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domenica 22 giugno 2014

Festival di LA SERRA del 27 giugno 2014 + Recensione cinematografica: IL DIABOLICO DOTTOR SATANA - Gritos en la Noche (Regia di Jess Franco)





Regia e Sceneggiatura: Jess Franco.
Produttore: Sergio Newman e Marius Losoeur (Francia-Spagna)
Anno: 1963.
Interpreti principali: Howard Vernon, Conrado San Martin, Diana Lorys, Ricardo Valle,
Colonna Sonora: José Pagàn, Antonio Ramirez Angel.
Durata: 82 min.
Giudizio Mancini: ***1/2

Commento di Matteo Mancini
Antipasto in vista del Festival de LA SERRA, località sita in provincia di Pisa nei pressi di San Miniato, che si terrà venerdì e sabato prossimi venturi e che sarà dedicato a due registi culto come DARIO ARGENTO e JESS FRANCO. Nella serata di venerdì girandola di ospiti niente male, tra i quali ho l'onore di figurare anche io grazie all'invito dell'amico IVO GAZZARRINI (sceneggiatore di vari lungometraggi firmati IVAN ZUCCON e distribuiti sul mercato anglo-americano), con la scrittrice di gialli Mondadori CRISTIANA ASTORI, lo sceneggiatore ANTONIO TENTORI (tra l'altro fresco autore della sceneggiatura di Dracula 3D diretto da Dario Argento) e l'esperto cinefilo nonché regista e montatore PIERPAOLO DAINELLI che tutti gli appassionati ricorderanno per le sue splendide presentazioni lancio dei film proiettati nella rassegna I B-MOVIE DI TVR, storica emittente fiorentina. Potrebbe inoltre esserci una sorpresa da mille e una notte, SERGIO STIVALETTI (numero uno a livello nazionale, ma anche internazionale, per quel che riguarda il reparto effetti speciali e make up) infatti potrebbe essere presente alla manifestazione proprio venerdì. Nel corso delle serate saranno proiettati molteplici film di entrambi i registi, per Jess Franco l'orientamento dovrebbe essere costituito dal seguente lotto: Vampyros Lesbos, She Killed in Ecstasy, Paroxismus e Erotikiller - La Comtesse Noire,  riservista Il Conte Dracula (pellicola girata a TIRRENIA).

Prima però di analizzare e vedere questi film, gli ospiti e il sottoscritto parleranno della figura di Jess Franco, regista madrileno morto a Malaga qualche anno fa e insignito del Goya alla carriera dopo anni di critiche e censure. Regista fertilissimo, in virtù di oltre duecento film girati in una carriera cinquantennale, collaboratore di Orson Welles, con cui tentò di portare in scena il Don Chisciotte di Cervantes (pellicola mai conclusa) e infine maestro dell'horror caratterizzato da una forte impronta erotica. Personalmente lo ricordo anche come pioniere dello spaghetti western, in qualità di co-sceneggiatore di Joaquìn Romero Marchent e del mitico José Mallorquì, con Il Coyote (1954) e La Giustizia del Coyote (1954) poi seguiti da Zorro il Vendicatore (1961). Simpaticissimo, perseguitato dal Vaticano che riteneva blasfemi i suoi film e dal regime fascista ispanico che lo odiava per altri motivi (costringendolo, di fatto, a fare il globe trotter), fervente anarchico (atteggiamento caratteriale che lo portò ad allontanarsi da Towers, il produttore con cui fece i suoi migliori film grazie a buoni budget), esperto di musica Jazz e soprattutto umile al punto da sostenere di non amare nessuno dei suoi film, il cinema di Jess Franco si sintetizza in una frase dallo stesso riferita al presentatore livornese Ruffini: "Io penso che l'erotismo, l'espressionismo e l'onirismo vadano insieme meravigliosamente." Jess Franco è stato poi un grande conoscitore di narrativa fantastica e non solo di questa. Due, in particolare, gli scrittori più volte chiamati in causa dalla produzione del regista: SAX ROHMER (da cui ha estrepolato entrambi i personaggi più importanti dello scrittore anglo-irlandese ovvero Fu Manchu e Sumuru) e il MARCHESE DE SADE.
Sul punto sarà certamente d'aiuto un'altra scrittrice: la piemontese CRISTIANA ASTORI, che sicueramente parlerà dei suoi due gioiellini ispirati proprio alle figure di Jess Franco e Soledad Miranda (cioè l'attrice musa del regista, insieme alla moglie Lina Romay) nonché a Dario Argento. Sto parlando, chiaramente, dei due romanzi pubblicati circa un paio di anni fa sulla collana Mondadori intitolati Tutto quel Nero e Tutto quel Rosso.

A inizio articolo ho parlato di antipasto e allora spazio al vassoio contentente la prima prelibatezza che, di fatto, da avvio alla produzione del nostro. Gritos en la Noche ovvero Urla nella Notte, distribuito in Italia con il poco appropriato Il Diabolico Dottor Satana, è il film con cui Jess Franco approda al cinema fantastico dopo aver già diretto quattro pellicole sospese tra commedia e musicarello.
Franco scrive e dirige la pellicola tra il 1961 e il 1962 dando vita a uno dei primi importanti horror dell'Europa continentale. In questo Franco viene preceduto dal nostro Riccardo Freda, il quale con I Vampiri (1956) e L'Orribile Segreto del Dr. Hichcock (1962) aveva dato avvio a un filone, quello dell'horror gotico, e da Mario Bava che aveva impressionato tutti con La Maschera del Demonio (1960) interpretato dall'irlandese Barbara Steele (la dark lady per eccelenza). Di lì a poco irromperà poi un altro grande ovvero Antonio Margheriti che debutterà nel genere, firmandosi Anthony Matthews (in seguito adotterà lo pseudonimo Anthony Dawson) con Danza Macabra (1963).

Torniamo però alla pellicola, una piccola co-produzione franco-ispanica che segue la scia tracciata da Freda e Bava senza subire troppo sotto il profilo qualitativo. Franco, anche a causa dell'anno di lavorazione, gira in bianco e nero strizzando un occhiolino a Murnau (il riferimento va a Nosferatu), ma al contempo dando origine a una sceneggiatura moderna e coraggiosa per l'epoca. Siamo infatti alle prese con un horror che plasma vari sottogeneri, dando vita a un prodotto interessante. Franco attinge sia da Dracula che da Frankenstein e addiruttura da Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. E' proprio Stevenson l'autore a cui il regista sembra ispirarsi maggiormente. La storia infatti ha una costruzione da poliziesco/thriller, con un poliziotto (Conrado San Martin, lo ritroveremo in alcuni spaghetti western come All'Ombra di una Colt) che indaga sua una serie di donne scomparse. Protagonista dei rapimenti è un mad doctor, il dottor Orlof, interpretato dal glaciale svizzero Howard Vernon (il quale diventerà un attore feticcio del regista), che agisce coadiuvato da un gigante (Ricardo Valle) affetto da una lesione al cervello (è persino cieco) e che è una via di mezzo tra Dracula (infatti morde al collo le vittime) e Frankenstein (il volto è deturpato e le movenze sono impacciate). Quest'ultimo, tra l'altro, si scoprirà essere un ex assassino dichiarato morto dal professore, il quale lo ha invece soggiogato al suo volere per sfruttarne la forza. Il movente degli omicidi ha una connaturazione fantascientifica ispirata (si potrebbe dire copiata) piuttosto marcatamente dalla pellicola francese Occhi senza Volto (1960) di Georges Franju. Il Dottor Orlof, infatti, uccide le ragazze per prelevare la pelle necessaria a ricostruire il volto della figlia (Diana Lorys) rimasta sfigurata nel corso di un esperimento scientifico. La follia dell'uomo lo porterà a praticare incisioni (non mostrate nella versione da me visionata) a prigioniere ancora in vita, tenute legate a delle catene nelle segrete di una sorta di magione gotica. Lo script è molto quadrato, rispetto ad altri del regista, così come la regia è piuttosto convenzionale, con Franco che sembra voler richiamare alla memoria l'espressionismo tedesco (peraltro riuscendoci con alcune sequenze tese) nel tentativo di unirlo al nascente horror gotico italiano. Ne deriva un'ambientazione da primi del novecento, dove al posto delle auto ci sono carrozze trainate da cavalli, castelli, cripte e via dicendo.

L'erotismo è ancora assente e si sostanzia solo in alcuni atteggiamenti galanti di Vernon, il quale seduce ad arte le giovani prede con l'intento di usarle per i suoi biechi esperimenti. E' invece già presente quell'alone malinconico che accompagnerà buona parte della produzione di Jess Franco. Sia lo psicopatico di turno che il suo assistente sono personaggi tristi, quasi abbandonati al loro destino. Il primo cerca di ricostruire ciò che ha perduto costruendosi un sogno che non può far altro che tramutarsi in un incubo (arriva persino a uccidere la compagna); l'altro vaga come un automa fino a ribellarsi al suo padrone, quando troverà il cadavere dell'unica donna che lo ha trattato con amore, cercherà infine di portare in salvo la figlia di Orlof ma sarà abbattuto dalla polizia che invece pensa stia per compiere un altro omicidio. Momenti embrionali di poetica macabra di Franco, che poi da spazio all'intreccio poliziesco. A quest'ultimo riguardo Franco piazza una simpaticissima sequenza, piuttosto comica, con San Martin costretto a vedersela con un gruppo di testimoni convinti della propria idea circa il profilo fisico dell'assassino. Il problema è che i vari commenti sono spesso l'uno contrastante con l'altro, con l'addetto alla stesura dell'identikit costretto a modificare di continuo lo schizzo. Emerge inoltre una vaga vena sarcastica del regista, che meleggia la polizia facendo risolvere il caso grazie all'intervento di un ubriacone accanito di vino e alla fidanzata (sempre la Lorys che interpreta due ruoli) del protagonista, una curiosa che si mette a indagare per conto proprio fino a farsi rapire dal ricercato e a cui il poliziotto a fine film dirà: "Sei il miglior poliziotto che ci potrebbe essere..."

Come ho detto il titolo italiano, piuttosto furbo, è poco appropriato ed è ben diverso da quello originale. Il riferimento al Satana è connesso alla dichiarazione di un testimone che descriverà il rapitore seriale come "un uomo con gli occhi di Satana". La scelta invece de "Il Diabolico Dottore" vuole invece essere un omaggio a un regista amatissimo da Franco, ovvero Fritz Lang, il quale nel 1960 aveva girato Il Diabolico Dottor Mabuse.

Jess Franco sarà così legato al soggetto da riproporlo più volte e con risultati buoni come nel caso de I Violentatori della Notte (1988), horror in cui spingerà il piede sul versante dello splatter mettendo in scena forse il miglior cast artistico di tutta la sua produzione.

Dunque un inizio promettente che spianerà la strada a Jess Franco nel genere, dapprima con l'horror hitchcockiano Miss Muerte (1965), poi con la spy-story Le Carte Scoperte (1965), entrambi cosceneggiati con Jean-Claude Carrière, fino ad arrivare a sposare l'horror all'erotico a partire da Necronomicon (1966), titolo lovecraftiano ma poi sviluppato in modo assai personale, opera che lo porterà a legarsi al produttore inglese Harry Allan Towers con The Blood of Fu Manchu (1967).

Vi aspetto il 27 prossimo a La Serra: non mancate.

giovedì 19 giugno 2014

LE FIGLIE DI DANAO (Las Hijas de Danao) di FRAN KAPILLA


Regia e Sceneggiatura: Fran Kapilla.
Anno di uscita: 2013/14.

Produzione: Antonio Cabrera, Escarlata Godiri, José Ramon Barcelò e Benito Gonzàlez.
Fotografia: Salvador Blanco e Jorge Sacristan.
Interpreti principali: Paco Roma, Fran Millàn, Beatriz Rico, Susanna Pauw, Mònica Aragòn, Antonio Montiel e Erica Prior.
Genere: Thriller/Noir.

Testo di Matteo Mancini

Gradito ospite internazionale sulla pagine del mio blog, lo spagnolo Fran Kapilla debutta nel mondo del cinema con questo Las Hijas de Danao, primo lungometraggio dopo una breve esperienza di filmaker di cortometraggi intrapresa nel 2010 con la trilogia del Muro de Berlin, finanziata dal Consolato tedesco e proiettata oltre i confini iberici.
E' l'amico Davide Melini, con il quale Kapilla collaborerà in occasione del corto Deep Shock affidato alle abili mani del romano, ad avermi segnalato il regista. Appassionato di cinema di genere, lo spagnolo di origini di Malaga propone un thriller dal retrogusto noir con ambientazione teatrale e interamente prodotto da spagnoli (Cabrera-Godiri-Barcelò-Gonzàlez). L'opera è stata girata nel 2012 in Spagna (Malaga) e in Francia (Parigi), con sequenze ambientate all'Ópera de París,all'Avenida Champs Elysees, al Sacre Cor e a Montmartre.

La sceneggiatura, dello stesso Kapilla, ricorda un po' il soggetto base di Opera di Dario Argento, quanto meno per l'idea iniziale che vede il soprano principale subire una minaccia anonima da un pazzo. Il fatto innesca subito le indagini di due distinti detective che cercheranno di risolvere l'intrigo. Preciso subito che lo sviluppo del soggetto segue tracciati ben più vicini al poliziesco piuttosto che all'horror, ciò che comunque non manca è l'azione e la tensione.

Il budget sembra non essere affatto male, quanto meno dalla visione del trailer, si notano scenari sfarzosi, inoltre Kapilla ha inserito nella pellicola qualcosa come quarantadue musicisti, varie orchestre, tenori e direttori d'orchestra oltre a fare eseguire l’opera di Antonio Salieri (secolo XVIII). Dunque un grande dispendio di risorse che di certo impreziosiranno il lavoro finale.

Del resto non è un mistero il fatto che il film abbia ottenuto un grande successo al Festival del Cinema di Malaga nel 2013, dove però Kapilla giocava in casa, e all'“Academia de las Artes y Cine Español”. Il buon esito ha dunque convinto i distributori a far uscire la pellicola anche in Francia, dove uscirà in quel di Parigi a fine estate.

Un cenno sul cast artistico dove figurano nomi che ritroveremo nel corto dell'amico Davide Melini, mi riferisco al protagonista del film, l'emergente Paco Roma, e a Erica Prior, quest'ultima nota per essere la protagonista dell'horror Second Name (2002) di Paco Plaza. Presente inoltre un altro nome illustrissimo come il pittore Antonio Montiel (non poteva che interpretare un Direttore d'Orchestra), celebre per i suoi ritratti a personaggi quali Fidel Castro, la Regina d'Inghilterra, i Re di Spagna e alcuni Presidenti degli Stati Uniti e qua in veste di guest star in una delle sue rarissime apparizioni cinematografiche (un regalo di cui andare fieri per il regista). Gli altri attori sono un mix di giovani promesse e di professionisti provenienti dal circuito televisivo.

Dunque un prodotto da tenere d'occhio che si spera possa giungere anche nella nostra penisola, anche perché, voci di corridoio, vorrebbero Fran Kapilla prossimo a girare un lungometraggio in Italia, un'opera che potrebbe veder coinvolto anche l'amico Davide Melini. Naturalmente il sottoscritto resterà sulla porta in attesa che quest'ultima eventualità possa concretizzarsi.


Qua il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=WZPk386Bnvo

Per ulteriori informazioni: www.lashijasdedanao.com / www.frankapilla.com

mercoledì 18 giugno 2014

Recensione Narrativa: LE BELLE E I MOSTRI di Paul Carter (alias Gualberto Titta)


Autore: Paul Carter (pseudonimo di Gualberto Titta).
Genere: Sci-Fi/Horror
Collana: I Racconti di Dracula.
Numero: 22.
Anno: 1961.
Editore: Edizioni Wamp.
Pagine: 130.


Commento di Matteo Mancini
Romanzo da collezionisti inserito nella prima edizione della storica collana de I Racconti di Dracula, celebre negli anni 60 e 70 per aver lanciato, unicamente alla parallela KKK - Classici dell'Orrore, molti autori italiani celati sotto pseudonimi inglesi. 

Il romanzo in questione, riproposto nel dicembre del 2011 dallo studioso Sergio Bissoli in una trilogia raccolta dalla Dagon Press intitolata I Racconti di Dracula Volume Terzo, è considerato una delle migliori opere di Paul Carter o meglio Gualberto Titta.

Scrittore pugliese classe 1906, Titta è stato un vero e proprio tutto fare. Professore di mestiere e scrittore per passione, scrive Bissoli in una presentazione a lui dedicata, con all'attivo oltre cento romanzi spalmati un po' in tutti i generi senza disdegnare la poesia, i fotoromanzi e le opere teatrali. Del resto è stato proprio dal teatro da cui Titta ha preso le mosse, dapprima come attore e poi come adattatore di opere letterarie e autore di testi tutti suoi con una certa predilezione per il cappa e spada. Figlio d'arte, il padre era titolare di una Compagnia d'arte drammatica, è altresì apparso, come comparsa, al cinema in film quali Totò Cerca Casa, I Giganti della Tessaglia (1960) di Riccardo Freda e Quando Dico che ti Amo (1967).

Seppur tradotto all'estero, il nome di Titta è tutt'oggi semisconosciuto in Italia, complice l'abitudine dell'autore di trincerarsi dietro una vera e propria selva di pseudonimi spesso legati alle ambientazioni esotiche dei suoi romanzi, che non ambientava mai in Italia. 

Le Belle e i Mostri viene definito da Bissoli "un uragano di situazioni inaspettate, di colpi di scena che si susseguono come una scarica di adrenalina sul lettore, travolto fin dalle prime pagine dagli sviluppi della vicenda." In realtà, a mio avviso, l'entusiasmo del qualificatissimo (e da me apprezzato) Bissoli  è forse un po' troppo gonfiato. Carter/Titta si rivela un eccellente narratore, capace di piazzare delle fiammate di tensione da narratore provetto e soprattutto di miscelare l'orrore con delle punte di ironia e di macabro sarcasmo difficilmente emulabili. Ciò nonostante si rivela poco abile nel mantenere un ritmo elevato, perdendosi troppo nella caratterizzazione dei personaggi e nella serie di intrecci amorosi che si susseguono nel corso d'opera, tra amori impossibili e altri caratterizzati dal proverbiale "vorrei ma non posso". A questo si aggiunge un soggetto poco originale, incentrato sulla canonica figura del mad doctor e su tematiche legate al celebre L'Isola del Dottor Moreau di Herbert G. Wells. Il fulcro della vicenda infatti ruota attorno a due scienziati che intendono creare un improbabile ibrido frutto dell'unione tra il mondo vegetale e quello umano, allo scopo di dar vita a un essere vivente in grado di trarre direttamente dalla terra l'elemento di sopravvivenza. Il movente è alquanto forzato, perché non vedo la ragione di dar vita a una creatura del genere ma Titta passa sopra all'eccezione giustificandola come un tentativo dei due (caratterizzati, chiaramente, con le canoniche personalità affette da deliri di onnipotenza) di vincere la morte a cui sarà destinata la razza umana nel lunghissimo termine. Ne derivano scomparse ed esperimenti, con indigeni e uomini del posto costretti a subire dolorose metamorfosi fisiche, anche se si scoprirà il tutto solo verso la fine. "Siamo pervenuti a creare un essere vivente che accoppierà la forza pensante dell'uomo d'oggi con l'aspetto e l'organismo proprio del mondo vegetale..." affermeranno i due scienziati nel delirante finale dove dovranno vedersela con lo sceriffo e un gruppo di europei giunti in loco per ragioni di studio.

La storia è piuttosto stanziale anche se a fare da sfondo ai fatti ci sono le bellissime scenografie australiane con Titta che ironizza giustificando così le scomparse degli indigeni: "Mi sembra un tantino assurdo cercare di trovare gli indigeni che cento cause possono aver cancellato dalla faccia della terra... Nemici personali... Incidenti di caccia... il mare... i pantani... i serpenti... i topi selvatici... i dingo. Evvia! Come se difettassero in Australia i mezzi naturali per sopprimere qualcuno!"

E' proprio la verve ironica a salvare il romanzo dalla noia, Titta regala alcuni passaggi esilaranti e divertenti come pochi altri. Bellissimo il capitolo iniziale dove mette in scena il naufragio di un cargo mercantile, filtrandolo dagli occhi e dai pensieri di un marinaio. Riporto, a tal riguardo, lo stralcio più divertente: "Roba da morire dal ridere! Invece, si sarebbe morti senza ridere affatto; ecco tutto. E il bastimento, gloriosa carcassa di ferraccio roso che aveva visto ben due guerre mondiali, avrebbe finalmente riposato sui fondali di duemila e passa metri di profondità col suo carico... E per i dieci uomini dell'equipaggio? La speranza. Ma una simile cambiale, senza l'avallo di una sfacciatissima fortuna, sarebbe stata protestata immancabilmente dalla banca della Triste Signora... 
Qualcosa lo urtò alle spalle; si girò. Una porta; la spessa e larga porta della sentina, tanto larga quanto lunga, galleggiava presso di lui. Vi si aggrappò... E rise, mentalmente ma rise. La porta della sentina, del gabinetto, della cloaca di bordo, alla quale il mare non era riuscito a togliere il puzzo trentennale dello sterco di generazioni di naviganti; ecco in quale modo la speranza di salvarsi si presentava a lui... La porta della latrina! Si, proprio da morir dal ridere!"

Non meno interessanti sono certe caratterizzazioni femminili con Titta che esprime un certo giudizio frizzantino sul gentil sesso che in questa opera ha un ruolo piuttosto forte, seppur sensuale. Ecco come ci presenta la protagonista della vicenda, instaurando un dialogo tra la stessa e lo zio: "Eh, non la conoscete! E' una testolina che quel che vuole, vuole! Guai a chi ci capita! Compiango l'uomo che si innamorerà di lei..."
Ecco che, punta nel vivo, la giovane risponde cercando di ribaltare la questione: "Perché, zio? Potrebbe darsi che anch'io mi innamorassi di lui: e allora?"
Titta a questo punto spara tutta la sua comicità dal retrogusto albionico: "Allora, cara, il mio compianto diventerebbe addirittura universale... Le presento mia nipote Barbara; una volontà da teutone in un involucro britannico."
Sempre sul punto è molto bello un altro passaggio che evidenzia il pensiero ironico dell'autore sul gentil sesso: "Cade in un grave errore il marito che voglia trasformare la propria moglie, creare in lei una volontà di sottomissione. Una donna deve poter dire «Faccio quello che voglio», perché sentendo tutto intero il peso delle responsabilità dei propri atti sia freanata a compierne dei... pericolosi."

Segnalo infine un altro passaggio che mi ha fatto troppo divertire. Uno dei protagonisti porta fuori da una casa andata a fuoco una giovane donna svenuta. Così l'uomo spiega alla poveretta quanto fatto non appena la stessa riprende conoscenza: "Se vi ho portata qui è perché vi ho trovata con indosso solo la vostra pelle, e in simili condizioni non vi potevo depositare nel soggiorno dove, oltre il dottor Murphy, quel tale Gilbert, Seymoor e i suoi uomini, avremmo dato spettacolo delle vostre grazie, e permettete che lo aggiunga, spettacolo d'eccezione, a tutta la vostra servità indigena. Cosa che, senza dubbio, non avreste gradito." Esilarante la risposta della giovane che supera i corteggiamenti impliciti del soccorritore con una simpatia travolgente: "Capisco. A un'edizione popolare ne avete preferita una privata..."

Dunque in conclusione siamo alle prese con una storia di fantascienza con venature horror e al contempo da romanzo rosa (Titta presta troppa cura alle relazioni amorose, curando soprattutto gli aspetti psicologici dei personaggi), ma che deve la propria forza alla vena ironica e sarcastica dell'autore. Le parti dominate dalla tensione sono poche, meglio la prima parte che la seconda. Troppo a corrente alternata, non mi pare eccelso ma Titta, quando vuole, sa scrivere assai bene e sa divertire con il suo umorismo british.

SPAGHETTI WESTERN Volume 2 - La Proliferazione del Genere (anno 1967) di Matteo Mancini


"QUELLA CHE POTREBBE DIVENTARE LA TRILOGIA PIU' ESAUSTIVA SUL WESTERN ALL'ITALIANA" (Ciak, ottobre 2012).

Così scriveva la rivista CIAK, uscita in edicola nel lontano ottobre 2012, in riferimento al primo volume della mini saga acquistato persino in SPAGNA e STATI UNITI (nonostante non tradotto in lingue diverse dall'italiano). Orbene, comunico ufficialmente l'uscita del secondo volume.

260 pagine circa, ottanta spaghetti western analizzati (praticamente tutti quelli usciti nel 1967 oltre a una scheda su tutti i western di FRANCO & CICCIO), il tutto preceduto dalla prefazione del californiano TOM BETTS, che ho l'onore di ospitare in un mio volume, e da una breve analisi sull'approdo dei nostri western nel nuovo continente e sull'iniziale atteggiamento ostruzionistico della critica locale e straniera.

Aneddotiì; Citazioni; Panoramiche sulle carriere di registi, attori, produttori, personale dei cast tecnici; Giudizi comparati tra critica di settore (Bruschini, Betts, Aguilar, Giusti, Lupi e altri), "critica generica" (Morandini, Farinotti), blogger italiani ed esteri e siti specializzati.

Il volume è disponibile sulle librerie internet e nelle migliori librerie di Italia al prezzo di 16,00 euro.

Chiudo con la citazione estrapolata da quello che ho considerato il miglior western dell'annata: FACCIA A FACCIA, di Sergio Sollima.

"LA GENTE PARLERA' MOLTO DI COME SIAMO STATI CAVALLERESCHI CON LE DONNE E POCO DI QUELLO CHE ABBIAMO RUBATO: E' COSI' CHE NASCONO LE LEGGENDE".

lunedì 26 maggio 2014

Spaghetti Western vol.2 di Matteo Mancini e altre novità


Eccomi qua, tra una recensione e l'altra, a parlare un po' anche della mia produzione "letteraria" e di altre novita che mi riguardano.

La prima notiziia, attesa da molti appassionati di western rimasti favorevolmente impressionati dal mio SPAGHETTI WESTERN VOL.1, è che è ormai prossimo a uscire sul mercato SPAGHETTI WESTERN VOL.2 di cui sopra vedete la copertina.
Il volume sarà interamente dedicato all'anno 1967, con circa 80 western italiani analizzati sullo stile del primo volume, quindi con giudizi comparati attingendo a pareri di critici generici, di specialisti e dei blogger internazionali. 
Il testo si apre con un terno di capitoli dedicati al freddo arrivo dei nostri western negli Stati Uniti, con atteggiamento di ostracismo di critici e registi locali convinti di essere gli unici detentori assoluti del genere. Si prosegue col becero atteggiamento dei critici italiani, sempre pronti a gufare e a sperare sul collasso del c.d. cinema bis, per chiudere con un'analisi dei primi effetti dello spaghetti western sul cinema mondiale tanto da influenzare l'atteggiamento dei produttori d'oltreoceano che si dimostreranno gli unici in grado di capire la potenzialità del movimento al punto da dar avvio al c.d. revisionismo western americano.
Gli altri capitoli saranno dedicati ai film dell'annata, con due sezioni speciali: una dedicata alle parodie di FRANCO & INGRASSIA e l'altra alle PISTOLERE del western all'italiana ovvero ai western con protagonista le donne (da qui si evince l'omaggio in copertina alla Machiavelli).
Il volume è più conciso rispetto al primo, non si superano le 300 pagine, e sarà disponibile a un prezzo leggermente più contenuto (dovrebbe essere in vendita a 16 euro in luogo dei 18 del primo).
L'editore è ancora IL FOGLIO LETTERARIO di Piombino, mentre in prefazione ho un graditissimo ospite internazionale: il californiano TOM BETTS, che ha accettato con entusiasmo di donarmi un suo breve intervento iniziale che introdurrà al lettore il contenuto del testo. A tal riguardo, visto anche l'inizio del volume incentrato sull'arrivo dei western italiani negli States, ho omaggiato l'evento con una copertina a stelle strisce in cui compaiono attori apparentemente secondari, ma di vitale importanza per il genere (peraltro rappresentati cinque nazioni diverse). Su tutti campeggia NICOLETTA MACHIAVELLI, una delle mie cinque attrici preferite dell'epoca, peraltro residente proprio negli Stati Uniti (a titolo informativo le altre quattro sono Soledad Miranda, Caroline Munro, Claudia Cardinale e Nieves Navarro, quest'ultima sto cercando il modo di farla apparire al centro della copertina del terzo volume insieme a Gianni Garko...).
Se non ho capito male, il libro sarà disponibile entro qualche settimana in esclusiva e in uscita anticipata solo sul sito dell'editore e nelle mostre o fiere dallo stesso coperte. Uscirà invece sul circuito distributivo nazionale (quindi amazon, ibs, etc) e nelle maggiori librerie d'Italia solo da Settembre.
Vi anticipo poi di aver già quasi ultimato il terzo volume, che uscirà tuttavia nel 2015 inoltrato.

Seconda notizia. Sto per iniziare a stendere tre capitoli, dedicati sempre al mondo, del cinema su invito del vecchio amico di penna nonché regista (anche per conto della RAI) LUCA GUARDABASCIO, che saranno inseriti in un volume intitolato "RELIGIONE ALL'ITALIANA - Preti, Santi, Papi, Eretici e Religiosi nel cinema del BelPaese" che al 99% sarà edito dalle EDIZIONI PAOLINE. Si tratta di un'opera collettiva che avrà comunque come elementi di maggior riferimento i salernitani Guardabascio (originario di Polla) e Don Marcello Stanzione parroco nel comune di Campagna e autore di oltre 100 libri alcuni dei quali pubblicati con Mondadori. Dunque una richiesta di collaborazione a cui sono ben felice di rispondere.
Curerò le sezioni, un po' blasfemette, relative al Tonaca Movie, all'Horror religioso (quindi filone esorcistico) e alle relative parodie (su tutti L'Esorciccio di Ciccio Ingrassia).

Terza notizia. Se la collaborazione con il duo Guardabascio-Stanzione è certa, è ancora da definire quella col regista indipendente, nonché storico collaboratore della rivista NOCTURNO, ROGER FRATTER, il quale sta meditando di dare alle stampe la sceneggiatura del suo primo film, un horror erotico sullo stile di Jess Franco: SETE DA VAMPIRA. Non è ancora ben chiaro l'eventuale mio coinvolgimento nel progetto (non è da escludere un ritorno alla narrativa), ma staremo a vedere. Anche in questo caso parteciperei più che volentieri.

Quarta notizia. Il 27 giugno prossimo venturo sarò presente, in veste di invitato, al FESTIVAL "LA SERRA TREMA", che si terrà a La Serra nei pressi di SAN MINIATO (PI), presumo in orario serale. La presenza del sottoscritto è legata a una rassegna sul cinema di JESS FRANCO, organizzata dall'amico IVO GAZZARRINI (coatuore, insieme a Gordiano Lupi, del volume BRUNO MATTEI - L'ULTIMO ARTIGIANO, a cui ho partecipato in veste di collaboratore). Oltre alla proiezione dei film, si parlerà a lungo del regista spagnolo e per farlo, oltre al sottoscritto, sono stati invitati dei veri e propri mostri sacri sull'argomento ovvero il mitico PIER PAOLO DAINELLI (storico presentatore dei B-Movie di TVR, una vera istituzione su Jess Franco, ma non solo....), la scrittrice giallista, nonché traduttrice dei romanzi di Jeffrey Deaver, CRISTIANA ASTORI (fan scatenata dell'attrice SOLEDAD MIRANDA, musa ispiratrice del cinema di Jess Franco, al punto da averle dedicato il romanzo "Tutto quel Nero"  pubblicato dalla Mondadori), lo sceneggiatore (tra gli altri dell'ultimo film di Dario Argento) ANTONIO TENTORI. Dovrebbe essere inoltre presente il grande SERGIO STIVALETTI (che non ha bisogno di presentazioni), oltre a ulteriori nomi di lusso.
Ci tengo a precisare che l'ingresso sarà gratuito, dunque una ragione in più per non mancare.

Quinta notizia. Il cortometraggio sperimentale intitolato Z3D, da me scritto (e ahimè interpretato e pure diretto), è quasi in post produzione e rischia seriamente di trasformarsi in mediometraggio. Il lavoro non è venuto male (è un horror volutamente trash che gioca di continuo sulla componente metacinematografica con tanto di triplo finale), soprattutto se si considera le lacune in chiave registica del sottoscritto, a mio avviso ci sono delle sequenze venute bene. Purtroppo ha dei problemi di "disomogeneità" nello sviluppo della storia, ma è talmente folle e citazionista che credo regalerà più di un sorriso. Adesso bisognerà vedere la resa della computer grafica nell'animazione degli insetti, i trucchi di scena con lattice e succo di mirtillo sono venuti bene.

Restate sintonizzati per ulteriori novità, a presto invece per nuove recensioni... Quasi pronta la recensione di un romanzo dell'italianissimo PAUL CARTER, al secolo Gualberto Titta.

mercoledì 30 aprile 2014

IL FACHIRO DI ATLANTIDE di Felice Pozzo


Autore: Felice Pozzo.
Sottotitolo: Percorsi dell'Immaginario, tra Avventure e Misteri.
Anno: 2013.
Genere: Saggio narrativo.
Editore: Il Foglio.
Collana: Archivi Diversi.
Pagine: 200
Prezzo: 14 euro.

Commento di Matteo Mancini.
"Il titolo di questo libro è una scommessa” avvisa Felice Pozzo, l'autore di questo saggio narrativo, un vero e proprio esperto di lunga data dell'intera bibliografia del nostro Emilio Salgari.
In realtà a essere una scommessa non è il titolo, ma l'intero volume. Una scommessa vinta sicuramente dal punto di vista qualitativo, ma probabilmente non dal punto di vista commerciale, ma su quest'ultimo punto la colpa non può certo attribuirsi all'autore bensì a un pubblico di lettori a volte un po' troppo oziosi e legati alle mode del momento.
È lo stesso Pozzo a spiegarci, in quarta di copertina, il fine e il contenuto di questa nuova e ulteriore perla firmata dalle edizioni Il Foglio Letterario di Piombino. “Si tratta di un percorso insolito, affrontato in modo sciolto ma argomentato e non privo di visuali inedite, dove prevale l'associazione di idee. Sono così riproposti famosi autore del passato – da Edgar Allan Poe a Jules Verne, da Alexandre Dumas a John Dickson Carr – accanto ad altri caduti a torto nel dimenticatoio, come a esempio Louis Jacolliot. Ritornano inoltre in scena, con risalto innovativo, personaggi mai dimenticati, sia reali, come Cagliostro, Houdini, Wandohobb, che d'immaginazione, come il Vampiro, il Fantasma dell'Opera e molti altri. Sono inoltre rievocati luoghi fantastici, altrettanto e forse ancora più noti, come Atlantide, Agarthi e la Terra Cava. Per non parlare delle sette segrete, del mesmerismo e del mentalismo da spettacolo, dei delitti nelle camere chiuse, di streghe e fate, robot, polipi giganti e mostri, di esplorazioni bizzarre e di investigatori dell'impossibile”.
Nessun altra parola potrebbe ben sintetizzare il contenuto del testo proposto dal veterano Felice Pozzo, vercellese classe 1945 con alle spalle una lunga trafila di pubblicazioni.
La lettura del saggio è spassosissima per un appassionato di narrativa fantastica e di misteri collegati al mondo orientale (in particolare le Indie). Pozzo procede, forse in un modo un po' dispersivo per chi è a digiuno di certe materie, utilizzando l'opera di Salgari come trait d'union che gli consente di passare da un argomento all'altro, avendo però come minimo comun denominatore il fascino del mistero e dei segreti rimasti tutt'oggi “insondati”. L'ideale viaggio nel mondo dell'ignoto non può che partire, vista la costruzione che ne sta alla base, dalle problematiche di Salgari e famiglia, che Pozzo va a ricostruire con cura maniacale (nel senso buono del termine) attingendo dalle più disparate fonti. Il lavoro dell'autore denota una padronanza e uno studio da vero e proprio professionista della materia. Tanto di cappello, davvero. Pozzo porta avanti la trattazione, con particolare attenzione per i mondi sotterranei, citando interi passaggi di racconti e romanzi dello scrittore piemontese (d'adozione). La sua è un'analisi obiettiva e non da fanatico dell'autore, infatti non perde occasione per sottolineare le fonti di ispirazioni di Salgari a volte autore di veri e propri furti da maestri del calibro di Verne e Jacolliot (dipinto come anticipatore e superiore rispetto al più famoso collega francese) e altri persino esoterici riconducibili alla Blavatskij. Da qui si passa a trattare la misteriosa figura di Franz Anton Mesmer, con la sua pratica del mesmerismo - ovvero una scienza non riconosciuta caratterizzata dall'impiego di un fluido capace di restituire la saluta agli ammalati, il senno ai folli e la follia agli assennati - e le sue influenze nella narrativa e nella politica dell'epoca (cenni addirittura all'inchiesta fatta condurre dal re Luigi XVI). Non mancano cenni all'ipnotismo da palcoscenico ovviamente subito recepito da fumetti e letteratura, con citazioni abbastanza approfondite su personaggi quali Mandrake e... E poi ancora spazio a Bulwer-Lytton, maestro oggi poco apprezzato imprescindibile in un'analisi seria dedicata al mondo del fantastico in modo particolare per il suo studio sul c.d. vril: l'enorme energia di cui non utilizziamo che una minima parte nella vita ordinaria, il nerbo della nostra possibile divinità.
Il passaggio dagli ipnotisti ai mentalisti/alchimisti viene effettuato giungendo al trasformista Cagliostro, sia quello reale sia quello narrato dal grande Dumas (Pozzo non lesina aneddoti), presentato come “esperto nella lettura di quella che oggi si chiama comunicazione non verbale che consente di leggere il pensiero altrui.” L'analisi anche qua è curatissima, Pozzo mostra come il personaggio Cagliostro sia stato fondamentale per la creazione di altri due personaggi immaginari carichi di fascino e che non necessitano presentazioni: La Primula Rossa di Emmuska Magdalena Orczy e Zorro ideato dal canadese Johnston McCulley. Altrettanto breve è il successivo passo verso lo spiritismo, con Pozzo che va a rinverdire figure sbiadite dal tempo come il mago Daniel Dunglas Hope, apprezzatissimo da Conan Doyle, e l'illusionismo dove non poteva non essere analizzato il grande Houdini, a cui faranno seguito nelle pagine successive i vari Pickman e Wandohobb.
Si torna al parallelo narrativo usando come scrittore l'incredibile Gaston Leroux, che l'autore presenta con un passaggio che mi ha fatto sorridere di gusto: “Quasi ogni scrittore coltiva un vezzo personale o si attiene a rituali a volte estrosi. Leroux, quando scriveva un romanzo si chiudeva nella sua stanza e pretendeva da tutta la famiglia un silenzio assoluto per periodi anche lunghi. Questo atteggiamento è piuttosto comune, lui però segnalava la fine del lavoro in modo che pochi si sentirebbero di consigliare agli amici: spalancava la finestra e scaricava un intero caricatore di pistola. A quel segnale, la moglie e i figli si precipitavano sulle stoviglie, i piatti volavano in pezzi, in un assordante fracasso di casseruole.” Mitico già da qui, segue un'analisi approfondita sui trucchi e sugli incantesimi diabolici raccontati ne Il Fantasma dell'opera nonché sul protagonista del romanzo, definito da Leroux “il più geniale dei prestigiatori, un Houdini feroce e burlone, un uomo che si rende visibile soltanto quando vuole e che vede tutto attorno a sé... Uomo a cui una scienza bizzarra, acume, immaginazione e abilità consentono di disporre di tutte le forze naturali, combinate per creare l'illusione che vi rende perduti”. Pozzo va oltre, sfruttando alcuni testi misconosciuti di Leroux (L'automa insanguinato e La macchina per uccidere), per trattare romanzi e racconti pionieristici nel portare in scena automi e robot nella letteratura ma anche nella realtà (esilarante il cenno sul Turco giocatore di scacchi, un truffatore che si spacciava per robot attorno al 1770 esibendosi persino al cospetto di Maria Teresa d'Austria). Viene così affrontato il tedesco Hoffmann, il primo, con L'uomo della sabbia, ad avviare il sottogenere e che Pozzo definisce“artista poliedrico, dal carattere spregiudicato e godereccio, con i suoi personaggi maniaci, inquietanti, oltremodo estrosi, e anche con le sue concessioni al paranormale, le sue trame a volte aggrovigliate e ondivaghe tra la realtà e il piano magico, volle delineare da un lato la frattura insanabile tra la prosaica condizione umana, rispetto alla grandezza dell'arte, e dall'altro sottolineare il divario esistente tra la quotidianità spesso meschina e le aspettative di ogni spirito inquieto che ami elevarsi verso traguardi a volte indefinibili.”
L'analisi di Leroux non può che terminare con il capolavoro giallo Il Mistero della Camera Gialla testo fondante del sotto filone c.d. delle camere chiuse ovvero omicidi perpetrati in camere ritrovate post mortem con finestre e porte chiuse dall'interno. Pozzo chiarisce subito il trucco: “uno dei modi per evitare i limiti di una stanza chiusa consiste nel non utilizzare le dimensioni dello spazio, bensì quella del tempo”, rinviando poi al romanzo “Le tre bare”. Ecco che si giunge al maestro del genere, lo specialista John Dickson Carr, il quale paragonò la propria attività di giallista a quella di un prestigiatore definendo “l'arte di un assassino uguale a quella di un mago, così abile da attirare l'attenzione del pubblico nella direzione sbagliata.” Pozzo va sulla stessa linea tanto da presentare Carr quale “mago della ragione umiliata che inserisce nel cuore del racconto l'ambiguità, ponendo il lettore al centro di un gioco di specchi in cui le immagini si mescolano a tal punto che non è possibile tenere conto dei fatti e ogni dettaglio è ambivalente.
In questo sotto filone si annovera anche il celebre I Delitti della Rue Morgue dell'insuperabile Edgar Allan Poe, a cui Pozzo dedica svariate pagine con un interessante studio sui racconti che utilizzano Poe come personaggio protagonista delle più bizzarre avventure. Il passaggio da Dupin a Sherlock Holmes è uno schiocco di dita, infatti Pozzo non tradisce le attese spiegando le evoluzioni dei due personaggi portando in mezzo ai due il meno conosciuto Locoq, ideato dal francese Emile Gaboriau. Spacconissimo Conan Doyle che fa dire al suo celebre investigatore: “Senza dubbio lei crede di farmi un complimento paragonandomi a Dupin, ma secondo la mia opinione Dupin era un mediocre. Quel suo trucco di intervenire nei pensieri del suo amico, dopo un quarto d'ora di silenzio, è pretenzioso e superficiale. Senza dubbio, Dupin aveva una certa capacità analitica, ma non era quel fenomeno che Poe sembrava considerarlo. Lecoq invece era un misero pasticcione che aveva una sola dote al suo attivo: l'energia. La lettura di monsieur Lecoq potrebbe servire come libro di testo agli investigatori perché imparino quel che devono evitare” passaggi, questi, che mi ricordano prologhi di certi spaghetti western. Pozzo potrebbe fermarsi qui, ma ecco che un altro francese arriva col proposito di superare i tre contendenti: è monsieur Leblanc che schiera in campo nientemeno che Arsenio Lupin.
Gli ultimi due capitoli sono dedicati alle piovre (Verne in cattedra) e ancora a Salgari, in quella che si presenta come una vera e propria chiusura circolare.
In sintesi un saggio indicatissimo per gli amanti di misteri che interagiscono, in reciproca relazione, tra realtà e fantasia. Stile scorrevole, testo fluido e ricco di riferimenti bibliografici e grande cultura di genere da parte dell'autore. Leggerete un Salgari e un'altra dozzina di autore come pochi professori potrebbero presentarvi.


Acquisto consigliatissimo. Gran volume, pur nella sua sinteticità.

lunedì 21 aprile 2014

BRUNO MATTEI: Intervista a Pier Paolo Dainelli




Nelle foto di cui sopra, rispettivamente dall'alto in basso, Bruno MATTEI e il sottoscritto in compagnia del volume L'ULTIMO ARTIGIANO di Gordiano Lupi e Ivo Gazzarrini (sceneggiatore del regista Ivan Zuccon), a cui ho partecipato come coautore per la sezione western.

Testo e domande a cura di Matteo Mancini.
Ho di nuovo l'estremo piacere di ospitare sulla pagine del mio blog l'amico nonché grande esperto di B-Movie Pier Paolo Dainelli. Sono ormai passati quattro anni dalla bella intervista che mi rilasciò su Jess Franco ed è dunque arrivato il momento di bissarla con un regista molto vicino al regista spagnolo, sia per avervi collaborato a inizio carriera sia per molteplici similitudini nel percorso cinematografico. Inoltre l'occasione si rende quanto mai ghiotta dovendo io stesso parlare, al fianco di Antonio Tentori, Federico Frusciante e Ivo Gazzarrini, di questo regista nel prossimo Festival FI-PI-LI che si terrà in via Terreni, a Livorno, il 25 aprile p.v. Sto parlando ovviamente di BRUNO MATTEI.
Mattei ha molti punti in comune con Franco, soprattutto per la capacità di girare in tempi stretti film di genere a basso budget, spesso con inserti erotici spinti e forte uso dello splatter tanto da andare incontro a sequestri giudiziari e censure più o meno marcate. La caratteristica specifica di Mattei, tuttavia, è quella di cercare sempre di fare film di imitazione rifacendosi, a volte pedissequamente, ai capolavori commerciali hollywoodiani dei vari periodi storici. Lasciamo però che sia Pier Paolo a parlarci di questo ultimo artigiano del cinema di genere nostrano dei tempi che fu.

M.M.: Pier Paolo, innanzi tutto ti saluto e ti ringrazio per aver accettato questa intervista. Prima di iniziare con le domande sulla carriera di Mattei, sapendo che l'hai conosciuto di persona, puoi dirci qualcosa su di lui che ti ha colpito, magari un aneddoto sul vostro incontro, un profilo sull'uomo e sul regista?

P.D.:  Conservo un ricordo di Mattei davvero molto bello. Dal momento che ci siamo conosciuti non ci siamo mai mollati per quasi due giorni. Bruno era un fiume di parole. Ricordi e aneddoti si susseguivano senza posa in una narrazione sempre brillante e piena d'ironia. Ancora oggi, a distanza di anni, su tutto domina il ricordo della sua modestia, quella modestia che è tipica dei grandi. I lavoratori del cinema, quelli veri, non hanno bisogno di parlare del loro lavoro tracciando improbabili agiografie. Per Bruno ogni ricordo era qualcosa di divertente e per ogni film di cui mi parlava, ne ricordava sempre la storia produttiva, profitti o perdite che fossero. Ed è probabilmente per questa sua attenzione al lato “alimentare” che la carriera di Mattei è durata così tanto, passando dal dipartimento del sonoro, al montaggio, al direttore di doppiaggio e alla regia. Rimasi sorpreso quando scoprii che Bruno Mattei era stato il direttore del doppiaggio di Jeeg robot d'acciaio!!!


M.M.: Non viene spesso ricordato a dovere, ma Mattei, come molti suoi colleghi, viene dalla gavetta. Ha fatto il montatore e inoltre ha curato la versione italiana di molte pellicole provenienti dall'oriente, dagli Stati Uniti e da mezza Europa come il western erotico belga Les Aventures Galantes de Zorro (1972) di Gilbert Russel e il greco Armida, il Dramma di una Sposa (1969) che molti gli attribuiscono anche come regia.

P.D: Bruno per anni ha lavorato presso l'ufficio edizioni della FILMAR curando la versione italiana di film come “Le Cinque Chiavi del Terrore”, “Il Diabolico Dottor Satana” di Jess Franco, “La Vendetta del Vampiro” e moltissimi altri. Per quanto riguarda “Armida”, secondo quanto dichiarato da Mattei in più di un'intervista, la regia è la sua e rappresenta anche il suo debutto dietro la macchina da presa. In realtà è il film "Emanuelle e Francoise - le Sorelline" a essere il remake di un film greco che secondo Mattei in Italia non avrebbe ottenuto il visto di censura. Mattei e Massaccesi si divisero i compiti: Mattei diresse il primo tempo, Massaccesi il secondo. Per quanto riguarda i film di kung-fu, un aneddoto che mi colpì molto è che siccome da Hong Kong arrivavano tradotti in inglese solo i dialoghi dei film, i nomi degli attori in cinese venivano inventati di sana pianta per la translitterazione in caratteri occidentali, creando non pochi problemi ai futuri studiosi del genere. Notevole fu il lavoro di montaggio per i film di Jess Franco. La versione italiana de "Il Conte Dracula" è sicuramente la più efficace per l'uso delle musiche tra tutte quelle approntate nei vari paesi in cui fu distribuito. Mattei mi raccontò che per questo film collaborò a stretto contatto con il geniale compositore Bruno Nicolai e quindi la versione italiana de "Il Conte Dracula" è quella che ne rispecchia al meglio le intenzioni. Mattei tra l'altro si è distinto per aver tagliato nella versione italiana il finale di “Paroxismus”. Quando gli chiesi perché, lui candidamente mi rispose:”Non mi piaceva!”.


M.M.: Hai ricordato, poco sopra, le collaborazioni con Jess Franco. Non è curioso leggere dalla rivista Notturno certe dichiarazioni di Mattei il quale afferma: “Franco era un pazzo. Le cose più brutte sono gli pseudo fantascientifici, come Frankenstein contro l'Uomo Lupo”, ma i film con Lina Romay sono ancora peggiori"...? Qualche maligno delle nostre parti non potrebbe sussurrare: guarda che roba... della serie “cencio dice male di straccio”?

P.D.: In realtà quando Mattei mi parlò di Franco ne sottolineò la personalità sicuramente eccentrica ma evidenziando anche le geniali peculiarità cinematografiche. Inoltre Mattei esprimeva giudizi severi prima su di sé e poi sugli altri. Franco è sicuramente più autore ma Mattei è stato certamente uno dei più scaltri montatori di tutta la settima arte. A chi mai sarebbe mai venuto in mente di cucire insieme tre telefilm della serie UFO e uscire nei cinema incassando un miliardo (dell'epoca!)? A lui comunque dettero solo i soldi per le sigarette..


M.M.: Se il primo film che ti ha fatto conoscere Jess Franco aveva come protagonista Sumuru, personaggio femminile nato dalla penna dell'anglo-irlandese Sax Rohmer, da cui Franco trasse anche la sua serie dedicata a Fu Manchu, qual'è il primo film che ricordi di aver visto di Bruno Mattei e che effetto ti fece la visione?

P.D.: Lo ricordo come fosse ora.. Ero in un negozio di videoregistratori (siamo nel 1986 ed erano la moda del momento) e i commessi stavano facendo delle prove con la videocassetta di "Virus". Rimasi talmente colpito dalle poche scene viste che noleggiai subito la vhs. Fu amore a prima vista! Solo dopo qualche ricerca (internet non esisteva) scoprii il nome del vero regista e iniziai a dare la caccia a tutti i suoi film nei videonoleggi. Poco dopo riuscii a vedere al cinema "L'Altro Inferno" e "Rats Notte di Terrore". Tutti film che amo moltissimo e che dimostrano una conoscenza delle dinamiche cinematografiche, secondo me, non comuni. L'inizio di "Virus" con l'incidente al modulo Antares, il monologo allucinato di Paola Montenero ne "L'Altro Inferno" e il ritrovamento del messaggio videoregistrato in "Rats" sono momenti realmente efficaci. Per non parlare del finale di Rats con il quale, citandolo in chiusura nel tema per l'esame di maturità, presi uno dei voti più alti di tutta la scuola. Quando lo raccontai a Bruno, rise a crepapelle..


M.M.: Venendo ad affrontare la carriera registica di Mattei, facciamo subito la conoscenza di un altro regista assimilabile al duo Franco-Mattei: Joe D'Amato, il quale lancerà Mattei alla regia. Anticipo inoltre che la carriera di Bruno Mattei, seppur indirettamente grazie alla stretta collaborazione che stringerà nei primi anni '80 con Claudio Fragasso, andrà a intrecciarsi con quella di un quarto regista che, a mio avviso, ha una fortissima connessione, per sviluppo della carriera e tematiche cinematografiche affrontate, con i quattro sopracitati, mi riferisco a Mario Bianchi.
A tuo avviso, che differenze ci sono tra i vari Franco, Mattei, D'Amato, Bianchi e Fragasso, tutti registi assai longevi, costretti a lavorare con budget miseri e appassionati di horror e di erotismo, con incursioni, più o meno volute, nel porno?
Non trovi, a esempio, che Jess Franco e Joe D'Amato fossero molto più portati all'erotico rispetto a Bruno Mattei?

P.D.: Farei subito un distinguo a parer mio fondamentale. Mattei, a differenza di tutti gli altri, era un montatore. Chi si occupa di montaggio conosce perfettamente i meccanismi basilari della narrazione cinematografica: gli stacchi. Regole semplici come l'anticipazione del taglio del fotogramma che però sono la base affinché tutta la macchina cinema funzioni. Mattei mi parlava di schemi da seguire nella costruzione della narrazione e di tempi, tutte attenzioni che sono più di un montatore che di un regista. Non per nulla i migliori risultati li ha ottenuti in collaborazione con Fragasso, regista dotato di una gran tecnica, ma sicuramente meno legato a certi schemi. D'Amato era un autore, pur rifiutando di esserlo e sicuramente a modo suo, ma soprattutto era uno strepitoso direttore della fotografia, tra i migliori che abbiamo mai avuto in Italia. Per tutti però vale una considerazione: spinti dalla necessità di lavorare con mezzi e tempi limitati dovevano sfruttare al massimo il loro ingegno per riuscire a confezionare prodotti in grado di essere competitivi sul mercato. E se a distanza di decenni siamo ancora qui a parlarne, qualcosa hanno sicuramente lasciato. Riguardo a Bianchi l'ho sempre considerato un onesto artigiano. Riguardo all'attitudine di Mattei per l'erotico, penso che il confronto sia impari. Franco ha dalla sua una poetica originalissima legata a questo genere mentre Massaccesi poteva contare sulla sua straordinaria abilità fotografica.


M.M.: Il primo film di un certo interesse girato da Mattei, anche se c'è chi afferma che lo abbia diretto Joe D'Amato, è il delirante Emanuelle e Francoise le Sorelline (1975). Sono gli anni de L'Ultima Casa a Sinistra (1972) di Wes Craven e Mattei confeziona una sorta di rape & revenge per interposta persona tra i più sadici e perversi mai visti. Che ci dici al riguardo e come lo presenteresti se tu dovessi lanciarlo nella tua serie “I B-Movie di Tvr”?

P.D.: "Emanuelle e Francoise le Sorelline" ha due anime, quella più malinconica e trasognata del primo tempo e quella decisamente più estrema e al limite, del secondo tempo. Stando a quanto mi raccontò Mattei la spiegazione è che lui diresse il primo tempo e D'Amato/Massaccesi il secondo. Dovessi presentarlo, anche se reputo difficoltoso un suo passaggio in Tv, punterei sicuramente l'attenzione sulla disperazione che permea tutto il film, sul beffardo destino che spetta al protagonista trasformato da carnefice a vittima. In definitiva un film davvero triste con un inizio che senza utilizzare immagini forti riesce a essere crudele quanto la parte centrale, dove quello che appare sullo schermo si spinge davvero al limite.


M.M.: Dopo un debutto interessante, seppur spinto agli eccessi, Bruno Mattei si dedica all'erotismo perverso. In quattro anni, tra il 1976 e il 1980, gira una decina di pellicole, molte delle quali dei falsi mondo movie con Laura Gemser, oltre a far debuttare Cicciolina in un erotico puro e affrontare un genere a te caro: il nazi-erotico, con due titoli violentissimi, considerati dei cult del genere. Che ci dici di questo periodo e puoi spendere due parole di introduzione, per i non addetti, sul mondo movie e sul nazi-erotico?

P.D.: I mondo movie devono la loro definizione al primo grande successo che definì il genere, "Mondo Cane" (1962) di Gualtiero Jacopetti. Si tratta di film in cui si gira il mondo alla scoperta di eventi e spettacoli raccapriccianti, in grado di colpire allo stomaco gli spettatori anche partendo dal pretesto che tutto quanto è mostrato è vero. Il nazi-erotico, definizione coniata da un addetto del ministero dello spettacolo o come meglio definito da Davide Pulici, Erosvastica, è quel genere che, prendendo a pretesto la denuncia di quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale, mostrava orrori di ogni tipo conditi con abbondanti dosi di sesso. Considerato uno dei generi più infami di tutta la settima arte, c'è da sottolineare che spesso quello che risalta e che ne diluisce gli eccessi è l'aspetto fumettistico. Il genere nacque anche in questo caso sulla scia del successo di altri film: il canadese "Camp 7" e "Salon Kitty" di Brass. Mattei frequentò entrambi i generi. I mondo movie furono per Bruno quasi una conseguenza naturale del suo ruolo di montatore, dato che questo filone era per la stragrande maggioranza formato da materiale di repertorio da assemblare in sala di montaggio, magari collegandolo con parti girate ad hoc. Bruno ricordava divertito che su un giornale era uscito un articolo che diceva che "Le Notti Porno nel Mondo" era stato girato senza allontanarsi dal quartiere di Roma del Tiburtino Terzo. Riguardo agli erosvastica, Mattei mi disse che lo sbaglio del suo "Kz9 Lager di Sterminio" fu proprio quello di affrontare l'argomento "seriamente", abbandonando l'aspetto fumettistico. Questa scelta fu duramente punita in sede di censura con la bocciatura del film. L'altro erosvastica di Mattei, "Casa Privata per le SS", è molto più blando anche se non privo di analisi interessanti.


M.M.: Nel 1980 Bruno Mattei gira in contemporanea due film molto diversi tra loro, sfruttando le medesime location e andando a toccare il tonaca movie. Probabilmente sono i migliori film della prima decade di carriera del regista: La Vera Storia della Monaca di Monza e L'Altro Inferno. Nel primo, inoltre, si può ammirare come protagonista una gradita conoscenza del cinema bis italiano: Zora Kerova. Che puoi dirci?

P.D.: La procedura del back to back, ovvero dei due film girati contemporaneamente, era tipica del peplum degli anni sessanta (dove il secondo film veniva definito di "recupero") e Mattei, in stretta collaborazione con Fragasso (tanto da poterlo considerare un co-regista), gira due film di assoluto interesse che condividono in parte lo stesso cast. A tal proposito è doveroso ricordare la recentemente scomparsa Franca Stoppi, attrice dotata di notevoli capacità espressive. "L'Altro Inferno" è davvero un'opera singolare che propone un mix di elementi provenienti da tutti gli horror di maggior successo degli anni settanta. Il tutto è confezionato con una disinvoltura davvero incredibile ma proprio questo compendio di tanti spunti provenienti da film diversi, rendono la visione de “L'Altro Inferno” difficilmente dimenticabile.


M.M.: Il 1980 è anche l'anno di uscita di quello che è il maggior successo commerciale di Mattei: Virus. Una pellicola non priva di difetti, ma che è tutt'oggi ricordata e apprezzata da registi come Quentin Tarantino. Quale è secondo te il motivo di tanto interesse?

P.D.: Mentre Romero nei suoi film ha sempre volutamente tralasciato il motivo per cui i morti tornano in vita, Mattei e Fragasso ce lo spiegano e la motivazione che ci forniscono è un delirio da film culturalmente impegnato, abilmente contaminato con le più azzardate teorie complottistiche: per risolvere il problema della fame nel mondo, quale miglior trovata che creare un virus che spinga la gente a divorarsi a vicenda?
Visivamente notevole è l'immensa centrale immersa nel niente, popolata dai morti viventi. La paura ancestrale del cannibalismo portata in un contesto altamente tecnologico è sicuramente una trovata funzionale. Altro punto a favore del film è l'interpretazione decisamente sopra le righe di Franco Garofalo che apporta momenti ironici davvero riusciti che oltretutto mettono alla berlina l'intero genere, tanto che a uno zombi che tenta di azzannarlo, rivolge la domanda:"Preferisci l'ala o la coscia?
Altro elemento che contraddistingue “Virus” è lo splatter, qui davvero esasperato, eccessivo e abbondante, senza dimenticare l'utilizzo delle stesse musiche dei Goblin che già tanto avevano contribuito alla riuscita della versione di "Zombi" rimontata da Argento.

M.M.: Dopo aver toccato un po' tutti i generi legati all'erotismo malato, Mattei non può esimersi dal trattare anche il c.d. Women in Prison dirigendo due pellicole gemelle violentissime e sanguinolenti che ripropongono la bella Laura Gemser protagonista. 
Se in occasione di Franco avevamo speso due parole su Soledad Miranda, questa mi pare l'occasione per parlare di quest'altra regina del cinema bis, legata soprattutto a Joe D'Amato ma che io ricordo sempre, anche in vesti caste ne I Due Superpiedi quasi Piatti, al fianco di Terence Hill... che ci dici? Hai qualche aneddoto da regalarci?

P.D.: Laura Gemser viene sempre ricordata da tutti come una persona squisita che, nei momenti in cui aspettava la preparazione delle scene, se ne stava tranquillamente in disparte. Nonostante le parti da eroina del sesso che ha sempre portato sullo schermo, la sua vita privata è sempre stata dominata da un assoluto amore per il suo compagno, l'attore Gabriele Tinti. Non per niente dopo la scomparsa di Tinti, la Gemser ha diradato drasticamente la sua attività fino a ritirarsi dalle scene. Joe D'Amato aveva una vera e propria ammirazione per questa attrice e pur di averla con sé durante le lavorazioni dei suoi film, le affidava l'incarico di costumista. Da ricordare che la Gemser fu scelta come protagonista di "Emanuelle Nera" di Albertini, dopo che era stata notata in una piccola parte nella serie originale di Emmanuelle.


M.M.: Dopo il tentativo di rinverdire il peplum con un trio di pellicole di livello inferiore due delle quali con riferimenti al cinema di Brass e di Borowczyk, Mattei gira quello che so essere un tuo cult personale (e che io espongo in DVD originale nella mia videoteca): Rats, Notti di Terrore, con il grande Ottaviano Dell'Acqua per una volta protagonista. Come lo presenteresti questo film e cosa hai da dirci al riguardo?

P.D.: Ricordo ancora i manifesti di "Rats" che, a rotazione, fecero il giro di tutti i cinema della provincia di Firenze, fu l'ultima volta che vidi cartelloni di una produzione italiana di genere esposti... Si tratta quindi di un film che davvero segna la fine di un'epoca. Successivamente le produzioni italiane di genere si sposteranno in blocco nelle Filippine alla ricerca di costi più bassi, seguendo le orme del precursore Margheriti. "Rats" parte da un'idea di Mattei decisamente originale: rielaborare "La Notte dei Morti Viventi" sostituendo gli zombi con i ratti, proiettando inoltre il tutto tra qualche migliaia di anni. Il risultato, nonostante i tempi e i mezzi limitati, è notevole, l'atmosfera di minaccia che permea tutto la vicenda è palpabile e il finale sfodera una trovata talmente allucinante da valere tutto il film. Inoltre “Rats” evidenzia un valore produttivo superiore al solito perché a Mattei fu permesso di girare sui set ancora in piedi utilizzati da Sergio Leone per il suo "C'era una Volta in America". I topi, invece, non erano altro che cavie immerse nella tinta nera. Mattei rideva come un matto quando raccontava che quelle cavie avevano formato delle colonie che ancora infestano gli stabilimenti della De Paolis dove il film fu girato.


M.M.: Abbiamo detto che Mattei era un abile sfruttatore delle mode del momento, ma è anche vero che ha cercato di ridare linfa a generi morti. Già abbiamo detto del peplum, ma a metà anni '80, spinto dal produttore Di Girolamo, fa ancora di più andando a girare due western a genere ormai morto. A mio avviso, però, Bianco Apache e Scalps sono i due film più quadrati dell'intera opera matteiana legati soprattutto alle tematiche revisioniste lanciate negli anni '70 da Soldato Blu. Anche se non credo che tu sia un patito di western, li hai visti?

P.D.: I western di Mattei sono un qualcosa fuori tempo massimo, come se qualcuno li avesse tirati fuori da un congelatore. L'unico aspetto che li lega al periodo in cui sono stati effettivamente girati sono le scene splatter che nei western fanno un certo effetto. Per il resto li trovo due film effettivamente risolti in modo compiuto.


M.M.: Dopo la parentesi western e l'imminente crisi del nostro cinema di genere, Mattei si sposta nelle Filippine dove, a fine anni '80, gira una serie di rambo movie a mio avviso difficilmente salvabili e con protagonisti muscolari pessimi, a cui aggiunge copie spudorate di famose pellicole hollywodiane come l'invedibile Robowar con un alieno killer che sembra uscito dal film Il Replicante. Tornato in Italia gira a Latina e a Venezia quello che, forse, è il suo peggior horror: Terminator II – Shocking Dark che nonostante il titolo è la copia spudorata di Aliens. Cosa si salva di questo nutrito gruppo di pellicole, secondo te? C'è qualche film che ti sentiresti di consigliare.

P.D.: Mi sono sempre divertito a guardare questi titoli con una formula: guardiamo come si possono rifare a costo vicino allo zero film dal budget milionario come Terminator o Alien! E il cinema fatto così diventa quasi una specie di gioco che personalmente mi affascina. "Shocking Dark", per esempio, ha dalla sua uno dei migliori lavori di direzione della fotografia (opera di Riccardo Grassetti) che sia mai stato fatto in un film di Mattei. Non dimentichiamoci mai che questi film si trovano distribuiti in DVD in giro per il mondo, andate a cercare i film italiani di oggi e venite a dirmi cosa trovate..


M.M.: Credo meriti una domanda a parte il film Zombi 3 che Mattei ultimò insieme a Fragasso subentrando in corso di lavorazione a Fulci. Tutti parlano malissimo di questa pellicola, a mio avviso invece, se la si considera nel lotto dei film di Mattei, non è affatto la peggiore, ma si assesta subito dietro le più riuscite. Ha un buon ritmo, un bel prologo e ci sono sequenze degne di nota, come gli zombi che avanzano nell'acqua, che anticipano certe sequenze romeriane. Sei anche te tra i disfattisti o la poni subito dietro a Virus e Rats, parlando degli horror di Mattei?

P.D.: Amo follemente Zombi 3. E le parti che amo di più di questo film sono proprio quelle dirette da Mattei e Fragasso. Fulci, per questo tipo di produzioni, aveva un approccio troppo autoriale e inoltre in quel periodo soffriva di gravi problemi di salute. Trovo riuscitissimo il lavoro di montaggio nella sequenza di apertura, quando l'elicottero insegue il fuggitivo con la valigetta contenente il Death One. E come dimenticare l'arrivo dei soldati all'albergo, in una sequenza dal ritmo serrato accompagnata dalle belle musiche di Stefano Mainetti. In definitiva un horror d'azione dal ritmo sostenuto e impreziosito dal tocco macabro di Fulci che si nota in molte sequenze, prima fra tutte quella della piscina.


M.M.: Con l'arrivo degli anni '90, Mattei interrompe la collaborazione con Fragasso. Lo storico collaboratore passa a dirigere una serie di horror, a mio avviso inguardabili, il nostro invece entra in quello che è il suo peggior momento della carriera. Tra il 1990 e il 2002, gira una dozzina di pellicole un po' thriller e un po' erotiche stile Nove settimane e 1/2, usando spesso come attore protagonista Antonio Zequila (conosciuto dal grande pubblico come “er mutanda” de L'isola dei famosi). Ti confesso di conoscere poco questa fase, c'è anche un ulteriore copia spudorata come il monster movie Cruel Jaws, ma non credo ci siano film da salvare. Che ci dici, ne hai visto qualcuno degno di nota?

P.D.: A parte "Cruel Jaws" che è più un lavoro di rimontaggio fatto a spese de "L'Ultimo Squalo" di Castellari, tutto il resto fa parte della serie di pellicole realizzate per Ninì Grassia e anche se l'aspetto predominante dovrebbe essere l'erotico, in più di un'occasione ecco che spunta il giallo con connotazioni horror, come ne "Gli Occhi Dentro".


M.M.: Nel nuovo secolo, seguendo Jess Franco nella scelta di optare per il digitale, Mattei torna al suo genere di elezione: l'horror. Quest'ultimo periodo, forse, è il più interessante del regista, quanto meno per l'impegno e il tentativo di rilanciare generi ormai morti. Supportato da Gianni Paolucci, prima di girare un trio di erotici di bassa lega, confeziona per il mercato homevideo l'ennesimo film di imitazione a immagine e somiglianza dei film in voga all'epoca (Snuff Killer), ma soprattutto due cannibal movie nella giungla filippina e uno tra gli horror più originali della produzione matteiana: La Tomba. Doppiaggi pedestri e interpretazioni ai limiti dell'amatorialità penalizzano fortemente queste pellicole, ma è indubbia la passione di Mattei. Le hai viste e che ne pensi?

P.D.: Intanto parliamo del fatto che "Belle da Morire" diventò un successo nel mondo dell'home video tanto da generare anche un sequel e che questo risultato spinse Mattei a tentare anche la carta di generi un po' meno facili. Bruno mi disse che queste produzioni erano realizzate con ritmi velocissimi, tanto che piazzava la macchina in mezzo alla giungla e semplicemente girandola da una parte e dall'altra, filmava tutti i primi piani del film. Senza contare i furti: solo ne "La Tomba" ci sono parecchie scene prese di peso da "L'Armata delle Tenebre"di Sam Raimi. Inoltre in questa fase della sua carriera Mattei aveva rinunciato a montarsi personalmente i suoi film e purtroppo si nota.


M.M.: La fiducia di Paolucci e l'arrivo di un collaboratore come Antonio Tentori, a mio avviso il migliore tra quelli avuti in tutta la carriera da Mattei, permettono al nostro di girare tre tra i suoi migliori lavori in assoluto. Per un bizzarro gioco del destino sono le sue ultime tre opere peraltro neppure tradotte in italiano, davvero una mancanza imperdonabile. Mi riferisco al women in prison The Jail e ai due zombie movie girati nelle filippine. Cosa ne pensi?

P.D.: Conobbi Mattei proprio nella fase precedente la realizzazione di questi film e lui ne parlava con entusiasmo. In effetti il recupero dei generi, fatto con l'aiuto di uno storico del cinema come Tentori, poteva essere una grande occasione. Purtroppo non molto tempo dopo, Mattei è morto. I film che rimangono non fanno altro che testimoniare quello che Bruno ha dimostrato durante tutta la sua carriera: l'abilità non comune di realizzare pellicole proponibili sul mercato internazionale, prodotte con costi irrisori. Una qualità sicuramente derivante dalla capacità di girare solo l'essenziale per il funzionamento di una sequenza, sfruttando la sua grande abilità di montatore.


M.M.: Abbiamo parlato di Paolucci e di Tentori, non posso quindi non chiederti, visto il coinvolgimento di entrambi i nomi, cosa ne pensi di Dracula 3D, ultimo horror di Dario Argento. Non è curioso notare come un regista del calibro di Argento sia finito per andare a sostituire un artigiano come Mattei, prendendone di fatto il posto seppur con un budget superiore?

P.D.: In effetti questo è successo, ma Argento, uno dei più grandi talenti del nostro cinema, non è sicuramente abituato a certi metodi di lavoro, così come si sarebbe trovato spaesato Mattei a girare il suo "Shocking Dark" con il budget di Aliens.


M.M.: Un'ultima domanda sugli alias utilizzati da Mattei. Sappiamo che molti registi italiani si nascondevano dietro nomi anglofoni o comunque stranieri. Eppure Mattei, come anche Jess Franco, sebbene sia conosciuto soprattutto come Vincent Dawn, Werner Knox o Jordan B. Matthews, sfodera una lista di nomi che sfiora le venti unità. Perché una simile scelta, secondo te?

P.D.: Secondo me a tutti noi sfugge sempre qualcosa che non ci fa comprendere completamente figure come quelle di Mattei o Franco. Questa era gente che non faceva cinema alla ricerca del capolavoro così come certa critica sembra interpretare esclusivamente la settima arte, questa era gente che col cinema ci viveva... e quando si lavora per vivere e non solo per fare arte, non si sta a valutare tutti i progetti per la loro qualità, magari si accettano incarichi solo per il compenso. Anche la Storia dell'Arte è piena di pittori che firmavano con pseudonimi i lavori su commissione.


M.M.: Chiusura d'obbligo con una domanda sul futuro di Pier Paolo Dainelli e dei B-Movie. Ci sono novità in arrivo? Progetti per il futuro?

P.D.: Nonostante il mio grande amore nei confronti della TV regionale come laboratorio per esperimenti meno legati all'auditel o agli sponsor, non posso fare a meno di sottolineare quanto le scelte scellerate del nostro paese sul piano tecnologico, con l'adozione di un sistema inadeguato e completamente superato come quello del digitale terrestre, abbiano messo in ginocchio le TV medio-piccole. I costi di adeguamento alla nuova tecnologia e la congiuntura economica hanno creato un clima di concorrenza forsennata che ha portato a un abbassamento dei listini pubblicitari e di conseguenza degli introiti. Tutto questo ha generato un circolo vizioso, dal quale non vedo uscita. Inoltre l'arrivo dell'on-demand ha reso in un istante obsoleto tutto l'armamentario della vecchia tv. Rimane una sola consolazione, tutti questi film sono entrati a far parte di quella sorta di enorme coscienza collettiva che è la rete. Rimarranno per questo sempre accessibili a chiunque vorrà avvicinarsi a un cinema delle capacità, delle idee e in definitiva dell'astuzia di giocare con gli spettatori, rendendoli partecipi di spettacoli che volevano arrivare al limite del mostrabile. O almeno così gli facevano credere..


Un saluto e un ringraziamento al grande Pier Paolo.