Eccomi con questo articolo estivo a portare a conoscenza di quanti mi seguono i miei progetti futuri in ambito di scrittura e gli sviluppi dei progetti già andati in porto.
Non posso che iniziare dal volume, che vedete ritratto nelle tre foto di cui sopra, che sta riscuotendo un successo da me inatteso e mi sta dando grandi soddisfazioni.
SPAGHETTI WESTERN VOL.1
Uscito nello scorso maggio, il libro sta andando molto forte sul mercato sia su internet, sia nelle librerie (è apparso sulle mensole persino della Feltrinelli e questo per me, che frequento spesso le librerie, è stata una grande soddisfazione).
Nonostante io mi maledica per la presenza di alcuni refusi che non sono riuscito a eliminare, alcune copie, in virtù dell'interesse per il genere di alcuni grandissimi appassionati, sono giunte persino negli Stati Uniti. Grazie a questo e agli apprezzamenti ricevuti, è molto probabile il coinvolgimento nei volumi 2 e 3 di grandi voci internazionali autorevoli in fatto di spaghetti western. Tali soggetti avranno la funzione di rendere ancora più completa e variegata la trattazione, partecipando in veste di vere e proprie guest star, con opinioni esclusive e aneddoti aggiuntivi a quelli riportati dal sottoscritto. Inutile dire che se la cosa dovesse andare in porto ne sarei altamente onorato.
Intanto iniziano a uscire anche le prime recensioni del volume. A battere tutti sul tempo è stato MARIO BONANNO, il quale, all'interno della recensione, ha affermato:
"L’alba e il primo splendore del genere. Anni 1963-1966”, vigoroso primo tomo che Matteo Mancini dedica all’argomento per le Edizioni Il Foglio. Un’inesausta cavalcata storico-filmografica che nulla ha da invidiare ai precedenti lavori sul tema (tutt’altro): il numero delle pellicole pistole & cowboy presso che sterminato è restituito da Mancini con una nonchalance-fiume da scrittore russo votato alla saggistica (e meno male che si dichiara mero “appassionato di cinema e non un critico”)."
In attesa di altre recensioni, qua potete leggere nella sua completezza quella di Bonanno: http://www.sololibri.net/Spaghetti-Western-L-alba-e-il.html
Per quanti mi chiedono news sul secondo volume, a parte la chicca sopramenzionata, posso dire che la stesura del volume, nonché la visione di una buona parte di western del periodo, inizierà da settembre.
PROGETTI FUTURI
Progetto numero 2: Bastardi senza Storia.
Il primo dei progetti futuri che andrà in porto, con uscita del volume da individuarsi verosimilmente per il prossimo settembre, sarà l'antologia collettiva BASTARDI SENZA STORIA. Si tratta di un volume che ho realizzato, in qualità sia di autore che di unico curatore, in omaggio alla narrativa dissacrante e dai contorni pulp del recentemente scomparso GIOVANNI BUZI.
IL testo sarà composto da poco più di venti racconti di stampo prettamente pulp/punk, c'è anche qualche bella spruzzata horror, finalizzati non solo a intrattenere chi legge, ma soprattutto a lanciare messaggi di critica verso la società in generale e più in particolare a certi atteggiamenti familiari, al sistema consumistico/imprenditoriale, ma anche allo sfruttamento non controllato dell'ambiente, alla speculazione edilizia e infine ad atteggiamenti umani fondati su preconcetti o consuetudini sociali.
Protagonisti di tutte le vicende saranno dei veri propri reietti, spesso respinti dalla società di appartenenza o comunque guardati con sospetto, da qui il richiamo al titolo.
Lo stile di buona parte delle storie ha l'intento di ricreare i dialoghi e le atmsfere proprie della narrativa e della cinematografia pulp di tarantiniana memoria. Dunque storie dense di azione, sanguinolente e orientate a un messaggio di fondo.
Il libro uscirà per conto de IL FOGLIO EDITORE di Piombino e vedrà coinvolti, tra gli altri, scrittori di talento alcuni dei quali apparsi più volte in volumi dell'"alta editoria". Tra i più conosciuti segnalo NICOLA LOMBARDI, GORDIANO LUPI, MAURIZIO COMETTO, LUCA BARBIERI, LUCA GUARDABASCIO, MARIA SILVIA AVANZATO, ANNA GIRALDO, non poteva poi mancare GIOVANNI BUZI che sarà presente con due racconti.
Progetto numero 3: Prontuario violazioni amministrative del comune di Pisa.
Questo è un progetto che trova la sua fonte e la sua destinazione prettamente in campo lavorativo, nato per una sorta di gioco/studio tra me e un collega di lavoro.
Il progetto, realizzato a quattro mani, è già in avanzato stadio di evoluzione e dovrebbe vedere la luce su carta stampata per settembre (non ancora definite le modalità).
Si tratta di un volumetto di rapida consultazione destinato in modo particolare agli operatori di polizia locale del territorio per far fronte con rapidità e solerzia alle violazioni delle numerose norme dettate da regolamenti, delibere e ordinanze comunali che disciplinano la vita comune dei cittadini allo scopo di rendere più civile e ordinata la convivenza.
Un volume che, a livello locale, potremmo definire come unico nel suo genere, sebbene ispirato allo stile di altri più famosi prontuari di livello nazionale, e che, pur non avendo la pretesa di esser completo, ha nelle intenzioni degli autori la funzione di offrire un supporto in più per far fronte ai sempre crescenti impegni e funzioni del lavoro di agente di polizia locale.
Progetto numero 4: Articolo sportivo sui fatti di Le Mans 1955.
Anche questo è un articolo che, unitamente a un altro mio articolo sul gran premio di F1 di Imola 1994, vedrà la luce a settembre online sul sito de latelanera.com in una sezione dedicata ai più gravi disastri della storia.
L'articolo mi è stato commissionato, per la mia passione per gli sport motoristici, dall'amico Fabrizio Vercelli.
Progetto numero 5: Articolo di saggistica narrativa sull'autore gallese Arthur Machen.
Articolo che mi è stato commissionato dagli amici della DAGON PRESS e da me già realizzato per quanto concerne i racconti di Machen inseriti nell'antologia IL GRAN DIO PAN E ALTRI RACCONTI.
L'articolo avrà la funzione, secondo le mie opinioni e le mie chiavi di lettura, di analizzare ogni singolo racconto allo scopo di fornire le interpretazioni celate sotto l'apparenza delle singole storie. L'obiettivo è quello di fornire diverse chiavi di lettura e offrire lo spunto all'appassionato per compiere ulteriori letture di questo grande autore di narrativa fantastica, adottando magari una nuova lente un po' come se il lettore diventasse un vero e proprio detective dell'occulto alla caccia di nuovi dettagli.
Il tutto dovrebbe essere inserito in un volume da collezione commemorativo, stampato dalla DAGON PRESS, che raccoglierà scritti, critiche e forse racconti inediti (in Italia) di Arthur Machen. L'uscita è prevista per il 2013.
Progetto numero 6: Articoli sui primi tre film western di Duccio Tessari.
Lavoro commissionatomi da Fabio Zanello. Scriverò tre recensioni o un'appendice cumulativa (ancora da definire) sui primi tre western diretti dal regista Duccio Tessari. Il tutto sarà inserito in un volume, scritto a più mani, che tratterà l'intera produzione filmografica di Duccio Tessari.
Il libro sarà curato da Fabio Zanello e uscirà, verosimilmente verso la fine dell'anno, per IL FOGLIO EDITORE.
Progetto numero 7: Appendice sui film western con protagonisti la coppia Franchi & Ingrassia.
Questo è un articolo, di sintesi e analisi dell'intera produzione western della coppia comica Franchi & Ingrassia, che mi è stato commissionato direttamente da Gordiano Lupi. Il tutto sarà inserito in un volume dell'autore piombinese dedicato all'intera produzione cinematografia della coppia siciliana.
L'uscita è prevista a lungo termine.
Progetto numero 8: Ultimo giro: Genio & Sregolatezza in F1.
Questo è un mio progetto a lungo termine, non ancora iniziato, che vorrei dedicare ai piloti di formula 1 che si sono distinti per coraggio o per uno stile di guida sregolato e poco incline ai calcoli.
Siamo ancora nella fase del progetto, non è prevista un'uscita imminente.
Progetto numero 9: Cortometraggio thriller/erotico con la Bcd Films.
Questo è un progetto già avviato che dovrebbe vedere la luce nel 2013 con riprese da iniziare a ottobre 2012.
Il mio ruolo è quello di co-sceneggiatore (script già ultimato) e aiuto regia.
Il progetto, dopo aver provato buona parte degli effetti speciali e del make up, sta per entrare nella fase del casting.
Progetto numero 10: Nuova antologia di racconti firmati Matteo Mancini.
Non è ancora pianificato nulla, però conto nel prossimo futuro di pubblicare una terza antologia, ancora da definire il genere (mi piacerebbe un'antologia interamente dedicata all'horror esoterico magari inserendo anche alcuni miei racconti apparsi in antologie di nicchia).
Progetto numero 11: Volume di saggistica sportiva dedicato alla generazione maledetta di piloti francesi.
Proposta che mi è stata fatta da Fabrizio Vercelli per un libro da scrivere a quattro mani in risposta a un volume inglese che trattava le sorti di quattro sfortunati piloti britannici.
Ancora tutto da chiarire e definire.
Conclusioni.
Moltissima carne al fuoco, anche perché ho omesso altre collaborazioni e altri progetti cumulativi che dovrebbero uscire a breve (ex la collaborazione con Gordiano Lupi sul libro dedicato alla produzione cinematografica di Bruno Mattei, la collaborazione con Brando Taccini sul volume dedicato al cinema low budget commissionato a Taccini dall'Università La Sapienza di Roma etc etc).
Nel prossimo futuro vediamo quanti di questi lavori riusciranno a vedere la luce; io, con il mio motto ZERO COMPROMESSI, confido di vederli entrare tutti in porto, come sempre!
Alla prossime news.
Mi chiamo Matteo Mancini, sono nato a Pisa nel 1981 e abito nell'indipendentista Tirrenia. Sono un grande appassionato di B-Movie (dallo spaghetti western, passando per il "poliziottesco" e proseguendo con thriller e horror). Tra le mie tante passioni le più forti sono la narrativa specie del genere fantastico scuola weird tales e la scrittura. Nella foto mi vedete, al centro, con a dx Antonio Tentori e la "giallista" Cristiana Astori, e alla mia sx Mr.B-Movie Dainelli e Ivo Gazzarrini.
Elenco
- Cinema
- Ippica
- Narrativa
- Pubblicazioni Personali
giovedì 19 luglio 2012
Spaghetti Western Vol.1 approda da Feltrinelli. Progetti Futuri Matteo Mancini
lunedì 9 luglio 2012
Recensione Narrativa: Le Dieci Morti di Tran-Silvana
Autore: Giovanni Buzi.
Genere: Horror/Erotico.
Editore: Il Foglio Letterario.
Pagine: 164
Prezzo: 14 euro.
Commento Matteo Mancini
Quella che mi trovo ad analizzare oggi è un'antologia inserita nella collana Fantastico & Altri Orrori delle Edizioni Il Foglio Lettario di Piombino, collana che ho di fatto saccheggiato quasi in tutta la sua interezza e che è densa di perle tra cui ricordo Cambio di Stagione e L'Incrinarsi di una Persistenza di Cometto, Five Fingers di Luca Barbieri e La Signora dalla Maschera d'Oro di Giovanni Buzi. A differenza dei volumi citati, Le Dieci Morti di Tran-Silvana è un'opera particolare, destinata a un pubblico più circoscritto rispetto a quello interessato al puro e semplice horror.
Buzi, qua alla sua ultima opera peraltro uscita postuma complice la prematura scomparsa dell'autore-pittore, osa oltre ogni limite e lo fa fin dalla copertina del libro. La sua è una scelta coraggiosa sotto tutti i profili, "imposta" persino all'editore a partire dal disegno eletto a copertina e scelto direttamente tra i tanti dipinti dell'autore (molte le sue mostre, si ricorda).
Non c'è da meravigliarsi di questo, Giovanni è sempre stato un anticonformista, una persona che diceva sempre quello che pensava e che mostrava un temperamento che, in una società come la nostra, non può definirsi che coraggioso seppur rispettoso e in linea con la volontà propria della persona e dunque naturale, libero da ipocrisie e sincero. Ciò detto credo che nella fattispecie la generosità di Giovanni abbia forse esagerato, quanto meno sotto il versante commerciale ma sono certo che Giovanni questo lo sapeva e che nell'occasione poco gli interessava. Non è per fare il bigotto, ma immaginatevi di leggere un libro con una copertina come quella che vedete qui in alto su un autobus o su un treno? In quanti avrebbero il coraggio di leggere il libro in pubblico...? Francamente credo in pochi, comunque la scelta di Buzi rispecchia la personalità di un autore estremo nel vero senso della parola, ma dotato di una tecnica narrativa sopraffina al contempo essenziale ed elegantissima, con gusto particolare per la contaminazione tra erotico e orrore di stampo fantastico, ma anche per i colori, i profumi, l'onirico e le mutazioni della carne.
Non è certo un caso se ho più volte accostato Buzi a Clive Barker, un paragone per nulla irriverente per un autore eccezionale per le capacità visionarie e la fantasia deformante che lo rendeva secondo a pochi nel panorama della narrativa italiana; un vero e proprio artista dell'eccesso e della contaminazione tra generi.
Ne Le Dieci Morti di Tran-Silvana la passione di Buzi per l'horror e l'erotico spiccano in modo esponenziale. Buzi non perde occasione per passare da contesti a luci rosse a veri e propri momenti hard-core, ma sempre con grande cura per le scenografie ricche di sculture, colori, candelabri e mobilia sopra le righe nonché impreziosendo i soggetti con l'inserimento di elementi fantastici talvolta ai limiti del mitologico (penso a teste di Medusa, riferimenti all'antica Roma e via dicendo).
I racconti proposti sono dieci, alcuni di essi, come il lovecraftiano Sotterranei o il giallo La Collana di Perle Celesti sono già apparsi altrove e con notevoli risultati. Quest'ultimo infatti permise a Buzi di aggiudicarsi il prestigioso premio Profondo Giallo 2005 con successiva pubblicazione del racconto in appendice a un numero della collana Giallo Mondadori. Si tratta di un giallo che, al di là degli ottimi e veloci dialoghi, secondo me non è tra i migliori lavori di Buzi, soprattutto a causa di un finale poco chiaro in cui si cerca di innescare la canonica girandola di colpi di scena per smascherare l'identità di un serial killer di studenti universitari (omosessuali) che fa collezione di occhi celesti dopo aver ucciso le prede con un colpo di tacco a spillo sul cuore. Nell'antologia è presente anche un secondo giallo, Senza Cuore, in cui fa la comparsa l'indagatrice "ufficiale" di Buzi già protagonista di altre opere: Lucilla Simonetti.
Il livello generale dei racconti è buono con punte di eccellenza. Purtroppo, a mio avviso, il risultato complessivo viene in parte penalizzato dalla scelta di mettere come protagonista in tutti i racconti, oltre alla location (che è quasi sempre Roma), una splendida donna che poi si scoprirà essere un trans e che non ha nulla a che fare con le altre protagoniste delle altre storie se non avere in comune il medesimo nome (appunto Silvana). Questo aspetto, se da un lato funge da trait d'union, rende un pizzico stucchevoli e ripetitive le opere, perché lascia (almeno a me) sorgere l'idea di una forzatura per rendere i soggetti alternativi rispetto alla solita figura della femme fatale (a me decisamente più gradita, lo confesso ma non era certo un segreto) di hollywoodiana memoria.
Ciò posto non si può non lodare il grande impegno dello scrittore nel tessere uno stile elegantissimo, attentissimo ai colori, ai profumi e all'arte; passioni che trasudano da ogni testo. In particolare ho trovato bellissimi gli horror con atmosfere e struttura simile ai miei amati racconti dei primi novecento: Ghiaccio e Sotterranei. In entrambi testi protagonista è un giovane che si dovrà sposare nel giro di pochi mesi, ma che finisce stregato nel primo caso da una voce lontana che si irradia dal nord Europa fino a Roma, e che si scoprirà appartenere a una sorta di arpia mummificata (potrebbe essere anche una vampira) intrappolata nel ghiaccio che potrà trasformarsi in una creatura volante mezzo uomo e mezza donna solo bevendo il sangue del protagonista, nel secondo caso da una donna avvolta in una tunica verde (poi si scoprirà essere una sorta di medusa omosessuale che vive nei bassifondi di Roma). I due testi sembrano voler omaggiare, seppur con piglio personale, rispettivamente R.E. Howard e H.P. Lovecraft.
Ultra visionario, da Gioventù Canniable, è anche l'horror psicotropo Estatiche Tigri in cui abbiamo due studenti universitari drogati fino ai capelli e in caccia continua di ragazze da adescare in discoteca. L'assunzione di una nuova droga sintetica causa a uno dei due delle visioni terrificanti. Il giovane si convince di esser braccato da da due tigri libere di ucciderlo nei bagni della discoteca. Gli animali sarebbero un transessuale e l'amico del giovane trasformatesi in bestie (mannare) sanguinarie. Quello che però sembra essere un delirio paranoico si scoprirà poi essere terribile verità. Il giovane e il trans, drogati fino al midollo, sono finiti senza accorgersene (anche il lettore con loro) in una gabbia dello zoo: quella delle tigri!
Si tratta di un testo onirico al mille per mille che lavora molto sul senso della vista e dell'olfatto (il tanfo del fiato delle bestie) per stupire il lettore in una progressione adrenalinica che cresce di intensità pagina su pagina. Resta un po' vago il riferimento al passaggio dalla discoteca allo zoo, ma il talento descrittivo e conciso di Buzi si nota alla massima potenza.
Tra i racconti votati all'erotico/pornografico si segnala Tran-Silvana in cui Buzi mette in scena una escort dalla pelle chiarissima (ancora transessuale) ingaggiata da un potente politico per una serata particolare. Il trans viene condotto in una villa megagalattica e costretto a intrattenere un rapporto sessuale a tre con una statua imbalsamata di un uomo che pare però avere un qualcosa di vivo e con l'autista del padrone di casa, mentre quest'ultimo osserva il tutto da una vetrata. L'escort non sa che, a rapporto completato, farà la stessa fine della statua a causa di un siero che le sarà iniettato nelle vene. Il padrone di casa, infatti, oltre a essere un voyeur, è un collezionista di bellezze esotiche a ciascuna delle quali, una volta imbalsamate, dedica una stanza della propria villa per poterle mostrare ai suoi amici internazionali. L'escort finirà così nella stanza artica.
Discreti anche gli altri testi, seppure inferiori a quelli indicati. Tra i meno riusciti segnalo Dissonanze, sorta di truculento esercizio di stile con una trans che evira vittime consenzienti sotto l'occhio attento di una telecamera, e il volgarotto e volutamente trash Silvana, la figlia di Frankenstein in cui Buzi, divertendosi e divertendo, mette in scena grottescamente la moglie di Frankenstein alle prese con il figlio ritornato dagli Stati Uniti e divenuto d'improvviso un transessuale ninfomane. Quest'ultimo, tra lo stupore della madre, vuole farsi il postino, per poterlo così rianimare dopo che lo stesso è svenuto dall'orrore alla vista della signora Frankenstein.
In definitiva un'antologia estremissima, sanguinolenta e bizzarra destinata, a mio avviso, a un ristretto nucleo di persone e soprattutto da evitare per chi si lascia guidare da pregiudizi ovvero dal gusto per il classico. Quest'ultimo aspetto è davvero un peccato, perché l'eleganza e la bravura di Buzi emergono in modo esponenziale e vengono quindi limitate in una nicchia a causa di una libera scelta dell'autore. Penso che se Buzi avesse un po' tralasciato questo interesse, che qua appare ossessivo, per la figura del transessuale ciò avrebbe permesso all'opera di avere un successo superiore a quello ottenuto, ma è pur vero che autori con il coraggio di Buzi devono esser apprezzati anche per questo, per il loro forte desiderio di ribellarsi agli schemi convenzionali. Nel complesso, buono.
sabato 7 luglio 2012
Recensione Dylan Dog: Il Trillo del Diavolo (Roberto D'Antona, 2012)
Regia: Roberto D’Antona;
Genere: Horror.
Prodotto: Roberto D’Antona, Francesco Emulo, Michele Friuli, Paola Laneve;
Co-Produttore: Michele Grassi;
Anno: 2012.
CAST:Roberto D’Antona, Francesco Emulo, Michele Friuli, Barbara De Florio, Ciro De Angelis, Angelo Boccuni, Francesco Santagada, Giovanni Navolio, Federica Gomma, Maria Giovanna Pappadà, Biagio Sampietro, Tiziana Di Napoli, Michele Marzulli, Simon Angelone, Stefania Attanasio, Valentina Pignatale, Michele Grassi, Alessio Attanasio, Gabriele Renna, Erika Quaranta, Mattia Dragone, Swami Manco, Gaia Sportelli, Gabriele Marinelli.
Commento Matteo Mancini.
Con grande piacere eccomi a commentare un mediometraggio amatoriale dedicato interamente ai personaggi del fumetto Dylan Dog da cui vengono ripresi molti dei personaggi principali qui portati in scena in una storia dal sapore decisamente onirico.
A dirigere il tutto c'è il giovanissimo Roberto D'Antona, tarantino classe 1992, che vestito in giacca nera, camica rossa e jeans presta corpo e voce anche al famoso indagatore dell'incubo.
Nonostante i suoi appena vent'anni, D'Antona dimostra un certo talento visivo e soprattutto un curriculum per nulla scarno tra cui spicca la regia di un altro episodio dedicato al personaggio nato dalla fantasia di Tiziano Sclavi: Dylan Dog: L'Inizio (2011) nonché la serie composta da sei episodi che va sotto il titolo di Scary Tales.
Nell'occasione il regista pugliese tratteggia con grande gusto e attaccamento al personaggio dei fumetti un episodio che indaga sul passato dell'eroe, probabilmente, preferito di D'Antona. Il giovane autore opta, come giusto che sia, per un taglio fedele alla serie della Bonelli. In altre parole, propone soluzioni tipiche delle storie su carta di Dylan Dog. Così troviamo l'indagatore imprecare con il suo solito intercalare Giuda ballerino, oppure offendere il fido scudiero Grucho che spara barzellette e freddure come una mitragliatrice, o guidare un Maggiolino targato DYD 666, piuttosto che richiedere il revolver a Groucho nei momenti di pericolo ovvero suonare al clarinetto l'unico motivo di cui è a conoscenza (il trillo del diavolo di cui al titolo). Oltre a questo vediamo Dylan interagire con l'ispettore Bloch, il mefistofelico Xabaras, la morte ritratta con gusto di bergmaniana memoria,zombie e mostri vari.
Al di là degli aspetti contenutistici, il prodotto che ne esce fuori si rivela assai interessante soprattutto per la cura nel montaggio e nella fotografia sempre attribuibili all'estro di D'Antona. Sotto quest'ultimo aspetto, il regista riesce più volte a regalare inquadrature di grosso impatto scenografico. In particolare, le sequenze ambientate in mezzo alla campagna e impreziosite da campi lunghissimi tesi a sfruttare appieno la magnificenza del panorama campestre si rivelano eccezionali se si parametrano al contesto che è quello amatoriale. In alcune inquadrature, addirittura, sembra quasi di vedere una tavola (in movimento) raffigurata da un vignettista.
Inoltre D'Antona compie un'altra ottima scelta. La sua regia infatti cerca, riuscendoci, di essere fumettistica e dunque abbonda con primissimi piani su bocche che parlano, pistole, ciondoli vari, occhi e volti. Il regista ricerca anche di creare pathos inquadrando ombre di persone che si proiettano sul selciato mentre stanno camminando e cose del genere.
Il soggetto vede un Dylan Dog alle prese con i suoi incubi orchestrati dal mefistofelico Xabaras che gli rivelerà di essere il suo vero padre (come nei fumetti) solo alla fine. A fare compagnia al protagonista, in quello che sarà una sorta di viaggio di dantesca memoria, come suggerito nello stesso film, ci saranno l'inseparabile Groucho e l'ispettore Bloch. I due però altro non saranno che proiezioni mentali di Dylan Dog, il quale starà solo vivendo a occhi aperti un incubo funzionale a fargli capire chi lui sia veramente. Il nostro, infatti, sta attraversando un periodo di stress, vittima dell'alcool che ingerisce per superare lo shock attribuibile alla perdita della moglie.
Dunque vi troverete alle prese con una storia quasi decontestualizzata che si sviluppa fuori dal mondo, potremmo dire, e, più in particolare, nella testa del suo protagonista, con dialoghi che fanno il verso a quelli del fumetto anche se manca un po' di background di fondo per quel che riguarda i messaggi subliminali tipici del fumetto.
Tra i difetti dell'opera riscontro, a mio avviso, una certa ripetitività di situazioni. D'Antona propone spesso scontri tra Dylan e mostri della più diversa specie che, puntualmente, finiranno per cadere sotto i colpi del revolver. Inoltre, come spesso avviene nelle opere amatoriali, il regista cade in grossa difficoltà nelle scene delle scazzottate che vengono mostrate rallentate per tentare di togliersi dall'impiccio di girarle a velocità normale. La soluzione non è proprio il massimo.
Non mancano poi mostri dai volti scarnificati o dai colori di pelle bizzarrissimi messi in scena sufficientemente bene (visto il contesto) grazie al trucco di Paola Laneve. A mio avviso si sarebbe potuto curare meglio lo splatter che invece, così come l'esplosione dei colpi di pistola, viene rappresentato mediante la computer grafica.
Le interpretazioni sono abbastanza buone, sempre avendo come riferimento la natura del prodotto. In particolare se la cavano bene Francesco Emulo, nei panni di un Groucho che pare - nei modi di fare - ispirato anche al Jonathan vincitore del Grande Fratello di qualche anno fa (per intenderci), Michele Friuli, perfetto nel ruolo di Xabaras, Francesco Santagada, probabilmente il migliore e chiamato a interpretare un demone verde, Giovanni Navolio che sostiene di essere Lucifero in persona e appare con un look di litfibiana memoria, infine un Roberto D'Antona piuttosto glaciale nel ruolo di Dylan. Benino, seppur una spanna sotto, tutti gli altri.
Curate le musiche, i costumi e le scenografie per un mediometraggio che nel complesso si rivela pertanto buono e senz'altro consigliato ai fan del fumetto. Di certo, come idea di fondo, è anni luce superiore a Dylan Dog: Dead of Night di Kevin Munroe prodotto a Hollywood nel 2011; una pellicola, per chi non l'avesse vista, per nulla rispettosa dei caratteri creati da Sclavi.
Chiudo con la battuta finale del mediometraggio e vi invito a segnarvi il nome del regista per futuri progetti orrorifici.
Alla fine siete voi a decidere se tutto questo è un sogno o realtà, alla fine è questo che sono: un indagatore dell'incubo. Il mio nome è DYLAN DOG.
Il film è liberamente visionabile al seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=MlnW9q5MRL8
martedì 26 giugno 2012
Recensione GIOVENTù CANNIBALE - AA.VV. a cura di Daniele Brolli

Autore: AA.VV.
Curatore: Daniele Brolli
Editore: Einaudi.
Anno: 1996
Pagine: 212
Prezzo: 11 euro.
Commento di Matteo Mancini
Antologia considerata da molti un cult della narrativa irriverente pulp italiana. Pubblicata nel 1996 a cura di Daniele Brolli e ripubblicata nel 2011 grazie all'enorme successo commerciale del progetto.
Per comprendere la portata di quanto appena affermato basta, a esempio, consultare il sito anobi.com. Sono ben 1546 gli utenti del sito che dichiarano di possedere il libro nella loro biblioteca. Addirittura 115 le recensioni, un numero enorme se paragonato ad altri libri del genere e se si considera la natura del libro: un'opera estrema, per pochi palati, infarcita di violenze e crudeltà spesso gratuite e che nulla hanno a che fare con l'horror.
Nel testo troviamo riuniti dieci autori all'epoca in rampa di lancio e oggi, alcuni di loro, affermati anche a livello internazionale. Tra essi Andrea G. Pinketts, Alda Teodorani, Daniele Luttazzi (in molti lo ricorderanno anche sulle reti RAI in veste di presentatore irriverente), Niccolò Ammaniti e Aldo Nove.
Il libro ebbe un impatto massmediatico talmente forte da dar vita a un vero e proprio fenomeno: quello degli scrittori cannibali. Per dirla in breve si tratta di scrittori che sposano un linguaggio spesso sporco, crudo, duro e senza ipocrisie di fondo (cadendo però talvolta nel gratuito, a mio avviso) che mutua e va ad amplificare lo stile degli autori pulp americani (anche il Chuck Palahniuk di Fight Club, romanzo coevo all'antologia) ricorrendo anche a soluzioni e sviluppi di impronta cinematografica che potremmo definire da bad boy (il riferimento più evidente va a Tarantino).
Devo essere sincero, nel suo complesso l'antologia mi ha deluso e neppure poco. Spesso (chiaramente è una mia opinione), si tratta di racconti con soggetti impersonali dove l'autore è più interessato a scioccare chi legge con crudeltà, splatter - a volte poco funzionale alla storia e buttato lì tanto per schifare chi legge – e storie che non hanno nulla da lasciare come messaggio al lettore se non quello di averlo disturbato per la loro follia terrena. Dunque niente tagli fantastici, ma orrore ordinario (da intendere quello che può avvenire davvero nelle nostre città) estremizzato al mille per mille disinteressandosi di attivare l'intelligenza dei fruitori del libro.
Come detto, tuttavia, non tutti i racconti sono così. Il più interessante, non però il migliore nel suo complesso, è il racconto Cose che io non so di Matteo Galiazzo, peraltro uno degli autori meno noti della compagnia.
Galiazzo propone un racconto che è più una riflessione filosofico-religioso-spirituale altamente irriverente e dissacrante che un vero e proprio elaborato creativo. Protagonista è una giovane ragazza, figlia di una coppia testimone di geova, che scrive lettere a un assassino incriminato per omicidio e stupro. La giovane è convinta che il malvivente sia l'alter ego di Gesù (!?). La donna infatti ha una sua teoria sulla creazione del mondo e sul mistero della vita, ed è una teoria senza dubbio originale e curiosa.
Dunque un racconto coraggioso e, in alcuni passaggi, di cattivissimo gusto (penso alla descrizione alternativa relativa alla morte di Gesù che l'autore immagina essere avvenuta non sulla croce ma con una modalità assai più tremenda e insostenibile per buona parte dei lettori) impreziosito da un tocco di ironia e soprattutto da un'impronta filosofico-spirituale personale (unico caso in tutta l'opera). Proprio quest'ultimo elemento fa della storia una delle poche da salvare dell'intera antologia, a prescindere dal condividere o meno certe scelte dell'autore. Dico questo perché alcune graffiature splatter e gore, a mio avviso, si rivelano eccessive e di cattivo gusto, per non dire fastidiose e poco rispettose.
Bene invece per la teoria di Galiazzo relativa a un universo non convenzionale e soprattutto alla genesi del mondo vista come un qualcosa di simile a un polmone che si espande per effetto dell'inspirazione di Dio. Il “polmone” sarebbe l'universo e tutto ciò che si crea durante la sua espansione sarebbe il resto (la vita, i mondi, le stelle). Giunto all'apice dell'espansione il polmone si ritrarrebbe determinando un processo inverso fino a tornare al punto di origine (cioè la fine del mondo). In questa seconda fase la storia si ripeterebbe ma rovesciata rispetto all'inizio.
Dunque un testo che è più una disquisizione filosofica che un vero e proprio racconto. Non c'è infatti una concatenazione di fatti, ma meri spunti e riflessioni con qualche flashback funzionale alla riflessione.
Se il racconto di Galiazzo è il più personale per il soggetto quello del grande burlone Andrea G. Pinketts lo è per lo stile farsesco e comico. Sebbene con un titolo orribile, Diamonds are for never, è il testo più divertente ed esilarante. Lo stesso Pinketts si diverte a scriverlo nello scegliere accuratamente i termini per fare continui giochi di parole. Il soggetto, tutt'altro che esaltante (seppur strutturato da maestri), ha una costruzione tarantiniana con più vicende che si intrecciano tra loro.
Abbiamo un suicida che si getta dal ponte di un'autostrada mandando inconsapevolmente all'aria il piano di fuga di un bandito che ha rubato ottanta diamanti a una banda di fratelli mafiosi. L'uomo, per sottrarsi dai due che lo vogliono uccidere, sta viaggiando su un bus organizzato per una gira fuori porta in cui viene promossa la vendita di un'affettatrice. L'obiettivo è quello di far scoppiare un incendio e sparire nel nulla con il bottino, ma il suicida del ponte innesca una serie di eventi tragici che coinvolgono anche una famiglia borghese strampalata.
I riferimenti a Tarantino emergono, seppur in chiave parodistica, anche nella lunga serie di citazioni di film, attori, musiche, nonché nei monologhi sopra le righe del protagonista e nei modi di fare coloriti dei delinquenti che gli danno la caccia quando cercano di far confessare la nonna del manigoldo. In conclusione un racconto molto divertente e impreziosito da un po' di gore. Pulp nel vero senso della parola.
Se i due tesi sopraelencati sono i più personali, sebbene per motivi diversi, Giorno di paga in via Ferretto di Paolo Caredda è il più completo e ben scritto, probabilmente il migliore del lotto. Anche in questo caso siamo alle prese con uno scrittore semisconosciuto che non si è ripetuto in seguito. Ciò nonostante il suo racconto è tecnicamente il più virtuoso. Scritto con uno stile e un lessico elegantissimo, l'opera snocciola citazioni cinematografiche (persino gli sci-fi di Antonio Margheriti), sportive, sui cartoon (Danguard, Transformers) e tossicologiche messe al servizio di un testo di una crudeltà unica e al tempo stesso ultra malinconico. Grandi descrizioni della Genova attuale e di quella che fu, del mondo delle reti televisive locali, delle speranze vane di coloro che non emergeranno mai ma che fanno di tutto per sfuggire al loro destino.
Protagonista è una sorta di sicario ingaggiato da uno spasimante respinto per punire una soubrette, ormai divenuta adulta e caduta in disgrazia, che lo ha umiliato in passato. Il mandante vuole falciare definitivamente ogni sogno di riscatto della sua vecchia fiamma.
Caredda colpisce nel segno con una crudeltà terrificante, ma sempre con grande tocco, senza cadere in volgarità e gore facile come invece fanno molti dei suoi colleghi. Niente male.
Queste sono, a mio modesto avviso, le tre opere che si salvano in un contesto fatto di violenza gratuita e testi privi di un'anima di fondo. Tra i meno peggio, quanto meno grazie a un buon lavoro di caratterizzazioni e una struttura ben marcata, c'è Il Rumore di Stefano Massaron. Massaron propone i ricordi di un uomo ossessionato da un rumore (quello fatto dal corpo di una bambina obesa che si è lanciata dalla finestra di casa dopo uno strupro) che ha udito quando era bambino e connesso a una sua malefatta. Un racconto ben sviluppato, ma che non aggiunge nulla al panorama narrativo (sembra una storia di cronaca nera).
Gli altri sei elaborati, mi dispiace dirlo, sono pessimi alcuni (non me ne vogliano gli amici scrittori) ai limiti del presentabile.
Deludono Aldo Nove (che ho assai apprezzato altrove) con un delirio folle e malato incentrato su due ragazzi svogliati che comprano in un supermarket una videocassetta intitolata “Il mondo dell'amore” (titolo anche del racconto). L'intenzione dei due è quella di acquistare un filmetto porno per potersi masturbare in compagnia (!?). In realtà hanno acquistato, senza saperlo, una videocassetta che parla di castrazione e di amore omosessuale. I due finiranno così per amputarsi i peni per provare un rapporto lesbico (!????). Come definire un testo del genere se non out of mind?
C'è anche chi fa di peggio. Daniele Luttazzi con Cappuccetto Splatter decide di riprendere la favola di Cappuccetto Rosso darle un taglio urbano e riproporla facendo il verso allo stile narrativo di American Psycho (quindi descrizione maniacale di tutte le marche di vestiti, prodotti e di qualsiasi altra cosa come nel romanzo di Bret Easton Ellis) senza mettere nulla di suo e dando i natali a un qualcosa privo di senso e intriso di una violenza oltre ogni limite. Di cattivissimo gusto.
Volano bassissimo anche Matteo Curtoni con Treccine Bionde, altro trip fuori di testa con una serie di ragazzine che seppur uccise e sventrate perseverano a ballare in discoteca calpestando le loro interiora (!?), e Massimiliano Governi con Diario in Estate (storia di un amore nato sotto la cattiva stella e alimentato da droghe e violenza).
Grossa delusione il testo di uno scrittore di calibro quale Niccolò Ammaniti, qui coadiuvato da Luisa Brancaccio, che con Seratina propone un testo ben scritto e ritmato (questo va sottolineato), ma completamente vuoto. Quello di Ammaniti è una sorta di gita notturna di un trio di tossici che errano per la città di notte a far danni della più bieca specie il tutto per vincere la noia. Così passano il tempo libero tra piste di coca, zoo chiusi e importunando trans delle vie di Roma.
Non mancano violenze prive di senso compresa l'uccisione di un canguro all'interno di uno zoo e di un secondo cucciolo abbandonato in mezzo alla strada e travolto dalle auto, ma anche sventramenti di carcasse in putrefazione, rapporti sessuali squallidi e via dicendo. Buono stile di scrittura, ma testo privo di anima. Ricorda un po' la struttura della prima parte di Arancia Meccanica, ma senza alcun messaggio di fondo.
Delude anche l'amica Alda Teodorani (anche lei da me apprezzata in altre antologie) brava tuttavia a dare al suo E Roma Piange solo un'atmosfera scenografica al limite del magico (i tramonti rossi della città, i sospiri del vento). Il resto è impersonale e il soggetto è banale. Ancora una volta abbiamo un sicario ridottosi però a vivere vendendo fazzoletti di carta (!?). L'uomo viene ingaggiato da un borghese morente per fare pulizia di barboni. Diviene così un sadico e sanguinario assassino (roba stile Armin Meiwes) con un movente che mi sembra più che futile. Racconto ben scritto, elegante, ma infarcito di una violenza a tratti gratuita anche se disturbante. La Teodorani non risparmia evirazioni, mutilazioni della più fosca specie, sgozzamenti e via dicendo il tutto in modo gratuito e duqnue fuori luogo.
Questo in sintesi il contenuto dell'antologia. Dieci racconti fulminanti, nella loro lunghezza, fa eccezione solo il quasi romanzo breve di Paolo Caredda; si va dalle 7 pagine del testo della Teodorani alle 40 di quello di Ammaniti,caratterizzati da un'irriverenza e uno spirito polticamente non corretto di fondo. Purtroppo mancano quasi sempre quella natura, condivisibile o meno per il singolo lettore, di critica sociale di fondo e quel gusto per l'elaborazione di intrecci complessi, densi di azione e sopra le righe che dovrebbero giustificare progetti del genere onde evitare che scadano nel trash puro e semplice. Sopravvalutata e nemmeno poco. Insufficiente nel complesso. Voto: 4.5+
martedì 29 maggio 2012
Recesione Narrativa: IL SOLE DEI MORENTI (J.C. Izzo)
Autore: Jean-Claude Izzo.
Genere: Drammatico.
Editore: E/O
Pagine: 236
Commento Matteo Mancini.
Romanzo breve di genere drammatico scritto dal marsigliese Jean Claude Izzo pochi mesi prima che un tumore ai polmoni lo strappasse via da questo mondo all'età di 55 anni.
Il Sole dei Morenti è un'opera estemporanea nella bibliografia di questo autore solitamente impegnato nel noir. Il romanzo infatti ha poco o nulla dell'intreccio poliziesco (una rapina, un pestaggio e un omicidio raccontato da un trafiletto di un giornale) o comunque di stampo delinquenziale. Izzo concentra tutti i suoi interessi sulle caratterizzazioni e sul passato dei protagonisti che si susseguono con l'andare della lettura come in una passerella riservata ai disgraziati condannati a vivere al bando. Infatti oltre al primo protagonista, un clochard con un passato da persona comune, si alternano nella vicenda un complesso di veri e propri reietti tutti quanti destinati a un futuro più o meno tragico.
E così Izzo, lentamente, sposta il suo protagonista dalla fredda Parigi a Marsiglia, facendolo viaggiare su treni, braccato da controllori e poliziotti poco propensi ad aiutarlo. L'uomo ha perso tutto, a partire dalla moglie che lo ha tradito, proseguendo per il figlio che lo ha disconosciuto e per finire con il lavoro (perso anch'esso in circostanze rocambolesche).
Il nostro trova conforto solo nel vino e nella birra che beve in quantità industriale, vivendo ai margini della società e in modo sempre più disastrato fino a parlare direttamente con i topi.
Il viaggio (della speranza ma anche dell'estrema disperazione) che il protagonisa decide di compiere dopo la morte di un suo collega di strada, assume a livello metaforico il senso di un vero e proprio tuffo nel passato; in un passato in cui regnava la spensieratezza, il sogno e in cui brillava chiara e netta la stella del primo amore.
Marsiglia assume quindi la valenza di un luogo in cui morire, ma in modo più dolce come storditi dall'effetto anestetizzante di una droga; storditi dalla sovrapposizione del ricordo alla dura e crudele realtà. Il nostro infatti si abbandonerà a frequenti e continui peregrinaggi nei luoghi del primo bacio o comunque di altri flash ameni che albeggiano nel ricordo.
Non è poi un caso se tutti i protagonisti del romanzo siano ancorati al tempo che fu.
Sotto quest'ultimo profilo assume una certa importanza il capitolo in cui il protagonista incontra una giovane prostituta bosniaca reduce dagli orrori della guerra dei balcani. Il passaggio, nonostante la durezza dei dialoghi tra i due e le terribili esperienze passate che li hanno relegati al bando della società, è intriso di una speranza e di un barlume di riscatto, che però viene travolto dall'irrompere di alcuni delinquenti che avevano comprato la donna per indurla alla prostituzione e dai quali la stessa si era sottratta.
Eloquente il passaggio in la giovane donna rivela al protagonista il proprio rifiuto della realtà: Io è come se fossi già morta. Tu non so dove sei morto. Né quando. Ma so che sei come me. Ci trasciniamo con la nostra vecchia pelle. Non siamo nient'altro che un involucro vuoto. E ancora: Arrivati a un certo punto non si può più tornare indietro. Quando si sono viste cose che nessuno ha visto, vissute cose che nessuno ha vissuto. Allora si è condannati. Non voler più tornare in quella società non voleva dire impotenza. Soltanto una grande stanchezza di vivere.
Izzo ci va giù duro, condendo il tutto con una crudeltà, soprattutto psicologica, che lascia davvero stordito il lettore e gli fa probabilmente guardare con occhio diverso la fiumana di disperati che inondano le strade urbane di tutto il mondo.
Izzo amplifica la crudeltà agendo non solo sui dialoghi (spesso crudi e volgari), ma soprattutto sull'ambiente in cui si svolgono i fatti, condizione climatiche comprese. Il freddo, la neve e il gelo rispecchiano l'animo dei vari protagonisti. Un animo ormai privo di sogni e dunque sull'orlo di spegnersi raffreddandosi fino alla morte.
Il campionario di reietti contempla clochard, prostitute, immigrati, ritardati mentali, alcolizzati, drogati ed estremisti.
In conclusione Izzo getta luce sull'altra faccia della vita metropolitana quella formata da coloro che sono stati esclusi e lo fa mostrando il passato di ciascuno di loro in modo da far familiarizzare il lettore con le varie situazioni e renderlo dunque ancor più scosso e triste.
Per quanto concerne la dinamicità del plot, da segnalare una seconda parte di romanzo in calando, anche se fornita di un epilogo tragico ma al contempo estremamente poetico. Degno di nota infine l'escamotage adottato dal protagonista per elemosinare dai passanti qualche spicciolo facendosi però lui stesso ringraziare e non viceversa.
A mio avviso, un po' di pepe nella storia avrebbe fatto compiere al romanzo un balzo in avanti rendendolo più avvincente. È tuttavia probabile che l'autore abbia voluto evitare un taglio del genere in quanto preso da una forte malinconia personale amplificata verosimilmente dal tumore che lo avrebbe portato, di lì a poco, alla morte. Più che sufficiente, ma non aspettatevi un libro di intrighi o di azione. Sull'orlo del crepuscolo.
giovedì 17 maggio 2012
Recensione racconto LE CREATURE BIANCHE (Arthur Machen)
Nella foto lo scrittore ARTHUR MACHEN
Stralcio di un articolo ben più ampio che sto preparando, qualora dovesse esser scelto dalla redazione di DAGON PRESS, per un'iniziativa dedicata all'opera dello scrittore gallese ARTHUR MACHEN operante a cavallo tra l'800 e il '900.
Il racconto che segue fa parte dell'antologia Il Gran Dio Pan e altre storie soprannaturali.
Commento di MATTEO MANCINI
Machen cambia, almeno superficialmente, registro con Le Creature Bianche alias The White People (1906). Si tratta, a mio avviso, del capolavoro dello scrittore gallese, molto apprezzato anche da H.P. Lovecraft che lo valutava superiore per atmosfera e pregio artistico rispetto al più noto Il Gran Dio Pan. Allineandomi a quanto detto dal maestro di Providence, il sottoscritto rileva, oltre a una resa superiore sul versante onirico/fantastico, una maturità autoriale più accentuata rispetto ai precedenti impegni di Machen. Inoltre appare esplicita l'intenzione di portare il lettore a interpretare quanto andrà a leggere nei capitoli successivi fornendogli fin da subito la chiave di lettura attraverso cui decriptare il racconto che segue. Fondamentale, al riguardo, è l'eccezionale prologo che potrebbe vivere di vita autonoma quale saggio filosofico/spirituale. Dopo di esso viene proposta la parte narrata in cui Machen fa sognare il lettore abbondando con descrizioni immaginifiche di scenari desolanti e immensi, con scenografie costituite da pietre animate che imprigionano volti, boschi opprimenti e canyon, il tutto accompagnato da una colonna sonora fatta di litanie e sibili di vento.
Si può affermare che con Le Creature Bianche Machen abbandoni le atmosfere da giallo e le ambientazioni urbane londinesi che avevano fatto da cornice alle precedenti avventure, tra le quali Il Gran Dio Pan e La Luce Interiore. Ciò che persiste è il taglio metaforico, lo stimolo allo studio, alla ricerca della verità e la grande passione per l'esoterico visto quale chiave per forzare la serratura dello scontato.
Abbiamo già detto che il racconto si apre con un primo capitolo a metà strada tra la filosofia e la spiritualità. Protagonisti di questa parte sono un saggio alquanto bizzarro e un suo ospite (di fatto uno studente/allievo) intenti a discutere sui concetti di santità e malvagità. Entrambe sarebbero caratterizzate da una matrice comune, costituita da un traguardo benedetto dalla trascendenza e capace di regalare l'estasi dei sensi a chi lo completa mediante il ritiro dalla vita comune e il rifiuto delle sue convenzioni più banali. Eloquente, per comprendere il concetto, il seguente passaggio: la trascendenza è prodiga con i suoi figli. Molti di loro mangiano pane e acqua, ma sono infinitamente più ebbri dell'epicureo. La vocazione per il bene così come per il male sarebbero passioni solitarie, occupazioni per anime solitarie.
Machen, da cultore dell'esoterismo, lascia intuire ai suoi lettori la forte stima che nutre per coloro che ricercano la spiritualità, siano essi mossi da intenti malvagi o benigni, arrivando a dire che i grandi uomini, quale che sia il loro stampo morale,tralasciano la copia imperfetta e cercano l'originale perfetto. L'autore gallese non perde tempo nello specificare cosa si debba intendere per male e lo fa con grande cultura filosofica e una saggezza che può possedere solo un autentico maestro (non solo letterario).
Il male, ci spiega Machen, non è quello che viene percepito dalla società attraverso le violazioni dei precetti penali o delle norme dettate dal senso etico. Gli assassini, così come i delinquenti, non sono veri peccatori, ma bestie poiché agiscono in base a impulsi negativi. Il male invece è sempre positivo, anche se opera dalla parte sbagliata. Per tale motivo è raro da riscontrare nella società moderna, addirittura molto più raro della santità in quanto più originale ed estremo. Bellissimo l'aforisma di Machen che definisce l'intento del male: l'essenza del peccato sta nel dare l'assalto ai cieli con la violenza dell'uragano.
In altre parole, i peccatori sarebbero coloro che, spinti da una grande forza d'animo e dedizione nello studio, ricorrono a qualunque mezzo per trascendere ed entrare nelle più alte sfere ricorrendo a mezzi proibiti. Il loro scopo sarebbe quello di conquistare la beatitudine e la sapienza proprie degli angeli e mai appartenute agli uomini. I santi invece, rispettosi verso Dio e più umili nel loro approccio di studio, si sforzerebbero di recuperare la felicità che apparteneva agli uomini prima della loro caduta, senza andare oltre. Le persone comuni invece, in quanto prive di desiderio di ascesa o di discesa, critica aspramente Machen, non si porrebbero problemi di sorta accettando passivamente la vita così come essa viene loro presentata e restando pertanto confinati nella mediocrità. I geni, d'altro canto, avrebbero un po' del santo e un po' del peccatore, essendo quelli che oggi definiremmo dei ribelli.
Attraverso i suoi due personaggi, il maestro gallese prosegue in questa disamina, che trasuda passione parola dopo parola, e arriva a dire, giustamente, che il vero peccatore (il vicario di Satana) non sarebbe facilmente individuabile dagli uomini comuni. La ragione naturale di questi ultimi difatti, essendo gli stessi ignoranti e incapaci di vedere oltre la barriera dell'apparenza a causa dell'avvelenamento dei loro spiriti determinato dal cocktail frutto dell'unione di convenzioni, cultura di massa e materialismo, sarebbe divenuta cieca e sorda. Solo i bambini, gli animali e le donne (non sono d'accordo su quest'ultima categoria ricompresa da Machen nella sua interezza probabilmente per ragioni confinate nell'epoca storica a lui contemporanea), in quanto creature semplici, sarebbero immuni da tale deficienze e sarebbero i soli a esser in grado di individuare un vero peccatore.
Queste sono le premesse che precedono il racconto vero e proprio. La storia si sviluppa con l'artificio letterario degli appunti di una bambina riportati in un quaderno custodito dal saggio e mostrato al suo ospite/allievo.
Machen propone una vicenda ancora una volta intrisa di una velata (ma al contempo forte) componente erotica e spinge, più dei precedenti lavori, sul pedale della perversione subliminale. A livello superficiale propone l'introduzione graduale di una bambina al mondo della stregoneria a opera della sua balia. La giovane racconta direttamente i suoi progressi alternandoli a vicende di vita vissuta in cui racconta le sue incursioni in mondi fantastici e desolati (che rappresentano l'Inferno e allo stesso tempo il Paradiso) e a favole nere funzionali a spiegare i vari step raggiunti e le conseguenze degli stessi.
Si parla di culti e sabba orgiastici risalenti all'epoca romana, con tanto di statuette di creta che si animano per intrattenere rapporti con le donne che li hanno realizzati. Machen non rende troppo manifesta la natura di questi rapporti, ma la stessa traspare piuttosto chiaramente agli occhi del lettore attento ai particolari. Si tratta di rapporti blasfemi, a suggerirlo è uno stralcio del diario della bambina relativo a una statuetta di creta da lei stessa costruita all'età di sedici anni: e quando fu finito feci con lui tutto ciò che riuscii a immaginare, ed era molto di più di quanto avesse fatto la balia, perché la mia statuetta aveva la forma di una cosa infinitamente migliore.
Non mancano poi creature bizzarre quali ninfe (ci sono delle pennellate saffiche seppur in minima parte), animali antropomorfi e altri esseri non meglio specificati che escono dal bosco per sedurre gli astanti. Strepitosa, sotto quest'ultimo profilo, la fiaba nera del cacciatore che si lancia alla caccia di un cervo bianco, apparso dopo un'improduttiva battuta di caccia, per giorni e notti finendo in una dimensione ignota e scoprendo di aver seguito la regina delle fate (sarà invece ben altro) camuffata da animale. La donna lo sedurrà, lo renderà suo sposo, ma solo per una notte facendolo poi di fatto ricomparire laddove l'uomo aveva avvistato il cervo in preda a una nostalgia e un'astinenza talmente forte da non baciare più nessun'altra donna, poiché come dice con grande classe Machen: aveva gustato il vino dell'incanto e per questo non bevve più nessun vino perché nulla lo avrebbe più appagato.
Sensuale, e ancora una volta ammiccante sul piano erotico, il passaggio in cui viene riportato il rito di una strega dalle forme attraenti. Machen scrive: la signora si sdraiava fra gli alberi e cominciava a cantare una certa canzone. Da ogni parte della foresta venivano allora i grandi serpenti, sibilando e luccicando fra gli alberi;ella tendeva le braccia bianche e i serpenti, cacciando la lingua biforcuta, strisciavano verso di lei. Poi cominciavano ad avvolgersi intorno al corpo, alle braccia, al collo, finché Lady Avelin era tutto un ammasso di serpi e si vedeva solo la testa. L'avvolgevano sempre più finché non ricevevano l'ordine di andarsene. Allora l'abbandonavano, ma sul petto della signora restava una stranissima pietra a forma di uovo e dalle mille sfumature blu, gialle, rosse e verdi e le venature parevano scaglie di serpente.
Gianni Pilo, nel suo Dizionario dell'Orrore, analizzando il testo sostiene che, nonostante il tono cupo che permea tutta la storia, Machen non rinuncia alla speranza. Ciò è senz'altro giusto, ma si tratta di una speranza flebile, da individuare in un insidioso percorso (rappresentato metaforicamente dalla descrizione ambientale della bambina che parla di pareti rocciose disseminate con una logica ben precisa, boschi e fiumi, fino agli edifici costruiti da esseri giganteschi in quanto eletti) per pochi meritevoli capaci di percorrerlo per dedizione e intelligenza, piuttosto che per un talento fine a sé stesso o per mera opportunità materialistica. La bambina così come i vari protagonisti delle favole raccontate dalla stessa (spesso messi al cospetto dell'esoterico per puro caso) finiscono prigionieri e preda dei sortilegi e vanno incontro a una brutta fine.
L'insegnamento, e al tempo stesso ammonimento, di Machen, in perfetta linea con le opere precedenti, è esplicito e assume una valenza simbolica che va oltre al piano esoterico arrivando all'approccio mentale e psicologico da adottare nella vita di tutti i giorni: le medicine più benefiche (leggi l'esoterismo, ma io direi anche la psicologia e la filosofia) sono di necessità potenti veleni ed è per questo che vengono tenute chiuse in un armadietto (è, a mio avviso, sottinteso dalla società con tutte le sue convenzioni, le regole e la cultura di massa). Se una bambina (leggi l'uomo che non ha compiuto un certo percorso di studio e pertanto un qualcuno assimilabile alla cultura di un bambino, per definizione neofita) trova la chiave per caso e ne beve, si avvelena. In altri casi, invece, la ricerca di ciò che è nascosto (da decriptare come ciò che costituisce lo spirito umano) eleva l'uomo: e dopo essersi forgiato da solo le chiavi adatte (leggi dopo aver personalizzato il proprio percorso in base alla propria autocoscienza) egli trova non fiale di veleno, ma squisiti elisir. In questo consiste l'essenza dell'opera qui oggetto di esame e di certo non mero testo finalizzato all'intrattenimento spiccio.
Dunque un concetto finale che spinge alla ricerca e al contempo la sconsiglia, quasi fosse un ammonimento teso a esorcizzare la voglia del superficiale o di chi va alla ricerca di meri vantaggi materiali.
Tutti questi contenuti intrinseci fanno de Le Creature Bianche una perla preziosa della narrativa fantastica/orrorifica. Un'opera che trascende dal contesto di appartenenza , quello di genere, ed evidenzia ancora una volta l'abisso sussistente tra autori del calibro di Meyrink, Machen, Lovecraft e altri di fine '800 primi '900 rispetto ai più artificiosi (e banali) Matheson, King e Campbell. Non me ne vogliano i colleghi che continuano a difendere certa narrativa, che il sottoscritto legge volentieri ma che non si sognerebbe mai di paragonarla con la vera narrativa fantastica/orrorifica del tempo che fu impreziosita da una profondità e uno spirito didattico e filosofico anni luce superiore.
Must. Voto: 9
sabato 21 aprile 2012
Recensioni Cinematografiche: GIALLO (2009) di Dario Argento
Produzione: Italia – Stati Uniti, 2009.
Regia: Dario Argento.
Sceneggiatura: Jim Agnew, Sean Keller, Dario Argento.
Interpreti Principali: Adrien Brody, Emmanuelle Seigner, Elsa Pataky, Lorenzo Pedrotti, Luis Molteni.
Genere: Drammatico / Poliziesco.
Durata: 92 minuti.
Commento di Matteo Mancini
Film nato sotto ottimi auspici, tanto da coinvolgere il premio oscar Adrien Brody, e finito preda di contrasti e diverbi - anche dovuti al mancato pagamento di alcuni attori - sfociati addirittura nel blocco del film uscito prima in DVD e dopo ben due anni sui grandi schermi (di poche sale). Un epilogo dunque imbarazzante che, di fatto, ha reso per molto tempo la pellicola fantasma e ha trasformato la produzione in un clamoroso fiasco.
Eppure l'opera non è malaccio, anzi da un punto di vista tecnico e di cura nella messa in scena è probabilmente il miglior film di Dario Argento degli ultimi venti anni. E allora, cosa c'è che non va?
In prima battuta il soggetto del trio Jim Agnew, Sean Keller e lo stesso Dario Argento. Il nostro, coadiuvato dall'accoppiata di autori (sconosciuti) americani, predispone un plot che è una via di mezzo tra un thriller e un film drammatico con evidenti influenze da horror come Saw (da cui si mutua l'idea delle vittime prigioniere costrette a subire mutilazioni).
Lo stile è quello del thriller di tensione, ma il contenuto non può ritenersi tale. Lo spettatore non deve chiedersi chi sia l'assassino, perché Argento lo mostra quasi subito spostando l'attenzione dall'intreccio al movente e alla caratterizzazione psicologica deviata del killer nonché del poliziotto che dirige le indagini. Anche l'ispettore infatti ha delle grosse turbe mentali che lo rendono deviato, addirittura si è macchiato di un cruento omicidio prima di entrare in polizia (!?).
Da questo deriva una sceneggiatura con poca verve, peraltro con caratterizzazioni criminologiche appena abbozzate. In certi punti sembra quasi che si sia voluto fare un film alla Il Silenzio degli Innocenti (si veda anche il coinvolgimento attivo nelle indagini di una parente della vittima rapita) ma l'assassino, nella fattispecie malato e costretto a ricorrere a medicine specifiche, è decisamente ridicolo. Sono inoltre stereotipati e brutti i dialoghi che coinvolgono quest'ultimo e le sue vittime (terribile la sequenza con la Pataky che beffeggia il suo carnefie dicendogli che è brutto).
Non mancano alcuni buchi di sceneggiatura. Il più evidente ricade nel fatto che l'assassino è ingiustificatamente a conoscenza dell'identità della sorella della sua ultima vittima. Oltre a ciò non mancano clamorose inverosimiglianze: si va dall'ispettore con un passato da assassino, all'assassino che scappa protetto dalla sorella della sua ultima vittima che cerca di bloccare l'amico poliziotto.
Se lo script è abbastanza deludente, la regia invece tende al buono. Argento non sperimenta nulla di nuovo, ma mette in scena il film riducendo di gran lunga le sbavature degli ultimi suoi film. Così ci sono carrellate e soggettive gustose, piani sequenze e gradite autocitazioni a Suspiria, Phenomena e Il Gatto a Nove Code. Bella, per la capacità di suscitare tensione, la sequenza che precede il primo rapimento (si può comunque dire che i primi quindici minuti sono in stile Argento puro), probabilmente il momento più alto e teso del film. Buono anche l'utilizzo delle fatiscenti location che rimandano ancora a Saw, così come la rappresentazione di Torino con molti primi piani a monumenti e strutture.
Non manca il gore alla Argento (su tutti l'omicidio in flashback della madre del protagonista con coltello piantato nella gola) anche se il nostro pare un po' contenersi. Tra le scene più disturbanti si segnalano una lingua trafitta da una siringa, l'amputazione di un dito con tanto di fiotto di sangue e l'asportazione di un labbro con una specie di forbice.
Le interpretazioni e i doppiaggi si rivelano, se comparati con i film degli ultimi venti anni del maestro, persino notevoli. Sia chiaro niente da far gridare al miracolo, però Adrien Brody, in un duplice ruolo, regge bene soprattutto nella veste del poliziotto triste e solitario (meno in quella di assassino). Brava anche Elsa Pataky, ordinaria invece una Emanuelle Seigner (che io ricordo divina in La Nona Porta di Polanski) che peraltro appare non in grande forma fisica.
Buonissime notizie sul versante della fotografia. Frederic Fasano compie un deciso passo in avanti rispetto a La Terza Madre, superando quel tocco televisivo che caratterizzava il suo primo lavoro per Dario Argento. Particolarmente buone le scene in notturna.
Le musiche, piuttosto in ombra anche se non malvagie, sono di Marco Werba, compositore con all'attivo poco più di un pugno di film.
Inguardabile la locandina del film talmente dozzinale da essere inadeguata persino per un prodotto amatoriale, figurarsi per un film del maestro del brivido.
Giallo è dunque un film che risente molto delle atmosfere americane di cui si sono fatti portatori i due cosceneggiatori. Si tratta infatti di un film molto più convenzionale, privo dell'interesse per l'erotico che ha interessato sempre più l'ultimo Argento e che rifiuta il taglio tipico del giallo all'italiana per prediligere atmosfere più hollywoodiane. Non credo che tale impostazione abbia reso migliore il risultato finale, di certo c'è il fatto che la cura complessiva del lavoro è superiore rispetto agli ultimi lavori del maestro. Manca tuttavia un po' di verve e una storia capace di incollare lo spettatore allo schermo. Mezza occasione mancata, ma non per colpa della regia. Ai margini della sufficienza.







