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domenica 11 gennaio 2026

Recensione Narrativa: TUTTI I RACCONTI 1947-1953 DI PHILIP K.DICK.

Autore: Philip K. Dick
Anno: 1947-1953.
Genere: Antologia di Fantascienza.
Editore: Fanucci Editore (2006).
Pagine: 604.
Prezzo: 10,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

Trentatré racconti che segnano il debutto letterario di Philip K. Dick, un ventitreenne dipendente di un negozio di dischi musicali che a inizio anni ottanta, veicolato dal potere trainante e straripante del cinema, diverrà una delle più grandi leggende della fantascienza, grazie a pellicole quali Blade Runner (1982), Atto di Forza (1990) e poi Minority Report (2002) e Paycheck (2003) per regie di maestri del calibro di Ridley Scott, Paul Verhoeven, Steven Spielberg e John Woo. Autore di poco meno di cinquanta romanzi, scritti tra il 1955 e il 1981, con cult assoluti consegnati alla memoria degli appassionati presenti e futuri come The Man in High Castle (“La Svastica sul Sole”, 1962), The Three Stigmata of Palmer Eldritch (“Le Tre Stigmate di Palmer Eldritch”, 1965), Dr. Bloodmoney, or How we Got Along After the Bomb (“Cronache del Dopobomba”, 1965), Do Androids Dream of Electric Sheep? (“Il Cacciatore di Androidi”, 1968), Ubik (1969) e Deus Irae (1976), Philip K. Dick inizia la propria carriera quale autore di short stories che scrive, prevalentemente, per pagarsi le bollette e vincere la castrazione di una realtà che non sente propria (nonostante le mogli che cambia per motivi anche assurdi, come non starlo a sentire mentre spiega passaggi del criptico Joyce). Stende il suo primo racconto nel 1947, ancora diciannovenne, e riesce a uscire sulla carta stampata (sulla rivista Magazine of fantasy and Science Fiction diretta da Anthony Boucher) nel 1953, dopo aver completato un pugno di racconti (appena cinque, quattro dei quali nel 1952). Spronato da Anthony Boucher, che diventa il suo mentore, evolve in una fucina prolifica di idee. Sulla macchina da scrivere è un lampo (riusciva a battere con un ritmo doppio rispetto alle capacità della media, del tutto impossibilitata a stargli dietro) e gli spunti non gli mancano. Fin dai primi approcci ha una gestione autoriale delle storie. Sceglie la via della scrittura popolare, ma non è un mero narratore né, tanto meno, uno spocchioso stilista che si diletta nel far vedere i muscoli delle proprie capacità linguistiche. Scrive a getto continuo tanto che, tra il 1953 e il 1954, consegna ai posteri cinquantotto racconti (di cui trenta scritti nel 1953) piazzandoli, solo nel 1953, in quindici riviste diverse (tra cui Astounding, Galaxy, If e Planet Stories). Per sostenere i carichi di lavoro ed esorcizzare gli stati depressivi, assume anfetamine che è lo stesso psichiatra, che lo ha in cura, a prescrivergli per curare una lieve forma di schizofrenia.

In queste prime esperienze emergono fin da subito i temi che ne caratterizzeranno l'intera carriera: l'ossessione per un Pianeta Terra destinato a crollare sotto l'effetto delle bombe nucleari, la minaccia di un futuro in cui l'uomo non saprà più distinguere se il suo vicino di casa è stato replicato da un androide o da un alieno, il colonialismo interplanetario (sia nel sistema solare che al di là dello stesso), la dipendenza dell'uomo dalla guerra, la malattia mentale di soggetti che si credono al centro di complotti (tematica rappresentata dai modesti The King of the Elves ed Expendable), la persecuzione per mano dei rappresentanti del sistema (militari, poliziotti e burocrati) a danno di antieroi costretti alla fuga (Paycheck, Stability, The Variable Man, The Hanging Stranger), il mistero legato alla creazione del mondo (fulcro di The Trouble with Bubbles e di Project: Earth) e poi la tematica dei viaggi nel tempo affrontata da diverse prospettive fin dal primo racconto scritto (il visionario Stability) e che arriva a contemplare quella che diverrà un'ossessione dell'autore convinto davvero che si possa modificare il passato per alterare il presente (The Skull e soprattutto The Commuter). Non mancano poi racconti fantastici che sconfinano in un orrore kinghiano (la vecchietta di The Cookie Lady che assorbe energia vitale da un ragazzino che le legge i libri nel tempo libero) o in un surreale condito da punte di black humor (il folle Out in the Garden, che parte da una poesia di William B. Yeats per realizzare una metafora sul tradimento sessuale della donna). La lettura è sempre accattivante, le trame coinvolgenti e sviluppate sulla breve distanza, adatte anche a chi si distinteressi delle sottotrame. Solo due racconti superano le trenta pagine e lo fanno all'insegna dell'azione, tra inseguimenti polizieschi, colpi di scena, trovate thrilling (nel caso di Paycheck) o bombardamenti, esplosioni e consultazioni di computer che anticipano quanto negli anni ottanta si vedrà in film come Wargames (nel caso di The Variable Man). Quindi è palese la natura autoriale di Philip K. Dick che funge da scuola per gli autori successivi, così come avverrà al cinema con la cosiddetta New Hollywood negli anni settanta grazie all'ascesa dei maestri dell'horror John Carpenter, George A. Romero e David Cronenberg, veri artisti non al servizio del sistema e spesso costretti a ripiegare sul cinema indipendente per proseguire la loro arte. Non si scrive e non si lavora per fare soldi, ma lo si fa per comunicare, destare le masse dal sonno e proporre alternative di pensiero nuove. Dick intrattiene, diverte, coinvolge senza velleità letterarie, senza lirismi o ricercati giochi di parole ma, allo stesso tempo, veicola idee di denuncia sociale, sociologica e si schiera in favore di un approccio anticapitalista tanto che l'occhio inquisitorio del maccartismo finirà per interessarsi a lui. Dick è un conservatore, sogna un'America di provincia che si regge sul genio artistico di piccoli artigiani e self made man solitari contrapposti alle politiche di gruppo ed espansionistiche (rappresentante in via metaforica dall'esplorazione spaziale), alle avidità volute dal finto benessere (The Cosmic Poachers) e dalla sete di potere delle multinazionali e dei militarismi che ingannano l'umanità di un progresso che porta alla distruzione e alla soggezione alle macchine verso l'involuzione culturale e l'incapacità di sapere prendere decisioni in autonomia. Evidenti i rimandi profetici che ipotizzano l'ascesa dell'intelligenza artificiale (si veda The Great C o The Variable Man). Dick condanna le guerre, il più delle volte motivate dalla dipendenza da materiali di cui ormai l'umanità non sa più fare a meno e che, in realtà, costituiscono aspetti tranquillamente trascurabili (è il caso di Some Kinds of Life). Dunque un autore che riconosce la natura distruttiva dell'uomo e che pare muoversi proprio dall'assunto hobbesiano dell'homo homini lupus. Vediamo ora qui di seguito i racconti che definirei più rappresentativi di un'antologia che ha davvero pochissime uscite a vuoto: l'insulso The Eyes Have It (un noioso divertissment in stile commedia degli equivoci), Roog (primo racconto pubblicato da Dick, in cui l'autore cerca di entrare nella testa di un cane che reputa minacciosi i netturbini che vengono a prelevare l'immondizia dei padroni), The Indefatigable Frog (incentrato sulle tesi del filosofo greco Zenone e sul duello tra due insegnanti narcisisti), i già indicati The King of the Elves ed Expendable, nonché i carini, ma in verità modesti, Beyond Lies the Wub e Piper in the Woods che, a differenza dei precedenti, sono ambientati nello spazio e hanno il pregio di divertire per la presenza di entità aliene alquanto sarcastiche e per epiloghi a sorpresa nello stile di Frederic Brown.


La locandina del film PAYCHECK 
diretto da John Woo.

LA RECENSIONE NEL DETTAGLIO

Il racconto simbolo di questa antologia, a mio modo di vedere, è l'eccellente Paycheck (1953), tradotto in italiano con i titoli I Labirinti della Menteo “Previdenza”. Dick miscela action, thriller, critica al sistema capitalistico americano, distopia, cancellazione della memoria e sottotraccia legata alla presenza di macchine industriali che consentono di guardare nel futuro (spionaggio industriale) e di conseguenza modificare gli eventi, con un adrenalinico piglio cinematografico che, non a caso, verrà sfruttato da Hollywood e dal regista di azione John Woo. Tutto ruota attorno a un tecnico, di ritorno da un lavoro di due anni al servizio dela Rethrick Construction di cui non ricorda niente perché gli sono stati asportati i relativi ricordi. L'uomo viene braccato dalla polizia intenzionata ad acquisire notizie utili per avviare un'indagine per spionaggio industriale a carico proprio della Rethrick Construction. Nel futuro distopico di Dick le società infatti godono di una sorta di immunità e non possono subire controlli diretti da parte della polizia. Ha così inizio una fuga, scandita da oggetti all'apparenza inutili, che l'uomo si troverà a dover utilizzare al posto dei 50.000 dollari che gli sarebbero spettati quale compenso per l'attività prestata e che lui stesso, prima di farsi espiantare la memoria, ha rifiutato in favore della consegna di chiavi, stralci di biglietti e fili di ferro. Prende così piede una doppia indagine (da parte del protagonista e dall'altra della polizia), piena zeppa di colpi di scena, fino alla ricostruzione del mistero legato al ruolo della Rethrick Construction: una società che trama nell'ombra per sovvertire il sistema capitalistico.

Il racconto gioca su contesti scenografici e tematiche che erano già al centro del primo elaborato scritto da Dick ovvero Stability (1947), un mix di fantascienza (per il contesto urbano futuristico) e sorcery alla Abraham Merritt (penso a Il Vascello di Ishtar). L'autore immagina una società del XXV secolo giunta al punto di massimo sviluppo economico, così da decidere di interrompere ogni possibile nuova scoperta rivoluzionaria. Un giorno, un inventore propone uno strano macchinario di cui viene rigettato il brevetto. L'oggetto è infatti il tramite per accedere in una dimensione parallela in cui è stata confinata una città malvagia e tutti i suoi abitanti finiti imprigionati in una bolla di cristallo. Già in questo racconto compare il tema della memoria perduta, visto che il protagonista non ricorda di aver realizzato il macchinario, e della caccia della polizia a un uomo (antieroe) che è costretto a nascondersi e a fuggire per venire a capo dei misteri che il sistema vorrebbe sotterrare. Il risveglio della città condurrà di nuovo l'umanità alla schiavitù. Si tratta di un racconto estremamente visionario, impressionante se si considera che è stato scritto da un ragazzo di diciannove anni. Sei anni dopo, Dick riproporrà l'idea delle sfere di vetro che racchiudono un microcosmo vivente con The Trouble with Bubbles (1953). Qui l'uomo gioca a fare Dio, creando piccoli mondi racchiusi all'interno di ampolle che poi si diverte a distruggere a discapito delle creature che si sono sviluppate all'interno. Capiterà qualcosa di simile anche sulla Terra e da qui sorgerà il dubbio del protagonista circa il senso della vita (creazione da parte di un'entità superiore che ammazza la noia divertendosi a creare mondi per sfidare i propri simili in concorsi o similari).


Se Paycheck è il racconto migliore dell'antologia, per ragioni simili, The Variable Man (1953), da noi tradotto come “L'Uomo Variabile”, conquista il mio ideale argento. Domina ancora l'azione, legata alla sottotraccia “macchine del tempo” (questa volta viene abdotto, per sbaglio, un uomo dal ventesimo secolo, mentre viene studiata l'epoca della prima guerra mondiale). Dick conferma la sua sfiducia nel futuro, vede una New York rasa al suolo, tra cumuli di cenere e foreste artificiali, dove la natura viene calpestata da una società militaresca che pensa solo all'espansionismo nello spazio fino a valutare di intraprendere una guerra interplanetaria con i Centuriani (di Alpha Centauri) colpevoli di impedire l'espansionismo in quello che una volta si sarebbe definito il far west. L'arrivo dell'uomo del ventesimo secolo sconquasserà le previsioni dell'intelligenza artificiale (costantemente interpellata alla stregua di un oracolo) e delle ipotetiche previsioni sul conflitto influenzate da variabili di volta in volta proposte e su cui gli uomini si basano prima di intraprendere la guerra (come avverrà nel film Wargames). L'uomo del passato si rivelerà determinante per perfezionare un'astronave supersonica che consentirà di evitare lo scontro con i Centuriani superandone le relative barriere d'ostacolo per effetto della velocità. Prima di riuscire nell'impresa però l'uomo del passato, unico in grado di riparare gli oggetti danneggiati (in un futuro in cui il consumismo ha abituato ad acquistare sempre prodotti nuovi a discapito dei vecchi e delle riparazioni), verrà braccato (tema ritornante) dal sistema, sfuggendo a bombardamenti, attentati e sparatorie. Il villain è un ottuso militare schiavo dei responsi dell'intelligenza artificiale. La riuscita dell'uomo del passato porterà alla destituzione del militare e all'elaborazione di un sistema politico rivoluzionario in grado di reggersi sulla volontà del popolo e non più sulle decisioni di un'oligarchia militare.

 

Grande qualità anche dalle parti di The Defenders (1953), in Italia “I Difensori della Terra”, dove automezzi robotici, utilizzando l'inganno e la divulgazione di video e immagini artefatte (argomento alquanto contemporaneo oggi con le fake news), riducono all'inerzia l'uomo, rintanato a decine di metri sottoterra e convinto dai telegiornali che in superficie vi siano radiazioni e conflitti tra robot che hanno proseguito la guerra tra Usa e Urss. Dick fa le prove generali per Cronache del Dopobomba tratteggiando il rischio di un futuro in balia della distruzione e delle radiazioni, dove la guerra continua per il tramite della macchine. Il colpo di scena finale conferisce al testo un valore che va oltre il mero intrattenimento, mostrando – per una volta – robot più umani dei terrestri, tanto che anziché distruggersi tra loro hanno ripristinato il pianeta a beneficio degli animali e della natura. L'immagine infernale e nefasta di un ipotetico conflitto nucleare arriva invece con The Impossible Planet (1953) e Planet for Transients (1953) caratterizzati da una visione morente del pianeta, in cui l'uomo ormai è divenuto alieno, già emigrato su altri pianeti nel primo caso o costretto a pianificare la fuga (dopo essersi rintanato sottoterra) nella seconda proposta. Altre creature sorgeranno al posto dell'uomo, creature umanoidi adattatesi al fallout fino diventare la nuova razza dominante sul pianeta.


Altri racconti eccellenti, dopo i tre testi che abbiamo collocato sul nostro ipotetico podio, sono quelli incentrati sul camaleontismo di androidi o creature aliene capaci di sostituirsi agli uomini o prendere la forma degli oggetti di cui l'uomo si serve, così da utilizzare l'inganno per loro specifici obiettivi.

Strepitoso, a mio modo di vedere, è The Hanging Stranger (1953), “L'Impiccato”, che ha il grosso merito di anticipare di un anno The Body Snatcher di Jack Finney, da cui Don Siegel, nel 1956, trarrà il film capolavoro sci-fi “L'Invasione degli Ultracorpi”, ma anche Eight O'Clock in the Morning (1963) di Ray Nelson da cui John Carpenter trarrà Essi Vivono (1988). Qui si respira tutta la paranoia di Dick, la convinzione dell'esistenza di un governo ombra e di un complottismo che mette alla berlina i dissidenti e, al tempo stesso, addormenta le menti e atrofizza i cittadini modello (sono dei dormienti, incapaci di vedere la realtà), in un clima di indifferenza cittadina in cui i passanti negano l'evidenza (la presenza di un uomo impiccato in bella vista nel cuore della città) per accusare di pazzia mentale chi, in realtà, è l'unico savio della storia. Una razza di mosconi volanti, che richiamano la fisionomia dei demoni della Bibbia, ha preso di fatto possesso degli uomini. Dick anticipa molti topoi, tra i quali è da ricordare altresì The Midwich Cuckoos (1957) di John Wyndham da noi noto come “I Figli dell'Invasione” o, al cinema, come “Il Villaggio dei Dannati” (altro grande cult di John Carpenter, che ne curerà un remake). Bellissima la scena del municipio corrotto dall'alto da creature demoniache (emblema di corruzione dei valori). “Si impadroniscono di una zona per volta. Partono dall'alto, dai massimi livelli di autorità. Poi scendono gradualmente... La Bibbia è un resoconto delle loro disfatte... Non riescono a soggiogare tutti e non hanno soggiogato gli ebrei. Gli ebrei hanno trasmesso il messaggio al mondo intero.


La relazione tra John Carpenter e Philip K. Dick viene ancor più evidenziata da Colony (1953). Questa volta è Dick a prendere ispirazione da colleghi e dai film. L'idea arriva da John W. Campbell e dal celebre Who Goes There? (1938) portato al cinema da Howard Hawks come “La Cosa da un Altro Mondo” (1951) che, negli anni ottanta, sarà riproposto da Carpenter come "La Cosa". Dick concepisce infatti un racconto derivativo, spostando la scenografia (dalla terra) in un pianeta alieno, una sorta di eden da Giardino delle Delizie (rimando al trittico di Bosch) su cui gli esploratori umani programmano di esportare inquinamento e distruzione. Una sconosciuta specie aliena riesce però a replicare gli oggetti inanimati e, in tale veste, attacca gli umani. Cinematografica la scena in cui, attraverso la propagazione di uno speciale acido, verranno messe alla berlina le creature. Sorge così la paura di importare sulla Terra le creature. Pertanto, prima di abbandonare il pianeta, gli esploratori superstiti penseranno di giocare di astuzia: chiameranno un'astronave di appoggio e, completamente nudi, si appresteranno a rientrare a casa, ma gli alieni sono più furbi e hanno già capito che a finire colonizzata sarà proprio la Terra.

 

Stupidità e arroganza umana al centro anche di The Cosmic Poachers (1953) ovvero “Pirati Cosmici” dove, questa volta, gli alieni sono passivi, vittime delle incomprensioni degli umani che si sono erroneamente convinti di aver depredato un cargo alieno pieno di ricchezze e diamanti quando invece, in realtà, si apprestano a importare sulla terra le uova di una razza aliena insettoide.Vaghi accenni anticipatori ad Alien.


In Impostor (1953), che verrà traslato al cinema nel 2002 da Gary Felder (regista, tra gli altri, de Il Collezionista e La Giuria), assistiamo a un anticipo della tematica che sarà al centro di Blade Runner con androidi che non sono consci del loro stato e pensano di essere umani e, dall'altra parte, umani che dubitano delle informazioni trasmesse dallo spionaggio e mettono a rischio la sicurezza dell'intero pianeta per la paura di condannare a morte un innocente. Dunque se ne La Cosa di Carpenter è in azione un impostore conscio del suo stato, qua l'impostore pensa di essere davvero umano, con tanto di ricordi fasulli impiantati (come avverrà nel film Dark City di Alex Proyas del 1998). Entra in ballo la difficoltà di prendere la decisione giusta, in carenza di prove certe e di indizi contrastanti. Finale magistrale. Posizione numero cinque nella mia classifica.


Il giovane Dick ispira anche un altro celebre classico della cinematografia fantascientifica anni ottanta: Terminator (di cui si ricorda il teschio, quale emblema della locandina de Il Giorno del Giudizio). Nel racconto The Skull (1952), “Il Teschio”, un sicario accetta, con la promessa di avere condonata la propria pena (non vi ricorda Jena Plissken?), una missione ben specifica: tornare a metà novecento e far fuori colui che darà vita a una nuova chiesa. Munito del teschio dell'uomo, il sicario tornerà nel passato ma scoprirà di essere lui stesso l'uomo che è stato incaricato di uccidere in un'incongruenza non troppo dissimile da quella in cui si vedrà coinvolto Kyle Reese nel celebre film di lancio di James Cameron che nessuno, prima dell'arrivo della Orion, voleva produrre. Posizione numero sei.


Precursori delle idee che saranno poi integrate nel prosieguo da Dick sono altri due racconti germinali. Il primo è The Commuter (1953), “Il Pendolare”, storia narrata dal punto di vista di un capostazione che indaga sulle strane apparizioni di passeggeri che chiedono di acquistare biglietti per un villaggio non esistente che, a poco a poco, prenderà ad apparire tra la nebbia. Qui Dick parla di viaggi del tempo in modo indiretto, mostrando le conseguenze nel presente di una modifica effettuata nel passato e che provoca progressive ripercussioni sulla quotidianità. Avverrà qualcosa del genere nel film Sound of Thunder (2005) di Peter Hyams ispirato dall'omonimo racconto di Ray Bradbury del 1952. L'altro racconto, non privo di ironia, è The World She Wanted (1953), “Il Mondo che lei Voleva”, in cui l'autore filosofeggia sia sul rapporto familiare di un uomo zerbino della futura moglie, sia su una concezione della realtà caratterizzata da tanti mondi paralleli in cui per ogni individuo della realtà corrisponde un mondo dove lo stesso è protagonista, mentre negli altri è mero figurante. Epilogo a sorpresa con ribaltamento, in ossequio allo stile di molti racconti dell'epoca.


Questi sono, a mio modo di vedere, le storie caratterizzanti di un'antologia che offre altri ottimi esempi, anticipando Matheson, con racconti quali The Little Movement (1952), una sorta di Small Soldiers, film anni '90 diretto da Joe Dante, con giocattoli animati dotati di un'autocoscienza e bellicosi nei confronti di altri giocattoli. Un racconto che genererà un vero e proprio sottogenere basti pensare ai Gremlins o al racconto Campo di Battaglia incluso nell'antologia kinghiana A Volte Ritornano. Soggetti in miniatura in azione anche in Project: Earth in cui Dick propone una bizzarra e aliena creazione di una nuova razza uomana (il creatore è un alieno). Altro racconto tra Matheson e King è The Cookie Lady (1953) che propone, un po' come Art Pupil (“Un Ragazzo Sveglio” di King), il rapporto tra un ragazzino delle elementari e una signora anziana che si fa leggere brani di libro in cambio di biscotti. A differenza di King, la signora trae un beneficio fisico dagli incontri perché assorbe la vitalità del ragazzo per ringiovanire a discapito del giovane che non riesce a sganciarsi per la ghiottoneria che lo spinge a divorare i biscotti.


Bello anche Tony and the Beetles (1953), una sorta di metafora sul colonialismo espansionista britannico, con Dick che ben rappresenta i rapporti tra umani e indigeni con questi ultimi stanchi di servire e pronti alla ribellione. Un racconto in cui l'autore propone un razzismo invertito in un'ottica che ricorda quanto poi avverrà in Sud Africa con gli invasori vittima di razzismo dopo aver sfruttato i locali per anni.


Tra gli altri racconti si ricorda l'ironia graffiante di Beyond Lies the Wub (1952), un racconto metaforico che piacerebbe molto agli animalisti e che ruota attorno a una creatura marziana, una specie di maiale parlante (si capirà poi il motivo), che finisce per essere uccisa e cucinata dagli astronauti di ritorno sulla Terra nonostante manifesti un'intelligenza tale da leggere nel pensiero degli stessi. Esilarante l'epilogo. Altro testo molto carino è Mr Spaceship che sposta la narrazione dalla Terra nello spazio, con un'astronave condotta da un cervello di uno scienziato estirpato dal suo corpo di origine. Interessanti i ragionamenti (al centro anche di un mio racconto finito su un ebook del concorso Esecranda) sull'individualità umana, con la celebre frase cartesiana cogito ergo sum, così come un'impostazione che richiama la genesi di un nuovo mondo a misura di uomo generato dalla prole di un novello Adamo e una novella Eva, chiamati a dar vita a una nuova stirpe, isolata in un pianeta vergine, così da uccidere il “tumore” della guerra (si conferma l'idea di una genesi di origine extraterrestre).


Di caratura inferiore, a mio modo di vedere, la restante dozzina di racconti, tra cui valgono una menzione il folle The Preserving Machine (1953) che ruota attorno a una speciale macchina capace di materializzare gli spartiti dei maggiori componimenti di musica classica nella forma di animali; e il concettuale Some Kinds of Life (1953) nel quale la dipendenza dell'uomo dalle materie prime, da recuperare negli svariati pianeti del sistema solare, genera guerre continue e con esse la morte, in un clima in cui la ricerca del benessere e dei vizi determina la scomparsa della razza umana sul pianeta Terra su cui gli alieni attendono il ritorno dell'uomo. Interessante infine The Infinites (1953) che propone una space opera in cui l'equipaggio di un'astronave viene investito dalle radiazioni rilasciate da un asteroide sconosciuto. Le radiazioni hanno la particolarità di accelerare gli sviluppi evolutivi delle specie. Scopriamo così il futuro della razza umana, cieca e mutante, modificata nel corpo ma non nell'animo, ancora assuefatto di potere e malvagità. Andrà meglio con gli animali che si dimostreranno eticamente superiori all'uomo.


Dunque un'antologia magnifica di un giovane autore, ancora lontano dai capolavori dei romanzi, ma già da prendere di riferimento per chiunque voglia fare fantascienza. Bradbury, Dick, Ballard, Asimov, Sheckley e altri, risiede in questi autori la fantascientifica con la F maiuscola, non altrove con sperimentalismi ed esercizi di stile che si dimenticano della trama, del divertimento e del coinvolgimento di chi apprezza la speculative fiction. La buona narrativa di genere intrattiene, mandando messaggi, non appesantisce con i messaggi o i lirismi e solo eventualmente intrattiene. La Fanucci realizzerà altre tre antologie di racconti di Dick, tutte imperdibili.


 Un giovane Philip K. Dick.

"Condizioni simili non possono durare a lungo. La gente non può vivere così, sballottata di qua e di là dal potere economico e da quello politico. I governi e le grandi potenze industriali continuano a trattare la gente come formiche, a servirsene per i loro bisogni. Prima o poi nascerà una resistenza, una resistenza forte e disperata, formata non da persone importanti, potenti, ma da quelle piccole, insignificanti. Autisti, droghieri, operatori Tv, camerieri. Ed ecco dove interverrà la compagnia" (da Paycheck).

 

martedì 6 gennaio 2026

Recensione Narrativa: SI RIPARANO MACCHINE DEL TEMPO a cura Rill.

Curatore: Rill - Riflessi di Luce Lunare.
Anno: 2024.
Genere: Antologia di AA.VV. Sci-fi - Fantastico.
Editore: Acheron Books.
Pagine: 174.
Prezzo: 10,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini

PREMESSA

Prima di procedere alla recensione di questo volume è doveroso fare una premessa: Si Riparano Macchine del Tempo e Altri racconti non è un'antologia come tante altre, ma è il risultato di una selezione di quello che è, in tutta probabilità dopo l'Urania Short, il più importante concorso di short stories fantastiche dell'underground italiano: il Trofeo Rill. Scrittori, più o meno dilettanti (nel senso di non svolgere professionalmente la carriera di scrittori), si sfidano ogni anno a un premio che è arrivato ad avere oltre quattrocento racconti partecipanti a edizione. Essere selezionati al Rill è grande motivo di lustro e di riconoscibilità nell'alveo dei cultori del fantastico italiano. Io stesso vi ho partecipato due volte senza essere selezionato. Se già questo non bastasse a rendere queste antologie, con i racconti e gli autori in esse inseriti, degne di una menzione per la storia delle declinazioni italiane del genere, il volume qui oggetto di esame assurge a vero e proprio cimelio da collezione, costituendo la selezione del meglio della trentesima edizione. Tutto ciò, ovviamente, non può che generare altissime aspettative nei lettori poiché in Italia, contrariamente a quanto potrebbe pensare chi non conosca bene il movimento, l'underground è molto ricco di scrittori talentuosi rendendo pertanto la possibilità di scelta dei selezionatori assai variegata per tematiche e per curriculum dei vari pretendenti. Alla luce di tutto questo, la lettura di Si Riparano Macchine del Tempo e Altri racconti finisce con il lasciare delusi i lettori (o quantomeno ha deluso il sottoscritto), proprio per le aspettative che sarebbe lecito vedere riscontrate da un progetto apicale. Si parla infatti di un lotto di cinque racconti selezionati da un bacino di quattrocentododici testi, oltre quattro racconti internazionali risultati vincitori all'estero in concorsi gemellati e un ulteriore lotto di cinque racconti, scelti su una rosa di ventisei, presentati da alcuni dei finalisti delle precedenti edizioni. Desta curiosità la lettura del curriculum dei selezionati che suggerirebbe una qualità degli stessi talmente superiore rispetto alla concorrenza (superiorità a mio avviso non riscontrabile sul singolo racconto) da reiterare, con racconti diversi, i successi già marcati in precedenti concorsi/lotterie (perché tali si devono definire quelle selezioni dove vengono premiati tre o cinque racconti a fronte di una proposta di quattrocento). Tra i primi cinque classificati del 2024, infatti, abbiamo due precedenti finalisti del Rill (Ceffa e Izzi) e due vincitori del Premio Kipple (Cannoletta e Briar), a cui deve aggiungersi un autore (Longo) già pubblicato da Acheron Books, casa editrice che cura la pubblicazione di questa antologia. Se poi prendiamo in considerazione gli autori della Sfida, troviamo altresì un'alta quota di selezionati ai concorsi Urania. Si noti bene che, ogni volta, si tratta di racconti diversi individuati su rose di quattrocento proposti, molti dei quali firmati da autori non certo improvvisati. Nonostante ciò si evidenzia una marcata reiterazione dei nomi, con una percentuale di piazzamenti che ha dell'incredibile, posto che per poterla concretizzare occorrono due caratteristiche alternative: o essere dei casi editoriali nazionali (tanto da vincere per due volte selezioni ciascuna delle quali con oltre quattrocento racconti in gara, così da aver proposto due dei migliori racconti in assoluto su una rosa di oltre ottocento racconti) oppure essere portatori di un appeal irresistibile per certi giurati che, nonostante la partecipazione sia anonima, finiscono inevitabilmente per selezionare una cerchia di soliti nomi.

Un'ultima considerazione va spesa sulla percezione che si ha dell'antologia in base  alla verifica del numero delle recensioni presenti su siti di acquisto quali amazon, Ibs o Bookdealer. Ebbene, nonostante l'antologia sia stata inviata a oltre quattrocento partecipanti dell'edizione 2025 (che si presume l'abbiano letta) e sia senz'altro stata acquistata da un nugolo di acquirenti abituali (il testo è promosso persino al Lucca Comics), il testo non ha ricevuto neppure una recensione sui siti sopramenzionati, passando praticamente inosservato non solo al “grande pubblico” ma anche allo zoccolo duro degli appassionati e scrittori di fantascienza. Fatte queste doverose premesse, veniamo alla recensione.


LA RECENSIONE

Visti i curriculum dei partecipanti e l'ampio bacino di scelta dei racconti, Si Riparano Macchine del Tempo e Altri racconti è un'antologia che delude le attese, per il suo faticare nel proporre racconti che riescano davvero a distinguersi dalla massa, vuoi per il mancato tentativo di imprimervi una certa autorialità (ci provano giusto in due su quattordici) oppure, in alternativa, per la difficoltà di proporre storie davvero originali (ci riesce in parte la sola Michela Lazzaroni). Alla fine ne esce fuori un'antologia con alcuni racconti interessanti, soprattutto nella sezione “sfida”, e molti altri che si fatica (idea personale) a capire come possano essere arrivati a conquistare le prime cinque posizioni su un lotto di quattrocentoquattordici racconti.


Il mio racconto preferito, non che sia originale e che riesca a colpire per il soggetto (in verità convenzionale), è Tir Blu Klein del vincitore del Premio Hypnos 2023 nonché del Premio Kipple 2014 e finalista al Premio Urania Mondadori 2018 (scusate se è poco), Matt Briar. Briar mostra innegabilmente un'invidiabile tecnica narrativa, non a caso è finito sotto la lente della Mondadori, e plasma un racconto angoscioso che attacca alla pagina il lettore come riuscivano a fare certe storie di Richard Matheson e, perché no, lo Stephen King di A Volte Ritornano. La sua è una weird story che propone eccezionali momenti onirici con un tocco che mi ha ricordato alcune storie di Alessandro Girola (Imperial) o, per utilizzare paragoni internazionali, Il Viaggio della Nonna di Anders Fager. Come lo scrittore svedese, Briar sfuma l'orrore (aspetto che aiuta a stimolare l'immaginazione del fruitore della storia) lasciando intendere mostruosità che non vengono mai a galla nella loro completezza. Il taglio on the road rende il racconto imperdibile per tutti coloro che amano le storie horror incentrate sui viaggi notturni su strade deserte. Personalmente mi è piaciuto moltissimo, ma non credo possa essere meritevole (a causa del soggetto standard) di finire in una cinquina di un lotto di quattrocento racconti. A ogni modo, l'avrei acquistato per un rivista pulp internazionale.


Mi è piaciuto in modo particolare anche Biografia non Autorizzata di una Rivoluzione di Jorge Santos (vincitore in Portogallo del Premio Ataegina 2023), una metafora del rapporto tra l'uomo moderno e il sistema politico, con un governo ombra che scandisce la vita di ogni cittadino. Santos filtra la narrazione da una lente distorsiva degna della fantascienza distopica di matrice orwelliana. Gli echi di 1984 sono palesi. La storia e la narrazione sono essenziali, senza fronzoli né stilistici né sensazionalistici, con una riflessione sull'effettiva capacità, per coloro che vivono negli agi, di ribellarsi a un sistema che in realtà rende tutti schiavi comprando la libertà degli uomini a modico prezzo, al punto da statuire tutte le fasi che caratterizzano la vita degli uomini (da chi si debba sposare a quando si debba morire). Non appariscente, ma assai più efficace e diretto (ovviamente a mio avviso), per contenuti, rispetto ad altri racconti furbescamente infioccatati e dietro ai quali non vi è alcun messaggio da veicolare.


Spicca per originalità Pelerin di Michela Lazzaroni (vincitrice Urania Short 2020) che, tuttavia, rende un po' confusi (o così li ho percepiti io) alcuni passaggi, plasmando un soggetto ambiguo che rende incerte le implicazioni che pare suggerite (interessante il tema dell'anima catturata o meno da una speciale fotografia). A ogni modo è apprezzabile, oltre che per l'eleganza espositiva e per la capacità di tratteggiare scenari disperati, per la volontà di cercare un qualcosa di diverso dai canonici archetipi del fantastico.


Dietro questi tre racconti, a mio modesto modo di vedere, c'è poco altro che non si possa trovare anche in antologie meno blasonate a firma di autori dai curriculum non apicali. Il Treno per le Stelle di Alessio Di Lallo (finalista Rill 2021) ha il pregio di scorrere linearmente e di accattivare la lettura, evocando nella memoria dei cultori di sci-fi certi racconti del Philip K. Dick degli esordi. Lo scenario di un'Italia distrutta dalla bombe e in parte avvolta dal deserto è di grande effetto, così come lo è il finale apocalittico e claustrofobico (pur nella vastità del deserto) che, tuttavia, giunge telefonato e prevedibile in vista della rivelazione conclusiva (ricorda un po' The Defenders, 1953, di P.K. Dick). Alla fine è un buon esercizio di stile, di esclusivo intrattenimento, che certo non colpisce per eccezionalità (sia chiaro, è un racconto piacevole e che funziona).


Lo stesso può dirsi per Per le Vie di Bonzo-Khan di Giuliano Cannoletta che, pure, paga una certa ridondanza stilistica nell'insistere continuamente sulle metafore per colorare le frasi, anche quando, a mio modesto modo di vedere, queste avrebbero reso meglio senza gli specifici dettagli (tipo nel dire che un portafoglio era vuoto come quello di uno sbarbatello aggredito dai bulli: un portafoglio vuoto è un portafoglio vuoto). Il lessico, inoltre, è sporco, in parte eccessivamente volgare. Piace per gli sprazzi di buona azione, il ritmo serrato e la forte componente psichedelica con cui vengono tratteggiate le vie notturne di un quartiere malfamato, tra delinquenti, drogati, partite a poker truccate e locali equivoci. Il soggetto tuttavia non presenta motivi di novità e non ha contenuti che vadano oltre il mero intrattenimento, peraltro chiudendosi in modo cattivo e poco sensato (uno sbandato fa di tutto per poter parlare col padre, già morto e con cui aveva rotto da anni, tornando indietro nel tempo per dirgli, prima della operazione fatale, che tutto andrà bene e senza impedire l'evento). L'idea di far compiere i viaggi nel tempo sniffando una droga speciale non cambia la sostanza del racconto né la sua struttura, in verità ricalcata su una lunga serie di racconti e di film (non da ultimo, tanto per citarne uno, Edge of Tomorrow) col protagonista che deve ogni volta tornare indietro per sistemare qualcosa che non aveva funzionato nel precedente tentativo.


Non troppo dissimile, ma molto più elegante Si Riparano Macchine del Tempo con cui Mauro Longo infioretta un soggetto, in realtà stra-abusato, che nulla aggiunge rispetto a quanto si sia già letto, orientandosi al mero ed esclusivo intrattenimento con punte riuscite di ironia graffiante. La tematica è quella dei viaggi nel tempo con la particolarità specifica di saltare in dimensioni parallele alternative, delineando un multiverso che ha fior fiori di epigoni (si ricordi, tra gli altri, i primi romanzi de La Torre Nera di King), così da rubare oggetti da riproporre a coloro che, nella dimensione del protagonista, ne chiedono la riparazione. Dunque un racconto furbo che ha vinto il concorso (salvo poi essere squalificato per irregolarità e violazione del bando) più che per la struttura adottata che per il soggetto. La storia, in realtà, è banale se rapportata alla dimensione apicale del concorso, essendo costituita da una commissione di riparazione, a cui fa seguito il furto in un'altra dimensione del medesimo oggetto da riparare, così da poterlo riproporre integro fingendo di averlo in riparato. Particolarità, in verità fastidiosa del racconto, è il continuo riferirsi ad aspetti, pianeti extraterrestri, macchine, realtà parallele (la Parigi con le donne nude che camminano per la strada) e speciali modalità di pagamento che non vengono né spiegate né delineate (ma meramente accennate), dando al lettore l'impressione di essere alle prese con un estratto di un romanzo o di un testo più complesso.


Di caratura inferiore il resto. Gallina Vecchia fa Buon Brodo di Francesco Ceffa è uno sci-fi horror satirico, non privo di ironia e dotato di un tentativo (apprezzabile) di andare oltre il mero intrattenimento. La storia prende le mosse dalla tematica delle lotte delle donne per il superamento della cultura patriarcale, intrecciando il tema principale alle nascenti forme alternative di alimentazione e a soggetti quali quello alla base del film 2022: I Sopravvissuti (1973). Il racconto (a mio modestissimo parere) ha due grandissimi limiti. Il primo è la scelta di alternare la narrazione a lunghi riassunti che, anziché narrare, cercano di sintetizzare premesse e sviluppi sociali, denotando per tale via un soggetto che si sarebbe dovuto sviluppare su una distanza superiore. Ne viene fuori una narrazione sfilacciata, con continui sbalzi da un contesto all'altro. Il secondo limite è l'ambientazione storica della vicenda, inscenata nel 2048 (ovvero tra ventidue anni), con una regressione sociale (il ritorno del patriarcato) in controtendenza rispetto agli attuali risvolti sociali, così da rendere inverosimile la storia. A mio avviso il racconto avrebbe beneficiato di uno spostamento dei fatti più in là nel tempo, accompagnato da una spiegazione articolata tesa a giustificare il ritorno del patriarcato (a esempio a causa di fallimenti di governi a trazione femminile, o per l'amplificazione dell'importanza della violenza e della prestanza fisica sull'intelletto, ovvero il ritorno dei sistemi totalitari legati al superuomismo e cose del genere). In alternativa si sarebbe potuto invertire il tutto facendo dominare le donne e macellare gli uomini. Interessanti le parti nel mattatoio ma attenzione, anche qua, non si inventa niente di nuovo, basti leggere Naraka (2016) di Alessandro Manzetti. Finale smielato e in controtendenza rispetto ai racconti di denuncia.


Scritto in modo discutibile (per forma), non me ne voglia l'autore, Il Pianto d'Argento degli Ulivi di Alessandro Izzi. Verboso, con periodi lunghi, ripetizioni volontarie (usa un milione di volte “che”) e tanti periodi appesantiti oltremisura che finiscono per mettere in secondo piano il soggetto. Ho faticato a leggerlo e gli ho di gran lunga preferito l'ironico Interno Notte: Controcampo, sempre del medesimo autore, che altro non è che la traslazione narrativa e metaforica di quanto avviene attualmente in ambito narrativo con sempre più scrittori improvvisati che si avvalgono dell'intelligenza artificiale per compensare gap e incapacità narrative, demandando sviluppi e trame all'intelligenza artificiale.


Ben scritto, ma incapace di mordere XXX di Valentino Poppi, che costruisce buone premesse (soprattutto per atmosfera e contesto ambientale) ma non riesce a trovare adeguato finale.


Non ho letto il resto, fatta eccezione per Non so Dirti Altro di Nano Prados (che non mi ha colpito), per la difficoltà a seguire le storie. Se nel caso di Eucantia dell'amico Davide Emanuele la colpa è sicuramente mia (a parte la sword & sorcery, sono intollerante al fantasy), nel caso dei due racconti tradotti da Gregory Alegi riservo più di un dubbio sull'efficacia e qualità della traduzione stessa (sono invece buone le traduzioni di Emiliano Marchetti e Serena Valentini).

 

MATT BRIAR, 
lo scrittore appuntato sul taccuino.


Alla gente non importa se sono governati da A o da B. Non te ne sei accorto? Le persone hanno lavori, case, sesso, famiglie e cibo in tavola. Credi veramente che vogliano tornare al vecchio sistema con tutte le incertezze? Non possiamo lottare contro il Sistema da soli... La paura cambia le persone. Le indebolisce. Le priva della volontà di lottare.”


venerdì 2 gennaio 2026

Recensione Fumetto: IL RE DEL DELITTO (Nr.1 Kriminal).

Numero: 1.
Uscita: 01/08/1964
Soggetto e Sceneggiatura: Max Bunker (alias Luciano Secchi).
Disegni: Magnus (alias Roberto Raviola).
Genere: Pulp - Noir - Poliziesco.

Commento Matteo Mancini
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Acquistato stamattina e letto in un'ora e mezzo, Il Re del Delitto è il primo numero della serie fumetti Kriminal, riproposta da Cairo Editore in una versione tascabile che riproduce, con tanto di inserti, i fascicoli originali.

Fumetto poliziesco / pulp controcorrente e assai coraggioso per l'epoca (verrà più volte sequestrato), uscito ad agosto 1964, per le firme di Max Bunker (al secolo Luciano Secchi) e di Magnus (al secolo Roberto Raviola) e per la casa editrice Editoriale Corno, all'epoca in auge con fumetti quali Maschera Nera, Satanik ed El Gringo.

L'episodio parte in modo lanciato, si accenna fin da subito a un criminale americano che, vestito con una tuta giallo e nera che riproduce uno scheletro umano, ha compiuto un colpo in una banca. “Che razza di criminali sorgono in America, trucida cinque persone, deruba una banca e se la da a gambe senza che nessuno riesca ad acciuffarlo... Certa gente può fiorire solo in America, qui da noi Scotland Yard l'avrebbe sistemato già da un pezzo.” Ironia del caso, Kriminal si palesa di lì a poco anche in Inghilterra con una serie di lettere minatorie che accennano a un episodio nel passato di una società petrolifera. Bunker, alla sceneggiatura, tratteggia quella che potrebbe sembrare una storia di vendetta, ma in realtà l'antieroe agisce per bieco tornaconto personale e lo fa sprovvisto di alcuna etica. Sadico, calcolatore, manipola donne e uccide innocenti per indisporre gli obiettivi del suo gioco perverso.

L'ispirazione viene palesemente da Diabolik, altrimenti detto “Il Re del Terrore”, sia nella definizione di un bandito acrobata (ha un passato da circense), sia nell'uso di coltelli da lancio, dardi al curaro, balestre, camuffamenti e costume attillato avente la capacità di isolare dalla corrente elettrica. A differenza del personaggio delle sorelle Giussani, ideato due anni prima, aumenta la violenza e la brutalità. Vediamo personaggi decapitati da fili di acciaio, amanti uccise senza battere ciglio (scelta assai impopolare), inoltre si respira un'atmosfera decisamente maschilista (l'amante del nostro affermerà di gradire di essere picchiata dal proprio uomo) con tanto di inserti in cui si inneggia alla nudità femminile e si dileggia quelle donne che non possono ostentare un certo canone di fascino. Tutto davvero esilarante e oggi non proponibile, salvo indicare che si tratta di un fumetto di sessant'anni fa.

Fin da questo primo episodio si delinea il passato del personaggio e il suo profilo da psicopatico. Kriminal è il villain, mentre al povero Ispettore Milton è riservato il ruolo (perdente) della legge e del bene. Dunque la prospettiva della storia è narrata dall'ottica dell'antagonista che qua si sofferma nel torturare, dapprima psicologicamente, tre esponenti dell'alta borghesia che, pur non essendo privi di elementi negativi (sono egoisti e cinici), non hanno fatto nulla per meritare quanto riserverà loro Kriminal.

Da un punto di vista di scrittura, Bunker velocizza il ritmo (a dir poco serrato) ma, al tempo stesso, plasma un soggetto con numerose ingenuità. Il movente del manigoldo è inverosimile, tuttavia Krimial (alias Anthony Logan) riesce a ottenere le quote delle azioni della società petrolifera prima ancora che venga ufficializzata la morte dell'ultima vittima. Milton scopre già in questo numero l'identità del bandito, ma sarà inutile.

Inverosimile poi la scena in cui Milton ottiene il differimento dell'esecuzione di uno dei personaggi della storia, condannato sommariamente all'impiccagione (manco si fosse nel far west), senza poi riuscire a giungere a Londra in tempo per bloccare l'impicaggione e dimenticando che avrebbe potuto anche utilizzare il telefono o un telegramma (nel 1964 già esistenti). Tra l'altro anche questa scena rimanda a Diabolik (riproposta persino nel film dei Manetti Bros). 

Nota di merito per i disegni di Magnus, qua definiti acerbi ma già di grossa presa.

Da segnalare il racconto di due pagine, firmato Max Schulberg, che chiude l'albo. Breve, ma molto carino.

Pronti per le prossime avventure, ogni settimana in edicola.

mercoledì 31 dicembre 2025

I POST PIù LETTI DEL BLOG NEL 2025

Post di chiusura 2025 dedicato alle recensioni più lette, in questi dodici mesi, nel blog. Nel 2025 sono apparsi 50 nuovi post per un totale di 479 recensioni di libri, di cui 413 dedicate alla narrativa. 51.600 sono stati gli accessi con un afflusso quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno, quando erano stati 28.400. Il 20 novembre 2025 la punta di accessi giornalieri di 951 visualizzazioni contro l'apice di 508 marcato il 13 luglio 2024. 12.207 l'apice mensile, marcato ad agosto 2025, contro i corrispettivi 4.642 del giugno 2024 e 6.447 del maggio 2023. 1.661 visualizzazioni a marzo 2025 quale minimo mensile stagionale contro il record negativo di 1.114 marcato nel gennaio 2024. Dunque valori tutti in netto incremento.


Vediamo la classifica dei top 50, con la sorpresa di quattro evergreen nella top four, per un totale di 14 evergreen nella top 50.

  1. La Dolce Mano della Rosa Bianca (recensione corto 2011) regia di Davide Melini, 510 visualizzazioni.

  2. Il Custode di Chernobyl (recensione 2021) di Caleb Battiago, Cut-Up Edizioni, 461 v.

  3. Guida alla Letteratura Esoterica (recensione saggio 2017), a cura di Claudio Asciuti, Odoya Edizioni, 442 v.

  4. Il Giocatore (recensione 2016) di Dostoevskij, 426 v.

  5. Nosferatu (recensione cinema) regia di Eggers, 220 v.

  6. Il Lato Sinistro del Cuore (recensione antologia) di Carlo Lucarelli, Einaudi, 214 v.

  7. I Tarocchi Lovecraft (recensione antologia), a cura Strani Aeoni, Colomò Editore, 190 v.

  8. Notte Horror 90 (recensione antologia), a cura Sartirana, Acheron Books, 184 v.

  9. Il Mio Nome è Che Guevara (recensione saggio 2013), di Torreguitart, Il Foglio Letterario, 169 v.

  10. Racconti Italiani Gotici e Fantastici – Esperimenti, AA.VV., Black Dog Edizioni, 165 v.

  11. Cerimoniale Notturno (recensione 2022) di Thomas Owen, Agenzia Alcatraz, 165 v.

  12. Primordia (recensione antologia), a cura Strani Aeoni, Colomò Editore, 160 v.

  13. Tempo di Delitti, AA.VV, Newton & Compton, 153 v.

  14. Varchi sull'Abominio, di Matthew Bartlett, La Nuova Carne, 142 v.

  15. Parasite Planet, di Stanley Weinbaum, Black Dog Edizioni, 142 v.

  16. Il Libro Blasfemo di Cthulhu, a cura di Pietro Guarriello, Dagon Press, 141 v.

  17. I Vendicatori, Stephen King, Sperling & Kupfer, 131 v.

  18. Cocagne, Alessandro Girola, Plutonia Publications, 130 v.

  19. Alieni Cattivi, a cura di Alessandro Balestra, Scheletri ebook, 125 v.

  20. Il Diavolo è Femmina, Robert E. Howard, Elara Edizioni, 124 v.

  21. Presentazione racconti Matteo Mancini 2025, 120 v.

  22. Schiavi dell'Inferno (recensione 2018), di Clive Barker, Bompiani, 120 v.

  23. Speciale Dario Argento, 116 v.

  24. Weird 4, a cura di Pietro Guarriello, Dagon Press, 115 v.

  25. Il Guardiano dell'Abisso, di Emiliano F. Caruso, Dagon Press, 114 v.

  26. Ritualis (recensione 2021) di Daniele Vacchino e Rosso, Il Foglio Letterario, 113 v.

  27. Gli Appetiti di Trnt-Asy'hh e altre Stravaganti Vicende Lodigiane, a cura di Del Piano, Dagon Press, 111 v.

  28. Il Club Dumas (recensione 2018) di Arturo Perez-Reverte, 110 v.

  29. The Outsider di Stephen King, Sperling & Kupfer, 109 v.

  30. Un Posto Chiamato Dagon, di Gorman, Dagon Press, 107 v.

  31. Pasqua Nera (recensione 2017) di James Blish, Edizioni Nord 107 v.

  32. Il Monaco (recensione 2014) di Matthew G. Lewis, 107 v.

  33. Demoni, Uomini, Dei (recensione 2018) di Lord Dunsany, 107 v.

  34. La Sfera del Buio, di Stephen King, Sperling & Kupfer, 106 v.

  35. Jurassic World – La Rinascita (recensione cinema) regia di Gareth Edwards, 104 v.

  36. Incubi e Deliri (recensione 2013) di Stephen King, Sperling & Kupfer 102 v.

  37. Il Posto del Buio, di Dean R. Koontz, Sperling & Kupfer, 101 v.

  38. Il Guerriero Bestia, di M.J. Arcade, 101 v.

  39. Sussurri, di Dean R. Koontz, Sperling & Kupfer, 101 v.

  40. Horror Movies '70-'80, a cura di Alessandro Balestra, Scheletri ebook, 100 v.

  41. Progenie degli Abissi, di Fabio Calabrese, Dagon Press, 97 v.

  42. Il Livello Perduto, di Brian Keene, Lettere Elettriche, 96 v.

  43. Assassin, di Shaun Hutson, Mondadori, 96 v.

  44. L'Orecchio della Civetta, Chatrian-Erckmann, Agenzia Alcatraz, 95 v.

  45. Ciak si Muore!, a cura di Lucio Nocentini e Luigi Pachì, Delos Digital, 95 v.

  46. I Presocratici (recensione saggio 2013) Luciano De Crescenzo, Mondadori, 91 v.

  47. Black Flag, di Valerio Evangelisti, Einaudi, 91 v.

  48. 28 Anni Dopo (recensione cinema) regia di Danny Boyle, 87 v.

  49. La Bestia dalle cinque Dita e Altri Racconti (recensione 2018) di William F. Harvey, Hypnos Edizioni, 82 v.

  50. I Mostri agli Angoli delle Strade, di Fabio Calabrese, Dagon Press, 78 v.


Tra le “delusioni” in fatto di visualizzazioni si segnalano La Città Proibita (recensione cinematografica) 77 v., Mastodon (Independent Legions) 74 v., La Settimana di Passione (Ghimenti, Dream Books) 73 v., Antracite (Valerio Evangelisti, Mondadori), 72 v, F1 (recensione cinematografica) 69 v. e Imperial (Alessandro Girola, Plutonia Publications) 64 v.

venerdì 26 dicembre 2025

Recensione Narrativa: LE LACRIME DEL DRAGO di Dean R. Koontz.

Autore: Dean R. Koontz. 
Titolo originale: Dragon Tears.
Anno: 1993. 
Genere: Horror. 
Editore: Sperling & Kupfer (1994). 
Pagine: 316. 
Prezzo: Fuori catalogo.
 
Commento a cura di Matteo Mancini.  

Sesto romanzo di Dean R. Koontz da me letto, probabilmente quello che, al momento, preferisco, pur non essendo esente da difetti. Pubblicato nel 1993, raccoglie l'eredità di numerosi romanzi precedenti dell'autore. Koontz, molto più di Stephen King, fatica a staccarsi dai temi e dalle sottotracce che ne caratterizzano la produzione, preferendo agire in una comfort zone fatta da un connubio di hard boiled e di un fantastico incentrato sulla parapsicologia. Come suo solito Koontz propone false piste poliziesche che vedono i protagonisti alla caccia di un terrorista cultore di Elvis Presley che poi si scoprirà del tutto estraneo alla vicenda principale del romanzo. La sensazione, peraltro amplificata da un continuo sfogo dell'autore verso la decadenza della società degli anni novanta (“questi sono gli anni Novanta: il festino di fine millennio, il nuovo Medioevo, dove tutto può succedere e di solito succede, dove l'impensabile non solo è pensato ma anche accettato, dove a ogni miracolo della scienza corrisponde un atto di barbarie umana davanti al quale nessuno batte ciglio. A ogni brillante realizzazione tecnologica si contrappongono mille atrocità fatte di odio e stupidità. Per ogni scienziato che cerca una cura contro il cancro ci sono cinquemila delinquenti pronti a ridurre in pappa il cranio di una vecchia solo per gli spiccioli che tiene in borsa”), è quella di un tentativo di ampliare le pagine per diluire un soggetto forse più indicato per una novella. Tale aspetto viene altresì confermato da inserimenti che talvolta spezzano il ritmo, come la prospettiva di un cane che ricorda il suo passato quando ormai la vicenda ha raggiunto il momento apicale e dunque viene temporaneamente sospesa da capitoli superflui.

Domina la tematica kinghiana dei poteri parapsicologici alla Carrie (1974) o alla Firestarter (1980), già affrontata da Koontz in romanzi quali The Door of December (“Incubi”, 1985) o The Bad Place (“Il Posto del Buio”, 1991); qua, tuttavia, lo scrittore si scatena regalando momenti memorabili (anche per grandguignol), specie nella seconda parte dove la componente fantastica irrompe in modo definitivo. Bellissimo il momento in cui il villain - un ventenne dotato di poteri mentali che assommano la telecinesi, la pirocinesi, la capacità di compiere voli astrali, teletrasportare con la mente oggetti e persino di modellare e animare creature fatte di fango o di topi - blocca il decorrere del tempo e costringe i protagonisti a muoversi in un mondo paralizzato dove gli altri sembrano tanti manichini, un po' come faranno i cosiddetti “accordatori” nella pellicola Dark City (1998) di Alex Proyas. Convincente inoltre il finale, solitamente tallone di Achille dell'autore, con omaggi sia alla casa degli orrori del luna park che a I Tre dell'Operazione Drago (1973), in virtù di una villa piena di specchi che amplificano lo smarrimento dei personaggi. Questo il buono di Dragon Tears che, per il resto, ripropone per l'ennesima volta personaggi dall'infanzia tribolata come in Whispers (“Sussurri”, 1980) col background formativo di un villain a suo tempo figlio non voluto di una ragazza madre, a cui si aggiunge la tematica del bimbo demoniaco che ambisce al ruolo di anticristo preparandosi all'apocalisse (come in Funhouse, “Il Tunnel dell'Orrore”, 1980), per non parlare della dote di teletrasportare con la mente oggetti o materializzarsi all'interno di banche per rubare soldi (come già visto in The Bad Place, “Il Posto del Buio”, 1991). Tipica è altresì la struttura della storia, un vero e proprio thriller a matrice poliziesca connaturato dalla presenza di un serial killer, collezionista di occhi, dotato di poteri soprannaturali riconducibili, un po' come in Firestarter di Stephen King, a una serie di esperimenti a base di droghe e allucinogeni somministrati alla madre durante la gravidanza (“Quel piccolo mostro era Jeffrey Dahmer incrociato con Superman, John Wayne Gacy con gli incantesimi e le magie di uno stregone... tutti gli psicopatici omicidi della leggenda racchiusi in uno, dotato di capacità paranormali al di là di ogni misura).

Questo il succo di un soggetto che si sviluppa in appena dodici ore, con una struttura inizialmente corale, proponendo più soggetti “stalkerizzati” dal villain, che, a poco a poco, lascerà spazio all'indagine a alle vicissitudini di una coppia di poliziotti aggrediti, a cadenze temporali costanti, da un serial killer che si scoprirà agire per il tramite di golem da lui spiritualmente posseduti e plasmati dal fango o composti da sciami di ratti.

Koontz offre molti momenti a effetto, come la morte di un ex poliziotto aggredito da un groviglio di serpi (scena che ricorda certi momenti del B-Movie Snakes on a Plane, 2006), oppure la scena in cui il villain strappa un braccio a una ragazza durante un rave party dove i partecipanti sono ridotti al rango di veri e propri manichini, oppure una delle sequenze iniziali che vedono i due poliziotti duellare con un terrorista bombarolo che comunica gridando i titoli delle canzoni di Elvis Presley.

Dunque un romanzo horror dall'intelaiatura poliziesca che non lesina elucubrazioni sulla decadenza della società americana degli anni novanta e che cerca altresì di proporre domande sul mistero e sul senso della vita, arrivando a dire che “il senso della vita lo si può trovare in una scodella di zuppa. La zuppa comincia sempre con un qualche genere di brodo e questo è come il liquido fluire dei giorni che costituisce le nostre vite. Talvolta nel brodo c'è della pasta, talvolta verdure, pezzetti di bianco d'uovo, frammenti di pollo o di gamberetti, funghi, magari riso... Prima che la zuppa sia mangiata ha un suo valore e un suo scopo. Dopo è senza valore per tutti, tranne che per colui che l'ha consumata. E nel realizzare la sua finalità, cessa di esistere. Ciò che rimane sarà solo la scodella vuota. Il che può simboleggiare o desiderio e aspirazione, o la sgradevole aspettativa di altre zuppe a venire.” Indubbiamente, penso di poter dire, Dragon Tears è da annoverare tra i romanzi migliori di Koontz.

 L'autore Dean R. Koontz.

Oggigiorno, se la tua vita va a puttane, se non mantieni i tuoi impegni con la famiglia e gli amici, non è mai colpa tua. Sei un ubriacone? Bè, forse è una predisposizione genetica. Sei un maniaco dell'adulterio, hai un centinaio di partner diverse all'anno? Bé, forse da bambino non ti sentivi amato, forse i tuoi genitori non ti hanno dato le coccole di cui avevi bisogno... Hai appena fatto saltare la testa di un bottegaio o hai ammazzato di botte una vecchietta per venti dollari? Bé, tu non sei cattivo, no, non è colpa tua! La colpa è dei tuo genitori, dei tuoi insegnanti, la colpa è della società, di tutta la cultura occidentale, ma tua no, tua mai, che rozzezza suggerire una cosa del genere, che insensibilità, che irrecuperabile arretratezza mentale... Puttanate, dalla prima all'ultima.”