad altri epigoni. Solo tre anni dopo con Mario Bava e il suo La Maschera del Demonio (1960), seguito da Il Mulino delle Donne di Pietra (1960) di Giorgio Ferroni, l'horror italico aveva cominciato ad avere presa anche all'estero. I successivi L'Orribile Segreto del Dottor Hichcock (1962) di Riccardo Freda e La Frusta e il Corpo (1963) di Mario Bava avevano poi fatto il resto rendendo evidente il marchio di fabbrica di un sottogenere, poi battezzato Gotico all'Italiana, strettamente legato alla produzione horror marcata Hammer, con alcune strizzatine d'occhio alla factory di Roger Corman e alla Universal. Dunque un cinema de paura connesso a vampiri, streghe e mad doctor, con varianti più o meno legate al romanzo Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, caratterizzate da forti ruoli femminili presentati sotto una luce malevola e morbosa, in quello che potrebbe quasi definirsi un tentativo di trasposizione cinematografica ed erotica dei racconti del terrore di fine ottocento. Così, dal 1963 a fine anni '60, usciranno tutta una serie di horror gotici italiani col fenomeno che andrà a ridimensionarsi attorno al '69, grazie all'avvento di Dario Argento e del thrilling all'italiana. Oltre a Dario Argento però, a segnare il momento decisivo che traccerà un profondo solco tra la vecchia concezione orrorifica e quella che diverrà la nuova strada del cinema horror italiano e internazionale (con due sottofiloni ben definiti), contribuiranno quattro opere statunitensi, tre delle quali fondamentali per l'analisi che stiamo facendo: La Notte dei Morti Viventi (1968) di George A. Romero, Rosemary's Baby (1968) di Roman Polanski, L'Esorcista (1973) di William Friedkin e Il Presagio (1976) di Richard Donner. Si tratta peraltro di film, escludendo quello di Romero, che vedono il coinvolgimento di produttori di un certo peso (Warner Bros, Twentieth Century Fox) i quali iniziano a vedere nel genere horror una fucina da cui raggranellare fiumi di dollari. Vengono difatti stanziati due milioni e mezzo di dollari per il film di Polanski, otto milioni per quello di Friedkin e tre per Donner, contro il budget ridottissimo di George A. Romero (abbondantemente inferiore a mezzo milione di dollari).

Un altro aspetto su cui si inizia a fare attenzione è lo studio sulle vendite dei romanzi. In altre parole ci si è scocciati dei grandi classici e si inizia a curare la trasposizione di romanzi contemporanei di grande successo commerciale. Così Polanski acquista i diritti del romanzo di Ira Levin, uscito appena un anno prima e segnalato quale finalista al Edgar Award, imitato dalla Warner Bros che convince William Peter Blatty, autore de L'Esorcista, romanzo uscito nel 1970 e in grado di distinguersi tra i più clamorosi e irriverenti successi commerciali dell'epoca, a trattarne un adattamento da affidare al regista William Friedkin. Gli ottimi riscontri di pubblico e di critica dei due film appena citati, spingeranno poi la Twentieth Century Fox a fare altrettanto strappando i diritti a David Seltzer, autore del romanzo Il Presagio pubblicato nel 1975, per la realizzazione di un ulteriore horror di stampo demoniaco. Con queste pellicole dunque viene sdoganato l'orrore dalle campagne e dai contesti medievali per farlo giungere nelle grandi città. La quotidianità e il mondo dello sviluppo vengono così messi al cospetto del male puro, tra grattacieli, politici più o meno corrotti e macchine all'ultimo grido. Un'altra grande novità è costituita dall'interesse della critica, la quale, nonostante i temi scottanti, accetta con grande entusiasmo queste pellicole. Rosemary's Baby vince un Oscar (nomination per la sceneggiatura di Polanski) e un Golden Globe (entrambi a Ruth Gordon, migliore attrice non protagonista), oltre a due David di Donatello (miglior regista straniero e migliore attrice straniera) e svariate nomination; sono addirittura due gli Oscar conquistati da L'Esorcista (miglior sceneggiatura non originale a William Peter Blatty e miglior sonoro, con altre otto nomination) oltre a quattro Golden Globe (miglior film, migliore regia, migliore attrice non protagonista a Linda Blair e migliore sceneggiatura) e altri premi minori; persino Il Presagio, pellicola di minori pretese, riesce a stupire vincendo un Oscar (a Jerry Goldsmith, migliore colonna sonora) e ottenendo una nomination sia all'Oscar che ai Golden Globe rispettivamente per la migliore canzone e per il migliore attore debuttante (il pestifero Harvey Stephens, che poi non farà pressoché altro).


Prima di passare ad analizzare nel dettaglio la triade sopra elencata, è bene spendere due parole sull'alone che grava attorno a questi film. Ognuna delle pellicole infatti ha assunto un'aura da film contaminato dal male, a causa di incidenti e strani delitti connessi alla lavorazione o alla post-produzione. Il caso più tremendo è legato alla pellicola di Polanski, il quale, appena terminato di girare il film, si vide trucidare con sedici pugnalate la moglie Sharon Tate (all'ottavo mese di gravidanza) e quattro amici ospitati nella sua abitazione di Beverly Hills. Protagonista della mattanza fu una folle banda, filo satanica, che rispondeva agli ordini di uno psicopatico: Charles Manson. Il movente dell'assassinio fu ricondotto all'odio di Manson nei confronti del proprietario della villa, ovvero il produttore musicale Terry Melcher che aveva rifiutato di scritturare Manson come musicista per la Columbia Productions. Da notare inoltre che all'ingresso del palazzo dove è stato girato il film, il Dakota Building di New York, verrà assassinato, nel 1980, John Lennon, leader proprio di quei Beatles inneggiati da Manson e compagni; i quali scrissero su un muro della casa del massacro, col sangue della Tate, la scritta Helther Skelter in onore alla canzone dei Beatles da cui Manson sosteneva di esser stato ispirato.
Sono invece direttamente legati alla produzione del film gli episodi balzani connessi a L'Esorcista. In primo luogo, la pellicola subì gravi ritardi, con una dilatazione spropositata dei tempi di ripresa. I produttori infatti avevano preventivato di ultimare il tutto in ottantacinque giorni di lavorazione, tempistica disattesa con addirittura duecentoventiquattro giorni effettivi dovuti alle continue rotture dei macchinari e soprattutto a un incendio che distrusse le location interne della casa dell'indemoniata. Si verificarono poi sinistre coincidenze che minarono l'umore della troupe. Vi furono addirittura nove decessi di persone, più o meno, legate al film, tra le quali il fratello di Von Sydow, l'attore irlandese Jack MacGowran, la nonna della Blair, il figlio dell'attore chiamato ad assistere Von Sydow negli esorcismi (schiantatosi con la moto mentre si recava sul set e sopravvissuto dopo svariati giorni di coma), e altre morti di tecnici e addetti ai lavori, senza considerare il grave infortunio patito da Ellen Burstyn, che riportò danni permanenti al collo (a causa della rottura dell'imbracatura che avrebbe dovuto sostenerla in una delle scene finali, sorte che toccò anche alla Blair che si ruppe alcune vertebre). Non di secondaria importanza fu l'isteria collettiva che colpì gli spettatori nelle sale cinematografiche, caduti vittima di convulsioni, svenimenti, vomito, un caso di aborto spontaneo e quattro ricoveri in psichiatria. Gli psichiatri arrivarono al punto di parlare di una nevrosi da cinema per giustificare un complesso di paure che finirono col tormentare una numerosa parte di spettatori del film. William Friedkin, esasperato dagli accadimenti, arrivò a chiamare un vero esorcista per benedire i set. Si narra inoltre che, durante la proiezione del film al cinema Metropolitan di Roma, una croce cadde dal tetto di una chiesa dopo esser stata stroncata da un fulmine, evento quest'ultimo che sarà inserito nel copione de Il Presagio. Casualità o intervento demoniaco? La logica porterebbe a optare per la prima ipotesi, se non fosse che gli eventi clamorosi e nefasti si infittirono nel terzo film della serie ovvero quello di Richard Donner. Durante la lavorazione del film, l'aereo dove viaggiava il protagonista Gregory Peck fu colpito da un fulmine, così come quello su cui, tre giorni dopo, si trovava l'autore del romanzo da cui è tratto il film, cioè David Seltzer.  
Durante la trasferta italiana, a Roma, il produttore Harvey Bernhard fu anch'esso quasi colpito da un fulmine, mentre passeggiava per la città. Un altro caso singolare è costituito dall'esplosione della stazione metropolitana di Londra presso la quale si stava dirigendo la troupe, per non parlare dell'aereo noleggiato da Donner che precipitò il giorno stesso in cui la troupe avrebbe dovuto utilizzarlo per le riprese aeree, andando a schiantarsi sull'auto dove viaggiavano la moglie e il figlio del pilota. Una serie di coincidenze incredibili che sembrano non finire mai. Lo stesso Donner, scampato a un attentato perpetrato dall'IRA ai danni del ristorante dove era solito andare, fu investito da un auto mentre camminava a piedi per le vie di Londra. La catena di eventi maledetti, a leggere i riscontri dell'epoca, è inarrestabile e miete vittime senza guardare in faccia nessuno, o meglio guardando coloro che a vario titolo finiscono coinvolti nel progetto. Al termine del giornata dedicata alla riprese allo zoo, un addetto alla sicurezza fu sbranato dal leone utilizzato per le riprese. L'evento più terrificante, come se non lo fossero quelli appena ricordati, accadde però all'addetto alla supervisione degli effetti speciali, tale John Richardson, ideatore di una delle sequenze più terrificanti del film: la decapitazione di David Warner; ebbene Richardson rimase coinvolto in un sinistro stradale in Belgio, dove morì decapitata la fidanzata che viaggiava in sua compagnia, in una località distante 66,6 km da Liegi così come riportato da un pannello stradale presente sul luogo dello scontro.
Circostanze, casualità o cos'altro? Difficile dire, di certo si tratta di eventi che rendono queste pellicole maledette, non solo per i temi trattati ma soprattutto per gli aneddoti connessi. Peraltro fenomeni del genere accadranno anche durante la realizzazione di altre pellicole legate al paranormale, quali Amityville Horror (1979), Poltergeist – Demoniache Presenze (1982) e Il Corvo (1994). Appare pertanto un filo conduttore che lega certe tipologie di film a certi eventi nefasti, tanto da spingere qualcuno a interpretare il fato come una sorta di ammonimento ben preciso, di natura trascendentale, volto a ostacolare l'uscita di certi prodotti.

Rosemary's Baby – Nastro Rosso a New York esce nel 1968 per volere del regista franco-polacco Roman Polanski il quale, reduce dagli horror Repulsione (1968) e dal parodistico Per Favore, Non Mordermi sul Collo (1967) girato insieme alla moglie Sharon Tate, insiste nel genere adattando per il grande schermo l'omonimo romanzo di Ira Levin.
Si tratta della prima pellicola diretta da Polanski negli Stati Uniti, dopo i precedenti impegni in Polonia, Francia e Inghilterra che comunque gli erano valsi una nomination all'Oscar, quale miglior film straniero, con Il Coltello nell'Acqua (1964).
L'opera è ambiziosa anche se il budget non è altissimo. Il produttore è William Castle, un ex regista di origini ebraiche specializzato in B-movie (La Casa dei Fantasmi del 1959 e I Tredici Fantasmi del 1960, tanto per citarne due), nonché storico assistente di Orson Welles. Castle vorrebbe dirigere il film in prima persona, ma i soci non sono convinti perché temono una deriva di genere. La scelta cade quindi su Polanski e su un lotto di attori di primissimo piano. Per i ruoli di protagonisti si tentano di ingaggiare Jane Fonda e uno tra Jack Nicholson e Robert Redford, alla fine però si “ripiega” su Mia Farrow e John Cassavetes. La Farrow ha appena ventitré anni, ma vanta un curriculum di un certo prestigio. È sposata al celebre cantante Frank Sinatra, dal quale però sta divorziando (si legherà in seguito a Woody Allen), ed è figlia di un regista australiano e di un'attrice irlandese. Inserita nel mondo del cinema fin da quando aveva due anni, si era già distinta nel circuito televisivo e in Cannoni a Batasi (1964), con il quale si era aggiudicata il Golden Globe quale migliore attrice emergente. Più esperto, ma meno qualitativo, è il quarantenne John Cassavetes, un vero e proprio tuttofare (attore, regista, montatore, produttore e sceneggiatore) che aveva toccato l'apice con il war movie Quella Sporca Dozzina (1966) di Robert Aldrich. Ai due vengono affiancati attori di secondo piano, ma dal grande talento. Ruth Gordon, addirittura, si aggiudicherà l'Oscar come migliore attrice non protagonista proprio con Rosemary's Baby; avrà inoltre dei riconoscimenti anche il caratterista Sidney Blackmer (conosciuto per esser l'attore prediletto per l'interpretazione del Presidente Roosevelt, ruolo che interpretò oltre una dozzina di volte), in una delle sue migliori prestazioni alla veneranda età di settantatré anni.
Il copione è ancora legato ai vecchi stilemi connessi ai “patti diabolici” di faustiana memoria, anche se qui sono indiretti. Il personaggio affidato a John Cassavetes, infatti, si accorda all'insaputa della moglie (Farrow) per far ingravidare quest'ultima dal demonio, ottenendo in cambio la garanzia di una grande carriera nel mondo del cinema. A dar man forte all'uomo contribuisce un'insospettabile congrega di satanisti dediti alla stregoneria, costituiti dai vicini condominiali. Questi ultimi sono dei vecchi invadenti che nascondono la loro vera faccia dietro una maschera fatta di premure e gentilezze. La storia viene portata avanti con un ritmo lentissimo, assai più vicino al drammatico che all'horror. La povera sposina finisce con l'essere soffocata dalle attenzioni dei condomini che la costringono a indossare uno strano amuleto e a ingerire delle sostanze che poi si scopriranno essere delle droghe. Sotto l'effetto di questi intrugli magici, la giovane, durante una sorta di sabba, finirà per essere stuprata dal diavolo. A nulla serviranno i tentativi di ribellarsi. Sempre più magra e sofferente (azzeccatissimo il look scelto per la Farrow, qua con i capelli cortissimi e un corpo ai limiti dell'anoressia), la giovane troverà resistenze ovunque, dal marito al dottore che l'ha in cura (è anch'esso d'accordo con il gruppo), al punto da rischiare di finire in clinica psichiatrica. I pochi che cercheranno di aiutarla andranno incontro a tragici incidenti. Inevitabile la resa finale, nel bellissimo epilogo dove emergerà l'amore materno anche al cospetto di quello che è e sarà un mostro. Polanski chiude con un misto di ottimismo e al tempo stesso di pessimismo. “Ha gli occhi di suo padre” sussurrerà il capo della setta alla madre. Il personaggio della Farrow, ormai venuto a conoscenza dei fatti, guarderà all'interno della culla (ovviamente nera) dove vedrà scintillare gli occhi di un gatto eppure, senza scomporsi, inizierà a dondolarla con l'evidente speranza di educare al bene colui che non si potrà domare.
Dunque un horror “aristocratico”, assai lontano dal cinema di genere, ma importantissimo per la sua portata innovativa. Polanski, distillando la tensione, fa leva sulla claustrofobia psicologica di un personaggio incapace di liberarsi da una situazione sempre più asfissiante. L'escamotage dell'elemento soprannaturale è quindi un plus che sta sullo sfondo di una storia molto più realistica di quello che potrebbe sembrare. Rosemary's Baby è la metafora di tutte quelle relazioni sentimentali che nascono sotto i più rosei auspici, ma che si trasformano in veri e propri inferni alimentati dalle interferenze di terzi (suoceri, parenti o vicini) che mettono voce dove non dovrebbero, andando a minare le capacità di autodeterminazione della coppia sempre più in balia dei voleri altrui. Punto di forza è la prova della Farrow, perfetta nel trasmettere la disperazione cieca del suo personaggio. Assai bravi anche tutti gli altri, con la loro ipocrisia celata dai gesti gentili e caritatevoli. Atteggiamenti e situazioni di convivenza vicinale su cui Polanski tornerà, con effetti addirittura più deliranti, in occasione de L'Inquilino del Terzo Piano (1976). Altro valore aggiunto è la ninnananna diabolica composta da Krzysztof Komeda, musicista polacco fedelissimo di Polanski che morirà in un incidente stradale, a soli trentotto anni, l'anno seguente.
L'opera, a ragione, è inserita da molti critici tra i migliori cento film mai realizzati. Polanski tornerà a interessarsi di diavolo e di patti diabolici in occasione de La Nona Porta (1999).

Linda Blair e
Friedkin sul set de L'Esorcista.

Di ben altro stile è L'Esorcista (1973) che William Peter Blatty sceneggia adattando il suo romanzo (a sua volta ispirato a un caso di cronaca avvenuto alla fine degli anni '40 e su cui Blatty si era informato, recuperando materiale dal diario dell'assistente che aveva coadiuvato l'esorcista) al formato cinematografico. La differenza tra film e romanzo è minima ed è ben resa dal regista William Friedkin, reduce dall'ottimo risultato (premio Oscar) ottenuto dal noir Il Braccio Violento della Legge (1971) e fortemente voluto da Blatty, nonostante le resistenze della Warner Bros (voleva Kubrick). Pur dirigendo ottimi polizieschi, quali Vivere e Morire a Los Angeles (1985) e Jade (1995), Friedkin non si confermerà più su certi livelli.
A differenza dell'opera di Polanski, il duo Blatty-Friedkin opta per un horror dal grande impatto emozionale e dai dialoghi volgari e immediati. Non si contano le parolacce, i gesti sacrileghi (Regan che si auto penetra con un crocefisso), lo splatter (tra cui l'inverosimile vomito verde che farà scuola) e le deformazioni facciali, tutti espedienti che segnano la nuova via dell'orrore estremo. Non di secondaria importanza inoltre è il rapporto tra possessione diabolica e disturbi schizofrenici, vero e proprio tormentone del film.
Protagonista è un'adolescente (Linda Blair) che sembra caduta preda di disturbi psichici. Gli specialisti della mente la sottoporranno a ogni tipologia di cura e di esame non riuscendo tuttavia a prestare il soccorso del caso. Determinante sarà l'intervento di un esorcista, il quale farà emergere la vera natura del problema. Curiosamente, ancora una volta (chiaro legame con Rosemary's Baby), abbiamo una coprotagonista che interpreta la parte di un'attrice alla ricerca di fortuna (la madre di Regan, interpretata da Ellen Burstyn), aspetto che suggerisce una critica a un certo ambiente che tende a sottovalutare la famiglia in favore dell'affermazione personale. Al di là di quanto detto, le novità sono molte, in primis abbiamo i fenomeni di poltergeist (letti e oggetti che si muovono da soli) poi viene esaltata la capacità dell'indemoniata di parlare più lingue, di conoscere i segreti delle persone che ha difronte e di assumere la voce di altre defunte.
Dunque una pellicola a tutti gli effetti rivoluzionaria, in grado di dar vita a un vero e proprio sotto filone e di scioccare con una tensione continua e martellante esaltata da una colonna sonora (firmata Mike Oldfield) monotona, ma che alla lunga penetra nelle ossa lasciando atterriti a distanza di anni (il riferimento va a Tubular Bells). Eccellente studio inoltre della fotografia (nomination all'Oscar per Owen Roizman), in virtù di giochi di luce e angolazioni che saranno emulati in seguito. A tal riguardo è da antologia la scena che segna l'arrivo di Max von Sydow nella casa di Regan, tanto da esser riportata persino nella locandina del film.
Non sono di minore importanza le interpretazioni recitative, grazie a un lotto di attori, facendo eccezione per Max von Sydow (indimenticabile ne Il Settimo Sigillo di Bergman, titolo dal sapore apocalittico tra l'altro), da non considerarsi tra le prime scelte di Friedkin. La Burstyn, pur reduce da una nomination all'Oscar ottenuta nel 1972 con L'Ultimo Spettacolo (premio che poi vincerà in seguito), viene ingaggiata dopo i rifiuti di Jane Fonda, Audrey Hepburn e Anne Bancroft. Sorte pressoché analoga per la sconosciuta Linda Blair, appena quattordicenne ma con alle spalle alcune esperienze televisive. La prova della giovane sarà così convincente da strappare una nomination all'Oscar e da essere vista come una possibile grande attrice. Purtroppo la fortuna della Blair si esaurirà presto, a causa di una vita fatta di eccessi, tanto da finire arrestata nel 1977 perché coinvolta in un giro di alcool e droga.
Il film ebbe un successo stratosferico in grado di battere tutti i record di settore, cosa non da poco, in considerazione dei divieti ai minori di diciotto anni e dell'alea da film maledetto che gli fu affibbiata con tanto di ambulanze spesso presenti fuori dai cinema. Fu altresì accolto benissimo dalla critica e fece incetta di premi. Massacrato al momento dell'uscita dalla censura, oltre che bandito in alcuni paesi orientali, a quasi trent'anni dalla sua prima proiezione fu di nuovo proiettato nella sua versione uncut con undici minuti aggiuntivi (tra cui la celebre scena della spider walk), riscuotendo ancora una volta un discreto successo di pubblico e ispirando l'uscita di un ulteriore sequel: L'Esorcista La Genesi, uscito peraltro in duplice copia per le regia di Paul Schrader e Renny Harlin.
Alla luce di quanto detto tutti sono concordi nel considerare L'Esorcista una pietra miliare del genere e soprattutto un film in grado di entrare nelle fantasie dei produttori e dei registi italiani (e spagnoli) che lo rifaranno, come vedremo, decine di volte.


Il Presagio (1976) funge un po' da sintesi tra Rosemary's Baby e L'Esorcista sia per tematiche che per stile. Dal film di Polanski si riprende e si sviluppa il tema del figlio del diavolo, reso addirittura più fantastico perché nell'opera di Donner il bimbo nasce dal ventre di uno sciacallo (lo si scoprirà in una bellissima sequenza ambientata in un cimitero storico di Cerveteri); da Friedkin invece viene mutuata l'atmosfera crescente di orrore senza però spingere troppo sul versante splatter (c'è comunque una decapitazione, oltre al marchio della bestia rappresentato da una concatenazione di sei tatuati sulla nuca del piccolo protagonista, mentre nel caso di Regan compariva la scritta “help me”).
Ancora una volta la fonte è narrativa (David Seltzer), ma lo sviluppo e la struttura del racconto sono più complesse e coprono un arco temporale ben più ampio dei precedenti lavori. Ciò permette di ricorrere a una vasta gamma di ambientazioni e di location, si va dai deserti israeliani, alle invernali scene nella verde Inghilterra, anche se la storia prende le mosse in quel di Roma. È proprio nella capitale italiana che prende avvio il soggetto, chiaramente alle ore 6,00 del 6 giugno (tanto per far subito spuntare la cifra diabolica). Il protagonista, il grande Gregory Peck, è un console degli Stati Uniti in servizio a Roma che attende la nascita del figlio. Quest'ultimo però nasce morto, almeno così sembrerebbe (si scoprirà che è stato ucciso); per non ferire la moglie, il politico viene convinto da alcuni religiosi ad adottare un neonato a cui è morta la madre durante il parto e di cui non si sa niente. Indovinate un po' chi si porta in casa il buon console? La moglie (Lee Remick) non sospetta niente fin quando, dopo qualche anno, non cominceranno ad accadere strani eventi. Intanto la famiglia si è spostata nel Regno Unito dove, una mattina, il politico, promosso ambasciatore, viene avvicinato da un prete che gli rivela la vera natura del figlio. Sulle prime l'uomo non crede all'assurdo racconto, poi, accompagnato da un fotografo (David Warner, proveniente da Cane di Paglia di Sam Peckinpah e celebre per le sue apparizioni in film come Providence di Hitchcock, L'Uomo Venuto dall'Impossibile, Waxwork e il capolavoro assoluto di John Carpenter Il Seme della Follia) inizia a indagare perché le foto scattate da quest'ultimo sembrano nascondere una premonizione circa la tragica fine che faranno i soggetti immortalati.
Seltzer e gli sceneggiatori cercano di dare un certo imprinting al loro racconto attingendo da passaggi biblici. Purtroppo, a parte l'ottima interpretazione che vuole far sorgere l'anticristo dal mare della politica (e da dove altro dovrebbe emergere, del resto...), i riferimenti religiosi lasciano presto il passo all'atmosfera di tensione, con una storia un po' inverosimile che porta il figlio del diavolo a scoprirsi nella sua vera identità con una lunga sequela di morti e suicidi più o meno indotti (la motivazione è quella di impedire la nascita di un fratello per poter così ereditare l'intero patrimonio di famiglia). Bella la presenza dei rottweiler e degli animali presentati come se fossero l'incarnazione del diavolo (fanno davvero paura, Dario Argento si ispirerà qui per la sua scimmietta de La Terza Madre), così come si assiste alla presenza di preti votati al male (spettacolare e tenebrosa la sequenza dell'impalamento con il fulmine che tronca un'asta che cade da un tetto e va a infilzare il religioso che cercava la via della redenzione), baby sitter appartenenti a sette sataniche (grandiosa l'inglese Billie Whitelaw, già vista in Frenzy di Hitchcock, che assume espressioni davvero sataniche nell'immolarsi a difesa del bimbo) e trovate sonore di Jerry Goldsmith geniali e giustamente premiate con l'Oscar (in una scena, al posto dello sfiato di un rottwiler, viene inserita, flebilmente, in modo continuativo la parola antichrist proprio a simulare il fiato dell'animale). Tra le sequenze più belle sono da ricordare il beffardo finale e la lunga progressione di Peck che cerca di portare il figlio in Chiesa mentre questo urla alla vista del crocefisso che svetta sul campanile.
Come L'Esorcista avrà tre seguiti (l'ultimo televisivo), di valore via via inferiore rispetto al primo capitolo. Nel 2006 uscirà persino un inutile remake (identico quasi in tutto e per tutto) per sfruttare la ricorrenza del sei giugno del 2006 (trovata commerciale niente male).

Questa dunque la situazione che viene a delinearsi per il nuovo horror. Da una parte il filone legato attorno alla figura degli zombi, dall'altra quello gravitante sulla figura del diavolo e più specificatamente sulle possessioni diaboliche. Ecco allora che i nostri produttori, sempre alla ricerca di incassi facili, pensano bene di sfruttare il movimento dando il via a una lunga serie di pellicole di imitazione. Il primo dei tre film a essere saccheggiato non può che essere Rosemary's Baby, uscito ben cinque anni prima rispetto all'opera di Friedkin. L'opera di Polanski funge più da ispirazione ai registi italiani che riprendono soprattutto la tematiche della setta satanica intenta a commettere delitti, piuttosto che a ricostruire il clima claustrofobico tipico del film di riferimento. Ne è un esempio l'eccellente Tutti i Colori del Buio (1971), diretto dal giovanissimo e promettente Sergio Martino, con un cast che vede impegnati George Hilton, Edvige Fenech, Ivan Rassimov, Nieves Navarro, Domenique Boschero e Marina Malfatti (cast di attrici di rara bellezza)...

Prosegue... testo a cura di Matteo Mancini.